Sia Anatema: come siamo pervenuti alla Verità più completa sulla gravissima crisi in atto nella Chiesa. Sulle “conseguenze”!

Inedito ed in esclusiva su escogitur (si prega in caso di diffusione del testo di menzionare l’autore ed il sito che lo ospita)

Dott. Antonio Coroniti Sociologo
Premetto che i titoli gerarchici e gl’incarichi da me indicati per i destinatari sono comunemente attribuiti all’interno di quella che si ritiene sia la Chiesa Cattolica. Ho ritenuto di doverli conservare nella presente per una esigenza di sicura riconoscibilità.

In un’epoca senza padri e di falsi profeti, questa mia lettera/dossier denuncia, nel 55.mo anno della morte del Papa Pio XII, la Verità/Vera e completa sulla gravissima crisi in atto nella Chiesa. Essa rielabora ed integra quanto già fatto pervenire a Benedetto XVI e ad alcuni cardinali di curia e cardinali-arcivescovi italiani in data 9 ottobre 2008.

Il dossier è composto:

a) dalla presente Lettera, che enuncia, in tutta la sua dirompente portata, la verità scoperta, e illustra come fu possibile l’incredibile sovvertimento

b) da sei Allegati, che documentano l’essenziale di ogni cosa.

Poiché sono pervenuto alla Verità più completa sulla gravissima crisi in atto nella Chiesa e sulle sue conseguenze, anche per quanto attiene alle specifiche e gravi responsabilità dei cattolici tradizionali e integrali, i quali, per codardia, non hanno voluto chiamare le cose con il loro nome, annuncio che, in corso d’anno, trasmetterò la presente ai mass media, anche via WEB. E siccome non sarà possibile separare le persone da quanto esse pensano e dicono, credo sia Loro preciso interesse verificare, con serietà e attenzione, quanto vado Loro a comunicare, per conoscerlo prima di altri.

 

La Verità/Vera, poi, è sempre Gesù: sbatterGli la porta in faccia può essere mortale (Gv 9, 39). Per questo, invito Loro a resistere alla tentazione di non leggermi fino in fondo.

Se, divorata dal cancro dell’apostasia, la Verità si oscura, la Carità sparisce. Questa è, infatti, amore per Dio sopra ogni cosa e, per amor Suo, amore del prossimo come di noi stessi: l’averla ridotta alla sola seconda parte, e senza inciso, l’ha trasformata in un amore del prossimo falso, perché idolatrico, cieco e truffaldino, che ha partorito una gigantesca associazione per delinquere, facendo sprofondare l’Occidente e il mondo intero in un buco nero.

Senza alcuna possibilità di ritorno; perché tutti i “segni” indicano, in modo certo, che siamo giunti alla fine della Storia.

 

Resta, ai reprobi, l’unica possibilità di un immediato pentimento; ed ai giusti, quella di conservare la fede e di vender cara la pelle, annunciando l’”ira divina” e la Sua giustizia.

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Dottore in Economia, con una tesi in sociologia della religione (sul protestantesimo e sull’origine del capitalismo), dopo oltre venti anni di studio al servizio della Chiesa e, perciò stesso, della società, dall’anno 2005 all’anno 2008 ho scoperto progressivamente una verità terribile, in tutti i suoi tragici risvolti, che ho ampiamente documentato nella citata lettera/dossier a Benedetto XVI.

La sua gravità è unica, inaudita e sicuramente irripetibile.

Non ci sono parole adeguate per qualificarla.

Essa spiega alla perfezione perché l’Occidente è sprofondato nel disordine e nella violenza, nella perversione più sfacciata e, in breve, nella rovina più grande mai registrata in epoca cristiana.

Per un effetto di “trascinamento”, poi, ch’è tipico delle culture dominanti, l’intera umanità va incontro alla stessa rovina; cosa che il mondo islamico più ortodosso, pur lontano dalla Verità, ha compreso da tempo: perciò cerca di scongiurarlo in tutti i modi possibili.

Lo stesso Joseph Ratzinger, del resto, era ben consapevole di questa tragica situazione, se è vero che ne parla dovunque in Sale della Terra, e segnatamente nel passaggio in cui tratta dell’ISLAM in crescita, di fronte alla grande crisi dell’Occidente. Dove, assumendo il punto di vista islamico, che mostra chiaramente di condividere, afferma testualmente: siamo noi che abbiamo una identità migliore, la nostra religione resiste, voi non ne avete più nessuna” (p. 277!).

Quanto da me scoperto è frutto, inizialmente, dello studio dei testi critici Verità cristiane nella nebbia della fede (Mons. Inos Biffi) e Il mistero della sinagoga bendata(Prof. Enrico Maria Radaelli); studio completato con l’esame minuzioso dei siti Internet tradizionali e integrali. Successivamente, ho condotto una serie conclusiva di personali approfondimenti sulla situazione storica e sul Magistero della Chiesa dall’epoca della rivoluzione francese ai nostri giorni, ricevendone conferme autorevolissime dalle apparizioni mariane di La Salette e Fatima.

In estrema sintesi, la Verità scoperta è la seguente.

Nella Chiesa Cattolica vige il principio assoluto, da sempre ritenuto tale, ma poi anche formalmente dichiarato dal Concilio Vaticano I (Cost. Pastor Aeternus – 18.7.1870), che il Magistero infallibile precedente vincola in modo definitivo il magistero successivo.

Il dossier dimostra, in proposito, che i Papi fino a Pio XII, di fronte all’incalzare del protestantesimo, prima, e del modernismo anticristiano, poi, hanno “sigillato” la fede cattolica con quel tipo di Magistero, per ancorarlo saldamente alla Tradizione.

Nonostante questa “blindatura”, i papi del concilio Vaticano II hanno forzato quei “sigilli”, dilapidando il deposito della fede, delegittimando i loro predecessori, incorrendo nelle loro scomuniche, producendo frutti di morte, e facendo così piombare la Chiesa e il mondo intero nelle tenebre più fitte.

E siccome Gesù il Cristo ha promesso l’assistenza divina ai successori di Pietro, che preserva in modo assoluto dall’errore in materia di fede e di morale, ne viene che i pontefici dal Vaticano II in poi, che hanno deliberatamente, ostinatamente e mortalmente contraddetto i loro predecessori in tale materia – cosa mai avvenuta prima nella Chiesa! –, non sono veri papi, ma impostori, anticristi!

Si sono così spalancate le porte degli ultimi tempi, che passano per una impostura religiosa e per un’apostasia generale (II Ts.), entrambe sicuramente in atto.

Tra i segni dell’impostura figura quello di Giovanni XXIII, che ha assunto il nome di un antipapa (!). Mentre il catechismo dell’ormai falsa chiesa cattolica parla della fine dei tempi in un modo che rispecchia fedelmente quello che essa ha prodotto ed a cui si va incontro:

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti… il mistero dell’iniquità si svelerà sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’anticristo“.

Spiegazione che corrisponde esattamente agli avvenimenti in corso!

Il Papa Paolo IV, però, nella solenne Bolla “Cum ex Apostolatus Officio” del 1559, avverte che solo un falso pontefice dice eresie, che la sua elezione è radicalmente nulla, e che tale falso pontefice, ritenuto vero pontefice, è proprio quell’”abominio della desolazione” di cui parla Gesù (Mt. 24, 15), che conduce le anime all’eterna perdizione.

Mentre da un’attenta lettura della Bolla “Execrabilis” (1460) del Papa Pio II è d’obbligo dedurre che qualunque concilio della storia venga convocato per ribaltare la Tradizione della chiesa è assolutamente nullo. Il Vaticano II, che ha  ribaltato questa Tradizione, con parole false, è dunque nullo!

Ogni giorno che passa, tutto è sempre più iniquità che dilaga, che raffredda la carità di molti (Mt. 24, 12), aumentando, per questa via, l’iniquità, e che contrassegna l’apostasia generale predetta nella Scrittura (II TS 2,1-12); dove san Paolo, con parole terribili, dice che si perdono quanti non hanno avuto amore per la Verità che salva, perché Dio manda ad essi un influsso di errore, affinché siano tutti condannati (2,12)!

Le apparizioni mariane a La Salette, nel 1846, e a Fatima, nel 1917, dichiarate autentiche dall’autorità della Chiesa, nel mentre descrivono, con linguaggio profetico, tutto quanto finora avvenuto e sopra delineato, anticipano il modo in cui i figli veri della Chiesa, “Apostoli degli ultimi tempi”, andranno incontro al Signore, nella sua Parusia, ormai alle porte.

Ma come fu possibile e quali prove vi sono di tutto quanto sopra esposto? Esponiamolo in uno sguardo sintetico ma di ampio respiro.

E’ convinzione pressoché unanime nella sedicente Chiesa Cattolica che l’epoca in corso abbia registrato un processo di scristianizzazione senza precedenti nella Storia.

Ne è prova eloquente, innanzi tutto, lo stesso (comunemente ritenuto) magistero ordinario e straordinario; il quale si è ripetutamente e organicamente pronunciato sulla gravissima crisi spirituale e morale del nostro tempo, sul suo aggravamento dopo il Concilio e sul conseguente processo di scristianizzazione in atto, con accenti che non lasciano dubbi sulla forte negatività di un giudizio complessivo definitivamente acquisito (cfr, tra gli altri, G.S. 7, 19, 20 e 27; Evang. Nunt. 52 – 56; Rec. et Paenit. 18 e 28; Chr. L. 34; Lett. Fam. 13; E.V. 26, 27, 28, 70),  e dove si parla:

  • di interi Paesi del c.d. “Primo Mondo”, dove un tempo la fede cristiana era “viva e operosa”, “radicalmente trasformati dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo” (Chr. L. 34);
  • di un’epoca caratterizzata da una “profonda crisi della verità” (Lett. Fam. 13);
  • dove gli stessi aspetti positivi (tante famiglie sane, volontariato generoso, centri di aiuto alla vita, progressi della medicina, etc.) costituiscono solo segni di contrasto di uno scenario ben più ampio, dominato da una “cultura di morte” (E. V. 26 e 27);
  • di ventesimo secolo in cui “i falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile” (E. V. 17);
  • di “scontro immane e drammatico tra il bene e il male, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita” (E.V. 28);
  • di false democrazie (come quelle della società Occidentale) dove non esiste nessuna verità ultima che guida e orienta l’azione politica, e le convinzioni vengono strumentalizzate per fini di potere (E.V. 20);
  • di alleanza tra democrazia e relativismo etico, “che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale” (E.V. 70).

Ne rappresenta prova scientifica la ben nota indagine del 1995 sulla religiosità in Italia,  realizzata dalla Cattolica di Milano e pubblicata dalla Mondadori, la quale mostra il numero incredibile di coloro che si dicono cristiani (84%), una serie sterminata di negazioni morali che riducono al 13% i cattolici “ortodossi”, un irrisorio 2-3% di autentici figli della Chiesa (come stimato in un mio saggio critico del 16 aprile 98 ai vescovi italiani, molto apprezzato dal segretario del tempo, mons. Antonelli – 26.5.98).

Ne è conferma autorevole, in ambito ecclesiale e socioculturale, il libro-intervista “Il Sale della Terra (1997), nel quale Joseph Ratzinger, Prefetto (ritenuto) della Congregazione per la dottrina della Fede, poi Benedetto XVI, ha dischiuso scenari apocalittici (pp. 18, 250, 313, ecc.), che l’avanzato processo di scristianizzazione, da un lato, e i tanti “cristianesimi adattati” (come li chiama), dall’altro, sembrano attirare.

All’unanimità dell’analisi, tuttavia, non corrisponde l’unanimità di giudizio sulle cause.

L’analisi corrente, infatti, induce per lo più a ritenerle esogene alla Chiesa, almeno dall’epoca del concilio Vaticano II.

Altri, invece, e tra questi chi scrive, sono in possesso di elementi tali da far concludere, non solo ad un uomo di Dio, ma anche e più semplicemente ad una persona di “buona volontà”, meritevole destinataria della “pace in terra” annunciata dall’Angelo, che le vere cause della disastrosa situazione sono, da quell’epoca, tutte interne alla comunità ecclesiale.

Lo scenario ecclesiale e socioculturale dei nostri giorni è peraltro il punto di arrivo di un lungo processo di scristianizzazione iniziato con l’età moderna, per cause molteplici, esterne e interne alla comunità ecclesiale.

Fino ad un certo momento, le cause interne furono degli errori, anche gravi, ma sempre riconducibili alla comune limitatezza della natura umana e, quindi, almeno comprensibili, se non del tutto scusabili. Ci fu un momento, però, in cui esse divennero peccati mortali di una gravità inaudita; e fu da tale momento che la crisi assunse un aspetto “bulgaro”, conducendo l’intero Primo Mondo post cristiano e, per l’“effetto di trascinamento” tipico delle culture dominanti, il mondo intero, in un immane precipizio.

In che modo fu possibile?

Prima di rispondere a tale domanda, occorre premettere subito, per ragionare in termini di pura teologia cattolica, che il punto fondamentale nella genesi e nello sviluppo di questa crisi è sempre la natura decaduta dell’uomo, che, dopo essere stato inserito nella Vera Vita dell’Amore trinitario in Cristo Gesù, per mezzo della Chiesa, non corrisponde alla Grazia.

Nella Chiesa, però, vi è una responsabilità notevolmente maggiore di quanti, insigniti del sacramento dell’Ordine, la governano, con il compito di pascere il gregge (Luca 12,48). E questo per la semplice ragione che quando la non corrispondenza alla Grazia origina proprio in coloro che guidano la Chiesa i danni sono massimi.

Proprio quanto avvenuto nella crisi attuale, con la corruzione del clero gerarchico (cardinali, vescovi), la cui fede si è indebolita per la cattiva disposizione d’animo, che li ha visti cedere agli attacchi del demonio, in presenza di rivoluzioni e guerre catastrofiche.

Ma andiamo con ordine, riportando uno schema sintetico in dieci punti, che costituiranno, successivamente e negli allegati, materia di approfondimento e di verifica.

1. Col Rinascimento nasce una nuova “religione”, pagana, antropolatrica e naturalista, che si oppone a quella Cristiana, Monoteista, Trinitaria e Cristocentrica.

L’uomo “progredisce” e si sbarazza del cristianesimo, sempre più sbrigativamente visto come il trionfo della soperchieria e della superstizione.

2. Nel “secolo dei lumi” la nuova “religione” si rafforza e si afferma, diventando sempre più cultura dominante.

Si predica il trionfo della dea “Ragione” sulla religione. La c. d. Rivoluzione Francese segna un momento parossistico di tale processo, che accelera fortemente il processo di scristianizzazione dell’Europa cristiana.

3. La fede cattolica resiste strenuamente nei Pontefici Romani, che la precisano e la difendono, fino a Pio XII, con magistero da sempre ritenuto e poi anche formalmente dichiarato “infallibile” dal concilio Vaticano I (encicliche Mirari Vos, Quanta Cura con Sillabo degli Errori condannati, Immortale Dei, Libertas Humana, Provvidentissimum Deus, Pascendi, Quas Primas, Mortalium Animos, Mystici Corporis, solo per esemplificare) .

La fede, tuttavia, s’indebolisce in strati sempre più vasti della società e della stessa Chiesa. Non solo per la cattiva disposizione di molte anime, che non oppongono resistenza al demonio, anime che si corrompono sotto l’aggressività della nuova “religione”; ma anche in seguito ad una serie di disfatte sociali (guerre, rivoluzioni) ed ecclesiali (fine potere temporale dei papi).

All’interno della Chiesa nascono e si consolidano i fiancheggiatori della nuova “religione” anticristiana, i c.d. cattolici “liberali”, costringendo i pontefici a severe misure (per esempio, “motu proprio” Sacrorum Antisticum di san PIO X, che impone ai preti un giuramento antimodernista).

4. Inizia un processo di scristianizzazione delle masse, che indebolisce la fede di molti uomini mal disposti dello stesso clero gerarchico (cardinali, vescovi, preti), soprattutto dopo l’affermarsi di movimenti atei rivoluzionari (comunismo) e reazionari (nazi-fascismo), i quali scatenano eventi bellici disastrosi (guerre mondiali, sterminio degli Ebrei).

Questi chierici iniziano intimamente a meditare sull’intera esperienza della fede cattolica, ritrovandola inadeguata, se non addirittura impostata su basi false, per l’esistenza di vincoli dottrinali dubbi o ingiustificati (modernismo). Molti cardinali e vescovi, che pur personalmente dissimulano questo loro intimo credere, non trovano, ovviamente, la forza morale d’impedire che lo facciano i loro preti. La fiumara del male, così, s’ingrossa.

5. Si annebbia, perciò, l’importanza della fedeltà alla Tradizione e alla stessa Scrittura. In molti preti e vescovi cattolici s’insinua il dubbio temerario e inconfessato che la Tradizione abbia potuto errare per autoesaltazione; prima, nel trasporre per iscritto la fede degli Apostoli e, successivamente, nella stessa interpretazione dei testi scritti.

6. Nasce, così, alla fine della seconda guerra mondiale, un’altra chiesa (la “c” minuscola è d’obbligo), silenziosa, parallela ed eretica, che vive all’ombra di quella vera, e che attende l’occasione propizia per prendere il “timone” di “Pietro” ed imprimere una svolta radicale al corso degli eventi.

7. L’occasione è fornita dall’elezione al pontificato di Giovanni XXIII, il cui nome è fortemente emblematico, non solo perché è quello di un anti-papa (!), ma anche perché chi lo portò in precedenza (Giovanni XXII) fu a stretto contatto di eresia (dalla quale, tuttavia,  uscì per iscritto, dicendo che si trattava di un’opinione personale poi accantonata)!

Dato come papa di “transizione” per la sua età avanzata (77 anni), e perciò eletto molto rapidamente, “papa” Roncalli è fortemente imbevuto di spirito liberale, che manifesta con grande affabilità e naturalezza, attirandosi l’appellativo di “papa buono”.

Il “papa buono”, però, non è un buon papa (!). Egli, infatti, parla, per la prima volta:

di una “pace” che è semplice assenza di guerra e che, dunque, non è quella di Cristo;

di un amore per l’uomo fine a se stesso, che può prescindere dall’amore per Dio (lettera a Kruscev per la crisi di Cuba);

di una Chiesa che deve portare il Vangelo al mondo non con la (se)verità, ma con la “misericordia”, accogliendo il peccatore così com’è;

di necessità imprescindibile di un dialogo con l’uomo e le religioni, che punti su quello che unisce, e cioè sul nulla, perché Gesù Cristo non è in comune e, dunque, divide!

Affermazioni, queste, decisamente quanto subdolamente eretiche, che, dato il terreno fertile rappresentato dalla chiesa eretica/ombra del pre-concilio, trovano ampio accoglimento nel successivo concilio Vaticano II, conducendo, poi, nel dopo concilio:

ad una pace falsa, perché tutta e sola umana;

ad un amore falso, che è tutto e solo terreno;

ad una misericordia senza Verità e, dunque, falsa, che, avendo escluso l’esigenza anche dell’ammonizione fraterna (vera opera di “misericordia spirituale”), non punta più al recupero del peccatore, perché si converta e viva, e disprezza totalmente le esigenze assolute del bene comune, che è il vero bene di tutti, anche dell’iniquo peccatore, scatenando le forze del male;

ad un relativismo religioso senza precedenti (ecumenismo e indifferentismo), assolutamente contrario allo spirito e alla stessa lettera del Vangelo (Mt 28, 18-20; Mc 16,15-16), come rettamente interpretati dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa.

8. Su queste false premesse, Giovanni XXIII convoca il Concilio Vaticano II per “aggiornare” la Chiesa, in un’apertura che si rivelerà sempre più una “consegna” a quel mondo di tenebre e di peccato che avrebbe dovuto illuminare. La sua prolusione di apertura è tutta impregnata di quelle sue idee sopra esposte, che avrebbero condotto del tutto fuori rotta.

Il concilio, invero, scatena la furia della chiesa eretica modernista ed ecumenista, che esce allo scoperto e prende il sopravvento su quella vera, imponendo i suoi “papi” e relegando ai margini dell’insignificanza il dissenso dei veri cattolici.

L’intero Concilio è ispirato, sostenuto e, poi, attuato in base agli insegnamenti eretici del personalismo cristiano di Maritain e di Guitton, nuovo volto del cattolicesimo liberale, che “separa Dio da Cesare, lega il cristiano a Cesare e annulla l’Inferno, perché non si fida della bontà di Dio!” (Cfr. E. M. Radaelli, Il Mistero della Sinagoga Bendata, p. 280).

9. Come espongo di seguito, e come documento ampiamente nel primo allegato, il concilio Vaticano II opera una frattura insanabile con le due fonti della divina Rivelazione e, in modo particolare, con la costante Tradizione della Chiesa, violando spudoratamente il magistero infallibile pregresso.

Resta, alla fine, una nuova e falsa religione universalista, che dilata a dismisura la via della salvezza, “apre” al mondo peccatore, agli eretici e agli scismatici, che, in pratica, non hanno più bisogno di conversione dottrinale, sostiene la libertà di religione per tutti, e si “scava una fossa da morto”, lamentandosi, poi, stoltamente, di esserci finita dentro (cfr. i lamenti di Paolo VI, dopo la rivoluzione conciliare, l’abbondante magistero apocalittico di Giovanni Paolo II e quello simile del cardinale Ratzinger in Sale della Terra).

Le eresie proclamate e indotte dal Vaticano II si riassumono, infatti:

a) nella libertà religiosa in foro esterno, quale diritto biblicamente fondato che gli Stati devono riconoscere per legge, assolutamente contraria al Vangelo (san Marco 16, 16) ed al magistero infallibile della Chiesa (Quanta Cura e Sillabo), che apre ed ha storicamente aperto le porte all’indifferentismo religioso ed al conseguente relativismo etico, mali gravissimi che hanno distrutto la civiltà cristiana;

b) nel falso ecumenismo, che legittima gli eretici ortodossi (i quali rinnegano il dogma petrino), definendoli “vera chiesa” locale, ed estende a costoro ed agli eretici protestanti (che hanno stravolto la fede della Chiesa!) la via della salvezza (appartenendo essi, semplicemente, ad una diversa e arricchente tradizione ecclesiale: Giovanni Paolo II a Paderborn in Germania, nell’incontro coi rappresentanti delle chiese evangeliche del 22.6.1996!); e ciò con il massimo danno possibile alla Chiesa di Cristo, perché, pur essendone gli eretici teologicamente fuori, il mondo li percepisce come interni “dissidenti”, e si convince che possano esistere cristianesimi diversi, con buona pace dell’unica Verità;

c) nel falso dialogo interreligioso, che intende partire da supposti quanto insignificanti elementi comuni, per scadere nel sincretismo, nel relativismo, nell’irenismo e, conclusivamente, nell’apostasia: un dialogo con l’uomo e con le religioni che parta, infatti,  da quello che unisce è fondato sul nulla, perché Gesù/Verità che salva divide (san Matteo 10, 34-39);

d) nel rifiuto dell’ammonizione fraterna (mai più scomuniche! urlava Giovanni Paolo II), quale azione medicinale tesa alla salvezza delle anime, che nega direttamente il Vangelo (san Matteo 6, 48 e 7, 5), e cancella quell’opera di misericordia spirituale che si chiama “ammonire i peccatori”, biblicamente fondata (Gc 5, 19-20);

e) nella separazione di Cesare da Dio, e nella conseguente accettazione di uno Stato laico separato dalla Chiesa e indifferente verso le diverse religioni, tutte considerate aventi la stessa dignità; separazione assolutamente contraria al magistero infallibile della Chiesa (Sillabo n. 55);

f) nello stravolgimento del rito della Santa Messa, in direzione dell’eresia protestante (oscuramento: della messa quale sacrificio espiatorio; del sacerdozio ministeriale; della stessa realtà della Transustanziazione), e in palese violazione delle norme del magistero infallibile poste a salvaguardia del rito (solenne Bolla Quo primum , 1570, di san Pio V);

g) nella negazione sostanziale dell’Inferno, che esiste ma è … vuoto, essendone stato tratto fuori (da Giovanni Paolo II, cat. 28.7.99 e Benedetto XVI, cat. 18.10.06) perfino Giuda – “il figlio della perdizione” (Gv 17,12) –, che la Tradizione della Chiesa ha ritenuto vi sia di sicuro dentro, per unanime indicazione evangelica; e tutto ciò quale logica finale conseguenza del relativismo introdotto, che lo rende del tutto incompatibile con la nuova concezione dell’uomo e del mondo (!).

L’illustrazione analitica di tutto ciò è riportata nel primo allegato alla presente.

10. Avendo rinnegato la Tradizione bimillenaria della Chiesa e la stessa evidenza Scritturale, e cioè le due fonti della divina Rivelazione, i falsi papi del Vaticano II hanno mortalmente offeso Dio e sono incorsi nelle seguenti tre scomuniche dei loro predecessori:

a) Quella specifica del Papa Pio IX e del Concilio Vaticano I, Costituzione apostolica Pastor Aeternus (18.7.1870), che punisce severamente chi contravviene, direttamente o indirettamente, alla definizione dell’infallibilità del Papa ivi proclamata: Se poi qualcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione: sia anatema.

Dove il contraddire ha riguardato, direttamente, la “libertà di coscienza e dei culti”, che il Papa Pio IX, nell’enciclica Quanta Cura, avendo ritenuta contraria alla Sacra Scrittura, alla dottrina della Chiesa e dei Santi Padri,  ha condannato senza appello e con le dure parole che seguono: “Pertanto, con la Nostra Autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera e vogliamo e comandiamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le ritengano come riprovate, proscritte e condannate»”; e, indirettamente, l’infallibilità pontificia, contraddetta dal disprezzo della Quanta Cura.

b) Quella specifica del Papa San Pio V, la cui Bolla di promulgazione del Missale Romanum, da valere in perpetuo, messale approvato subito dopo il Concilio di Trento, per difendere la fede cattolica, insidiata dall’eresia protestante, contiene il seguente duro monito:

Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo (Quo primum , 14 luglio 1570).

c) Quella generale di San Paolo, che è Parola di Dio, contro chiunque annunzi un diverso Vangelo:

“Ma se noi stessi o un angelo disceso dal Cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia maledetto!” (Gal 1,8).

A queste tre scomuniche sono indissolubilmente associate altrettante maledizioni che vengono da Dio, e che, privando canonicamente, le une e le altre, della Grazia santificante, rendono assolutamente inutile per la vita eterna qualsiasi azione buona venga compiuta da coloro che sono responsabilmente incorsi nell’apostasia, e preludono alla pena dell’Inferno.

Per evitare di venire scoperti, il sovvertimento conciliare viene mascherato in tutti i modi possibili: col definire il Vaticano II concilio pastorale e non dogmatico; con false dichiarazioni di fedeltà al Concilio di Trento e al Concilio Vaticano I, che vengono nei fatti respinti; con false dichiarazioni di fedeltà alla Scrittura e alla Tradizione (Dei Verbum), “Fonti” che vengono costantemente richiamate e silenziosamente “scremate”; con uno stile letterario bonario ed ottimista, che, dando tutto per pacificamente acquisito, “setaccia” le verità di fede, demolendo la Chiesa Cattolica dalle fondamenta (!).

Tra gli effetti immediati e duraturi del Concilio si rinvengono: svuotamento dei seminari; “abbandono” di preti e suore; laicizzazione dei preti, crollo della tensione mis­sionaria; ecumenismo paralizzante; relativismo etico; anarchia dissolutrice; paganesimo trionfante.

La libertà di coscienza e religiosa conduce alla più sfrenata idolatria della libertà.

Essa, infatti, induce gli Stati a ritenere inesistente un’unica vera religione, depositaria esclusiva dell’unico sistema morale trascendente ed oggettivo, e, per questa via, a paganizzare i loro ordinamenti, legalizzando, sotto gli occhi inebetiti, spesso compiacenti, della falsa chiesa eretica uscita dal concilio, le istanze più immorali e pervertite di gruppi ed individui senza Dio (attacco generalizzato alla famiglia e conseguente progressivo sfascio sociale, con la depenalizzazione dell’adulterio, il riconoscimento dei figli adulterini, la banalizzazione del sesso e dei ruoli, l’assoluta parità marito-moglie, del tutto contraria alla Tradizione bimillenaria della Chiesa e alla stessa Scrittura, il divorzio, l’aborto, il libero amore con la legittimazione delle convivenze di fatto e perfino omosessuali; la pornografia, l’eutanasia, il nudismo, l’immoralità pubblica dilagante ovunque). Queste depravazioni precipitano sempre più nel pattume la società, distruggendo la civiltà cristiana!

Un falso e idolatrico amore per l’uomo, svincolato dalla imprescindibile collocazione al primo posto dell’amore per Dio/Verità, e, sociologicamente parlando, dell’amore per il vero bene comune,  ha indotto un  dissennato clima di perdonismo automatico, radicalmente contrario al Vangelo, che impone invece il pentimento prima del perdono (san Luca 17, 3-4), clima potentemente favorito dalla negazione ostinata dell’Inferno, che ha trasformato l’intera società in una vera e propria associazione per delinquere!

Nella stessa comunità ecclesiale si sviluppano effetti devastanti, quali: la corruzione del clero cattolico (preti e religiosi in forte crisi d’identità, che tutto fanno tranne che i preti e i religiosi, e che scandalizzano con gravi peccati sessuali, quali omosessualità e pedomania: la falsa chiesa americana ha dovuto rimettere un patrimonio in risarcimenti per tacitare le vittime dei falsi preti pedomani); l’aumento vertiginoso degli annullamenti dei matrimoni religiosi; i tentativi di aumentare, addirittura in via amministrativa (cfr. Ratzinger in “Sale della terra”, pp. 234-237!) tali annullamenti e di ammettere alla comunione i divorziati risposati, purché pentiti (!); e quelli di ridurre l’intera morale della Chiesa ad un gruppo di precetti essenziali da rispettarsi in ambito ecumenico (Ratzinger, Colonia 19.8.05): uno scellerato concordismo che conferma nell’errore la coscienza nera di quanti vi si trovano, e che trasforma la morale in politica, contro l’insegnamento dello stesso falso concilio Vaticano II, il quale reclama assolutamente da tutti il primato del rispetto dell’ordine morale oggettivo (I.M. 6)!

I papi del dopo concilio (Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) hanno poi oggettivamente ingiuriato Dio: rimproverandoNe l’assenza (Paolo VI al funerale di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse dopo una vita politica di tradimento della Chiesa; Benedetto XVI nei campi di sterminio di Auschwitz); vergognandosi oggettivamente e nei fatti, e qualche volta anche nelle parole, degli Apostoli, dei Padri della Chiesa, e, in ultima analisi, di Dio stesso, per la loro mancanza di carità verso gli … Ebrei (così il cappuccino apostata Cantalamessa davanti a Giovanni Paolo II, che non lo smentisce pubblicamente, in occasione del venerdì santo 1998); rifiutando la “dottrina della sostituzione”, sulla quale poggia e si giustifica l’esistenza stessa della Chiesa di Cristo, e impostando quella dell’”attesa messianica parallela”, per compiacere gli Ebrei(!); trasformando il Purgatorio da luogo di pena a … Paradiso incompleto (dove una marginale espiazione è ampiamente compensata da una intravista e beatifica visione di Dio); negando ostinatamente l’Inferno, che esiste ma è … vuoto, essendone stato tratto fuori (da Giovanni Paolo II, cat. 28.7.99 e Benedetto XVI, cat. 18.10.06) perfino Giuda – “il figlio della perdizione” (Gv 17,12) –, che la Tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto vi sia di sicuro dentro, per espressa e unanime indicazione evangelica!

I mali gravissimi seguiti al Concilio sono prova ulteriore e sicura che le dottrine insegnate a partire da esso sono eretiche, in virtù del principio evangelico “Tale l’albero, così i frutti”, che smaschera i falsi profeti (Mt 7).

Si schiudono così le porte della  “fine dei tempi”; fine che passa per un’impostura religiosa  e per un’apostasia generale (II Ts 2, 1-8), entrambe sicuramente in atto (v. infra amplius).

Il trono di Pietro, infatti, manca di un vero Papa da ben 55 anni, essendo precipitato in una “vacatio diabolica”, si abbia o no questa percezione. Su di esso siede una figura oggettivamente malvagia, circondata da un esercito sterminato di apostati, più o meno consapevoli, alcuni del tutto ignari; figura che annuncia sinistra la fine dei tempi.

Quanto sopra esposto trova singolare conferma nelle profezie dell’Apocalisse (cfr. quarto allegato), che fanno rizzare i capelli sulla testa!

Nel testo giovanneo, tra l’altro, si parla di una triade del male, composta da:

un  “Drago”, che simboleggia Satana;

da una “Bestia”, che simboleggia l’odierno Stato ateo, e, in ultima analisi, l’uomo stesso che rifiuta il Cristo e si fa Dio, essendo lo Stato null’altro che la comunità organizzata degli uomini;

da una “Altra Bestia”, chiamata anche “Falso Profeta”, che costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia (uomo, Stato ateo).

A questa triade viene poi associata “Babilonia la grande”.

Babilonia è il simbolo della più sfrenata idolatria, della prostituzione per eccellenza (unione nel male = porneia), personificata in una donna, sulla cui fronte è scritto: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”.

Contro questa prostituta si scaglia l’ira di Dio, che riempie più di una pagina dell’Apocalisse.

Per quanto illustrato nell’intero dossier e, più analiticamente, nel quarto allegato, si può allora affermare che la falsa chiesa eretica uscita dal falso concilio apostata Vaticano II è proprio “Babilonia la Grande Meretrice” degli ultimi tempi della storia.

Essa, infatti, trasformatasi in padrona, da serva buona e fedele, della Verità che salva, “divorzia” da Cristo ed invita ad adorare lo Stato e l’Uomo, nei confronti dei quali si è vergognosamente prostituita, legittimandoli nella loro iniquità, consegnando loro i suoi poteri, ricevendone in cambio quel disprezzo che compete ai traditori: proprio come la Bestia “Falso Profeta” dell’Apocalisse (Solo per esemplificare, ricordo l’episodio di numerosi professori dell’Università di Roma che, con il loro atteggiamento ostile, in nome della “laicità dello Stato”, hanno costretto Benedetto XVI a disdire la sua visita all’ateneo nel gennaio del 2008!).

Ma la grande meretrice, “che corrompeva la terra con la sua prostituzione”, sarà precipitata e mai più riapparirà. Dopo una lotta furibonda, essa viene catturata insieme alla “bestia” e al “falso profeta”, e tutti vengono “gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo”, simbolo dell’Inferno, dove vanno tutti coloro il cui nome “non è scritto nel libro della vita”, e dove, insieme a Satana (precipitato alla fine del secondo combattimento escatologico), “saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

Chi mi dà la certezza canonica di essere nel giusto in questa tragica materia? Il Papa Paolo IV, un Papa tridentino, che fu cardinale arcivescovo di Napoli.

Nell’ultimo anno di pontificato, il 1559, in piena tempesta protestante, egli emanò la Bolla «Cum ex apostolatus officio», diretta a preservare e reprimere le eresie in tutti coloro che sono investiti di autorità, siano essi chierici o laici (la cui trattazione estesa figura nel terzo allegato alla presente, dal quale stralcio).

Paolo IV impegna in questa Bolla la pienezza del suo potere apostolico, promulgando una Costituzione “valida in perpetuo”. La sua portata è amplissima, il magistero solenne e definitorio.

Ne deriva che, in base al Concilio Vaticano I, costituzione dogmatica “Pastor Aeternus”, la Bolla esprime magistero infallibile e, dunque, irreformabile.

La finalità generale della Bolla è quella di respingere dall’ovile di Cristo coloro i quali … insorgono contro la disciplina della vera ortodossia e pervertendo il modo di comprendere le Sacre Scritture, per mezzo di fittizie invenzioni, tentano di scindere l’unità della Chiesa Cattolica e la tunica inconsutile del Signore, ed affinché non possano continuare nel magistero dell’errore coloro che hanno sdegnato di essere discepoli della verità”.

I crimini perseguiti sono quelli di aver deviato dalla fede o essere caduti in eresia o essere incorsi in uno scisma, anche se questi crimini siano stati abiurati in pubblico giudizio.

Autori dei crimini devono essere alti chierici e governanti, e precisamente vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, i quali, dovendo istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando, peccano più gravemente degli altri, in quanto dannano non solo se stessi, ma trascinano con se alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, o in altro modo a loro sottomessi (!).

Orbene, “in odio a così gravi crimini, in rapporto ai quali nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio”, gli autori sopra indicati, che siano incorsi nei medesimi, per il fatto stesso e senza alcun altra procedura di diritto o di fatto”, sono interamente e totalmente privati in perpetuo di ogni funzione, incarico, potestà e relativi appannaggi, e sono “abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli” (salvo che mostrino i segni di vero e fruttuoso pentimento), e devono essere considerati “rigettati” e “sovversivi”, e in quanto tali “evitati ed esclusi da ogni umana consolazione”.

E per rendere ancora più sicura la sanzione, la Bolla prevede la “scomunica ipso facto” di tutti coloro che scientemente li accolgono, li difendono o li favoriscono o “insegnino i loro dogmi”, i quali devono essere tenuti come “infami” e privati d’importanti diritti.

La Bolla sancisce, inoltre, la liceità delle persone subordinate di recedere impunemente dall’obbedienza e dalla devozione a tutte indistintamente le autorità deviate dalla fede, che – ribadisce – devono essere evitate come la peste, perché pagani, pubblicani ed eresiarchi, e, a maggior confusione di costoro, “ove pretendano di continuare l’amministrazione”, dispone “sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare.

Ma l’aspetto più importante della Bolla riguarda il Romano Pontefice.

La Bolla stabilisce “l’ineleggibilità al Pontificato” di chi abbia deviato dalla fede o fosse caduto in eresia o scisma, sanzionando sempre e comunque come radicalmente nulla l’elevazione, e nulli tutti indistintamente gli atti ad essa connessi e ad essa conseguenti (par. 6).

Altrove, invece (par. 1), stabilisce la semplice “ammonizione” del Pontefice riconosciuto (soltanto) deviato dalla fede, una fattispecie illecita sicuramente inferiore alla eresia, che è sempre distintamente citata nel testo.

La deviazione della fede non costituisce, infatti, eresia pertinace evidente o condannata in quanto tale, ma una “favola” di paolina memoria (II Tim.3-4), una “novità” che non rientra nell’ortodossia dottrinale. E un pontefice “deviato dalla fede” va ammonito da chiunque, perché venga richiamato alla sua augusta funzione di garante e protettore del “deposito della fede”.

Si osserva subito che Paolo IV, dotato di notevoli competenze letterarie e giuridiche, e indubbiamente assistito dallo Spirito Santo nell’emanazione della Bolla, ha escluso deliberatamente che un Pontefice Romano possa incorrere in eresia.

Ne discende rigorosamente che l’inquilino sul soglio di Pietro che pronunci eresie o compia gesti eretici non è un vero Pontefice Romano, ma un impostore e un Anticristo, un “Abominio della desolazione” sito nel luogo santo, come recita la stessa Bolla (!), la cui elezione è radicalmente nulla, così come tutti i suoi atti, perché era in eresia già prima della elezione, ancorché non si sappia con certezza dove e quando.

In quest’ultimo caso, l’eresia non potrebbe che consistere in una cattiva disposizione d’animo, indice di presunzione sconfinata, per effetto della quale l’impostore medita di giungere al soglio di Pietro, non già per comportarsi da “servo buono e fedele” della Verità che salva, ma per cambiare illecitamente il corso degli eventi e, in ultima analisi, la storia della Chiesa, disattendendo il magistero infallibile pregresso e rompendo la comunione dei santi.

La Bolla di Paolo IV regola in maniera completa la gravissima fattispecie dell’eresia nel governo della Chiesa e della stessa società civile.

La formula di chiusura della Bolla è indice sicuro di magistero infallibile, secondo la stessa definizione che ne dà il Concilio Vaticano I, con la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus:

Pertanto, a nessun uomo sia lecito infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia.

Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Applichiamo, adesso, la normativa della Bolla «Cum ex apostolatus officio» alla gravissima situazione attuale, partendo dall’inizio.

a) Il concilio Vaticano II fu sicuramente convocato per imprimere una svolta radicale alla Chiesa, confondendo le proprie responsabilità pontificali con quelle dei sottoposti, assunti al ruolo di comprimari.

Le  eretiche prolusioni di apertura, la bocciatura di tutti gli atti preparatori, il rifiuto di condannare il comunismo, e soprattutto l’invito alle sedute pubbliche degli eretici ortodossi e protestanti, che sono fuori dalla comunione dei santi, e la collaborazione di costoro nel concilio e dopo ad atti di pseudo magistero, sono tutti fatti indiscutibili di tale finalità.

Ma questo ricorso al Concilio contro il magistero papale precedente è condannato dal Papa Pio II, che, nella sua Bolla ‘Execrabilis‘ (1460) dichiara, non solo che il Pontefice Romano è superiore al Concilio, ma anche che qualsiasi concilio venga convocato per scardinare la Tradizione della Chiesa è decretato in anticipo invalido e nullo.

E siccome questo scardinamento c’è stato e, anzi, si configura, nel suo insieme, come un’apostasia completa dalla fede della Chiesa, il Vaticano II è nullo ed è pertanto da ritenersi un falso concilio!

Non solo. A norma della stessa Bolla, chi lo ha convocato, “fosse pure insignito di dignità Papale” (Giovanni XXIII!), e quanti vi hanno aderito sono scomunicati ipso facto!

b) Abbiamo visto, poi, che, a norma della Costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, della Quanta Cura di Pio IX, della Bolla Quo Primum di Papa san Pio V e della stessa Scrittura (Gal 1,8), i falsi papi del Vaticano II e successivi, avendo sostenuto e determinato questa apostasia dalla fede della Chiesa, sono incorsi nelle scomuniche ad esse associate.

E siccome la Bolla afferma l’incompatibilità assoluta tra Papa ed eresia, ne discende rigorosamente che Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, non sono veri Papi, ma impostori assisi sul soglio di Pietro, abominio della desolazione nel luogo santo che è la Chiesa, segno certo e univoco della fine esistenziale dei tempi.

La loro elezione al soglio è radicalmente nulla, per precedente apostasia, consistente, come già detto, nella cattiva disposizione d’animo, per effetto della quale essi sono giunti al soglio di Pietro per cambiare illecitamente il corso degli eventi, disattendendo il magistero infallibile pregresso e rompendo la comunione dei santi (Giovanni XXIII e Paolo VI), ovvero in quanto eretici scomunicati e decaduti per effetto dell’adesione alle eresie propalate da costoro (tutti gli altri)!

c) Se l’elezione dei falsi papi è nulla e la loro giurisdizione è nulla, ne viene che ogni legittimità nella (falsa) Chiesa Cattolica è, in pratica, venuta meno a partire dalle delle ore 17 del 28 ottobre 1958, momento dell’elezione al papato del “cardinale” Angelo Roncalli !

La Sede Apostolica è dunque vacante da ben 55 anni, nel corso dei quali è stata saccheggiata dai banditi. E nulli sono tutti gli atti posti in essere da questi banditi: nomine di vescovi e cardinali, consacrazioni di preti da parte di questi vescovi e di tutti quei vescovi (e furono proprio tutti, compreso Mons. Lefebvre!) che, anche indirettamente, accettarono i documenti del falso concilio Vaticano II, pur sapendo che contenevano eresie.

Di modo che oggi si può ben dire che la gerarchia ecclesiastica, quella dei cattolici tradizionali inclusa, è tutta illegittima, illecita e, peggio ancora, scomunicata di fatto.

Siccome, poi, non mi risultano esserci state dissociazioni serie nei confronti della “nuova religione”, possiamo affermare, con sufficiente sicurezza, che quasi tutti coloro che oggi si fregiano del nome di cattolici sono verosimilmente degli scomunicati ipso facto.

Nulle sono tutte le encicliche, le esortazioni apostoliche, i “motu proprio”, i processi di canonizzazione: Giovanni XXIII non è beato; ma anche Giuseppe Moscati e Padre Pio non sono santi! Le centinaia di santi operati dal sig. Wotjla sono tutti moralmente e canonicamente falsi! Nulli sono tutti i sacramenti: nulle tutte le eucaristie e tutte le confessioni!

Quanto poi ai conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, oggi “governanti”, di cui pure parla la Bolla, che hanno perduto ogni giurisdizione, se eretici o apostati, ed ogni appannaggio, e devono essere considerati “rigettati” e “sovversivi”, nessuno pensa, ragionevolmente, di potere intervenire a loro carico in un’epoca senza “Pietro” e radicalmente scristianizzata.

Comunque sia, essi sono condannati per effetto della Bolla o, se non credenti, per effetto della stessa Scrittura, perché “chi non crede è già condannato” all’eterna dannazione, al pari degli eretici e degli apostati, i quali si pongono fuori dalla Chiesa, dove non c’è salvezza.

Come ha sempre sostenuto la Chiesa, e ben diversamente da quanto sostiene il Vaticano II, l’unica vera religione è quella cattolica: tutte le altre sono false, anche quando contengano “elementi di verità” o “semi del Verbo”, che dir si vogliano. La presenza accidentale, infatti, di tali “elementi” o “semi” in nessun caso e in nessun modo può indurre a deprecabili sincretismi o irenismi, da sempre vietati dalla Scrittura, come rettamente interpretata dalla Tradizione.

La presenza, inoltre, di tali “elementi” sta solo a significare che sprazzi di bontà e di verità si ritrovano dovunque: solo la vera religione permette d’individuarli e di valorizzarli con sapienza, in un dialogo interreligioso morale e, quindi, serio, il quale annunci chiaramente che la salvezza è solo nella Chiesa Cattolica. Essa è la depositaria esclusiva della Verità su Dio e sull’uomo, che è il Cristo; Il Quale è presente solo in essa, sebbene lo Spirito Santo soffi dove vuole, per muovere l’animo di chiunque verso Gesù Cristo, che è  la Grazia e la Salvezza per chi lo riconosce, e la condanna eterna per chi lo rifiuta. Essa sola amministra i mezzi che sono indispensabili per la salvezza: tutti coloro che non li utilizzano con fede sono a rischio grave di perdizione!

Ma dov’è oggi la Chiesa Cattolica? Vive decapitata e quasi annullata, in modo precario e gravemente asfittico, solo in coloro che professano la fede cattolica vera, che è quella  insegnata dai veri Papi, quelli anteriori al falso papa Giovanni XXIII, i quali furono i custodi della Tradizione bimillenaria della Chiesa.

Le eresie proclamate dal concilio Vaticano II, tenacemente professate dai falsi papi che lo aprirono, lo chiusero e lo attuarono, hanno infatti precipitato da 55 anni la comunità ecclesiale nel rinnegamento e nel tradimento.

La cosa più incredibile è che, nell’apostatare, questa falsa chiesa cattolica ha lasciato ben impressi alcuni segni che denotano emblematicamente la sua falsità.

Come già detto, Giovanni XXIII ha assunto il nome di un antipapa (!), e chi lo portò in precedenza (Giovanni XXII) fu a stretto contatto di eresia (dalla quale, tuttavia,  uscì per iscritto, dicendo che si trattava di un’opinione personale poi accantonata)!

Mentre il nuovo catechismo della falsa chiesa cattolica parla della fine dei tempi in un modo che rispecchia fedelmente quello che essa ha prodotto ed a cui si va incontro:

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti… il mistero dell’iniquità si svelerà sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’anticristo” (CCC n. 676).

Passo che il sito internet Comunità Cattolica “Cristo Maestro” spiega così:

Il Giuda che consegnerà la Chiesa ai suoi aguzzini sarà lo spirito dell’anticristo, che provocherà una generalizzata apostasia, a causa della quale il cristianesimo resterà in piedi solo nelle sue forme esterne, rimanendo svuotato della sua forza rinnovatrice, e sarà proprio questa quell’impostura religiosa di cui si fa cenno al n. 676 del CCC e quell’abominio della desolazione annunciato direttamente da Gesù”.

La miserabile condizione in cui oggi il mondo versa trova presagio e conferma nelle apparizioni mariane a La Salette, nel 1846, e a Fatima, nel 1917.  Dichiarate autentiche dall’autorità della Chiesa, rispettivamente, nel 1851 (vescovo di Grenoble), e 1930 (vescovo di Leiria-Fatima), esse sono ormai di pubblico e consolidato dominio.

# Il 19 settembre 1846 Melania Calvat, assieme a Massimo Giraud, raccontarono di aver ricevuto un messaggio e un segreto durante una apparizione della Madonna. 

Nella prima parte del messaggio venivano descritti gli avvenimenti che poi interessarono buona parte dell’Europa di allora, e che si verificarono puntualmente: guerre civili in Francia, (la Comune di Parigi), in Portogallo, (lotte per l’istituzione della repubblica), in Italia, (guerre di Indipendenza); fine del potere temporale dei papi, (breccia di Porta Pia del 1870); carestie; lotte contro la religione; lassismo morale; decadimento ecclesiastico.

La seconda parte è inerente alla venuta dell’Anticristo ed alla diffusione dell’eresia all’interno stesso della Chiesa.  In essa si diceva chiaramente:Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo”. 

La Vergine parlava inoltre degli  “Apostoli degli ultimi tempi”, i discepoli di Gesú Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, esortandoli ad uscire per illuminare la terra.  Ad essi affida la missione di condurre la Chiesa resiliente verso la Parusia e il Giudizio.

# Il 13 luglio 1917, in piena prima guerra mondiale, la Vergine apparve a tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco presso la Cova da Iria, a Fatima, in Portogallo, e, con loro grande spavento, mostrò loro l’Inferno. Poi disse loro:

“Avete visto l’inferno, dove vanno a finire le anime dei poveri peccatori. Per salvarli, il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che vi dirò, molte anime si salveranno e vi sarà pace. La guerra sta per finire, ma se non cessano di offendere il Signore, nel regno di Pio XI, ne incomincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il gran segno che vi dà Dio che prossima è la punizione del mondo per i suoi tanti delitti, mediante la guerra la fame e le persecuzioni contro la Chiesa e contro il Santo Padre. Per impedire ciò, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace. Altrimenti diffonderà nel mondo i suoi errori suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa …”.

Seguì una visione che costituisce la terza parte del segreto e che Lucia descrisse così:

Il Papa sofferente, accompa­gnato dal suo seguito, fu visto “salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi….Prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, af­flitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che in­contrava nel suo cammino….. Giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacer­doti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni”.

A conferma della veridicità delle apparizioni, il 13 ottobre 1917 la Madonna dette un segno prodigioso che va sotto il nome di “miracolo del sole”, testimoniato da numerosi non credenti.

La Terza parte del Segreto, come la veggente Lucia spiegò al cardinale Ottaviani nel 1955, poteva essere pubblicato nel ‘60, perché allora il suo contenuto sarebbe stato “più chiaro”.

E’ ben noto che i Pontefici da Benedetto XV a Pio XII ritardarono e non consacrarono la Russia al cuore immacolato di Maria nei tempi e nei termini richiesti dalla Vergine, per un chiaro appannamento della loro fede (cfr. “La passione del Cristianesimo” 2001, di Araì Daniele).

Donde il terzo e più grave castigo, rappresentato dalla “decapitazione del papato”.

Questa “decapitazione” papale fu predetta dal Signore in una comunicazione da Suor Lucia al suo Vescovo di Leiria nell’agosto 1931: “Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzio­ne della mia domanda, lo seguiranno nel­la disgrazia. Essa è nella più totale sintonia col terzo segreto di Fatima.

Il Papa ucciso dalla grande apostasia indotta da Giovanni XXIII in poi  è infatti il Papato. E  il “Papa sofferente”, che cammina “con passo tremulo e mezzo vacillante”, e poi “prostrato in ginocchio” è lo stesso papato alla vigilia della grande apostasia.

Le comunicazioni intime del Signore a suor Lucia manifestarono il numero impressionante di anime che si perdono nell’Inferno (a Padre Lombardi nel 1954, nel convento di Coimbra), anche consacrate; mentre annunciavano prossima la fine dei tempi: “La Madonna ha detto espressamente: “Ci avviciniamo agli ultimi tempi” – me lo ha detto tre volte (a Padre Fuentes nel 1957, nel convento di Coimbra).

Questi, in estrema sintesi, i fatti riconducibili alle apparizioni mariane di La Salette e Fatima. Io non so quando verrà questa fine, se fra qualche mese, tra alcuni anni o fra dieci anni, perché la Scrittura non stabilisce date, ma eventi. Tutti gli elementi in mio possesso, però, dicono che gli eventi della “fine” si sono ormai tutti prodotti, e che manca solo l’evento finale: la Parusìa, che significa la venuta di Gesù Cristo per il giudizio universale. Quando, come dice il Vangelo, invano “si batteranno il petto tutte le tribù della terra” (san Matteo 24, 30) per il terrore che l’incredulità e la cattiva coscienza danno agli uomini.

Con la più totale certezza teologica, ritengo che quando si vedranno i primi segni nel cielo, l’umanità sarà virtualmente morta: nessuno potrà più pentirsi di non aver creduto in Cristo e nella Sua Chiesa, e di aver tenuto una condotta contraria ai dieci comandamenti!

La falsa chiesa di oggi, manipolando le Scritture, estrapola le schiere numerose dei santi dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni Apostolo, per lasciare ereticamente intendere che saranno moltissimi i salvati, e questo è vero. Ma chi conosce la vera fede della Chiesa Cattolica, che è quella degli Apostoli, e legge le Scritture secondo la stessa fede, si rende subito conto che molti di più saranno i dannati, per quanto affermato: da Cristo stesso (“molti sono i  chiamati, pochi gli eletti” – in san Matteo 7,13); dallo stesso libro dell’Apocalisse, che parla di interi popoli che si perdono; da grandi santi, quali santa Caterina da Siena, che induce a ritenere sterminato l’esercito dei dannati; e, infine, per quanto suggerito dal più elementare buon senso, che vede ogni giorno folle innumerevoli di gente moralmente lurida, malvagia, violenta, rapace, prepotente e senza Dio morire senza essersi pentita dell’incredulità e del male fatto, perché di morte improvvisa o con gesti che escludono nei fatti un  avvenuto pentimento!

 

Come mostro analiticamente nel terzo allegato alla lettera/dossier sintetizzata, sono enormi le responsabilità dei gruppi cattolici tradizionali e integrali per il radicamento della società nella gravissima crisi. Ma ciò si spiega chiaramente con il fatto che essi stessi sono preda di quella eresia che, a parole, dicono di combattere e, nei fatti, hanno favorito in tutti i modi.

Fin dal falso concilio vaticano II. Concluso il quale, i padri conciliari riuniti nel pur battagliero “Coetus Internationalis Patrum”, massimo gruppo di opposizione, non seppero e non vollero “morire” per Cristo: eleggendo immediatamente un vero Papa; scomunicando solennemente tutti i falsi padri conciliari apostati; e tempestando il mondo intero di comunicati per spiegare cosa era accaduto. Finirono così lo stesso per morire, ma per …. l’Anticristo!

Successivamente, i loro stolti seguaci, che pure avevano avuto tutto il tempo per riflettere e accertare, continuarono a favorire l’apostasia: disprezzando la Bolla del Papa Paolo IV; chiamando Papi, Cardinali e Vescovi gli infami traditori del Cristo, della Chiesa e dell’intera umanità; maramaldeggiando saccenti con il diritto canonico degli impostori; attenuando le responsabilità morali dei traditori di Cristo e della Chiesa; e permettendo in tal modo che, per ben 55 anni e senza che il mondo intero ancora sappia la Verità/Vera sull’intera tragedia, l’abominio della desolazione sguazzasse incontrastato sulla Cattedra di San Pietro, radicando l’apostasia generale, con un diabolico “canone” storicistico ormai impossibile da rimuovere, perché la Verità è stata distrutta, l’iniquità è generale e siamo alla fine esistenziale dei tempi

L’eresia è profondamente immorale; di per sé e per i danni che produce all’intera società, e che sono conseguenti alla perdita della Grazia, senza la quale è impossibile piacere a Dio per mancanza di carità, e il giudizio si corrompe, disseminando un oceano di male.

D’altra parte, se è vero che il miglior parametro per giudicare la veridicità di una nuova dottrina lo fornisce Cristo stesso, invitando a giudicare l’albero dai frutti (Mt 7,7), non resta che vederli questi frutti avvelenati prodotti dalla falsa chiesa del falso concilio vaticano II.

Essa è, infatti, divenuta una Torre di Babele, e una maleodorante “cloaca”: orribilmente sfigurata, protestantizzata, non più educatrice, che non ammonisce più; che accoglie il peccatore senza alcun bisogno di conversione; che salva tutti, anche chi non vuole essere salvato; che perdona tutto e tutti, anche chi non chiede perdono e non vuol essere perdonato; che copre tutte le deviazioni nella misericordia assassina; che relativizza se stessa; che cancella l’Inferno e sminuisce il Purgatorio, rimuovendo il santo timor di Dio e scatenando tutti i criminali, i banditi e gli assassini di ogni risma, che seminano morte e distruzione !

Questa è la sintesi ampia della mia lettera/dossier. Tutto il resto è spiegazione e dimostrazione, nella misura necessaria ad illustrare e documentare adeguatamente la sconvolgente verità. I giudizi in essa contenuti sono espressione di una certezza ormai granitica, a rimuovere la quale sarà necessaria solo una divina, diretta e contraria rivelazione; del tipo di quella concessa a san Tommaso: cosa che, per quanto detto e documentato, ritengo assolutamente impensabile.

Tutto, invero, è avvenuto all’insegna di una inarrestabile, diabolica successione: una superbia sconfinata, che ha generato la cattiva disposizione d’animo, che ha condotto alla violazione del magistero infallibile, che ha fatto incorrere nelle scomuniche, che hanno causato la perdita della Grazia e, con essa, stoltezza e iniquità, magisteriale, teologica e pastorale!

I falsi pontefici del Vaticano II hanno oggettivamente detto che i veri Papi loro predecessori: hanno sbagliato, anche quando si sono espressi “ex cathedra”; non hanno capito nulla della crisi della Chiesa e del mondo; sono stati privi di carità (!), quando si sono lanciati in formule di scomunica, abusando, così, dei loro poteri; non avevano capito la Chiesa dei primi trecento anni, la quale non riteneva affatto che la fede cristiana dovesse assurgere a religione dello Stato.

Essi, invece, hanno capito tutto, cercando di rimediare agli errori compiuti e tornando alla “purezza” delle origini, oscurata da 1.600 – dico 1600! – anni di “sbandamento” (!).

Così ritenendo, però, hanno distrutto la Chiesa Cattolica, avendone fatta a pezzi la figura del Vicario di Cristo, che può sbagliare, e che ha di fatto sbagliato per 1.600 anni (!), non è infallibile e può, quindi, restare inascoltato, checché ne abbia scritto Bonifacio VIII con la bolla “Unam Sanctam”, sul primato dello spirituale sul temporale e del Papa su tutti gli uomini della terra!

Distruggendo, però, la maestà dei loro augusti predecessori, hanno distrutto loro stessi:

a) davanti agli uomini, che, che, a causa dell’indifferentismo religioso da essi stessi prodotto e al conseguente rinnegamento dell’ordine morale trascendente e oggettivo indotto (relativismo etico), non si curano affatto di ascoltarli quando annunciano brandelli di scomoda verità, perché li considerano una semplice agenzia educativa tra le altre;

b) davanti a Gesù/Dio stesso, che hanno disprezzato nei Suoi Vicari, incorrendo nelle loro scomuniche, che li destinano all’Inferno più profondo, e aprendo le porte della fine esistenziale dei tempi!

Credo, peraltro, che la volontà di Dio sia proprio questa fine. E la Sua domanda: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra” (Luca 18,8), chiaramente retorica, inserita nel complesso quadro degli avvenimenti apocalittici, intende semplicemente ribadire il concetto che, alla fine della Storia, l’uomo tradirà Dio in modo abominevole, suscitando l’ira divina, la catastrofe finale e la Sua giustizia!

Certo, si può guardare senza vedere, e vedere senza capire, anche in una situazione di estrema gravità come quella odierna. Chi è in buona fede si salva, ma attraverso un doloroso Purgatorio; perché l’evidenza delle eresie rende pressoché impossibile possederla in modo perfetto, che libera da ogni colpa. E quell’ignoranza che si trova in giro, o è frutto della incredulità, che da sola condanna all’inferno, oppure appartiene ad un credente pigro ed egoista, che poco si cura di vedere bene come stanno le cose, per reagire come ha ordinato di fare il Papa Paolo IV.

Ma chi non volesse vedere, rifiutando di conoscere i fatti, o avesse compreso e, potendolo, non agisse di conseguenza, quale ne sia il motivo, non avrebbe scampo, e sarebbe punito con l’eterna dannazione; per sommo disprezzo di Dio e del prossimo, e nella stessa misura del suo intendere, dei talenti ricevuti e della sua responsabilità ecclesiale, in base al principio cardine di essa, secondo il quale “a chi molto fu dato, sarà chiesto molto di più” (Luca 12,48).

Tale principio continua a valere anche nell’attuale situazione di marasma ecclesiale, in cui sono presenti falsi papi, falsi cardinali e falsi vescovi, per la gravità estrema del sacrilegio perpetrato. E’, infatti, da ritenere pacifico che si tratti della massima offesa arrecata a Dio, perché ci si traveste addirittura coi panni del Suo Vicario e dei Suoi Apostoli, in pratica con Lui stesso, per fare il contrario di ciò che Dio ha comandato!

E la gravità è unica non solo per l’offesa massima arrecata a Dio, ma anche per il danno massimo arrecato agli uomini, che, come dice il Papa Paolo IV è quello d’« irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo ».

L’attuale corso degli eventi rientra dunque pienamente nella permissione di Dio! Di fronte ad esso tutti dobbiamo vivere amando come Gesù ci ha amati, e cioè servendoci reciprocamente nella Verità che è Gesù stesso.

In particolare, dobbiamo vivere la Parola: “Non ascoltateli”, con riferimento ai falsi profeti (Mt 7,15), e anche: “Chi persevererà fino alla fine sarà salvato” (Mt 24,13).

Dobbiamo amare tutti, quindi; anche i falsi profeti assisi sul trono di Pietro, dicendo loro che essi non sono né Pietro, né Paolo, né i Padri della Chiesa che hanno tradito insieme a Cristo stesso.

I falsi papi del falso concilio e dopo, se non si sono davvero pentiti prima della morte, sono stati precipitati nell’Inferno più profondo, perché la maledizione dei loro predecessori viene da Dio! Ma anche se avessero avuto la grazia del pentimento vero e lucido, la loro punizione sarà comunque terribile, in attuazione del principio cardine della responsabilità ecclesiale “a chi molto fu dato, sarà chiesto molto di più”, che permane nella loro condizione per le considerazioni sopra esposte.

E’ anche certo che la Verità può accecare, come avverte Gesù; ma acceca l’iniquo (Gv 9, 39). E c’è anche la cecità degli iniqui alla fine dei tempi (II Ts 2, 12).

Loro che, per grazia di Dio, sono stati informati compiutamente attraverso me stesso, possono ancora uscire da questa volontaria cecità. Ma devono farlo in fretta, perché “poi viene la notte, quando nessuno più può operare” (Gv 9, 4); e non possono conoscere il tempo che sarà Loro concesso, ma solo intuirlo.

E che il pentimento possa non venire tempestivamente per chi vive stabilmente nelle tenebre dovrebbe costituire, più che una eventualità, una certezza, dopo le terribili parole di Santa Caterina da Siena (“Dialogo della Divina Provvidenza”, cap. 43).

Ella dice, infatti, che gl’iniqui peccatori”, i quali “durante la vita sono entrati sotto la signoria del demonio …, appena giungono all’estremità della morte sotto questa perversa signoria, non aspettano altro giudizio, ma da se stessi sono giudici nella loro coscienza, e come disperati giungono all’eterna dannazione. Con l’odio stringono a sé l’Inferno sull’estremo della morte, e prima ancora che l’abbiano, essi mede­simi, coi loro demoni, si prendono in premio l’Inferno”(!).

Urge, quindi, pentimento tempestivo e vero, conversione radicale e ritorno immediato all’amore per la Verità che salva (II Ts. 2,10); conosciuta La Quale, anche con la presente (!), Vi si aderisce e si corrisponde, anteponendoLa all’amore per il “padre” e la “madre”, e quindi a quello per gli apostati assisi sulla cattedra di san Pietro, e a quello della propria stessa vita, come Dio vuole (Mt 10, 37-39).

Questa mia lettera supplisce all’assenza di un’autorità moralmente e giuridicamente costituita, mettendo “in mora” tutti coloro che ne vengono a conoscenza.

Credo fermamente, infatti, che, ricevuta e, dunque, appresa la mia terribile scoperta, che rappresenta, nel suo insieme, proprio quel “Vangelo della fine” che la Vergine consegna ai veri discepoli di Cristo, non si potrà più dire, “quel giorno”, a Gesù Cristo/Giudice: “non avevo capito, che la sede di Pietro era diabolicamente vacante, e che, pertanto, stavo perdendo ozioso il tempo nelle relazioni accademiche, nella sacrilega obbedienza ad un falso papa e ad un falso concilio apostata, contribuendo a far rimanere la Chiesa in un mare d’iniquità e  senza il tuo Vicario, che porta la salvezza e conferma i fratelli nella Verità”.

Si sentirebbe rispondere che è un mentitore, che era stato avvertito in molti modi, e da ultimo con il presente dossier, e che, per empietà, aveva continuato a vivere nell’idolatria dell’Anticristo, e che pertanto lo attendono “le tenebre eterne, ove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 25,30)!

Dott. Antonio Coroniti – Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/87028 Praia A Mare

 

Primo allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

 

LE  ERESIE  DEL  VATICANO  II 

a) Libertà religiosa

 

1. La dottrina del magistero autentico della Chiesa

Essendo stato creato da Dio, avendo ricevuto tutto da Dio, l’uomo deve rendere omaggio al suo Creatore e soprattutto a Gesú Cristo, il Verbo di Dio che è stato costituito dal Padre suo Re dell’Universo.  Consideriamo bene quanto —richiamato da Pio XI— ha insegnato Leone XIII: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa …; ma abbraccia anche quanti sono privi della fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesú Cristo» (Enciclica Annum Sacrum).

Pio XI osserva poi: «Non v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli» (Enciclica Quas primas).

Lo Stato non ha dunque il diritto di essere “laico”; deve, in quanto Stato, riconoscere la regalità di Gesú Cristo e rendergli omaggio. E, beninteso, [deve] fare in modo che non vi sia alcuna contraddizione tra le leggi civili che promulga e le leggi di Dio.

La Chiesa non ammette dunque la libertà di dire e di scrivere qualunque cosa; in opposizione completa al pensiero moderno, ritiene, infatti, che solo la verità abbia dei diritti. L’errore non ne ha alcuno e può tutt’al piú essere tollerato (infra amplius).

Derivando l’una e l’altro il loro potere da Dio ed esercitandosi la loro giurisdizione sugli stessi soggetti, la Chiesa e lo Stato non possono ignorarsi, benché costituiscano due poteri distinti: «… poiché uno e medesimo è il soggetto di ambedue le potestà, e potendo una medesima cosa, quantunque sotto ragione e aspetto differente, appartenere alla giurisdizione dell’uno o dell’altra … Devono dunque essere tra loro debitamente ordinate le due potestà» (Leone XIII, Enc. Immortale Dei).

In altri termini la Chiesa condanna la separazione tra Stato e Chiesa(Sillabo, n. 55).

Anche se spiace alla mentalità moderna, la dottrina cattolica sullo Stato, come fu esposta dai Papi fino a Pio XII compreso, è non poco “intollerante”. Essa afferma che, poiché Cristo ha fondato una sola religione, si deve, nella misura del possibile, cercare di instaurare lo Stato cattolico. E poiché il culto cattolico è il solo veramente gradito a Dio, nessun altro culto pubblico dovrebbe di principio essere tollerato.

Da quanto esposto discende immediatamente che, davanti a Dio, non esiste libertà religiosa o di coscienza per l’uomo. Egli, invero, non può scegliere la religione o la coscienza che gli piace, essendo tenuto a cercare la verità, che è il vero bene, e ad aderirvi.

L’uomo, quindi, che rifiuta di aderire alla verità interiormente è colpevole (foro interno); ma si tratta di un affare da sistemare tra lui e Dio solo (c. d. libertà religiosa in foro interno). Il potere civile non deve immischiarsene e non può, in particolare, forzare qualcuno a credere. Come scrive Papa Leone XIII nella “Immortale Dei (1885), infatti:

<<La Chiesa è tenuta a prendere la più grande cura che nessuno sia forzato ad abbracciare la Fede Cattolica contro la sua volontà, perchè, come saggiamente ci ricorda S. Agostino, “l’uomo non può credere altrimenti che con la propria libera volontà”>>.

Ma la c. d. libertà religiosa in foro interno non implica affatto la libertà religiosa in foro esterno, vale a dire il diritto di praticare pubblicamente qualsiasi culto, di insegnare qualsiasi errore. La libertà di ognuno in questo campo è limitata infatti dal diritto degli altri, e particolarmente delle persone più deboli e indifese, ad essere protetti contro le idee false, che sono sempre dannose o perniciose,  per l’uomo stesso che le sostiene e per l’intera società.

Questi principi si ritrovano nella Tradizione della Chiesa e, segnatamente, nei Papi da Gregorio XVI (1831) a Pio XII (1958), che, vedendoli chiaramente messi in pericolo dalle idee anticristiane del loro tempo, li confermano con magistero infallibile e, dunque, irreformabile.

In relazione al quale il Concilio Vaticano I, nella Costituzione apostolica Pastor Aeternus (18.7.1870), afferma solennemente:

Quindi Noi aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta dai primi tempi della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della religione cattolica e della salute dei popoli cristiani, approvante il sacro Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato, che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i Cristiani, in virtú della sua suprema Autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, da tenersi da tutta la Chiesa: in virtú della divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, è dotato diquella infallibilità, della quale il divino Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede o ai costumi; e che perciò tali definizioni del Romano Pontefice per sé stesse, e non già mediante il consenso della Chiesa, sono irreformabili.

Se poi qualcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione: sia anatema”

 

Di qui le quattro ben note condizioni della infallibilità pontificia:

1. Il Papa deve parlare come pastore e dottore di tutti i cristiani.

2. Si deve trattare di fede o di costumi.

3. Il Papa deve ben precisare le tesi in questione e dire chiaramente da che parte sta la verità.

4. Il Papa deve, almeno implicitamente, obbligare i fedeli ad accettare la sua definizione.

È importante, in proposito, notare che l’infallibilità pontificia non data dal 1870. Come ricorda Pio IX nella sua definizione, si tratta di una «tradizione ricevuta dai primi tempi della fede cristiana». Pio IX, nel 1870, non ha fatto altro che “definire” solennemente la materia. Anche i documenti pontifici anteriori al 1870 sono “infallibili” se soddisfano le quattro condizioni.

Di questa prerogativa dell’infallibilità pontificia si è avvalso con certezza il Papa Pio IX , che, nell’enciclica Quanta Cura (8.12.1864), con annesso Sillabo degli errori condannati, richiama una lunga serie di perverse ed errate opinioni, tra cui le seguenti:

(a) “la migliore condizione della società è quella in cui non si riconosce allo Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della Religione cattolica, se non in quanto lo chieda la pubblica pace“;

(b)”la libertà di coscienza e dei culti è diritto proprio di ciascun uomo;

(c) che si deve proclamare e stabilire per legge”:

che, ritenute contrarie alla Sacra Scrittura, alla dottrina della Chiesa e dei Santi Padri,  condanna con le dure parole che seguono:

“Pertanto, con la Nostra Autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera e vogliamo e comandiamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le ritengano come riprovate, proscritte e condannate»”.

 

È evidente che le quattro condizioni della infallibilità sono qui riunite:

1. Il Papa precisa di agire in virtú della sua carica e della sua autorità apostolica.

2. Il Papa si propone di giudicare la moralità delle leggi promulgate dagli Stati.

3. Come si può vedere, le proposizioni condannate sono enunciate in termini chiari e precisi.

4. Il Papa indica esplicitamente che i fedeli devono accettare le condanne da lui comminate.

L’infallibilità verte su «tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera». Queste opinioni sono infallibilmente condannate da quando il Papa le ha chiaramente definite!

2. La dottrina del Vaticano II sovverte del tutto quanto già infallibilmente stabilito.

Il passo principale recita testualmente:

«Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà consiste in ciò, che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte sia di singoli individui, sia di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, e in modo tale, che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti (rispetto del giusto ordine pubblico – n.d.a.), ad agire in conformità ad essa privatamente e pubblicamente, da solo o associato ad altri. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della parola di Dio rivelata sia tramite la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società». Esso“perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa” (D. H. 2).

Altrove poi aggiunge:

“Gli enti religiosi hanno anche il diritto di non essere ostacolati nel loro pubblico insegnamento e testimonianza della loro fede, mediante la parola sia orale che scritta” (D. H. 4).

“Compete inoltre al significato di libertà religiosa che non si debba proibire agli enti religiosi di esercitare liberamente azioni volte a mostrare lo speciale valore della loro dottrina in ciò che concerne l’organizzazione della società e l’ispirazione di tutte le attività umane”(D .H. 4).

Se, considerate le circostanze particolari dei popoli, nell’ordinamento giuridico di una società viene attribuito ad una determinata comunità religiosa uno speciale riconoscimento civile, è necessario che nello stesso tempo a tutti i cittadini e a tutte le comunità religiose venga riconosciuto e sia rispettato il diritto alla libertà in materia religiosa  (D. H. 6).

3. Confronto e critica

La semplice lettura dei passi permette di verificare il completo ribaltamento di quanto stabilito dalla Chiesa.

In particolare (in D. H. 2), il Vaticano II afferma lecito esattamente tutto ciò che condanna Pio IX

1. Il Vaticano II non riconosce al potere pubblico il dovere di reprimere le violazioni della legge cattolica poiché: «In materia religiosa nessuno […] sia impedito […] ad agire in conformità ad essa [la sua coscienza] […] pubblicamente [foro esterno], da solo o associato ad altri».

2. Per il Vaticano II, la persona umana ha diritto alla libertà religiosa.

3. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa, nell’ordine giuridico della società deve essere riconosciuto in modo tale che costituisca un diritto civile.

Mentre, nei successivi passi riportati, conferma chiaramente che sta parlando, non già della sola religione cattolica, che ammucchia tra le altre, ma di qualsiasi religione; il che vanifica radicalmente l’affermazione di principio secondo la quale l’unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica, inserita nel preambolo del documento per attenuare le aspre critiche di quei padri conciliari i quali sostenevano che verità ed errore erano stati posti sullo stesso piano!

Con il Vaticano II, sparisce, quindi, la distinzione tra sfera privata (anche prima rispettata) e sfera pubblica (da riservare alla sola vera religione); non si distingue più tra forzare ad agire e impedire di agire (lo Stato non può forzare qualcuno ad agire contro la sua coscienza, ma ha il diritto, per contro, in casi determinati, di impedirgli di agire secondo la sua coscienza); e, cosa ancora più grave, la libertà religiosa diventa diritto biblicamente fondato e da iscrivere nell’ ordinamento giuridico statale.

Riguardo al termine “diritto”, precisiamo subito che Papa Leone XIII insegnò nell’enciclica “Libertas” (20 giugno 1888):

“Il diritto è una facoltà morale, e, come abbiamo detto, e non può essere abbastanza spesso ripetuto, sarebbe assurdo credere che appartenga naturalmente e senza distinzione alla verità ed alle menzogne, al bene ed al male.”

E per quanto si riferisce agli obblighi dei governi, Papa Pio XII insegnò nella allocuzione ai giuristi cattolici “Ci Riesce” (6 dicembre 1953):

“Si deve chiaramente affermare che nessuna autorità umana, nessuno Stato, nessuna Comunità di Stati, di qualsivoglia carattere religioso, può dare un mandato positivo o una autorizzazione positiva di insegnare o di fare ciò che è contrario alla verità religiosa o al bene morale… Qualsiasi cosa non risponda alla verità ed alla legge morale non ha oggettivamente alcun diritto ad esistere, né alla propaganda, né all’azione (!).”

L’errore e le false religioni, quindi, non possono essere oggetto di un diritto naturale (con “naturale” si intende presente in natura, dato da Dio!). Se, invero, le società garantiscono promiscuamente il diritto alla libertà di tutte le religioni, il risultato naturale è l’indifferentismo religioso, la falsa nozione che una religione sia buona quanto un’altra (!).

Dalla libertà religiosa, poi, segue strettamente la libertà di coscienza, e, in ultima analisi, la libertà di errore in sede pubblica, con il risultato finale di precipitare la società nel caos più totale (relativismo etico)!

Proprio quanto avvenuto per effetto del diritto alla libertà religiosa introdotto dal Vaticano II. Dalla data del cambiamento, le legislazioni degli Stati si paganizzarono, accogliendo tutti i tipi di opinioni e credenze, e giungendo così a legalizzare la pornografia, i contraccettivi, il divorzio, l’eutanasia, l’omosessualità e l’aborto!

Perché tutto ciò? La risposta si trova nell’enciclica Mirari Vos di Papa Gregorio XVI:

 

“Questo è il più contagioso degli errori, che prepara la via per quella assoluta e totalmente illimitata libertà di opinioni che, per la rovina della Chiesa e dello Stato, si diffonde ovunque e che certuni, per eccesso di impudenza, non temono di propugnare come vantaggiosa per la religione. Ah, ‘Qual morte delle anime più disastrosa della libertà di errore ’, disse S. Agostino. Nel vedere quindi la rimozione dagli uomini di ogni freno capace di mantenerli sui cammini della verità, portati come già sono alla rovina per naturale inclinazione al male, Noi affermiamo invero che si è aperto il pozzo dell’inferno del quale S. Giovanni descrisse un fumo che oscurava il sole e dal quale emergevano locuste a devastare la terra. Questa è la causa della mancanza di stabilità intellettuale; questa è la causa della corruzione continuamente crescente della gioventù; questo è ciò che causa nel popolo il disprezzo dei sacri diritti, delle leggi e degli oggetti più santi. Questa è la causa, in una parola, del più mortale flagello che possa rovinare gli Stati; poiché l’esperienza prova, e la più remota antichità ci insegna, che per effettuare la distruzione del più ricco, del più potente, del più glorioso, e del più fiorente degli Stati, null’altro è necessario oltre quella illimitata libertà di opinione, quella libertà di pubblica espressione, quella infatuazione della novità.”

 

Fino a prima del Vaticano II, tutti i teologi erano d’accordo nel riconoscere il carattere di infallibilità delle condanne sancite da Pio IX nella Quanta cura.

Ma la cosa veramente più grave è la piena consapevolezza degli autori, papi, cardinali, teologi, di aver rinnegato il precedente magistero: tutti o quasi già sapevano dell’insanabile conflitto, e moltissimi ne furono ben lieti!

Solo per esemplificare, e non certo per dimostrare quanto era di dominio pubblico, riporto quanto segue (cfr. sito Fraternità S. Pio X, in “La Chiesa attraversa una crisi senza precedenti”).

Riguardo alla “libertà religiosa” ecco quanto affermava P. Congar: Non si può negare che la Dichiarazione sulla libertà religiosa dica materialmente una cosa diversa dal Syllabus del 1864 e anzi quasi il contrario!“. E aggiunge ancora, questa volta nel libro di Eric Vatré, “Alla destra del Padre”: Dietro richiesta del papa, ho collaborato agli ultimi paragrafi della dichiarazione sulla libertà religiosa: si trattava di dimostrare come il tema della libertà religiosa apparisse già nella Scrittura; tuttavia non c’è. P. Congar afferma dunque che non si è trovato nelle Scritture un testo che fosse di fondamento alla tesi sulla libertà religiosa definita dal Concilio (!).

Mons. Etchegarray: “Dopo lo stato cristiano per il quale la dichiarazione suona le campane a morto, dopo lo stato ateo che ne è l’esatta e insieme intollerabile antitesi, lo stato laico, neutro, passivo e disimpegnato è stato certamente un progresso!”.

Anche la Commissione mista cattolico-luterana è stata ammessa per dare il suo parere e non se n’è astenuta: “Tra le idee del Concilio Vaticano II, in cui si può vedere che le richieste di Lutero sono state ben accolte, si trova per esempio l’impegno in favore del diritto della persona alla libertà in materia di religione”.

P. Courtnay Murray, che fu uno degli esperti del Concilio e senza dubbio uno di quelli che più lavorò sulla Dichiarazione sulla libertà religiosa, afferma: A quasi esattamente un secolo di distanza, la Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa sembra affermare come dottrina cattolica ciò che Gregorio XVI considerava come un delirio, un’idea folle“.

M. Prélot, senatore del Doubs, cattolico molto liberale: “Noi abbiamo lottato per un secolo e mezzo (è senza dubbio massone) per fare prevalere le nostre opinioni all’interno della Chiesa e non c’eravamo mai riusciti; alla fine, è venuto il Vaticano II e noi abbiamo trionfato: ormai le tesi e i princìpi del cattolicesimo liberale sono definitivamente e ufficialmente accettati dalla Santa Chiesa!”.

E il cardinale Suenens nel 1969 aggiunge: “Si potrebbe fare una lista impressionante delle tesi che, insegnate a Roma prima del Concilio come le uniche valide, furono eliminate dai Padri conciliari“.

Da ultimo, il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, nella sua opera “I princìpi della teologia cattolica”, riguardo alla Gaudium et spes ha riconosciuto che se si cerca una diagnosi globale del testo, si potrebbe dire che è, insieme ai testi sulla libertà religiosa e sulle religioni nel mondo, una revisione del Syllabus di Pio IX, una sorta di contro-Syllabus.“Questo testo assolve il ruolo di un contro-Syllabus nella misura in cui rappresenta un tentativo per una riconciliazione ufficiale della Chiesa con il mondo quale era diventato dopo il 1789“. In un articolo pubblicato in precedenza aveva affermato che il problema degli anni ’60 era di riuscire a recuperare e a inserire nella Chiesa delle tesi liberali nate al di fuori della Chiesa, dopo la Rivoluzione. Come riuscire a far coincidere queste tesi liberali nate al di fuori della Chiesa con il pensiero della Chiesa? Lo dirà in un articolo del 1992, dunque di qualche anno più tardi: Non desideriamo imporre il cattolicesimo all’Occidente, ma vogliamo che i valori fondamentali del cristianesimo e i valori liberali dominanti nel mondo d’oggi possano incontrarsi e fecondarsi reciprocamente“(!).

Posizione che resta immutata in Benedetto XVI. Il quale, nel suo discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana in occasione dei 40 anni dalla chiusura del Vaticano II, conferma la violazione, la cui gravità non gli sfugge, al punto che tenta di giustificarla. E, con argomentazioni doppie e allucinanti, sostiene che le “correzioni storiche” apportate dal Vaticano II alle posizioni della Chiesa sono del tutto fedeli alla primitiva Tradizione Apostolica, che rifiutava l’idea di un cristianesimo inteso quale religione dello Stato (!).

4. Conclusione

E’ così del tutto evidente il contrasto in materia di libertà religiosa e di coscienza tra la concezione della Chiesa prima del concilio Vaticano II e quella successiva a tale evento. E siccome, contrariamente a quanto avviene nella società civile, dove la legge successiva (secondo morale) può modificare quella precedente (secondo morale), perché trattano di questioni opinabili (e se non sono secondo morale non “legano” un bel niente, essendo carta straccia!), contrariamente a quanto avviene nella società civile – dicevo – nella Chiesa il magistero infallibile precedente vincola in modo assoluto il magistero successivo, perché la fede e la morale poggiano sul “deposito della fede” e sulla “Tradizione”, ne consegue che la concezione espressa dal Vaticano II in contrasto con il precedente magistero infallibile della Chiesa è eretica e, pertanto, radicalmente nulla.

I papi del concilio Vaticano II sono scomunicati. Essi, infatti, avendo affermata la libertà religiosa di qualunque culto quale diritto della persona umana fondato sulla fede cattolica e da riconoscere con legge dello Stato, hanno calpestato consapevolmente il magistero infallibile dell’Enciclica Quanta Cura, hanno oggettivamente contraddetto la stessa solenne definizione della infallibilità pontificia stabilita dalla Costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, e sono perciò incorsi nella maledizione e nella scomunica ivi sanzionata.

b) Comunione dei Santi e Salvezza  (in breve)

Si rilevano le seguenti gravi divergenze tra Catechismo di San Pio X e C.C.C. del Vaticano II:

 

  • Non si dice più che i rami secchi della Chiesa (membri in peccato mortale) non partecipano ai beni comuni interni della Chiesa (grazia, fede, speranza, carità, meriti infiniti di Cristo, frutto delle opere buone, meriti Maria e santi).
  • Non si dice più che non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che sono fuori della vera Chiesa, e cioè: Ebrei, infedeli (maomettani), eretici (protestanti), apostati, scismatici (ortodossi) e scomunicati.

Resta, così, come già detto, una nuova e falsa religione universalista, che dilata a dismisura la via della salvezza, apre al mondo peccatore e agli eretici, che non hanno più bisogno di conversione (appartenendo essi, semplicemente, ad una “diversa e arricchente tradizione ecclesiale”: Giovanni Paolo II a  Paderborn in Germania, per esempio, nell’incontro coi rappresentanti delle chiese evangeliche del 22.6.1996!), riconosce gli scismatici, che sono “vera chiesa” locale (U.R. 14-15).

Ricordo subito, in proposito, che Il Papa Pio IX, nella Quanta Cura con annesso Sillabo, in piena sintonia col Concilio di Trento, condanna, tra gli altri errori, l’affermazione:

 “Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella quale egualmente che nella Chiesa cattolica si può piacere a Dio (XVIII);

che è proprio quella di Giovanni Paolo II, il quale, così dicendo, è incorso in un’altra scomunica (!).

  • Nel C.C.C. si minimizzano le colpe degli Ebrei increduli, annacquandole in quelle generali.

La forte polemica antigiudaica del Vangelo di Matteo è totalmente ignorata.

La vigna di Nabot non viene più interpretata secondo il significato originario.

Nella Messa del Venerdì Santo non si prega più perché gli Ebrei increduli si convertano e, così, si salvino, ma semplicemente perché possano progredire nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza (che hanno infranto respingendo Cristo/Verità), così che possano giungere alla “pienezza” (!) della redenzione.

Tutto ciò rappresenta la negazione della “dottrina della sostituzione” della Chiesa alla Sinagoga, su cui fonda l’esistenza stessa della Chiesa, quale “resto d’Israele” e “nuovo Israele”. La Chiesa viene così stravolta dalle fondamenta!

Nel C.C.C. sono del tutto sparite le preghiere comuni e le formule di dottrina cattolica.

Nel compendio del C.C.C. sono ritornate; ma tra le formule di dottrina cattolica non figurano più:

a) i sei peccati contro lo Spirito Santo (disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnazione della verità conosciuta; invidia della grazia altrui; ostinazione nei peccati; impenitenza finale);

b) i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio (omicidio volontario, peccato impuro contro natura, oppressione dei poveri, frode nella mercede agli operai).

c)  Riforma liturgica del Vaticano II

 

Il Novus Ordo Missae, criticato a 360 gradi, in una lunga lettera del Corpus Domini 1969 a Paolo VI inviata dai Cardinali  Ottaviani e Bacci (davvero splendida per razionalità, forma e contenuto, e che farò avere a chi ne fosse interessato), ha incanalato la liturgia cattolica in chiara direzione della riforma protestante (oscuramento della messa quale sacrificio espiatorio; oscuramento del sacerdozio ministeriale; esaltazione del sacerdozio comune; oscuramento della stessa realtà della Transustanziazione!).

E tutto ciò nel più palese disprezzo del magistero infallibile pregresso della Chiesa Cattolica. Il Papa San Pio V, infatti, curò l’edizione del Missale romanum, da valere in perpetuo, affinché  fosse strumento di unità tra i cattolici. In conformità alle prescrizioni del Concilio Tridentino esso doveva escludere ogni pericolo, nel culto, di errori contro la fede, insidiata allora dalla Riforma protestante. Così gravi erano i motivi del Santo Pontefice che mai come in questo caso appare giustificata, quasi profetica, la sacra formula che chiude la Bolla di promulgazione del suo Messale:

 

Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo (Quo primum , 14 luglio 1570).

 

Maledizione nella quale sono senza dubbio incorsi tutti i falsi papi della chiesa conciliare.

d) Violazione divieto communicatio in sacris

 

Per mettere in pratica le dottrine del Vaticano II, fu necessario cambiare il Codice di Diritto Canonico del 1917 (c. d. codice Pio – Benedettino). Secondo il nuovo codice del 1983 (can. 844), i non-cattolici possono, in certe circostanze, richiedere i “sacramenti” ad un prete cattolico (senza che il non-cattolico abiuri i suoi convincimenti eretici), ed il prete ha l’obbligo di amministrarglieli. Il Concilio di Firenze, come anche il Codice di Diritto Canonico del 1917 proibisce ciò in modo rigoroso (can. 731).

Come anche proibiva rigorosamente quanto segue:

Canone 1258 §1: I fedeli non possono in alcun modo assistere attivamente o prender parte attiva nelle cerimonie religiose degli acattolici (communicatio in sacris).

Canone 2316: Chi coopera in qualsiasi modo spontaneamente e scientemente alla propagazione dell’eresia o chi pratica communicatio in sacris con gli eretici, contro il dettato del canone 1258 è sospetto di eresia.

Gesti tutti compiuti dai falsi papi dal Concilio Vaticano II in poi.

e) Un effetto dirompente: l’irrilevanza teologica e sociale del pentimento

 

Con il Vaticano II, nel tentativo disperato di compensare la perdita della fede, si sono sprecati gli appelli ad una generica conversione del cuore, specialmente nel tempo di Quaresima, citando a sproposito Dio e i santi.

Qualcuno, dopo avere ricevuto le prove dell’apostasia consumata dalla falsa chiesa cattolica uscita dal concilio, anziché convertirsi alla fede vera della Chiesa e combattere per il suo trionfo, ha avuto un giorno l’ardire di ricordarmi per iscritto un pensiero di sant’Antonio (“Dio è misericordia. Dio ama i peccatori, perdona sempre. Il Suo perdono è risurrezione, è vita nuova”), che, dopo quanto gli avevo scritto e documentato, costituiva una inammissibile provocazione.

Conosco bene il pensiero di sant’Antonio, avendolo studiato con devozione, anche perché ne porto il nome. E mai l’illustre santo si è sognato di pensare ad un perdono che prescinde dal pentimento (san Luca 17, 3-4), perché questo argomentare è assolutamente in contrasto con la fede cattolica, ed  anzi costituisce eresia, di marca protestante, che il concilio di Trento ha duramente condannato (cc 19° e 20° p. est.).

Solo nel dopo concilio Vaticano II, in dipendenza di un processo di apostasia sempre più marcato, si è finito col ritenere, di fatto, il perdono del tutto prescindibile dal pentimento, perché Dio sarebbe infinita misericordia, che ama i peccatori, che perdona tutto, anche le cose più abominevoli, che perdona tutti, anche chi non vuol essere perdonato, che assolve tutti, anche chi non vuole essere assolto, che tutti manda in Paradiso, nella misericordia assassina. Come ampiamente riferisco e mostro nel presente dossier.

Inutile dire che questo modo assolutamente antievangelico di pensare e di dire ha favorito oggettivamente il radicamento nella situazione di peccato di tutti i criminali, figli del diavolo, che hanno utilizzato la loro libertà per bestemmiare Dio e per uccidere il prossimo, e che, ciononostante, muoiono – senza segni di pentimento –  nella comune aspettativa, iniqua e sovversiva, che anch’essi possano essersi salvati e, prima o poi, vadano in Paradiso, salvo un rapido passaggio per il Purgatorio, dove una marginale espiazione è ampiamente compensata dalla intravista visione beatifica di Dio!

E’ questo che ha insegnato Giovanni Paolo II, come documento ampiamente nel presente dossier! E ciò contribuisce a spiegare alla perfezione perché l’Occidente è sprofondato nel disordine e nella violenza, nella perversione più sfacciata e, in breve, nella rovina più grande mai registrata in epoca cristiana.

Questo modo di pensare è non solo sommamente eretico, ma anche delinquenziale! Le due cose, peraltro, si coniugano bene, perché ogni eretico è oggettivamente un delinquente!

E’ vero, infatti, che Dio ama anche i peccatori più grandi e incalliti. Ma questo amore, ben lungi dal confondersi con una qualsivoglia simpatia per essi, perché i peccati e, dunque, anche i peccatori che se ne rendono responsabili, sono nemici di Dio e dell’uomo, è “servizio” alla Verità e nella Verità, e consiste nel correggerli, facendo loro pervenire tutti i possibili segnali dello stato di potenziale perdizione in cui si trovano, perché se ne pentano, si convertano e vivano.

Prima che la comunità ecclesiale apostatasse dalla Verità, veniva richiamata l’opera di misericordia spirituale “ammonire i peccatori”, che rappresentava bene quale fosse il vertice dell’amore vero nei loro confronti.

f) Degenerazione del principio Petrino e del principio Mariano

 

Il principio Mariano è l’obbedienza attiva alla volontà di Dio, volontà che il principio Petrino illumina e indica. “Maria” conduce a Gesù: “fate quello che vi dice” Gesù/Verità; “Pietro”, vicario di Cristo, è, in pratica, colui che “dice” la Verità.

Il Vaticano II, con la rinuncia ad “affermare” la Verità in tutte le sedi, ritenuta ereticamente un’inammissibile imposizione (contra Mt 28,19 e Mc 16,16), rinuncia che si è tradotta nella libertà di professare pubblicamente e per legge qualunque religione (falsa libertà religiosa), nella rinuncia ad ammonire,  nella necessità di partire da ciò che unisce nel dialogo ecumenico e interreligioso (falso ecumenismo), ha bruciato il principio Petrino, che forma un binomio indissolubile con quello Mariano.

Rimasto solo, il principio Mariano si è corrotto; la “(MA)donna” (signora) è ridiventata Eva, femmina malvagia, prostituendosi al “mondo”; da “madre e maestra”, è diventata matrigna e cattiva maestra; da “maestra di vita” a formatrice di malavita.

Così la falsa chiesa conciliare ha finito di evangelizzare, riducendosi a polvere, sale insipido, luce nascosta sotto il moggio, minestra avariata da gettare nella spazzatura, in una parola “perdendosi”, e indicando al “mondo” la via maestra per conseguire questo risultato.

E’ l’apostasia generale degli ultimi tempi, dove l’anticristo, l’usurpatore è il finto sommo pontefice assiso sulla cattedra di Pietro!

g) Degenerazione della Logica

 

Un ragionamento formalmente perfetto è costituito dal sillogismo, il quale è composto da   una “premessa maggiore”, da una “premessa minore” e da una “conclusione”. Esso costituisce la base della logica, che si può distinguere in minor e major.

Una Logica Minor non esce dalla opinabilità di un mondo senza Dio, tutto e solo umano, e, quindi, esprime una visione puramente naturalistica.

In tal caso si può avere un ragionamento corretto ma non vero, perché la premessa maggiore non riflette principi assoluti (Verità), di ordine chiaramente trascendente, e basta formularla in modo da non urtare il senso comune con la conclusione.

E’ questa la logica di tutte le cose opinabili; e domina incontrastata in un mondo senza Dio, sepolto dal relativismo, dove tutto è opinabile.

Una Logica Major, invece, affonda le sue radici nel trascendente, perché la premessa maggiore riflette principi assoluti, che costituiscono la Verità. E la Verità è Gesù.

Il ragionamento non è, dunque, solo corretto, ma anche veritiero, e diventa oggettivamente incontrovertibile, sfociando nel buon senso. Sebbene il malvagio di turno, alla stregua del “lupo cattivo” con l’agnello, possa sempre rigettarlo, con argomentazioni false e irrazionali.

La logica Major è oggi sparita nell’intera società Occidentale, perché gli uomini alla guida della Chiesa Cattolica, dall’epoca del falso concilio Vaticano II, hanno apostatato dalla Verità, schiacciandosi nell’immanente e inducendo l’apostasia generale.

La logica del senso comune, o logica minor, ha così detronizzato la logica major. Perchè il cancro dell’eresia, che tutto perverte e deforma, ha consentito al “senso comune”, lontanissimo dalla vera fede cattolica, di prendere abusivamente il posto del più “elementare buon senso”.

 

APPENDICE AL PRIMO ALLEGATO

Breve profilo, nei gesti e nelle affermazioni eretiche, dei papi dal Concilio

 

Una premessa

Il Vaticano II, nelle sue linee essenziali di rottura con la Tradizione e con la stessa Scrittura, era già tutto nella mente eversiva dei due falsi pontefici che lo convocarono e lo conclusero. Dal loro posto privilegiato di osservazione, essi sapevano bene quale aria si respirava nei sotterranei della Chiesa, ed anziché bonificarla con tutti gli strumenti posti a disposizione del Vicario di Cristo, la legittimarono con la loro autorità e, quindi, oltre a farla uscire allo scoperto, l’ingigantirono!

I membri conciliari caduti nell’eresia si scatenarono in affermazioni di una gravità inaudita, spinti a ciò dalla sistematica omertà dei falsi pontefici. L’eversività fu tale che si tentò sempre di mascherarla con continue manifestazioni di falsa fedeltà a quella Tradizione (Concilio di Trento, Concilio Vaticano I, Papa Pio IX e san Pio X) che, nelle parole e nei fatti, si andava a demolire.

Paolo VI, che chiuse il concilio approvandone tutti i documenti, salvò soltanto il Primato e, tra l’ostilità degli eretici, la Vergine Maria Madre della Chiesa.

La Vergine Maria, perché era quello che restava alla falsa chiesa cattolica, dopo che un totalizzante e, dunque, falso principio mariano, aveva distrutto il principio petrino!

Il Primato, per difendere la propria persona dall’irrilevanza. Si trattava, peraltro, di una irrilevanza puramente formale, perché quella sostanziale l’aveva già conseguita con la demolizione di fatto dei suoi augusti predecessori, veri Pontefici Romani sulla Cattedra di san Pietro.

Con tutto ciò, errerebbe di molto chi ritenesse che dai falsi papi del concilio Vaticano II e successivi siano uscite solo affermazioni eretiche.

Specialmente nella fase iniziale della rottura, affermazioni chiaramente eretiche si accompagnarono ad affermazioni ambigue ed a molte affermazioni ortodosse, in un miscuglio infernale che è tipico delle eresie. In questo modo ci si illuse, ingannando moltissimi, di aver conservato un collegamento con la Tradizione, nel momento stesso in cui essa veniva rigidamente setacciata e scremata, per il raggiungimento d’interessi personali, mascherati da interessi sociali, che le eresie sempre dirigono.

Col trascorrere degli anni, però, la componente ereticale e ambigua, come un “cancro” divoratore, ha distrutto progressivamente la retta dottrina, prevalendo sempre più su di essa, fino a giungere, nei primi anni del nuovo millennio, ad un marasma sinistro e indicibile, ad un trionfo dell’idolatria che ha quasi distrutto ogni vero Bene.

Giovanni XXIII (1958-1963)

Dopo averli condannati con la scomunica estesa a iscritti e votanti (1959), “aprì” ai comunisti, e al mondo intero, in un’opera pastorale tutta protesa alla ricerca della “pace”: una pace concettualmente indefinita e pastoralmente attuata in modo tutto e solo umano, ben lontana da quella che predica Cristo (“non come la dà il mondo io la do a voi”!).

Per sventare la crisi di Cuba (1962), scrisse a Kruscev una lettera nella quale in pratica affermava che si poteva amare l’uomo a prescindere dall’amore per Dio (l’amore autentico per l’uomo si unisce all’amore di Dio, “per cui anche se non se ne pronuncia il nome si è religiosi”), dando così origine ad un modo assolutamente falso di amare, che avrebbe dato i suoi frutti peggiori nel dopo Concilio.

Le parole di apertura del concilio Vaticano II condannavano i “profeti di sventura” (che erano poi stati i veri Papi suoi predecessori!), e sottolineavano il fatto che la Chiesa intendeva portare il Vangelo al mondo non con la (se)verità, ma con la “medicina della misericordia”. L’atteggiamento successivo nella Chiesa fu così rigidamente conseguente da condurre alla sparizione completa proprio di quell’opera di “misericordia spirituale” che impone di ammonire i peccatori.

Anche per questa via, inoltre, s’inserì nel canone storicistico di quest’epoca perduta un pietismo omicida, un perdonismo antievangelico, che prescinde totalmente dal pentimento, e, last but not least, un ipergarantismo giuridico che portò alla proliferazione smodata di criminali e banditi di ogni risma, esterni e, ancor peggio, formalmente interni alla comunità ecclesiale

Al concilio creò tutte le premesse perché il suo successore spalancasse le porte, come poi avvenne, a tutti coloro che se ne erano separati o che i suoi predecessori avevano condannato: ortodossi, protestanti, ebrei, massoni, comunisti, liberali, modernisti. Si può ben immaginare, dunque, quale potente blocco psicologico s’introdusse nei lavori dell’assemblea, condizionante, senza alcun dubbio, la libertà concreta di tantissimi padri sinodali.

Egli, inoltre, sancì che, nel dialogo ecumenico ed interreligioso, e, più in generale, nel dialogo tout court, bisognava cercare ciò che unisce, anziché perdere il tempo in dispute su quello che divide: un’affermazione apostata, mai udita prima nella Chiesa cattolica, che, di per se stessa e, ancor più, nella semplificazione pratica che n’è derivata, ha condotto al tramonto progressivo della Verità rivelata e, per effetto di ciò, alla parificazione diabolica di tutte le fedi e di tutti i credenti, giungendo alla dissoluzione ecclesiale e sociale più completa!

Essa, infatti, introduceva, in modo subdolo, un forte relativismo, che sarebbe diventato sempre più radicale nel dopo Concilio, investendo poi tutti i campi. Come si può dire, infatti, “cercare piuttosto ciò che è in comune tra le religioni di specie diverse”, se, escludendo il Cristo, che non è in comune, la fede cristiana sparisce?!

PAOLO VI  (1963 – 1978)

Già Sostituto Segretario di Stato con Pio XII, fu il “papa” che riaprì e concluse il Concilio Vaticano II (1965), approvandone tutti i documenti, che determinavano, specialmente in materia di salvezza e di libertà religiosa, una frattura oggettiva e insanabile con la Tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica (!).

Il suo pontificato fu molto tormentato, perché finito nella bufera del dopo Concilio, che egli non prevedeva affatto, pur avendo contribuito potentemente a determinarla.

Cercò di mettere ordine con numerosi documenti che frenavano fughe pastorali e morali in avanti (Ecclesiam Suam, Evangelii Nuntiandi, Populorum Progressio; Humanae Vitae, Ad Pascendum), ma fu tutto inutile.

In Italia e nel resto della società Occidentale, si andavano sempre più affermando le idee religiose liberali adottate dal Concilio, che conducevano progressivamente alla laicizzazione degli Stati ex cattolici. Questi, infatti, tramontata nei fatti le fede in un’unica vera religione, depositaria dell’unico ordine morale trascendente ed oggettivo, consentivano un permissivismo crescente, corrompendo le popolazioni con leggi e sentenze sempre più destabilizzanti e immorali, assolutamente contrarie al vero bene comune (divorzio, aborto, pornografia, nudismo ecc.).

Di fronte alla legalizzazione sovversiva di questi mali gravissimi, egli, pur sapendo perfettamente, che i politici cattolici, salvo una esigua e imbelle minoranza, avevano fatto malissimo la loro parte, accecato dalla stolta ed eretica convinzione del suo predecessore secondo il quale la medicina della misericordia doveva prevalere su quella della severità (!), non volle trarre da questa certezza alcuna esigenza di correzione, consentendo, in tal modo, che la comunità ecclesiale rimanesse sviata e nell’errore.

Un esempio, per tutti fu la messa esequiale di Aldo Moro, il presidente della Democrazia Cristiana, sequestrato e ucciso dalla Brigate Rosse, che fu onorato dal falso pontefice celebrante (in prima persona!) come un santo, con parole di rimprovero non confronti di Dio (!), che non aveva accolto il suo accorato grido di liberazione.

In quel momento Paolo VI dimenticò volutamente che l’uomo di cui celebrava le esequie, non solo non era morto da santo, perché soltanto angosciato – poverino! – dal problema personale della sua salvezza fisica, ma neppure era vissuto da santo; perché, in perfetta consonanza con altri leader democristiani, primo fra tutti l’onorevole Andreotti, non mosse un dito per opporsi alle anzidette nefandissime legalizzazioni, che sovvertivano fortemente l’ordine morale oggettivo e distruggevano il bene comune!

Per nulla preoccupato del segnale molto diseducativo che lanciava alle future generazioni, Paolo VI andava, così, affermando la possibilità, in tempi difficili, di appartenere nel contempo a Dio e a mammona, dando vita a quel modello di cristiano opportunista, rinnegato e codardo che ancora oggi impera nella (falsa) comunità ecclesiale!

In campo ecumenico sostenne varie iniziative e compì alcuni gesti emblematici, introducendo di fatto un forte relativismo, che sarebbe diventato sempre più radicale, a partire dal concetto di” unico monoteismo e di tre vie più autentiche per perseguirlo” (cristianesimo, ebraismo e maomettismo), espresso l’8 agosto 1965 (cfr. E.M. Radaelli, “Il mistero della sinagoga bendata”, p. 73, cit.), che,  rinnegando i sommi misteri della SS. Trinità e dell’Incarnazione, dispensò, di fatto, dall’obbligo dello stesso annuncio della fede cristiana (!).

Nell’udienza pubblica generale del 12 gennaio 1966 sprecò molte energie per assicurare la mancanza di rottura col passato e la fedeltà del nuovo corso a quella Tradizione che il falso Concilio aveva chiaramente quanto subdolamente ripudiato.

 

Giovanni Paolo II  (1978-2005)

In opposizione al pontificato del suo predecessore, Albino Luciani, durato solo 33 giorni e, quindi, sostanzialmente irrilevante ai fini della presente analisi, il suo fu uno dei pontificati più lunghi; ricchissimo di avvenimenti che avrebbero cambiato la società Occidentale, facendola sprofondare in una scristianizzazione senza precedenti nella storia. Egli è stato il più tenace e sovversivo liquidatore della fede cattolica nel mondo.

Quelli che seguono furono alcuni soltanto dei numerosi atti e fatti di clamorosa rottura con le due fonti della divina Rivelazione, Sacra Scrittura e Tradizione della Chiesa (cfr. sito Nuovo Osservatore Cattolico.com,  in “La questione dell’autorità”).

Il 7/11/1980 Giovanni Paolo II, durante un viaggio in Germania, si recò in un tempio luterano ed esaltò la profonda spiritualità di quel grande eretico che fu Martin Lutero.

Il 25/5/1982, in Inghilterra, partecipò al culto anglicano nella cattedrale di Canterbury, ed insieme con l’arcivescovo anglicano benedisse la folla.

L’ 11/12/1983 predicò nel tempio luterano di Roma. Affermò che si dovrà “rifare il processo a Lutero in modo più oggettivo”, dando ad intendere che la sentenza di Papa Leone X su questioni di fede fosse ingiusta e riformabile.

Il 10/5/84, in Thailandia, visitò ufficialmente (come “vicario” di Gesù Cristo) uno dei capi del buddismo e si inchinò davanti al suo trono, posto alla base di un simulacro di Buddha. L’ 11/6/1984, a Roma, inviò un rappresentante per la collocazione della prima pietra di quella che sarebbe stata la più grande moschea d’Europa, costruita nel cuore della Cristianità. L’8/8/1985, in Togo, partecipò in una “foresta sacra” a cerimonie pagane e pochi giorni dopo partecipò a riti satanici (“tutti gli dei pagani sono demoni“, Salmo 95) a Kara e Togoville.

Il 2/2/1986, in India, ricevette in fronte da una sacerdotessa di Shiva (dio della morte e della distruzione) il segno del “tilak”, proprio dagli adoratori di Shiva. E il 5/2, in occasione del medesimo viaggio, a Madras, le ceneri iniziatiche di sterco di “vacca sacra”.

Il 13/4/1986, a Roma, visitò ufficialmente la Sinagoga dove recitò i salmi con il grande Rabbino ed altri ebrei che ripetevano parole d’accusa contro la Chiesa.

II 27/10/1986, ad Assisi, promosse c presiedette una preghiera delle “religioni” per la pace; cerimonia più volte reiterata fino ad arrivare, il giovedì 3 novembre 1994, ad un incontro interreligioso tenuto in Vaticano, nel luogo stesso in cui l’Apostolo Pietro versò il suo sangue proprio per estirpare le false credenze e per l’instaurazione della Chiesa Cattolica.

Nel 1993, in Benin, incontrò i grandi sacerdoti della setta satanica Vudù e pronunciò un breve discorso di lode in cui tra l’altro disse: ” (…) rispetto per i veri valori, dovunque essi siano, rispetto soprattutto per l’ uomo che cerca di vivere di questi valori… Siete fortemente attaccati alle tradizioni che vi hanno tramandato i vostri antenati. E’ legittimo essere riconoscenti verso i più anziani che vi hanno trasmesso il senso del sacro, la fede in un Dio unico e buono, il gusto della celebrazione…” (da notare che i Vudù adorano il dio pitone!).

Giovanni Paolo II proferì inoltre una serie sterminata di proposizioni fondamentalmente eretiche, tra le quali riportiamo solo quelle che ci hanno colpito di più:

 “Ci si può dire pieni di una particolare speranza della salvezza per coloro che non appartengono all’ organismo visibile della Chiesa (Disc. del 21/5/1980); che è eretica perché riduce ad una nozione vana la necessità di appartenere alla Chiesa per giungere alla salvezza (vedi Enciclica Humani generis di Papa Pio XII);

I musulmani sono i nostri fratelli nella fede nell’unico Dio (Disc. ai musulmani, Parigi 31/5/1980); eretica perché insinua che i mussulmani, che non credono nei due sommi misteri cristiani della Trinità e dell’Incarnazione, possiedono la fede soprannaturale;

Le comunità dei cristiani non cattolici hanno in comune con la Chiesa cattolica una comune fede apostolica in Gesù Cristo Salvatore(Disc. ai rappresentati delle altre religioni, Nairobi 7/5/1980); eretica perché salva gli eretici e gli scismatici, attribuendo loro, contro gl’insegnamenti costanti della Tradizione bimillenaria della Chiesa la virtù della fede soprannaturale.

Non è questa la sede per descrivere le nefandezze da lui pronunciate contro la Chiesa Cattolica ch’è Santa e a favore degli eretici protestanti nelle lettere apostoliche di fine millennio “Tertio millennio adveniente” (1994) e Ut Unum Sint (1995).

Cosa ancora più grave, permise che il predicatore della Casa Pontificia, Raniero Cantalamessa, svillaneggiasse in sua presenza (venerdì santo 1998), senza alcuna correzione, i Padri della Chiesa, la Scrittura e, a conti fatti, Gesù stesso (!), accusandoli di antigiudaismo, perché non avrebbero avuto carità nei confronti degli Ebrei increduli [Continuiamo pure a parlare di deicidio, “dal momento che un deicidio, secondo le Scritture e la nostra dogmatica, c’è stato. Ma sappiamo che a commetterlo non sono stati solo gli ebrei: siamo stati tutti noii gentili hanno raccolto la polemica di Gesù e degli apostoli contro il giudaismo, ma non il loro amore per i Giudei”. … Quando parleranno dell’avvenuta distruzione di Gerusalemme, i Padri della Chiesa non lo faranno piangendo. Tutt’altro!” ; “Quando la Chiesa parla dei suoi figli (“che ne hanno deturpato il volto”) sappiamo che include in essi anche i suoi “Padri(!) Radaelli, Mistero della Sinagoga Bendata – p. 177-183]

In occasione del grande giubileo del 2000, infine, infilò un foglietto nel muro del pianto, con la richiesta di perdono agli Ebrei per tutte le persecuzioni subite dai cristiani in duemila anni!

E tutto ciò nel più assoluto disprezzo dell’intera Tradizione della Chiesa e, in particolare, del concilio dogmatico Vaticano I, Costituzione Dei Filius, il quale vieta d’interpretare la sacra Scrittura “contro l’unanime consenso dei Padri”! 

Oltre che dell’insegnamento del Papa Leone XIII, che, in perfetta sintonia con gli enunciati di quel Concilio, afferma deciso: <<Non è assolutamente permesso … ammettere che l’autore sacro abbia errato. … Lo Spirito Santo assistette [gli autori da lui ispirati] mentre scrivevano, di modo che tutte quelle cose e quelle sole che Egli voleva, le concepissero rettamente con la mente, e avessero lo volontà di scriverle fedelmente e le esprimessero in maniera atta con infallibile verità … . Valga per tutti ciò che lo stesso Agostino scriveva a Girolamo: “… Qualora mi imbattessi in questi Scritti in qualche cosa che sembrasse contrario alla verità, non avrò il minimo dubbio che ciò dipenda … dalla mia mente che non è arrivata a capire”>> (Leone XIII, Provvidentissimus Deus, Denz., 3291, 3293, in Radaelli, “Il Mistero della Sinagoga Bendata”, pp. 171-191).

Neppure questa è la sede per riportare tutto quanto si è avuto modo di denunciare alla sedicente Commissione Diocesana per la sua Beatificazione (lettera/denuncia del 23.11.2005, a disposizione di chi la richiede), e, ancor più, nell’aggiornata e anche riepilogativa lettera/denuncia dell’8 maggio 2007, indirizzata a tutti i responsabili del processo di canonizzazione presso la stessa sedicente Congregazione per le Cause dei Santi, dove ho ampiamente mostrato gli effetti ampiamente corruttivi della fede eretica sull’azione pastorale.

Ma neppure mi è concesso d’ignorare totalmente ciò che ho denunciato (pur non avendo allora l’attuale visione completa e definitiva di quanto realmente accaduto), e di cui riporto qualche accenno.

Sulla pena di morte assunse una posizione gravemente contraddittoria, confondendo la “legittima difesa” con la “difesa sociale futura”, e smentendo non solo varie pronunce di Conferenze Episcopali, ma finanche e incredibilmente se stesso, che, in precedenza, aveva implicitamente e ripetutamente negato quella liceità (cfr. R.H. n.14 e Chr. L. n.ri 37 e 38).

La strategia seguita in materia di pastorale della politica fu assolutamente falli­mentare.

Nei Suoi interventi in materia, dal 1994 in poi, rimossi sempre più gli scenari apocalittici di una società Occidentale senza Dio, divenuta pattume, denunciati in tutto il suo magistero egli descrisse un quadro talmente idilliaco della società italiana, all’ interno di quella europea, e delle relazioni Stato-Chiesa, da far restare davvero sconcertati per la sua doppiezza.

La parola “pace” fu utilizzata sempre più spesso nel signifi­cato pagano e riduttivo di “assenza di guerra”, contrario allo stesso insegna­mento conciliare (G.S. n. 79).

Le colpe dei cattolici italiani impegnati in politica, assai più grandi di quelle dei non credenti (Luca 12,48 e L.G. n.14), furono minimizzate; il loro bilancio di azione, fortemente e complessivamente negativo, perché le guide erano eretiche, fu ritenuto prevalentemente positivo, sulla base di valutazioni di ordine esclusivamente mondano (!).

Anche sulla base di queste valutazioni fuorvianti, ripetutamente e pubblicamente apprezzò l’operato del sen. Giulio ANDREOTTI, che aveva posto la sua firma di primo ministro del tempo in calce alla scellerata legge sull’aborto procurato, senza mai pentirsene e rimediare! Indubbio riflesso della inconsistenza dottrinale complessiva in una materia che lo aveva visto tenace avversario.

Peggio ancora accadde alla morte di Bettino CRAXI, quando la falsa chiesa conciliare si “prostituì” in celebrazioni assolutamente menzognere! Giovanni Paiolo II, non pago di una inconcludente “Pertineide”, che aveva lasciato il presidente della repubblica Sandro Pertini  – ateo professo –  così come lo aveva trovato, inviò alla moglie di Craxi un telegramma nemmeno di puro cordoglio, ma addirittura di apprezzamento, per l’”incisiva attività di governo e l’impegno politico svolto”. A tutto dispetto della vita di quell’uomo senza Dio, che aveva militato in quell’ infausto partito sociali­sta all’origine delle più destabilizzanti iniziative socio-politiche, la cui cultura di morte, punta di diamante della sinistra libertina e radicale, ha condotto alla rovina morale e sociale l’intero Primo Mondo (aborto, divorzio,pornografia, droga, eutanasia ecc.); partito che aveva diretto da segretario politico, e delle cui immorali decisioni è, dunque, stato complice primario!

Nell’ambito della pastorale dei “lontani consentì che fossero posti in essere comportamenti allucinanti. Sui funerali religiosi dei “lontani”, per esempio, con un’ostinazione davvero dia­bolica, è accaduto che non credenti pubblici peccatori, i quali non manifestarono alcun segno di pentimento prima della morte, ricevessero funerali religiosi e messe esequiali (Tognazzi, Modugno, Spadolini, Fellini, Mitterand, Versace, Sinatra, De André, Liboni…), anche  con l’intervento di (falsi) prefetti della Chiesa che li elogiavano secondo il mondo e non secon­do Dio, nel corso delle esequie (!).

E ciò nel pieno disprezzo delle stesse norme liturgiche del falso codice di diritto canonico conciliare (can 1184 e 1185 CJC), a dimostrazione della cecità di fede e morale acquisita con l’apostasia. Inutile dire che, così operando, i danni sono gravissimi per tutti: per gli stessi defunti, che non vengono rispettati nella loro, pur terribile, scelta; per i non credenti, che restano confermati nel peccato mortale d’incredulità, all’origine di altri peccati gravissimi; e per gli stessi (supposti) credenti, che non si sentono incoraggiati a fuggirlo e ad amare sul serio, perché la pastorale dissennata induce a ritenere che tutti si salvano e vanno, prima o poi, in Paradiso (!).

Giovanni Paolo II incontrò spesso, in inconcludenti colloqui privati, personaggi dei mondi sregolati del cinema, dello spettacolo, dello sport; si trattava di non credenti, neppure aperti o in via di conversione, ma semplicemente popolari, che spesso costituiscono idoli per tantis­simi.

Lo stesso fece con personaggi politici in visita uffi­ciale (spesso pubbliche autorità), che si adoperavano in tutti i modi, sulla scena politica, per destabilizzare la società dalle fondamenta, ai quali nulla diceva nei discorsi pubblici che evocasse, in qualche modo, nella loro mente, il male grave che essi arrecavano all’intera società, il dolore che producevano e la perdizione a cui si va incontro quando si vive fuori dalla legge morale.

Sull’argomento della guerra, Giovanni Paolo II assunse un atteggiamento personale incomprensibile e non condivisibile, niente affatto in linea con la Tradizione della Chiesa e con le stesse indicazioni del falso concilio vaticano II.

Spietati tiranni, come Saddam Hussein e Slobodan Milosevic, oppres­sori dei  loro popoli e  aggressori e sterminatori dei  popoli altrui, non sono stati invitati a desistere dalla loro con­dotta iniqua, rispettando i diritti umani e il diritto internazionale, e a farsi da parte per il bene comune; ma furono di fatto equipa­rati a quanti, sotto l’egida dell’ONU o, comunque, senza il suo veto, e con operazioni sostanziali di vera e propria polizia internazionale. al termine di estenuanti quanto  inutili trattative, cercavano di com­batterli perché fosse ripristinata la giustizia.

Ne è derivato un pacifismo di maniera, non fondato sulla giustizia e, quindi, non in linea con una equilibrata visione cristiana degli eventi bellici, che ha con­fermato nell’idolatria tutti quei pacifisti di sinistra che marciano ogni anno per la “pace”, insieme ai cattolici (!), mentre la loro vita privata e pubblica, per i disvalori che perseguono, è la più totale negazione della pace evangelica.

In ambito ecumenico, ha sostenuto spesso che ciò che unisce i cristiani “separati è molto più forte di quanto li divide (Tertio Millennio n. 16; Ut Unum Sint n. 20).

Ma in queste false “chiese”, si assiste ogni giorno non solo a nuove affermazioni contrarie alle verità di fede, quali il rifiuto del diavolo e dell’inferno e della stessa resurrezione del Cristo o l’ordinazione delle donne, proprio mentre è in corso il dialogo ecumenico, nella chiesa Anglicana.

E questo per non parlare delle inaudite deviazioni morali in casa protestante; che sprofonda nel mare magnum di una sessualità sem­pre più sfrenata, ma del tutto in linea con i costumi di quella società di senza Dio che ha contribuito potentemente a formare (sì alla masturbazione, all’uso dei profi­lattici, ai rapporti sessuali prima del matrimonio, alla contraccezio­ne, al divorzio, all’aborto! alle unioni omosessuali! – biblicamente fondate, secondo la chiesa Evangelica USA, e sì perfino al prete-gay e al vescovo-gay, come vogliono molti vescovi della chiesa d’Inghilterra!).

Di fronte a tutte le mostruosità indicate, che per la Chiesa costituiscono altrettanti peccati mortali, alcuni dei quali “gridano vendetta al cospetto di Dio” (peccati impuri omosessuali) e uno dei quali, dalla stessa falsa chiesa eretica uscita dal concilio è colpi­to con la pena della scomunica automatica (l’aborto), di fronte a queste incredibili depravazioni, l’affermazione, a prima vista scandalosa, che ciò che unisce è più forte di quanto divide i cattolici conciliari e gli eretici, alla luce dell’apostasia consumata, mantiene una sua indubbia validità.

La sua catechesi sulle cose ultime” giunse progressivamente a gravi eresie, in sostanziale contrasto con lo stesso nuovo (falso) catechismo del dopo concilio.

L’Inferno è stata una verità essenziale rimossa dalla fede, sulla quale Giovanni Paolo II ha assunto, prima, un atteggiamento contraddittorio e, poi, sempre più demolitore. Inizialmente, infatti, ne ebbe a lamentare l’oblio nella predicazione corrente, quando egli per primo non ne parlava mai; e, successivamente, ne ha vanificato la consistenza, con affermazioni filosofiche e non teologiche, illogiche, errate e temerarie (non sappiamo se l’Inferno è abitato anche dagli uomini, non è il caso di angosciarsi al riguardo, considerata la misericordia di Dio: cfr. catechesi di mercoledì 28 luglio 1999), perché assolutamente contrarie al Vangelo e alla costante tradizione della Chiesa in merito; affermazioni, pertanto, che vanno nello stesso senso della negazione totale di questa verità.

Anche il Purgatorio è uscito fortemente diminuito nella sua cate­chesi (cfr. catechesi del 4 agosto 1999), allorché pose in primo piano la condi­zione di “salvate” delle anime che in esso si trovano, ma non rende in alcun modo l’idea dl giustizia retributiva e di reale sofferenza che ivi si trova (“in verità ti dico: non uscirai di li fino a quando non avrai restituito l’ultimo spicciolo”! Mt 5,26), per spingere verso una vita veramente conforme al Vangelo.

Il 2 novembre 2003, infine, in occasione della giornata della Commemorazione dei defunti, con una ostinazione, degna di ben altra causa, che può fare solo il gioco dei malvagi!, Giovanni Paolo II confermò dalla finestra del suo studio, in piazza san Pietro, secondo quanto udito dal telegiornale delle 20 (TG 1), il concetto che l’Inferno potrebbe essere vuoto, magnificando, perfino, il “grande teologo” Von Balthasar, sostenitore dell’assurda tesi! Talmente grande fu l’abuso che esso non è stato inserito negli atti ufficiali del Vaticano (!).

Eppure, nel lontano 6 febbraio 1981, dopo soli tre anni dall’inizio del suo (falso) pontificato, egli aveva lanciato, al Convegno Nazionale per le Missioni al Popolo, un allarme assolutamente vero, affermando testualmente:

Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva.

E’ questo indubbiamente un altro “segno dei tempi” che la stessa chiesa apostata uscita dal Vaticano II ha lasciato di se stessa. Trattandosi, tuttavia, non di fede vera, ma di puro e “temerario” conservatorismo, l’allarme ha lasciato il tempo che ha trovato, naufragando inconsistente nei marosi dell’apostasia, che già aveva da lungo tempo consumata.

Benedetto XVI  (2005 – 2013)

Il curriculum del personaggio è molto ampio, essendo stato per una vita il Prefetto della Fede del suo predecessore, Giovanni Paolo II, il più tenace e sovversivo liquidatore fallimentare della fede cattolica nel mondo. L’identikit di base di Benedetto XVI è quello di un “liberale” moderato, rimasto deluso dalla tempesta post-conciliare, della quale anch’egli ha contribuito a porre le premesse.

La tempesta conciliare lo conduce inizialmente a reagire. Fino ai primi anni novanta, infatti, pur avendone aderito alle eresie fondamentali, non perde occasione per ridimensionare il Concilio, ricordandone il ruolo esclusivamente pastorale e negandogli proprietà da superdogma. Poi, cede di botto, perché il cancro dell’eresia lo divora, facendo leva su di un antico complesso di colpa collettiva.

Egli non può dimenticare che la sua Germania ha orribilmente perseguitato gli Ebrei con “l’olocausto”, e, con una semplificazione allucinante (“nazisti battezzati”), tipica del “buonismo naturalistico” conciliare, formula, con Giovanni Paolo II, il teorema Tedeschi = Cristiani che hanno sterminato gli Ebrei, quale effetto dell’antigiudaismo che la Chiesa ha sempre letto nel Nuovo Testamento, con una pretesa inammissibile. E’ una macchia gravissima che la Chiesa si deve togliere di dosso riparando ad ogni costo! Ad Auschwitz, infatti, “bestemmia”, imputando a Dio le colpe e i peccati degli uomini, esclamando quel “dov’eri?” e addebitandoGli il silenzio di fronte all’”olocausto”!

Da quel momento diventa un ecumenista ad oltranza. Passa perciò ad una posizione sempre più filo-giudaica, che gli fa perdere, nei fatti, di vista la “dottrina della sostituzione”, sostenuta in tutta la Tradizione bimillenaria della Chiesa, e lo conduce verso la nuova “dottrina dell’attesa parallela”: una gravissima eresia trinitaria.

Nella sua prefazione al documento “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” (dal sito della Santa Sede, Ascensione 2001) della “Pontificia Commissio Biblica”, che, risulta sovversiva finanche nel titolo, perché, per la prima volta nella storia della Dottrina della Fede, si parla di Sacre Scritture giudaiche, il “cardinale” Ratzinger si avventura in un discorso impossibile, tutto teso a sminuire la “dottrina della sostituzione”, con una terminologia equivoca, piena di servilismo verso gli ebrei e offensiva verso Gesù! Il Quale pretese” di essere l’erede dell’Antico Testamento (ma forse non lo era); “cercò” d’interpretare le Scritture a proprio favore (ma non è detto che vi riuscì); così come gli autori del Nuovo Testamento (che non sembrano più divinamente ispirati, in questa lettura tutta umana della Bibbia)hanno cercato” di fondare (e non “fondarono”) questa pretesa nei particolari.

E questo suo servilismo perché “il dramma della Shoah – scrive  – ha collocato tutta la questione in un’altra luce”,  luce sinistra – si capisce – che avrebbe tolto all’interpretazione cattolica della Bibbia la sua credibilità, ed avrebbe, invece, conferito a quella ebraica “un rinnovato rispetto”(!).

Ma in questo modo si baratta con i giudei il Cristo del Vangelo per compensarli del genocidio nazista!

La cosa è talmente grave ed evidente, che mi appare perfino superfluo citare, come fa il Radaelli, il Concilio di Trento per riferire della “maledizione” a carico di chi disprezza anche la sola interpretazione dei libri canonici “come si è soliti leggerli nella Chiesa Cattolica e come si trovano nell’antica edizione della volgata latina” (“Il mistero della sinagoga bendata”, cit.,  pp. 266)!

Maledizione, peraltro, che viene ripresa dal Concilio Vaticano I, il quale:

a) nella Costituzione Dei Filius, vieta d’interpretare la sacra Scrittura “contro l’unanime consenso dei Padri”, con le parole che seguono: 

Poiché quelle cose che il santo Concilio Tridentino decretò per porre conveniente freno alle menti presuntuose sono state interpretate in modo malvagio da taluni, Noi rinnoviamo il medesimo decreto e dichiariamo che questo è il suo significato: nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione della dottrina Cristiana deve essere tenuto per vero quel senso della sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l’unanime giudizio dei Padri.

b) mentre nel decreto Pastor Æternus sulla Chiesa e sul Papa, afferma categorico che “lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché essi facciano conoscere come sua rivelazione una nuova dottrina!” ma perché “con la sua assistenza conservi ed esponga fedelmente la Rivelazione trasmessa dagli Apostoli, vale a dire il deposito della Fede

A prescindere da ogni altra considerazione, questo solo fatto, trattandosi di una eresia micidiale, comportava, secondo il magistero infallibile della Bolla “Cum ex apostolatus officio” del Papa Paolo IV, di cui alla “lettera” base del presente dossier e, più estesamente, al terzo allegato del medesimo, la decadenza immediata dal cardinalato e dall’episcopato di Joseph Ratzinger, oltre che la radicale e perpetua ineleggibilità al soglio di Pietro!

L’ecumenismo eretico non può avere soluzioni idonee per fare uscire la società occidentale da una crisi gravissima. All’origine di essa, infatti, stanno, in primo piano, protestanti e anglicani, la cui etica labile, in dipendenza di una fede eretica, ha legittimato, quando non addirittura ispirato e sostenuto, le peggiori aberrazioni morali e sociali; e questo anche dopo il Concilio, quale ingenerosa contropartita delle profferte cattoliche di riconciliazione!

Perduta la nozione elementare che bene e male accompagneranno l’uomo e la Chiesa fino alla fine dei tempi, e che di questo male fanno parte da sempre eresie, apostasie e scismi, Ratzinger può solo offrire una tattica di corto respiro (minimalismo), basata sul convenire opportunistico intorno ad alcune tematiche etiche ritenute fondamentali, sia in campo socio-politico (Sale della Terra, 1997) e sia in campo ecumenico (Discorso di Colonia 2005, infra).

Fino alla “conversione” degli anni ‘90, le sue posizioni pastorali conservano un barlume di verità, sono cioè più conservatrici, e pertanto divergono sensibilmente da quelle di Giovanni Paolo II (rifiuto dello spirito di Assisi, posizioni più equilibrate sulla guerra, rifiuto di plateali mea culpa, necessità e bontà dell’Inferno).

Ma l’eresia che lo divora, e che non ha mai rinnegato, spazza via, alla fine, questi residui “barlumi”. Alla morte dell’anziano pontefice, infatti, cade in preda a una smodata emozione irrazionale, tipica di tutti i falsi pontefici della falsa chiesa conciliare, che cancella ogni divergenza.

Eletto al soglio di Pietro con grande rapidità, grazie alla sua ben orchestrata campagna contro i venti di dottrina, la sporcizia nella Chiesa e il neopaganesimo imperante in Occidente, inizia male il pontificato. Nella Messa d’insediamento (24.4.2005), infatti, non fornisce alcuna linea programmatica di esso, chiede al Signore, anziché la forza del martirio, di dargli il coraggio di non fuggire, per paura, davanti ai lupi, e, seguendo la cultura eretica imposta dal concilio, elabora un discorso d’insediamento tutto in positivo, senza il benché minimo accenno alle nefaste conseguenze spirituali, morali e sociali di chi rifiuta il Cristo, che è Dio!

Dà, inoltre, l’avvio immediato alla causa di beatificazione del suo predecessore, Giovanni Paolo II, di cui, dulcis in fundo, segue le orme ecumeniche con lena accelerata e rinnovata. Come dice, infatti, nel discorso di Colonia del 19 agosto 2005, infrangendo il principio dell’unitarietà e dell’ integrità dell’ordine morale voluto da Dio per il bene vero dell’uomo, e lo stesso monito del (falso) concilio Vaticano II sull’assoluta necessità del rispetto da parte di tutti del primato dell’ordine morale oggettivo (decreto I.M. 6), oltre che l’insegnamento del suo stesso predecessore, secondo il quale “le norme morali costituiscono il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana, e quindi di una vera democrazia” (V.S. 96), egli è pronto a concordare, e quindi a mercanteggiare, alcuni punti fondamentali di quell’ordine, su cui convenire con l’approvazione da parte dei cristiani impegnati nel cammino ecumenico.

Già da cardinale, Ratzinger, nella sua opera “I princìpi della teologia cattolica”, aveva riconosciuto candidamente, con affermazioni allucinanti di pura consegna a Satana, che se si cerca una diagnosi globale del testo, si potrebbe dire che è, insieme ai testi sulla libertà religiosa e sulle religioni nel mondo … una sorta di contro-Syllabus. “Questo testo assolve il ruolo di un contro-Syllabus nella misura in cui rappresenta un tentativo per una riconciliazione ufficiale della Chiesa con il mondo quale era diventato dopo il 1789 (!).

Su questa via di prostituzione ideologica, il suo discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana in occasione dei 40 anni dalla chiusura del Vaticano II, conferma la violazione del magistero infallibile pregresso, la cui gravità non gli sfugge, al punto che tenta di giustificarla, sostenendo senza pudore che le “correzioni storiche” apportate dal Vaticano II alle posizioni della Chiesa sono del tutto fedeli alla primitiva Tradizione Apostolica, che rifiutava l’idea di un cristianesimo inteso quale religione dello Stato (!).

Nell’udienza generale di mercoledì 18 ottobre 2006, poi, smentendo clamorosamente una posizione sull’Inferno da lui stesso espressa anni prima, parla di Giuda Iscariota, per tirarlo fuori … dall’Inferno, con un discorso permeato dall’ovvietà espositiva, che spazza via certezze bimillenarie, dando tutto per acquisito e confermato.

Il suo ragionamento falsifica come segue la Parola di Dio e la Tradizione:

Giuda compie un “gesto inescusabile”, che non gli vale, però, con certezza, la morte eterna, perché Dio rispetta la nostra libertà, aspetta la nostra semplice disponibilità al pentimento e alla conversione (e non già il nostro pentimento e la nostra conversione), ed inserisce tutto, alla fine, nella sua superiore conduzione degli eventi, evitando accuratamente ogni condanna, provvisoria o definitiva, perché Egli è ricco di misericordia e di perdono (!).

Il marasma dottrinale giunge al culmine nel 2007, con due atti di notevole importanza pastorale, confusionari e contraddittori, ma destinati, nelle sue intenzioni, a ridurre l’area del dissenso dei cattolici tradizionali. Essi riguardano i chiarimenti sulla dottrina della Chiesa del 29 giugno, forniti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, con un articolo di commento, e il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio sul ripristino della Messa Tridentina, documenti che necessitano di un cenno più articolato.

 

Il documento sulla dottrina della Chiesa è del tutto in linea con la doppiezza conciliare perché, nel fondato timore di dover riconoscere di avere apostatato, si ostina ad affermare che il Vaticano II non ha cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa, mentre, in realtà, l’ha stravolta.

Come si è già mostrato, infatti, la Tradizione, fino al magistero di Pio XII, ha sempre ritenuto essere fuori della vera Chiesa di Cristo, e, quindi, non partecipi della comunione dei santi, tra gli altri, tanto gli Ortodossi, i quali sono eretici che negano l’unità della Chiesa sotto Pietro, quanto i Protestanti, la cui eresia investe l’intero apparato dogmatico (cfr. Catechismo Maggiore di San Pio X). E siccome “fuori della Chiesa non c’è salvezza”, discende che gli eretici citati sono candidati eletti per l’Inferno

Il Vaticano II, al contrario, anche alla luce dell’intero magistero postconciliare, e quindi della risposta in esame e relativo articolo di commento, ribalta completamente l’impostazione della fede Cattolica, con sofismi inaccettabili per essa, che attraggono, di fatto gli eretici nella comunione dei santi, li salvano e, cosa ancora più grave, li considerano strumenti (sia pure meno perfetti) di salvezza!

E fa ciò riconoscendo l’esistenza di “elementi di verità” più o meno numerosi esistenti nelle altre confessioni e chiudendo completamente gli occhi sulle eresie propalate, che hanno tanto gravemente danneggiato, e sempre più danneggiano, la Chiesa e il mondo.

Come afferma il documento in esame, infatti, “la Chiesa di Cristo è presente e operante nelle Chiese e nelle Comunità ecclesiali non ancora in piena comunione con la Chiesa cattolica grazie agli elementi di santificazione e di verità che sono presenti in esse” (…) Perciò le stesse Chiese e Comunità separate, quantunque crediamo che hanno delle carenze, nel mistero della salvezza non sono affatto spoglie di significato e di peso. Infatti lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di salvezza.”(!)

Il Concilio di Trento viene così fatto a pezzi, con tutte le sue canoniche affermazioni e tutte le sue condanne, insieme all’enciclica Quanta Cura e relativo Sillabo degli errori condannati, documenti tutti espressione certa di magistero infallibile e, dunque, irreformabile.

Con il secondo documento pastorale (motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, e relativa lettera di accompagnamento ai vescovi), Benedetto XVI ha ripristinato l’uso della Messa tridentina, che si aggiunge a quella del dopo concilio introdotta da Paolo VI.

Negando l’evidenza, egli afferma che non si tratta di due riti diversi, ma di “due usi dell’unico rito romano”; e cioè di due forme diverse. “Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa.

Le incontrovertibili osservazioni dei cardinali Ottaviani e Bacci a Paolo VI  sul Novo Ordo Missae (Corpus Domini 1969), che mostravano un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica verso quella protestante, in uno con la palese violazione del Magistero infallibile e irreformabile pregresso (v. supra), vengono così, ancora una volta, ignorate.

Per tranquillizzare gerarchia e fedeli apostati, egli, oltre a considerare che il messale di Giovanni XXIII non fu mai abrogato (e che pertanto, confermandolo, non compie alcun atto eversivo), osserva che l’uso del vecchio messale, presupponendo un’adeguata formazione liturgica e la padronanza del latino, è destinato alla marginalità, e non potrà quindi arrecare alcun danno alla nuova liturgia del Messale di Paolo VI (!).

Perché allora questa sua concessione? Lo dice esplicitamente: per accontentare i nostalgici del rito latino!

Non tanto i lefebvriani, però, che non ne fanno questione di puro rito, quanto quei cattolici che, pur fedeli al Vaticano II, hanno nostalgia delle ricchezze del vecchio rito, e sono scandalizzati dagli abusi che si consumano all’ombra del nuovo.

Contrariamente al passato, perciò, quando la Chiesa non prestava sufficiente ascolto alle critiche dei dissidenti, per cui esasperava o radicava le divisioni (giudizio con il quale Benedetto XVI condanna in blocco i suoi predecessori fino al preconcilio!), egli (campione di tolleranza), ha ritenuto necessario esaudire le su esposte esigenze.

Stiano, peraltro, tranquilli quanti (giustamente) si agitano per la concessione: “Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura“(!).

La concessione di Benedetto XVI s’inserisce in una strategia globale di recupero dei cattolici tradizionali alle ragioni che hanno determinato l’apostasia conciliare.

La Chiesa cattolica uscita dal concilio ha solo cambiato alcune forme, fecondandosi con le istanze moderniste, perché la sostanza è rimasta immutata, e va nel rispetto della Tradizione.

Tutte le follie conciliari e post conciliari, che hanno portato all’irrilevanza teologica e sociale dell’unica chiesa di Cristo, sono pure illusioni, perchè la Chiesa è e rimarrà sempre la stessa (!).

E’ sufficiente che abbia il coraggio di appianare le divergenze al suo interno, prima che generino altre non componibili divisioni: dove stia la Verità non conta!

E non importa se con atti e ragionamenti marasmatici di formale pietismo e di sostanziale sincretismo, che smentiscono colui stesso che li pone in essere. Del tutto consapevole, perché reo confesso (nel suo “I principi della teologia cattolica”),  che il Vaticano II aveva operato nel pieno disprezzo della Quanta Cura e del Sillabo, il magistero pregresso, da sempre ritenuto e poi anche formalmente dichiarato infallibile e irreformabile in sede di Concilio Vaticano I.

Il primo maggio del 2011 Benedetto XVI proclama beato Giovanni Paolo II. E stupisce davvero il notevole lasso di tempo trascorso tra l’inizio del processo di beatificazione (2005), quando tutti avrebbero scommesso in tempi assai rapidi (“santo subito”, si invocava dovunque) e il momento della beatificazione (2011); ma io non sono affatto stupito!

Non è questa la sede adatta ad una trattazione estesa di questo argomento. Qui basti solo accennare che, dal 2005 al 2007, ho inviato tre miei scritti sotto forma di raccomandata ufficiale alle sedi competenti del processo (commissione diocesana e Congregazione vaticana) nei quali, al di là di ogni ragionevole dubbio, ho mostrato in modo assai analitico ed esponendo fatti concreti e documentati, che, secondo la fede della Chiesa, Giovanni Paolo II non solo non è santo, ma che, al contrario, è stato il più tenace e sovversivo liquidatore di quella fede nel mondo intero!

Nessuno, ovviamente, si è preso alcun briga di rispondermi o di eccepire qualcosa, perché nulla si può eccepire, essendo le mie argomentazioni assolutamente incontrovertibili secondo la fede vera della Chiesa Cattolica.

Ma le mie decise e ben documentate accuse hanno creato più di un timore in sede vaticana; la quale, spinta unicamente da ragioni di pura sopravvivenza sociologica, ha temuto uno scandalo di vaste proporzioni, che non saprebbe fronteggiare, e che la danneggerebbe anche economicamente (!), e perciò non ha trovato di meglio che rallentare di molto l’iter processuale della beatificazione!

 

Da ultimo, nel febbraio di quest’anno 2013, la decisione del tutto inaspettata della rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, con decorrenza 1 marzo, che ha un solo precedente nella storia: le dimissioni rassegnate dal Papa Celestino V, sette secoli or sono, dopo appena quattro mesi di pontificato.

Quelle dimissioni, tuttavia, pur trovando una spiegazione umana nella condizione assai particolare del Papa, al secolo Pietro Angelerio del Morrone (un eremita convinto e radicato, non cardinale, assolutamente digiuno in materia di governo della Chiesa, con scarsa conoscenza del latino, eletto al termine di una lunga vacatio, durata ben 27 mesi, e di una conseguente forzatura per uscire dall’impasse), non costituirono mai precedente invocabile da nessun successore, perché Pietro è il Vicario di Cristo, a vita, e la Chiesa non è una realtà puramente umana (una democrazia, oggi si direbbe), ma una realtà teandrica, in cui l’assistenza dello Spirito Santo è il fatto più importante e decisivo, contro ogni umana difficoltà di governo.

Il fatto che Benedetto XVI non si sia sentito vincolato da questo principio è sicuro indice di un cedimento di fede, mascherato da falso rispetto per le funzioni di ruolo.

La Verità è che, per sua stessa ammissione (cfr. “Sale della Terra”), egli vede la Chiesa inghiottita dalla scristianizzazione e anche alle porte della Parusia, ma rifiuta l’idea di essere stato un responsabile di primo piano in questo disegno di distruzione.

E così, un falso conclave, composto da falsi cardinali, tutti indistintamente non ordinabili e non elevabili, prima ancora che decaduti dalla dignità cardinalizia ed episcopale a norma della solennissima Bolla “Cum ex apostolatus officio” del grande Papa Paolo IV, diretta a prevenire e a reprimere l’eresia nelle persone investite di autorità, e contenente magistero infallibile e dunque irreformabile, secondo quanto dispone il Concilio Vaticano (I), ha eletto il sesto anticristo sulla cattedra di san Pietro, successore di Giovanni XXIII, nella persona del (falso) card. Jorge Mario Bergoglio, che ha assunto il nome di Francesco (I).

 

Francesco (I)  (2013 – …….)

Non è assolutamente il caso di sprecare tempo e spazio su questa ultima figura di falso pontefice, il più scolorito di tutti i suoi predecessori, e indubbiamente il primo le cui radici sono tutte affondate nella nuova falsa chiesa apostata uscita dal falso concilio vaticano II. Nato nel 1936, e dunque perfettamente a conoscenza della vera dottrina della Chiesa Cattolica, pur non avendo avuto nessuna parte nei lavori del vaticano II, ne condivise da subito tutte le eresie.

A causa di una vocazione relativamente tardiva (solo nel 1958, all’età di 22 anni è entrato in seminario), la sua formazione è stata plasmata dal primo Anticristo sulla cattedra di san Pietro, Giovanni XXIII.

E’, dunque, solo per dovere di completezza e di cronaca che riporto quanto pubblicato dal Mattino di Padova (14.3.2013) sulla sua persona.

 

“Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato in seminario. Nel 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia. Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia conseguendo la laurea. È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la Facoltà di Teologia, Consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo. Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. I Nel 1998 è stato nominato Arcivescovo di Buenos Aires. Dal novembre 2005 al novembre 2011 è stato Presidente della Conferenza Episcopale Argentina.” (omissis).

“È stato accusato di collusioni con il regime militare in Argentina. Ma nel 2000 da arcivescovo di Buenos Aires fece pubblicamente «mea culpa» per le relazioni della Chiesa con la giunta militare.”

Primo (falso) pontefice succeduto ad un (falso) pontefice ancora in vita (come un capo dello stato che succede nella carica per scadenza del mandato o dimissioni del suo predecessore!), cosa che costituisce da sola un serio avvertimento della natura tutta umana della falsa chiesa eretica del vaticano II, ha eloquentemente proseguito nell’opera di desacralizzazione della stessa figura del romano pontefice, sempre più visto come un uomo qualsiasi, privo dell’obbligo di rimandare, con tutto il proprio comportamento, a quella Verità ultima di cui si dice il vicario e che lo trascende.

Egli, infatti, ama viaggiare in autobus: è noto che nella capitale argentina si è spesso spostato con i mezzi pubblici. E il primo gesto dopo l’elezione a Pontefice è stato rifiutare l’auto di servizio per il Papa e tornare nella Casa Santa Marta in bus con tutti gli altri cardinali.

Ed inoltre, come acutamente si osserva nel sito Escogitur.it:

 

“Abbiamo notato anche noi che Francesco non si è mai appellato Papa, oltre a non aver voluto ricevere la confermazione di Vescovo, non aver voluto indossare la stola, i  paramenti sacri, le scarpe rosse (simbolo del martirio), ecc..Rompendo con tutte le consuetudini. “

A riprova definitiva della sua nullità, e del livello infimo al quale ha fatto sprofondare la funzione di ruolo, il personaggio non cessa di manifestare, nel suo atteggiamento, un conformismo culturale fatto di pacche sulle spalle, di pose tutt’altro che sacerdotali, di compiacenti telefonate a pagani, di uno stesso incedere profano, assai poco dignitoso per un romano pontefice, gesti tutti che sono assai rivelatori dell’organizzazione che rappresenta, oltre che della sua stessa persona!

All’annullamento della sostanza, fa così seguito, dopo 55 anni, lo svilimento più sfacciato – ma anche più eloquente – della stessa forma! Bergoglio, infatti, neppure più si cura di nascondere la falsità della sua persona e dell’organizzazione che presiede.  Cosa vogliamo di più?

Da tutto quanto sopra discende che i sedicenti papi del falso concilio Vaticano II hanno affermato eresie gravissime, che, nel loro insieme rappresentano l’apostasia radicale dalla fede Cattolica, violando il magistero infallibile della Chiesa e incorrendo nella maledizione dei loro predecessori. Essi sono, pertanto, degli apostati pubblici e pertinaci e, dunque, falsi papi. La Sede Apostolica è diabolicamente vacante dall’anno 1958.

Dott. Antonio Coroniti

                 Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/87028 Praia A Mare

 

 

Secondo allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

(propedeutico al terzo, che lo completa)

 

POSIZIONI  CATTOLICHE  TRADIZIONALI  A  CONFRONTO

 

 

L’assemblea del concilio Vaticano II, udita la fuorviante prolusione di apertura di Giovanni XXIII (al bando i profeti di sventura – e cioè i Papi che lo avevano preceduto -,  guardando sempre a quello che unisce e usando la misericordia al posto della (se)verità), ne seguì subito le indicazioni, respingendo, nel tempo, tutte le bozze  preparatorie dei vari documenti approntati.

Ciò che seguì dopo, altro non fu che la coerente continuazione di un assalto subdolo alle due fonti della divina Rivelazione, la Scrittura e la Tradizione. L’assalto fu subdolo. Dopo le (false) assicurazioni dei pontefici conciliari, la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione dichiarava, infatti, nel proemio, di voler seguire “le orme dei concili Tridentino e Vaticano I” (n. 1), che sono la Tradizione, e si poneva al servizio delle due fonti, “accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza” (n. 9).

Ma si trattava di un’affermazione assolutamente ipocrita. Intanto, per le sfacciate critiche ripetutamente mosse ai Papi del preconcilio che rappresentano la Tradizione. E poi perché essa interveniva un anno dopo l’approvazione della costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, e dell’Unitatis Redintegratio, sull’ecumenismo, subito dopo l’approvazione della Nostra aetate, sulle religioni non cristiane, e alla vigilia immediata dell’approvazione della Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa e della Gaudium et Spes, sulla chiesa nel mondo contemporaneo: documenti tutti che, con pari doppiezza, scardinavano la fede cattolica dalle fondamenta (!).

L’ambiguità e la doppiezza, assolutamente contrarie all’evangelico “sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37), furono l’arma principale di cui la chiesa eretica ombra, uscita ormai allo scoperto nelle persone degli stessi falsi pontefici conciliari, si servì per rivoltare la fede della Chiesa come un calzino: la parola d’ordine fu, infatti – in tutti i documenti! – rivoluzione nella più invocata continuità; mentendo ma dissimulando al tempo stesso: non esisteva altra via immediata per mascherare l’apostasia gravissima che si andava a produrre, pena la sua vanificazione.

Molti furono ingannati, o trovarono comodo lasciarsi ingannare, sulla natura vera del Concilio e, pur con qualche distinguo, ne approvarono i tradimenti. Ma non tutti si lasciarono completamente ingannare, e, fra questi, qualche cardinale, anche di curia (Bacci, Ottaviani), e alcuni vescovi più attenti e preparati, come l’arcivescovo mons. Marcel Lefebvre.

Con mons. Lefebvre nacque la Fraternità San Pio X, un movimento di “resistenza” nella fede della Chiesa, come espressa e tramandata dalla sua Tradizione bimillenaria, movimento che, per questo suo riferimento, fu chiamato dei cattolici tradizionali.

In questa lunga “resistenza”, che conta numerosi quanto vani tentativi di “chiarimento” dell’opera della Fraternità, vi furono due momenti fondamentali che segnarono un progressivo inasprimento dei rapporti con la Santa Sede: la sospensione “a divinis” di mons. Lefebvre (22 luglio 1976), successiva alla “illecita” ordinazione di tredici sacerdoti che Roma aveva vietata; la “scomunica” (2 luglio 1988) di mons. Lefebvre, insieme a quella del vescovo brasiliano mons. Antonio De Castro Mayer, per avere consacrato (30 giugno 1988) senza autorizzazione quattro vescovi tra i quali mons. Bernard Fellay, attuale superiore generale, e mons. Bernard Tissier de Mallerais.

La Fraternità, però, a causa della sua ondeggiante e discutibile posizione teologica sulla situazione della Santa Sede, subì due contenute ma significative defezioni: la prima, nel 1977, ad opera del padre domenicano Michel Guèrard des Lauriers, le cui tesi sono oggi sostenute dall’Istituto torinese Mater Boni Consilii (don Francesco Ricossa); la seconda, nel 1991, ad opera di un ex seminarista di Econe, Stefano Filiberto, che, insieme ad altri, fondò l’associazione torinese Santa Maria “Salus Populi Romani” (don Francesco Maria Paladino).

Tutto ciò premesso, vado a riferire subito e brevemente sulle diverse posizioni teologiche relative allo stato attuale della Santa Sede, come espresse oggi dalle tre principali istituzioni dei cattolici fedeli alla Tradizione.

Posizione teologica della Fraternità San Pio X (sedeplenista)

Come si rileva dall’attenta lettura del sito internet (“sanpiox.it”), la Fraternità ritiene che il concilio Vaticano II, accogliendo in buona misura tesi tipiche del liberalismo protestante, sia caduto in assoluto contrasto con la Tradizione della Chiesa. Le tesi ritenute eterodosse sono:

– la libertà religiosa, che dà gli stessi diritti alla libertà e all’errore, a Gesù Cristo e a Satana;

– l’ecumenismo, che non distingue più la vera religione rivelata da Gesù Cristo dalle false religioni che trascinano gli uomini lontani dalla verità e dalla loro salvezza;

la nuova ecclesiologia, che non identifica più la Chiesa con il Corpo mistico di Gesù Cristo, ma l’estende a tutta l’umanità, che si troverebbe così salvata senza saperlo;

la collegialità, che sminuisce l’autorità personale del papa e dei vescovi, in una forma di democratismo ecclesiale contrario alla costituzione della Chiesa.

Inoltre, la riforma della Messa, operata nel 1969, traduce nel linguaggio liturgico le gravi deviazioni dottrinali contrarie alla bimillenaria tradizione della Chiesa, mettendo in pericolo la fede sia dei sacerdoti che dei fedeli.

Orbene, il precedente magistero infallibile della Chiesa condanna tutte le tesi liberali sostenute nel Concilio. Tale condanna risulta espressa, in particolare, nei sotto indicati documenti:

– la bolla “Auctorem Fidei” di Pio VI,

– l’enciclica “Mirari vos” di Gregorio XVI,

– l’enciclica “Quanta cura” e il “Syllabus” di Pio IX,

– gli atti di San Pio X contro il Sillon e il Modernismo,

– l’enciclica “Divini Redemptoris” di Pio XI,

– l’enciclica “Humani Generis” di Pio XII.

Quelle tesi vanno, dunque, respinte; tanto più che, per espressa ammissione di tutti i pontefici, il Concilio non è dogmatico, ma soltanto pastorale.

Le tesi liberali vanno respinte, perché “nessuna autorità, neppure la più alta nella gerarchia, può costringerci ad abbandonare o a diminuire la nostra fede cattolica chiaramente espressa e professata dal Magistero della Chiesa da diciannove secoli. Se avvenisse – dice San Paolo – che noi stessi o un Angelo venuto dal cielo vi insegnasse altra cosa da quanto io vi ho insegnato, che sia anatema (Gal. 1,8); come giustamente sostiene mons. Lefebvre nella celebre dichiarazione del 21 novembre 1974, che così continua:

Questa riforma, essendo uscita dal liberalismo e dal modernismo, è tutta e interamente avvelenata; essa nasce dall’eresia e finisce nell’eresia, anche se non tutti i suoi atti sono formalmente ereticali. E’ dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in qualsiasi maniera”.

Per questo ci atteniamo fermamente a tutto ciò che è stato creduto e praticato nella fede, i costumi, il culto, l’insegnamento del catechismo, la formazione del sacerdote, l’istituzione della Chiesa, della Chiesa di sempre e codificato nei libri apparsi prima dell’influenza modernista del Concilio, attendendo che la vera luce della Tradizione dissipi le tenebre che oscurano il cielo della Roma eterna”.

Posizione mantenuta ferma da mons. Fellay, attuale superiore generale della Fraternità, che, nell’omelia del 2 febbraio 2006, ricordando l’incontro con Benedetto XVI avuto nell’agosto 2005, diceva testualmente:

“È ben chiaro che Roma, che il Papa, vorrebbe regolare le questioni della Fraternità rapidamente, se così si può dire, e secondo le sue prospettive. Da parte nostra abbiamo sempre insistito nel dire che prima di una regolamentazione pratica è necessario eliminare gli elementi di principio che, per un verso, sono le cause della crisi, e, per l’altro verso, ci ucciderebbero se li accettassimo. Di modo che noi non possiamo assolutamente accettare”.

“Oggi siamo a questo punto. Noi chiediamo, reclamiamo, che Roma esamini questi principi mortiferi nella Chiesa, per eliminarli, per rigettarli: il liberalismo, il modernismo, che sono entrati nella Chiesa e che uccidono veramente la vita cristiana, e che si esprimono nella collegialità, nell’ecumenismo, nella libertà religiosa, in quel concetto, oggi avallato dallo stesso Benedetto XVI e più volte ribadito, dello “stato laico”. Il Papa, nel suo discorso del 22 dicembre (2005 alla curia romana, per i 40 anni dalla chiusura del Vaticano II – n.d.a.), ci dice che la Chiesa, ritornando a questa concezione dello stato laico, ritornerebbe al Vangelo: quando invece il Vangelo dice il contrario!”

Ragioni che restano pienamente valide pur dopo il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, con cui Benedetto XVI ha cautamente ripristinato, accanto alla messa di Paolo VI, la Santa Messa di san Pio V, il cui rito recepiva tutte le indicazioni dottrinali del Concilio di Trento. Per tale gesto benevolo, la Fraternità esprimeva, in pari data, al “Sommo Pontefice” “la sua viva gratitudine”.

Per quanto attiene, infine, alla specifica valutazione della posizione formale dei papi e della chiesa del dopo concilio, dall’intervista di Stephen Heiner al vescovo  mons. Bernard Tissier De Mallerais rilasciata il 21 aprile 2006 e riportata sul sito salpan.org risulta che:

–    i papi e la chiesa del dopo concilio professano eresie, ma non sono eretici (?!);

–         la Fraternità, quindi, non è sedevacantista, ma sedeplenista;

–         i papi non fanno nulla per la chiesa, nonostante le grazie di stato;

–         col tempo bisognerà solo dimenticare il concilio Vaticano II.

 

In occasione della ricorrenza del 25° anniversario delle consacrazioni episcopali dei vescovi della Fraternità (27 giugno 2013) è stato infine emesso il seguente duro comunicato, che ricapitola confermando le ragioni fondamentali del dissenso:

Dichiarazione nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali (30 giugno 1988 – 27 giugno 2013)

1. Nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali, i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X intendono esprimere solennemente la loro gratitudine a Mons. Marcel Lefebvre e a Mons. Antonio De Castro Mayer per l’atto eroico che hanno avuto il coraggio di porre, il 30 giugno 1988. In particolare vogliono manifestare la loro filiale riconoscenza verso il venerato fondatore il quale, dopo tanti anni al servizio della Chiesa e del Sommo Pontefice, non ha esitato a subire l’ingiusta accusa di disobbedienza per la difesa della fede e del sacerdozio cattolico.

2. Nella lettera che ci indirizzò prima delle consacrazioni, scriveva: “Vi scongiuro di rimanere attaccati alla sede di Pietro, alla Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, nella fede cattolica integrale, espressa nei simboli della fede, nel Catechismo del Concilio di Trento, conformemente a quanto vi è stato insegnato in seminario. Rimanete fedeli nel trasmettere questa fede perché venga il regno di Nostro Signore.” E’ proprio questa frase che esprime le ragioni profonde dell’atto che si accingeva a compiere. “Perché venga il regno di Nostro Signore”, Adveniat regnum tuum.

3. Al seguito di Mons. Lefebvre affermiamo che la causa dei gravi errori che stanno demolendo la Chiesa non risiede in una cattiva interpretazione dei testi conciliari – in una “ermeneutica della rottura” che si opporrebbe ad una “ermeneutica della riforma nella continuità” – , ma piuttosto nei testi stessi, a causa della scelta inaudita operata dal Concilio Vaticano II.

Questa scelta si manifesta nei suoi documenti e nel suo spirito: di fronte all’ “umanesimo laico e profano”, di fronte alla “religione (poiché tale è) dell’uomo che si fa Dio”, la Chiesa, unica detentrice della Rivelazione “del Dio che si è fatto uomo”, ha voluto far conoscere il suo “nuovo umanesimo” dicendo al mondo moderno: “Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo” (Paolo VI, Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965).

Ora, questa coesistenza del culto di Dio e del culto dell’uomo si oppone radicalmente alla fede cattolica che ci insegna a rendere il culto supremo e a riconoscere il primato esclusivamente al solo vero Dio e al suo Unigenito, Gesù Cristo, nel quale “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col. 2,9).

4. Siamo dunque obbligati a constatare che questo Concilio atipico, che ha voluto essere solo pastorale e non dogmatico, ha inaugurato un nuovo tipo di magistero, sconosciuto fino ad allora nella Chiesa, senza radici nella Tradizione; un magistero determinato a conciliare la dottrina cattolica con le idee liberali; un magistero imbevuto dei principi modernisti del soggettivismo, dell’immanentismo e in perpetua evoluzione, conformemente al falso concetto della tradizione vivente, in quanto altera la natura, il contenuto, il ruolo e l’esercizio del magistero ecclesiastico.

5. Per questo il regno di Cristo non è più la preoccupazione delle autorità ecclesiastiche, benché queste parole di Cristo: “Ogni potere mi è stato dato sulla terra e in cielo” (Mt 28,18) rimangano una verità ed una realtà assolute. Negarle nei fatti significa non riconoscere più in pratica la divinità di Nostro Signore. Così, a causa del Concilio, la regalità di Cristo sulle società umane è semplicemente ignorata, addirittura combattuta e la Chiesa è prigioniera di questo spirito liberale che si manifesta specialmente nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità e nel nuovo rito della messa.

6. La libertà religiosa esposta in Dignitatis Humanae e la sua applicazione pratica da cinquant’anni conducono logicamente a chiedere al Dio fatto uomo di rinunciare a regnare sull’uomo che si fa Dio; il che equivale a dissolvere Cristo. Al posto di una condotta ispirata da una fede solida nel potere reale di Nostro Signore Gesù Cristo, noi vediamo la Chiesa vergognosamente guidata dalla prudenza umana e a tal punto dubbiosa di sé che chiede agli Stati soltanto ciò che le logge massoniche vogliono concederle: il diritto comune, nel mezzo e allo stesso livello delle altre religioni, che essa non osa più chiamare false.

7. Nel nome di un ecumenismo onnipresente (Unitatis Redintegratio) e di un vano dialogo interreligioso (Nostra Aetate) la verità sull’unica Chiesa è taciuta; così la stragrande maggioranza dei pastori e dei fedeli, non vedendo più in Nostro Signore e nella Chiesa Cattolica l’unica via della salvezza, hanno rinunciato a convertire i seguaci delle false religioni, lasciandoli nell’ignoranza dell’unica Verità. In questo modo l’ecumenismo ha letteralmente ucciso lo spirito missionario attraverso la ricerca di una falsa unità, riducendo troppo spesso la missione della Chiesa alla proclamazione di un messaggio di pace puramente terrena e ad un ruolo umanitario di sollievo alla miseria nel mondo, mettendosi così al seguito delle organizzazioni internazionali.

8. L’indebolimento della fede nella divinità di Nostro Signore favorisce una dissoluzione dell’unità dell’autorità nella Chiesa, introducendovi uno spirito collegiale, egalitario e democratico (cfr. Lumen Gentium). Cristo non è più il capo da cui deriva tutto, in particolare l’esercizio dell’autorità. Il Sommo Pontefice, che non esercita più effettivamente la pienezza della sua autorità, così come i vescovi, i quali – contrariamente agli insegnamenti del Concilio Vaticano I – pensano di poter condividere collegialmente e in maniera abituale la pienezza del potere supremo, ascoltano e seguono oramai, con i sacerdoti, il “popolo di Dio”, nuovo sovrano. Questo significa distruzione dell’autorità e di conseguenza rovina delle istituzioni cristiane: famiglie, seminari, istituti religiosi.

9. La nuova messa, promulgata nel 1969, diminuisce l’affermazione del regno di Cristo attraverso la Croce (“Regnavit a ligno Deus”). Infatti il suo stesso rito sfuma e offusca la natura sacrificale e propiziatoria del sacrificio eucaristico. Soggiacente a questo nuovo rito si trova la nuova e falsa teologia del mistero pasquale. L’uno e l’altra distruggono la spiritualità cattolica fondata nel sacrificio di Nostro Signore sul Calvario. Questa messa è impregnata di uno spirito ecumenico e protestante, democratico e umanista che soppianta il sacrificio della Croce. Essa illustra la nuova concezione del “sacerdozio comune dei battezzati” che deforma il sacerdozio sacramentale del presbitero.

10. Cinquant’anni dopo il Concilio, le cause sussistono e generano ancora gli stessi effetti. Cosicché ancora oggigiorno le Consacrazioni Episcopali conservano tutta la loro ragion d’essere. È l’amore della Chiesa che ha guidato Mons. Lefebvre e guida i suoi figli. È lo stesso desiderio di “trasmettere il sacerdozio cattolico in tutta la sua purezza e la sua carità missionaria” (Mons. Lefebvre, Itinerario spirituale) che anima la Fraternità San Pio X al servizio della Chiesa quando essa chiede con insistenza alle autorità romane di riappropriarsi del tesoro della Tradizione dottrinale, morale e liturgica.

11. Questo amore della Chiesa spiega il principio che Mons. Lefebvre ha sempre osservato: seguire la Provvidenza in tutti i frangenti, senza mai permettersi di anticiparla. Noi intendiamo fare altrettanto: sia che Roma ritorni presto alla Tradizione e alla fede di sempre – il che ristabilirà l’ordine nella Chiesa – sia che essa riconosca esplicitamente alla Fraternità il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori che le sono contrari, con il diritto ed il dovere di opporsi pubblicamente agli errori e a coloro che li promuovono, chiunque essi siano – il che permetterà un inizio di ristabilimento dell’ordine. Nel frattempo, di fronte a questa crisi che continua a provocare disastri nella Chiesa, noi perseveriamo nella difesa della Tradizione cattolica e la nostra speranza rimane totale, poiché sappiamo con la certezza della fede che “le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).

12. Intendiamo quindi seguire la richiesta del nostro caro e venerato padre nell’episcopato: “Miei cari amici, siate la mia consolazione in Cristo, rimanete forti nella fede, fedeli al vero sacrificio della Messa, al vero e santo sacerdozio di Nostro Signore, per il trionfo e la gloria di Gesù in cielo e in terra” (Lettera ai vescovi). Degni la Santissima Trinità, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, accordarci la grazia della fedeltà all’episcopato che abbiamo ricevuto e che vogliamo esercitare per l’onore di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.

Ecône, 27 giugno 2013, festa della Madonna del Perpetuo Soccorso

Mons. Bernard Fellay

Mons. Bernard Tissier de Mallerais

Mons. Alfonso de Galarreta

 

Posizione teologica dell’Istituto Mater Boni Consilii  (sedeprivazionista)

Questo gruppo di cattolici tradizionali o “integrali”, come si autodefiniscono nel sito internetcattolicesimo.com”, non si distingue dalla Fraternità per l’analisi critica del Concilio Vaticano II e delle sue eresie, e neppure per la valutazione della condotta platealmente eretica degli esponenti al vertice della Chiesa di Roma, ma per la loro veste giuridica.

Essi, infatti, sono assertori della c. d. “Tesi di Cassiciacum”, secondo la quale, a partire almeno dall’8 dicembre 1965, data di promulgazione dei documenti del Vaticano II (ma vi sono altre date anteriori possibili), Paolo VI ed i suoi successori, pur occupando legalmente la sede di Pietro in seguito ad una valida elezione, non godono più dell’autorità pontificia, perché non sono più divinamente assistiti.

In altri termini, essi sono papi solo “materialmente”, in quanto occupanti la cattedra di Pietro validamente eletti, ma non anche “formalmente”, perché, proclamando errori ed eresie, condannati infallibilmente dai loro predecessori, essi non procurano oggettivamente il bene della Chiesa.

Non sono, quindi, dei veri papi, e non godono, pertanto, di alcuna infallibilità pontificia, perché il papato e l’infallibilità non possono ontologicamente convivere con l’eresia (in parallelo, poi, quanto al potere di giurisdizione, anche i vescovi nominati dagli “occupanti della Sede Apostolica” non hanno alcuna autorità).

“Il fedele di oggi vede un “papa” che elogia Lutero, prega al muro del pianto, visita le sinagoghe e le moschee, bacia il corano, offre sacrifici agli dei, fa adorare la statua di Buddha sull’altare di Assisi, si fa iniziare ai culti induisti, si pente per la storia della Chiesa e per gli atti dei suoi santi predecessori” (!).

“Come può essere infallibile costui? Come può essere il papa? Un papa non può non essere infallibile e tutti lo furono nella storia e nessun papa contraddisse su materia definita un proprio predecessore”.

“Anche un semplice fedele coglie al volo la contraddizione: è impossibile che sia papa chi insegna quotidianamente errore ed eresia, è impossibile che convivano papato ed eresia” (da “cattolicesimo.com”).

La Sede Apostolica è dunque “formalmente vacante”, per cui tutti i libri liturgici promulgati dopo l’8 dicembre 1965 “non sono libri liturgici della Chiesa cattolica e pertanto (…) la Messa celebrata secondo il nuovo rito e i sacramenti confezionati e amministrati secondo il rito post-conciliare sono da considerarsi (…) come praticamente nulli e invalidi. Questo vale anche per il nuovo rito di consacrazione episcopale” (Sodalitium, anno XXI, n. 58, aprile 2005, p. 42).

Naturalmente, i sostenitori della Tesi di Cassiciacum, che possono chiamarsi, per intendersi, sedevacantisti formali o – più brevemente – sedeprivazionisti,  si oppongono sia a chi riconosce la legittimità del Papa, come la Fraternità, e sia a chi non lo considera Papa neppure materialmente, come i sedevacantisti di cui più avanti.

Comprensibilmente, tuttavia, la polemica è particolarmente forte nei confronti della Fraternità, dalla quale provengono proprio perché non ne condividono l’impostazione di base.

Se, infatti, la sede è formalmente vacante, i Papi, con la P maiuscola, e cioè quelli veri, non ci sono; ecco perché sono destituite di ogni fondamento le critiche che la Fraternità  rivolge ai Papi.

“Da tempo assistiamo muti e sconcertati al diffondersi delle più strane teorie in ambiente lefebvriano: i papi non insegnano nulla da quarant’anni, (!!!) Per forma mentis non vogliono insegnare (!!!), dunque i loro documenti non vincolano, non hanno valore (!!!), non sono veri documenti, bisogna non obbedire ai papi eretici o in errore(!!!) E aspettare (!!!).

Che resta del papato dopo tutto questo? Cenere, il nulla. La debolezza di questa posizione è tale che per sostenerla bisogna negare tutto: e alla fine questo “tradizionalismo”, per ironia della sorte, deve setacciare la tradizione, scegliendo quel pochissimo (ed è davvero pochissimo) che può essere piegato ai suoi scopi” (ibid.).

Per uscire dalla “vacanza”, secondo i sedeprivazionisti, spetta ai cardinali o ai vescovi residenziali rivolgere all’occupante della Sede Apostolica (prima Benedetto XVI, che l’Istituto Mater Boni Consilii ha reputato non potere essere “vero successore di Pietro” in un comunicato emanato il giorno successivo l’elezione al soglio pontificio) delle “monizioni canoniche”. Se il Papa persiste nel suo errore, non lo è più neppure materialmente e il “concilio generale imperfetto” (cardinali o vescovi residenziali) dovrebbe procedere a un nuovo conclave. Nel caso abiuri i suoi errori, egli diverrebbe Papa anche formalmente.

 

Il 16 marzo 2013, in occasione della elezione al pontificato di Bergoglio, l’Istituto, in logica continuità con la sua posizione teologica, ha emesso il seguente comunicato:

Comunicato dell’Istituto Mater Boni Consilii in merito all’elezione di Francesco I.

16 marzo 2013 alle ore 2.55

Il comunicato del nostro Istituto dell’11 febbraio, terminava con queste parole: “Solo l’elezione di un vero Successore di Pietro potrebbe porre fine a questa crisi di autorità, ma la composizione del corpo elettorale lascia presagire – a vista umana – che la notte sarà ancora più fonda, e l’alba ancora lontana”. Purtroppo la realtà – con l’elezione del 13 marzo scorso – è andata al di là delle più fosche previsioni. Se il Grande Oriente d’Italia, e ancor più quella particolare organizzazione massonica che è il B’nai B’rith (Figli dell’Alleanza) si sono vivamente rallegrati della scelta fatta della persona di Jorge Mario Bergoglio, il mondo cattolico al contrario piange non solo per essere ancora privo di un vero, autentico e legittimo Successore di Pietro e Vicario di Cristo, ma anche perché occupa la sede Apostolica – in castigo dei nostri peccati e per altri imperscrutabili motivi – un vero nemico interno della Chiesa Cattolica.

In questo momento storico, e in attesa di atti oggettivi che possano confermare o – lo volesse Iddio – smentire quanto appena scritto, nella nostra veste di semplici battezzati, cresimati o sacerdoti della Chiesa Cattolica, intendiamo professare la nostra fede, fare alcune considerazioni, e rivolgere un appello.

Innanzitutto, i membri dell’Istituto intendono qui rinnovare pubblicamente la propria professione di fede cattolica del Concilio di Trento e Vaticano primo (DH 1862-1870) ed il giuramento antimodernista (DH 3537-3550), ed in particolare la propria fede “in ordine al primato ed al magistero infallibile del Romano Pontefice”, Vicario di Cristo e Successore di Pietro, al quale Cristo ha affidato le chiavi del Regno dei Cieli, il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, e di pascere il Suo gregge”. Primato che Cristo ha affidato al solo Pietro, e non stabilmente all’intero collegio apostolico e ancor meno al “collegio episcopale”.

Gli avvenimenti recenti (rinuncia di Joseph Ratzinger, elezione di Jorge M. Bergoglio) hanno poi ricordato il ruolo di Dio e quello degli uomini durante la vacanza della Sede e l’elezione del nuovo Pontefice. Durante la vacanza della Sede, l’Autorità permane sempre in Cristo, Capo invisibile della Chiesa e solo “in radice” nel corpo morale che può designare il nuovo Pontefice.

Questo corpo morale elegge un candidato con degli atti umani propri a ognuno degli elettori; la persona eletta deve poi accettare, non solo a parole, ma nella realtà, il Sommo Pontificato, il che include la volontà oggettiva ed abituale di realizzare il fine stesso del Papato e il bene della Chiesa.

Anche questa accettazione ed intenzione sono degli atti umani, sottomessi a tutte le infermità di un altro atto umano. Questi atti umani – degli elettori e dell’eletto – costituiscono l’aspetto materiale del papato; papato che però non viene dagli uomini, ma da Cristo stesso che governa, santifica, insegna la Chiesa, abitualmente, “con” il suo vicario: “sarò con voi…” (Matt. 28, 20). Cristo comunica quindi a chi è stato canonicamente eletto ed ha realmente accettato l’Autorità che lo costituisce formalmente il Sommo Pontefice.

È con un semplice atto volontario di rinuncia che Joseph Ratzinger ha rifiutato l’elezione che era stata fatta della sua persona, rendendo così totalmente vacante la Sede; ha così reso esplicito quel suo non volere veramente governare la Chiesa “assieme a Cristo” che gli impediva, fin dall’inizio, di essere Papa. È con un atto della sua volontà, analogicamente, che Jorge M. Bergoglio non ha oggettivamente l’intenzione di governare la Chiesa accettando il Sommo Pontificato, al punto che la sera dell’elezione si è lui stesso presentato non come il Papa, ma solo come il “vescovo di Roma”, secondo la nuova dottrina della collegialità episcopale. Tutti gli atti di Jorge M. Bergoglio nella sua sede di Buenos Aires attestano, senza ombra di dubbio, che egli intende il suo ruolo in ordine al dialogo interreligioso, specialmente col giudaismo e all’ecumenismo (giungendo al punto di farsi benedire e imporre le mani dagli eretici), in fraterna unione con tutti i nemici della Chiesa e di Cristo, e nel più totale disprezzo della Tradizione dogmatica, liturgica e disciplinare della Chiesa Cattolica. Una simile pubblica, abituale intenzione è incompatibile con l’essere Papa, cioè con l’essere “una cum” il Capo invisibile della Chiesa, Gesù Cristo Nostro Signore. È questa l’analisi che ci sembra dover fare per comprendere l’attuale situazione dell’autorità nella Chiesa.

Rivolgiamo quindi la nostra preghiera a Cristo Signore: “Domine, salva nos, perimus”! (Matt. 8, 23) Solo il Signore, nella mediazione di Maria, può salvare e salverà la Sua Chiesa.

Ci appelliamo poi ai cattolici che ancora si sentono legati alla tradizione della Chiesa, affinché aprano gli occhi e rompano coraggiosamente la comunione con chi non può rappresentare Gesù Cristo e la Sua Sposa, la Chiesa Cattolica.

Preghiamo infine i Santi Apostoli Pietro e Paolo affinché proteggano la Chiesa Romana, e i Santi Pontefici San Pio V e San Pio X affinché sostengano con la loro intercessione tutti i difensori della Chiesa dai suoi nemici interni ed esterni.

Verrua Savoia, 15 marzo 2013

 

Posizione teologica sedevacantista

 

Viene espressa da vari gruppi, tra cui primeggiano l’Associazione torinese Santa Maria “Salus Populi Romani” (sito internet osservatorecattolico.com) e la Congregazione di Maria Immacolata Regina (USA – ottimo sito cmri.org).

Anche questi cattolici tradizionali non si distinguono dalla Fraternità per l’analisi critica del Vaticano II e delle sue eresie, né per quanto ne è conseguito in tutti i campi, ma per la valutazione della veste giuridica dei pontefici romani dal Concilio in poi.

Chi è fuori dalla Chiesa – dicono tutti – non può esserne il capo, e non vi è alcun dubbio che i pontefici dal Vaticano II abbiano professato le eresie di questo falso concilio (libertà religiosa e falso ecumenismo), approvandone i testi e attuandole con i loro insegnamenti, per cui si sono posti fuori della vera Chiesa Cattolica, che preserva la sua fede con l’infallibilità della Chiesa e il primato del Papa.

La sede di Pietro è, dunque, vacante, almeno dall’8 dicembre 1965, quando Paolo VI promulgò i documenti del Concilio.

A sostegno della posizione sedevacantista vengono richiamati:

a) la Bolla di Papa Paolo IV del 1559, Cum ex apostolatus:

 

“Se mai, in qualunque epoca, avvenga che… il Romano Pontefice abbia deviato dalla Fede Cattolica o sia caduto in qualche eresia prima di assumere il papato, tale assunzione, anche compiuta con l’unanime consenso di tutti i Cardinali, è nulla, invalida e senza effetto; né può dirsi divenire valida, o esser tenuta per legittima in qualsivoglia modo, o esser ritenuta dare a costoro alcun potere di amministrare delle materie sia spirituali che temporali; ma qualsiasi cosa sia detta, fatta o stabilita da costoro è priva di ogni forza e non conferisce assolutamente alcuna autorità o diritto a chicchessia; e costoro per il fatto stesso (eo ipso) e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione siano privati di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, ufficio, e potere.”;

 

b) il Codice di Diritto Canonico (1917) al canone 188, art. n. 4:

 

“Qualsiasi ufficio sarà vacante ipso facto [per il fatto stesso] per tacita rinuncia e senza che sia richiesta alcuna dichiarazione, … §4 per pubblica defezione dalla Fede Cattolica;… (Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quaelibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus: … 4. A fide catholica publice defecerit;…)”;

c) l’opinione di S. Roberto Bellarmino, insigne dottore della Chiesa, nel De Romano Pontifice (Cap. XXX):

“La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere papa e capo (della Chiesa), poiché a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano (sic) e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione.”

Essendo assolutamente inconciliabili le eresie con il primato, l’infallibilità e l’indefettibilità della Chiesa, per il sedevacantista la Chiesa Cattolica non può venir meno e non è venuta meno; coloro, infatti, che dall’epoca del Concilio si sono succeduti sul soglio di Pietro sono null’altro che degli occupanti abusivi, e cioè degli usurpatori, e come tali, neppure degli occupanti materiali, come erratamente sostengono i sedeprivazionisti, per timori infondati di pura legittimità formale.

La Chiesa continua ad essere visibile in coloro che si oppongono all’eresia e che hanno ancora le fede cattolica vera, come professata fino a prima del concilio Vaticano II.

Breve critica della diverse posizioni

 

Le diverse posizioni sopra illustrate sono suscettibili di esame critico sia sotto l’aspetto tecnico/giuridico e sia dal punto di vista delle implicazioni morali.

In una valutazione complessiva, rilevo subito che, dopo attenta riflessione, è risultata più vicina al rispetto dei dogmi della fede cattolica la posizione sedevacantista. Sono, invece, categoricamente da respingere la posizione sedeprivazionista e quella sedeplenista, che, se possono essere comprese sotto l’aspetto psicologico, non possono essere accolte dal punto di vista logico e teologico.

L’ampia esposizione critica a sostegno della tesi sedevacantista, come  espressa dall’Associazione torinese Santa Maria “Salus Populi Romani” e dalla Congregazione USA di Maria Immacolata Regina, e, per converso, contro le posizioni dei Tesisti di Cassiciacum (sedeprivazionisti), da una parte, e della stessa Fraternità (sedeplenista), dall’altra, risulta, a prima vista, logica, puntuale, composta e, dunque, convincente.

Ma le riserve nei confronti dei sedevacantisti italiani sono notevolmente aumentate rispetto alla mia prima lettera/dossier del 4 ottobre 2007 a Benedetto XVI. Non solo perché essi di fatto confondono la crisi attuale con una comune “sede vacante”, quasi che i cardinali debbano ancora mettersi d’accordo sul nome del successore di Pio XII; ma anche perché l’eresia garantista, sempliciotta e buonista del Vaticano II li contamina non poco, diminuendone la tensione morale, e non consentendo quindi loro di scorgere la dirompente portata della Bolla “Cum ex Apostolatus Officio” di Papa Paolo IV, da me scoperta successivamente, e che richiamano a vanvera (come si vedrà nel terzo allegato).

Comunque sia, al pari dei tesisti, i sedevacantisti rilevano l’incompatibilità assoluta tra eresia e papato, per il primato, l’infallibilità e l’indefettibilità della Chiesa, conseguenti alle promesse di Cristo. Anche alla luce del Concilio Vaticano I, che ha definitivamente chiarito ogni cosa in materia, un papa non può non essere infallibile, e tutti lo furono nella storia, e nessun papa contraddisse in materia definita un proprio predecessore.

Per questo i papi dal Vaticano II e il loro concilio, cultori di eresie, non sono Chiesa Cattolica, sono estranei alla Chiesa Cattolica.

A questa posizione comune, tuttavia, segue una divaricazione, che è durata anche troppo a lungo: i sedeprivazionisti, infatti, ritengono che i papi del Concilio, in quanto professano eresie, sono formalmente fuori dalla Chiesa, ma, essendo stati validamente eletti (fino a prova contraria), vi appartengono in senso solo materiale;  i sedevacantisti, invece, dalla professione di eresie, traggono che i pontefici del Concilio sono completamente fuori dalla Chiesa, in tutti i sensi, e accusano i primi di incongruenza e di formalismo teologico e giuridico, che la situazione del tutto anomala in cui si trova oggi la Chiesa non può assolutamente giustificare.

Questo perché o la gerarchia del Vaticano II è illegittima, come sostengono i sedevacantisti, o è legittima, come sostiene la Fraternità San Pio X, “ma non può essere solo materiale e allo stesso tempo legittima, come sostengono i sostenitori della Tesi” (“osservatorecattolico.com”).

I sedevacantisti, peraltro, ritengono che, alla base del formalismo teologico/giuridico dei Tesisti, vi siano preoccupazioni di continuità e visibilità della Chiesa e, ancor più, di eleggibilità di un futuro legittimo papa. Alla prima situazione rispondono che, già in altre epoche storiche, la sede apostolica registrò periodi di vacanza, anche lunga, e che, in tal caso, la Chiesa permane nei chierici e nei fedeli che conservano la fede.

Alla seconda preoccupazione, invece, rispondono ricordando alcune confuse situazioni straordinarie del passato, nelle quali la materiale successione apostolica non esisteva o non era legittima, e che vedeva la presenza di molteplici papi; situazioni straordinarie che furono risolte con rimedi straordinari, che prescindevano assolutamente dalle normali legislazioni canoniche, divenute inapplicabili per risolvere le crisi.

Riportiamo testualmente (da osservatorecattolico.com sul sedevacantismo):

 

“Molto presto avremo esclusivamente “vescovi” residenziali che non avranno neppure il carattere episcopale, ma avranno secondo la Tesi la successione apostolica materiale e quindi, il potere di promuovere monizioni canoniche (sic). Tutta questa montatura ha l’unico effetto di voler conservare dei possibili elettori (abituali) di un legittimo papa. Come abbiamo spiegato nel precedente paragrafo questi possono cambiare per fatti contingenti, tempi o luoghi. Forse è stata creata una nuova chiesa quando gli Imperatori dell’Impero d’Oriente o del Sacro Romano Impero scelsero o imposero direttamente il Sommo Pontefice al posto del clero e del popolo di Roma? Sono i modernisti che con i loro atti, i loro riti e la loro professione di fede hanno costruito una nuova chiesa”.

E altrove:

“Al Concilio di Costanza parteciparono per l’elezione di Martino V le delegazioni di varie nazioni, i cui membri non erano sempre rivestiti dell’autorità episcopale e questa non tutte le volte legittimamente istituita”.

“Durante il Grande Scisma d’Occidente è vero che c’era un papa legittimo, ma quale era? Come facevano i fedeli ad individuarlo? Quando gli stessi Padri del Concilio di Costanza affermavano di avere autorità direttamente dallo Spirito Santo: “ad tollendum schisma” non riconoscevano alla vigilia dell’elezione di Martino V, sia l’autorità di Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa – linea pisana) sia quella di Gregorio XII (Angelo Correr – linea romana) nonché quella di Benedetto XIII (Pietro de Luna – linea avignonese), che tra l’altro non accettò neppure il Concilio. Solo nel XVII sec. come si è evidenziato in nota 125 di Petrus es tu? si procedette ad iscrivere tra i pontefici legittimi Gregorio XII piuttosto che Giovanni XXIII”.

Bisogna – dunque(l’inciso e mio) – notare … che la Chiesa quando incontrò situazioni difficili non si soffermò troppo sui formalismi teologici e giuridici, ma procedette per le vie brevi alla loro soluzione. Se i Padri riuniti nel Concilio di Costanza avessero disquisito troppo sulla legittimità delle tre obbedienze, saremmo ancora con tre papi (!).

Nello stesso ambito critico delle preoccupazioni di carattere esclusivamente giuridico/formali, infine,  i sedevacantisti rimproverano ai Tesisti l’invenzione tutta loro della necessità delle previe monizioni canoniche perché qualcuno possa essere considerato formalmente eretico.

“A nostra conoscenza – dicono – non esiste nessun teologo o canonista che affermi la necessità della monizione perché qualcuno possa essere considerato eretico formale. Al contrario ne abbiamo trovato almeno uno che afferma esplicitamente la non necessità della monizione”; e citano a sostegno il D.C.T., colonna 2222 e, ad abundantiam, nella materia della sede vacante, un passo del Conte Matteo da Coronata O.M.C., passi che riporto di seguito.

 

“Nella colonna 2222, il D.T.C. dichiara esplicitamente che non occorre monizione canonica: «…questa opposizione voluta al Magistero della Chiesa costituisce la pertinacia, che gli autori richiedono affinché ci sia il peccato d’eresia. (Sant’Alfonso, op. cit., I, II, TR. I, C. IV DUB. IV n°19). Bisogna osservare con Gaetano, in IIam, IIae, q. XI a. 2, e Suarez, op. cit, n° 8, che questa pertinacia non include necessariamente una lunga ostinazione da parte dell’eretico e monizioni da parte della Chiesa.

Il Conte Matteo da Coronata O.M.C. afferma:

«Eresia notoria. – Certi autori negano questa tesi: non si può ammettere che il Pontefice Romano possa essere eretico. Non si può provare tuttavia, che il Pontefice Romano, come dottore privato, non possa diventare eretico, se nega già con pertinacia un dogma definito. Quest’impeccabilità non gli è stata promessa mai da Dio. Perciò, Innocenzo III ha ammesso esplicitamente che il caso può capitare. Se veramente il caso accade, lui stesso (il papa) per diritto divino, decade dall’ufficio del suo incarico, senza nessuna sentenza, anche non declaratoria. Chi, infatti, apertamente, professa l’eresia si separa egli stesso dalla Chiesa e non è probabile che il Cristo conservi ad un tale pontefice indegno il primato su di essa. Perciò, se il Pontefice Romano professa l’eresia, è privato della sua autorità prima di qualsiasi sentenza che, del resto, è impossibile emettere» (Mattheus Comes a Coronata, Institutionis iuris canonici, Vol. I, Marietti Torino 1928, p. 367).

A queste critiche rivolte ai Tesisti, si aggiungono, poi, quelle dirette alla Fraternità, tutte intese a rimarcare, non solo il paradosso di un papa eretico ritenuto, peraltro, vero e legittimo, e al quale, tuttavia, la Fraternità disobbedisce, come se non fosse vero e legittimo, dimostrando in tal modo che è proprio la nozione di sedevacantismo che la dirige, ma anche l’atteggiamento oggettivamente sedevacantista che la Fraternità spesso esprime nelle stesse parole e negli stessi gesti del suo fondatore.

E qui le citazioni, che provengono da chi, per essere fuoriuscito dalla Fraternità ne conosce bene tutti i fatti, le citazioni – dicevo – davvero si sprecano.

Nel suo testo “Il colpo da maestro di Satana” (Econe, 1977), mons. Lefebvre scrive:

“La questione, pertanto, in definitiva è questa: papa Paolo VI è egli stato o è ancora il successore di Pietro ? Se la risposta è negativa: Paolo VI non è stato mai papa o non lo è più, il nostro atteggiamento sarà quello dei periodi sede vacante, ciò semplificherebbe il problema. Certi teologi l’affermano, appoggiandosi sulle affermazioni di teologi del tempo passato, accettati dalla Chiesa e che hanno studiato il problema del papa eretico, scismatico o che abbandona praticamente il suo ufficio di Pastore supremo”.

Non è impossibile che questa ipotesi sia, un giorno, confermata dalla Chiesa. Perché ha a suo favore degli argomenti seri. Numerosi sono, infatti, gli atti di Paolo VI che, compiuti da un vescovo o da un teologo, vent’anni fa sarebbero stati condannati come sospetti di eresia, favorevoli all’eresia”.

 

E altrove (Parigi, 17.3.85, brano della dichiarazione di Mons. M. Lefebvre del 2.8.76):

 «… D’altra parte, ci appare molto più certo che la fede insegnata dalla Chiesa durante venti secoli non può contenere degli errori, che non è d’assoluta certezza che il papa sia proprio papa. L’eresia, lo scisma, la scomunica ipso facto, l’invalidità dell’elezione sono altrettante cause che, eventualmente, possono far sì che un papa non lo sia stato mai o non lo sia più. In questo caso evidentemente molto eccezionale, la Chiesa si troverebbe in una situazione simile a quella che accade dopo il decesso di un sommo pontefice».

Nella sua omelia di Pasqua 1986 ad Ecône, infine, l’arcivescovo afferma:

 «(…) Ci troviamo veramente davanti ad un grave dilemma, ed è eccessivamente grave che credo, non sia mai esistito nella Chiesa: che colui che si è assiso sulla Sede di Pietro partecipi a dei culti di falsi dei. Penso che questo non sia mai capitato nella Chiesa. Quale conclusione dovremo forse trarre tra alcuni mesi, di fronte a questi reiterati atti di comunione con dei falsi culti? Non so… Me lo chiedo”.

“Ma è possibile che saremo nella condizione di credere che questo papa non è più papa. Perché sembra a prima vista (non vorrei ancora dirlo in modo solenne e formale), ma sembra a prima vista …impossibile che un papa sia pubblicamente e formalmente eretico”.

“Nostro Signore gli ha promesso di essere con lui, di custodire la sua Fede, di custodirlo nella Fede. Com’è possibile che colui al quale Nostro Signore ha promesso di custodirlo definitivamente nella Fede, senza che possa errare nella Fede, possa, allo stesso tempo, essere pubblicamente eretico, e quasi apostatare…?” (da osservatorecattolico.com).

Alla luce di tutto quanto riportato, e fermo restando che questo allegato è propedeutico al successivo, che definisce ogni cosa, possiamo allora trarre, solo in via del tutto provvisoria, quanto segue, a conclusione delle posizioni cattoliche tradizionali.

 

La Chiesa Cattolica sta attraversando una crisi senza precedenti, perché, il Concilio Vaticano II, unico concilio pastorale e non dogmatico della sua storia, così ritenuto per espressa ammissione di Paolo VI che lo chiuse e ne approvò i documenti (udienza generale 12.1.1966), ne ha stravolto la dottrina, affermando gravi eresie, che i papi, anziché respingere, hanno promosso e condotto alle estreme conseguenze.

Dall’analisi svolta emerge chiaramente che il punto di divisione tra i cattolici tradizionali è rappresentato dalla figura giuridica del Papa, per la sua posizione assolutamente unica nella Chiesa Cattolica. E poiché tale divisione paralizza ogni tentativo serio per una esatta comprensione della crisi, si rende necessario affrontarla in modo semplice e deciso, per smascherarne l’artificiosità.

A ben vedere, nella qualificazione della sconcertante figura del papa in questa vicenda gioca l’eresia antropolatrica del Vaticano II, che ha partorito la cultura lassista e ipergarantista moderna, e questa si esprime con due opposti estremismi giuridici: a) quello della Fraternità, che ritiene il Pontefice sostanzialmente eretico, ma formalmente Papa; b) quello dei Tesisti, che, al contrario, ritengono il pontefice formalmente eretico, ma sostanzialmente (“materialmente”) Papa.

Entrambi i punti di vista mirano – in modo più o meno consapevole – a salvare qualcosa di quella figura, nel tentativo, forse, di salvare la stessa Chiesa. In realtà non vi è nulla da salvare, perché: a) quella figura non è in gioco, per divina promessa, anche storicamente verificabile; b) a norma della Bolla di Paolo IV, come si vedrà ampiamente nel terzo allegato, i peccati di eresia compiuti sono da attribuire a falsi pontefici.

Questa verità è, in qualche modo, salvaguardata dalla tesi sedevacantista, che giudica i pontefici del Vaticano II semplicemente Non Papi, in quanto persone formalmente e sostanzialmente eretiche. Ma essa, richiamando dottrine superate, nell’oggettivo disprezzo della suddetta Bolla (come vedremo), sostiene che non sono mai state Papi, se al momento dell’elezione professavano eresie (Bolla di Paolo IV), ovvero ne sono decaduti, se abbiano professato eresie dopo l’elezione (C.D.C. del 1917; San Roberto Bellarmino; Conte Matteo da Coronata O.M.C.).

E poiché le eresie vi sono comunque state, gravi, pertinaci, generali e radicali, uniche nella storia, nessun problema si pone, e la Sede Apostolica è davvero vacante!

Ai cattolici tradizionali di Econe ho, pertanto, ricordato, con lettera/dossier del 5 dicembre 2006, che nella Chiesa vige il principio cardine dell’obbedienza, posto a salvaguardia del Primato, indispensabile per la salvezza (Bolla “Unam Sanctam” di Bonifacio VIII), principio che non può essere stravolto da illeciti giuridismi. Non ha, dunque, alcun senso ritenere il Papa eretico ma anche vero Papa, perché, così dicendo, ci si condanna da soli.

Per giustificare quella disobbedienza, in ambito di fede stretta cattolica, si deve riconoscere che l’autorità non è legittima, e che quindi non si tratta di un vero Papa: non esiste altra soluzione per uscire moralmente e giuridicamente indenni da una simile disobbedienza (!).

I papi dal Vaticano II in poi non sono veri Papi: ecco perché si deve loro disobbedire e si devono ammonire, facendo ogni possibile tentativo per salvarli dalla condanna eterna!

 

Ai Tesisti di  Cassiciacum, invece, ho fatto presente che, nell’attuale satanica situazione in cui è precipitata la Chiesa, non è lecito arzigogolare con giuridismi tanto fuorvianti quanto inconcludenti (chi scrive è amante del diritto, nel quale è ben preparato per una naturale inclinazione, per studi fatti e per l’esercizio di specifiche professionalità). E’ assolutamente farisaico e moralmente censurabile parlare di illegittimità solo formale, perché l’illegittimità è completa o non lo è affatto. L’espediente della materialità che si salva serve solo a paralizzare il pensiero e l’azione, gettando confusione in una materia assolutamente lampante per la sua iniquità.

Nessuna fasulla argomentazione giuridica potrà cambiare l’inaudita gravità di un sedicente papa apostata, che non è un Papa, neppure materialiter, ma un occupante abusivo del soglio di Pietro, un impostore e uno scassinatore, ovverosia letteralmente un “anticristo”, che ha seminato morte e distruzione nella Chiesa (!).

Ogni diverso argomento è inutile esercizio dialettico, proprio di chi non ha certezze morali, mette la testa al posto dei piedi, subordinando la morale al diritto, si sente impotente a risolvere la questione o timoroso di offendere qualcuno, con falsi rispetti umani che non sono secondo Dio, e cerchi un alibi per nascondere questi limiti!

Ben vengano, dunque, le monizioni agli impostori che siedono sul soglio di Pietro, ancor meglio se qualificate dal grado di chi le opera; ma si ricordi che la gravità e la platealità delle violazioni autorizza qualunque fedele ad eseguirle – come ha già fatto chi scrive, e come ancor più farà con la presente e al termine della presente –, e che, pertanto, gli stessi Tesisti sono tenuti a praticarle, nello spirito più genuino e vero del Vangelo.

Tanto più che l’impostore dimissionato e ancora in vita (Benedetto XVI) è perfettamente consapevole di aver rotto con la Tradizione della Chiesa; al punto che, per giustificare quella rottura, ha addotto che essa è avvenuta perché quella Tradizione era in conflitto con la primitiva Tradizione Apostolica (22 dicembre 2005 alla curia romana, per i 40 anni dalla chiusura del Vaticano II)!

A entrambi gli enti cattolici tradizionali suddetti, infine, ho ricordato:

che il diritto (legge positiva), anche quello canonico, è sempre subordinato alla morale (legge eterna), che viene da Dio e vale per tutti, e della quale il diritto è a servizio;

che ogni violazione di fede è sempre anche una violazione morale, e viceversa: l’eresia è dunque immorale, ed è tanto più grave quanto più sconfina, come oggi, nell’apostasia; perciò è condannata dal Cristo stesso (Mt 7, 15-20).

 

L’eresia è immorale; di per sé e per i danni che produce all’intera società, e che sono conseguenti alla perdita della Grazia, senza la quale è impossibile piacere a Dio, e il giudizio si corrompe, disseminando un oceano di male.

Proprio come hanno fatto i falsi papi del falso Concilio Vaticano II, che, con il loro giudizio corrotto dall’apostasia, e in uno spirito di progressivo cedimento al mondo e di completo tradimento della missione della Chiesa, hanno legittimato o favorito il male morale e sociale in tutti i modi possibili, e cioè: non condannandolo; consentendo che i chierici si mondanizzassero e diffondessero ogni tipo di immoralità nei mass media religiosi (massima fra tutte la rivista “Famiglia Cristiana”, che, dall’immediato dopo Concilio ha impunemente e sistematicamente massacrato la fede e la morale della Chiesa!); condannandolo solo a parole e senza conseguenze canoniche o pastorali per chi pubblicamente lo praticava o lo diffondeva; amministrando falsi sacramenti; celebrando una falsa eucaristia data pubblicamente ad atei professi e peccatori manifesti non credenti o non convertiti; celebrando funerali religiosi e messe esequiali per peccatori manifesti che, prima della morte, non dettero alcun segno di pentimento: personaggi tutti che, quali emissari del diavolo (politici, uomini di Stato, artisti), hanno operato sistematicamente per offendere Dio e nuocere gravemente alla Chiesa e al mondo!

Dott. Antonio Coroniti

                 Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/87028 Praia A Mare

 

Terzo allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

 

LA  BOLLA  DI  PAPA  PAOLO  IV

 

 

Chi mi dà la certezza canonica di essere nel giusto in questa tragica materia? La Bolla di Papa Paolo IV, anticipata, ma solo in sintesi, nella lettera base.

Nato a Napoli nel 1476, dalla prestigiosa famiglia dei Carafa, Paolo IV fu un Papa tridentino di vita santa e senza compromessi, che ebbe per obiettivo centrale del suo Pontificato la lotta alle eresie e una vera riforma della Chiesa, a cominciare dallo stile di vita mondano della corte papale.

La sua notevole formazione letteraria, teologica e giuridica, gli aprirono la via ad ogni grado della gerarchia. Fu così un provetto avvocato, consigliere di Papi, nunzio apostolico in Spagna ed in Inghilterra, vescovo di Chieti, cardinale arcivescovo di Napoli, decano del Sacro Collegio, Papa.

Il suo documento più importante fu scritto nell’ultimo anno di pontificato, il 1559, in piena tempesta protestante, ed è la Bolla «Cum ex Apostolatus Officio», diretta a preservare il magistero ecclesiale dalle eresie. La sua portata è amplissima, il magistero solenne e definitorio. Il suo valore viene descritto così da Arai Daniele:

«Già dall’Esordio la Bolla «Cum ex apostolatus officio» chiarisce la sua materia trattando dei doveri dell’Autorità Apostolica nella difesa della verità rivelata, perciò parla in termini scritturali (confronta Giovanni 21, 15 – 17, Giovanni 10, 12, 13, Matteo 7, 15 -20).

Paolo IV impegna in questa Bolla la pienezza del suo potere apostolico, promulgando una Costituzione “valida in perpetuo”, intenta ad impedire la perversione della fede da parte di persone in posizione d’autorità.

Impegna l’autorità papale per definire quanto è proprio all’autorità cristiana. E’ di fede che l’autorità divina è rappresentata nella Chiesa dai Successori di Pietro, che la ricevono immediatamente da Dio quando accettano la propria elezione a Papa.

La Bolla tratta, quindi, dell’autorità di giurisdizione nella Chiesa, che deve sempre fare riferimento al Papato. Perciò è direttamente materia di fede. Ha dunque una natura dottrinale che determina quella canonica» (cfr. EFFEDIEFFE on line: “Quando Roma rischiò di svegliarsi protestante”).

 

Ne deriva che, in base al Concilio Vaticano I, costituzione dogmatica “Pastor Aeternus”, la Bolla esprime magistero infallibile e, dunque, irreformabile, a prescindere completamente dalla sua presenza o meno nel C.D.C. Pio/Benedettino  del 1917 (v. appendice).

 

La stessa Bolla enuncia, al suo esordio, la finalità, con un magistero biblico e un linguaggio duro, che rivela tutta la gravità morale della materia trattata e lo sdegno per i crimini contemplati.

La finalità generale è quella di respingere dall’ovile di Cristo coloro i quali … insorgono contro la disciplina della vera ortodossia e pervertendo il modo di comprendere le Sacre Scritture, per mezzo di fittizie invenzioni, tentano di scindere l’unità della Chiesa Cattolica e la tunica inconsutile del Signore, ed affinché non possano continuare nel magistero dell’errore coloro che hanno sdegnato di essere discepoli della verità”.

I crimini perseguiti sono quelli di aver deviato dalla fede o essere caduti in eresia o essere incorsi in uno scisma, per averlo promosso o commesso, anche se questi crimini siano stati abiurati in pubblico giudizio.

Autori dei crimini devono essere alti chierici e governanti, e precisamente vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, i quali, dovendo istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando, peccano più gravemente degli altri, in quanto dannano non solo se stessi, ma trascinano con se alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, o in altro modo a loro sottomessi (!).

Orbene, “in odio a così gravi crimini, in rapporto ai quali nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio”, gli autori sopra indicati, che siano incorsi nei medesimi, per il fatto stesso e senza alcun altra procedura di diritto o di fatto”, sono interamente e totalmente privati in perpetuo di ogni funzione, incarico, potestà e relativi appannaggi, e sono “abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli” (salvo che mostrino i segni di vero e fruttuoso pentimento), e devono essere considerati “rigettati” e “sovversivi”, e in quanto tali “evitati ed esclusi da ogni umana consolazione”.

E per rendere ancora più sicura la sanzione, la Bolla prevede la “scomunica ipso facto” di tutti coloro che scientemente li accolgono, li difendono o li favoriscono o “insegnino i loro dogmi”, i quali devono essere tenuti come “infami”, e, in quanto tali, privati essi stessi d’importanti diritti, quali quello di succedere per testamento o successione legittima, di emettere sentenze (se sono giudici), o assistere legalmente (se sono avvocati) o emettere un rogito (se sono notai).

La Bolla sancisce, inoltre, la liceità delle persone subordinate di recedere impunemente dall’obbedienza e dalla devozione a tutte indistintamente le autorità deviate dalla fede, che – ribadisce – devono essere evitate come la peste, perchè pagani, pubblicani ed eresiarchi, e, a maggior confusione di costoro, “ove pretendano di continuare l’amministrazione”, dispone “sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare.

E’ nulla la promozione di vescovi, cardinali e legati, che prima della loro promozione siano incorsi negli stessi crimini, e, per conseguenza, nulli tutti i loro atti.

Ma l’aspetto più importante della Bolla, quello che interessa più direttamente la gravissima crisi attuale, riguarda il Romano Pontefice; per quanto dice e, ancor più, per quanto tace.

Della sua persona si parla due volte, con distinte fattispecie giuridiche, e cioè al paragrafo1, subito dopo l’esordio, dove si torna con insistenza sulla finalità della Costituzione, e al paragrafo 6, quando si parla della nullità della giurisdizione di tutti gli eretici chierici. Partiamo da quest’ultima.

Il paragrafo 6 stabilisce l’ineleggibilità al Pontificato di chi abbia deviato dalla fede o fosse caduto in eresia o scisma, sanzionando sempre e comunque come radicalmente nulla l’elevazione, e nulli tutti indistintamente gli atti ad essa connessi e ad essa conseguenti:

 

« Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere che … lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a cardinale o della sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione (adoratio) dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, … e le persone stesse che fossero state così promosse od elevate, siano, per il fatto stesso (eo ipso) e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione, private di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere ».

 

Il paragrafo 1 della Bolla stabilisce invece la semplice ammonizione del Pontefice riconosciuto (soltanto) “deviato dalla fede”, una fattispecie illecita sicuramente inferiore alla eresia, che è sempre distintamente citata nel testo.

« Noi, riteniamo che una siffatta materia sia talmente grave e pericolosa che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito (possit a fide devius, redargui), e che quanto maggiore è il pericolo, tanto più diligentemente ed in modo completo si deve provvedere … ».

Precisiamo subito che, come riporta san Tommaso (in Summa Teologica II – II, quesito 11), “eresia in greco significa elezione, o scelta, per il fatto che ognuno sceglie con essa l’opinione che considera migliore (…). Perciò l’eresia è la specie di incredulità propria di coloro che, professando la fede di Cristo, ne corrompono i dogmi”. Implicando l’attaccamento alle proprie false idee, essa nasce dalla superbia o dalla cupidigia.

A tal proposito, l’Apostolo insegna: “L’uomo eretico, dopo una o due ammonizioni, evitalo, sapendo che un uomo siffatto è perduto(Tito 3, 10-11).

 

Per capire, invece, la “deviazione dalla fede”, e tenerla distinta dall’eresia, osserviamo che la fede della Chiesa ha un suo “deposito”, costituito dalla Sacra Scrittura e dalla Sacra Tradizione, di cui fa parte il magistero infallibile (che a sua volta comprende tutte le questioni “definite” dai Romani Pontefici, che non sono, pertanto, più oggetto di libera disputa).

Nelle “adiacenze” di questo deposito possono sussistere questioni che non sono state definite e di cui si discute, che non costituiscono problema per nessuno, ma che anche non rappresentano materia di fede. Mentre “al di fuori” del deposito vi sono le “novità” e le “favole” di paolina memoria (II Tim.3-4), che non sono eresie evidenti o condannate in quanto tali, ma che non rientrano nella ortodossia dottrinale.

Per quanto esposto, ben si può ritenere, allora, nel contesto in esame, che la “deviazione dalla fede” sia una originale “invenzione”, e che un pontefice “deviato dalla fede” sia un “inventore”, che va ammonito, perché venga richiamato alla sua augusta e delicatissima funzione di garante e protettore del deposito della fede.

Secondo un’altra interpretazione, che sembra bene coniugarsi con la sanzione prevista dal testo, la “deviazione dalla fede” può anche consistere in una dichiarazione eretica casuale, privata o pubblica, ma non ostinata; donde la necessità dell’ammonizione, perché l’ortossia dottrinale venga riaffermata o perché, al contrario, l’eresia diventi manifesta e pertinace.

In questa categoria di Papi “deviati dalla fede” figurano: Liberio (352 – 356), che, senza atti solenni, attenua il Credo di Nicea con una formulazione ambigua che favorisce l’arianesimo, ma poi ritratta ogni cosa; Onorio (625 – 638), che, per ignoranza, favorisce oggettivamente il monotelismo, il quale afferma la presenza in Cristo di una sola volontà, mentre il successivo Concilio di Costantinopoli (680) conferma che sono due; Pasquale II (1099 – 1118), il quale, sconfessando principi solenni stabiliti da Gregorio VII e Urbano II, attribuisce al re il diritto d’investitura di Vescovi e Abati, che poi revoca nel Concilio Lateranense del 1112; Giovanni XXII (1316 – 1334), il quale esprime l’opinione, poi ritrattata per iscritto e anche in punta di morte, che i giusti avrebbero avuto la visone beatifica di Dio non subito dopo la morte, ma alla resurrezione dei corpi.

Ma da chi può essere ammonito il Papa deviato dalla fede? Nel silenzio della norma, e considerata l’universalità della giurisdizione di Pietro, non vi è alcun dubbio che l’ammonizione può essere eseguita da qualunque fedele.

La disposizione, ovviamente, riveste carattere assolutamente eccezionale, perché – come ricorda Paolo IV – il Romano Pontefice “tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato”; ma è adottata in una materia di una gravità ritenuta unica in capo ad un (vero) Vicario di Cristo, come dice chiaramente la Bolla.

Ci chiediamo ora perché la Bolla, che è esplicitamente diretta a prevenire e reprimere gli errori del Magistero, non prevede che il Romano Pontefice possa compiere errori più gravi della semplice  “deviazione dalla fede”?

Non certo per dimenticanza; perché l’estrema meticolosità del testo lo esclude in modo assoluto. Meno che mai per ignoranza: sia perché Paolo IV aveva competenze letterarie e giuridiche altissime;  e sia anche per ragioni di fede (il Papa nell’esercizio formale delle sue auguste funzioni gode senza dubbio dell’assistenza dello Spirito Santo). L’esclusione è, dunque, voluta.

Dopo lunga riflessione sono pertanto giunto alle conclusioni che seguono.

Il Papa Paolo IV ha escluso fattispecie più gravi in capo al Romano Pontefice per non inficiare lo stesso principio di fede dell’assistenza divina sulla di lui persona.

In altri termini, la Bolla sancisce l’incompatibilità assoluta tra Pontefice Romano ed eresia, potendo questa sussistere, innanzi tutto, nell’ipotesi di una illecita e illegittima elezione al soglio di Pietro per precedente deviazione dalla fede cattolica, eresia o scisma dell’eletto.

In questo caso di illegittima elezione, e nonostante – ma solo per capirsi – Paolo IV continui ad appellarlo Pontefice Romano, non ci troviamo – evidentemente – di fronte ad un vero Pontefice Romano, ma ad un usurpatore e un impostore assiso sulla Cattedra di Pietro, che, per espressa disposizione della Bolla, va rimosso finanche con l’aiuto del “braccio secolare”, quand’anche fosse stato eletto all’unanimità!

Ne discende comunque e rigorosamente che l’inquilino sul soglio di Pietro che, pur validamente eletto,  pronunci eresie o compia gesti eretici non è un vero Pontefice Romano, ma un impostore e un Anticristo, un “Abominio della desolazione” sito nel luogo santo, come recita la stessa Bolla (!), la cui elezione è radicalmente nulla, così come tutti i suoi atti, perché era in eresia già prima della elezione, anche quando non si sappia con certezza dove e quando.

In quest’ultimo caso, l’eresia consiste in una cattiva disposizione d’animo, indice di presunzione e superbia sconfinata, per effetto della quale l’impostore ha inteso giungere al soglio di Pietro, non già per comportarsi da “servo buono e fedele” della Verità che salva, ma per cambiare illecitamente il corso degli eventi e, in ultima analisi, la storia della Chiesa, disattendendo il magistero infallibile pregresso e rompendo la comunione dei santi.

 

Questo è il significato più autentico della Bolla «Cum ex apostolatus officio» del Papa Paolo IV, che sancisce l’incompatibilità assoluta tra Pontefice Romano ed eresia: ogni altra riduttiva interpretazione, che pure si appoggi ad autorevoli dottrine del passato, non solo è superata, ma finisce anche per favorire quell’ apostasia dalla fede della Chiesa che opera da cinquantacinque anni!

Lo stesso san Roberto Bellarmino, cardinale e dottore della Chiesa, di poco successivo a Paolo IV (aveva 17 anni quando mori Paolo IV), propendeva per questa correttissima interpretazione della Bolla, che, però, proprio perché recente, non era ancora stata metabolizzata dalla cultura ecclesiale del suo tempo, che la scambiava per una ennesima ipotesi di scuola!

Prima della Bolla di Paolo IV, circolavano, infatti, già molte “ipotesi” su Papa, eresia e perdita della giurisdizione pontificale, ed ognuno aveva espresso il suo pensiero. San Roberto Bellarmino, nel suo De Romano Pontifice (cap. XXX), riportando queste precedenti posizioni, preferisce quella apparentemente più logica e più drastica (la quinta nel suo testo), la quale dice che il Papa eretico manifesto cessa immediatamente e “ipso facto” di essere Papa, perché cessa – ovviamente – di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa.

E a sostegno di questa tesi scrive testualmente: “Questo è il giudizio di tutti gli antichi padri, i quali insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione”.

Ora, gli “eretici manifesti” potevano includere lo stesso Pontefice Romano solo fino a quando la materia dell’eresia e del governo della Chiesa non fosse stata “definita” con atto infallibile del Magistero autentico della Chiesa.

E poiché la Bolla «Cum ex apostolatus officio», evidentemente successiva al parere degli antichi Padri, ha “definito” la materia, escludendo categoricamente la possibilità di eresia in capo ad un vero Romano Pontefice, ne discende – come poc’anzi detto e spiegato – che un Papa che pronunci eresie o compia gesti eretici non è un vero Pontefice Romano.

La Bolla di Paolo IV regola in maniera completa la gravissima fattispecie dell’eresia nel governo della Chiesa e della stessa società civile.

Essa, infatti, non solo stabilisce chi sono i colpevoli e cosa ne deriva, ma anche che:

a) i colpevoli vanno rimossi, finanche con la forza;

b) quanti li ascoltano sono scomunicati “ipso facto”.

c) quanti non li ascoltano operano bene, e non sono soggetti ad alcuna sanzione, dovendosi ritenere “in qualsiasi tempo ed impunemente liberati dall’obbedienza” nei confronti degli impostori.

La formula di chiusura della Bolla è indice sicuro di magistero infallibile, secondo la stessa definizione che ne dà il Concilio Vaticano I, con la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus:

 

Pertanto, a nessun uomo sia lecito infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia.

Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Precisato ora che, per l’assoluta chiarezza degli eventi, la semplice valutazione morale degli uomini e delle situazioni è pienamente in grado di far giungere a conclusioni sicure sulla colpevolezza delle persone coinvolte e sulle naturali conseguenze di ciò, perché, come già ricordato, e a norma dello stesso Magistero, il diritto è a servizio della morale e non viceversa, mostreremo ora che, anche ragionando in punta di diritto, ma con quella intelligenza che compete ai figli veri della Chiesa, si giunge alle medesime conclusioni.

Due fondamentali considerazioni, sulla gravissima situazione attuale, vanno, allo scopo, premesse:

a) Il concilio Vaticano II fu sicuramente convocato per imprimere una svolta radicale alla Chiesa, confondendo le proprie responsabilità pontificali con quelle dei sottoposti, assunti al ruolo di comprimari.

Le  eretiche prolusioni di apertura, la bocciatura di tutti gli atti preparatori, il rifiuto di condannare il comunismo e la reincarnazione, e soprattutto l’invito alle sedute pubbliche degli eretici, che sono fuori dalla comunione dei santi, e la collaborazione di costoro, nel concilio e dopo, ad atti di pseudo-magistero, sono tutti fatti indiscutibili di tale finalità.

Daniele giustamente parla dell’“empio ricorso al Concilio contro il magistero papale precedente, ricorso contro la stessa autorità cattolica (EFFEDIEFFE on line: “Kàtechon e la grande apostasia” – 31.3.08).

Ma il Papa Pio II, nella sua Bolla ‘Execrabilis‘ (1460) – continua Daniele – dichiara non solo che il Pontefice Romano è superiore al Concilio, ma anche che qualsiasi concilio venga convocato per scardinare la Tradizione della Chiesa è decretato in anticipo invalido e nullo (Daniele in “Quando Roma rischiò di svegliarsi protestante” – 29.01.08, citato).

E siccome questo scardinamento c’è stato e, anzi, si configura, nel suo insieme, come un’apostasia completa dalla fede della Chiesa, il Vaticano II è nullo ed è pertanto da ritenersi un falso concilio!

Non solo. A norma della stessa Bolla, chi lo ha convocato con questa intenzione, fosse pure insignito di dignità Papale (Giovanni XXIII!), è scomunicato ipso facto!

Altro che concilio pastorale e non dogmatico, come sosteneva Paolo VI che lo aveva chiuso, e, come ancora oggi sostengono i cattolici tradizionalisti di Lefebvre e lo stesso Radaelli!

b) Abbiamo visto, inoltre, che, a norma della Costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, della Quanta Cura di Pio IX, della Bolla Quo Primum di Papa san Pio V e della stessa Scrittura (Gal 1,8), i falsi papi del Vaticano II e successivi, avendo sostenuto e determinato questa apostasia completa dalla fede della Chiesa, sono incorsi nelle scomuniche e nelle maledizioni ad esse associate, che, privando, le une e le altre, della Grazia santificante, rendono assolutamente inutile per la vita eterna qualsiasi azione buona compiuta da costoro.

Applichiamo ora la Bolla di Papa Paolo IV al caso concreto, partendo dalla situazione degli occupanti abusivi assisi sul soglio di Pietro dall’epoca del falso concilio Vaticano II.

 

Come già visto, la Bolla afferma l’incompatibilità assoluta tra Papa ed eresia o scisma. Si tratta di un dogma, di una incompatibilità di fede e canonica, di una presunzione assoluta o iuris et de iure, come si dice in diritto, che non ammette prova contraria.

Ne discende che, ove in pratica quella eresia si rinvenga in capo ad un personaggio seduto sul soglio di Pietro, non si tratta di un vero ma di un falso Papa, di un impostore, dell’”abominio della desolazione sito nel luogo santo” di cui parla il profeta Daniele, tecnicamente di una persona che era già in eresia prima della sua elezione e per il quale, quindi non vale né l’elezione né l’assistenza divina promessa a un vero “Pietro”.

Quella elezione è radicalmente nulla, come afferma la Bolla, e nulli sono tutti gli atti compiuti dal falso pontefice, a partire da quello della sua accettazione, a seguire con tutti quelli relativi all’esercizio sacrilego della funzione usurpata. Né mai, e in nessun modo, quell’elezione potrà essere sanata e l’impostore insediato sul trono di Pietro!

Ne discende rigorosamente che Giovanni XXIII, il quale ha convocato e fuorviato il falso concilio apostata, Paolo VI, il quale ha continuato e chiuso il medesimo, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco, che non hanno dichiarato nullo il falso concilio vaticano II, che ne hanno approvato e diffuso le eresie in tutto il mondo, i quali, dovendo istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando, hanno peccato più gravemente degli altri, in quanto hanno dannato non solo se stessi, ma trascinato con se alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, come si esprime la Bolla attualizzata, non sono veri Papi, ma impostori assisi sul soglio di Pietro, abominio della desolazione, segno certo e univoco della fine esistenziale dei tempi.

La loro elezione al soglio è radicalmente nulla, quanto meno per precedente apostasia, consistente, come già illustrato, nella cattiva disposizione d’animo, indice di presunzione sconfinata, per effetto della quale essi sono giunti al soglio di Pietro, non già per comportarsi da “servi buoni e fedeli” della Verità che salva, ma per cambiare illecitamente il corso degli eventi e, in ultima analisi, la storia della Chiesa, disattendendo il magistero infallibile pregresso e rompendo la comunione dei santi!

 

E questo anche a prescindere dal fatto che, prima della elevazione, non erano comunque eleggibili, per avere aderito agli insegnamenti eretici del falso Concilio, e anche per avere effettivamente manifestato gravi eresie (cfr., per es., il libro “Person Und Tat”, ed. Tedesca, del giovane sacerdote Wojtyla)!

Orbene, nella lettera e nello spirito della Bolla, “in odio a così gravi crimini, in rapporto ai quali nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio”, gli autori sopra indicati, incorsi nei medesimi, per il fatto stesso e senza alcun altra procedura di diritto o di fatto”, sono interamente e totalmente privati in perpetuo di ogni funzione, incarico, potestà e relativi appannaggi, e sono “abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli” (salvo che mostrino i segni di vero e fruttuoso pentimento), e devono essere considerati “rigettati” e “sovversivi”, e in quanto tali “evitati ed esclusi da ogni umana consolazione”.

Proviamo ora a riflettere, sommariamente, sulle implicazioni dirette e indirette della Bolla, e ne resteremo allibiti.

 

Se l’elezione dei falsi papi è nulla e la loro giurisdizione è nulla, ne viene che ogni legittimità nella Chiesa Cattolica è, in pratica, venuta meno a partire dalle delle ore 17 del 28 ottobre 1958, momento dell’elezione al papato del “cardinale” Angelo Roncalli.

Per la precisione, la Sede Apostolica è vacante dalla notte del 9 ottobre 1958, momento della morte dell’ultimo Papa: Pio XII. Ma, per 20 giorni, si tratta di una vacanza assolutamente ordinaria, quella che intercorre tra un Pontefice e il suo successore (il 10 ottobre – si noti – ricorre la festa di san Daniele martire, il nome del profeta che parla dell’ “Abominio della desolazione” nel luogo santo, preludio della fine dei tempi”! Come a dire che, dopo il Papa Pio XII, si apre l’ultimo capitolo della Storia!).

Solo dal successivo 28 ottobre la vacanza diventa diabolica, abominevole e apocalittica: diabolica, perché sicuramente ispirata da Satana, sebbene Dio l’abbia permessa, perché, per l’iniquità generale degli uomini, ritiene giunto il tempo della “fine”; abominevole, perché sul trono di san Pietro s’insedia l’abominio della desolazione di cui parla il profeta Daniele; apocalittica, perchè senza ritorno.

 

La Sede Apostolica è dunque vacante da ben cinquantacinque anni, nel corso dei quali è stata saccheggiata dai banditi. E nulli sono tutti gli atti posti in essere da questi banditi: nomine di vescovi e cardinali, consacrazioni di preti da parte di questi vescovi e di tutti quei vescovi che poi accettarono i documenti del falso concilio Vaticano II, pur sapendo che contenevano eresie.

E furono proprio tutti! Il 7 dicembre 1965, infatti, nessun vescovo si levò durante la Sessione conclusiva del Vaticano II, accusando pubblicamente che alcuni documenti approvati contenevano eresie; tutti i vescovi, al contrario, accettarono la promulgazione dei documenti conciliari, compreso Mons. Lefebvre come riporta il suo biografo ufficiale Mons. B. Tissier de Mallerais.

Di modo che oggi si può ben dire che la gerarchia ecclesiastica, inclusa quella dei cattolici tradizionali, è tutta illegittima, illecita e, peggio ancora, scomunicata di fatto.

Nulle sono tutte le encicliche, le esortazioni apostoliche, i “motu proprio”, i processi di canonizzazione: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II non sono beati, né lo saranno mai! Giuseppe Moscati e Padre Pio non sono santi! Le centinaia di santi operati dal sig. Wotjla sono tutti teologicamente e canonicamente falsi!

Tra l’altro, Giovanni Paolo II ha drasticamente diminuito il livello di santità e la prova di essa, con la riduzione da 4 a  2 del numero dei miracoli necessari (uno per la beatificazione e uno per la canonizzazione). Una semplice persona di elementare buon senso si rende conto, così, che tantissimi nuovi santi, paragonati ai santi di un tempo, sono personaggi da operetta. La fede eretica, infatti, non ha permesso e non permette di valutarli secondo Verità.

 

I sacramenti amministrati sono nulli, perché espressione di una fede eretica, già condannata, con magistero infallibile, e accompagnata dalla scomunica di coloro che la professano!

Nulli quindi l’eucaristia, la penitenza, l’ordine sacro, l’estrema unzione, la confermazione e lo stesso battesimo, perché non è amministrato secondo l’intenzione della Chiesa (vera), dalla quale si è apostatato!

Si salva, forse, il sacramento del Matrimonio; ma solo perché ministri sono gli sposi; che lo hanno, però, celebrato senza il ministro/testimone della Chiesa, che è un apostata. E sempre che gli sposi siano in buona fede, quantunque non perfetta, per pigrizia e superficialità.

In queste condizioni non operano più i mezzi ordinari di salvezza, e ci si salva solo con la perfetta buona fede per il male oggettivamente compiuto secondo la Bolla. Buona fede perfetta ch’è molto rara per la gravità e l’evidenza delle violazioni. Se la buona fede non è perfetta, ma esiste, ci sarà il fuoco purificatore del Purgatorio, per la fiacchezza spirituale e morale, che ha condotto a seguire il gregge degli apostati.

Successivamente alla scoperta della Verità sulla gravissima crisi, ci si salva con il pentimento sincero e operoso di cui si parlerà tra poco.

Ma andiamo oltre. Come già visto, la Bolla prevede la “scomunica ipso facto” di tutti coloro, chierici e laici, che scientemente li accolgono, li difendono o li favoriscono o “insegnino i loro dogmi”, i quali devono essere tenuti come “infami”, e, in quanto tali, decadono da ogni funzione ecclesiale, se chierici, e sono privati d’importanti diritti, quali quello di succedere per testamento o successione legittima, di emettere sentenze (se sono giudici), o assistere legalmente (se sono avvocati) o emettere un rogito (se sono notai).

E siccome non mi risultano esserci state dissociazioni serie in ambito ecclesiale o civile nei confronti degli anticristi che si sono succeduti alla guida della Chiesa dal Vaticano II in poi, ed anzi tutti i chierici insegnano i dogmi degli apostati reietti, possiamo affermare, con sufficiente sicurezza, che quasi tutti coloro che oggi si fregiano del nome di cristiani sono verosimilmente degli scomunicati ipso facto, e precisamente: tutti i (falsi) cardinali e tutti i (falsi) vescovi, che – si badi bene! – non potranno mai più svolgere funzioni ecclesiali; tutti i (falsi) preti, tutti i laici che aderiscono agli apostati e loro scomunicati fiancheggiatori senza riserve e senza spirito critico (escluse le anime molto piccole), che rappresentano un numero altissimo di laici; e questo per non parlare di tutti coloro che non credono, perché sono già condannati (Gv 3,18)!

Quanto poi ai conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, oggi “governanti”, di cui pure parla la Bolla, che hanno perduto ogni giurisdizione, se eretici o apostati, ed ogni appannaggio, e devono essere considerati “rigettati” e “sovversivi”, nessuno pensa, ragionevolmente, di potere intervenire a loro carico in un’epoca senza “Pietro” e radicalmente scristianizzata.

Ma una cosa è il giudizio sulla situazione morale e canonica di costoro, che va dato ed è rigorosamente infausto, tenendo comunque presente che “chi non crede è già condannato” all’eterna dannazione, al pari degli eretici e degli apostati, i quali si pongono fuori dalla Chiesa, dove non c’è salvezza, ed altra cosa è il concreto esercizio di giurisdizione che ne deriva a carico di costoro, e che potrebbe risultare impossibile da espletare. Cosi, infatti, ricorda il Papa Leone XIII, nell’enciclica “Annum Sacrum” del 1899, ove cita san Tommaso (quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo. anche se non tutto gli è soggetto quanto all’esercizio del suo potere).

E cosa dire, a questo punto, dei cattolici tradizionali e integrali? Si deduce agevolmente da quanto finora esposto.

1. I tradizionalisti di Lefebvre, che credono alla “eresia” del Papa/Eretico, vero Papa, ma al quale bisogna disobbedire, perché dice eresie, rappresentano indubbiamente il massimo possibile del pervertimento in ambito extra conciliare. Essi negano, nei fatti, i dogmi della infallibilità e della indefettibilità della Chiesa; riconoscono come “pastorale e non dogmatico” quello che è un falso concilio, la cui validità è radicalmente nulla, secondo il magistero infallibile di Pio II, Paolo IV, Sisto V, Pio IX e Pio X, per citare i maggiori pontefici che hanno decretato nella materia in esame; e chiamano Papi gl’impostori/anticristi abusivamente assisi sul soglio di Pietro, la cui elezione è assolutamente nulla (secondo l’unica possibile lettura della Bolla di Papa Paolo IV), e cardinali, vescovi e patriarchi uomini eretici e decaduti “ipso facto”a norma della stessa Bolla!

Secondo questa stessa Bolla, essi potrebbero essere ritenuti “in qualsiasi tempo ed impunemente liberati dalla obbedienza e devozione verso quelli in tal modo promossi ed elevati”, se li evitassero “quali maghi, pagani, pubblicani ed eresiarchi”.

Siccome, però, essi li considerano formalmente legittimi, ne diventano, loro malgrado, complici a tutti gli effetti e, dunque, sono scomunicati “ipso facto”. Non già perché lo dispose quell’Anticristo impostore di Giovanni Paolo II, ma perché lo hanno disposto: a) direttamente, Papa Paolo IV; e b) indirettamente, Papa Bonifacio VIII, il quale fa obbligo di prestare obbedienza a colui che si ritiene essere il Pontefice Romano (Bolla Unam Sanctam)!

 

2. I sedeprivazionisti di don Ricossa (Istituto Mater Boni Consilii), sostenitori dell’assurda “tesi di Cassiciacum”, vero mostro giuridico, teologico e logico, secondo le stringenti critiche dei sedevacantisti e mie personali, svolte nel secondo allegato del presente dossier, al quale rinvio, credono alla “eresia” dell’Eretico/Papa (una specie di mezzo papa), Papa solo materialmente perché eletto validamente (fino a prova contraria, dicono!), e parlano essi stessi di veri Vescovi e Cardinali. Essi ritengono indispensabile l’ammonizione di un “Vescovo residenziale” perché l’Eretico/Papa (che comunque assicura un qualche bene alla Chiesa!!) possa decadere oppure essere promosso Papa/Papa se abiura le eresie professate!

I ricossiani attaccano ferocemente i sedeplenisti, dai quali sono usciti soltanto e veramente per una questione di “lana caprina”, non rendendosi conto che, sotto un certo aspetto, sono peggiori di essi. Se i primi, infatti, sembrano più sprovveduti che maramaldi, i Tesisti, con la loro falsa saccenza giuridico-teologica, appaiono chiaramente più maramaldi che sprovveduti! 

Questa mia esposizione ha dimostrato, nel suo complesso e al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’elezione dei loro “papi materialiter” è nulla, che costoro, per espressa e unanime condanna dei veri Pontefici Romani che li hanno preceduti sul soglio di Pietro, sono stati plurimaledetti e pluriscomunicati, insieme a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, li sostengono.

E poiché essi li sostengono, ne sono complici a tutti gli effetti, morali e giuridici, per cui, come i lefebvriani, e con la stessa anzidetta precisazione, sono scomunicati “ipso facto”.

 

3. I sedevacantisti italiani di don Paladino (Associazione torinese Santa Maria “Salus Populi Romani”) sono, apparentemente, meno lontani dall’ortodossia, perché considerano la sede di Pietro vacante. Qui l’eresia è più sottile, e consiste nella assoluta inadeguatezza del giudizio teologico, morale e giuridico sulla intera vicenda.

Essi, infatti, non apprezzano l’unicità e diabolicità della crisi, che ammucchiano tra le altre sedi vacanti (come se i cardinali, niente affatto ritenuti decaduti, debbano ancora mettersi d’accordo sul nome del successore di Pio XII); crisi che attendono fiduciosi sia sanata dal Signore vilipeso, disprezzato e oltraggiato (come se non esistesse una evidentissima apostasia radicale e generale, segno sicuro della fine esistenziale dei tempi); stoltamente discettano sulla non sicura colpevolezza – meno che mai interna! – degli anticristi, sulla incertezza di chi si trovi all’Inferno (che, al contrario, trabocca sicuramente di dannati, secondo l’intero Nuovo Testamento, Vangelo e Apocalisse “in primis”, secondo grandi santi – tra cui Caterina da Siena – e secondo gli onesti parametri del più elementare buonsenso!); citano la Bolla di Papa Paolo IV senza rispettarla, e, anche per questo, non hanno posto in essere un solo atto giuridico/formale contro gl’impostori, sforzandosi davvero di far capire a tutto il mondo che, come giustamente dice Arai Daniele, esso sta parlando con dei “travestiti”; non rispettando moralmente e fedelmente le indicazioni degli augusti Pontefici Romani da loro richiamati, rimangono essi stessi, non solo senza un Papa vero che ne autentica il ministero e che ricorda a tutti che “la Chiesa è là dov’è Pietro”, ma anche sprovvisti del sacramento dell’Ordine, perché chi li ordinò era eretico e scomunicato da Paolo IV!

 

Per tutti questi motivi, i sedevacantisti sono cattivi pastori senza Pietro, “cani muti” che non riconoscono i loro padroni, chiaramente deviati dalla fede e oggettivamente sospetti di complicità ed eresia e, quindi, a grave rischio di perdizione eterna, tanto più serio in quanto, ben più degli altri due gruppi, hanno avuto la grazia di capire di più (Lc 12,48).

E inutile dire che nella stessa poco invidiabile condizione dei tre gruppi tradizionalisti citati si rinvengono nei fatti tutti coloro che ne seguono gli orientamenti.

Così come va, al contrario, osservato che, in assenza di un’autorità della Chiesa legittimata a governare, tutti possono uscire dalla scomunica automatica che conduce all’eterna dannazione con un sincero e perfetto pentimento, le cui opere sono: a) perfetta e dichiarata adesione alla fede vera della Chiesa, come interpretata dalla sua Tradizione bimillenaria, e quindi obbedienza ai Pontefici Romani fino al Papa Pio XII e, in particolare, al loro magistero infallibile; b) rifiuto dell’intero Vaticano II perché nullo e di tutte le eresie da esso propalate e dai falsi papi conciliari ispirate e, anzi, amplificate; c) rifiuto di qualsivoglia sostegno morale e giuridico a tutti gli apostati del Vaticano II, falsi pontefici in testa, che devono considerare scomunicati “ipso facto”, salvando, per la carità, gli aiuti familiari e i propri doveri, cristianamente intesi, verso la comunità degli uomini; d) rifiuto di qualsivoglia sacramento amministrato da costoro, da considerare un rito sacrilego e, dunque, satanico.

 

Abituato ai toni maliardici del falso concilio Vaticano II, la Bolla di Papa Paolo IV è forse il documento più severo della Chiesa che mi sia mai capitato di esaminare. Ma chi ha conservato un’autentica dimensione ecclesiale ed etica, e sappia vedere quanto accaduto nonostante i suoi divieti e i suoi ordini, capisce bene perchè.

Essa si proponeva d’impedire la cosa più grave che potesse accadere nella Chiesa e nel mondo, e cioè « che dei falsi profeti … (potessero) miserevolmente irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo per le necessità spirituali … ; e che non (accadesse) in alcun tempo di vedere nel luogo santo l’abominio della desolazione predetto dal Profeta Daniele ».

E cioè  proprio quanto poi avvenuto per effetto del falso concilio Vaticano II.

Ma il Papa aveva avvertito che poteva fare solo la sua parte: “desiderosi come siamo, per quanto ci è possibile con l’aiuto di Dio e come c’impone il nostro dovere di Pastore”; che era quella di dotare la Chiesa di strumenti idonei a “catturare le volpi indaffarate a distruggere la vigna del Signore e tener lontani i lupi dagli ovili, per non apparire come cani muti che non hanno voglia di abbaiare, per non subire la condanna dei cattivi agricoltori o essere assimilati al mercenario”.

Moltissimi altri, invece, ai nostri tempi, non hanno sicuramente fatta la loro: apostatando dietro a degli infami impostori; disprezzando il suo documento; chiamando Papi, Cardinali e Vescovi gli infami traditori del Cristo, della Chiesa e dell’intera umanità; diffondendo menzogne sulla crisi; maramaldeggiando saccenti con il diritto canonico; e permettendo che, per cinquantacinque anni e senza che il mondo intero sapesse la Verità/Vera sull’intera tragedia, l’abominio della desolazione sguazzasse incontrastato sulla Cattedra di San Pietro, inducendo l’apostasia generale conclamata, operando stragi immense nel “gregge” e aprendo le porte della fine esistenziale dei tempi!

Tanto riferito, vediamo adesso quali corollari si devono trarre dall’esame della Bolla, come altrettante sfaccettature di un unico, terribile evento.

 

1. La Bolla di Papa Paolo IV “Cum ex Apostolatus Officio” scrive, in pratica, la parola “fine” nella ricerca della Verità violata dall’apostasia conciliare e delle relative conseguenze, non solo in termini di valutazione morale del tragico accaduto, ma anche in termini di valutazione giuridico/canonica. Trattandosi di materia assolutamente e rigorosamente “definita” nel campo della prevenzione del Magistero dall’eresia e della repressione dei comportamenti devianti condannati, con essa (innanzi tutto con essa!) bisognava e bisogna fare i conti; a nulla rilevando l’esistenza di ipotesi di scuola precedenti o d’impossibili correzioni successive.

 

2. La Bolla, richiamando implicitamente il passo evangelico sulla riconoscibilità dei falsi profeti (“Dai loro frutti li riconoscerete”: Mt. 7,16), sia pure “con il senno di poi” c’insegna che non bisogna mai fidarsi ciecamente di nessuno, e che dobbiamo allertare la nostra vigilanza per scoprire l’impostore; che può stare dovunque; e che può rivestire perfino i panni di un falso pontefice; il quale non è un antipapa, ma l’Anticristo!

3. La stessa Bolla spazza via l’ipotesi di quanti sostengono che, essendo il falso pontefice il prodotto dell’apostasia (san Paolo, secondo la Scrittura, afferma che deve prima venire l’apostasia generale e dopo l’Anticristo: cfr. II Ts 2, 3-4), le colpe degli impostori assisi sul soglio di Pietro sono pressoché assimilabili a quelle di coloro che l’hanno partorito e sostenuto.

Osservo, al riguardo, che è assolutamente vera l’esistenza di un processo di apostasia strisciante già prima dell’avvento dell’Anticristo Giovanni XXIII, come illustro schematicamente ai punti da 3 a 7 della presente lettera/dossier. Il terreno di coltura dell’Anticristo era, quindi, pronto.

L’Anticristo, però, trasforma attivamente il processo da strisciante a conclamato, facendosi padrone anziché “servo buono e fedele” della Verità che salva, e utilizzando i poteri di Pietro per polverizzare l’opera e la stessa figura del Cristo.

Il processo apostasiaco subisce allora una trasformazione qualitativa e quantitativa, trasformandosi in un fiume in piena che produce ulteriore apostasia. E’ il processo di “causazione circolare”, ben noto in statistica e sociologia, in virtù del quale l’effetto diventa causa che rafforza l’effetto, istaurando un circolo “virtuoso”, se positivo, o un circolo “vizioso”, se negativo, come nel nostro caso. I fatti umani, infatti, obbediscono più al meccanismo della interdipendenza che a quello della semplice dipendenza.

Per quanto precisato, consegue che le colpe dei falsi pontefici non sono assimilabili a quelle di nessun altro. Le durissime parole di Papa Paolo IV, infatti, chiudono ogni diversa opinione!

<< Noi riteniamo che una siffatta materia sia talmente grave e pericolosa che lo stesso Romano Pontefice … qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito, e che quanto maggiore è il pericolo, tanto più diligentemente ed in modo completo si deve provvedere, allo scopo d’impedire che dei falsi profeti … possano miserevolmente irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure …; né accada in alcun tempo di vedere nel luogo santo l’Abominio della desolazione predetto dal Profeta Daniele … . >>

Dal passo in esame si rileva immediatamente la severità unica di giudizio nei confronti del falso papa, qualificato “falso profeta” (come la “Seconda Bestia” dell’Apocalisse!) e, addirittura, “Abominio della desolazione sito nel luogo santo” di cui parla Gesù nel Vangelo di Matteo; papa falso per il quale continua a valere il principio cardine della responsabilità ecclesiale “a chi molto fu dato, sarà chiesto molto di più” (Luca 12,48), principio ripetutamente citato nei miei scritti.

Tale principio continua a valere anche nell’attuale situazione di marasma ecclesiale, in cui sono presenti falsi papi, falsi cardinali, falsi vescovi, falsi preti, falsi diaconi, falsi religiosi e falsi fedeli, per la gravità estrema del sacrilegio perpetrato. E’, infatti, da ritenere pacifico che si tratti della massima offesa arrecata a Dio, perché ci si traveste addirittura coi panni del Suo Vicario e dei Suoi Apostoli, in pratica con Lui stesso, per fare il contrario di ciò che Dio ha comandato!

E la gravità è unica non solo per l’offesa massima arrecata a Dio, ma anche per il danno massimo arrecato agli uomini, che, come dice Paolo IV è quello d’« irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo ».

4. La Bolla di Papa Paolo IV chiarisce, infine, profeticamente e una volta per tutte, chi è  “l’Abominio della desolazione sito nel luogo santo” di cui parla Gesù, che identifica con il falso pontefice riconosciuto come vero pontefice!

Falso profeta, seconda Bestia dell’Apocalisse, Anticristo di san Paolo e Abominio della desolazione sito nel luogo santo di cui parla Gesù sono, conclusivamente, la stessa identica persona, quella massimamente pervertita della “fine dei tempi”, che è il falso pontefice assiso sulla cattedra di Cristo, per rinnegarlo e condurre alla perdizione il maggior numero di anime possibile.

E siccome quella figura è strettamente associata alla “fine esistenziale dei tempi”, ne discende – rigorosamente – che ove in concreto questa la si rinvenga nella storia, noi siamo giunti alla fine di essa!

Checché ne dicano i sedeprivazionisti di Ricossa; i quali, essendo trascorsi cinquantacinque anni dall’elezione di Giovanni XXIII, senza che, secondo i loro occhi ciechi, propri di quelli degli iniqui (Gv 9, 39; II Ts 2, 12) abbiano assistito alla Parusìa e al Giudizio, sostengono spacconi che “è troppo tardi per la fine del mondo (!).

5. Alla fine della Storia, poi, il tempo della salvezza si trasforma in tempo della perdizione; ed è quindi errato pensare che, pur essendo sotto castigo, ancora molti si devono convertire, altrimenti già sarebbe finita, come qualcuno mi ha osservato.

Nel capitolo 24 di Matteo, sulla fine e il giudizio, infatti, Gesù in persona dice esattamente il contrario.

Egli avverte: “quando dunque vedrete l’abominio della desolazione … stare nel luogo santo”, “vi sarà allora una tribolazione grande quale mai avvenne dall’inizio del mondo .. né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati” (vv. 15, 21, 22).

 

Alla fine esistenziale dei tempi, dunque, quando vi sarà un falso pontefice sul soglio di Pietro = abominio della desolazione sito nel luogo santo, secondo il Papa Paolo IV che svela le parole di Gesù, lo scorrere del tempo non è più per la vita eterna, come nel caso del fico che non produce frutti (Lc 13, 6-9), ma per la morte eterna.

Non è vero, dunque, che Dio temporeggia per salvare il maggior numero, come qualcuno pensa, perché l’apostasia generale conduce progressivamente e irreparabilmente allo sterminio: più tempo passa, più gli uomini si perdono; anzi, nessuno degli ancora in vita si salverebbe se non fosse per la preghiera degli eletti.

Dobbiamo, quindi, pregare il Signore affinché abbrevi i giorni di questa tribolazione, che è lo scempio del tradimento di massa verso di Lui e il conseguente dilagare dell’iniquità in tutta la terra; che acceleri la fine dei tempi e la Sua venuta, perchè qualcuno si salvi!

 

 

 

APPENDICE AL TERZO ALLEGATO

 

BOLLA  DI  PAPA  PAOLO  IV  E  CIC  DEL  1917

 

Quanto segue è un promemoria di studio esclusivamente finalizzato a verificare la posizione della Bolla “Cum ex Apostolatus Officio” del Papa Paolo IV (1559) in rapporto al CIC del 1917. Le sue annotazioni hanno pertanto una natura eminentemente pratica.

Rispondendo ad una sollecitazione espressa da molti vescovi nel corso del Concilio Vaticano (I), il Papa Pio X pubblicò il Motu Proprio Arduum sane munus (19 marzo 1904), con cui istituì una commissione cardinalizia avente il compito di comporre un Codice di Diritto Canonico, che raccogliesse tutte le leggi della Chiesa sparse in numerosi testi.

Il “Codice” si sarebbe dovuto basare sul Copus Iuris Canonicis, sul concilio di Trento, sugli atti pontifici, sui decreti della Congregazioni romane e sugli atti dei tribunali ecclesiastici.

Nel 1914 fu inviato ai vescovi del mondo un primo progetto per le dovute osservazioni. Nello stesso anno, Pio X morì senza veder conclusa l’opera.

Con il nuovo Papa Benedetto XV ripresero i lavori, che si conclusero nel 1916.

 

Nella Pentecoste del 1917, poco prima del termine della Grande Guerra e sotto il pontificato di Benedetto XV, la Chiesa, con la Costituzione “Provvidentissima mater Ecclesia” (27 maggio 1917) promulgava il Codice di Diritto Canonico, dopo un lavoro di 13 anni, con la collaborazione di tutto il mondo cattolico. I1 Codice entrava in vigore nella Pentecoste del 1918 (19 maggio).

Il cardinale che sovraintese ai lavori fu Pietro Gasparri, collaboratore di molti Papi e Segretario di Stato, che firmò i Patti Lateranensi del 1929 con Mussolini.

 

Nel canone 6, il Codice forniva i criteri interpretativi atti a disciplinare il passaggio dalla normativa preesistente a quella recepita nel Codice stesso.

In particolare:

 

Al n. 1 di tale canone si abrogano tutte le leggi opposte alle disposizioni del Codice, “salvo espresse eccezioni di alcune leggi particolari”.

La Bolla di Paolo IV non rientra “direttamente” tra le eccezioni contemplate.

Al n. 4 si stabilisce che, nel caso vi sia il semplice dubbio di una divergenza col diritto preesistente, prevale quello preesistente.

In altri termini sembra di cogliere che, trattandosi in primo luogo di una raccolta di leggi, che non ha lo scopo specifico d’innovare, se l’opposizione è voluta prevale; mentre se è dubbia soccombe.

Nel caso della Bolla di Paolo IV, relativa alle sanzioni canoniche a carico delle persone in posizione di autorità, in materia di apostasia, eresia e scisma, si osserva un contrasto insanabile tra quanto essa stabilisce e lo stesso CIC del 1917.

Questo, infatti, al canone 2314, non solo non distingue tra tali autorità (cardinali, vescovi e finanche governanti, e simili) che ammucchia coi semplici chierici e addirittura con i fedeli non chierici, ma anche attenua drasticamente la disciplina a carico di tali autorità; mentre sembra trattare con fin troppa benevolenza i chierici, che hanno maggiori responsabilità nella Chiesa, rispetto ai semplici fedeli laici, i quali perdono ogni beneficio in seguito ad una sola ammonizione, mentre ne occorrono ben due per ridurre un prete allo stato laicale (!).

Ma c’è di più. Il n. 4 del can 6 sulle abrogazioni, stabilisce che “per quanto attiene alle pene, bisogna ritenere per abrogate tutte quelle di cui il codice non fa menzione, siano esse spirituali o temporali, medicinali o punitive, “latae” o “ferendae sententiae”; mentre il n. 6 dello stesso canone dichiara prive di ulteriore validità tutte le “leggi disciplinari” che non siano riportate nel codice, esplicitamente o implicitamente; disposizioni entrambe che sembrerebbero andare nella stessa negativa direzione di una sostanziale negazione della Bolla di Papa Paolo IV, che non risulta richiamata da nessuna parte.

 

Non vi è dubbio, quindi, che, ove venisse ritenuta fondata la tesi della innovazione “deliberata” nella materia da parte del CIC a danno della Bolla di Paolo IV (Ricossiani), con conseguente abrogazione di questa, noi ci troveremmo di fronte ad un fatto di gravità inaudita e senza precedenti, tale da retrodatare l’inizio della stessa sedevacante a Benedetto XV, che promulgò, senza fiatare, il Codice.

Perché un magistero successivo della Chiesa avrebbe attentato al magistero solenne precedente, di tipo definitorio, “valido in eterno”, di contenuto apparentemente disciplinare, ma sostanzialmente dottrinale, e relativo alla fede e ai costumi da tenersi in tutta la Chiesa, magistero, pertanto, infallibile e, conseguentemente, irreformabile!

Ma le cose non sembrano stare esattamente cosi; e vediamo perché.

Lo stesso n. 6 sulle leggi disciplinari richiamato, infatti, sottrae all’abrogazione “quelle che si trovano nei libri liturgici approvati o che vengono dal diritto divino sia positivo sia naturale.

La dizione utilizzata è assai generica, ma anche sicuramente applicabile alla Bolla di Papa Paolo IV, di natura fortemente dottrinale, prima ancora che disciplinare. Su di essa si ritornerà tra breve.

Mentre il can 188 n. 4 del CIC dispone testualmente che: “In virtù della rinuncia tacita (all’uffico ecclesiastico) ammessa dal diritto, sono vacanti di fatto e senza alcuna dichiarazione, qualunque sia l’ufficio, se il chierico apostata pubblicamente la fede cattolica” (presunzione “assoluta” o “iuris et de iure”)

Che sembra ristabilire un certo rigore nella rimozione dei chierici; salvo accertare cosa significhi pubblica apostasia. Qualora, infatti, venisse riduttivamente intesa quale rifiuto pubblicamente espresso e formale della fede della Chiesa, noi ci troveremmo di fronte al paradosso di non qualificare apostasìa la nascita di una nuova religione pseudo cristiana, del tutto contraria alla dottrina di Cristo e alla fede degli Apostoli, sol perché nessuno, nella falsa chiesa eretica uscita dal falso concilio Vaticano II l’ha mai esplicitamente e pubblicamente rifiutata (!). Saremmo, insomma, senza apostati in un mondo di….apostati!

L’apostasia nella circostanza consumata è stata, infatti, subdola; sia perché coperta dalla cortina fumogena di false attestazioni di fedeltà a quella sacra Scrittura e a quella sacra Tradizione che, nei fatti, erano state demolite; e sia perché l’apostasia non è consistita nel rinnegamento esplicito della fede della Chiesa, ma nell’affermazione e nella conseguente posta in essere di atti e fatti con essa assolutamente incompatibili.

Un esempio per tutti: come si può sostenere che la libertà di appartenere a qualsivoglia religione è un diritto biblicamente fondato se Cristo in persona afferma che chi non crederà a tutto ciò che Egli ha insegnato sarà condannato (alla pena eterna), e la Tradizione della Chiesa, che ha il compito d’interpretare le parole di Cristo, ha sostenuto, per ben 1958 anni, che al di fuori della Chiesa (Cattolica) non c’è salvezza ?!

E’ del tutto evidente, perciò, che l’affermazione, quale diritto, della “libertà religiosa” costituisce “pubblica apostasia” della fede cattolica non meno che l‘esplicito e formale rinnegamento di essa; trattandosi della stessa cosa, con l’aggravante della dissimulazione.

Quanto, poi, alla natura dottrinale di diritto divino della Bolla di Papa Paolo IV non vi è teologo cattolico vero che l’abbia illustrata meglio dell’ottimo Arai Daniele, nel suo magnifico intervento, edito per Effedieffe, dal titolo “Quando Roma rischiò di svegliarsi protestante”, intervento con il quale ha consentito ad altri l’interpretazione della Bolla stessa in senso sedevacantista e apocalittico.

Come già scritto all’inizio del capitolo, la Bolla ha pertanto una natura dottrinale che determina quella canonica».

La Bolla, dunque, contiene disposizioni disciplinari di “diritto divino”, in materia chiaramente “definita” come segue: le autorità (ecclesiali e civili) la cui dottrina è pervertita da deviazioni nella fede, eresia, scisma, decadono definitivamente, non sono eleggibili al soglio di Pietro, e sono trattate con estrema durezza, per il principio cardine della responsabilità ecclesiale in base al quale: “a chi molto fu dato, sarà chiesto molto di più (san Luca 12, 48).

E come tale, la Bolla non solo è sottratta alle abrogazioni disposte dal CIC del 1917, ma è anche pienamente operante. Chi sostiene il contrario, non solo è un individuo moralmente pervertito e complice degli apostati in questo mondo ormai di senza Dio, ma è anche semplicemente uno scomunicato secondo lo stessa Bolla e secondo le disposizioni vincolanti del Concilio Vaticano (I), in materia d’infallibilità e di conseguente irreformabilità della solenni dichiarazioni pontificali.

Tutto chiarito, dunque? Non proprio. Perché resta la “faciloneria” con cui “non” è stata affrontata la questione dell’operatività della Bolla.

Questo si consideri. I tragici avvenimenti successivi alla Rivoluzione francese e culminanti nella “breccia di Porta Pia”, che avevano costretto i Papi a “blindare” il magistero della Chiesa con una serie di solenni encicliche che chiarivano, condannavano, escludevano  e definivano (al vertice Quanta Cura e Sillabo, Pascendi, ma anche Libertas, Immortale Dei, Humanum Genus, solo per esemplificare) non sono bastati a richiamare l’attenzione dei responsabili addetti alla stesura del Codice, cardinale Gasparri in testa, sulla assoluta necessità di fare distinzione e chiarezza nella delicatissima materia dell’ortodossia dottrinale nelle alte sfere, richiamando esplicitamente quella Bolla del Papa IV che quella distinzione e quella chiarezza aveva definitivamente portate.

Ma spiace anche per il grande Papa san Pio X.  Un Papa e un santo, il cui Catechismo Maggiore è il documento oggi più prezioso per l’accertamento della fede vera della Chiesa nel marasma dell’apostasia generale alla fine della storia, l’autore della “Pascendi” contro il modernismo assassino e dello stesso necessarissimo “giuramento antimodernista”, che ribadiva la fede della Chiesa, non si rese conto che, con quelle premesse, si sarebbe dovuto occupare di persona e con le sue stesse mani, come fece sicuramente Papa Paolo IV, di richiamare esplicitamente la perenne validità di quella Bolla del magistero alla vigilia dell’apostasia generale. Non solo per non vanificarla; ma anche per non dare alcuno spazio ai delinquenti dell’ultima ora di maramaldeggiare saccenti col diritto canonico per sostenere che quella Bolla non esisteva più!

Al pari del suo successore, Benedetto XV, fece invece restare nelle mani di persone non direttamente interessate al problema e con scarsa sensibilità spirituale e morale, nonostante i disastri immani già verificatesi, la materia ormai cruciale della disciplina nella Chiesa, costringendo che interpretazioni, pur validissime, fossero costrette a prendere il posto di una lettura piana, diretta e immediata della perenne validità della Bolla.

Tutto ciò conferma che le radici dell’esplosione della crisi si ritrovano oggettivamente ben prima dell’avvento di Roncalli al pontificato; momento dal quale l’”Abominio della desolazione” fa il suo malefico ingresso nel luogo santo che è la Chiesa, nella persona di un falso vicario di Cristo, ritenuto, per la malvagità generale dei fedeli, un vero pontefice romano.

Allegato all’appendice

 

CIC  1917

 

 

Can. 6 – Abrogazioni

Sulla maggior parte dei punti, il Codice mantiene la disciplina preesistente, senza impedirsi di apportare i cambiamenti giudicati opportuni. Ecco perché:

1. Tutte le leggi, sia universali sia particolari, opposte alle disposizioni del Codice sono abrogate, salvo espresse eccezioni in favore di alcune leggi particolari.

2. I canoni che riproducono integralmente le disposizioni del diritto preesistente devono essere intesi secondo lo spirito di tale diritto e l’interpretazione che ne è stata data dagli autori qualificati.

3. I canoni che concordano solamente per alcune delle loro disposizioni col diritto preesistente devono essere intesi per queste disposizioni secondo lo spirito di tale diritto; per quelle che se ne allontanano, secondo il loro senso proprio.

4. Se è dubbio che una prescrizione del Codice sia in divergenza col diritto preesistente, bisogna attenersi a ciò che decide quest’ultimo.

4) S’il est douteux qu’une prescription du Code soit en divergence avec l’ancien droit, il faut s’en tenir à ce que décide ce dernier.

4) In dubio num aliquod canonum praescriptum cum veteri iure discrepet, a veteri iure non est recedendum;

5. Per quanto attiene alle pene, bisogna ritenere per abrogate tutte quelle di cui il codice non fa menzione, siano esse spirituali o temporali, medicinali o punitive, “latae” o “ferendae sententiae”.

6. Le disposizioni delle altre leggi disciplinari in vigore all’atto della promulgazione del Codice, che non sono riportate nel Codice né esplicitamente né implicitamente, hanno perduto ogni valore. Eccezione è fatta per quelle che si trovano nei libri liturgici approvati o che vengono dal diritto divino sia positivo sia naturale.

TITOLO 11: DEI DELITTI CONTRO LA FEDE E L’UNITA’ DELLA CHIESA

 

 

2314. Tutti gli apostati della fede cristiana, tutti gli eretici o scismatici e ciascuno di essi incorrono per il fatto stesso nella scomunica.

Se dopo un’ammonizione, non si ravvedono, che siano privati di ogni beneficio, dignità, pensione, ufficio o altro incarico, se ne avevano nella Chiesa, e che siano dichiarati infami; dopo due ammonizioni, quelli che sono chierici devono essere deposti (La disposizione vale per i semplici preti, perché le autorità della Chiesa e dello stesso governo civile !restano soggette alle più severe norme della bolla Cum Ex  Apostolatus Officio del Papa Paolo IV – N.D.A.).

Se essi hanno dato il loro nome ad una setta non cattolica o vi hanno pubblicamente aderito essi sono infami per il fatto stesso; tenendo conto della prescrizione del canone 188 n. 4, che i chierici, dopo una ammonizione inefficace, siano degradati (1).

L’assoluzione da queste scomuniche, rimaste in foro interno (coscienza) è specialmente riservata alla Sede Apostolica. Se tuttavia il delitto di apostasia, di eresia o di scisma è stato portato al foro esterno dell’Ordinario del luogo, in qualsivoglia modo, anche per confessione spontanea, lo stesso ordinario, ma non il Vicario Generale senza un mandato speciale, può, di sua autorità ordinaria, assolvere in foro esterno il colpevole venuto a ravvedimento dopo l’abiura fatta giuridicamente e l’accollo delle altre obbligazione di diritto. Dopo questa assoluzione (dallo scomunica), il penitente può essere assolto dal suo peccato in foro interno da qualsiasi confessore. L’abiura è considerata compiuta giuridicamente allorché essa è fatta davanti all’Ordinario del luogo o suo delegato o a mezzo di due testimoni.

(1) Il canone 188 n. 4 del CIC dispone testualmente che: “In virtù della rinuncia tacita (all’uffico ecclesiastico) ammessa dal diritto, sono vacanti di fatto e senza alcuna dichiarazione, qualunque sia l’ufficio, se il chierico apostata pubblicamente la fede

Dott. Antonio Coroniti

                 Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/87028 Praia A Mare

 

Quarto allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

 

L ‘ A P O C A L I S S E

 

Quanto esposto nel presente dossier trova singolare conferma nelle profezie dell’Apocalisse, che fanno rizzare i capelli in testa!

Di tali profezie non mi sono voluto, in un primo tempo, occupare, perché un falso timore umano mi sconsigliava di attingere a “materiale” notoriamente utilizzato da non cristiani e millenaristi, con i quali non ho assolutamente nulla da spartire! Poi, però, per grazia di Dio, ho acquisito una libertà totale, che mi ha tolto dal condizionamento culturale, perché “se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8, 31).

Ho così composto le seguenti note, che porto alla riflessione di tutti.

Il libro dell’Apocalisse, attribuito all’apostolo Giovanni, chiude il Nuovo Testamento, annunziando le cose della fine dei tempi. La “trama” è ben nota, ma, per esigenze espositive, sono costretto a richiamarla brevemente, in carattere minore.

Giovanni si trova in prigionia nell’isola di Patmos, allorché viene rapito in estasi, e una voce gli dice di scrivere in un libro le visioni che avrà.

Egli assiste così, in una serie di quadri dal contenuto fortemente simbolico, agli eventi che chiudono la Storia; ove il Cristo/Giudice rende Giustizia divina, punendo i malvagi, salvando i buoni ancora in vita dai castighi imminenti e premiandoli, alla fine, assieme a tutti i martiri già in possesso della beatitudine, i quali sono coloro che “sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello”.

Il numero sette si ripete in continuazione (sette angeli, sette Chiese, sette sigilli, contenenti i destini del mondo, sette trombe e sette coppe di castighi terribili per i malvagi).

Suonata la settima tromba del giudizio di Dio, tra i canti degli eletti, segue la visione della donna e del drago, di una bestia e di un’altra bestia.

La donna (Vergine Maria, Chiesa) partorisce un bimbo (Gesù), che un enorme drago rosso (Satana) vorrebbe divorare, ma non ci riesce, perché il bimbo viene subito rapito verso Dio e verso il Suo trono.

La bestia è il simbolo di Roma pagana, dello Stato idolatra, di Cesare che si fa Dio (falso Cristo!).

L’”altra bestia”, che costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, viene poi chiamata “falso profeta”.

Il drago, la prima bestia e la seconda bestia sono una caricatura della SS. Trinità.

Gli angeli annunziano l’ora del giudizio e l’ira imminente di Dio per chiunque adora la bestia.

Da questo punto in poi è tutto un susseguirsi di eventi catastrofici nei quali si concretizza “l’ira di Dio” per gli uomini malvagi. L’espressione “ira di Dio” viene ripetuta in modo continuo e quasi ossessivo nel testo sacro.

Quando il settimo angelo versa la sua coppa, si verifica un terribile cataclisma e inizia il castigo di “Babilonia la grande” (l’ultima Babele).

Babilonia è il simbolo della più sfrenata idolatria, della prostituzione per eccellenza (unione nel male = porneia), personificata in una donna, sulla cui fronte è scritto: “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”.

Essa è ammantata di porpora e adorna di pietre preziose e perle, e tiene in mano “una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione”.

Contro questa prostituta si scaglia l’ira di Dio, che riempie più di una pagina dell’Apocalisse.

La grande meretrice, “che corrompeva la terra con la sua prostituzione”, sarà precipitata e mai più riapparirà. Dopo una lotta furibonda, essa viene catturata insieme alla “bestia” e al “falso profeta”, con i quali finisce, in pratica, per identificarsi, e tutti vengono “gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo”, simbolo dell’Inferno, dove vanno tutti coloro il cui nome “non è scritto nel libro della vita”, e dove, insieme a Satana  “saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

Segue un regno dei mille anni, che non trova concordi gli esegeti, durante il quale Cristo regnerà coi suoi martiri, prima di un secondo combattimento escatologico e del giudizio finale sulle nazioni, con l’instaurazione definitiva del regno di Dio nel mondo (Gerusalemme celeste).

Questa è la trama dell’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, sul quale, in relazione ai fatti gravissimi che caratterizzano questo ultimo tempo della Storia s’impongono alcune brevi annotazioni, che attengono: a) al significato delle bestie; b) al periodo dei mille anni;  c) alla sorte dei reprobi.

 

A) Nel libro si parla di una triade del male, composta da un  “Drago”, che simboleggia Satana, da una “Bestia”, che simboleggia la Roma pagana persecutrice dei cristiani, e da una “Altra Bestia”, chiamata anche “Falso Profeta”. A questa triade viene poi associata Babilonia la grande.

 

La Bestia/Roma pagana si fa Dio, ed è quindi un “Anticristo” formale, immediatamente riconoscibile. Roma è anche il simbolo dello Stato ateo e, per ciò stesso, idolatra, meglio ancora “antropolatra”, che adora l’uomo, mettendo cioè la creatura al posto del suo Creatore. In ultima analisi, la Bestia è l’uomo stesso che rifiuta il Cristo e si fa Dio; essendo lo Stato null’altro che la comunità organizzata degli uomini e, come tale, esso stesso creatura, che deve stare al suo posto!

Valgono, dunque, le identità:

Bestia = Roma = Stato Ateo = Uomo senza Dio = Anticristo formale e riconoscibile.

 

L’Altra Bestia  o Falso Profeta è il simbolo di chi veste i panni del Profeta, che dovrebbe parlare per Dio, ma che non parla secondo Dio, per cui è un Profeta falso. E’ l’Anticristo per eccellenza, non formale ma sostanziale, terribilmente subdolo, perché difficilmente riconoscibile.

Solo per esemplificare, e secondo l’insegnamento costante della Chiesa Cattolica, sono falsi profeti gli eretici, gli scismatici, gli apostati (che sono eretici radicali, formali o di fatto), rimanendo gli appartenenti alle altre (false) religioni increduli (ebrei), infedeli (islamici), pagani. Tutti costoro, ovviamente, non appartengono alla “comunione dei santi” e sono fuori della Chiesa.

Nel “libro”, l’Altra Bestia/Falso Profeta costringe ad adorare la Bestia/Stato e l’Uomo.

Valgono, pertanto, le identità:

Falso Profeta = Eretici – Scismatici – Apostati – Anticristo sostanziale e subdolo.

 

“Babilonia la grande” accomuna tutti gli aspetti precedenti del male, dei quali rappresenta come una sfacciata risultante.

Essa è, infatti, ad un tempo: Satana, perché nemica di Dio e agisce in opposizione a Dio; Bestia, perché si fa Dio, adorando l’uomo e lo Stato, con i quali si prostituisce per rimanere a galla e, quindi, per conservare il potere; Falso Profeta, perché si fa padrone anziché servo buono e fedele della Verità che salva, invitando ad adorare l’uomo e lo Stato, e anche perché solo un falso profeta – traditore di Dio e del Cristo – poteva attirarsi ben quattro pagine di maledizioni nel libro sacro (!).

I traditori della Verità, che è il Sommo Bene e l’Unico Vero Bene, rappresentano, infatti e da sempre, il massimo dell’iniquità! Giuda, al riguardo, è l’emblema di ogni vero traditore, la cui destinazione sicura è l’Inferno.

Da quanto sopra detto, si può allora concludere come segue.

 

La falsa chiesa eretica uscita dal falso concilio apostata Vaticano II è proprio “Babilonia la Grande Meretrice” degli ultimi tempi della storia.

Essa, infatti, pascolando nella mefitica corrente culturale del personalismo cristiano di Maritain e di Guitton (erede del cattolicesimo liberale), anziché in quello sempre verde della Tradizione della Chiesa, “separa Dio da Cesare, lega il cristiano a Cesare e annulla l’Inferno, perché non si fida della bontà di Dio!” (Cfr. E. M. Radaelli, Il Mistero della Sinagoga Bendata, cit. p. 280).

 Per tutto quanto abbiamo visto e documentato, quella falsa chiesa eretica, trasformatasi in padrona, da serva buona e fedele, della Verità che salva, “divorzia” da Cristo ed invita ad adorare lo Stato e l’Uomo, nei confronti dei quali si è vergognosamente e illimitatamente prostituita, legittimandoli nella loro iniquità, consegnando loro i suoi poteri, ricevendone in cambio quel disprezzo che compete ai traditori: proprio come la Bestia “Falso Profeta” dell’Apocalisse (Nel mese di gennaio del 2008, l’episodio eloquente di numerosi professori dell’Università di Roma che, con il loro atteggiamento ostile, e la pavidità del governo ateo di sinistra, in nome di una inesistente prerogativa di “laicità dello Stato”, hanno costretto Benedetto XVI a disdire la sua visita all’ateneo!).

 

Da qui una serie impressionante di eresie, che rappresentano, nel loro insieme, la più radicale negazione della fede cattolica secondo la Tradizione bimillenaria della Chiesa.

La Prima Bestia è allora l’odierno Stato ateo nei suoi responsabili e nei suoi complici a tutti i livelli, che, investito di poteri che non gli competono dalla Seconda Bestia/ Falso Profeta e falsa chiesa eretica del Vaticano II, ha preso il posto di Dio e di Cristo, decidendo a tavolino le regole morali su cui convenire e quelle da respingere, nel più completo disprezzo dell’ordine morale trascendente e oggettivo! Trascendente, perché viene da Cristo; oggettivo, perché vale per tutti.

Tutti costoro, secondo l’Apocalisse, che – ricordiamolo – è Parola di Dio, vengono “gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo”, simbolo dell’Inferno, dove vanno tutti coloro il cui nome “non è scritto nel libro della vita”, e dove, insieme a Satana, “saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

B) E veniamo all’esame del periodo dei mille anni. Come tutti i numeri dell’Apocalisse, anche questo non ha valore propriamente storico, ma simbolico, e rappresenta una quantità imprecisata. Esso contrassegna il periodo che va dal primo al secondo combattimento escatologico, nel quale Satana risulta incatenato e i martiri risorgeranno.

Guardando la storia bimillenaria della Chiesa, e per quanti sforzi si facciano, non è dato – apparentemente – di riscontrare finora un simile ameno periodo. E siccome quel “periodo” è Parola di Dio, ne consegue che esso deve ancora arrivare oppure che va diversamente interpretato.

E’ noto, infatti, che mille non significa necessariamente dieci volte cento, perché, come si esprime la Scrittura, davanti a Dio un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno.

Volendo, tuttavia, conservare, oltre ad una dimensione simbolica, anche un aspetto temporale ai mille anni (che per sant’Agostino e molti altri sono un periodo imprecisato che data dalla resurrezione del Cristo), e tenuto conto del fatto che il cuore della Scrittura, che è il Vangelo (San Matteo 24), non lo contempla, e che, quindi, non aiuta al riguardo, questo intervallo temporale potrebbe denotare un periodo relativamente sereno nella vita tribolata della Chiesa, perché privo di lacerazioni vistose, insanabili e pressoché definitive.

Giova subito osservare, in proposito, che l’unità dei cattolici veri non è un dato sociologico ma teologico. E come la Chiesa, teologicamente parlando, è sempre stata Una e Unita (cfr., per es. , Mortalium Animos), quella con Pietro e sotto Pietro, tutto il resto essendo fuori della Chiesa, così, per analogia, possiamo dire che, oggi, alla fine esistenziale dei tempi, la Chiesa, fisicamente senza il suo Capo, è quella che spiritualmente è unitissima a tutti i Pontefici Romani della Storia, perché rispetta tutte le “definizioni” del loro augusto Magistero e le relative implicazioni, con atteggiamento limpido, coerente e strettamente conseguente.

Solo in ambito storico/sociologico ha, dunque, senso considerare le divisioni nella Chiesa, come pure la sua esterna unità. E in quest’ambito si può individuare questo periodo relativamente sereno nella vita tribolata della Chiesa dalla pace costantiniana (315 a. d.) allo scisma d’Oriente (1054 a. d.), epoca dalla quale gli eventi assumono una criticità ben maggiore e perdurante.

Con il grande scisma d’Oriente, infatti, si determinò una prima frattura molto grave in seno alla cristianità, con le chiese orientali che negavano e negano il primato petrino, cadendo, in tal modo in una vera e propria eresia che, a torto, viene definita scisma. Gli ortodossi, infatti, non hanno un loro papa, con gli stessi poteri di supremazia e giurisdizione che la Chiesa di Roma attribuisce al Papa, ma costituiscono una chiesa acefala; il che, tecnicamente, è una eresia niente affatto inferiore alle altre, perché mina profondamente l’unità della Chiesa.

 

Un secondo, grave momento nella storia della Chiesa si verificò con la Riforma Protestante. Anche qui, come per lo scisma d’Oriente, se è vero che vi erano stati dei prodromi di essa in vari movimenti ereticali del medioevo (Wycliff ed Huss), non è men vero che la Riforma di Lutero (1517) radicalizzò lo scontro, stravolse la fede degli apostoli e la concezione stessa della Chiesa, e, con l’aiuto determinante dei principi germanici del tempo, si affermò consistente e perdurante nell’intera Europa centro-settentrionale, che venne quasi del tutto sottratta all’influenza della Chiesa di Roma.

La Chiesa Cattolica si trovò così ad operare tra mille concrete contraddizioni al suo fianco, rappresentate dagli Ortodossi e dai Protestanti, e da una secolarizzazione che, anche grazie a queste gravi fratture, ispiratrici dell’umanesimo ateo rinascimentale, si faceva sempre più spinta.

 

La rivoluzione Francese segnò un terzo momento importante di una scristianizzazione che cresceva a vista d’occhio; ad essa seguì un periodo in cui gli Stati, soprattutto nelle classi al governo, si laicizzavano progressivamente, e relegavano la Chiesa sempre più ai margini dell’insignificanza, pur conservando una cultura fondamentalmente cristiana.

Ma il momento più drammatico nella storia della Chiesa doveva ancora venire. Tutti i Papi dell’ottocento e della prima metà del novecento, particolarmente da Gregorio XVI a Pio XII, seppero infatti resistere ben saldi nella fede che avevano ricevuto dagli Apostoli e dalla Tradizione, sigillandola, anzi, con un magistero chiaramente infallibile e, dunque, vincolante.

 

Solo nel 1958, asceso al soglio di Pietro Giovanni XXIII, i falsi pontefici alla guida della Chiesa Cattolica avrebbero iniziato, con il falso concilio Vaticano II, una gravissima sbandata, che l’avrebbe posta in contrasto sempre più aperto e insanabile con la Tradizione bimillenaria della Chiesa. Con le conseguenze micidiali descritte nel presente dossier.

C) Vi è, però, un terzo punto che interessa la crisi attuale, e che ho ritenuto meritevole di una particolare attenzione, ed è quello relativo alla sorte dei reprobi. Sappiamo benissimo che, per l’azione demolitrice della falsa chiesa cattolica uscita dal Vaticano II, l’Inferno è divenuta una verità sempre più scomoda e, in pratica, rimossa dal credo effettivo e dalla predicazione corrente che quel credo manifesta.

Eppure Gesù nel Vangelo lo nomina per ben quattordici volte, e la Tradizione della Chiesa lo ha sempre messo al suo posto. Anche l’Apocalisse ne parla, in un quadro complessivo di ira di Dio, ripetutamente affermata e inesorabilmente scatenata, che colpisce indistintamente tutti i malvagi.

Nel capitolo 21, Colui che fa nuove tutte le cose dice:

“Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

Acqua della fonte della vita”.

………………………………………………..

“Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gl’idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo. E’ questa la seconda morte”.

E al capitolo 22 il concetto è ripetuto, in termini del tutto equivalenti.

“Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere.

Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine.

Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all’albero della vita e potranno entrare per le porte della città.

Fuori i cani, i fattucchieri, gl’increduli, gl’immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!”

I due passi richiamano alla mente i duri avvertimenti paolini sulle opere delle tenebre e la loro terribile retribuzione:

“Non illudetevi: né gl’immorali, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né gli avari, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio” (I Cor 6, 9-10).

 

L’eterna perdizione è, dunque, espressamente stabilita nel Nuovo Testamento. Tutta la Sacra Scrittura ne parla e la minaccia, con Gesù in prima persona! E la Tradizione bimillenaria della Chiesa la custodisce gelosamente, perché essa è la Giustizia divina: nessuno la può sminuire parlando a vanvera, come oggi si fa, di misericordia e carità, che non possono essere assolutamente invocate nel caso di peccato mortale non seguito da un tempestivo pentimento, perché “a Dio non la si fa”!

Ben altro, dunque, che Inferno forse vuoto, e di Dio che attende la nostra semplice  disponibilità al pentimento e alla conversione (e non già il nostro pentimento e la nostra conversione), e che inserisce il tradimento di Giuda nella sua superiore conduzione degli eventi, evitando accuratamente ogni condanna, perché Egli è ricco di misericordia e di perdono, come hanno fellonescamente e similmente sostenuto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI!

 

Per quanto scritto nell’Apocalisse, ne consegue l’eterna dannazione di tutti i falsi pontefici romani assisi sulla cattedra di san Pietro, da Giovanni XXIII a Francesco, per sommo disprezzo di Dio e del prossimo  e abiura della fede cattolica, a meno di un loro improbabile e tempestivo pentimento. Ad essi si aggiungono seguaci e complici che sapevano e sanno, vedevano e vedono, ed anche quanti non sapevano e non sanno, non vedevano e non vedono se, non avendo avuto amore per la Verità che salva, sono incorsi nell’ira di Dio, che ha mandato ad essi un influsso di errore, affinché siano tutti condannati (II TS 2,1-12)!

 

Seguaci e complici che rappresentano un esercito sterminato, com’è dato chiaramente di verificare dall’attenta lettura dell’intero Nuovo Testamento, in primis Vangelo e Apocalisse.

Dott. Antonio Coroniti

                 Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/87028 Praia A Mare

 

Quinto allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

 

FINE DEI TEMPI – PERCHE’ NON SI USCIRA’ PIU’ DALLA CRISI

Le eresie proclamate e indotte dal Vaticano II, documentate nel presente dossier, si possono riassumere: nella libertà religiosa in foro esterno, quale diritto biblicamente fondato che gli Stati devono riconoscer per legge, assolutamente contraria al Vangelo, che apre ed ha storicamente aperto la strada all’indifferentismo religioso; nel falso ecumenismo, che estende agli eretici la via della salvezza; nel falso dialogo interreligioso, che intende partire da supposti quanto insignificanti elementi comuni, per scadere nel sincretismo, nel relativismo, nell’irenismo; nel rifiuto dell’ammonizione fraterna quale azione evangelica medicinale tesa alla salvezza delle anime; nella separazione di Cesare da Dio, e nella conseguente accettazione di uno Stato laico indifferente verso le diverse religioni, tutte considerate aventi la stessa dignità; nello stravolgimento del rito della Santa Messa, in direzione dell’eresia protestante, in palese violazione delle norme del magistero infallibile poste a salvaguardia del rito; nella negazione dell’Inferno, quale logica finale conseguenza del relativismo introdotto, che lo rende del tutto incompatibile con la nuova concezione dell’uomo e del mondo (amplius: lettera, testo base).

 

Tali eresie, configurano, già singolarmente e, ancor più, nel loro insieme, l’apostasia radicale dalla fede cattolica, ad opera di una “impostura religiosa”, che ha spalancato le porte degli ultimi tempi. Questi suppongono, per definizione, che non si uscirà più dalla crisi, e che il giudizio universale è alle porte. Vediamo come è perché.

 

Vi sono, innanzi tutto, ragioni teologiche ineludibili, che fondano direttamente nel Vangelo, le quali mostrano, senza ombra di dubbio, che noi oggi siamo alla fine esistenziale dei tempi (in quella essenziale vi siamo da duemila anni), fine che, logicamente, non può che venire una sola volta.

Il capitolo 24 di Matteo illustra questa “fine” con parole impressionanti, i “segni dei tempi”; segni che una persona di fede semplice, ma autentica, attenta a quanto dice il Vangelo, come interpretato dalla Tradizione vivente della Chiesa, trova pienamente verificati.

1. Solo per esemplificare, e senza alcuna intenzione di svolgere un’analisi sistematica, ricordiamo che Gesù parla, all’inizio del capitolo, di “guerre e rumori di guerre”  (v. 6), dicendo che precorrono la fine, ma che non sono ancora la fine. E siccome la storia dell’uomo è piena di eventi bellici, quelli della fine, evidentemente, devono avere, per distinguersi, una loro caratteristica. Una successione più rapida e drammatica, per esempio; insieme alla sensazione, in ambito ecclesiale, che qualcosa di veramente grave e inaudito stia accadendo nel mondo.

Possiamo dire, con notevole attendibilità, che questa successione e questa sensazione si siano già verificate? Credo di sì.

A ben vedere, infatti, dopo il Medioevo ecumenico, in cui il Cristianesimo aveva indubbiamente unificato religiosamente e culturalmente l’Europa, e la fuoriuscita degli Ortodossi, con il Rinascimento inizia, e con l’Età Moderna si accentua, un distacco progressivo e inesorabile dell’uomo da Dio e dalla Chiesa, che registra diversi tentativi di cancellare l’Uno e l’Altra (protestantesimo, razionalismo, illuminismo, liberalismo) e che trova un suo primo picco violento con la Rivoluzione Francese.

Questa, con la sua sanguinaria efferatezza, e quell’antiteismo cieco che fu poi del comunismo, avrebbe voluto spazzare via l’intero Cristianesimo, rimpiazzandolo con culti pagani (Dea Ragione). Non vi riuscì, perché il nemico della Chiesa era esterno e ben visibile, esisteva ancora un Romano Pontefice e, conclusivamente, era ancora valida la promessa a lui stesso fatta in Pietro “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa ”.

A questo picco, seguirono altri atti di sopraffazione violenta, che, da un lato, portarono alla fine del potere temporale dei Papi, e, dall’altro, accentuarono il processo di secolarizzazione, scristianizzazione e laicizzazione del mondo. Il tutto accompagnato da:  rivoluzioni chiaramente atee (quella bolscevica), naturale conseguenza di quella francese; dall’affermarsi di ideologie totalitarie (nazifascismo), che trovarono nella lotta al comunismo un fortissimo collante; e dallo scatenarsi di eventi bellici d’inaudita violenza ed estensione (prima e seconda guerra mondiale, giunte al termine di una serie ben nutrita di guerre continentali).

Fu questa la fase che rispecchia in modo perfetto la predizione evangelica sulle guerre e sui rumori di guerra.

 

Non vi è alcun dubbio, che, mentre questi terribili eventi si svolgevano, tutti i Papi assisi sul soglio di Pietro si siano ripetutamente chiesti se non stava davvero per giungere la fine.

Papa Mastai Ferretti, in particolare, il venerabile Pio IX, il cui pontificato fu il più lungo della storia, essendo durato ben 32 anni (1846 – 1878), avvertì fortemente questo senso di accerchiamento di satana, e, di fronte alla sua furia libertarista e libertina, laicista e modernista, che avrebbe voluto semplicemente distruggere la Chiesa, decise di “blindare” la fede cattolica con un magistero straordinario.

Emanò, così, l’enciclica Quanta cura, con annesso Sillabo degli errori   (1864), che condannò tutte le dottrine anticattoliche del tempo (panteismo, naturalismo, razionalismo, socialismo, comunismo, liberalismo), con magistero chiaramente irreformabile, perché dotato di tutti i crismi della infallibilità (come si è visto nel primo allegato).

Non ancora sodisfatto, convocò il Concilio Vaticano I (1869 – 1870), che condannò il razionalismo e definì il Primato e l’Infallibilità del Romano Pontefice (Costituzione apostolica Pastor Aeternus 1870), di tal che si può vedere subito che la Quanta Cura ne costituisce proprio l’espressione. Nella costituzione Dei Filius, inoltre, vietò d’interpretare la sacra Scrittura “contro l’unanime consenso dei Padri (cfr. p. 7)

Sulla stessa linea operarono i suoi successori, e segnatamente Leone XIII, san Pio X e Pio XII, come riportato nel primo allegato.

2. Nello stesso discorso, Gesù poi aggiunge “sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome (v. 9).

E’ sempre accaduto alla Chiesa di sperimentare nella storia dei popoli l’odio dei malvagi, ispirato dal nemico per eccellenza, il demonio. Mai, però, come negli ultimi due secoli, e precisamente a partire dalla rivoluzione francese, quest’odio è stato tanto radicale e sempre più generalizzato.

Con una differenza fondamentale, però, nel corso del periodo. Dalla rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, infatti, si può dire che la Chiesa è stata perseguitata davvero a causa del Suo nome, e cioè per aver svolto la sua missione di evangelizzazione autentica dei popoli.

Dal Vaticano II in poi, tuttavia, gli uomini al vertice della Chiesa, contravvenendo gravemente al magistero infallibile pregresso, hanno tradito la sua missione, consegnandosi a quel mondo di tenebre e di peccato che avrebbero dovuto illuminare e, quindi, apostatando dalla Verità che è Gesù Cristo. Non per questo l’odio del mondo è diminuito, come ci si sarebbe potuto attendere; anzi è aumentato: non solo per ingordigia dei pervertiti, come potrebbe sembrare; ma anche per l’insofferenza crescente nei confronti di qualsiasi verità assoluta che l’indifferentismo religioso e il conseguente relativismo etico, indotti dall’apostasia generale dalla Verità, hanno culturalmente prodotto.

Essendo ora pienamente giustificato, però, l’odio del mondo, per la falsa chiesa cattolica uscita dal concilio, non è più un odio a causa del nome di Cristo, ma la giusta retribuzione divina di un inaudito tradimento.

3. Un altro segno dei tempi è quello dei falsi profeti, sul quale ci sarebbe da scrivere un intero volume.

“Sorgeranno falsi cristi e molti falsi profeti e inganneranno molti, con grandi portenti e miracoli” (VV. 11 e 24).

Dell’Altra Bestia o Falso Profeta dell’Apocalisse, e della sua interpretazione e della sua sorte orribile, abbiamo già parlato nel quarto allegato alla presente, al quale rinviamo.

Diciamo subito che, sociologicamente parlando, vi sono due categorie di falsi profeti: quella degli esterni alla comunità ecclesiale, formalmente al di fuori di essa; e quella, assai più pericolosa, degli interni alla comunità ecclesiale, che denota la classe degli eretici.

 

I falsi profeti esterni sono uomini nemici di Dio, della Chiesa e, in ultima analisi, di loro stessi. Essi dicono: la Verità oggettiva non esiste; esistono al contrario molte opinioni, tutte ugualmente rispettabili, tutte “contrattabili”, e perciò anche le nostre, che non sono meno rispettabili delle vostre.

Questi uomini, al livello più elevato, sono uomini della scienza e della tecnica, che agiscono nel più completo disprezzo dell’ordine morale trascendente e oggettivo.

Al livello più basso, invece, sono politici senza Dio, massimamente radicali e di sinistra (ideologicamente i più lontani dall’ordine morale oggettivo), che propugnano una società tendenzialmente “libera”, con pochissimi vincoli morali, essenziali e rigidamente “condivisi”, e l’amministrazione di una giustizia per ignobili fini di potere, spacciati per bene comune.

Ma una morale ridotta a politica deteriore, priva della Stella Polare che è Cristo, che non persegue più il vero bene comune, ma interessi privati, amorali e immorali, può solo radicalizzare l’intera società nel disordine e nella violenza (!).

Costoro abbondano in tutte le classi sociali, specialmente in quelle più erudite, che esprimono i leader e dominano la scena politica, per sovvertire le regole sociali.

Poi vi sono i falsi profeti interni alla comunità ecclesiale, che sono i peggiori, perché più subdoli e meno riconoscibili, come afferma ripetutamente il Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, che condanna il modernismo. Essi sono sostanzialmente nemici di Dio, della Chiesa e, in ultima analisi, di loro stessi.

La loro azione è contrassegnata dalla doppiezza e dall’ambiguità. Si richiamano alla Scrittura e alla Tradizione, distorcendole per fini privati, di natura puramente sociologica. Le citano secondo convenienza, e nel momento stesso in cui, nei fatti, le calpestano.

Essi sono dei falsi cristi, la cui visibilità, come vedremo, può essere assoluta. I falsi cristi interni disprezzano la Scrittura, perché, avendola scremata e passata al setaccio, insegnano esattamente il contrario di ciò a cui Essa, in tutta evidenza, obbliga.

 

Il Vangelo, per esempio, annunzia la salvezza a chi crederà e sarà battezzato, e la condanna a chi non crederà (Mc 16, 16). Dopo il Vaticano II, però, si sente parlare di salvezza, estesa praticamente a tutti, non solo agli eretici (ortodossi, protestanti), ma anche agli appartenenti ad altre religioni, tutti sbrigativamente dispensati dalla necessità assoluta di credere in Cristo, secondo il vincolante insegnamento dell’unica vera Chiesa, che è quella Cattolica.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II (udienze generali del 21/7, 28/7 e 4/8/99 e altrove), ed anche in quello di Benedetto XVI (udienza generale del 18.10.06), inoltre, l’Inferno è stato ripetutamente negato, essendone stato tratto fuori perfino Giuda, che la Chiesa da sempre ha ritenuto vi fosse dentro, per espressa e unanime indicazione evangelica (Gv 17, 12; Mt 26, 24; Atti, 1, 25); mentre il Purgatorio è stato ridotto ad una marcia un po’ faticosa verso la beatitudine eterna, dove una marginale espiazione è ampiamente compensata dalla intravista visione beatifica di Dio (!). Il messaggio finale di questa eretica catechesi è che, alla fine, qualunque cosa si possa aver detto o fatto, compreso il peccato mortale non seguito da tempestivo pentimento, tutti si salvano e, prima o poi, vanno in Paradiso (!).

E questo messaggio – si badi bene – proprio in un’epoca dallo stesso Giovanni Paolo II  riconosciuta di trionfo del male, della menzogna, del tramonto della verità, dove “i falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile” (Rec. et Paenit. 18 e 28; Chr. L. 34; Lett. Fam. 13; E.V. 26, 27, 28, 70)!

 

Gesù, poi, dice esplicitamente che Dio è Uno e Trino, che solo in quel Dio vi è salvezza. Eppure, dopo il Vaticano II, i richiami alle tre grandi religioni monoteiste, che Paolo VI definì le tre vie più autentiche, si sono sprecati.

 I falsi cristi interni disprezzano anche la Tradizione, importantissima nella Chiesa, perché fornisce l’esatta interpretazione delle fonti scritte (si pensi soltanto al fatto che la prima ad esistere fu proprio la Tradizione orale; solo in un secondo, non lontano, momento, si affermò anche la Scrittura, che, a rigore, è Tradizione scritta). Della Tradizione fa indubbiamente parte tutto il Magistero vivo della Chiesa espresso in forma infallibile, e quello ad esso chiaramente collegato o riconducibile!

Il Vaticano II insegna che la libertà di professare qualsiasi religione è un diritto biblicamente fondato, che le legislazioni degli Stati devono riconoscere (D. H. 2)!

Nella cultura ecclesiale corrente, tale insegnamento è stato pienamente metabolizzato. Eppure esso non solo è assolutamente contrario alla lettera e allo spirito del Vangelo, come ogni persona di elementare buon senso e di cultura media può verificare, e demolisce, quindi, la fede cattolica dalle fondamenta, ma rinnega completamente l’intera Tradizione della Chiesa e, in particolare, il precedente magistero infallibile.

 

Il Papa Pio IX, infatti, nell’enciclica Quanta cura e unito Sillabo degli errori, con magistero che riveste tutte le caratteristiche previste dal Concilio dogmatico Vaticano I per essere considerato infallibile, condanna senza appello, esattamente e specificamente quanto il Vaticano II, falso concilio, semplicemente pastorale e non dogmatico, peraltro, come ammise lo stesso Paolo VI che lo chiuse (udienza generale del 12 gennaio 1966), ha ritenuto essere non solo vero, ma anche biblicamente fondato, sebbene, per stessa ammissione degli esperti di quel concilio apostata, non ne sia mai stato trovata traccia nella Sacra Scrittura, che insegna esattamente il contrario!

L’affermazione del “diritto all’errore”, e quindi anche della libertà di coscienza erronea, oltre ad aver condotto alla più completa paganizzazione degli ordinamenti giuridici ex cristiani, ha indotto un indifferentismo religioso che mai la storia della Chiesa ebbe a conoscere dalla notte dei tempi. Indifferentismo che ha condotto alla reintegrazione degli eretici protestanti, che sono semplice espressione di “una diversa arricchente tradizione ecclesiale”; alla piena assoluzione degli ortodossi, che sono vera chiesa locale; all’apprezzamento delle false religioni, soprattutto di quella ebraica e di quella musulmana, con il conseguente rifiuto della dottrina della sostituzione del Cristianesimo all’Ebraismo, quale resto d’Israele e nuovo Israele!

4. Il segno più inquietante, tuttavia, è certamente quello dell’”abominio della desolazione” (15 e 21), strettamente congiunto ai falsi cristi e a i falsi profeti, ma con una carica unica di sovversività.

 

<<Quando, dunque, vedrete l’”abominio della desolazione”, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda – (…) vi sarà “una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino ad ora”, né mai più ci sarà >>.

 

Sono indubbiamente le parole più sinistre pronunciate da Gesù nel discorso sulla fine dei tempi, che, prese doverosamente sul serio, fanno rizzare i capelli in testa.

Non vi è alcun dubbio che quell’abominio rappresenti una profanazione assolutamente unica del luogo santo, dal momento che ad esso è associato un castigo del pari unico (“quale mai avvenne .. né mai più ci sarà”).

Abbiamo visto, dal terzo allegato, commentando la Bolla di Paolo IV, che l’augusto Pontefice lo aveva chiaramente individuato nel falso pontefice ritenuto vero Pontefice.

Come, del pari, nessun dubbio vi è sul fatto che quella gravissima profanazione sia in atto esattamente da cinquantacinque anni, attraverso tre fatti decisivi e concomitanti:

 

Falso vicario di Cristo assiso sulla cattedra di Pietro = Anticristo;

 

Apostata/Falso Profeta dell’Apocalisse che insegna il contrario di quanto Cristo       gli ha comandato attraverso la Scrittura e la Tradizione orale e scritta;

 

Amministratore di falsi sacramenti, perché:

a)     espressione di una fede falsa;

b)     operati con riti nuovi e falsi (nuovo Ordo Missae di Paolo VI), nel più assoluto disprezzo della Tradizione della Chiesa.

Questo abominio sito nel luogo santo che è la Chiesa, si è attirato almeno tre scomuniche, e cioè:

a) Quella specifica del Concilio Vaticano (I), Costituzione apostolica Pastor Aeternus (18.7.1870), che punisce severamente chi contravviene, direttamente o indirettamente, alla definizione dell’infallibilità del Papa ivi proclamata: Se poi qualcuno oserà, che Dio non lo permetta!, di contraddire a questa Nostra definizione: sia anatema

Dove il contraddire ha riguardato, direttamente, la libertà religiosa, che il Papa Pio IX, nell’enciclica Quanta Cura, avendo ritenuta contraria alla Sacra Scrittura, alla dottrina della Chiesa e dei Santi Padri,  ha condannato senza appello e con le dure parole che seguono: Pertanto, con la Nostra Autorità Apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo tutte e singole le prave opinioni e dottrine ad una ad una ricordate in questa lettera e vogliamo e comandiamo che tutti i figli della Chiesa cattolica le ritengano come riprovate, proscritte e condannate»”; e, indirettamente, l’infallibilità pontificia.

b)  Quella specifica del Papa San Pio V, la cui Bolla di promulgazione del Missale Romanum, da valere in perpetuo, messale approvato subito dopo il Concilio di Trento, per difendere l’integrità della fede cattolica, insidiata dalla gravissima eresia protestante, contiene il seguente duro monito:

Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo (Quo primum , 14 luglio 1570).

c) Quella generale di San Paolo, che è Parola di Dio, contro chiunque annunzi un diverso Vangelo:

“Ma se noi stessi o un angelo disceso dal Cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia maledetto!” (Gal 1,8).

A queste tre scomuniche sono indissolubilmente associate altrettante maledizioni che vengono da Dio, e che, privando, le une e le altre, della Grazia santificante, rendono assolutamente inutile per la vita eterna qualsiasi azione buona venga compiuta da coloro che sono responsabilmente incorsi nell’apostasia.

5. Il segno più generale della fine è “il dilagare dell’iniquità, per effetto del quale “l’amore di molti si raffredderà (v. 12).

L’apostasia al vertice della Chiesa, compiuta da falsi pontefici, si autoremunera, dimostrando, per questa strada, la sua oggettiva iniquità.

Gesù, infatti, invita a riconoscere i falsi profeti dai loro frutti, osservando retorico: “Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?”, e sentenziando minaccioso: “Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco” (Mt 7, 15-20).

E i frutti del falso concilio Vaticano II sono sotto gli occhi di tutti. Essi sono riassumibili nell’indifferentismo religioso, nella immoralità dilagante in pubblico e in privato e, in definitiva, nella forte paganizzazione della Chiesa e del mondo.

Solo per esemplificare, e si perdonino le ripetizioni, non resta che vederli questi frutti avvelenati prodotti dalla chiesa del concilio, divenuta una Torre di Babele e una maleodorante “cloaca”, orribilmente sfigurata, protestantizzata, non più educatrice, che non ammonisce più, che accoglie il peccatore senza alcun bisogno di conversione, che salva tutti, anche chi non vuole essere salvato, che perdona tutto e tutti, anche chi non chiede perdono e non vuol essere perdonato, che copre tutte le deviazioni nella falsa misericordia assassina, che relativizza se stessa, che cancella l’Inferno e sminuisce il Purgatorio, rimuovendo il santo timor di Dio e scatenando tutti i criminali, i banditi e gli assassini di ogni risma, che seminano morte e distruzione (!).

Quale conseguenza diretta di questa apostasia consumata, gli Stati sono stati spinti a paganizzare le loro legislazioni, legalizzando le istanze più immorali e pervertite di gruppi ed individui senza Dio (attacco generalizzato alla famiglia e conseguente progressivo sfascio sociale, con la depenalizzazione dell’adulterio, il riconoscimento dei figli adulterini, la più assoluta parità uomo/donna, del tutto contraria alla Tradizione bimillenaria della Chiesa e alla stessa Scrittura, la banalizzazione del sesso e dei ruoli, il divorzio, l’aborto, il libero amore con la legittimazione delle convivenze di fatto e perfino omosessuali; la pornografia, l’eutanasia, il nudismo, l’immoralità pubblica dilagante ovunque).

Depravazioni che hanno radicalmente distrutto la civiltà cristiana!

Tutto è iniquità che dilaga, che raffredda la carità di molti, aumentando, per questa via, l’iniquità, e che contrassegna l’apostasia generale predetta nella Scrittura (II TS 2,1-12), dove san Paolo, con parole terribili, dice che si perdono quanti non hanno avuto amore per la Verità che salva (2,10), perché Dio manda ad essi un influsso di errore, affinché siano tutti condannati (2,12)!

Come si è già scritto nella Lettera, la cosa più incredibile è che, nell’apostatare, questa falsa chiesa cattolica ha lasciato ben impressi alcuni segni che denotano emblematicamente la sua falsità. Due segni, in particolare, sono di tutta evidenza: 1) Giovanni XXIII ha assunto il nome di un antipapa (!), mentre il suo predecessore nel nome (Giovanni XXII) fu a stretto “contatto” di eresia, dalla quale, tuttavia, uscì per iscritto; 2) il nuovo catechismo della falsa chiesa cattolica parla della fine dei tempi in un modo che rispecchia fedelmente quello che essa ha prodotto ed a cui si va incontro:

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti… il mistero dell’iniquità si svelerà sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’anticristo” (CCC n. 676).

Passo che il sito internet Comunità Cattolica “Cristo Maestro” spiega così:

 

Il Giuda che consegnerà la Chiesa ai suoi aguzzini sarà lo spirito dell’anticristo, che provocherà una generalizzata apostasia, a causa della quale il cristianesimo resterà in piedi solo nelle sue forme esterne, rimanendo svuotato della sua forza rinnovatrice, e sarà proprio questa quell’impostura religiosa di cui si fa cenno al n. 676 del CCC e quell’abominio della desolazione annunciato direttamente da Gesù”.

Spiegazione che corrisponde esattamente agli avvenimenti in corso!

6. “Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (v. 13).

E’ un invito pressante di Gesù a superare questa prova terribile, amando come Egli ci ha amati, anche i falsi profeti della falsa chiesa conciliare, a partire da colui che si fa chiamare il papa senza esserlo, dicendo loro che essi non sono né Pietro, né Paolo, né i Padri della Chiesa che hanno tradito insieme a Cristo stesso.

Per quanto già illustrato, i falsi papi del falso Concilio, se non si sono davvero pentiti prima della morte, sono stati precipitati nell’Inferno più profondo, perché la maledizione dei loro predecessori viene da Dio! Ma anche se avessero avuto la grazia del pentimento vero e lucido, la loro punizione sarà comunque terribile, in attuazione del principio cardine della responsabilità ecclesiale “a chi molto fu dato, sarà chiesto molto di più” (Luca 12, 48).

 

Oltre a queste ragioni di carattere teologico, che spiegano chiaramente dove oggi siamo e perché non potremo uscirne che con la venuta del Cristo Giudice (Parusìa), “con grande potenza e gloria” (v. 30), ve ne sono altre che, nel loro insieme, pur con un livello minore d’importanza, vanno nella stessa direzione.

Sono ragioni serie di carattere storico/sociologico, che si aggiungono alle prime, rafforzandole ulteriormente, e che non vanno disgiunte da collaudati meccanismi psicologici.

La Chiesa è una realtà teandrica, divina e umana insieme, ma sta agli uomini, con la loro testimonianza esemplare, rendere visibile il divino. Sotto questo aspetto, e salvando l’eroica testimonianza di tanti santi e di tanti figli veri di essa, la storia della Chiesa è stata senza dubbio molto tormentata e piena di nodi. Scismi, eresie, papi e antipapi, fin dall’origine, l’hanno resa spesso agli occhi delle nazioni poco credibile.

Pur con questi limiti e al di là di ogni diversa apparenza, il timone della barca di “Pietro”, che è la Verità che salva, e cioè il timone della fede e dell’amore vero è stato sempre, più o meno saldamente, nelle mani del Vicario di Cristo.

 

Dopo venti secoli, però, sul trono di Pietro si è assiso un impostore apostata ben mascherato, seguito da altri impostori apostati più spudorati, che hanno insegnato ai fedeli e alle genti l’esatto contrario di ciò che la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato al prezzo di scismi, eresie e apostasie.

Molto apprezzata dal “mondo”, a cui la falsa chiesa si è “prostituita” nella persona stessa di falsi pontefici, e dei tantissimi che li hanno stoltamente e acriticamente seguiti perché privi di amore per la Verità che salva, questa violazione è di gran lunga la più grave di tutte, perché vanifica il progetto di Dio per l’umanità nel suo complesso.

 

Il Vaticano II, infatti, è l’unico concilio ecumenico della storia (che la Tradizione della Chiesa ha già anticipatamente definito, con Pio II, falso) che contiene eresie basilari, alcune esplicitamente affermate (libertà religiosa e liceità dello Stato laico), altre esistenti allo stato embrionale (tutti si possono salvare, in qualunque religione o confessione si trovino, l’inferno è una mera ipotesi, l’ammonizione fraterna non è misericordia). La rivoluzione “pastorale” operata è rigidamente conseguente a tali eresie.

Il Vaticano II ha dilapidato l’intero deposito della fede, avendo violato simultaneamente:

 

a)     la Scrittura, che è un fatto molto grave;

b)     la Tradizione dei Padri, dei Pontefici Romani e dei grandi santi Dottori della Chiesa, che è un fatto gravissimo;

c)     il Magistero infallibile pregresso, che, per la Chiesa Cattolica, è un sacrilegio di una gravità sconfinata.

Alla gravità di tali violazioni, che hanno attirato la scomunica automatica disposta dai veri Papi della Chiesa, si aggiunge comunque la gravità morale della crisi ecclesiale e sociale scatenata dalla stessa violazione, come hanno sostenuto gli stessi falsi pontefici del dopo concilio (!).

Com’è l’albero, così sono infatti i frutti; che confermano definitivamente la falsità e l’impostura del nuovo corso apostata.

 

I falsi pontefici del Vaticano II, con il loro atteggiamento, come descritto nella presente, hanno oggettivamente detto che i veri Papi loro predecessori:

 

  • hanno sbagliato, anche quando si sono espressi “ex cathedra”;
  • che essi non hanno capito nulla della crisi della Chiesa e del mondo;
  • che sono stati degli arroganti e dei presuntuosi, privi di carità (!), quando si sono lanciati in formule di scomunica, abusando, così, dei loro poteri;
  • che non avevano capito la Chiesa dei primi trecento anni, la quale non riteneva affatto che la fede cristiana dovesse assurgere a religione dello Stato.

 

I falsi pontefici del Vaticano II, invece, hanno capito tutto, cercando di rimediare agli errori compiuti. Sono così tornati alla “purezza” delle origini, messa in ombra da 1.600 (dico: milleseicento!) anni di “sbandamento” (!).

 

Così ritenendo, però, hanno distrutto la Chiesa Cattolica, avendone fatta a pezzi la figura del Vicario di Cristo, che può sbagliare, e che ha di fatto sbagliato per 1.600 anni (!), non è infallibile e può, quindi, restare inascoltato, checché ne abbia scritto Bonifacio VIII con la bolla “Unam Sanctam”, sul primato dello spirituale sul temporale e del Papa su tutti gli uomini della terra.

 

Distruggendo la maestà dei loro augusti predecessori, hanno distrutto loro stessi:

 

a)     davanti agli uomini, che, a causa dell’indifferentismo religioso da essi stessi prodotto e al conseguente rinnegamento dell’ordine morale trascendente e oggettivo indotto (relativismo etico), non si curano affatto di ascoltarli quando annunciano brandelli di scomoda verità, perché li considerano una semplice agenzia educativa tra le altre;

b)     davanti a Gesù/Dio stesso, che hanno disprezzato nei Suoi augusti e veri Vicari, incorrendo nelle loro maledizioni e nelle conseguenti scomuniche, che ne vanificano ogni azione e li destinano all’Inferno più profondo!

La crisi non rientrerà mai più. L’apostasia di vertice e di massa segnerà per sempre la residua, breve, storia della Chiesa. Perché qualunque vero Papa futuro dovesse condannare questi falsi papi e il loro più abominevole delitto, non potrebbe mai più cancellare la macchia nerissima che ha visto il soglio di Pietro in preda ad impostori e criminali, pur successivamente “banditi”.

La Chiesa, si direbbe per sempre, non è inattaccabile; sul soglio di Pietro può andare un falso Pietro; nulla, quindi, è più sicuro: le parole di Cristo sulla indefettibilità della Chiesa sono, dunque, da reinterpretare, perché, prese alla lettera e alla prova dei fatti, si sono rivelate semplicemente false.

 

La Chiesa, quindi, non è, non può essere e non sarà mai indefettibile né infallibile, perché ha subito un’apostasia generale, dalla quale potrebbe anche essere temporaneamente uscita, ma nella quale può sempre ricadere.

Non ha più, dunque, nessuna vera credibilità di fronte alle nazioni ed ai popoli della terra (si pensi, in particolare, ai continenti impenetrabili al Vangelo, come l’Asia, e alla stessa società post cristiana), essendo ormai un insieme di vero e falso.

Tutto ciò è sicuramente vero in termini di psicologia sociale, che motiva e ispira l’azione dei popoli.

 

Per tutto quanto detto, ritengo che l’evenienza di una “fine rimandata” non possa essere nella volontà di Dio; e che per tale ragione noi siamo giunti alla fine esistenziale dei tempi.

Credo, tuttavia, che sia proprio questa la volontà di Dio. E la Sua domanda: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra” (Luca 18,8), chiaramente retorica, inserita nel complesso quadro degli avvenimenti apocalittici, intende semplicemente ribadire il concetto che, alla fine della Storia, l’uomo tradirà Dio in modo abominevole, suscitando l’ira divina, la catastrofe finale e la Sua giustizia!

 

 

Dott. Antonio Coroniti

           Sociologo

Via Dei Mercanti, 16/ 87028 Praia A  Mare

 

Sesto allegato alla lettera del 9 ottobre 2013 a S.S. Francesco e ai Vescovi

 

FINE DEI TEMPI – LA CONFERMA DELLE RIVELAZIONI MARIANE

Per effetto dell’apostasia consumata, e del conseguente operare di una serie di maledizioni espresse da veri Papi (Paolo IV, San Pio V, Pio IX), l’intera società è stata privata della Luce di Cristo, “quella che illumina ogni uomo”, ed è piombata nelle tenebre spirituali e morali più fitte, dove, in generale, nulla è più gradito a Dio, e, per la perdita della Grazia, il giudizio si corrompe, disseminando un oceano di male.

Il disprezzo delle sante leggi di Dio, pervaso di un amore idolatrico per l’uomo, ha partorito un’epoca post-cristiana. In essa alligna una cultura irreligiosa come mai si vide nella storia, che ispira e sostiene un paganesimo ateo, ben più grave di quello, profondamente “religioso”, dei tempi proto-apostolici.

La miserabile condizione in cui oggi il mondo è ridotto, trova presagio e conferma nelle apparizioni mariane a La Salette, nel 1846, e a Fatima, nel 1917.  Dichiarate autentiche dall’autorità della Chiesa, esse sono ormai di pubblico e consolidato dominio, reperibili ovunque e ampiamente recensite.

Il 19 settembre 1846 Melania Calvat, assieme a Massimo Giraud, raccontarono di aver ricevuto un messaggio e un segreto durante una apparizione della Madonna, che si compone di due parti. 

Nella prima parte venivano descritti gli avvenimenti che poi interessarono buona parte dell’Europa di allora, e che si verificarono puntualmente: guerre civili in Francia, (la Comune di Parigi), in Portogallo, (lotte per l’istituzione della repubblica), in Italia, (guerre di Indipendenza); fine del potere temporale dei papi, (breccia di Porta Pia del 1870); carestie; lotte contro la religione, (legge sui frati del governo Cavour, politica ecclesiastica di Gambetta e Ferry in Francia); lassismo morale; decadimento ecclesiastico.

La seconda parte, è la parte apocalittica del segreto, perché inerente alla venuta dell’Anticristo ed alla diffusione dell’eresia all’interno stesso della Chiesa. 

In essa si diceva chiaramente: “Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo”. 

La Vergine parlava inoltre degli  “Apostoli degli ultimi tempi”, i discepoli di Gesú Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, nella povertà e nell’umiltà, nel disprezzo e nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione, nella castità e nell’unione con Dio, nella sofferenza e sconosciuti al mondo, esortandoli ad uscire per illuminare la terra. 

L’apparizione fu ufficialmente approvata in un lettera pastorale dal vescovo diocesano di Grenoble, con il titolo di “Nostra Signora della Salette” il 19 luglio 1851, quinto anniversario dell’apparizione, nella quale scrisse:

[L’apparizione] ha in sé tutte le caratteristiche della verità e […] i fedeli sono giustificati a credere al di là di ogni dubbio e con certezza. … (art. 1) … Quindi, al fine di tributare la nostra più sentita gratitudine a Dio e alla gloriosa Vergine Maria, autorizziamo la devozione a Nostra Signora della Salette. Consentiamo che il clero predichi questo grande evento e che ne tragga conseguenze pratiche e morali. … (art. 3) … Proibiamo espressamente ai fedeli e al clero della nostra diocesi di parlare o scrivere contro quello che proclamiamo oggi e che quindi merita il rispetto di tutti. … (art. 5).

Melania, poi entrata in convento con il nome di Maria della Croce – Vittima di Gesú, procedette a diverse redazioni del suo segreto, finché ne venne dichiarata autentica una, pubblicata nel 1879 con l’imprimatur del Vescovo di Lecce.

Il 13 luglio 1917, in piena prima guerra mondiale, la Vergine apparve a tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco presso la Cova da Iria, a Fatima, in Portogallo, e, con loro grande spavento, mostrò loro l’Inferno. Poi disse loro:

“Avete visto l’inferno, dove vanno a finire le anime dei poveri peccatori. Per salvarli, il Signore vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se si farà quello che vi dirò, molte anime si salveranno e vi sarà pace. La guerra sta per finire, ma se non cessano di offendere il Signore, nel regno di Pio XI, ne incomincerà un’altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il gran segno che vi dà Dio che prossima è la punizione del mondo per i suoi tanti delitti, mediante la guerra la fame e le persecuzioni contro la Chiesa e contro il Santo Padre. Per impedire ciò, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati del mese. Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace. Altrimenti diffonderà nel mondo i suoi errori suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa; molti buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire; varie nazioni saranno annientate; infine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede…”.”

Seguì a questo punto una visione che costituisce la terza parte del segreto e che Lucia descrisse in questi termini (sintesi):

Il Papa sofferente, accompa­gnato dal suo seguito fedele, fu visto “salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi….Prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, af­flitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che in­contrava nel suo cammino….. Giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi, Sacer­doti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni”.

A conferma della veridicità delle apparizioni, il 13 ottobre 1917 la Madonna dette un segno prodigioso che va sotto il nome di “miracolo del sole”, al quale assistettero, attoniti, numerosi non credenti.

La Terza parte del Segreto, come la veggente Lucia spiegò al cardinale Ottaviani nel 1955, poteva essere pubblicato nel ‘60, perché allora il suo contenuto sarebbe stato “più chiaro”.

 

Nel 1919, due anni dopo le apparizioni, dinanzi all’immane flusso di pellegrini che si recavano a Cova d’Iria, Don José Alves Correia da Silva, vescovo della Diocesi di Leiria-Fatima, ordinò che fosse costituita una commissione per studiare il caso ed iniziare le indagini canoniche ufficiali. Dopo lunghi dibattiti, con la conoscenza personale ed il consenso di Papa Pio XI, nell’ottobre del 1930 il vescovo Silva annunciò i risultati dell’indagine in una lettera pastorale nella quale diceva:

 

1 – Dichiariamo degne di credenza, le visioni dei bambini pastori della Cova da Iria, avvenute nella parrocchia di Fátima, in questa diocesi, dal 13 maggio al 13 ottobre 1917

 

2 – Permettiamo ufficialmente il culto della Madonna di Fátima.

E’ ben noto che i Pontefici da Benedetto XV a Pio XII ritardarono e non consacrarono la Russia al cuore immacolato di Maria nei tempi e negli esatti termini richiesti dalla Vergine, per un indubbio appannamento della loro fede (cfr. “La passione del Cristianesimo” 2001, di Araì Daniele); al punto che la Vergine in persona lo manifestò chiaramente, nel 1931.

La riflessione cattolica autentica pone giustamente in luce che i Papi successivi a san Pio X, e precisamente: Benedetto XV, Pio XI e Pio XII,  disattesero gli avvertimenti, pur tentando di accoglierli (specialmente Pio XII) in qualche misura, naufragando poi tra i marosi della loro tiepidezza; tanto erano intenti a seguire i loro disegni di ordinaria mondanità, a tutto discapito di quelli di Dio (!). Donde il terzo e più grave castigo rappresentato dalla “decapitazione del papato”.

Questa “decapitazione” papale fu predetta dal Signore in una comunicazione da Suor Lucia al suo Vescovo di Leiria nell’agosto 1931: “Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzio­ne della mia domanda, lo seguiranno nel­la disgrazia.

Ed è nella più totale sintonia con la terza parte del segreto di Fatima (o terzo segreto) sopra riportata.

La piena accoglienza di Fatima è, dunque, mancata da parte dei pastori.

Gli anzidetti Pontefici “distratti” figurano a pieno titolo nel terzo segreto di Fatima. Se è vero, infatti, come giustamente si afferma, che il Papa ucciso dalla grande apostasia indotta da Giovanni XXIII in poi  è il Papato, non è meno vero che il “Papa sofferente”, che cammina “con passo tremulo e mezzo vacillante”, e poi “prostrato in ginocchio” è lo stesso papato alla vigilia della grande apostasia!

E non vi è dubbio, infine, che le comunicazioni intime del Signore a suor Lucia (a Padre Lombardi nel 1954, convento di Coimbra) manifestarono il numero impressionante di anime, anche consacrate, che si perdono (cosa che, per reazione ed estrema difesa degli impostori, avrebbe condotto alla negazione pratica dell’Inferno); mentre annunciavano prossima la fine dei tempi: “La Madonna ha detto espressamente: “Ci avviciniamo agli ultimi tempi” – me lo ha detto tre volte (a Padre Fuentes nel 1957, convento di Coimbra).

Le apparizioni mariane di La Salette (1846) e Fatima (1917), e le comunicazioni intime del Signore pervenute attraverso suor Lucia confermano, dunque, in pieno, quanto già accertabile per la via strettamente giuridico canonica e magisteriale solenne della dottrina della Chiesa, e riportato nel presente documento, e precisamente:

1. La diminuita fede della Chiesa, con la caduta delle anime religiose, diminuisce le difese contro le aggressioni di un mondo divenuto senza Dio, ed è la breccia attraverso la quale Satana, nella persona di un falso vicario di Cristo, occupa il soglio di Pietro: “Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo”.

2. La corruzione ecclesiale è progressiva (apostasia strisciante), e attenta al soglio di Pietro con i papi successivi a san Pio X, la cui azione pastorale è appannata e contraddittoria, pur conservando la piena coscienza delle verità di fede, che vengono sempre riaffermate.

3. L’appannarsi della fede è causa efficiente della disobbedienza a Dio, e si esprime, prima,  attraverso il non puntuale accoglimento delle richieste mariane di Fatima, e, successivamente (con Pio XII), attraverso un accoglimento tardivo, posticcio e pastoralmente inquinato da una dottrina dubbia e incidentalmente eretica (Cfr. per es. la lettera apostolica “Sacro Vergente Anno” del 7 luglio 1952, con la quale, nel consacrare, tardivamente e senza l’unione con tutti i vescovi del mondo, come richiesto, la Russia al cuore immacolato di Maria, Pio XII si lascia sfuggire che gli eretici Ortodossi sono….Chiesa separata!).

4. Tutto ciò costituisce la premessa psicologica dell’avvento al papato dell’Abominio della Desolazione, nella persona di Giovanni XXIII; la cui azione pastorale, in obbedienza al teorema della “dissonanza cognitiva”, trova piena corrispondenza in una nuova dottrina bastarda ed eretica che non è più la fede della Chiesa, e la cui ispirazione è chiaramente in linea coi postulati massonici.

5. La decapitazione del papato si ritrova chiaramente nelle previsioni mariane di La Salette e Fatima.

6. I fatti di Fatima, in piena sintonia con la Sacra Scrittura, confermano l’esistenza di un Inferno pieno di dannati, che, attraverso il rifiuto della fede della Chiesa, hanno rifiutato Cristo stesso: un esercito sterminato, malvagio, corrotto e corruttore, violento: la massa dannata dell’Anticristo, una controchiesa , secondo sant’Agostino, citato da Araì Daniele (Città di Dio 20, 19, 1-4).

7. Le apparizione mariane di La Salette e Fatima, confermano, infine che siamo alla fine della storia.

 

 

 

APPENDICE  AL SESTO  ALLEGATO

 

 

Salette e Fatima alla fine della storia

                           

Solo per completezza e risistemazione di questa materia riporto quanto segue sull’apparente contrasto tra due affermazioni diverse della Madonna di Fatima.

a  Nel 1936 la Spagna era lacerata dalla guerra civile causata dagli “errori sparsi dalla Russia” e la “guerra peggiore” era alle porte, ma la richiesta della Madonna di Fatima continuava ad essere disattesa. Lucia scriveva allora: “Per mezzo di una “comunicazione intima” il Signore mi disse, lamentandoSI: “Non vollero soddisfare la Mia richiesta… come il Re di Francia, si pentiranno e lo faranno, ma sarà tardi. La Russia avrà già sparso i suoi errori per il mondo, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa: il Santo Padre avrà molto da patire”. Era la conferma di quella “comunicazione intima” che Lucia aveva riferito al suo Vescovo nel mese di agosto 1931: “Fa sapere ai Miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzione della Mia domanda, lo seguiranno nella disgrazia.” (cfr. anche Araì Daniele, “La passione del cristianesimo – 2001”, pp. 41 e 48).

 

a bis  Ma, mio Dio (esclamò suor Lucia), il Santo Padre non mi crederà, se Voi stesso non lo muoverete con un’ispirazione speciale. “Il Santo Padre! Prega molto per il Santo Padre. Lui la farà, ma sarà tardi! Tuttavia, il Cuore Immacolato di Maria salverà la Russia. Gli è affidata” (Ibid., p. 46).

 

b  “Alla fine il Mio Cuore Immacolato trionferà, il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.”

 

Nessuna contraddizione tra le due “rivelazioni”, ma le due ispirazioni o “comunicazioni speciali” simili, che confermano il ritardo e i guasti, vanno correttamente interpretate. Così:

 

Un (vero) Papa consacrerà la Russia al Cuore Immacolato di Maria, esattamente come richiesto, e cioè con fede vera e ardente, e in unione con tutti i Vescovi del mondo; ma sarà stato tardi per evitare i tre flagelli, tra cui, massimo, l’apostasia generale e l’Abominio nel luogo santo. E ciononostante la Russia, per premio, si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace, secondo la profezia originaria! Che collima anche con l’interregno buono della Salette.

Tutto il messaggio di Fatima, così, conforta ampiamente le nostre intuizioni più profonde sulla fine e il giudizio, ormai alle porte.

Resta solo da verificare cosa possa significare, all’atto pratico e alla fine della storia, la profezia secondo la quale alla fine “la Russia si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di Pace”.

La cosa che mi appare immediata é che, data la notevole precisione dei messaggi di Fatima, il periodo di Pace non ha nulla a che vedere con l’aurora millenaria di cui all’Apocalisse, e questo lo rende compatibile con l’asserzione che noi siamo comunque negli ultimi tempi della storia, secondo la stessa suor Lucia.

Per il resto, dopo qualche perplessità iniziale di comprensione, e un’adeguata maturazione, unisco fede e ragione da essa animata.

Nelle apparizioni di Fatima, viene detto che in “Portogallo si conserverà la fede”. Ma l’esperienza diretta ci mostra che la vera fede cattolica, pur posseduta da uno sparuto gruppo di fedeli, i soli cattolici sedevacantisti apocalittici, per la precisione, che si ritengono giustamente vincolati dalla Bolla “Cum Ex” del grande Papa Paolo IV, non è più patrimonio di nessuna nazione del mondo in quanto tale.

Questa espressione, tuttavia, acquisterebbe significato qualora venisse letta nel senso che dal Portogallo, la scintilla più grande di questa fiamma della fede vera non ancora estinta, che fa esplicito riferimento ai misteri mariani, e che coltiva la vera devozione mariana, vera perché assolutamente compatibile col magistero autentico della Chiesa Cattolica, dal Portogallo – dicevo – questa scintilla infiammerà il mondo, non già convertendolo, operazione incompatibile con gli eventi ultimi scritti nel Vangelo di Matteo (il cuore della Scrittura), ma ridandogli Luce con una rinata visibilità della Chiesa, che, al pari del suo fondatore, è appunto la “luce del mondo” (Matteo 5, 14).

 

Potrebbe trattarsi di un nuovo e vero Papa che, legato in qualche modo al Portogallo, consacrerà la Russia secondo le precise indicazioni di Maria; in segno di pura obbedienza alla volontà di Dio, però, e non già perché gli eventi storici, esaminati alla luce della retta e pura ragione, gli suggeriscono che la Russia potrebbe davvero convertirsi.

Noi siamo, infatti, alla fine della storia, dove non sono affatto immaginabili conversioni di massa, in un mondo profondamente irreligioso, indifferentista, relativista, immerso completamente nel peccato di apostasia generale e radicale dalla Verità che è Gesù Cristo.

Il mondo in quanto tale è, quindi, da considerare perduto, per il dilagare dell’iniquità e il pullulare dei falsi profeti.

 

Ma c’è di più e di peggio. Se proprio dobbiamo parlare di errori che hanno stravolto il mondo, e di entità responsabili che li hanno prodotti, proprio per la differenza esistente  tra un semplice delitto e l’eresia, che è “matrice” di delitti – secondo l’ottima definizione che ne dà Daniele –, dobbiamo affermare, apertamente e senza alcuna remora, che, ben più della Russia, ha danneggiato il mondo, con l’eclissi della Luce di Cristo, l’apostasia generale scatenata dalla falsa chiesa eretica uscita dal falso concilio vaticano II!

 

 

E se così è, la Russia che si convertirà, figura del mondo nuovo, null’altro potrebbe essere se non la Chiesa risorta dopo la “decapitazione”, che ha conservato la fede e che, quale premio della sua ricostituzione sotto un Papa cum Degnitate, che le ridonerà visibilità e la condurrà incontro al Cristo che viene nella gloria, beneficerà essa stessa di un breve periodo di pace.

Anche la ragion pratica si accorda bene con questa profezia, perché la ricostituita Chiesa  Cattolica, scevra da ogni fanatismo, finirebbe proprio per beneficiare di quel clima di indifferentismo religioso seminato dagli Anticristi a piene mani, e nel quale è improbabile, una religione come un’altra, possa essere oggetto di una vera persecuzione.

 

Tutto ciò sarebbe anche in perfetta armonia con quanto richiesto dalla Mamma della Salette, nel bellissimo messaggio finale che segue:

Io rivolgo un appello urgente alla terra; Io chiamo i veri imitatori di Cristo fatto uomo, il solo e vero Salvatore degli uomini; Io chiamo i miei figli , i miei veri devoti, quelli che si sono dati a Me perché io li conduca dal Mio divin Figlio, quelli che Io porto, per cosí dire, nelle mie braccia, quelli che sono vissuti del Mio Spirito; infine Io chiamo gli Apostoli degli ultimi tempi, i discepoli di Gesú Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, nella povertà e nell’umiltà, nel disprezzo e nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione, nella castità e nell’unione con Dio, nella sofferenza e sconosciuti al mondo. 

È tempo che escano e vengano ad illuminare la terra. 

Andate e mostratevi come i miei cari figli; Io sono con voi e in voi purché la vostra fede sia la luce che vi illumina in questi giorni di disgrazia. 

Che il vostro zelo vi renda come gli affamati per la gloria e l’onore di Gesú Cristo. 

Combattete, figli della luce, voi, piccolo numero che ci vedete, perché ecco il tempo dei tempi, la fine delle fini.” 

 

Con il che si saldano le profezie de La Salette con quelle di Fatima, a onore e gloria di Dio Santissimo, Uno e Trino, Padre,  Figlio e Spirito Santo, e di Sua Madre, la Donna tutta bella, Maria Santissima. Amen.