“Donna, neppure io ti condanno”. Le donne di Gesù. Parte I

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Gesù non aveva paura delle donne.

Né fu mai un maschilista: con tenerezza accettò le loro premure, le chiamò ‘amiche’

Sappiamo che è sempre vivo il dibattito fuori e dentro la Chiesa sul rapporto tra il cristianesimo e le donne. Tra accuse spesso infondate, aperture vere e desideri impossibili, proviamo ad offrire alcuni elementi per capire bene come la Chiesa Cattolica, sulle orme di Gesù Cristo, non è mai stata ostile alla donna, elevandola a dignità mai raggiunte prima. Perché il suo fondatore, per primo, ha voluto ricordare al mondo che la donna è figlia di Dio come l’uomo e lo ha fatto, come era nel suo stile, non solo a parole ma con i fatti.

PRIMA PARTE

di Dorotea Lancellotti

lancillotti“Cari fratelli e sorelle,

nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, il Venerabile Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa. “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (n. 31). Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento”.

(Benedetto XVI Catechesi del 1.9.2010)

Partendo da S. Teresa del Bambin Gesù che dice: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore”, e andando a sfogliare il ricco Magistero ecclesiale, Gesù cosa dice delle donne e la Chiesa come e in quale modo riconosce la loro dignità?

Vogliamo qui sfatare alcuni luoghi comuni, accuse di oscurantismo e, senza pretesa alcuna, far emergere l’autentico Magistero sulla donna e il suo ruolo nella Chiesa a servizio per il mondo.

Come era la situazione ai tempi di Gesù

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Nella preghiera degli Ebrei e di altri popoli l’uomo ringraziava Dio per non essere nato infedele, donna, schiavo e ignorante. Le donne ebree si limitavano a ringraziare il Signore per essere state “semplicemente create”. Ma non bisogna generalizzare: in altri testi del giudaismo ci sono espressioni bellissime che esaltano le virtù femminili e pongono la donna sopra un piedistallo.

Gesù, uomo tra gli uomini che ha insegnato con parole e atteggiamenti tipici del suo tempo, non si è posto il problema della “dignità della donna”, ma la sua dottrina traluce dai fatti, di certo assai più eloquenti e convincenti delle parole.

Il Vangelo della Salvezza comincia e finisce con interventi al femminile:

– Il primo annuncio è affidato a Maria di Nazaret;

– il primo miracolo alle nozze di Cana accade su richiesta della Madre;

– su richiesta di Marta, sua amica, risorge Lazzaro;

– sotto la Croce chiede a Giovanni di occuparsi della Madre e a lei affida l’umanità intera;

– la notizia della Sua Risurrezione viene affidata alle donne accorse al sepolcro per profumare il corpo di Gesù;

– con la Pentecoste, tutti i discepoli sono riuniti per dare inizio alla grande missione della Chiesa pellegrina sulla terra: al centro di essi c’è Maria, Donna e Madre per eccellenza!

– infine, la Chiesa stessa è immagine e figura della maternità divina, rigenera gli uomini mediante il Battesimo, li nutre coi Sacramenti della salvezza, li accompagna per l’approdo finale nella vita eterna.

In nessun’altra “religione” o istituzione “sociale” il ruolo della donna ha avuto uno sviluppo così forte, coerente al suo essere, e ha saputo dare alla società in ogni tempo il proprio contributo spirituale e culturale, affettivo ed intellettivo.

Dalle vergini sagge alla Samaritana, dall’adultera a Giovanna: immaginarie o reali, le donne hanno un grande ruolo nel Vangelo

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Nel corso della sua vita, Gesù fa riferimento alle donne e al loro mondo, riportando alla mente di chi lo ascolta la loro quotidianità e le loro emozioni: per esempio la massaia intenta a preparare il pane; la donna ansiosa per una moneta smarrita e poi ritrovata (Lc.13, 20-21/ 15, 8-10);  la famosa parabola delle vergini sagge (Mt.25, 1-13), ma anche della donna che non si stanca di pregare (Lc.18, 1-8). Gesù è stato il primo a dedicarsi alla donna, nobilitandola e vedendola spesso protagonista del suo insegnamento di salvezza. Non soltanto nelle parabole, anche nella vita reale Gesù propone la donna quale esempio per tutti, come quando esalta la pietà e la generosità della vedova (Mc.12, 41-44). Anche per le donne compie i miracoli.

Egli accoglie la donna, l’aiuta, l’incoraggia. Quando è a Betania (Lc.10, 38-42); quando elogia la donna che gli unge il capo (Gv.12, 1-8). Ma Gesù osa di più: una “peccatrice” diventa esempio e monito a un fariseo (Lc.7, 36-50). Egli non smentisce la verità poiché è lui stesso la Verità, perciò non ha paura di andare contro la mentalità dell’epoca, non teme di difendere la dignità, fino allora nascosta, della donna. “Osa” portare cambiamenti, aprire i cuori, amare con cuore puro! Dall’episodio dell’adultera esce fuori tutto il dramma della prostituzione femminile: “scaglia la tua pietra se sei senza peccato” (Gv.8, 1-11), invita quella donna a non peccare più, le sorride, lei comprende, non si sente più sola, sfruttata, umiliata!

Con questo gesto Gesù inchioda gli accusatori nella loro ipocrisia portandoli ad un naturale riconoscimento del proprio stato di peccatori e sfruttatori, ed alla donna che schiacciava con la prostituzione la sua dignità redenta, risolleva le sorti spingendola a confidare in quel perdono, a seguire Gesù il suo Salvatore per “non peccare più”!

Leggiamo il brano della Samaritana e vediamo come Egli mette a nudo la mentalità superficiale di chi si crede superiore: Gesù, contrariamente ai maestri che si rifiutavano di insegnare alle donne le Sacre Scritture, discorre con una Donna, ma fa di più perché le confida uno dei più alti segreti della nuova Rivelazione “il culto da rendere a Dio – in spirito e verità –” (Gv.4, 1-42).

Con la Samritana, al pozzo

Con la Samritana, al pozzo

Nella Mulieris Dignitatem, leggiamo: “Il modo di agire di Cristo, il Vangelo delle sue opere e delle sue parole, è una coerente protesta contro ciò che offende la dignità della donna. Perciò le donne che si trovano vicine a Cristo riscoprono se stesse nella verità che egli «insegna» e che egli «fa», anche quando questa è la verità sulla loro «peccaminosità». Da questa verità esse si sentono «liberate», restituite a se stesse: si sentono amate di «amore eterno», di un amore che trova diretta espressione in Cristo stesso. Nel raggio d’azione di Cristo la loro posizione sociale si trasforma. Sentono che Gesù parla con loro di questioni delle quali, a quei tempi, non si discuteva con una donna.”

Così come nel discorso sul matrimonio Gesù va a correggere quella superba pretesa di voler ripudiare la propria moglie, spesso anche quando non fosse colpevole di alcun reato, ma che l’uomo usava come pretesto (ipocrita) per cambiare moglie quando voleva (cfr Mt.19).

Nella famosa testimonianza resa al popolo eletto ed ai sacerdoti, dice: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio” (Mt.21, 31-32), scatenando tutto l’orgoglio e la presunzione più nascosta. Sono così messi a confronto il meglio e il peggio secondo la pubblica opinione dell’epoca e la sua bilancia precipita a favore del peggio che diventa il meglio a motivo della loro disponibilità spirituale, a motivo della loro conversione!

A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli Apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni».

Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8, 1-3). In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante. Cristo parla con le donne delle cose di Dio, ed esse le comprendono: un’autentica risonanza della mente e del cuore, una risposta di fede. E Gesù per questa risposta spiccatamente «femminile» esprime apprezzamento e ammirazione…

Celibato e verginità nelle parole di Gesù

Salva l'adultera.

Salva l’adultera.

Scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Nell’insegnamento di Cristo la maternità è collegata alla verginità, ma è anche distinta da essa. Al riguardo, rimane fondamentale la frase detta da Gesù ed inserita nel colloquio sull’indissolubilità del matrimonio. Sentita la risposta data ai farisei, i discepoli dicono a Cristo: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19, 10). Indipendentemente dal senso che quel «non conviene» aveva allora nella mente dei discepoli, Cristo prende lo spunto dalla loro errata opinione per istruirli sul valore del celibato: egli distingue il celibato per effetto di deficienze naturali, anche se causate dall’uomo, dal «celibato per il Regno dei cieli».

Cristo dice: «E vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli» (cf. Mt 19, 12). Si tratta, dunque, di un celibato libero, scelto a motivo del Regno dei cieli, in considerazione della vocazione escatologica dell’uomo all’unione con Dio. Egli poi aggiunge: «Chi può capire, capisca», e queste parole sono una ripresa di ciò che aveva detto all’inizio del discorso sul celibato (cf. Mt 19, 11).

Pertanto il celibato per il Regno dei cieli è frutto non solo di una libera scelta da parte dell’uomo, ma anche di una speciale grazia da parte di Dio, che chiama una determinata persona a vivere il celibato. Se questo è un segno speciale del Regno di Dio che deve venire, nello stesso tempo serve anche a dedicare in modo esclusivo tutte le energie dell’anima e del corpo, durante la vita temporale, per il regno escatologico.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

Le parole di Gesù sono la risposta alla domanda dei discepoli. Esse sono rivolte direttamente a coloro che ponevano la domanda: in questo caso erano uomini. Nondimeno, la risposta di Cristo, in se stessa, ha valore sia per gli uomini che per le donne. In questo contesto essa indica l’ideale evangelico della verginità, ideale che costituisce una chiara «novità» in rapporto alla tradizione dell’Antico Testamento”.

E’ da questa realtà che si sviluppa, fin dal primo secolo, la “Consacrazione delle Vergini”, definito a ragione il primo nucleo comunitario della Chiesa sviluppando armoniosamente quella “maternità secondo lo spirito” che tanti frutti ha portato alla Chiesa e al mondo.

Lo spiega così Giovanni Paolo II: “Quelle donne, ed in seguito altre ancora, ebbero parte attiva ed importante nella vita della Chiesa primitiva, nell’edificare sin dalle fondamenta la prima comunità cristiana – e le comunità successive – mediante i propri carismi e il loro multiforme servizio. Gli scritti apostolici annotano i loro nomi, come Febe, «diaconessa di Cencre» (cf. Rm 16, 1 ), Prisca col marito Aquila (cf. 2 Tim 4, 19), Evodia e Sintiche (cf. Fil 4, 2), Maria, Trifena, Perside, Trifosa (cf. Rm 16, 6. 12). L’apostolo parla delle loro «fatiche» per Cristo, e queste indicano i vari campi del servizio apostolico della Chiesa, iniziando dalla «chiesa domestica». In essa, infatti, la «fede schietta» passa dalla madre nei figli e nei nipoti, come appunto si verificò nella casa di Timoteo (cf. 2 Tm 1, 5)”.

E Maria? Ha il posto d’onore…

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Possiamo concludere questo breve excursus affermando come nella dottrina e nella pratica del Vangelo la donna ha nel mondo un posto privilegiato e caratteristico, non uguale a quello dell’uomo né superiore, né inferiore ma suo proprio nel quale si manifesta tutta la sua natura e nella quale viene rispettata al massimo la sua dignità. Gesù accoglie la Donna, l’aiuta, la istruisce, la elogia, l’ammira, la propone come modello e intorno a sé ha voluto un gruppo femminile stabile! Un gruppo ben diverso dai Dodici, una missione ben diversa, un ruolo che gli è proprio così come il ruolo dei Dodici gli è proprio per il governo della Chiesa.

Infine, diamo uno sguardo a Maria, la Madre di Gesù, la “Donna” da cui è nato il “Figlio di Dio” (Gal.4, 4).

Maria apre le pagine più sorprendenti del Vangelo (Gv.2, 4), fino a splendere nel libro dell’Apocalisse (12, 1). Sull’abisso della grandezza segreta e palese di Maria – Donna per eccellenza – ci si può affacciare su questo mondo con gli occhi della fede ed ognuno di noi con Lei, come nel giorno del cenacolo, in silenzioso raccoglimento, potrà essere cuore che pulsa nella Chiesa, Chiesa sgorgata dal Sangue di Cristo!

Solo così potremmo dire anche noi, come S. Teresa: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore”.

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Quelle eclettiche ragazze di Dio. Le donne di Gesù. Parte II

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La donna nella vita della Chiesa: storia vera di una collaborazione appassionata. Iniziata con Cristo (e mai passata di moda)

“La donna è stata posta ai margini della vita della Chiesa”, si sente spesso dire. Niente di più falso. Storie e protagoniste alla mano, si può chiaramente vedere come il Cristianesimo abbia valorizzato le donne fin dagli inizi, senza aver mai smesso. E non solo un tipo di donna: nella storia cristiana si incontrano mistiche, regine, analfabete, dotte, profetesse, guerriere. Questa valorizzazione della donna è sempre stata accompagnata da bellissime pagine del Magistero, confermate anche dagli ultimi pontefici.

di Dorotea Lancellotti

lancillottiScrive Giovanni Paolo II: “Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. E’ per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere. […] il mio predecessore Paolo VI ha esplicitato il significato di questo «segno dei tempi», attribuendo il titolo di Dottore della Chiesa a santa Teresa di Gesù e a santa Caterina da Siena, ed istituendo, altresì, su richiesta dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi nel 1971, un’apposita Commissione, il cui scopo era lo studio dei problemi contemporanei riguardanti la «promozione effettiva della dignità e della responsabilità delle donne». In uno dei suoi Discorsi Paolo VI disse tra l’altro: “Nel cristianesimo, infatti, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità, di cui il Nuovo Testamento ci attesta non pochi e non piccoli aspetti […]; appare all’evidenza che la donna è posta a far parte della struttura vivente ed operante del cristianesimo in modo così rilevante che non ne sono forse ancora state enucleate tutte le virtualità.” (Mulieris Dignitatem n.1)

Nella Lettera ai Vescovi sulla collaborazione fra l’uomo e la donna nella Chiesa e nel mondo dell’allora cardinale Ratzinger, Prefetto della CdF, così esordisce: “Esperta in umanità, la Chiesa è sempre interessata a ciò che riguarda l’uomo e la donna. In questi ultimi tempi si è riflettuto molto sulla dignità della donna, sui suoi diritti e doveri nei diversi settori della comunità civile ed ecclesiale. Avendo contribuito all’approfondimento di questa fondamentale tematica, in particolare con l’insegnamento di Giovanni Paolo II, la Chiesa è oggi interpellata da alcune correnti di pensiero, le cui tesi spesso non coincidono con le finalità genuine della promozione della donna.”

O antagonista dell’uomo o indistinta da lui: ecco come la modernità pensa la donna

PIC2873OQuali sono queste “correnti di pensiero” che non coincidono con l’autentica promozione della donna?

Riportiamo i passi direttamente dalla Lettera ai Vescovi sopracitata:

“Una prima tendenza sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione. La donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell’uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad una rivalità tra i sessi, in cui l’identità ed il ruolo dell’uno sono assunti a svantaggio dell’altro, con la conseguenza di introdurre nell’antropologia una confusione deleteria che ha il suo risvolto più immediato e nefasto nella struttura della famiglia.

Una seconda tendenza emerge sulla scia della prima. Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè composta di padre e di madre, l’equiparazione dell’omosessualità all’eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa.”

Appare evidente che la crisi d’identità della donna e del suo ruolo contribuisce inevitabilmente anche all’espandersi dell’omosessualità, alla crisi d’identità dell’uomo, ripercuotendosi inevitabilmente sulla famiglia e sulla società.

Ma la donna è l’altra parte dell’uomo…

Diversi, ma capaci di completarsi. Al di là di sarcasmi e ironie varie.

Diversi, ma capaci di completarsi. Al di là di sarcasmi e ironie varie.

La chiave di comprensione per affrontare e tentare di risolvere il problema non può non tenere conto del fatto che i ruoli dell’uomo e della donna non sono assolutamente concorrenziali o competitivi, ma “di collaborazione e completamento delle risorse intellettive ed affettive”. La radice di questi problemi va ricercata in quel malsano tentativo della persona umana di “liberarsi” dai propri “condizionamenti biologici”. Spiega infatti l’allora cardinale Ratzinger: “Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione essenziale. Questa prospettiva ha molteplici conseguenze. Anzitutto si rafforza l’idea che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una cultura essenzialmente maschilista. In secondo luogo tale tendenza considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile.”

“Il secondo racconto della creazione (Gn 2,4-25) conferma in modo inequivocabile l’importanza della differenza sessuale. Una volta plasmato da Dio e collocato nel giardino di cui riceve la gestione, colui che è designato, ancora con termine generico, come Adam, fa esperienza di una solitudine che la presenza degli animali non riesce a colmare. Gli occorre un aiuto che gli sia corrispondente. Il termine designa qui non un ruolo subalterno, ma un aiuto vitale. Lo scopo è infatti di permettere che la vita di Adam non si inabissi in un confronto sterile e, alla fine, mortale solamente con se stesso. È necessario che entri in relazione con un altro essere che sia al suo livello. Soltanto la donna, creata dalla stessa «carne» ed avvolta dallo stesso mistero, dà alla vita dell’uomo un avvenire. Ciò si verifica a livello ontologico, nel senso che la creazione della donna da parte di Dio caratterizza l’umanità come realtà relazionale. In questo incontro emerge anche la parola che dischiude per la prima volta la bocca dell’uomo in una espressione di meraviglia: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2,23). La donna è un altro “io” nella comune umanità. Sin dall’inizio essi [uomo e donna] appaiono come “unità dei due”, e ciò significa il superamento dell’originaria solitudine, nella quale l’uomo non trova “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,20). Si tratta qui solo dell’“aiuto” nell’azione, nel “soggiogare la terra”? (cfr Gn 1,28). Certamente si tratta della compagna della vita, con la quale, come con una moglie, l’uomo può unirsi divenendo con lei “una sola carne” e abbandonando per questo “suo padre e sua madre” (cfr Gn 2,24).