“Donna, neppure io ti condanno”. Le donne di Gesù. Parte I

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Gesù non aveva paura delle donne.

Né fu mai un maschilista: con tenerezza accettò le loro premure, le chiamò ‘amiche’

Sappiamo che è sempre vivo il dibattito fuori e dentro la Chiesa sul rapporto tra il cristianesimo e le donne. Tra accuse spesso infondate, aperture vere e desideri impossibili, proviamo ad offrire alcuni elementi per capire bene come la Chiesa Cattolica, sulle orme di Gesù Cristo, non è mai stata ostile alla donna, elevandola a dignità mai raggiunte prima. Perché il suo fondatore, per primo, ha voluto ricordare al mondo che la donna è figlia di Dio come l’uomo e lo ha fatto, come era nel suo stile, non solo a parole ma con i fatti.

PRIMA PARTE

di Dorotea Lancellotti

lancillotti“Cari fratelli e sorelle,

nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, il Venerabile Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa. “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (n. 31). Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento”.

(Benedetto XVI Catechesi del 1.9.2010)

Partendo da S. Teresa del Bambin Gesù che dice: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore”, e andando a sfogliare il ricco Magistero ecclesiale, Gesù cosa dice delle donne e la Chiesa come e in quale modo riconosce la loro dignità?

Vogliamo qui sfatare alcuni luoghi comuni, accuse di oscurantismo e, senza pretesa alcuna, far emergere l’autentico Magistero sulla donna e il suo ruolo nella Chiesa a servizio per il mondo.

Come era la situazione ai tempi di Gesù

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Nella preghiera degli Ebrei e di altri popoli l’uomo ringraziava Dio per non essere nato infedele, donna, schiavo e ignorante. Le donne ebree si limitavano a ringraziare il Signore per essere state “semplicemente create”. Ma non bisogna generalizzare: in altri testi del giudaismo ci sono espressioni bellissime che esaltano le virtù femminili e pongono la donna sopra un piedistallo.

Gesù, uomo tra gli uomini che ha insegnato con parole e atteggiamenti tipici del suo tempo, non si è posto il problema della “dignità della donna”, ma la sua dottrina traluce dai fatti, di certo assai più eloquenti e convincenti delle parole.

Il Vangelo della Salvezza comincia e finisce con interventi al femminile:

– Il primo annuncio è affidato a Maria di Nazaret;

– il primo miracolo alle nozze di Cana accade su richiesta della Madre;

– su richiesta di Marta, sua amica, risorge Lazzaro;

– sotto la Croce chiede a Giovanni di occuparsi della Madre e a lei affida l’umanità intera;

– la notizia della Sua Risurrezione viene affidata alle donne accorse al sepolcro per profumare il corpo di Gesù;

– con la Pentecoste, tutti i discepoli sono riuniti per dare inizio alla grande missione della Chiesa pellegrina sulla terra: al centro di essi c’è Maria, Donna e Madre per eccellenza!

– infine, la Chiesa stessa è immagine e figura della maternità divina, rigenera gli uomini mediante il Battesimo, li nutre coi Sacramenti della salvezza, li accompagna per l’approdo finale nella vita eterna.

In nessun’altra “religione” o istituzione “sociale” il ruolo della donna ha avuto uno sviluppo così forte, coerente al suo essere, e ha saputo dare alla società in ogni tempo il proprio contributo spirituale e culturale, affettivo ed intellettivo.

Dalle vergini sagge alla Samaritana, dall’adultera a Giovanna: immaginarie o reali, le donne hanno un grande ruolo nel Vangelo

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Nel corso della sua vita, Gesù fa riferimento alle donne e al loro mondo, riportando alla mente di chi lo ascolta la loro quotidianità e le loro emozioni: per esempio la massaia intenta a preparare il pane; la donna ansiosa per una moneta smarrita e poi ritrovata (Lc.13, 20-21/ 15, 8-10);  la famosa parabola delle vergini sagge (Mt.25, 1-13), ma anche della donna che non si stanca di pregare (Lc.18, 1-8). Gesù è stato il primo a dedicarsi alla donna, nobilitandola e vedendola spesso protagonista del suo insegnamento di salvezza. Non soltanto nelle parabole, anche nella vita reale Gesù propone la donna quale esempio per tutti, come quando esalta la pietà e la generosità della vedova (Mc.12, 41-44). Anche per le donne compie i miracoli.

Egli accoglie la donna, l’aiuta, l’incoraggia. Quando è a Betania (Lc.10, 38-42); quando elogia la donna che gli unge il capo (Gv.12, 1-8). Ma Gesù osa di più: una “peccatrice” diventa esempio e monito a un fariseo (Lc.7, 36-50). Egli non smentisce la verità poiché è lui stesso la Verità, perciò non ha paura di andare contro la mentalità dell’epoca, non teme di difendere la dignità, fino allora nascosta, della donna. “Osa” portare cambiamenti, aprire i cuori, amare con cuore puro! Dall’episodio dell’adultera esce fuori tutto il dramma della prostituzione femminile: “scaglia la tua pietra se sei senza peccato” (Gv.8, 1-11), invita quella donna a non peccare più, le sorride, lei comprende, non si sente più sola, sfruttata, umiliata!

Con questo gesto Gesù inchioda gli accusatori nella loro ipocrisia portandoli ad un naturale riconoscimento del proprio stato di peccatori e sfruttatori, ed alla donna che schiacciava con la prostituzione la sua dignità redenta, risolleva le sorti spingendola a confidare in quel perdono, a seguire Gesù il suo Salvatore per “non peccare più”!

Leggiamo il brano della Samaritana e vediamo come Egli mette a nudo la mentalità superficiale di chi si crede superiore: Gesù, contrariamente ai maestri che si rifiutavano di insegnare alle donne le Sacre Scritture, discorre con una Donna, ma fa di più perché le confida uno dei più alti segreti della nuova Rivelazione “il culto da rendere a Dio – in spirito e verità –” (Gv.4, 1-42).

Con la Samritana, al pozzo

Con la Samritana, al pozzo

Nella Mulieris Dignitatem, leggiamo: “Il modo di agire di Cristo, il Vangelo delle sue opere e delle sue parole, è una coerente protesta contro ciò che offende la dignità della donna. Perciò le donne che si trovano vicine a Cristo riscoprono se stesse nella verità che egli «insegna» e che egli «fa», anche quando questa è la verità sulla loro «peccaminosità». Da questa verità esse si sentono «liberate», restituite a se stesse: si sentono amate di «amore eterno», di un amore che trova diretta espressione in Cristo stesso. Nel raggio d’azione di Cristo la loro posizione sociale si trasforma. Sentono che Gesù parla con loro di questioni delle quali, a quei tempi, non si discuteva con una donna.”

Così come nel discorso sul matrimonio Gesù va a correggere quella superba pretesa di voler ripudiare la propria moglie, spesso anche quando non fosse colpevole di alcun reato, ma che l’uomo usava come pretesto (ipocrita) per cambiare moglie quando voleva (cfr Mt.19).

Nella famosa testimonianza resa al popolo eletto ed ai sacerdoti, dice: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio” (Mt.21, 31-32), scatenando tutto l’orgoglio e la presunzione più nascosta. Sono così messi a confronto il meglio e il peggio secondo la pubblica opinione dell’epoca e la sua bilancia precipita a favore del peggio che diventa il meglio a motivo della loro disponibilità spirituale, a motivo della loro conversione!

A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli Apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni».

Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8, 1-3). In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante. Cristo parla con le donne delle cose di Dio, ed esse le comprendono: un’autentica risonanza della mente e del cuore, una risposta di fede. E Gesù per questa risposta spiccatamente «femminile» esprime apprezzamento e ammirazione…

Celibato e verginità nelle parole di Gesù

Salva l'adultera.

Salva l’adultera.

Scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Nell’insegnamento di Cristo la maternità è collegata alla verginità, ma è anche distinta da essa. Al riguardo, rimane fondamentale la frase detta da Gesù ed inserita nel colloquio sull’indissolubilità del matrimonio. Sentita la risposta data ai farisei, i discepoli dicono a Cristo: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19, 10). Indipendentemente dal senso che quel «non conviene» aveva allora nella mente dei discepoli, Cristo prende lo spunto dalla loro errata opinione per istruirli sul valore del celibato: egli distingue il celibato per effetto di deficienze naturali, anche se causate dall’uomo, dal «celibato per il Regno dei cieli».

Cristo dice: «E vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli» (cf. Mt 19, 12). Si tratta, dunque, di un celibato libero, scelto a motivo del Regno dei cieli, in considerazione della vocazione escatologica dell’uomo all’unione con Dio. Egli poi aggiunge: «Chi può capire, capisca», e queste parole sono una ripresa di ciò che aveva detto all’inizio del discorso sul celibato (cf. Mt 19, 11).

Pertanto il celibato per il Regno dei cieli è frutto non solo di una libera scelta da parte dell’uomo, ma anche di una speciale grazia da parte di Dio, che chiama una determinata persona a vivere il celibato. Se questo è un segno speciale del Regno di Dio che deve venire, nello stesso tempo serve anche a dedicare in modo esclusivo tutte le energie dell’anima e del corpo, durante la vita temporale, per il regno escatologico.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

Le parole di Gesù sono la risposta alla domanda dei discepoli. Esse sono rivolte direttamente a coloro che ponevano la domanda: in questo caso erano uomini. Nondimeno, la risposta di Cristo, in se stessa, ha valore sia per gli uomini che per le donne. In questo contesto essa indica l’ideale evangelico della verginità, ideale che costituisce una chiara «novità» in rapporto alla tradizione dell’Antico Testamento”.

E’ da questa realtà che si sviluppa, fin dal primo secolo, la “Consacrazione delle Vergini”, definito a ragione il primo nucleo comunitario della Chiesa sviluppando armoniosamente quella “maternità secondo lo spirito” che tanti frutti ha portato alla Chiesa e al mondo.

Lo spiega così Giovanni Paolo II: “Quelle donne, ed in seguito altre ancora, ebbero parte attiva ed importante nella vita della Chiesa primitiva, nell’edificare sin dalle fondamenta la prima comunità cristiana – e le comunità successive – mediante i propri carismi e il loro multiforme servizio. Gli scritti apostolici annotano i loro nomi, come Febe, «diaconessa di Cencre» (cf. Rm 16, 1 ), Prisca col marito Aquila (cf. 2 Tim 4, 19), Evodia e Sintiche (cf. Fil 4, 2), Maria, Trifena, Perside, Trifosa (cf. Rm 16, 6. 12). L’apostolo parla delle loro «fatiche» per Cristo, e queste indicano i vari campi del servizio apostolico della Chiesa, iniziando dalla «chiesa domestica». In essa, infatti, la «fede schietta» passa dalla madre nei figli e nei nipoti, come appunto si verificò nella casa di Timoteo (cf. 2 Tm 1, 5)”.

E Maria? Ha il posto d’onore…

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Possiamo concludere questo breve excursus affermando come nella dottrina e nella pratica del Vangelo la donna ha nel mondo un posto privilegiato e caratteristico, non uguale a quello dell’uomo né superiore, né inferiore ma suo proprio nel quale si manifesta tutta la sua natura e nella quale viene rispettata al massimo la sua dignità. Gesù accoglie la Donna, l’aiuta, la istruisce, la elogia, l’ammira, la propone come modello e intorno a sé ha voluto un gruppo femminile stabile! Un gruppo ben diverso dai Dodici, una missione ben diversa, un ruolo che gli è proprio così come il ruolo dei Dodici gli è proprio per il governo della Chiesa.

Infine, diamo uno sguardo a Maria, la Madre di Gesù, la “Donna” da cui è nato il “Figlio di Dio” (Gal.4, 4).

Maria apre le pagine più sorprendenti del Vangelo (Gv.2, 4), fino a splendere nel libro dell’Apocalisse (12, 1). Sull’abisso della grandezza segreta e palese di Maria – Donna per eccellenza – ci si può affacciare su questo mondo con gli occhi della fede ed ognuno di noi con Lei, come nel giorno del cenacolo, in silenzioso raccoglimento, potrà essere cuore che pulsa nella Chiesa, Chiesa sgorgata dal Sangue di Cristo!

Solo così potremmo dire anche noi, come S. Teresa: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore”.

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Quelle eclettiche ragazze di Dio. Le donne di Gesù. Parte II

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La donna nella vita della Chiesa: storia vera di una collaborazione appassionata. Iniziata con Cristo (e mai passata di moda)

“La donna è stata posta ai margini della vita della Chiesa”, si sente spesso dire. Niente di più falso. Storie e protagoniste alla mano, si può chiaramente vedere come il Cristianesimo abbia valorizzato le donne fin dagli inizi, senza aver mai smesso. E non solo un tipo di donna: nella storia cristiana si incontrano mistiche, regine, analfabete, dotte, profetesse, guerriere. Questa valorizzazione della donna è sempre stata accompagnata da bellissime pagine del Magistero, confermate anche dagli ultimi pontefici.

di Dorotea Lancellotti

lancillottiScrive Giovanni Paolo II: “Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. E’ per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere. […] il mio predecessore Paolo VI ha esplicitato il significato di questo «segno dei tempi», attribuendo il titolo di Dottore della Chiesa a santa Teresa di Gesù e a santa Caterina da Siena, ed istituendo, altresì, su richiesta dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi nel 1971, un’apposita Commissione, il cui scopo era lo studio dei problemi contemporanei riguardanti la «promozione effettiva della dignità e della responsabilità delle donne». In uno dei suoi Discorsi Paolo VI disse tra l’altro: “Nel cristianesimo, infatti, più che in ogni altra religione, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità, di cui il Nuovo Testamento ci attesta non pochi e non piccoli aspetti […]; appare all’evidenza che la donna è posta a far parte della struttura vivente ed operante del cristianesimo in modo così rilevante che non ne sono forse ancora state enucleate tutte le virtualità.” (Mulieris Dignitatem n.1)

Nella Lettera ai Vescovi sulla collaborazione fra l’uomo e la donna nella Chiesa e nel mondo dell’allora cardinale Ratzinger, Prefetto della CdF, così esordisce: “Esperta in umanità, la Chiesa è sempre interessata a ciò che riguarda l’uomo e la donna. In questi ultimi tempi si è riflettuto molto sulla dignità della donna, sui suoi diritti e doveri nei diversi settori della comunità civile ed ecclesiale. Avendo contribuito all’approfondimento di questa fondamentale tematica, in particolare con l’insegnamento di Giovanni Paolo II, la Chiesa è oggi interpellata da alcune correnti di pensiero, le cui tesi spesso non coincidono con le finalità genuine della promozione della donna.”

O antagonista dell’uomo o indistinta da lui: ecco come la modernità pensa la donna

PIC2873OQuali sono queste “correnti di pensiero” che non coincidono con l’autentica promozione della donna?

Riportiamo i passi direttamente dalla Lettera ai Vescovi sopracitata:

“Una prima tendenza sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione. La donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell’uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad una rivalità tra i sessi, in cui l’identità ed il ruolo dell’uno sono assunti a svantaggio dell’altro, con la conseguenza di introdurre nell’antropologia una confusione deleteria che ha il suo risvolto più immediato e nefasto nella struttura della famiglia.

Una seconda tendenza emerge sulla scia della prima. Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè composta di padre e di madre, l’equiparazione dell’omosessualità all’eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa.”

Appare evidente che la crisi d’identità della donna e del suo ruolo contribuisce inevitabilmente anche all’espandersi dell’omosessualità, alla crisi d’identità dell’uomo, ripercuotendosi inevitabilmente sulla famiglia e sulla società.

Ma la donna è l’altra parte dell’uomo…

Diversi, ma capaci di completarsi. Al di là di sarcasmi e ironie varie.

Diversi, ma capaci di completarsi. Al di là di sarcasmi e ironie varie.

La chiave di comprensione per affrontare e tentare di risolvere il problema non può non tenere conto del fatto che i ruoli dell’uomo e della donna non sono assolutamente concorrenziali o competitivi, ma “di collaborazione e completamento delle risorse intellettive ed affettive”. La radice di questi problemi va ricercata in quel malsano tentativo della persona umana di “liberarsi” dai propri “condizionamenti biologici”. Spiega infatti l’allora cardinale Ratzinger: “Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione essenziale. Questa prospettiva ha molteplici conseguenze. Anzitutto si rafforza l’idea che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una cultura essenzialmente maschilista. In secondo luogo tale tendenza considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile.”

“Il secondo racconto della creazione (Gn 2,4-25) conferma in modo inequivocabile l’importanza della differenza sessuale. Una volta plasmato da Dio e collocato nel giardino di cui riceve la gestione, colui che è designato, ancora con termine generico, come Adam, fa esperienza di una solitudine che la presenza degli animali non riesce a colmare. Gli occorre un aiuto che gli sia corrispondente. Il termine designa qui non un ruolo subalterno, ma un aiuto vitale. Lo scopo è infatti di permettere che la vita di Adam non si inabissi in un confronto sterile e, alla fine, mortale solamente con se stesso. È necessario che entri in relazione con un altro essere che sia al suo livello. Soltanto la donna, creata dalla stessa «carne» ed avvolta dallo stesso mistero, dà alla vita dell’uomo un avvenire. Ciò si verifica a livello ontologico, nel senso che la creazione della donna da parte di Dio caratterizza l’umanità come realtà relazionale. In questo incontro emerge anche la parola che dischiude per la prima volta la bocca dell’uomo in una espressione di meraviglia: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2,23). La donna è un altro “io” nella comune umanità. Sin dall’inizio essi [uomo e donna] appaiono come “unità dei due”, e ciò significa il superamento dell’originaria solitudine, nella quale l’uomo non trova “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,20). Si tratta qui solo dell’“aiuto” nell’azione, nel “soggiogare la terra”? (cfr Gn 1,28). Certamente si tratta della compagna della vita, con la quale, come con una moglie, l’uomo può unirsi divenendo con lei “una sola carne” e abbandonando per questo “suo padre e sua madre” (cfr Gn 2,24).

"Erano nudi e non provavano vergogna..."

“Erano nudi e non provavano vergogna…”

La differenza vitale è orientata alla comunione ed è vissuta in un modo pacifico espresso dal tema della nudità: Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gn 2,25). In tal modo, il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, «racchiude fin “dal principio” l’attributo “sponsale”, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e — mediante questo dono — attua il senso stesso del suo essere ed esistere. E, sempre commentando questi versetti della Genesi, il Santo Padre Giovanni Paolo II continua: «In questa sua particolarità, il corpo è l’espressione dello spirito ed è chiamato, nel mistero stesso della creazione, ad esistere nella comunione delle persone, “ad immagine di Dio”». Nella stessa prospettiva sponsale si comprende in che senso l’antico racconto della Genesi lasci intendere come la donna, nel suo essere più profondo e originario, esista «per l’altro» (cfr 1Cor 11,9): è un’affermazione che, ben lungi dall’evocare alienazione, esprime un aspetto fondamentale della somiglianza con la Santa Trinità le cui Persone, con l’avvento del Cristo, rivelano di essere in comunione di amore, le une per le altre. «Nell’“unità dei due”, l’uomo e la donna sono chiamati sin dall’inizio non solo ad esistere “uno accanto all’altra” oppure “insieme”, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente l’uno per l’altro… Il testo di Genesi 2,18-25 indica che il matrimonio è la prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. Però non è l’unica. Tutta la storia dell’uomo sulla terra si realizza nell’ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere “per” l’altro, nella “comunione” interpersonale, si sviluppa in questa storia l’integrazione nell’umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è “maschile” e di ciò che è “femminile”.

Nella visione pacifica che conclude il secondo racconto di creazione riecheggia quel «molto buono» che chiudeva, nel primo racconto, la creazione della prima coppia umana. Qui sta il cuore del disegno originario di Dio e della verità più profonda dell’uomo e della donna, così come Dio li ha voluti e creati. Per quanto sconvolte e oscurate dal peccato, queste disposizioni originarie del Creatore non potranno mai essere annullate.” (Lettera ai Vescovi sulla collaborazione fra l’uomo e la donna nella Chiesa e nel mondo 31.5.2004 card. J. Ratzinger Congregazione per la Dottrina della Fede)

E su donne e sacerdozio non c’è manco da parlarne

Donna prete? Non nella Chiesa Cattolica.

Donna prete? Non nella Chiesa Cattolica.

In questa chiarissima distinzione dei ruoli, alle pretese di chi vorrebbe vedere le donne, uguali all’uomo e intraprendere per esempio la via al sacerdozio, così risponde Giovanni Paolo II: “Benché la dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare.

Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.” (Ordinatio Sacerdotalis, 22 maggio 1994)

Nella Genesi c’è Eva… ma c’è anche Maria

Eva: a causa sua (e di Adamo) il peccato è entrato nel mondo.

Eva: a causa sua (e di Adamo) il peccato è entrato nel mondo.

E’ possibile parlare del ruolo della donna e dell’uomo senza infilarci sempre la Bibbia? In teoria sì, ma nella pratica e nelle risposte necessarie a specificare l’autentica identità del maschio e della femmina, no. Esiste la verità su questa identità e se si escludesse questa verità, la si andrebbe a sostituire con il relativismo, le proprie opinioni, filosofie moderniste assunte a piccole verità intercambiabili a seconda delle mode.

L’identità e il ruolo della donna nel mondo è la realizzazione del proprio essere in funzione per ciò che è stata creata, così è per l’uomo: le identità non sono affatto uguali, ma non sono neppure competitive fra loro, piuttosto sono complementari, hanno bisogno l’una dell’altro: “Adam, fa esperienza di una solitudine che la presenza degli animali non riesce a colmare. Gli occorre un aiuto che gli sia corrispondente. Il termine designa qui non un ruolo subalterno, ma un aiuto vitale.” (Lettera ai Vescovi)

Scrive ancora Ratzinger nella Lettera sopracitata: “Il Libro della Genesi attesta il peccato che è il male del «principio» dell’uomo, le sue conseguenze che sin da allora gravano su tutto il genere umano, ed insieme contiene il primo annuncio della vittoria sul male, sul peccato. Lo provano le parole che leggiamo in Genesi 3, 15 solitamente dette «Protovangelo»: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». E’ significativo che l’annuncio del Redentore, del Salvatore del mondo, contenuto in queste parole, riguardi «la donna».

Maria schiaccia la testa al serpente. Il male non ha l'ultima parola sulla donna e sull'umanità tutta.

Maria schiaccia la testa al serpente. Il male non ha l’ultima parola sulla donna e sull’umanità tutta.

Questa è nominata al primo posto nel Proto-vangelo come progenitrice di Colui che sarà il redentore dell’uomo. E, se la redenzione deve compiersi mediante la lotta contro il male, per mezzo dell’«inimicizia» tra la stirpe della donna e la stirpe di colui che, come «padre della menzogna» (Gv 8, 44), è il primo autore del peccato nella storia dell’uomo, questa sarà anche l’inimicizia tra lui e la donna. In queste parole si schiude la prospettiva di tutta la Rivelazione, prima come preparazione al Vangelo e poi come Vangelo stesso. In questa prospettiva si congiungono sotto il nome della donna le due figure femminili: Eva e Maria. Le parole del Protovangelo, rilette alla luce del Nuovo Testamento, esprimono adeguatamente la missione della donna nella lotta salvifica del Redentore contro l’autore del male nella storia dell’uomo.”

L’uomo e la donna siano alleati, e amici. Non controparti

Tristi slogan femministi. Ma la donna (come l'uomo) ritrova se stessa solo nel dono di sè all'altro.

Tristi slogan femministi. Ma la donna (come l’uomo) ritrova se stessa solo nel dono di sè all’altro.

L’uomo – sia il maschio che la femmina – è l’unico essere nel mondo che Dio abbia voluto per se stesso: è una persona, è un soggetto che, senza dubbio, decide di sé, ma per decidere in bene e per essere veramente utile alla società umana, ha bisogno di scoprire o riscoprire la sua identità, perché è stato creato, perché questa distinzione “maschio e femmina”, quale utilità, e così via. L’uomo infatti non può ritrovarsi pienamente se non mediante un dono sincero di sé, con tutto ciò che questo comporta. È stato già detto che questa descrizione, anzi, in un certo senso, questa definizione della persona corrisponde alla fondamentale verità biblica circa la creazione dell’uomo – uomo e donna – a immagine e somiglianza di Dio. Questa non è un’interpretazione puramente teorica, o una definizione astratta, ideologica, filosofica, poetica, intercambiabile a seconda delle mode dei tempi, poiché essa indica in modo essenziale il senso dell’essere uomo, mettendo in rilievo il valore del dono di sé, della persona, nella distinzione indiscutibile dell’essere maschio e femmina, entrambi con due ruoli ben definiti e diversi fra loro, ma complementari e per lo sviluppo della società umana.

“L’utero è mio e lo gestisco io” di infelice memoria, nel cuore della protesta femminista degli anni ’60, non ha fatto altro che offuscare il ruolo della donna facendola precipitare in una pietosa solitudine sfociata in una ribellione contro l’uomo, e la prima vittima di questa assurda ed incomprensibile rivendicazione è stata proprio la famiglia, e poi la vita umana, i figli concepiti che vengono uccisi (per legge) per rivendicare una libertà che è diventata una autentica schiavitù del nostro tempo, vittima di se stessa anche la società che ha permesso la deriva dell’irragionevolezza, dell’irrazionalità sull’identità dell’essere maschio e dell’essere femmina.

Giovanni Paolo II ha avuto parole molto importanti per le donne.

Giovanni Paolo II ha avuto parole molto importanti per le donne.

Scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Il reciproco dono della persona nel matrimonio si apre verso il dono di una nuova vita, di un nuovo uomo, che è anche persona a somiglianza dei suoi genitori. La maternità implica sin dall’inizio una speciale apertura verso la nuova persona: e proprio questa è la «parte» della donna. In tale apertura, nel concepire e nel dare alla luce il figlio, la donna «si ritrova mediante un dono sincero di sé». Il dono dell’interiore disponibilità nell’accettare e nel mettere al mondo il figlio è collegato all’unione matrimoniale, che – come è stato detto – dovrebbe costituire un momento particolare del reciproco dono di sé da parte e della donna e dell’uomo. Il concepimento e la nascita del nuovo uomo, secondo la Bibbia, sono accompagnati dalle seguenti parole della donna-genitrice: «Ho acquistato un uomo dal Signore» (Gen 4, 1). L’esclamazione di Eva, «madre di tutti i viventi», si ripete ogni volta che viene al mondo un nuovo uomo ed esprime la gioia e la consapevolezza della donna di partecipare al grande mistero dell’eterno generare. Gli sposi partecipano della potenza creatrice di Dio!(..) L’analisi scientifica conferma pienamente come la stessa costituzione fisica della donna e il suo organismo contengano in sé la disposizione naturale alla maternità, al concepimento, alla gravidanza e al parto del bambino, in conseguenza dell’unione matrimoniale con l’uomo. Al tempo stesso, tutto ciò corrisponde anche alla struttura psico-fisica della donna. Quanto i diversi rami della scienza dicono su questo argomento è importante ed utile, purché non si limitino ad un’interpretazione esclusivamente bio-fisiologica della donna e della maternità. Una simile immagine «ridotta» andrebbe di pari passo con la concezione materialistica dell’uomo e del mondo. In tal caso, andrebbe purtroppo smarrito ciò che è veramente essenziale: la maternità, come fatto e fenomeno umano, si spiega pienamente in base alla verità sulla persona. La maternità è legata con la struttura personale dell’essere donna e con la dimensione personale del dono: «Ho acquistato un uomo dal Signore» (Gen 4, 1). Il Creatore fa ai genitori il dono del figlio.

Nel miracolo della vita nascente, le donne sperimentano il valore dell'accoglienza dell'altro.

Nel miracolo della vita nascente, le donne sperimentano il valore dell’accoglienza dell’altro.

[…] Alla luce del «principio» la madre accetta ed ama il figlio che porta in grembo come una persona. Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea, a sua volta, un atteggiamento verso l’uomo – non solo verso il proprio figlio, ma verso l’uomo in genere -, tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna. Si ritiene comunemente che la donna più dell’uomo sia capace di attenzione verso la persona concreta e che la maternità sviluppi ancora di più questa disposizione. L’uomo – sia pure con tutta la sua partecipazione all’essere genitore – si trova sempre «all’esterno» del processo della gravidanza e della nascita del bambino, e deve per tanti aspetti imparare dalla madre la sua propria «paternità». Questo – si può dire – fa parte del normale dinamismo umano dell’essere genitori, anche quando si tratta delle tappe successive alla nascita del bambino, specialmente nel primo periodo. L’educazione del figlio, globalmente intesa, dovrebbe contenere in sé il duplice contributo dei genitori: il contributo materno e paterno. Tuttavia, quello materno è decisivo per le basi di una nuova personalità umana.”

Nella chiesa mai il ruolo della donna è stato secondario

Santa Ildegarda di Bingen: una delle protagoniste del Medioevo.

Santa Ildegarda di Bingen: una delle protagoniste del Medioevo.

Lo stesso principio appena letto deve essere mantenuto, spiegherà poi il Papa, quando parliamo del ruolo della donna nella Chiesa e fare attenzione a non limitarlo ad una interpretazione esclusivamente mistica, tipicamente devozionista.

“Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore” (da Autobiografia di santa Teresa di Gesù Bambino) significa al tempo stesso mettersi a servizio dell’uomo e della stessa società.

Dal settembre 2010 al febbraio 2011 papa Benedetto XVI ha fatto una serie di Catechesi dedicate alle donne nel Medioevo, donne che hanno fatto grande la Chiesa e che hanno avuto un ruolo a volte anche determinante nella società del proprio tempo. Certo, il Papa parla di donne impegnate nella Chiesa, diventate sante, donne di preghiera e consacrate, ma non è da sottovalutare la loro biografia nel sociale. Nel presentare la figura di santa Ildegarda, che sarà poi riconosciuta Dottore della Chiesa, ebbe a dire: “Su questa grande donna “profetessa”, che parla con grande attualità anche oggi a noi, con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica, che oggi viene ricostruita, il suo amore per Cristo e per la Sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come corpo di Cristo.[…] Con l’autorità spirituale di cui era dotata, negli ultimi anni della sua vita Ildegarda si mise in viaggio, nonostante l’età avanzata e le condizioni disagevoli degli spostamenti, per parlare di Dio alla gente. Tutti l’ascoltavano volentieri, anche quando adoperava un tono severo: la consideravano una messaggera mandata da Dio. Richiamava soprattutto le comunità monastiche e il clero a una vita conforme alla loro vocazione. In modo particolare, Ildegarda contrastò il movimento dei cátari tedeschi. Già da questi brevi cenni vediamo come anche la teologia possa ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché esse sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità.” Queste donne parlano anche a noi oggi.

La colta ed eclettica badessa di Bingen e le sue monache

La colta ed eclettica badessa di Bingen e le sue monache

Parlando di altri santi e dell’amicizia fra loro a vantaggio anche di una operosa attività pubblica e sociale, così scrive il Papa: “In una delle quattro lettere che Chiara inviò a sant’Agnese di Praga, la figlia del re di Boemia, che volle seguirne le orme, parla di Cristo, suo diletto Sposo, con espressioni nunziali, che possono stupire, ma che commuovono: “Amandolo, siete casta, toccandolo, sarete più pura, lasciandovi possedere da lui siete vergine. La sua potenza è più forte, la sua generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine. Ormai siete stretta nell’abbraccio di lui, che ha ornato il vostro petto di pietre preziose… e vi ha incoronata con una corona d’oro incisa con il segno della santità.” (Lettera prima: FF, 2862). […] L’amicizia è uno dei sentimenti umani più nobili ed elevati che la Grazia divina purifica e trasfigura. Come san Francesco e santa Chiara, anche altri santi hanno vissuto una profonda amicizia nel cammino verso la perfezione cristiana, come san Francesco di Sales e santa Giovanna Francesca di Chantal.

Chiara d’Assisi: una moderna donna del Medioevo

Santa Chiara: la limpidezza e la potenza del suo carisma si vede tutt'ora.

Santa Chiara: la limpidezza e la potenza del suo carisma si vede tutt’ora.

Ciò mostra come anche nei secoli del Medioevo, il ruolo delle donne non era secondario, ma considerevole. A questo proposito, giova ricordare che Chiara è stata la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta, sottoposta all’approvazione del Papa, perché il carisma di Francesco d’Assisi fosse conservato in tutte le comunità femminili che si andavano stabilendo numerose già ai suoi tempi e che desideravano ispirarsi all’esempio di Francesco e di Chiara.” (Benedetto XVI Udienza generale, 15 settembre 2010)

E il carisma di santa Chiara continua: erano attrici, pubblicitarie, avvocatesse, imprenditrici, semplici impiegate le 130 e più donne che oggi hanno dato vita ad una congregazione in questi nostri tempi. Provengono da tutta la Spagna e appartengono ad ogni classe sociale. Hanno una laurea e svolgevano una professione. Oggi sono suore di clausura e vivono nel monastero di Lerma, un paesino in provincia di Burgos, in Spagna, con un’età media inferiore ai 30 anni. Un vero e proprio miracolo di fecondità vocazionale, generato da persone che hanno lasciato la sicurezza dei loro giorni per dedicarsi totalmente ad un Uomo che si è fatto crocifiggere per amore. Sono di clausura sì, ma anche attive nella predicazione e nell’incontro soprattutto con i giovani per spiegare loro le realtà del nostro tempo, le responsabilità, l’attesa di una chiamata, la risposta a certe domande.

La mistica e la regina

Angela da Foligno: per lei presto arriverà la canonizzazione.

Angela da Foligno: per lei presto arriverà la canonizzazione.

Presentando sant’Angela da Foligno, così dice Benedetto XVI: “La vita di santa Angela comincia con un’esistenza mondana, abbastanza lontana da Dio. Ma poi l’incontro con la figura di san Francesco e, finalmente, l’incontro col Cristo Crocifisso risveglia l’anima per La presenza di Dio, per il fatto che solo con Dio la vita diventa vera vita, perché diventa, nel dolore per il peccato, amore e gioia. E così parla a noi santa Angela. Oggi siamo tutti in pericolo di vivere come se Dio non esistesse: sembra così lontano dalla vita odierna. Ma Dio ha mille modi, per ciascuno il suo, di farsi presente nell’anima, di mostrare che esiste e mi conosce e mi ama. E santa Angela vuol farci attenti a questi segni con i quali il Signore ci tocca l’anima, attenti alla presenza di Dio, per imparare così la via con Dio e verso Dio, nella comunione con Cristo Crocifisso.” (Benedetto XVI Udienza generale, 13 ottobre 2010)

La regina Elisabetta d'Ungheria: donna al potere ma al servizio di Dio.

La regina Elisabetta d’Ungheria: donna al potere ma al servizio di Dio.

Presentando la figura di santa Elisabetta d’Ungheria, Benedetto XVI si sofferma sulle questioni sociali del suo tempo e dice: “Nella sua profonda sensibilità Elisabetta vedeva le contraddizioni tra la fede professata e la pratica cristiana. Non sopportava i compromessi. Come si comportava davanti a Dio, allo stesso modo si comportava verso i sudditi. Tra i Detti delle quattro ancelle troviamo questa testimonianza: “Non consumava cibi se prima non era sicura che provenissero dalle proprietà e dai legittimi beni del marito. Mentre si asteneva dai beni procurati illecitamente, si adoperava anche per dare risarcimento a coloro che avevano subito violenza” (nn. 25 e 37). Un vero esempio per tutti coloro che ricoprono ruoli di guida: l’esercizio dell’autorità, ad ogni livello, dev’essere vissuto come servizio alla giustizia e alla carità, nella costante ricerca del bene comune. […] Il suo fu un matrimonio profondamente felice: Elisabetta aiutava il coniuge ad elevare le sue qualità umane a livello soprannaturale, ed egli, in cambio, proteggeva la moglie nella sua generosità verso i poveri e nelle sue pratiche religiose. Sempre più ammirato per la grande fede della sposa, Ludovico, riferendosi alla sua attenzione verso i poveri, le disse: “Cara Elisabetta, è Cristo che hai lavato, cibato e di cui ti sei presa cura”. Una chiara testimonianza di come la fede e l’amore verso Dio e verso il prossimo rafforzino la vita familiare e rendano ancora più profonda l’unione matrimoniale.” (Benedetto XVI Udienza generale, 20 ottobre 2010)

Nella figura di queste e tante altre donne impegnate nella Chiesa, spiegava Benedetto XVI, vediamo come la fede, l’amicizia con Cristo creino il senso della giustizia, dell’uguaglianza di tutti, dei diritti degli altri e creino l’amore, la vera carità.

Altri due pezzi da novanta: Brigida e Caterina

Brigida di Svezia

Brigida di Svezia

Nel presentare l’opera di santa Brigida di Svezia, Benedetto XVI scrive: “A Roma, in compagnia della figlia Karin, Brigida si dedicò a una vita di intenso apostolato e di orazione. E da Roma si mosse in pellegrinaggio in vari santuari italiani, in particolare ad Assisi, patria di san Francesco, verso il quale Brigida nutrì sempre grande devozione. Finalmente, nel 1371, coronò il suo più grande desiderio: il viaggio in Terra Santa, dove si recò in compagnia dei suoi figli spirituali, un gruppo che Brigida chiamava “gli amici di Dio”. Durante quegli anni, i Pontefici si trovavano ad Avignone, lontano da Roma: Brigida si rivolse accoratamente a loro, affinché facessero ritorno alla sede di Pietro, nella Città Eterna.” (Benedetto XVI Udienza generale, 27 ottobre 2010)

Un appello che, come sappiamo, si realizzò con l’operato di santa Caterina da Siena, unica donna ad aver parlato durante un concistoro per volere del Papa, della quale scrive Benedetto XVI: “La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è contenuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della letteratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di unaricchezza tale che il Servo di Dio Paolo VI, nel 1970, la dichiarò Dottore della Chiesa, titolo che si aggiungeva a quello di Compatrona della città di Roma, per volere del Beato Pio IX, e di Patrona d’Italia, secondo la decisione del Venerabile Pio XII. […] Molti si misero al suo servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamma”, poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito. Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall’esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate. […]

Santa Caterina da Siena: a tu per tu con il Papa.

Santa Caterina da Siena: a tu per tu con il Papa.

…Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma interiore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo il Venerabile Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d’Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicurano la giustizia e la concordia. […] “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…) ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 16: Ad uno il cui nome si tace).” (Benedetto XVI Udienza generale, 24 novembre 2010)

E non dimentichiamo Giovanna d’Arco

La pulzella d'Orleans: Giovanna d'Arco, donna guerriera ma di fede.

La pulzella d’Orleans: Giovanna d’Arco, donna guerriera ma di fede.

E non poteva mancare nel pensiero di Benedetto XVI il ruolo e la figura di santa Giovanna d’Arco “Oggi vorrei parlarvi di Giovanna d’Arco, una giovane santa della fine del Medioevo, morta a 19 anni, nel 1431. Questa santa francese, citata più volte nel Catechismo della Chiesa Cattolica, è particolarmente vicina a santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e d’Europa, di cui ho parlato in una recente catechesi. Sono infatti due giovani donne del popolo, laiche e consacrate nella verginità; due mistiche impegnate, non nel chiostro, ma in mezzo alle realtà più drammatiche della Chiesa e del mondo del loro tempo. Sono forse le figure più caratteristiche di quelle “donne forti” che, alla fine del Medioevo, portarono senza paura la grande luce del Vangelo nelle complesse vicende della storia. Potremmo accostarle alle sante donne che rimasero sul Calvario, vicino a Gesù crocifisso e a Maria sua Madre, mentre gli Apostoli erano fuggiti e lo stesso Pietro lo aveva rinnegato tre volte”

Grande attenzione per le donne anche da parte di Benedetto XVI. Sue le catechesi su molte importanti sante donne del passato.

Grande attenzione per le donne anche da parte di Benedetto XVI. Sue le catechesi su molte importanti sante donne del passato.

Spiega ancora Benedetto XVI: “La Chiesa, in quel periodo, viveva la profonda crisi del grande scisma d’Occidente, durato quasi 40 anni. Quando Caterina da Siena muore, nel 1380, ci sono un Papa e un Antipapa; quando Giovanna nasce, nel 1412, ci sono un Papa e due Antipapa. Insieme a questa lacerazione all’interno della Chiesa, vi erano continue guerre fratricide tra i popoli cristiani d’Europa, la più drammatica delle quali fu l’interminabile “Guerra dei cent’anni” tra Francia e Inghilterra. Giovanna d’Arco non sapeva né leggere né scrivere, ma può essere conosciuta nel più profondo della sua anima grazie a due fonti di eccezionale valore storico: i due Processi che la riguardano. Il primo, il Processo di Condanna (PCon), contiene la trascrizione dei lunghi e numerosi interrogatori di Giovanna durante gli ultimi mesi della sua vita (febbraio-maggio 1431), e riporta le parole stesse della Santa. Il secondo, il Processo di Nullità della Condanna, o di “riabilitazione” (PNul), contiene le deposizioni di circa 120 testimoni oculari di tutti i periodi della sua vita. […] Attraverso la “voce” dell’arcangelo san Michele, Giovanna si sente chiamata dal Signore ad intensificare la sua vita cristiana e anche ad impegnarsi in prima persona per la liberazione del suo popolo. La sua immediata risposta, il suo “sì”, è il voto di verginità, con un nuovo impegno nella vita sacramentale e nella preghiera: partecipazione quotidiana alla Messa, Confessione e Comunione frequenti, lunghi momenti di preghiera silenziosa davanti al Crocifisso o all’immagine della Madonna. La compassione e l’impegno della giovane contadina francese di fronte alla sofferenza del suo popolo sono resi più intensi dal suo rapporto mistico con Dio.

Vergini e martiri. Libere donne di Dio

Vergini e martiri. Libere donne di Dio

Uno degli aspetti più originali della santità di questa giovane è proprio questo legame tra esperienza mistica e missione politica. […] L’appello di Giovanna al giudizio del Papa, il 24 maggio, è respinto dal tribunale (al Papa non viene detto di questa richiesta). La mattina del 30 maggio, riceve per l’ultima volta la santa Comunione in carcere, e viene subito condotta al supplizio nella piazza del vecchio mercato. Chiede a uno dei sacerdoti di tenere davanti al rogo una croce di processione. Così muore guardando Gesù Crocifisso e pronunciando più volte e ad alta voce il Nome di Gesù (PNul, I, p. 457; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 435). Circa 25 anni più tardi, il Processo di Nullità, aperto sotto l’autorità del Papa Callisto III, si conclude con una solenne sentenza che dichiara nulla la condanna (7 luglio 1456; PNul, II, p 604-610). Questo lungo processo, che raccolse le deposizioni dei testimoni e i giudizi di molti teologi, tutti favorevoli a Giovanna, mette in luce la sua innocenza e la perfetta fedeltà alla Chiesa. Giovanna d’Arco sarà poi canonizzata da Benedetto XV, nel 1920. […] Nell’Amore di Gesù, Giovanna trova la forza di amare la Chiesa fino alla fine, anche nel momento della condanna. Mi piace ricordare come santa Giovanna d’Arco abbia avuto un profondo influsso su una giovane Santa dell’epoca moderna: Teresa di Gesù Bambino.” (Benedetto XVI Udienza generale, 26 gennaio 2011)

Non diciamo che le donne del passato erano ignoranti

Le donne nel Medioevo non erano belle statuine.

Le donne nel Medioevo non erano belle statuine.

Lucetta Scaraffia, in un articolo sull’Osservatore Romano dell’8 maggio 2011, riportando queste catechesi del Papa, conclude: “Un aspetto colpisce subito, alla prima lettura dei testi: quante di queste donne fossero colte, o per meglio dire coltissime. Molte infatti conoscevano il latino, e spesso erano addirittura in grado di scrivere in questa lingua, inoltre avevano una grande dimestichezza non solo con le Sacre Scritture, ma anche con la patristica. (..) Ma se molte furono le dotte, è significativo il fatto che il titolo di Dottore della Chiesa, concesso da Paolo VI nel 1970, sia andato a Caterina da Siena, una giovane donna analfabeta, che dettava le sue lettere e le sue opere, traendo la sua saggezza dalla fede e dall’unione mistica con Dio. Ad ognuna delle donne evocate la Chiesa deve qualcosa di specifico: a Chiara d’Assisi il modello di amicizia spirituale fra un uomo e una donna, a cui si ispirarono poi altri santi, come Francesco di Sales; a Matilde di Hackeborn l’attenzione alla liturgia e la composizione di preghiere; a Gertrude La Grande la capacità di vivere una intensa passione intellettuale riuscendo poi a indirizzarla esclusivamente a Dio; ad Angela da Foligno la narrazione di una delle più intense e al tempo stresso originali esperienze mistiche; a Elisabetta d’Ungheria il ruolo di guida spirituale nei confronti del marito e la capacità di coniugare amore e giustizia; a Brigida, esempio anch’essa di spiritualità coniugale, anche la capacità di governo della comunità da lei fondata; a Margherita d’Oingt, l’audace uso del linguaggio, con cui paragona la passione di Gesù ai dolori del parto; a Giuliana di Cornillon, la trasformazione di una intensa devozione eucaristica nella proposta di una festa, quella del Corpus Domini; a Caterina da Siena, l’intuizione Cristo come ponte fra cielo e terra, e la capacità di

La tomba di Giuliana di Norwich, altra protagonista del passato.

La tomba di Giuliana di Norwich, altra protagonista del passato.

renderlo vivo e presente a tutti; a Giuliana di Norwich, il paragone dell’amore divino con l’amore materno; a Veronica Giuliani, la descrizione delle sue esperienze mistiche in 22.000 pagine manoscritte; a Caterina da Bologna, l’invito a compiere la volontà di Dio; a Caterina da Genova, che si dedica ai malati, la prova che «la mistica non crea distanza dall’altro». E, alla fine, una santa tanto celebre quanto poco conosciuta dal punto di vista religioso come Giovanna d’Arco, capace di coniugare l’esperienza mistica con la missione politica, la cui condanna da parte dell’Inquisizione il Papa definisce «pagina illuminante sul mistero della Chiesa», al tempo stesso santa e da purgare. Si tratta di donne che hanno impresso con originalità un segno indelebile alla tradizione cristiana, sia proponendo nuovi modi di pregare o nuove solennità festive, che rivelando con le loro visioni sconosciuti e importanti aspetti del legame fra Dio e l’essere umano. Donne che hanno influito in molti modi nella cultura del tempo. (..) Il Papa sottolinea soprattutto la grande capacità femminile di identificarsi nel Cristo sofferente, e di conseguenza di comprendere fino in fondo il tesoro costituito dall’amore che Dio nutre nei nostri confronti: un amore sconfinato, che molte sante osano paragonare con l’unico sentimento umano che gli si può avvicinare, quello materno.”

Il Medioevo: altro che “secoli bui”, le donne erano valorizzate

Régine Pernoud: ha mostrato come il Medioevo è stato ingiustamente criminalizzato.

Régine Pernoud: ha mostrato come il Medioevo è stato ingiustamente criminalizzato.

Régine Pernoud, la storica francese già direttrice degli archivi nazionali di Parigi i cui libri hanno tirature da bestseller, sfata una leggenda, la donna nei cosiddetti “secoli bui”: donne a capo di conventi, maggior età a 14 anni, predicatori di crociate che leggono il Corano, educatrici, severi moniti per la corruzione del proprio tempo, contro la corruzione del clero, contro la disobbedienza di preti e vescovi, richiami per il ruolo del Pontefice, amministratici sagge e prudenti e l’elenco è lungo, altri nomi sono stati trattati qui nel nostro sito di PP.

In una intervista su 30giorni del 1985, così esordisce la storica francese: “Anch’io da giovane ero convinta fosse un periodo di ignoranza e sottosviluppo. Per forza. I libri di storia lo liquidano in poche pagine. Noi non sopporteremmo una contabilità che trascuri mille pagine dal registro di bilancio, ma non ci stupiamo di presuntuosi bilanci storici che dimenticano un millennio. Anche studiosi cattolici parlano della Chiesa come se iniziasse nel XVI secolo. Jean Delumeau, nel suo Le christianisme il va à mourir, traccia una sintesi storica che tralascia completamente il Medioevo. Curiosamente, il rinnovamento attuale degli studi medievali viene dagli americani: hanno una visione più completa. Gli europei sono più attenti alle questioni che riguardano l’arte che non al dinamismo dimostrato dalla tecnica nell’XI e XII secolo. Ma questi aspetti sono fondamentali per comprendere le dinamica di una società così complessa”.

Complessa? Quotidianamente ascoltiamo riflessioni come ‘non siamo più nel Medioevo’ o ‘c’è un ritorno al Medioevo’. “Qualcuno si sorprenderà sapendo che per ben due volte in assise internazionali (a Parigi nel 1974 in sede dell’Ocse e a Dakar nel 1980) ci si è rivolti a medievalisti perché studiassero soluzioni tecniche per l’agricoltura del Terzo Mondo. Un medievalista ha persino intitolato un suo libro La rivoluzione industriale del Medioevo: una rivoluzione operata senza rinchiudere i bambini nelle fabbriche perché lavorassero per un salario di fame».

Le donne nel Medioevo svolgevano dei lavori, ma non erano schiave.

Le donne nel Medioevo svolgevano dei lavori, ma non erano schiave.

Le domandano: eppure, le lotte di un certo femminismo erano per non ricondurre le donne all’epoca medievale in cui erano vessate e trattate come schiave. E la Chiesa poi, era davvero così ostile alle donne? Il Concilio di Trento ha davvero concesso, solo allora, di possedere l’anima?

Risponde Régine Pernoud: “Quante sciocchezze. Eppure ho sentito anche una nota scrittrice sostenere che la Chiesa ha dato l’anima alle donne solo nel XV secolo. E così, per i primi mille-cinquecento anni si sarebbero battezzati, confessati, ammessi all’eucarestia degli esseri sprovvisti di anima! In tal caso, perché non degli animali? Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi siano donne e non uomini: Sant’Agnese, Santa Cecilia, Sant’Agata e tante altre. Non è sorprendente che ai tempi feudali la regina venisse incoronata come il re, a Reims generalmente (ma a volte anche in altre cattedrali) eppure sempre dalle mani dell’arcivescovo di Reims? In altre parole, si attribuiva all’incoronazione della regina altrettanto valore che a quella del re. Eleonora d’Aquitania e Bianca di Castiglia hanno dominato il loro tempo, e potevano esercitare un potere incontestato non solo qualora il re fosse deceduto, ma anche nel caso fosse assente o malato. Nel Medioevo, anche donne non provenienti da famiglie nobili hanno goduto nella Chiesa, e attraverso la loro funzione in essa, di un potere straordinario. Alcune badesse agivano come autentici signori feudali e il loro potere era rispettato al pari di quello degli altri signori; alcune donne indossavano la croce come i vescovi; sovente amministravano vasti territori che includevano villaggi e parrocchie. Ciò significa che nella stessa vita laica alcune donne, per le loro funzioni religiose, esercitavano un potere che oggi molti uomini potrebbero invidiare.”

Tipi diversi di donne medioevali.

Tipi diversi di donne medioevali.

Sorprende venire a sapere che l’enciclopedia più nota del XII secolo è opera di una religiosa, la badessa Herrada di Landsberg. E che, se Eloisa leggeva in greco e latino, un’altra religiosa, Gertrude di Hefta, era felice nel XIII secolo, di passare dal grado di ‘grammatica’ a quello di ‘teologa’, vale a dire che dopo aver percorso il ciclo di studi preparatori, si apprestava a passare al ciclo superiore come si faceva all’università. Ma le donne che non erano né alte dame né badesse, né tantomeno monache, bensì contadine, o madri di famiglia, o che esercitavano un mestiere?

“Dai documenti che abbiamo — risponde la studiosa — emerge un quadro sorprendente. Le donne votavano come gli uomini nelle assemblee cittadine e in quelle dei comuni rurali. Negli atti notarili, inoltre, è molto frequente trovare donne sposate che agiscono per conto proprio, potendo possedere ed amministrare i loro beni, per esempio avviando un negozio o un commercio. Gli atti delle inchieste amministrative ordinate da San Luigi tra il popolo minuto iniziativa senza precedenti e, del resto, senza seguito, ci mostrano una folla di donne esercitanti i più vari mestieri: maestra di scuola, medico, farmacista, gessaiuola, tingitrice, copista, miniaturista, rilegatrice…”.

E come non ricordare che fu proprio la “suora-monaca” ad inventare il ruolo dell’infermiera? Il primo ad intuire l’operosità fruttuosa che separava fino ad allora le religiose dalla cura dei corpi fu, nel 1617, san Vincenzo de’ Paoli, con la fondazione delle Figlie della Carità. “Per monastero le case dei malati — scrive san Vincenzo de’ Paoli — per cella una camera d’affitto, per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città, per clausura l’obbedienza, per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia.”

E come non ricordare la suora della “doppia elica”, la domenicana suor Miriam Michael Stimson (1913-2002) ? Una donna che ha speso la sua vita tra la clausura e il suo laboratorio di chimica che, dopo aver ottenuto il permesso di Pio XII per procedere nei suoi studi, conciliando la creazione e le teorie sull’evoluzione di Darwin, ha saputo coniugare il difficile rapporto tra fede e scienza e soprattutto ha contributo alla scoperta del XX secolo: la doppia elica del Dna. E con essa ha individuato l’origine genetica del cancro. Ma non troverete il suo nome nei libri di scuola.

Certo è che se alla voce Medioevo si risponde con l’immaginario falsato di Eco con il suo In nome della rosa, o con i romanzi insulsi di Dan Brown, c’è di che preoccuparsi riguardo al concetto di conoscenza autentica ed onesta della storia.

Pure Papa Francesco è d’accordo: la donna in Chiesa ha ancora tanto da dare

Papa Francesco incontra la scrittrice Costanza Miriano.

Papa Francesco incontra la scrittrice Costanza Miriano.

Non possiamo tacere, infine, sul successore di Benedetto XVI, papa Francesco, il quale rimarca quella linea tracciata da Giovanni Paolo II nella già citata Mulieris dignitatem.

Nei suoi primi discorsi sotto Pasqua, papa Francesco ha fatto emergere, con tanta delicatezza ma anche con forza, la presenza, il ruolo e il coraggio delle donne, che per prime vanno alla tomba vuota dove incontrano il Cristo risorto, credono in lui e vanno ad annunciare agli stessi apostoli che il Cristo era vivo. E nessuno può negare queste attenzioni del Cristo per le donne, discepole e prime testimoni del Risorto, e noi stesse ci sentiamo “confermate” nelle sue parole per aver espresso questi fatti concreti all’inizio dell’articolo, preparato ben prima della sua elezione. O come quando ama citare e ricordare aneddoti di sua nonna Rosa quale imprimatur fondamentale della sua vocazione e fede cristiana.

Le parole consegnate ai vescovi brasiliani nel Discorso a loro dedicato il sabato 27 luglio 2013 durante la Gmg, dicono: “Le donne hanno un ruolo fondamentale nel trasmettere la fede e costituiscono una forza quotidiana in una società che la porti avanti e la rinnovi. Non riduciamo l’impegno delle donne nella Chiesa, bensì promuoviamo il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale. Se la Chiesa perde le donne, nella sua dimensione totale e reale, la Chiesa rischia la sterilità.”

Col direttore di Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, a dialogare di tutto... anche del ruolo delle donne.

Col direttore di Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, a dialogare di tutto… anche del ruolo delle donne.

O come dice nell’ultima intervista ufficiale rilasciata a Civiltà Cattolica sulle donne: “È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista (machismo dallo spagnolo macho=maschilismo ndr). Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa. (..)Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio.”

Caterina, Monica e le altre…

Monica e Agostino, madre e figlio: la figura di questa santa madre è molto cara ai cattolici.

Monica e Agostino, madre e figlio: la figura di questa santa madre è molto cara ai cattolici.

Promuovere il ruolo attivo significa anche ascoltare le donne come gli stessi pontefici in passato hanno fatto ascoltando le grandi mistiche. Non dimentichiamo il ruolo avuto da santa Caterina da Siena, come non dimentichiamo altri pontefici più vicini a noi quali Pio XII che aveva per segretaria tuttofare, nonché diretta confidente e consigliera dei suoi scritti, la famosa suor Pascalina.

Vale per tutte l’esempio, sul ruolo della donna, che papa Francesco ci ha dato quando ha venerato la memoria di santa Monica, la madre di sant’Agostino. Vale davvero la pena di leggere questo mirabile passo della sua omelia: “Veniamo all’ultima inquietudine, l’inquietudine dell’amore. Qui non posso non guardare alla mamma: questa Monica! Quante lacrime ha versato quella santa donna per la conversione del figlio! E quante mamme anche oggi versano lacrime perché i propri figli tornino a Cristo! Non perdete la speranza nella grazia di Dio! Nelle Confessioni leggiamo questa frase che un vescovo disse a santa Monica, la quale chiedeva di aiutare suo figlio a ritrovare la strada della fede: “Non è possibile che un figlio di tante lacrime perisca” (III,12,21). Lo stesso Agostino, dopo la conversione, rivolgendosi a Dio, scrive: “per amore mio piangeva innanzi a te mia madre, tutta fedele, versando più lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli” (ibid., III,11,19). Donna inquieta, questa donna, che, alla fine, dice quella bella parola: cumulatius hoc mihi Deus praestitit! [il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente] (ibid., IX,10,26). Quello per cui lei piangeva, Dio glielo aveva dato abbondantemente! E Agostino è erede di Monica, da lei riceve il seme dell’inquietudine. Ecco, allora, l’inquietudine dell’amore: cercare sempre, senza sosta, il bene dell’altro, della persona amata, con quella intensità che porta anche alle lacrime.” (Francesco, Omelia del 28 marzo 2013)

Quelle piccole donne che hanno ancora tanto da insegnare…

Quella ragazza di Dio, cos' bella da togliere il respiro: Gemma Galgani

Quella ragazza di Dio, cos’ bella da togliere il respiro: Gemma Galgani

Concludiamo queste riflessioni con un passo dal libro Piccole Donne di Louisa May Alcott, cap.II Un lieto Natale, apparentemente potrebbe non c’entrare nulla con l’argomento qui trattato, ma si tratta di donne, un messaggio che auguriamo fecondo in ogni famiglia, per ogni donna affinché anche l’uomo ne tragga beneficio e si torni a far pace fra i due sessi, a collaborare insieme per un futuro davvero fecondo e migliore.

“Stamattina dopo aver letto il libro, mi sono vergognata del mio egoismo. Appena alzata sono uscita per cambiare la boccetta, ma adesso sono contenta perché il mio regalo è il più bello di tutti – soggiunse Amy. La porta di casa si chiuse di nuovo e le ragazze fecero sparire rapidamente il paniere sotto il divano.

– Buon Natale, mamma! Buon Natale! Grazie dei libri: abbiamo già cominciato a leggerli e saranno la nostra lettura di ogni mattina – gridarono allegramente le quattro ragazze.

– Buon Natale a voi, figlie mie! Sono contenta che abbiate già iniziato e spero che continuerete. Ma prima di sederci, devo dirvi una cosa. Poco lontano da qui, una donna ha appena avuto un bimbo. Ne ha già altri sei, che stanno rannicchiati in un unico letto per non gelare. Infatti, non hanno né legna per il fuoco, né qualcosa da mangiare… Bambine mie, vorreste donare loro la vostra colazione come regalo di Natale? –

Per un momento nessuna parlò: avevano un grande appetito poiché attendevano già da un’ora. L’indecisione durò per poco.

– Sono contenta che tu sia arrivata prima che cominciassimo.

– Vengo io ad aiutarti? – chiese Beth con premura.

– Io porto la crema e le focaccine, – soggiunse Amy.

– Sapevo che le mie bambine avrebbero fatto questo piccolo sacrificio – disse sorridendo la signora March. – Verrete tutte con me e quando torneremo faremo colazione con latte, pane, burro.

In pochi minuti tutte furono pronte per uscire. Per loro fortuna, le strade erano deserte e nessuno si meravigliò di quella processione.

“Donna, neppure io ti condanno”. Le donne di Gesù. Parte I

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Gesù non aveva paura delle donne.

Né fu mai un maschilista: con tenerezza accettò le loro premure, le chiamò ‘amiche’

Sappiamo che è sempre vivo il dibattito fuori e dentro la Chiesa sul rapporto tra il cristianesimo e le donne. Tra accuse spesso infondate, aperture vere e desideri impossibili, proviamo ad offrire alcuni elementi per capire bene come la Chiesa Cattolica, sulle orme di Gesù Cristo, non è mai stata ostile alla donna, elevandola a dignità mai raggiunte prima. Perché il suo fondatore, per primo, ha voluto ricordare al mondo che la donna è figlia di Dio come l’uomo e lo ha fatto, come era nel suo stile, non solo a parole ma con i fatti.

PRIMA PARTE

di Dorotea Lancellotti

lancillotti“Cari fratelli e sorelle,

nel 1988, in occasione dell’Anno Mariano, il Venerabile Giovanni Paolo II ha scritto una Lettera Apostolica intitolata Mulieris dignitatem, trattando del ruolo prezioso che le donne hanno svolto e svolgono nella vita della Chiesa. “La Chiesa – vi si legge – ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti di santità femminile” (n. 31). Anche in quei secoli della storia che noi abitualmente chiamiamo Medioevo, diverse figure femminili spiccano per la santità della vita e la ricchezza dell’insegnamento”.

(Benedetto XVI Catechesi del 1.9.2010)

Partendo da S. Teresa del Bambin Gesù che dice: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’amore”, e andando a sfogliare il ricco Magistero ecclesiale, Gesù cosa dice delle donne e la Chiesa come e in quale modo riconosce la loro dignità?

Vogliamo qui sfatare alcuni luoghi comuni, accuse di oscurantismo e, senza pretesa alcuna, far emergere l’autentico Magistero sulla donna e il suo ruolo nella Chiesa a servizio per il mondo.

Come era la situazione ai tempi di Gesù

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Un volto silenzioso e nascosto: la donna nel passato prima della venuta di Cristo.

Nella preghiera degli Ebrei e di altri popoli l’uomo ringraziava Dio per non essere nato infedele, donna, schiavo e ignorante. Le donne ebree si limitavano a ringraziare il Signore per essere state “semplicemente create”. Ma non bisogna generalizzare: in altri testi del giudaismo ci sono espressioni bellissime che esaltano le virtù femminili e pongono la donna sopra un piedistallo.

Gesù, uomo tra gli uomini che ha insegnato con parole e atteggiamenti tipici del suo tempo, non si è posto il problema della “dignità della donna”, ma la sua dottrina traluce dai fatti, di certo assai più eloquenti e convincenti delle parole.

Il Vangelo della Salvezza comincia e finisce con interventi al femminile:

– Il primo annuncio è affidato a Maria di Nazaret;

– il primo miracolo alle nozze di Cana accade su richiesta della Madre;

– su richiesta di Marta, sua amica, risorge Lazzaro;

– sotto la Croce chiede a Giovanni di occuparsi della Madre e a lei affida l’umanità intera;

– la notizia della Sua Risurrezione viene affidata alle donne accorse al sepolcro per profumare il corpo di Gesù;

– con la Pentecoste, tutti i discepoli sono riuniti per dare inizio alla grande missione della Chiesa pellegrina sulla terra: al centro di essi c’è Maria, Donna e Madre per eccellenza!

– infine, la Chiesa stessa è immagine e figura della maternità divina, rigenera gli uomini mediante il Battesimo, li nutre coi Sacramenti della salvezza, li accompagna per l’approdo finale nella vita eterna.

In nessun’altra “religione” o istituzione “sociale” il ruolo della donna ha avuto uno sviluppo così forte, coerente al suo essere, e ha saputo dare alla società in ogni tempo il proprio contributo spirituale e culturale, affettivo ed intellettivo.

Dalle vergini sagge alla Samaritana, dall’adultera a Giovanna: immaginarie o reali, le donne hanno un grande ruolo nel Vangelo

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Una delle scene più note del Vangelo: la peccatrice asciuga con i suoi capelli i piedi di Gesù.

Nel corso della sua vita, Gesù fa riferimento alle donne e al loro mondo, riportando alla mente di chi lo ascolta la loro quotidianità e le loro emozioni: per esempio la massaia intenta a preparare il pane; la donna ansiosa per una moneta smarrita e poi ritrovata (Lc.13, 20-21/ 15, 8-10);  la famosa parabola delle vergini sagge (Mt.25, 1-13), ma anche della donna che non si stanca di pregare (Lc.18, 1-8). Gesù è stato il primo a dedicarsi alla donna, nobilitandola e vedendola spesso protagonista del suo insegnamento di salvezza. Non soltanto nelle parabole, anche nella vita reale Gesù propone la donna quale esempio per tutti, come quando esalta la pietà e la generosità della vedova (Mc.12, 41-44). Anche per le donne compie i miracoli.

Egli accoglie la donna, l’aiuta, l’incoraggia. Quando è a Betania (Lc.10, 38-42); quando elogia la donna che gli unge il capo (Gv.12, 1-8). Ma Gesù osa di più: una “peccatrice” diventa esempio e monito a un fariseo (Lc.7, 36-50). Egli non smentisce la verità poiché è lui stesso la Verità, perciò non ha paura di andare contro la mentalità dell’epoca, non teme di difendere la dignità, fino allora nascosta, della donna. “Osa” portare cambiamenti, aprire i cuori, amare con cuore puro! Dall’episodio dell’adultera esce fuori tutto il dramma della prostituzione femminile: “scaglia la tua pietra se sei senza peccato” (Gv.8, 1-11), invita quella donna a non peccare più, le sorride, lei comprende, non si sente più sola, sfruttata, umiliata!

Con questo gesto Gesù inchioda gli accusatori nella loro ipocrisia portandoli ad un naturale riconoscimento del proprio stato di peccatori e sfruttatori, ed alla donna che schiacciava con la prostituzione la sua dignità redenta, risolleva le sorti spingendola a confidare in quel perdono, a seguire Gesù il suo Salvatore per “non peccare più”!

Leggiamo il brano della Samaritana e vediamo come Egli mette a nudo la mentalità superficiale di chi si crede superiore: Gesù, contrariamente ai maestri che si rifiutavano di insegnare alle donne le Sacre Scritture, discorre con una Donna, ma fa di più perché le confida uno dei più alti segreti della nuova Rivelazione “il culto da rendere a Dio – in spirito e verità –” (Gv.4, 1-42).

Con la Samritana, al pozzo

Con la Samritana, al pozzo

Nella Mulieris Dignitatem, leggiamo: “Il modo di agire di Cristo, il Vangelo delle sue opere e delle sue parole, è una coerente protesta contro ciò che offende la dignità della donna. Perciò le donne che si trovano vicine a Cristo riscoprono se stesse nella verità che egli «insegna» e che egli «fa», anche quando questa è la verità sulla loro «peccaminosità». Da questa verità esse si sentono «liberate», restituite a se stesse: si sentono amate di «amore eterno», di un amore che trova diretta espressione in Cristo stesso. Nel raggio d’azione di Cristo la loro posizione sociale si trasforma. Sentono che Gesù parla con loro di questioni delle quali, a quei tempi, non si discuteva con una donna.”

Così come nel discorso sul matrimonio Gesù va a correggere quella superba pretesa di voler ripudiare la propria moglie, spesso anche quando non fosse colpevole di alcun reato, ma che l’uomo usava come pretesto (ipocrita) per cambiare moglie quando voleva (cfr Mt.19).

Nella famosa testimonianza resa al popolo eletto ed ai sacerdoti, dice: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio” (Mt.21, 31-32), scatenando tutto l’orgoglio e la presunzione più nascosta. Sono così messi a confronto il meglio e il peggio secondo la pubblica opinione dell’epoca e la sua bilancia precipita a favore del peggio che diventa il meglio a motivo della loro disponibilità spirituale, a motivo della loro conversione!

A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli Apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni».

Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8, 1-3). In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante. Cristo parla con le donne delle cose di Dio, ed esse le comprendono: un’autentica risonanza della mente e del cuore, una risposta di fede. E Gesù per questa risposta spiccatamente «femminile» esprime apprezzamento e ammirazione…

Celibato e verginità nelle parole di Gesù

Salva l'adultera.

Salva l’adultera.

Scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Nell’insegnamento di Cristo la maternità è collegata alla verginità, ma è anche distinta da essa. Al riguardo, rimane fondamentale la frase detta da Gesù ed inserita nel colloquio sull’indissolubilità del matrimonio. Sentita la risposta data ai farisei, i discepoli dicono a Cristo: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19, 10). Indipendentemente dal senso che quel «non conviene» aveva allora nella mente dei discepoli, Cristo prende lo spunto dalla loro errata opinione per istruirli sul valore del celibato: egli distingue il celibato per effetto di deficienze naturali, anche se causate dall’uomo, dal «celibato per il Regno dei cieli».

Cristo dice: «E vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli» (cf. Mt 19, 12). Si tratta, dunque, di un celibato libero, scelto a motivo del Regno dei cieli, in considerazione della vocazione escatologica dell’uomo all’unione con Dio. Egli poi aggiunge: «Chi può capire, capisca», e queste parole sono una ripresa di ciò che aveva detto all’inizio del discorso sul celibato (cf. Mt 19, 11).

Pertanto il celibato per il Regno dei cieli è frutto non solo di una libera scelta da parte dell’uomo, ma anche di una speciale grazia da parte di Dio, che chiama una determinata persona a vivere il celibato. Se questo è un segno speciale del Regno di Dio che deve venire, nello stesso tempo serve anche a dedicare in modo esclusivo tutte le energie dell’anima e del corpo, durante la vita temporale, per il regno escatologico.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

La parabola delle 10 vergini. La verginità torna spesso nelle parole di Gesù.

Le parole di Gesù sono la risposta alla domanda dei discepoli. Esse sono rivolte direttamente a coloro che ponevano la domanda: in questo caso erano uomini. Nondimeno, la risposta di Cristo, in se stessa, ha valore sia per gli uomini che per le donne. In questo contesto essa indica l’ideale evangelico della verginità, ideale che costituisce una chiara «novità» in rapporto alla tradizione dell’Antico Testamento”.

E’ da questa realtà che si sviluppa, fin dal primo secolo, la “Consacrazione delle Vergini”, definito a ragione il primo nucleo comunitario della Chiesa sviluppando armoniosamente quella “maternità secondo lo spirito” che tanti frutti ha portato alla Chiesa e al mondo.

Lo spiega così Giovanni Paolo II: “Quelle donne, ed in seguito altre ancora, ebbero parte attiva ed importante nella vita della Chiesa primitiva, nell’edificare sin dalle fondamenta la prima comunità cristiana – e le comunità successive – mediante i propri carismi e il loro multiforme servizio. Gli scritti apostolici annotano i loro nomi, come Febe, «diaconessa di Cencre» (cf. Rm 16, 1 ), Prisca col marito Aquila (cf. 2 Tim 4, 19), Evodia e Sintiche (cf. Fil 4, 2), Maria, Trifena, Perside, Trifosa (cf. Rm 16, 6. 12). L’apostolo parla delle loro «fatiche» per Cristo, e queste indicano i vari campi del servizio apostolico della Chiesa, iniziando dalla «chiesa domestica». In essa, infatti, la «fede schietta» passa dalla madre nei figli e nei nipoti, come appunto si verificò nella casa di Timoteo (cf. 2 Tm 1, 5)”.

E Maria? Ha il posto d’onore…

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Alla donna per eccellenza, Maria, la Chiesa ha sempre rivolto il suo sguardo.

Possiamo concludere questo breve excursus affermando come nella dottrina e nella pratica del Vangelo la donna ha nel mondo un posto privilegiato e caratteristico, non uguale a quello dell’uomo né superiore, né inferiore ma suo proprio nel quale si manifesta tutta la sua natura e nella quale viene rispettata al massimo la sua dignità. Gesù accoglie la Donna, l’aiuta, la istruisce, la elogia, l’ammira, la propone come modello e intorno a sé ha voluto un gruppo femminile stabile! Un gruppo ben diverso dai Dodici, una missione ben diversa, un ruolo che gli è proprio così come il ruolo dei Dodici gli è proprio per il governo della Chiesa.

Infine, diamo uno sguardo a Maria, la Madre di Gesù, la “Donna” da cui è nato il “Figlio di Dio” (Gal.4, 4).

Maria apre le pagine più sorprendenti del Vangelo (Gv.2, 4), fino a splendere nel libro dell’Apocalisse (12, 1). Sull’abisso della grandezza segreta e palese di Maria – Donna per eccellenza – ci si può affacciare su questo mondo con gli occhi della fede ed ognuno di noi con Lei, come nel giorno del cenacolo, in silenzioso raccoglimento, potrà essere cuore che pulsa nella Chiesa, Chiesa sgorgata dal Sangue di Cristo!

Solo così potremmo dire anche noi, come S. Teresa: “Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l’Amore”.

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Santa Geltrude di Helfta e le anime purganti

di don Marcello Stanzione

Gertrude nacque nel 1256 a Eisleben e morì nel 1302 a Helfta.  Fu una intellettuale, una studiosa, una poetessa che meritò l’appellativo di Geltrude la Grande. Quando all’età di cinque anni venne affidata al monastero cistercense di Hefta, non poteva immaginare che la sua anima si sarebbe potuta nutrire tanto copiosamente. Probabilmente il pensiero di Dio non riempiva ancora il suo cuore, sia per la giovanissima età, sia perché i monasteri del XII secolo, in particolare quelli tedeschi, erano anche collegi oltre che ritiri spirituali. Era quasi una fortuna per una fanciulla venirvi ammessa, perché poteva usufruire di un’educazione negata alla maggioranza delle donne. Ella completò i suoi studi quindi, manifestando una vera e propria predilezione per la letteratura. Non poteva essere altrimenti perché a guidare la sua crescita c’era una delle figure più prestigiose del periodo, Matilde di Brandeburgo. Anche Matilde seguiva la regola cistercense, ma la sua spiritualità era unica: questa mistica aveva composto “La fluente luce divina”, un libro misto di dialogo e prosa, originariamente scritto in dialetto basso – tedesco, in cui si descrivono meditazioni e visioni mistiche in una forma simile quella della poesia volgare. Il periodo è quello dell’Amor celeste, che in Italia grazie a Dante, suo rappresentante più illustre, si esprime attraverso il Dolce Stil Novo, mentre in Germania non esistevano figure così elevate. Matilde trasferisce quel tema profano nell’ambito religioso, cercando di adattarvi il proprio stile. Gertrude ereditò,  questo amore per la poesia: scriveva talmente tanto che si pentirà di questo trasporto, considerandolo quasi un’offesa nei confronti di Dio. Lei stessa scisse che intorno a 26 anni il Signore decise finalmente di porre fine ai turbamenti che la spingevano a trovare conforto nei versi: “Voi, la Verità, il mio Dio, più sereno di tutta la luce, più interiore di tutti i segreti, volete che mi dedichi completamente a Voi e io userò ogni mio verso, ogni mia parola per lodare il Vostro nome”. L’amore cortese divenne allora “amore divino”, nel senso più alto del termine: ella cominciò ad avere visioni ,e stasi, stigmate. Come se non bastasse infermità di varia natura iniziarono a colpirla, ma mai piegandola, anzi rafforzando sempre di più il suo spirito., le voci corsero in fretta, e altrettanto velocemente gridando al miracolo. La gente si affollava nel monastero per vederla e interrogarla ed ella, con pazienza e serenità aveva una parola per tutti, specie per chi soffriva di più. Essa ha lasciato molti testi, inni all’amore divino, estratti delle Sacre Scritture, eppure passeranno interi secoli prima che la storia si ricordasse del suo nome. Allora vorrà definirla “La grande”, unica Santa a fregiarsi di questo titolo dato che veniva affidato sola gli uomini, e nel 1738 la sua santità sarà proclamata.

Una significativa devozione di ispirazione divina in favore dei defunti in Purgatorio è legata a santa Gertrude di Helfta, la cui memoria si celebra il16 novembre. Alla scuola di santa Matilde di Hackeborn. Quest’ultima, nata nel 1241 a sette anni era divenuta monaca e in seguito narrò nel Liber specialis gratiae le meraviglie che il Signore le operava nell’anima. Seguendone le orme, Gertrude, rivelò che a 26 anni il Signore “più lucente di tutta la luce, più profondo  di ogni segreto , cominciò dolcemente a placare quei turbamenti che aveva acceso nel mio cuore”. Dopo tale visione cominciò a ricevere altri doni carismatici, come le stimmate e numerose estasi, durante una delle quali Gesù rispose a una sua domanda relativa alle quattro orazioni da lei recitate in sequenza ogni giorno in favore delle  anime del Purgatorio: “Le gradisco tanto ed è come se liberassero me stesso dalla prigionia ogni volta che con queste preghiere si libera un’anima dalle sue pene. Ricambierò al momento opportuno queste opere di carità, secondo l’onnipotenza della mia generosità”. Ecco la preghiera da fare in suffragio delle anime purganti:

  1. Ti saluto e benedico, dolcissimo Gesù. Ti adoro con tutto il mio cuore e ti ringrazio per l’amore che ci hai manifestato con la tua incarnazione, la nascita nella povertà e per averci lasciato te stesso nel santissimo Sacramento. Ti prego di unire questa mia preghiera, che ti offro per la cara anima del defunto [pronunciarne il nome], ai meriti della tua santissima vita. Con l’abbondante grazia di tale preghiera desidero supplire e compensare perfettamente ciò che questa anima ha trascurato nelle tue lodi, nelle preghiere, virtù e buone opere che avrebbe dovuto compiere per tuo amore, avrebbe potuto con la tua grazia e non ha fatto con pura intenzione e perfettamente. Amen.

L’eterno riposo.

  1. Ti saluto e benedico, dolcissimo Gesù. Ti adoro e ti ringrazio per l’amore infinito che ci hai manifestato quando tu, creatore dell’universo, per redimerci ti sei reso vittima inerme nelle mani degli uomini che ti hanno legato, trascinato, battuto, insultato, flagellato, coronato di spine e condannato a morte, spogliato, crocifisso, fino a morire d’una morte terribile sulla croce, con il cuore trafitto da una lancia. Mi unisco al tuo immenso amore offrendomi queste mie orazioni e ti prego, per i meriti della tua santissima passione e morte, di cancellare ciò che l’anima per la quale ti prego  ha fatto contro la tua volontà con pensieri, parole e opere. Ti prego pure di offrire a Dio Padre i tuoi meriti, ogni pena e dolore del tuo corpo piagato  della tua anima addolorata , per riparare alle mancanze commesse da questa anima e soddisfare così la tua giustizia. Amen.

L’eterno riposo.

  1. Ti saluto e benedico, dolcissimo Gesù. Ti adoro e ti ringrazio per l’amore e la bontà con cui tu, risorgendo e ascendendo al cielo, glorificasti la nostra umanità già vinta dalla morte e la collocasti alla destra del Padre. Ora ti prego che l’anima per la quale ti supplico possa presto partecipare ala tua gloria e al tuo trionfo. Amen.

L’eterno riposo.

  1. Ti saluto e benedico, dolcissimo Gesù, Ti adoro e ti ringrazio per tutti i benefici di cui hai colmato la tua gloriosa Madre e tutti i tuoi eletti. Desidero unirmi ora all’amore dei tuoi santi che ti glorificano e ti ringraziano per la salvezza ottenuta per mezzo della tua incarnazione , passione e risurrezione e ti prego di supplire della tua e nostra Madre immacolata e dei santi  a quanto manca a quell’anima poter giungere nella patria beata e poter godere per sempre della tua presenza. Amen.

L’eterno riposo.