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Il “Papa emerito”, il “Vescovo di Roma” e il giudaismo

Il “Papa emerito”, il “Vescovo di Roma” e il giudaismoSegnalazione di Pierto Ferrari

di Carlo Di Pietro

Mercoledì 20 marzo 2013, presso la Sala Clementina, Papa Bergoglio ha affermato: “Inizio il mio ministero apostolico durante quest’anno, che il mio venerato predecessore, Benedetto XVI, con intuizione veramente ispirata, ha proclamato per la Chiesa cattolica Anno della fede. Con questa iniziativa, che desidero continuare e spero sia di stimolo per il cammino di fede di tutti, egli ha voluto segnare il 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II. […] Insieme con voi non posso dimenticare quanto quel Concilio abbia significato per il cammino ecumenico. […] Da parte mia, desidero assicurare, sulla scia dei miei Predecessori, la ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico. […] Ed ora mi rivolgo a voi distinti rappresentanti del popolo ebraico, al quale ci lega uno specialissimo vincolo spirituale, dal momento che, come afferma il Concilio Vaticano II, «la Chiesa di Cristo riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè, e nei profeti» (Decr. Nostra aetate, 4). Vi ringrazio della vostra presenza e confido che, con l’aiuto dell’Altissimo, potremo proseguire proficuamente quel fraterno dialogo che il Concilio auspicava (cfr ibid.) e che si è effettivamente realizzato, portando non pochi frutti, specialmente nel corso degli ultimi decenni”.

Come abbiamo già visto in altri studi, il cammino ecumenico voluto da Cristo non è certo l’irenismo e il pancristianesimo [1]. Inoltre la fede di Mosè, di Abramo e dei profeti non ha alcun “specialissimo vincolo spirituale” con gli attuali ebrei talmudisti, ma anzi è all’opposto [2], come anche la “Stirpe di Abramo” è altro [2].

In occasione della “Pasqua Ebraica”, rivela il sito della Comunità ebraica di Roma, Papa Bergoglio sembra aver inviato una lettera di “buon Pesach”. Si legge, infatti: “gli uffici della segreteria di Stato del Vaticano hanno fatto recapitare una lettera firmata da Papa Francesco al Capo Rabbino della Comunità ebraica di Roma. Bergoglio porge gli auguri di buon Pesach a tutta la Comunità romana”. In un passaggio della lettera, il Papa scrive: “L’Onnipotente, che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per guidarlo alla Terra Promessa, continui a liberarvi da ogni male e ad accompagnarvi con la sua benedizione. Vi chiedo di pregare per me, mentre io assicuro la mia preghiera per voi, confidando di poter approfondire i legami di stima e di amicizia reciproca”.

Premettiamo, come già ho scritto in altri studi, che noi cattolici auguriamo tutto il bene spirituale e fisico alle comunità ebraiche del mondo, premettiamo che deploriamo ogni forma di violenza e di discriminazione, nondimeno condanniamo negazionismi di sorta e nazionalsocialismi o stalinismi, e premettiamo che non c’è niente di male nello scambiarsi auguri e messaggi di pace. Dobbiamo tuttavia osservare che Bergoglio sembra sposare la linea della continuità, in linea con la dichiarazione Dignitatis Humanae.

Dignitatis Humanae è un documento “pastorale” ma dogmaticamente rilevante: 1) per il richiamo esplicito alla Rivelazione a conferma di quanto ivi scritto; 2) per l’universalità/solennità dello stesso, prodotto da un Concilio universale e approvato solennemente da un Papa, Paolo VI. Tuttavia Dignitatis Humanae, “vincolata” a Nostra Aetate, pare porsi nella dis-continuità con la Parola di Dio e con la Tradizione [3].

Ma il predecessore di Bergoglio a tal proposito come si è espresso?

Benedetto XVI all’ingresso della sinagoga di RomaBenedetto XVI all’ingresso della sinagoga di Roma

Il filone dei cosiddetti “modernisti tradizionali”, cioè fedeli di orientamento “ratzingeriano”, propende sempre più alla creazione di una netta distanza – anche frattura, diciamo – fra Benedetto XVI e Francesco; nelle prassi liturgiche, nel Magistero, nella disciplina, nei modi di fare ed esporsi, sembra sempre che Ratzinger sia “competente” e Bergoglio no. È opportuno ingenerare questi dubbi così escludenti nel già smarrito fedele, quasi si dica “o l’uno o l’altro”? Perché sembra così importante rilevare, per i “modernisti tradizionali”, che vi siano poi tutte queste differenze fra Ratzinger e Bergoglio? E che senso ha, se il Pontefice è tale e non solo “sedente materiale”, essere così critici e intolleranti verso la teologia di Francesco e così accondiscendenti con quella di Benedetto XVI? È davvero così differente la teologia di Bergoglio da quella di Ratzinger, e potrebbe mai esserlo? Si legge: Ratzinger è più “bravo”, ma Bergoglio è più “simpatico” e “povero”. Si possono mai sentire o leggere simili infantilismi?

Leggiamo un breve studio, sapendo di non giudicare l’intimo dell’uomo (cf. Mt VII,1) ma guardando esclusivamente a ciò che egli manifesta pubblicamente e osservando che un Papa o è tale o non lo è, poiché tertium non datur, quindi valuteremo se c’è l’abituale proposito di compiere il Bene-Fine della Chiesa e di Cristo, pur non giungendo a conclusioni (spettanti a terzi preposti).

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Per rimanere saldi e non cadere in tentazione, vediamo innanzitutto cosa dice la Fede Cattolica

Gesù  docente, insegna la Parola, la nostra Fede.Gesù docente, insegna la Parola, la nostra Fede

Gesù disse loro: <<Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato>>” (Mc XVI,15-16).

Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio” (Gv XV,22-24).

Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv VIII,24).

Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre” (IGv II,23).

Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo” (IGv IV,2-3).

Poiché molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse” (IIGv 7-11).

Il significato dei versi su riportati è esplicito, è inerrante, ha un unanime consenso interpretativo, è quindi dogma di Fede; pertanto precisiamo che noi stiamo rigettando assolutamente il sola Scriptura e stiamo invece aderendo pienamente al dogma di Fede Cattolica e Magistero universale.

Leone XIII, Satis Cognitum: “Per questo i padri del concilio Vaticano (Primo) nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: «Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale magistero come verità da Dio rivelata»”.

Concilio Vaticano I: “Infatti ai successori di Pietro è stato promesso lo Spirito santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede” .

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Ratzinger e il giudaismo

19 aprile 2009. Benedetto XVI col rabbino di New York, Arthur Schneier19 aprile 2009. Benedetto XVI col rabbino di New York, spett.le dott. Arthur Schneier

Propongo citazioni accuratamente controllate, verificate su più fonti, in pieno contesto (non estrapolate a caso) e non alterate. Se dovessero esserci errori o fraintendimenti, prego voi lettori di inviarmi segnalazioni e domando scusa sin d’ora.

Joseph Ratzinger, 5 Sett. 2000, a Zenit.org, testo tradotto dall’inglese: “Siamo d’accordo che un ebreo, e questo è vero per i credenti di altre religioni, non ha bisogno di conoscere o di riconoscere Cristo come il Figlio di Dio per essere salvato …”. [Sept. 5, 2000 “[W]e are in agreement that a Jew, and this is true for believers of other religions, does not need to know or acknowledge Christ as the Son of God in order to be saved …”].

Noi, invece, dai Vangeli e dal Magistero universale sappiamo certamente che un ebreo o un credente di altre “religioni” non ha bisogno di conoscere Cristo per salvarsi, ma solo in caso di ignoranza invincibile; infatti se costoro in buona fede seguono la legge naturale, probabilmente si salvano per i meriti di Cristo, se morti senza macchia mortale, pur senza conoscerLo e quindi riconoscerço.

Pio IX nella Quanto conficiamur moerore del 1863 ci dice: “A Noi e a Voi è noto che coloro che versano in una invincibile ignoranza circa la nostra santissima religione, ma che osservano con cura la legge naturale ed i suoi precetti, da Dio scolpiti nei cuori di tutti, che sono disposti ad obbedire a Dio e che conducono una vita onesta e retta, possono, con l’aiuto della luce e della grazia divina, conseguire la vita eterna”. Questa è quell’unica famosa via di salvezza del non credente (che ignora) poiché Dio è misericordioso.

Dire, come ha detto Ratzinger, che un ebreo o un membro di altra “religione” non ha bisogno di riconoscere che Gesù è il figlio di Dio per salvarsi, è ovviamente dottrina non presente nei Vangeli e nel Magistero universale. Infatti, il RICONOSCERE (o non riconoscere) che Egli è Figlio di Dio, avviene DOPO averLo conosciuto. La Fede Cattolica dice che chi NON RICONOSCE Gesù come Figlio di Dio DOPO AVERLO CONOSCIUTO (e quindi non in stato di ignoranza), in nessun modo può salvarsi.

Che il card. Ratzinger intendesse “salvi” anche chi ha conosciuto Gesù e non solo gli ignoranti che non Lo conoscono, è evidente per molti motivi: 1) dal fatto che parla degli ebrei, e gli ebrei conoscono Cristo poiché sono ben informati, specialmente in quella precisa cerchia di uditori “ratzingeriani” ed in quel contesto (alla conferenza stampa della presentazione del documento Dominus Iesus); 2) dal fatto che chiaramente parla sia di chi non Lo conosce, sia di chi non Lo ri-conosce (know or aknowledge dice); 3) dal fatto che anche in altre occasioni ha sostenuto la medesima dottrina, anche DOPO l’elezione al Soglio. Vediamole.

Benedetto XVI, nota al Rabbino Capo di Roma, 16 gennaio 2006 (dichiarazione rilasciata DOPO l’elezione, a conferma che il suo pensiero è lo stesso di prima): “Sua Eminenza, Rabbino Capo, le è stata affidata recentemente la guida spirituale della Comunità Giudaica di Roma; lei si è fatto carico di questa responsabilità, arricchita dalla sua esperienza di accademico e di dottore, che ha condiviso le gioie e le sofferenze di molte persone. Le offro i miei auguri di cuore per la sua missione, e le assicuro la stima cordiale e l’amicizia, da parte mia e dei miei collaboratori.[Address to Chief Rabbi of Rome, Jan. 16, 2006: “Distinguished Chief Rabbi, you were recently entrusted with the spiritual guidance of Rome’s Jewish Community; you have taken on this responsibility enriched by your experience as a scholar and a doctor who has shared in the joys and sufferings of a great many people. I offer you my heartfelt good wishes for your mission, and I assure you of my own and my collaborators’ cordial esteem and friendship”].

Egli non farebbe gli auguri al Rabbino Capo di Roma, come si legge, per l’affidamento della “guida spirituale” della comunità ebraica di Roma, se non credesse che anche il loro cammino spirituale li conduca certamente alla salvezza; se pensasse che il loro cammino spirituale li conduca certamente alla dannazione direbbe altro, ovvero quello che si è detto da Cristo fino a Pio XII. Ratzinger sa bene che l’ebraismo NEGA DI RICONOSCERE CHE GESÙ È IL MESSIA E IL FIGLIO DI DIO. L’ha esplicitamente riconosciuto sopra ed anche in altre occasioni:

In sectio II, A, 7, The Jewish People and their Sacred Scriptures in the Christian Bible states: “… to read the Bible as Judaism does necessarily involves an implicit acceptance of all its presuppositions, that is, the full acceptance of what Judaism is, in particular, the authority of its writings and rabbinic traditions, which exclude faith in Jesus as Messiah and Son of God …”.

Ancora altre conferme:

Joseph Ratzinger, God and the World, 2000, pages 150-151: “… their [the Jews] No to Christ brings the Israelites into conflict with the subsequent acts of God, but at the same time we know that they are assured of the faithfulness of God. They are not excluded from salvation …”.

Chiaramente parla di Israeliti che dicono “No a Cristo” andando in conflitto con i successivi “ATTI di Dio” ma non con Dio stesso; subito dopo conferma che ciò “non li esclude dalla salvezza”.

Ancora:

Hildegard Brem commenta questo passo così: <<Facendo seguito a Romani 11,25, la Chiesa non deve preoccuparsi della conversione dei Giudei, perché occorre aspettare il momento stabilito da Dio, quando la totalità dei gentili avrà raggiunto la salvezza (Rm 11,25). Al contrario, i Giudei sono essi stessi una predica vivente, alla quale la Chiesa deve rimandare, perché richiamano alla mente la passione di Cristo>> … Inoltre abbiamo visto che fa parte del nucleo del messaggio escatologico di Gesù l’annuncio di un tempo dei gentili, durante il quale il Vangelo deve essere portato in tutto il mondo e a tutti gli uomini: solo dopo, la storia può raggiungere la sua meta. Nel frattempo Israele conserva la propria missione. Sta nelle mani di Dio, che al tempo giusto lo salverà <<interamente>>, quando il numero dei pagani sarà completo”. Questo brano tratto dal libro Gesù di Nazareth, del 2011, scritto DOPO la sua elezione (a conferma che la pensa nello stesso modo di quando era teologo cardinale).

Se Ratzinger credesse che gli ebrei che Lo hanno CONOSCIUTO non possono salvarsi senza RICONOSCERE Cristo, non direbbe queste cose. Addirittura sono, secondo lui, una “predica vivente” (cita Hildegard Brem in positivo, non per confutare), a cui la Chiesa deve rimandare! Dice che “conservano la loro missione” e che Israele si salverà “interamente”. Faccio presente che neanche dei cattolici lo si è mai detto! Non si è mai detto che i cattolici e gli uomini di Chiesa, si salveranno “interamente”, poiché molti cattolici, purtroppo, si dannano. Gli ebrei, invece, che negano Gesù Cristo, Dio li salverà “interamente” secondo lui! È evidente, dal contesto esplicito, che attribuisce la salvezza all’intera attuale confessione israelita.

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Conferme e “prassi attuale”

Benedetto XVI col rabbino di Roma, Riccardo Di SegniBenedetto XVI col rabbino di Roma, spett.le dott. Riccardo Di Segni

Inoltre, a conferma di tutto ciò, il card. Bagnasco ribadì pubblicamente che la Chiesa non si impegna per la conversione degli ebrei. Quindi, secondo loro, probabilmente per quasi due millenni la Chiesa ha sbagliato a pregare per la loro (e di altri) conversione nella Santa Messa ed in altre circostanze! Perché se non ha sbagliato (e non ha sbagliato poiché l’ha detto Cristo), gli ebrei effettivamente si dovrebbero convertire, e allora la Chiesa se ne deve occupare e impegnare anche oggi! Se non se ne deve più occupare, vuol dire che si salvano integralmente, che conservano la loro missione, e che non c’è bisogno di fare del missionariato (cf. Mc XVI,15; Mc XIII,10; Mt XXVIII,19; Rm X,14). Allora per centinaia di anni Apostoli, Padri, Papi, Santi, Concilii, TUTTI, hanno sbagliato; nella Messa del triduo pasquale tutti sbagliavano. Ovvio che non è così poiché la Sposa gode di indefettibilità.

E’ particolarmente significativo l’insegnamento che traiamo da Romani X, 14 “Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?”. Romani X in rif. a Mc XVI,15; Mc XIII,10; Mt XXVIII,19

I Vangeli ci insegnano che Cristo prega per la fede di Pietro (in quella specifica occasione Gesù prega SOLO per la fede di Pietro e non degli altri Apostoli), affinché non manchi propriamente in lui, allo scopo (troppo importante) che fosse fede “immobilmente fermata in tutti i fedeli”; Cristo prega per quella pietra che “doveva confermare gli altri e reggere tutta la fabbrica”, “Pietro è posto da Cristo a maestro di tutti che a lui sono soggettati. Dunque in lui la fede e il magistero della verità è assicurato a tutta la chiesa” [La vita di Gesù Cristo, e la sua religione, Volume 4, p. 92]. Si legge: “Simone, Simone, ecco SATANA VI HA CERCATO per vagliarvi come il grano; MA IO HO PREGATO PER TE, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc XXII,31-32).

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Benedetto XVI con Peter Seewald  "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi"Benedetto XVI con lo spett.le dott. Peter Seewald
“Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi”

Benedetto XVI, Luce del Mondo, 2010: “Nell’annuncio della fede cristiana deve essere centrale questo nuovo intrecciarsi, amorevole e comprensivo, di Israele e Chiesa, basato sul rispetto del modo di essere di ognuno e della RISPETTIVA MISSIONE … E’ giusto chiamare gli ebrei nostri <<Padri nella fede>>. E forse quest’espressione descrive con maggiore chiarezza il rapporto dei cristiani con essi”.

Ancora a conferma che gli ebrei conservano la loro “missione”. Abbiamo visto che Ratzinger, sia prima sia dopo l’elezione, crede che gli ebrei e i membri di altre “religioni”, anche se hanno conosciuto (know) Cristo e quindi non sono più ignoranti (che ignorano), si salvino anche senza riconoscerLo (aknowledge) come Messia e Figlio di Dio. Che non è necessario riconoscerLo come tale per essere salvati.

Non è possibile negare che Ratzinger la pensi così, perché l’ha detto e l’ha scritto più volte (avrà riletto i suoi libri prima di mandarli in stampa), sia da cardinale, sia da Papa, altrimenti se lo negassimo peccheremmo, diremmo una grave bugia. E Dio non vuole mai il peccato.

Inoltre Ratzinger chiama gli ebrei di oggi nostri “Padri nella fede”, ma noi sappiamo che solo alcuni ebrei dell’Antico Testamento sono nostri padri nella fede (Abramo, Mosé, ecc…), NON tutti e non quelli che DOPO hanno RIFIUTATO il Messia (e quindi hanno rifiutato le parole di Mosé e Abramo) e adottato il Talmud, libro gnostico, integrandolo all’Antico Testamento! Questi non sono nostri “Padri nella fede”, ce l’ha insegnato Gesù e lo abbiamo appreso dai Vangeli e dal Magistero universale.

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Le 2 tesi

Pio XII e Benedetto XVIPio XII e Benedetto XVI

Ora, qui ci sono due tesi: – una (quella di Ratzinger) dice che non è necessario riconoscere Cristo come Figlio di Dio per la salvezza … che non solo chi è ignorante, ma che gli ebrei (e i membri di altre “religioni”) che non riconoscono Cristo come Figlio di Dio (anche dopo averlo conosciuto) si salvano integralmente; – l’altra tesi (contenuta anche nei Vangeli e nel Magistero universale) dice che se non Lo riconoscono, dopo averLo conosciuto, si dannano.

La seconda tesi è la Fede Cattolica. L’altra, la prima, se le cose stanno così, è evidentemente la fede di Ratzinger e di pochi altri.

Non c’è nessuna differenza tra un uomo che, ad esempio, NON CREDE ALL’EUCARESTIA O ALLA TRINITÀ, e uno che NON CREDE CHE CHI NON RICONOSCE IL CRISTO, PUR CONOSCENDOLO, SI DANNA. Sono tutti dogmi esplicitamente presenti nella Rivelazione e nel Magistero universale. Chi li nega, sta proferendo un’eresia. Uso questa parola perentoria (sta proferendo un’eresia) non rivolgendomi direttamente a Ratzinger, ci mancherebbe, ma estrapolandola dal Magistero della Chiesa che così si è sempre espresso in casi identici (così faro anche a seguire), poiché non sono fazioso e quindi non è giusto e cristiano che Ratzinger sia commentato differentemente rispetto al resto del genere umano; altrimenti sarei probabilmente un “razzista” o un fazioso e noi sappiamo che è peccato.

San Pio X, autore anche del Catechismo MaggioreSan Pio X, autore anche del Catechismo Maggiore

SAN PIO X, CATECHISMO MAGGIORE: 224. Chi sono quelli che non appartengono alla comunione dei santi? Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati e in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa. – 225. Chi sono quelli che si trovano fuori della vera Chiesa? Si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati. – 227. Chi sono gli ebrei? Gli ebrei sono quelli che professano la legge di Mosè; non hanno ricevuto il battesimo e non credono in Gesù Cristo.

Ora, domanda: come faccio io a negare che Ratzinger, anche se solo come dottore privato e in documenti non ex cathedra, abbia pronunciato e scritto con pertinacia frasi che escludono dalla comunione dei santi senza andare contro la Fede Cattolica? Non posso negarlo! Se lo nego, pecco contro la Fede Cattolica stessa.

SAN PIO X, CATECHISMO MAGGIORE: 226. Chi sono gli eretici? Gli eretici sono i battezzati che ricusano con pertinacia di credere qualche verità rivelata da Dio e insegnata come di fede dalla Chiesa cattolica.

Se Ratzinger nega un dogma di fede, come sta facendo in suoi vari scritti (citati in precedenza) ed anche in testi da Benedetto XVI (idem), non posso credere che egli sia ignorante e non conosca le definizioni della Chiesa cattolica, e non può certamente trattarsi di dichiarazione eretica solo materiale (per ignoranza), ma è dichiarazione eretica formale. A parer mio dovrebbe chiarire questa sua personale credenza anti-cattolica pubblicamente; sono certo che offrirebbe un buon servizio al Popolo di Dio, dimostrando il proposito di compiere il Bene-Fine della Chiesa e di Cristo. Salvo che lui non conosca un altro Vangelo che noi ignoriamo ed un altro Magistero universale dogmaticamente vincolante …

Particolarmente significativo a tal proposito è Giacomo II,10-11 “Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere”.

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Ora voglio fare un “esperimento” per eliminare il dubbio atroce che Ratzinger ci ha inculcato

Olio su tela SCHIAVO DEL DUBBIO di Alfredo PerrottiOlio su tela SCHIAVO DEL DUBBIO di Alfredo Perrotti

Provo a pensare che non quelle dichiarazioni non siano eretiche. Che le cose che ha detto e dice non siano eresie. Bene, se quelle non sono eresie, posso credergli senza paura, posso stare tranquillo e imitarlo, come dovrei essere sereno e accettare come “buone” anche altre dichiarazioni precedenti e medesime di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – e quest’ultimo a breve sarà canonizzato.

Diciamo che voglio credergli e mi sento vincolato finanche nell’obbedienza, quindi voglio credere al fatto che anche gli attuali ebrei sono “nostri padri nella fede”, che “gli ebrei si salvano pur non riconoscendo Cristo ma avendoLo conosciuto”, che ciò vale anche per chi è “in altre confessioni religiose”. Così facendo dovrei credere che non è necessario riconoscere Gesù come Figlio di Dio per essere salvato. Dovrei credere che anche chi non Lo riconosce come tale si salva. Che tutti gli ebrei si salveranno “interamente”, ecc … Ma se lo faccio, ed è dottrina certa, divento eretico (indipendentemente da Ratzinger), poiché “ricuso con pertinacia di credere qualche verità rivelata da Dio e insegnata come di fede dalla Chiesa cattolica” (v. Primo Comandamento).

Escludiamo un attimo Ratzinger dal discorso. Prendiamo SOLO LE COSE CHE HA DETTO e applichiamole a noi stessi. Se io le credo (o se le crede un qualunque altro uomo) pecco contro la Fede Cattolica. Vado contro Gesù, contro Eugenio IV, il Concilio di Firenze, il Catechismo Tridentino, Pio IX, San Pio X, Gregorio XVI, ecc; Vado contro il Simbolo Atanasiano, contro la Scrittura, contro la Fede Divina e Cattolica … Divento eretico e quindi non posso per nulla credere a ciò che oggi dice. Sarei “escluso dalla comunione dei santi”, ed io non lo voglio poiché è mia intenzione godere in eterno della visione beatifica in comunione con i santi e con gli angeli.

Però, ovviamente, costato purtroppo che Ratzinger ci crede, sia prima, sia dopo l’elezione, poiché a memoria d’uomo non risultano ufficiali smentite a quei suoi scritti. Se io ci credo, però, sono eretico, quindi le rifiuto e mi attengo alla Fede Cattolica.

Se lui ci crede? Come faccio a non pensare che sia eretico? Non sono io che lo dico, ma è lui che si esclude dalla comunione dei santi con quelle dichiarazioni , come abbiamo visto in Catechismo Maggiore di San Pio X e con Giacomo II. Allora ci posso credere anche io? Ma divento eretico e quindi non ci credo. Ma allora lo è anche lui? Non lo è? Allora io ci posso credere. Invece no… E così via, in una contraddizione in termini che non avrà mai fine, perché è appunto tale: una contraddizione in termini. Quello che è, in molti documenti, di sicuro il Concilio Vaticano II, poiché oggi, a distanza di quasi cinquanta anni dalla sua conclusione, ancora Papi, teologi, vescovi e cardinali si “accapigliano” in dibattiti e documenti, molti dei quali servono a spiegare le interpretazioni delle interpretazioni dei documenti del Concilio Vaticano II. Ci troviamo oggettivamente di fronte ad una marea di contraddizioni in termini che conducono al DUBBIO. Ma la nostra fede non doveva essere SEMPLICE e per i semplici? Così lo è stata per quasi 2000 anni, oggi è diversa!!!

Matteo X,16 “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. IICorinzi 1:12 “Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio”.

In rif. parallelo leggiamo Atti XX,29-31: “Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi”.

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Alcune obiezioni

Benedetto XVI con lo spett.le Presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald LauderBenedetto XVI con lo spett.le Presidente
del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder

OBIEZIONE A: Nessuno può dire chi si è dannato e chi si è salvato, altrimenti ci facciamo giudici al posto di Dio. A questo evidentemente si riferisce Ratzinger con le sue dichiarazioni.

RISPOSTA: Quindi Gesù e la Chiesa per quasi 2000 anni … Eugenio IV, il Concilio di Firenze, il Catechismo Tridentino, San Pio X, Pio IX, Gregorio XVI, il Simbolo Atanasiano, la Scrittura, ecc … hanno sbagliato e si sono messi al posto di Dio? Certo che NON hanno sbagliato. Certo che nessuno può mettersi al posto di Dio. Certo che l’ultima parola spetta a Dio. Infatti Dio ha già parlato per bocca della Chiesa, per quasi duemila anni: se uno non riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, pur conoscendoLo, si danna (violazione anche del Primo dei Comandamenti). La cosa vale con qualsiasi altro peccato. Altrimenti ci metteremmo al posto di Dio pure quando diciamo che “se uno è adultero, si danna”, che “se uno è omicida, si danna”, che “se uno pratica la sodomia, si danna”. Ecc … Invece no, perché è Dio stesso che ha detto che se un uomo compie quegli specifici peccati, e tanti altri, si danna e lo ha fatto già con il Decalogo. E la Chiesa l’ha sempre insegnato e spiegato in tal senso, dogmaticamente. Quello che non possiamo fare, per non metterci al posto di Dio, è sapere con certezza i NOMI e COGNOMI di coloro che si sono dannati! Perché anche se un ebreo che non riconosceva Gesù muore, non possiamo sapere se era invincibilmente ignorante oppure no. Non possiamo sapere se si è contrito del suo peccato un istante prima di morire oppure no. Quindi non possiamo sapere, con certezza, se si è dannato o se si è salvato. Rimane comunque il dover rimediare allo scandalo eventuale. Così come se un uomo muore in adulterio, non possiamo sapere se si è salvato o se si è dannato, perché non possiamo sapere se l’istante prima di morire ha avuto una vera contrizione del suo peccato, rimediando comunque anche allo scandalo. Se pretendessimo di fare l’elenco con i nomi e cognomi dei dannati e dei salvati ci metteremmo al posto di Dio. Ma possiamo e DOBBIAMO dire che “se uno muore in adulterio, si danna”. Possiamo e DOBBIAMO dire, per Fede Cattolica, che “se uno muore senza riconoscere Gesù come Figlio di Dio, pur avendoLo conosciuto, si danna”. Ecc …

OBIEZIONE B: Ratzinger si riferisce a quelli che muoiono pentiti.

RISPOSTA: Non è vero, lo abbiamo visto prima elencando le citazioni precise dai suoi testi. Altrimenti non avrebbe detto che Israele si salverà “interamente”. Che “conserva la sua missione”. Che “sta nelle mani di Dio”. Che “non ha bisogno di (conoscere) riconoscere Gesù come Figlio di Dio per essere salvato”, ecc … Non avrebbe fatto gli auguri al gran rabbino di Roma per la sua “missione spirituale”. Non avrebbe fatto intendere che la Chiesa non deve convertirli, ecc… Avrebbe detto che se non riconoscono il Figlio di Dio non si salvano, si dannano, salvo che, prima di morire, non si pentano e Lo riconoscano, rimediando anche allo scandalo eventuale.

È assolutamente offensivo e razzista pensare che fino a qualche anno fa gli uomini dovevano vivere nell’osservanza dei Comandamenti per salvarsi, spesso morendo Martiri, ed oggi non più, possono “relativizzare” i Comandamenti e il Canone. Sappiamo anche che la Chiesa non fa discriminazioni, “Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo [LO RICONOSCETE], allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal. III,26-29).

Sia chiaro, io non ho nulla contro gli ebrei, qui si parla di Dottrina Cattolica e non di persone, “stirpi”, soggetti o individui. Ben venga se si convertono e si salvano! Prego, come ha fatto la Chiesa per quasi duemila anni, anche per la loro conversione, cosa che l’attuale Chiesa sembra non fare più ed anzi ne allontana la pratica. Al posto di un giudeo io mi offenderei con questa probabile “nuova chiesa” per averli esclusi dalle intenzioni nella preghiera cattolica.

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Chiudo con il dogma, del Magistero vincolante e con alcune citazioni di Fede cattolica

LA SACRA BIBBIA, Salani Editore 1958, introduzioni e note di Giuseppe RicciottiLA SACRA BIBBIA, Salani Editore 1958, introduzioni e note di Giuseppe Ricciotti

SIMBOLO ATANASIANO: Chiunque voglia salvarsi deve anzitutto possedere la Fede Cattolica. Colui che non la conserva integra ed inviolata perirà senza dubbio in eterno. La Fede Cattolica è questa: che veneriamo un unico Dio nella Trinità e la Trinità nell’unità. Senza confondere le persone e senza separare la sostanza … Chi dunque vuole salvarsi, pensi in tal modo della Trinità. Ma per l’eterna salvezza è necessario credere fedelmente anche all’Incarnazione del Signore nostro Gesù Cristo. La retta fede vuole, infatti, che crediamo e confessiamo che il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è Dio e uomo … Questa è la Fede Cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l’abbraccerà fedelmente e fermamente.

CONCILIO DI FIRENZE: In sesto luogo, diamo agli ambasciatori la norma sintetica di fede composta dal beato Atanasio, il cui contenuto è questo [E, segue il simbolo Atanasiano, che inizia con le parole Chiunque vuole salvarsi…]

CONCILIO DI FIRENZE: La sacrosanta Chiesa romana … Crede fermamente, confessa e predica che nessuno di quelli che sono fuori della Chiesa cattolica, non solo pagani, ma anche Giudei o eretici e scismatici, possano acquistar la vita eterna, ma che andranno nel fuoco eterno, preparato per il demonio e per i suoi angeli , se prima della fine della vita non saranno stati aggregati ad essa; e che è tanto importante l’unità del corpo della Chiesa, che solo a quelli che rimangono in essa giovano per la salvezza i sacramenti ecclesiastici, i digiuni e le altre opere di pietà, e gli esercizi della milizia cristiana procurano i premi eterni. Nessuno per quante elemosine abbia potuto fare, e perfino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo si può salvare, qualora non rimanga nel seno e nell’unità della Chiesa cattolica (Bolla di unione dei copti, sessione 11).

CONCILIO DI FIRENZE: La sacrosanta Chiesa romana … Crede fermamente, conferma e insegna che le prescrizioni legali dell’antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in cerimonie, santi sacrifici e sacramenti proprio perché istituite per significare qualche cosa di futuro, benché fossero adeguate al culto divino in quella età, venuto, però, nostro signore Gesù Cristo, da esse significato, SONO CESSATE e sono cominciata i sacramenti della nuova alleanza. Chiunque avesse riposto in quelle la sua speranza e si fosse assoggettato ad esse anche dopo la passione, quasi fossero necessarie alla salvezza e la fede nel Cristo non potesse salvare senza di esse, pecca mortalmente. Non nega, tuttavia, che dalla passione di Cristo fino alla promulgazione evangelica, esse potessero osservarsi, senza pensare con ciò minimamente che fossero necessarie alla salvezza. Ma da quando è stato predicato il Vangelo, esse non possono più osservarsi [GLI EBREI INVECE LE OSSERVANO ANCORA OGGI], pena la perdita della salvezza eterna. Essa, quindi, dichiara apertamente che, da quel tempo, tutti quelli che osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali, sono fuori della fede di Cristo, e non possono partecipare della salvezza eterna, i meno che non si ricredano finalmente dei loro errori. Ancora, comanda assolutamente a tutti quelli che si gloriano del nome di cristiani, che si deve cessare dal praticare la circoncisione sia prima che dopo il battesimo perché, che v si confidi o meno, non si può in nessun modo praticarla senza perdere la salvezza eterna.

St. Vincent Ferrer: One who dies a Jew will be damned.

St. Basil the Great: If someone should kill the beloved son of a man, and then stretch forth their hands still stained with blood to the afflicted father, asking for fellowship, would not the blood of his son, visible on the hand of his murderer, provoke him to just anger instead? And such are the prayers of the Jews, for when they stretch forth their hands in prayer, they only remind God-the-Father of their sin against His Son. And at every stretching-forth of their hands, they only make it obvious that they are stained with the blood of Christ. For they who persevere in their blindness inherit the blood-guilt of their fathers; for they cried out: “His blood be upon us, and upon our children (Matthew XXVII,25).

CATECHISMO TRIDENTINO, n° 173: Gli scrittori ecclesiastici sono concordi nel ritenere che tutti gli aspiranti alla salvezza eterna cominciarono a essere vincolati dal precetto del Battesimo nell’istante in cui, dopo la risurrezione, il Signore comandò agli Apostoli: “Andate a istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt XXVIII,19). Ciò risulta dalla testimonianza autorevole del principe degli Apostoli: “Ci rigenerò in una speranza viva, con la resurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1Pt I,3). Si può arguire pure da san Paolo: “Diede se stesso per lei [ossia per la Chiesa], per santificarla, purificandola in un lavacro d’acqua, con la parola” (Ef V,26). L’uno e l’altro Apostolo infatti fissano l’obbligo del Battesimo al tempo che seguì la morte del Signore. Perciò appare ragionevole riferire al periodo che doveva seguire la passione, le parole stesse del Salvatore: “Chi non rinascerà per acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” (Gv III,5).

PIO IX, QUANTO CONFICIAMUR MOERORE: E a questo punto, Diletti Figli Nostri e Venerabili Fratelli, ancora dobbiamo ricordare e biasimare il gravissimo errore in cui sono miseramente caduti alcuni cattolici. Credono infatti che, vivendo nell’errore, lontani dalla vera fede e dall’unità cattolica, possano pervenire alla vita eterna. Ciò è radicalmente contrario alla Dottrina Cattolica … Parimenti è notissimo il dogma cattolico secondo il quale fuori dalla Chiesa Cattolica nessuno può salvarsi e chi è ribelle all’autorità e alle decisioni della Chiesa, chi è ostinatamente separato dalla unità della Chiesa stessa e dal Romano Pontefice, Successore di Pietro, cui è stata affidata dal Salvatore la custodia della vigna , non può ottenere la salvezza eterna. Infatti le parole di Cristo Nostro Signore sono perfettamente chiare: “Chi non ascolta la Chiesa, sia per te come un pagano o come un pubblicano” (Mt XVIII,17). “Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me, e chi disprezza me disprezza Colui che mi ha mandato” (Lc X,16). “Colui che non mi crederà sarà condannato” (Mc XVI,16). “Colui che non crede è già giudicato” (Gv III,18). “Colui che non è con me è contro di me, e colui che non accumula con me, dissipa” (Lc XI,23). Allo stesso modo l’Apostolo Paolo dice che questi uomini sono “corrotti e condannati dal loro proprio giudizio” (Tt III,11) e il Principe degli Apostoli li dice “maestri mendaci che introducono sette di perdizione, rinnegano il Signore, attirano su di sé una rapida rovina”.

GREGORIO XVI, SUMMO IUGITER: Noi dunque che, seppure indegnamente, per disposizione di Dio occupiamo l’eccelsa cattedra di Pietro, tenendo fisso lo sguardo sulle direttive opportunamente emanate dai Nostri Predecessori, non abbiamo potuto, Venerabili Fratelli, non rattristarci fortemente per le molteplici e sicure notizie portate dalle vostre Diocesi (e pure da diverse altre località), secondo le quali abbiamo appreso che molti membri … vanno disseminando teorie contrarie alla verità cattolica: infatti osano affermare, come Ci è stato riferito, che … Vi sono infine alcuni fra loro che si sforzano di persuadere se stessi e gli altri che l’uomo può salvarsi non solo nella Religione cattolica, ma anche chi muore nell’eresia professata può raggiungere la vita eterna … Voi non ignorate, Venerabili Fratelli, con quanta viva e indefettibile diligenza i Nostri antenati abbiano cercato di inculcare proprio ciò che questi osano negare: quell’articolo di Fede che tratta della necessità della Fede cattolica e dell’unità per conseguire la salvezza. Si riferiscono a questo principio quelle parole dell’insigne discepolo degli Apostoli, Sant’Ignazio martire, nella lettera agli abitanti di Filadelfia: “Non lasciatevi trarre in inganno, fratelli: se qualcuno segue chi attua uno scisma, non potrà ottenere l’eredità del Regno di Dio”. Anche Sant’Agostino e gli altri Vescovi dell’Africa, riuniti nel Concilio di Cirta (Costantina) nel 412, davano al riguardo ampie spiegazioni: “Chiunque si sarà separato da questa Chiesa cattolica, pur ritenendo di vivere in modo irreprensibile, per questa sola colpa di essere separato dalla comunione con Cristo non avrà la vita, ma lo sdegno di Dio incombe su di lui”. Pur tralasciando altri passi, in numero pressoché infinito, degli antichi Padri, tesseremo le lodi di quell’insigne Nostro Predecessore, San Gregorio Magno, che afferma a chiare lettere come proprio quella fosse la dottrina della Chiesa cattolica. Dice infatti: “La santa Chiesa universale proclama che Dio non può essere debitamente adorato se non all’interno di essa. Pertanto chi se ne trova fuori non potrà assolutamente salvarsi”. Si trovano inoltre solenni documenti della Chiesa, con cui si annuncia lo stesso dogma. Nel decreto della Fede, promulgato dal Nostro Predecessore Innocenzo III, con l’assenso del Concilio Ecumenico Lateranense IV, si leggono queste parole: “Una sola, in verità, è l’universale Chiesa dei fedeli; fuori di essa nessuno può in alcun modo salvarsi”. Lo stesso dogma infine si riscontra espressamente nelle professioni di Fede proposte dalla Sede Apostolica, sia in quella in uso in tutte le Chiese latine, sia nelle rimanenti due: quella usata dai Greci e l’altra da tutti i rimanenti cattolici orientali .

Benedetto XVI in sinagogaBenedetto XVI in sinagoga

Leggeremo prossimamente altri studi sulla teologia di Ratzinger: il suo pensiero sul giudaismo, sull’Eucaristia, sul Primato di Pietro, su Lutero, sulla Penitenza (oggi “riconciliazione), sul Battesimo, sul Concilio di Trento, sul preservativo, sull’inferno, sull’ecumenismo, sulla Chiesa (che sussiste in), ecc …

Note

[1] http://radiospada.org/2013/06/18/il-falso-ecumenismo/
[2] http://radiospada.org/2013/06/14/stirpe-di-abramo-un-altro-cattolicesimo-nel-post-concilio/
[3] http://www.miliziadisanmichelearcangelo.org/content/view/3053/92/lang,it/

Pubblicato anche su www.radiospada.org

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L’annuncio agli Ebrei di Gesù come Cristo

sabato 27 marzo 2010

“Tutto Israele”

Commento della nuova preghiera Pro conversione Iudaeorum per la forma straordinaria del rito romano

III parte

L’annuncio agli Ebrei di Gesù come Cristo

“i monti Sion” Sal 47 (48), 6.

“Sion è un solo monte, perché dunque parla di monti? Forse perché a Sion sono appartenuti anche coloro che sono giunti da diverse parti, per incontrarsi nella pietra angolare e divenire, essi che erano due pareti come due monti, uno della circoncisione, l’altro della incirconcisione; uno dei Giudei, l’altro dei Gentili; anche se distinti, perché provengono da diverse parti, ormai non più avversari perché riuniti nell’angolo? Perché egli è – dice – la nostra pace, colui che ha fatto di due uno.

[…] Infine anche il figlio maggiore, che non voleva banchettare, è entrato spinto dal padre; e così le due pareti, come quei due figli riuniti nel banchetto, hanno costituito la città del grande re”

S. Agostino, Enarr. in Ps. XLVII, 3.

1. Perché annunciare?

Se gli Ebrei, come tutti, dovranno credere in Gesù Cristo, è chiaro che bisogna che qualcuno glielo annunci, giacché non si può amare ciò che non si conosce.

Sia Gesù che gli Apostoli hanno rivolto la buona novella per primi agli Ebrei; e, poi, in una via in un certo modo subordinata, ai pagani.

Non si vede perché dobbiamo fare diversamente da quanto ha fatto Gesù o da quanto ha fatto San Paolo.

Inoltre, siccome gli Ebrei sono un popolo particolare, è necessario un annuncio particolare.

2. Proselitismo?

Innanzi tutto sgomberiamo il campo da possibili obiezioni con una buona explicatio terminorum.

La parola proselitismo ha assunto una connotazione negativa: siamo i primi a voler escludere ogni mancanza di rispetto, ogni forzatura nella conversione, ogni invadenza nella presentazione degli argomenti.

E questa non è una novità post-conciliare: è vero che, per via della mentalità di intere epoche e non solo dei Cristiani, possono essersi verificati eccessi nella predicazione del Cristianesimo agli Ebrei. Ma è anche vero, ad esempio, che nei tanti conventi dove si sono rifugiati gli Ebrei durante la II guerra mondiale, non è stato fatta nei loro confronti nessuna opera di persuasione: sono stai sempre rispettati al massimo, né è mai stata loro posta alcuna condizione per essere aiutati, e questo anche rischiando la vita.

Se proselitismo dovesse indicare un pur minimo allontanamento dai criteri che hanno ispirato una simile condotta, siamo i primi ad essere anti-proselitismo.

Se invece, nel desiderio che abbia il suo compimento la realizzazione storica del tutto Israele, con grande carità, proponessimo, in occasioni opportune e in modo gentile e garbato, ai nostri fratelli Ebrei di riflettere sulla persona di Gesù Cristo – collaborando nel frattempo su orizzonti che oggettivamente ci sono comuni (ad esempio difendendo i dieci comandamenti nelle legislazioni mondiali) -, non vedo nulla di male: anzi, per noi cristiani questo è un dovere.

3. Un annuncio particolare.

Posta la particolare forma di conversione che compete agli Ebrei, che non mutano, ma perfezionano e coronano la loro religione, anche l’annuncio deve essere specifico: non è certo una missio ad gentes.

Allora quale annuncio? Proverò a proporne un’icona e una linea teoretica.

3.1 Un’icona dell’annuncio

Come icona di questo annuncio, mi sembra conveniente proporre – nel contesto della parabola del figliol prodigo[1] – la sollecitudine del buon Padre, che cerca di fare entrare nella festa il figlio maggiore; e faccio questo sulle orme si S. Agostino, che ci offre un’interpretazione meravigliosa del finale di questa parabola, nel commento al salmo 47.

Dapprima il vescovo di Ippona si chiede come mai, al versetto 3, si parla dei monti di Sion e non di un monte, come è nella realtà.

Ne conclude che i due monti sono gli Ebrei e i gentili uniti nell’unica pietra angolare:

“Sion è un solo monte, perché dunque parla di monti? Forse perché a Sion sono appartenuti anche coloro che sono giunti da diverse parti, per incontrarsi nella pietra angolare e divenire, essi che erano due pareti come due monti, uno della circoncisione, l’altro della incirconcisione; uno dei Giudei, l’altro dei Gentili; anche se distinti, perché provengono da diverse parti, ormai non più avversari perché riuniti nell’angolo? Perché egli è – dice – la nostra pace, colui che ha fatto di due uno.

S. Agostino sente quasi già realizzato questo evento, a tal punto che vola alla parabola del figliol prodigo, modificandola:

“Infine anche il figlio maggiore, che non voleva banchettare, è entrato spinto dal padre; e così le due pareti, come quei due figli riuniti nel banchetto, hanno costituito la città del grande re”[2].

Perché modificandola? Perché S. Luca lascia la parabola incompiuta: essa termina con l’esortazione del Padre al figlio maggiore ad entrare nella festa; ma non ci dice se il figlio maggiore accoglie l’invito (secondo molti autori cristiani, particolarmente S. Agostino, il figlio maggiore rappresenta il popolo ebraico; il dissoluto e freddo calcolatore figlio rappresenta i popoli pagani).

Il Vescovo di Ippona, in un vero slancio di amore, vede già compiuta la speranza del buon Padre.

Gli elementi per vedere nella parabola del figliol prodigo un’allegoria dell’ingresso degli Ebrei nella nuova alleanza non mancano:

“Suo padre allora uscì…”:

Notiamo bene uscì, perché gli Ebrei non sono ancora dentro la Nuova Alleanza;

“… a supplicarlo …”:

ecco il modello dell’annuncio agli Ebrei: una supplica amorevole e paziente.

“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo…”:

l’alleanza antica non è revocata, tu sei sempre figlio, le promesse non ti sono tolte…

“… ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”:

… ma ormai la nuova alleanza è conclusa, la Vittima immolata, anche i pagani sono figli, perché il pagano è tuo fratello, affrettati ad entrare dove c’è la festa (la nuova Alleanza)”

Quale fine vede S. Agostino per la parabola?

“Infine anche il figlio maggiore, che non voleva banchettare, è entrato spinto dal padre”.

Tutto l’apostolato nei confronti degli Ebrei si può riassumere come la condivisione della sollecitudine e della misericordia del Padre nei confronti del Figlio maggiore, unita alla speranza mostrataci da S. Agostino.

3.2 Una linea teoretica.

La Rivelazione stessa ci mostra come annunciare Gesù Cristo agli Ebrei; vorrei esaminare, in un brano già preso in esame precedentemente, la condotta di San Paolo presso la Sinagoga di Tessalonica:

“Percorrendo la strada che passa per Anfìpoli e Apollònia, giunsero a Tessalònica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: “Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio”. Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un grande numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà.”[3].

Riprendo questo brano perché il discorso di San Paolo nella sinagoga di Tessalonica è del tutto simile alla spiegazione della Sacra Scrittura che Gesù risorto svolge il giorno di Pasqua, prima ai discepoli di Emmaus e poi agli “undici e agli altri che erano con loro”[4].

3.2.1 Scholion: L’esegesi midrashica di Gesù modello dell’annuncio cristiano agli Ebrei[5].

È indispensabile, a questo punto del nostro studio, fare alcune considerazioni circa il midrash, cioè circa l’approccio culturale ebraico alla Sacra Scrittura[6].

Ai tempi di Gesù, era opinione che il significato della Scrittura non si limitasse al senso più ovvio, al significato immediato del testo: scrivono a questo proposito A.C. Avril – P. Lenhardt:

«È degno di nota il fatto che la tradizione di Israele, nell’epoca del nuovo testamento, non conosca la parola “senso”, ma solamente i termini mishma’ (“la cosa udita”) o shammua’ (“ciò che si ode”), i quali designano il senso della Scrittura in prima audizione. Non si tratta di ciò che noi chiamiamo il “senso letterale”, vale a dire il senso che il testo ha per il suo autore. Il mishma’ è senza dubbio il senso più ovvio; ma proprio in quanto tale esso né viene considerato come il senso più sicuro, né come quello migliore. Esso appare al contrario come sospetto, o per lo meno come provvisorio e da sottoporre a verifica»[7]

«…si ammette che la Scrittura non possa limitarsi a dare un unico senso, ma richieda necessariamente una molteplicità di interpretazioni: solo attraverso una tale molteplicità – purché sempre compatibile con l’insieme della Verità rivelata – si può arrivare a cogliere l’infinita potenza ed efficacia rivelativa della Parola di Dio.»[8]

Alla luce di quanto sopra, appare chiaro che, per un ebreo, ciò che “si udiva” leggendo la S. Scrittura, doveva essere interpretato; era necessario “aprire” la S. Scrittura, ricercandone i molteplici significati[9]; il midrash non é altro che la “ricerca” che “apre” il senso della Scrittura.

Per meglio comprendere il significato dell’espressione “aprire [il senso del]le Scritture”, ci può essere utile esaminare Lc 24, 25-32:

“[25] [Gesù] disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! [26] Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27] E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. [28] Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29] Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. [30] Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. [32] Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava [lett. ci apriva][10] le Scritture?»”.

In questa pericope, possiamo osservare come è Gesù stesso che fa il midrash, che “apre” il senso della S. Scrittura (ci apriva le Scritture). All’apertura del senso della Scrittura corrisponde l’apertura degli occhi (si aprirono loro gli occhi) e il riconoscimento di Gesù Cristo (lo riconobbero).

Possiamo constatare che l’oggetto del midrash non é soltanto la S. Scrittura, ma sono anche gli eventi storici, in particolare quelli concernenti Gesù; esaminiamo ora anche i versetti precedenti: Lc 24, 18-20:

” [18] uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [19] Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20] come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso»”.

Se osserviamo le espressioni tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno al v. 19 e ciò che si riferiva a lui al v. 27, vediamo che l’esegesi del testo biblico operata da Gesù non è stata altro che mostrare come i fatti accaduti in Gerusalemme e conosciuti da tutti fossero già conte­nu­ti in tutto l’Antico Testa­men­to. Si vede chiaramente che non è la vita di Gesù che viene rivestita di un mito, ma è l’antico Testamento – con un processo diametralmente opposto a quello ipotizzato da Bultmann – che viene demitizzato: l’Antico Testamento aveva narrato – unico caso di un biografia scritta prima che il protagonista fosse nato – la vita di Gesù: come? La storia della salvezza è significativa della vita di Cristo.

Dice bene San Tommaso che:

“l’autore della sacra Scrittura è Dio. Ora, Dio può non solo adattare parole per esprimere una verità, ciò che può anche l’uomo; ma anche le cose stesse. Quindi, se nelle altre scienze le parole hanno un significato, la Sacra Scrittura ha questo in proprio: che le cose stesse indicate dalla parola, alla loro volta ne significano un’altra”[11].

Questo è il senso spirituale della Sacra Scrittura.

Nella Scrittura le cose, ovvero i fatti narrati cominciando da Mosé e dai profeti, significano Gesù Cristo: se vogliamo usare una bella espressione di Eliáde, secondo cui “il mito trasforma l’evento in categoria”[12], è l’Antico Testamento che sta dalla parte del mito, ove gli eventi sono in qualche modo categorie universali, contenendo principalmente Nostro Signore Gesù Cristo, sempre lo stesso ieri, oggi e nei secoli.

Non è dunque l’esperienza dei primi cristiani che crea arbitrariamente un fatto; ma la storia, a tutti nota e da tutti ritenuta certa, con tanto di testimoni[13], viene confrontata con l’Antico Testamento. Questo tipo di ermeneutica porta a constatare anche come Dio è fedele nel compiere le sue promesse.

Per usare un’espressione di San Paolo, il midrash cristiano é la ri­cer­ca, all’interno della S.Scrittura, confrontata con la vi­ta di Cristo, di come, in Gesù, tutte le promesse di Dio sono diventate “sì”.[14]

Vorrei citare ora un brano di Sant’Agostino, che espone questo concetto da par suo:

“Sia viva l’anima vostra e si ridesti volgendosi a Dio! Sta di fatto che Dio ha stabilito il tempo per le sue promesse ed ha stabilito il tempo per adempiere ciò che aveva promesso. Il tempo delle promesse fu quello che va dai Profeti fino a Giovanni Battista; quello, invece, che di là procede in avanti fino alla fine, è il tempo dell’adempimento delle promesse. Ed è fedele Dio, il quale si è fatto nostro debitore, non perché ha ricevuto qualcosa da noi, ma perché a noi ha promesso cose tanto grandi. Gli parve poco la promessa, ed allora Egli volle vincolarsi anche con un patto scritto, come obbligandosi con noi con la cambiale delle sue promesse, perché, quando cominciasse a pagare ciò che aveva promesso, noi potessimo verificare l’ordine dei pagamenti. Dunque il tempo dei profeti era di predizione delle promesse.
Si doveva dunque preannunciare con profezie che l’unico Figlio di Dio sarebbe venuto tra gli uomini, avrebbe assunto la natura umana e sarebbe così diventato uomo e sarebbe morto, risorto, asceso al cielo, si sarebbe assiso alla destra del Padre; egli avrebbe dato compimento tra i popoli alle promesse e, dopo questo, avrebbe anche compiuto la promessa di tornare a riscuotere i frutti di ciò che aveva dispensato, a distinguere i vasi dell’ira dai vasi della misericordia, rendendo agli empi ciò che aveva minacciato, ai giusti ciò che aveva promesso. Tutto ciò doveva essere preannunziato, perché altrimenti egli avrebbe destato spavento. E così fu atteso con speranza perché già contemplato nella fede”[15].

I vangeli dunque non sono altro il confronto di fatti storici realmente accaduti con l’Antico Testamento e la constatazione della veridicità e del compimento delle promesse di Dio[16].

3.2.2 L’esegesi midrashica di San Paolo, modellata su quella di Gesù.

Nella Sinagoga di Tessalonica, San Paolo, parlando ad Ebrei, non fa altro, alla stregua di Gesù, che confrontare la Scrittura con la storia: gli scritti ispirati raccontano Gesù, il Cristo, che doveva morire e risorgere:

Confrontiamo, in uno schema sinottico, i versetti chiave dei brani esaminati:

Lc 24, 25-27 passim:

Disse loro: “… Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui

Lc 24, 44-48 passim:

bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi“. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno… Di questo voi siete testimoni.

At 17, 1-3 passim:

“c’era una sinagoga dei Giudei. Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: “Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio”.

3.2.3 L’opinione di Jacob Neusner

A sostegno della tesi per cui nei vangeli – e quindi anche nella predicazione paolina – ritroviamo tutte le caratteristiche del più genuino midrash, riporto quanto afferma uno dei maggiori studiosi ebrei di questo fenomeno culturale, Jacob Neusner:

“Ciò che noi abbiamo in tutto il Nuovo Testamento, come pure nella biblioteca essena di Qumran, è un’esegesi del tutto peculiare: una lettura dei versetti dell’antica Scrittura alla luce di uno schema verificabile di eventi concreti: L’esegeta mette in relazione le Scritture dal passato a cose che sono successe nei suoi giorni. La sua forma [letteraria] serve a questo scopo”[17].

3.3.4 Una prima conclusione

Se ci chiediamo come annunciare Gesù come Cristo agli Ebrei, la rivelazione stessa ci dice di confrontare la storia con le profezie dell’Antico Testamento: queste si riassumono sostanzialmente in un unico enunciato: Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti: Gesù è il Cristo.

San Paolo, ben lontano dall’aspettare che intervenga il buon Dio alla fine del mondo[18], fin da subito, nelle sinagoghe, predica la buona novella anche agli Ebrei.

E la Chiesa non può che seguire l’esempio del suo Divino Maestro e degli gli Apostoli.

4. Le difficoltà pratiche.

Non è sufficiente però dare una risposta teorica alla domanda che ci eravamo posti su come annunciare Gesù Cristo agli Ebrei. Mi si potrebbe obiettare che mai gli Ebrei accetterebbero il dialogo con chi dichiara apertamente di volerli convertire (il che per loro costituisce una apostasia).

Rispondo che già in partenza sappiamo che il dialogo è difficilissimo, in quanto l’articulum stantis aut cadentis è Gesù Cristo.

Allora come può andare avanti il dialogo?

In primo luogo bisogna tenere presente che il dialogo inter-religioso è cosa diversa dall’apostolato.

Una soluzione molto equilibrata è quella proposta dall’episcopato statunitense, dove viene distinto il dialogo inter-religioso dall’annuncio evangelico[19]. Senza negare che i cattolici hanno costituzionalmente nel cuore il desiderio che tutti gli uomini conoscano Gesù Cristo, non è obbligatorio per noi sempre e in ogni occasione proclamare formalmente il kerygma (anche se il buon esempio è già una forma di missione).

Posto dunque che i Cristiani credono in Gesù Cristo che è già venuto, e gli Ebrei lo aspettano ancora, senza nascondere o dimenticare questa differenza, non sarà possibile trovare tanti punti comuni e tanti obiettivi pratici da perseguire congiuntamente?

Riporto un passo del discorso di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma

“In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I passi compiuti in questi quarant’anni dal Comitato Internazionale congiunto cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla Commissione Mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di continuare un dialogo aperto e sincero”[20].

Una simile soluzione, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, è ben più dignitosa di un compromesso pasticciato – conversione sì ma alle calende greche – e di cui gli Ebrei stessi non sono entusiasti[21].

Nel frattempo si può progredire nella conoscenza e nella stima reciproca; fermo restando che una simile amicizia può realmente aiutare a togliere tra i cristiani ogni traccia di anti-semitismo e di anti-giudaismo (anticamera dell’antisemitismo). È chiaro che i cattolici non possono essere anti-giudaici, perché chi ama non è anti, ma pro.

5. Ciò che può cominciare ad unirci.

Una posizione cattolica nel dialogo tra ebrei e cristiani come descritta sopra, è assolutamente anti-relativista. Senza imporre niente a nessuno, pur fatto salvo il dovere di ogni uomo di cercare la verità, il presupposto è che la verità esiste e che può essere raggiunta dall’intelletto umano, in questa e nell’altra vita, con diversi gradi di evidenza.

Se il relativismo tenta di insinuarsi nella fede cattolica e cerca di spingere i cristiani verso un cristianesimo senza Cristo, non è forse vero che propone agli Ebrei un Ebraismo senza Mosè?

E il relativismo non è un buon alleato del popolo ebraico.

Ponzio Pilato, che si chiedeva, per conto di tutti i relativisti della storia, “che cos’è la verità?”[22], non è forse il rappresentate di quella Roma che ha sì condannato Gesù Cristo, ma che ha distrutto il secondo tempio (e la distruzione del tempio è – in un certo senso – un prologo della Shoa)?

Ancora adesso l’alleanza con il relativismo costituisce una tentazione per la Sinagoga.

È in atto anche in Italia una certa propaganda del noachidismo, che consiste nel proporre ai non ebrei l’osservanza di sette precetti[23], dati da Dio ad Adamo e a Noè – quindi prima dell’alleanza con Abramo e dell’elezione di Israele.

Non manca chi propone ai Cristiani una conversione a questa nuova mentalità noachica[24].

La propaganda del noachidismo potrebbe essere un punto di incontro con la pseudo-religiosità massonica e il suo ideale di religione universale basata su un minimo comune denominatore che unisca gli uomini nella tolleranza reciproca[25].

E infatti il Rabbino Di Segni, il 26 maggio 2003, in visita a Villa Medici, sede del Grand’Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, illustrò proprio “Il Patto Noachita”.

Giuseppe Abramo, Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia, commentò così l’intervento del rabbino:

“non si può non nominare lo straordinario respiro cosmico dell’ebraismo, nel momento in cui questa dottrina, lungi dall’affermare l’esistenza di una religione giusta, che escluda le altre, promette salvezza a chiunque accetti spontaneamente e sinceramente i Sette Precetti dei Figli di Noè. È la stessa apertura alla tolleranza che, insieme al trinomio caro a noi Massoni (libertà, uguaglianza e fratellanza) guida e regola i lavori massonici”[26].

Ma è questa una via redditizia per gli Ebrei?

È molto meno rischioso per gli Ebrei confidare in chi avrà sempre l’obbligo immutabile, il supremo comandamento del Maestro, di dare la vita per loro, piuttosto di chi oggi li può considerare alleati (secolarizzati) e domani nemici da distruggere. Pilato docet.

In base a quanto detto, gli Ebrei devoti e non secolarizzati potranno trovare un punto di unione con i Cristiani, per difendersi dalla minaccia del relativismo.

6. Ciò che alla fine ci unirà.

Benedetto XVI, in visita ad Auschwitz, ha fornito l’interpretazione teologica cattolica dello sterminio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale:

“I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall’elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: “Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello” si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte”[27].

Alla luce di quanto il Papa afferma, se è dovere di noi cristiani ricordare la Shoa, anche gli Ebrei non possono esimersi dal considerare come i cristiani sono stati in passato e sono ancora oggi la comunità più perseguitata della terra, dalla fondazione della nostra santa religione fino alla fine del mondo.

In altre parole, insieme abbiamo sperimentato l’odio di satana e l’odio del mondo, che vogliono cancellare ogni “testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo” e “strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte”.

Vengono in mente le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, che descrive, con parole simili, i tempi dell’anticristo:

Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti.La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terrasvelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”[28].

Come non vedere affinità tra “la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte” e “l’impostura religiosa … in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio”?

Siccome “l’uomo nella prosperità non comprende”[29], non saranno forse i tempi di una comune e feroce persecuzione a farci riflettere e a farci deporre ogni pregiudizio?

Allora, quando “uscirà da Sion il liberatore”[30], incontrerà i pochi cristiani che non si saranno fatti trascinare dal’apostasia generale e gli Ebrei, che, a quel punto, nella totalità morale, riconosceranno Gesù Cristo e saranno reinnestati: e allora…

“Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità!”[31]

e così…

“Allora tutto Israele sarà salvato”[32].

7. Conclusioni generali

Ho cercato di commentare la nuova preghiera pro Iudeis, tendo conto del dibattito teologico su Israele in campo cattolico e dei problemi del dialogo inter-religioso ebraico cristiano.

La nuova preghiera è discreta, toglie alcune espressioni delle preghiere del passato che sono lecite, in quanto tratte dalla Scrittura, ma che potrebbero essere dure per l’interlocutore.

Pur con questa discrezione, la preghiera appare inconciliabile con la teoria delle due vie di salvezza parallele (teoria quantitativamente dominante presentata dai media come svolta conciliare), e si pone in continuità con il passato.

Viene richiamata la necessità che gli Ebrei riconoscano Gesù Cristo e che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità: quindi si esclude una via di salvezza senza la conoscenza della verità, che per noi non è una teoria, ma una Persona: Gesù Cristo.

Il titolo rubricale Pro conversione Iudeorum, lasciato nella micro-riforma della Messa di San Pio V, sancisce l’attualità e la liceità della categoria teologica conversione degli Ebrei (anche se abbiamo visto come questa conversione ha una sua specificità e possa considerarsi, da un punto di vista soggettivo, un arrivo o un coronamento).

L’interpretazione del Card. Kasper, che sposta la conversione degli Ebrei oltre la fase apocalittica della rivelazione, appare come un arrampicarsi sugli specchi, e lascia gli Ebrei stessi insoddisfatti.

Oltretutto questa spiegazione lascia in una sorta di limbo il piccolo ma continuo numero di Ebrei che si convertono, che annovera già santi e martiri, e di cui San Paolo dice che “anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia”[33].

È inaccettabile anche l’affermazione che agli Ebrei non va annunciato Gesù Cristo: gli Ebrei sono stati i primi destinatari del Vangelo – sia da parte di Nostro Signore, sia da parte degli Apostoli – e la Chiesa non può percorrere altre strade.

Quale dialogo possibile con queste premesse?

Senza nascondere il desiderio e l’auspicio che tutti gli uomini credano in Gesù Cristo, si può distinguere operativamente il dialogo inter-religioso dall’apostolato.

Rimangono molte cose nelle quali si può lavorare assieme; queste sono state descritte mirabilmente nell’ultimo discorso di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Il lavoro comune accrescerà la conoscenza e la stima reciproca, demolendo piano piano tanti pregiudizi.

Il discorso del Papa ad Auschwitz assume una certa valenza profetica: Ebrei e Cristiani sono oggetto di un feroce odio satanico che ha le caratteristiche dell’odio dell’anticristo. Constatare come siamo assieme perseguitati e per la stessa ragione (la diabolica volontà cancellare ogni “testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo”) potrà far maturare cose meravigliose. Essendo la minaccia relativista la premessa di questi eventi, se la Sinagoga riuscirà a fuggire la tentazione dell’alleanza con la Loggia, già fin d’ora la difesa dal comune nemico (il relativismo) potrebbe dare a entrambi maggior consapevolezza del nostro misterioso stato di fratelli.

Prima di concludere, vorrei elogiare un Vescovo coraggioso, che non ha avuto timore di andare contro-corrente: si tratta di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Lugi Negri, Vescovo di San Marino – Montefeltro. Così il giornalista Riccardo Cascioli riassume un articolo dello stesso Mons. negri sulla rivista Studi Cattolici:

“Non si capisce perciò come alcuni cattolici possano sostenere che «la missione valga per tutti gli uomini meno che per qualche categoria (per esempio gli islamici e gli ebrei)». O che «la singolarità del rapporto tra Israele e Chiesa è quello del peculiare percorso salvifico ebraico, per cui rispetto all’ebraismo non può esserci missione istituzionalizzata da parte cristiana».

«Per un’autentica coscienza della fede – chiosa il vescovo di San Marino – questo risulta inconcepibile: come se ci fosse una via alla salvezza che prescinde dall’avvenimento di Cristo, dall’incontro con Lui, dalla sequela di Lui e dalla conversione a Lui, così come è presente misteriosamente, fino alla fine dei tempi, nella sua Chiesa che è il suo Corpo e il suo Sacramento»”[34].

Che Maria, Madre ebrea di Gesù ebreo, aiuti il dialogo tra i discepoli e i consanguinei del suo Figlio. Amen!

Don Alfredo Morselli, Stiatico di San Giorgio di Piano, 24-3-2010

NOTE

[1] Cf. Lc 15, 11-32; “La parabola del padre misericordioso, che invita il figlio maggiore ad aprire il suo cuore al prodigo, non suggerisce direttamente l’applicazione, che talvolta è stata fatta, alle relazioni tra ebrei e Gentili (il figlio maggiore rappresenterebbe gli ebrei osservanti, poco inclini ad accogliere i pagani, considerati peccatori). È possibile tuttavia ipotizzare che il contesto più ampio dell’opera di Luca lasci una possibilità a questa applicazione, a causa della sua insistenza sull’universalismo”: Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001), § 74.

[2] S. Agostino, Enarr. in Ps. XLVII, 3.

[3] At 17, 1-4.

[4] Lc 24, 13-48.

[5] Riprendo qui alcune osservazioni già pubblicate nel mio libro La negazione della storicità dei Vangeli. Storia, cause e rimedi, Seriate 2006, p. 47.

[6] Cf. R. Le Déaut, “A propose d’une définition de midrash”, Biblica 50 (1969), 395-413, e A.C. Avril – P. Lenhardt, La lettura ebraica della scrittura, Magnano: Qiqaion, 1984.

[7]A.C. Avril – P. Lenhardt, La lettura ebraica, p. 63.

[8]A.C. Avril – P. Lenhardt, La lettura ebraica, p. 63.

[9]Ecco alcuni passi della Mishnah che chiariscono come un ebreo percepiva la pluralità dei significati della Scrittura: «Abbajé dice: Siccome la Scrittura dice: “Una cosa ha detto Dio, due ne ho udite; è questa la potenza di Dio” (Sal. 62.12), (se ne deve dedurre che) un solo passo scritturistico dà luogo a dei sensi molteplici…»; cf. b.Sanhedrin 34a, cit. in A.C. Avril – P. Lenhardt:, La lettura ebraica, p. 108; «Rabbì Jochana dice: Che cosa significa ciò che sta scritto: “Il Signore ha dato una parola, annunci per un’armata numerosa” (Sal. 68.12)? Ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza sul monte Sinai si divideva in settanta lingue. É stato insegnato nella scuola di Rabbì Ishmael: “Non é forse così la mia parola: come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roc­cia?” (Ger. 23.29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue.»; cf. b.Shab­bat 88b, cit. in La lettura ebraica, p. 109.

[10] “ὡς διήνοιγεν ἡμῖν τὰς γραφάς”.

[11] “…auctor sacrae Scripturae est Deus, in cuius potestate est ut non solum voces ad significandum accommodet (quod etiam homo facere potest), sed etiam res ipsas. Et ideo, cum in omnibus scientiis voces significent, hoc habet proprium ista scientia, quod ipsae res significatae per voces, etiam significant aliquid”, S. Th., Iª q. 1 a. 10 co.

[12] Cit. in: Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Roma: Città Nuova – Libreria Editrice Vaticana, 1985, p. 36/1.

[13] Lc 24, 48: “Di questo voi siete testimoni”.

[14]Cf. 2 Cor. 1, 20.

[15] S. Agostino d’Ippona, Enarrationes in Psalmos, 109, 1. 3.

[16] A sostegno della tesi per cui nei vangeli ritroviamo tutte le caratteristiche del più genuino midrash, riporto quanto afferma uno dei maggiori studiosi ebrei di questo fenomeno culturale, Jacob Neusner: “Ciò che noi abbiamo in tutto il Nuovo Testamento, come pure nella biblioteca essena di Qumran, è un’esegesi del tutto peculiare: una lettura dei versetti dell’antica Scrittura alla luce di uno schema verificabile di eventi concreti: L’esegeta mette in relazione le Scritture dal passato a cose che sono successe nei suoi giorni. La sua forma [letteraria] serve a questo scopo” (“What we have in all of the New Testament Gospel, as in the Essene library of Qumran, is an entirely distinctive sort of exegesis: a reading of the verses of ancient Scipture in light of an avaible scheme of concrete events. The exegete relates Scriptures from the past to thing that have happened in his own day. His form serves that goal”); Jacob Neusner, What is a midrash?, Philadelphia: Fortress Press, 1987, p. 40.

[17] “What we have in all of the New Testament Gospel, as in the Essene library of Qumran, is an entirely distictive sort of exegesis: a reading of the verses of ancient Scipture in light of an avaible scheme of concrete events. The exegete relates Scriptures from the past to thing that have happened in his own day. His form serves that goal”; Jacob Neusner, What is a midrash?, Philadelphia: Fortress Press, 1987, p. 40.

[18] “Come purtroppo suggerisce indebitamente il Card. Kasper, stravolgendo San Bernardo: “Per sostenere quest’interpretazione ci si può riferire a un testo di san Bernardo di Chiaravalle, che dice che non siamo noi a doverci occupare degli ebrei, ma che Dio stesso se ne occuperà”.

[19] Cf. La Nota dottrinale della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti A Note on Ambiguities Contained in «Reflections on Covenant ond Mission», del 19-6-2009, precedentemente citata.

[20] Visita alla Comunità Ebraica di Roma, Parole del Santo Padre Benedetto XVI, Sinagoga di Roma , Domenica, 17 gennaio 2010; testo ripreso dal sito WEB della Santa Sede: http://tinyurl.com/ycb52o4.

[21] Riccardo di Segni, intervistato da Avvenire, alla domanda: “Tutto chiarito invece sulla questione della preghiera del venerdì santo alla quale lei accennava prima?”, ha risposto: “Sull’argomento direi che è stato raggiunto un armistizio “politico”, più che una pace vera. Nel senso che è stato chiarito dalle più alte autorità della Chiesa che la conversione non si riferisce all’immediato, ma è trasferita alla fine dei tempi”; “Di Segni: «Indietro non si torna»”, Avvenire, 16 gennaio 2010, cf. http://tinyurl.com/yh9fqg7.

[22] Gv 18, 38.

[23] I precetti noachici sono: 1. Non adorare gli idoli
2. Non profanare il Nome
3. Non uccidere
4. Non commettere atti sessuali proibiti
5. Non rubare
6. Perseguire la giustizia
7. Non essere crudele con gli animali: per una prima infarinatura, vedi il Sito noachide, http://www.benenoach.info/dblog/articolo.asp?articolo=3.

[24] Scrive Marco Morselli: “Rav Elia Benamozegh in un’opera postuma pubblicata a Parigi nel 1914 scriveva: «La riconciliazione sognata dai primi cristiani come una delle condizioni della Parusia, o avvento finale di Gesù, il ritorno degli ebrei nel seno della Chiesa, senza di cui le diverse confessioni cristiane sono concordi nel riconoscere che l’opera della redenzione rimane incompleta, questo ritorno si effettuerà non come lo si è atteso, ma nel solo modo serio, logico e durevole, e soprattutto nel solo modo proficuo al genere umano. Sarà la riunione dell’ebraismo e delle religioni che ne sono derivate, e, secondo la parola dell’ultimo dei profeti, il sigillo dei veggenti, come i dottori chiamano Malachia, “il ritorno del cuore dei figli ai loro padri”» (Ml 3,24). Non vi è una Nuova Alleanza che si contrapponga a una Vecchia Alleanza, non vi è neppure un’unica Alleanza Vecchio-Nuova che costringerebbe gli ebrei a farsi cristiani o i cristiani a farsi ebrei. Vi è un’unica Torah eterna che contiene molte Alleanze, i molti modi in cui il Santo, benedetto Egli sia, rivela il suo amore per gli uomini e indica le vie per giungere all’incontro con Lui”. Il dialogo ebraico-cristiano da un punto di vista ebraico, conferenza del Prof. Marco Morselli pronunziata a Roma il giorno 10 marzo c.a. -Via Aurelia 476 – nell’Aula Magna dei Fratelli delle Scuole Cristiane; cf. http://tinyurl.com/y9x7yva, visitato il 24 marzo 2010.

[25]l’alleanza noachide non prescrive nessuna cultura, nessuna religione, nessun mito, nessun rito, è compatibile con tutte le culture e con tutti i diversi modi di essere umani”; Ibidem.

[26] “Il rabbino capo Di Segni incontra il Grande Oriente”, Erasmo Notizie, bollettino di informazione del Grand’Oriente d’Italia, anno V – Numero 11 – 15 giugno 2003, p. 2. Inoltre negli scritti di Maimonide si trovano delle considerazioni, a proposito dei sette precetti noachici, che calzano a pennello con il pensiero massonico: egli dichiara che i non-Ebrei che osservano le sette leggi riconoscendone l’origine Divina sono chiamati Chasidei Umot HaOlam, ovvero “i Giusti tra le nazioni del mondo”, mentre coloro che le osservano soltanto per motivi razionali, avendo riconosciuto la loro validità tramite l’intelletto, sono Chochmei Umot HaOlam, cioè uomini saggi. Hilchot Melachim 8:11, cit. in Informazioni e approfondimenti sui precetti Noachidi, http://tinyurl.com/ygm22gw, visitato il 24 marzo 2010.

[27] Benedetto XVI, Discorso durante la visita al campo di Auschwitz, 28 maggio 2006. Citazione dal sito WEB della Santa Sede: http://tinyurl.com/3cjqe4, visitato il 24 marzo 2010.

[28] CCC 675. Riporto anche il seguito, per comodità e giovamento del lettore:

676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo,soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato «intrinsecamente perverso».

677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione.Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesasecondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del maleche farà discendere dal cielo la sua Sposa.Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudiziodopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa”.

[29] Sal 49, 13.

[30] Is 59,20 cit. in Rm 11, 26.

[31] Rm 11, 12.

[32] Rm 11, 26.

[33] Rm 11, 5.

[34] R. Cascioli, “La conversione degli ebrei è ancora attuale?”, in http://tinyurl.com/y8eugkk ; sito visitato il 1 marzo 2010.

[35] Intervista di Giuseppe Rusconi a Roccardo di Segni; Il Consulente RE online, http://www.ilconsulentere.it/stampaArticolo.php?id=244, visitato il 23 marzo 2010.

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La Chiesa della “superstizione ecumenista”: opera finale dell’Anticristo!

di Arai Daniele

La trama per irretire un immenso popolo di anime per il regno infernale, passa per l’inganno finale della «nuova coscienza» di una chiesa che più universale non si può. Per l’esecuzione di tale progetto il Nemico convoca da secoli i suoi anticristi usando tutte le insidie e seduzioni di cui è capace.

L’impresa per la sua rifinitura, mirava a ergere una superchiesa che fosse oltre il solito ammasso di opinionisti su Dio, uniti soltanto dagli gnosticismi di moda o dal coro guidato da liberi pastori e muratori; essa doveva poter esibire, il nome di cattolica e apostolica, dispondo d’ogni indumento e orpello antico a testimonianza del suo «nuovo ordine» per la nuova pace globale.

Gli ultimi anticristi, irretendo perfino branchi di tradizionalisti aggrappati al latinorum, compirono e continuano a compiere tale «compito superlativo».

È comunque un dato scientifico che tale super Spirito anticristico riesce bene con le padelle, ma s’impiccia coi coperchi: lasciando sempre la coda di fuori.

Ha potuto varcare le mura vaticane con i suoi anticristi per farli sedere sul trono più alto, ma non può annullare la promessa del Signore sul non preavalebunt loro sulla Sua Chiesa; Egli susciterà sempre testimoni che dai tetti, a tempo e a contrattempo, denunceranno le false dottrine e abominazioni della falsa chiesa ecumenista, che porta la puzza della sua coda ad Assisi!

La nuova chiesa – della superstizione ecumenista

Perché superstizione? Esaminiamo questo termine specialmente con l’aiuto dell’Enciclopedia Cattolica (sigla EC. V. XI, pp.1574-76), ma anche di libri, dizionari e vocabolari di filosofia, tra cui “Vocabulaire de la Philosophie” di E. Jolivet. SUPERSTIZIONE (s.). – Dal lat. superstitio “star fuori o al di sopra” designa nel­l’etnologia religiosa lo stato d’isolamento dal mondo circostante, in grazia di una emozione o stimolo spe­ciale; presso i Romani ha il significato di eccesso, esagerazione, osservanza superflua (cf. Lucrezio, V, 56-59; Isidoro, Etym., VIII, 3; Nonio Marcello, De come. dottrina, V, 36; da escludere l’etimologia po­polare di Cicerone, De nat. deorum, II, 28).

Il termine superstitio, nella Volgata traduce due dif­ferenti espressioni greche; negli Atti (17, 22; 25, i9) ri­sponde alla voce che vuol dire credenza religiosa verso divinità malamente conosciute; nella let­tera ai Colossesi (2, 23), traduce l’espressione che designa pratiche speciali più che un puro senti­mento religioso. Questi due termini scritturali continuano ad avere significati diversi presso i Padri greci (cf. Cle­mente d’Alessandria, Protrept.: PG 8, 224; SITOM, 1. VII, i e 4: PG 9, 408, 428; Origene, Contra Cels., 1, II, 2: PG i i, 800; Eusebio, Hist. eccl., VI, 12; Basi­lio, Const. monast., 25 : PG 31, 1412; Epifanio. Adv. haer.: PG 41, 172, 1040; Teodoreto, Epist., 161: PG 83, 1460). Per i Padri latini la s. è una contraffazione della vera religione, una religione simulata, che è quella dei culti pagani (cf. Lattanzio, Div. instit., IV, 28: PL 536; in particolare s. Agostino, in Ps. XCV, n. 5: PL 38, 377-78; De Civ. Dei, IV, 30: PL 41, 136-38).

Il medioevo si limita a coordinare, sotto l’aspetto teologico, tutte le nozioni precedenti, che, cioè, la s. è un vizio, una deformazione eccessiva, capricciosa, vana e pagana della virtù della religione (Sum. Theol., 211-2112,q. 92, a. 1). Della s., infine, il Suàrez (De relig., t. III, 1. II, cap. 1; ed. Vives, t. X, III, Parigi 1861, p. 469 sgg.), fornisce una minuta e sottile analisi psicologica.

Sotto il nome di s., che gli scolastici chiamano cultus vitiosus veri vel falsi numinis, va compreso il culto al vero Dio, ma in maniera errata (culto indebito), e il culto pre­stato ad una creatura (culto di un Dio falso; v. IDOLATRIA). Nel culto falso del vero Dio – vero nelle sue aspirazioni e falso nelle sue applicazioni – si distinguono due elementi: la stima, che si ha della persona che si vuole onorare, e il segno, usato per prestarvi il culto. Non manca un elemento di verità e di bontà: la stima del vero Dio. L’errore sta nella parte materiale del culto, nell’utilizzare, cioè, procedimenti o mezzi punto idonei ad onorare Dio (Sum. Theol., 211-2112, q. 93, a. 1). Perciò la s. si basa o sul significato falso di un segno o sulla falsa intenzione di chi compie l’atto di religione, p. es.: onorare Dio con le cerimonie del Vecchio Testamento, ecc… così, p. es., aggiungere, contro le rubriche, alle funzioni sacre par­ticolari cerimonie, preghiere, ecc., (figuriamoci Assisi!)

Il culto falso del vero Dio, il cui disordine è grave ex genere suo (cf. s. Agostino, Contra mendacium, cap. 3), è ingiurioso a Dio, che non si può adorare con la falsità e la menzogna, ed è di danno alla religione, perché la si rende sospetta di errore. Nel culto superfluo del vero Dio, i moralisti trovano generalmente materia di peccato ve­niale, inquanto non vi si scorge grave irriverenza o cattiva volontà, ma piuttosto leggerezza, superficialità. Si ag­giunge, però, che propter contemptum vel praeceptum si può ravvisare il peccato grave. Non bisogna, pertanto, considerare questi eccessi come cose insignificanti, col pretesto che non sono di ostacolo, ma di aiuto al vero culto di Dio, perché «ogni disordine nel­le cose religiose è grave». La colpevolezza di queste s. cultuali varia se­condo, sia sull’importanza che vi si da, sia sull’ori­gine dell’autorità che vi si attribuisce, sia l’efficacia che vi si ascrive e la diffusione che vi si vuol dare. Il CIC (can. 1251) riconosce agli Or­dinari locali il dovere di vigilare, affinché il Culto divino, in tutte le sue varie mani­festazioni, si conservi puro da qualsiasi superstizione».

Dove sono, però, i vescovi cattolici che vigilano affinché la grande superstizione di Assisi non si diffonda infettando il vero Culto divino della Chiesa; che seguono almeno le istruzioni della «Mortalium animos» di Pio XI?

La «Mortalium animos» contro le superstizioni ecumenistiche

L’importante Enciclica «Mortalium animos» del 1928 fu scritta proprio in vista di queste deviazioni ecumenistiche, allora il «pancristianesimo» di dom Beauduin, l’uomo di fiducia del cardinale Mercier, che in seguito si è visto costretto a dare le dimissioni da priore del monastero di Amay. Mentre Pio XI accusava gli errori del metodo Beauduin, Roncalli lo applicava. Mentre Pio XI accusava «la falsa religione pancristiana» che avrebbe eretto una nuova Chiesa, i profeti ecumenisti avanzavano nelle loro carriere.

Quanto ai separati resta valido il giu­dizio espresso da Pio XI nella Morta­lium animos sul movimento ecumenista da loro avviato e nel quale i neomo­dernisti hanno, a partire dal Vaticano 2, impegnato anche il mondo cattolico: ‘se è facile trovare molti acattolici che predicano con belle parole la fraterna comunione in Gesù Cristo, non se ne rinviene pur uno a cui cada in mente di sottomettersi al governo del Vicario di Gesù Cristo» e, se trattano con la Chiesa cattolica, è «con l’idea e la speranza che “la Chiesa del Dio vivo, la colonna e il sostegno della verità” (1 Tm. 2, 4) faccia getto dell’integrità della fede e tolleri i loro errori», non già «per sottomettersi al magistero e al governo di Lei». Di qui il severo monito, disprezzato dai modernisti di ieri e di oggi, ma la cui verità è sotto gli occhi di tutti: «in nessun modo i cat­tolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi: se ciò facessero, dareb­bero autorità ad una falsa religione cristiana, assai diversa dall’unica Chiesa di Cristo»

L’Unità della Chiesa negli insegnamenti Pontifici

Tutto il Magistero papale illustra l’Unità della Chiesa come comunione nella stessa Fede, negli stessi Sacramenti, negli stessi vincoli di carità reciproca, nella sottomissione al Capo della Chiesa, N. S. Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, per la cui missione di compiere la Volontà del Padre la Chiesa esiste. La chiave dell’Unità nella Chiesa è la Verità rivelata da Dio. Questa è la Fede, una e unica, che i fedeli chiedono alla Chiesa. Così come non c’è una fede parziale, non vi è unione incompleta nella fede, che tenderebbe ancora alla pienezza nella Chiesa. L’unità umana in materia religiosa non è determinante ma determinata; non ha senso se priva del principio e fine della religione rivelata: l’unica Fede divina.

Bonifacio VIII nella Bolla Unam Sanctam (18/11/1302), solennemente dichiara: “Per mandato di fede siamo tutti tenuti a credere e professare che vi è una sola Santa Chiesa Cattolica e Apostolica, invocata dallo Sposo nei Cantici (Cant. 6, 8): Una è la colomba mia, la mia perfetta, l’unica della madre sua, l’eletta per la sua genitrice. Fuori di essa non vi è salvezza né perdono dei peccati…, dichiariamo, affermiamo, definiamo e pronunciamo, che sottomettersi al Romano Pontefice è di necessità per la salvezza di ogni creatura umana” (Dz 469).

“La Chiesa cattolica è UNA: Essa non è rotta o divisa”. Leone XII, PA, 149: “La Chiesa è un tutto indivisibile, perché Cristo, con la sua Chiesa, è indiviso e indivisibile”. “Per essere cristiano si deve essere romano”, Disc. You have, 1502, (8/10/1957) di Pio XII. “Non può avere Dio per padre, chi non ha per madre la Chiesa” (S. Cipriano, De catholicae Ecclesiae unitate, citato da Pio XII).

La dottrina tradizionale sull’ecumenismo è stabilita nell’Instructio de motione oecumenica emanata dal Santo Officio (20/12/1949, in AAS del 31/1/1950), che riprende la Mortalium animos di Pio XI:

1) la Chiesa cattolica possiede la pienezza del Cristo e non deve perfezionarla ad opera delle altre confessioni;

2) non si deve perseguire l’unione per via di una progressiva assimilazione delle varie confessioni di fede né mediante un’accomodazione del dogma cattolico a un altro;

3) l’unica vera unione delle Chiese può farsi soltanto col ritorno dei fratelli separati alla vera Chiesa di Dio;

4) i separati che si ricongiungono alla Chiesa cattolica nulla perdono di sostanziale di quanto appartiene alla loro particolare professione, ma anzi lo ritrovano identico in una misura completa e perfetta.

Ora, il neoecumenismo dichiarato fine principale del Vaticano 2 diviene principio di una nuova Chiesa svelatasi contraria alla Dottrina cattolica, ma anche al semplice senso comune che riconosce il principio d’identità e di non contraddizione.

L’idea che l’unità della Chiesa va ristabilita è contraria alla Fede.

Le società religiose non cattoliche, prima d’essere separate dalla Chiesa e dal Pontefice Romano, sono separate dalla Volontà divina che stabilì la via della Chiesa di Gesù Cristo, e non altre vie, per condurre alla salvezza.

Si può dire che già questo progetto di unione religiosa al di sopra della Fede sia una superstizione a servizio di scopi terreni affini piuttosto all’ONU.

Ora, nessuna religiosità ammette di essere superstiziosa. Tale condizione si evince dai fatti oggettivi inquadrati nelle descrizioni sopra, qui riferite affinché si capisca il marchio della «super chiesa ecumenista conciliare». Essa sarebbe allora una super-struttura chesta fuori” perché “al di sopra” nel­l’etnologia religiosa del mondo circostante, in grazia di uno stimolo spe­ciale: l’ideale dell’unione religiosa globale anche di credenze religiose verso divinità sconosciute (come è nell’«Unitatis redintegratio» e nella «Nostra aetate»); miscela di senti­menti religiosi che designano pratiche di religiosità strane riferite a un falso ascetismo, come è nella let­tera ai Colossesi (2, 23).

Quindi, si tratta di contraffazione della vera religione; una religione simulata che, per i Padri latini sarebbe reviviscenza dei culti pagani. In fondo, un culto delle idee umane mascherate sotto l’aspetto teologico, che nel medioevo era visto come un vizio, una deformazione mentale, vana e pagana della psicologia della religione, chiamata dagli scolastici cultus vitiosus veri vel falsi numinis. Ciò va compreso oggi come sincretismo dei molti culti falsi: nella pretesa di ampliare il vero; nell’aspirazione d’essere più universale. Ecco la deforme ambizione ecumenistica che ignora e scarta l’unica verità rivelata, per ricevere ogni «rivelazione» come se Dio si contraddicesse e a ogni credenza offrisse dottrine di fedi cangianti! È la bestemmia ecumenista!

Conclusione: L’idea di una «chiesa» che racchiuda tutti i culti continua a imperversare; oggi anche negli ambienti tradizionalisti. Ora, quando il Papa Pio XI insegna che l’operazione pancristiana dell’ecumenismo fasullo conduce a una “falsa religione cristiana, assai diversa dall’unica Chiesa di Cristo”, fa comprendere – se ancora ci fosse bisogno – che a una religione, a una dottrina rivelata, corrisponde una e unica Chiesa immutabile. Se qualcuno la vuole diversa nella Dottrina e lo insegna da alti pulpiti, si autoesclude dall’unica vera Chiesa. L’idea di accomunare nella vera Chiesa due dottrine opposte, due autorità contrarie – di Gesù Cristo e degli anticristi –, è fase avanzata verso lo stesso delirio che contrassegna la superstizione ecumenista qui descritta.

Che Dio abbia pietà della Sua Santa Chiesa esposta a queste confusioni dai suoi stessi consacrati.

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E’ un delirio terribile cui sono avvinti molti credenti cattolici che si considerano fedeli a Pietro.Ignorano o vogliono ignorare, per comodità mentale, che i nostri tempi di devastazione di fede, sono tali anche perchè i “Pietro” che siedono non esercitano più nè autorità, nè insegnamento vero se non ripetitive formulette di fratellanza ed amore che nulla servono e nulla producono.

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«Lumen fidei». Senza la verità, la fede è solo una «bella fiaba»

di Massimo Introvigne

Il 5 luglio 2013 è stata presentata la prima enciclica di Papa Francesco, Lumen fidei[1], dedicata alla fede, formalmente datata 29 giugno 2013. Il 13 giugno il Pontefice l’aveva presentata ai membri del Consiglio ordinario della Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi come un’«enciclica a quattro mani»[2], preparata insieme a Benedetto XVI come segno speciale della continuità tra i due pontificati. Nel testo, Francesco ricorda che il suo predecessore «aveva quasi completato» (7) l’enciclica sulla fede, aggiungendo: «Assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi» (ibid.). Naturalmente, l’enciclica è firmata dal solo Papa Francesco ed è un atto del suo Magistero, anche se non è difficile riconoscere le parti scritte dal Pontefice Emerito. Ma del resto – per quanto la situazione di questa enciclica sia particolare – sempre i Pontefici regnanti si sono avvalsi di parti scritte da altri: è la loro firma sul testo che lo trasforma in Magistero.

Da questa singolare collaborazione è nato un grande testo di novantasei pagine, che ha un duplice andamento, un piano orizzontale e un piano verticale. Ci sono «due assi su cui la fede percorre il suo cammino» (44): l’asse della storia e «l’asse che conduce dal mondo visibile verso l’invisibile» (ibid.). A sua volta, questo secondo asse – verticale – può essere percepito in due modi: come luce, con gli occhi, o come parola, con l’udito.

Il primo asse, storico, è richiamato già nell’Introduzione (1-7), dove si afferma che la luce della fede ha fatto irruzione nella storia umana con Gesù Cristo. Il mondo pagano ormai stanco era «affamato di luce» (1), e aveva «sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere» (ibid.). Tuttavia, «anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di ir­radiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua luce» (ibid.). L’enciclica riporta le parole di san Giustino Martire (ca. 100-164): «Per la sua fede nel sole non si è mai visto nessuno pronto a morire» (ibid.). I cristiani, invece, trovarono in Cristo «il vero sole» (ibid.), i cui raggi – secondo l’espressione di Clemente Alessandrino (ca. 150-215) – «donano la vita» (ibid.). Certamente, la storia comprende anche «l’epoca moderna» (2), che ha preteso di liquidare la fede come «una luce illusoria» (ibid.). Il Papa cita il filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900), che in una lettera incitava la sorella Elisabeth (1846-1935) ad abbandonare la fede, sostenendo che è solo «un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani» (ibid.). La modernità ha associato la fede non alla luce, ma al buio, o l’ha ridotta al più a «luce soggettiva» (3), semplice emozione o sentimento. Ma, senza la luce della fede, «tutto diventa confuso, è impossibile distingue­re il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione» (ibid.). A un mondo moderno che riesce solo più a vedere «piccole luci che illuminano il breve istante» (ibid.), mai la «luce grande» (ibid.), la Chiesa ha cercato di riproporre la vera luce, la fede. Lo ha fatto con il Concilio Ecumenico Vaticano II, che – secondo le parole del venerabile Paolo VI (1897-1978) nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967, già più volte richiamate da Benedetto XVI – non ha dedicato un documento specifico alla fede, ma in realtà «parla ad ogni pagina» (6) della «vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (ibid.). E lo fa ora con l’Anno della fede.

L’asse storico della fede è ancora al centro del primo capitolo (8-22): «se vogliamo capire che cosa è la fede, dobbiamo raccontare il suo percorso» (8). Il racconto inizia con Abramo, nostro padre nella fede, che per tutta la vita fa memoria della promessa di Dio. Ma questa memoria «non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro […]. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza» (9). La parola ebraica ’emûnah, usata per Abramo, così come il latino fides, allude a una duplice fedeltà: fedeltà di Dio al patto con gli uomini, fede dell’uomo che si affida a Dio, riconoscendolo non come un estraneo ma come la sorgente profonda del proprio essere, «Colui che è origine di tutto e che sostiene tutto» (11). La luce della fede continua poi a scendere nella storia d’Israele. «L’architettura gotica l’ha espresso molto bene: nelle grandi Cattedrali la luce arriva dal cielo attraverso le vetra­te dove si raffigura la storia sacra» (12). Tuttavia, già questa storia – nell’episodio del vitello d’oro – ci mostra l’insidia permanente dell’«opposto della fede» (13), l’idolatria, dove «l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà» (ibid.), e l’uomo sostituisce a Dio la «molteplicità dei suoi desideri» (ibid.). «Per questo l’idolatria è sempre politeismo, movimento senza meta da un signore all’altro» (ibid.), da cui solo Dio libera.

Questa liberazione si dà nella storia attraverso una mediazione, che comincia a emergere con Mosè. Il filosofo illuminista Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), figura dell’orgoglioso uomo moderno chiuso in «una concezione individualista e limitata della conoscenza» (14), non riusciva a capire la necessità di una mediazione, perché mai «Dio sia andato da Mosè per parlare a Jean-Jacques Rousseau» (ibid.). Rousseau però non vede che «in tanti ambiti della vita ci affidiamo ad altre persone che conoscono le cose meglio di noi. Abbiamo fiducia nell’archi­tetto che costruisce la nostra casa, nel farmaci­sta che ci offre il medicamento per la guarigione, nell’avvocato che ci difende in tribunale» (18). E «abbiamo anche bisogno di qualcuno che sia affidabile ed esperto nelle cose di Dio» (ibid.).

La necessità di una mediazione emerge in modo incontrovertibile nella morte e resurrezione di Gesù Cristo, l’unico capace di «entrare nella morte per salvarci» (16). Questo ingresso nella morte è drammatico, e l’enciclica menziona il principe Myskin de L’idiota del romanziere russo Fedor Dostoevskij (1821-1881) il quale, di fronte alla crudezza del «Cristo nella tomba» dipinto da Hans Holbein il Giovane (1497-1543) esclama: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno» (16). Ma in realtà «è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante» (ibid.), confermata dalla Risurrezione come «pienamente affidabile» (17).

Questa luce cambia tutto. Ci aiuta a capire che solo Dio è degno di fede. La polemica di san Paolo contro i farisei denuncia chi «anche quando compie opere buone, mette al centro se stesso e non riconosce che l’origine della bontà è Dio» (19). Ma «quando l’uomo pensa che allontanandosi da Dio troverà se stesso, la sua esistenza fallisce» (ibid.). Avvicinarsi a Dio e vedere il mondo con lo sguardo del Signore significa, dopo la Pentecoste, vivere nella Chiesa, corpo di Cristo. «L’immagine del corpo non vuole ridurre i credenti a semplice parte di un tutto anonimo, a mero elemento di un grande ingranaggio, ma sottolinea piuttosto l’unione vitale di Cristo con i credenti e di tutti i credenti tra loro» (22). «La fede ha una forma necessariamente ecclesiale» (ibid.). «Si capi­sce allora perché fuori da questo corpo, da questa unità della Chiesa in Cristo, da questa Chiesa che – secondo le parole di Romano Guardini [teologo tedesco di origine italiana, 1885-1968] – “è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo”, la fede perde la sua “misura”, non trova più il suo equilibrio, lo spazio necessario per sorreggersi» (ibid.).

Il secondo capitolo dell’enciclica (23-36) descrive il secondo asse, verticale, che porta dalla Terra al Cielo, attraverso due coppie di elementi che non vanno intesi come contrapposti ma come complementari: conoscenza e amore, visione e ascolto. Nel brano di Isaia 7,9 il profeta consiglia al re Acaz, che cerca la sicurezza in un’incerta alleanza con gli Assiri, di affidarsi solo alla fede in Dio. L’originale ebraico andrebbe tradotto: «Se non crederete, non resterete saldi», ma la versione greca dei Settanta porta: «Se non crederete, non comprenderete». Qui qualcuno che non ama l’incontro tra cristianesimo e cultura greca – secondo un’avversione progressista alla Grecia denunciata da Benedetto XVI nel celebre discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006[3] – sostiene che «la versione greca della Bibbia, nel tradurre “essere saldo” con “comprendere”, abbia operato un cam­biamento profondo del testo, passando dalla no­zione biblica di affidamento a Dio a quella greca della comprensione. Tuttavia, questa traduzione, che accettava certamente il dialogo con la cultura ellenistica, non è estranea alla dinamica profonda del testo ebraico» (23). Non si tratta di mera filologia, anzi siamo qui alla chiave di volta di tutta l’enciclica: la fede è fede in un contenuto di cui affermiamo con certezza che è la verità. La fede non è un sentimento, «un fatto privato, un’opinione soggettiva» (22). È l’adesione alla verità trasmessa nella storia dalla Chiesa. «La fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bel­la fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Oppure si riduce a un bel senti­mento, che consola e riscalda, ma resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi, incapace di sorreggere un cammino costante nella vita. Se la fede fosse così, il re Acaz avrebbe ragione a non giocare la sua vita e la sicurezza del suo regno su di un’emozione. Ma proprio per il suo nesso in­trinseco con la verità, la fede è capace di offrire una luce nuova, superiore ai calcoli del re, perché essa vede più lontano, perché comprende l’agire di Dio» (ibid.).

«Richiamare la connessione della fede con la verità è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo» (25), dominati da un relativismo «in cui la domanda sulla verità di tutto, che è in fondo anche la domanda su Dio, non interessa più» (ibid.). Il relativismo insinua che credere in una verità assoluta ha portato ai grandi e sanguinari totalitarismi del XX secolo. A questa insidiosa obiezione il cristianesimo risponde che conoscenza della verità e amore non sono mai disgiunti e s’incontrano nella fede: «Con il cuore si crede», afferma san Paolo (Rm 10,10). L’enciclica cita e rovescia la tesi del filosofo Ludwig Wittgenstein (1889-1951) secondo cui la fede, come l’amore, è un’esperienza soggettiva «improponibile come verità valida per tutti» (27). Il Papa non risponde a Wittgenstein che è sbagliata la sua analisi della fede, ma che il filosofo sbaglia l’analisi dell’amore, cadendo nel pregiudizio tipicamente moderno il quale sostiene che «la questione dell’amore non abbia a che fare con il vero. L’amore risulta oggi un’esperienza legata al mondo dei sentimenti incostanti e non più alla verità» (ibid.). Ma «davvero questa è una descrizione adeguata dell’amore? In realtà, l’amore non si può ridurre a un sentimento che va e viene. Esso tocca, sì, la nostra affettività» (ibid.), ma è vero amore che permane nel tempo solo quando «è fondato sulla verità» (ibid.). Wittgenstein non ha torto quando paragona la fede all’amore, ma sbaglia a pensare che l’amore sia solo sentimento. «Amore e verità non si possono separare» (ibid.), «amor ipse notitia est», «l’amore stesso è una conoscenza» (ibid.), come afferma san Gregorio Magno (540-604). E proprio in quanto avanza in stretta unità con l’amore, la conoscenza della verità non genera nella storia violenza ma liberazione.

Per la stessa errata mentalità ostile alla cultura greca l’ascolto della parola di Dio, tipico della mentalità biblica e che «aiuta a raffigurare bene il nesso tra conoscenza e amore» (29), è stato «contrapposto alla visione, che sarebbe propria della cultura greca» (ibid.). L’immagine greca della conoscenza come luce è stata criticata perché «se da una parte offre la contemplazione del tutto, cui l’uomo ha sempre aspirato, dall’altra non sembra lasciar spazio alla libertà, perché discende dal cie­lo e arriva direttamente all’occhio, senza chiedere che l’occhio risponda. Essa, inoltre, sembrerebbe invitare a una contemplazione statica, separata dal tempo concreto in cui l’uomo gode e soffre. Secondo questa concezione, l’approccio biblico alla conoscenza si opporrebbe a quello greco» (ibid.). Ma non è così: «questa pretesa opposizione non corrisponde al dato biblico» (ibid.), il quale propone invece «una sintesi tra l’unire e il vedere» (30) che culmina nel Nuovo Testamento e in particolare nel Vangelo di Giovanni. Questa sintesi, chiamata da san Tommaso d’Aquino (1225-1274) «oculata fides» – precisamente «fede che vede!» (ibid.) – è decisiva, perché «l’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico» fonda il rapporto tra fede e ragione, cruciale per la vita e la cultura come il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) ha mostrato nell’enciclica, richiamata qui da Papa Francesco, Fides et ratio[4]. Questo incontro emerge nella biografia di sant’Agostino (354-430), cui la «filosofia greca della luce» (33), nella versione neoplatonica, ha consentito di superare il manicheismo e l’idea che il bene e il male non avessero «contorni chiari» (ibid.). La sua conversione è poi maturata nell’ascolto del Dio della Bibbia. «E tuttavia, questo incontro con il Dio della Parola non ha portato sant’Agostino a rifiutare la luce e la visione» (ibid.). Solo integrando visione e ascolto, luce e suono, arti figurative e musica riusciamo a fare incontrare fede e ragione, a mostrare anche ai non cristiani e ai non credenti come sono illuminati «senza saperlo» (35), come già i Magi, dalla luce di Cristo ogni volta che cercano sinceramente e trovano una verità, e a costruire una teologia come scienza guidata dalla ragione che tuttavia resta «al servizio della fede dei cristiani» (36). Come tale, l’autentica teologia non considera «il Magistero del Papa e dei Vescovi in comunione con lui come qualcosa di estrinseco, un limite alla sua libertà, ma, al contrario, come uno dei suoi momenti interni, co­stitutivi, in quanto il Magistero assicura il contatto con la fonte originaria, e offre dunque la certezza di attingere alla Parola di Cristo nella sua integrità» (ibid.).

I capitoli terzo (37-49) e quarto (50-57) dell’enciclica mostrano come la fede – lungo il duplice asse della storia e della trascendenza, quest’ultima articolata nelle coppie verità-amore e visione-ascolto – si trasmetta nella storia e illumini tutti gli ambiti della vita personale e sociale. «Come essere sicuri di attingere al “vero Gesù” attraverso i secoli?» (38). Un lettore isolato della Bibbia non avrebbe nessuna certezza: «non posso vedere da me stesso quello che è accaduto in un’epoca così distante da me» (ibid.). Per questo, il Signore ha voluto che il deposito della fede fosse «conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa»(ibid.). In verità, «è impossibile credere da soli» (39): la fede o si dà nella Chiesa, o non si dà. E la Chiesa trasmette la fede soprattutto attraverso quattro elementi: i sacramenti – in particolare il battesimo, di cui l’enciclica difende il conferimento ai bambini non ancora in grado di comprenderne il senso, un gesto che mostra precisamente come la fede non è del singolo ma della Chiesa, è sempre «inserita in un “noi” comune»(43) e l’eucarestia –, il Credo, il Decalogo – che «non è un insieme di precetti negativi, ma di indicazioni concrete per uscire dal deserto dell’“io” autoreferenziale, chiuso in se stesso, ed entrare in dialogo con Dio, lasciandosi abbracciare dalla sua misericordia per portare la sua misericordia» (46) – e la preghiera, soprattutto il Padre nostro. Si riconosce qui la struttura del Catechismo della Chiesa Cattolica, che l’enciclica definisce «strumento fondamentale» (ibid.) per identificare con certezza il contenuto della fede, e nello stesso tempo preservare «la sua purezza e integrità» (48): «perché tutti gli articoli di fede sono collegati in unità, negare uno di essi, anche di quelli che sem­brerebbero meno importanti, equivale a danneggia­re il tutto»(ibid.). E la purezza e integrità della fede sono garantite dal Magistero, che assicura «la continuità della memoria della Chiesa» (49) ed è certamente «affidabile» (ibid.).

La fede «non si configura solo come un cammino» (50): costruisce anche una nuova città, fondata anzitutto sulla famiglia, che nasce – verità che è quanto mai opportuno richiamare oggi –«dall’accettazione della bontà della differenza sessuale» (52) tra uomo e donna, voluta da Dio, e fiorisce nella promessa di un amore «per sempre» (ibid.), che ultimamente solo la fede rende davvero credibile e possibile. In famiglia poi i giovani cominciano a scoprire che «la fede non è un rifugio per gente senza coraggio» (53) ma l’unica luce che trasforma la società. Le ideologie rivoluzionarie hanno «cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza» (54). Ma hanno fallito: «questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere» (ibid.). Senza il fondamento, senza la fede, torniamo ai pagani come Celso (II sec.) che, in polemica con i cristiani, considerava«un’illusione e un inganno» (ibid.) pensare che l’uomo avesse una dignità superiore agli animali, e scriveva:«Se guardiamo la terra dall’alto del cielo, che differenza offrirebbero le nostre attività e quelle delle formiche e delle api?» (ibid.). Se manca la fede, l’uomo «perde il suo posto nell’universo, si smarrisce nella natura, rinunciando alla propria responsabilità morale, oppure pretende di essere arbitro assoluto, attribuendosi un potere di mani­polazione senza limiti» (ibid.). A Celso l’enciclica risponde con le parole dei Cori della Roccadel poeta Thomas Stearns Eliot (1888-1965), secondo cui senza la fede la civiltà sprofonda nella barbarie:«Avete forse bisogno che vi si dica che perfino quei modesti successi / che vi permettono di essere fieri di una società edu­cata / difficilmente sopravvivranno alla fede a cui devono il loro significato?» (55). Prendere sul serio queste parole, commenta Papa Francesco, significa avere il coraggio di dire che Dio dev’essere riconosciuto anche nella vita pubblica e sociale. «Saremo forse noi a vergognarci di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile?» (ibid.). Dobbiamo tornare al coraggio di proclamare che solo «la fede illumina il vivere sociale» (ibid.): «se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremo uniti soltanto per paura» (ibid.).

Viviamo in un tempo di grandi sofferenze. Occorre spiegare con pazienza che solo la fede porta la speranza a chi soffre e alimenta la carità. «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vani­ficata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino, che “frammentano” il tem­po, trasformandolo in spazio. Il tempo è sempre superiore allo spazio. Lo spazio cristallizza i proces­si, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza» (57). Grazie a Dio, non siamo soli. La conclusione dell’enciclica (58-59) ci ricorda che possiamo contare sulla materna presenza di «Colei che ha creduto» (Lc1,45), la Vergine Maria, di cui san Giustino Martire afferma che, accettando l’annuncio dell’Angelo, «ha concepito “fede e gioia”» (58). «Chi crede non è mai solo» (58). La fede e la gioia sono con lui. Sono date gratuitamente, anche nei momenti e nei tempi più difficili: basta accettarle riconoscendo nella luce della fede la luce stessa di Dio.

[1] Francesco, Lettera enciclica Lumen fidei sulla fede, del 29-6-2013. I numeri tra parentesi nel testo indicano i paragrafi dell’enciclica, cui si rimanda anche per i riferimenti agli autori citati dall’enciclica stessa.

[2] Francesco, Ai Membri del XIII Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, 13-6-2013.

[3] Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg, 12-9-2006.

[4] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Fides et ratio circa i rapporti tra fede e ragione, del 14-9-1998.

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UN LAMPO DI LUCE NELLE TENEBRE DEL PRESENTE

6 luglio 2013

Ieri, mentre veniva presentata al mondo la nuova enciclica “Lumen fidei”, scritta a quattro mani da Benedetto XVI e da papa Francesco, i due uomini di Dio insieme hanno anche inaugurato, nei giardini vaticani, una statua di san Michele Arcangelo, consacrando la città vaticana a lui e a san Giuseppe.

Da tali fatti emerge non solo l’affetto fraterno che unisce Francesco e il predecessore, ma soprattutto la loro comunione di fede profonda. Questa unità, in un mondo segnato dal conflitto, è il miracolo della grazia, l’essenza del cristianesimo.

E va sottolineato anche perché i giornali tendono a parlare della Chiesa secondo i criteri di giudizio mondani. Senza vederne il miracolo.

Non a caso, proprio ieri mattina, su “Repubblica”, un articoletto pretendeva di proclamare invece la radicale “discontinuità” fra Benedetto XVI e papa Francesco. Un’idea clamorosamente smentita dagli stessi eventi del giorno.

Del resto sempre ieri il papa ha pure firmato i decreti di canonizzazione di altri due papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. E ha voluto datare la sua enciclica così: “29 giugno, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo”.

Dunque, con una straordinaria serie di gesti, in una stessa giornata, ha potentemente sottolineato la continuità e la grandezza del papato da san Pietro ai giorni nostri.

E ha offerto a noi l’occasione di abbracciare, con un solo sguardo, la “creatività” di Dio nel nostro tempo.

Egli infatti ha parlato al mondo di oggi attraverso la testimonianza potente e affascinante di papa Wojtyla, profeta di fede e di libertà; poi attraverso la sapienza profonda e l’umiltà di Benedetto XVI, che ha fatto brillare la ragionevolezza della fede davanti allo smarrimento dei moderni; infine alla nostra generazione Dio parla attraverso la paternità tenera e accorata di papa Francesco, grande abbraccio di misericordia su tutte le miserie e le ferite umane (la visita del Papa a Lampedusa, fra i disperati della terra – lunedì prossimo – ce lo mostra in modo commovente).

L’enciclica “Lumen fidei”, dicevo, è profondamente segnata da questa continuità del giudizio della Chiesa sul mondo moderno e dalla variegata ricchezza della sua testimonianza.

Costituisce del resto un evento memorabile: non è cosa di tutti i giorni che un’enciclica sia scritta a quattro mani, concordemente, da due papi.

Ma, portando la firma dell’unico pontefice in carica che umilmente riconosce nel corpo stesso dell’enciclica la paternità del predecessore per buona parte del documento (“nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi”), con buona pace di “Repubblica”, mostra senza alcun dubbio possibile, che papa Francesco abbraccia e fa suo il magistero del predecessore.

Ovviamente lo fa donando alla vita della Chiesa di questi giorni e al mondo in rapida mutazione, ulteriori spunti di riflessione che tutti – quelli antichi di Benedetto e quelli nuovi – convergono sul volto di Gesù Cristo e la fede in Lui.

Alcuni rapidi flash. La fede è luce, mentre il mondo sprofonda sempre più nelle tenebre. E’ un giudizio sul momento presente. Il Papa contesta apertamente l’idea che lo spazio della fede si apra “lì dove la ragione non può illuminare”.

No. I secoli moderni – dai totalitarismi del Novecento alla confusione del presente – hanno dimostrato che le pretese assolute della ragione producono infelicità.

E la luce della fede non è un sentimento soggettivo, ma verità oggettiva: “quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore”. Essa dunque sa “illuminare tutta l’esistenza dell’uomo”.

E’ la prima contestazione della “dittatura del relativismo”.

Un secondo flash. Cosa è la fede? Una credenza? Una dottrina? Una morale? No. Sta tutta in questa frase: “riconosciamo che un grande Amore ci è stato offerto”.

Per questo l’enciclica usa l’espressione giussaniana “incontro che accade nella storia” e sottolinea che il Salvatore ci ha raggiunto attraverso una “catena umana” che ha attraversato i millenni, cioè la Chiesa, la tradizione.

Un altro prezioso spunto. Nella mentalità dominante si oppone di solito alla fede l’agnosticismo o l’ateismo. Invece la “Lumen fidei”, in base alla lezione biblica, oppone alla fede “l’idolatria”.

In effetti l’ateismo non esiste. Nessun uomo può vivere, anche un solo istante, senza affermare qualcosa o qualcuno. E’ ciò che la Sacra Scrittura chiama “idolo”.

Dunque l’unica grande opzione della vita sta in questo: fidarsi di Gesù Cristo o di qualche idolo. Non è possibile per nessuno sottrarsi a questa scelta. Chi è più affidabile? Chi merita veramente fiducia? Gesù di Nazaret, colui che è morto per me e per te, o un qualunque idolo?

Questa enciclica ci libera da tanti luoghi comuni. Per esempio la cultura dominante pensa Dio come qualcuno che “si trovi solo al di là”, quindi “incapace di agire nel mondo”, perciò “il suo amore non sarebbe veramente potente, capace di compiere la felicità che promette”. Così “credere o non credere in Lui sarebbe del tutto indifferente”.

Invece è vero il contrario. E sono i fatti – i concretissimi fatti – a gridarlo. E’ tutta una storia ricchissima di fatti a provarlo.

Del resto “quando l’uomo pensa che allontanandosi da Dio troverà se stesso, la sua esistenza fallisce”.

Ma come inizia la fede? Incontrando Gesù, oggi come duemila anni fa. In un incontro con i cristiani che sono una cosa sola con Lui. Chi non vorrebbe vedere gli occhi di Gesù?

Ebbene, citando Guardini, l’enciclica spiega che la Chiesa è la portatrice storica dello sguardo di Cristo sul mondo. In essa si sperimenta una vita comune. Così noi scopriamo che non siamo più soli.

Si aderisce a quello sguardo, fino a farlo nostro, dando credito a alla compagnia di Gesù e cominciando a seguirlo concretamente: “se non crederete non comprenderete”. Perciò “la fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva”.

Questa è la profonda ragionevolezza della fede. Chi ritiene invece che essa sia “una bella fiaba” o “un bel sentimento”, indichi qualcuno che sia più credibile di Cristo da seguire.

La prova sperimentale – dice l’enciclica – mostra a ciascuno che l’amicizia di Cristo illumina la vita come nessuna cosa al mondo e apre il cuore umano all’amore che tutti desideriamo.

Per questo possiamo riconoscere che Egli è la verità: “richiamare la connessione della fede con la verità” dice l’enciclica “è oggi più che mai necessario proprio per la crisi di verità in cui viviamo” perché “nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia” o “della scienza”.

Il cristiano non pretende con arroganza di essere il padrone della verità. Anzi “la verità lo fa umile” perché non è lui a esserne padrone, ma è la verità a possederlo. Infatti è compagno di cammino di tutti.

L’enciclica ha molti spunti antirelativisti. Per esempio sulla teologia (che è “al servizio della fede dei cristiani” e alla sequela del magistero). Sulla fede “fai-da-te” (la fede è una, non si può prendere una cosa e rifiutarne un’altra). Sulla rilevanza pubblica della fede cristiana. Sulla “fraternità” che non è possibile senza riconoscere un Padre di tutti.

La fede proclama il primato dell’uomo nell’universo e al tempo stesso “ci fa rispettare maggiormente la natura”. Con buona pace di “Repubblica” esalta il matrimonio come “unione stabile dell’uomo e della donna… capaci di generare una nuova vita”, riconoscendo “la bontà della differenza sessuale”.

E fa abbracciare tutte le sofferenze del mondo: “all’uomo che soffre Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto”, ma offre la sua presenza che accompagna e che si carica di tutti i dolori umani.

La fede cristiana annuncia la “città di Dio” che ci è preparata per sempre. E si affida a colei che è “la Madre della nostra fede”.

Decisamente queste pagine sono una grande luce nelle tenebre del presente.

Antonio Socci

Da “Libero”, 6 luglio 2013

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La tolleranza teologica: scienza degli egoisti e privilegio degli incapaci

image001[1]di Carlo Di Pietro

Signori! Tutte le religioni sono buone!” Quando l’indifferente ha pronunciato questa pomposa parola, non gli domandate più nulla. Egli non ragiona più. Ma io potrei subito rispondere: se tutte le religioni sono buone, perché cercate di far tanti proseliti in mezzo a noi, perché cercate di far proseliti presso i figliuoli del povero popolo, perfino pagandoli?

Se tutte le religioni sono buone, sarà buona anche la nostra. Lasciateci allora in pace, e non vi preoccupate sulla nostra sorte. Anche il cattolicesimo è una religione. Dunque se tutte le religioni sono buone, anche il cattolicesimo è buono. Per conseguenza non lo dovete perseguitare; non affaticatevi di abbandonarlo al disprezzo. Siate conseguenti ! Rispettatelo !

Ma a questo punto si sente dire: « Tutte le religioni sono buone, eccetto il cattolicesimo ». Ah sventurati ! Non vedete che allora provate che il cattolicesimo fa da sé una religione a parte? Non vedete che ne fate un’eccezione ? Se lo escludete, è perché lo temete. E se lo temete, è perché esso è vero.

E questa, fratelli miei, sarebbe, mi pare, una risposta perentoria. Ma vediamo un po’ meglio affondo la questione.

Ebbene: tutte le religioni sono buone. Rappresentatevi una vasta galleria, che comprenda non già una collezione completa di quadri e di capolavori di Belle Arti, ma una collezione completa di tutte le religioni, di tutti i culti, ecco Brahama, il Talmud, Maometto, Marte, Giove, Lutero, Calvino, Buddha e poi una moltitudine inesauribile di figure grossolane in pietra, di animali ; un vero Olimpo. Ebbene, se tutte queste forme, che il sentimento religioso ha rivestito successivamente, sono tutte buone, tutte hanno dovuto nascere, morire, rinnovarsi, modificarsi per rispondere ai bisogni dei tempi, dei luoghi, degli uomini. Ma tutte sono santissime, tutte meritano il vostro rispetto.

Che vi pare di questa teoria? E questa è, fra le teorie, la più infernale, che si sia mai veduta; è incompatibile con qualsiasi religione. Le distrugge tutte e sulle loro rovine alza un idolo all’ateismo.

Questa teoria non offende la ragione, la moralità dell’uomo, la civiltà dei popoli, e l’onore di Dio?

Offende la ragione. Infatti ogni religione, come tutto ciò in cui si eleva il pensiero, deve essere necessariamente o vera o falsa. Se vi fosse in questo uditorio qualcuno che facesse la professione che tutte le religioni sono buone, gli domanderei: « Fratello mio, queste religioni, che dite tutte buone, sono esse tutte vere o tutte false? Oppure ve ne ha alcune vere e alcune false? 0 ve ne ha una sola vera e tutte le altre false? Bisogna che mi rispondiate ».

Se mi rispondesse: sono tutte false, od alcune sono vere, e alcune false — e molto più se mi rispondesse:una sola è vera e tutte le altre sono false — allora gli risponderei: ma voi, con ciò, insultate la Divinità, prendete il manto dell’ipocrisia. Se mi dicesse: sono tutte vere, allora gli risponderei: con qual nome volete che “battezzi” la vostra follia ? Perché, osservate bene, queste religioni, che si dividono la terra, non sono d’accordo. Quello, che è adorato da una dall’altra è bestemmiato; ciò che è incensato da una è dall’altra calpestato.

Pretendere che tutte siano vere, è pretendere che il sì sia il no, che il bianco sia il nero. Secondo voi, sarebbe vero credere, col cattolico, alla Chiesa e coi fratelli separati, non credervi. Secondo voi, sarebbe vero credere che Gesù Cristo è Dio per i cristiani, come sarebbe vero credere con gli Ebrei che è un impostore. Il meno che dica colui che afferma questo, è una grande bestialità, perché è lo stesso che dire che ogni e qualunque atto di queste diverse religioni debba salire accetto a Dio.Se tutte fossero buone, bisognerebbe concludere che è una stessa cosa conoscere l’onore e il disonore di Dio, l’adorar Dio o il Demonio. Signori, quando vi trovate in faccia a delle religioni che si contraddicono e pretendete che tutte siano buone è negare Dio, è negare la Verità!

Se ammettere buone tutte le religioni è un assurdo in faccia alla logica, bisogna convenire con Rousseau, il quale diceva: « Di tante religioni che si escludono, ma sola è la buona ». La verità di una sola religione è voluta dalla ragione. Aggiungo ancora, la verità di una sola religione è voluta dalla moralità dell’uomo e dalla civiltà dei popoli.

Sarebbe errore grossolano persuadersi che la religione non è che un trastullo, fatto per divertire e ricreare l’immaginazione dell’uomo. La religione è un crogiuolo, dove si fondono le virtù di un uomo e di un popolo, e dove assume la sua forma caratteristica.

[Indifferentismo, quindi ateismo]

Gl’indifferenti, per esempio, sanno bene che il giorno nel quale prevalesse la loro dottrina, sarebbe battuta l’ora suprema per la religione ! Ma essi non hanno aspettato l’ora dei funerali per liberarsi dalla religione. Questi uomini, che, secondo i loro principii, dovrebbero vivere in conformità alla religione del paese in cui vivono, non sono nè cattolici, nè protestanti, nè ebrei, nè maomettani. Non obbediscono alle leggi della Chiesa, nè a quelle di qualunque altra società religiosa.

Si son fatti una religione a modo loro, e ne dispongono come di una veste che si allarga e si restringe a piacere; una religione senza vita, senza forza. Ecco l’abisso, in cui farebbero discendere tutte le religioni. Se tutte le religioni sono buone, ditemi, qual è quel Dio che adorate? È un Dio infinito nella sua perfezione?

Ma dal momento che mettete un limite nella sua perfezione, voi negate Dio. Un Dio che approva tutte le religioni è un Dio stupido, un Dio imbecille ! Perchè, che cosa farebbe questo Dio? Coprirebbe della sua approvazione tutto ciò che vi è di più assurdo sulla terra.

Il pagano alzerebbe gli occhi al cielo e direbbe:

« Tu che ti chiami Dio, sei un impudico, un ladro, un furibondo, come Marte, Mercurio, Venere ».

Il cattolico giustamente dice :

« Oh Dio ! io credo che tu ti trovi presente nell’Eucaristia ; l’Eucaristia è l’oggetto dei miei sospiri, è la mia gioia, la mia consolazione ! »

Il calvinista a sua volta esclamerebbe :

« Oh Dio! io credo che tu non sia presente nell’Eucaristia, che è l’oggetto della mia derisione, delle mie bestemmie ».

E Dio direbbe:

« Avete ragione tutti e due; il vostro culto è pieno di amore, di tenerezza veramente ammirabile ; tutti e due sarete i miei eletti ».

Il selvaggio esclama:

« Dio, tu non sei che una belva, una pietra, ed io ti sacrificherò delle vittime umane. Gran padre dell’umanità non disprezzare questa forma di preghiere! »

E Dio risponderebbe:

« È un poco dura, ma che importa la forma ?… Il fondo è eccellente ».

Ecco il Dio dell’indifferente. Questo Dio è un tiranno del cielo e non vi sarebbe più freno alle passioni, non più amore, ma odio fra gli uomini. Da tutte le parti io non vedo che la visione dell’inferno.

E dopo questo, costoro si presentano agli uomini sorridendo e dicendo: Basta esser giusti, il resto è nulla. Basta esser giusti!

Ma è per questo che si combatte la vostra teoria! Non è il giusto colui il quale insulta la Divinità, come non è giusto che non abbia la punizione di chi distrugge l’edificio della religione.

Ma sapete cosa concludono costoro ? « Che tutte le religioni sono false, perchè escono dalla fabbrica dell’uomo ». Un giorno predicavo in una città, e mi si diceva: vi siete forzato a convincerci, ma noi conveniamo perfettamente con voi, perchè tutte le religioni sono azioni degli uomini.

Per rispondere a costoro, basterebbe ricordare che l’esistenza di una vera religione è la conseguenza necessaria dell’esistenza di Dio, che continua a manifestarsi, sempre, ed anche con prodigi inspiegabili. (torneremo sull’argomento in futuro)

[…] Esaminate i fatti ; studiate le cause e non troverete giustificata nessuna conclusione contro la vera religione. Vedrete anzi dimostrato che la Chiesa ha ragione. E poi si abusa di termini!

Non vi è nessuna parola di cui si sia tanto abusato come la parola: tolleranza. Vi sono tre sorta di tolleranze: la tolleranza civile; la tolleranza personale e la tolleranza teologica.

Io non devo parlare della tolleranza civile, la Chiesa si è pronunziata da sè. La tolleranza personaleconsiste nell’amar le persone, ed è questa la dottrina della nostra religione.

Non vi sono che i piccoli spiriti, i quali accusino la Dottrina Cristiana d’intolleranza fanatica. […] Quanti delitti si sono commessi in nome della libertà in tutti i tempi, in tutti i luoghi? Ebbene, vorrete voi per questo accusare la libertà? Quanti delitti si sono commessi in nome del progresso? Ebbene volete voi accusare il progresso?

Bisogna lasciare quelle accuse, che si vedono sui giornali. Sono accuse formulate senza buona fede.

La tolleranza teologica consiste nel mettere sullo stesso altare Confucio, Maometto, Gesù Cristo, la Massoneria, il Talmud, l’oroscopo, ecc … Signori miei! Questa tolleranza non sarebbe che un rispetto ipocrita, rispetto, che, sotto la forma dell’estensione, chiude la negazione.

Ordinariamente noi abbiamo poca simpatia per quelli che non prendono nessun partito, abbiamo poca simpatia anche nelle cose di questo mondo per gl’inetti, per la neutralità.

Infatti la neutralità è la scienza degli egoisti, è il privilegio degli incapaci.

In Atene si punivano coloro che, in tempo di rivoluzione, non si ascrivevano a fazione alcuna ; perché non si voleva lasciare all’uomo il benefizio di un astensione interessata. Or bene, se non ci è permesso di restare indifferenti nelle cose che riguardano la vita sociale, vorremmo noi accettare una indifferenza dogmatica, come privilegio della nostra scienza, dei nostri lumi? Se in politica, se in filosofia, noi ci crediamo obbligati a dichiararci bianchi o neri, potremmo restare indecisi, quando si tratta di Dio e della Religione ? Abbiamo un bel da fare ! La nostra astensione è un insulto fatto a Dio e alla Verità.

Dunque non fate mai che in voi si trovi questa codardia d’animo. Abbiate sempre quel nobile coraggio, che è la virtù di un’anima generosa. Siate sempre pronti a proclamare la tolleranza personale, ma mai latolleranza teologica.

Signori ! La tolleranza che voi dovete avere vi deve portare ad abbracciare sempre la verità, ma non la verità diminuita, di cui parla il Profeta, ma la verità intera, totale, che non piegata, che non soffra il parallelo dell’errore, la verità che afferma con forza i suoi diritti. E l’amore, e latolleranza personale vi portano ad abbracciare la carità, non la carità diminuita, che vi predica la scienza, ma la carità cristiana, che ama l’anima; quella carità, che tende la mano ai poveri caduti, quella carità che vede nel traviato non l’uomo che è, ma l’ “angelo” che può divenire.

E in quanto a me, o signori, io credo con tutta la forza della mia anima, con tutta la forza del mio cuore, che mai, mai l’intolleranza religiosa, metterà radici nelle nostre contrade. [Autodifesa è altro!]

Credo con tutta la forza della mia anima, con tutta la forza del mio cuore, che non vi è che alcun uomo il quale possa comandare alla nostra coscienza, se non Colui che è il Re dei Re, il Signore dei Signori.

lo credo che non vi sia altra prigione aperta davanti a noi, che la prigione di una coscienza addormentata nel rimorso. Io credo che non vi sia mai nessun motivo per abbracciare e tenerci alla fede, che il bello, il sublime motivo del timore e dell’amor di Dio.

Qual’ è dunque la conclusione?

Unirsi per ripudiare e vituperare la tolleranza dogmatica, unirsi per sostenere la tolleranza personale. Abbracciamo la verità intera, totale, che non soffre di essere posta al livello dell’errore, che generosa resiste ad ogni violenza e ad ogni lusinga. Poi abbracciamo con latolleranza personale quella carità cristiana, che non spinge il caduto nel fango, ma lo rialza e lo stringe al seno.

Uniamoci in un concerto di voci a ripetere la parola d’ordine della Chiesa: Verità, sempre Verità, mai errore …

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Tranne qualche adattamento all’italiano contemporaneo e qualche aggiunta in parentesi, il presente scritto è tratto da: Prediche di padre Agostino da Montefeltro, a cura di G.A. Giustina, Deposito in Torino, 1888, p. 191 e succ.

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