Stato-mafia, Colle: “Nulla da dire”

25 novembre 2013

Lettera alla Corte di Assise di Palermo

10:41 – Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato una lettera alla Corte di Assise di Palermo, che sta celebrando il processo sulla trattativa Stato-mafia. “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo – vi si legge -, come sarei ben lieto di potere fare se davvero ne avessi da riferire”. Napolitano era stato citato come teste per riferire di una lettera ricevuta dal suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio.

—————o0o—————

Se fossi Napolitano

Se fossi Napolitano

Se fossi Napolitano

Se fossi Napolitano ammetterei che la rielezione è stata da me richiesta a gran voce.

Se fossi Napolitano ammetterei di essere a capo di una “Dittatura Governativa”.

Se fossi Napolitano mi vergognerei di aver difeso Anna Maria Cancellieri “in Ligresti” e Angelino “al Kazako ho detto sì” Alfano.

Se fossi Napolitano starei con i tranvieri genovesi e li ringrazierei per aver ridato dignità al popolo italiano.

Se fossi Napolitano chiederei scusa per non aver fatto nulla quando ero Ministro degli Interni per arginare la tragedia della Terra dei Fuochi.

Se fossi Napolitano chiederei scusa per aver attaccato un Movimento votato da quasi 9 milioni di cittadini.

Se fossi Napolitano ammetterei che i cittadini nelle istituzioni mi stanno rovinando i piani.

Se fossi Napolitano, ogni tanto, penserei che Berlinguer si sta rivoltando nelle tomba.

Se fossi Napolitano chiederei scusa per aver sostenuto l’URSS quando sedava nel sangue le sacrosante sommosse a Budapest.

Se fossi Napolitano chiederei scusa per aver ricevuto un condannato (all’epoca in appello) come B. al Quirinale.

Se fossi Napolitano chiederei scusa per aver firmato tutte le peggiori porcate dell’ultimo governo B. senza mai rimandare nulla alle Camere.

Se fossi Napolitano ammetterei che quella della “fiducia al PD” fu una balla per dare la colpa al M5S della nascita delle larghe intese.

Se fossi Napolitano ammetterei di essere il peggior Presidente della storia della Repubblica italiana.

Se fossi Napolitano ammetterei di aver scelto Monti perche votare in quel momento avrebbe significato la morte politica di B.

Se fossi Napolitano ammetterei di chiamare regolarmente Renzi (lo sanno tutti Presidente!) e “obbligarlo” a fare quello che dico io.

Se fossi Napolitano ammetterei che il BOOM si è fatto sentire e che ipocritamente ho negato la sua esistenza.

Se fossi Napolitano direi la verità sui conti pubblici e sulla crisi.

Se fossi Napolitano mi vergognerei come un ladro per aver avallato un governo indecente e colluso con i poteri forti.

Se fossi Napolitano mi vergognerei ad essere difeso in questo modo da Grasso, Sereni e Boldrini (i quali, più realisti del re, hanno provato a stoppare ogni discorso dei 5 stelle che riguardasse il Capo dello Stato).

Se fossi Napolitano mi vergognerei, in quanto Capo delle Forze Armate, del progetto F35 e dell’assurda guerra persa in Afghanistan.

Se fossi Napolitano mi preoccuperei che un mafioso come Riina si sia incazzato perché il PM Di Matteo abbia osato convocare il Capo dello Stato come testimone nel processo Trattativa Stato-Mafia.

Se fossi Napolitano direi chiaro e tondo quel che contenevano le telefonate con Mancino.

Se fossi Napolitano farei un monito contro i privilegi della casta, contro gli evasori delle slot machine, contro quei trattati come il MES e il Fiscal Compact che hanno svenduto la sovranità nazionale.

Se fossi Napolitano sosterrei i magistrati-coraggio.

Se fossi Napolitano penserei a Pertini e mi vergognerei.

Se fossi Napolitano mi dimetterei e renderei questo paese più libero.

——————-o0o——————-

Dimissioni Pdl, Napolitano: “Fatto inquietante”
Letta: “Torno a Roma e convincerò tutti”

Il capo dello Stato: “Assurdo evocare un colpo di Stato”. Il premier: “L’Italia è stata umiliata”

20:56 – Per Giorgio Napolitano l’ipotesi di dimissioni dei parlamentari del Pdl rappresenta un “fatto istituzionalmente inquietante“. “Ieri sera è capitato un fatto politico improvviso al quale debbo dedicare tutta la mia attenzione”, ha infatti detto il capo dello Stato, spiegando la sua assenza a un convegno in programma al Senato.

Il presidente della Repubblica, infatti, avrebbe dovuto partecipato a un convegno promosso dalla Fondazione De Gasperi dedicato alla figura dello statista Dc e di Konrad Adenauer. Al suo posto ha inviato un messaggio, motivando la sua assenza per “un fatto politico improvviso” a cui “devo dedicare tutta la mia attenzione”.

Napolitano: “Nessun colpo di Stato” – “Assurdo evocare un colpo di Stato”. Durissimo il comunicato diramato dal Quirinale all’indomani della riunione del Pdl in cui sono state minacciate le dimissioni da parte dei parlamentari. “C’è ancora tempo, e mi auguro se ne faccia buon uso, per trovare il modo di esprimere – se è questa la volontà dei parlamentari del PdL – la loro vicinanza politica e umana al Presidente del PdL, senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento”. Afferma Napolitano. “L’orientamento assunto dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del PdL non è stato formalizzato in un documento conclusivo reso pubblico e portato a conoscenza dei Presidenti delle Camere e del Presidente della Repubblica. Ma non posso egualmente che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento – ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili – di tutti gli eletti nel PdL”.

Napolitano sottolinea che “ciò configurerebbe infatti l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere. Non meno inquietante – aggiunge – sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere”.

Napolitano: “Le sentenze si applicano” – “Non occorre neppure rilevare la gravità e assurdità dell’evocare un “colpo di Stato” o una “operazione eversiva” in atto contro il leader del PdL. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge, è dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto”.

Letta: “Torno a Roma e convinco tutti” – Il premier Enrico Letta ha fatto sapere ai gruppi dei partiti che sostengono l’esecutivo che al suo rientro a Roma da New York è intenzionato a chiedere una verifica di governo ma non “una cosa da prima Repubblica”, bensì un confronto in cdm con le parti in causa. “Venerdì torno a Roma e sono certo che riuscirò a convincere tutti sulla corretta priorità dei problemi in agenda”, ha detto il premier intervenendo alla Columbia University di New York.

“Umiliazione per l’Italia” – Quanto accaduto è “un’umiliazione per l’Italia. Appena atterrato a Roma mi reco da Napolitano per un chiarimento su come andare avanti”. Ha detto ancora Letta: “Serve un chiarimento nel governo e in parlamento: voglio decidere insieme a Napolitano le modalità. Voglio che tutto accada davanti ai cittadini”. “Esprimo profonda condivisione per le parole del capo dello Stato, dalla prima all’ultima parola”, dice ancora il premier che nel descrivere Napolitano ha aggiunto “è un faro, una guida”.

———–o0o———–

mercoledì 19 giugno 2013

Il giudice Ferdinando Imposimato lo aveva detto in un’intervista adAffaritaliani.it: “Nel sequestro Moro il Kgb ha avuto un ruolo primario”. Ora la procura di Roma riapre l’inchiesta, 35 anni dopo la morte del leader politico Dc. “Ancora troppi misteri irrisolti”, dicono i pm. Si tornerà a scavare su piste finora ignorate: i silenzi di Cossiga, Andreotti e di tutta la politica italiana, il ruolo dei servizi americani e sovietici.

Piste non seguite, segnalazioni anonime e depistaggi. C’è stato tutto questo in 35 anni di inchieste sul sequestro Moro. Ora però la procura di Roma ha deciso che vuole vederci chiaro. I pm ripartono dalle centinaia di segnalazioni arrivate negli ultimi anni e dalle rivelazioni del giudice Ferdinando Imposimato nel suo libro “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia”. Sono in molti coloro che credono che dietro le Brigate Rosse ci fosse qualcosa di più, molto di più. Servizi americani, tedeschi e sovietici. Verità mai chiatite e sempre rimaste nell’ombra. Di sicuro la vicenda ha ancora molti punti oscuri che ora gli inquirenti proveranno a mettere in luce. Certo, 35 anni dopo quel 16 marzo del 1978 il rischio è che non si riesca a scoprire granchè. “Un lavoro da storici più che da magistrati”, dice qualcuno. Tra i brigatisti condannati all’ergastolo per il sequestro anche Prospero Gallinari, recentemente scomparso. NUOVA INCHIESTA PROCURA DOPO ESPOSTO EX GIUDICE IMPOSIMATO – E’ legata a un esposto presentato un paio di settimane fa dall’avvocato Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore, l’ennesima inchiesta della procura di Roma sui misteri mai chiariti del caso Moro. Il procedimento, assegnato al pm Luca Palamara, e’ in ‘atti relativi’, cioe’ senza ipotesi di reato e senza indagati, e ha lo scopo di verificare se quanto riportato nell’ultimo libro scritto da Imposimato, legale della figlia di Aldo Moro, contenga elementi utili per fare luce sulla morte del presidente della Dc, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di sequestro. Nel suo libro Imposimato fa riferimento ad alcune testimonianze inedite di uomini appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti dell’epoca secondo i quali la morte di Moro poteva essere evitata. L’ex magistrato e’ convinto che il covo di via Montalcini, dove l’esponente della Democrazia Cristiana era tenuto prigioniero, fosse noto ai rappresentanti delle forze di polizia sin dal primo momento e che nessuno dall’alto volle disporre un intervento. Un tema analogo fu oggetto di un’archiviazione del gip due anni fa quando, dopo un esposto presentato sempre da Imposimato, la procura non trovo’ alcun riscontro utile all’ipotesi dell’esistenza di un piano militare organizzato nei dettagli per liberare Moro ma poi abbandonato all’ultimo minuto. ECCO CHE COSA DICEVA IMPOSIMATO NELL’INTERVISTA AD AFFARI DEL 31 MAGGIO “E’ sicuro che l’Unione Sovietica ha partecipato materialmente all’eliminazione fisica di Moro attraverso il colonnello Sokolov, che sapeva del sequestro e ha pedinato Moro fino al giorno prima. Dall’altra parte c’era quest’altra entità che qualcuno ha identificato nel Gruppo Bilderberg. Non sono solo io a dirlo. Già un importantissimo documento del 1967 del giudice Emilio Alessandrini (ucciso nel 1979 dopo aver indagato sulla strage di Piazza Fontana, ndr) nel quale si diceva che Bilderberg era tra i responsabili della strategia della tensione”. Fonte: http://www.affaritaliani.it/cronache/aldo-moro-35-anni-riaperta-l-inchiesta170613.html Da Moro a Falcone, da Bilderberg ad Andreotti, dal Kgb alla Cia. Le verità di Imposimato sulle stragi

imposimato ferdinandoFerdinando Imposimato di Lorenzo Lamperti Dal rapimento di Moro agli omicidi diDalla Chiesa Pecorelli, fino alle stragi di Capaci via D’Amelio.Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione, svela i retroscena sui misteri piùscomodi d’Italia in un’intervista a tutto campo ad Affaritaliani.it: “Il Kgb è intervenuto materialmente nel sequestro Moro. Cossiga e Andreottisapevano dov’era tenuto prigioniero, ma impedirono al generale Dalla Chiesa di intervenire. Falcone e Borsellino? Lì c’è la mano di Gladio e della Cia“. Sulla strategia della tensione: “E’ stata alimentata politicamente dal Gruppo Bilderberg. La trattativa Stato mafia? Il regista fu Scalfaro. E le intercettazioni di Napolitano e Mancino non dovevano essere distrutte“. L’M5S aveva fatto anche il suo nome per il Quirinale: “Il ruolo di Grillo nella politica italiana è positivo”. Le tesi di Imposimato faranno discutere. Ecco tutte le sue verità. Da Moro a Borsellino, i misteri più scomodi d’Italia Ferdinando Imposimato, lei pone questa domanda nel sua libro: “Perché imposimato ferdinandoAldo Moro doveva morire?” E’ riuscito a darsi una risposta? Non c’è una sola risposta. Doveva morire perché da una parte c’erano dei politici che volevano la sua morte perché volevano prenderne il posto. Ricordiamoci che Moro era il candidato più autorevole alla presidenza della Repubblica. Dall’altro c’erano interessi internazionali. L’Unione Sovietica, per esempio, non voleva che l’esperienza italiana potesse riproporsi nei paesi del Patto di Varsavia. Dall’altra parte, Moro non era ben visto perché si pensava che non portasse avanti una politica di difesa del blocco occidentale. E questo si spiega anche con la presenza dei servizi inglesi e tedeschi. Non c’è un’unica pista ma un concorso di cause e di moventi perfettamente compatibili tra loro anche se possono sembrare contrapposti. Tra le varie piste che lei dice coesistere ce n’era una predominante? Quello che è sicuro è che l’Unione Sovietica ha partecipato materialmente alla sua eliminazione fisica attraverso il colonnello Sokolov, che sapeva del sequestro e ha pedinato Moro fino al giorno prima. Dall’altra parte c’era quest’altra entità che qualcuno ha identificato nel Gruppo Bilderberg. Non sono solo io a dirlo. Già un importantissimo documento del 1967 del giudice Emilio Alessandrini (ucciso nel 1979 dopo aver indagato sulla strage di Piazza Fontana, ndr) nel quale si diceva che Bilderberg era tra i responsabili della strategia della tensione. Quale legame c’è tra questi attori e la Cia? La Cia era il braccio armato di questa politica che voleva in tutti i modi eliminare un personaggio che metteva a repentaglio la sicurezza del blocco occidentale e poteva causare l’infiltrazione dei comunisti nel governo italiano. Oltretutto la Cia controllava i servizi segreti italiani, come ha pubblicamente ammesso Maletti (ex generale del Sisde, ndr). La Cia li finanziava con un budget da 500 milioni di dollari all’anno. La Cia finanziava anche Gladio? Certo, finanziava anche Gladio. Addirittura la Cia ha comprato la base di Gladio in Sardegna (la base di Capo Marrargiu, ndr). In tutto questo il ruolo della politica italiana qual è stato? E’ stato un ruolo di subalternità assoluta a questa egemonia estera. In Italia sono stati eseguiti gli ordini che arrivavano dall’estero. La cosa traspare in maniera chiara dalle lettere di Moro. Moro ha scritto più volte: “Nella mia sorte c’è una mano straniera, di oltreoceano”. E aveva ragione. Moro sapeva perfettamente dell’esistenza di Gladio. Lei nel suo libro scrive che qualcuno sapeva in anticipo del sequestro di Moro… Sì, Cossiga e Andreotti sapevano. C’è un documento del 2 marzo 1978 del quale io venni a conoscenza solo 25 anni dopo e che pubblico sul mio libro che lo prova. Anche Dalla Chiesa venne a conoscenza del luogo di prigionia di Moro e fin dai primi di aprile voleva intervenire per liberarlo. Quando fu bruciata la base di via Gradoli lo si fece proprio per impedire l’intervento di Dalla Chiesa. Al generale è stato l’ordine di abbandonare il campo, poi lui ne ha parlato con il giornalista Mino Pecorelli e lui ne ha scritto. Entrambi sapevano ed entrambi sono stati ammazzati. Lei sostiene che lo Stato sapeva dove veniva tenuto prigioniero Moro. Sì, è così. Quando hanno occupato l’appartamento soprastante la prigione di Moro era in vista del blitz che voleva fare Dalla Chiesa. Ma lo Stato non voleva farlo e così il 7 maggio fu dato l’ordine di sgomberare il campo. Secondo lei c’è un filo che unisce tutte le stragi avvenute in Italia nel secondo dopoguerra? Sì, non c’è dubbio. Ed è un filo che ancora oggi non si è spezzato. Il Gruppo Bilderberg che ruolo ha avuto in tutto questo? Ha gestito politicamente la strategia della tensione. Lo si evince dal documento di Alessandrini che io reputo fondamentale. Nel libro-intervista di Paolo Madron il noto “faccendiere” Bisignani rivela che Andreotti sosteneva che la responsabilità degli omicidi di Falcone e Borsellino fosse del Kgb. Lei è d’accordo? No, questa è una balla. Nel sequestro di Moro c’è stato sicuramente l’intervento del Kgb ma Falcone e Borsellino rientrano nell’orbita di intervento della Cia. L’esplosivo di Capaci e azionato dall’ordinovista Rampulla proveniva da uno dei depositi Nasco, controllati dalla Cia. La storia di Andreotti è, come sempre, l’opposto della verità. In tutte queste stragi da parte della politica italiana c’è stata “solo” una copertura o un vero e proprio input? Entrambe le cose. Di solito quando si parla di Gladio o di altre associazioni più o meno segrete le si chiama “forze deviate dello Stato”. E’ una definizione corretta? No, la definizione è sbagliata. Le forze deviate dello Stato sono forze al servizio dei politici. Mafia e terrorismo hanno agito non solo per le loro finalità ma anche per quelle dei politici. Il suo nome è molto apprezzato dai militanti del Movimento 5 Stelle tanto che si era anche fatto il suo nome per il Quirinale. Le fa piacere? Qual è il suo rapporto con Grillo? Personalmente non l’ho mai visto ma ritengo che il Movimento 5 Stelle abbia un ruolo positivo, pur con tutti i suoi limiti e i suoi problemi. In questo momento è l’unica opposizione presente in Italia e un’opposizione in democrazia deve sempre esserci. Già Aristotele diceva che l’essenza della democrazia sta nell’alternanza. Il problema è che dentro il Movimento vedo dei problemi, delle diaspore. E questo non va bene. Io sono convinto che sia meglio avere torto stando dentro che avere ragione stando fuori. Anche perché Pd e Pdl hanno spesso dimostrato di essere “complici”. Che idea si è fatto del processo sulla trattativa Stato-mafia? E’ una cosa vergognosa. In che senso? Vergognosa da parte dei politici, intendo. Ci dovrebbe essere la voglia di stabilire la verità e che ruolo hanno avuto vari personaggi, come per esempio Scalfaro. Bisognerebbe approfondire perché stando a quello che hanno detto Martelli e Scotti è stato Scalfaro il regista della trattativa. La verità deve essere rifondata andando a scoprire non solo gli esecutori materiali ma anche i mandanti di quello che è accaduto. E’ stato giusto cancellare le intercettazioni tra Napolitano e Mancino? La Corte Costituzionale avrebbe dovuto dichiarare incostituzionale la legge che prevede la distruzione di quelle intercettazioni. Non si possono distruggere delle intercettazioni senza che queste vengano portate alla conoscenza delle parti che sono pm, avvocati e parte civile. Fonte: http://www.affaritaliani.it/cronache/aldo-moro-falcone-borsellino-imposimato-stragi010613.html

—————o0o—————

La Suprema corte respinge il ricorso di Massimo Ciancimino. Ordinata anche la distruzione dei file che avverrà il 22 aprile

16:18 – La sesta sezione penale della Cassazione in merito alla distruzione delle intercettazioni tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, ha dichiarato inammissibile il ricorso di Massimo Ciancimino. La richiesta avanzata era di poter ascoltare, in virtù del diritto di difesa, i colloqui tra il Colle e i magistrati. La cancellazione dei file è stata provvisoriamente fissata per il 22 aprile.

La Corte ha adottato la richiesta del procuratore generale della Cassazione di dichiarare l’ inammissibilità in toto del ricorso di Cianicimino. I legali del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo avevano presentato ricorso contro l’ordinanza del Gip del capoluogo siciliano che l’8 febbraio aveva rigettato la loro richiesta di ascoltare le intercettazioni, captate nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa tra lo Stato e la Mafia.La distruzione, che doveva avvenire l’11 febbraio è stata rinviata in attesa della decisione della Suprema Corte, e la nuova data per la cancellazione dei file è stata provvisoriamente fissata per il 22 aprile.

———————o0o———————

Colle, morto consigliere D’Ambrosio. Napolitano: “Atroce rammarico”

La notizia diffusa attraverso una nota del Quirinale nella quale il capo dello Stato si dice profondamente addolorato per la scomparsa del collaboratore: “Contro di lui campagna violenta e irresponsabile”

ROMA – È morto improvvisamente, all’età di 65 anni, il consigliere del presidente della Repubblica Loris D’Ambrosio, di recente al centro delle polemiche per le intercettazioni delle sue conversazioni con l’ex ministro Nicola Mancino con riferimento all’inchiesta Stato-mafia. Lo ha annunciato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, nella dichiarazione diffusa dal Quirinale, si è detto profondamente addolorato per la scomparsa del collaboratore e ha espresso “atroce rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto”. Il capo dello Stato ha definito D’Ambrosio “infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico, impegnato in prima linea anche al fianco di Giovanni Falcone nel costruire più solide basi di dottrina e normative per la lotta contro la mafia, così come è stato coraggioso combattente della causa della legalità repubblicana contro il terrorismo”. Loris D’Ambrosio sarebbe stato stroncato da un infarto, stando a quanto si apprende in ambienti parlamentari. Il magistrato, che da tempo soffriva di problemi cardiaci, ha accusato un malore intorno alle 15,30. Le telefonate con Mancino. Il nome di Loris D’Ambrosio era finito all’attenzione degli organi di informazione in giugno per le intercettazioni delle telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore ed ex vice presidente del Csm Nicola Mancino. Intercettazioni effettuate nell’ambito dell’inchiesta della magistratura sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia dopo la stagione delle stragi del 1992-1993, inchiesta che vede Mancino tra gli indagati. Il 16 giugno scorso il Quirinale sottolineava, in una nota, ”in relazione ad alcuni commenti di stampa sul contenuto di intercettazioni di colloqui telefonici tra il senatore Mancino e uno dei consiglieri del Presidente della Repubblica”, che ”parlare a questo proposito di ‘misteri del Quirinale ‘ è soltanto risibile”. Per ”stroncare ogni irresponsabile illazione sul seguito dato dal Capo dello Stato a delle telefonate e ad una lettera del senatore Mancino in merito alle indagini che lo coinvolgono”, veniva reso noto il testo di una lettera inviata dal Segretario generale della Presidenza, Donato Marra al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione in cui si sottolineava tra l’altro che ”il Senatore Nicola Mancino si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento” delle attività degli uffici giudiziari che indagano sulla vicenda. Un mese più tardi, il 16 luglio scorso, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato all’avvocato generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo ”per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato”. Decisioni che il Presidente ha considerato, ”anche se riferite a intercettazioni indirette, lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione”. La nota del Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Annuncio con animo sconvolto e con profondo dolore la repentina scomparsa del dott. Loris D’Ambrosio, prezioso collaboratore mio come già del mio predecessore, che ha per lunghi anni prestato alla Presidenza della Repubblica l’apporto impareggiabile della sua alta cultura giuridica, delle sue molteplici esperienze e competenze di magistrato giunto ai livelli più alti della carriera. Egli è stato infaticabile e lealissimo servitore dello Stato democratico, impegnato in prima linea anche al fianco di Giovanni Falcone nel costruire più solide basi di dottrina e normative per la lotta contro la mafia, così come è stato coraggioso combattente della causa della legalità repubblicana contro il terrorismo. In tutte le collaborazioni che da magistrato ha esplicato al servizio delle istituzioni di governo e infine presso la più alta magistratura dello Stato, ha guadagnato generali riconoscimenti e attestati di stima non solo professionale, ma innanzitutto morale. Insieme con l’angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono, atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese. Mi stringo con infinita pena e grandissimo affetto alla consorte, ai figli, a tutti i famigliari e al mondo della magistratura e del diritto”. Napolitano al villaggio olimpico: “Troppo triste, non resto a cena”. Nel pomeriggio il presidente Napolitano ha anche fatto visita agli atleti azzurri al villaggio olimpico, alla vigilia della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra. Tradendo, fin dal momento della discesa dall’aereo, una forte commozione: “Sulla scaletta ho avuto un attimo di incertezza per la repentina e incredibile scomparsa di un grande magistrato, ma poi ho pensato a voi. Per questo sono qui – ha detto agli azzurri – Trovandomi in un momento privato molto complicato, è un impegno gravoso essere qui, ma sentivo di doverlo mantenere per quello che rappresenta il nostro impegno sportivo qui a Londra per le Olimpiadi”. Il Presidente ha comunque deciso di non restare a cena con gli atleti, così come previsto da programma: “Non resto a cena al villaggio, non voglio che il mio stato d’animo pesi sulla vostra allegria”, ha detto. Concludendo però con una nota di ottimismo: “”La nostra capacità di affermazione sarà coronata da risultati tonificanti per l’Italia e gli italiani”. (26 luglio 2012)

—————–o0o—————–

Trattativa Stato-mafia: “Il Presidente non è ricattabile”, la reazione del Colle

Venerdì 31 Agosto 2012, 10:10 in Italia di
Ancora polemiche sulla trattativa Stato-mafia e le intercettazioni che vedono coinvolto Giorgio Napolitano

napolitano-ricattabile-infophoto.jpg Il dibattito sulla trattativa Stato-mafia è al suo apice, dopo che Panorama ha pubblicato la ricostruzione delle conversazioni tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano. (Foto Infophoto) Una pubblicazione che non piace neanche a uno dei protagonisti del caso, il magistrato Antonio Ingroia secondo cui – riporta Internet e Politica – “…quello di Panorama è un ricatto ai danni del Presidente della Repubblica”. Non si è fatta attendere la reazione del Colle, che in una nota stampa fa sapere: La “campagna di insinuazioni e sospetti” nei confronti del Presidente della Repubblica ha raggiunto un nuovo apice con il clamoroso tentativo di alcuni periodici e quotidiani di spacciare come veritiere alcune presunte ricostruzioni delle conversazioni intercettate tra il Capo dello Stato e il senatore Mancino. Alle tante manipolazioni si aggiungono, così, autentici falsi. Il Presidente, che non ha nulla da nascondere ma valori di libertà e regole di garanzia da far valere, ha chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi in termini di principio sul tema di possibili intercettazioni dirette o indirette di suoi colloqui telefonici, e ne attende serenamente la pronuncia. Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione. Risibile perciò è la pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter “ricattare” il Capo dello Stato. Resta ferma la determinazione del Presidente Napolitano di tener fede ai suoi doveri costituzionali. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante. In soldoni, il concetto è che il Presidente della Repubblica non è ricattabile. A difendere Napolitano è intervenuto anche il premier Mario Monti che, nel corso di un colloquio telefonico, gli ha espresso “la piena e profonda solidarietà sua personale e dell’intero Governo, di fronte alle inaccettabili insinuazioni comparse sulla stampa”, – recita la nota stampa di Palazzo Chigi che prosegue: Si è di fronte con tutta evidenza ad uno strumentale attacco contro la Personalità che costituisce il riferimento essenziale e più autorevole per tutte le istituzioni e i cittadini. Ci si deve opporre ad ogni tentativo di destabilizzazione del Paese, inteso a minare in radice la sua credibilità. Il Paese saprà reagire a difesa dei valori costituzionali incarnati in modo esemplare dal Presidente Napolitano e dal suo impegno instancabile al servizio esclusivo della Nazione e del suo prestigio nella comunità internazionale. LINK UTILI Telefonate Napolitano-Mancino su Panorama: per il Quirinale “Risibile ricatto e autentici falsi!”. Intercettazioni Napolitano: Panorama pubblica la ricostruzione. Contengono “Insulti a Berlusconi”? Trattativa Stato-mafia: su Napolitano continua la polemica tra Repubblica e Il Fatto Quotidiano. Trattativa Stato-mafia: Napolitano contro la Procura di Palermo. Stato-mafia: firma la petizione online a favore dei magistrati sotto assedio! Trattativa Stato-mafia: Sabina Guzzanti ci farà un film. Trattativa Stato-Mafia: lettera dei magistrati al Csm, in difesa di Scarpinato e delle sue parole.

———————o0o———————

TRATTATIVA STATO-MAFIA/ Panorama pubblica le prime indiscrezioni sulle telefonate tra Napolitano e Mancino

giovedì 30 agosto 2012 Si tratterebbe di critiche a Berlusconi, Di Pietro e ai giudici di Palermo. Dal Quirinale nessun commento. L’ex pm di Mani pulite e il procuratore aggiunto Ingroia: “Si potrebbe trattare di un ricatto”. di Viviana Pizzi Mancino_e_NapolitanoDi che cosa hanno parlato al telefono il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino? L’ha anticipato il settimanale Panorama. Si tratterebbe, secondo Panorama, di giudizi taglienti su Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro e parte della magistratura inquirente di Palermo. “Se così fosse sarebbe un grave illecito”, queste le dichiarazioni del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, che in proposito parla di un ricatto. Parole dure quelle del magistrato sulle telefonate tra i due politici, diventate oggetto di un ricorso che lo stesso Napolitano ha promosso di fronte alla Consulta contro i pm di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia. E dal Quirinale? Notizie di agenzia stampa riferiscono di un no comment. Un silenzio che fa più rumore di mille parole. Il commento è invece arrivato dal leader nazionale dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.Probabilmente – ha sottolineato l’ex pm di mani pulite – Napolitano si sarà lasciato scappare qualche parolaccia di troppo nei confronti dei magistrati di Palermo e questo, detto dal presidente del Csm, non appare opportuno. Forse lo avrà fatto per delle ragioni sue personali”. Antonio Di Pietro ha condiviso la posizione del pm Ingroia, parlando anche lui di “ricatto” e sollecitando il capo dello Stato a ritirare il ricorso contro i giudici di Palermo. Ingroia, però, non ritiene verità provata le indiscrezioni pubblicate da Panorama. Le indiscrezioni sulle intercettazioni – dice il magistrato, che ha anche ricordato come il presidente Scalfaro nel 1997, intercettato, non sollevò alcun conflitto – sono iniziate ad uscire sul settimanale già da tempo. Qualcuno sapeva, a partire dagli stessi indagati, di aver parlato con varie persone, anche con il capo dello Stato. Lo sapeva non solo chi indagava, ma anche chi aveva parlato al telefono”. Ma le indiscrezioni non terminano qui. Infatti il quotidiano on line “Lettera 43? mette in evidenza anche una presunta telefonata di Napolitano al procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari. Sarebbe avvenuta nel 2009 e servita a “spingere” l’applicazione del pm di Milano Ilda Boccassini alla procura nissena, che indaga sulla strage di via D’Amelio in cui morì Borsellino. Ma Lari ha smentito “categoricamente” qualsiasi “pressione dal Quirinale” sulla Boccassini e “in generale sulle indagini relative alla trattativa condotte” dal suo ufficio.

——————-o0o——————-

Trattative Stato-mafia veleni su Napolitano

30 agosto 2012 PONTREMOLI «Se così fosse sarebbe un grave illecito». Di più: «Un ricatto». A Pontremoli, reagisce così Antonio Ingroia, interpellato sulle anticipazioni del settimanale Panorama, che annuncia «una ricostruzione esclusiva» delle telefonate tra il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. Quelle telefonate sono diventate caso politico e oggetto di un ricorso che lo stesso Napolitano ha promosso di fronte alla Consulta contro i pm di Palermo che indagano sulla presunta trattativa Stato-mafia. Silenzio dal Quirinale che, come di consueto, non commenta indiscrezioni giornalistiche preferendo oggi occuparsi della vicenda dei minatori del Sulcis. È il settimanale stesso ad annunciare che nel numero in uscita domani proporrà una «ricostruzione delle telefonate», aggiungendo quali sono gli argomenti trattati nelle conversazioni. Si tratta – secondo Panorama – di «giudizi e commenti taglienti su Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro e parte della magistratura inquirente di Palermo». Proprio Antonio Di Pietro, tra l’altro, è nuovamente tornato oggi sulla vicenda: «Probabilmente – ha detto il leader dell’Idv – Napolitano si sarà lasciato scappare qualche parolaccia di troppo nei confronti dei magistrati di Palermo e questo, detto dal presidente del Csm, non appare opportuno». «Lo avrà fatto per delle ragioni sue personali», ha aggiunto Di Pietro invitando il Capo dello Stato a ritirare il ricorso. Poi in serata fa l’eco ad Ingroia parlando anche lui di «ricatto». «Credo che la pubblicazione sia una violazione al segreto istruttorio e se si tratta solo di una squallida denigrazione, è chiaro il tentativo di ricatto nei confronti del Presidente della Repubblica». Sul sito internet di Panorama si vede anche la copertina del periodico in cui campeggiano l’immagine di Napolitano e il titolo «Ricatto al Presidente». In serata Ingroia ha però sottolineato come «in passato Panorama ha tirato ad indovinare». Le indiscrezioni sulle intercettazioni – dice il magistrato, che ha anche ricordato come il presidente Scalfaro nel 1997, intercettato, non sollevò alcun conflitto – sono iniziate ad uscire su Panorama già da tempo. «Qualcuno sapeva, a partire dagli stessi indagati, di aver parlato con varie persone, anche con il Capo dello Stato. Lo sapeva non solo chi indagava, ma anche chi aveva parlato al telefono». «Si seppe – ricapitola Ingroia – che alcune utenze telefoniche, fra le quali quelle di Mancino, erano state controllate. Uscì su Panorama l’indiscrezione. A quel punto i magistrati fecero intendere che quelle telefonate esistevano». «Ingroia sta mettendo le mani avanti rispetto al disastro politico e istituzionale che lui ed altri della procura di Palermo hanno combinato», ha commentato il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. «C’è qualcuno che ha giocato in modo irresponsabile ad un attacco alle istituzioni e adesso cerca goffamente di cancellare le impronte».

——————–o0o——————–

Trattativa Stato-mafia: “Attacchi a giudici e Colle come nel ’92”, le dichiarazioni di Piero Grasso

Sabato 1 Settembre 2012, 10:20 in Italia di Il capo della Direzione nazionale antimafia, Piero Grasso,ha commentato le intercettazioni pubblicate da Panorama con protagonista Giorgio Napolitano

piero-grasso-infophoto.jpg Anche il capo della Direzione nazionale antimafia, Piero Grasso, è intervenuto sulla questione trattativa Stato-mafia che da giorni sta popolando pagine di giornali, blog, talk show. (Foto Infophoto) Piero Grasso ha dichiarato alla Festa Democratica di Reggio Emilia: “Oggi c’è una destabilizzazione nuova, fatta da menti raffinatissime contro la magistratura e il capo dello Stato. Le stragi mafiose del ’92 si inserivano in una strategia più ampia che tendeva a mantenere l’esistente ed a fermare la spinta al cambiamento. Oggi c’è un’ulteriore destabilizzazione fatta da menti raffinatissime contro la magistratura e contro il capo dello Stato”. La pensa così anche il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, che – riporta Repubblica – ha commentato: “Che ci possa essere in qualcuno un desiderio, non dico di ricatto, ma di condizionamento,un tentativo di influenzare in qualche modo i più alti organi dello Stato, questo è possibile”.

———————o0o———————

https://www.youtube.com/watch?v=vlzW68UaKJs https://www.youtube.com/watch?v=caZkXpetvc8

———————o0o———————-

Più informazioni su: , , , . Si può pensare di utilizzare i flussi di reddito sottratti alle attività illegali per interventi di spesa a favore del bene comune? Prima di tutto bisognerebbe capire di che cifre si tratta. Calcolarlo non è semplice, ma ricerche recenti suggeriscono che sono molto inferiori a quanto si crede.

di Mario Centorrino* e Pietro David** (lavoce.info) In campagna elettorale, si è più volte accennato ai ricavi della criminalità mafiosa come flusso di reddito illegale da “aggredire”, per poterlo utilizzare in altri interventi di spesa a favore del bene comune. (1) Ma a quanto ammonterebbero questi ricavi? Prima di procedere, sono necessarie tre premesse. Non c’è alcuna correlazione tra le stime del cosiddetto fatturato attribuibile alla criminalità organizzata (mafia) e il suo ruolo negativo e penalizzante sul territorio, sui mercati, sull’attrazione di investimenti. Il rapporto tra mafia ed economia è perverso e distorsivo oltre la dimensione dell’economia mafiosa. Benché quest’ultima susciti spesso l’interesse mediatico, non è però il solo parametro significativo per valutare la pericolosità della mafia sia sotto un profilo istituzionale che produttivo. Le metodologie di calcolo, poi, sono per forza di cose approssimative, perché accanto a dati diffusi da fonti istituzionali (denunzie, sequestri, confische) c’è il cosiddetto numero oscuro, costituito dai reati non denunziati o non accertati. Per recuperarlo si utilizzano, in genere, proxy ritenute valide dalle fonti investigative istituzionali. Nel caso di sequestri di droga si stima un rapporto di 1 a 10, ad esempio, per calcolare il consumo complessivo di droga in un certo periodo di tempo. In altri casi, si utilizza il rapporto tra la domanda di contante e l’attività produttiva, individuando nella eventuale sproporzione a favore della prima l’esistenza di un’economia invisibile della quale il fatturato della mafia è parte. Infine, i flussi di reddito illegale che ci si propone di aggredire possono essere intercettati con due modalità assai diverse. La prima modalità è attraverso sequestri e confische degli asset mobiliari o immobiliari costituiti attraverso forme di riciclaggio o di auto riciclaggio. Sono asset che non possono essere messi in valore sul mercato, ma solo destinati a fini sociali. Il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a 20 miliardi (ma altre stime qualificate lo considerano maggiore). Non può essere alienato ai privati, malgrado siano state avanzate diverse proposte legislative in tal senso, che comunque escludevano la dismissione di beni-simbolo della lotta dello Stato contro la criminalità organizzata. L’80 per cento degli asset confiscati (17 mila costruzioni e 1.700 imprese) è localizzato nelle quattro Regioni dell’obiettivo convergenza: Sicilia, Calabria, Campania, Puglia. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, il 90 per cento delle aziende confiscate fallisce a causa dell’inadeguatezza dell’attuale legislazione, incapace di garantire gli strumenti necessari per l’emersione alla legalità e di valorizzarne a pieno l’enorme potenzialità economica. La seconda modalità prevede invece interventi preventivi e repressivi che impediscano la formazione di flussi di reddito illegale. Un buco nero nei conti? Da queste premesse deriva la necessità di un’estrema cautela al momento della formulazione di cifre riferite all’economia della criminalità organizzata (diversa da quella della criminalità comune). Per esempio, il rapporto annuale Sos Impresa, ormai alla XIII edizione (2012), continuamente richiamato negli esercizi di calcolo del fatturato mafioso, sostiene che i ricavi complessivi della “Mafia spa” ammonterebbero a 138 miliardi di euro, con un utile pari a 105 miliardi. Il rapporto non precisa in modo chiaro le fonti utilizzate e la metodologia impiegata. Studi che adottano modelli econometrici rigorosi, compresi alcuni paper della Banca d’Italia, hanno affrontato il problema con la metodologia del rapporto tra la domanda di contante e il Pil. Tra questi, un lavoro di Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati attribuisce all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del Pil. (2) La stima, sulla base della domanda di contante, è stata ottenuta con il calcolo delle denunzie per droga e prostituzione standardizzata per la concentrazione provinciale del Pil (rapporto tra il Pil provinciale e la media del Pil nelle altre province). Una seconda versione dello studio, adottando un diverso modello che distingue ulteriormente tra attività illegali (attività appropriative e mercati illegali) presenta valori inferiori, stimando il riciclaggio generato dall’economia criminale tra il 7 e l’8 per cento del Pil. Questi lavori hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la Commissione nella sua relazione del 2012 a reiterare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie. (3) Resta in questa sequela di valutazioni un punto non ben chiarito: se cioè l’economia criminale derivante da attività illegali (Banca d’Italia) possa sovrapporsi senza alcun “caveat” all’economia criminale organizzata. I risultati di una recentissima ricerca, attraverso una stima condotta utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, portano a un drastico ridimensionamento delle cifre prima ricordate. (4) Infatti, i ricavi ammonterebbero in media all’1,7 per cento del Pil. In particolare, nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. In sostanza, considerato che il Pil nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro (calcolato a prezzi concatenati), la media di ricavi per il 2012 ammonterebbe a 23,7 miliardi di euro. Ma c’è un ulteriore approfondimento nella ricerca citata, alla quale ovviamente rimandiamo. Viene infatti calcolata la quota delle attività illegali che finisce in mano alle organizzazioni mafiose (tra il 32 e il 57 per cento). Si ipotizza in questo studio che solo una parte delle attività illegali analizzate sia considerata controllata da organizzazioni criminali vere e proprie (ad eccezione delle estorsioni, in quanto tipiche delle organizzazioni mafiose). Sicché, i ricavi attuali delle mafie variano da un minimo di 8,3 a un massimo di 13 miliardi di euro, pari rispettivamente al 32 o 51 per cento dei ricavi illegali totali. Nei conti dell’economia criminale organizzata sembra dunque emergere una sorta di “buco nero”, così come del resto avviene per altre voci dell’economia invisibile (evasione, sommerso, informale). Sicché al momento utilizzare il riferimento al fatturato mafioso come voce per finanziare interventi di politica economica appare azzardato. Intanto per un’opacità di stima, poi perché il “patrimonio” mafioso sequestrato e confiscato non può essere immesso sul mercato, e ancora perché si rischierebbe di cadere in un paradosso: temere cioè che un maggiore contesto di legalità impedisca il formarsi di una voce di entrata cui era già stata assegnata una finalità in un bilancio pubblico per quanto virtuale. (1) In genere, nelle analisi l’economia illegale è costituita dalle attività di sfruttamento sessuale, di commercio illecito di armi da fuoco, di traffico di droga, di contraffazione, di gioco d’azzardo, di smaltimento illecito di rifiuti, di contrabbando, di usura e di estorsione. Ovviamente parliamo di economia illegale sia con riferimento alle criminalità sia con riferimento alla criminalità organizzata (cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra). (2) Ardizzi, G., Petraglia, C., Piacenza, M. e Turati G. (2012), “Measuring the underground economy with the currency demand approach: a reinterpretation of the methodology, with an application to Italy”, Banca d’Italia, Temi di Discussione No.864. (3) Segnaliamo altri “mantra” acriticamente ripetuti: il costo della corruzione in Italia, si dice, è pari 60 miliardi di euro. E questo solo perché la Banca Mondiale sostiene che la corruzione vale il 3 per cento del Pil. Se questo dovesse diminuire, diminuirebbe quindi anche la corruzione. Ma siamo davvero convinti della validità di queste correlazioni?. Giusto per dare un’idea del rapporto tra attività di contrasto e fatturato della criminalità organizzata, la Guardia di finanza segnala per il 2012 una sottrazione alla criminalità organizzata di 3,8 miliardi di euro a fronte di ricavi che variano nelle stime da 105 miliardi a 8-13 miliardi di euro per anno. Il che suggerisce un’alternativa: o queste azioni di contrasto non solo “aggrediscono”, ma anche demoliscono (ipotesi minima) ovvero sfiorano appena l’obiettivo (ipotesi massima). (4) Non sono stati inseriti flussi di reddito criminali per attività come il gioco d’azzardo per il quale non risultano stime ufficiali. Progetto PON Sicurezza 2007-2013 Gli investimenti delle mafie, ministro dell’Interno, Università Cattolica Sacro Cuore, Transcrime. Il rapporto di ricerca è consultabile sul sito. *E’ Ordinario di Politica Economica nell’Università di Messina. E’ stato Commissario Straordinario dell’IRCAC (Istituto Regionale per il Credito alla Cooperazione. E’ stato vice-presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Regionale sull’Economia Siciliana del Banco di Sicilia. Consulente esterno dal del Ministero dell’Interno sui rapporti tra economia e criminalità organizzata (1996-1997). Consulente presso la Presidenza nazionale della Confcommercio (1996-1997) su tematiche attinenti la criminalità economica. E’ stato consulente esterno della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della mafia (1997-1999). Consulente economico del Presidente della Regione Siciliana (1998-1999). Componente dell’ Osservatorio socio-economico della criminalità organizzata presso il C.N.E. L. (1999-2001). E’ stato Direttore del Centro per lo Studio e la Documentazione della Criminalità Mafiosa dell’Ateneo di Messina (1997-98) e componente del Comitato Scientifico del Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e sul Movimento antimafia di Corleone.( 2000-2002). **Pietro David è PhD in Economia ed Istituzioni presso l’Università degli Studi di Messina e docente a contratto in Politica Economia nella facoltà di Scienze Politiche. Svolge inoltre attività di consulenza con enti locali e società di servizi in qualità di esperto dei processi di sviluppo locale e programmazione territoriale. Tra i suoi lavori, Le infrastrutture aeroportuali, La domanda di trasporto aereo e le politiche regionali Aracne Editrice 2012, ed, insieme a Mario Centorrino, Le città della Fata Morgana. 5° Rapporto sull’economia della provincia di Messina (2009), Franco Angeli.

——————–o0o——————–

Mafia spa: 78 miliardi all’anno e 50 imprese uccise al giorno

È stato presentato oggi “Le mani della criminalità sulle Imprese” di SOS Impresa/Confesercenti. Ripr

Mentre siamo in pausa pranzo due imprese commerciali stanno chiudendo a causa dell’usura. Così anche nell’ora successiva e quella dopo ancora. Secondo l’ultimo rapporto di Sos Impresa Confesercenti, che Linkiesta ha potuto visionare integralmente prima della presentazione prevista per il prossimo primo dicembre, non è una favola criminale, ma una realtà. Questa e altre realtà allarmanti per l’indotto economico e commerciale del Belpaese emergono dal XIII rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalità sulle imprese”. 462 pagine che verranno pubblicate anche in libreria da Aliberti, dove si sviscerano dato per dato i numeri e i metodi con cui la mafia entra nel giro dell’economia legale e come si appresta a diventare la prima azienda italiana per fatturato e utili. Era il 2006 quando Sos Impresa introdusse nelle sue analisi la definizione “Mafia SpA”. Una dicitura entrata mai nel linguaggio comune, in quanto questa si è trasformata negli anni, come ha avuto modo di dire tempo fa anche il magistrato Nicola Gratteri, una impresa solvibile e affidabile. In periodi di crisi la situazione per le mafie diventa ancor più favorevole e il corto circuito perverso tra economia legale e illegale sempre più facile. Scrive il Presidente Nazionale di Confesercenti Marco Venturi nella sua introduzione «in periodi di crisi, i soldi delle mafie, benché sporchi, fanno gola. Fanno gola a pezzi di finanza deviata, che offre riparo, riservatezza e professionalità nell’attività di riciclaggio. Fanno gola ad alcuni imprenditori senza scrupoli che pensano di realizzare facili business, fanno gola anche a pezzi, seppur limitati, del gotha imprenditoriale, persuasi che la strada della convivenza collusiva sia l’unica possibile per fare affari al Sud». Insomma, una vera e propria holding che fattura in tutto 138 miliardi di euro e supera, sempre secondo le stime di Sos Impresa i 78 miliardi di euro di utile. Il rapporto analizza in particolare il ramo commerciale della criminalità, mafiosa e non, che muove quasi 100 miliardi di euro in un anno (il 7% del pil dell’intera Italia) e colpisce le imprese con circa 1300 reati al giorno, 50 all’ora, quasi un reato al minuto. Dalla violenza di strada al ricatto, dall’usura al pizzo fino al più fine riciclaggio e all’investimento di fondi e denaro sporco. L’usura lo scorso anno avrebbe portato al fallimento di circa 50 aziende al giorno, bruciando 130mila posti di lavoro, e non è un caso che il trend dei fallimenti delle imprese nel primo trimestre del 2010 sia aumentato del 46%. Poi ci sono gli investimenti nei vari settori, dall’agro-alimentare al tempo libero, dalle vacanze a quello dei giochi d’azzardo, un mercato che, da solo, movimenta circa 60miliardi di euro l’anno. Per arrivare infine all’immortale settore delle truffe, all’abusivismo, il contrabbando e il cyber crime. Una mafia e una criminalità che cambia da Sud a Nord dell’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia toccando tutte le regioni italiane che devono fare i conti con le cosche, la paura e le connivenze, soprattutto nei centri più piccoli, anche di politici, amministratori, imprenditori e gente comune. Un lungo capitolo è dedicato all’usura, una vera e propria piaga per le piccole imprese e anche per il sistema giustizia. Basti pensare che, secondo la ricerca di Confesercenti solo il 9% delle denunce produce un rinvio entro i primi due anni, per poi scendere sotto il 5% per la produzione di una sentenza di primo grado. Il 49% dei casi presi in esame attende due o tre anni prima di un rinvio a giudizio e il 36% supera i quattro anni per raggiungere la sentenza di primo grado, con punte anche a dieci anni di attesa. Anche se, precisa Lino Busà, presidente di Sos Impresa, durante il No Usura Day dello scorso 21 novembre tenutosi a Roma, «negli ultimi anni si comincia a rilevare una inversione di tendenza e arrivare a tempi più celeri, nonostante siano ancora ben oltre la media europea». Particolarmente interessante risulta la consultazione di un vero e proprio bilancio di Mafia SpA, con tanto di stato patrimoniale e conto economico al 31 dicembre 2010. Da qui si desume un dato desolante, anche se probabilmente leggermente sovrastimato secondo altri studi: il fatturato e gli utili di questa holding criminale supererebbero anche quelli delle più grandi aziende italiane, da Telecom a Enel, passando per Fiat arrivando a Fininvest. Mafia Spa è la prima impresa italiana e uno dei grandi freni in grado di scardinare ogni principio di libera concorrenza e crescita produttiva di un Paese civile.

——————o0o——————

Beppe Pisanu, presidente della Commissione parlamentare Antimafia
Un impresa su tre legata ai clan, il Pil del Meridione è azzoppato. Pisanu: “Fatturano 150 miliardi l’anno, la guerra è ancora lunga”
Guido Ruotolo

Siamo in presenza di una metastasi affaristica che si espande dall’economia illegale a quella legale, dai beni reali ai procedimenti amministrativi e ai prodotti finanziari. L’attività mafiosa nelle quattro regioni di origine, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, è causa di un mancato sviluppo equivalente al 15-20% del PIL delle stesse regioni. Circa un terzo delle imprese meridionali subisce una qualche influenza delle mafie, con dati che oscillano tra il 53% della Calabria al 18% della Puglia. Sono alcuni passaggi della relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso. Annota il presidente dell’Antimafia, Beppe Pisanu: «Se si prospetta una manovra finanziaria biennale di circa 38 miliardi, l’opinione pubblica entra in fibrillazione. Ma se si afferma che solo sui giochi e le scommesse le organizzazioni criminali lucrano almeno 50 miliardi all’anno, pochi se ne curano». E ancora: «Quando pensiamo, stando alle stime più prudenti, ai 150 miliardi di fatturato annuo delle mafie nostrane (senza calcolare i proventi della corruzione, dei giochi e delle scommesse) ci rendiamo conto di quanto ancora lunga e difficile sia la guerra. Difficile perché dovremo combatterla più che sul versante militare, su quello assai più sfuggente e impervio dell’economia, della finanza e della politica». SCARICA LA RELAZIONE INTEGRALE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

———————–o0o———————–

Il regime Berlusconi-Napolitano durerà a lungo: prepariamoci

Se tanto mi dà tanto, qui è stato il (presunto) tonno ad aprirci come una scatoletta (di ventresca). Infatti, tra maldestri rivoluzionari a fumetti e rinnovatori intermittenti, quanto infine ha prevalso è stata la determinazione proterva e inaffondabile della corporazione trasversale del Potere.

Sotto l’accorta regia di Giorgio Napolitano, il dato per morto Silvio Berlusconi è rifiorito a nuova vita, per farsi finalmente tutti gli affaracci suoi e – al tempo stesso – fornire l’abituale alto contributo all’interminabile esproprio di democrazia e decenza; esproprio che perdura dal momento lontano in cui lo strappo di Tangentopoli fu ricucito grazie alla chiamata dell’intero arco costituzionale, da allora allargato ai neo fascisti, a difesa della politica politicante e alla contestuale rimozione della “questione morale” (intorno al 1993). Vent’anni esatti, che minacciano di proseguire ancora a lungo. Per cui fa un po’ ridere Massimo Giannini de la Repubblica quando ipotizza – alla ricerca di una linea per il quotidiano che vis-dirige, per rimediare alle cappellate del fondatore Eugenio Scalfari – l’avvio di un “governo di scopo” per fare cinque cose cinque e poi andare alle elezioni. Ma non scherziamo: le larghe intese collusive ce le dovremo sciroppare a lungo. Per cui sarebbe bene prepararci ad un’altrettanto lunga marcia attraverso la blindatura della politica contro ogni istanza di apertura. Per di più, mentre già si intravedono segni di stanchezza che vira a fatalismo in quella parte di indignati che si erano bevuti come assoluta verità profetica le semplificazioni infantili della coppia di apprendisti stregoni Grillo e Casaleggio: ci si può illudere con qualche dato sondaggistico favorevole ma la sensazione di inutilità/impotenza prodotta dall’azione di M5S in Parlamento morde lo zoccolo dei consensi di febbraio. Per questo, al fine di offrire riferimenti alla domanda di politica dalla parte dei cittadini, occorrerà creare sponde elettorali che si assommino a quelle già offerte dal grillismo. Anche perché ci sarà da intercettare un flusso non indifferente in uscita dal PD che ha gettato la maschera, mica solo Pippo Civati. Il problema è capire chi potrà edificare tale sponda di assoluta urgenza. Visto che ci sono ancora molte resistenze/renitenze da superare/vincere. Un grande organizzatore come Fabrizio Barca potrebbe entrare a pieno titolo nel gruppo di questi costruttori, sempre si liberi dalle romanticherie della rinascita di un PCI del tempo che fu (non solo di suo padre, ma anche di Enrico Berlinguer) e si convinca di dover giocare la partita per linee esterne a questa sentina di vizi ormai scoperchiata che è il PD, gamba postcomunista dell’inciucio. Un leader carismatico come Maurizio Landini potrebbe essere l’efficacissimo tribuno dello sblocco politico per una società più giusta, sempre si convinca che la ridotta della FIOM non può reggere per l’eternità all’assalto dei normalizzatori che vogliono uscire dalla crisi a spese del lavoro e delle famiglie. Un intellettuale del calibro di Stefano Rodotà sarebbe in grado di coordinare la messa a punto di una linea tutta giocata sui diritti e i beni collettivi, alternativa a quella governativa da caporalato della plutocrazia. E forse non si dovrebbe fare troppa fatica a convincerlo dell’assoluta necessità del suo impegno. Insomma, a pensarci bene il capitale umano ci sarebbe. Ciò che ancora non sembra ben chiaro a tutti è il senso dell’urgenza. Mentre il tempo stringe. Pierfranco Pellizzetti Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it Link: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/04/26/pierfranco-pellizzetti-il-regime-berlusconi-napolitano-durera-a-lungo-prepariamoci/ 26.04.2013

——————o0o——————-

Gratitudine per Ingroia

Ingroia si è presentato al confino ha firmato ed attende l’esito del ricorso fatto al Tar. Ha fatto bene a restare in Magistratura anche se è stato strattonato in modo davvero pesante dal CSM. L’esilio di Ingroia ad Aosta ha una motivazione speciosa. Va ad Aosta perchè è l’unica circoscrizione elettorale nella quale non era candidato. E se si fosse candidato anche ad Aosta avrebbe comportato che non sarebbe più potuto rientrare in Magistratura???Io non sono giurista ma l’interpretazione che è stata data alla legge dal CSM mi pare formalistica e forzata. Posso capire una incompatibilità per la sede di Palermo (e fino ad un certo punto) ma potevano destinarlo in un’area adiacente come Catania o Messina. Se Ingroia avesse scelto di candidarsi con il PD o avesse scelto la desistenza non sarebbe stato isolato ed abbandonato. Ma Ingroia ha scelto di fare una battaglia politica con il ragionamento idealistico che non è stato un calcolo politico. Idealismo e radicalita della scelta che sta pagando carissimo. La cosa amara è l’incomprensione la freddezza, la non vicinanza di parte del fronte antimafia. Proprio ieri sera leggevo il suo bel libro: “Nel labirinto degli Dei”, Ingroia nonostante abbia perduto tutto e sta vedendo i suoi guai professionali è una persona alla quale la Sicilia e l’Italia debbono gratitudine. Gratitudine per avere contribuito a lottare la mafia, per avere scoperto l’esistenza dell’accordo Stato. Mafia. Io non parlerei di trattativa Stato-Mafia ma di accordo tuttora vigente e testimoniato dalla latitanza di Messina Denaro che non viene acciuffato e che non lo sarà fino a quando non si metteranno d’accordo sulla sua successione. Suggerisco ai giovani di leggere i libri di Ingroia. C’è molto da imparare http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2013/14-maggio-2013/ingroia-domani-servizio-ad-aostarigettata-sua-richiesta-rinvio-2121140558863.shtml.

—————o0o—————

Anche l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso, convocato in qualità di testimone

17 maggio 2013

13:53 – I pubblici ministeri di Palermo, che indagano sulla trattativa Stato-mafia, hanno citato come teste al processo, che si aprirà il 27 maggio in corte d’assise, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nella lista testi anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, e l’ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi.

I testi citati dai pm sono in tutto 180. Tra i chiamati a deporre anche l’ex pg della Cassazione Vitaliano Esposito. La citazione di Napolitano, peraltro preannunciata nei giorni scorsi, come quella degli altri testimoni indicati dalla Procura, deve essere valutata dalla corte d’assise che celebra il processo e che deciderà se ammettere le citazioni. Oggi sono state depositate anche le liste testi del legale degli ufficiali dell’Arma Mario Mori, Giuseppe Dedonno e Antonio Subranni e dell’ex ministro Nicola Mancino.

——————o0o——————

La criminalità italiana fattura 116 miliardi l’anno

27. 10. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

BELGRADO Quanto costano all’Italia, in termini di ricchezza sottratta, il crimine organizzato e la mafia? Mentre il governo si appresta a tagliare il welfare e le pensioni per racimolare risorse anti-crisi, Unodc, agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella lotta alla droga e alla criminalità, suggerisce una fonte alternativa a cui si potrebbe attingere: il denaro sporco dei delinquenti. L’indicazione affiora tra le righe dell’ultimo rapporto di Unodc, “Una stima dei flussi finanziari del traffico di droga e di altri crimini organizzati transnazionali”, reso pubblico il 25 ottobre. Nelle 140 pagine del report i passi relativi all’Italia sono tanti. E tutti impressionanti. A partire dal dato più grave, il volume d’affari generato dal traffico di droga, di esseri umani e di armi e dallo smaltimento illegale dei rifiuti: 116 miliardi di euro l’anno, evasione esclusa. È l’equivalente del 7,7% del Pil nazionale, una cifra addirittura superiore alla media dei ricavi criminali nei Paesi in via di sviluppo (6,8%). Unodc giunge a questo risultato dall’analisi dei rapporti di varie organizzazioni, tra cui Sos Impresa, consorzio «di uomini d’affari riunitisi per difendersi dal racket mafioso». I numeri dell’associazione italiana sono superiori ai 116 miliardi segnalati da Unodc e toccano i 135 miliardi, l’8,9% del Pil. In Italia la piaga del crimine «è forse la più estesa in Europa. Nondimeno, quanto sono realistiche queste stime?», ci s’interroga nel rapporto. Lo sono, conferma Unodc, anche se leggermente inferiori a quelle di Sos Impresa di circa 20 miliardi. In pratica, l’Onu concede il suo imprimatur alle indagini dell’associazione anti-racket nata a Palermo nel ’91. In Italia, nel 2009, 60 miliardi di euro sarebbero stati garantiti ai criminali dal traffico di droga, 6 da quello delle armi, 15 dall’usura, 9 dal “pizzo”, 16 miliardi dalle “ecomafie”, 1,2 dal contrabbando, 7 da appalti e forniture. Le proporzioni del fenomeno criminale in Italia appaiono in tutta la loro gravità se confrontate con altri Paesi: tralasciando l’evasione fiscale, i proventi delle associazioni a delinquere negli Usa arrivano al 2,3% del Pil, all’1,2% nel Regno Unito, all’1,5% in Australia e all’1,3-1,7% in Germania e Olanda. Tutti ben lontani dal “record” italiano, ma guadagni comunque sicuri perché a livello mondiale «solo l’1% dei profitti del crimine ripuliti attraverso il riciclaggio vengono sequestrati e congelati». Unodc ha cercato anche di spiegare le origini del problema droga e delinquenza. «Se ampi strati sociali percepiscono di non avere concrete chance di entrate decenti attraverso il duro lavoro e osservano come pochi vivano nel lusso senza far nulla, potrebbero essere tentati di intraprendere attività illegali», scrive l’agenzia. Che aggiunge: «Le ineguaglianze sociali possono essere lette come cause di una rapida espansione del crimine». Come cogliere in tempo il problema? Unodc suggerisce di usare il coefficiente di Gini, misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito. «In Italia, Regno Unito e Spagna, con coefficienti tra 35 e 37, il settore della droga si rafforza e il crimine organizzato ne beneficia». In altri Paesi, con un indice tra 22 e 25 (media Ue: 31), il problema è più limitato. Lo si legga come un suggerimento: ridurre le disuguaglianze significa anche contrastare la criminalità.

Il “business coca” 120mila spacciatori e 800mila clienti Unodc ha il merito di aver fatto anche il punto sui proventi del traffico di droga a livello mondiale, «la più grande fonte di guadagno per il crimine transnazionale»: circa il 20% dei profitti arriva dagli stupefacenti, con un ricavo pari all’1% del Pil globale. In Italia, le stime citate da Unodc variano molto: dallo 0,4% al 3,9% del Pil. Ma il volume d’affari rimane sempre cospicuo, grazie alla domanda. L’Onu sottolinea come più di 800mila siano i consumatori di cocaina nel nostro Paese e 173.500 gli spacciatori, quasi 3 milioni gli “aficionados” della cannabis. Solo grazie alla cocaina, la mafia accumula almeno 1,2 miliardi di dollari da “ripulire” soprattutto attraverso «investimenti immobiliari, nella ristorazione, nei trasporti». Conseguenze: distorsioni sul mercato, dati macroeconomici falsati, minori investimenti esteri.

————–o0o————–

Napolitano in tribunale

Napolitano dovrà deporre sul rapporto Stato-Mafia. Quindi potrebbe essere interrogato sul contenuto delle conversazioni telefoniche intercettate che sono state bruciate per ordine della Consulta. In sostanza la verità sul rapporto Stato-Mafia potrebbe lo stesso venire alla luce anche se in modo diverso e sotto veste di testimonianza orale. Insomma per quanto si siano gettate tonnellate di sabbia per seppellire la storia del rapporto Stato-Mafia qualcosa continua a farsi vedere.

-o0o-

La decisione lunedì prossimo all’avvio del processo

Trattativa Stato-mafia, per il Tribunale Napolitano può deporre

Napolitano

Mafia 20 maggio 2013

di Redazione
Arriva il primo sì del Tribunale di Palermo alla citazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano come testimone al processo per la trattativa tra Stato e mafia che prenderà il via lunedì prossimo, 27 maggio. Il Presidente del collegio ha autorizzato la richiesta dell’intera lista testi che comprende 178 nomi, avanzata nei giorni scorsi dalla Procura di Palermo con nomi eccellenti tra cui il Capo dello Stato, Vincenzo Scotti, Arnaldo Forlamo, Giuliano Amato a Luciano Violante. Oggi, il Tribunale ha accettato la lista testi non ritenendo che ci siano i presupposti di manifesta irrilevanza o contrarietà di legge. A questo punto la lista, con il nome di Napolitano, il 27 maggio approderà in aula quando il Tribunale dovrà formalmente decidere se fare deporre o no il Capo dello Stato. Tra i dodici imputati del processo spiccano i comi dell’ex Presidente del Senato Nicola Mancino, del generale Antonio Subranni, del generale Mario Mori e di Marcello Dell’Utri. I magistrati hanno chiesto al Tribunale la citazione del Capo dello Stato Napolitano per una frase scritta dall’ex consigliere giuriridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, finito al centro delle polemiche per le sue conversazioni con Nicola Mancino, e poi morto d’infarto. “Lei sa – scrisse D’Ambrosio al Presixente della Repubblica – che non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e mi fanno riflettere, che mi hanno portato a enucleare ipotesi di cui ho detto anche ad altri, quasi preso dal timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. D’Ambrosio era particolarmente amareggiato dopo la pubblicazione di alcune sue telefonate con Nicola Mancino, intercettati nell’inchiesta sulla trattativa. D’Ambrosio negava, prima di morire l’estate scorsa, di avere esercitato pressioni sulla gestione delle indagini.

—————-o0o—————-

Così l’ex pm di Palermo ora destinato ad Aosta

Trattativa, Ingroia: “E’ giusto che Napolitano sia tra i testimoni”

ingroia

18 maggio 2013

di Redazione

“Lo avrei fatto anche io, che sottoscrivo parola per parola tutta la lista dei testi presentata dalla Procura di Palermo nella vicenda della trattativa Stato-mafia”. Così l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia, ora destinato ad Aosta, commenta la richiesta dei suoi ex colleghi palermitani di ascoltare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “La richiesta di sentire il presidente della Repubblica non c’entra niente con la vicenda delle intercettazioni – spiega Ingroia – ma serve a chiedergli di riferire se Loris D’Ambrosio gli abbia parlato della lettera nella quale lo scomparso consigliere giuridico del Quirinale scrive di ‘indicibili accordi’ come se sapesse della trattativa Stato-mafia”. “Potrebbe averne parlato con il presidente Napolitano e per questo – continua ancora Ingroia – mi auguro che il Capo dello Stato venga sentito su questa vicenda. Quando ancora ero a Palermo, dopo la morte di D’Ambrosio, insieme agli altri colleghi del pool avevamo già da allora condiviso sulla necessità di ascoltare il presidente della Repubblica”

—————-o0o—————-

La decisione della Procura di Palermo

Stato-mafia, chiamati come testimoni Napolitano, Ciampi e Grasso

Grasso e Napolitano
18 maggio 2013
di Redazione

I magistrati della Procura di Palermo hanno citato come testimoni al processo il bis-presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi e Pietro Grasso, presidente del Senato. Il processo indaga su una presunta e pluriennale trattativa fra Stato e Mafia, in particolare sull’accordo per far terminare le stragi di stampo mafioso. Pronta la reazione di Grasso, che oggi, proprio a Palermo, si è recato alla Fiera del consumo critico promossa dall’associazione ‘Addio pizzo’. “Dopo aver ascoltato tanta gente nella mia vita, non posso che essere disponibile ad essere ascoltato. Naturalmente valuterò le prerogative del mio ruolo di farmi ascoltare nei palazzi del Senato”. Lo ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso, a Palermo, rispetto alla richiesta, avanzata dalla procura palermitana, di testimoniare, assieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sul processo per la trattativa Stato-mafia.

—————o0o—————

sabato 1 giugno 2013
Avrebbe mentito, tentando di occultare il reato degli altri imputati e coprire la trattativa. Il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi ha contestato una nuova aggravante all’ex ministro dell’Iinterno Nicola Mancino, già rinviato a giudizio per falsa testimonianza nel processo sulla trattativa stato-mafia.

In particolare Mancino avrebbe dichiarato il falso durante il processo a carico di Mario Mori (favoreggiamento a Cosa Nostra, chiesti nove anni di reclusione per la mancata cattura di Provenzano nel 1995), allo scopo di “coprire” il Ros che nel 1992 avviò i contatti con Vito Ciancimino. Subranni, Mori e De Donno, all’epoca ai vertici del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, sono accusati di “attentato a corpo politico dello Stato”.

Ammessi come parte lesa l’Associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili, la Presidenza del consiglio, la Regione Sicilia, il Centro Pio La Torre, Libera e Gianni De Gennaro, calunniato da Massimo Ciancimino secondo le accuse mosse dalla Procura di Palermo.
Rigettata l’istanza presentata come parte civile da Salvatore Borsellino: “Ricordo che sono stato tra i primi in Italia a parlare di trattativa, quando la trattativa era solo ipotetica. Fui preso per pazzo quando ne parlavo. E ora non mi fa certo piacere essere escluso dalle parti civili. Per il resto, visto che questo è un processo fondamentale, perché per la prima volta c’é lo Stato che processa un’altra parte di Stato, continuerò a seguire questo processo con interesse, seppure solo dall’esterno. Sono stati usati due pesi e due misure devo studiare bene le motivazioni prodotte dalla Corte d’Assise per capire il perché di questo comportamento”.

Fonte: http://it.ibtimes.com/articles/49887/20130531/mancino-aggravante-processo-stato-mafia-borsellino.htm#ixzz2UuqxAaRf

————–o0o————–

Il procuratore capo di Palermo, secondo l’accusa, avrebbe favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio e facendo così sfumare la cattura del latitante

12.6.2013
foto Ap/Lapresse

15:12 – Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto una procedura per incompatibilità a carico del procuratore di Palermo, Francesco Messineo, che rischia il trasferimento. Non ha favorito la circolazione delle informazioni all’interno dell’ufficio e “conseguenza di questo difetto di coordinamento sarebbe stata la mancata cattura del latitante Matteo Messina Denaro“, scrive il Csm nell’atto di incolpazione, citando l’accusa del pm Leonardo Agueci.

Messineo è stato convocato per il 2 luglio. Secondo il Csm inoltre, il magistrato ha avuto rapporti privilegiati con Antonio Ingroia il quale lo avrebbe condizionato nelle sue decisioni. Intanto il gip di Caltanissetta ha archiviato l’indagine per violazione del segreto istruttorio. “Ingroia tenne nel cassetto intercettazioni su Messineo” – Alla procura di Palermo c’era il “sospetto” che il capo Francesco Messineo “avesse perso piena indipendenza” nei confronti di Antonio Ingroia o che ci fosse comunque con lui un “rapporto privilegiato” (“peraltro successivamente ammesso” dal diretto interessato) che avrebbe determinato un suo “condizionamento”, aggiunge il Csm, che in questo quadro inserisce anche il fatto che Ingroia tenne per 5 mesi le intercettazioni che riguardavano Messineo, prima di trasmetterle a Caltanissetta. “Invitò il pm a non iscrivere direttore di banca” – Messineo invitò il suo sostituto Verzera che indagava per usura bancaria a “soprassedere, in attesa di ulteriori acquisizioni” all’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora direttore di Banca Nuova, Francesco Maiolini, a lui legato da “rapporti di amicizia”. Rapporti continuati anche durante l’indagine della procura di Palermo e così consolidati che Messineo in passato aveva chiesto e ottenuto da Maiolini “un posto di lavoro per suo figlio”, scrive il Csm.

————o0o————-

mercoledì 19 giugno 2013

Riceviamo e pubblichiamo: Di Giulia Zucchi Italia. Ultimamente ci penso spesso. Penso a quella che considero la mia casa e che è stata tale per tutti i miei antenati (almeno quelli di cui sono a conoscenza), a cosa rappresenta per me l’Italia, a come e perché mi sento italiana. E mi amareggia tantissimo scoprire che non solo all’estero nella maggior parte dei casi ci considerano poco più che un popolo di fessacchiotti, quando non addirittura disonesti, ma che gli stessi italiani provano un sentimento simile, se non peggiore nei confronti del loro paese. Mi fa molto arrabbiare il servilismo e l’esterofilia insiti nei modi di fare e nei pensieri dell’italiano medio, questo considerarci noi per primi provinciali ed arretrati. Ma allora la soluzione qual è? Fare i bagagli e andare altrove ad alimentare lo stereotipo dell’Italia paese di mafiosi e di corrotti? Troppo facile. Non è anche un po’ colpa nostra se il Belpaese è arrivato a questo punto di degrado morale, di stagnazione, di mancanza di speranza per le giovani generazioni? Perché in Italia si respira troppo spesso il disamore per la propria patria, salvo venire fuori coi mondiali di calcio o, molto peggio, quando un immigrato commette un crimine? Come mai solo allora ci rendiamo conto di essere italiani e di voler difendere il nostro paese dallo straniero? E perché non ce ne siamo mai ricordati negli ultimi decenni in cui abbiamo subìto l’imposizione della cultura anglo-americana? E si trattasse solo di “cultura”! Vogliamo parlare delle basi NATO sparse per tutto il paese che vengono ancora considerate un legittimo tributo per la liberazione? A me pare che settant’anni siano un lasso di tempo incredibilmente lungo per estinguere un debito! Vogliamo parlare delle stragi di stato e della strategia della tensione messe in atto dai nostri amici d’oltreoceano con la complicità e l’assordante silenzio delle istituzioni nazionali? Mi arrovello cercando delle risposte. Com’è possibile che gli italiani non si siano mai resi conto che l’America stava distruggendo la nostra sovranità nazionale e la nostra cultura importando sistematicamente il suo stile di vita e insinuandosi costantemente nella nostra politica interna? Capisco i politici, loro hanno avuto e hanno tuttora il loro tornaconto. Ma a noi comuni cittadini come ci hanno convinti che gli americani sono meglio di noi, ci proteggono e sono il modello da cui prender esempio? Che cosa ci manca (o forse sarebbe meglio dire ci mancava) da non poter essere autosufficienti? Da quando essere attaccati alla proprie radici e tradizioni è diventato un inutile fardello di cui sbarazzarsi? Possibile che la maggior parte della gente che conosco ascolta solo band anglo-americane e non ha mai prestato attenzione alle parole di De Andrè o di Battiato, tanto per citarne un paio? Non è forse indottrinamento questo? Io credo che non si possa stare bene nel mondo se non ci si ricorda quali sono le proprie radici, che non si possa sapere dove andare se non si sa da dove si viene. Bisogna avere dei punti fermi, delle certezze, dei luoghi a cui tornare, altrimenti si rischia di sviluppare la schizofrenia tipica dell’uomo moderno, quello allergico alle responsabilità, alle relazioni stabili, senza nessuna capacità introspettiva e completamente concentrato sulla materialità. E cosa ancor peggiore, senza punti saldi non si capisce più chi è il nemico e chi l’amico. Perché una nazione che costruisce il MUOS sul suolo italiano, nonostante le evidentissime proteste dei cittadini, è nemica. Eppure non mi capita quasi mai di imbattermi in sentimenti anti-americani o quanto meno di indignazione per quanto avvenuto negli ultimi decenni, mentre l’odio nei confronti degli immigrati (quelli arabi o di colore per intenderci) è sempre dietro l’angolo. Nemmeno ci rendiamo conto di usare due pesi e due misure! È vero che i mass media non fanno nulla per aiutarci ad avere una visione oggettiva della società e del mondo in cui viviamo però, se ci si documentasse un po’, non si farebbe fatica a scoprire che il governo americano non ha mai smesso di influenzare e di manipolare pesantemente la politica del nostro paese dal 1943 ai giorni nostri. In pratica, la liberazione non è mai stata tale perché siamo passati da un’oppressione manifesta ad una patinata e celata dietro al benessere, ai chewing gum e alla coca cola. Così, facendoci inebriare dall’abbondanza e da uno stile di vita moderno e più possibilista, abbiamo dimenticato chi siamo, permettendo ad altri di cambiare il corso della nostra storia. Perché, benché nessuno lo ammetta, gli americani avevano paura dell’Italia, un paese bello, ricco di risorse e di talenti, e posizionato strategicamente a metà strada tra est ed ovest. E non dobbiamo assolutamente sottovalutare la forza politica e di aggregazione del partito comunista italiano che, nel secondo dopoguerra, era il più forte di tutta l’Europa occidentale. Ovviamente lo zio Sam non poteva certo permettere che vincesse e ci facesse passare dall’altro lato della barricata! Certo che no! E allora via alla strategia della tensione, alle bombe a piazza Fontana, alle BR, al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. Tutti reati ovviamente imputati a matrici di estrema sinistra. Sarà un caso che Moro fu sequestrato proprio pochi giorni dopo aver proposto un’apertura verso il partito comunista, cercando di concedergli l’ingresso nella maggioranza parlamentare? Al di là di sterili polemiche che possono facilmente nascere sul comunismo, se lo si considera all’interno della realtà italiana di quel periodo, non si può certo negare che abbia portato ad un grande risveglio di classe e che abbia rappresentato una speranza per i nostri padri e i nonni. Infatti, è stato grazie alle lotte operaie portate avanti sotto la bandiera rossa che i lavoratori hanno ottenuto diritti e sicurezze impensabili fino a qualche decennio prima. Diritti e sicurezze che abbiamo perso completamente e, per la prima volta in secoli, le generazioni dei figli si ritrovano ad avere meno garanzie di quelle dei padri. Sia chiaro, non ho assolutamente nulla contro il popolo nord-americano. Sto semplicemente cercando di presentare la situazione da un altro punto di vista perché, per citare una frase celebre di Balzac “Dovete sapere che ci sono due storie: quella ufficiale piena di menzogne, che insegnano a scuola, la storia ad usum delphini; e poi c’è la storia segreta, quella che contiene le vere cause degli avvenimenti, una storia ignominiosa”. E la mia indignazione nasce proprio da questo. A scuola non ci insegnano quello che dovremmo sapere. Prima di tutto, sembra che dopo la Seconda Guerra Mondiale non sia successo più nulla, una sorta di “… e vissero felici e contenti” mentre trovo che sarebbe fondamentale sapere qualcosa in più sulla nostra storia recente. Non è così che si capisce meglio il presente e si vive in modo più consapevole? Inoltre non bisogna dimenticare che il ‘900 è stato il secolo che più di tutti ha stravolto la vita dell’uomo su questo pianeta e noi che facciamo? Lo studiamo a metà! E quella metà che studiamo è comunque incompleta e non sempre veritiera. Da bambina per me il mondo era diviso in due: i buoni e i cattivi. I cattivi erano i tedeschi e i buoni, guarda un po’, gli americani. Loro ci avevano salvato e liberato ma perché nessuno spiega mai a quale prezzo? Perché a scuola non dicono che ci sono ancora basi NATO su tutto il nostro territorio nazionale e che gli Stati Uniti possono fare esercitazioni di ogni tipo senza nemmeno interpellare il governo italiano? Perché non dicono che per assicurarsi la riuscita dello sbarco in Sicilia gli alleati hanno stretto accordi con il famigerato Lucky Luciano e hanno scarcerato e messo al potere noti mafiosi arrestati sotto il fascismo? Perché nessuno sa che gli americani si sono finanziati lo sbarco in Italia con la stampa di una moneta estera – le AM Lire (American Military) – con la quale hanno comprato l’intero paese? Poi si esce dall’infanzia e si entra nell’adolescenza. Il mondo non è più così nettamente diviso in buoni e cattivi ma iniziano ad esserci i miti, le star da emulare, il desiderio di essere diversi da come si è. E anche qui ci vengono in soccorso i nostri amici d’oltreoceano con un bombardamento tale di film, telefilm, musica, gossip sulle star di Hollywood ecc., da far sembrare la nostra vita nella piccola Italietta noiosa e provinciale. E così il sogno americano continua e viene incessantemente alimentato dalla propaganda dei mass media. Con l’età adulta e tutte le preoccupazioni che ne conseguono, le persone non hanno più tempo per sognare e si devono far andare bene la loro vita fatta di precariato, contratti a termine, impossibilità di accedere ad un mutuo e metter su famiglia. Allora quando non ce la si fa più e non sembrano esserci altre vie d’uscita, ecco che, all’improvviso, il mito americano, e l’idea che in generale all’estero si stia meglio, ritorna e si fanno le valigie per lasciare questo paese provinciale e traditore senza però chiedersi mai cos’abbiamo dato noi alla nostra Italia. Ho l’impressione che sia un circolo vizioso che difficilmente ci permetterà di uscire da questa situazione di stallo. Le colpe sono tante e tante sono le persone da biasimare però credo che non cambierà mai nulla se prima non cambieranno gli italiani. Se prima non cambieremo noi, singolarmente. Se non impareremo ad amare e rispettare la nostra terra (oltre che la Terra in generale) e se non smetteremo di puntare il dito sempre contro qualcun altro. L’Italia fa schifo, gli italiani fanno schifo ma voi, noi non ne facciamo forse parte? Un sentito ringraziamento va a TUTTA la nostra classe politica degli ultimi decenni che si è fatta comprare in modo vergognoso ed ha svenduto il proprio paese ad una potenza straniera. Questa riflessione è stata semplicemente dettata dal desiderio di fare un po’ di chiarezza e dall’esasperazione nel vedere il nostro paese costantemente deriso, infangato e sempre più annientato dall’ingordigia dei nostri politici e dall’indifferenza ed insofferenza dei nostri connazionali. Italiani! È tempo di ristudiare la storia e di rimboccarsi le maniche per restituire al nostro paese un po’ di dignità e poter sperare in un futuro più roseo per le prossime generazioni. Dopo anni di indifferenza, qualunquismo, esterofilia, calcio e gossip glielo dovete. Glielo dobbiamo. Qui di sotto riporto qualche link a supporto di quanto affermato. Vorrei inoltre ribadire che non ho accesso ad archivi segreti né a nessun tipo di “fonte confidenziale”. Tutte le mie affermazioni sono frutto di letture e ricerche personali – che tutti possono tranquillamente effettuare seduti davanti ad un pc – spinte dall’amore per la verità e per il mio paese. Giulia Zucchi http://sulnwo.blogspot.it/2013/04/il-muos-e-la-terza-guerra-mondiale.html – Il MUOS di Niscemi http://archivio900.globalist.it/it/libri/lib.aspx?id=2166 – La vera storia del Rapimento Moro http://www.youtube.com/watch?v=TxtvJIvwrkE – AM Lire http://www.youtube.com/watch?v=nfSM8_t6r8M – Blu Notte, I rapporti segreti tra America e Italia http://www.libreriamo.it/a/3541/paolo-cucchiarelli-nel-mio-libro-dimostro-come-piazza-fontana-non-sia-un-mistero-irrisolvibile.aspx – La vera storia della strage di piazza Fontana

—————o0o————–

mercoledì 19 giugno 2013
“Liberatevi delle Costituzioni antifasciste e sinistroidi“, parola della banca d’affari JP Morgan. 
Volete sapere quale è la ricetta della banca d’affari JP Morgan per il nostro Paese? E’ una ricetta molto semplice, secondo gli affaristi della banca i governi europei dovrebbero, udite udite, liberarsi delle Costituzioni antifasciste e “sinistroidi”. Come a dire che i motivi della crisi che sta rovinando la vita di milioni di persone andrebbero ricercate non nelle dissennate politiche di austerity imposte dall’Ue sulla base dell’ideologia neoliberista, ma nelle Costituzioni che ancora difendono i diritti dei cittadini. Può sembrare incredibile ma è così, lo ha rivelato il Wal Street Italia che ha tradotto un documento di 16 pagine diffuso dalla JP Morgan.  La liquidazione delle Costituzioni ispirate all’antifascismo (declinato sia per il franchismo in Spagna che per i Colonnelli in Grecia) diventa  quindi un obiettivo dichiarato dei poteri forti finanziari. Certi discorsi ormai si sentono quotidianamente anche nell’agenda politica del nostro paese. Insomma non solo non si fa un passo indietro rispetto all’asuterity, ma si mettono anche in discussione le Costituzioni, l’ultimo baluardo in difesa dei diritti dei cittadini, scritte con il sangue dei partigiani che hanno combattuto il nazifascismo. Dopo questo documento della JP Morgan comunque, se non altro è possibile comprendere a fondo quale è il disegno che ispira i poteri forti internazionali. Nel documento infatti si spiega il lavoro che secondo la Jp andrebbe ancora fatto in termini di alleggerimento del debito sovrano e delle famiglie, e c’è da mettersi le mani nei capelli. Le riforme strutturali piu’ urgenti, oltre a quelle politiche, sono secondo la banca quelle in termini di riduzione dei costi del lavoro, di aumento della flessibilita’ e della liberta’ di licenziare, di privatizzazione, di deregolamentazione, di liberalizzazione dei settori industriali “protetti” dallo stato .Gli autori della ricerca osservano che nel cammino che porta al completamento degli accorgimenti da apportare alla propria struttura politico economica, l’area euro si trova a meta’ strada. Cio’ significa che l’austerita’ fara’ con ogni probabilita’ ancora parte del panorama europeo “per un periodo molto prolungato“. Chi dice che persino la Merkel si è accorta dell’inutilità dell’austerity è bene che si svegli, l’austerity fa parte di una visione del mondo, e non ci abbandonerà per molto tempo..
Gracchus Babeuf

Tratto da: http://terrarealtime.blogspot.it/2013/06/jp-morgan-cala-la-maschera-liberatevi.html

—————-o0o—————-

3 luglio 2013

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/CRONACA/toto_riina_trattativa_stato_mafia_ciancimino_ros_andreotti/notizie/298908.shtml

«I veri mafiosi sono politici e magistrati. Andreotti era un galantuomo, io sempre “andreottiano”. Ma mi ci vedete a baciarlo?»

Totò Riina

ROMA – Dal capomafia Totò Riina arriverebbero clamorose conferme sull’esistenza della trattativa Stato-mafia. Agli agenti penitenziari avrebbe detto che a farlo arrestare furono Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. Le parole del boss, che non collabora con la giustizia, sono finite in una relazione degli agenti che oggi è stata depositata agli atti del processo sulla trattativa insieme agli interrogatori delle guardie carcerarie che hanno sentito le frasi di Riina. Dalle parole del boss verrebbe una conferma alle dichiarazioni del figlio di Ciancimino, Massimo, che ha raccontato ai pm che furono il padre e Provenzano a fare arrestare Riina ai carabinieri a gennaio del 1993. Il padrino avrebbe fatto riferimento poi alla circostanza che qualcuno sarebbe andato da lui: frase sibillina che potrebbe alludere al tentativo di dialogo avviato dal Ros con Riina attraverso Vito Ciancimino che avrebbe segnato l’avvio della trattativa.

Riina: «Andreotti? Un galantuomo».
«Appuntato, lei mi vede a baciare Andreotti? Le posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre»: così Riina, il 21 maggio scorso, avrebbe risposto a un agente della polizia penitenziaria che gli chiedeva se fosse vera la storia del bacio tra lui e Andreotti. A riferire il particolare ai magistrati di Palermo è stata la stessa guardia carceraria che ha depositato sul suo colloquio con Riina una relazione di servizio finita agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia.

Riina rivela il ruolo dei servizi nelle stragi
. Il ruolo dei servizi segreti nella strage di Capaci, nella scomparsa dell’agenda rossa del giudice Borsellino e nell’attento di via D’Amelio sono stati oggetto delle confidenze fatte in carcere da Riina a un agente della polizia penitenziaria che le ha poi riferite in una relazione di servizio consegnata alla procura di Palermo. Nella relazione la guardia, riportando le parole del boss, dice che Riina avrebbe sostenuto: «Brusca non aveva fatto tutto da solo e lì c’era la mano dei servizi segreti. La stessa cosa – prosegue l’agente, sempre riportando le parole del boss – vale anche per l’agenda del giudice Paolo Borsellino. Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e non si fanno dire a chi ha consegnato l’agenda? In via D’Amelio c’entrano i servizi che si trovano a Castello Utveggio e che, dopo cinque minuti dall’attentato, sono scomparsi, ma subito si sono andati a prendere la borsa».

«Mai visto il papello».
«Ha visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione a me e tutta la mia famiglia»: così il 21 maggio scorso Riina si sarebbe sfogato in carcere con un agente penitenziario. Lo ha riferito la guardia in una relazione di servizio depositata oggi agli atti del processo Stato-mafia. «Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli – avrebbe aggiunto il boss – Io di questo papello non so niente. Non l’ho mai visto. La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine assumendosi tutte le responsabilità. Io sto bene, mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura».

«Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse, come è che sono responsabile di tutte queste cose?»: così Riina rispose alla guardia carceraria che gli ricordava di trovarsi in carcere perché ritenuto colpevole «nei vari processi che si sono svolti davanti alle varie autorità giudiziarie. Nella strage di Capaci mi hanno condannato con la motivazione che, essendo io il capo di Cosa nostra, non potevo non sapere come è stato ucciso il giudice Falcone. lei mi vede a me a confezionare la bomba di Falcone?».

«Io con la magistratura non ci parlo e non voglio avere a che fare con loro.
E’ inutile che vengano qua. Non ho niente da dire a loro» disse Riina alla guardia carceraria il 21 maggio scorso. «Se vuole, lei si siede, a lei quattro cose gliele racconto…». Ma poi è ripreso il processo e i due non hanno continuato a parlare. Salvo poi, a fine udienza, spiegare alla stessa guardia: «A me mi ha fatto arrestare Bernardo Provenzano e Ciancimino (Vito ex sindaco di Palermo ndr) e non, come dicono, i carabinieri».

-o0o-

Riina non parla con i magistrati per tutelare la sua vita, pare che provenzano avesse intenzione di farlo sono andati in cella e lo hanno picchiato ,ciancimino che viene arrestato …, parlare di trattativa e’ errato e non so dove vogliono arrivare i magistrati , la mafia fa quello che ha sempre fatto e’ un potere ufficioso e sacrifica all’opinione pubblica la sua parte militare mentre la sua struttura rimane inalterata, lo ha detto pure macaluso difendendo napolitano parlare di trattativa e’ improprio.

-o0o-

Che Riina si metta a chiaccherare con la guardia penitenziaria…..mi vien da ridere proprio. I magistrati non li vuol vedere ma alla guardia, se si siede con lui, due parole le fa. E magari si pigliano pure un caffè. Che buffonata.
Neanche ve lo immaginate il rapporto detenuto-agente di custodia.
Ma ci credete davvero a quello che scrivete? No, tanto per sapere così mi regolo se risparmiare tempo evitando di postare i miei commenti.

Annunci