Chi occulta il Segreto di Fatima?

Segnalazione di Luciano Gallina

Un articolo attualissimo, per riflettere…:

di Arai Daniele – 08/12/2008

L’Evento di Fatima, riportando gli uomini al senso cristiano della storia che ha per centro Cristo Signore, ci aiuta anche a capire e ad approfondire i fatti storici dell’era moderna.

Questa comprensione parte dal riconoscimento della fondamentale opposizione tra la Città di Dio e la città degli uomini, tra la Chiesa e la Sinagoga di Satana, tra Roma e Babilonia, tra il Cristianesimo e la Rivoluzione.

Questa opposizione metafisica, irriducibile è la chiave dell’immane crisi della società umana, dilacerata da conflitti, da odii, dalla droga, dall’aborto, dal divorzio, dall’immoralità e da ogni violenza, mali sfrenati che distruggono in modo crescente la convivenza civile, mentre la tecnologia, inevitabilmente a servizio della mentalità dominante, va devastando la natura a livello cosmico.

Tale processo distruttivo ha certamente molte cause intermediarie, ma la più diretta è quella religiosa: del rifiuto metafisico del Bene.

Se Fatima fa parte dell’intervento di Dio nel mondo, come crediamo, il mondo che vuole liberarsi di Dio non può che rifiutare Fatima.

Per contro, la soluzione dei grandi problemi umani è religiosa, poiché è lo spirito a ordinare le idee e queste a governare la vita.

Il peggior rifiuto ha quindi aspetto religioso.

Ecco il modernismo che vuole che lo Stato, per essere ordinato e pacifico, sia secolarizzato, cioè indifferente e ateo, e che la religione sia confinata alle chiese; ridotta a credenze personali: una religione, cioè, al servizio della società anziché della Verità, della pacificazione umana anziché dell’unione con Dio.

Ma la libertà per la Chiesa, che, ovunque, ha per presupposto il poter predicare la verità del Verbo di Dio, Nostro Signore Gesù Cristo, accusando gli errori contrari, non può essere limitata dallo Stato, perché verrebbe meno al fondamento stesso della religione: la priorità della verità su ogni altro valore!

A questo punto si capisce che il messaggio, all’immagine della verità del Verbo applicata al nostro tempo per liberare i fedeli da questi errori religiosi disturba quanto il Magistero.

Fa paura un messaggio che rappresenti la Religione dell’intervento di Dio nella società degli uomini.

IL SEGNO DI CONTRADDIZIONE NELLA STORIA

Dopo aver parlato della Storia sotto l’intero dominio del suo Signore sembra difficile poter spiegare perché Gesù Cristo sia stato crocefisso, e a Sua immagine, tanti Santi martirizzati e la Chiesa perseguitata.

Che vittoria è mai questa che implica alla fine una contraffazione religiosa per cui anche i fedeli sarebbero al punto di essere sviati e, per quanto dice questo libro: il Messaggio di Maria manomesso e archiviato!

I Cristiani chiamano tale questione il segno di contraddizione.

IL MENTORE DELLA RIVOLUZIONE ALL’ORIGINE DELLA STORIA

La storia umana è la storia di una ribellione cresciuta e moltiplicata.

Nell’inizio del 1° libro della Sacra Scrittura, la Genesi, c’è l’episodio del «Peccato originale» le cui conseguenze condizionano tutta la storia.

Dal momento in cui la volontà dell’uomo seguì il richiamo concupiscente del potere la creatura umana si separò dall’immutabile volontà del Creatore che governa l’Universo e cominciò il traumatico conflitto tra la creatura decaduta e l’ordine divino i cui princìpi sono incisi nella sua coscienza.

E già nella Genesi è menzionato il decorso di questa lotta e il suo esito finale per l’azione della Vincitrice sul seduttore ribelle: «Porrò inimicizia fra te e la Donna, tra la stirpe tua e la stirpe di Lei; Essa ti schiaccerà il capo, e tu insidierai il suo calcagno» (Genesi 3,15).

Ecco il germe di tutta la storia del mondo, della Redenzione, della Chiesa e anche di un evento straordinario come Fatima.

Dagli albori della storia, quindi, l’uomo decaduto e in crisi, sa che può aderire ad una delle stirpi contrapposte da una inimicizia fondamentale: da una parte, la Donna, Vergine e Madre, che respinge ogni ribellione, aderendo ai segni della Volontà divina; dall’altra, il tentatore del «non serviam», che seduce gli uomini ad una falsa libertà e autonomia dal volere divino per separarli per sempre da Dio.

La ribellione originale ha generato tante altre ribellioni, che sono aumentate nel corso della storia con l’accrescere del potere umano, moltiplicandosi e rinforzandosi con violenze, conflitti, rivoluzioni e guerre mondiali, fino al deviato moderno, la Rivoluzione per eccellenza, che occupa ogni campo civile e religioso con il suo pluralismo di errori e di menzogne per intronizzate la legge e il culto dell’uomo nel Luogo santo di Dio. (confronta II Tessalonicesi 2).

Si deve perciò riconoscere due campi contrapposti che l’uomo può scegliere come dimora per la sua coscienza: Dio lascia infatti libero il pensiero e la volontà umana, ma la fede è a Lui vincolata; lascia libero il giudizio delle cose, ma la retta coscienza è la Sua stessa voce; lascia libera la scelta di credere o non, ma la Sua Religione è una sola.

Ora, la «Rivoluzione» come proiezione della ribellione originale nella società, crea la sua libertà nell’errore, di modo che la Rivoluzione é per l’umanità quello che la ribellione è per ogni uomo.

Entrambe hanno un rapporto di rifiuto e autonomia verso la volontà di Dio, suscitato dalla superbia, dall’invidia e dalla sensualità che accecano.

E’ imprescindibile tenere presente la dimensione religiosa della Rivoluzione perché, senza riconoscere la vera natura, si può perdere di vista il suo obbiettivo finale, limitando la sua portata distruttiva, o pensando che un nuovo corso possa cambiare i suoi obbiettivi finali che sono quelli del metafisico «non serviam».

Questo è detto perché considerarla un fatto soltanto politico, contrario alla civiltà cristiana, non è sufficiente.

Sarebbe come considerare la rivoluzione comunista l’espressione massima della Rivoluzione, il che si sta dimostrando falso.

Infatti, questa non è più che uno dei tentacoli del processo totale che si serve di ogni mezzo per colpire il cuore stesso del Cristianesimo: la Chiesa e, in essa, il Santuario.

Solo da questi ultimi prende forza ogni difesa, perché solo in essi è la soluzione dei problemi del pensiero e perciò della crisi moderna che è, come si è veduto prima, innanzitutto religiosa.

Ma, attenzione!

Anche tra la «Religione» che, essendo depositaria della Volontà divina, è unica e necessaria, e le «religioni», che raccolgono un miscuglio di idee e sentimenti, anche di apparenza buona, c’è una differenza abissale, che si ricollega alla contrapposizione essenziale.

Ricordiamo che Gesù Cristo, venuto in un mondo che era diffusamente religioso, ha detto subito, all’inizio del suo insegnamento: «Pensate che lo sia venuto a portare la pace sulla Terra? Non sono venuto a portare la pace, ma la spada».

E per accentuare la contrapposizione: «Sono venuto a separare il padre dal figlio, la figlia da sua madre e la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua stessa casa» (Matteo 10,34; Luca 12,51).

E se nelle stesse famiglie la vera fede ha bisogno di essere separata dalle false credenze, quanto più difficile è farlo nella società!

LA NATURA DELLA RIVOLUZIONE

La Rivoluzione è quel processo dominante che, dall’inizio, vuol confondere per cancellare nelle anime la religione dei Comandamenti rivelati da Dio e che, perciò, trascendono ogni conoscenza.

La Rivoluzione, essendo un processo di opposizione ostinata, aperta o occulta, all’ordine naturale, con cui Dio ha creato ogni cosa e ognuno per un suo divino disegno, ha un corso inevitabilmente distruttivo.

Prima o poi, le società e le famiglie che vi soccombono vedranno avvicinarsi l’annientamento.

Malgrado ciò, essa può crescere come un cancro, associando passioni ed odi fino a generare un suo prodotto finale, descritto dall’ultimo Libro sacro, l’Apocalisse, come il distruttore Anticristo, attrezzato con poteri incomparabili di seduzione ed inganno, per corrompere tutti quelli che non hanno il Segno di Dio, la Croce, che è amore e soggezione filiale.

In questo tempo finale, più che mai, ci vorrà un eroico discernimento per scegliere tra la via larga di un apparente benessere, nel nome della libertà, della giustizia e della pace, proposta da un illusorio superamento delle contraddizioni essenziali, che è l’umanitarismo religioso, e la via stretta della preghiera e della penitenza, secondo la Fede rivelata dal Crocefisso e illuminata, nell’ora presente, da un segno materno inviato dalla Volontà divina.

Si può parlare allora di una «rivoluzione cattolica»?

Ecco un mescolamento finale di acque che, con un estremo inganno, vorrà sostituire la vera contrapposizione, l’inevitabile lotta tra il bene e il male, con un compromesso che porterebbe, senza colpo ferire, la Chiesa all’autodistruzione.

Ecco cos’è l’umanitarismo, l’ultima tappa di tutte le rivoluzioni.

Quando i fedeli saranno stanchi di perseverare nella lotta che separa, quando temendo la violenza rivoluzionaria, sceglieranno «il male minore», saranno già scivolati nella scelta del male.

Viviamo questi tempi?

E’ quello che si deve vagliare, considerando l’introduzione del processo rivoluzionario e il «fumo di Satana» nella sua meta finale: la Chiesa di Dio.

La Guerra e la Rivoluzione del 1917, seguite dalla II Grande Guerra, rappresentano i momenti più appariscenti di una devastazione su scala mondiale della Rivoluzione totale.

Sono superate?

Stiamo tornando alla normalità e alla pace o un’altra tappa della stessa Rivoluzione si sta compiendo in modo sotterraneo, ma ancora più infausto, nel mondo delle idee?

Soloviev aveva capito il pericoloso inganno inerente a quel cristianesimo umanitario espresso da Tolstoj per cui Gesù Cristo si riduce a un simbolo dell’umanità che divinizza le proprie opere e pensieri al punto di divenire l’idolo di se stessa e che viene rappresentata dall’uomo notevole, dall’asceta e filantropo, sintesi del pensatore e spiritualista, il modello umano che deve imperare e essere incensato dal mondo, quello che nelle Scritture prende il posto di Dio: l’Anticristo.

Esso arriva al Seggio supremo attraverso una religione senza pari, perché la sintesi di tutte, che predica così: «Il Cristo è stato il riformatore dell’umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita; io, invece, sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile.

Il Cristo, come moralista, ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi.

Ecco la sua seduzione: la via aperta, la pace e la prosperità universale… qualcosa che abbraccia insieme e mette d’accordo tutte le contraddizioni».

DA RIBELLIONE PERSONALE A RIVOLUZIONE SOCIALE

Dalla ribellione originale, suscitata dal serpente diabolico in Adamo ed Eva, causando l’allontanamento dell’uomo dal Creatore, egli, l’uomo, vive nel conflitto costante tra la scelta di quel che più alletta la sua volontà concupiscente e i precetti divini, profondamente segnati nella sua coscienza.

Così, la storia umana dell’uomo decaduto cominciò segnata dalle violenze, dalle idolatrie e da un sensuale paganesimo.

I segni divini per aiutare l’uomo nella scelta del buono e del vero, allontanandolo dalla brutalità pagana, non sono mai mancati, specialmente per il popolo eletto, che ha continuamente ricevuto segni per credere nel Dio vero.

Ma le preferenze umane hanno, anch’esse, continuato ad infettare e ad oscurare in modo tale questa fede che, alla venuta del Messia annunciato dalla Rivelazione, lo stesso popolo eletto e la sua classe sacerdotale, preparati per riconoscerlo e accoglierLo, Lo hanno negato e crocifisso.

Ed ecco che la Rivelazione, negata dagli ebrei, fu consegnata ai popoli gentili, iniziando il tempo delle nazioni.

Si può dire che, da allora, la vecchia Sinagoga si auto-trasformava in centro di una rivoluzione religiosa, talmudica e giudaizzante, che usava tutti i suoi poteri e intrighi per combattere Cristo e perseguitare i suoi fedeli.

Così, nell’era cristiana, il germe della Rivoluzione che fu diffusa nel mondo e che perdeva forza da un lato, estendeva i tentacoli da un altro, sempre contro la volontà di Dio, Uno e Trino.

Tra queste religioni sorse l’islamismo: contrapposizione alla verità della Trinità divina, rinforzatosi in un Oriente cristiano dove si annidavano eresie e scismi distruttivi.

Tutte queste deviazioni erano di natura rivoluzionaria, perché insorgevano contro l’autorità divina.

L’eresia ariana, per esempio, negando la divinità di Gesù Cristo, contestava l’autorità alla Sua Dottrina.

Così lo scisma che, rifiutando ubbidienza al Pontefice Romano, negava l’autorità del Primato, istituito divinamente dal Salvatore.

Le persecuzioni e le eresie disgregatrici del Cristianesimo furono, però, contenute allora, dalla provvidenziale conversione dell’Impero Romano per mezzo di Costantino.

La storia racconta che l’imperatore, prima di una decisiva battaglia, a Roma, nel 312 avanti Cristo, avendo avuto la visione del Segno di Cristo in cielo con la scritta «In hoc signo vinces», che lo aveva portato alla vittoria militare, credette e si convertì.

Seguirono mille anni che, sebbene tempestati da divisioni, errori e delitti, hanno fatto fiorire senza pari la Civiltà Cristiana.

Neppure il Grande scisma d’Oriente, maturatosi nel 1054, contro il principio d’Unità cattolica, e neppure le dispute attorno al Seggio del Successore di San Pietro, hanno potuto indebolire la solidità della Chiesa.

La tentazione rivoluzionaria è tornata forte nel secolo XIV con l’introduzione, in Europa, di una cultura neopagana che, appoggiata da nuove idee filosofiche, prendevano il sopravvento sul rigore scolastico, e affievolendo lo zelo religioso e le difese della Civiltà Cristiana, derideva l’austerità cristiana in favore di manifestazioni artistiche sempre più sensuali e festive.

L’Umanesimo rinascimentale fu una forma rivoluzionaria che, mescolando speculazioni filosofiche e teologiche, alimentò dubbi morali e religiosi, l’avidità di ricchezze e di benessere e divisioni nazionali nella società, che avrebbero minato la vita e l’autorità della Chiesa.

LA RIVOLUZIONE PROTESTANTE

Scoppiò allora la rivoluzione protestante di Lutero, che si manifestò, inizialmente, come un ritorno alle verità originali dei Cristianesimo per la liberazione del presente.

Ma tale «verità» pretendeva giustificare, nella Fede, la decadenza umana con la negazione del libero arbitrio e, contraddittoriamente, innalzare la coscienza umana ad arbitra e interprete della Rivelazione biblica contro l’autorità della Chiesa.

Le conseguenze della pseudo-Riforma furono disastrose per il Cattolicesimo, sia dal punto di vista dell’inquinamento filosofico e dottrinale, sia da quello della sua divisione e inevitabile conflittualità politica e sociale.

Sentiamo il Papa Leone XIII nella sua Enciclica «Diuturnum» del 29 giugno 1881: «Fu dalla Riforma che nacquero, nel secolo scorso, la falsa filosofia e quello a cui si dà il nome di diritto moderno, così come la sovranità del popolo e quella licenziosità scatenata, senza la quale molti già non sanno distinguere la vera libertà».

Dottrinalmente, perciò, la riforma protestante ha contribuito al processo rivoluzionario, completando la sua opera con la collaborazione politica dei suoi capi, ragion per cui «la rivoluzione francese non è stata altro che una vendetta della Riforma», secondo quanto ha scritto il canonico Roul, menzionato dallo scrittore Jean Ousset, che continua: «I Riformisti hanno contribuito indirettamente a questo, per mezzo dei filosofi e delle società di pensiero, che avevano prima pervertito e che, a loro volta, si sono incaricate di diffondere ovunque la confusione. Basta pensare a Rousseau e all’influenza che ha esercitato sulla rivoluzione e i rivoluzionari. Ebbene, in tutti i sensi dell’espressione, ‘Rousseau veniva da Ginevra’ (protestante)».

La Rivoluzione viene alimentata, a livello delle persone, dalla triplice concupiscenza, e cioè dalla superbia, dall’invidia e dalla sensualità.

Queste si traducono nel sociale in tanti modi.

Però, siccome la Rivoluzione è essenzialmente ribellione all’autorità divina, essa vuole, come suo scopo primario, cancellarla dalla società umana, tramite la conquista del potere secolare.

Ma non sempre questo è possibile o conveniente, perciò la Rivoluzione si diffonde, anche, corrompendo dottrinalmente la legge divina, sia con interpretazioni distorte, sia inquinandola con concetti falsi per mezzo di una «rivoluzione semantica».

Per raggiungere questo obbiettivo, basta far cadere le preclusioni alle ideologie rivoluzionarie; che non si parli più di vera e intrinseca contrapposizione con la Dottrina Cristiana, che si inciti alla convivenza nel miscuglio pacifico di ideologie e di religioni: cioè che si pongano allo stesso livello errore e verità.

Con questo, ecco che la rivoluzione è compiuta.

Vediamo con quali idee è stato articolato questo processo politico rivoluzionario dopo la pseudo-Riforma.

L’idea principale è stata quella democratica, innalzata da molti protestanti a ideale religioso.

«Gli iniziatori della democrazia, nel secolo XVII, in Inghilterra, furono gli anabattisti, i protestanti indipendenti e, infine, i quakers. E questo non solo per il fatto di essersi agganciati piuttosto letteralmente alla dottrina del sacerdozio di tutti i credenti, attribuivano grande importanza, ma anche perché avevano insistito sul principio che le loro congregazioni dovevano autogovernarsi» (A.D. Lindsay «The Church and Democracy»).

Ecco la frase di Lutero che correda questa idea: «Impiegate il vostro potere per sostenere e far trionfare la mia rivolta contro la Chiesa e vi consegnerò l’autorità religiosa».

Quel che aveva rappresentato il potere di Costantino per il Cristianesimo, era, allora, richiesto dai protestanti per la sovversione di molti.

E così, alcuni re e nobili potenti sono stati sedotti a giustificare, con le idee religiose di Lutero, la loro autonomia politica dall’Impero e dal Papato.

Le reazioni furono varie secondo le forze in gioco in quel momento storico, ma, nella lunga storia della Rivoluzione, non ci deve sorprendere apparente contraddizione.

La Rivoluzione, che è antireligiosa nei Paesi cattolici, non lo è nei Paesi protestanti; antimonarchica dove regnano i monarchi cattolici, lascia che regnino in pace i monarchi protestanti, o anche cattolici di nome, ma che siano ostili alla Chiesa e al Papa.

In quali condizioni potrebbero lasciar in pace il Santo Padre, che rappresenta l’autorità, contro la quale essi esistono e si sono formati?

Non ci siano illusioni in proposito; quando la Rivoluzione porta ad applaudire un papa, o è un inganno, o questo è in fase di disarmo, perché non sarà certamente il rivoluzionario Lucifero ad aggiornare il suo disegno distruttivo della Chiesa!

Quindi, prendiamo nota di queste tendenze «riformistiche» del piano divino poiché esse ci faranno capire il «riformismo conciliare».

FATIMA, CROCEVIA DEL XX SECOLO RICHIEDE UNA LETTURA ESSENZIALE DELLA STORIA POLITICO-RELIGIOSA DOPO IL 1917

Abbiamo riepilogato qui, brevemente, la storia umana alla luce dell’opposizione fatta alla Volontà divina, presente nella Legge naturale, che sostiene nel bene la società umana dalla volontà ribelle dell’uomo decaduto, matrice della Rivoluzione che porta all’abisso.

E qui si vedrà che ai precedenti storici della Rivoluzione, sempre più globale e distruttiva, che culminò col dominio dell’ateismo in Russia, corrispondono «segni» precursori di Fatima, il suo Messaggio svela tempi cruciali, ma che alla fine la Chiesa trionferà!

Oggi siamo al post-comunismo.

Esso rimescola i vecchi progetti con un liberal-socialismo massone, inneggiante a un pantheon umanitarista civile e religioso.

I concili delle nazioni e delle religioni con matrice talmudica, socialista, protestante e «liberal-cattolica», sempre opposti alla Roma cattolica, oggi emblematicamente vi aderiscono con tutto un mondo democristiano e conciliare.

L’Occidente ha vissuto un lungo periodo di paura degli «errori sparsi dalla Russia», per cui il comunismo alimentò il voto democristiano e, come si vedrà, la politica conciliare, pronta ad ogni «compromesso storico» e «apertura ecumenica».

Qui il preambolo dell’ecumène umanitarista attuale che fraternizza con l’errore, sì da mettere in secondo piano la Legge divina!

Niente più lontano dal Messaggio di Fatima.

Ecco perché ad esso fu ed è riservato tanto oblio, rifiuto, contestazione, per arrivare alla tappa finale di asservimento ai progetti di «giustizia e pace» per un super-governo mondiale.

La «perestroika», a suo tempo lanciata da Gorbaciov, e promossa anche da Giovanni Paolo II, aveva forse già superato «gli errori sparsi dalla Russia», come predisse la Madonna di Fatima?

Per riconoscere la crisi che viviamo, in mezzo a tante manovre ed inganni, è necessario aver presente la contrapposizione fondamentale della storia tra la stirpe della Donna e i seguaci del «non serviam».

A far cadere la distinzione tra il bene e il male fu la sovversione legale e mentale che la Rivoluzione è riuscita a sviluppare in modo impressionante dal 1917 in poi, nel mondo e nella Chiesa.

FATIMA NELLA STORIA DI QUESTO SECOLO

In relazione ai precedenti di Fatima la Rivoluzione ha avuto due grandi affermazioni nel XVIII secolo che, da allora, hanno determinato un costante avanzamento rivoluzionario: nel 1717, il consolidamento della Massoneria, con l’apertura ufficiale della sede di Londra; nel 1789, la presa del potere in Francia della rivoluzione, che spodestò la monarchia dei cattolici Borboni.

Come si manifestò la Città di Dio per prevenire ed affrontare questi eventi nefasti per la Civiltà Cristiana e per la Chiesa?

Come furono accolti e si poterono attuare gli aiuti venuti dall’Alto?

Che rapporto esiste tra questi eventi passati e la Profezia di Fatima per il nostro secolo?

Ecco le questioni essenziali per capire gli sviluppi della lotta che determina la storia umana nell’ora presente.

La risposta, nel campo spirituale, é semplice: l’intervento divino si attua suscitando nella Chiesa i Santi, i Dottori e i Martiri di ogni epoca.

Quanto al campo della storia, troviamo una importante indicazione nella comunicazione intima del Signore a suor Lucia di Fatima che ella scrisse al suo vescovo nell’agosto del 1931: «Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del re di Francia nel ritardare l’esecuzione della mia domanda, lo seguiranno nella disgrazia. Mai sarà tardi per ricorrere a Gesù e Maria!» (FAE pagina 97).

Questo avveniva l’anno dopo che la domanda divina, affinché la Russia fosse consacrata all’immacolato Cuore di Maria dal Papa insieme con tutti i vescovi per ottenere la pace, era stata inoltrata a Pio XI (come fu assicurato alla Veggente).

Ma la domanda continuava a rimanere inascoltata.

Questa terribile comunicazione del Signore che si lamentava dell’omissione della Gerarchia nell’eseguire la Sua domanda, fatta attraverso la pastorella di Fatima, propone ai cattolici un paragone tra alcuni re cristiani del passato, i Borboni di Francia e i papi del nostro tempo.

Entrambe queste Autorità avrebbero dovuto essere esecutrici dei disegni di Cristo-Re, espressi in forma di richiesta tanto semplice quanto necessaria.

Dipendeva dalla fede dei re, come dalle autorità cattoliche, riconoscerla per compierla, preservando i loro sudditi da grandi mali.

Questo collegamento nel campo devozionale é stato ricordato dal cardinale Cerejeira: «Per me, la missione di Fatima nel mondo é simile a quella di Paray-le-Monial. Quello che Paray-le-Monial é stato per la devozione al Sacro Cuore di Gesù, Fatima sarà per la devozione al Cuore Immacolato di Maria».

IL CASO DEL RE DI FRANCIA

Si tratta di Luigi XIV della famiglia Borbone che, nel 1689, raggiunti i 50 anni d’età e un enorme potere, ricevette, probabilmente attraverso il suo confessore père La Chaise, la richiesta di consacrare il suo regno al Sacro Cuore; richiesta trasmessa, in una visione nel convento di Paray-le-MoniaI, il 17giugno di quel 1689 alla suora visitandina Santa Margherita Maria Alacoque.

Eccone i termini: «Fa sapere al figlio primogenito del Mio Sacro Cuore che, così come la sua nascita temporale é stata ottenuta per la devozione ai meriti della Mia santa Infanzia, nello stesso modo, egli otterrà la sua nascita nella grazia e nella gloria eterna per la consacrazione che farà di se stesso al Mio adorabile Cuore, che vuole trionfare sul suo e, per mezzo suo, su quelli dei grandi della Terra. Egli vuol regnare nel suo palazzo, essere dipinto nei suoi stendardi e stampato sulle sue armi per farlo vittorioso sui suoi nemici, piegando ai suoi piedi le teste orgogliose e superbe e per farlo trionfare su tutti i nemici della Santa Chiesa».

Si noti, però, che anche nel fare questa richiesta, il Signore, in seguito, rivelò alla Veggente: «Non saranno le potenze umane a far progredire la Devozione al Sacro Cuore, ma questa e il Regno del Sacro Cuore saranno stabiliti per mezzo di persone povere e disprezzate e in mezzo alle contraddizioni, in tal modo che non possa attribuire alcun merito al potere umano».

E infatti Luigi XIV, erede di una tradizionale devozione cattolica pluricentenaria, non considerò la domanda, evitando anche di far sapere che l’aveva ricevuta.

Per il cattolico re di Francia, tale domanda non poteva sembrare tanto strana come lo sarebbe oggi per la mentalità moderna.

Ci interessa dunque rivedere questo pensiero cattolico della Francia di quel tempo perché è ad esso che si riferisce il Signore parlando alla Veggente di Fatima, nel nostro tempo.

Ci dev’essere quindi un punto basilare di Fede cattolica che si andava perdendo allora e che oggi abbiamo bisogno di un aiuto divino per ricordare.

Qual’è?

Ci aiuterà a capirlo un discorso del vescovo Bossuet, proprio per la formazione del Delfino di Francia, che doveva assumere le responsabilità regali, secondo il voto tradizionale dei Borboni.

LA DEVOZIONE CATTOLICA NEL REGNO DI FRANCIA

La devozione cattolica e mariana della Francia antica cominciò con la conversione del re Clodoveo e si estese a tutto il popolo.

Seguì, poi, nella prima dinastia dei Merovingi e, con notevoli sviluppi del Cristianesimo, nella seconda dinastia.

Re Pipino viaggiava per i suoi territori seguendo l’itinerario delle cappelle, erette nelle visite regali.

Suo figlio, Carlo Magno, fu prodigo nell’erigere chiese ed abbazie; e così continuarono figli di lui.

Vennero poi i Capetingi che proclamarono Maria «Stella del Regno», ed eressero le grandi cattedrali di Parigi, Chartres, Amiens, Reims, Strasburgo, Rouen, ecc., meraviglie della civiltà.

Di San Luigi, re di Francia, non é possibile misurare la devozione e lo zelo per le cose di Dio.

Piuttosto sarebbe il caso di ricordare come Dio premiò i francesi, concedendo loro, per re un Santo.

Purtroppo, dopo di lui ci fu un declino.

Ma anche così, Filippo il Bello e Filippo di Valois stabilirono l’usanza di offrire alla Madonna le armi ed i cavalli con cui vincevano le loro battaglie.

E le regine e le principesse non furono da meno nella riverenza alla regina del Cielo.

Re Giovanni di Valois istituì l’Ordine Mariano dei «Cavalieri della Stella», che digiunavano tutti i sabati in onore di Maria Santissima.

Luigi XI di Valois, durante le udienze solenni, aveva come unico ornamento un’immagine di piombo della Vergine Sovrana a Cui fu sempre devoto.

Luigi XII della casa di Valois-Orleans, in non poche occasioni diede pubblica testimonianza della sua riconoscenza a Dio e alla Santa Vergine.

Anche Francesco I seppe fare un esemplare atto di riparazione pubblica per la mutilazione di una statua mariana in una piazza di Parigi: precedette la sua corte, camminando in testa al corteo di pellegrini, scalzo e con il capo scoperto, in penitenza per il gesto sacrilego di qualche sconosciuto.

Di fronte a questa devozione cattolica e mariana, non deve sorprendere che i protestanti e giansenisti trovassero, più tardi, difficoltà per fare progressi in Francia.

E siamo così arrivati a Luigi XIII, figlio di Enrico IV e Maria de’ Medici. Anche se suo padre era un convertito per ragioni politiche, il re e la regina, Anna d’Austria, erano devoti cattolici.

Per 25 anni non ebbero figli, ma perseverarono nell’invocare l’aiuto della madre di Dio, e nacque loro un figlio che sarebbe divenuto Luigi XIV.

Il re riconobbe pubblicamente che quella nascita era stata ottenuta per intervento della Provvidenza, perciò consacrò solennemente la Francia alla Regina del Cielo e ordinò al suo esercito la recita del Santo Rosario per la conversione dei protestanti.

Nel Decreto della Consacrazione del re e del suo regno alla Santissima Vergine protettrice c’erano ardenti parole e impegni affinché i suoi discendenti continuassero in quella fedeltà.

Come si vede, la consacrazione richiesta a Luigi XIV dal Sacro Cuore non era una cosa strana, ma una fedele continuità della vita cattolica della Francia, figlia primogenita della Chiesa.

E tuttavia Luigi XIV, sia perché mal consigliato dal suo direttore spirituale, sia perché vittima di una crisi di fede, trascurò la Consacrazione al Sacro Cuore che, più di una richiesta, era una offerta preziosa, forse estrema, in rapporto ad eventi rivoluzionari che avevano origine allora.

Esattamente cento anni dopo, il 17 giugno 1789, festa del Sacro Cuore, il «Terzo Stato» spogliava la monarchia borbonica dei suoi poteri.

Il Re Luigi XVI, discendente diretto di Luigi XIV, e perciò custode della richiesta, cercò, quando già prigioniero, di compiere la consacrazione, ma era tardi!

Nella prigione del Tempio furono trovate immagini del Sacro Cuore con la consacrazione della Francia, firmata dalla regina Maria Antonietta e da madame Elisabetta, sorella di Luigi XVI, che compose allora un commovente atto di rassegnazione cristiana.

Ma per il Regno era troppo tardi!

Nel 1793, il Re di Francia fu ghigliottinato, e simile fine ebbe quasi tutta la famiglia reale e gran parte della sua corte.

La Rivoluzione si scatenava contro la civiltà cristiana e i suoi re.

La Misericordia divina aveva voluto preservare la Francia da simile disgrazia, ma non fu ascoltata.

Forse la domanda fu considerata inverosimile.

Tornando ad essa, risulta che anche a pére La Chaise, il gesuita confessore di Luigi XIV, furono promesse benedizioni alla sua Compagnia di Gesù se, portando la domanda al re, si fosse impegnato affinché il re la accogliesse.

Questo non avvenne.

Da allora, i Gesuiti hanno sofferto varie avversità e persecuzioni.

Furono poi espulsi dalla Francia, dal Portogallo, dalla Spagna, dal Regno di Napoli e, più tardi, nel 1773, furono soppressi da Papa Clemente XIV.

Invece, sarebbe stato il gesuita beato Claudio La Coìombière, confessore di Santa Margherita Maria, e i suoi continuatori, come il gesuita Giovanni Croiset, a lottare contro le contraddizioni del tempo per diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù, come era stato predetto.

E’ edificante segnalare come il culto al Sacro Cuore, nobilissima parte del Corpo Divino e simbolo dell’Amore infinito, era richiesto proprio per affrontare il disamore fomentato dalla rivoluzione razionalista.

E chissà perché questo male, fra tutti gli Ordini religiosi, si é infiltrato, specialmente tra quello dei dotti, organizzati e prestigiosi Gesuiti!

E non accade diversamente nei nostri tempi.

Basterebbe ricordare l’eretico massone gesuita Teilhard de Chardin e i suoi confratelli progressisti, de Lubac, il cardinale Bea e il gesuita Karl Rahner, che condizionarono le riforme del Vaticano Il, e anche il teologo belga Edoardo Dhanis, S.J., il nemico di Fatima.

LE CONTRADDIZIONI DI LUIGI XIV

Il Re Sole, per la Chiesa revocò l’Editto di Nantes, che preservava la libertà religiosa dei protestanti, e ordinò delle repressioni contro i giansenisti di Port-Royal, ma evitò la linea politica di Francesco I che proponeva l’unione delle nazioni cristiane contro i turchi invasori.

In ciò, egli perfino trascurò le lezioni del cardinale Mazzarino, suo tutore, che, anche se descritto come uomo senza scrupoli, non esitò ad inviare truppe a Creta, nel 1660, per aiutare i cristiani veneziani contro i turchi, e, nel suo testamento al re, gli raccomandò di «difendere sempre la Chiesa da figlio maggiore!».

Ma il figlio dei devoti Luigi XIII e Anna D’Austria scelse una fastosa vita di corte, che richiamava un rinnovato Olimpo pagano.

In essa, la pietà era ignorata e la modestia e la sobrietà erano derise insieme alle leggi della Chiesa.

Il re era divenuto un libertino.

L’amore di Patria, però, e la dignità regale salvarono Luigi XIV dai peggiori pantani morali.

E il carattere forte di questo re servì ad accrescere di continuo il suo potere, di modo che, nel 1689, contava su un esercito di 300 mila uomini e poteva sfidare l’Inghilterra nella supremazia navale.

«Nessun principe cristiano aveva riunito tali forze. Solo i re di Persia c’erano riusciti. Tutto è nuovo, tutto é meraviglioso!», scriveva allora madame de Sevigné.

Di fronte a tale potere, Louvois diceva al re: «Sire, se mai c’é stato un motto adeguato, eccolo ora per Vostra Maestà: Solo contro tutti!».

Ma a che fine era usata questa forza?

Quando l’Europa cristiana fu vittima, nel 1683, di una potente aggressione dell’Islam, sotto il gran-vizir turco Kara-Mustafà, che avanzava su Vienna con 200 mila uomini, l’Imperatore Apostolico Leopoldo si appellò agli Stati cristiani.

Essi si mobilitarono, specialmente sollecitati dai nunzi del Papa beato Innocenzo XI.

Tra i capi che accolsero l’appello ci furono il re di Polonia, Giovanni Sobieski, e Carlo di Lorena.

Luigi XIV, però, accecato da una politica di egemonia nazionale, e sperando che Vienna cadesse, come gli conveniva, concordò la sua neutralità col governo del sultano.

La vittoria però fu dei capi cattolici, e Sobieski in seguito ringraziò il Papa con il messaggio: «Venimus, vidimus, Deus vicit!».

Era la parafrase cristiana del vincitore Giulio Cesare.

Ecco a cosa serviva un potere fedele al Signore.

Luigi XIV in quei giorni non respirò aria di vittoria, ma di tristezza.

Gli morì la regina Maria Teresa, nel fiore della sua giovinezza; morì il suo fedele ministrò Colbert, e la predominanza francese declinava nella politica europea.

Tuttavia, a questo re sarebbe stata concessa ancora una grande opportunità, nel 1689, se avesse riconosciuto la richiesta di consacrarsi, col suo regno potente, a Chi era l’origine di ogni potere.

Avrebbe potuto così ottenere le vere vittorie e il vero progresso del suo popolo e dell’Europa Cristiana.

Non era richiesto del resto niente di nuovo.

Sarebbe bastato che si continuasse nella via del perfezionamento – malgrado i difetti umani! – dell’insuperabile civiltà cristiana occidentale.

Luigi XIV ebbe l’occasione di far rivivere un secolo d’oro.

Era il monarca assoluto di una nazione ricca di terre e di uomini, e visse in circostanze storiche in cui fu arbitro di grandi questioni.

A Roma c’era un Santo Papa, Innocenzo XI, la cui saggezza e santità splendeva in alto nel secolo, dopo San Pio V, e prima di San Pio X.

Luigi XIV fu un re che ebbe il dono straordinario di una richiesta del Sacro Cuore di Gesù, che, più di una richiesta, era una offerta senza pari.

Ma non l’accolse!

Nel 1708-1709, la Francia fu desolata da un calamitoso inverno che portò più fame e morte che tutte quelle guerre.

Perfino le rive dei mari, sul versante atlantico, gelarono.

Le bestie morivano e l’intero raccolto andò perduto.

A Parigi, il popolo si sollevava, e una folla marciò su Versailles chiedendo pane e pace.

Anche nella sontuosa reggia, gli anziani morivano di freddo, perfino a letto.

Ma le guerre continuarono.

Per sostenerle, il re doveva far fondere oggetti e piatti d’oro.

Ora, tali disgrazie, accresciute da nuove invasioni, apparirono a tutti come castighi celesti.

E, per il popolo sofferente, la causa andava ricercata nel re, figura petrea e distante, il cui fasto rimase come una sfida alla generale miseria.

Anche se non accettava di economizzare per le opere di religione e per il completamento della nuova cappella reale, non sembrava un monarca cristiano, ma piuttosto il faraone di Versailles!

E tutto ciò serviva come fermento di una silenziosa rivoluzione; come innesco per una grande crisi di coscienza francese ed europea.

Alla fine della sua vita, Luigi XIV si vide isolato, anche in famiglia.

Nel 1711, morì il «Grand Dauphin»; nel 1712, morirono, a pochi giorni di distanza, la duchessa e il duca di Borgogna.

Dopo poche settimane, morì anche il duca di Bretagna, fratello maggiore del futuro Luigi XV.

Una generazione intermedia spariva, facendo scrivere a madame de Maintenon, con la quale il re si era sposato segretamente: «Qui, manca la vita! Tutto sa di morte».

E i rimanenti della corte si trasferivano alla ricerca di divertimenti a Parigi.

Agli inizi di agosto del 1715, Luigi XIV lamentò forti dolori alle gambe.

I medici diagnosticarono una nevralgia, ma era cancrena.

I cortigiani furono tenuti lontani anche dai pasti di Luigi XIV, che si trascinava dolorante nei suoi grandi appartamenti.

Alla vigilia della sua morte, il re fece chiamare il suo bisnipote, il bimbo che sarebbe divenuto il suo successore, per dirgli: «Figlio mio, la tua fortuna dipenderà dalla tua sottomissione a Dio. Ti prego di non imitarmi nell’amore alla guerra, ma aiuta, quanto ti sarà possibile, il tuo popolo, facendo quello che io non ho potuto fare!».

Alla fine del mese, i medici avevano perso ogni speranza e, intorno al letto reale, si pregava per il moribondo, che pregava a voce ancora più alta dei sacerdoti.

All’improvviso, esclamò: «Aiutami, Signore!… Dammi il tuo aiuto!».

Furono le ultime parole di Luigi XIV.

Il 1° settembre 1715 moriva il Re Sole, melanconica delusione di un secolo che avrebbe potuto essere «fecondo e favorevole al re in tutti i campi, al punto di essere paragonato al secolo di Augusto».

Cosi scriveva Saint Simon.

Qualcosa, però, era mancato, facendo predominare l’aridità sull’amore e la spinta dell’odio.

Fu così che il feretro reale passò in mezzo ad un popolo inferocito che lo insultava, vociferante ed ubriaco come mai prima si era visto!

La gloria del mondo era passata, fugace e inutile, perché il re non aveva servito dovutamente alla gloria di Chi aveva detto: «Chi non raccoglie con Me, disperde!».

E già in quel 1715 si levava un altro potere.

Sul declino di quel regno, una nuova cultura di dominio, rivoluzionaria, contraria ai diritti divini, si ergeva all’insegna della ribellione sociale.

In quello stesso secolo, dalle idee di Voltaire sarebbe sorta l’utopistica, implacabile, anticristiana repubblica del terrore e della dea Ragione!

La Provvidenza divina era intervenuta con un segno, tanto soave come preciso, nell’inizio di quella crisi umana che avrebbe precipitato l’umanità in un abisso di pianto e di morte.

Ma quel segno non fu riconosciuto da chi di dovere ed ecco che il rifiuto si ripete nei nostri giorni, in modo ancora più grave a Fatima.

Ma seguiamo il corso di questa interminabile crisi.

LA CRISI DELLA COSCIENZA EUROPEA

Si è visto come la rivoluzione protestante, iniziata nel 1517, abbia generato e promosso, a sua volta, altri processi rivoluzionari, civili e religiosi.

«La crisi della coscienza europea», cioè la convergenza di più o meno tutte le idee che insieme avrebbero portato alla rivoluzione francese, è stata situata, dallo storico Paul Hazard, alla fine del regno di Luigi XIV, tra il 1680 e il 1715.

Ecco il preambolo del suo libro: «La crise de la conscience européenne» (Parigi, 1934): «Quale contrasto! Quale brusca evoluzione! La gerarchia, la disciplina, l’ordine garantito dall’autorità, i dogmi che regolano la vita con fermezza: ecco quel che gli uomini del secolo XVII amavano. Soggezione, autorità, dogmi: ecco quel che detestano gli uomini del secolo XVIII, loro immediati successori! I primi, sono cristiani, e gli altri anti-cristiani; i primi, credono nel diritto divino, e gli altri nel diritto naturale (degli uomini): i primi, vivono a loro agio in una società che si divide in classi disuguali, i secondi sognano soltanto l’uguaglianza (…). La maggioranza dei francesi pensava come Bossuet; d’un tratto, i francesi pensano come Voltaire: è una rivoluzione! Per sapere come questa avvenne, ci imboschiamo in un campo mal conosciuto. In passato, si studiava molto il secolo XVII; oggi, si studia molto il secolo XVIII. Alle loro frontiere si estende una zona incerta, impervia, dove ci si può scontrare ancora con scoperte e avventure. Percorriamola scegliendo, per delimitarla, due date non rigorose: da una parte, attorno al 1680, dall’altra, il 1715. Ci si presenta lo Spinoza, la cui influenza cominciava allora a farsi sentire; e con lui, Malebranche, Fontenelle, Locke, Leibniz, Bossuet, Fénelon, Bayle; solo per menzionare i più grandi, e senza parlare dell’ombra di Cartesio. Questi eroi dello spirito, ognuno secondo il proprio carattere e genio, erano occupati a riprendere, come se fossero nuovi, i problemi che sollecitano eternamente l’uomo: quello dell’esistenza e della natura di Dio, quello dell’essere e delle apparenze, quello del bene e del male, quello della libertà e della fatalità, quello dei diritti del sovrano o della formazione dello stato sociale. Tutti problemi vitali. In che cosa si deve credere? Come si deve agire? E affiorava sempre questa domanda, che si pensava già definitivamente regolata: ‘Quid est veritas?’. Apparentemente, si prolungava il Grande Secolo con la sua sovrana maestà… Si trattava di sapere se si doveva credere o no; se si doveva ubbidire alla tradizione o ribellarsi contro di essa; se l’umanità avrebbe potuto continuare la sua via confidando nelle stesse guide, o se alcuni nuovi capi l’avrebbero fatta cambiare per condurla a nuove terre promesse. I nazionali e i religionari, come dice Pierre Bayle, disputavano tra loro le anime, e si confrontavano in una lotta che aveva per testimone l’Europa pensante. Gli assalitori, poco a poco, hanno avuto la meglio. L’eresia già non si isolava nè si nascondeva; guadagnava discepoli, si faceva insolente e presuntuosa. La negazione già non si mascherava; si esibiva. La ragione già non era una sapienza equilibrata, ma una critica audace. Le nozioni più comunemente accette, quella del consenso universale che dimostrava Dio, quella dei miracoli, erano poste in dubbio. Si rimandava il divino a cieli sconosciuti e impenetrabili; l’uomo, solo l’uomo, rimaneva come misura di tutte le cose… Era necessario, si pensava, distruggere l’edificio antico che aveva riparato male la famiglia umana, e la prima fatica doveva essere la demolizione. La seconda sarebbe stata di preparare le fondamenta per la ricostruzione della città futura…, la costituzione di una filosofia che rinunciasse ai sogni metafisici…, di una politica senza diritto divino, di una religione senza mistero, di una morale senza dogmi. Era necessario forzare la scienza a smettere di essere un semplice gioco dello spirito per divenire decisamente un potere capace di dominare la natura. Tramite la scienza si sarebbe conquistata una felicità senza equivoci. Riconquistando così il mondo, l’uomo lo avrebbe organizzato per il suo benessere, per la sua gloria e felicità future. In queste righe si riconosce, senza difficoltà, lo spirito del secolo XVIII. Abbiamo voluto precisamente dimostrare che i suoi caratteri essenziali si erano messi in vista molto prima di quanto si giudicano; che questo spirito si trovava interamente formato nell’epoca in cui Luigi XIV era ancora tutto risplendente; che i suoi caratteri erano già espressi, circa nel 1680, con quasi tutte le idee che sono apparse rivoluzionarie attorno al 1760 e fino al 1789. E’ avvenuta allora una crisi della coscienza europea, tra il Rinascimento, da cui procede direttamente, e la Rivoluzione Francese, che prepara. Non ve n’è altra più importante nella storia delle idee. A una civiltà fondata sull’idea del dovere – doveri verso Dio, doveri verso il Principe – i nuovi filosofi hanno cercato di sovrapporre una civiltà fondata sull’idea del diritto; diritti della coscienza individuale, diritti della critica, diritti della ragione, diritti dell’uomo e del cittadino».

IL TRIONFO DELL’ENCICLOPEDISMO MASSONE

L’Enciclopedismo fu un’idea agitata inizialmente, in ambienti massonici dall’inglese Ramsay.

Esso divenne strumento straordinario per diffondere le idee razionalistiche e illuministiche con «L’Enciclopédie ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers», dal 1751, sotto la direzione di D’Alembert e di Diderot e con la collaborazione di Rousseau, Voltaire, Condorcet [capo del «partito filosofico», pianificatore dell’istruzione pubblica e ideologo del progresso infinito dell’umanità, si avvelenò nella prigione rivoluzionaria]; ed inoltre Buffon (naturalista precursore delle teorie dell’evoluzione); Montesquieu [aristocratico riformatore, autore di «Lo Spirito delle Leggi», pubblicato anonimo a Ginevra, libro condannato dalla Sorbona e messo all’Indice nel 1751, liberale, fautore della separazione dei poteri]; Turgot (Segretario di Stato, innovatore e liberale); D’Holbach (barone che ospitava i «maître à penser» rivoluzionari, per cui fu chiamato dall’abate Galiani «maitre d’hotel de la philosophie», e che scrisse a sua volta opere tanto dilettantistiche che estremiste quale un «Sistema della Natura» (1770), definito «Bibbia del materialismo ateo», che suscitò critiche perfino da parte di Voltaire); Quesnay (Medico di Luigi XV e studioso di economia), ma anche di ecclesiastici di buona dottrina, come Nicolas Bergier, che così prestavano rispettabilità all’opera, per influenzare la cultura dell’epoca.

Tutto questo movimento sovversivo si sviluppò con grande foga dopo la morte del Re Sole, nel 1715, e non c’è storico obbiettivo che neghi l’azione delle società segrete, che allora spuntavano da ogni dove, nell’assalto all’ordine cristiano.

La connivenza tra gli ugonotti, i giansenisti e i filosofi rifugiati in Olanda, dava i suoi frutti.

Il Gallicanesimo, a sua volta, non tardava a rinforzare la congiura e a svolgere un ruolo tanto decisivo quanto più si poggiava sull’odioso equivoco dell’autorità religiosa nazionale.

In pochi anni, le sètte e le società anticristiane si sarebbero diffuse per occupare ogni posto.

Introdotta in Francia, in modo semiufficiale, sin dal 1721, con l’istituzione, a Dunquerque, il 13 ottobre, della Loggia «Amicizia e Fraternità», la franco-massoneria si sarebbe sviluppata con grande impeto.

Voltaire fu ricevuto tra i massoni in occasione del suo primo viaggio in Inghilterra (1725-1728) e, di ritorno a Parigi, non fece segreto del suo progetto di annientare il Cristianesimo («écraser l’infâme!»).

Per questo fine si servì dell’Enciclopedia, insieme ad altri cospiratori, che fecero di quest’opera un deposito di errori, sofismi e calunnie inventate contro la religione.

Era, però, convenuto che il veleno andava somministrato su scala internazionale e perfino molto in alto, in modo insensibile.

Infatti, Voltaire si era incaricato dei ministri, dei principi e dei Re.

Quando non poteva avvicinarsi al trono, lo faceva attraverso altri.

Per esempio, riuscì a farlo, con Luigi XV, attraverso il medico Quesnay che, per le sue digressioni ideologiche, fu chiamato dal Re «il suo pensatore».

La Chiesa, già dal 1738, per bocca del Papa Clemente XII, aveva avvertito, smascherato e condannato, per la prima volta, la cospirazione massonica.

Questa condanna fu confermata nel 1751 da Benedetto XIV; e così è continuato fino a tempi recenti.

Ma se il Papato ha saputo denunciare il pericolo e condannare quelle società segrete, i prìncipi hanno preferito lasciar correre, perfino con simpatia e, spesso, con complicità.

Quale terribile ironia affiora da certi documenti, come da questa lettera di Maria Antonietta a sua sorella, la regina Maria Cristina (26 febbraio1781): «Penso che vi preoccupiate troppo della Massoneria. Qui, tutti ci appartengono… Di recente, la principessa Lambaile è stata nominata gran-maestra di una Loggia e mi ha raccontato tutte le belle cose che vi sono state dette».

Difatti, a cominciare dal cugino del re, il futuro regicida Filippo «Egalité» – che sarebbe stato a suo turno ghigliottinato! – dall’alto si dedicavano a «massonizzare» l’esercito e, soprattutto, le «guardie francesi».

Ebbene, si sa che la rivoluzione fu solo possibile grazie alla rapida dissoluzione delle forze reali…

Ma quel che succedeva in Francia si ripeteva in tutta l’Europa.

Influenti, a Versailles e a Parigi, i giansenisti e gli enciclopedisti si univano ed esercitavano la loro influenza anche a Vienna.

L’esempio di Giuseppe II, imperatore d’Austria, era contagioso.

La Rivoluzione, che i sofisti spingevano a fatica, fu accelerata sia dai re che dai suoi ministri.

Come il marchese di Pombal, in Portogallo, c’erano anticlericali in quasi tutte le corti europee.

Nel 1789 più della metà dei deputati francesi erano massoni.

Ecco perché il padre Barnel ha scritto: «Nella Rivoluzione francese, tutto, incluso i delitti più spaventosi, tutto è stato previsto, meditato, combinato, risolto, stabilito!».

Luigi XVI, al suo ritorno da Varennes, aveva confessato: «Perché non ho creduto undici anni fa? Tutto quanto vedo ora mi era stato annunciato!».

E così la morte di questo monarca avvenne, senz’altro, come era stata decisa dalla sètta, ancora prima della rivoluzione.

Joseph de Maistre ha scritto: «Malgrado sempre ci siano stati empi, mai si era verificato, prima del XVI secolo e nel seno della Cristianità, una insurrezione contro Dio; soprattutto mai si era vista una congiura sacrilega di tutti i talenti contro il suo Autore; ebbene, fu a questo che allora presenziammo!».

In verità pure lui si era fatto massone.

Nel 1917, alla vigilia dell’altra somma insurrezione, quella comunista, il Papa Benedetto XV diceva: «Dopo i primi tre secoli dalle origini della Chiesa, nel corso de quali il sangue dei cristiani fecondò l’intera terra, si può dire che mai la Chiesa ha corso un pericolo come quello che si manifestò alla fine del XVIII secolo. Fu allora infatti, che una filosofia in delirio, prolungamento dell’eresia e dell’apostasia dei novatori, acquistò sugli spiriti una potenza universale di sedizione e provocò uno sconvolgimento totale con il proposito determinato di rovinare i fondamenti cristiani della società, non solo in Francia, ma a poco a poco in tutte le nazioni. Così, rigettata pubblicamente l’autorità della Chiesa, poiché si è cessato di tenere la religione come custode e salvaguardia del diritto e del dovere e dell’ordine nella società si insegna che il potere ha origine dal popolo, non da Dio; che tutti gli uomini sono uguali per natura e come per diritto, che a ciascuno è lecito ciò che gli piace, se non è espressamente proibito dalla legge, che nulla ha forza di legge se non è comandato dalla moltitudine e, ciò che è più grave che si può pensare e pubblicare, in fatto di religione, tutto ciò che si vuole, sotto pretesto che ciò non reca danno a nessuno. Tali sono gli elementi che, a maniera di principii, sono da questo momento alla base della teoria degli Stati».

Difatti, la Rivoluzione che stava per scoppiare in Russia, durante il suo Pontificato avrebbe superato di molto tutto quello chi Benedetto XV descriveva come fatti del passato, e – diciamolo chiaramente – aveva pervaso il mondo ecclesiale di allora e, in quello post-conciliare, avrebbe colpito fino al vertice della Chiesa!

I SEGNI DIVINI E LE RIVOLUZIONI IN FRANCIA

Nel secolo XVII, di fronte alle minacce per la Chiesa di tanti e così gravi pericoli che sono purtroppo divenuti una realtà rivoluzionaria nel secolo XVIII, come si è visto, non avrebbe la Provvidenza Divina soccorso gli uomini con segni soprannaturali?

Così è stato e, per limitarci alla Francia, figlia primogenita della Chiesa, ciò è accaduto in modo chiaro nel campo spirituale attraverso l’ardente apostolato dei Santi, tra cui primeggia quello di San Luigi Maria Grignion de Montfort, predicatore della devozione a Maria come ricorso per vincere i mali che sorgevano con l’avanzata della nuova mentalità.

Ma il segno straordinario che riguardava il campo del potere temporale, quello che avrebbe potuto arginare il potere rivoluzionario, si è manifestato attraverso la richiesta del Sacro Cuore di Gesù al re di Francia, Luigi XIV.

Il Re Sole era allora il più potente dei re europei e regnava con poteri assoluti.

Per capire il vero significato di una simile richiesta e di un simile potere, legato alla Cattolicità, vediamo come sarebbe avvenuta la cerimonia di consacrazione del re di Francia.

L’unzione della stirpe di Clodoveo, re cristianissimo, «Novus Costantinus», la cui discendenza sarebbe dovuta essere di luogotenenti del Re dei Cieli, secondo le parole di Santa Giovanna d’Arco, era il simbolo pubblico e solenne dell’origine sacra del potere temporale, conforme alla dottrina della Chiesa.

Essa era preceduta da una dissertazione sui motivi e sulle origini religiose di questa istituzione che rimontava al secolo VIII.

La sua continuità storica era stata codificata con la promessa di abbattere i nemici della Religione; i ribelli e gli eretici condannati dalla Chiesa.

Si capisce quindi perché in congiunture molto critiche, specialmente se oscure ai governanti, il potere temporale cattolico sarebbe stato sostenuto dal Cielo.

Così è avvenuto con la richiesta del Sacro Cuore, nel 1689.

Ma una cecità spirituale ha fatto si che il re la disattendesse, e, esattamente 100 anni dopo, la sua dinastia sarebbe stata spodestata dal Terzo Stato rivoluzionario, in una tale coincidenza di date ed eventi da lasciare perplessi quelli che dubitano dell’intervento divino nella storia degli uomini.

I re di Francia ne erano comunque ben coscienti della richiesta del Sacro Cuore.

Tanto è così che la Sua formula, così come la sacra formula di unzione regale sono state ancora balbettate da Luigi XVI, fino alla sua esecuzione.

LA FRANCIA TRA LA CONSACRAZIONE AL SACRO CUORE E LA RIVOLUZIONE

La richiesta di consacrazione dell’augusta persona del re e del suo esercito fu ricordata anche a Luigi XV, nel 1744, dalla Superiora del Monastero di Paray-le-Monial (FPM. pagina 223).

Non era perciò limitata al solo Luigi XIV.

Durante e dopo la rivoluzione del 1789, grande numero di vittime e di controrivoluzionari, specialmente nella Vandea cattolica, usavano l’immagine del Sacro Cuore con la Croce.

Vediamo ora brevemente il corso della Rivoluzione in Francia e nel mondo alla luce degli aiuti divini dati per neutralizzare la sua virulenza nei momenti più cruciali.

Il crescendo del terrore che seguì la rivoluzione violenta produsse il caos civile che, per ordine di cose, doveva far cadere il potere nelle mani di un grande dittatore.

Fu l’ora di Napoleone I.

L’IMPERO RIVOLUZIONARIO DI NAPOLEONE

Napoleone I, anche se incoronatosi pomposamente imperatore, diffuse, a ferro e fuoco, nel mondo, gli «ideali rivoluzionari».

Egli ripeté, a sazietà, di essere il difensore delle idee del 1789, così come Gorbaciov ripetè di essere il difensore delle idee di Lenin.

E tuttavia, ieri come oggi, si vuole credere che questi personaggi siano stati più pompieri che incendiari della Rivoluzione.

Bonaparte inoltre si autoproclamava il «messia» della Rivoluzione: «Ho consacrato la Rivoluzione iniettandola nelle Leggi».

Vediamo allora quale sia l’impronta di questa Rivoluzione in uno scritto del vescovo di Anjers (monsignor Freppel): «Leggete la ‘Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo’, sia quella del 1789, sia quella del 1793; vedete quale è l’idea che allora si è formata dei pubblici poteri, della famiglia, del matrimonio, dell’insegnamento, della giustizia e della legge; quando si leggono tutti questi documenti, quando si vedono tutte queste nuove istituzioni, si direbbe che, per questa nazione, cristiana da quattordici secoli, il cristianesimo non sia mai esistito e non vi sia luogo per tenerlo in conto… Si trattava del Regno sociale di Gesù Cristo da distruggere, cancellandolo fino al più piccolo vestigio. La ‘Rivoluzione’ è la società scristianizzata; è Cristo ripudiato fino al fondo della coscienza individuale, cacciato da tutto quanto sia pubblico, da tutto quanto sia sociale; cacciato dallo Stato, che non cerca più nella Sua autorità la consacrazione della propria; cacciato dalle leggi, di cui la Sua legge non è più sovrana; cacciato dalla famiglia, costituitasi all’infuori della Sua benedizione; cacciato dalla scuola, dove il Suo insegnamento non è più l’anima dell’educazione; cacciato dalla scienza, dove non ottiene omaggio migliore che quello di una sorta di neutralità non meno ingiuriosa che la negazione; cacciato da ogni parte, tranne che da un recesso dell’anima, dove si consente di lasciargli un rimasuglio di dimora».

Questa era la vera intenzione rivoluzionaria.

Perciò, viene da chiederci per quale ragione avrebbe Napoleone ristabilito il culto cattolico in Francia.

Perché ha fatto un concordato col Papa Pio VII e perché lo ha invitato alla sua incoronazione?

La cosa si chiarisce nel suo Memoriale di Sant’Elena: «Quando ristabilirò gli altari, quando proteggerò i ministri della religione, come essi meritano di essere trattati in tutto il Paese, il Papa farà quel che io gli domanderò; calmerà gli animi, adunandoli nella sua mano e ponendoli nella mia. Inoltre, il Cattolicesimo mi conserverà il Papa con la sua influenza e le mie forze in Italia; non smetterò di ottenere, presto o tardi, in un modo o nell’altro, il dominio sulle direttive e sulla influenza di questo Papa che è una leva per guidare l’opinione nel mondo».

«Infatti – scrive monsignor Delassus – ovunque Napoleone ha portato i suoi eserciti, faceva quel che aveva fatto in Francia, stabilendo l’uguaglianza tra i culti, cacciando religiosi, imponendo la spartizione forzata, vendendo i beni ecclesiastici, abolendo le corporazioni, distruggendo le libertà locali, rovesciando le dinastie nazionali; in una parola, distruggendo l’antico ordine e dandosi da fare per sostituire la civiltà cristiana con una civiltà il cui principio e fondamento sarebbero stati i dogmi rivoluzionari».

Certo, uno di questi dogmi è la «libertà di religione».

Esso era parte anche della legge sovietica di Stalin come di quella di Gorbaciov.

In questo senso, oggi, il lavoro è fatto; manca solo la conciliazione su un umanitarismo accettabile sia dai neo-socialisti che dai neo-cristiani.

LA FALSA RESTAURAZIONE

Gli errori di Napoleone in pochi anni rinforzarono la restaurazione dell’ordine sociale precedente.

Dopo la caduta di Napoleone, i rivoluzionari non poterono impedire il ritorno di un re cattolico nella persona di Luigi XVIII, Borbone, fratello di Luigi XVI e poi di Carlo X.

Con i Borboni si tornava timidamente alla civiltà cattolica e all’opera di cristianizzazione secondo lo spirito missionario.

Ma il mondo era già minato a fondo dallo spirito rivoluzionario, che riuscì a piazzare intorno al sovrano un certo numero di uomini che poco o niente avevano a che fare con la restaurazione dell’ordine cristiano.

Si trattava di alcuni prelati e preti che avevano abbandonato il proprio ministero sotto la rivoluzione: Talleyrand, de Pradt, Louis, de Montesquieu.

E’ stato a questi quattro ecclesiastici che Luigi XVIII ha affidato il governo della prima Restaurazione.

Nel secondo governo della Restaurazione c’era addirittura il regicida Fouché.

Con la polizia dominata da lui, la Massoneria poté riorganizzarsi liberamente.

E così la Restaurazione favori in apparenza il Cattolicesimo, ma in realtà un certo parlamentarismo massonico, in modo che «la Costituzione del 1814 uscì dalle stesse viscere della Rivoluzione», come avrebbe detto Thieres nel 1873.

Il Papa Pio VII, con la lettera apostolica «Post tam diuturnas» del 29 aprile 1814, a monsignor de Boulogne, vescovo di Troyes, manifestava al re di Francia il suo dolore e i pericoli della nuova Costituzione rivoluzionaria, dove «la religione cattolica è passata sotto silenzio, e dove non si è neppure fatta menzione dell’Onnipotente Iddio per il quale i re governano e i princìpi comandano. La religione, professata dalla maggioranza del popolo francese, e difesa sempre con tanto zelo dalla stessa stirpe cui appartiene il re designato, non solo non è stata dichiarata l’unica in tutta la Francia ad aver diritto dell’appoggio delle leggi e dell’autorità del governo, ma è stata assolutamente omessa nell’atto del ristabilimento della monarchia!».

Inoltre, il Papa scriveva che la religione cattolica in Francia era ferita dalla Costituzione per cui «si permette la libertà di culto e di coscienza…; per ciò stesso si confonde la verità con l’errore, e si pone al pari delle sètte, eretiche, e anche della perfidia giudaica, la Sposa santa e immacolata di Cristo, la Chiesa, fuori della quale non vi è salvezza. Inoltre, promettendo favore e appoggio alle sètte eretiche e ai loro ministri, si tollerano e favoriscono non solo le persone, ma anche i loro errori. E implicitamente la disastrosa e deploratissima eresia che Sant’Agostino ricorda con queste parole: ‘Afferma che tutti gli eretici sono nella buona via e dicono il vero, assurdità tanto mostruosa che io non posso credere che qualche sètta la professi realmente’. Quanto alla libertà di stampa: è stata la principale causa, dapprima, della depravazione dei costumi dei popoli, poi, della corruzione e sconvolgimento della Fede e, infine, del sorgere delle sedizioni, disordini e rivolte».

Insomma: «Sotto l’uguale protezione di tutti i culti, si nasconde la più pericolosa persecuzione, la più astuta che sia possibile immaginare contro la Chiesa di Gesù Cristo, e, purtroppo, la meglio attrezzata per lanciarvi la confusione e anche distruggerla, se fosse possibile, con il prevalere delle forze dell’inferno contro la Chiesa».

Nel 1818, il cardinale Consalvi scriveva al principe di Metternich-Winneburg dell’Austria: «Penso che la rivoluzione abbia cambiato soltanto marcia e tattica. Già non attacca a mano armata troni e altari: si limita a minarli…».

Ma gli avvisi di Roma a niente servirono ai monarchi di allora!

Luigi XVIII era lontano dall’essere un cattolico di tempra.

Aveva rifiutato di affrontare il terrore rivoluzionario, assumendo il potere nella Vandea cattolica.

Suo fratello e successore, Carlo X, consacrato nel 1825, già non sarebbe stato unto, come i suoi predecessori, con l’olio portato da una colomba a San Remigio per consacrare Clodoveo.

Quest’olio celeste, contenuto nella santa ampolla, era conservato nella cattedrale di Reims, per assicurare la continuità dinastica secondo la Tradizione.

Tale è l’importanza attribuita a questa unzione che si crede tuttora che parte dell’olio sia stato estratto prima che l’ampolla fosse spezzata dai capi della Rivoluzione nel 1793.

Ma Carlo X aveva ormai abolito la formula di consacrazione reale, e gli eventi rivoluzionari hanno spazzato via quanto era rimasto del suo potere tradizionale.

Per generazioni, lo scopo massonico dichiarato sarà quello di Voltaire e della Rivoluzione: «l’annientamento per sempre del Cattolicesimo e della stessa idea cristiana» («écrasez l’infame!»).

Carlo X, sebbene devoto, non aveva una formazione cattolica abbastanza solida per affrontare tante insidie, e finì per soccombere.

Ma gli aiuti divini non cessarono di anticipare gli eventi rivoluzionari.

Nel 1830, la Madonna apparve alla giovane religiosa Caterina Labouré, nella cappella della «Rue du Bac», delle Figlie della Carità, a Parigi.

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio, la giovane, che divenne Santa conoscendo quasi niente del mondo e della sua politica, ascoltò la Madonna che, con gli occhi pieni di lacrime, profetizzava le grandi disgrazie che stavano per abbattersi sul mondo.

Era la Vergine Immacolata che in seguito le affidò la missione di propagare la «Medaglia Miracolosa» per aiutare la Cristianità.

«O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi!».

Questa è la preghiera data il 27 novembre 1830 con l’immagine dell’Immacolata che passò a servire di scudo ai fedeli.

Grazie all’intervento miracoloso della Medaglia, che suscitò preghiera, devozione, conversioni e cure, la gerarchia e il clero cattolici, anche se decimati e infiltrati da traditori, poterono resistere alla Rivoluzione.

La Medaglia rappresentava, nel verso, i Sacri Cuori di Gesù e di Maria.

Con essi la carità spirituale affrontava l’odio dilagante dei nemici della Religione cattolica.

Chi erano?

Il Santo sacerdote Massimiliano Maria Kolbe lo ha confermato per i nostri tempi fondando la Milizia dell’Immacolata sulla Medaglia, a cui aggiunse: »E per quanti a Voi non ricorrono, e in special modo per i massoni e per quelli che vi sono raccomandati!».

Il 30 luglio 1830, con un colpo di Stato, era portato al potere Luigi Filippo di Orleans, figlio del gran maestro massone, il regicida Filippo Egalité che, alleato dei rivoluzionari, aveva votato la condanna a morte di Luigi XVI e, a sua volta, venne ghigliottinato dalla rivoluzione.

Sembrava che rimanesse in piedi la monarchia e la stessa dinastia dei Borbone, anche se di un altro ramo, ma in verità prendevano il potere, non soltanto un re scettico e borghese, come fu riconosciuto Luigi Filippo, ma le forze contrarie alla Chiesa di Cristo.

Non era più la rivoluzione aperta e frontale che sembrava mortalmente ferita nella sua virulenza, ma un subdolo e demolitore potere segreto che minava alle basi la Civiltà Cristiana occidentale sotto le apparenze monarchiche e anche di rispetto per una nuova libertà religiosa.

Era il ritorno della rivoluzione in forma monarchica.

Dall’inizio, Luigi Filippo fu assecondato dai pontefici della Massoneria: Decares, La Fayette, Talleyrand, Teste, ecc., per cui il suo governo favorì il clima di indifferenza e liberalismo religioso, di inter-confessionalismo e di influenza del giudaismo messo alla pari delle confessioni cristiane.

Fu così che, mentre in Francia il trono si riconciliava con le forze rivoluzionarie, in tutta l’Europa, queste agivano liberamente intensificando la guerra contro la Chiesa, come si vedrà in Spagna e in Portogallo, ma specialmente a Roma, dove il Papa fu praticamente ricattato ad accettare un progetto di amnistia permanente per i rivoluzionari degli Stati Pontifici.

Nel 1832, il governo orleanista arrivò al punto di minacciare militarmente il Papato con la presa di Ancona; ma nemmeno così riuscì a scuotere la ferma prudenza di Gregorio XVI.

Un segno divino si manifestò allora a Roma: Il 20 gennaio 1842, nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, l’ebreo e libero pensatore Alfonso Ratisbone vide, illuminata, la stessa immagine dell’Immacolata della Medaglia Miracolosa che portava a malincuore in seguito a una sfida di un amico cattolico.

Lo invitava a cambiare vita!

E infatti, il neo-convertito divenne, col fratello, fondatore dell’opera di «Nostra Signora di Sion», per la conversione degli ebrei nel mondo.

Ma gli aiuti straordinari continuarono in Francia, centro rivoluzionario.

Alla vigilia della pubblicazione del noto «Manifesto» marxista e della 1a Internazionale, matrici delle rivoluzioni del 1848, in Europa, che avrebbero continuato a spargere nel mondo gli errori della Rivoluzione Francese, la Madonna veniva ad avvertire del pericolo e chiamare i Suoi figli a raccolta.

Il 19 settembre 1846, nella desolata montagna di La Salette, nel sud della Francia, la Madonna apparve a due pastorelli, Melanie Calvat (15 anni) e Maximin Giraud (11 anni), piangendo con la testa tra le mani, annunciando imminenti disgrazie che stavano per cadere sui popoli della Terra e sulla Chiesa.

I due pastorelli, che conoscevano solo il dialetto locale, ricevettero allora il gran Messaggio sui pericoli che minacciavano la Francia e il mondo.

La causa principale era il grande decadimento del clero e della vita religiosa.

Inoltre, incombevano le insidie massoniche operate attraverso Napoleone III, che avrebbero scatenato l’attacco diretto contro la Roma cattolica, preludio di un’invasione apocalittica e dell’apertura del «pozzo dell’abisso».

«Roma perderà la Fede e diventerà la sede dell’Anticristo!».

Questo Messaggio fu inviato a Roma nel 1851 e Pio IX ne prese conoscenza, riconoscendo la sua gravità.

Nel 1854, Pio Xl proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione.

E’ il modo secondo la saggezza divina con cui i Papi affrontano i pericoli del mondo.

La parte segreta del Messaggio di La Salette poteva essere conosciuta nel 1858, secondo la richiesta della Madonna di farlo passare a tutto il Suo popolo.

E nel 1858, avvenne la grande Apparizione di Lourdes, nella quale la Madonna confermò il dogma definito da Pio IX.

Quale effetto straordinario per la Chiesa se ai miracoli della Vergine si fossero aggiunti i Suoi Messaggi profetici, dati a La Salette, per essere conosciuti proprio allora!

Ma la storia della Veggente di La Salette è strana e in quell’anno la pastorella era in clausura, a Darlington, in Inghilterra, per ordine del vescovo di Grenoble, contro il suo volere e il parere del Papa che riconosceva l’importanza della sua missione.

Risulta (…) che membri della gerarchia e del clero francese non vollero che il Messaggio di La Salette fosse diffuso a Lourdes.

Esso accusava, infatti, il raffreddamento e l’impurità dei consacrati, ragion per cui fu censurato e lo rimane tuttora!

Ma il risultato fu che non si diresse abbastanza il fervore della preghiera e penitenza cattolica per riparare a Dio, evitando i mali profetizzati dal Messaggio, ma divenuti realtà.

Ecco che nelle 18 apparizioni nella Grotta di Lourdes, alla giovane Bernardette Soubirous la Madonna si limita a dare indicazioni brevi ed essenziali: Rosario e penitenza; riparazione e penitenza.

C’è l’annuncio della crisi della fede e del futuro regno del Sacro Cuore di Gesù e di Maria Immacolata.

L’ultima apparizione avvenne il 16 luglio, festa dello Scapolare di Nostra Signora del Monte Carmelo.

Il Messaggio di La Salette racchiude l’avviso dell’inizio delle profezie apocalittiche di San Giovanni.

Per averlo trasmesso, Melanie, uscita dal convento di Darlington nel 1860, quando si diede ascolto alle richieste di soccorso che essa lanciava dalle finestre, fu perseguitata e visse esiliata in Italia, dove trovò l’accoglienza dei Papi Pio IX e Leone XIII, che la ospitò a Roma affinché scrivesse i particolari dell’Ordine degli Apostoli degli ultimi tempi, dettati dalla Madonna.

Ma Roma cattolica era stata presa d’assalto durante il Concilio Vaticano I (quando massoni ed ebrei promuovevano anticoncili).

Dopo l’assalto di Porta Pia, essa non era più la stessa e il Papa si considerava prigioniero in Vaticano.

Quel che era stato profetizzato, per la storia dei popoli e della Chiesa nella sfera materiale, era avvenuto!

Melanie visse a Castellamare e a Lecce, i cui santi vescovi autorizzarono la pubblicazione integrale del Messaggio, ciò che avvenne solo nel 1879.

Ma i pericoli interni nella vita ecclesiale dovevano ancora manifestarsi come ben videro i Papi a conoscenza del Segreto di La Salette: Pio IX e specialmente Leone XIII, che, avvertendo i mali incombenti contro la Chiesa stabilì gli esorcismi contro i poteri di Satana.

Eccone un brano soppresso nelle edizioni correnti: «Le orde astuziosissime hanno riempito di amarezza la Chiesa, Sposa Immacolata dell’Agnello, e l’hanno inebriata con l’assenzio; si sono messi in opera per realizzare tutti i loro empi disegni. Là, dove è costituita la Sede del Beatissimo Pietro e Cattedra della Verità per illuminare i popoli, là, hanno collocato il trono dell’abominazione della loro empietà, affinché, ferito il Pastore, le pecore fossero disperse!».

Nel 1899, Papa Leone XIII, con l’Enciclica «Annum Sacrum», ordinò la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù.

In quell’occasione scrisse ai vescovi per invitarli a sviluppare questa devozione e la pratica della comunione dei nove primi venerdì e la consacrazione del mese di giugno al Sacro Cuore.

Al vescovo di Marsiglia scrisse il 6 luglio 1899: «Si può dire senza paura di sbagliare che era nei disegni della Divina Provvidenza unire la Francia al Sacro Cuore con lacci privilegiati di affetto!».

In questo spirito, la richiesta di consacrazione della Francia e dei suoi eserciti al Sacro Cuore e con la Croce dipinta sulla bandiera nazionale, fu ripetuta ancora nel 1917, durante la presidenza di Poincaré.

Egli, che aveva fatto appello a «L’Union Sacrée» dei francesi durante la guerra, ricevette la richiesta attraverso la mistica Claire Ferchaud.

Anche qui la storia è complicata e risulta che Benedetto XV, consultato in proposito, abbia considerato la proposta inopportuna e che di questo stesso parere sia stato il cardinale Billot, gesuita, che parlò di contraddizione applicato alla bandiera; un sogno impossibile anche perché, essendo questa portata in guerra, sarebbe stata contro l’ugual diritto dei popoli di onorare (o dimenticare) il Sacro Cuore di Gesù (FPM, pagina 231).

La Misericordia Divina, dopo la morte di Papa Leone XIII, si manifestò suscitando un santo Pastore che predicò «urbi et orbi», senza sosta, che la vera pace consiste nell’instaurare tutto in Cristo.

Fu San Pio X che visse fino a quando l’odio rivoluzionario, che da secoli tramava la distruzione di ogni potere cattolico, fece scoppiare la I Guerra Mondiale che avrebbe smembrato l’Impero (Apostolico) dell’Austria.

Il mondo fu sordo agli appelli del Santo Padre, il cui cuore si fermò alla vigilia di questo orrendo conflitto che marcò l’inizio del tramonto della Civiltà Cristiana che aveva portato in tutto il mondo la Religione

rivelata!

IL SEGNO DI «RUE DU BAC» E IL LIBERALISMO NELLA CHIESA

Per prevenire e rinforzare la Chiesa contro questi poteri terreni che avanzavano, ci fu, nel 1830, undici giorni prima del colpo di Stato orleanista, l’Apparizione della Madonna, a Parigi, nella cappella della «rue du Bac», alla giovane religiosa Catarina Labouré, che fu poi invitata a diffondere la «Medaglia Miracolosa» che sarebbe stata di immenso sostegno per tutto il Cattolicesimo.

Qui si deve ricordare un punto molto importante anche per la lettura di Fatima: le forze terrene non avrebbero avuto presa sulla Chiesa salda nella fede; ecco perché il vero pericolo, nel ‘89, come nel 1830, nel ‘17 come ora, non viene tanto dal furore rivoluzionario, quanto dalle insidie di una «apertura» religiosa da parte di ecclesiastici liberali.

Malgrado le condanne del Magistero pontificio c’è sempre stata confusione sul termine liberalismo.

Ricordiamo, perciò, concisamente, che liberalismo è, essenzialmente, attribuire alla libertà umana priorità sulle verità rivelate nella legge di Dio.

Ne consegue che questa ribellione contro la verità, custodita dalla Chiesa, è tanto più insidiosa quando perpetrata da chierici o da prelati.

Molti di questi si erano manifestati scandalosamente dal 1789, addirittura apostatando per servire la Rivoluzione; altri si erano adattati acrobaticamente alle alternanze del potere, come il vescovo Talleyrand.

Ma il vero tentativo di accogliere e battezzare il liberalismo nella dottrina cattolica fu osato solo a partire dall’abate Lamennais in poi.

Dal XIX secolo, questo liberalismo religioso ha fatto tre grandi tentativi per impossessarsi del timone nella Chiesa.

Il primo, di Lamennais, consisteva nel considerare il diritto alla libertà un fatto universale, in cui si inseriva quello della libertà della Chiesa, come una specie particolare di fronte al genere.

Questa posizione, quanto alla libertà religiosa, aveva per conseguenza logica la totale separazione tra Stato e Chiesa, della legge degli uomini dalla legge di Dio.

Dopo la rivoluzione del 1830, questa rottura rivoluzionaria si aggravò perché venne presentata dalla corrente liberale dell’abate Lamennais all’opinione pubblica come «cattolica», cioè come proposta dai veri e coraggiosi difensori della libertà della Chiesa.

Ecco come fu inaugurato l’inganno oggi imperante.

Ma, allora, questo primo tentativo insidioso fu subito fermamente respinto dal Papa Gregorio XVI con l’enciclica «Mirari Vos» del 1832 dove, riconoscendo l’entità del pericolo, erano invocate parole della profezia apocalittica di San Giovanni.

Il secondo tentativo per creare un «liberalismo cattolico» fu macchinato con l’allettamento di una alleanza strategica della Chiesa con l’idea democratica.

Questa tentazione fu respinta, con grande forza e precisione dottrinale, dal Papa Pio IX nell’enciclica «Syllabus» e nel Concilio Vaticano I: non vi è maggioranza democratica che possa prevalere sull’infallibilità della Chiesa e del Papa, custodi della Verità rivelata.

Nel 1871, Pio IX, ricevendo una delegazione di cattolici francesi, diceva: «C’è un male più temibile che la Rivoluzione, più temibile che la Comune, con i suoi uomini scampati dall’inferno che hanno seminato il fuoco a Parigi. Quel che io temo è questa infelice politica; è il liberalismo cattolico ad essere il vero flagello!…».

Il terzo tentativo ottenne un successo pratico sotto Leone XIII che, sebbene fermo nella Dottrina, concesse il cosiddetto «raìllement», ossia un’alleanza dei cattolici francesi con il governo che operava con principi liberali condannati dalla Chiesa.

Ma, siccome Leone XIII concedeva in Francia quello che negava nella «Questione Romana», sarà bene adesso approfondire questa, per capire come quel «raillement» transalpino si trasferisse poi a Roma e in campo religioso e oggi, dopo il Vaticano Il, non sia più nemmeno distinguibile, tanto è ben riuscito!

IL RACCONTO DELL’ANTICRISTO

C’è una comunicazione del Signore a suor Lucia di Fatima che ella trasmise al suo vescovo nell’agosto del 1931: «Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del re di Francia nel ritardare l’esecuzione della mia domanda, lo seguiranno nella disgrazia. Mai sarà tardi per ricorrere a Gesù e Maria»! (FAE pagina 97).

Questo avveniva l’anno dopo che la domanda divina, affinché la Russia fosse consacrata all’immacolato Cuore di Maria dal Papa insieme con tutti i vescovi per ottenere la pace, era stata inoltrata a Pio XI (come fu assicurato alla veggente).

Ma la domanda continuava a rimanere inascoltata.

Questa terribile comunicazione del Signore che si lamentava dell’omissione della gerarchia nell’eseguire la Sua domanda, fatta attraverso la pastorella di Fatima, propone ai cattolici un paragone tra alcuni re cristiani del passato, i Borboni di Francia e i papi del nostro tempo.

Entrambe queste Autorità avrebbero dovuto essere esecutrici dei disegni di Cristo-Re, espressi in forma di richiesta tanto semplice quanto necessaria.

Ieri come oggi, dipende dalla fede dei Papi come dei re, riconoscerla per compierla, preservando i loro sudditi da grandi mali.

Questo collegamento nel campo devozionale é stato ricordato dal cardinale Cerejeira: «Per me, la missione di Fatima nel mondo é simile a quella di Paray-le-Monial. Quello che Paray-le-Monial é stato per la devozione al Sacro Cuore di Gesù, Fatima sarà per la devozione al Cuore Immacolato di Maria».

La Rivoluzione si scatenava contro la civiltà cristiana e i suoi re.

La Misericordia divina aveva voluto preservare la Francia da simile disgrazia, ma non fu ascoltata.

Forse la domanda fu considerata inverosimile.

Tornando ad essa, risulta che anche a Pére La Chaise, il gesuita confessore di Luigi XIV, furono promesse benedizioni alla sua Compagnia di Gesù se, portando la domanda al re, si fosse impegnato affinché il re la accogliesse.

Questo non avvenne.

Da allora, i Gesuiti hanno sofferto varie avversità e persecuzioni.

Furono poi espulsi dalla Francia, dal Portogallo, dalla Spagna, dal Regno di Napoli e, più tardi, nel 1773, furono soppressi da Papa Clemente XIV.

La Provvidenza divina era intervenuta con un segno, tanto soave come preciso, nell’inizio di quella crisi umana che avrebbe precipitato l’umanità in un abisso di pianto e di morte.

Ma quel segno non fu riconosciuto da chi di dovere ed ecco che il rifiuto si ripete nei nostri giorni, e in modo ancora più grave riguardo a Fatima.

Infatti ora si tratta di papi e non soltanto di re e ora riguarda il mondo e la salvezza delle anime e non solo la Francia.

BREVE STORIA DELLA RIVOLUZIONE SEGRETA DEL PENSIERO

Le persecuzioni e le eresie disgregatrici del Cristianesimo furono, però, contenute allora, dalla provvidenziale conversione dell’Impero Romano per mezzo di Costantino.

La storia racconta che l’imperatore, prima di una decisiva battaglia, a Roma, nel 312 avanti Cristo, avendo avuto la visione del Segno di Cristo in cielo con la scritta «In hoc signo vinces», che lo aveva portato alla vittoria militare, credette e si convertì.

Seguirono mille anni che, sebbene tempestati da divisioni, errori e delitti, hanno fato fiorire la Civiltà Cristiana senza pari.

Neppure il grande scisma d’Oriente del 1054, contro il principio dell’unità cattolica, e neppure le dispute attorno al Seggio del Successore di San Pietro, hanno potuto indebolire la solidità della Chiesa.

La tentazione rivoluzionaria è tornata forte nel secolo XIV con l’introduzione, in Europa, di una cultura neopagana che, appoggiata da nuove idee filosofiche, prendevano il sopravvento sul rigore scolastico, e affievolendo lo zelo religioso e le difese della civiltà cristiana, derideva l’austerità cristiana in favore di manifestazioni artistiche sempre più sensuali e festive.

L’umanesimo rinascimentale fu una forma rivoluzionaria che, mescolando speculazioni filosofiche e teologiche, alimentò dubbi morali e religiosi, l’avidità di ricchezze e di benessere e divisioni nazionali nella società, che avrebbero minato la vita e l’autorità della Chiesa.

Papa Leone XIII nella sua Enciclica «Diuturnum» del 29 giugno 1881 scrisse: «Fu dalla Riforma che nacquero, nel secolo scorso, la falsa filosofia e quello a cui si dà il nome di diritto moderno, così come la sovranità del popolo e quella licenziosità scatenata, senza la quale molti già non sanno distinguere la vera libertà».

Dottrinalmente, perciò, la riforma protestante ha contribuito al processo rivoluzionano, completando la sua opera con la collaborazione politica dei suoi capi, ragion per cui «la rivoluzione francese non è stata altro che una vendetta della Riforma», secondo quanto ha scritto il canonico Roul, menzionato dallo scrittore Jean Ousset, che continua: «I Riformisti hanno contribuito indirettamente a questo, per mezzo dei filosofi e delle società di pensiero, che avevano prima pervertito e che, a loro volta, si sono incaricate di diffondere ovunque la confusione. Basta pensare a Rousseau e all’influenza che ha esercitato sulla rivoluzione e i rivoluzionari.

Ebbene, in tutti i sensi dell’espressione, ‘Rousseau veniva da Ginevra’ (protestante)».

Papa Pio VII scriveva che la religione cattolica in Francia era ferita dalla Costituzione per cui «si permette la libertà di culto e di coscienza…; per ciò stesso si confonde la verità con l’errore, e si pone al pari delle sètte, eretiche, e anche della perfidia giudaica, la Sposa santa e immacolata di Cristo, la Chiesa, fuori della quale non vi è salvezza. Inoltre, promettendo favore e appoggio alle sètte eretiche e ai loro ministri, si tollerano e favoriscono non solo le persone, ma anche i loro errori. E implicitamente la disastrosa e deploratissima eresia che Sant’Agostino ricorda con queste parole: ‘Afferma che tutti gli eretici sono nella buona via e dicono il vero, assurdità tanto mostruosa che io non posso credere che qualche sètta la professi realmente. Quanto alla libertà di stampa: è stata la principale causa, dapprima, della depravazione dei costumi dei popoli, poi, della corruzione e sconvolgimento della Fede e, infine, del sorgere delle sedizioni, disordini e rivolte».

Insomma: «Sotto l’uguale protezione di tutti i culti, si nasconde la più pericolosa persecuzione, la più astuta che sia possibile immaginare contro la Chiesa di Gesù Cristo, e, purtroppo, la meglio attrezzata per lanciarvi la confusione e anche distruggerla, se fosse possibile, con il prevalere delle forze dell’inferno contro la Chiesa».

«Infatti – scrive monsignor Delassus – ovunque Napoleone ha portato i suoi eserciti, faceva quel che aveva fatto in Francia, stabilendo l’uguaglianza tra i culti, cacciando religiosi, imponendo la spartizione forzata, vendendo i beni ecclesiastici, abolendo le corporazioni, distruggendo le libertà locali, rovesciando le dinastie nazionali; in una parola, distruggendo l’antico ordine e dandosi da fare per sostituire la civiltà cristiana con una civiltà il cui principio e fondamento sarebbero stati i dogmi rivoluzionari».

Certo, uno di questi dogmi è la «libertà di religione».

Esso era parte anche della legge sovietica di Stalin come quella di Gorbaciov.

In questo senso, oggi, il lavoro è fatto; manca solo la conciliazione su un umanitarismo accettabile sia dai neo-socialisti che dai neo-cristiani.

Nel 1818, il cardinale Consalvi scriveva al principe di Metternich-Winneburg dell’Austria: «Penso che la rivoluzione abbia cambiato soltanto marcia e tattica. Già non attacca a mano armata troni e altari: si limita a minarli…».

Ma gli avvisi di Roma a niente servirono ai monarchi di allora!

IL LIBERALISMO NELLA CHIESA

Per prevenire e rinforzare la Chiesa contro questi poteri terreni che avanzavano, ci fu, nel 1830, undici giorni prima del colpo di Stato orleanista, l’Apparizione della Madonna, a Parigi, nella Cappella della «rue du Bac», alla giovane religiosa Caterina Labouré, che fu poi invitata a diffondere la «Medaglia Miracolosa» che sarebbe stata di immenso sostegno per tutto il Cattolicesimo.

Qui si deve ricordare un punto molto importante anche per la lettura di Fatima: le forze terrene non avrebbero avuto presa sulla Chiesa salda nella fede; ecco perché il vero pericolo, nel ’89, come nel 1830, nel ‘17 come ora, non viene tanto dal furore rivoluzionario, quanto dalle insidie di una “apertura” religiosa da parte di ecclesiastici liberali.

Malgrado le condanne del Magistero pontificio c’è sempre stata confusione sul termine liberalismo.

Ricordiamo, perciò, concisamente, che liberalismo è, essenzialmente, attribuire alla libertà umana priorità sulle verità rivelate nella legge di Dio.

Ne consegue che questa ribellione contro la verità, custodita dalla Chiesa, è tanto più insidiosa quando perpetrata da chierici o da prelati.

Molti di questi si erano manifestati scandalosamente dal 1789, addirittura apostatando per servire la Rivoluzione; altri si erano adattati acrobaticamente alle alternanze del potere, come il vescovo Talleyrand.

Ma i pericoli interni nella vita ecclesiale dovevano ancora manifestarsi come ben videro i Papi a conoscenza del Segreto di La Salette: Pio IX e specialmente Leone XIII, che, avvertendo i mali incombenti contro la Chiesa stabilì gli esorcismi contro i poteri di Satana.

Nel 1871, Pio IX, ricevendo una delegazione di cattolici francesi, diceva: «C’è un male più temibile che la Rivoluzione, più temibile che la Comune, con i suoi uomini scampati dall’inferno che hanno seminato il fuoco a Parigi. Quel che io temo è questa infelice politica; è il liberalismo cattolico ad essere il vero flagello!…».

Il terzo tentativo ottenne un successo pratico sotto Leone XIII che, sebbene fermo nella Dottrina, concesse il cosiddetto «ralliement», ossia un’alleanza dei cattolici francesi con il governo che operava con principi liberali condannati dalla Chiesa.

Ma, siccome Leone XIII concedeva in Francia quello che negava nella «Questione Romana», sarà bene adesso approfondire questa, per capire come quel «ralliement» transalpino si trasferisse poi a Roma e in campo religioso e oggi, dopo il Vaticano Il, non sia più nemmeno distinguibile, tanto è ben riuscito!

Eccone un brano soppresso nelle edizioni correnti: «Le orde astuziosissime hanno riempito di amarezza la Chiesa, Sposa Immacolata dell’Agnello, e l’hanno inebriata con l’assenzio; si sono messi in opera per realizzare tutti i loro empi disegni. Là, dove è costituita la Sede del Beatissimo Pietro e Cattedra della Verità per illuminare i popoli, là, hanno collocato il trono dell’abominazione della loro empietà, affinché, ferito il Pastore, le pecore fossero disperse!».

IL PIANO DELLA RIVOLUZIONE ROMANA

Dal libro «Le infiltrazioni massoniche nella Chiesa» del P.E. Barbier, edito nel 1910, e favorito da molte approvazioni episcopali, abbiamo il seguente brano: «La Massoneria ha concepito il proposito infernale di corrompere insensibilmente i membri della Chiesa, anche dello stesso Clero e della Gerarchia, inoculando in essi, sotto forme seduttrici e di apparenza inoffensiva, i falsi princìpi con i quali pianificava di sovvertire il mondo cristiano».

I documenti dell’«Alta-Vendita», caduti i mano del Papa Leone XIII, comprendono il periodo che va dal 1820 al 1846, furono pubblicati, secondo la richiesta di Gregorio XVI e, dopo di Pio IX, dallo scrittore Crétineau JoIy nella sua opera: «L’Eglise Romaine et la Révolution».

Dal «Breve» di approvazione del 25 febbraio 1861 di Pio IX all’autore, si può dire che il Papa consacrava l’autenticità dei documenti menzionati, di cui uno diceva: «Per ottenere un papa nella misura richiesta, si tratta, per primo, di preparargli una generazione all’altezza del regno che ci prefiggiamo…; si lasci da parte la vecchiaia e anche l’età matura; andate alla gioventù…: è questa che dobbiamo convocare senza che sospetti essere sotto la bandiera delle Società Segrete… Non abbiate innanzi ad essa nemmeno una parola di empietà o di impurità. Una volta assodata la vostra reputazione nei collegi, nelle università e nei seminari …, questa reputazione aprirà l’accesso a le nostre dottrine nel mezzo del Clero giovane come nei conventi… E’ necessario perciò diffondere i germi dei nostri dogmi: – che il Cristianesimo è una dottrina essenzialmente democratica; – che è necessario restituire all’universo la sua dignità originale per la libertà e l’uguaglianza, attributi essenziali dell’uomo; che il pericolo sta nel fanatismo (= integralismo) e che il benessere sta nell’uguaglianza sociale e nei grandi princìpi della libertà religiosa».

E il «profeta» illuminato di questo processo di «nuovo Cristianesimo» fu l’ex canonico Roca (1830-1893) convertito alle Società Segrete, vero precursore dei tempi di Teilhard de Chardin: «L’umanità, nella mia visione, si confonde con Cristo in un modo tanto reale come i mistici non lo avrebbero immaginato fino ai nostri giorni. Se il Cristo-uomo è, come Verbo Incarnato, l’unico Figlio di Dio, Egli è perciò anche l’Universo intero e, soprattutto, tutta l’Umanità in cammino… e quel che si prepara nella Chiesa Universale… è un’evoluzione. Quel che la Cristianità (nuova) vuole modificare non è una pagoda, è un culto universale dove tutti i culti saranno incorporati… Dal momento in cui sembrerà agli occhi di tutti che il nuovo ordine provenga dal vecchio, il vecchio papato, i vecchi sacerdoti rinunzieranno ben volentieri di fronte al Pontefice e di fronte ai futuri preti, che saranno quelli del passato, convertiti e trasfigurati, in vista dell’organizzazione del pianeta alla luce del Vangelo (nuovo). E questa nuova Chiesa, anche se non deve forse conservare niente della disciplina scolastica e delle forme rudimentali della vecchia Chiesa, riceverà lo stesso da Roma la consacrazione e la giurisdizione canonica. Credo che il culto divino, ben come la norma della liturgia, la cerimonia, il rito e i precetti della Chiesa Romana, soffrirà prossimamente, in un Concilio ecumenico, una trasformazione che, restituendogli la venerabile semplicità dell’età dell’era apostolica, lo metterà in sintonia con il nuovo stato della coscienza e della civiltà moderna».

E ancora, sul futuro Concilio indetto da un futuro papa: «Il Concilio del Vaticano (nuovo) non dovrà, come Cristo, rivelare ai suoi fratelli un nuovo insegnamento, non dovrà portare la Cristianità né il mondo in pieno nella direzione di altre vie che quelle seguite dai popoli sotto l’ispirazione segreta dello Spirito, ma semplicemente confermarli in quella civiltà moderna, i cui princìpi evangelici, le cui idee e opere essenzialmente cristiane divengano, senza che se ne accorgano, i princìpi, le idee e le opere delle nazioni rigenerate prima che Roma sognasse di preconizzarle.

Il Pontefice si contenterà di confermare e di glorificare il lavoro dello Spirito di Cristo, o di Cristo-Spirito, nello spirito pubblico, e, grazie al privilegio della sua infallibilità pontificale, egli dichiarerà canonicamente – urbi et orbi – che la civiltà presente è la figlia legittima del Santo Vangelo e della redenzione sociale (‘Glorieux Centenaire’, pagina 111)».

«… La Sinarchia ha le dimensioni per operare questo rinnovamento generale (opera citata, 1889, pagine 457 e 469) con ammonimento dell’accordo perfetto tra l’ideale della civiltà moderna e quella di Cristo e del Suo Vangelo. Questa sarà la consacrazione del nuovo ordine sociale e il battesimo solenne della civiltà moderna». (Dal libro: «Le Ralliement de Rome à la Révolution» di Albert Briault e Pierre Fautrad, Ed. Fautrad, Fyé 7249, 1978, Bourg-le-Roi).

La Rivoluzione pianificava, soprattutto, di assorbire il Papato con l’erezione di un Pontefice che avesse le nuove idee sulla libertà, uguaglianza e fraternità; ma siccome questo era impraticabile nel secolo scorso, si faceva necessaria prima l’umiliazione e la neutralizzazione dei poteri pontificali: la presa degli Stati della Chiesa, prima, e poi della città di Roma.

Cavour giustificò tale impresa addirittura come una «purificazione» della Chiesa dal fardello del potere temporale, non diversamente da quello che oggi si crede vero nel Vaticano conciliare che ha voluto il Concordato del 1984.

Ma, allora come oggi, l’applicazione pratica dell’abbattimento dell’influenza temporale risulta solo a favore delle idee di Garibaldi e del Ricciardi che combattevano la Chiesa anche con l’alfabeto, cioè con l’istruzione secolarizzata che inculca l’idea dell’incompatibilità della Fede e della Morale con la libertà civile.

C’è qualcosa di diverso, oggi, in questo campo?

Solo l’estensione del danno compiuto contro la stessa società italiana.

Ma sembra che la secolarizzazione raggiunta, ancora non basti per le sinistre clericali!

LA RESISTENZA DELLA ROMA CATTOLICA

Nei pontificati di Gregorio XVI e di Pio IX era nitida ancora la coscienza cattolica sul fatto che un piccolo cedimento della Chiesa comporta sempre danni inimmaginabili nel futuro.

Perfino Pio IX è stato considerato liberale per aver amnistiato dei rivoltosi dello Stato Pontificio all’inizio del suo mandato.

Ma, in poco tempo, lo stesso Papa deplorò la mancanza di parola d’onore per parte dei beneficiati del suo atto di tolleranza e si persuase che lo spirito di rivolta è un male incurabile, che la rivoluzione è incapace di transazioni e, se qualcuna ne ammette, non è che per riprendersi per il nuovo assalto.

Del resto, i Pontefici erano vincolati da un giuramento che vietava cedimenti o alienazioni negli Stati della Chiesa.

A Napoleone III, che aveva consigliato Pio IX a rinunziare a gran parte degli Stati ecclesiastici in pro di una nuova Italia, il Papa aveva risposto di non poter cedere ciò che non gli apparteneva, ma per cui era vincolato sia da ragioni che da un giuramento.

Vediamo, perciò, cos’era questo giuramento nella Costituzione di San Pio V «Admonit Nos» (1567), che certamente non era centrata su semplici problemi terreni.

Poiché taluni «si sono sforzati di dimostrare e persuadere alcuni Romani Pontefici, con suggestioni ed insinuazioni, essere più utile e conveniente alla Santa Romana Chiesa ed alla prelata Sede che alcune città (ecc.) fossero alienate…, con questa nostra Costituzione, che varrà in perpetuo, decretiamo e dichiariamo che le città (ecc.)… siano riguardate come pel fatto stesso… incorporate alla Sede Apostolica e ritornate al primario diritto e proprietà e dominio e possesso… In conseguenza, il Sommo Pontefice proibisce a chiunque d’alienare e perfino di trattare di siffatta alienazione di Città e luoghi della Chiesa. I contravventori di questa proibizione si dichiarano scomunicati ed i ribelli alla Chiesa ed alla Santa Sede Apostolica si dichiarano rei di lesa maestà, traditori ed infami, … persone di qualsiasi dignità, stato, grado, anche a noi e ai nostri successori in parentela congiunti, anche cardinali, ecc. (…). Vogliamo poi che, siccome tutti i singoli cardinali presenti promisero e giurarono nel nostro Concistoro segreto d’osservare per quanto possano questa Costituzione… così i cardinali assenti… e dai futuri, nell’occasione che assumeranno il cappello … e chiunque di essi venisse eletto in Romano Pontefice, debba, dopo la sua assunzione, ciò stesso promettere e giurare… in conferma delle presenti».

E’ pensabile che tutto ciò non sia fondato su una grave questione di principio, e cioè la libertà e l’indipendenza della Sede Apostolica?

Del resto, se nello Stato Pontificio c’è l’esempio di come la legge divina deve essere il fondamento di ogni legge, proprio per evitare l’avanzata della ribellione e degli errori umani, questo non è forse vero sempre e in ogni ordinamento civile?

Forse si argomenterà, oggi, che l’autorità morale del Papa si può esercitare senza il dominio temporale, e anche il governo italiano d’allora negava con le parole di voler condizionare il governo della Chiesa, ma la realtà era ed è altra.

Allora, perché tutto quello che rivestiva carattere religioso o si riferisse al culto della Chiesa era manomesso, vincolato o espropriato?

Così furono abolite le confraternite, proibita la monacazione, secolarizzata l’istruzione, controllate le nomine dei vescovi, sottomesse all’exequatur e censurate le proclamazioni papali sottomesse al «regio placet».

Nel vecchio Testamento, il Signore dice a Samuele, a cui il popolo chiedeva un re: «Loro non han rigettato te, ma Me, affinché Io non regnassi su di loro»! (Deuteronomio 17, 12, Re 8,12).

Ma non è cosa lecita domandare al profeta di Dio un sovrano?

Sì, se non fosse già provveduto di uno legittimo.

Ma gli ebrei, allora, chiedevano un re con il pensiero dei gentili, rigettando il paterno governo di Dio per Samuele!

Dice San Gregorio: «A questi uomini che non fanno conto dei diritti di Dio, si propongono i diritti degli uomini, ed a questi che hanno disprezzato i consigli di clemenza e di salute del loro Dio, si annunciano i duri pesi della servitù sotto gli uomini».

E questa ingratitudine e oltraggio al dono della Provvidenza, che aveva per secoli provveduto al popolo eletto un governo che univa in una sola persona i due poteri, spirituale e temporale, ha avuto come conseguenza il degrado del potere umano nella decadenza dei re e governanti.

Non è successo cosa simile con gli italiani?

Non vi erano allora condizioni aggravanti?

Ma se vi era già una occulta defezione cattolica nel campo civile e religioso, nazionale e internazionale, questa non era prima un cedimento dottrinale per cui svaniva nelle menti dei fedeli qualsiasi collegamento religioso tra la presa dei domini papali e la separazione della Chiesa e dello Stato, implicito rifiuto della legge di Dio?

Queste ragioni religiose che sembrano oggi incomprensibili, già non lo erano abbastanza alla fine del secolo scorso?

Alla luce di queste brevi considerazioni, applicate alla realtà rivoluzionaria, si dovrebbe concludere che la vera rivoluzione mondiale ha avuto sempre per mira più l’ordine cristiano che le fortezze o bastiglie dei monarchi; più il mondo delle idee che fluiscono dal pensiero religioso che i sistemi politici, gli ordinamenti sociali o le istituzioni governamentali.

E la sua avanzata solo è possibile occupando i vuoti di fede, di sacro, di carità cristiana.

Ecco, allora, che non si descrive bene la storia della Rivoluzione pensando a Parigi, alla Russia e a Cuba, scordandosi del suo bersaglio più alto: Roma!

Il Papa Leone XIII, il 15 ottobre 1890, scriveva: «Il piano delle sètte che si svolge ora in Italia, specialmente nella parte che tocca la Chiesa e la religione cattolica, ha come scopo finale e notorio di ridurla, se è possibile, al niente… Questa guerra, al presente, si combatte più che altrove in Italia, dove la religione cattolica ha gettato più profonde radici, e soprattutto in Roma, dove è il centro della Cattolica Unità e la Sede del Pastore e Maestro universale della Chiesa».

E’ nel Vangelo: «Colpirò il Pastore, e le pecore del gregge saranno disperse!» (Matteo 26,31; Marco 14,27).

Ecco il momento notturno in cui tutti si scandalizzeranno di Gesù, Pastore e Maestro mandato da Dio.

Ma quando e come è che il Pastore è colpito?

Oggi lo sappiamo tristemente.

Quando la sua intelligenza e giudizio sono oscurati al punto di ritenere possibile e perfino conveniente un’alleanza con i nemici della Chiesa.

Come avviene?

Quando è lui stesso ad allontanarsi, rinunciando alla difesa dei pascoli tradizionali, che sono occupati dai lupi che divorano il gregge.

Ebbene, Pio IX certamente non fu colpito, ma, al contrario, seppe di dover resistere proprio con le armi della dottrina e dei princìpi tradizionali che non hanno la vulnerabilità umana, ma la forza dei diritti divini.

Contro il naturalismo rivoluzionario, carico degli errori moderni, egli rispose con il «Sillabo», il cui ultimo articolo testualmente condanna l’asserzione che il Romano Pontefice possa e debba riconciliarsi e andare d’accordo col progresso, con il liberalismo e con la civiltà moderna.

Lo Stato Pontificio aveva allora il ruolo di mantenere l’autonomia e l’indipendenza della Suprema Cattedra universale, eretta dal Signore per la difesa della Fede e della Verità.

Nella società civile sarebbe ottimale l’unione e l’armonia dei due poteri, religioso e civile, che in quegli Stati erano uniti nella persona del Papa, come modello di un principio assoluto: la legge civile deve avere per fondamento la Legge divina, di modo che l’unione della Chiesa e dello Stato sia come l’unione dell’anima con il corpo.

La società è un mezzo, non un fine, per la persona umana che la precede nell’ordine ontologico.

Parimenti, lo Stato, in rapporto alla società che non può né assorbire né assoggettare, come non lo può fare con le persone, al cui fine ultimo è ordinato.

Ecco perché deve favorire, servire, ordinare le persone al fine ultimo della vita sociale: il bene comune, e questo al fine ultimo della vita umana: «Conoscere, amare e servire Dio per salvarsi».

Potrebbe lo Stato fare questo liberandosi dall’insegnamento e giudizio della Chiesa?

Dove questo avvenne, San Pio X condannò l’assurda e mostruosa separazione tra Stato e Chiesa in termini dottrinali.

Ecco, in brevi linee, i concetti dimenticati, ma che sono parte integrante della dottrina cattolica.

Essi sono oggi semplicemente ignorati dai cosiddetti «democratici cristiani» la cui opera politica e governativa si poggia su una vaga ispirazione cristiana, per cui la religione è fatto sociale optativo che deve rimanere più che altro nell’intimo delle coscienze.

Ma potrebbero dirlo di fronte al Magistero dei Papi?

Potrebbero pensano di fronte al rifiuto di Pio IX a considerare ogni riconciliazione con governi imbevuti da tali ribellioni rispetto alla legge divina?

La questione del «non expedit», che illustreremo in seguito, rimasta in atto per più di mezzo secolo, e in verità mai sospesa, dimostra il contrasto tra la mentalità dei democratico cristiani» e l’insegnamento dei Papi.

Ecco che anche le democrazie «cristiane» desideravano una rivoluzione che intronizzasse pacificamente un papa secondo le loro intenzioni.

Purtroppo, erano molte le forze europee che si coalizzavano, il secolo scorso, contro la Chiesa.

Quando dal 1868 si parlò dell’approvazione del dogma dell’infallibilità pontificia nel Concilio Vaticano I, che era stato convocato da Pio IX, un grande movimento di rifiuto si formò anche dentro la Chiesa, dove si costituì un comitato internazionale per combatterlo.

Nel 1869 ci fu perfino una riunione di rappresentanti dei governi europei, mobilitati per la difesa dei diritti che spettano alle autorità civili.

Quando poi il dogma fu proclamato, ci furono dure dimostrazioni di opposizione e rottura di relazioni, fino al colpo del 20 settembre 1870 e la presa di Roma, per cui il Papa si senti prigioniero, ma mai colpito nella sua libertà e indipendenza come Vicario di Cristo, chiamando i cattolici alla vigilanza.

«Se la Sede pontificia non è la prima a rivolgersi al sentiero dell’emendazione, è certo che tutta la terra dovrà giacere per molti e molti secoli nell’abisso dell’errore e della iniquità. E’ d’uopo che la riforma proceda da lei come da quella che è pietra angolare della salute. E d’uopo che la riforma proceda dal clero superiore, giacché non havvi nequizia d’uomo tanto perniciosa quanto quella dei sacerdoti. Con la lingua si predicano le parole della sapienza, ma le conferma la vita del maestro» (San Pier Damiani).

IL «NON EXPEDIT» E IL RIFIUTO DELLA «CONCILIAZIONE»

Dal «Monitore Ecclesiastico» di Roma (aprile 1905) si sollevarono le seguenti questioni: se il «Non Expedit» del 1862, che durava sotto tre Pontificati – cioè: il divieto fatto ai cattolici di collaborare col governo italiano, responsabile della spogliazione dello Stato Pontificio e poi della presa di Roma nel 1870 – sia soltanto una legge ecclesiastica e perciò, dopo tanti cambiamenti nel quadro politico italiano, possa considerarsi superato il motto «né eletti, né elettori».

La ragione del dubbio, malgrado la conferma del divieto anche da parte di San Pio X fin dall’inizio del suo Pontificato, stava nell’eccezione fatta dallo stesso Pontefice per le elezioni di Bergamo e di Milano.

Dunque la domanda: era illecito l’accorrere alle urne politiche in Italia, perché ciò era proibito dal Papa, o ciò era proibito perché illecito?

La ragione sta nel concorrere alla formazione di una Camera dove si operava a danno della religione.

Ma l’elezione di cattolici probi non poteva invertire questa tendenza?

Ebbene, un deputato è un membro del Parlamento, in cui risiede in gran parte il diritto legislativo dello Stato.

Sarebbe illecito appartenere a questo corpo di legislatori la cui autorità proviene da una sede che ha operato un’usurpazione, e in special modo contro il Papato e la Chiesa?

Questo delitto contro il dominio temporale dei Papi non ha colpito la necessaria indipendenza che deve avere il governo della Chiesa?

Trattandosi, perciò, di un attentato allo stesso Regno di Gesù Cristo in terra, non è un atto intrinsecamente cattivo?

In questo caso ci possono essere eccezioni?

Posti questi problemi, rispondeva nei seguenti termini: la sovranità e indipendenza dell’Autorità Pontificia sono un bene della Religione e, perciò, non c’è un motivo più alto che lo possa superare.

Ma che cosa sia bene per la Religione è giudizio che appartiene anch’esso all’autorità papale, che solo non può derogare dai diritti e dai principi da cui proviene la sua investitura.

Dunque, rimane fermo:

1) che è il Papa il giudice legittimo di ciò che conviene alla Chiesa e perciò, andare alle urne politiche in Italia senza il suo permesso, era associarsi alla usurpazione del suo diritto sovrano, atto intrinsecamente malo.

Inoltre, il Papa e i cattolici non possono rappacificarsi e associarsi mai ai misfatti dell’odierno incivilimento chiamato progresso e liberalismo (confronta «Sillabo»);

2) nella questione c’è l’attentato al principio divino; e cioè, che si possa legiferare senza, e anche contro, quello che è la Legge divina proclamata dalla Religione.

Il «Non Expedit» induce l’obbligo non solo di diritto positivo, ma ancora di diritto naturale.

Perciò i cattolici erano invitati alla «preparazione nell’astensione» con opere religiose di grande efficacia sociale: «Opera dei Congressi».

Cioè, perseverare nei principi del «non expedit», mentre si preparavano a ristabilire il principio che la Legge divina dell’essere fondamento di ogni legge.

A quell’epoca, però, facevano pressione contro il «Non Expedit» principalmente i gruppi dei cosiddetti «democratici cristiani autonomi» che sostenevano la necessità di superare un divieto di diritto «ecclesiastico», anche perché il cristiano impegnato nella società può fare bene anche senza dipendere dall’Autorità della Chiesa, diretta soltanto al campo spirituale e non politico.

Solo la reazione del Papa a questa «autonomia cristiana» differiva dalla situazione politica successiva.

Il Sommo Pontefice condannava, allora, questa audacia con la lettera al cardinale Svampa del 1° marzo 1905.

Ricorda le «ragioni gravissime» del «Non expedit» nella Enciclica «Il fermo proposito» dell’11 giugno 1905 ai vescovi d’Italia, quando concede dispensa, in casi particolari, dalla legge, «per ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi…» ma, «nello stesso tempo, dovranno inculcarsi e seguirsi in pratica gli alti principii che regolano la coscienza di ogni vero cattolico».

Non sarebbero passati tre lustri che il caso particolare sarebbe divenuto regola generale, al punto da far dimenticare le «ragioni gravissime».

Queste si dimostravano altrove con guerre e rivoluzioni.

Don Bosco difendeva i diritti della Chiesa e del sommo Pontefice con tanto ardire, che destò lo stupore universale.

Egli aveva fatto ciò durante due visite a Roma nel 1871, e il primo maggio di quell’anno, Pio IX gli aveva scritto una lettera autografa per manifestargli tutta la fiducia che aveva nella bontà di Dio e nella perenne protezione da Lui promessa alla Chiesa.

La lettera rimessa all’imperatore dell’Austria, nel luglio del 1873, diceva: «Ciò dice il Signore all’imperatore dell’Austria: Fatti animo; provvedi ai miei servi fedeli e a te stesso. Il mio furore si versa su tutte le nazioni della terra, perché si vuole fare dimenticar la mia Legge, portare in trionfo quanti la profanano e opprimere quelli che la osservano. Vuoi tu essere la verga della mia potenza? Vuoi compiere gli arcani miei voleri e divenire il benefattore del mondo? Appoggiati sulle potenze del nord, ma non sulla Prussia. Stringi relazioni con la Russia, ma non fare alcuna alleanza. Associati alla Francia cattolica; dopo la Francia, avrai la Spagna. Fate un solo spirito, una sola azione. Somma segretezza con i nemici del mio santo Nome. Con la prudenza e con l’energia diverrete invincibili. Non credere alle menzogne di chi ti dice se il contrario. Aborrisci i nemici del Crocifisso. Spera e confida in Me, che sono il donatore delle vittorie agli eserciti, il Salvatore dei popoli e dei sovrani!».

Fu quello un periodo di tregua nei conflitti europei, con anni favorevoli sia per l’Austria, sia per la Francia, il cui presidente, il Maresciallo MacMahon, riuscì a far a provare una buona Costituzione, malgrado l’aperta ostilità dei massoni e dei liberali di tutte le estrazioni.

L’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe, però, forse fiducioso nella sua politica accentratrice di potere, non diede segno di voler ascoltare tale avviso e si rovinò insieme al suo potente impero.

Forse fu l’ultima grande occasione per evitare le colluvie di mali ci incombevano minacciosi.

Il potere massonico aveva disegni precisi.

Gambetta, nel 1877, diceva: «Noi, in apparenza, combattiamo per la forma di governo e per l’integrità della Costituzione; ma la lotta è più profonda: la lotta si svolge contro tutto quel che resta del vecchio mondo, tra gli agenti della teocrazia romana e i figli del 17892!».

Nel 1899, Papa Leone XIII, con l’Enciclica «Annum Sacrum», ordinò la consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù.

In quell’occasione scrisse ai vescovi per invitarli a sviluppare questa devozione e la pratica della comunione dei nove primi venerdì e la consacrazione del mese di giugno al Sacro Cuore.

Al vescovo di Marsiglia scrisse il 6 luglio 1899: «Si può dire senza paura di sbagliare che era nei disegni della Divina Provvidenza unire la Francia al Sacro Cuore con lacci privilegiati di affetto!».

In questo spirito, la richiesta di consacrazione della Francia e dei suoi eserciti al Sacro Cuore e con la Croce dipinta sulla bandiera nazionale, fu ripetuta ancora nel 1917, durante la presidenza di Poincaré.

Egli, che aveva fatto appello a «L’Union Sacrée» dei francesi durante la guerra, ricevette la richiesta attraverso la mistica Claire Ferchaud.

Anche qui la storia è complicata e risulta che Benedetto XV, consultato in proposito, abbia considerato la proposta inopportuna e che di questo stesso parere sia stato il cardinale Billot, Gesuita, che parlò di contraddizione applicato alla bandiera; un sogno impossibile anche perché, essendo questa portata in guerra, sarebbe stata contro l’ugual diritto dei popoli di onorare (o dimenticare) il Sacro Cuore di Gesù (FPM., pagina 231).

La Misericordia Divina, dopo la morte di Papa Leone XIII, si manifestò suscitando un santo Pastore che predicò «urbi et orbi», senza sosta, che la vera pace consiste nell’instaurare tutto in Cristo.

Fu San Pio X che visse fino a quando l’odio rivoluzionario, che da secoli tramava la distruzione di ogni potere cattolico, fece scoppiare la I Guerra Mondiale che avrebbe smembrato l’Impero (Apostolico) dell’Austria.

Il mondo fu sordo agli appelli del Santo Padre, il cui cuore si fermò alla vigilia di questo orrendo conflitto che marcò l’inizio del tramonto della Civiltà Cristiana che aveva portato in tutto il mondo la Religione rivelata!

LA RIVOLUZIONE CHE HA DEGRADATO IL PORTOGALLO

Il Portogallo fu preservato dagli effetti della rivoluzione protestante per la sua devota unità cattolica, retta dai tradizionali ordinamenti del Regno, per cui la bestemmia, l’apostasia, il sacrilegio e l’eresia erano delitti.

La rottura di questa fedeltà secolare è opera del marchese di Pombal che, chiamato al governo dal re, don Giuseppe, fu il cavallo di Troia delle idee rivoluzionarie massoniche, da lui assorbite alla corte di Vienna sotto il giuseppismo.

Egli così promosse, nel Paese, la Massoneria e il filosofismo che vegetavano inermi, l’idea di chiesa nazionale e il Protestantesimo che, nel 1761, fondava a Lisbona la sua prima chiesa, e rinfocolò nel re l’assolutismo che si faceva prepotente verso la Santa Sede di cui controllava e censurava le Bolle, esercitando pressione e rompendo i rapporti diplomatici finché non liquidasse i Gesuiti.

Se rimase qualche contatto con Roma fu soltanto per partecipare con più forza alla congiura internazionale per estinguere la Compagnia di Gesù, fatto purtroppo avvenuto sotto Clemente XIV che cedette per la preoccupazione dello scisma in Francia e la rottura dei rapporti con un Paese cattolico come il Portogallo che, in passato, considerandosi un feudo del Pontefice, Vicario di Cristo, si riteneva territorio del Signore.

Dopo questo infausto governo, il Paese era contaminato ampiamente dal razionalismo anticlericale e massonico, ma l’effettivo dominio di tali idee venne per mezzo delle truppe di Napoleone.

Così, finita l’invasione, il nuovo governo non tornava alla tradizione ma diveniva persecutore della Chiesa, arrivando ad espellere il cardinale Patriarca e proporre al re, don Giovanni VI, ancora in Brasile, dove era esiliato, l’approvazione di una nuova Costituzione ispirata a quella francese del 1791, in deroga al vecchio ordinamento.

Siccome la risposta del re a questa proposta di cambiamento sembrava cedevole, un ministro di tale governo dichiarò entusiasta: «Si è completata la grande opera! L’Arbitro Supremo dell’Universo ha coronato il nostro lavoro! Sua Maestà cede alla nostra causa!».

Quando don Giovanni VI tornò dal Brasile dimostrò di pensare diversamente, ma la divisione rivoluzionaria aveva già toccato la stessa casa reale, generando, in seguito alla morte del re, la questione successoria che portò il Paese alla guerra civile.

Don Pietro I, rinunciando ad essere l’imperatore del Brasile, tornava in Europa appoggiato dagli inglesi e dalla Massoneria, alla quale era stato iniziato a Rio de Janeiro, come pretendente al trono portoghese che, a quel punto, spettava a suo fratello, il cattolico don Miguel.

Ma più che di trono, la disputa trattava di scelta costituzionale: tradizionale o liberale, per cui don Pietro, che era per quest’ultima, fu sostenuto sia dalla Francia di Luigi Filippo, sia dall’Inghilterra di Palmerston, sia dalla Spagna di Maria Cristina, stranamente alleati, contro i quali a poco valsero le vittorie locali di don Miguel.

Così i vincitori della nuova «carta» riuscirono a intronizzare la figlia di Maria II, figlia di Pietro I del Brasile e IV del Portogallo.

Da allora, cioé dal 1832 al 1910, i governi monarchici ebbero solo dei primi ministri massoni!

Pio IX, conoscendo la portata di tale influenza rivoluzionaria, parlando a pellegrini portoghesi nel 1877, denunciava il male: «Avete un terribile e potente nemico: è l’impetuosa massoneria che vuole distruggere tra voi ogni segno del cattolicesimo!».

All’inizio di questo secolo, questo dominio si fece apertamente repubblicano e anticlericale e lo stato di sovversione fu tale che, nel 1908, il re don Carlo e suo figlio, il giovane principe, furono uccisi a revolverate in pieno centro di Lisbona.

Seguirono saccheggi e incendi di chiese ed edifici religiosi, profanazioni e caccia a sacerdoti e religiosi che furono inseguiti e assassinati come belve.

Con la repubblica veniva consumata, nel modo più drastico, la separazione della Chiesa dallo Stato e veniva subito istituito il divorzio e cacciata l’istruzione religiosa.

Per illustrare il risultato, basti questo: nella «Festa dell’albero» del 1911, a Lisbona, candidi scolari portavano la scritta: «Senza Dio, né Religione!».

Il Papa San Pio X pubblicò, allora, l’enciclica «Jamdudum in Lusitania» per prevenire i fedeli contro i pericoli decorrenti dall’assurda e mostruosa legge di separazione tra Chiesa e Stato.

Nel 1915, quattro anni dopo la proclamazione della Repubblica, il delirio giacobino e anticattolico, nella capitale, era estremo.

Soltanto nel nord del Paese non si seguiva l’ondata di violenza e si otteneva che la destra repubblicana conferisse poteri dittatoriali al generale Pimento de Castro, affinché ristabilisse l’ordine.

Ma anche questo governo speciale finiva, dopo cinque mesi, in un bagno di sangue e in un caos così grave da far avvicinare a Lisbona navi da guerra inglesi e spagnole, pronte ad intervenire.

Fu allora che i cattolici portoghesi formarono un grande movimento di preghiera, processioni e suppliche per invocare dalla Vergine Maria, Regina del Portogallo, la salvezza della sua terra.

Nel 1916 si organizzò, in tutto il Paese, la crociata del Rosario con l’adesione di migliaia di famiglie nelle città e nelle campagne.

Non solo imperversava quello spaventoso disordine interno, ma la rivoluzione portoghese, impegnata sul fronte internazionale, trascinò anche quella povera nazione alla guerra europea.

Ecco qual era la situazione in Portogallo alla vigilia delle Apparizioni di Fatima.

«Vogliamo organizzare un’umanità senza Dio!», diceva Jules Ferry.

E Clemenceau, spesso ripeteva: «La Rivoluzione è un blocco da dove niente può essere levato…».

In pieno secolo XX l’impero degli Asburgo rappresentava – per usare la felice espressione del conte Emmanuel Malinsky: «Un’immagine della Pentecoste storicamente cattolica» che si opponeva alla Babele laica e apolide internazionalista.

Era la continuazione dell’unità nella diversità che nel luminoso Medioevo aveva fondato la civiltà europea, e per ciò era quanto poteva esservi di più avverso e odioso per le forze anticristiane coalizzate e tese ad un imperium mundi sorretto unicamente sulla volontà di potenza di ristretti cenacoli.

La Grande Guerra fu preceduta da misteriose riunioni come quella di cui rende conto l’«Unità Nazionale» di Montreal del giugno-luglio 1957: «Nel 1913 un gruppo di banchieri internazionali si riunì d’urgenza sull’isola Jekill, di fronte a Brunswick (Georgia, USA). Per questa riunione secreta tutti gli abitanti dell’isola erano stati evacuati. Guardie impedivano ai non invitati di avvicinarsi durante la Conferenza.

In seguito si apprese che in quell’occasione il ‘Governo invisibile’ del mondo occidentale aveva deciso l’istituzione della Federal Reserve Bank che avrebbe dovuto sottrarre al governo americano e al Congresso il loro potere di emissione della moneta e del credito; in questa stessa occasione l’orientamento della guerra già decisa (si tratta della prima Guerra mondiale) era così stato stabilito».

L’ARCIDUCA FRANCESCO FERDINANDO

L’imperatore Francesco Giuseppe superò con stoicismo l’assassinio della sua bella sposa Elisabetta come qualche anno prima aveva superato la tragedia di Mayerling (1889), del suicidio del figlio Rodolfo, di vita dissoluta e di amicizie liberali ed anche anti-monarchiche.

Con tali tragedie la successione al trono del suo impero passava al fratello Carlo Luigi che, malgrado il peso degli anni, fino alla sua morte nel 1896 si rifiutò di rinunciare a favore del figlio.

Si trattava di Francesco Ferdinando, educato da suo zio, l’austero arciduca Albrecht, che aveva un concetto medioevale della posizione di prestigio della famiglia regale nel seno del Sacro Impero Apostolico, e questi princìpi della casa imperiale furono pienamente recepiti dal giovane arciduca, preparato per una eventuale successione studiando il diritto e la storia dello Stato.

Ciò va notato qui: Francesco Ferdinando sul trono, essendo pienamente cosciente dei pericoli che minacciavano l’Impero, e i danni provocati dalla passività del vecchio imperatore, che amava e rispettava disapprovandone però l’operato, avrebbe cercato con la sua personalità autoritaria di cambiare i rapporti di forza in Europa e nel mondo.

E non faceva mistero di sentimenti antiungheresi specialmente a causa della loro crescente influenza in politica estera.

Ma il problema principale era la Germania di Bismarck, mirante a un Reich tedesco unificato e potente.

«Chi potrebbe impedire in seguito alla Germania di reclamare il possesso di tutti i Paesi abitati da tedeschi?».

Perciò avrebbe considerato un riavvicinamento con la Francia, su cui contare per impedire un’egemonia prussiana.

Non diversamente Napoleone III aveva sperato che, in caso di scontro con la Germania, l’Austria-Ungheria sarebbe stata dalla sua parte.

Il fatto è che la neutralità dell’Austria nella guerra franco-tedesca del 1870-1871 rese un immenso servizio ai prussiani e a Bismarck.

Francesco Ferdinando capiva inoltre che, prendendo posizione contro la Germania, l’Austria-Ungheria avrebbe gettato quest’ultima tra le braccia della Russia.

Per questa ragione, pur facendo dichiarazioni profrancesi, approvava l’avvicinamento alla Germania.

Ma lo voleva fare in posizione di forza.

Francesco Ferdinando riteneva che la politica protedesca degli ungheresi da un lato, ma anche il panslavismo di altri, fossero responsabili dell’aggravamento dei conflitti nazionali.

Il progetto di espansione pangermanica prevedeva la fusione della Germania e dell’Austria-Ungheria, che, attraverso la Romania e la Turchia europea e asiatica, avrebbe esteso la sua influenza fino all’Arabia.

Sembrava un piano fantasioso, ma i poteri economici mondiali presentivano e speravano che il passaggio al suffragio universale avrebbe dato ai diversi popoli la possibilità di autodeterminarsi e avrebbe consolidato sufficientemente l’Austria-Ungheria perché essa si proteggesse dall’espansionismo del suo potente alleato.

Divenuto delfino, Francesco Ferdinando aveva nella sua cerchia intima rappresentanti delle diverse nazionalità e posizioni, autonomisti ma anche federalisti.

Uno di essi scrisse allora un’opera che fece scalpore, «Gli Stati Uniti della ‘Grande Austria’»; un «brain-trust» dove non mancavano anche liberali e nazionalisti, ma principalmente rappresentanti delle minoranze nazionali che avrebbero giocato un ruolo politico importante nei loro rispettivi Paesi, perché quel che mirava era la riorganizzazione della monarchia su una base di autonomie etniche.

Contro l’opposizione di Francesco Giuseppe e della corte, l’Arciduca concluse un matrimonio morganatico con la contessa ceca Sofia Chotek, il che implicava rinunciare alla successione per i suoi figli.

Voleva rinnovare il Paese dalle posizioni antiliberali e autoritarie.

E così se ebbe delle intuizioni spesso geniali in politica interna come estera, mancò del tatto e della pazienza necessari a concretizzarle; sdegnò ambienti intellettuali influenti, che considerava come decadenti, ma ruppe anche con militari intraprendenti, che cercavano legami col partito militarista tedesco.

Si può immaginare che se non fosse stato ucciso a Sarajevo, avrebbe evitare delle inutili prove di forza con la Serbia, come volevano i militaristi austriaci e gran parte dell’opinione pubblica, mentre era deciso a rivedere gli equilibri di forza con gli ungheresi anche a costo di provocare una crisi civile dalle conseguenze imprevedibili tra Austria e Ungheria.

Comunque aveva un’idea avanzata di governo organico fondato su piani di riforme fondamentali elaborati dai suoi fidati consiglieri, tra cui l’estensione del suffragio universale, già in vigore in Austria dal 1907, e l’uguaglianza dei diritti per tutte le nazioni.

La sua difficoltà più grande era con i magnati e con i liberali ungheresi che lo vedevano come un «clericale reazionario», mentre aveva un contatto di calore eccezionale coi contadini ungheresi, che dichiarava «di portamento assai nobile».

Francesco Ferdinando, accusato di «assolutismo cesariano» nel suo piano di riorganizzazione della monarchia austriaca, manifestò in politica estera una tendenza alla tolleranza e al buon senso e avversione ad una politica balcanica espansionista che rischiava di provocare sia la Germania che la Russia a favore di interessi ungheresi.

Si opponeva anche al militarismo del suo ex consigliere Conrad von Hötzendorf, divenuto capo di Stato Maggiore, nel suo disegno di regolare il contenzioso con la Serbia e fare una guerra preventiva all’Italia, che – malgrado l’alleanza – manteneva le sue rivendicazioni territoriali sull’Austria.

Era pure idea di Conrad, contrariamente a Francesco Ferdinando, che la guerra contro la Russia fosse inevitabile a causa dei rapporti balcanici delle due potenze, e inoltre, come pensava il partito militarista tedesco, «tedeschi e austriaci dovevano passare all’azione finché vi era ancora tempo, oppure rinunciare alle loro pretese da grandi potenze».

Ma la risposta di Francesco Ferdinando, anche se aveva simpatizzato con il rinnovamento della Santa Alleanza del 1870 dei tre imperatori austriaco, russo e tedesco, contro il pericolo rivoluzionario della socialdemocrazia, fu: «Che Conrad la finisca di spingerci alla guerra»…

L’anno prima dell’attentato di Sarajevo, Francesco Ferdinando scriveva a un amico: «Dovremo fare di tutto per mantenere la pace».

Non si nascondeva che la guerra avrebbe isolato l’Austria.

«Supponiamo che si intraprenda la guerra con la Serbia – scriveva. Vinceremo la prima manche, ma poi? L’Europa ci additerebbe come affossatori della pace. […] Quanto ai nostri slavi del sud, potremo conciliarli con una politica d’amicizia giusta e generosa. Oggi conosco bene i croati e i dalmati, e garantisco che non mi servirebbero più di quarantotto ore per riportare da loro la stabilità e la fiducia nei confronti della monarchia».

Inoltre, «Prima di pensare a una politica di espansione bisognerebbe far ordine in casa nostra e avere alle spalle tutti i nostri popoli».

Ma: «Nello stesso tempo dovremo far di tutto per respingere gli elementi antidinastici, ebrei e massonici la cui influenza è penetrata fin nelle più alte sfere!».

Ora, molti massoni ed ebrei dell’Austria-Ungheria si ritenevano tra i sostenitori più leali della dinastia (François Fejtö, «Requiem per un Impero defunto», Mondadori, 1988, pagina 183).

E dopo la paurosa ecatombe della II Grande Guerra un cancelliere austriaco di origine ebrea, Krausky, affermò senza tentennamenti che se ci fosse stata allora nel 1939 la potenza equilibratrice dell’Impero austro-ungarico, Hitler non avrebbe avuto la mano libera con cui si è trovato.

Conclusione: si può supporre, documentalmente, che se Francesco Ferdinando non fosse stato assassinato, la politica austriaca sarebbe stata differente da quella militarista spinta dai tedeschi e non avrebbe ragionevolmente fornito pretesti per iniziare una guerra incontrollabile.

Si può quindi dedurre che gli avversari interni e esterni che hanno tramato l’assassinio di Francesco Ferdinando non l’hanno fatto contro un guerrafondaio ma proprio perché era contrario alla guerra inutile.

La prima guerra mondiale fu un tragico incendio; l’Europa fu in fiamme dopo l’assassinio dell’erede al trono imperiale d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando, il 28 giugno 1914 a Sarajevo per opera del l’attentatore era l’ebreo Gravilo Princip insieme ad altri terroristi.

L’Encyclopedia Britannica (VIII, 1975, pagina 216) precisa che Princip fu indirizzato al terrorismo dalla società segreta serba conosciuta come Mano Nera… che pianificò l’assassinio e armò Princip e diversi altri.

«Albert Mouset, nel suo libro tratto dal resoconto stenografico del processo svoltosi nell’ottobre seguente, ‘L’Attentat de Sarajevo’, Pajot, Parigi, 1930, riferisce che sia Gavrilo Princip che N. Cabrinovic dichiararono che Francesco Ferdinando era stato condannato a morte dalla massoneria. Notizia che coincide con le rivelazioni del colonnello Paty de Clam e pubblicate da monsignor Jouin a Parigi sul numero di settembre di ‘La Revue Internationale des Sociétes secrètes’: ‘Può darsi che un giorno si faccia luce su queste parole di un alto massone svizzero circa l’erede al trono d’Austria: ‘Ha delle qualità, peccato che sia condannato, morrà sui gradini del trono’ (numero 5 del 15 settembre 1912, pagine 787-88, avenue Portalis 8, Paris)». («Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia», Epiphanius, Ichthys, Albano Laziale, pagina 186).

Molte sono state le trame che hanno portato alla I Grande Guerra, la cui miccia fu accesa il 28 giugno 1914 dall’attentato di Serajevo contro il principe ereditario, il cattolico e combattivo Francesco Ferdinando e sua moglie, e che ciò fu tramato nella Loggia della società segreta di Belgrado, «Narodna Obradna», non senza il concorso di elementi governativi.

Ma come non osservare la notevole coincidenza, per cui il 17 giugno tutta l’armata inglese era stata mobilitata e il presidente francese Poincaré era partito per Pietroburgo in Russia, nazione con cui la Francia avrebbe stretto alleanza contro l’Austria?

Un episodio del 1917 è indicativo di quanto questa guerra distruttiva dell’ordine cristiano in Europa fosse stata auspicata da molti.

Nel momento più cruciale del conflitto, vi fu l’appello rivolto a Francia e Inghilterra di Benedetto XV e del nuovo Imperatore Carlo d’Austria tramite l’impegno di sua moglie Zita, i cui fratelli Sisto e Saverio di Borbone-Parma erano ufficiali dell’esercito alleato, con cui cercò di stabilire contatti confidenziali in Francia con i generali Foch e Petain per raggiungere, con il presidente Poincaré, una pace separata dalla Germania bellicista di Guglielmo Il.

L’iniziativa era a buon punto quando fu conosciuta dal Primo Ministro Giorgio Clemenceau.

La «Tigre», come egli era conosciuto, si dichiarava apertamente contraria ad ogni accordo.

«E’ necessario espellere gli Asburgo, la monarchia papista!».

E l’accordo non fu considerato dai belligeranti, poiché la guerra doveva continuare fino alla completa distruzione degli Imperi Centrali, conditio sine qua non per avviare un processo di unione mondiale.

E così la guerra continuò.

La Germania infettava la Russia con il virus rivoluzionario di Lenin e, dopo il massacro, l’Austria fu ridotta a un piccolo Paese; ma è sotto gli occhi di tutti che cosa ciò sia costato al mondo.

I poteri anticristiani che sono sorti in seguito hanno fatto rimpiangere la mancanza del contrappeso austriaco.

Questo si è visto con i crimini, le violenze e le persecuzioni di uno stato di guerra rivoluzionaria che si è propagato in tutto il mondo per abbattere i segni rimasti di quanto essi chiamavano la «teocrazia romana»; la Chiesa Cattolica.

Ma potrà la Rivoluzione avere il sopravvento su di essa, con le forze e le logge del mondo coalizzate all’esterno e all’interno della Chiesa?

Ecco che, tempestivamente, nel 1917, a Fatima, si ha la risposta negativa, e la conferma che alla fine sarà la Fede a trionfare per mezzo dell’Immacolato Cuore di Maria!

IL 1917, L’ANNO CRUCIALE DEL XX SECOLO

Uno dei principali processi intellettuali della rivoluzione, per mutilare la vita religiosa dei popoli, consiste nel cancellare il senso cristiano della storia.
Il nostro proposito sarà, perciò, di risvegliarlo con la luce della realtà storica dell’ora presente.
E niente può farlo meglio che il faro acceso dalla Madonna di Fatima, il più temuto dai nemici della Fede.
Parliamo, perciò, dei fatti storici delle ultime decadi per verificare il suo senso cristiano, cioè, della lotta tra il male, che impera attraverso la ribellione e la concupiscenza dell’uomo decaduto, e il bene, manifestato dal Verbo Divino che ha istituito la Sua Chiesa per salvare gli uomini di ogni epoca.
La storia si svolge nell’opposizione tra la «Città di Dio», rappresentata, nel mondo, dalla Chiesa e dalla Civiltà Cristiana, e la «Città degli uomini», ribelli a Dio, rappresentata dalla Rivoluzione che «organizza» le concupiscenze dell’avere, del dominio e della libertà dei sensi per abbattere l’ordine della Città di Dio.
Da una parte c’è la Fede unica, il Cristianesimo; dall’altra, una miriade di credenze e di ideologie umane, ma anche l’ebraismo che ha rifiutato Gesù Cristo.

Tale verifica storica dell’opposizione fondamentale tra il Cristianesimo e la Rivoluzione anti-Cristiana è intorno all’Evento di Fatima che ha, nel 1917, l’anno delle sei Apparizioni della Madonna, il suo principale riferimento, essendo questo l’anno cruciale in cui convergono i fatti cominciati nei due secoli precedenti.
Questo particolare anno ha rappresentato il momento più cruciale della Prima Guerra Mondiale che fece milioni di vittime in Europa, proprio per infrangere gli ultimi grandi baluardi della Civiltà Cristiana occidentale.
In particolare modo, esso è l’anno in cui il virus della Rivoluzione fu iniettato in Russia, aiutato dalla finanza massonica, nelle persone dei suoi capi carismatici, Lenin e Trotski.
Il primo, parti dalla Svizzera per attraversare la Germania, in un vagone sigillato, con otto milioni di sterline-oro, secondo un accordo stabilito con i tedeschi.
L’Imperatore cattolico, Carlo I d’Asburgo, si era però opposto a un tale piano degli alleati tedeschi negando il permesso a Lenin di attraversare l’Austria.
Il secondo, Trotski, raggiunse Lenin partendo dal Canada sul «Cristiania», anch’egli con consistenti finanze, con rivoluzionari addestrati e con un ingente carico d’armi.
Furono fermati alla dogana, ma liberati da una chiamata telefonica da un alto loco.
Ma se questi sono i fatti storici più vistosi, se ne devono segnalare in quell’anno, altri di grande importanza per gli sviluppi futuri.

La Massoneria, cioè l’organizzazione segreta e settaria che organizza la Rivoluzione del mondo, aveva raggiunto un tale potere nel 1917 che i suoi seguaci, nel commemorare i duecento anni di fondazione e l’anniversario di Giordano Bruno, sfidarono la Chiesa nella stessa Piazza di San Pietro e sotto le finestre del Papa, con scorribande sacrileghe.
Esibivano cartelli che rappresentavano San Michele Arcangelo calpestato da Lucifero, e gridando che Satana avrebbe dovuto regnare in Vaticano facendo del Papa il suo schiavo!
Il padre Massimiliano Maria Kolbe, testimone di tale sinistro spettacolo, decise allora di fondare la «Milizia dell’immacolata» per combattere le orde massoniche e pregare per la conversione dei suoi seguaci.
Nel campo internazionale, i princìpi massonici, nella veste dei rispettabili diritti dell’uomo, si affermavano con la formazione della «Società delle Nazioni», precorritrice dell’attuale «ONU».
Anche il Sionismo ottenne una vittoria importante per la formazione dello Stato di Israele, auspicato dai sionisti, con l’avallo della dichiarazione del ministro inglese Balfour.
E ricordiamoci che il ritorno del dominio ebraico in Gerusalemme, che avvenne 50 anni dopo con la guerra dei sei giorni (1967), rievoca la fine del tempo delle nazioni, predetta da Gesù in San Luca 21, 24. ( [24]Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.)


Dopo la descrizione di questi eventi politici e sociali, decisivi per la vita del mondo – e oggi sappiamo quanto essi abbiano pesato! – è doveroso per i cattolici domandarsi se ad essi non avrebbero dovuto corrispondere con altrettanti eventi, invisibili e silenziosi, nella vita della Chiesa e del Pontificato Romano.
Vedremo, poi, che una risposta indiretta a questo interrogativo la potremo trovare nell’atteggiamento ecclesiastico verso l’Apparizione della Madonna di Fatima e verso i suo messaggio di pace, che anticipò gli eventi storici descritti.
Era un aiuto celeste ma gli uomini della Chiesa non l’hanno accolto.
Perché?

Qui, vogliamo considerare come l’anno 1917 fosse cruciale per la storia del mondo, e, come, tempestivamente, la «Chiesa celeste» avvertisse la «Chiesa militante» dei grandi pericoli che incombevano con dei segnali proporzionali ad essi.
La difficoltà ad avvalersi di questi aiuti può essere la riprova di quanto le trame massoniche del mondo già avessero toccato la Chiesa e di quanto questi aiuti fossero divenuti necessari ed urgenti.

IL PAPA CHIESE: LA MADONNA RISPOSE

Il naturalismo che soffoca il senso cristiano della storia in questo secolo ha fatto dimenticare, se non addirittura ignorare, anche ai cattolici, la causa prossima delle Apparizioni della Madonna alla Cova d’Iria: l’invocazione del Papa, affinché Nostra Signora intervenisse, illuminando la via della pace nel mondo!
Nell’ora tremenda della Prima Guerra Mondiale, che versava fiumi di sangue e lacrime, senza che se ne intravedesse la fine, il Pontefice Benedetto XV volle far ricorso al Cuore di Gesù, attraverso la Sua Madre Addolorata, per ottenere al mondo la pace.
Lo fece con una lettera al suo Segretario di Stato, il cardinale Gasparri, impartendo disposizioni affinché tutta la Chiesa invocasse questo aiuto nelle sue preghiere più frequenti.

Eccone i termini: «E poiché tutte le grazie, che l’Autore d’ogni bene si degna compartire ai poveri discendenti di Adamo, vengono, per amorevole consiglio della sua divina Provvidenza, dispensate per le mani della Vergine Santissima, Noi vogliamo che alla gran Madre di Dio, in quest’ora tremenda, più che mai si volga, viva e fidente, la domanda dei suoi affilatissimi figli. Diamo quindi a Lei signor Cardinale, l’incarico di far conoscere a tutti i vescovi del mondo il Nostro ardente desiderio che si ricorra al Cuore di Gesù, trono di grazie, e che a questo trono si ricorra per mezzo di Maria. Al quale scopo Noi ordiniamo che, a cominciare dal primo del prossimo mese di giugno, resti fissata, nelle Litanie Lauretane, l’invocazione ‘Regina Pacis, ora pro nobis’! Che agli Ordinari permettemmo di aggiungervi temporaneamente col Decreto della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, in data del 16 novembre 1915».

«Si levi, pertanto, verso Maria, che è Madre di misericordia ed onnipotente per grazia, da ogni angolo della terra, nei templi maestosi e nelle più piccole cappelle, dalle reggie e dalle ricche magioni dei grandi come dai più poveri tuguri ove alberghi un’anima fedele, dai campi e dai mari insanguinati, la pia, devota invocazione, e porti a Lei l’angoscioso grido delle madri e delle spose, il gemito dei bimbi innocenti, il sospiro di tutti i cuori ben nati: muova la sua tenera e benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto la bramata pace, e ricordi, poi, ai secoli venturi, l’efficacia della sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci!».

La lettera fu mandata il 5 maggio 1917.
Otto giorni dopo, il 13 maggio, la Madonna apparve per la prima volta a Fatima, rispondendo all’invocazione papale con un messaggio di pace.
Esso conteneva avvisi, richieste e promesse che dimostrano che il sollecito soccorso materno veniva ad indicare la volontà di Dio per la nostra generazione, unica via per la vera pace e la salvezza di molte anime.

Nella prima Apparizione, il 13 maggio 1917, la Madonna disse: «Sono venuta a chiedervi di venire qui per sei mesi consecutivi, il giorno 13, a questa stessa ora. Poi vi ‘dirò’ chi sono e cosa voglio. Quindi, tornerò qui di nuovo una settima volta» (…) «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Lui vorrà mandarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso, e come supplica per la conversione dei peccatori?».
«Sì, lo vogliamo!».
«Allora, dovrete soffrire molto, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto».
(Fu nel dire queste parole: «la grazia di Dio…» «che aprì, per la prima volta, le mani, comunicandoci una luce così intensa, una specie di riflesso che ne usciva e ci penetrava nel petto e nel più intimo dell’anima, facendoci vedere noi stessi in Dio, che era quella Luce, più chiaramente di come ci vediamo nel migliore degli specchi»).
«Recitate la corona, tutti i giorni, per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra!».

Il 13 giugno, la Madonna ha confermato quanto detto nella prima Apparizione.
«Voglio che veniate qui, il 13 del prossimo mese; che diciate la corona tutti i giorni, e che impariate a leggere. Poi, vi dirò quel che voglio!».
«Vorrei chiederLe di portarci in Cielo!». «Sì! Giacinta e Francesco li porterò tra breve, ma tu resterai qui ancora per qualche tempo. Gesù vuole servirsi dite per farmi conoscere e amare. Vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».
«Resterò qui da sola?», domandai addolorata.
«No, figlia mia!… E tu ne soffri molto? Non ti scoraggiare! lo non ti abbandonerò mai! il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà fino a Dio!».
Nel pronunciare queste ultime parole, aprì le mani e ci comunicò, per la seconda volta, il riflesso di quella Luce immensa nella quale ci vedevamo come immersi in Dio.
Davanti alla palma della mano destra della Madonna, c’era un cuore coronato di spine, che vi sembravano confitte.
Capimmo che era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che voleva riparazione!

Il 13 luglio 1917, la Madonna ripeté di nuovo: «Voglio che veniate qui il 13 del mese prossimo; che continuate a dire la corona tutti i giorni alla Madonna del Rosario, per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché soltanto Lei vi potrà soccorrere!».
«Vorrei chiederLe di dirci Chi é; di fare un miracolo perché credano tutti che Lei ci appare!».
«Continuate a venire qui tutti i mesi. Ad ottobre dirò chi sono, quel che voglio e farò un miracolo che tutti potranno vedere bene per credere. (…) Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente ogni volta che fate qualche sacrificio: “O Gesù, è per amor Vostro, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria!».

Dicendo queste ultime parole, apri di nuovo le mani, come nei due mesi precedenti.
Sembrò che il riflesso penetrasse la terra e vedemmo come un mare di fuoco.
Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere, o bronzee, in forma umana, che fluttuavano nell’incendio, trasportate dalle fiamme che uscivano da loro stesse, insieme a nuvole di fumo che cadevano da ogni parte, uguali al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che suscitavano orrore e facevano tremare di paura…
I demoni si distinguevano per le forme orribili e schifose di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti come neri carboni roventi.
Spaventati e come per chiedere aiuto, alzammo gli occhi alla Madonna, che ci disse con bontà e tristezza:
«Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che dirò, molte anime si salveranno e avranno pace.
La guerra sta per finire.
Ma se non smetteranno di offendere Dio, nel Pontificato di Pio XI, (Papa dal gennaio1922 al 10-02-1939 ne comincerà un’altra peggiore.
Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta sappiate che è il gran segno che Dio vi dà: che punirà il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre.
Per impedirla, verrò a domandare la consacrazione della Russia al mio Cuore immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati.
Se ascolteranno le mie domande, la Russia si convertirà e ci sarà pace; se no, spargerà i suoi errori nel mondo, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa.
I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno annientate.
Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà!
Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace.
In Portogallo, si conserverà sempre il dogma della Fede, ecc. (e qui segue il «Terzo Segreto»).
Questo non ditelo a nessuno.
A Francesco, sì, potete dirlo (Lucia vedeva e parlava con la Madonna, Giacinta la vedeva e la sentiva, ma Francesco la vedeva solo, senza sentirla).
Quando reciterete la corona, dopo ogni decina, dite: «O Gesù mio, perdonateci, liberatrici dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le anime, specialmente quelle che più ne hanno bisogno!».

Il 13 agosto, a Cova d’Iria c’erano migliaia di persone (da 15 a 18 mila secondo gli appunti del canonico dottor Manuel Formigão).
Ma, proprio per impedire tale diffusione della Apparizione di Fatima, il sindaco locale, il massone e anticlericale Arturo d’Oliveira Santos, si diresse ad Aljustrel e poi alla canonica di Fatima e sequestrò i piccoli veggenti, per cui non ci fu l’Apparizione.
Giorni dopo, di ritorno, i tre bambini, nel sito chiamato Valinhos, vicino alle loro case di Aljustrel, videro la Madonna apparire sopra un leccio e la sentirono dire: «Voglio che continuiate ad andare alla Cova d’Iria, il 13; che continuiate a dire la corona tutti i giorni. Nell’ultimo mese farò il miracolo, affinché tutti credano (…). Pregate, pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno perché non c’è chi si sacrifichi e interceda per loro!».

Il 13 settembre, c’era una folla di 25-30 mila persone a Cova d’Iria.
Dice Lucia nella sua quarta memoria: «Là, si vedevano tutte (le) miserie della povera umanità: alcuni gridavano perfino da sopra gli alberi e i muri, ove salivano per vederci passare. Dicendo agli uni di sì, stringendo la mano ad altri per aiutarli a levarsi dalla polvere della terra, avanzammo adagio adagio, con l’aiuto di alcuni signori che ci aprivano il passaggio in mezzo alla folla. Adesso, quando leggo nel Nuovo Testamento quelle scene incantevoli del passaggio di Gesù nella Palestina, mi ricordo di queste a cui il Signore, benché ancor così bambina, mi fece assistere nei poveri sentieri e strade da Aljustrel a Fatima e alla Cova d’Iria. E ne ringrazio Dio, offrendoGli la fede del nostro buon popolo portoghese. E penso: ‘Se questa gente si prostra così davanti a tre poveri bambini, soltanto perché a loro è concessa misericordiosamente la grazia di parlare con (la) Madre di Dio, cosa non farebbero se vedessero davanti a loro Gesù Cristo stesso?’. Bene, ma questo non c’entra per niente. Qui è stata ancora una distrazione della penna, che mi è scappata dove io non volevo. Pazienza! Ancora una cosa inutile: ma non la tolgo, per non inutilizzare il quaderno. Arrivammo finalmente alla Cova d’Iria, presso il leccio, e cominciammo a recitare il Rosario insieme alla gente. Poco dopo vedemmo il riflesso della luce, e subito dopo la Madonna sopra il leccio».
«Continuate a recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche il Signore, la Madonna Addolorata, la Madonna del Carmine, San Giuseppe col Bambino Gesù, per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, non vuole che dormiate con la corda, portatela soltanto di giorno (…).
In ottobre farò il miracolo, affinché tutti credano».

Il 13 ottobre c’era una folla di circa 70 mila persone.
Ecco come la veggente descrive quel momento: «Uscimmo di casa prestino, prevedendo già i ritardi del cammino. C’era una gran folla e la pioggia cadeva torrenziale. Mia madre, temendo che fosse quello l’ultimo giorno della mia vita, col cuore spezzato dall’incertezza per quanto sarebbe successo, volle accompagnarmi. Lungo il cammino, le scene del mese precedente, più numerose e commoventi. Neppure la fanghiglia dei sentieri impediva a quella gente d’inginocchiarsi nell’attitudine più umile e supplicante. Arrivati alla Cova d’Iria, presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli per recitare il Rosario. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito la Madonna sopra il leccio. ‘Cosa vuole da me?’ ‘Voglio dirti che facciano qui una cappella in mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire il Rosario tutti i giorni. La guerra finirà e i soldati torneranno presto alle loro case’. ‘lo avrei molte cose da chiederLe: se cura dei malati e se converte alcuni peccatori, ecc.’. ‘Alcuni sì; altri no. Devono emendarsi; Chiedano perdono dei loro peccati!’. E prendendo un aspetto più triste: ‘Non offendano più Dio, nostro Signore, che è già molto offeso!’. E aprendo le mani, le fece riflettere nel sole; e, mentre si elevava, il riflesso della Sua stessa luce continuava a proiettarsi nella luce. (…) Ecco, monsignor vescovo, il motivo per il quale gridai che guardassero il sole. Il mio intento non era chiamare l’attenzione della gente su quello, visto che non avevo neppur coscienza della sua presenza. Lo feci soltanto mossa da una ispirazione interiore che a ciò mi spinse. Sparita la Madonna, nell’immensa distanza del firmamento, vedemmo, accanto al sole, San Giuseppe col Bambino e la Madonna, vestita di bianco, con un manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino sembravano benedire il mondo, con alcuni gesti in forma di croce che facevano con la mano. Poco dopo, svanita quest’apparizione, vidi il Signore e la Madonna, che mi pareva la Madonna Addolorata. Il Signore sembrava benedire il mondo, nello stesso modo di San Giuseppe. Svanì questa visione, e mi parve di veder di nuovo la Madonna, con aspetto simile alla Madonna del Carmime. Ecco, monsignor vescovo, la storia delle apparizioni della Madonna nella Cova d’Iria, nel 1917. Ogni volta che, per qualche motivo, dovevo parlar di esse, cercavo di farlo col minimo di parole, col desiderio di conservare soltanto per me quelle parti più intime, che mi costava tanto rivelare. Ma siccome sono cose di Dio e non mie, e Lui, adesso, per mezzo vostro, monsignor vescovo, me le reclama, eccole. Restituisco ciò che non mi appartiene. Di proposito non riservo niente. Mi pare che devono mancare soltanto alcuni piccoli dettagli quanto alle richieste ch’io facevo. Siccome erano cose puramente materiali, non ci prestavo attenzione, e forse per questo non s’impressero tanto vive nel mio spirito. E poi, erano tante e tante! Forse, per la preoccupazione di ricordarmi delle innumerevoli grazie che dovevo chiedere alla Madonna, ci fu lo sbaglio di capire che la guerra sarebbe finita lo stesso giorno 13 (Lucia non affermò categoricamente che la guerra sarebbe terminata nello stesso giorno; fu spinta a dire ciò per le numerose ed insistenti domande che le fecero). Non poche persone si sono mostrate ben meravigliate della memoria che Dio si degnò concedermi. Per una bontà infinita, la mia memoria è abbastanza privilegiata, in tutti i sensi. Però, in queste cose soprannaturali non c’è da meravigliarsene, perché s’imprimono nello spirito in modo tale che è quasi impossibile dimenticarle. Per lo meno, il senso delle cose che esse indicano non si dimentica mai, a meno che Dio stesso non lo voglia far dimenticare».

I MINISTRI DI CRISTO RE DOPO IL1917

Può un fedele pensare che una domanda divina sia meno che un aiuto straordinario ed estremo?
In verità, la richiesta al re di Francia e al Papa delle consacrazioni ai Sacratissimi Cuori, per affrontare i problemi terreni, è l’offerta di un aiuto per salvare i loro popoli dall’odio, dalle guerre e dall’apostasia.
Le chiameremo quindi «domande-offerte».
Ricordiamo la frase del Signore a Suor Lucia: «Fa sapere ai miei ministri che, siccome essi hanno seguito l’esempio del re di Francia nel ritardare l’esecuzione della mia domanda, lo seguiranno nella disgrazia!».
Abbiamo visto quale fosse l’esempio del re di Francia e la disgrazia che si abbatté sul suo regno.
Ora, per seguire il paragone, proposto da questa preziosa comunicazione, vediamo il caso dei ministri di Cristo-Re e dei mali abbattutisi sulla Chiesa durante i pontificati di questo secolo.
E’ possibile un paragone in questi termini?
Il rapporto tra l’autorità secolare e quella divina era proclamata vistosamente dal re di Francia e ha un fondamento dottrinale.
I re erano gli «unti» del Signore e dopo la consacrazione in cattedrale ricevevano un’autorità procedente indirettamente da Dio.
Ora, l’autorità del Papa, Vicario di Cristo, procede da Dio e in modo immediato.
Quindi nel caso dell’autorità papale il paragone è ancora più applicabile.
Alla luce dei fatti riguardanti Fatima, dove è stata espressa questa volontà, vedremo sia il ritardo dell’esecuzione della domanda straordinaria portata dalla Madonna, sia l’esercizio ordinario dell’autorità secondo le finalità immutabili della Chiesa.
Pensiamo che si debba iniziare queste considerazioni dal momento in cui la domanda divina era chiaramente annunciata agli uomini, cioè dal 1917, durante il pontificato di Benedetto XV che, come si è visto, in un momento illuminato, rivolse, con tutta la Chiesa, un’invocazione al Cielo per la pace.
A prima vista, sembra che ci sia, qui, una impossibilità cronologica, visto che le richieste furono fatte solo nel 1925 per la comunione riparatrice dei 5 primi sabati e nel 1929 per la consacrazione della Russia da parte del Papa e dei vescovi.
Non solo, ma durante quel pontificato, durato fino al 1922, si doveva ancora vagliare l’autenticità delle Apparizioni di Fatima, che sembra fossero conosciute e divulgate solo in Portogallo.

Dunque, le questioni da chiarire sono:
1) se, visto il rapporto tra l’invocazione papale del 5 maggio e l’Apparizione di Fatima il 13 maggio, qualcuno la considerò come una risposta celeste;
2) se l’Evento di Fatima, a cui oggi riconosciamo la grandezza, è stato tempestivamente considerato;
3) se, ammesso che qualche ecclesiastico lo chiedesse, sarebbe stato possibile sapere subito di più sul Messaggio per accogliere le parole celesti;
4) se il 1917 dell’Apparizione e della Rivoluzione Russa nel mondo ha segnato anche un corrispondente cambiamento nella Chiesa.

In tutto ciò rimane un fatto obiettivo per i fedeli: Dio aveva dato, nel 1917, per mezzo dell’Immacolata, un segno inequivocabile della Sua volontà.
All’inizio, l’Evento straordinario di Fatima rimase circoscritto alla regione, ma col passare dei giorni «è cominciato un afflusso impressionante di pellegrini molto superiore che a Lourdes nell’epoca delle Apparizioni, e malgrado le difficoltà di accesso» (NDOC pagina 95).
Fu il canonico dottor Manuel Nunes Formigão, laureato in Teologia e Diritto Canonico all’Università Gregoriana, a registrare il corso degli eventi a Fatima.
Dai suoi appunti sappiamo che già il 13 luglio si recarono alla Cova da Iria da 4 a 5 mila persone.
E’ importante notare che, fin dalle prime Apparizioni, si sapeva che i pastorelli avevano ricevuto un segreto.
Ciò destò grande interesse nel sindaco massone di Vila Nova de Ourèm che, il 13 agosto, andò sul posto per cercare di carpirlo a Lucia e, non riuscendovi, la portò dal parroco Ferreira esigendo che egli ottenesse dalla bambina il messaggio celeste.
Ecco la risposta della Veggente: «E’ vero (ho ricevuto un segreto), ma non ve lo posso rivelare. Se vostra eccelenza vuole conoscerlo, andrò a domandare alla Signora e se Lei lo autorizzerà, allora ve lo dirò». (TSF. pagina 113).

Fu di fronte a simile fermezza che il sindaco pensò di usare uno stratagemma per portare i bimbi a Ourém dove, isolandoli minacciandoli con la morte, avrebbe riprovato ad ottenere il Segreto della Madonna.
Ma nemmeno così vi riuscì.
Come si vede, già dall’inizio si interessarono più del Messaggio di Fatima le autorità anticlericali che gli ecclesiastici.
Per questi ultimi, tali eventi erano più motivo di imbarazzo che un aiuto provvidenziale per la Chiesa, in un Paese dove essa era perseguitata.
Furono i fedeli a testimoniare l’universalità dell’Evento, accorrendo a migliaia e contro ogni difficoltà di informazione e di accesso.
Sarebbe perciò stato possibile alle autorità religiose conoscere dall’inizio il Messaggio.
Bastava che lo richiedessero ai Veggenti.
Ma, purtroppo, queste autorità non riconobbero «la benignissima sollecitudine ad ottenere al mondo sconvolto l’efficacia della Sua intercessione e la grandezza del beneficio da Lei compartitoci», secondo le parole di Benedetto XV.
Ma perché?

Certamente, nel 1917, c’erano grosse difficoltà per cui l’Evento straordinario di Fatima metteva in imbarazzo le autorità ecclesiastiche portoghesi, spesso accusate dal governo massone di sobillare il popolo con devozioni «sovversive», per tenerle sotto pressione.
Questo imbarazzo avrebbe creato prudenti riserve pure in Vaticano.
Ma non si accettava così tacitamente l’idea/accusa che tali devozioni fossero sovversive dell’ordine pubblico?
Comunque, immaginare che tali notizie non fossero arrivate al vertice della Chiesa, se non in quei mesi di guerra, subito in seguito, sarebbe illusorio.
Ci sono due indizi consistenti che Benedetto XV fosse a conoscenza dei fatti delle Apparizioni di Fatima fin dall’inizio: il ristabilimento, col Breve papale «Quo vehementius» del 17 gennaio 1918, della diocesi d Leiria, che comprende Fatima, incorporata fino dal 1881 a quella di Lisbona.
La lettera papale del 29 aprile 1918 all’episcopato portoghese, dove figura il riferimento ad «un ausilio straordinario da parte della Madre di Dio» («Sintesi Critica di Fatima» Sebastião Martins dos Reis).
La politica di avvicinamento del Vaticano verso il Portogallo repubblicano, per ristabilire i rapporti diplomatici interrotti, fu fatta nel 1919 con un appello di Benedetto XV ai cattolici portoghesi, invitandoli a sottomettersi alle autorità costituite.
Col ristabilimento della diocesi locale, il processo canonico per verificare l’autenticità delle Apparizioni avrebbe trovato nel nuovo vescovo il giudice adatto.
Purtroppo, questa nomina tardò e il titolare di allora, il cardinale patriarca di Lisbona, Mendes Belo, che fino al 1919 rimase esiliato dal governo della repubblica, ritornava da Roma imbevuto da uno spirito più diplomatico che religioso.
Ritenne quindi Fatima un motivo di conflitto e minacciò di scomunica qualsiasi sacerdote che divulgasse quei fatti straordinari.
Si noti, però, che questo fatto non può essere oggi usato dai cultori di Medjugorje come paragone alla condanna che quelle apparizioni hanno dal vescovo di Mostar, forte del vasto dossier del processo canonico durato anni.
A Fatima, tale processo non era nemmeno considerato allora, e quando iniziò sette anni dopo, non ci furono mai elementi per mettere in dubbio l’Evento o condannare le parole del Messaggio di Fatima.

Nel 1920, Benedetto XV nominò don José Alves Correia da Silva per la Diocesi di Leiria che, consacrato a luglio, assumeva la carica ad agosto di quell’anno.
Siccome, però, si confessava ignorante dell’Evento di Fatima, fece aprire il processo canonico, per certificarlo, soltanto nel maggio del 22, sotto un nuovo Papa, proprio quel Pio XI il cui nome figura nel Messaggio.
Ma il contenuto di questo messaggio della Madonna sarebbe stato divulgato solo anni dopo e il riconoscimento ufficiale della Chiesa venne solo nel 1939, 13 anni dopo il grande miracolo del sole, avvenuto «affinché tutti possano vedere bene per credere», come aveva annunziato la Santa Vergine.
Siamo così alla 4a questione e cioè, se il 1917, anno cruciale per tanti eventi, abbia segnato anche un cambiamento nella Chiesa.
In quell’anno fu promulgato il nuovo diritto canonico elaborato sotto San Pio X.
Il suo successore, Benedetto XV, continuò anche a condannare, a parole, il modernismo, come «collettore di tutte le eresie», che si era infiltrato nella Chiesa, come aveva visto Papa Sarto.
Ma le barriere che si ersero contro un simile male non cominciarono lentamente ad essere sguarnite?

Riguardo l’esercizio ordinario dell’autorità papale nella Chiesa, Benedetto XV succedeva a San Pio X che l’aveva usata essenzialmente nell’affermazione e difesa della Dottrina di Cristo, internamente, contro l’infiltrazione del subdolo modernismo ed, esternamente, contro l’aperta secolarizzazione degli Stati cristiani.
Papa Sarto aveva eretto salde barriere contro il modernismo e, con severa intransigenza, obbligò gli ecclesiastici al giuramento antimodernista, promulgando la scomunica «ipso facto» dei fautori di quel traviamento che tradiva l’essenza della Fede.
Benedetto XV rinnovò l’esigenza del giuramento, ma, auspicando che ci fosse tranquillità interna alla Chiesa, con l’Enciclica «Ad beatissimi», riprovò ad alcuni cattolici il proclamarsi integrali per distinguerli da altri, liberali.
San Pio X aveva promosso quell’integrismo consistente in «instaurare omnia in Cristo».
Ora esso veniva tacitamente accusato come se ogni divisione provenisse da esso e non dalle deviazioni liberali condannate da tutti i Papi precedenti.
Quando nel 1921 un intrigo internazionale coinvolse il «Sodalitium», vera roccaforte antimodernista promossa sotto San Pio X, per evitare l’imbarazzo di una difesa ad oltranza dalle voci del mondo, Benedetto XV sollecitò Monsignor Benigni, responsabile di tale organizzazione, conosciuta anche come «La Sapinière», a dissolverla.
Aveva con che sostituirla in quella lotta indispensabile nel campo dell’informazione?
No!

Al contrario, già all’inizio del suo pontificato aveva fatto una rischiosa apertura al «trust» dei giornali cattolici di tendenze moderniste, che erano stati esplicitamente riprovati da San Pio X (A.A.S., del 1° dicembre 1912).
Nell’ottobre 1914, Benedetto XV faceva sapere, attraverso il Segretario di Stato, cardinale Gasparri, che tali avvertimenti non avevano carattere di proibizione (confronta Enciclopedia Cattolica VI, pagina 462).
Tanto bastò perché quel giornalismo, ansioso dare il via alla Chiesa dell’aggiornamento ai tempi moderni, levasse la voce con prepotenza, sostenendo gli errori riprovati da San Pio X, ossia, il laicismo, l’interconfessionalismo, il democratismo; in una parola, il secolarismo dello Stato proposto con il nome cattolico.

Benedetto XV non poteva favorire tanto delirio, ma, propenso a soluzioni diplomatiche, evitò il problema, pensando probabilmente di risparmiare alla Chiesa l’isolamento riservato dal mondo agli «intransigenti reazionari».
Seguiva vie diplomatiche anche in materia religiosa.
Riguardo ai rapporti della Chiesa con le nazioni cattoliche, San Pio X li aveva sempre improntati sulla difesa dei Princìpi.
Per quel che attiene al Portogallo, il Papa, con l’Enciclica «Jamdudum in Lusitania» del 24 maggio 1911, aveva accusato le forze anticlericali della repubblica, rifiutando le imposizioni contrarie alla Chiesa e condannando come assurda e mostruosa la legge di separazione tra la Chiesa e lo Stato portoghese.
Questo rifiuto di accettare compromessi in materia di rapporti con la Religione, come avveniva nel 1905 verso il governo anticlericale francese, provocò le solite persecuzioni, con l’esilio di vescovi e l’imprigionamento di sacerdoti, ma, per grazia di Dio, di un notevole rafforzamento della Fede, come si vedrà poi nella resistenza all’avanzata rivoluzionaria nei giorni delle Apparizioni di Fatima.
Nel pontificato di Benedetto XV, questa posizione cambiò.

Finita la guerra, i rapporti diplomatici tra Lisbona e il Vaticano furono ristabiliti.
Nel dicembre 1919, il Papa diresse un appello ai cattolici portoghesi invitandoli a sottomettersi all’autorità della repubblica, riconosciuta come legalmente costituita, ed ad accettare anche cariche pubbliche che fossero loro offerte.
Ci fu allora la beatificazione dell’eroe nazionale Nuno Alvarez, il che doveva contribuire alla normalizzazione e cordialità dei rapporti.
La storia di Fatima dimostra, però, come le persecuzioni siano continuate anche dopo che il cardinale Mendes Belo, patriarca di Lisbona, tornato dal suo esilio romano nel 1919, in questo clima diplomatico avesse considerato inopportuna la diffusione della devozione di Fatima.
A poco servì tale «prudenza» e il 13 maggio 1920, il governo mandò due reggimenti dell’esercito alla Cova d’Iria per impedire la crescente devozione alla Madonna di Fatima.
La folla, però, rimase lì, in ginocchio, recitando il Rosario e intonando inni devoti, di modo che perfino dei soldati vi aderirono e quel cerchio intimidatorio indegno si sciolse.
Ma quelli erano solo dei piccoli problemi.
In quel periodo, la Russia era caduta sotto il governo rivoluzionario comunista che, per la prima volta nella storia, costituiva un potere «intrinsecamente perverso» e contrario a Dio.
Il processo politico dell’ateismo militante, veementemente avvertito e stigmatizzato dai Papi, aveva raggiunto il suo apice.

Nel 1846, Pio IX, con l’Enciclica «Qui plurimus», accusava: «La nefasta dottrina del cosiddetto comunismo, contraria in modo estremo proprio al diritto naturale la quale, una volta ammessa, porterebbe alla radicale sovversione del diritto, della proprietà di tutti e della stessa società umana».
Ebbene, quando nel 1917 il comunismo, così descritto, sottomise la Russia, che divenne il gigantesco flagello di tanti popoli, non venne da Roma nessun grido d’allarme e di condanna proporzionato alla tragedia, nemmeno da parte del patriarca ortodosso russo, Tichon, in mezzo alla persecuzione comunista.
Ma il Papa non ribadì quanto detto dai suoi predecessori.
Oggi si conosce la ragione: la speranza della diplomazia vaticana di stabilire un concordato con Lenin.
Che virus aveva intorpidito a tal punto la Cattolicità?

E siccome ai mali spirituali e morali seguono necessariamente quelli di ordine naturale, la Russia, sotto il governo comunista, fu vittima della più devastante fame di cui si ha notizia.
Ci furono milioni di morti.
I governi occidentali erano però incerti di come avrebbero potuto mandare soccorsi alle popolazioni senza, con questo, rinforzare il governo che era la causa di tale tragedia.
Fu Benedetto XV ad accantonare la grave questione morale proclamando, nel 1921, davanti ai governanti indecisi, «essere dovere di ogni uomo accorrere dove un altro uomo muore».
Il problema, però, era sapere se l’aiuto avrebbe, di fatto, raggiunto la gente disperata, visto che passava per le mani di quelli che avevano introdotto le ideologie alla radice di quelle e altre tragedie future, senza parlare della persecuzione religiosa.
Il fatto è che le trattative per inviare i soccorsi furono condotte col governo rivoluzionario di Lenin che, in questo modo, ebbe un esplicito riconoscimento della sua legittimità.

Nel libro «L’errore dell’Occidente», lo scrittore russo Soltzenicyn dirà di quel fatto: «Le forze occidentali si sono date da fare per rinforzare il regime sovietico con l’aiuto economico e l’appoggio diplomatico, senza il quale questo non sarebbe sopravvissuto. Mentre sei milioni di persone morivano di fame in Ucraina e nel Kuban, l’Europa ballava».
E’ inevitabile dire che tale accomodamento diplomatico, che è servito al consolidamento dell’ateismo militante, sparso poi a ferro e fuoco per il mondo, ebbe per primo, il beneplacito di Benedetto XV.
Ecco, non si potrà dire che questo Papa non abbia condannato a parole il modernismo e il consumismo, ma non certamente con parole e con atti di governo proporzionati a questi mali micidiali che, da allora, cominciarono ad avanzare anche nella Chiesa.
Alla sua morte, sintomaticamente, anche gli anarchici e comunisti si dispiacquero (Enciclopedia Cattolica, II, pagina 1.294), come avrebbero fatto anche i massoni mezzo secolo dopo alla morte di Paolo VI.

Qui, questo riepilogo dei fatti del pontificato di Benedetto XV, ancora poco conosciuti (gli archivi segreti vaticani a riguardo furono aperti solo il 2 settembre 1985) vuole servire a chiarire l’operato dei ministri del Signore che hanno avuto a che fare con la Sua richiesta di Fatima.
Si badi: i due eventi principali che continuano a condizionare in modo crescente il secolo XX ebbero luogo nel pontificato di Benedetto XV e sono strettamente collegati.
Il primo, le straordinarie Apparizioni della Madonna di Fatima a tre umili pastorelli per portare il Messaggio che avvertiva e dava i rimedi per la tragedia della Russia che avrebbe sparso i suoi errori nel mondo.
Il secondo, la sanguinaria rivoluzione comunista russa che continua a causare terrore, fame e persecuzioni, per imporre l’ateismo ai popoli.
Queste Apparizioni avvennero in seguito all’invocazione papale e subito prima dello scoppio della rivoluzione di ottobre.
Sorprende, perciò, che non risulti, nei documenti scritti di Benedetto XV, menzione esplicita di questi due eventi.
Un segno visibile della volontà divina ha un valore così inestimabile per la Chiesa, che già la devota ricerca per verificare l’autenticità di un’apparizione può essere una grazia.
Il contrario, invece, già può essere indizio di indifferenza.
Possono i figli fedeli rimanere distratti davanti a segni della volontà del Padre?
Possono giudicarli impossibili come se l’aiuto divino potesse mancare agli uomini in circostanze così estreme?

L’UNANITARISMO DEL “SILLON” E LA RIVOLUZIONE DEMOCRISTIANA

L’idea del cristiano secondario, come lo spiega Romano Ameno, è la riduzione del cristianesimo a «mezzo» della nuova civiltà che ha per centro l’uomo.
Volere che la Chiesa sia incivilitrice, prima che santificatrice, è una riduzione, per non dire inversione, della priorità nella sua missione; ma che la Chiesa, poi, diventi essenzialmente una promotrice del bene sociale, dell’assistenza, dell’unione e della pace tra gli uomini è un errore teologico che si traduce, in seguito, in un errore sociale.
Infatti, quando gli uomini riducono il fine della vita, è come se immiserissero ogni ideale insieme alla Fede, la Speranza e la Carità trascendente.
I Santi, a questa luce, diventano inspiegabili o illusi, come ogni rinuncia, sacrificio o altruismo occulto.
Non c’è difficoltà nel dimostrare che questo addomesticamento del cristianesimo a uso sociale, quest’errore che rientra in un ampio progetto rivoluzionario, era già in atto alla fine della Prima Grande Guerra, sia per la pressione delle dottrine anticristiane, sia per la visione «sillonista» dei fautori di un partito social-cristiano.
Si sono avverate le parole di Gramsci: «Il Papato ha colpito il modernismo come tendenza riformatrice della Chiesa e della Religione Cattolica, ma ha sviluppato il popolarismo, cioè la base economico-sociale del modernismo».
Gramsci scriveva anche su Ordine Nuovo (del 2 novembre 1919), in occasione della fondazione del Partito Popolare: «Il Cattolicesimo riapparve alla luce della storia, ma quanto modificato, quanto riformato; ‘i Popolari rappresentano una fase necessaria del processo di sviluppo del proletariato italiano verso il comunismo. Il cattolicesimo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida».
La parola d’ordine di Gramsci, araldo di una filosofia della prassi, umanitarista, era: «Coinvolgiamo i cattolici nella collaborazione con noi e poi li facciamo fuori» («Quaderni del carcere»).
Oggi, le idee che vogliono ridurre il cristianesimo a fini secondari prevalgono.

Come è stato possibile che un logoro liberalismo, un povero socialismo e il condannato democratismo del «Sillon» abbiano fatto tanta strada nel mondo e nella Chiesa, malgrado fossero stigmatizzati dai Pontefici del passato?
La risposta di questo salto di insidiosità rivoluzionaria sta, per l’inizio del secolo, nell’infiltrazione del modernismo del clero; per la seconda metà del secolo nell’infiltrazione massonica e modernista nella Gerarchia.
E come insegna il Signore nei Suoi discorsi escatologici, la persecuzione finale investirà l’aspetto di una seduzione, di una falsificazione che oggi svela il suo volto sinistro: i falsi cristi e i falsi. profeti che degradano il Cristianesimo a furia di giustizia e di pace per l’animazione di un illusoria uguaglianza sociale, sono rivestiti da un aspetto di autorità nella stessa Chiesa, «affinché quelli che non hanno accolto la verità con amore, credano nella menzogna» (II Tessalonicesi 2).
Ecco, allora, a un tempo, i termini dell’insidia mortale e finale e l’unica Via per sconfiggerla è ritrovare la Vita: l’amore alla Verità.
In una parola, amore a Nostro Signore Gesù Cristo che insegnò essere Lui stesso la Via, la Verità e la Vita.
Nessun altro Nome potrebbe, perciò, guidarci meglio nella difesa contro l’insidia rivoluzionaria culminante che viviamo, oggi, nell’ambito stesso della Chiesa: la ribellione all’autorità di Cristo, re e legislatore supremo delle anime, ma anche delle società come ci insegna Pio XI nell’Enciclica «Quas Primas».
Verità, questa, che fu accantonata da molti che si presentano come i veri cristiani impegnati per la democrazia e per la dignità e libertà dell’uomo.

San Pio X, il 25 ottobre 1910, con l’Enciclica sul «Sillon» «Notre charge apostolique», diceva: «Il Sillon ha la nobile cura della dignità umana. Ma questa dignità, esso la concepisce allo stesso modo di alcuni filosofi di cui la Chiesa non può vantarsi. Il primo elemento di questa dignità è la libertà intesa nel senso che, tranne in materia di religione, ogni uomo è autonomo».
Perfino questo «tranne…» sarà, più tardi rimosso.

Fu, questa riduzione religiosa operata dai partiti nemici della Chiesa?
No!
Era parte del piano di «matrice cristiana» della DC che, dopo la Seconda Grande Guerra e la vittoria delle democrazie e del comunismo in Europa, ha avuto il potere popolare e ha governato l’Italia per quasi 60 anni, qualificandosi come «il partito dell’unità confessionale dei cattolici».
Cioè, i «cattolici» la cui confessione di fede rimane in disparte, in un secondo piano, rispettosamente aliena della politica.
Non deve sorprendere, perciò, che con questo lungo e ondeggiante governo si sia operata in Italia, sede del Papato, una vastissima secolarizzazione nella vita sociale e, per conseguenza, nell’educazione e nelle coscienze.
E, intanto, il partito dell’unità «cristiana» non si è mai sentito a suo agio di governare da solo.
Ha stabilito ogni sorta di alleanza già da quando era maggioritario e si avviava perfino a fare un compromesso storico con i comunisti.

La DC si vantava di essere la rappresentante per eccellenza della democrazia.
E perciò, in questo senso, è stata messa alla prova: l’alleanza non c’era nell’occasione dell’approvazione della legge sull’aborto, ragion per cui, a firmare e ad applicare quella legge iniqua, fu un governo detto monocolore, in cui, dal presidente della repubblica all’ultimo dei ministri, erano tutti democristiani.
Ora, siccome in questo fatto ci sono tutti i termini della trasgressione della legge divina da parte del legiferare umano, possiamo, alla luce di quanto si è visto circa la natura e la storia della rivoluzione, parlare di una rivoluzione democristiana che mantenne il potere in nome di una vaga e ambigua ispirazione cristiana, ma pronta ad assecondare le ideologie del mondo.

Da quali forze questa azione era favorita, e giustificata da quale chiesa?
Quale rapporto ci sarebbe stato perché questa rivoluzione «in veste di agnello» avesse un rapporto con l’avviso di Fatima?
Innanzitutto, perché il partito popolare della «conciliazione cristiana» nasceva in quel periodo e, avendo l’approvazione papale, si può dire che, dal 1919, decadesse il «Non expedit»; poi, perché nel Messaggio è detto che il flagello del mondo, non ravveduto dai suoi delitti, sarebbe stato la guerra, la fame e la persecuzione alla Chiesa, tramite gli errori sparsi dalla Russia, il terrorismo e l’ateismo comunista, imposti con le armi e con l’inganno nel mondo.

L’Italia sembrava risparmiata da tanto male.
In verità, lo spauracchio rosso è sempre servito a mantenere la maggioranza elettorale della DC.
Ecco, perciò, che la rivoluzione della lotta di classe favoriva, suo malgrado, la rivoluzione «cristiana», appoggiata da una classe ecclesiale infettata di modernismo e ripiegata sulle proprie paure, dubbi e insufficienze dottrinali che la rendevano pronta ad ogni compromesso.
E così, negli anni ‘60, quando il terzo Segreto poteva essere conosciuto «perché le cose sarebbero state più chiare», fu intrapresa la via politica del male minore, cioè delle alleanze con i vecchi nemici della Chiesa, con gli azionisti della secolarizzazione ad oltranza, con i laicisti dell’umanitarismo massonico, con tutti gli «antiautoritari» che avversano, per prima, l’autorità della Chiesa, della Morale e, perciò, della Legge di Dio.
Il risultato è stato la scristianizzazione, voluta dalle forze laiche e dal comunismo, effettuata proprio sotto la DC che si era presentata agli elettori come diga contro tale errore.
Quanto lontani, ormai, erano dall’insegnamento di Pio XII che diceva, nella Lettera «C’est un geste» del 10 luglio 1946: «E’ inammissibile che un cristiano si comprometta con l’errore, anche solo minimamente, sia pure per mantenere i contatti con quelli che sono nell’errore».

Ma non è finita.
La DC, divenuta collettrice di tante forme di antifascismo, anti-tridentinismo, anti-costantinismo, anti-tradizionalismo, si sarebbe addirittura avviava ad un compromesso storico con i comunisti, sospeso soltanto a causa di azioni terroristiche tragiche, culminate con l’assassinio di Moro!

IL RIFIUTO METAFISICO DELLA “TESTIMONIANZA” DI FATIMA

La causa dell’attuale crisi, come di tutte le crisi, sta nella perdita della visione soprannaturale della vita, attraverso la Rivelazione divina di cui la Chiesa cattolica è custode.
Possiamo prendere come paradigma di questo calo della visione spirituale cattolica il ridimensionamento e anche il rifiuto della testimonianza soprannaturale di Fatima.
Un esempio?
Era stata data notizia che, per l’occasione di un Sinodo di vent’anni fa, erano pervenuti in Vaticano, specialmente alla Segreteria di Stato e al Pontificio Consiglio per la Famiglia, una valanga di lettere e petizioni riguardanti la richiesta della consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria e la rivelazione del «Terzo Segreto» di Fatima, archiviato in Vaticano.
Tempo prima, questo collegamento del Messaggio della Madonna con la Ostpolitik conciliare, fatta dalla rivista americana «Fatima Cruzader» (che aveva raggiunto la tiratura di 500 mila copie!) aveva fatto prendere posizione perfino al teologo Urs von Balthazar, che classificò come «volgarità contro la Santa Sede» la pretesa di un proditorio accordo tra Mosca e il Vaticano.
Ora, mentre non si può che essere d’accordo con questa affermazione per quanto riguarda la ripulsa verso un tale «proditorio accordo», sulla sua esistenza non siamo più nell’ordine delle opinioni ma dei fatti.
Perciò chi è animato di amore per la Santa Sede e volontà di difesa della fede e dell’onore della Chiesa che s’informi, come abbiamo fatto noi.
Curiosamente è di questo stesso teologo l’esegesi, resa pubblica, che esiste sì l’inferno, ma che forse è vuoto, contrariamente alla visione che la Madonna di Fatima aveva mostrato ai tre pastorelli di Fatima, per farli pregare e sacrificarsi per tanti peccatori che cadono nell’inganno di ignorare il supremo pericolo, perdendosi.
Non meno emblematica fu l’azione del cardinale filippino, Sin, che, prima di andare in Russia per una azione di sondaggio della ostpolitik vaticana, era stato il principale protagonista di un convegno, svoltosi nel settembre del 1986, a Fatima, in cui aveva proposto e ottenuto che ci fosse un aggiornamento dell’Apostolato mondiale di Fatima con la devozione, detta dei «Due Cuori», che tralascia la parte essenziale del Messaggio sulla necessità della conversione della Russia per ottenere al mondo la pace.
Perché?

Cerchiamo di capirne l’autenticità e il valore di questo «Messaggio».
Col Nuovo Testamento, i segni divini si sono moltiplicati, con i Santi e con grandi apparizioni mariane certificate dalla Chiesa.
Tra queste primeggia Fatima, per le dimensioni del «Miracolo del Sole» con cui il Cielo ha voluto imprimere il sigillo divino davanti a una moltitudine di decine di migliaia di persone di tutte le estrazioni culturali e anche atei.
Paolo VI, nel 1967, andando pellegrino a Fatima, parlò del «Signum Magnum» dell’Apocalisse in quell’Apparizione.
Un «dotto» ha detto: una cosa è l’Apparizione, un altra è il Messaggio, che può riflettere anche errori e illusioni dei veggenti.
Ma la risposta a questa obiezione è semplice: l’Apparizione e i segnali non hanno un fine a se stessi, ma quello di portare ed avvallare un messaggio.
Certo, questo, nulla aggiunge alla Rivelazione pubblica, conclusasi con la morte dell’ultimo Apostolo; porta, però, avvisi, richieste e promesse che lo stesso Spirito divino di Misericordia asseconda alla Rivelazione per il bene della Chiesa e perciò degli uomini.
I fatti rivelati non sono datati.
I segni divini datano quanto fu rivelato per il futuro e diventa presente.

A Fatima, si ebbero questi due fatti:

1) il miracolo del sole, predetto nell’ora e nella data precisa, affinché ci fosse una moltitudine a testimoniarlo;
2) una chiara profezia di «fatti» futuri, non per soddisfare la curiosità della gente (che potè conoscerne qualcosa solo molti anni dopo!) ma per attestarne la sua origine divina, provando che solo Dio conosce il futuro!
Ora, di questo «Terzo Segreto», anche i cardinali Ottaviani e Ratzinger, che l’avevano letto, avevano riconosciuto il suo contenuto profetico!
La nostra intenzione nel riferire questi dati è solo per stabilire una coerenza di giudizi.
Certo, è all’autorità della Chiesa che spetta riconoscere la sua autenticità, ma se questa viene accertata, come è il caso di Fatima, non si potrà più ignorarla!
Riguardo la storia della apparizioni, che culminarono in quella di Fatima, si può vedere, alla luce della storia, come esse abbiano seguito una sequenza perfettamente spiegabile.
Infatti, sia quella di Rue du Bac, a Parigi, sia quella di La Salette e di Lourdes, sono avvenute prima degli eventi storici che hanno riguardato attacchi alla Chiesa.
Quanto al 1917, sulle Apparizioni di Cova da Iria, non c’è bisogno di tornare ad elencare quanto quell’anno abbia significato un momento cruciale della nostra epoca.
Pochi aspetti della vita sociale del mondo sono rimasti gli stessi dopo il 1917, i cui eventi condizionano ancora i nostri giorni.
Riepilogate le ragioni che attestano l’autenticità e l’importanza del Messaggio di Fatima, vediamo ora quelle della sua attualità di fronte alla storia.

La storia dell’URSS dimostra che la dittatura di Stalin, tra le più terribili e feroci di ogni epoca, ebbe inizio e si affermò pienamente nel periodo di maggiore amicizia dell’Unione Sovietica con gli Stati Uniti d’America, e cioè al tempo della presidenza Roosevelt, sia prima che durante la seconda guerra mondiale.

In quel periodo, scriveva padre Alessio Ulisse Floridi S.J. in «Mosca e il Vaticano»: «I politici e gli intellettuali occidentali, accecati, non volevano nemmeno sentire parlare della vera situazione delle cose in URSS, a tal punto che Orwell, con ‘La fattoria degli animali’,

TRATTO DA WIKIPEDIA

La fattoria degli animali è uno dei più famosi romanzi dello scrittore inglese George Orwell. Consiste in un’allegoria satirica del totalitarismo sovietico del periodo staliniano.

Il romanzo è ambientato in una immaginaria fattoria inglese, dove gli animali, stanchi del crudele sfruttamento da parte dell’uomo, si ribellano al crudele ed improduttivo sfruttatore ed assumono il pieno controllo della fattoria. Una volta liberi, gli animali decidono di dividere equamente il prodotto del loro lavoro, che prima gli veniva sottratto dall’uomo, seguendo il principio marxista “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni“. Il loro sogno utopico viene però ben presto tradito dall’emergere di un’altra classe di sfruttatori: i maiali. Gli avidi suini, che erano stati gli ispiratori della “rivoluzione”, prenderanno il controllo della fattoria e progressivamente diventeranno simili in tutto e per tutto all’uomo, finché persino il loro aspetto diventerà antropomorfo. La satira verso gli ideali utopici della rivoluzione russa è resa ancora più diretta dal fatto che ogni evento ed ogni personaggio descritti nel romanzo, rappresentano l’allegoria di un preciso evento o personaggio della realtà storica.

Orwell, socialdemocratico e laburista, combatté nella guerra civile spagnola tra le file del Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM), partito d’ispirazione trotskista che subì violente persecuzioni da parte delle formazioni militari staliniste, fino alla sua soppressione da parte delle autorità repubblicane. Dall’esperienza spagnola Orwell ricavò quella viva ostilità nei confronti di Stalin e della sua dittatura, che manifestò già nel 1938 in Omaggio alla Catalogna e che sarà anche alla base di 1984, scritto nel 1948.

Pubblicato nel 1944, la Fattoria degli Animali fu concepito a partire dal 1937 durante la permanenza in Spagna, ma soltanto nel 1943 prese una forma concreta. Per il suo contenuto altamente irriverente nei confronti dell’Unione Sovietica, che all’epoca, in piena seconda guerra mondiale, era alleata del Regno Unito contro la Germania nazista, Orwell incontrò diversi problemi nel pubblicare l’opera.

non poteva essere pubblicato in Inghilterra: tutti avevano paura di offendere o anche solo urtare la potenza amica. D’altra parte vi sono parecchi esempi dell’influenza positiva esercitata dall’opinione pubblica mondiale sulla politica interna dell’URSS. Basti menzionare la campagna di protesta contro lo spaventoso terrore antireligioso che prese avvio alla fine del 1929 e che falciò centinaia di migliaia di vite e innumerevoli valori culturali. Come è noto, in risposta al terrore antireligioso, il Papa di Roma indisse il 19 marzo 1930 una giornata di preghiere per i credenti in Russia, alla quale aderirono protestanti, ortodossi ed ebrei. Da Mosca si udì ogni genere di minacce all’indirizzo dell’Occidente. Il capo dell‘Unione dei senzadio’, E. Jaroslavskij, minacciò di distruggere le migliori chiese del Paese, ma Stalin, di fronte alla decisione e alla coesione dei credenti occidentali, dovette fare marcia indietro. Esattamente pochi giorni prima della giornata di preghiera indetta dal Papa, il 15 marzo 1930, il Comitato Centrale approvò una risoluzione che riconosceva le esagerazioni della politica religiosa sovietica… Non a caso Agurskij, discutendo con i suoi compagni di dissenso sul tipo di appoggio che sarebbe occorso loro ottenere dai Paesi occidentali ricordò l’appello del 1930 di Papa Pio XI, che, con la sola arma della forza dello spirito, affrontò senza timore i giganti della scena politica mondiale del suo tempo come Lenin, Hitler, Mussolini, Stalin e Franklin Delano Roosevelt. Nel trattare i problemi internazionali questo grande Papa cercò di fare tutto quanto gli era possibile per poter conservare la pace, ma la sua integrità morale gli faceva aborrire quei ‘giochi demoniaci’ di cui parlava Viadimir Maksimov nella coraggiosa lettera che scrisse a Heinrich Böll quando questi decise di modificare il testo del suo discorso per il premio Nobel, allo scopo di poter conservare determinati ‘contatti’. Fondamentalmente, infatti, le perplessità dei dissidenti in merito alla distensione derivano proprio dalla doppiezza e dall’interesse egoistico dei Paesi occidentali, cose invece completamente estranee all’animo di Papa Pio XI. Diceva in proposito Sacharov, che ‘se si parla dell’Occidente, occorre dire che noi non capiamo se c’è un desiderio di aiutarci oppure, al contrario, si tratta di una capitolazione, di un gioco determinato dagli interessi interni, nel quale noi abbiamo semplicemente la funzione di moneta di scambio’. ‘Di fatto, quando il Papa Pio XI il 2 febbraio 1930 rivolse il suo appello al mondo per mezzo del Vicario di Roma, cardinale Basilio Pompilj, egli si preoccupava non tanto degli interessi dell’Occidente, quanto invece delle innumerevoli popolazioni della Russia, tutte care al Nostro cuore’, e parlava non soltanto a nome dei cattolici, ma anche degli ortodossi e dei credenti di qualunque denominazione, contro coloro che volendo colpire la religione e Dio stesso, procurano la distruzione delle intelligenze e della medesima natura umana’. Un anno prima, l’8 aprile 1929, il governo sovietico aveva promulgato una legge globale sulle associazioni religiose che, salvo l’aggiunta di pochi emendamenti, è ancora in vigore oggigiorno; era il tentativo di conferire una certa legalità alla feroce offensiva antiecclesiale lanciata in occasione del primo piano quinquennale. Il Papa nel suo discorso segnalò gli arbitri, le atrocità e le volgarità dell’Unione dei militanti senzadio, che vanno al di là e in contrasto con il testo, già di per sé abbastanza antireligioso, della costituzione rivoluzionaria’; ricordò anche gli ‘sforzi’ fatti, a livello diplomatico, da lui stesso e dal suo predecessore per ‘arrestare la terribile persecuzione’, biasimando le potenze occidentali che non l’avevano appoggiato ‘a causa di interessi temporali’. Che l’azione del Papa non fosse un semplice fuoco di paglia si può desumere dal suo annuncia della fondazione di un ‘Comitato speciale per la Russia’ presieduto da un cardinale, nonché dal suo conferimento all’Istituto per gli studi orientali dell’incarico di organizzare conferenze, a livello scientifico e documentario, sulla situazione in Russia. Un anno prima questo grande amico del popolo russo aveva fondato a Roma un Collegio pontificio russo (Russicum), per preparare sacerdoti per la Russia, per assistere i figli dei rifugiati e per favorire il risveglio religioso dei russi, sia in Russia sia all’estero. Coloro che sono stati allievi del Russicum hanno svolto ancora un ottimo lavoro soprattutto in Belgio, in Francia, in Germania e in Italia; i dissidenti sovietici conoscono e leggono le loro pubblicazioni. Fra gli ammiratori di Pio XI va ricordato anche il grande poeta russo Vjaceslav Ivanov che morì a Roma nel 1949. I commenti alla lettera di Pio XI sottolinearono il ‘silenzio’ e ‘l’inerzia del mondo civile’, come pure la ‘viltà’ dei politici, mascherata sotto pretesti diversi. ‘La lettera del Papa del 2 febbraio 1930 non è un’ingiusta interferenza negli affari interni del popolo russo, né un incitamento all’azione politica; è la difesa, contro un ingiusto aggressore, di uno dei più fondamentali, inalienabili e universali diritti dell’uomo, e nella sua sfera d’azione – che è lo spirituale e il soprannaturale – non differisce in alcun modo dalle precedenti azioni di protesta del Pontefice. Il governo sovietico, per sua deliberata scelta, ha fatto entrare l’aggressione in ogni casa e in ogni focolare, e ha allargato la sua politica interna fino a farla diventare una minaccia internazionale che colpisce le fondamenta stesse del mondo civile cristiano. Per ogni uomo, non importa se primo ministro, senatore o propagandista pagato, è un suicidio intellettuale distogliere gli occhi dai dati di fatto, oggigiorno così numerosi, e continuare a ripetere logori luoghi comuni sul ‘non immischiarsi in una questione puramente di politica interna’. Di fronte alla realtà di fatti comprovati diventa viltà morale il non parlare».

Di recente uno storico inglese ha riconosciuto l’importanza dell’appello di Pio XI: al rito espiatorio celebrato dal Papa nella basilica di San Pietro intervennero 50.000 persone, tra cui molti non cattolici; ma soprattutto è indicativo il fatto che, sebbene a questo rito liturgico fossero stati invitati tutti i diplomatici accreditati presso la Santa Sede, «quelli delle nazioni che avevano già riconosciuto il governo sovietico non vi intervennero. Von Bergen, ad esempio, ricevette dal suo governo l’ordine di assentarsi, perché ‘i rapporti commerciali tedesco-sovietici non venissero messi in pericolo’… ».
Tuttavia, come ricorda Agurskij, gli sforzi fatti, fra gli altri, dal governo laburista inglese e da vari circoli liberali per boicottare la campagna indetta dal Pontefice fallirono: «La protesta dell’opinione pubblica mondiale riuscì a fermare, per un anno e mezzo, l’ondata di terrore antireligioso, finché Stalin, che aspettava appunto che la vigilanza in Occidente si allentasse, la rinnovò furiosamente, senza più trovare ostacoli».
Riferendosi a questa azione di protesta di Pio XI, «l’esperto» sovietico per gli affari vaticani, Michail M. Sejnman, la definì una «crociata antisovietica», che fu portata avanti «dagli elementi più reazionari e contribuì ad agevolare il complotto degli imperialisti per provocare lo scoppio di una guerra contro l’Unione Sovietica».

Anche se la storia ha dimostrato che quest’accusa è falsa, i sovietici e i loro alleati l’hanno ripetuta anche contro Papa Pio XII, tanto che questo slogan tipico della propaganda sovietica è stato accettato, peraltro senza senso critico, perfino da alcuni cattolici.

Ci sono stati cattolici, come quelli appartenenti al Movimento dei cristiani per il socialismo oppure all’organizzazione polacca «Pax», ecc., che insistettero perché il Vaticano non solo riconoscesse la realtà dei regimi comunisti, ma anche permettesse ai cattolici di collaborare «lealmente» con questi regimi, accettassero che essi dettassero condizioni e interferisssero nella vita della Chiesa, e infine diventasse alleato dei paesi comunisti.
Dimenticavano però che i Pontefici, fin dall’inizio della Rivoluzione bolscevica, in realtà più volte cercarono di stabilire un certo dialogo con il nuovo regime, e per questo motivo furono criticati sia dai «rossi» sia dai «bianchi».

1) «Alla fine della guerra civile, come una sua naturale conseguenza, ci fu l’inaudita carestia nelle regioni del Volga… la fame giunse fino al cannibalismo… Nacque allora un’idea brillante… siano i pope a dar da mangiare agli affamati del Volga… Se rifiutano, daremo la colpa della carestia a loro e sbaraglieremo la Chiesa; se acconsentono, vuoteremo le chiese; e in ogni caso aumenteremo le riserve valutarie». Soltzenicyn continua minuziosamente a raccontare come il patriarca allora acconsentì a consegnare gli oggetti preziosi del culto, opponendosi però a una loro confisca forzata; ma poi, riferendosi ad alcuni scritti di Lenin, conclude dicendo che «l’importante (per i comunisti) non era nutrire gli affamati, ma stroncare la Chiesa sfruttando quel momento propizio». In un’altra lettera segreta indirizzata a Molotov, Lenin, in merito a un brutale attacco lanciato contro i fedeli della città di Suja, ordinò espressamente di impiegare, contro la Chiesa, il terrorismo. Questa lettera conferma, al di là di ogni possibile dubbio, le conclusioni cui è arrivato Soltzenicyn. In quei giorni il Vaticano ebbe ancora occasione di intercedere per Tichon in una lettera del 14 maggio 1922 firmata da monsignor Pizzardo, in cui si affermava la disponibilità del Papa a pagare il riscatto per gli oggetti del culto confiscati dal governo. «Il 17 maggio Cicerin accusò ricevuta di questo avviso e disse che sarebbe stato inoltrato a Mosca. Per questa proposta, infatti, non c’era pronta una risposta; e questa non venne neppure dopo, quando Gasparri inviò direttamente un altro telegramma a Lenin il 7 giugno».
Solzenicyn ricorda ancora che «il patriarca si rivolse per aiuti (agli affamati) al Papa, all’arcivescovo di Canterbury, ma anche per questo egli fu ripreso in base al principio che solo le autorità sovietiche avevano il diritto di svolgere trattative con gli stranieri». Pochi giorni dopo, il 5 agosto 1921, Benedetto XV scriveva al cardinale Gasparri: «Siamo in presenza di uno dei più terribili disastri della storia. Dal bacino del Volga al mar Nero, decine di migliaia di esseri umani destinati alla morte più atroce invocano aiuto». Il Papa si offrì immediatamente di inviare una missione pontificia di soccorso con cibo e vestiti, e quando morì, sul finire del gennaio 1922, le trattative per questa missione tra il cardinale Gasparri e il rappresentante sovietico Vorovskij continuavano ancora. Finalmente, il 29 settembre, la missione poté sbarcare a Odessa, ma le fu fatto divieto di impegnarsi in attività apostoliche. «Il generoso aiuto del Pontefice non impedì comunque alla Chiesa cattolica di venire sottoposta allo stesso trattamento che veniva riservato a tutti i gruppi religiosi». Come scrive Solzvenicyn, «En passant furono sgominati e arrestati i cosiddetti ‘cattolici orientali’ (seguaci di Vladimir Solov’èv) come pure il gruppo di A. I. Abrikosova. E finivano per andare dentro, come parte del normale corso degli eventi, anche semplici cattolici, i sacerdoti polacchi, ecc». Nel marzo-aprile 1923 quindici sacerdoti cattolici furono processati a Mosca; l’arcivescovo I. Cieplak e monsignor Konstantin Budkiewicz furono condannati a morte, l’esarca Leonid Fedorov e gli altri furono condannati invece al carcere per periodi varianti dai tre ai dieci anni. Mentre monsignor Budltiewicz venne giustiziato subito, l’arcivescovo Cieplak nell’aprile 1924 poté abbandonare la Russia e mori, nel febbraio 1926, a Passaic nel New Jersey. «Per ordine di Roma la missione pontificia non fu richiamata e rimase in Russia fino al settembre 1924. Pio XI voleva infatti che continuasse, non soltanto perché le vittime della carestia ne avevano bisogno, ma anche per difendere e affermare i diritti civili e religiosi della popolazione: ‘l’inviolabilità di questi diritti – diceva il Pontefice – costituirà sempre una linea invalicabile per noi, pur sempre desiderosi come siamo di essere in pace con tutti e di cooperare alla pacificazione universale; sempre disposti come siamo, dove sia possibile, a fare tutte le concessioni necessarie per conseguire ovunque per la Chiesa condizioni di vita meno disagiate, e allo stesso tempo la pacificazione delle menti». Per questo motivo i negoziati per la nomina di un delegato apostolico a Mosca (il padre gesuita Giulio Roj, che era membro della missione pontificia) vennero interrotti, e la missione stessa fu richiamata a Roma.
La «separazione» tra Chiesa e Stato, promulgata dai sovietici il 23 gennaio 1918, «era interpretata dallo Stato – scrive Soltzenicyn – nel senso che le chiese con tutto quanto vi era appeso… passavano allo Stato e alla Chiesa rimaneva solo ciò che è contenuto ‘nell’intimo del cuore’, secondo le Sacre Scritture. Nel 1918, quando la vittoria politica sembrava già riportata, più rapidamente e con maggiore facilità del previsto, ebbero quindi inizio le confische dei beni ecclesiastici. Ma la razzia suscitò un’indignazione popolare troppo grande. In piena guerra civile era irragionevole creare anche un fronte interno contro i credenti. Si dovette posporre per il momento il dialogo tra comunisti e cristiani». L’arcivescovo cattolico di Mohilev, Edoardo de Ropp, fu una delle prime vittime del decreto del 1918 sulla «separazione della Chiesa dallo Stato». Sul finire dell’agosto di quell’anno egli protestò contro il decreto, e in seguito organizzò «commissioni» parrocchiali e diocesane per la difesa della chiesa. Per questo il 19 aprile 1919 fu posto agli arresti domiciliari, e soltanto in novembre, in seguito alle trattative intercorse tra il nunzio apostolico Ratti e il commissario per l’estero Cicerin, fu rilasciato e mandato in esilio in Polonia. Nello stesso periodo milioni di ortodossi venivano perseguitati, e la vita stessa del patriarca Tichon era in pericolo; il 12 marzo 1919 il cardinale Gasparri, segretario di Stato di Benedetto XV, inviò a Lenin un telegramma di protesta. Ma «in compenso ottenne una lunga risposta dal ministro degli Esteri sovietico, in cui questi con ironia sottolineava lo speciale interesse del Papa per ‘una religione considerata da Roma come scismatica ed eretica’; secondo Cicerin il Papa avrebbe fatto meglio a rivolgere il proprio interesse per l’umanità a favore degli amici dei bolscevichi che combattevano per l’umanità e che da parte dei ‘bianchi’ subivano brutali trattamenti. Il patriarca Tichon, in una lettera all’arcivescovo de Ropp del 22 luglio 1919, ringraziò il Pontefice per questo gesto».

Per molti anni, comunque, il Vaticano non rinunciò a tentare di intavolare trattative con i sovietici, anche se questi ultimi miravano evidentemente a distruggere ogni chiesa e religione non soltanto a livello ideologico ufficiale bensì, e soprattutto, anche con i brutali trattamenti che venivano riservati al clero e ai fedeli.
Va notato anche che l’attività diplomatica del Vaticano era rivolta non soltanto a favore dei cattolici ma anche degli ortodossi, dei perseguitati e dei sofferenti di qualunque credo religioso.
Il Vaticano di fatto trattò con i bolscevichi, fra l’altro, soprattutto in tre principali occasioni: quando intervenne a favore dei russi ortodossi, quando inviò in Russia una missione papale di soccorso per le vittime della carestia, e quando venne convocata la conferenza di Genova per considerare la situazione delle nazioni sconfitte.
Il desiderio di Pio XI di dare assoluta precedenza ai diritti religiosi, nel trattare con le varie dittature, si rese evidente alla Conferenza di Genova, e in seguito nei concordati stipulati con Hitler e con Mussolini.
La Conferenza di Genova (1922) era il primo incontro internazionale cui era ammesso il regime bolscevico e, poiché questo non era ancora riconosciuto di diritto dalla maggior parte dei Paesi partecipanti, il governo di Mosca cercò di sfruttare l’occasione per ottenere appunto il riconoscimento da questi Stati.
Ciò spiega quindi come mai a una cena ufficiale per l’apertura della Conferenza, tenutasi il 22 aprile a bordo della nave da guerra italiana Dante Alighieri, il ministro degli Esteri sovietico Cicerin si dimostrò molto gentile con l’arcivescovo di Genova Signori, che per pura coincidenza si era trovato seduto di fronte a lui allo stesso tavolo.
Ma Cicerin diventò meno espansivo alcuni giorni più tardi, quando un inviato ufficiale vaticano, monsignor Giuseppe Pizzardo, portò ai membri della Conferenza un memorandum in cui si suggeriva che «la riammissione della Russia nella comunità dei Paesi civili» si dovesse fare a condizione che «venissero salvaguardati… gli interessi religiosi»…

Il cardinale Montini, prima di divenire Paolo VI, diceva riguardo all’inserimento nella Gaudium et Spes della parola evoluzione: «L’ordine verso il quale tende il cristianesimo non è statico; è un ordine in perenne evoluzione verso una forma migliore; è un equilibrio in movimento» («J. Duquesne interroge P. Chenu, pagina 187, ‘In the murky waters of Vatican II’, di A.S. Guimarães»).
Alla luce di queste brevi considerazioni, applicate alla realtà rivoluzionaria, si dovrebbe concludere che la vera rivoluzione mondiale ha avuto sempre per mira più l’ordine cristiano piuttosto che le fortezze o bastiglie dei monarchi; più il mondo delle idee che fluiscono dal pensiero religioso che i sistemi politici, gli ordinamenti sociali o le istituzioni governamentali.
E la sua avanzata solo è stata possibile occupando i vuoti di fede, di sacro, di carità cristiana.
Ecco, allora, che non si descrive bene la storia della Rivoluzione pensando a Parigi, alla Russia o a Cuba, scordandosi del suo bersaglio più alto: Roma!

Il 15 ottobre 1890 disse il Papa Leone XIII: «Il piano delle sette che si svolge ora in Italia, specialmente nella parte che tocca la Chiesa e la religione cattolica, ha come scopo finale e notorio di ridurla, se è possibile, al niente… Questa guerra, al presente, si combatte più che altrove in Italia, dove la religione cattolica ha gettato più profonde radici, e soprattutto in Roma, dove è il centro della Cattolica Unità e la Sede del Pastore e Maestro universale della Chiesa».
E nel Vangelo: «Colpirò il Pastore, e le pecore del gregge saranno disperse!» (Matteo 26,31; Marco 14,27).
Ecco il momento notturno in cui tutti si scandalizzeranno di Gesù, Pastore e Maestro mandato da Dio.
Ma quando e come è che il Pastore è colpito?
Oggi lo sappiamo tristemente.
Quando la sua intelligenza e la sua capacità di giudizio sono oscurati al punto da ritenere possibile e perfino conveniente un’alleanza con i nemici della Chiesa.
Come avviene?
Quando è lui stesso ad allontanarsi, rinunciando alla difesa dei pascoli tradizionali, che sono occupati dai lupi che divorano il gregge.
Ecco i sussidi, derivati dalla Dottrina, cioè degli avvertimenti evangelici, dal Magistero pontificio, dal Diritto canonico, della vigilanza voluta dai Papi, e anche da messaggi mariani, per aiutare quanti vogliano affrontare la questione della presenza dell’Anticristo, che per la sua gravità trova delle resistenze invincibili nel mondo cattolico.

I sussidi sono:
A) gli avvertimenti evangelici;
B) il Magistero pontificio;
C) il Diritto canonico;
D) la vigilanza e l’esorcismo voluto dai Papi
E) i Messaggi mariani.

A) Gli avvertimenti evangelici su: «L’abominio della desolazione nel Luogo Santo».
La Madonna, alla Salette, aveva dato un messaggio sul XX secolo che fece trepidare Pio IX: «Si è spenta la vera fede e una falsa luce si è diffusa sul mondo. La Chiesa andrà soggetta a una crisi orrenda».
«Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo».
«La Chiesa sarà eclissata e il mondo sarà nella desolazione».
Innalzando l’uomo ad essere nei suoi giudizi «come dèi», si preclude il vero e il bene e promuove il falso e il male, preparando l’ora dell’uomo idolo, l’iniquo «che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, presentandosi come se fosse Dio» (2Tessalonicesi 2, 4).
Può sembrare che tale iniquità sia solo imputabile ad uno che, alla fine dei tempi, conculcherà apertamente la verità e l’intangibilità della Rivelazione.
In verità le Sacre Scritture e San Paolo ci dicono che dai primi tempi sono presenti tali iniqui: «Non ricordate che venivo dicendo queste cose?… Il mistero d’iniquità è già in atto…».

L’iniquo finale è al vertice di un’enorme piramide d’iniquità; altrimenti dove poggerebbe il suo potere?
Può sembrare che il suo linguaggio sarà fatto di immonde bestemmie.
In verità il peggior male è tortuoso, d’aspetto simile al bene; altrimenti come potrebbe ingannare?
Può sembrare che l’iniquo per eccellenza si presenterà come un feroce nemico pubblico della Chiesa.
Ma allora solo con la violenza esso potrebbe sedersi nel tempio di Dio; solo sotto le armi sarebbe venerato.
Invece la sua è «la potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e di prodigi menzogneri», poiché il campo fu aperto dalla decadenza generale della fede: «la grande apostasia», come avvertirono le Sacre Scritture e San Paolo.
L’abbandono della fede lo precede con «una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna…».
Non vi è quindi una vera violenza, ma complicità di «quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi…, ma hanno acconsentito all’iniquità».
Ora, visto che la verità ci è data con la Rivelazione, e il suo amore lo manifestiamo nell’accoglierla, la manifestazione dell’iniquità finale, dell’iniquo Anticristo, concerne la Parola e i segni divini.
Dove si può manifestare la suprema iniquità: la contraffazione della Parola, se non dove avrebbe dovuto esservi la somma fedeltà a Dio in terra?
Spesso si è voluto immaginare l’Anticristo come un tiranno mondiale.
In verità esso si manifesta dove vi era «quello che impedisce la sua manifestazione», ma che sarà «tolto di mezzo nella sua ora»; lasciando così il posto all’iniquo: «quello che penserà di mutare i tempi e la legge»
(Dn 7, 5).
La rivelazione del «bene dell’uomo» proviene da Colui che è «la Verità, la Via e la Vita», ma verrà quello che pontificherà sul «bene secondo i tempi».
Emblematicamente se un Messaggio divino che parla di pericoli per la fede è censurato da chierici, si applica a loro quanto disse Gesù a quanti rifiutavano il suo Vangelo: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste» (Giovanni 5, 43).
Ecco i chierici che seguono un’altra voce.
Quale?

Il pensiero segreto dell’autoredenzione gnostica

Esso non è altro che quello sussurrato dal tentatore originale ai primi genitori nell’alba dei tempi e che si ripresentò nei secoli.
Prospetta la fede nella divinizzazione dell’umanità attraverso un’evoluzione umana senza limiti e avversa la legge e l’ordine immutabili di Dio.
Ora, molto si è fantasticato sull’aspetto dell’Anticristo; poco sul suo linguaggio; esso non può avere un altro scopo che quello dell’originale «non serviam» dell’ingannatore primordiale.
L’iniquo dei tempi moderni assumerà certamente l’aspetto di maestro della parola sul «bene umano» e coperto da un carisma evangelico.
Cosa può essere più ingannevole che insegnare in nome di Gesù Cristo per revisionare il suo Vangelo?
Ma San Paolo ricorda che tale inganno può solo infettare la mente di chi non abbraccia la Verità con amore (2Tessalonicesi, 2, 10).
E la prima verità evangelica è l’assoluta gloria di Dio.
«Tutte le intenzioni, opere e meriti dei Santi riguardano la gloria e la lode di Dio, a chi può solo piacere quanto Lui stesso suscita» (Concilio di Efeso, capitolo V).
Ogni esegesi che non sia centrata nel solo e assoluto Bene divino, può ripetere ogni pia parola e nome santo, ma svela essere l’esegesi dell’Anticristo.
I fedeli sono protetti dall’inganno attraverso il carisma dell’infallibilità attiva nell’insegnamento della fede, in docendo, propria della Gerarchia.
Ma ad essa corrisponde l’infallibilità passiva, in credendo, propria dei fedeli nel riconoscimento della parola di fede, della voce stessa di Dio. «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono Me» (Giovanni 10, 14).
Se così non fosse, San Paolo non avrebbe potuto insegnare: «Anche se noi stessi o un angelo del cielo venisse ad annunziarvi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia egli anatema» (Galati 1, 8); per cui il fedele deve rifiutare e anatemizzare chi porta un nuovo vangelo, «anche se noi stessi».
Il Papa ricorda ai fedeli che, guidati dalla fede, sono liberi di aderire solo alle vere autorità della Chiesa.
La Fede è la ragione per cui il fedele obbedisce all’autorità della Chiesa, ma è anche il fondamento di tale autorità.
San Giovanni, il più mite degli apostoli, subito dopo aver parlato del comando della carità, insegnava riguardo a quelli che non portano la retta dottrina: «Se qualcuno viene a voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo; poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse» (2Giovanni 10).

B) Il Magistero pontificio
Passiamo quindi a quanto insegna su questa desolazione nel Luogo Santo lo stesso Magistero pontificio; la sua esegesi sul significato della voce dal cielo che dice: «Uscite, popolo mio, da Babilonia per non partecipare ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli» (Apocalisse, 18, 4).
La Bolla «Cum ex Apostolatus» di Paolo IV (15 febbraio 1559) è insegnamento papale sulla tremenda questione della decadenza dei potenti deviati dalla fede, il mistero dell’iniquità.
Vediamo un sommario di ciò che insegna sul dovere del Papa e sulla possibilità di un falso papa.
Il Papa è tenuto a segnalare e respingere i nemici della Fede; «A causa della carica di Apostolato affidataci da Dio per la cura generale del gregge del Signore, incombe su di noi il dovere di vigilare assiduamente e provvedere attentamente alla sua custodia fedele e salvifica direzione affinché coloro che insorgono contro la Fede e pervertono l’interpretazione delle Sacre Scritture, operando per scindere l’unità della Chiesa e la tunica inconsutile del Signore, siano respinti dall’ovile di Cristo e coloro che sdegnano di essere discepoli della verità non possano continuare a insegnare l’errore
».

E dato che più alto il pervertitore della fede maggiore il pericolo: «La questione è talmente grave e pericolosa che lo stesso Pontefice Romano – che come Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ha piena potestà in terra, e giudica tutti senza che nessuno possa giudicarlo – qualora sia riconosciuto deviato dalla Fede possa essere accusato. E, dato che dove si vede il maggior pericolo tanto più deciso dev’essere il provvedimento per impedire che dei falsi profeti possano irretire le anime semplici e perciò trascinare con loro alla perdizione gli innumerevoli popoli affidati alle loro cure e affinché non accada di vedere nel Luogo Santo l’abominio della desolazione predetta dal Profeta Daniele, ricorriamo all’aiuto di Dio per compiere il nostro impegno pastorale di sgominare le volpi intente a devastare la vigna del Signore e tener lontani i lupi dagli ovili. [perciò…] Noi, con Apostolica Autorità, decretiamo la privazione ipso facto di ogni carica ecclesiale per eresia o scisma, considerando che coloro che non si astengono dal male per amore della virtù devono esserne distolti per timore delle pene e che le Autorità ecclesiastiche – che hanno il grave dovere di istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede Cattolica – se prevaricano peccano più gravemente degli altri in quanto dannano non solo se stesse ma trascinano con sé alla perdizione i popoli loro affidati, Noi, con l’assenso dei Cardinali, con questa nostra Costituzione, valida in perpetuo, contro crimine così grande – il più grave e pernicioso possibile nella Chiesa di Dio – nella pienezza della potestà Apostolica, sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo che permangano nella loro forza ed efficacia le predette sentenze e censure e pene, e producano i loro effetti, per tutte e ciascuna delle autorità suddette, che fino ad ora siano insorte o in futuro insorgano contro la Fede; poiché tali crimini le rendono più inescusabili degli altri, oltre le sentenze, censure e pene suddette, per il fatto stesso e senza bisogno di alcuna altra procedura di diritto o di fatto, esse siano anche interamente private in perpetuo delle loro cariche e dignità, come di ogni voce attiva e passiva e di qualsiasi autorità».

«Nullità di ogni promozioni o elevazioni di deviati dalla fede: Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere che un Vescovo, anche in funzione di Arcivescovo o di Patriarca o di Primate, o un Cardinale in funzione di Legato, o eletto Pontefice Romano, che, prima della sua promozione al cardinalato o della sua elevazione al Pontificato, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in eresia o fosse incorso in uno scisma o lo avesse suscitato, la sua promozione o elevazione è nulla, invalida e senza alcun valore, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali – neppure si potrà dire che essa sia o sarà convalidata dall’intronizzazione o ‘adorazione’ del Romano Pontefice, col ricevimento della carica, con la consacrazione, o in virtù dell’obbedienza a lui prestata da tutti, o per il decorso di un lasso di tempo nel detto esercizio della carica. I fedeli non devono ubbidire, ma evitare tali pervertitori della fede: sia lecito negare in qualsiasi tempo obbedienza e devozione a quelli così promossi ed elevati, evitandoli quali maghi, pagani, pubblicani e eresiarchi; fermo restando l’obbligo di prestare fedeltà ed obbedienza al futuro Pontefice e Autorità canonicamente subentranti».

C) Il Diritto Canonico

Quanto è insegnato dal Magistero sull’ordinamento della Chiesa è ripreso dal Codice Canonico fondato sulla Dottrina cattolica.
Prendiamo il Codice del 1917, canone 188:
«A causa di rinuncia tacita, qualsiasi ufficio si rende vacante ipso facto, senza necessità della relativa dichiarazione, qualora il chierico:

4) Abbia pubblicamente disertato dalla fede cattolica.
Esso ammette dunque l’incompatibilità assoluta tra giurisdizione cattolica ed eresia; fatto talmente evidente alla Fede cattolica che non richiede dichiarazione.
Per non parlare della logica giuridica: «Non può essere capo chi non è membro» (San Roberto Bellarmino).
Il giuramento antimodernista è una professione di fede voluta da San Pio X. Se il consacrato infrange uno solo degli articoli su cui ha giurato fedeltà, non solo è spergiuro, ma ha rinunciato alla fede ed è ipso facto scomunicato dalla Santa Chiesa.
Ora, per un modernista che vuole cambiare la fede della Chiesa dal suo interno, questo giuramento è una «pietra d’inciampo» da rimuovere.
E’ il primo cambiamento che deve operare per agire indisturbato.
La rimozione di una professione di fede della Chiesa per i nostri tempi è già un cambiamento della fede.
«Dai loro frutti li conoscerete».
Ebbene, i papi conciliari hanno fatto cadere la professione di fede antimodernista.
Ciò implica un’autoscomunica.
San Paolo insegna ai fedeli: «Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?».
L’Idea cattolica e quella modernista possono sembrare simili, ma si escludono, come la realtà esclude l’utopia.
Sembra che convivano, ma si contrappongono.
«Quale intesa tra Cristo e Belial, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?».
Parimenti non vi è comunanza tra la Città di Dio Uno e Trino e il villaggio globale in cui tutte le religioni del mondo sono pronte a diluirsi, nella nuova era dell’acquario, per rivendicare pari dignità e diritti nella spartizione delle coscienze.
«Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, che ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro».
L’autorità della Religione rivelata rimane, anche per chi non crede, nella Profezia.
Tutto era stato a suo tempo profetizzato da Chi tutto conosce.
Ecco la forza dei fedeli.

«Nel tesoro della Rivelazione vi sono punti essenziali che ogni cristiano, per il fatto stesso d’esserlo, deve conoscere e necessariamente custodire». («Le sens chrétien de l’histoire», Dom Guéranger).
«Vi è una grazia legata alla confessione piena e intera della Fede. Ci dice l’Apostolo che questa confessione è la salvezza di quelli che la fanno e l’esperienza mostra che essa è la salvezza di quelli che la intendono» (ibidem).
E’ scritto che Dio non fa niente senza farlo conoscere ai suoi profeti (Amos 3, 7).
Infatti è stata la voce della Madre di Dio a rivelare a La Salette: «Roma perderà la fede e diverrà la sede dell’Anticristo».
Il problema è abissale perché si tratta della presenza del massimo ingannatore, di fronte al quale perfino la confusione degli eletti, dimentichi del «dai frutti li conoscerete», è possibile; che dire di una massa apostata ormai incapace di distinguere la realtà dalle apparenze, la fede dai sentimenti, una assemblea di sviati innovatori dal Cenacolo della Pentecoste?
Ma c’era questo pericolo nel nostro secolo?

Sembra proprio di sì: «Abbiamo bisogno di un Concilio e di un Papa che lo convochi» già lo diceva Steiner nel 1910 (arcivescovo Rudolf Graber, «Athanasius», pagina 43).
Aveva in vista la Pentecoste cristiana descritta come una rinnovata rivelazione, un eterno ritorno, il serpente che si morde la coda, i cicli secolari del progresso umano indefinito.
Ed ecco che questo «balzo in avanti», che finalmente ha concretizzato la rivelazione del «sarete come dèi» per il terzo millennio, sarà commemorato sul Sinai, nell’unione di Gerusalemme e Roma, «nella grande città, che si chiama spiritualmente Sodoma ed Egitto, dove anche il Signore di loro [due testimoni] fu crocefisso» (Apocalisse 14, 8). (8Un secondo angelo lo seguì gridando: “È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione”.)


Siamo davanti ad una realtà oscura, al mistero d’iniquità elevato alla sua massima potenza: non si trova più un’autorità spirituale capace di trattenere questo processo che imperversa nel Luogo Santo della Chiesa (Tessalonicesi 2, 2).
Colpito il Pastore, le pecore si disperdono.

Il revisionismo del «nuovo Avvento» e della «nuova Pentecoste», applicato alla Parola divina, alla Chiesa di Gesù Cristo, ai Sacramenti e alla Dottrina cattolica ha per risultato non un’impossibile variazione della Religione, secondo i bisogni umani, ma una rottura.
Tale rottura non concerne la stessa Religione, cavo di soccorso offerto da Dio all’uomo decaduto, ma la struttura della cordata umana che, per ricollegarsi a Dio è retta dal Suo potere: Alleanza che ci viene dal passato, attraverso la Tradizione, i Padri, la perfezione del Corpo mistico nella sua gerarchia e continuità d’ordine divino.
Le aggiunte umane non possono cambiare quest’ordine, ma solo costituire una logora ed estranea alternativa: retta da cosa?
Dalla superbia e dalla ignoranza umana associata a chi attira l’umanità ai suoi abissi?
Esso è quell’altro spirito previsto da Gesù (Giovanni 5, 43): «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?».

D) La vigilanza e l’esorcismo voluto dai Papi

Il Papa Pio IX all’epoca del Concilio Vaticano I, aveva visto il pericolo (27 novembre 1871): «Oggi non è più l’eresia, non è più il martirio di sangue che si fa incontro alla Chiesa per combatterla, ma è, dirò così, il martirio intellettuale e morale. Oggi non si fa più guerra a una parte della Chiesa, a un lato della sua fede, a qualcheduno dei suoi dommi… Oggi sta contro la Chiesa 1’Incredulità, l’Ateismo, il Materialismo. Oggi non è più da lottare (giova ripeterlo) con eresie, che non hanno importanza alcuna; ma con la indifferenza, con l’empietà, che mira a schiantare dal cuore di ogni Cattolico la fede; mira a ruinar dalle fondamenta la Chiesa di Gesù Cristo, e questa Città, fatta preziosa dal sangue di tanti Martiri, a gittar di nuovo nel lezzo dell’antica corruzione, riducendola come sotto i Neroni, o più veramente come sotto i Giuliani Apostati. Sicché Roma, sede venerata della verità, diventerebbe insomma un’altra volta, centro di tutti gli errori».
Si voleva la conciliazione della Chiesa e del Papa con il mondo moderno.
Ora, il Sillabo nel suo ultimo articolo condanna l’asserzione: «che il Romano Pontefice possa e debba riconciliarsi e andare d’accordo con il progresso, con il liberalismo e con la civiltà moderna»…
Scriveva Leone XIII (15 ottobre 1890) a proposito della Rivoluzione a Roma: «Il piano delle sette che si svolge ora in Italia, specialmente nella parte che tocca la Chiesa e la religione cattolica, ha come scopo finale e notorio di ridurla, se è possibile, al niente… Questa guerra, al presente, si combatte più che altrove in Italia dove la religione cattolica ha gettato più profonde radici, e soprattutto in Roma, dove è il centro dell’Unità Cattolica e la Sede del Pastore e Maestro universale della Chiesa».

Papa Leone XIII, che concedeva in Francia quel «ralliement» che sapeva di dover negare nella «Questione Romana», era combattuto tra il bisogno di una pace civile e il «fumo di Satana» nella Chiesa di Dio.
Si racconta di una sua visione sul tentativo di distruzione della Chiesa in questo secolo, ragion per cui ha redatto un esorcismo per chiedere l’aiuto di San Michele Arcangelo.
Ecco il brano, che fu poi misteriosamente soppresso nelle edizioni seguenti: «Le orde astuziosissime hanno riempito di amarezza la Chiesa, Sposa immacolata dell’Agnello, e l’hanno inebriata con l’assenzio; si sono messi in opera per realizzare tutti i loro empi disegni. Là, dove è costituita la Sede del Beatissimo Pietro e Cattedra della Verità per illuminare i popoli, là, hanno collocato il trono dell’abominazione della loro empietà, affinché, ferito il Pastore, le pecore fossero disperse!».

E’ ancora occulto dove si manifesterà il mistero dell’iniquità?

Il fatto era oscuro nella Chiesa, ma non era un segreto occulto che sarebbe avvenuto nella Chiesa e in rapporto a chi ha il potere per impedirlo, ma sarebbe stato tolto di mezzo (2Tesalonicesi, 2).
L’assenza di chi ha il potere delle chiavi per impedire l’azione dell’empio Anticristo corrisponde alla sua presenza.
Un’assenza corrispondente ad una presenza indica uno stesso luogo, trono, potere; apparenti, ma coincidenti per quanti non persevereranno tenacemente nella fede.
La ribellione finale contro l’autorità di Dio si manifesta dove è costituita la Sua opera di redenzione dalla prima ribellione: nella Sua Chiesa.
Ecco il mistero dell’iniquità, che era trattenuto dal potere divino del Papato.
Il modernismo, con la sua democrazia clericale, arrivando al punto di umanizzare l’autorità divina della Chiesa ha rimosso la sua suprema difesa.
Lo spirito di umanizzazione può oggi operare nel silenzio dell’apostasia poiché procede da un vertice ecclesiale; la sua manifestazione coincide con l’assenza del supremo difensore della Fede.
Il vero problema riguarda l’autorità.

Gli errori delle ideologie umane vanno oltre l’ateismo, insinuano l’idea come Dio dev’essere, per il bene, per la pace, per la libertà e la dignità umana nella religione della nuova umanità.
E la diffusione di tali errori, con le loro spaventose implicazioni sociali, non viene trattenuta ma promossa dallo «spirito conciliare» che impedisce ai fedeli di accogliere integralmente la Parola ed i segni divini: se essi disturbano li si cambia o sopprime.
Il potere che impediva l’iniquità è ormai usato per promuoverla.
L’ingannatore primordiale è riuscito a varcare la soglia della Chiesa e formare nell’inganno la sua pastorale e i suoi pastori in nome del «bene» e del «sarete come dèi» e… proprio dove è la sede di Pietro e la Cattedra della verità… hanno eretto il trono della loro abominazione e scelleratezza affinché colpito il pastore possano disperdere anche il gregge (Leone XIII, esorcismo invocando San Michele Arcangelo).
Pio XII vedeva, già allora, il processo così avanzato da ritenere vano «di andargli incontro per fermarlo e impedirgli di seminare la rovina e la morte», ma che si doveva «vigilare… affinché il lupo non finisca col penetrare nell’ovile per rapire e disperdere il gregge».

L’8 febbraio 1960, un comunicato stampa del Vaticano informava che il «Segreto» non sarebbe stato mai divulgato.
Era una notizia tanto anonima quanto incoerente, che sollevò perfino il sospetto sulla sincerità di suor Lucia, per screditare Fatima.
Da allora il Terzo Segreto è stato messo in un «pozzo profondo», come dichiarò il cardinale Ottaviani nel 1967, specificando però che dal 1960 la sua comprensione era più chiara.
Sembra che Paolo VI l’abbia letto, ma non ne diede alcun segno.
Nel 1977, il cardinale Luciani parlò con suor Lucia e tornò a Roma sconvolto.
Anche Giovanni Paolo II l’aveva conosciuto, prima di recarsi in pellegrinaggio di ringraziamento a Fatima.
Così come Ratzinger, da cardinale, aveva fatto sapere di conoscerlo.
Se fosse un semplice invito alla preghiera e penitenza, perché tanta segretezza?
Se fosse espressione dell’ottimismo conciliare, perché nasconderlo?
Infine, se fosse l’annunzio della fine del mondo, non finirebbe assicurando il trionfo dell’Immacolato Cuore ed un periodo di pace per il mondo?

La Madonna rispose. Quando sarà ascoltata?

Il naturalismo, in cui questo secolo sta annegando, ha fatto dimenticare e anche ignorare il fatto che sta all’origine delle Apparizioni della Madonna alla Cova di Iria: l’invocazione del Papa affinché Nostra Signora intervenisse, indicando la via della pace nel mondo.
La lettera di Benedetto XV al suo Segretario di Stato, con la quale impartiva disposizioni affinché tutti i vescovi del mondo invocassero quest’aiuto nelle loro preghiere, è del 5 maggio 1917.
Ebbene, otto giorni dopo, il 13 maggio, la Madonna apparve per la prima volta a Fatima.
Veniva, come un arcobaleno di grazie, a rispondere all’angoscioso appello degli uomini, allontanatisi dalle vie della salvezza e della pace.
Sono passati più di novant’anni e il Messaggio di Fatima per la salvezza e la pace è stato comunicato ai fedeli in modo a dir poco incomprensibile ed incoerente; persiste quindi il «Segreto».
Ma potrà durare ancora a lungo il Segreto di Fatima?
Sono ancora attuali queste parole dopo oltre novant’anni anni?

Ebbene, prima di tutto: non è stato fatto quanto richiesto dalla Madonna, e cioè: la devozione personale e la consacrazione della Russia da parte del Papa, insieme a tutti i vescovi.
Poi: la Russia non si è convertita.
Da qui, quella spaventosa «Seconda Guerra Mondiale» che ha fatto spargere con ancora più forza i suoi errori nel mondo; e la falsa pace del 1945, che portò ad una avanzata del comunismo e a nuove guerre locali, in tutto il mondo.
Sono già oltre150, con 30 milioni di morti!

Riguardo alla previsione di guerre atomiche e di stragi nucleari, queste, paventate come effetto di politiche sbagliate nel mondo, si rivelano – secondo una dichiarazione del 1984 fatta dal vescovo di allora, di Leiria, monsignor Cosme do Amaral, una astuzia per mascherare e nascondere, ossia negare, la grave crisi della Fede in atto.
Non lo avrebbe fatto senza averlo sentito da suor Lucia.
In certo modo, anche le parole di Ratzinger, da cardinale, hanno confermato questa crisi che, nel Vangelo, è annunziata come la grande apostasia, causata dalle deviazioni e negligenze della gerarchia della Chiesa.
«In Portogallo si conservano sempre i Dogmi della Fede», è detto prima del Segreto, e certamente si riferisce alla perdita della Fede in interi continenti, con grave responsabilità dei pastori cattolici.
Ecco perché è stato così duro per Lucia scriverlo e rivelarlo ai capi!
E’ ormai la lotta di satana contro la Vergine, di cui la Veggente ha parlato nel 1957.
E’ chiaro che la Madonna è venuta ad avvertire il mondo e la Chiesa dei tradimenti ed inganni perpetrati nella stessa Chiesa e questo corrisponde agli avvertimenti del Vangelo e dell’Apocalisse.

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