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Dalla Chiesa monarchica alla “chiesa conciliare”: la potestà di giurisdizione

image001[1]Scritto e segnalato da Carlo Di Pietro

Premessa. Nel 1965 la rivista dei gesuiti inglesi “The Month” pubblicava uno studio minuzioso sulla situazione in cui versava la Chiesa Olandese, in esso si legge: “è la sua crisi più difficile dai tempi della Riforma [che sfocia in] un pericoloso relativismo dogmatico, unito ad un falso ecumenismo, e nel venir meno della vita personale di preghiera in gran parte dei nostri cattolici” [R. De Mattei, CV2 una storia mai scritta, Lindau, p. 537]; grave crisi che portava, nel 1966, alla pubblicazione del Nuovo catechismo (detto olandese) in cui l’ecclesiologia stessa veniva alterata, diveniva praticamente di dottrina “non cattolica”, il concetto di peccato era mutato, i dogmi relativizzati, ed i toni si facevano dialoganti,aperti” ad una conoscenza differente. Nel 1969 il Consiglio pastorale olandese, con voto favorevole dei nove vescovi che ne facevano parte, approvò la Dichiarazione di indipendenza in cui si mirava esplicitamente a rifiutare alcuni insegnamenti di Roma [Ivi.]. E’possibile affermare che dal 1966 ad oggi, in Olanda il cattolicesimo è praticamente scomparso o limitato a piccoli e circoscritti ambienti, lasciando posto alla totale degenerazione nel tessuto sociale ed all’avvento dell’Islam e di filosofie newage.

Il lettore si domanderà: ma come può accadere tutto ciò in una società monarchica come la Chiesa?

Cercherò di fornire una risposta (forse) esaustiva.

Sul Primato dell’autorità del Romano Pontefice. La Chiesa lo ha sempre creduto ed ha sempre combattuto contro gli eretici che sostenevano il contrario; si deve inoltre affermare che la vittoria definitiva dell’autorità del Romano Pontefice [esplicitamente] contro il concetto di Conciliarismo va individuata nelConcilio di Firenze (1439 – 1445), Conciliarismo che comunque sopravvisse marginalmente in sporadici ambienti e che trovò la massima espressione nell’eresia successiva che fu il Gallicanesimo(pur riconoscendo al papa un primato, ne contesta il potere assoluto, in favore dei consigli generali della Chiesa). Tuttavia alcune ideologie malsane sono dure da annientare del tutto, difatti l’eresia Conciliaristaoggi sembra ripresentarsi mascherata probabilmente nella Collegialità.

Il Conciliarismo non va assolutamente confuso con la dichiarazione meramente legislativa dieccezionalità del Concilio di Costanza, nel famoso decreto Haec sancta (6 aprile 1415).

Concilio di Firenze, Sessione VI del 6 luglio 1439:

Definimus sanctam apostolicam sedem et romanum pontificem in universum orbem tenere primatum, et ipsum pontificem successorem esse b. Petri principis apostolorum, et eorum patrem, ac doctorem existere; et ipsi in b. Petro pascendi, regendi, ac gubernandi universalem ecclesiam a D.N. Iesu Christo plenam potestatem esse traditam; quemadmodum etiam in gestis oecumenicorum conciliorum et in sacris canonibus continetur. Renovantes insuper ordinem traditum in canonibus ceterorum venerabilium patriarcharum, ut patriarcha constantinopolitanus secundus sit post ss. rom. pontificem, tertius vero alexandrinus, quartus autem antiochenus, et quintus ierosolimitanus, salvis, videlicet, privilegiis omnibus et iuribus eorum” [S. Alfonso Maria de Liguori, Storia delle eresie, cap IX, art. II].

Ora è necessario esporre con efficacia e determinazione quella differenza che v’è fra il potere di ordine ed ilpotere di giurisdizione, differenza che dopo il Concilio Vaticano II (dipende dall’opinione dei vari autori) pare scomparsa de facto. In Sant’Alfonso, Verità della Fede, Capitolo X [1], abbiamo imparato le motivazioni e le necessità della condanna alla Collegialità che è una eresia prossima all’Episcopalismo e mira a demolire ilPrimato di Pietro che è, appunto, Primato di giurisdizione (e non primato di mero onore come in alcune occasioni sembra aver sostenuto anche mons. J. Ratzinger [2]).

Ma di cosa stiamo parlando precisamente?

Credo che mons. Guerard del Lauries spieghi bene e semplicemente il concetto:

“La Chiesa è Gesù Cristo comunicato. Questa comunicazione comporta due aspetti organicamente legati, la cui fenomenologia è divinamente rivelata. Da un lato, la MISSIO: “Andate, insegnate, battezzate, educate…” (Matteo XXVIII, 18-20). Ed ecco, nella Chiesa militante, “fino alla fine del secolo”, la catechesi, i sacramenti, il governo (delle anime). D’altro canto, la SESSIO: “ Voi che mi avete seguito, sarete seduti anche voi sui dodici troni, giudicando…” (Matteo XIX, 28). Ed ecco instaurata, anche nella Chiesa militante, la gerarchia che manifesta e realizza la cattolicità. La distinzione e l’unità fra Missio e Sessio sono talmente inerenti alla Chiesa, da essere omologate dal Diritto canonico (CjC anno 1917), sia nell’universale che nel particolare”.

D’istituzione divina, la sacra gerarchia comporta, tenuto conto dell’ordine [ratione ordinis]: Vescovi, sacerdoti, ministri; tenuto conto della giurisdizione [ratione jurisdictionis]: il sommo pontificato e l’episcopato subordinato…” (can. 108.3). Così, la sacra gerarchia, una, ed unica, comporta tuttavia DUE rationes: la ratio ordinis rientra nell’ambito della Missio, la ratio jurisdictionis in quello dellaSessio. [Il problema dell’autorità nella Chiesa, C.L.S., 2005, pp. 71 e 72].

La potestà d’ordine è data direttamente da Cristo nella consacrazione episcopale, la potestà di giurisdizione, invece, è concessa esclusivamente dal Papa; potestà d’ordine e potestà di giurisdizionenell’episcopato non sono simultanee, basti pensare alla vicenda degli abati durante l’evangelizzazione dell’Irlanda (ci torneremo); essi avevano sì giurisdizione ma non avevano alcun ordine episcopale.

Ai fini del nostro studio si consideri che:

il criterio che reggeva il vecchio CjC (can. 223) era quello della giurisdizione: partecipavano al Concilio (§ 1) i Cardinali (anche non Vescovi) e gli Ordinari: i Vescovi residenziali anche non consacrati, gli Abati e Prelati nullius, gli altri Abati e superiori maggiori: moltissimi membri di diritto al Concilio non avevano pertanto ricevuto la consacrazione episcopale”. [V. Bibliografia, Sodalitium].

Questa distinzione, che secondo alcuni autori si evidenzia particolarmente solo dopo il XIII secolo, nella realtà è sempre esistita, come fa notare il Bellarmino è insita nella stessa natura monarchica della Chiesa, ed abbiamo riferimenti espliciti – anche meramente iconografici – sin dal secolo VIII (James Charles Noonan, The Church Visible). Di questa verità e necessità ce ne parla abbondantemente anche l’Aquinate nel supplemento della Summa Teologica (q. 40, a. 5, tratto da 4 Sent. D. 24, q. 3, a. 2, qc. 2):

Al termine ordine si possono dare due significati. Primo, quello di sacramento: e in tal senso ogni ordine, come abbiamo spiegato prima (q. 37, aa. 2 e 4), è ordinato all’Eucarestia. E poiché in questo il vescovo non ha un potere superiore a quello sacerdotale, l’episcopato non è un ordine. Secondo, può indicare un ufficio relativo a certe funzioni sacre. E in tal senso il vescovo, avendo sul corpo mistico un potere relativo ad atti gerarchici superiore a quello del sacerdote, l’episcopato è un ordine…”. Alla difficoltà secondo la quale “i vescovi possono conferire dei sacramenti che non possono conferire i sacerdoti, come la cresima e l’ordine sacro” San Tommaso risponde (ad 2): “L’ordine, in quanto sacramento che imprime il carattere, è ordinato direttamente all’Eucaristia, in cui è contenuto Cristo medesimo: poiché il carattere ci rende conformi a Cristo. Perciò, sebbene al vescovo nell’ordinazione venga conferito un potere spirituale rispetto ad altri sacramenti, tuttavia tale potere non ha valore di carattere. Ecco perché l’episcopato non è un ordine, considerando l’ordine come sacramento” [3]

Altri autori confermano esattamente la necessità della differenza che v’è fra potere di ordine e potere di giurisdizione, fra i quali possiamo citare: San Bonaventura, Riccardo de Middleton, Giacomo da Viterbo, Egidio Romano, Sant’Alberto, Alessandro di Arles, Pierre de la Palu, Hervaeus Natalis, ecc…

Cerchiamo di approcciare brevemente alle varie ipotesi.

Juan de Torquemada, nella Summa de Ecclesia: “gli Apostoli ricevettero la potestà di giurisdizione non da Cristo ma da Pietro”; secondo il Gaetano (De comparatione auctoritatis – Tommaso de Vio alias Cajetan) i primi Apostoli, i contemporanei a Gesù Cristo, in via extraordinaria ricevettero un potere dettouniversale da Cristo, tuttavia dalla loro morte la potestà di giurisdizione si trasmette esclusivamente attraverso Pietro.

In J. de Torquemada:

Quilibet fidelis tenetur credere unam esse sanctam ecclesiam catholicam; sed ad unitatem ecclesiae requiritur quod omnium praelatorum potestas iurisdictionis derivetur a Romano Pontifice; ergo necesse est quod quilibet fidelis hoc teneat ed credat”. (Summa de Ecclesia, II, al num° 32)

Differentemente dai molti autori su citati, per Francisco Vitoria era invece opportuno credere che gli Apostoli trasmettevano (non delegavano) la potestà ordinaria del proprio ufficio episcopale, quindigiurisdizione immediatamente umana e non da Cristo.

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Posto che il Concilio di Tento definì dogmaticamente il carattere indelebile dell’Ordine, uno dei setteSacramenti, bisognava definire precisamente la separazione dei 2 poteri per contrastare definitivamente l’eresia protestante (quando alla dignità dell’episcopato), quindi nella sessione del luglio 1547 si confrontarono a tal proposito vari illustri esperti “teologi minori”, fra cui Massarelli, Cervini, Musso, De’ Nobili, Pasquali, Lippomani, Catarino, Bonucci. Nulla si risolse data la particolare rilevanza della questione, e vi fu una proroga sine die.

Nel 1551 Eberhard Billick sottolineò una evidente distinzione tra il sacramento e la gerarchia (dell’Ordine), tuttavia non si giunse ad una precisa formulazione, se non a due canoni specifici in cui non era ben evidente la differenza che noi qui cerchiamo di documentare, ma anche in questo caso la sessione fu sospesa e rinviata poiché non erano presenti i teologi esperti di protestantesimo. Il Concilio venne quindi interrotto durante il pontificato di Giulio III e fu riaperto da Pio IV nel 1562; questo terzo periodo fu caratterizzato specialmente dal dibattito sull’Ordine Sacro e nuovamente alcuni “teologi minori” contrapposero le loro ipotesi, fra i nomi noti possiamo ricordare Juan Fonseca, Anton de Grossuto, Amanzio di Brescia, Pedro de Zumel

Il 13 ottobre del 1562 fu consegnato ai Padri lo schema elaborato dalla Commissione presieduta dal Vescovo di Zara, mons. Calini; sorse dunque una nuova disputa teologica in seno al Concilio poiché nello schema non veniva fatta menzione allo iure divino, che invece secondo il Guerreo era un concetto presente con evidenti riferimenti nella Scrittura, quindi di Diritto divino. Il tema venne dibattuto per lungo tempo, fin quando gli uomini della Curia Romana richiamarono l’esplicito riferimento del Concilio di Lione II (1274) sul Papa, definito “rector universalis ecclesiae e director gregis dominici”, pertanto al Pontefice e solo a lui spetta il titolo di Vicario di Cristo, e solo lui possiede lo stesso potere di Pietro; i vescovi, detti istituiti da Cristo, i quali succedono al posto degli Apostoli, ricevono il regendi potestatem nella loro diocesi, da Pietro, dal Papa.

Si contrapposero alla tesi i vescovi Francesi, probabilmente antesignani dell’eresia Gallicana, ma ricevettero dura opposizione specialmente dal canonista Francisco Foriero OP, grazie anche al card. Borromeo si arrivò alla formulazione del Canone VII in cui compariva la parola “hierachia”, inerente esclusivamente la potestà d’ordine, non veniva risolta ancora l’origine della potestà di giurisdizione, quindi veniva praticamente riaffermata la superiorità dei Vescovi sui presbiteri quanto all’ordine. Il Canone VIII risolse ulteriori problemi collegati piuttosto alla residenza (obbligo di Diritto ecclesiastico di risiedere presso una Diocesi).

Bovio (De Rescidentia) affrontò il problema della residenza ed individuò nella Scrittura quegli elementi di Diritto divino (Atti 20; 1Tm 3) secondo cui un Vescovo non può esistere nel suo ufficio se non risiede presso la Diocesi che gli viene assegnata dal Pontefice, verrebbe meno l’adempimento del suo dovere; istituzionee attribuzione di uno specifico gregge, sebbene per loro natura si trovino nella stessa persona del Vescovo, tuttavia “queste 2 cose sono per natura separate e traggono origine da principi differenti”.

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Definire di Diritto divino la residenza, poteva comunque inficiare il Primato di giurisdizione di Pietro, difatti numerose eccezioni furono mosse dal Limpo, da Del Monte, dal Saraceni che forniva una più chiara esegesi delle parole del Cajetan a tal proposito. Dopo una accesa votazione che non forniva precisa risposta al quesito, il 20 aprile del 1562 Papa Pio IV proibì ogni ulteriore dibattito sullo ius divinum ed i Legati accusarono il Seripando di avere prodotto una simile scissione in seno al Concilio.

Dopo ulteriori accese disputazioni teologiche il Decreto fu approvato in maniera quasi unanime e non si pronunciava sul fondamento giuridico dell’obbligo di risiedere, se di Diritto divino o di Diritto ecclesiastico, ma piuttosto parlava di un precetto divino di “esercitare la cura pastorale presso il gregge”, precetto che comunque era assoggettato alla dichiarazione rivelata “Pasce oves meas”, quindi solo a Pietro, e di conseguenza anche agli Apostoli, Cristo aveva affidato il compito di pascere le pecorelle.

Facevano notare i teologi che se i Vescovi avessero avuto la potestà di residenza, il Pontefice non avrebbe potuto privarli di tale diritto (se “secondo l’ordine di Dio”) e questo era da escludere poiché, nella storia della Chiesa, il Pontefice aveva più volte operato in tal senso, senza per questo andare contro il Diritto divino, quindi era certamente ovvio che il Papa non aveva ricevuto limiti da Cristo nell’esercizio della sua piena e sovrana autorità di Governo. Posta questa premessa, quindi evidenziato il primato di giurisdizione, ilConcilio di Trento non definì precisamente ma, come era sempre stato, ciò era giusto da credere e sostenere.

Purtroppo il problema non si estinse del tutto, difatti l’Episcopalismo post Tridentino trovò numerosi sostenitori specialmente nell’ambiente secolare, considerando che all’epoca molti Vescovi venivano “presentati” o “nominati” dai vari regnanti o dai Capitoli, donde si sviluppò anche un certo giurisdizionalismoche vietava ai Pontefici di interferire nelle nomine delle Chiese locali.

La massima espressione di Episcopalismo si ebbe con la Rivoluzione massonica francese, in netta contrapposizione ed in odio con la struttura prettamente monarchica della Chiesa, così come voluta da Cristo; organigramma monarchico ove la potestà si realizza per differenti gradi, partendo da Cristo che ne possiede l’assoluta pienezza, trasmessa quindi a Pietro ed ai suoi successori, mentre essi aiutano il Romano Pontefice a governare la Chiesa sotto la sua giurisdizione.

Nelle varie ipotesi presentate e comparate, secondo il Bellarmino (Opera oratoria postuma, II, 118), il Pontefice è prorex, definito dal Santo “summa rei christianae”, e fu proprio Pietro che ricevette da Cristo l’ordinazione e, a sua volta, consacrò gli Apostoli; fu Pietro che ricevette le potestà di ordine e di giurisdizione ed a sua volta la trasmise ai suoi successori (ipotesi 1).

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Nel De Romano Pontifice, t. I, lib. I, cap. XI, 335: solamente Pietro fu depositario del potere giurisdizionalesupremo e fu pastore ordinario, mentre gli apostoli

fuerunt capita, rectores, et pastores ecclesise niversse, sed non eodem mode quo Petrus: illi enim habuerunt summam atque amplissimam potestatem ut apostoli seu legati, Petrus autem ut pastor ordinarius: deinde ita habuerunt plenitudinem potestatis, ut tamen Petrus esset caput eorum, et ab illo penderet, non e contrario”.

Il Bellarmino, per fugare ogni dubbio, argomenta:

Argomento 1: Il Bellarmino comunque conclude che è certo che gli Apostoli ricevettero la potestà di giurisdizione immediatamente da Cristo (Gv 20,21, At 1,15-26; Gal 1,1), creati tali da Gesù (Lc 6,12-16; Gv 6,70) e da Lui destinatari della potestà di giurisdizione (1 Cor 5,1-13), tuttavia ciò non scalfisce minimamente il Primato di Pietro (De Romano Pontifice, t. I, lib. I, cap. XI, 334), mentre è altrettanto certo che, morti i primi Apostoli, i Vescovi ricevono la potestà di giurisdizione dal Papa, ciò viene confermato dall’analogia con AT: Pontefice nella Chiesa “eum locum habere, quem habuit Moyses in populo Judaeorum”. (Ivi. lib IV, cap. XXIV, 521);

24 Mosè dunque uscì e riferì al popolo le parole del Signore; radunò settanta uomini tra gli anziani del popolo e li pose intorno alla tenda del convegno. 25 Allora il Signore scese nella nube e gli parlò: prese lo spirito che era su di lui e lo infuse sui settanta anziani” (Numeri 11). Ricordando Sant’Agostino, il Bellarmino fa presente che il “prendere lo spirito” da Mosé non equivale a diminuirne la potestà.

Argomento 2: San Bellarmino, per confermare la necessità del primato di giurisdizione, quindi della netta differenza fra potere d’ordine e potere di giurisdizione, adduce anche la evidente motivazione detta “monarchica”, proprio per il fatto che nella Chiesa, società visibile e gerarchica fondata da Cristo con a capo Pietro, è certo che l’Autorità risiede in uno e “ad illo in alios derivatur; sic enim se habent omnes monarchiae” (Ibid.)

Argomento 3: Ricordando le quattro similitudini adoperate da san Cipriano, il Bellarmino paragona la Sede di Pietro alla testa, alle radici, alla fonte e al sole, paragone che evidenzia l’unità della Chiesa fondata “super unum Petrum” (Ivi. lib I, cap. XII, 339).

Argomento 4: “Nam si Deus immediate conferret episcopis jurisdictionem, omens episcopi heberent aequalem jurisdictionem, sicut habent aequaliter ordinis potestatem: Deus enim non determinavit unquam episcoporum jurisdictionem; at modo unus episcopus habet unum oppidum, alius centum oppida, alius multas provincias; non igitur a Deo, sed ab homine datur ejusmodi jurisdictio” (Ivi. lib IV, cap. XXIV, 521).

Argomento 5: Emerge dalla storia. Qualora i Vescovi avessero la potestà di giurisdizione direttamente da Cristo, il Pontefice non potrebbe privarli o mutarli, poiché diversamente agirebbe contro una disposizione divina, e dato che spesso ciò è accaduto, è più che evidente che i Vescovi ricevono il potere di giurisdizioneesclusivamente dal Papa e non direttamente da Cristo.

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Tempo fa “tradussi” e pubblicai su Radio Spada uno studio sulla “Necessità dell’infallibilità del Pontefice e sulla condanna della Collegialità” [4], breve approfondimento che possiamo adesso richiamare poiché ilLiguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, evidenziò in maniera ancora più chiara questa specifica necessità (Papa capo supremo, superiore anche al Concilio) che è riconducibile al Diritto divino.

in Verità della fede, parte III, cap. VIII, il Liguori scrive:

Niente ancora importa che ne’ secoli passati alcun pontefice sia stato illegittimamente eletto, o fraudolentemente siasi intruso nel pontificato; basta che poi sia stato accettato da tutta la chiesa come papa, attesoché per tale accettazione già si è renduto legittimo e vero pontefice. Ma se per qualche tempo non fosse stato veramente accettato universalmente dalla chiesa, in tal caso per quel tempo sarebbe vacata la sede pontificia, come vaca nella morte de’ pontefici. Così neppure importa che in caso di scisma siasi stato molto tempo nel dubbio chi fosse il vero pontefice; perché allora uno sarebbe stato il vero, benché non abbastanza conosciuto; e se niuno degli antipapi fosse stato vero, allora il pontificato sarebbe finalmente vacato.”

Nella versione del testo Verità della Fede, Volume primo, Giacinto Marietti, Torino, 1826, alla pagina 142, si leggono le parole del santo Dottore:

La seconda cosa certa si è, che quando in tempo di scisma si dubita, chi fosse il vero papa, in tal caso il concilio può esser convocato da’cardinali, e da’ vescovi; ed allora ciascuno degli eletti è tenuto di stare alla definizione del concilio, perchè allora si tiene come vacante la sede apostolica. E lo stesso sarebbe nel caso, che il papa cadesse notoriamente e pertinacemente in qualche eresia. Benché allora, come meglio dicono altri, non sarebbe il papa privato del pontificato [potestà di giurisdizione] dal concilio come suo superiore [difatti è inferiore], ma ne sarebbe spogliato immediatamente da Cristo, divenendo allora soggetto affatto inabile, e caduto dal suo officio.”

E’ di rilevanza notevole comprendere, quindi, l’indipendenza che c’è fra la potestà d’ordine e quella digiurisdizione, come è altrettanto necessario, per fede cattolica, accettare integralmente la dinamica monarchica nella successione di Pietro prima e nell’Episcopato poi, la sudditanza totale ed esclusiva al Pontefice. Cristo conferisce il potere di giurisdizione a Pietro, questi ai Vescovi. Non viceversa, né necessariamente in contemporanea all’Ordine episcopale.

Difatti, come feci già presente nello studio sulla “Perpetuità ed immutabilità della Chiesa” [5] il Barbierspecifica (Tesori di Cornelio ALapide, V. Chiesa):

La Chiesa cattolica, apostolica, romana rimase invariabile da Gesù Cristo in qua per la sua unità nella fede, nei sacramenti, nelle sue leggi, nel’ suo capo. Ella ha veduto succedersi alla sua testa una non interrotta genealogia di sommi Pontefici e di vescovi; noi ne siamo certi per le storie e per i monumenti autentici che ci notano la successione dei primi pastori non solamente di secolo in secolo, ma di anno in anno. E non importa se si è talvolta protratta per mesi ed anche per anni l’elezione di un nuovo Papa, o se sorsero antipapi; l’intervallo non distrugge la successione, perchè allora il clero ed il corpo dei vescovi sussiste tuttavia nella Chiesa, con intenzione di dare un successore al defunto Pontefice non appena le circostanze lo permettano.

Quindi chiara la distinzione: il papato “poggia” sulla giurisdizione e non sull’ordine.

In Denzinger (H2ba): “Il Papa ha ricevuto direttamente da Cristo l’intero suo potere giurisdizionale” [Lettera a Mekhithar, katholicos degli armeni, Clemente VI, Denz. 1054; Concilio di Costanza, contro John Wyclif, Denz. 1187; Pio VI, Exequendo nunc, Denz. 2592; Concilio Vaticano I, Pastor Aeternus, Denz. 3060, 3061; 3113] (I due ultimi documenti citati sono particolarmente chiari ed essenziali per contrastare ancora oggi le eresie Gallicane e della Collegialità).

Quanto alla potestà di giurisdizione nell’Episcopato, devo dire che il Denzinger (revisione Karl Rahner, “postconcilio”) diventa più confusionario, quasi poco chiaro (o ambiguo), o forse sono io che sono ignorante e non capisco. In questo contesto mi è stata molto utile la rivista teologica e di attualità Sodalitium che ha fugato ogni mio “dubbio”. Si legge …

La dottrina della Chiesa (cf can. 108 § 3 del CjC, 1917): “Per divina istituzione, la sacra gerarchia è composta, in ragione dell’ordine, di vescovi, sacerdoti e ministri; in ragione della giurisdizione del pontificato supremo e dell’episcopato subordinato”. Non a caso, questo canone non ha un canone corrispondente nel nuovo codice del 1983 di Giovanni Paolo II (aggiunge il redattore).

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Pare che con il Concilio Vaticano II (lo vedremo) questa regola di fede sia stata in qualche modo “innovata”. Secondo J. Ratzinger, la totale subordinazione dell’Episcopato al Pontefice quanto al potere di giurisdizione, quindi probabilmente l’Istituzione monarchica stessa, sarebbe un’aggiunta postuma di epoca medievale:

La Chiesa diventa per così dire la Chiesa particolare, propria dell’imperium germanico (…) La Chiesa è ora un apparato giuridico, un tessuto di leggi, di ordinamenti, di diritti da rivendicare, che in linea di principio sono caratteristici di qualsiasi società (…) l’Eucaristia stessa è spezzata in riti distinti (…)io credo che bisognerebbe avere l’onestà di riconoscere e vederela tentazione di Mammona nella storia della Chiesa e di vedere come realmente sia una potenza che ha agito in maniera deformante sulla Chiesa e sulla teologia e che le ha corrotte fino al loro centro più intimo: la separazione tra il ministero come diritto e il ministero come rito è stata mantenuta da rivendicazioni di prestigio e da preoccupazioni di sicurezza finanziaria ” [V. nota 3, p. 25 e 26; J. Ratzinger, Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia, 1986, pp. 147 – 150].

Nel 2005 Benedetto XVI, o chi per lui, sostituisce la tiara monarchica con la mitra nel suo stemma. GiàPaolo VI aveva venduto la sua tiara al cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, utilizzandone il ricavato per le missioni africane. L’uso del triregno è sostituito con quello della comune mitria.

Difatti in Lumen Gentium, al n° 21 del cap. III si legge:

Insegna quindi il Santo Concilio che con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamata sommo sacerdozio, somma del sacro ministero. La consacrazione episcopale conferisce pure, con l’ufficio di santificare, gli uffici di insegnare e governare, i quali però, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio”.

Ancora, Il canone 375 § 2 del nuovo Codice di Diritto Canonico, 1983, recita:

Con la stessa consacrazione episcopale i Vescovi ricevono, con l’ufficio di santificare, anche gli uffici di insegnare e governare, i quali tuttavia, per loro natura, non possono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col Capo e con le membra del Collegio”.

Ricordiamo che gli uffici di “governare ed insegnare” corrispondo alla potestà di giurisdizione, potere che viene conferito da Cristo al Pontefice, e dal Pontefice ai Vescovi, così come abbiamo studiato, e non “con la stessa consacrazione episcopale”, ma in momenti anche differenti ed i due poteri possono inoltre aversi indipendentemente.

Viene inserito inoltre il concetto di “Collegio” episcopale che era totalmente ignorato dal CjC del ’17. Il commentatore di Sodalitium fornisce un’analisi dettagliata e nutrita di note e citazioni, quindi rimando i lettori al testo per approfondimenti. Si riporta anche la dottrina di San Leone Magno e di S. Innocenzo I, che certo non erano “medievali germanici”, con espliciti riferimenti che meglio chiariscono i motivi per i quali “la giurisdizione dei Vescovi non viene direttamente da Dio con la consacrazione episcopale, ma mediatamente, tramite il Papa”.

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Pio VI nel Breve Deessemus: “ricordava al Vescovo ribelle di Mottola, Stefano Cortez (alias Ortiz), che la dignità episcopale quanto all’ordine, viene immediatamente da Dio, ma quanto alla giurisdizione viene dalla Sede Apostolica”. Contro il canonista massone Eybel, sempre Pio VI: “Da lui (il Romano Pontefice) gli stessi Vescovi ricevono la loro autorità, come egli ricevette da Dio il suo supremo potere”.

Non è mia intenzione duplicare, quindi credo che questo breve studio possa ritenersi concluso, non prima di ricordare al lettore che la medesima dottrina è stata sostenuta – come richiama nel dettaglio Sodalitium – da Papa Pio XII per ben tre volte: Mystici Corporis del 29 giugno 1943; Ad sinarum gentem del 7 ottobre 1954; Ad Apostolorum principis del 29 giugno 1958.

Differenza e totale indipendenza della potestà d’ordine e di quella di giurisdizione, che sono evidenti anche e anzitutto nella figura del Pontefice. Pio XII, difatti, ricorda che

Se un laico venisse eletto Papa, egli non potrebbe accettare l’elezione se non alla condizione di essere atto a ricevere l’ordinazione e disposto a farsi ordinare (…) Il potere di insegnare e di governare, come il carisma dell’infallibilità, gli sarà accordato all’istante della sua accettazione, anche prima dell’ordinazione”.

Daltronde senza questa distinzione oggettivamente essenziale, crollerebbe probabilmente l’edificio monarchico che è la Chiesa di Cristo; Leone XIII, Satis Cognitum:

Deve dunque Gesù Cristo aver preposto alla Chiesa un sommo reggitore a cui tutta la moltitudine dei cristiani sia sottomessa e obbedisca. (…) Quale sia poi questo potere, a cui debbono tutti i cristiani debbono obbedire, non si può altrimenti determinare che dopo aver esaminata e conosciuta la volontà di Cristo. (…) prima di privare la Chiesa della sua corporale presenza gli fu necessario destinare qualcuno che in suo luogo ne avesse cura. Quindi disse a Pietro prima dell’ascensione: pasci le mie pecore. Gesù Cristo quindi diede alla Chiesa per sommo reggitore Pietro (…). E infatti fece quell’insigne promessa a Pietro, e a nessun altro: Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa (Mt 16, 18).

Credo che la vicenda della ribellione olandese, primo dei tanti esempi che oggi è possibile citare, sia diretta conseguenza della Collegialità molto prossima all’Episcopalismo; demolita la struttura monarchica della Chiesa, annientata la tiara, creduto il Primato di Pietro quale di “mero onore“, quindi minato il DOGMA, i frutti non possono essere altro che satanici, di odio, di separazione, di scisma e di perdizione. Ripeto, mi permetto esclusivamente di ipotizzare, nulla di più (non voglio sconfinare oltre i miei doveri ed inoltre credo di non averne neanche le competenze) …

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

Note:

[1] http://radiospada.org/2013/08/sulla-necessita-dellinfallibilita-del-pontefice-e-sulla-condanna-della-collegialita/

[2] http://radiospada.org/2013/07/j-ratzinger-e-il-primato-di-pietro/

[3] Sodalitium, anno XXII, n°1, Febbraio 2006, p. 24

[4] http://radiospada.org/2013/08/sulla-necessita-dellinfallibilita-del-pontefice-e-sulla-condanna-della-collegialita/

http://radiospada.org/2013/06/linfallibilita-della-chiesa-e-del-papa-magistero-universale-e-ordinario/

[5] http://radiospada.org/2013/09/sulla-perpetuita-ed-invariabilita-della-chiesa-anche-in-caso-di-sede-vacante/

Bibliografia:

Marek Sygut, Natura e origine della potestà dei Vescovi nel Concilio di Trento e nella dottrina successiva (1545 – 1869), Pontificia Università Gregoriana, Roma, 1998 (RICERCA MOLTO UTILE, FONTE PRINCIPALE del mio studio)

P. Ballerini, Apologia sulla infallibilità pontificia, Francesco Bernardi, Verona, 1829, con Imprimatur

Ab. Barbier, I Tesori di Cornelio ALapide, ver. italiana a cura del sac. Giulio Albera, Vol. 1, Società Editrice Internazionale, 1948, con lettera introduttiva a nome di SS. Papa Pio IX

Sant’Alfonso Maria de Liguori, Verità della Fede, Storie delle eresie, Varie edizioni

Il romano pontefice vero vescovo di tutta la Chiesa universale di Gesù Cristo, trattato teologico, Poggioli, Roma, 1803, con approvazione

Sodalitium, anno XXII, n°1, Febbraio 2006

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Bergoglio: “Aprirsi alla modernità è un dovere della Chiesa….Sono un anticlericale!”

BERGOGLIO: “RIPARTIRE DAL CONCILIO E APRIRE ALLA CULTURA MODERNA. APRIRSI ALLA MODERNITA’ E’ UN DOVERE PER LA CHIESA. LA CURIA ROMANA E’ TROPPO VATICANO-CENTRICA. SONO UN ANTICLERICALE”!!!
“I Capi della Chiesa sono spesso stati narcisisti, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del Papato. La Curia ha un difetto: è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda”
”Quando ho di fronte un clericale, divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo”.
“I più gravi dei mali che affliggono il mondo sono la DISOCCUPAZIONE DEI GIOVANI e la SOLITUDINE DEI VECCHI”.
“La Chiesa si senta ‘responsabile sia delle anime sia dei corpi. Per il pontefice i giovani senza lavoro e gli anziani lasciati soli sono il problema ‘più urgente e ‘più drammatico che la Chiesa ha davanti, anzi, sono i più gravi dei mali del mondo in questi anni.”

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=182030

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LA DECADENZA DELLA CRISTIANITÀ FISSATA DALL’ABIURA DEL CLERO

clip_image001[1]L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Ad ogni momento sembra spuntare una nuova grande crisi in Italia e nel mondo.

Eppure è sempre la stessa crisi dell’uomo occidentale ex-cristiano nella sua apostasia.

Essa si allarga, indicando ai veri cristiani che ogni nuovo crollo non può che essere legato alla stessa agonia del Cristianesimo per opera della Rivoluzione. Questo il nome del processo innescato dall’Avversario di Dio e dell’uomo, che è giunto a eleggere i suoi illuminati nella sede di Roma.

Il Papa Pio XII descriveva il processo rivoluzionario in questi termini:

Noi ben sappiamo quali minacciose nubi si addensano sul mondo, e solo il Signore Gesù conosce la Nostra continua trepidazione per la sorte di una umanità, di cui Egli, Supremo Pastore invisibile, volle che Noi fossimo visibile padre e maestro. Essa intanto procede per un cammino che ogni giorno si manifesta più arduo, mentre sembrerebbe che i mezzi portentosi della scienza dovessero, non diciamo «cospargerlo di fiori», ma almeno diminuire, se non addirittura estirpare, la congerie di triboli e di spine che lo ingombrano… Oh, non chiedeteCi qual è il «nemico», né quali vesti indossi. Esso si trova dappertutto e in mezzo a tutti; sa essere violento e subdolo. In questi ultimi secoli ha tentato di operare la disgregazione intellettuale, morale, sociale dell’unità nell’organismo misterioso di Cristo. Ha voluto la natura senza la grazia; la ragione senza la fede; la libertà senza l’autorità; talvolta l’autorità senza la libertà. È un «nemico» divenuto sempre più concreto, con una spregiudicatezza che lascia ancora attoniti: Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato. Ed ecco il tentativo di edificare la struttura del mondo sopra fondamenti che Noi non esitiamo ad additare come principali responsabili della minaccia che incombe sulla umanità: un’economia senza Dio, un diritto senza Dio, una politica senza Dio. Il «nemico» si è adoperato e si adopera perché Cristo sia un estraneo nelle Università, nella scuola, nella famiglia, nell’amministrazione della giustizia, nell’attività legislativa, nel consesso delle nazioni, là ove si determina la pace o la guerra. Esso sta corrompendo il mondo con una stampa e con spettacoli, che uccidono il pudore nei giovani e nelle fanciulle e distruggono l’amore fra gli sposi; inculca un nazionalismo che conduce alla guerra. Voi vedete, diletti figli, che non è Attila a premere alle porte di Roma; voi comprendete che sarebbe vano, oggi, chiedere al Papa di muoversi e andargli incontro per fermarlo e impedirgli di seminare la rovina e la morte. Il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare nell’ovile per rapire e disperdere il gregge (cfr. Io. 10, 12). (*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 12-X-52)

Quale veste ha indossato ultimamente questo «nemico» modernista?

Si può pensare che Pio XII lasciando chiaro che ; «il Papa deve, al suo posto, incessantemente vigilare e pregare e prodigarsi, affinché il lupo non finisca col penetrare nell’ovile per rapire e disperdere il gregge», temeva la «scalata» che stava per rovinare la Chiesa e la Cristianità dopo di lui? Sì, perché morto nel 1958 è stato rimpiazzato da Roncalli che ha aperto porte e finestre della Chiesa proprio all’aria fetida che promanava dall’opera di quel «nemico». Basterebbe ricordare nel piano politico il suo «patto scellerato» col potere comunista mondiale, già iniziato dal suo comparsa Montini (come descritto nel mio libro del 2010 di «breve» pubblicazione Christus Rex (?) «Giovanni XXIII, un enigma epocale, presentato da Franco Bellegrandi»).

Tale veste pontificale è stata poi indossata da Montini, divenuto Paolo 6º nell’onda di quelle aperture al culto dell’uomo nel mondo, all’ONU, alle Logge, agli Ebrei e ad ogni guerriglia armata o culturale.

L’apertura agli «opposti» è continuata poi seguendo la formazione antroposofica rapsodica del polacco Wojtyla, che aprì lo stesso concetto di «redenzione» a tutti, anche a quanti non ne volevano sapere, poiché Dio si sarebbe incarnato – in un certo modo – in tutti gli uomini (vedi «La strana teologia di Giovanni Paolo II», J. Dormann ; 1987). Quindi… seguì l’apertura a tutte le religioni ad Assisi!

In seguito fu eletto il sofisticato teologo luterano-illuminista, che da consulente conciliare era riuscito ad introdurre quel famigerato «subsistit in» per cui la Chiesa Cattolica veniva ridotta a ramo di quel grande albero massonico della «religione più universale». Lui non ha baciato il Corano come il predecessore, ma ha elargito altri baci agli ebrei e mussulmani fino alla spossatezza, quando ha passato la mano a Jorge Mario Bergoglio. Costui, che si dice Francesco, è davvero impegnato a baciare grandi nuove aperture programmate al bacio finale. Intanto rappresenta, più che un pontefice, l’esemplare dell’uomo dalla coscienza rinnovata dalla gran rivoluzione culturale del dialogo e della tolleranza insuperabile e irreversibile Vaticano 2º. E mentre Bergoglio lo predica a Roma il cardinale Burke in America biasima proprio questo rischio.

Così si capisce il terribile commento di San Tommaso alla IIª Epistola ai Tessalonicesi, per cui la grande apostasia avverrà nella chiesa che riceve l’Anticristo a braccia aperte.

L’occupazione del Soglio di Pietro da parte di un falso cristo

Si tratta di capire dalla persona stessa quale il suo pensiero, così come, dai documenti del Vaticano 2º si può capire che essi rappresentano una tacita rinuncia alla Fede cattolica, come insegnata da 260 Papi e da 20 Concili ecumenici.

Qui seguiremmo la recente intervista di Bergoglio attraverso una nostra recensione della breve analisi di LouieVerrecchio** in «An X-Ray of Francis’ Interview», pubblicato da «Tradition in Action», che, dalle sue parole, ne deduce il suo programma.

Ciò servirà, più che ad approfondire le idee pellegrine di un simulacro papale, a capire quel che rappresenta, cioè il pensiero decadente dell’uomo contemporaneo irretito da tutti i miasmi di una grande decadenza culturale e religiosa di marchio ecumenista.

1- Francesco si confessa: a disaggio nell’esercizio dell’autorità (non è mai stato di destra, cioè, lo spaventano le naturali gerarchie e la necessaria autorità!) ;

2- come conseguenza vuole aprire all’invenzione conciliare della «collegialità» (che ripiega su un democratismo caotico aperto alle rivoluzioni);

3- confessa che assumere l’autorità di Cristo come Pontefice romano urta, più che con la sua indole, con la sua «ecclesiologia conciliare»;

4- perciò vive il dilemma della dicotomia tra ortodossia e ortoprassi; tra fede e pratica; tra dottrina e spiritualità;

5- sembra voler anticipare una visione di «chiesa» ancora non «sperimentata» nel sentimento delle grandi masse;

6- come i predecessori, non intende che la realtà (il fumo di Satana e la vistosa auto-demolizione clericale, interferisca nelle sue assolute certezze, riposte nel Vaticano 2º!;

7- perciò la sua determinazione a lodarlo e trattarlo come se fosse il sunto della vera dottrina, per cui è ostile a quanti osano vedere il contrasto delle disastrose innovazioni causate da esso, prima di tutto nella Liturgia, poi nella Dottrina di sempre;

8- quindi la sua aperta ostilità verso i Cattolici tradizionali risale a questa sua radicale «ecclesiologia conciliare»;

9- Ecco che Bergoglio dimostra di credere che l’insegnamento cattolico va adeguato alla vita del mondo e non il contrario, inoltre, che la Chiesa non deve formare l’uomo, ma piuttosto il contrario e cioè che l’uomo forma l’insegnamento della Chiesa;

10- Per finire dimostra tutto il suo modernismo col reinterpretare San Vincenzo di Lerino sulla continuità dottrinale, accusata di formare un blocco, una verità piena, il che considera sbagliato, rivelando così il pensiero spiccatamente modernista accusato nella «Pascendi» e formulato nella professione di fede che è un voto solenne.

Giuramento antimodernista:

«Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c’è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l’abilità e l’ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli.
Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli, non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa. Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell’insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.

Evidentemente Jorge Mario Bergoglio non vuole né può onestamente pronunciare questo voto e nemmeno quello del Papa eletto per la continuità della Chiesa.

La sua «strategia popolaresca» fa leva proprio sul sentimentalismo pauperista più decadente, che non ha niente da spartire con la Fede nella Religione dei Santi e dei Martiri imitatori di Gesù Cristo. Quel che vuole è rappresentare «l’uomo nuovo» della Rivoluzione conciliare.

Siamo dunque al «culto dell’uomo» che occupa il Luogo Santo di Dio per assumere l’Autorità divina dopo aver superato l’ostacolo del «katéchon»;

e il Papato che si oppone all’avanzata dell’apostasia generale, gran levatrice del potere dell’Anticristo, è «liquidato» dalle parole buoniste, per meglio sedurre, di chi indossa le vesti del dolce Gesù in terra, ma è avverso alla Verità che Lui ci ha trasmesso.

Noi di certo preferiamo tornare alle parole di speranza dell’ultimo Papa cattolico:

Allora, mentre gli empi continuano a diffondere i germi dell’odio, mentre gridano ancora: «Non vogliamo che Gesù regni sopra di noi»: « nolumus hunc regnare super nos » (Luc. 19, 15), un altro canto si leverà, canto di amore e di liberazione, spirante fermezza e coraggio. Esso si leverà nei campi e nelle officine, nelle case e nelle strade, nei parlamenti e nei tribunali, nelle famiglie e nella scuola… Portate dappertutto la vostra azione illuminatrice e vivificatrice. E sia il vostro canto un canto di certezza e di vittoria. Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 12-X-52
Quattordicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1952 – 1° marzo 1953, pp. 357 – 362
Tipografia Poliglotta Vaticana

** Louie Verrecchio is an author, columnist and speaker living and working in the Archdiocese of Baltimore, MD. The Founder and President of Salve Regina Publications, he is one of Catholic News Agency’s longest running columnists (since April 2009).

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“MONSIGNOR LEFEBVRE. UN VESCOVO NELLA TEMPESTA”. UN FILM-DOCUMENTARIO DA NON PERDERE

http://www.gloria.tv/?media=389307

di Cristina Siccardi

Nessuno può negare, oggi, la crisi della Fede, nessuno, oggi, può negare la crisi della Chiesa. Benedetto XVI lo ripete insistentemente: «relativismo», «deserto», «secolarizzazione»… anche i fedeli se ne avvedono, molto più dei loro stessi Vescovi. Ci fu un Vescovo, però, che, in mezzo al trionfalistico entusiasmo dei lavori del Concilio Vaticano II, comprese che troppi rivolgimenti pastorali nella Chiesa avrebbero creato conseguenze negative; comprese che molti uomini di Chiesa avrebbero servito più il mondo che le anime; che cambiando linguaggio nella trasmissione delle verità di Fede si sarebbe spostata l’attenzione su altre pseudo-verità; che studiando su testi di teologi all’ “avanguardia” la maggior parte del clero avrebbe smarrito la direzione del Credo e la propria identità; comprese che togliendo la sacralità liturgica e artistica delle chiese si sarebbe tolta la sacralità dalla vita delle persone. Questo Vescovo fu Marcel Lefebvre (1905-1991) e, a distanza di 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II (1962-2012), nell’Anno della Fede, esce un Film-documentario che propone il profilo di un Pastore di Santa Romana Chiesa che lottò per la Sposa di Cristo e fu disposto a pagare un prezzo pesantissimo pur di tenere accesa la fiamma della Fede, della Santa Messa di sempre, della Tradizione.

Per realizzare l’opera Monsignor Lefebvre. Un vescovo nella tempesta, Film prodotto da l’Association pour la Défense du Patrimoine chrétien, il regista Jacques-Régis du Cray ha impiegato quasi tre anni di lavoro: sono presenti 32 testimoni, sono stati utilizzati documenti inediti, trovati in numerosi archivi audiovisivi e sono state compiute riprese in Africa, in America, in Europa.

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Passaggio di un’omelia di Mons. Lefebvre registratata il 4 Ottobre 1987.
Il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, parlando dell’allora card. Ratzinger, dice chiaramente che con lui non si sarebbe mai potuti arrivare ad un accordo, perché Ratzinger lavorava per la SCRISTIANIZZAZIONE della Chiesa.

Con questo si smentisce anche chi, fra gli eredi di Lefebvre dicono che queste frasi, il loro fondatore, non le abbia mai pronunciate.

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Intervista proibita a Mons. Lefebvre

Segnalazione di Luciano Gallina

Introduzione: La seguente intervista con l’Arcivescovo sarebbe stata pubblicata nel 1978 dalla Catholic Press se la Conferenza Americana dei Vescovi cattolici non avesse minacciato l’editore della pubblicazione con scomunica e l’estinzione virtuale della pubblicazione stessa se l’intervista fosse stata pubblicata… Di fatto, i vescovi ordinarono che nessuna testata cattolica pubblicasse questa intervista con l’Arcivescovo Lefebvre. (Un sentito ringraziamento a “SPL”, 300 Independence Ave., S.E., Washington, D.C. 20003) – Intervista: Lei ha dibattuto e preso parte alle deliberazioni del Concilio Vaticano II, vero? Sì. Non firmò e non accettò le decisioni di questo Concilio? No. Innanzitutto io non ho firmato tutti i documenti del Vaticano II a causa degli ultimi due atti. Il primo, riguardo la “Religione e Libertà” [“La libertà religiosa” (Dich. Conc. «Dignitatis Humanae») – n.d.t. ] non l’ho firmato. neppure l’altro, quello de “La Chiesa nel mondo contemporaneo”, ho firmato. Questo secondo documento è, secondo la mia opinione, il più ispirato da modernismo e liberalismo.

Lei è noto non solo per non firmare i documenti, ma anche per opporvisi pubblicamente?

Sì. In un libro che ho pubblicato in Francia accuso il Concilio di errore su queste risoluzioni, e ho fornito tutti i documenti con i quali attacco la posizione del Concilio, principalmente le due risoluzioni sulle questioni della libertà religiosa e de “La Chiesa nel mondo contemporaneo” [Costituz. Conc. «Gaudium et Spes» – n.d.t. ]

Perché lei è contro queste deliberazioni?

Perché queste due decisioni sono ispirate da una ideologia liberale tale e quale ce la descrissero i papi di sempre, sarebbe a dire, una libertà religiosa così come intesa e promossa dai Massoni, gli umanisti, i modernisti e i liberali.

Cosa obietta loro?

Questa ideologia dice che tutte le culture sono uguali, tutte le religioni sono uguali, che non c’è una sola vera fede. Tutto ciò conduce quell’abuso ed errore che è la libertà di pensiero. Tutti questi errori sulla libertà, che sono stati condannati in tutti i secoli da tutti i papi, ora sono stati accettati dal Concilio Vaticano II.

Chi pose queste particolari decisioni all’ordine del giorno?

Credo ci fossero dei cardinali, assistiti da esperti teologici, che aderivano alle idee liberali.

Chi, per esempio?

Il Cardinale [Giuseppe] Frings dalla Germania, il Cardinale [Franz] Koenig [dall’Austria]. Questi personaggi si erano già riuniti e avevano già discusso queste risoluzioni prima del Concilio, e il loro preciso scopo era quello di fare un compromesso col mondo secolare, di introdurre le idee illuministe e moderniste nella dottrina della Chiesa.

C’erano dei Cardinali americani che sostenevano queste idee e risoluzioni?

Non ricordo ora i loro nomi, ma ce n’erano alcuni. Comunque, una forza trainante a favore di queste risoluzioni fu Padre John Courtney Murray.

Che ruolo ha avuto?

Ha svolto un ruolo molto attivo nel corso di tutte le deliberazioni e la redazione di questi documenti.

Lei fece presente al Papa [Paolo VI] la Sua preoccupazione ed inquietudine riguardo tali risoluzioni?

Io ho parlato al Papa. Ho parlato al Concilio. Ho fatto tre interventi pubblici, due dei quali depositati presso la segreteria. C’erano perciò cinque interventi contro queste decisioni del Vaticano II. Infatti, l’opposizione condotta contro queste decisioni fu tale che il Papa tentò di istituire una commissione allo scopo di conciliare le parti opposte all’interno del Concilio. Ne dovevano far parte tre membri, uno dei quali ero io. Quando i cardinali liberali videro che il mio nome era in questa commissione, andarono a trovare il Santo Padre e gli dissero senza mezzi termini che non avrebbero accettato questa commissione e che non avrebbero accettato la mia presenza in questa commissione. La pressione sul Papa fu tale che egli rinunciò all’idea. Io ho fatto tutto ciò che potevo per fermare queste decisioni, che giudico contrarie e distruttive della Fede cattolica. Il Concilio fu convocato legittimamente, ma allo scopo di diffondere tutte queste idee.

Ci furono altri Cardinali che La sostennero?

Sì. C’era Cardinale [Ernesto] Ruffini [di Palermo], il Cardinale [Giuseppe] Siri [di Genova] e il Cardinale [Antonio] Caggiano [di Buenos Aires].

Ci furono dei vescovi che La sostennero?

Sì. Molti vescovi sostennero la mia posizione.

Quanti vescovi?

Ci furono più di 250 vescovi. Costoro si erano anche costituiti in un gruppo allo scopo di difendere la vera Fede cattolica.

Cosa ne è stato di tutti questi sostenitori?

Alcuni sono morti; altri sono sparsi per il mondo; molti ancora mi sostengono nei loro cuori, ma hanno paura di perdere una posizione che pensano possa essere utile in un secondo momento.

Qualcuno La sta sostenendo oggi [1978]?

Sì. Per esempio, il Vescovo Pintonello dall’Italia, il Vescovo De Castro Mayer dal Brasile. Molti altri vescovi e cardinali spesso mi contattano per esprimermi il loro appoggio, ma al momento desiderano rimanere anonimi.

Per quanto riguarda quei vescovi che non sono liberali, ma Le si oppongono e La criticano?

La loro opposizione è basata su un’idea imprecisa sull’obbedienza al papa. È, forse, un’obbedienza in buona fede, che potrebbe essere riconducibile all’obbedienza degli ultramontani del secolo scorso, obbedienza che allora era buona perché i papi erano buoni. Tuttavia oggi è un’obbedienza cieca che ha poco a che fare con la pratica e l’adesione alla vera Fede cattolica. In questo momento è importante ricordare ai cattolici di tutto il mondo che l’obbedienza al papa non è una virtù primaria. La gerarchia delle virtù parte dalle tre virtù teologali di Fede, Speranza e Carità, seguite dalle quattro virtù cardinali di Giustizia, Temperanza, Prudenza e Fortezza. L’obbedienza è un derivato della virtù cardinale della Giustizia. Perciò è ben lungi dall’essere classificata prima nella gerarchia delle virtù. Alcuni vescovi non vogliono dare la minima impressione di disobbedire al Santo Padre. Io capisco come si sentono. E’ chiaro che sia molto spiacevole, se non molto doloroso.

Suppone che il Santo Padre accetti queste particolari idee?

Sì. Le accetta. Ma non è solo il Santo Padre. È una tendenza generale. Le ho menzionato alcuni cardinali coinvolti in queste idee. Più di un secolo fa, società segrete, Illuminati, umanisti, modernisti e altri, di cui noi ora abbiamo tutti i testi e le prove, si stavano preparando per un Concilio Vaticano in cui avrebbero infiltrato le loro proprie idee per una chiesa umanista.

Crede che alcuni cardinali potrebbero essere stati membri di tali società segrete?

Non è una questione molto importante, in questo momento, se lo sono stati o no. Quello che è importante e grave è che, a tutti gli effetti, essi agiscono come se fossero emissari o servitori di società umaniste segrete.

Secondo lei questi cardinali hanno aderito deliberatamente a tali idee o vi erano inclinati da informazioni sbagliate o furono imbrogliati o un insieme di tutto ciò?

Io penso che le idee umaniste e liberali si diffusero in tutto il XIX e XX secolo. Queste idee secolari furono propagate dappertutto, nei governi come nella chiese. Queste idee sono penetrate nei seminari e in tutta la Chiesa, e oggi la Chiesa si sveglia trovandosi in una camicia di forza liberale. Questo è il motivo per cui s’incontra l’influenza liberale, che è penetrata in tutti gli strati della vita secolare nel corso degli ultimi due secoli, fin dentro la Chiesa. Il Concilio Vaticano II fu pianificato dai liberali; era un concilio liberale; il Papa è un liberale e quelli che lo circondano sono liberali.

Sta dicendo che il Papa è un liberale?

Il Papa non ha mai negato di essere un liberale.

Quando il Papa ha detto di essere un liberale?

Il Papa ha affermato in molte occasioni di essere favorevole alle idee moderniste, favorevole a un compromesso con il mondo. Secondo le sue stesse parole, è stato necessario “gettare un ponte tra la Chiesa e il mondo secolare”. Il Papa ha detto che era necessario accettare le idee umaniste, che era necessario discutere tali idee; che era necessario dialogare. In questo momento è importante ricordare che il dialogo è contrario alla dottrina della Fede cattolica. Il dialogo presuppone l‘incontro di due parti uguali e opposte; perciò, in nessun modo [il dialogo] potrebbe avere qualcosa a che fare con la Fede cattolica. Noi crediamo ed accettiamo la nostra fede come l’unica vera Fede nel mondo. Tutta questa confusione porta a compromessi che distruggono la dottrina della Chiesa, per la disgrazia dell’umanità e della Chiesa stessa.

Lei ha affermato di conoscere la ragione odierna del calo di frequentazione della chiesa e della mancanza di interesse verso la Chiesa, che, in base a quanto riferito, Lei attribuisce alle decisioni del Vaticano II. Giusto?

Non direi che il Vaticano II avrebbe prevenuto quello che sta accadendo nella Chiesa oggi. Le idee moderniste sono penetrate dappertutto per molto tempo e ciò non è stato un bene per la Chiesa. Ma il fatto è che alcuni membri del clero hanno professato tali idee, vale a dire idee di libertà adulterata, in questo caso, permissivismo. L’idea che tutte le verità sono uguali, tutte le religioni sono uguali, di conseguenza tutte le morali hanno pari dignità, che ogni coscienza è a modo suo valida, che ognuno può giudicare teologicamente quello che può fare, tutte queste sono idee umaniste di lassismo totale senza alcuna disciplina di pensiero, che conducono alla posizione che ognuno può fare come vuole. Tutto ciò è assolutamente contrario alla nostra Fede cattolica.

Lei ha detto che la maggior parte di questi consiglieri teologici ed esperti fingono soltanto di rappresentare la maggioranza del popolo, che in realtà il popolo non è realmente rappresentato da questi teologi liberali. Potrebbe spiegare?

Con “maggioranza del popolo” intendo tutte le persone che lavorano onestamente per vivere. Voglio dire le persone coi piedi per terra, le persone di buon senso a contatto col mondo reale, il mondo durevole. Costoro sono la maggioranza delle persone, che preferiscono le tradizioni e l’ordine al caos. C’è un movimento di tutte queste persone in tutto il mondo, che sta lentamente coagulandosi in opposizione totale a tutti i cambiamenti che sono stati fatti in nome loro, alla loro religione. Queste persone di buona volontà sono state così traumatizzate da questi cambiamenti drammatici che ora sono riluttanti a frequentare la chiesa. Quando vanno in una chiesa modernista, essi non trovano il sacro, il carattere mistico della Chiesa, tutto ciò che è veramente divino. Ciò che conduce a Dio è divino e loro non incontrano più Dio in queste chiese.

Perché dovrebbero recarsi in un luogo dove Dio è assente?

I fedeli percepiscono ciò molto bene e i cardinali liberali e i loro consulenti hanno seriamente sottovalutato la lealtà della maggioranza dei fedeli alla loro vera Fede. Come [altro] si può spiegare che, non appena apriamo una cappella o una chiesa tradizionale, la gente accorre da ogni dove? Abbiamo solo posti in piedi. Le Messe si succedono tutto il giorno per far partecipare tutti i fedeli. Perché? Perché essi ritrovano ciò di cui hanno bisogno: il sacro, il mistico, il rispetto per il sacro. Per esempio, ho assistito in aeroporto a questa scena: diverse persone che non erano lì per incontrare me, accostarsi ai sacerdoti che erano lì per me, stringer loro la mano, ed erano estranei totali! Perché? Perché quando le persone trovano un prete, un vero prete, un prete che si comporta come prete, che veste come un prete, immediatamente sono attirate da lui e lo seguono. Questo accade qui negli Stati Uniti, accade in Europa e dappertutto nel mondo. Gente in strada che va a salutare un sacerdote; vengono dal nulla solo per congratularsi con lui e dirgli come sono contenti di vedere un vero e proprio sacerdote, come sono contenti che ci siano ancora dei preti.

Sta dicendo che l’abito e la tonaca fanno la differenza nella qualità del prete?

Tonache e abbigliamento sono, ovviamente, solo un simbolo, ma è da ciò che questo simbolo rappresenta che le persone sono attirate, non, ovviamente, il simbolo stesso.

Perché voi date tanta importanza ai rituali della Messa Tridentina?

Noi certamente non insistiamo sui rituali solo per motivi di rituale, ma soltanto come simbolo della nostra fede. In tale contesto siamo convinti che sono importanti. Comunque è la sostanza e non i riti della Messa Tridentina che sono stati rimossi (n.d.r.: il Papa Paolo VI, non appena promulgò la nuova Messa, ammise che la Messa tridentina risale al quinto secolo ed oltre, e ha nutrito la fede di innumerevoli santi).

Potrebbe essere più specifico?

Le nuove preghiere dell’Offertorio non esprimono la nozione cattolica del sacrificio. Esse esprimono semplicemente il concetto di una mera condivisione del pane e del vino. Per esempio, la Messa tridentina indirizza a Dio la preghiera: “Accetta, o Padre santo, onnipotente ed eterno Dio, questa Vittima Immacolata che il tuo indegno servitore offre a Te, Dio mio vivo e vero, per fare ammenda dei miei innumerevoli peccati, offese e negligenze”. Dice la nuova Messa: “Noi offriamo questo pane come il pane della vita”. Non c’è nessuna menzione del sacrificio o della vittima. Questo testo è vago e impreciso, si presta all’ambiguità ed è stato pensato perché fosse accettabile per i protestanti. E’, tuttavia, inaccettabile per la vera Fede e la dottrina cattolica. La sostanza è stata cambiata in favore dell’accomodazione e del compromesso.

Perché dà tanta importanza alla Messa latina piuttosto che alla Massa in vernacolo approvata dal Concilio Vaticano II?

Da un lato, questa domanda sul latino nella Messa è una questione secondaria, sotto alcuni punti di vista. Ma da un altro aspetto è una domanda molto importante. È importante perché è un modo per fissare il linguaggio della nostra Fede, il dogma cattolico e la dottrina. È un modo per non cambiare la nostra Fede, perché nelle traduzioni che toccano le parole latine, non si rendono esattamente le verità della nostra Fede, così come espressa ed incarnata nel latino. È davvero molto pericoloso, perché poco a poco si può perdere la Fede stessa. Queste traduzioni non riflettono le parole esatte della Consacrazione. Queste parole risultano cambiate in lingua volgare.

Potrebbe farmi un esempio?

Sì. Per esempio, in lingua volgare si dice che il Preziosissimo Sangue è stato versato “per tutti”, quando nel testo latino (anche l’ultimo testo latino riveduto) si dice che il Preziosissimo Sangue è “per molti” e non “per tutti”. Tutti è certamente diverso da molti. Questo è solo un piccolo esempio che dimostra le imprecisioni delle traduzioni attuali (n.d.r.: molti papi hanno spiegato la differenza di dottrina: “per tutti” significa la sufficienza del Sangue di Cristo per salvare tutti, ma nell’Ultima Cena Egli scelse a buon ragione di dire “per molti”, riferendosi all’efficienza del Suo Sangue Prezioso che, attraverso la Messa, davvero salverà molti, non tutti. Cfr. Catechismo del Concilio di Trento).

Potrebbe citare una traduzione che contraddica effettivamente il dogma cattolico?

Sì. Per esempio, nel testo latino la Vergine Maria è chiamata “Semper Virgo”, “Sempre Vergine”. In tutte le traduzioni moderne la parola “sempre” è stata eliminata. Questo è molto grave, perché c’è una grande differenza tra “Vergine” e “Sempre Vergine”. È molto pericoloso manomettere traduzioni di questo tipo. Il latino è anche importante per mantenere l’unità della Chiesa, perché quando si viaggia, e le persone viaggiano sempre più all’estero oggigiorno, è importante per loro trovare la stessa eco che essi hanno sentito da un sacerdote a casa, sia negli Stati Uniti, Sud America, Europa, o qualsiasi altra parte del mondo. Essi sono a casa in qualsiasi chiesa (cattolica). È la loro Massa cattolica che si sta celebrando. Essi hanno sempre sentito le parole latine sin dall’infanzia, i loro genitori prima di loro sempre e i loro nonni prima di loro. Si tratta di un marchio che identifica la loro Fede. Ora, quando vanno in una chiesa straniera, essi non capiscono una parola. Gli stranieri che vengono qui non capiscono una parola. Qual è il vantaggio di andare ad una Messa in inglese, italiano o spagnolo se nessuno può capire una parola?

Ma la maggior parte di queste persone non capirebbero ancor meno il latino? Qual è la differenza?

La differenza è che il latino della Messa cattolica è sempre stato insegnato tramite l’istruzione religiosa sin dall’infanzia. Sono usciti vari libri sull’argomento. È stato insegnato nel corso dei secoli; non è difficile da ricordare. Il latino è un’espressione esatta che è stata familiare a generazioni di cattolici. Ogni qualvolta si ritrova il latino in una chiesa, immediatamente si crea l’atmosfera corretta per l’adorazione di Dio. Esso è la lingua distintiva della fede cattolica, che unisce tutti i cattolici del mondo, al di là della loro lingua nazionale. Essi non sono disorientati o confusi. Dicono: “Questa è la mia Messa, è la Messa dei miei genitori, è la Messa da seguire, è la Messa di Nostro Signore Gesù Cristo, è la Messa eterna ed immutabile”. Perciò dal punto di vista dell’unità, è un collegamento simbolico molto importante; è un segno d’identità per tutti i cattolici. Ma si tratta di qualcosa di più profondo di un semplice cambio di lingua. Nello spirito dell’ecumenismo, è un tentativo di creare un riavvicinamento (n.d.r.: un’unione compromettente ed indegna) con i protestanti.

Che prove ha di ciò?

È piuttosto evidente, perché c’erano cinque protestanti (n.d.r.: effettivamente sei ministri) che assistettero alla riforma della nostra Liturgia. L’Arcivescovo di Cincinnati, che era presente durante questi lavori, ha detto che non solo questi cinque protestanti erano presenti, ma anche che essi presero una parte molto attiva nei dibattiti e parteciparono direttamente alla riforma della nostra Liturgia.

Chi erano questi protestanti?

Erano ministri protestanti rappresentanti di sette protestanti diverse, i quali furono chiamati da Roma per partecipare alla riforma della nostra Liturgia, il che dimostra chiaramente che vi è stata un’intenzione volontaria in tutto ciò. Essi erano il Dott. George, Canon Jasper, il Dott. Sheperd, il Dott. Smith, il Dott. Koneth e il Dott. Thurian. Mons. Bugnini (n.d.r.: il principale autore della nuova Messa) non nascose questo intento. Egli lo esternò molto chiaramente. Disse: “Noi faremo una Messa ecumenica, così come abbiamo fatto una Bibbia Ecumenica”. Tutti ciò è molto pericoloso perché è la nostra Fede che viene attaccata. Quando un protestante celebra la stessa Messa come facciamo noi, lui interpreta il testo in un modo diverso, perché la sua fede è diversa. Perciò, è una Messa ambigua. È una Messa equivoca. Non è più una Messa cattolica.

A quale Bibbia ecumenica si sta riferendo?

C’è una Bibbia ecumenica fatta due o tre anni fa che è stata riconosciuta da molti vescovi. Io non so se il Vaticano l’abbia approvata pubblicamente, ma certamente non l’ ha soppressa, perché si usa in molte diocesi. Per esempio, due settimane fa il Vescovo di Friburgo, in Svizzera, ha avuto pastori protestanti che hanno spiegato questa Bibbia ecumenica a tutti i bambini delle scuole cattoliche. Queste lezioni erano le stesse per cattolici e protestanti. Cosa ha a che fare questa Bibbia ecumenica con la Parola di Dio? Dal momento che la Parola di Dio non può essere cambiata, tutto ciò conduce sempre più a confusione. Quando penso che l’Arcivescovo di Houston, Texas, non ammette i bambini cattolici alla cresima se non vanno con i genitori a seguire un corso di istruzione di 15 giorni dal rabbino locale e dal ministro protestante… Se i genitori si rifiutano di mandare i loro bambini a tali istruzioni, loro [i bambini] non possono essere cresimati. Essi debbono esibire un certificato firmato dal rabbino e dal ministro protestante che entrambi i genitori e i bambini hanno debitamente frequentato l’istruzione, e solo allora (i bambini) possono essere cresimati dal vescovo. Queste sono le assurdità a cui si arriva quando si segue la strada liberale. Non solo, ma ora si arriva anche a buddisti e musulmani. Molti vescovi si sono imbarazzati quando il messo papale è stato recentemente ricevuto in maniera vergognosa dai musulmani.

Cos’è accaduto?

Non ricordo tutti i dettagli specifici, ma questo incidente è avvenuto a Tripoli, in Libia, dove il rappresentante del papa ha voluto pregare con i musulmani. I musulmani hanno rifiutato e hanno tirato dritto pregando nella loro maniera, lasciando il rappresentante spiazzato, non sapendo cosa fare. Questo dimostra l’ingenuità di questi cattolici liberali che pensano che sia sufficiente andare a parlare con questi musulmani per far immediatamente accettare loro un compromesso della propria religione. Il solo fatto di voler avere a tal fine uno stretto rapporto con i musulmani attira il disprezzo degli stessi verso di noi. È assodato che i musulmani non cambieranno nulla della loro religione; è assolutamente fuori discussione. Se i cattolici vanno ad equiparare la nostra religione con la loro, essi ottengono solo confusione e disprezzo da parte loro, che interpretano ciò come un tentativo di screditare la loro religione e non preoccuparsi della nostra religione. Essi sono di gran lunga più rispettosi con coloro che dicono: “Io sono un cattolico; non posso pregare con voi perché non abbiamo le stesse convinzioni”. Questa persona è più rispettata dai musulmani in confronto a chi sostiene che tutte le religioni sono uguali, che tutti crediamo le stesse cose, che tutti abbiamo la stessa fede. Essi si sentono insultati da questi.

Ma il Corano non contiene versi commoventi di encomio verso Gesù e Maria?

L’Islam accetta Gesù come profeta e ha un grande rispetto per Maria, e questo pone certamente l’Islam più vicino alla nostra religione rispetto, per esempio, al Giudaismo, che è molto più lontano da noi. L’Islam è nato nel VII secolo e ha tratto vantaggio, fino a un certo punto, degli insegnamenti cristiani di quel tempo. Il Giudaismo, al contrario, è l’erede dell’apparato* che ha crocifisso il nostro Dio, ed i membri di questa religione, che non si sono convertiti a Cristo, sono quelli che si sono opposti radicalmente al nostro Dio Gesù Cristo. Per loro non è una questione qualunque riconoscere Nostro Signore. Su questo punto loro sono in contrapposizione alla fondazione ed esistenza della vera Fede cattolica. Comunque, non possiamo essere entrambi nel giusto. O Gesù Cristo è il Figlio di Dio e il Signore e Salvatore o non lo è. Si tratta di un caso dove non ci può essere il minimo compromesso senza distruggere il fondamento stesso della Fede cattolica. Questo non vale solo per le religioni che sono direttamente contrarie alla divinità di Gesù Cristo come Figlio di Dio, ma anche per le religioni che, senza opporsi a Lui, non Lo riconoscono come tale.

Quindi Lei è molto sicuro e dogmatico su questo punto?

Completamente dogmatico. Ad esempio, i musulmani hanno un modo molto diverso dal nostro di concepire Dio. La loro concezione di Dio è molto materialistica. Non è possibile dire che il loro Dio è come il nostro stesso Dio.

Ma Dio non è lo stesso Dio per tutte le persone del mondo?

Sì. Io credo che Dio è lo stesso Dio per l’universo intero, secondo la Fede della Chiesa cattolica. Ma la concezione di Dio differisce notevolmente da religione a religione. La nostra Fede cattolica è la sola e unica vera Fede. Se non vi si aderisce appieno, non ci si può professare cattolici. La nostra Fede non possiamo comprometterla in alcun modo col mondo. Il Dio secondo i musulmani dice: “Quando andrai in Paradiso, sarai cento volte più ricco di come sei ora sulla terra. Questo vale anche per il numero delle mogli che hai qui sulla terra”. Questa concezione di Dio è ben lungi quella del nostro Dio e Salvatore.

Perché Lei dà più importanza al Papa San Pio V che al Papa Paolo VI? Dopotutto sono entrambi papi. Non accetta la dottrina dell’infallibilità papale? Pensa che questa dottrina valga più per l’uno che per l’altro?

Constato che il Papa San Pio V ha voluto impegnare la sua infallibilità, perché ha usato tutte le condizioni che tutti i papi hanno usato tradizionalmente e generalmente quando hanno voluto manifestare la loro infallibilità. D’altra parte Papa Paolo VI disse, egli stesso, che non ha voluto usare la sua infallibilità.

Quando ha indicato ciò?

Lui ha indicato ciò non impegnando la sua infallibilità su alcuna questione di fede, contrariamente a quanto hanno fatto tutti gli altri papi in tutta storia. Nessuno dei decreti del Concilio Vaticano II fu pubblicato con il peso dell’infallibilità. Inoltre, egli non ha mai impegnato la sua infallibilità in merito alla Messa. Quando egli [Paolo VI] decise di permettere a questa nuova Messa di essere affibbiata al fedele, egli non ha mai impiegato termini che sono stati utilizzati da Papa San Pio V. Io non posso comparare i due atti di promulgazione perché sono completamente diversi.

Papa Paolo VI ha mai detto di non credere nell’infallibilità papale?

No. In verità non ha mai detto questo categoricamente. Ma Papa Paolo VI è un liberale e non crede nella fissità dei dogmi. Egli non crede che un dogma debba rimanere immutato per sempre. Egli è per delle evoluzioni secondo i desideri degli uomini. Egli è per i cambiamenti che hanno origine nelle fonti umaniste e moderniste, ed è per questo che ha così tanta difficoltà nel fissare una verità per sempre. Infatti è contrario ad agire così in prima persona ed è [stato] molto a disagio ogni volta che questi casi si sono presentati. Questo atteggiamento riflette lo spirito modernista. Il Papa, fino ad oggi, non ha mai impiegato la sua infallibilità in materia di Fede e di Morale (n.d.r.: ciò riguarda l’infallibilità solenne e straordinaria).

Ha affermato il Papa stesso di essere un liberale o modernista?

Sì. Il Papa ha manifestato questo nella stessa natura non dogmatica del Concilio. L’ ha anche affermato chiaramente nella sua enciclica “Ecclesiam suam”. Egli ha dichiarato che non voleva che le sue encicliche definissero le questioni, ma che desiderava che fossero accettate come consiglio e potessero portare ad un dialogo. Nel suo Credo, (n.d.r.: la celebre professione di Fede conservatrice del “Credo nel popolo di Dio”, 1968) , disse che non voleva impiegare la sua infallibilità, il che mostra chiaramente quali sono i suoi orientamenti.

Lei pensa che questa evoluzione verso il dialogo le permetta di essere in disaccordo con il Papa?

Sì. Dal punto di vista liberale loro dovrebbero, coerentemente, permettere questo dialogo. Quando il Papa non usa la sua infallibilità in materia di Fede e di Morale, si è molto più liberi di discutere le sue parole e i suoi atti. Dal mio punto di vista, io sono obbligato ad oppormi a ciò che è successo, perché sovverte gli insegnamenti infallibili dei papi più di 2.000 anni. Comunque, io non sono favorevole a simili discussioni, perché non si può seriamente discutere sulla verità della Fede cattolica. Quindi questo è davvero un dialogo capovolto, a cui sono costretto.

Che cosa accadrebbe se il Papa improvvisamente utilizzasse la sua infallibilità per ordinarle di obbedirgli? Che cosa farebbe?

Nella misura in cui il Papa impiega la sua infallibilità come successore di San Pietro, in modo solenne, allora lo Spirito Santo non gli permetterebbe di cadere in errore. Naturalmente seguirei il Papa.

Ma se il Papa invocasse la sua infallibilità per confermare i cambiamenti cui lei ora si oppone, quale sarà il suo atteggiamento allora?

La questione non si pone neppure, perché, fortunatamente, lo Spirito Santo è sempre lì, e lo Spirito Santo farebbe in modo che il Papa non usi della sua infallibilità per qualche cosa che sarebbe contrario alla dottrina della Chiesa cattolica. È per questa ragione che il Papa non impiega la sua infallibilità, perché lo Spirito Santo non permetterebbe che tali cambiamenti avvengano sotto l’imprimatur dell’infallibilità.

Che cosa succederebbe se ciò dovesse avvenire?

È inconcepibile, ma se accadesse, la Chiesa cesserebbe di esistere. Il che significherebbe che non ci sarebbe Dio, perché Dio sarebbe in contraddizione con se stesso, il che è impossibile.

Il fatto che Papa Paolo VI occupi il posto di San Pietro non è abbastanza per lei per tener conto di ciò che il pontefice, come Vicario di Cristo sulla terra, le chiede di fare, così come ad altri cattolici?

Purtroppo questo è un errore. Si tratta di un malinteso dell’infallibilità papale, in quanto fin dal Concilio Vaticano I, quando il dogma dell’infallibilità fu proclamato (1870), il papa era già infallibile. Questa non è stata un’invenzione improvvisa. L’infallibilità venne compresa molto meglio allora di quanto non lo sia ora, perché era risaputo che il papa non era infallibile a priori su qualsiasi cosa. gli era infallibile solamente nelle questioni ben specifiche di Fede e Morale. A quel tempo, molti nemici della Chiesa facevano tutto il possibile per ridicolizzare questo dogma e propagare idee sbagliate. Ad esempio, i nemici della Chiesa dicevano all’inconsapevole e all’ingenuo che se il papa avesse detto che un cane era un gatto, era dovere dei cattolici accettare ciecamente questa posizione, senza batter ciglio. Naturalmente questa era un’interpretazione assurda e i cattolici lo sapevano. Oggi gli stessi nemici della Chiesa, ora che serve al loro scopo, stanno lavorando alacremente affinché qualsiasi cosa dica il papa venga accettato, senza domande, come infallibile, più o meno come se le sue parole fossero pronunciate da Nostro Signore Gesù Cristo stesso. Questa concezione, anche se ampiamente promossa, è tuttavia completamente falsa. L’infallibilità è estremamente limitata e attinente solo casi molto specifici che il Vaticano I ha ben definito al dettaglio. Non è possibile dire che ogni qualvolta il papa parla è infallibile. Il fatto è che questo Papa è un liberale, che tutto questo andazzo liberale ha preso piede durante il Concilio Vaticano II, e ha tracciato un sentiero che porta alla distruzione della Chiesa; una distruzione che potrebbe avvenire da un momento all’altro. Dopo che tutte queste idee liberali si sono infiltrate nei seminari, nei catechismi, e in tutte le manifestazioni della Chiesa, ora mi si chiede di allinearmi con queste idee liberali. Poiché non mi sono allineato con queste idee liberali che distruggerebbero la Chiesa, si tenta di sopprimere i miei seminari. Ed è per la stessa ragione che mi si ingiunge di non ordinare più preti. Viene esercitata su di me una pressione enorme affinché mi allinei e accetti questo orientamento della distruzione della Chiesa, un percorso che io non posso seguire. Non accetto di essere in contraddizione con ciò che i papi hanno affermato per XX secoli. O i miei sostenitori ed io obbediamo a tutti i papi che ci hanno preceduto o obbediamo al Papa presente. Se lo facciamo [obbedire al Papa presente, cioè Paolo VI], disubbidiamo poi a tutti i papi che ci hanno preceduto. In conclusione finiamo per disubbidire alla Fede cattolica e a Dio.

Ma come i vescovi [di prima] obbedirono ai papi dei loro tempi, lei non dovrebbe obbedire al papa di oggi?

I vescovi non devono obbedire agli ordini umanisti che contraddicono la Fede cattolica e la dottrina stabilita da Gesù Cristo e da tutti i vari papi nel corso dei secoli.

Allora ha deliberatamente scelto di disobbedire all’attuale Papa?

È stato un esame di coscienza e una scelta dolorosa, perché gli eventi hanno veramente portato alla scelta di disobbedire piuttosto che obbedire. Sto facendo questa scelta senza dubbio o esitazione. Ho scelto di disubbidire al Papa attuale per poter essere in comunione con 262 papi [precedenti]. La sua indipendenza è stata attribuita da molti ad una tradizione gallicana. (n.d.r. Il Gallicanesimo era un movimento francese di resistenza all’autorità papale. Vi erano due aspetti del Gallicanesimo, regale ed ecclesiastico. Il primo affermava i diritti del Monarca francese sulla Chiesa cattolica francese; il secondo affermava i diritti dei concili generali sul papa. Ambedue furono condannati come eresie dal primo Concilio Vaticano, nel 1870). Al contrario, io sono completamente romano e niente affatto gallicano. Sono per il papa come successore di San Pietro a Roma. Tutti noi chiediamo che il Papa sia, infatti, il successore di S. Pietro, non il successore di J. J. Rousseau, dei Massoni, degli umanisti, dei modernisti e dei liberali.

Dal momento che lei ha detto che queste idee sono state ampiamente diffuse e accettate in tutto il mondo, anche all’interno della Chiesa, non crede di caricarsi di un fardello troppo pesante? Come pensa la Fraternità San Pio X di contrastare un andamento del genere che sembra schiacciante?

Confido nel Nostro Dio il Salvatore. I preti della Fraternità San Pio X hanno fiducia in Nostro Signore e non ho dubbi che Dio abbia ispirato tutti noi. Tutti coloro che lottano per la vera Fede hanno il pieno sostegno di Dio. Naturalmente, rispetto al “Golia” liberale, noi siamo un ben piccolo “Davide”. Io potrei morire domani, ma Dio sta permettendomi di vivere un poco più a lungo, permettendomi di aiutare gli altri nella lotta per la vera Fede. È già accaduto nella Chiesa. I veri cattolici hanno dovuto adoperarsi per la sopravvivenza della Fede, pena l’obbrobrio generale e la persecuzione di coloro che fingevano di essere cattolici. È il misero prezzo da pagare per essere dalla parte di Gesù Cristo.

Quando è accaduto ciò?

E’ successo con il primo Papa! San Pietro stava conducendo i fedeli in errore con il suo cattivo esempio di seguire le prescrizioni mosaiche. San Paolo rifiutò di obbedire a questo errore e si oppose a lui. San Paolo fu umilmente ascoltato, e San Pietro tornò sui suoi passi. (Galati II). Nel quarto secolo, S. Atanasio si rifiutò di obbedire agli ordini di Papa Liberio. A quel tempo, la Chiesa era stata infettata dalle idee dell’eresia ariana e il papa era stato spinto ad abbracciarle. S. Atanasio si mise alla testa dell’opposizione a questa deviazione della dottrina della Chiesa. Egli fu attaccato spietatamente dalla gerarchia. Fu sospeso. Quando si rifiutò di sottomettersi, fu scomunicato. Infine l’opposizione all’eresia montò di colpo, e alla morte di Papa Liberio, un nuovo papa occupò il posto di S. Pietro. Egli riconobbe che la Chiesa era in debito con S. Atanasio. La scomunica fu revocata e il santo fu riconosciuto come un salvatore della Chiesa e venne canonizzato. Nel settimo secolo, Papa Onorio favorì l’eresia monotelita, con la proposizione che Gesù Cristo non possedeva una volontà umana e di conseguenza non era vero uomo. Molti cattolici che conoscevano la dottrina della Chiesa rifiutarono di accettare ciò e fecero tutto il possibile per fermare la diffusione di questa eresia. Il Concilio di Costantinopoli condannò Onorio nel 681 e lo anatemizzò. Vi sono molti altri esempi di questo tipo, in cui i veri cattolici si opposero fermamente contro un’apparente maggioranza schiacciante, pur di non distruggere o cambiare la Chiesa, ma per mantenere la vera Fede. Io non tengo in considerazione la disparità schiacciante. Uno degli obiettivi principali della nostra Fraternità è quello di ordinare sacerdoti, veri sacerdoti, in modo che il Sacrificio della Messa continui; in modo che la Fede cattolica continui. Naturalmente alcuni vescovi ci attaccano e ci criticano. Alcuni tentano di contrastare la nostra missione. Ma tutto questo è solo temporaneo, perché quando tutti i loro seminari saranno vuoti, (già ora sono quasi vuoti), cosa faranno i vescovi? Allora non ci saranno più sacerdoti.

Perché pensa che non ci saranno più preti?

Perché i seminari di oggi non stanno insegnando nulla per la formazione di un sacerdote; loro insegnano la psicologia liberale, la sociologia, l’umanesimo, il modernismo e molte altre scienze e semi-scienze che sono contrarie alla dottrina cattolica o non hanno niente a che fare con gli insegnamenti della Chiesa o con quello che dovrebbe sapere un prete. Per quanto riguarda gli insegnamenti cattolici, difficilmente vengono insegnati nei seminari di oggi.

Cosa viene insegnato nei seminari di oggi?

Per esempio, in un seminario di New York i professori di teologia stanno insegnando ai seminaristi che “Gesù non vide chiaramente quello che sarebbe stato il risultato della Sua morte di Croce”; che: “Nessuno è così completamente coerente da non dire qualcosa che risulti in disaccordo con ciò che ha detto in passato. Questo vale anche per Gesù”; che “Giuseppe potrebbe essere stato il padre naturale di Cristo”; e un altro professore insegna che: “Uno psichiatra raccomanda le relazioni sessuali ed extramatrimoniali come una cura per l’impotenza, io sono aperto in questo campo e non chiuso alla possibilità”.

Queste asserzioni sono documentate e registrate?

Sì.

Sono state portate all’attenzione della gerarchia?

In numerose occasioni.

La gerarchia ha fatto qualcosa per porre fine a questi e simili insegnamenti?

Non che io sappia.

Si sente mai solo e isolato?
Come posso sentirmi isolato quando sono in comunione con 262 papi e l’intera Fede cattolica? Se si intende solo fra gli altri vescovi, la risposta è no . Difficilmente passa giorno che io [non] riceva comunicazione da vescovi, preti, laici di diverse parti del mondo che mi esprimono appoggio e incoraggiamento.

Perché non si espongono pubblicamente e la sostengono?

Come ho già detto in precedenza, molti (vescovi) vogliono tenere il loro posto, in modo da essere in una posizione utile per fare qualcosa qualora dovesse sorgere l’occasione.

La sua posizione la divide ulteriormente dalle altre confessioni cristiane?

Niente affatto. Solo cinque giorni fa, dei capi ortodossi sono venuti a trovarmi per esprimere il loro appoggio per la nostra posizione.

Perché dovrebbero esprimere appoggio quando invece lei dice che lei ha ragione e loro hanno torto?

È proprio perché la mia posizione è chiara che mi sostengono. Molte altre confessioni cristiane hanno sempre guardato a Roma come ad una sorta di ancora stabilizzante in un mondo tumultuoso. Loro sentivano che qualunque cosa accadesse Roma era sempre là, eterna, immutabile. Questa presenza dava loro conforto e fiducia. Ancora più sorprendenti sono i leader islamici che si sono congratulati vivamente con me per la mia posizione, anche se loro sanno perfettamente che io non accetto la loro religione.

La carità cristiana non tenterebbe di evitare di indurire le differenze e divisioni che potrebbero essere appianate?

Le differenze e le divisioni fanno parte di questo mondo. L’unità della Chiesa può essere acquisita soltanto con l’esempio e il costante impegno per la nostra Fede cattolica. La carità comincia con la fedeltà alla propria Fede.

Che cosa le fa credere che un numero significativo di ortodossi, protestanti o musulmani la sostengano?

A parte i contatti diretti, i frequenti contatti che queste persone hanno avuto con me; vi è stato, per esempio, un ampio sondaggio condotto da un noto giornale di Parigi, e sono stati interrogati i membri di queste varie confessioni. Il risultato è stato che, lungi dal trovare la nostra fede offensiva o minacciosa per loro, ammiravano la posizione chiara che stiamo mantenendo. Al contrario essi mostrano disprezzo assoluto per tutti quei cattolici liberali che stanno tentando di fare un miscuglio della nostra Fede cattolica e della loro religione.

Il Papa non l’ ha invitata a riconciliarsi? Ha accettato questo invito?

Ho chiesto di vedere il Papa lo scorso agosto. Il Papa ha rifiutato, a meno che non avessi firmato una dichiarazione di accettare incondizionatamente tutte le risoluzioni del Concilio Vaticano II (n.d.r.: gli è stato anche chiesto di accettare tutti gli “orientamenti” post-conciliari). Mi piacerebbe molto vedere il Papa, ma non posso firmare risoluzioni che spianano la strada alla distruzione della Chiesa. (n.d.r.:, più tardi, in quello stesso anno, all’Arcivescovo è stato accordata una breve udienza col nuovo Papa, Giovanni Paolo II).

Come si può essere fedeli alla Chiesa e disubbidienti al Papa?

Si deve capire il significato dell’obbedienza e si deve distinguere tra l’obbedienza cieca e la virtù dell’obbedienza. L’obbedienza indiscriminata è in realtà un peccato contro la virtù dell’obbedienza. Quindi noi disubbidiamo al fine di praticare la virtù dell’obbedienza, piuttosto che sottometterci a comandi illeciti contrari agli insegnamenti morali cattolici; tutto ciò che ciascuno deve fare è consultare qualsiasi libro di teologia cattolica per comprendere che noi non stiamo peccando contro la virtù dell’obbedienza.

Su segnalazione dell’utente Gladiator

Fonte: http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/consacrati/8666-intervista-proibita-a-mons-lefebvre

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La profezia di Lefebvre e l’alleanza di Ratzinger

  • February 20, 2013 15:50

Marcel LefebvreLa riforma liturgica di Paolo VI, senza precedenti nella storia della Chiesa per il tenore delle innovazioni e per lo spazio lasciato all’iniziativa personale del celebrante, fu promulgata nel 1969. Immediatamente suscitò reazioni negative e resistenze da parte delle più alte sfere della Chiesa – il “Breve esame critico” dei Cardinali Ottaviani e Bacci fu fatto pervenire a Paolo VI qualche settimana prima dell’entrata in vigore del nuovo messale – come anche dai semplici fedeli. Provocò inoltre la reazione di numerose personalità del mondo delle arti, delle lettere e della scienza, che si preoccupavano del declino culturale che essa rappresentava, nel famoso appello pubblicato sul Times il 6 luglio 1971 e all’origine dell’indulto detto “Agatha Christie”.

Infatti, dalla morte di Paolo VI, appena dieci anni più tardi, era già chiaro, persino ai suoi promotori, che questa riforma non aveva raggiunto i suoi obbiettivi e che le chiese cominciavano a svuotarsi.

All’inizio degli anni ’80 una reazione di buon senso si manifestò in modo via via più chiaro: perché non lasciare le forme liturgiche antiche a disposizione di coloro che vi trovavano il proprio nutrimento sacramentale e spirituale? E visto che all’epoca tutto sembrava ormai libero e permesso, perché non permettere anche ciò che si faceva prima? Paolo VI stesso, prima di morire, non aveva forse dato un segno forte relegando Monsignor Annibale Bugnini, l’autore della riforma, ad una sorta di esilio a Teheran? Il papa non aveva capito che la messa che porterà per sempre il suo nome, voluta come la radiosa manifestazione della “primavera” conciliare, si rivelava in effetti un nuovo strumento di divisione in una Chiesa che si stava indebolendo?

La questione della libertà della messa preconciliare emerse da subito nel pontificato aperto nel 1978 da Giovanni Paolo II, anche se poi ci sono voluti trent’anni perché trovasse una risposta con il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. All’epoca, in effetti, era stata già annunciata dai due personaggi che rimarranno per la storia – quali che siano le opinioni che si abbiano su l’uno e sull’altro – le figure chiave della soluzione della frattura liturgica: Joseph Ratzinger e Marcel Lefebvre.

I – MONSIGNOR LEFEBVRE : LA « PROFEZIA » SULLA LIBERTA’ DELLA MESSA NEL 1979

L’11 marzo 1979, davanti ai suoi seminaristi di Écône, Monsignor Lefebvre dichiarava:

Se veramente il Papa rimettesse la messa tradizionale al suo posto nella Chiesa, credo che potremmo dire che l’essenziale per la nostra vittoria sarebbe fatto. Il giorno in cui davvero la messa diverrà nuovamente la messa della Chiesa, la messa delle parrocchie, la messa delle chiese, certo ci saranno ancora delle difficoltà, ci saranno ancora discussioni, ancora opposizioni, e tutto quello che volete, ma alla fine, la messa di sempre, la messa che è il cuore della Chiesa, la messa che è l’essenziale della Chiesa, quella messa riprenderà il suo posto, il posto che forse non sarà ancora abbastanza, e bisognerà evidentemente dargliene uno ancora più grande, ma alla fine comunque, il solo fatto che tutti i sacerdoti che lo desiderano potranno dire quella messa io credo già questo avrà delle conseguenze enormi sulla Chiesa.

Credo che il nostro apporto sarà stato utile per arrivare a quel momento, se veramente arriverà… Ecco, io credo che la Tradizione sarà salva. Il giorno in cui verrà salvata la messa, la Tradizione della Chiesa sarà salva, perché con la messa ci sono i sacramenti, con la messa c’è il Credo, con la messa c’è il catechismo, con la messa c’è la Bibbia, e tutto, tutto… ci sono i seminari… e c’è la Tradizione che si salva. si può dire che si vedrà la luce di un’aurora nella Chiesa, che avremo attraversato una tempesta formidabile, saremo stati nell’oscurità più completa, sferzati da tutti i venti e che alla fine all’orizzonte si rivelerà di nuovo la messa, la messa che è il sole della Chiesa, che è il sole della nostra vita, il sole della vita cristiana…”

“Il solo fatto che tutti i sacerdoti che lo desiderano potranno dire quella messa io credo già questo avrà delle conseguenze enormi sulla Chiesa”: non è forse esattamente questo il contributo fondamentale del Motu Proprio del 2007? La Fraternità San Pio X si è fortemente felicitata di questo testo liberatore attraverso le parole di Monsignor Fellay. E questo non è stato che un atto di giustizia visto che proprio il fondatore della Fraternità l’aveva annunciato come “un’aurora nella Chiesa”.

II – IL CARDINALE RATZINGER: IL PRINCIPIO DELLA LIBERTA’ DELLA MESSA SANCITO NEL 1982

Questa della libertà liturgica, all’inizio del pontificato wojtyliano, è stata un’idea che era nell’aria. Oggi sappiamo che, appena nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – e ufficiosamente incaricato dal Papa Giovanni Paolo II di prendersi carico della questione della contestazione liturgica -, il 16 novembre 1982 il Cardinale Joseph Ratzinger organizzò una riunione presso il Palazzo del Sant’Uffizio “in materia delle questioni liturgiche” (1), ovvero per discutere sul problema liturgico in sé e contemporaneamente sul problema della Fraternità San Pio X.

1982. Esattamente un quarto di secolo prima del Summorum Pontificum. Durante quella riunione il Cardinale Ratzinger aveva ottenuto che senza eccezioni tutti i partecipanti (2) affermassero come un’evidenza di buon senso che “il messale romano, nella forma sotto la quale è stato usato fino al 1969, deve essere ammesso dalla Santa Sede in tutta la Chiesa per le Messe celebrate nella lingua latina”. I prelati in quell’occasione parlarono anche della questione della Fraternità San Pio X e valutarono che la sua soluzione doveva avere inizio con una visia canonica (che ebbe infatti luogo cinque anni dopo).

III – L’ALLEANZA RATZINGER/LEFEBVRE PER IL RAGGIUNGIMENTO DELLA LIBERTA’ LITURGICA

Le tappe del processo di liberazione della liturgia antica, processo tanto inaudito quanto la riforma Bugnini stessa, hanno contrassegnato il quarto di secolo che seguì questa presa di posizione del Cardinale Ratzinger. Nei fatti questo processo si è rivelato intimamente legato al regolamento canonico delle questioni concernenti la Fraternità San Pio X, anche se, ufficialmente, tutti vogliono considerare che si trattava di due faccende distinte.

a) Il 18 marzo 1984, il Cardinale Casaroli, Segretario di Stato, scrive (su impulso del Cardinale Ratzinger) al Cardinale Casoria, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, per chiedergli di preparare il primo atto della restaurazione dell’uso del messale tradizionale: “un divieto assoluto dell’uso di quel messale non può essere giustificato né dal punto di vista teologico, né da quello giuridico”. Il 3 ottobre 1984, il successore del Cardinale Casoria al Culto Divino, Monsignor Mayer, invia dunque ai presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo la circolare Quattuor abhinc annos, detta “Indulto del 1984″, che autorizzava le celebrazioni secondo il messale del 1962 “per il gruppi che lo chiedevano”.

b) Il 30 ottobre 1987, l’ultimo giorno dell’assemblea del Sinodo sulla “vocazione e missione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo”, il Cardinale Ratzinger annuncia che viene avviata una visita apostolica presso l’opera di Marcel Lefebvre. Dopo questa visita, svolta dal Cardinale canadese Édouard Gagnon, presidente del Consiglio per la Famiglia, hanno luogo in aprile e maggio 1988 delle negoziazioni tra il Cardinale Ratzinger e Monsignor Lefebvre che portano all’accordo del 5 maggio, fatto saltare alla fine da quest’ultimo – essenzialmente per la mancanza di garanzie sulla nomina e la data dell’ordinazione di un altro vescovo per la Fraternità. Successivamente Monsignor Lefebvre procede all’ordinazione di quattro vescovi a Écône il 30 giugno 1988. Come reazione, Roma pubblica il Motu Proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988 che, condannando Monsignor Lefebvre, istituiva una Commissione pontificale per “facilitare la piena comunione ecclesiale” dei sacerdoti e dei religiosi legati al messale del 1962 e per supervisionare l’applicazione dell’indilto del 1984 da parte dei vescovi.

c) Nel gennaio 2002, l’accordo mancato del 1988 tra Monsignor Lefebvre e Roma ispira quello fatto a beneficio di Monsignor Licinio Rangel, successore di Monsignor de Castro Mayer alla testa della comunità tradizionale della diocesi di Campos. Viene creato un ordinariato personale e Roma accetta, nel giugno dello stesso anno, che venga designato un coadiutore per succedere automaticamente a Monsignor Rangel. Una comunità di più di 20.000 fedeli, una ventina di sacerdoti e altrettante scuole tornano dunque alla piena comunione con Roma conservando pienamente i propri usi liturgici preconciliari.

d) A coronamento di questo processo, il 7 luglio 2007, il Papa Benedetto XVI promulga il Motu Proprio Summorum Pontificum che restituisce a tutti i sacerdoti l’uso privato del messale del 1962 e invita i parroci a rispondere favorevolmente ai gruppi stabili di fedeli che ne vogliono beneficiare. Salutato dal superiore della FSSPX, Monsignor Fellay, questo testo, che ha valore di “legge universale della Chiesa” come precisato dall’istruzione Universæ Ecclesiæ, favorisce i contatti fra Roma ed Écône e permette, nel gennaio 2009, la remozione delle scomuniche ai vescovi consacrati nel 1988.

IV – LA LIBERTA’ LITURGIACA / LIBERTA’ TEOLOGICA: IL DISCORSO DEL LUGLIO 1988 DI JOSEPH RATZINGER SU MONSIGNOR LEFEBVRE

Nella nostra lettera francese del 4 giugno 2010 (lettre PL 233), relativa al libro di Monsignor Brunero Gherardini “Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare” (Casa Mariana Editrice, 2009), evocavamo un discorso molto importante pronunciato dal Cardinale Ratzinger il 13 luglio 1988 davanti ai vescovi del Cile e della Colombia (3). In questa allocuzione, il futuro papa, esaminava le responsabilità di ciascuno all’indomani delle consacrazioni episcopali da parte di Monsignor Lefebvre a Écône il 30 luglio 1988.

Quel discorso contiene due affermazioni fondamentali per comprendere l’attuale pontificato:
a) “La verità è che lo stesso Concilio non ha definito nessun dogma e ha voluto in modo cosciente esprimersi ad un livello più modesto, meramente come Concilio pastorale; certo, molti lo interpretano come se fosse quasi il superdogma che toglie importanza a tutto il resto”;
b) “Difendere la validità e il carattere obbligatorio del Concilio Vaticano II, nel confronto con Monsignor Lefebvre, è e continuerà ad essere una necessità”.

Da cui una difficoltà ancora irrisolta oggi e che ha pesato sulle recenti discussioni tra la FSSPX e Roma: quale “carattere obbligatorio” possono comportare degli insegnamenti per la fede espressi “ad un livello più modesto” rispetto al Credo?

Questo parallelo scioccherà alcuni, ma perché non applicare al Concilio ciò che il Santo Padre ha applicato alla liturgia? Per relativizzare il carattere di superliturgia della nuova messa il Papa ha in effetti ricordato con il Motu Proprio Summorum Pontificum che la messa antica non era mai stata vietata e ne ha reso libero l’uso (almeno teoricamente) ai sacerdoti ed ai fedeli.

V – I COMMENTI DI PAIX LITURGIQUE

1) La dichiarazione fatta l’11 maggio 1979 da Monsignor Lefebvre è stupefacente non solo in ragione della data, ma anche perché essa mette il prelato di Écône sotto una luce un po’ diversa da quella a cui siamo abituati. Niente di volutamente polemico o di rigido, ancor meno di settario, nelle sue parole del 1979. Esprime invece una speranza sulla vita concreta della Chiesa. E’ un “Lefebvre pastorale”, nel senso dato al termine dal Concilio, ma con un altro tenore: quello di un ecumenismo intra-ecclesiale appoggiato sull’esperienza concreta della libertà della messa tradizionale nelle parrocchie in vista di favorire il rinnovamento liturgico, spirituale e dottrinale.
Il fondatore della FSSPX testimonia la sua speranza di vedere la messa tradizionale divenire liberamente “la messa delle parrocchie, la messa delle chiese”. Certo, ammette che “ci saranno ancora delle difficoltà, ci saranno ancora discussioni, ancora opposizioni, e tutto quello che volete”. Ma mira all’essenziale, molto concretamente: “quella messa riprenderà il suo posto, il posto che forse non sarà ancora abbastanza”. Assegna poi alla sua opera una finalità tanto più forte per quanto sembri modesta: “il solo fatto che tutti i sacerdoti che lo desiderano potranno dire quella messa io credo già questo avrà delle conseguenze enormi sulla Chiesa. Credo che il nostro apporto sarà stato utile per arrivare a quel momento, se veramente arriverà”. E Monsignor Lefebvre prosegue, sviluppando il tema della coerenza liturgia/dottrina: “con la messa ci sono i sacramenti, con la messa c’è il Credo, con la messa c’è il catechismo, con la messa c’è la Bibbia, e tutto, tutto…”

2) Per quanto riguarda il processo di liberalizzazione iniziato dal Cardinale Ratzinger nel 1982, anch’esso fu assolutamente pastorale e concreto. Possiamo parlare, come per il dogma – ma in questo caso per ciò che concerne la liberalizzazione in pratica della messa detta oggi straordinaria -, di “evoluzione omogenea”:
:: La circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984: La messa tradizionale può essere autorizzata dai vescovi, ma a certe regole e comunque non nelle chiese parrocchiali;
:: Il Motu Proprio Ecclesia Dei Adflicta del 2 luglio 1988: I vescovi sono invitati a dare il permesso alla sua celebrazione in modo (in teoria) largo e generoso nelle loro rispettive diocesi;
:: L’erezione dell’Amministrazione apostolica personale Saint-Jean-Marie-Vianney a Campos nel gennaio 2002: Essa può rappresentare la sorgente unica della vita eucaristica di un’intera comunità;
:: Il Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007: La decisione di celebrarla spetta ora (in teoria) ai parroci per le rispettive parrocchie. In particolare si dichiara che la messa antica non è mai stata abolita e la sua celebrazione diventa un diritto per tutti i sacerdoti di rito romano senza alcuna restrizione.
:: Logicamente un ultimo testo non potrà che intervenire un giorno per constatarne la libertà. Una libertà “normale”, secondo le parole del Cardinale Cañizares, di celebrare la messa straordinaria in tutte le chiese. La “messa di sempre” sarà diventata allora, per il rito romano, la “messa di ogni luogo”.

3) Sarà difficile che arrivi quest’ultima tappa, perché si è passati da un non-dogma del Vaticano II a un superdogma che si estende anche alla liturgia del Vaticano II; si è passati da un concilio non infallibile, che non riguarda questioni di fede, a un preteso “spirito del Concilio” tirannico che intende dogmatizzare anche le nuove forme del culto divino.

Alla fine è una sana libertà che occorre difendere, una vera libertà teologica, non per contestare il dogma cattolico ma per spiegarlo, per difenderlo e anche per farlo “progredire”, o meglio, per far progredire la sua giusta comprensione

Questa libertà è strettamente connessa ad una sana libertà liturgica, non da usare per ogni tipo di abuso, ma per illustrare, difendere e per far progredire la fede dei fedeli nella transustanziazione eucaristica, la fede nel sacrificio propiziatorio riprodotto dalla celebrazione della messa, la fede nel sacerdozio sacramentale e gerarchico istituito da Gesù Cristo.

Non è forse un paradosso che oggi sia liberamente permesso tutto, e solo una libertà sia imbrigliata, quella che vuole essere esercitata nei percorsi tradizionali, libertà che viene rifiutata da coloro che stringono ancora nelle mani le leve del potere, una libertà che è talmente inquadrata nelle loro regole da essere di fatto annichilita, e tutto ciò nel nome della “spirito” di un Concilio che si è considerato come un concilio “liberatore”? © 2013 La Paix Liturgique

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(1) “Nel 1982 neanche l’alleanza Ratzinger-Casaroli riuscì a sdoganare la Messa tridentina”, Il Foglio, 19 marzo 2006.

(2) Si trattava, oltre a lui stesso come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: dei Cardinali Sebastiano Baggio, Prefetto della Congregazione dei Vescovi; William W. Baum, arcivescovo di Washington; Agostino Casaroli, Segretario di Stato; Silvio Oddi, Prefetto della Congregazione del Clero; e di Monsignor Giuseppe Casoria, a quel tempo pro-Prefetto della Congregazione per il Culto e i Sacramenti.

(3) Monsignor Müller, nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, ha iniziato, quando era vescovo di Ratisbona, la pubblicazione dell’opera completa di Joseph Ratzinger in 16 volumi. Tra i volumi pubblicati fino ad ora non troviamo traccia di questo discorso pronunciato il 13 luglio 1988, mentre la sua formulazione avrebbe potuto trovare posto nel tomo 7 sull’insegnamento del Vaticano II e la sua interpretazione come nel tomo 11 sulla teologia della liturgia. Segue…

(4) L’abbé Claude Barthe, “Rome/Fraternité Saint-Pie X : où en sommes-nous?”, in L’Homme nouveau, 5 gennaio 2013.

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L’accostamento che ho fatto tra la crisi della Chiesa e la Rivoluzione francese non è una semplice metafora. Siamo veramente in raccordo continuo coi filosofi del XVIII secolo e con lo sconvolgimento portato dalle loro idee nel mondo. Coloro che hanno iniettato alla Chiesa questo veleno lo riconoscono per primi. Il cardinale Suenens esclamava: «Il Vaticano II è l’89 della Chiesa» ed aggiungeva, fra le altre sue dichiarazioni prive di precauzioni oratorie: «Non si comprende nulla della rivoluzione francese o russa se si ignora l’antico regime al quale hanno messo fine… Allo stesso modo, in materia ecclesiastica, una reazione non si può giudicare se non in rapporto allo stato di cose vigente in precedenza». Quello che precedeva ed egli considerava andasse abolito, è il meraviglioso edificio gerarchico che ha alla sommità il Papa, vicario di Gesù in terra: «Il Concilio Vaticano Il ha segnato la fine di un’epoca; e per poco che si vada ancora indietro, ha segnato anche la fine d’una serie di epoche, la fine di un’era»:

Il padre Congar, uno degli artigiani delle riforme, non parlava diversamente: «La Chiesa ha fatto, pacificamente, la sua rivoluzione d’ottobre». Pienamente consapevole notava: «La dichiarazione sulla libertà religiosa dice materialmente il contrario del Sillabo». Potrei citare una quantità di testimonianze del genere. Nel 1976 il padre Gélineau, uno dei capofila del Centro Nazionale per la pastorale liturgica, non lasciava alcuna illusione a coloro che volevano vedere nel Novus Ordo qualcosa di effettivamente un po’ diverso dal rito universalmente celebrato fino ad allora, ma nulla di fondamentalmente traumatico: «La riforma decisa dal secondo Concilio del Vaticano ha dato il segnale del disgelo. Intere muraglie crollano… Non ci si inganni: in proposito tradurre non significa dire le stesse cose con altre parole. Vuol dire cambiare la forma… Se le forme cambiano, il rito cambia. Se un elemento viene cambiato, l’insieme risulta modificato… Occorre dirlo senza ambagi: il rito romano come noi l’abbiamo conosciuto non esiste più, è distrutto» (1).

I cattolici liberali hanno veramente instaurato uno stato rivoluzionario. Ecco cosa leggiamo in un libro d’uno di loro, il senatore del Doubs, M. Prelot: «Abbiamo combattuto sull’arco d’un secolo e mezzo per far prevalere le nostre opinioni all’interno della Chiesa e non ci siamo riusciti. Infine è venuto il Vaticano Il e abbiamo trionfato. Oramai le tesi e i principi del cattolicesimo liberale sono definitivamente e ufficialmente accettati dalla Santa Chiesa» (2).

È per la via traversa di questo cattolicesimo liberale che si è introdotta la Rivoluzione; col pretesto del pacifismo, della fraternità universale. Gli errori e le falsità principali dell’uomo moderno sono entrati nella Chiesa e hanno contaminato il clero, grazie a papi essi pure liberali, e con il favore del Vaticano II.

Siccome viene un momento in cui occorre saper rimettere le cose a posto, ricorderò che io non ero contrario al raduno d’un concilio ecumenico nel 1962 ma l’ho accolto con una grande speranza. A testimoniarlo, oggi, esiste una lettera che indirizzai nel 1963 ai padri di Saint-Esprit e che è stata pubblicata in una mia opera precedente (3). Scrivevo: «Diciamo, senza esitazione, che alcune riforme liturgiche sono necessarie e che è auspicabile che il Concilio continui su questa via». Riconosco che un rinnovamento s’imponeva, proprio per mettere fine a una certa sclerosi derivante dal fossato creatosi fra la preghiera, confinata entro i luoghi di culto, e l’azione, la scuola, la professione, la città.

Nominato dal Papa membro della commissione centrale preparatoria, ho partecipato ai lavori con assiduità ed entusiasmo per l’intera sua durata di due anni. La commissione centrale era incaricata di verificare e di esaminare tutti gli schemi preparatori che provenivano dalle commissioni specializzate. Avevo quindi un buon posto per sapere ciò che era stato fatto, ciò che doveva essere esaminato e ciò che doveva essere presentato all’assemblea. Questo lavoro veniva svolto con molta coscienza e precisione. Ho ancora i settantadue schemi preparatori nei quali la dottrina della Chiesa è perfettamente ortodossa e risultava sì adattata in certo modo alla nostra epoca, ma con molta misura e saggezza.

Tutto era pronto per la data annunziata e l’11 ottobre 1962 i padri prendevano posto nella navata della basilica di S. Pietro a Roma. Ma successe un fatto che non era stato previsto dalla Santa Sede: il Concilio, fin dai primi giorni, fu investito dalle forze progressiste. Noi l’abbiamo provato, sentito, e quando dico «noi» intendo la maggioranza dei padri del Concilio presenti in quel momento.

Abbiamo avuto l’impressione che stesse accadendo qualcosa di anormale, e questa impressione ebbe rapida conferma: quindici giorni dopo la seduta di apertura non sopravviveva più neppure uno dei settantadue schemi. Tutto era stato rinviato, respinto, cestinato.

L’operazione andò così. Nel regolamento del Concilio era previsto che occorressero i due terzi dei voti per respingere uno schema preparatorio. Ora, quando si procedette al voto, si ebbe il sessanta per cento contro gli schemi e il quaranta a favore. Di conseguenza gli oppositori non avevano ottenuto i due terzi, per cui normalmente il Concilio avrebbe dovuto svolgersi partendo dai lavori preparatori. Sennonché, allora si mise in luce una potente organizzazione creata dai cardinali delle rive del Reno , con un segretariato perfettamente efficiente. Andarono da papa Giovanni XXIII e gli dissero: «È inammissibile, Santissimo Padre, che ci vogliano far studiare degli schemi che non hanno avuto la maggioranza». Ed ebbero causa vinta: l’immenso lavoro compiuto fu messo nel dimenticatoio, l’assemblea si ritrovò a mani vuote, senza nessuna preparazione. Quale presidente di consiglio d’amministrazione, per piccola che sia la sua società, accetterebbe di affrontare una seduta senza ordine del giorno, senza documenti base? Eppure il Concilio è iniziato così.

Poi ci fu la questione delle commissioni conciliari da nominare. Problema arduo: immaginatevi dei vescovi che giungevano da tutti i paesi del mondo e si ritrovavano improvvisamente insieme nell’aula. Per la maggior parte non si conoscevano, conoscevano appena tre o quattro colleghi e qualcun altro di fama su 2.400 presenti. Come potevano sapere quali fossero i padri più adatti a far parte della commissione del sacerdozio, della li¬turgia, del diritto canonico, ecc.?

Con procedura perfettamente legittima il cardinale Ottaviani fece passare a tutti la lista dei membri delle commissioni preconciliari, delle persone quindi che erano state scelte dalla Santa Sede e che già avevano lavorato sugli argomenti da dibattere. Questo avrebbe potuto agevolare la scelta, senza per altro imporre alcun obbligo; ed era certamente auspicabile che qualcuna di queste persone esperte figurasse nelle commissioni. Ma allora si levò una voce. Non ho bisogno nemmeno di ricordare il nome del Principe della Chiesa che si è alzato e ha tenuto il seguente discorso: «È una pressione intollerabile esercitata sul concilio fare dei nomi. Bisogna lasciare la libertà ai padri conciliari. Ancora una volta la Curia romana cerca di piazzare i suoi membri». Con i padri un po’ spaventati da questo brutale intervento, la seduta è stata tolta, e il pomeriggio il segretario, mons. Felici annunziò: «Il Santo Padre riconosce che forse è preferibile si riuniscano le conferenze episcopali e presentino delle liste».

Le conferenze episcopali erano a quell’epoca ancora in embrione; bene o male però compilarono le liste richieste, senza d’altronde aver nemmeno potuto riunirsi come avrebbero dovuto, perché avevano a disposizione soltanto ventiquattro ore. Coloro però che avevano ordito questo piccolo colpo di stato ne avevano di già pronte, con nominativi ben scelti da diversi paesi. Poterono battere sul tempo le conferenze e ottennero di fatto una forte maggioranza. Il risultato fu che le commissioni vennero formate da membri appartenenti per i due terzi alla fazione progressista, mentre il restante terzo fu nominato dal papa.

Uscirono ben presto nuovi schemi con un orientamento del tutto differente dai primi. Avrei piacere di pubblicare un giorno gli uni e gli altri, perché si possa paragonarli e constatare quale fosse la dottrina della fede il giorno precedente il Concilio. Chi ha qualche esperienza di assemblee civili o religiose, capirà in quale situazione si erano venuti a trovare i padri. Dei nuovi schemi si poteva cambiare qualche frase, qualche proposizione a colpi di emendamento; ma non si poteva cambiare l’essenziale. Le conseguenze sarebbero state pesanti. Non si corregge mai interamente un testo contorto fin dall’origine; esso mantie ne l’impronta del suo autore e del pensiero che lo ispira.

Il Concilio, da quel momento, aveva preso un orientamento pilotato.

Un terzo elemento contribuì a indirizzarlo in senso liberale. Al posto dei dieci presidenti del concilio nominati da Giovanni XXIII, il papa Paolo VI istituì per le due ultime sessioni quattro moderatori, dei quali il meno che si possa dire è che non furono scelti fra ì cardinali più misurati. La loro influenza fu determinante sulla massa dei padri conciliari.

I liberali formavano una minoranza, ma una minoranza agitata, organizzata, appoggiata da una pleiade di teologi modernisti fra i quali si contavano tutti i nomi che non hanno smesso di fare il bello e il brutto tempo: come Ledere, Murphy, Congar, Rahner, Kùng, Schillebeeckx, Besret, Dardonnel, Chenu… Si pensi alla produzione enorme di stampati dell’IDOC, il centro di informazioni olandese sovvenzionato dalle conferenze episcopali tedesca e olandese, che faceva pressione continuamente sui padri perché agissero nel senso desiderato dall’opinione internazionale, creando così una specie di psicosi: non bisognava deludere l’attesa del mondo che sperava di veder la Chiesa adeguarsi alle sue vedute. Gli istigatori di questo movimento ebbero buon gioco ne! chiedere con insistenza l’adattamento della Chiesa all’uomo moderno, all’uomo che vuole liberarsi di tutto. Presentavano una Chiesa sclerotizzata, indisponibile, impotente, battendo le loro colpe sul petto dei predecessori. I cattolici venivano additati come colpevoli, ai par dei protestanti e degli ortodossi delle divisioni passate: dovevano chiedere perdono ai «fratelli separati» presenti a Roma, dove erano stati invitati in gran numero per partecipare ai lavori. La Chiesa della Tradizione era colpevole per le sue ricchezze, per il suo trionfalismo. I padri del concilio si sentivano colpevoli di essere fuori del mondo, di non essere del mondo; arrossivano già delle loro insegne episcopali, presto avrebbero arrossito di presentarsi con la tonaca.

Questa atmosfera di liberazione doveva diffondersi presto in tutti i campi. Lo spirito collegiale sarebbe stato il mantello di Noè che si getta sulla vergogna di esercitare un’autorità personale così contraria alla mentalità dell’uomo del XX secolo, o meglio, dell’uomo liberale! La libertà religiosa, l’ecumenismo, la ricerca teologica, la revisione del diritto canonico avrebbero attenuato il trionfalismo di una Chiesa che si proclamava la sola arca di salvezza. Come si dice che esistono dei «poveri vergognosi», si ebbero dei «vescovi vergognosi», che si potevano influenzare suscitando in loro una cattiva coscienza. È un procedimento che è stato impiegato in tutte le rivoluzioni.

Gli effetti si trovano documentati in molti passi degli atti del Concilio. Rileggiamo a tale proposito l’inizio dello schema «La Chiesa nel mondo contemporaneo», sull’evoluzione del mondo moderno, sul moto accelerato della storia, sui nuovi condizionamenti che affliggono la vita religiosa, sul predominio delle scienze e delle tecniche. Come non vedere in tali testi l’espressione del più puro liberalismo?

Avremmo potuto avere uno splendido concilio, prendendo in materia come guida Pio XII. Non penso ci sia stato un problema del mondo moderno, dell’attualità, che egli non abbia affrontato con tutta la sua scienza; tutta la sua teologia e tutta la sua santità. Vi ha dato una soluzione quasi definitiva, avendo inquadrato veramente le cose sotto l’angolatura della fede. Ma ora non si poteva guardarle in questo modo, dal momento che si rifiutava di fare un concilio dogmatico. Il Vaticano II è un concilio pastorale: l’ha deto Giovanni XXIII e Paolo VI l’ha ripetuto. Durante le sedute, abbiamo voluto più volte far definire dei princìpi, e ci hanno risposto: «Ma qui noi non facciamo dogmatica, non facciamo filosofia, facciamo della pastorale». Cos’è la libertà? Cos’è la dignità umana? Cos’è la collegialità? Si è ridotti ad analizzare indefinitamente i testi per sapere cosa s’intenda significare con queste parole, e non si giunge ad altro che ad approssimazioni, perché i termini sono ambigui. E non per negligenza o per caso. Il padre Schillebeeckx l’ha confessato: «Abbiamo usato dei termini equivoci in concilio, e sappiamo cosa poi ne ricaveremo». Costoro sapevano quel che facevano.

Tutti gli altri concili tenutisi nel corso dei secoli erano dogmatici. Tutti hanno combattuto degli errori. Dio sa se nel nostro tempo non ci siano errori da combattere! Un concilio dogmatico sarebbe stato quanto mai necessario. Ricordo che il cardinale Wyszinsky ci diceva: «Ma fate uno schema sul comunismo: se c’è oggi un errore grave e che minaccia il mondo è proprio questo. Se il papa Pio XI ha ritenuto di dover fare una enciclica sul comunismo, sarebbe altrettanto utile che noi, qui riuniti in assemblea plenaria, dedicassimo uno schema a questo argomento».

Il comunismo, l’errore più mostruoso mai uscito dallo spirito di Satana, ha ingresso ufficiale in Vaticano; la sua rivoluzione mondiale è estremamente facilitata dalla non resistenza ufficiale della Chiesa e altresì dai numerosi appoggi che vi trova, nonostante i disperati avvertimenti dei cardinali che hanno subito la galera nei paesi dell’Est. Il rifiuto di questo concilio pastorale di condannarlo solennemente basta da solo a coprirlo di vergogna davanti alla storia, quando si pensi alle decine di milioni di martiri, ai cristiani e ai dissidenti spersonalizzati scientificamente negli ospedali psichiatrici, utilizzati come cavie da esperimenti. E il concilio pastorale ha taciuto . Avevamo ottenuto ben quattrocentocinquanta voti dai vescovi in favore di una dichiarazione contro il comunismo. Sono stati dimenticati nel cassetto… Quando il relatore della Gaudium et Spes ha risposto alle nostre domande, ci ha detto: «Vi sono state due petizioni per chiedere una condanna del comunismo». – Due?, abbiamo esclamato: sono state più di quattrocento! – «Toh, io non ne sono al corrente». Fatte le ricerche, vennero ritrovate; ma troppo tardi.

Questi episodi io li ho vissuti. Proprio io avevo portato le firme a Mons. Felici, segretario del concilio, insieme a Mons. de Proenca Sigaud, arcivescovo di Diamantina . E debbo dire che sono accaduti dei fatti, per dirla schiettamente, inammissibili. Non faccio per condannare il concilio , ma non ignoro che qui s’annida una forte componente della perplessità di molti cattolici. Perché infine, essi pensano, il concilio è nonostante tutto ispirato dallo Spirito Santo!

Non necessariamente. Un concilio pastorale, non dogmatico, è una predicazione che di per sé non impegna l’infallibilità. Quando noi abbiamo chiesto a Mons. Felici, alla fine delle sessioni: «Non potrebbe lei darci, come dicono i teologi, la nota del concilio?», rispose: «Bisogna distinguere, in base agli schemi e ai capitoli, quelli che già nel passato sono stati oggetto di definizioni dogmatiche; quanto alle dichiarazioni che hanno carattere di novità, bisogna fare delle riserve».

Dunque il Vaticano II non è un concilio come gli altri, ed è per questo che abbiamo il diritto di giudicarlo, seppure con prudenza e riserva. Di questo concilio e delle relative riforme, io accetto tutto ciò che è in piena concordanza con la Tradizione. L’opera da me fondata lo prova ampiamente. I nostri seminari, in particolare, rispondono perfettamente ai desideri espressi dal Concilio e alla Ratio fundamentalis della Sacra Congregazione per l’insegnamento cattolico. Ma è impossibile andare blaterando che solamente le applicazioni post-conciliari sono cattive. Le ribellioni del clero, la contestazione dell’autorità pontificia, tutte le stravaganze della liturgia e della nuova teologia, la desertificazione delle chiese, non avrebbero dunque nulla a vedere, come si è affermato anche recentemente, con il Concilio? Ma andiamo! Ne sono invece i frutti.

Capisco, lettori inquieti, che dicendo questo non faccio che aumentare la vostra perplessità. Eppure anche in questa baraonda è brillata una luce capace di vanificare gli sforzi del mondo, per annientare la Chiesa di Cristo: il Santo Padre ha proclamato il 30 giugno 1968 la sua professione di fede. È un atto che, dal punto di vista dogmatico, è più importante di tutto il Concilio. Questo Credo, stilato dal successore di Pietro per affermare la fede di Pietro, ha rivestito una solennità assolutamente straordinaria. Quando si è alzato per pronunciarlo, anche i cardinali si sono alzati e tutta la folla ha voluto imitarli, ma egli ha fatto sedere tutti; voleva essere solo, come Vicario di Cristo, a proclamare il suo Credo e l’ha fatto con le parole più solenni, in nome della Santissima Trinità, davanti ai Santi Angeli, davanti a tutta la Chiesa. Di conseguenza ha compiuto un atto che impegna la fede della Chiesa.

Abbiamo quindi questa consolazione e questa fiducia di sentire che lo Spirito Santo non ci ha abbandonati. Si può dire che l’arca della fede, dopo aver preso un punto d’appoggio sul Concilio Vaticano I, ne ritrova un secondo sulla professione di fede di Paolo VI.

Pubblicato da Gianluca Cruccas a martedì, aprile 09, 2013

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Le canonizzazioni cattoliche e quelle conciliari: in replica a don Gleize, sacerdote della Fraternità San Pio X

Immagine raffigurante il Papa che, come successore dell’ Apostolo Pietro e vescovo di Roma, è il Sommo Pontefice e capo della Chiesa di Dio.

APPUNTI DI TEOLOGIA

di don Floriano Abrahamowicz

Mi auguro che sopratutto i fedeli che frequentano ancora le cappelle della Fraternità San Pio X possano trarre spunti di riflessione da questo buon articolo e trarre conclusioni coraggiose.

Chi vuole seguire Gesù Cristo non deve avere paura di abbandonare padre, madre, moglie, marito, figli, campi.. e oggi anche le cappelle della FSSPX.

di Frà Leone da Bagnoregio

Dopo aver letto attentamente l’articolo di don Jean Michel Gleize sulle canonizzazioni, pubblicato nell’ultimo numero della rivista “La Tradizione Cattolica”, ci si può trovare veramente soddisfatti per la profondità con cui è stato affrontato l’argomento, a differenza della superficialità con la quale era, invece, stato trattato nel 2002, sempre lo stesso argomento, dal periodico “Si Si No No”.

Nonostante l’approfondimento e la dotta dissertazione in materia, con cui finalmente si è compreso che il Sommo Pontefice è infallibile nelle canonizzazioni, si giunge ad un’errata conclusione.

Si afferma, al termine dello studio, che essendo cambiato l’iter conoscitivo ed istruttorio delle cause dei santi ed essendo questo inficiato dalla collegialità episcopale e da una nuova errata comprensione dell’eroicità delle virtù del nuovo santo, le canonizzazioni emanate dagli ultimi papi sarebbero quantomeno dubbie e non suggellate dall’infallibilità.

Innanzi tutto, va detto che la canonizzazione, a parte i “dubia” sollevati da don Gleize, è anche per la cosiddetta “chiesa conciliare” una “sententia definiva”, ultima e perentoria, che non può essere abrogata, né mutata, né riveduta e neppure riesaminata ulteriormente.

In secondo luogo, è necessario chiarire che soltanto papa Alessandro III (anno 1170) avocò alla sede romana la prerogativa delle beatificazioni e canonizzazioni. Papa Urbano VIII (anno 1634) comminò poi sanzioni canoniche a chi tributasse un culto pubblico a qualcuno senza la previa beatificazione e canonizzazione del Sommo Pontefice, ciò non vuol dire, però, che i santi approvati precedentemente fossero dubbi o non santi!

Bisogna evidenziare e questo traspare, in parte, dall’articolo stesso, che l’oggetto secondario dell’infallibilità non si estende soltanto alle canonizzazioni, bensì anche ad altre tipologie di atti pontifici. Padre Timoteo Zapelena S.J. nel suo libro “De Ecclesia Christi” (Vol. II – pp. 223 – 258 Roma 1954), ne enuncia almeno quattro:

1) I fatti dogmatici e conclusioni teologiche;

2) Le canonizzazioni dei Santi;

3) La disciplina generale ecclesiastica ( leggi universali: liturgiche e disciplinari);

4) L’approvazione degli ordini religiosi.

Successivamente al Concilio Vaticano I, a tale proposizione riguardante l’infallibilità dell’oggetto secondario del magistero, è attribuita la nota teologica di “sententia certa” e altri teologi affermano che questa proposizione è da considerarsi con la nota teologica di “proxima fidei”, in quanto oggetto di trattazione del Concilio Vaticano I. Pio IX, infatti, dichiarò come “proxima fidei” tutte quelle proposizioni che dovevano essere trattate durante il primo Concilio Vaticano e che a causa dell’invasione piemontese non riuscirono ad essere discusse per sospensione del Conclio stesso.

I manuali di teologia chiamano “proxima fidei” le proposizioni che da molteplici teologi comunemente vengono considerate come rivelate. Dopo il Concilio Vaticano I, tutti i manuali di teologia fondamentale e i teologi insegnano l’infallibilità delle canonizzazioni e delle altre sopra evidenziate tipologie di atti di magistero.

Dopo il Vaticano II almeno due di questi tipi di atti sono stati posti in essere dai ‘papi conciliari’:

Leggi generali ed universali

a) l’emanazione di leggi liturgiche generali (pubblicazione del N.O.M. ‘Novus Ordo Missae’) ad opera di Paolo VI il 3 aprile 1969;

b) l’emanazione di leggi disciplinari universali (Nuovo Codice di Diritto Canonico N.C.J.C.) ad opera di Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983;

Canonizzazioni di santi

a) (per il momento si tratta di una sola persona: José Maria Escrivà de Balaguer) sul quale sono stati avanzati seri dubbi, prima della definizione da parte di esperti e membri della gerarchia conciliare, posta in essere da Giovanni Paolo II il 6 ottobre 2002;

Per i teologi della F.S.S.P.X. l’approvazione del N.O.M. non conteneva i presupposti necessari, affinché si potesse sostenere che il papa avesse impegnato la sua infallibilità e lo avesse reso obbligatorio per tutta la Chiesa (ciò che invece, di fatto, è avvenuto). Per il N.C.D.C. sempre i teologi della F.S.S.P.X. evidenziano ancorché minimi dei dubbi sul criterio di pubblicazione (anche questi assai futili).

Sembra che si cerchi in ogni modo di discolpare l’autorità romana delle sue gravi mancanze, quando sarebbe più semplice trarre le dovute conclusioni.

C’è un dato principale che forse è sfuggito nelle conclusioni a Don Gleize che l’infallibilità si rende necessaria per questa gamma di atti di magistero, perché essi sono intrinsecamente connessi con il deposito della fede ossia con la Rivelazione.

I teologi così affermano: “I Pontefici sono infallibili nell’elaborazione di leggi universali concernenti la disciplina ecclesiastica (liturgia e diritto disciplinare), di modo che non possano mai stabilire qualche cosa che possa in qualsiasi modo essere contra­rio alla fede e alla morale». F. X.Wernz P. Vidal, (cfr. Jus canonicum ad codicis normam exactum, Vol. II, p. 410); nel qual caso “la Chiesa” – come dice, tra gli altri, il teologo J. M. Hervè “cesserebbe d’essere Santa e dun­que, cesserebbe d’essere la vera Chiesa di Cristo”. (cfr. Manuale Theologiae dogmaticae, Vol. I, p. 508).

Il Card. Giovanni Battista Franzelin S.J., nel suo libro “De Traditione” Tesi XII, Schol. I, pp. 119 – 122 affermò già nel 1896: “La Santa Sede Apostolica a cui è stato affidato da Dio la custodia del deposito, ed ingiunto l’incarico e il dovere di pascere tutta la Chiesa per la salvezza delle anime, può prescri­vere affinché siano seguite, o proscrivere affïnché non siano seguite, le sentenze teologiche o connesse con le cose teologiche, non unicamente con l’intenzione di decidere infallibilmente con sentenza definitiva la veri­tà (…). In tali dichiarazioni… vi è tuttavia un’infallibile sicurezza, nella misura che è sicuro che può essere abbracciata da tutti né si pub rifiutare di abbracciarla senza violazione della dovuta sottomissione verso il magistero costituito da Dio. Pertanto l’autorità del ma­gistero costituita da Cristo nella Chiesa, quanto a ciò che trattiamo ora, può essere considerata sotto due aspetti. Primo, in tanto che per i singoli atti è sotto l’assistenza dello Spirito Santo per la definizione della verità, o in tanto che è autorità d’infallibilità. Secondo o “extensive”, in tanto che il magistero stesso agisce con l’autorità di pascere le cose affïdategli da Dio, non tuttavia e non tutta la sua intensità, se cosi si può dire, né per definire una volta per tutte una verità, ma per quanto è apparso necessario o opportuno e sufficiente per la sicurezza della dottrina; e questa autorità noi possiamo chiamarla autorità di provvidenza dottrinale. L’autorità infallibile non può essere comunicata dal Pontefice agli altri suoi ministri che agiscono in suo nome. Ma l’autorità inferio­re di provvidenza dottrinale, come l’ambiamo chiamata, non indipendente ma con dipendenza dallo stesso Ponte­fïce è comunicata (on maggiore o minore estensione ad alcune S. Congregazioni.’.. Noi stimiamo che tali giudi­zi, anche inferiori alla definizione ex cathedra, possono essere cosi disposti che richiedano l’obbedienza che include l’ossequio dell’intelligenza: non affinché ven­ga creduta la dottrina infallibilmente vera o falsa, ma affinché si giudichi che la dottrina contenuta in tal giudizio è sicura, e noi dobbiamo abbracciarla, e riget­tare la contraria, per il motivo della sacra autorità,” .

Padre Sisto Cartechini S.J. nel suo magistrale libro “Dall’opinione al dogma” così si esprime sulle canonizzazioni:Santi e beati”. “L’oggetto proprio che viene definito dalla Chiesa nella canonizzazione dei santi, è che una data persona in concreto, per esempio Giovanni Bosco, è un santo e merita quel culto il quale viene imposto a tutti i fedeli, verso di lui. Da questo segue necessariamente che quel santo già si trova in Paradiso. Ma nello stesso tempo la Chiesa ci propone col suo magistero ordinario, il medesimo santo come esimio esemplare di vita cristiana”.

“Un martire invece, in quanto tale, viene proposto come esemplare per sé solo di fortezza e di carità della morte sostenuta per Cristo”.

Se, quindi, si analizzano gli atti promulgati dalla suprema autorità dopo il Vaticano II si devono trarre alcune conclusioni in merito:

A) Il N.O.M. come è stato ripetuto più volte, è affetto di errori e conduce e sfocia nell’eresia; è “una Messa avvelenata” come ebbe a dire già nel 1982 Mons. Marcel Lefebvre e quindi, conduce alla perdita della fede e questo è stato ripetuto fino alla saturazione in tutto l’ambiente tradizionalista. Cosa comporterebbe per un chierico o un semplice fedele che segue abitualmente questo rito: la perdita della fede e pertanto, alla possibile dannazione dell’anima.

B) Il N.C.J.C. dai vari studi posti in essere da svariati versati teologi tradizionalisti contiene errori gravi circa la collegialità, la “comunicatio in sacris” con eretici e scismatici e ospitalità liturgica con loro, le finalità del matrimonio ed altri ancora che in questa sede non è il caso di spiegare. Cosa comporterebbe per un fedele o un chierico che dovesse sottomettersi a questo nuovo diritto: alla possibile perdita della fede, pertanto, anche alla possibile dannazione della propria anima.

C) La canonizzazione di un individuo, che per svariati motivi (precipuamente anche per quelli sviscerati da don Gleize) non si trova in paradiso nella gloria celeste, ma in purgatorio o addirittura negli inferi e l’esempio di questa persona viene proposto come modello per tutti i fedeli, magari proprio per quegli atteggiamenti riprovevoli per i quali potrebbe essere stata condannata da Dio e non godere della sua visione beatifica, cosa comporterebbe per i fedeli che seguono il suo esempio: ad andare dietro a degli errori che lo porteranno magari a perdersi e a dannarsi l’anima.

Non si tratta di poca cosa! A questo punto s’impone una domanda? La chiesa conciliare che promulga leggi e pone in essere atti sia di magistero che di disciplina e/o liturgia e canonizzazioni che possono condurre i fedeli alla perdizione o quantomeno ad una deformazione o diminuzione della fede e che inoltre, distruggono la nota della santità della Chiesa di Cristo, può essere ancora la Chiesa Cattolica? Se la risposta è affermativa, come sta sostenendo per ora la F.S.S.P.X., si continui su questa strada, che sfortunatamente, è una strada senza uscita!

Però a costoro urge proporre una domanda? Cosa dovrebbe mai fare o proporre un “papa acattolico” per non essere più papa? Se affermasse chiaramente una qualsiasi eresia contro un dogma definito (fatto improbabile per un modernista), qualcuno oserebbe ancora sostenere: “I papi conciliari essendo affetti da modernismo non hanno più intenzione di definire qualsiasi cosa”. Se un “papa conciliare” non ha più intenzione di definire, di canonizzare, di pubblicare riti e leggi, perché modernista, “ex sese” non vuole più essere papa (o non lo è mai stato) e la conclusione che s’impone, è semplice: chi occupa attualmente i sacri palazzi (ultimamente neppure sono più occupati in quanto l’occupante risiede altrove, a Casa Santa Marta) non è più il papa o non lo è mai stato. Il compito precipuo del Romano Pontefice è quello di confermare i fratelli nella fede, se non opera più questa missione, conferita a lui di diritto divino da Gesù Cristo, vuol dire che ha abdicato di sua volontà alle sue funzioni e prerogative.

Sembra che il modernismo non sia più un’eresia o perlomeno sia un’eresia minore in confronto ad altre come: il luteranesimo o il calvinismo, oppure da qualcuno è considerato soltanto un piccolo errore passeggero. San Pio X definisce i modernisti i peggiori nemici della Chiesa, ed una gravissima eresia la peggiore di tutte, perché proprio i modernisti s’insinuano all’interno della stessa Chiesa e tutto distruggono e sconvolgono.

La F.S.S.P.X. cerca di mantenere vivo un cadavere o un ectoplasma di papa, al semplice scopo di avere degli elettori abituali, che possano eleggere un giorno un papa cattolico (come se il papa potesse essere acattolico) e dare una visibilità alla Chiesa che nessuno più vede.

Sarebbe molto più semplice e più saggio affidarsi a Nostro Signore che provvederà a far sorgere anche da delle pietre gli elettori di un vero Sommo Pontefice.

La legittimità di un Papa è un ‘fatto teologico’ da esso dipende la credibilità di nostra Santa Madre Chiesa.

Non è licito prendere in giro delle anime, perché si sta giocando con la loro salvezza eterna, è perentorio: se un determinato individuo è legittimo papa si deve obbedire ed essere a lui sottomessi per essere salvi, questo è di fede! (cfr. la Bolla di Bonifacio VIII “Unam Sanctam” D.S. 875).

Un papa legittimo con i suoi atti propri e più importanti, che dovrebbero essere garantiti dallo Spirito Santo, non può in modo più assoluto ingannare e condurre alla perdizione il gregge a lui affidato.

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AMBIGUITÀ DEL VATICANO 2 CONDANNATE SENZA AMBIGUITÀ

WalterKasperCard 200806.pngL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Al discorso del card. Walter Kasper sul Vaticano due (L’Osservatore Romano, 12.04. 2013) segue il commento di Sandro Pelegrineti de Pontes: “Kasper ha riconosciuto l’ovvio, ossia che il Vaticano II è stato ambiguo per favorire interpretazioni spurie.

Interpretazione e ricezione del Vaticano 2: concilio ancora in cammino!

di Walter Kasper
“Era l’epoca della guerra fredda; l’anno prima dell’inizio del concilio era stato costruito il Muro di Berlino e, durante il periodo della prima sessione, il mondo, a causa della crisi di Cuba, si ritrovò sull’orlo del baratro della guerra atomica. Oggi, cinquant’anni dopo, viviamo in un mondo globalizzato, completamente diverso e in rapido cambiamento, con nuove questioni e nuove sfide. La fede ottimistica nel progresso e lo spirito dell’incamminarsi verso nuovi confini sono volati via da tempo. Per la maggior parte dei cattolici, gli sviluppi, messi in moto dal concilio, fanno parte della vita quotidiana della Chiesa. Ma ciò che vi sperimentano non è il grande avvio e non è la primavera della Chiesa che ci aspettavamo allora, ma è, piuttosto, una Chiesa dall’aspetto invernale, che mostra segni chiari di crisi.
Per chi conosca la storia dei venti concili riconosciuti come ecumenici, questo non costituirà una sorpresa. I tempi postconciliari furono quasi sempre turbolenti. Il Vaticano II, però, rappresenta un caso particolare. Diversamente dai concili precedenti, non fu convocato per estromettere dottrine eretiche o per comporre uno scisma; non proclamò alcun dogma formale e non prese nemmeno deliberazioni disciplinari formali. Giovanni XXIII aveva una prospettiva più ampia [aperta alle logge e sinagoghe!…]. Una minoranza influente oppose resistenza pervicace a questo tentativo della maggioranza. Il successore di Giovanni XXIII, Papa Paolo VI, era fondamentalmente dalla parte della maggioranza, ma cercò di coinvolgere la minoranza e, in linea con l’antica tradizione conciliare, di raggiungere un’approvazione, per quanto possibile all’unanimità, dei documenti conciliari, che in totale furono sedici. Ci riuscì; ma si pagò un prezzo. In molti punti, si dovettero trovare formule di compromesso, in cui, spesso, le posizioni della maggioranza si trovano immediatamente accanto a quelle della minoranza, pensate per delimitarle.
Così, i testi conciliari hanno in sé un enorme potenziale conflittuale; aprono la porta a una ricezione selettiva nell’una o nell’altra direzione.

Quale direzione indica la bussola del concilio e dove conduce il cammino della Chiesa cattolica, nell’ancor giovane XXI secolo? […]

Si possono distinguere tre fasi della ricezione, fino ai giorni nostri. Anzitutto, la prima fase della ricezione entusiastica. Karl Rahner, subito dopo essere ritornato dal concilio, in una conferenza a Monaco parlò di “inizio dell’inizio”. Ma Rahner restò cautamente scettico in ciò che riguardava il futuro. Altri si spinsero oltre e vollero lasciare in disparte ciò che considerarono elementi della tradizione trascinati nel concilio come accessori, frutto di compromesso, e, come Hans Küng, effettuando un salto di quasi duemila anni di storia della Chiesa, interpretarono la dottrina della Chiesa in modo del tutto nuovo, partendo dalla Sacra Scrittura.
La reazione non si fece attendere a lungo. Venne non solo dall’arcivescovo Lefebvre e dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, da lui fondata, ma anche da teologi che, durante il concilio, erano stati annoverati tra i progressisti (Jacques Maritain, Louis Bouyer, Henri de Lubac). Diversamente da Lefebvre, loro non criticarono il concilio in sé, ma criticarono la sua ricezione. Di fatto, nei primi due decenni dopo il concilio, si ebbe un esodo di molti sacerdoti e religiosi; in molti ambiti si ebbero uno scadimento della prassi ecclesiastica e movimenti di protesta di sacerdoti, religiosi e laici. Papa Paolo VI parlò di «fumo di Satana», entrato da qualche fessura nel tempio di Dio.
Ancora oggi, alcuni critici considerano il Vaticano II, nel contesto della storia della Chiesa, come una sciagura e come la maggiore calamità in tempi recenti. Ma rappresenta un cortocircuito ritenere che tutto quel che avvenne dopo il concilio sia accaduto anche a causa del concilio. I critici misconoscono i trend di lungo respiro che agirono già prima del concilio e che conobbero una notevole accelerazione nei rivolgimenti sociali connessi con la protesta dei giovani e degli studenti nel 1968. Dopo il 1968 le tendenze emancipatrici ebbero effetti anche in ambiti ecclesiastici. Durante il concilio, furono i progressisti a essere i veri conservatori, che volevano rinnovare la tradizione antica; dopo, presero la parola progressisti di nuovo genere, che non si orientavano tanto alla tradizione più antica, quanto invece ai “segni dei tempi” e che volevano interpretare il Vangelo in base alla mutata situazione sociale.
Il Sinodo episcopale straordinario del 1985, venti anni dopo la fine del concilio, iniziò la terza fase della recezione [ambigua]. Il Sinodo ebbe il compito di fare un bilancio. Consapevole della crisi, non volle però unirsi al diffuso coro di lamenti. Parlò di situazione ambivalente, in cui, oltre ad aspetti negativi, c’erano anche buoni frutti: il rinnovamento liturgico, che portò a una maggiore sottolineatura della Parola di Dio e a una partecipazione più forte dell’intera comunità celebrante; la partecipazione e cooperazione rafforzate dei laici alla vita della Chiesa; gli avvicinamenti ecumenici; le aperture al mondo moderno e alla sua cultura e molti altri ancora. […]

I documenti conciliari non sono rimasti lettera morta. Hanno dato l’impronta alla vita in diocesi, parrocchie e comunità religiose, mediante il rinnovamento della liturgia, una spiritualità caratterizzata da un più forte connotato biblico e la partecipazione dei laici e stimolato il dialogo ecumenico e interreligioso. Il concilio è stato accolto positivamente in particolare dai nuovi movimenti spirituali, sorti negli anni Settanta, che hanno portato alla luce, in modo nuovo, la molteplicità dei carismi e la vocazione universale alla santità [!]. Neanche la ricezione ufficiale è rimasta ferma. In parte, è passata dal concilio nelle riforme liturgiche, in cui il concilio si atteneva ancora al latino come lingua normale liturgica e non si parlava di una celebrazione orientata verso il popolo. Lo stesso vale per le indicazioni sociali ed etiche di Papa Giovanni Paolo II per l’attuazione della libertà religiosa mediante la rescissione di concordati che collidevano contro di essa e, infine, riguardo alla “politica” dei diritti umani, con cui Giovanni Paolo II ha fornito un contributo essenziale alla sconfitta delle dittature comuniste dell’Europa Orientale [mai con la ostpolitik conciliare!]. Vale anche accennare alla sua enciclica sull’ecumenismo, Ut unum sint (1995), che ha approfondito le enunciazioni ecumeniche del concilio portandole avanti con energia. Tutto questo ha trasformato positivamente [?], sotto molti aspetti, il volto della Chiesa tanto all’interno quanto all’esterno. L’ecumenismo, altro tema importante, ha dato molti buoni frutti, più di quanti ci si aspettasse al tempo del concilio.
Una Chiesa che si appoggi al mainstream sociale diventa, in ultimo, superflua. Non diventa interessante se si orna con piume non sue, ma se fa valere la propria causa in modo credibile e convincente e se compare come contrafforte all’opinione pubblica dominante. […]

Un ulteriore, importante indizio l’ha dato Papa Benedetto XVI, in un discorso ai cardinali e ai collaboratori della Curia romana, tenuto il 22 dicembre 2005, in occasione del quarantesimo anniversario della chiusura del concilio. Così ha introdotto la fase più recente del dibattito sull’interpretazione del concilio. Ha chiarito che il consenso non deve essere solo sincronico (riguardante la Chiesa attuale) ma anche diacronico (riguardante la Chiesa in ogni epoca). Ha contrapposto due ermeneutiche: quella della discontinuità e della rottura, che respinse, e quella «della riforma, del rinnovamento». Le parole del Papa sono state, spesso, interpretate in modo unilaterale, tralasciando di considerare che non ha contrapposto, come molti affermano, l’ermeneutica della discontinuità all’ermeneutica della continuità. Il Papa parlò di un’ermeneutica della riforma e del «rinnovamento nella continuità» della Chiesa.
Quello della riforma è, nel complesso della Tradizione medioevale, un termine fondamentale e una sfida che si ripropone di continuo. Riforma non significa solo necessario adattamento pratico di singoli paragrafi a circostanze nuove. Chi parla di riforma, presuppone che sussistano deficit e disfunzioni che rendono necessario rifarsi a tradizioni più antiche, dimenticate, in particolare all’inizio apostolico, rinnovandole creativamente.
Il discorso del Papa sulla riforma e il rinnovamento nella continuità, riflette una concezione viva della Tradizione, che, se alle argomentazioni fondamentali seguono conseguenze pratiche, potrebbe riaccendere nuovamente il fuoco del concilio, cioè potrebbe, nella continuità, portare di nuovo l’impulso innovatore del concilio.
Domandiamo: Come può apparire tale rinnovamento e verso dove può andare il cammino ulteriore? Come applicare la eredità dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI oggi? Non ho un programma complessivo. Posso, accennare solo ad alcuni, pochi, punti di vista. Innanzitutto, il concilio ha accolto, in modo critico-costruttivo, richieste importanti della modernità. Oggi, mezzo secolo dopo, dall’età moderna siamo passati a quella postmoderna. Molte vecchie questioni si pongono in modo nuovo; anche molti ideali dell’illuminismo vengono oggi messi in discussione. La fede nel progresso, che c’era allora, come pure la fiducia nella ragione, sono scosse. Ciò non significa che il concilio non sia più attuale. La Chiesa deve prendere sul serio le richiese legittime dell’età moderna. Deve difendere [discutere] la fede sia contro il pluralismo e il relativismo postmoderni sia contro le tendenze fondamentaliste che rifuggono dalla ragione.
Seconda sfida: Nell’era postmoderna, è quella che viene non solo dal nostro mondo occidentale secolarizzato e relativista ma dall’emisfero Sud, cioè la sfida della povertà della grande maggioranza degli uomini. Papa Francesco con la sua opzione per una Chiesa povera per i poveri lo ha ricordato. Lo ha fatto in continuità con il Vaticano II, che nella Lumen gentium in una sezione spesso dimenticata parla della sequela del Gesù diventato per noi povero e della povertà e semplicità apostolica della Chiesa. In questo senso Papa Francesco sin dal primo giorno del suo pontificato ha dato la sua interpretazione direi profetica del concilio e ha dato avvio a una nuova fase della sua recezione. Lui ha cambiato l’agenda: in testa adesso ci sono i problemi dell’emisfero Sud. […]

L’ultimo punto è il più importante: la questione di Dio. Già il concilio ha annoverato l’ateismo, nelle sue varie modulazioni, tra le questioni serie di quest’epoca. Tale situazione, da allora, si è acuita in modo drammatico. Il problema di oggi è, che Dio per molti non è più un problema, ovvero sembra che non sia più un problema e che la sua esistenza non interessi più. Il problema è l’indifferenza. […] Le persone lì fuori, nell’“atrio delle genti”, hanno altre domande: da dove vengo e dove vado? Perché e per quale fine esisto? Perché il male, perché la sofferenza del mondo? Perché devo soffrire? […]
Il cammino avviato dal concilio non è finito. L’eredità ricca che i due Papi Giovanni XXIII e Paolo VI ci hanno lasciata ancora non è esaurita. Dobbiamo percorrerlo, con pazienza ma anche con determinazione e coraggio e, nonostante tutto, con hilaritas, gioia interiore. Come disse il profeta: «La gioia per Dio è la nostra forza» (Neemia, 8, 10). Il concilio ha destato la gioia per Dio, per la fede, per la Chiesa [?…].” (L’Osservatore Romano 12 aprile 2013, rilievi nostri)

* * *

“Senza allungarci, ricordiamo qui l’insegnamento della Chiesa, che condanna le ambiguità proprio perché permettono varie interpretazioni, divenendo un mezzo comune utilizzato da eretici che cercano di introdurre errori nella veste di verità.

Vale notare che la stessa condanna di Pio VI è ripetuta da San Pio X nella «Pascendi»”. (http://cumexapostolatusofficio.blogspot.pt/2013/04/ambiguidades-condenadas-sem-nenhuma.html )

Vediamo le parole di Papa Pio VI condannando il Sinodo di Pistoia:

I Pontefici Nostri Predecessori, i Vescovi di grande autorità, ed anche, legalmente, certi Concilii generali conoscevano benel’arte maliziosa propria degli innovatori, i quali, temendodi offenderele orecchie deicattolici, si adoperano per coprire sotto fraudolenti giri di parole i lacci delle loro astuzie, affinché l’errore, nascosto fra senso e senso (San Leone M., Lettera 129 dell’edizione Baller), s’insinui negli animi più facilmente e avvenga che – alterata la verità della sentenza per mezzo di una brevissima aggiunta o variante – la testimonianza che doveva portare la salute, a seguito di una certa sottile modifica, conduca alla morte. Se questa involuta e fallace maniera di dissertare è viziosa in qualsiasi manifestazione oratoria, in nessun modo è da praticare in un Sinodo, il cui primo merito deve consistere nell’adottare nell’insegnamento un’espressione talmente chiara e limpida che non lasci spazio al pericolo di contrasti. Però se nel parlare si sbaglia, non si può ammettere quella subdola difesa che si è soliti addurre e per la quale, allorché sia stata pronunciata qualche espressione troppo dura, si trova la medesima spiegata più chiaramente altrove, o anche corretta, quasi che questa sfrenata licenza di affermare e di negare a piacimento, che fu sempre una fraudolenta astuzia degl’innovatori a copertura dell’errore, non dovesse valere piuttosto per denunciare l’errore anziché per giustificarlo: come se alle persone particolarmente impreparate ad affrontare casualmente questa o quella parte di un Sinodo esposto a tutti in lingua volgare fossero sempre presenti gli altri passi da contrapporre, e che nel confrontarli ognuno disponesse di tale preparazione da ricondurli, da solo, a tal punto da evitare qualsiasi pericolo d’inganno che costoro spargono erroneamente. È dannosissima quest’abilità d’insinuare l’errore che il Nostro Predecessore Celestino (San Celestino, Lettera 13, n. 2, presso il Coust) scoperse nelle lettere del vescovo Nestorio di Costantinopoli e condannò con durissimo richiamo. L’impostore, scoperto, richiamato e raggiunto per tali lettere, con il suo incoerente multiloquio avvolgeva d’oscuro il vero e, di nuovo confondendo l’una e l’altra cosa, confessava quello che aveva negato o si sforzava di negare quello che aveva confessato.

Contro tali insidie, purtroppo rinnovatesi in ogni età, non fu messo in opera modo migliore che quello di esporre le sentenze le quali, sotto il velo dell’ambiguità, avviluppano una pericolosa discrepanza di sensi, segnalando il perverso significato sotto il quale si trova l’errore che la Dottrina Cattolica condanna.” Pio VI, Bolla AuctoremFidei, del 29 agosto 1794.

Questa condanna di Pio VI riguarda in pieno il Vaticano 2, che oltre la sua ambiguità è stato propriamente eretizante e anche eretico; sistematicamente ambiguo per inoculare errori e eresie! Il Magistero condanna i modernisti, la cui elaborata ambiguità è intrinsecamente perversa perché mira a un piano di mutazione radicale della Chiesa. Eppure, la stragrande maggioranza dei cattolici ancora dorme dopo l’invito di guardare alla luna di Giovanni 23; è continuata assopita dopo con i baci dei suoi successori ai nemici del Papato e della Chiesa, e ora con i baci e abbracci di Bergoglio ai disarmati della chiesa smobilitante.

Tutto ciò riguarda l’apparato ecumenista conciliare, ispirato nella sindrome delle nuove «ermeneutiche» del bacio di Giuda!

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Don Floriano Abrahamowicz ricorda Mons. Lefebvre e suona la sveglia ai tradizionalisti mitigati

di Redazione

Proponiamo la registrazione dell’omelia di domenica scorsa, 10 Febbraio 2013, domenica di Quinquagesima, in cui di Don Floriano Abrahamowicz commenta le Sacre Scritture e parla del rapporto tra Fede e Carità: http://it.gloria.tv/?media=398585.

“Non è possibile per un cattolico dire al contempo ‘no’ alle unioni gay e ‘si’ al loro riconoscimento dalla società civile. Le ultime dichiarazioni da parte degli esponenti della nuova chiesa conciliare (cardinale Ruini, Monsignor Paglia, ecc..) riguardo al riconosciemento delle unioni gay da parte della società civile dimostra che “la chiesa conciliare non è la chiesa visibile fondata da Nostro Signore Gesù Christo”. Certo che non ha capito questo potrebbe rimanere scandalizzato. Mi dispiace. Ma ancora dispiace vedere le anime che si perdono seguendo i falsi pastori.

Al riguardo, diviene di grande attualità – come sostiene il Reverendo – l’ammonimento profetico di Mons. Marcel Lefebvre ai cosiddetti tradizionalisti mitigati, ovvero i tradizionalisti tiepidi, coloro che non vogliono arrivare alla conclusione logica e di fede che quella conciliare non è la Chiesa visibile fondata da Nostro Signore Gesù Cristo, perché ne sconfessa gli insegnamenti.

E’ in questo contesto che l’omelia di don Floriano diviene incredibilmente attuale. Solamente il giorno dopo si è avverato qualcosa di autenticamente destabilizzante, che dimostra come questa brutta copia della Chiesa di Cristo sia composta da “manichini” vestiti da chierici ma privi, anche del più elementare senso dell’Autorità Cattolica. Un “papa” che si dimette alla stessa maniera del Presidente di un Consiglio di Ammnistrazione, tra i commiati un po’ patetici e un po’ grotteschi di Scola (che con quel sorrisino laconico pare attendere che giunga presto il suo momento per la successione) e di Sodano (che ha parlato di “fulmine a ciel sereno”, sebbene nessuno degli sguardi dei tanti presenti all’annuncio dimostrasse un minimo cenno di reale sorpresa) tra baci e abbracci (nessun inchino alla benedizione richiesta) dà l’idea dell’abbandono di una S.p.A. Può essere che la Santa Chiesa di Cristo appaia come fosse il CdA di Finmeccanica? Anche i commenti di circostanza di Napolitano e Compagnia laica hanno dato un senso di presa in giro. Non quelli delle persone comuni accorse in Piazza San Pietro, alcune delle quali si sono sentite, in un certo senso, tradite da un gesto inspiegato, che per questo alimenta i dubbi, le ipotesi, le congetture.

Potranno giungere tempi apocalittici. Potrà giungere la persecuzione. Certamente, davanti al mondo l’immagine della Chiesa ne esce indebolita fortemente. E’, quindi, nella preghiera che dobbiamo trovare rifugio e nella Speranza in quanto garantitoci da Gesù stesso:”Le porte degli inferi non prevarranno mai”.

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Vaticano II: la dubbia autorità d’un concilio

Vaticano II: la dubbia autorità d'un concilioPrefazione

“In fondo siete come dei protestanti: impugnate il libero esame al di sopra del magistero”; “Non avete il diritto di opporre magistero a magistero”. Ecco due linee di obiezioni molto spesso opposte alle spiegazioni e alle posizioni di Mons. Lefebvre e della Fraternità San Pio X, cui si rimprovera l’audacia di criticare il Concilio Vati­cano II.

Questo compendio offre alla lettura le spiegazioni fornite dal Vescovo che fu tacciato di tradizionalismo: si può vedere che al contrario i princìpi che guidano la Fraternità San Pio X sono ben ancorati alla sana teologia cattolica, malgrado la gravità delle obiezioni poste. Ci fa capire anche come il grande pastore di anime sapesse rivolgersi ai princìpi più elevati della nostra fede, per illuminare le sue scelte e le sue azioni. Possano queste pagine illuminarne ancora di più oggi e confortare coloro che reagiscono al disastro!

Écône, 22 settembre 2006, festa di San Maurizio.
+ Bernard Fellay
Superiore generale della Fraternità San Pio X

Vaticano II, la dubbia autorità d’un concilio, Mons. Lefebvre, pagg. 80, € 7,00

Presentazione

Giunto al tramonto di una lunga vita, Mons. Lefebvre (1905-1991) sottolineava l’importanza di quella terza guerra mondiale che fu il Concilio Vaticano II (1962-1965). I disastri senza precedenti accumulati da questa guerra sono ancora sotto i nostri occhi. In effetti, il Vaticano II è stato e resta un disastro, perché ha consacrato nella santa Chiesa il trionfo del liberalismo e del modernismo. È stato «lo scatenamento delle forze del male per la rovina della Chiesa».

Affascinati più dalla gloria del mondo moderno che dalla gloria di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo, i membri del clero hanno cambiato rotta per riuscire a ogni costo a essere ben accolti dal mondo moderno […]. È il peccato moderno del modernismo, che abbandona le esigenze della fede, e perfino della ragione, per entrare in un mondo di ambiguità, di equivoci, che si allontana dal dogma e dalla verità e si crogiola nell’indeterminatezza, nell’incertezza, nell’indefinitezza di un linguaggio per così dire adattato al mondo moderno, che non vuole più definire niente, permette tutte le interpretazioni e lascia così libero corso alle eresie, agli errori e al lassismo morale. Le fondamenta stesse della Chiesa, della rivelazione, della filosofia vengono scosse, rimesse in causa. Non esiste più verità, oggettività, tutto diventa soggettivo, sottomesso alla coscienza individuale, soggetto ad evoluzione. È quello che ha descritto e condannato san Pio X nella sua enciclica Pascendi. Per questo, il Concilio è stato voluto “pastorale”, concilio dell’aggiornamento. […] È così che il Vaticano II ha giustificato la libertà religiosa, la collegialità e l’ecumenismo.

Questa guerra del Concilio è già in atto, quando sopraggiunge la riforma liturgica del 1969. La nuova Messa non sarà che una conseguenza, uno dei principali frutti avvelenati del Concilio. Ma il Concilio è già nefasto in se stesso, nuova Messa o meno. In quell’inizio d’anno, in cui, per qualche mese ancora, il rito tradizionale della Messa di san Pio V ha valore di legge universale e beneficia della più totale libertà in tutta la santa Chiesa, Mons. Lefebvre denuncia già i veri germi della dissoluzione. Sono gli errori del concilio Vaticano II, errori che sono riusciti a intaccare la fede. «Il disordine è gravissimo in tutta la Curia romana. Si condannano gli effetti e si sostiene la causa. Roma si è chiusa in una contraddizione da cui non si vuole uscire perché svelerebbe delle responsabilità scandalose nello svolgimento del Concilio». La medesima constatazione s’imporrà ancora a Mons. Lefebvre, al termine della sua vita:
Non è un’inezia a contrapporci. Non è sufficiente che ci venga detto: “Potete dire la vecchia Messa, ma dovete accettarlo [il Concilio]”. No, non è solo questo [la Messa] che ci divide, è la dottrina. È chiaro. È questo che è grave in don Gérard ed è questo che l’ha perduto. Don Gérard ha visto sempre solo la liturgia e la vita monastica. Non vede chiaramente i problemi teologici del Concilio, della libertà religiosa. Non vede la malizia di questi errori. 
La malizia di questi errori ha portato il vecchio Arcivescovo di Dakar a opporsi al Concilio, poi a rifiutare tutte le riforme che ne erano scaturite. Lungi dall’essere una disubbidienza o l’indizio di uno stato d’animo scismatico, questa opposizione e questo rifiuto sono in Mons. Lefebvre la principale manifestazione dei doni dello Spirito Santo, l’espressione di una lucidità e di una forza del tutto soprannaturali, come sempre si possono osservare nei grandi difensori della fede. Perché tutto dipende dalla fede: la gerarchia della Chiesa, le funzioni sacre del magistero e del governo ecclesiastici, l’autorità stessa del Sommo Pontefice non hanno senso e realtà che per trasmettere e difendere il deposito della fede. Voler fare tabula rasa, o anche solo tenere in poco conto, della dottrina apostolica, per imporre una nuova teologia già condannata sotto i papi san Pio X, Pio XI e Pio XII, significa privarsi di ogni autorità, perché significa tradire l’insegnamento di Cristo. Nessun Papa, nessun concilio, fosse pure ecumenico, può liberarsi da questo sacro deposito della rivelazione divina.

Colui che crede sarà salvato, colui che non crede sarà condannato. È la prima delle leggi, ed è una legge divina, mentre le leggi umane come il diritto canonico, le pene e via dicendo, vanno benissimo, siamo ben disposti a sottometterci a tutte queste leggi, ma nella misura in cui sostengono la legge principale per la quale sono fatte. Tutto il diritto canonico è fatto per conservare la nostra fede, per sostenere la nostra fede, è per quello che esiste il diritto canonico. Ogni legge positiva della Chiesa è fatta per appoggiare e difendere la legge divina naturale e positiva. Tuttavia esiste una gerarchia nelle leggi. […] Perciò, anche se domani ricevessi una lettera del Papa che mi dice : lei è scomunicato, lei è colpito d’interdetto, lei è sospeso, ecc.; anche se mi si dessero tutte le punizioni del diritto canonico, questo non varrebbe nulla. Io continuerei come se niente fosse, perché non si può, facendo pressione col diritto canonico, farci disobbedire ad una legge divina.

Tale in breve la risposta che Mons. Lefebvre dà a questo problema sollevato dall’autorità del Concilio Vaticano II. Questa risposta s’impone da sé alla luce di una ragione illuminata dalla fede. Perché questa trasmissione della fede è la ragion d’essere della Chiesa. Se si perde di vista questa verità, la Chiesa cessa di essere il governo del vicario di Cristo, non è più che il governo di un uomo, diventa una società umana. Dopo il Vaticano II, noi troviamo «nel seno stesso e nel cuore della Chiesa» – secondo l’espressione del Papa san Pio X, parlando del modernismo – la società degli uomini che hanno preso il potere nella Chiesa, per imporvi la loro propria teologia. E l’obbedienza che si volesse prestare a questi uomini, sarebbe falsa e cieca, perché sarebbe privata della luce indispensabile. Una tale obbedienza agli uomini, contraria all’obbedienza a Dio, non ha più radici nella virtù soprannaturale della fede.
L’obbedienza cieca è un controsenso e nessuno è esente da responsabilità per aver obbedito agli uomini piuttosto che a Dio. È troppo facile dire: “Io, obbedisco. Se si sbaglia, ebbene, io sbaglio con lui. Preferisco sbagliare col Papa, che essere nella verità contro il Papa!”. Allora, bisogna tradurre così: “Preferisco essere contro Nostro Signore Gesù Cristo con il Papa, piuttosto che essere con Nostro Signore Gesù Cristo contro il Papa!”. È inverosimile! Siamo per Nostro Signore e, di conseguenza, nella misura in cui il Papa è veramente il vicario di Cristo e agisce come vicario di Cristo, e ci dà la luce di Cristo, noi siamo sicuramente pronti a chiudere gli occhi e a seguirlo ovunque. Ma, dal momento che quella luce non è più quella di Nostro Signore Gesù Cristo, che siamo condotti verso orizzonti nuovi – che vengono dichiarati esplicitamente nuovi, non ci si nasconde, tutto è nuovo, nuovo codice di diritto canonico, nuovo messale… tutto è nuovo, nuova ecclesiologia – questo non va più bene affatto… Questa resistenza deve essere pubblica se il male è pubblico ed è oggetto di scandalo, come afferma san Tommaso.

Nelle pagine che seguono, si potrà leggere il testo dei principali interventi con i quali il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X si è sforzato di spiegare ai suoi sacerdoti e ai suoi seminaristi le vere ragioni del suo comportamento. Queste ragioni non sono cambiate, e l’attuale successore di Mons. Lefebvre lo ripeteva ancora in occasione dell’ultimo ritiro sacerdotale a Écône: «Finché il Vaticano II e la nuova Messa restano la norma, un accordo con Roma è un suicidio». Oggi è indispensabile leggere o rileggere e meditare queste righe. Malgrado le apparenze talvolta sottilmente tradizionali, le dichiarazioni e le iniziative degli uomini di Chiesa resteranno inaccettabili, fintantoché rimarranno l’espressione immutata dei medesimi errori conciliari. «Accuso il Concilio»: tale è ancora, quarant’anni dopo, il motivo essenziale della nostra lotta, nella fedeltà alla santa Chiesa cattolica romana di sempre e al suo principale difensore, in questi tempi di apostasia silenziosa, il nostro venerato fondatore, Mons. Marcel Lefebvre.

Don Jean-Michel Gleize
della Fraternità Sacerdotale San Pio X, professore di teologia fondamentale al Seminario di Écône

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Paradossi lefebvriani

Iacopo Scaramuzzi

8 May 2012

Più dell’oltranzismo, più della messa in latino, più dell’ambivalenza nei confronti della Sede di Pietro, i lefebvriani si sono distinti, nelle ultime settimane, per un’altra particolarità: l’arte del paradosso.

Il papa, innanzitutto, ha ingaggiato con i seguaci di Lefebvre uno strenuo negoziato dottrinale per riportarli in seno alla Chiesa cattolica e suturare uno scisma iniziato negli anni Ottanta. Tra i quattro vescovi tradizionalisti, però, volano gli stracci, e il Vaticano, nell’ultimo comunicato sulla telenovela lefebvriana, ha certificato la scissione interna. Con il risultato che, prevedibilmente, il superiore Bernard Fellay sarà il solo a rientrare in comunione con Roma. E lo scisma tradizionalista si concluderà con un meta-scisma ultra-tradizionalista. Secondo paradosso, i lefebvriani sono stati il principale banco di prova dell’idea cara a Benedetto XVI che il Concilio vaticano II non è stato una rottura della storia della Chiesa cattolica, ma una riforma nella continuità. Difficilmente, però, argomento è stato più divisivo del ritorno dei lefebvriani, facendo emergere, all’interno della Chiesa, rotture mai rimarginate dai tempi del Concilio, tra episcopati nazionali e Curia romana, tra progressisti e conservatori, tra chi tiene al rapporto con gli ebrei e chi no.

Tra gli stessi lefebvriani – ed è il terzo paradosso – è scoppiata una discussione violenta, solo in parte affiorata alla superficie della scena pubblica. Vescovi divisi, distretti nazionali in arme tra loro, il superiore contestato con veemenza, veleni carsici e accuse plateali degne di una riunione di condominio surriscaldata: per una fraternità sacerdotale tradizionalista, gerarchica, anti-conciliare a diffidente della democrazia, niente male. Infine – quarto paradosso – un gruppo aduso a liturgie pre-conciliari e ai paramenti tridentini, al latino e al clericalismo reazionario, si è scatenato in una battaglia su internet fatta di incursioni tempestive e cyber-rappresaglie, silenzi studiati e uso a tappeto di forum e blog, fughe di notizie a tradimento e mailing list di tamponamento. Un uso dei mezzi di comunicazione all’avanguardia degna del migliore agitprop. Al punto che il superiore della branca francese, l’abate Regis de Cacqueray, temendo l’esplosione della fraternità prima dell’accordo con Roma, ha proposto la “astinenza da internet”. Lo ha fatto pubblicando un comunicato accorato. Ovviamente, su internet.

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Pubblichiamo un testo di Paolo Farinella, prete (Genova 28 gennaio 2009), seguendo l’invito di alcuni amici di chiccodisenape.

Il papa è ancora cattolico?
Dovrei provare soddisfazione nel dire «lo avevo detto», invece provo amarezza e rabbia. Il 14 settembre 2007, opponendomi con tutte le mie forze all’introduzione della Messa preconciliare voluta dal papa attuale, scrissi in 24 ore un libretto (Ritorno all’antica Messa, Gabrielli Editore) in cui mi dichiaravo obiettore di coscienza e mentre tutti giocavano sul folclore della «Messa in latino» dimostravo che l’obiettivo esplicito del papa era l’abolizione del concilio ecumenico Vaticano II. Qualcuno parlò di esagerazione. Oggi gli increduli di allora ne hanno la prova provata e spero che nessuno riduca ciò che sta accadendo a meri fatti interni alla Chiesa che non interessano il mondo laico.

a) Il ritorno all’anticoncilio
L’abolizione della scomunica ai quattro vescovi scismatici lefebvriani è uno stupro compiuto dal papa contro la Chiesa perché di sua iniziativa sancisce e definisce che il concilio Vaticano II non è mai esistito. Il papa infatti non chiede ai lefebvriani un atto previo di adesione al magistero del concilio come condizione per l’abolizione della scomunica, ma li riammette semplicemente come se niente fosse successo, schierandosi contro due papi che li sospesero a divinis (Paolo VI) e li scomunicarono come scismatici (Giovanni Paolo II). O i lefebvriani erano scismatici o il papa che li scomunicò compì un atto illecito, visto che le condizioni della scomunica non sono mutate. Oppure sbaglia, e alla grande, il papa di adesso. Lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica (24 gennaio 2009), il capo degli scismatici, Fallay in due distinti comunicati ai suoi seguaci scrive:

«Noi siamo pronti a scrivere col nostro sangue il Credo, a firmare il giuramento anti-modernista di Pio X, facciamo nostri e accettiamo tutti i concili fino al Vaticano I. Nello stesso tempo non possiamo che esprimere delle riserve riguardo al concilio Vaticano II, un concilio «diverso dagli altri». In tutto ciò, noi manteniamo la convinzione di restare fedeli alla linea di condotta indicata dal nostro fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre, di cui ora aspettiamo la pronta riabilitazione … Allo stesso modo, nei colloqui che seguiranno con le autorità romane, vogliamo esaminare le cause profonde della situazione presente e, nel trovare il rimedio adeguato, giungere a una restaurazione solida della Chiesa. … La nostra Fraternità desidera potere aiutare sempre di più il papa a porre rimedio alla crisi senza precedenti che scuote attualmente il mondo cattolico … Siamo anche felici che il decreto del 21 gennaio 2009 ravvisa come necessari «incontri» con la Santa Sede; questi incontri permetteranno alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di esporre le ragioni dottrinali di fondo che ritiene stiano all’origine delle difficoltà attuali della Chiesa. In questo rinnovato clima, noi abbiamo la ferma speranza di giungere presto al riconoscimento dei diritti della Tradizione cattolica» (Menzingen 24 gennaio 2009. Bernard Fellay).

b) Qualcuno mente spudoratamente
Coloro che parlano, come la Sala Stampa vaticana e il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, di gesto di clemenza e di magnanimità del papa, mentono sapendo di mentire, perché sanno troppo bene che i problemi sono dottrinali e riguardano una sola questione: «Il concilio Vaticano II è un concilio almeno come gli altri, la cui accettazione è essenziale per essere cattolici, oppure è ad libitum, a discrezione cioè della sensibilità di ciascuno, essendo solo un conciliabolo per pochi intimi?». Come conciliare le affermazioni del capo dei lefebvriani che lo stesso giorno dell’abolizione della scomunica dichiara pubblicamente che non accetteranno mai il concilio Vaticano II e il suo magistero per «ragioni dottrinali di fondo»?
Non vi sono alternative: o mente il papa o mente il capo dei lefebvriani o mentono tutti e due. Se i lefebvriani possono archiviare e disprezzare un concilio ecumenico, è lecito ad un cattolico, restando cattolico, rifiutare per motivi dottrinali il magistero di Benedetto XVI ritenuto lesivo per la fede cattolica?
Se i lefebvriani possono essere riammessi nella Chiesa cattolica senza dovere contestualmente accettare il magistero di un concilio ecumenico, perché il papa non compie lo stesso «gesto di misericordia» verso quei cattolici che sono stati buttati fuori dalla Chiesa per «eccesso di progressismo», colpevoli di considerare il concilio un’assise incompiuta? Che posto occupano nella chiesa i teologi e teologhe della liberazione perseguitati, vilipesi e cacciati? Se il concilio non è determinante, perché usare due pesi e due misure?
Posso esigere che le mie posizioni teologiche diametralmente opposte a quelle dei lefebvriani debbano avere la stessa cittadinanza nella chiesa ponendo fine così ad un ostracismo ed isolamento che dura da oltre un quarto di secolo? Dal momento che si stanno avverando tutte le «profezie» che scrissi nel 2007 e ancora prima, non è il caso che il vescovo chieda scusa e mi restituisca quella dignità di cattolico a tutto tondo che io credo di meritare?
Dal mio punto di vista anticipo e prevedo (come si suole dire in diritto: nunc pro tunc) che la prossima mossa di Benedetto XVI sarà la dichiarazione che la Messa tridentina dovrà considerarsi «forma ordinaria» e la Messa riformata di Paolo VI «forma extraordinaria» per giungere nel ragionevole tempo di una decina d’anni alla sua abolizione e ripristinare il clima tridentino per andare alla riscossa del mondo moderno con le truppe cammellate dei tradizionalisti, combattenti fidati per restaurare la Christianitas medievale.

c) L’antisemitismo come fondamento teologico
Uno dei vescovi scismatici e sospesi a divinis, tale Richard Williamson ha avuto l’ardire di negare l’olocausto la vigilia della sua riammissione nella comunione cattolica che per gentile concessione del papa, coincideva con la vigilia della giornata della memoria della Shoàh. Nulla avviene per caso e tutto ha un senso e una simbologia. Dopo le reazioni dentro e fuori la Chiesa, il Vaticano, la Cei e chi più ne ha più ne metta, si sono arrampicati sugli specchi per tentare di fare quadrare il cerchio, senza rendersi conto che chi nasce quadrato non può morire rotondo. Per i lefebvriani l’antisemitismo è una nota caratterizzante la loro teologia per la quale gli Ebrei sono «deicidi» e lo sono per l’eternità, a meno che non si convertano e riconoscano Gesù Cristo come loro Messia e Dio. Nella lettera di scuse inviata al papa dall’altro compare e capo dei lefebvriani, Bernard Fellay, si chiede perdono al papa, ma non al popolo giudaico e a tutti i morti ebrei nei campi di concentramento e per mano nazi-fascista. La pezza è stata peggio del buco. I lefebvriani rifiutano di sana pianta il documento conciliare «Nostra Aetate» in cui al n. 4 si parla della religione ebraica in termini positivi e si rifiuta per la prima volta il concetto di «deicidio» come colpa di tutto il popolo d’Israele, ma lasciandone la responsabilità solo alle «autorità ebraiche con i loro seguaci» del tempo di Gesù (n. 4/866).

d) I papi sbagliano
Nella Chiesa cattolica, da un punto di vista cattolico, non possono coesistere i lefebvriani e il concilio Vaticano II. Se entrano i primi deve uscire il secondo e se resta il secondo, non possono entrare i primi. A mio avviso, infatti, i nodi dovranno ancora venire al pettine e questa riconciliazione porterà molta più frattura di quanto si possa immaginare. Prego che il papa torni suoi passi e riprenda la fede cattolica che ha abbandonato consapevolmente sulla soglia della Fraternità lefebvriana. Diversamente ci sentiamo dispensati dal riconoscere la sua autorità, come i lefebvriani hanno rifiutano e rifiutano l’autorità di Giovanni XXIII, Paolo VI e in parte di Giovanni Paolo II. Tutto ciò dimostra che la confusione regna ai vertici della Chiesa cattolica e la prova che spesso anche i papi infallibilmente sbagliano. Enormemente.

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Ancora sulla c.d. “interpretazione eretica” del Concilio Vaticano II – a proposito di un recente intervento del P. Giovanni Cavalcoli OP

25 gennaio 2013

(di Paolo Pasqualucci ) Sul sito “Riscossa Cristiana”, l’11 gennaio del corrente anno, il P. Giovanni Cavalcoli OP è intervenuto a favore della straordinaria opinione espressa di recente (sull’Osservatore Romano del 29.11.12) da S.E. Mons. Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (opinione già criticata sul presente sito), secondo la quale chi propone “l’ermeneutica della rottura” nell’interpretare il Vaticano II, sia sul versante “tradizionalista” che su quello “progressista”, si rende per ciò stesso colpevole di una “interpretazione eretica”.

Il P. Cavalcoli OP ha ritenuto opportuno sottolineare la novità che sarebbe qui apparsa: “per la prima volta si parla di ‘interpretazione eretica del Concilio’ in riferimento all’esegesi della rottura, che viene addebitata tanto ai “tradizionalisti” quanto ai “progressisti””. Tralasciando i “progressisti”, questa taccia di eresia affibbiata a chiunque critichi il pastorale Vaticano II, che cosa implica per i “lefevriani”, che rappresentano notoriamente il ferro di lancia dello schieramento rimasto fedele alla Tradizione della Chiesa? È presto detto. “Le posizioni di Mons. Lefèbvre e dei suoi seguaci non sono semplicemente “scismatiche”, come per molto tempo si è creduto e la stessa S. Sede ha detto, ma sono eretiche”. E perché lo sono? “Perché Mons. Lefèbvre fece al Concilio delle gravissime accuse dottrinali negando la sua infallibilità sotto pretesto che non contiene dogmi definiti, accusandolo cioè di liberalismo, naturalismo, indifferentismo, illuminismo, antropocentrismo, tutte cose che se fossero vere, renderebbero eretico lo stesso Concilio. Ma accusare di eresia le dottrine dogmatiche di un Concilio è dar prova di essere a propria volta eretici” (P. G. Cavalcoli, L’”interpretazione eretica” del Concilio Vaticano II, p. 1 di 2).

1. Assurda accusa di eresia a Mons. Marcel Lefebvre. Questo dunque l’argomento contro Mons. Lefèbvre per accusarlo di eresia: aver negato l’infallibilità del Concilio “sotto pretesto che non contiene dogmi definiti”. L’assurdità dell’affermazione è palese, tant’è vero che ,in passato, mai Mons. Lefebvre è stato accusato di eresia dalle autorità romane. Anzi, nel 2005 il cardinale Dario Castrillón Hoyos, allora Prefetto della S. Congregazione per il Clero, dichiarò pubblicamente che: 1. “La FSSPX non è eretica”; 2. “Nel senso stretto del termine, non si può dire che sia scismatica”, dato che non aveva dato vita a nessuna “Chiesa” parallela né mostrato mai una volontà effettivamente scismatica (Intervista a Canale 5, 13 nov. 2005, alle ore 9 a.m.). Il “pretesto” usato da Mons. Lefebvre per negare la supposta infallibilità del Concilio sarebbe dunque stato quello della mancanza di “dogmi definiti” nei suoi testi. Il P. Cavalcoli vuol evidentemente dire che nel Vaticano II non ci sono “definizioni dogmatiche” ma che, nello stesso tempo, tale mancanza non può essere utilizzata come pretesto per affermare che l’insegnamento del Concilio non è infallibile ossia non è dogmatico. Ma, osservo, la mancanza di “definizioni dogmatiche”, impedendo di per sé l’infallibilità dei deliberati di un Concilio ecumenico, non può evidentemente costituire “un pretesto” per dichiarare che quell’infallibilità non esiste. E non esiste perché l’infallibilità di un Concilio non può prescindere dalle “definizioni dogmatiche”. E secondo la plurisecolare tradizione della Chiesa, esse devono risultare da ben precise formulazioni, rivelatrici di una chiara voluntas definiendi, ossia di un’esplicita volontà di definire una verità di fede come dogma (come verità da credersi “di fede divina e cattolica”, nel modo di esprimersi invalso). Questa volontà deve, pertanto, risultare anche da determinati segni esteriori, ossia da un determinato linguaggio, solenne, che comprende a volte quella caratteristica sanzione rappresentata dall’anatema o scomunica inflitta a chi non voglia accettare la verità di fede all’uopo proposta. Perché l’esistenza della “volontà di definire” deve risultare da segni esteriori certi? Perché il semplice credente deve sapere quando si trova di fronte ad una verità da credersi come dogma di fede, dal momento che non ottemperarvi significa cadere nel peccato di eresia (“l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” – CIC 1983, c. 751); peccato gravissimo, mortale, l’eresia, poiché offende direttamente la verità rivelata da Dio ed insegnata come tale dalla Chiesa. Rilevare che il Vaticano II “non contiene dogmi definiti” non significa, pertanto, negare una sua inesistente “infallibilità”; significa limitarsi a prendere atto di una semplice e lapalissiana verità: il Vaticano II non contiene definizioni dogmatiche né condanne solenni degli errori. E non le contiene per il semplice motivo che non ha voluto contenerle.

2. Il Vaticano II ha espressamente dichiarato di esser pastorale e non ha definito dogma alcuno. L’eminente teologo Mons. Brunero Gherardini nelle sue recenti, ampie, precise analisi delle ambiguità e degli errori riscontrabili nei testi del Concilio, ha messo accuratamente in rilievo i vari aspetti in base ai quali non si può in alcun modo parlare di infallibilità dei suoi insegnamenti. Rimando il lettore ai suoi libri e voglio qui ricordare solo questo suo argomento: chi sostiene che il Vaticano II è dogmatico contraddice l’intenzione stessa del Concilio dal momento che è stato il Concilio stesso a dichiararsi non dogmatico e solo pastorale. Infatti, cosa troviamo in appendice alle due (su quattro) costituzioni del Concilio, cui pur è stata apposta la denominazione di “dogmatiche”? Troviamo una nota in calce nella quale si dichiara che l’insegnamento di queste stesse costituzioni deve ritenersi solo pastorale. Ma un insegnamento che si autoproclama solo pastorale come fa a considerarsi dogmatico? Il P. Cavalcoli è forse capace di spiegarcelo? E come è stata possibile una contraddizione così clamorosa nei testi stessi del Concilio, si chiederà il lettore? È stata possibile nell’ambito delle convulse e tormentate vicende che hanno caratterizzato il Vaticano II, occultate dalla storiografia dominante nelle sue varie manifestazioni e scuole e portate a conoscenza del gran pubblico solo dalla recente Storia mai scritta del Vaticano II, del prof. De Mattei, opera a tutti nota. Ma vediamo un momento le due “note” di cui sopra.

La costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa fu approvata il 21 novembre 1964, la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione lo fu il 18 novembre 1965. In calce alla prima si trovano due Notificationes : una concernente la “nota teologica” della LG ed una, chiamata Nota explicativa praevia, che illustrava il modo nel quale si doveva ritenere la nuova dottrina della collegialità insegnata dal Concilio. Circa la nota teologica, vale a dire se il Concilio dovesse considerarsi dogmatico e quindi fornito dell’infallibilità oppure solamente pastorale (come per esempio tre Concili ecumenici tenutisi nel Medio Evo, che non avevano proclamato dogmi), la Notificatio citava alla lettera, come dirimente le opposte opinioni in materia, una dichiarazione del 6 marzo 1964 della Commissione Dottrinale del Concilio stesso, che vegliava (come dice il nome) su tutti gli aspetti strettamente dottrinali del lavoro delle Commissioni conciliari. Ecco il testo:

“Tenuto conto dell’uso conciliare e del fine pastorale del presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la Chiesa i soli punti concernenti la fede o i costumi, che esso stesso abbia apertamente dichiarato come tali [Ratione habita moris textum conciliaris ac praesentis Concilii finis pastoralis, haec S. Synodus ea tantum de rebus fidei vel morum ab Ecclesia tenenda definit, quae ut talia aperte ipsa declaraverit]”. La medesima dichiarazione si ritrovava nella Notificatio in calce alla Dei Verbum. Allora: 1. Il Concilio ha un fine pastorale e non dogmatico. Ciò significa che non vuole definire dogmi né condannare errori. 2. Ne consegue che “esso definisce come obbliganti per tutta la Chiesa” ovvero che devono ritenersi dogmi di fede, che cosa? I “ soli punti che esso stesso abbia apertamente definito come tali”. E pertanto: solo quei punti di dottrina che il Concilio stesso “abbia apertamente definito come tali”, abbia cioè esplicitamente voluto definire come dogmi di fede. Ma questi “punti concernenti la fede o i costumi” oggetto manifesto di una definizione dogmatica, si ritrovano forse nelle sue due costituzioni “dogmatiche”? In nessun modo e lo sanno tutti. Tant’è vero che lo stesso P. Cavalcoli dice che l’assenza evidente di definizioni dogmatiche non può essere usata come “pretesto” per negare l’infallibilità del Concilio!

3. Un concetto assurdo: la dogmaticità surrettizia o implicita del Vaticano II. Le affermazioni del P. Cavalcoli possono avere questo solo significato: nel caso del Vaticano II ci troveremmo di fronte ad un insegnamento dogmatico di tipo del tutto nuovo, perché impartito in modo surrettizio o implicito, senza le dovute forme richieste dalla plurisecolare Tradizione della Chiesa, indispensabili per far apparire in modo chiaro ed evidente la volontà di definire una verità di fede come dogma! Credo che il P. Cavalcoli non si renda conto dell’enormità delle sue affermazioni, che, a mio modesto avviso, lo situano al di fuori della Tradizione della Chiesa ed fors’anche contro di essa. Infatti, si può ammettere che un Concilio ecumenico coerente con la tradizione della Chiesa – e che, per di più, afferma di insegnare “cose nuove”(nova, dichiarazione Dignitatis humanae 1) naturalmente “in costante armonia con quelle già possedute” – possa aver modificato radicalmente (e senza dirlo) il modo plurisecolare di intendere il concetto stesso di insegnamento dogmatico? No, evidentemente. Come si fa, allora, a sostenere che, con il Vaticano II, la Chiesa ci avrebbe insegnato veri e propri nuovi dogmi però nella forma dimessa di insegnamenti solo pastorali? Quando mai in passato la Chiesa ha presentato in veste pastorale le pronuncie dogmatiche del suo Magistero straordinario, come è quello di un Concilio ecumenico? E chi si ostina a far valere come dogmi insegnamenti che tali non sono e non possono essere, è sicuro di fare il bene delle anime?

Ma il P. Cavalcoli come cerca di dimostrare la supposta infallibilità del Vaticano II? In questo modo, postillando l’ipse dixit di Mons. Müller: “[I “Lefevriani”] devono accettare le “dottrine” del Concilio, dottrine che, dato che suscitano la questione dell’eresia, devono essere dottrine di fede, anche se non si tratta di fede esplicitamente e solennemente definita” (ivi). Questa complicata frase non fa affatto capire il vero significato dell’insegnamento di un Concilio ecumenico. Esso è esercizio del magistero straordinario della Chiesa, unitamente alla definizione dogmatica. Straordinario, perché del Papa con tutti i vescovi in Concilio, cosa che non accade tutti i giorni. Non gli si può perciò applicare la nota dell’infallibilità del magistero ordinario, come sembra far qui il P. Cavalcoli. Infatti, il magistero ordinario è notoriamente quello del Papa e di tutti i vescovi dispersi sulla terra, i quali, nonostante la dispersione geografica ed il trascorrere del tempo, hanno insegnato sempre e ovunque le medesime verità di fede (per esempio: l’indissolubilità del matrimonio e il suo carattere monogamico; il dogma della Santissima Trinità; la nullità intrinseca e a tutti gli effetti dell’ordinazione sacerdotale di una donna; la validità del battesimo impartito dagli eretici, se fatto secondo le forme prescritte, battesimo che non incorpora l’acattolico battezzato nella Chiesa ma lo ordina ad essa in voto). L’infallibilità di un magistero straordinario deve, invece, risultare in maniera espressa nelle forme dovute (vedi supra) nell’occasione stessa nella quale si manifesta, ossia nei deliberati di un Concilio ecumenico quando definiscono un dogma o anche nel decreto del Sommo Pontefice da solo, quando a sua volta definisce un dogma, come nel caso del Beato Pio IX e di Pio XII allorché proclamarono i due noti dogmi mariani. Perciò, se manca la definizione “esplicita e solenne” di una verità di fede come dogma, l’insegnamento del magistero straordinario del Concilio ecumenico non può ritenersi dogmatico, se non, come è stato ripetuto ormai tante volte, là ove riproponga insegnamenti dogmatici precedenti, appartengano essi al magistero straordinario od ordinario della Chiesa.

4. Le “parti discutibili” del Vaticano II si riscontrano nelle dottrine, oltre che nella pastorale. Dopo aver chiarito che, secondo le categorie teologico-canonistiche accettate e consolidate, l’insegnamento del Vaticano II non può in alcun modo considerarsi dogmatico e quindi infallibile, vengo ad un’altra tesi di P. Cavalcoli, ugualmente inaccettabile. Egli afferma: “Se nelle trattative della S. Sede con la Fraternità S. Pio X la stessa S. Sede ha ammesso che vi siano parti discutibili del Concilio, ciò evidentemente non va riferito alle dottrine, ma a quella parte della pastorale, la quale non essendo garantita dall’infallibilità, può certo contenere cose meno prudenti o che un domani potranno essere cambiate o addirittura abolite” (p. 2 del suo intervento).

Non vi sono dunque “parti discutibili” nella “dottrina” insegnata dal Concilio? Che dire di tutte le numerose e approfondite critiche a certe nuove dottrine presenti nei suoi testi? L’elenco completo sarebbe abbastanza nutrito. Mi limito a ricordare: [I]. La famosa definizione della Chiesa di Cristo che sussiste nella Chiesa Cattolica, unitamente ad “elementi di santificazione e verità” che, pur trovandosi “al di fuori dell’organismo” della Chiesa Cattolica, appartengono “per dono di Dio alla Chiesa di Cristo” (Lumen Gentium 8.2, da leggersi congiuntamente con l’art. 3 del decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, ove l’inclusione degli Acattolici (tutti eretici e scismatici) nella Chiesa di Cristo è ancora più evidente); [II]. gli artt. 8-10 della Dei Verbum, nei quali (come ha messo ripetutamente in rilievo Mons. Gherardini) si professa un concetto di Tradizione che non dà il necessario rilievo al significato dogmatico della Tradizione stessa mentre si afferma addirittura che: “la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio (DV 8.2)”, come se questa “pienezza” la Chiesa non la possedesse ancora, dopo venti secoli; come se il Deposito della Fede non si fosse compiuto con la morte dell’ultimo Apostolo, giusta l’insegnamento perenne del Magistero; [III]. L’art. 11 della Dei Verbum, uno tra i più contestati dell’intero Concilio, il quale sembra voler ridurre l’inerranza biblica alla sola “verità salvifica”; [IV]. L’art. 22 della Gaudium et spes, dedicato a “Cristo l’uomo nuovo”, nel quale si giustifica l’attribuzione all’uomo di una dignità sublime in questi termini: “Infatti, con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo (GS 22.2)”. È o non è, anche quest’ultima, un’affermazione del tutto nuova, che getta nella confusione il dogma dell’Incarnazione, divinizzando l’uomo ed aprendo verosimilmente la strada all’errore dei “Cristiani anonimi” e della conseguente salvezza “garantita a priori a tutti” o Allerlösung? [V]. E devo rammentare in dettaglio le critiche riversatesi sulla nuova dottrina della collegialità di Lumen Gentium 22, che sembra aver istituito addirittura due titolari della suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa: il Papa da solo (come da Tradizione) e il Collegio dei vescovi con il Papa suo capo? Non il Papa da solo e il Papa in collegio con i vescovi: il Papa da solo ed il Collegio con il Papa; il Collegio come soggetto giuridico, anche se, quanto all’esercizio di siffatta potestà, occorre sempre ai membri del Collegio l’autorizzazione del Papa loro capo (prerogativa pontificia che attenua ma non elimina la rivoluzionaria novità introdotta).

5. Anche S.S. Benedetto XVI ha criticato dottrine del Concilio, dobbiamo forse ritenerlo per ciò stesso un eretico? Quando il Romano Pontefice ha dichiarato, poco tempo fa, che la dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle religioni non cristiane è manchevole perché ha ignorato le forme “malate e disturbate di religione” presenti nelle religioni non cristiane, non è forse questa una critica che concerne la “dottrina” proposta nella Nostra Aetate, accusata implicitamente dal Papa di averci dato un’immagine edulcorata e quindi falsa di quelle religioni? E quando egli ha detto che la Gaudium et spes, per carenze dei suoi principali propugnatori (vescovi e teologi francesi), è mancata nel darci una definizione soddisfacente di modernità, ciò non significa forse che è mancata proprio nel suo concetto informatore e quindi nella sua dottrina?

Faccio poi presente al P. Cavalcoli che una critica dottrinale implicita al Concilio, Benedetto XVI l’ha espressa proprio in relazione all’art. 22 della Gaudium et spes, appena richiamato. Nel Compendio del CCC fatto pubblicare nel 2005 la nuova e singolare dottrina sull’Incarnazione in esso contenuta risulta tacitamente abrogata, sostituita dal chiaro e limpido dettato del Magistero di sempre sull’Incarnazione: si vedano i nn. 85-89 del Compendio, che nel n. 88 riporta il passo del Concilio di Calcedonia (AD 451) che definisce infallibilmente i concetti di “vero Dio e vero uomo”. Il Romano Pontefice non ha utilizzato qui la Tradizione della Chiesa, quale corpo consolidato di dottrine infallibili, per sbarazzarsi di un’ ambigua dottrina penetrata nel Vaticano II? Ed i “tradizionalisti”, che criticano le nuove ed ambigue dottrine individuabili nei testi del Concilio, non si servono in modo simile della Tradizione? Essi non si ergono affatto “a giudici del Magistero, in nome di un loro arbitrario immediato contatto con la Tradizione”, come erroneamente sostiene il P. Cavalcoli nel suo particolare modo di esprimersi (p. 1, op. cit.). Fanno quello che fa il Papa, quando critica certe “nuove” dottrine del pastorale Vaticano II o quando ripropone una dottrina tradizionale, come quella definita dogmaticamente a Calcedonia, al posto dell’ambigua “nuova”, sulla stessa verità di fede . Un lavoro di “restaurazione” che, a Dio piacendo, è solo all’inizio.