La “chiesa conciliare” ha tre “papi”. Parola d’ordine: incontrare ma non convertire!

di Redazione

Si sa che i modernisti dicono una cosa buona e una cattiva nello stesso tempo. Oppure scrivono un testo edificante con un errore teologico madornale all’interno. I testi del conciliabolo vaticano II sono fatti così.

Un esempio recente di questa propensione subdola?

Bergoglio si è espresso contro le lobby. Risulta che la Signora Chaoqui, che ha nominato alla commissione IOR lavora per Ernsty and Young, fa parte di Vedrò, fondazione riconducibile a Letta ed é membro Ferpi, una lobby….

Dopo aver interessato l’orbe cattolico ricevendo i calciatori di Italia e Argentina e dichiarato che non saprebbe per chi tifare, avendo raccomandato “filinianamente” loro di essere uomini, ha ceduto il Trono di Pietro al calciatore argentino Lavezzi. Così sembra che la “chiesa conciliare” abbia ora ben tre “papi”: uno ufficiale, che però preferisce essere solo “vescovo di Roma”, uno emerito ufficialmente per motivi di anzianità e uno…. sportivo… (in foto Lavezzi e Company nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico – lui seduto sul Trono ufficialmente pontificio…)

Video: Il Parroco Bergoglio, (capo visibile della Nuova Chiesa Conciliare), dice che “non dobbiamo convertire gli altri al cattolicesimo! Basta l’incontro!“…

“Che andiate e cerchiate ed incontriate i più bisognosi! Però non da soli, no. Con Gesù e con San Gaetano! Vai a convincere un altro che si faccia cattolico? No, no, no! Vai ad incontrarlo, è tuo fratello! E questo basta”. DAL MESSAGGIO DI BERGOGLIO PER LA FESTA DI SAN CAYETANO 2013

Cosa dicono invece le Sacre Scritture?Guai a me se non annuncio il Vangelo! (I Corinti 9,16)Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,15-16)

Bergoglio in una tipica posa “pontificale”:

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Talmud, Sionismo, Religione Universale. Ma chi conosce la “BlueBeam” e la Legge Noachide di forma Giudeo-Bergogliana?

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La stirpe di Abramo inventata da Paolo VI

di Carlo Di Pietro

Parlare di ebraismo suscita sempre una certa “paura” e richiede molto tatto e buon senso; purtroppo nel XX secolo movimenti di presunta “estrema destra” o “estrema sinistra” come il Nazional socialismo e lo Stalinismo hanno utilizzato i più assurdi pretesti per sterminare persone deboli ed indifese, fra cui anche uomini, donne e bambini delle varie comunità ebraiche, unitamente a tanti cattolici, religiosi e preti, omosessuali e zingari … quindi ci tengo a precisare che questo vuol essere esclusivamente uno studio teologico e non vuol né favorire e né avallare violenza, intolleranza, estremismi o pazzia.

San Pio X nel Catechismo Maggiore, Testo elogiato e consigliato anche dal Ratzinger teologo, così insegnava:

“224. Chi sono quelli che non appartengono alla comunione dei santi? Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa.”

“225. Chi sono quelli che si trovano fuori della vera Chiesa? Si trovano fuori della vera Chiesa gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunicati.”

“227. Chi sono gli ebrei? Gli ebrei sono quelli che professano la legge di Mosè; non hanno ricevuto il battesimo e non credono in Gesù Cristo.”

Il Magistero di San Pio X è ovvia trasmissione inalterata della Verità rivelata da Gesù e tramandata nell’ambito della Chiesa e nel corso dei secoli, così come insegna la Costituzione dogmatica Dei Verbum (8-9) del  18 Novembre 1965: “Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (cfr. 2 Ts 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre. Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all’incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede”.

Contrariamente a quello che spiega la stessa Dei Verbum, il 28 ottobre 1965, pochi giorni prima dell’approvazione del documento stesso, Paolo VI diffondeva la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che sarà definita successivamente da Giovanni Paolo II (12 marzo 1979) come quel testo “il cui insegnamento esprime la fede della Chiesa”.

Nostra Aetate  ci dice: “se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio”, “il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”, “la Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso”, “tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili” [Nostra Aetate, n° 4].

E’ inopportuno parlare di “stirpe”, lo stesso termine, usato forse ad hoc, devia l’attenzione, pare mortificare l’ecclesiologia e potrebbe creare confusione poiché la Chiesa non guarda a nessuna “stirpe”, dove il termine stesso “nel linguaggio dell’antropologia culturale e sociale, è sinonimo di etnia e, più specificamente, di clan” [Dizionario Treccani, v. stirpe].

Ora Abramo è venerato ugualmente da ebrei, cristiani e mussulmani come “padre nella fede”; Gesù, in Giov. VIII, 33 e succ., ai Giudei che vantano la loro discendenza da Abramo oppone che non va intesa la “stirpe” carnale bensì quella spirituale nell’imitazione di Abramo, il proseguirne le opere; in Mat. III,9 e Lc. III,8 si legge di un Giovanni Battista che predica così ai Giudei “Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre”; in Gal. III, 28 e succ. l’Apostolo Paolo dice “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.”

In Rm IV, 9 e succ. si legge che la beatitudine non è concessa ai circoncisi in quanto tali, per presunta “stirpe”, ed quindi “Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non certo dopo la circoncisione, ma prima. Infatti egli ricevette il segno della circoncisione quale sigillo della giustizia derivante dalla fede che aveva già ottenuta quando non era ancora circonciso; questo perché fosse padre di tutti i non circoncisi che credono e perché anche a loro venisse accreditata la giustizia e fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo hanno la circoncisione, ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione.”

Nella lettera di Giacomo II,20 e succ. si legge “Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio.”

Sono i Giudei che sembrano vantarsi di essere “stirpe di Abramo” ma è assolutamente fuori luogo, a parer mio, che si avalli questa credenza poiché, come abbiamo visto, “non c’è stirpe di sangue e non c’è razza”; Abramo fu il più grande patriarca, uomo santo e di provata fede, e Cristo confermò la discendenza di Abramo in coloro i quali seguono la Verità, la Parola, scacciano il peccato e la menzogna e credono in Lui, si battezzano. Leggiamo il Battista: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Lc. III,16-17).

Si può dire, senza paura di sbagliare, che la “stirpe di Abramo” è in chi accetta la Parola di Cristo, nel battezzato (in Sacramento, di sangue, in voto o di desiderio), in colui che è in comunione con Abramo ed i stanti; come ci insegna San Pio X, infatti, “Non appartengono alla comunione dei santi nell’altra vita i dannati ed in questa coloro che si trovano fuori della vera Chiesa”.

Aggiungiamo che la “stirpe dal sangue di  Abramo” storicamente non va individuata nei soli Ebrei ma anche negli Arabi, poiché Ismaele, figlio di Abramo e della schiava Agar, è ritenuto il capostipite del popolo arabo. Ai discendenti di Ismaele fu data la parte orientale del paese e furono chiamati il popolo dell’Est ed essi sono gli antenati degli Arabi. Maometto difatti fa risalire la sua stirpe a Ismaele attraverso Nebaiòt, suo primogenito (Cfr. Gen XXV, 12 e succ.).

E’ sconveniente, secondo me, che la Chiesa cattolica, appunto Universale, nel documento Nostra Aetate sembri quasi “fare della discriminazione” e sembri individuare nei soli Ebrei (Giudei che non credono in Cristo Messia) la stirpe di sangue di Abramo, discriminando così i Mussulmani; se proprio lo vogliamo, secondo la carne sono stirpe Ebrei e Mussulmani, mentre secondo la fede sono stirpe quelli che hanno la fede, ovvero quelli che hanno creduto sin dall’antichità che Cristo sarebbe stato il Messia o Figlio di Dio [Cfr. Sodalitium, Luglio 2004, p.31].

Anche parlare di antica Alleanza senza specificare che la stessa è stata superata dalla nuova Alleanza mi sembra oltremodo pericoloso.

“In senso biblico l’Alleanza è il patto di reciproca fedeltà tra Dio e il popolo ebraico. Esso è stato celebrato più volte da Dio con Noè (Gen. IX,1-17), con Abramo (Gen. XVII,1-14), con Giosuè (Gs. XXIV,25-26), con tutto il popolo sotto il re Giosia (Ne, X,1). Più interessante quella con Mosè sul Sinai: è la più solenne perché per essa Israele diventa speciale proprietà di Jahvè; è la più chiara anticipazione di quella definitiva stipulata da Dio con l’umanità intera nel sangue di Gesù (Mt. XXVI,27-8;  ICor. XI,25), per la quale diventiamo figli di Dio (Rm. VIII,14), riceviamo lo Spirito (IICor. III,6), non siamo più schiavi, ma liberi (Gal. IV, 22-23, 31). San Paolo sottolinea la superiorità della nuova rispetto all’antica a. (Ebr. IX,11-14): la nuova, essendo unica e definitiva, valida solo dopo e per la morte di Cristo, propriamente è detta «testamento»” [Dizionario del cristianesimo, E. Zoffoli, Sinopsis, 1992].

Il Catechismo Tridentino, difatti, al Can. 216 così prescrive il vincolo:

“Nella consacrazione del vino […] si deve ritenere per fede che essa è costituita dalle parole (Conc. Florent., sess XI, Decr. pro Iacobitis): “Questo è il calice del sangue mio, della nuova ed eterna Alleanza [mistero della fede] che per voi e per molti sarà sparso a remissione dei peccati”. […]nessuno potrà dubitare di questa forma […]  seguono le parole “della nuova Alleanza”, per farci intendere che il sangue del Signore viene offerto agli uomini nella nuova Alleanza, ma in realtà non in figura, come nella vecchia Alleanza, di cui san Paolo scrivendo agli Ebrei ha detto che non fu stipulata senza sangue (Eb 9,18). Perciò l’Apostolo ha scritto: “Gesù Cristo è mediatore della nuova Alleanza affinché, avvenuta la sua morte per riscattare le trasgressioni commesse sotto la prima Alleanza, i chiamati ricevano l’eterna eredità, loro promessa” (Eb 9,15).”

Della Nostra Aetate ne riparleremo e, come sempre, non voglio imporre conclusioni e non voglio ferire alcuna sensibilità; il mio appello è alla preghiera, allo studio ed all’informazione.

Pubblicato anche su http://radiospada.org/2013/06/14/stirpe-di-abramo-un-altro-cattolicesimo-nel-post-concilio/

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Leggi noachide

Gruppi cristiani si assoggettano al Sinedrio

Dome of rock La Cupola della Roccia (vedi foto) è il piu antico monumento esistente nell’architettura islamica, dove dovrebbe risorgere il tempio di Gerusalemme
Mesi fa (30 ottobre 2004) abbiamo dato notizia della rinascita del Sinedrio: l’accolita dei «savi di Sion» che non si riuniva dal 429 dopo Cristo è rinata per opera di 71 rabbini estremisti. Guidati da rabbi Ysrael Ariel, che disse allora che la rinascita del Sinedrio «è un passo ulteriore verso il compimento delle profezie ebraiche».

Tali profezie contemplano la finale soggezione dei non-ebrei (gentili, goym) ai «Savi di Sion».

Ora apprendiamo che dieci non-ebrei si sono presentati davanti al nuovo Sinedrio a Gerusalemme, per dichiarare la loro soggezione alle «leggi noachide».

Ossia alle «leggi di Noè» che secondo la dottrina rabbinica obbligano i non ebrei, al contrario delle leggi di Mosè specificamente previste per gli ebrei.

Noè infatti non era ebreo (essendo nato prima di Abramo) ed è il simbolo della comune umanità in generale.

I delegati dei buoni servi noachidi sono stati introdotti davanti all’Alta Corte Ebraica, dove i 71 «savi» erano riuniti in sessione speciale sotto il loro «nasi» (presidente), rabbi Adin Even-Israel Steinsaltz…

Sopra di loro pendeva una grande tela con un presunto passo biblico: «perché allora Io cambierò le nazioni e farò loro parlare una lingua pura, così che esse proclameranno il nome del Signore, e lo serviranno con decisione unitaria».

I noachidi sono stati lasciati in piedi davanti al Sinedrio.

Ma rabbi Michael Bar-Ron li ha lodati così: «sono venuti da ogni parte del mondo, con grande dispendio di energie e di denaro, per dichiarare davanti alla Corte e a tutto il genere umano la loro obbedienza alle sette Leggi di Noè, le leggi del Creatore».

Ciascuno dei dieci noachidi ha pronunciato la seguente formula: «dichiaro la mia obbedienza ad HaShem, Dio di Israele, Creatore e Re dell’universo, alla sua Torah e ai suoi rappresentanti, il Sinedrio. Pertanto obbedirò alle sette leggi di Noè in ogni dettaglio, secondo la Legge Orale di Mosè sotto la guida del Sinedrio. Possa HaShem benedirmi e aiutare me, tutti i membri della mia comunità e tutti i B’nai Noach (‘figli di Noè’) in ogni loro impresa per il bene del Suo nome».

Poi ha preso la parola rabbi Yaakov Ariel, del Temple Instite, la yeshiva (scuola rabbinica) che raccoglie fondi per ricostituire il tempio di Gerusalemme.

Ha rivelato di aver visto, quel mattino, un arcobaleno (come quello che Noè vide alla fine del «diluvio»): «è stata la cosa più vicina alla vista di Noè in persona: il segno del patto fra D. e l’umanità testimoniato da Noè».

Rabbi Yoel Schwartz ha ricevuto da rabbi Shalom Elyashiv – guida spirituale degli haredim – l’incarico di allestire un tribunale per giudicare i figli di Noè che vìolano le 7 leggi. «La jihad islamica contro il mondo ha rimesso la religione al centro della coscienza mondiale», ha detto Schwartz.

Ed ha ricordato: «oltre 30 anni fa un uomo di nome Eisenberg mandò una proposta alle Nazioni Unite in cui sosteneva che non ci sarà pace nel mondo se i cittadini del pianeta non concordano su alcuni principii di fede. E’ stato adottato dall’ONU come uno dei suoi documenti, ma non ha avuto seguito. Noi oggi siamo qui per dar seguito ad esso, e ricordare all’ONU il motivo per cui esiste».

Maurizio Blondet

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Domande e risposte sul Noachismo

Riportiamo in questa pagina la traduzione in italiano di uno scritto del Dr. James D. Tabor tratto dal sito: www.noahidenations.com/noahide-education/articles/about-the-noahides/30-noahide-what-is-bnai-noah.

– In breve, cosa significa “B’nai Noach”?
Detto in maniera semplice, “B’nai Noach”, o “figli di Noè”, è il modo in cui il Talmud si riferisce a tutto il genere umano.
Secondo la Bibbia siamo tutti discendenti di un solo uomo, chiamato Noè, dopo il Diluvio, e siamo perciò “figli di Noè” (Genesi 10).

– Hai detto che questo concetto si trova nel Talmud. E’ anche nella Bibbia?
Sì, ma non con questo nome. Prova a chiederti quale fosse la fede di Enoch, Noè, Shem, Giobbe, Ietro e di tutti coloro che vissero migliaia di anni prima del Sinai. Ricorda che a quel tempo non c’erano Ebrei e non esisteva alcun popolo di Israele. E’ ovvio che queste persone dovevano avere delle credenze, delle norme e dei comandamenti da seguire. Essi godettero di un rapporto pieno ed intenso con l’Unico Dio Creatore. Il Talmud discute sui dettagli di questa fede, che si trovano in varie occasioni nel libro di Genesi.

– Bene, siamo tutti “figli di Noach”, ma qual è il senso di questa descrizione? Esiste una fede religiosa che è possibile accettare e seguire?
Non è solo questo, c’è di più. Accanto all’idea di essere un discendente di Noach ci sono le Leggi Noachidi che esprimono i parametri basilari di una relazione con Dio che sia completa e dinamica.

Una delle descrizioni più accurate è quella dell’Enciclopedia Britannica alla voce “Leggi Noachidi”:
“…una denominazione ebraica talmudica riferita a sette leggi bibliche impartite ad Adamo e a Noè prima della rivelazione a Mosè sul Monte Sinai, e quindi valide per tutta l’umanità” (The New Encyclopedia Britannica, quindicesima edizione, vol.8, p. 737).
Da questa definizione si può comprendere che un “figlio di Noach” fedele, o “noachide”, è una persona che accetta e segue la Via rappresentata dalle Sette Leggi Noachidi, che sono la base del Patto Noachide che Dio ha stabilito con tutto il genere umano.

– Quindi  anche gli Ebrei sono considerati noachidi? Dopotutto sono anch’essi discendenti di Noach.
No, si tratta di una categoria specifica per i Gentili [popoli non-Ebrei, n.d.t.]. Le Leggi Noachidi furono rivelate molto prima di Abramo. Il popolo di Israele, cioè quelli che noi oggi chiamiamo Ebrei, sono i discendenti di Abramo attraverso Isacco e Giacobbe, e possiedono un loro Patto unico e particolare e una missione per il mondo, come è scritto nella Torah rivelata a Mosè sul Sinai. Israele deve essere separato dalle “nazioni” (Numeri 23:9; Esodo 19:5-6).

– Quali sono le Leggi Noachidi?
Proibizione dell’idolatria, della bestemmia, dell’assassinio, delle trasgressioni sessuali, del furto e di mangiare la carne di un animale ancora in vita, più il precetto positivo di stabilire dei tribunali di giustizia.

– Non è un pò troppo semplice? Sembrano le basi dell’etica universale. Si può davvero far derivare una fede religiosa da queste leggi?
Sono abbastanza basilari, ma bisogna capire che le Sette Leggi rappresentano i principi iniziali o le categorie complessive di un’intera fede e di un modo di vivere basato sulla Torah – ma nel modo in cui essa si applica ai Gentili. Ad esempio, la proibizione dell’idolatria dovrebbe includere la comprensione completa del Dio di Israele, della Sua natura, e tutto ciò che costituisce idolatria, incluse le proibizioni delle pratiche occulte e così via.
La proibizione dell'”organo di un animale vivente” riguarda il principio del giusto comportamento verso gli animali.
La proibizione delle trasgressioni sessuali dovrebbe includere tutta la comprensione della sessualità umana secondo la Torah. I Maestri del Talmud ampliano questi precetti in vari modi. Che tu ci creda o no, questo approccio nei confronti di Dio può portare una persona ad un’intera vita di studio e di attività, una “fede nella Torah” appropriata per i Gentili.
La Torah inizia con Genesi. E’ una rivelazione per l’intera umanità, non solo per gli Ebrei. Israele ha la funzione di popolo sacerdotale per portare la fede nella Torah a tutte le nazioni.

– Hai detto che il Noachismo riguarda un intero modo di vivere. Puoi spiegare meglio questo aspetto? Osservare queste leggi, anche ampliandole come delle grandi categorie, è forse già abbastanza per soddisfare i bisogni spirituali della gente? I noachidi hanno preghiere, culti, feste, usanze e tradizioni?
Certamente. I noachidi sono coinvolti nella collaborazione con i principali rabbini in Israele e negli Stati Uniti per sviluppare preghiere, cerimonie e riti che siano appropriati ai Gentili che si sono uniti all’Unico Dio di Israele. Non cercano di creare una nuova religione, ciò sarebbe proibito dalla Torah, ma non intendono neanche “imitare” semplicemente le pratiche ebraiche. Questo confonderebbe ulteriormente le cose. Molti noachidi si sono allontanati da alcune delle comuni festività dell’Occidente, come Natale e Pasqua, e dai relativi elementi pagani associati.
Nel Calendario Religioso dell’Ebraismo c’è molto che si può applicare a tutta l’umanità. Il giorno di Sabato è menzionato per la prima volta in Genesi 2, quando viene santificato come giorno di riposo e di memoriale per la creazione per l’umanità. L’osservanza ebraica del Sabato secondo la norma successiva è un’atra questione. Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, è sicuramente un giorno in cui tutti gli esseri umani, Ebrei o Gentili, possono riunirsi in uno spirito di pentimento e riconciliazione. Infatti, tutte le feste di Israele possono essere ricordate e onorate in maniera appropriata ai Gentili, ma in solidarietà con il popolo ebraico. I noachidi, con la guida del rabbinato ortodosso, stanno sviluppando cerimonie di matrimonio, preghiere e riti per i giorni sacri adeguati per tutta l’umaità.

Chiaramente, ciò che sta accadendo nei nostri tempi è qualcosa di nuovo. Ci troviamo in una nuova situazione, e noi speriamo, con la grazia di Hashem, che questa ci condurrà ai tempi messianici. In altre parole, c’è attualmente grande cooperazione in molte nazioni tra gli Ebrei studiosi della Torah e i Noachidi. Tutto ciò è nello spirito di Isaia 2 e 11, in cui si parla delle nazioni che vengono a Gerusalemme per imparare le “Vie di Hashem”, e dunque stiamo andando verso i tempi messianici, quando tutta la terra sarà piena della conoscenza di Hashem come le acque ricoprono il mare (vedi Zaccaria 14:9). Ovviamente il mondo intero non deve davvero diventare ebraico. Ma tutte le nazioni possono essere istruite sulle Vie di Dio per questo pianeta. L’idea del Noachismo è l’inizio per raggiungere un grande obiettivo.

– Dunque questo significa che il movimento noachide è in realtà piuttosto nuovo? Potrebbe forse essere definito una setta?
No, è molto antico! Dopotutto ricorda che questa è la fede di Abele, Enoch, Noè, Giobbe e anche di Abramo (prima della sua circoncisione). Non è possibile trovare una fede religiosa su questo pianeta con radici più antiche del Noachismo! Difficilmente potresti chiamare “setta” la religione di questi Patriarchi. E’ il vero fondamento dei valoro etici e morali dell’Occidente.

Inoltre, dal punto di vista storico, i primi membri non-ebrei del movimento sorto attorno a Gesù il Nazareno erano effettivamente partecipi di una certa versione del concetto del Noachismo. In altre parole, il “Cristianesimo” primitivo potrebbe essere classificato più accuratamente come un movimento messianico noachide, nonostante i successivi sviluppi eretici del Cristianesimo che resero Gesù una seconda divinità. Il Noachismo, se viene compreso correttamente, insegna ai Gentili a volgersi direttamente all’Unico Dio come Egli si è rivelato nelle pagine delle Scritture. Questa idea si trova nel capitolo 15 degli Atti degli apostoli e negli insegnamenti di Paolo ai suoi convertiti Gentili nelle epistole come 1Corinzi e 1Tessalonicesi. Egli istruisce i Gentili credenti in Gesù come Messia riguardo le Sette Leggi Noachidi. Queste furono rese obbligatorie per i convertiti gentili proprio da Giacomo, il fratello di Gesù e capo della setta dei Nazareni. Essi erano tra i “timorati di Dio” che frequentavano le sinagoghe ebraiche per imparare la Torah. Nei primi cinquant’anni non c’era nulla in questo movimento che assomigliasse a quello che oggi chiamiamo “Cristianesimo” come religione ellenistica separata dal’Ebraismo. Il movimento era fondamentalmente ebraico, ma con i Gentili invitati a prendere parte sulla base del Noachismo, senza convertirsi all’Ebraismo.

– Allora qual è l’atteggiamento del moderno movimento noachide nei confronti del Cristianesimo?
Senza dubbio il movimento noachide non è cristiano, ma è più ampio di tutte le religioni del mondo. Ricorda, si tratta della fede di tutti i “figli di Noach”, cioè l’intera umanità. Noi vorremmo che si diffondesse tra musulmani, buddhisti, induisti e così via, oltre che tra i cristiani.
Una richiesta fondamentale è quella di lasciar perdere gli “idoli”. La maggior parte delle religioni del mondo praticano l’idolatria in varie forme. I noachidi, alla luce della rivelazione della Torah, incoraggiano chiunque voglia ascoltarli ad abbandonare queste pratiche.
Ad esempio, nessun fedele noachide potrebbe adorare Gesù o equipararlo ad Hashem, l’Unico Dio di Israele; non potrebbe neppure rifiutare la Torah come l’eterna rivelazione di Dio o disprezzare il popolo di Israele. Nel nostro movimento abbiamo gente di diversa provenienza e con diverse credenze. Abbiamo vari livelli, ma ciò che ci unisce è il nostro amore per Dio, per la Torah e per Israele. Quando studiamo insieme ci rendiamo conto che ci stiamo avvicinando ancora di più. Chiunque viene accettato alla luce del suo desiderio di imparare. La vera perfezione è aperta a tutta l’umanità.

– Sembra interessante, ma anche un pò misterioso. Come mai non ho mai sentito parlare del Noachismo se è così importente?
Sarai sorpreso di sapere che il 20 marzo del 1990 il presidente George Bush firmò una storica Risoluzione congiunta di entrambe le Camere del Congresso che riconosceva le Sette Leggi Noachidi come “fondamento della società fin dall’alba della civilizzazione” ed esortò il nostro Paese a “ricondurre il mondo ai valori etici e morali contenuti nelle Sette Leggi Noachidi” (H.J. Res. 104, Public Law 102-4).
Quindi, come vedi, tutto ciò non è stato fatto di nascosto.

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Consigliato: Lignaggio Noachide e Libera Muratoria

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ELIA BENAMOZEGH

A cura di Ilaria Orsini

Elia Benamozegh è una tra le maggiori figure dell’ebraismo italiano dell’Ottocento. Nacque a Livorno il 24 aprile 1823 da una famiglia originaria di Fez, in Marocco, rimasto orfano ben presto, fu allevato dalla madre e dallo zio di lei Yehudah Coriat, rabbino e cabalista. Proprio dallo zio fu iniziato allo studio del Talmud e della qabbalah. Esercitò l’ufficio rabbinico nella città natale, Livorno e qui vi rimase tutta la vita e vi morì il 6 febbraio 1900. Benamozegh fu scrittore prolifico e spesso non soddisfatto del suo lavoro, come testimoniano le opere inedite; scrisse in ebraico, italiano e francese. Oltre che rabbino, fu filosofo e cabalista: si interessò alla filosofia, alla teologia, al diritto, alla critica biblica e alla filologia. Le sue opere ancora adesso sono ritenute fonte indispensabile per la comprensione di una serie di testi antichi. Attraverso i suoi testi, il lettore riconosce di trovarsi di fronte ad un pensatore colto e geniale, ma anche non rigoroso, a volte confuso come dimostrano le numerosissime note e aggiunte ai suoi testi. Questo aspetto particolare deve però essere ricondotto alla situazione culturale in cui Benamozegh scrive. Egli vive in un periodo in cui l’ebraismo europeo attraversa una forte crisi di identità: è l’epoca dell’ebraismo riformato. In questo periodo si sviluppa in ambito culturale la Wissenschaft des Judentums, la Scienza dell’ebraismo: la ricerca scientifica, i metodi di analisi del pensiero europeo, operano molte volte dei processi di assorbimento della cultura ebraica in quella occidentale, e non sempre la tradizione, l’ortodossia, a contatto con le nuove metodologie riesce a mantenere la propria stabilità. Benamozegh, a differenza di altri pensatori ebrei contemporanei, non troverà contrasto tra la scienza moderna e l’ebraismo: fu lettore di molte opere della tradizione filosofica occidentale, egli cita Hegel, che conobbe tramite le opere di Gioberti, Hartmann e, nelle scienze, Darwin; lesse la maggior parte delle opere di questi autori nella traduzione francese che si faceva inviare. La peculiarità di Benamozegh è di presentarsi sulla scena europea con una preparazione da autodidatta nella formazione filosofica, ma anche con un’eredità propria difficile da proporre. Egli è rabbino e, come professa egli stesso: “Il mio credo religioso è quello dell’ebraismo ortodosso”, il suo retaggio culturale è quello di un ebreo proveniente dall’ambiente sefardita nord-africano, quindi notoriamente più tradizionalista: l’eredità esoterica della qabbalah ha un ruolo importante nel suo panorama culturale. Malgrado ciò, Benamozegh fu uno dei pochi pensatori ebrei che, in epoca moderna, riuscì ad associare l’erudizione occidentale con il proprio patrimonio culturale, visse in un contesto occidentale con il quale seppe intrecciare la propria cultura orientale. La tradizione, per Benamozegh, non è qualcosa di esaurito, di morto, è una dimensione antropologica e rappresenta l’elemento vitale dell’ebraismo, la sua anima. E’ bene comunque ricordare che, proprio per la posizione che Benamozegh assume nei confronti della tradizione esoterica, egli fu al centro di molte discussioni, soprattutto nell’ambiente rabbinico; nota è la polemica che intrecciò con un’altra importante figura dell’ebraismo italiano ottocentesco: Samuel David Luzzatto. Il punto di contrasto verteva sull’importanza della tradizione cabalistica, essenziale per Benamozegh, inutile e dannosa per Luzzatto. Egli si poneva come interlocutore attivo nel dibattito culturale e religioso europeo dell’epoca, il suo contributo al pensiero occidentale è ricco di spunti e fervidi apporti non solo nutriti dall’interesse per la qabbalah. Nell’opera più famosa dell’illustre rabbino, Israele e l’umanità, Benamozegh si propone di trovare la religione che possa offrire una soluzione per risolvere il problema della crisi religiosa e morale contemporanea. Secondo Benamozegh all’interno dell’ebraismo coesistono due elementi che lo caratterizzano: quello universale e quello particolare. Israele ha una religione universale, ossia la religione che Dio ha dato a Noè e la soluzione alla crisi di valori viene proprio da questo antico ebraismo, da quelle radici che accomunano il popolo di Israele all’umanità intera: la religione noachide. Con questo termine, colto dalla tradizione, Benamozegh fa riferimento ai sette precetti che Dio diede a Noè dopo il diluvio, si tratta di norme giuridiche che regolano la convivenza tra i popoli. I precetti “noachici” prevedono: l’obbligo di istituire tribunali, il divieto di blasfemia, il divieto di idolatria, il divieto di fornicazione, il divieto di omicidio, il divieto di furto, il divieto di mangiare le membra di un animale vivo. Per dimostrare l’universalismo della religione ebraica Benamozegh fa riferimento alla concezione di un Dio universale, la cui provvidenza abbraccia l’intero universo, e all’unità d’origine e quindi all’uguaglianza tra gli uomini. Le leggi noachidi investono tutti gli ambiti della vita individuale e sociale dell’uomo. Benamozegh sostiene che il noachismo è una legge razionale, ma in accordo con la tradizione afferma il carattere religioso delle leggi di Noè. Comunque, per il suo carattere razionale, il noachismo può essere considerato una base per costruire un intero sistema etico e giuridico valido per l’intera umanità. Benamozegh individua, nelle leggi di Noè, una radice etica e antropologica. L’uomo è libero e questa libertà risiede nella capacità dell’uomo di perfezionarsi; l’avanzamento verso uno stato di perfezione morale, sociale, intellettuale è possibile attraverso l’esercizio della libertà umana, ma anche per la vocazione dell’uomo all’imitazione di Dio. La concezione dell’uomo come “essere progressivo” e di una società in via di perfezionamento, si spiega attraverso l’esigenza di fondare una società giusta. La giustizia è un’idea fondante l’etica del noachismo: Noè è nello stesso tempo l’uomo giusto e l’uomo etico. Ma l’ebraismo è anche una religione particolare che ha, all’interno del progetto teorico di Benamozegh, un ruolo fondamentale; infatti nella storia religiosa dell’umanità il popolo ebraico con la propria legge particolare è strumento della provvidenza divina: ha il compito di custodire attraverso tale legge la legge noachide che porta dentro di sè e di mostrarla all’umanità. La legislazione mosaica ha quindi un carattere “sacerdotale”: essa, così restrittiva, ha la funzione di preservare l’integrità di Israele e di prepararlo al suo compito universale. Benamozegh si rivolge anche al cristianesimo che assume una posizione importante; egli elabora la teoria di un cristianesimo incompleto e deviato e riconduce la dogmatica cristiana alla matrice ebraica attraverso l’esame della lingua viva della qabbalah, che abbiamo detto rappresenta una parte importantissima dell’indagine di Benamozegh. Il cristianesimo, come anche l’islamismo, hanno bisogno di essere restaurati per tornare alla loro religione madre. Benamozegh, nei confronti del cristianesimo, assume posizioni ambivalenti: da una parte sembra che, dopo la restaurazione, la religione cristiana possa ambire a diventare religione universale, dall’altra sembra che debba essere sorpassata o ridotta a semplice noachismo. Credo che il cristianesimo, in questo progetto, abbia un ruolo di mediatore tra Israele e l’umanità laica in vista dell’attuazione dell’era messianica affinché, un giorno, l’umanità intera, riconosca e rispetti la legge noachide. Benamozegh invita, quindi, le chiese a collaborare all’avvenire religioso dell’umanità; ma è necessario ripristinare la duplice struttura di Israele e l’umanità: altrimenti, ogni pretesa di universalità etica dovrebbe essere considerata vana.

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L’universalismo noachide

di Raniero Fontana (20-21 marzo 2009)

Il noachismo vuole essere un messaggio universale destinato all’umanità tout court, e perciò capace come tale di attraversare le credenze e le mille appartenenze, per raggiungere tutti gli uomini in quanto «figli di Noè». Sui figli di Noè cade la responsabilità dell’osservanza di un insieme di precetti fondamentali per la costituzione e il mantenimento di una società dal volto umano e civile. Il numero canonico dei precetti noachici è sette: uno positivo, che ordina di nominare giudici e di istituire tribunali, e sei negativi, che proibiscono l’idolatria, la blasfemia, i rapporti sessuali illeciti, l’omicidio, il furto, e infine lo smembramento di un animale vivo per cibarsene.1

La dottrina noachide è stata conservata, codificata e trasmessa dai maestri della tradizione religiosa di Israele.2

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Esistono gojim buoni e cattivi, timorati di Dio e pagani, eretici propri e altrui, seguaci di molte religioni. Si discute invece se noachidi e noachismo siano stati nella storia una realtà o una finzione.3 È comunque evidente come il tema perda subito il suo carattere virtuale, o di scuola, quando ci si chiede se e come il noachismo abbia avuto come sua possibile manifestazione storica la religione cristiana o la religione musulmana. Dopo tutto, entrambe le religioni si vogliono universali.

Scopo del presente studio è quello di verificare la consistenza noachide dell’universalismo cristiano e musulmano. Di vedere se e come queste due religioni rispondano o meno ai parametri di una tale dottrina.

1. Noachismo e cristianesimo

Il trattato rabbinico sull’idolatria (avodah zarah) proibisce agli ebrei di contribuire in modo alcuno alle celebrazioni idolatriche dei pagani. È in questo contesto che R. Ishmael interdice il commercio con quelli tre giorni prima e tre giorni dopo le loro feste:

Rabbi Ishmael ha detto: Tre giorni prima di quelle e tre giorni dopo di quelle è proibito. Ma i maestri dicono: Prima di quelle è proibito, dopo di quelle è permesso. (mAvodah Zarah 1, 2)

L’opinione di R. Ishmael è minoritaria. Essa si scontra con l’opinione dei suoi colleghi rabbini. Si tratta chiaramente di una posizione isolazionista. Le implicazioni del suo insegnamento verranno successivamente esplicitate in contesto cristiano da Shmuel, le cui parole sono riportate da un amorà babilonese della seconda generazione:

Rav Tachlifa bar Avdimi ha detto: Shmuel ha detto: Il primo giorno [della settimana], secondo le parole di R. Ishmael, è sempre proibito. (bAvodah Zarah 7b) 4

Se il primo giorno della settimana, cioè la domenica dei cristiani, è un giorno sempre proibito in quanto festivo e idolatrico, ne consegue che la proibizione di commerciare tre giorni prima e tre giorni dopo equivale a proibire il commercio con loro durante l’intera settimana, cioè sempre. I commentatori medioevali e moderni così hanno inteso la glossa di Shmuel alle parole di R. Ishmael.5 Da allora l’ebraismo si è sempre espresso criticamente in modo univoco e costante sul cristianesimo. Saadia Gaon lo ha trattato come eresia nel suo celebre Emunot ve-de’ot (Credenze e opinioni).6 Mentre, come è noto, sarà soprattutto l’autorevolissimo Maimonide ad applicare lo stigma indelebile dell’idolatria ai seguaci della religione cristiana:

I cristiani sono assolutamente idolatri e la domenica è il loro santo giorno. (Hilkhot Avodah Zarah 9, 3 — versione non censurata) 7

Per quanto il cristianesimo venisse considerato una forma di idolatria dalle autorità rabbiniche medioevali, certi allentamenti sul piano normativo si resero necessari a motivo delle esigenze e dei bisogni legati a una mutata situazione economica e sociale. Si giustificò la vendita ai non-ebrei (nokhrim) di animali di grossa taglia per evitare perdite ai commercianti ebrei su un mercato divenuto comune.8 L’interdipendenza economica delle rispettive comunità rese infatti necessarie, spesso a posteriori, certe facilitazioni di carattere puntuale. In circostanze e tempi particolari vennero dunque (ri) negoziate le precedenti restrizioni talmudiche relative ai rapporti coi gentili. Per esempio, si arrivò in questo modo a permettere coi cristiani uno scambio commerciale già comunemente praticato anche nei loro giorni di festa, una volta però stabilito che gli interessi cristiani non fossero riconducibili all’idolatria, ma bensì all’ottenimento di benefici puramente materiali.9 Nonostante tali adattamenti, il giudizio sul cristianesimo e i cristiani restava tuttavia invariato. Dopo tutto, se il vino dei cristiani, proprio come quello dei musulmani, venne proibito agli ebrei come oggetto di consumo e non come oggetto commerciale,10 la conversione al cristianesimo mai però fu permessa agli ebrei, contrariamente alla conversione all’islam,11 anche a costo della loro vita (qiddush ha-shem). La gravità dell’idolatria è infatti tale che si dovrebbe dare la vita piuttosto che trasgredire la sua interdizione:

Se si dicesse a un uomo trasgredisci e che tu non sia ucciso, che trasgredisca e non sia ucciso, eccetto per l’idolatria, la fornicazione e l’omicidio. (bSanhedrin 74a)

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Finché il cristianesimo è considerato una forma di avodah zarah non può certo rappresentare una manifestazione storica del noachismo. L’idolatria è una delle interdizioni noachidi. Un tale stigma sembra sia stato però cancellato da R. Menachem HaMeiri. Il problema è che nessuno prima di lui né dopo di lui avrebbe sostenuto una tale tesi. Pure il fatto che la sua opera non sia entrata nel tradizionale curriculum studiorum delle generazioni passate è a volte impugnato come un argomento per limitarne l’autorevolezza.12

Sulla glossa di Shmuel precedentemente citata, egli afferma:

A proposito dell’affermazione: Un notzrì [cristiano] è sempre proibito, io spiego il termine notzrì come derivato dal nome Nevuchad-netzar. Esso si riferisce ai Babilonesi, come nel versetto: «Notzrim vengono da un paese lontano» (Ger 4, 16). È noto che il sole fosse l’idolo di Babilonia e fosse adorato da tutta la nazione di Nevuchadnetzar. Il primo giorno della settimana è il giorno del sole, e perciò fu chiamato il giorno del notzrì, poiché era dedicato a Nevuchadnetzar, essendo governato dal sole». (Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avodah Zarah 6a)

Secondo Menachem HaMeiri, la proibizione non concerne i cristiani del suo tempo, il xiii secolo, ma quei notzrim dell’epoca ormai lontana di Nabucodonosor (Nevuchadnetzar); non dunque i suoi conterranei, cioè i cristiani della regione di Perpignan, ma gli abitanti dell’antica Babilonia. L’idolatria sarebbe cosa del remoto passato.13

A questo primo criterio che introduce la differenza tra le antiche nazioni idolatriche e quelle non idolatriche del suo tempo, ne segue un secondo. È anzi opinione diffusa tra gli studiosi che sia questo secondo criterio a caratterizzare al meglio la posizione di Menachem HaMeiri, il quale lo avrebbe prima enunciato e poi seguito in modo sistematico, rendendo così superflue le molteplici e contingenti giustificazioni degli altri posqim.

Il criterio è il seguente:

Coloro che siano di quei popoli definiti dai modi della religione (hagedurim be-darkhei ha-dat) e che servono Dio in qualunque modo, anche se la loro credenza è lontana dalla nostra credenza, non rientrano in questa regola [relativa agli idolatri], ma essi sono [da considerare] come Israele in tali cose, anche in rapporto a un oggetto perduto14 (Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Baba Qamma 113b)

Se dunque il cristianesimo non è avodah zarah, è perché i suoi seguaci sono ora «definiti dai modi della religione» (gedurim be-darkhei ha-dat). Tra i due criteri il nesso è causale. «Le nazioni che non sono idolatriche sono quelle che sono definite dai modi della religione».15 Lo storico Katz ha attribuito la specificità di Menachem HaMeiri a una precisa posizione filosofica che starebbe a monte, come un vero e proprio a priori, alle sue decisioni in materia di halakhah.16 Il suo non fu dunque un giudizio di mera opportunità o convenienza. La religione fu per lui un positivo fattore di civiltà.

Tuttavia, è lo stesso Katz a registrare le esitazioni di Menachem HaMeiri sul commercio di oggetti direttamente legati al culto cristiano.17 Esitazioni che Katz attribuisce al suo disagio psicologico nei confronti di un mondo religioso estraneo all’ebraismo e al quale quegli oggetti — candele, pani e paramenti sacerdotali -propriamente appartengono.18 Esse sarebbero la conseguenza insomma di un vero e proprio dissidio tra una sensibilità rimasta tradizionale — per la quale il cristianesimo è ciò che è sempre stato per gli ebrei: avodah zarah — e l’innovazione razionale. Dunque, tra affettività e intelletto.

Tra memoria e storia.

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Il dossier sulla posizione di R. Menachem HaMeiri nei confronti delle religioni (rivelate) in generale, del cristianesimo e dei cristiani in particolare, è stato di recente riconsiderato. Egli più «non afferma che il cristianesimo del suo tempo non sia avodah zarah, ma che è avodah zarah ne’orà [una forma di idolatria illuminata]».19 La trasgressione dei cristiani all’interdizione noachide rimarrebbe dunque tale, pur non essendo comparabile con quella di una volta o con quanto ancora accade agli estremi confini della terra, poiché la religione cristiana è essa stessa inconfondibile con l’antico e primitivo culto, idolatrico e superstizioso, di divinità, astri e talismani.

Esse, le antiche nazioni, che non erano definite dai modi delle religioni (gedurot be-darkhei ha-datot), erano devote e perseveranti nel servizio degli dèi e delle stelle e dei talismani. Tutto ciò e quello che ne consegue sono i principi dell’avodah zarah, come abbiamo spiegato. (Menachem HaMeiri, Bet ha-bachirah, Avodah Zarah 26a)

In questo senso la religione cristiana appare in sè stessa come una forma indebolita di idolatria.20 Si è inoltre osservato come già la stessa formula impiegata da questo maestro provenzale — gedurim be-nimusei ha-datot; gedurim be-darkhei ha-datot we-nimusehen — metta in risalto, della religione (dat), l’importanza che hanno per lui le leggi e i costumi (nimusim). Sottolineate non sono dunque le credenze e le dottrine, quanto piuttosto le azioni (ma’asim) e le virtù (middot), sia morali sia umane, del credente.

E già si è chiarito che tali cose sono state dette di quegli stessi tempi in cui le nazioni erano idolatriche, sudicie nelle loro azioni (ma’asehem) e degradate nelle loro virtù (middotehem), come è in parte detto: Non farete come ha fatto il paese d’Egitto, ove avete abitato, e come ha fatto il paese di Canaan (Lv 18, 3). Ma le restanti nazioni che sono definite dai modi delle religioni e che sono indenni da quelle sozzure, e che anzi le puniscono, è indubitabile che tali cose non abbiano posto a loro riguardo, come abbiamo spiegato. (?)

Si è perciò detto che Menachem HaMeiri faccia in questo modo dipendere la novità della sua posizione «dal mutamento che i gojim hanno attraversato sul piano del miglioramento delle virtù (middot), e non delle loro concezioni o del loro culto religioso».21 L’argomento è interessante proprio perché attribuisce a questo maestro un discorso che vuole distinguere sotto il profilo del discernimento filosofico tra il piano morale e il piano religioso. Se una volta, come il Talmud lo testimonia, idolatria e immoralità erano tutt’uno, ora era invece possibile scinderle tra loro. La novità introdotta da Menachem HaMeiri sarebbe dunque soprattutto questa, di avere sciolto il nodo che stringeva tra loro idolatria e comportamento morale e sessuale reprensibile.22 Di avere colto in questo modo il progresso morale e civile espresso dalla civiltà cristiana del suo tempo, così da non confonderla con l’antica civiltà pagana.

Menachem HaMeiri equipara i popoli evoluti alla categoria biblica dello «straniero residente» (ger toshav), cioè di colui che assume (formalmente) l’osservanza dei sette precetti dei figli di Noè.23 Cambia infatti il rapporto con coloro che osservano i precetti noachici, come cambia con coloro che sono definiti dai modi della religione. È per questo che l’omicidio di un noachide da parte di un figlio di Israele è punito, contrariamente a quanto si afferma nella Tosefta.24 Un noachide non è un goj, come non lo è un cristiano o un musulmano. Ma un cristiano resta tuttavia un idolatra, per quanto illuminato.

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Eppure, spesso citata e assai influente è l’idea che il cristianesimo non contraddica le leggi noachidi, idea che sembra dovuta al commento di Rabbenu Tam al passaggio talmudico seguente:

Il padre di Shmuel ha detto: È proibito all’uomo la partnerships con il non-ebreo, forse dovrà pronunciare un giuramento, e lo pronuncerà sulla sua avodah zarah, mentre la Torah dice: Non si senta sulla tua bocca (Es 23, 13). (bSanhedrin 63b)

Si suppone che un ebreo non solo non debba lui stesso non pronunciare il nome di altri dèi, ma che non induca neppure l’altro, il non-ebreo, a pronunciarlo. Per questo motivo si deve evitare ogni forma di associazione negli affari, affinché un ebreo non venga a trovarsi in una situazione di crisi che richieda il giuramento del suo partner non-ebreo. A commento di questo passaggio, Rabbenu Tam osserva:

È possibile ricevere da quello il giuramento prima che ci rimetta […] In ogni modo, in questo tempo tutti giurano sui loro santi senza trovarli divini. E anche se con quelli essi menzionano il nome celeste pur intendendo altra cosa — in ogni modo non è questo nome avodah zarah. La loro mente è infatti rivolta al Creatore. E anche se associano (shittuf) il nome celeste a un’altra cosa non abbiamo trovato che sia proibito causare una tale associazione agli altri. E non si applica: Davanti al cieco (Lv 19, 14), poiché questo non è stato proibito ai figli di Noè. (ad loc., tosafot: asur la adam she-ja’aseh shutafut)

Ai figli di Noè non sarebbe interdetto di associare al nome di Dio il nome di un altro, in occasione di un giuramento. Rabbenu Tam giustifica in questo modo la pratica del suo tempo, in cui la proibizione talmudica era ignorata e gli ebrei conducevano gli affari in comune coi cristiani. Un eventuale giuramento non implicava alcun rischio: associare al nome di Dio il nome di Gesù non era loro interdetto. Ma i commentatori successivi estrapolarono l’intenzione di Rabbenu Tam e ne estesero la portata assai oltre il suo contesto legale, tecnico e formale, al punto da ritenere infine compatibili tra loro noachismo e cristianesimo.25 Essi fraintesero Rabbenu Tam, come se questi avesse sostenuto «che una credenza nella trinità e nell’incarnazione, da parte di un noachide, non fosse idolatria, risultando in una nuova halakhah secondo la quale il cristianesimo sarebbe idolatria per gli ebrei mentre non sarebbe tale per i cristiani».26 La controversia sulle reali intenzioni di Rabbenu Tam e sulla comprensione dell’idea di shittuf impegnerà maestri importanti della tradizione ebraica: R. Nissim di Gerona (Ran), R. Moshè Isserles (Rema), R. Ezekiel Landau, R. Yaakov Emden, R. Elia Benamozegh, sono alcuni tra i tanti. La compatibilità o meno tra noachismo e cristianesimo interessa a questo punto la stessa dottrina e non più la morale. In ogni caso, l’idea che un cristiano non commetta offesa contro le leggi noachidi con la sua fede nella trinità e nell’incarnazione rappresenta il limite oltre il quale nessun ebreo vuole andare. Poiché nessuno tra i maestri dell’halakhah è pronto a spingersi tanto lontano da affermare che il cristianesimo si possa considerare un puro monoteismo: a belief in a triune God. «Al massimo, i maestri dell’halakhah sono pronti a riconoscere il cristianesimo come una fede non-idolatrica per i gentili».27 Ma la cosa in realtà non cambia nella sostanza anche una volta lasciata la scuola talmudica per l’accademia:

L’outsider vede le tre persone nella divinità come sufficientemente indipendenti per trasformare la storia in una narrativa idolatrica, mentre l’insider, anche se li vede come tre persone, tuttavia guarda a loro come a tre drammatici ruoli interpretati da un attore solo.28

Dunque, il cristianesimo come religione proibita agli ebrei e permessa ai gojim. Una politica che ha tutta l’aria di una concessione fatta ai cristiani e sulla quale aleggia pure il sospetto di trarre origine da una passata incomprensione. Del resto, l’alternativa è di chi lo considera ancora oggi avodah zarah. Per ebrei e gentili. Idolatria, tout court.

2. Noachismo e islam

L’attualizzazione operata da Maimonide nel suo Commento alla Mishnah estende ai cristiani suoi contemporanei le proibizioni relative ai pagani di un tempo:

Tutti loro [i cristiani] sono idolatri e le loro feste sono proibite… E il primo giorno della settimana è incluso nelle feste dei gojim… Si deve sapere che ogni città tra le città della nazione cristiana avente una bima, una casa di preghiera che è una casa di idolatria senza dubbio alcuno, in tale città è proibito passare intenzionalmente e a fortiori abitarci… (Maimonide su mAvodah Zarah 1, 3-4)

Secondo Blidstein, l’assenza di ogni riferimento ai musulmani e alle loro città nell’attualizzazione operata da Maimonide non si spiegherebbe con un’esigenza di rispetto per il dato cronologico. La letteratura rabbinica ignora infatti la religione musulmana che le è posteriore. In realtà, l’assenza di un esplicito riferimento alla religione musulmana nel commento maimonideo sarebbe intenzionale e conforme alla sua diversa valutazione delle due religioni: il cristianesimo è idolatria; l’islam non è idolatria.29 Maimonide si esprime chiaramente in questo senso e il suo giudizio autorevole si caratterizza per l’ampiezza della visione che suppone sui rapporti tra ebrei e credenti di altre religioni. Egli equipara lo statuto del vino del ger toshav a quello degli ismaeliti considerati come «idolatri che non servono l’idolatria».30 Ma è soprattutto nella sua risposta a Obadiah, musulmano convertitosi all’ebraismo, che Maimonide si esprime in modo articolato sull’islam:

Gli ismaeliti non sono affatto idolatri e [l’idolatria] già è stata recisa dalle loro labbra e dal loro cuore, ed essi attribuiscono a Dio l’unità come conviene, unità su cui non esiste dubbio, e non perché essi mentono su di noi e ci vilipendiano, e dicono che noi andiamo dicendo che Dio abbia un figlio, noi mentiremo su di loro e diremo che essi sono idolatri […] E se qualcuno dice che la casa che essi onorano è casa dell’idolatria, e che l’idolatria è al suo interno, quella che i loro padri hanno venerato, in questo che c’è? Quelli che oggi si prosternano a quella hanno il loro cuore rivolto verso il cielo […] Così è oggi per gli ismaeliti tutti, bambini e donne: l’idolatria è stata recisa dalle loro labbra. Il loro errore e la loro follia sono in altre cose che è impossibile mettere per iscritto a causa dei rinnegati e degli apostati di Israele, ma sull’unità del Nome altissimo non hanno errore alcuno. (Responsum 448)

Maimonide non era cieco nei confronti degli errori e della follia dell’islam. Questo non doveva però mettere in ombra il monoteismo che professava. A chi avesse obiettato che sul piano del culto il monoteismo islamico fosse tutt’altro che cristallino, albergando elementi pagani che erano un retaggio inconfutabile della civiltà pre-islamica — concentrati specialmente in quel che accadeva alla Mecca, intorno alla Ka’aba — Maimonide opponeva a sua difesa l’intenzione pura del cuore e della mente dei credenti e dei pellegrini musulmani. È questa sua attitudine equilibrata e obiettiva, dovuta a una mancanza di odio e di rancore nei confronti di una realtà che personalmente egli conobbe anche in veste violenta e aggressiva, che il rabbino Kapah ha così celebrato: «lodare ciò che è lodevole, deprecare ciò che è deprecabile».31

Maimonide non fu il primo tra i maestri della tradizione ebraica a esprimersi sull’islam come religione monoteista, per quanto specialmente nei primi tempi proprio l’ignoranza su una tale novità religiosa portasse a volte alcuni di loro a esprimersi in senso contrario.32 Sicuramente, dopo Maimonide il consenso sulla natura monoteista dell’islam sarà praticamente acquisito, a cominciare dal figlio R. Abraham Maimuni, secondo il quale «i musulmani sono monoteisti che aborriscono l’idolatria».33

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È nella Lettera allo Yemen che Maimonide polemizza apertamente con l’islam fanatico e aggressivo:

E voi, miei correligionari, sappiate che Dio (Allah) ci ha gettato in [mezzo a] questa nazione a causa dei nostri numerosi peccati, cioè la nazione ismaelita, la quale ci ha grandemente perseguitato e ha legiferato a nostro danno e ci ha odiato, come l’altissimo ci ha testimoniato: E i nostri nemici giudicheranno (Dt 32, 31). Mai una nazione si è mostrata più ostile di questa contro Israele, e mai ci fu chi esagerò a sottometterci, a umiliarci e a odiarci fortemente come quelli […] Già ci siamo esercitati, grandi e piccoli, a patire della nostra sottomissione, come ha detto Isaia: Ho dato la mia schiena ai flagellatori, la mia guancia a quelli che mi strappavano la barba (Is 50, 6).

Di fatto, Maimonide non si è limitato in questo scritto a denunciare il fanatismo musulmano. Egli respinge anche con coraggio la rivendicazione dell’islam di essere superiore all’ebraismo e con essa la consueta accusa rivolta agli ebrei di avere falsificato le Scritture. Di più, neppure il profeta è stato risparmiato.34 Eppure, si osserva da più parti che persino in questo scritto così estremamente critico, la sua battaglia non sarebbe stata condotta contro l’islam come tale. «Anche in questo lavoro altamente polemico […] egli non critica l’islam per se. Questo contrasta con il suo trattamento del cristianesimo. Sebbene Gesù, diversamente da Muhammad, mai avesse inteso fondare una nuova religione, il cristianesimo è tuttavia da considerare per Maimonide una forma di idolatria. Senza dubbio egli vede la sua dottrina della Trinità come un basilare compromesso del monoteismo richiesto a tutti, tanto ai gentili quanto agli ebrei. Questo non è il caso con l’Islam».35 A costituire l’islam e a metterlo su un gradino più alto del cristianesimo sarebbe in questo senso la sua posture filosofica dalla quale propriamente dipende lo stesso monoteismo.36 Ma a questo punto prende corpo la possibilità di una vera e propria dissonanza nella percezione dell’islam da parte di Maimonide. «È assolutamente possibile che la halakhah maimonidea veda in loro [musulmani] dei credenti monoteisti, ma al contempo che Maimonide li valuti come membri di una religione ostile, violenta e priva di freni morali, una religione stabilita da una figura manchevole, meritevole di ogni biasimo morale, edificata con contenuti superficiali e senza un valore reale».37 La prospettiva è interessante: infatti, non sarebbe ora la dottrina a essere problematica ma piuttosto la condotta dei seguaci di Muhammad e l’osservanza delle leggi morali fondamentali. Il che porrebbe di colpo la religione musulmana in difetto rispetto alla morale noachide.38

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Per gli ebrei, la circoncisione è un atto che possiede un preciso significato religioso nel contesto dell’alleanza stabilita tra Dio e Israele. La circoncisione dei non-ebrei è di conseguenza richiesta solo in un cammino mirato alla loro conversione. Neppure per motivi medici potrebbe essere eseguita su di loro, seguendo il principio codificato che proibisce di salvare la vita a un idolatra.39 Ora, è proprio in questo contesto che Maimonide introduce una nota originale e sorprendente:

È permesso a Israele circoncidere un goj, se il goj vuole recidere e asportare il prepuzio, poiché [per] ogni precetto (mitzwah) che il goj compie, viene data a lui una ricompensa […] solo se lo compie confessando la profezia di Mosè nostro maestro, attraverso il quale è Dio altissimo che lo comanda, e crede in questo […] E ogni qualvolta venga a noi [un goj], che sia circonciso per amore della circoncisione (le-shem milah), anche quando rimanga nella sua gentilità. (Maimonide, responsum 148)

Maimonide sostiene la possibilità per un goj di essere circonciso, ma non in vista della circoncisione, bensì per ricevere la ricompensa prevista per l’osservanza di un precetto a cui non è affatto obbligato. La circoncisione non compare infatti nella lista dei precetti noachici. Neppure Maimonide la introduce tra quelli. Ma ne permette l’osservanza a quei gentili che si vogliono interessati a compiere il maggior numero possibile di precetti mosaici. Se Novak ha ragione, Maimonide ha mostrato ogni volta che ha potuto la sua preferenza per una concezione che non limita il goj alla stretta osservanza della legge noachide, ma lo proietta oltre lo statuto noachide, come ebreo potenziale.40

L’insufficienza del quadro noachide appare con chiarezza nel caso della pratica della circoncisione in rapporto all’islam. Una tale pratica non è circoscritta agli ebrei soltanto. La circoncisione praticata dagli stessi arabi in epoca pre-islamica è ben nota al Talmud.41 Nel Talmud si discute per questo motivo sulla necessità della «circoncisione simbolica» per chi fosse già stato circonciso prima ancora della sua conversione all’ebraismo.42 Maimonide sembra ora riconoscere alla pratica della circoncisione presso gli ismaeliti un valore religioso che la vincola alla stessa Torah di Israele e ai suoi insegnamenti.43

Egli scrive:

I nostri maestri hanno detto che i figli di Qetura, i quali sono la discendenza di Abramo venuta dopo Ismaele e Isacco, sono obbligati alla circoncisione. E poiché i figli di Ismaele si sono oggi mescolati tra i figli di Qetura, tutti loro sono obbligati a essere circoncisi l’ottavo giorno. (Maimonide, Hilkhot Melakhim 10, 8)

Qetura, sposa di Abramo succeduta a Sara, mise al mondo sei figli (Gn 25, 1-2). Quando ai figli di Qetura si mescolarono i figli di Ismaele anche a questi ultimi si estese l’obbligo della circoncisione. Proprio questa sua obbligatorietà le assegna ora un carattere e un significato indubbiamente religiosi. Ma in questo modo l’islam eccede per Maimonide il quadro degli obblighi noachici portandone la lista da sette a otto.44

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Non avere accolto la Torah di Israele così com’è, nella sua forma, come invece hanno fatto i cristiani, ha delle conseguenze importanti sul piano della valutazione ebraica dell’islam. Secondo la stessa categorizzazione maimonidea, diventa infatti impossibile collocare un musulmano tra i «pii delle nazioni del mondo»:

Chiunque accolga i sette precetti e sia scrupoloso nella loro osservanza, questi è uno dei pii delle nazioni del mondo (chassidè ummot ha-‘olam) e ha parte al mondo che viene. E questo quando li accolga e li osservi in quanto il Santo benedetto Egli sia li ha comandati nella Torah (ba-Torah), e tramite Mosè nostro maestro ci ha fatto sapere che i figli di Noè sono stati precedentemente obbligati a quelli. (Maimonide, Hilkhot Melakhim 8, 11)

Un autore moderno ha così commentato questo celebre e controverso passaggio: «A un figlio di Noè non basta accogliere i sette precetti e nemmeno basta per lui osservarli; a lui piuttosto di accoglierli perché sono stati comandati dall’Onnipotente. Ma se esaminiamo ancora meglio Maimonide, apprendiamo che anche questo non è sufficiente: non gli basta infatti accoglierli perché li ha comandati l’Eterno e non perché convinto che siano necessari e convenienti secondo l’intelletto umano; a lui invece di accoglierli e osservarli perché essi sono parte della Torah di Mosè».45 Per un musulmano, non sono certo normativi la Torah e Mosè, bensì il Corano e Muhammad. Nell’ebraismo non sono affatto mancati tra i maestri coloro che hanno anzi sottolineato e ribadito una vera e propria incompatibilità tra il consenso alla missione profetica di Muhammad, da una parte, e la validità della Torah mosaica, dall’altra.

Non può essere dunque l’islam a perfezionare uno statuto noachide che trova invece il suo massimo compimento nel riconoscimento del significato universale del Sinai.46 Di più. Secondo i parametri indicati dallo stesso Maimonide, l’islam è, e resta, una via interdetta ai gentili. «Non solo è impossibile per un musulmano essere un pio gentile, ma è persino proibito per un gentile seguire i dettami dell’islam. Egli [Maimonide] inequivocabilmente accetta il punto di vista talmudico per il quale ogni sistema religioso non ebraico è illecito e la sola alternativa per i gentili sono la conversione oppure l’osservanza delle sette leggi di Noè, la quale, per definizione, esclude ogni altro sistema religioso».47 Proprio quest’ultima ci sembra essere l’obiezione definitiva e vincente contro una pretesa ri-significazione noachide della religione musulmana. Maimonide ha compiutamente codificato un principiolimite che l’islam ha largamente trasceso.

Il testo è il seguente:

Il principio è: non si permette loro di creare una nuova religione (lechaddesh dat) e di farsi dei precetti di loro propria iniziativa, ma o si converte e accoglie tutti i precetti o si mantiene nella sua Torah senza aggiungere né diminuire. (Maimonide, Hilkhot MelaKhim 10, 9)

La Torah interdice la creazione di una nuova religione. L’alternativa per un gentile non può che essere la conversione all’ebraismo o l’osservanza noachide.48 Prima ancora di decidere se il culto musulmano o la credenza cristiana siano idolatrici o meno, oppure se i comportamenti degli uni e degli altri siano immorali o morali, a condannare tali esperienze religiose è insomma il fatto stesso che si siano strutturate entrambe come religioni.

Copyright © 2009 Raniero Fontana

Raniero Fontana. «L’universalismo noachide». Elaborare l’esperienza di Dio [in linea], Atti del Convegno, Parma 20-21 marzo 2009, disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/teologia/&gt;, [43 KB].

Note

  1. Cf. tAvodah Zarah 8,4-6. Testo
  2. Cf. bSanhedrin 56ass. Testo
  3. Sull’esperienza noachide moderna, si veda R. Fontana, Figli e figlie di Noè. Ebraismo e universalismo, Assisi 2009. Testo
  4. La versione qui riportata è dovuta alla censura che ha sostituito «il primo giorno della settimana» (jom alef) a «cristiano» (notzrì). Testo
  5. Fa eccezione un commento recente che vorrebbe intendere la glossa di Shmuel come una reductio ad absurdum, cioè un argomento usato per provare l’assurdità a cui condurrebbe l’opinione di Ishmael. Cf. Christine E. Hayes, Between Babylonian and Palestinian Talmuds. Accounting for Halakhic Difference in Selected Sugyot from Tractate Avodah zarah, New York – Oxford 1997, pp. 136-137. Testo
  6. II,5. Testo
  7. Si veda anche il suo commento a mAvodah Zarah 1,3. Testo
  8. Cf. bAvodah Zarah 15a (tosafot: emur) Sul tasso di interesse applicato ai gentili, si veda bBaba Metzia 70b (tosafot: tashikh la sagi de-la hakhi). Testo
  9. Cf. bAvodah Zarah 2a (tosafot: asur). Testo
  10. Da Rashi, produttore egli stesso di vino, a Isserles. Per il primo, si veda: I. Elfenbein (ed.), Teshuvot Rashi, New York 1942, 171.173.175; per il secondo, si veda: Yoreh De’ah 123,1. Testo
  11. Cf. Maimonide, Iggeret ha-Shemad. Testo
  12. Cf. R. Fontana, “Noachismo. Un’indagine preliminare”, in Cahiers Ratisbonne 3 (1997), pp. 80-116, in part. pp. 109-111. Testo
  13. O di regioni altrettanto remote e periferiche ove i residui dell’idolatria si possono ancora annidare. Cf. Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avozah Zarah 2a; 6b; 20; 57a. Testo
  14. La letteratura talmudica non obbligava alla restituzione a un gentile di un oggetto perduto. Cf. bBaba Qamma 113b; bSanhedrin 76b. Testo
  15. M. Halbertal, Between Torah and Wisdom. Rabbi Menachem ha-Meiri and the Maimonidean Halakhists in Provence, Jerusalem 2000, p. 97 [ebr.]. Testo
  16. Cf. J. Katz, “Sovlanut datit be-shitato shel Rabbi Menachem HaMeiri ba-halakhah e ba-filosofiah”, in Tzion 18 (1952/53), pp. 15-30 [ebr.]. Testo
  17. Cf. Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avodah Zarah 14b e 51b. Testo
  18. Cf. J. Katz, op. cit., pp. 22-23. Dello stesso Katz si veda su R. Menachem HaMeiri l’ormai classico Exclusiveness and Tolerance. Jewish-Gentile Relations in Medieval and Modern Times, New York 1962, in part. pp. 114-128. Testo
  19. M. Abraham, “Ha-im iesh avodah zarah ne’orà – al ha-yachas la-gojim ve-al shinuim ba-halakhah”, in Aqdamot 19 (2007), p. 76 [ebr.]. Testo
  20. Cf. Ib., pp. 81-83. Testo
  21. Ib., p. 76. Testo
  22. Cf. Ivi. Testo
  23. Cf. Menachem Ha-Meiri, Bet ha-bechirah, Baba Qamma 26a; 37b; Sanhedrin 57a. Testo
  24. Cf. Tosefta, Avodah Zarah 8,5. Testo
  25. Cf. L. Jacobs, “Attitudes towards Christianity”, in Ze’ev W. Falk (ed.), Gevuroth HaRomah. Jewish Studies offered at the eightieth birthday of Rabbi Moses Cyrus Weiler, Jerusalem 1987, pp. xvii-xxxi. Testo
  26. Ib., p. xxiii. Testo
  27. Ib., p. xxiv. Testo
  28. M. Halbertal – A. Margalit, Idolatry, Cambridge (Massachusetts) London (England), 1992, p. 80. Testo
  29. Cf. J. Blidstein, “Ma’amad ha-islam ba-halakhah ha-maimonit”, in M. Mautner – A. Sagi – R. Sha (eds.), Multiculturalism in a Democratic and Jewish State, Tel Aviv 1998, pp. 465-476, in part. pp. 466-468 [ebr.]. Testo
  30. Cf. Maimonide, Hilkhot Ma’akhalot Asurot 11,7; e inoltre si veda il suo responsum 269. Testo
  31. J. Kapah, “Ha-islam we-ha-iachas la-muslemim be-mishnat ha-Rambam”, in Mahanaim 1 (1992), p. 21 [ebr.]. Testo
  32. Cf. Marc B. Shapiro, “Islam and the Halakhah”, in Judaism 42/3 (1993), pp. 332-343. E inoltre: A. Hacohen, “Dat ha-islam we-ma’amineah – hebetim hilkhatiim we-mishpatiim”, in Mahanaim 1 (1992), pp. 34-51 [ebr.]. Testo
  33. Cit. in Gerson D. Cohen, “The Soteriology of R. Abraham Maimuni”, in Proceedings of the American Academy of Jewish Research 35 (1967), p. 85 nota 26. Testo
  34. Maometto è più volte detto folle. Testo
  35. Cf. D. Novak, “The Treatment of Islam and Muslims in the Legal Writings of Maimonides”, in William H. Brinner – Stephen D. Ricks (eds.), Studies in Islamic and Judaic Traditions, Atlanta 1986, p. 235. Testo
  36. Cf. Ib., pp. 244-246. Il monoteismo dipenderebbe dai mezzi filosofici e non dalla rivelazione storica e dalle sue fonti letterarie. Queste non ne sono la conditio sine qua non. Per Novak, proprio questo potrebbe spiegare il perché Maimonide abbia considerato idolatri i cristiani nonostante abbiano accolto il testo biblico senza modificarne la forma, e non i musulmani che lo hanno invece stravolto e reso pressoché irriconoscibile. I primi sono idolatri, i secondi sono ladri. Si veda il responsum 149 di Maimonide. Testo
  37. J. Blidstein, op. cit., p. 466. Testo
  38. Sul piano dell’attualità, l’insubordinazione violenta dei palestinesi e il loro aperto rigetto della sovranità dello Stato di Israele sono fattori in grado di modificare drammaticamente il loro statuto giuridico dal punto di vista della Torah. In tempo di Intifada, per esempio, non sono mancati i rabbini che hanno invocato la revoca dello statuto halakhico che autorizza gli arabi palestinesi a restare nel paese, cioè lo statuto di gerim toshavim. Testo
  39. Avodah zarah è un’offesa così grave che non si deve salvare la vita di un idolatra, tanto più quando questo comporti la dissacrazione del sabato, e nei giorni feriali «lo si cala in un pozzo e non lo si fa risalire». Testo
  40. Cf. Novak, op. cit., pp. 237-238 e p. 242. Testo
  41. Cf. bShabbat 135a. Testo
  42. Ivi. Testo
  43. Tanto più che il Corano non la prescrive. Cf. D. S. Margaliouth, “Circumcision”, in J. Hastings (ed.), Encyclopedia of Religion and Ethics, vol. 3, New York 1951, pp. 677-679. Testo
  44. La circoncisione mai figura nelle liste esplicative dei precetti canonici dovute a Rav Shmuel ben Chofni, Menachem Azaria di Fano, come pure ad autori recenti. Cf. R. Fontana, “I precetti di Noè”, in Bibbia e Oriente 2/212 (2002), pp. 65-87. Testo
  45. A. Kirschenbaum, “‘Ha-berit’ im Benè Noach mul ha-berit ba-Sinai”, in Dinè Israel 6 (1975), p. 47 [ebr.]. Testo
  46. Cf. R. Fontana, Sinaitica. Ebrei e gentili tra teologia e storia, Firenze 2006, in part. pp. 43-80. Testo
  47. Marc B. Shapiro, op. cit., p. 336. Ha ragione Shapiro quando accenna al fatto che Novak avrebbe trascurato la portata di questa interdizione di innovare in materia di religione nella sua valutazione del pensiero di Maimonide in rapporto all’islam. Testo
  48. Ricordiamo che è permesso a un noachide osservare altri precetti oltre ai sette ai quali è tenuto, solo se lo vuole e non perché obbligato. Testo

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LA LEGGE NOACHIDE

Post n°28 pubblicato il 03 Novembre 2006 da Angie1970

Tag: DIALOGO INTERRELIGIOSO, LETTERATURA RABBINICA

Dopo il diluvio, D_o si rivolge a Noè: ” «Quanto a me, ecco Io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra discendenza dopo di voi» (Gn 9,9) e fino al versetto 17 parla della sua alleanza e del segno dell’alleanza, il qéshet, l’arco sulle nubi, l’arcobaleno.

Quali siano le condizioni di questa alleanza noachide, la Torah scritta non lo dice. Per saperlo, occorre rivolgersi alla Torah orale:

«I nostri dottori hanno detto che sette comandamenti sono stati imposti ai figli di Noè: il primo prescrive loro di istituire magistrati; gli altri sei proibiscono: 1) il sacrilegio; 2) il politeismo; 3) l’incesto; 4) l’omicidio; 5) il furto; 6) l’uso delle membra di un animale vivo (ovvero,non essere crudele con gli animali)» (Sanhedrin 56 b).

La legge di Noè è stata la legge di Adamo, di Noè, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di tutti i loro discendenti e dello stesso Mosè prima della rivelazione del Sinai. Queste Sette Leggi Universali, stanno oggi già alla base di tutti i codici morali delle società civilizzate.

Le fonti piu’ antiche in cui si faccia menzione di queste leggi sono quelle talmudiche, fonti orali che si cominciarono a trascrivere solo all’inizio dell’era volgare: la Tosefta’ (discussione rabbinica) attribuita a Chiya bar Abba’, nato verso il 160 e. v., e’ il primo libro di halacha’ a delineare in modo più definito, le sette leggi. Secondo l’insegnamento dei rabbini del Talmud, queste sette leggi non solo in realta’ sono sette regole, ma sette principi (dove il numero sette non va interpretato alla lettera, quanto piuttosto nel senso mistico di completezza), e  ognuno di essi comprende un intero ambito di leggi.

Testi consigliati:

“Le sette leggi di Noè ” di Aharon Lichenstein, Edizioni Lamed

“Il noachismo” di Elia Benamozegh, Marietti.

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L’OSSERVANZA DELLA LEGGE NOACHITICA SALVA?

Il falso evangelo del Talmud

 di Andrea Viel – Nicola Martella

1. Le tesi {Andrea Viel}

2. Osservazioni e obiezioni {Nicola Martella}
Riporto qui di seguito uno stralcio della lunga lettera, in cui Andrea Viel prende posizione in merito alla domanda di un lettore sul Decalogo e alla mia risposta. [► Dichiarati peccatori solo dal Decalogo?] In questo luogo parliamo di «legge noachide», noetica o noachitica, che prende il nome da Noach, il nome ebraico di Noè. Partendo da ciò che dice occasionalmente il Talmud, il libro delle tradizioni giudaiche, alcuni hanno creato una vera e propria «religione noachitica», dai tratti spesso spiritualistici, universalistici, giudaistici e gnostici. Infatti, basandosi su quanto affermato dai rabbini talmudici, si asserisce che i non giudei (o gentili) che si attengono ai sette sedicenti principi della «legge di Noè», sarebbero salvati. Tale religione noachitica porta non di rado i tratti di un «evangelo diverso», basato su un umanesimo universalistico, estraneo alla dottrina e all’etica del nuovo patto. {Nicola Martella}

1. Le tesi {Andrea Viel}

Condivido con te che il Decalogo o meglio, come dici, le Dieci Parole, date a Mosè sul Sinai insieme a tutte le 613 mitzvot [precetti, N.d.R.], è specifico per il popolo d’Israele. Sono leggi specifiche che regolano il rapporto e l’appartenenza reciproca tra Dio e il suo popolo.

Prima di tale patto sinaitico, Dio ha comunicato in vari modi con gli umani — il canale di comunicazione non era affatto interrotto, altrimenti l’uomo sarebbe lasciato stare a se stesso. Ha trovato persone che lo temevano maggiormente, altri che andavano per la loro strada, ma con tutti ha avuto un rapporto individuale. L’uomo (e la donna) senza legge viveva d’un legame individuale con il suo Creatore.

Di certo, con Abramo, con i suoi discendenti, ma anche con tutti quelli che erano intorno a lui e s’identificavano nell’unico Dio a cui Abramo faceva proseliti, Dio chiede d’osservare un patto, che anche secondo il tuo riferimento, non è tanto nell’osservanza a regole, quanto nell’osservanza del patto della circoncisione. Quindi una regola d’appartenenza.

Da evidenziare che comunque c’erano altre leggi per chi non s’identificava con il patto di Noè [intende Abramo? N.d.R.] e a seguire. Sono quelle chiamate Leggi Noachitiche. Il Talmud (o tradizione orale) riporta: «Sette precetti furono comandati ai figli di Noè: leggi sociali per stabilire corti di giustizia [o, secondo Nahman, il principio di giustizia sociale], per impedire la bestemmia [maledire il nome di Dio], l’idolatria, l’adulterio, lo spargimento di sangue, il furto e il mangiare la carne d’un animale vivo» (Sanhedrin 56a)

Il presupposto qui è che molto prima che Dio si fosse rivelato e avesse dato la Torah sul Sinai, la generazione di Noè era già unita da norme comuni di comportamento etico. Una di queste norme si riferisce alla proibizione d’una forma arcaica di mangiare, cioè mangiare la carne d’un animale vivo. Quattro precetti si riferiscono al rapporto dell’uomo con il suo simile: la proibizione di spargere sangue, il furto, l’adulterio e la necessità d’avere un sistema di legge e di giustizia. Solo due comandamenti sono di contenuto religioso: il divieto di bestemmiare il nome di Dio e quello riguardo all’idolatria. Non esiste il comandamento d’adorare Dio. Effettivamente se Dio non s’era ancora rivelato, non si poteva dare un comandamento d’adorarlo, benché si comandava di non dire male del nome di Dio, o non pronunciare il nome di Dio per motivi futili, e di non correre dietro a idoli vari.

Con Abramo s’identifica l’appartenenza all’unico vero Dio, ma la letteratura rabbinica, parla del «pio fra i popoli del mondo», dei «pii gentili» (hasidei umoth ha-olam).

I pii gentili, sono coloro, tra i gentili, che non s’identificano nel Dio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe, ma rispettano i sette precetti di Noè. Il punto fondamentale di questo concetto è che si dice di loro: «I giusti fra i Gentili hanno il loro posto nel mondo a venire» (Tosefta, Sanhedrin, XIII, 2). Questo «posto nel mondo a venire» è il termine tradizionale per salvezza, di solito usato per tutti gli ebrei che vivono secondo i comandamenti della Torah.

Nel Mishneh Torah, XIV, 5, 8 è scritto, «Un pagano che accetti i sette comandamenti [di Noè] e li osservi scrupolosamente è un “pagano giusto” e avrà un posto nel mondo a venire».

In un sito ebraico viene scritto: «Il goi (significa popolo gentile) non ha alcun obbligo d’osservare le leggi della Torah perché questa fu data al solo popolo d’Israele come legge nazionale. Secondo il diritto ebraico talmudico il goi che risiede entro il territorio israeliano ha però l’obbligo d’osservare la legge noachide e viene punito in caso d’inadempienza. Il goi che risiede all’estero, cioè fuori dalla terra d’Israele, non ha alcun obbligo se non il rispetto della legge della nazione in cui risiede. Però secondo la religione ebraica, davanti a D-o ha il dovere dell’onestà, che consiste nel rispetto della legge noachide anche quando la nazione in cui vive ha leggi disoneste. In quel caso la legge noachide deve essere riconosciuta come legge divina e quella della propria nazione come profana. Ma in linea di massima le religioni e le leggi delle nazioni hanno obblighi che riconducono indirettamente all’osservanza della legge noachide».

2. Osservazioni e obiezioni {Nicola Martella}
Il testo originario di Andrea, da cui ho tratto qui l’inizio, è troppo lungo per essere un contributo d’un tema di discussione che ne deve contenere altri. Inoltre il suo scritto fa sorgere più domande che dare risposte, crea più confusione che dare chiarezza. Dovrei rispondere punto per punto, ma ho già risposto altrove a cose simili. Perciò non posso pubblicarlo integralmente, ma mi dedico a tale unità in sé conclusa.

Andrea afferma che Abramo facesse proseliti per l’unico Dio. Mi interesserebbe sapere dove si trova un solo brano chiaro in cui ciò avvenne. Al contrario, l’Abimelek e il Faraone (rispettivamente re dei Filistei e degli Egiziani) lo rimproverarono per le sue furbizie. Andrea, credendo d’interpretare il mio pensiero, parla della «osservanza del patto della circoncisione» come «regola d’appartenenza», che sarebbero prevalenti sulla «osservanza a regole». Mi verrebbe da dire: «Se non è zuppa, è pan bagnato». No, la relazione fra Dio e Abramo si basa sul patto di grazia che mette la fede d’Abramo in conto di giustizia (Gn 15,6.17s). Le regole (anche la circoncisione era tale!) vennero dopo come «fase amministrativa» del patto (Gn 17,1ss; 26,5). [Per l’approfondimento si veda in Nicola Martella, Manuale Teologico dell’Antico Testamento (Punto°A°Croce, Roma 2002), gli articoli: «Abramo (Patto con ~)», pp. 76s; per la dinamica dei patti cfr. pp. 254-266.]

Poi Andrea trae molte delle sue argomentazioni dal Talmud che nella sua versione finale è un libro medioevale (T. di Gerusalemme 4°-6° sec.; T. di Babilonia 5°-7° sec.). In tal modo pretende di poter veicolare l’interpretazione biblica (anche del NT). Il Talmud non ha per me nessuna autorità spirituale né morale, essendo un testo pieno di contraddizioni, pieno di cose turpi e amorali (p.es. in campo sessuale e matrimoniale, come rapporti di pedofilia) e pieno di false dottrine antigesuaniche, vilipendi anticristiani e cose scandalose sul modo di trattare i gojîm (gentili, pagani, usato anche per i cristiani) quando i Giudei costituiscono la maggioranza.

Per me, che sono un esegeta, valgono argomenti esegetici, tratti dalla sacra Scrittura e che rispettino lo sviluppo della rivelazione e il contesto letterario, storico e culturale in cui i singoli testi sono inseriti. Se Andrea vorrà argomentare esegeticamente va bene, alla talmudizzazione del NT non sono molto interessato.

Passiamo ora alle cosiddette «leggi noachitiche». Le cose dette dal Talmud sulla presunta legge noachitica sono non solo piene di imprecisioni teologiche, ma costituiscono una falsa dottrina dal punto di vista dell’Evangelo e della dottrina del nuovo patto. Ecco qui di seguito alcuni motivi.

■ In Genesi 9 non ci sono tutti tali sette presunti punti. Ad esempio, dove si parla di bestemmia, d’idolatria, d’adulterio, di furto? Solo proiettandoli nel testo e speculando su di esso si troverà questo e altro! Tutto ciò che viene detto poi da Andrea e dai siti noachitici su tali sette presunte norme, sono asserzioni basate su presupposti non verificabili con l’esegesi di Genesi 9. Mi mostri ad esempio dove all’interno del patto noetico sono scritti espressamente i presunti due comandamenti di contenuto religioso: «il divieto di bestemmiare il nome di Dio e quello riguardo all’idolatria». Tanto ci si abitua alle convenzioni, a cui si aderisce, che nessuno va a più a verificare le cose, se veramente esistono! Così si aprono le porte all’arbitrio, alle speculazioni, ai miti e alle favole; e quelle giudaiche sono proverbiali. Paolo raccomandava a Tito, suo collaboratore: «Riprendili perciò severamente, affinché siano sani nella fede, non dando retta a favole giudaiche né a comandamenti di uomini che voltano le spalle alla verità» (Tt 1,13s).

Sebbene si affermi che Dio avrebbe comandato a Noè di non bestemmiare e di non farsi idoli (dove?), poi stranamente si afferma che non esisterebbe il comandamento d’adorare Dio, perché non si sarebbe ancora rivelato! Stranezze dei seguaci delle cosiddette «leggi noachitiche»! Dio s’era rivelato a Noè (Gn 6,13), gli aveva dato comandi (Gn 6,14ss; 7,1; 8,16; 9,1ss), gli aveva manifestato la sua grazia (Gn 6,8), lo aveva dichiarato giusto (Gn 7,1), lo aveva salvato dal diluvio (Gn 8,1) e gli aveva elargito il suo patto (Gn 9,9-17). I suoi tempi non c’era una generazione che si atteneva alla volontà di Dio, essendo tutta corrotta (Gn 6,5.11ss), ma solo Noè camminava con Dio (Gn 6,9), eseguì i comandi divini (Gn 6,22; 7,5) e, dopo aver costruito un altare, offrì il culto all’Eterno, che gradì (Gn 8,20s). Noè non avrebbe quindi adorato Dio, perché non c’era comandamento? [Per l’approfondimento si veda nel Manuale Teologico dell’Antico Testamento, l’articolo «Noè (Patto con ~)», pp. 238s.

■ I pii gentili si salverebbero perché metterebbero in pratica i presunti sette precetti di Noè? Se a un “pagano giusto” basta accettare e osservare scrupolosamente tali precetti noetici per avere «un posto nel mondo a venire», come recita il talmud, Cristo è morto inutilmente.

Dopo tanto cercare, ho trovato in rete l’origine della citazione sui gojîm e la «legge noachide». Peccato che tale autore ha mancato di citare l’arbitrio, le angherie e i soprusi che, secondo il Talmud, i Giudei potevano usare sui gojîm (e sui cristiani chiamati spregiativamente «epicurei») nelle zone a maggioranza giudaica e sugli stessi Giudei divenuti cristiani. Tale blog ebraico non è certo l’ultima autorità. Ecco solo due esempi tratti dalla letteratura rabbinica.

«Queste cose (sopra) si intendono per gli idolatri. Ma anche gli israeliti che lasciano la loro religione e diventano epicurei devono essere uccisi e noi dobbiamo perseguitarli fino alla fine. Infatti essi affliggono Israele e distolgono il popolo da Dio» (Hilkhoth Akum 10,2).

«Gli ebrei che diventano epicurei, che si danno all’adorazione delle stelle e dei pianeti e peccano maliziosamente; anche coloro che mangiano la carne di animali feriti, o che vestono abiti vani, meritano il nome di epicurei; in simil modo, coloro che negano la Torah e i Profeti d’Israele — la legge è che tutti questi debbano essere uccisi; e coloro che hanno il potere di vita e di morte devono farli uccidere; e se ciò non potesse essere fatto, essi dovranno essere portati alla morte con l’inganno» (Chošen Hammišpat 425,5).

Io che sono contro ogni antisemitismo e ogni razzismo, devo confessare che tali asserzioni non fanno onore ai rabbini (talmudici e post-talmudici) e alla loro ideologia di una supremazia sionista che infrange leggi e morale pur di imporsi.

■ Le asserzioni del Talmud sulle leggi noachitiche e sulla salvezza dei «pii gentili» non sono saggezze divine ma eresie giudaiche, contro cui Paolo mise in guardia i Galati, dichiarando ciò un «evangelo diverso» e «altro», degno di maledizione (Gal 1,6ss). Tali giudaisti gnostici che si spacciavano per superapostoli, propagarono tale «evangelo diverso» dappertutto, ad esempio anche in Corinto (2 Cor 11,4s.13ss), in Colosse, in Filippi, portando solo confusione.

■ Conosco vari siti noachitici. Essi sono spesso pieno di spiritualità universalistica e gnosticismo giudeo-cristiano e li ritengo pericolosi per la verità biblica. Vedo che Andrea trae da blog e siti giudaici e da tali siti noachitici i tuoi argomenti e se ne lascia influenzare. Sono preoccupato. Si tratta infatti d’un «altro evangelo». Farebbe meglio a dare maggiore ascolto alla Scrittura, invece che a un universalismo gnosticheggiante di natura giudaico o simile.

■ Ho scritto vari articoli che approfondiscono le questioni da sollevate da Andrea, alcuni già pubblicati e altri che pubblicherò in seguito, relative al valore della legge mosaica nel nuovo patto. Per ora faccio notare quanto segue. Un ebreo ha scritto ad altri ebrei: «Poiché qui v’è bensì l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità (poiché la legge non ha condotto nulla a compimento); ma v’è altresì l’introduzione d’una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio» (Eb 7,18s). «Poiché se quel primo patto fosse stato senza difetto, non si sarebbe cercato luogo per un secondo… Dicendo: “Un nuovo patto”, Egli ha dichiarato antico il primo. Ora, quel che diventa antico e invecchia è vicino a sparire» (Eb 8,7.13). E Paolo, anch’egli ebreo degli ebrei, aggiunse: «Ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, cosicché serviamo in novità di spirito, e non in vecchiezza di lettera» (Rm 7,6; cfr. vv. 1-6). Questa è la teologia del nuovo patto!

■ Il favoleggiare speculativo dei Giudei era una grande tentazione per i cristiani, giudei e non, diede parecchio filo da torcere a Paolo nella difesa della «sana dottrina» (= l’Evangelo) e divenne oggetto delle raccomandazioni che l’apostolo diede ai suoi collaboratori. Al riguardo ho citato sopra già Tt 1,13s. Si vedano anche i seguenti brani rivolti a Timoteo.

● «Ti ripeto l’esortazione… di rimanere ad Efeso per ordinare a certuni che non insegnino dottrina diversa né si occupino di favole e di genealogie senza fine, le quali producono questioni, anziché promuovere l’economia di Dio, che è in fede» (1 Tm 1,4).

● «Rappresentando queste cose ai fratelli, tu sarai un buon ministro di Cristo Gesù, nutrito delle parole della fede e della buona dottrina che hai seguita da presso. Ma schiva le favole profane e da vecchie; esèrcitati invece alla devozione; perché l’esercizio corporale è utile a poca cosa, mentre la devozione è utile ad ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella a venire» (1 Tm 4,6ss).

● «Verrà il tempo che non sopporteranno la sana dottrina; ma per prurito d’udire si accumuleranno dottori secondo le loro proprie voglie e distoglieranno le orecchie dalla verità e si volgeranno alle favole. Ma tu sii vigilante in ogni cosa, soffri afflizioni, fa l’opera d’evangelista, compi tutti i doveri del tuo ministero» (2 Tm 4,3ss).

Per la lenta involuzione giudaizzante, avvenuta in Andrea Viel, e per la sua successiva conversione al giudaismo storico, rimandiamo ai seguenti articoli (si vedano anche i temi connessi): Andrea Viel ha rigettato Gesù quale Messia; Dalla luce di Cristo alle tenebre del giudaismo; Falsi maestri fra i giudeo-messianici odierni.

► URL di origine: http://puntoacroce.altervista.org/_Rel/A1-Legge_noachide_salva_Sh.htm

21-07-2008; Aggiornamento: 03-07-2010

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Religioni per la pace

Ha-Shem. Il Nome

Per poter parlare di Ha-Shem, del Nome, dobbiamo innanzi tutto, brevemente, parlare della Toràh. Che cos’è la Torah? Il termine significa insegnamento, e designa in primo luogo cinque libri, il Pentateuco: Bereshìt/In principio, Shemòt/Nomi, Wayiqrà/Chiamò, Bamidbàr/Nel deserto, Devarìm/Parole. A questi libri vanno aggiunti i Neviim, ossia gli scritti dei Profeti, e i Ketuvim, gli Agiografi. Se eliminiamo la divisione in libri, capitoli e versetti, abbiamo 304.805 lettere\numeri che possono essere studiati anche da un punto di vista strettamente matematico.
Il primo versetto della Torah è «Bereshìt barà Eloqìm et ha-shammàyim we-et ha-àretz». Dunque la Torah inizia con una á bet, la seconda lettera dell’alfabeto, che ha valore numerico 2. à alef indica l’assoluta unità divina, il Creatore. Ciò che viene creato è invece sotto il segno della dualità, delle opposizioni.
«All’inizio, in principio creò…» abbiamo poi uno dei due Nomi che nella Bibbia indicano il Santo, benedetto Egli sia. Uno è un plurale, l’altro è una sigla impronunciabile. Uno indica l’attributo della sua Giustizia, l’altro della sua Misericordia.
Dunque, che cosa creò Elokim? Lo sanno tutti: i cieli e la terra. Ma nell’originale ebraico prima di queste parole troviamo la particella et, che indica che ciò che segue è un complemento oggetto. Et è formato da una à alef e da una ú taw, che sono la prima e l’ultima delle lettere dell’alfabeto. Che cosa ha creato allora il Santo innanzi tutto? Egli, che è infinito, ha creato l’inizio e la fine.
A cosa può essere paragonata la Torah? A una lettera che un Padre molto amato ha lasciato ai suoi figli prima di partire per un lungo viaggio in terre lontane. In attesa del suo ritorno i figli leggono e rileggono con molta attenzione la lettera del loro Padre e Maestro e cercano di fare la sua volontà, come Egli desidera.
Occorre però tenere presente che non vi è solo la Torah scritta, vi è anche la Torah orale, che precede e accompagna la Torah scritta. In una situazione di estremo pericolo per l’esistenza stessa del popolo ebraico la Torah orale venne messa per iscritto, e abbiamo così la Mishnàh. I commenti alla Mishnah costituiscono il Talmùd. Abbiamo poi ancora il Midràsh e la Qabbalàh.

Elie Wiesel ha definito il Talmud «un oceano vasto, turbolento eppure confortante, che suggerisce l’infinita dimensione dell’esistenza e l’amore per la vita, oltre che il mistero della morte e dell’istante che la precede». Il Talmud fa parte della storia degli ebrei da millenni, se consideriamo la sua storia dalle tradizioni orali alla Mishnah, alla discussione della Mishnah, al Talmud orale, al Talmud manoscritto, poi stampato, poi su Internet. Al suo interno, il qui e l’ora sono intimamente connessi con altri tempi e altri luoghi, i Maestri del I secolo discutono con i Maestri del XX secolo, i Rabbini babilonesi con quelli francesi. Più che un libro, è un approccio all’esistenza, nel quale la ricerca e la discussione collegano le realtà di questo mondo alle realtà del mondo a venire.
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Mi riferisco a quelle che i Romani chiamarono la I e la II Guerra Giudaica. Durante la I venne distrutto il Tempio di Gerusalemme e, riferisce Flavio Giuseppe, non vi erano più alberi in Israele perché centinaia di migliaia di Ebrei erano stati crocifissi dalle truppe di occupazione romane: “Secondo i dati forniti indipendentemente da Giuseppe e da Tacito, oltre 600.000 Ebrei avrebbero trovato la morte nel corso delle operazioni militari, circa il 25% della popolazione, e molti altri vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi. Con ciò sembra possibile che qualcosa come la metà della popolazione ebraica sia stata eliminata fisicamente” (J. A. Soggin, Storia d’Israele, Paideia, Brescia 1984, p. 485). Nel 135 i morti furono 850.000 (Soggin p. 492).
E. Wiesel, Sei riflessioni sul Talmud, Bompiani, Milano 2000; Id., Celebrazione talmudica, tr. di R. Albano,Lulav, Milano 2002; A. Steinsaltz, Cos’è il Talmud?, Giuntina, Firenze 2004; M. A. Ouaknin, Invito al Talmud, tr. di R. Salvatori, Bollati Boringhieri, Torino 2009.

Quello che il Talmud è per la Mishnah, il Midrash è per la Torah. Il termine deriva da darash, ricercare. Vi sono moltissimi punti oscuri nella Bibbia, incomprensibili senza il riferimento a una tradizione esegetica che precede, accompagna e segue il testo.
La Qabbalah è la mistica ebraica. La realtà è un’unità in cui il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito si compenetrano. Il progressivo disvelamento della Qabbalah ha valenze escatologiche. Vi sono dei momenti privilegiati del passaggio dei segreti dalla sfera esoterica a quella essoterica. Nell’anno 1240, corrispondente all’anno 5000 nella datazione ebraica, ha avuto inizio il sesto millennio, e ha fatto la sua comparsa lo Zohar, il principale testo cabbalistico. Siamo ora nell’anno 5770, in un’epoca in cui la preparazione messianica si intensifica.
In Gn 1,26 leggiamo: «Wa-yòmer Elokìm: “Naasèh adàm be-salmènu ki-demutènu”» e nel v. 27 si precisa che imago D. non è il maschio, ma il maschile-femminile: «Wa-yivrà Eloqìm et ha-adàm be-salmò be-sèlem Eloqìm barà otò zakhàr (maschio) u-neqewàh (femmina)». A immagine e somiglianza di Eloqim è Adam, che è maschio-femmina. Se osserviamo l’albero delle Sefiròt, vediamo forze maschili e femminili, abbiamo un Abba\Padre e una Imma\Madre, un Ben\Figlio e una Bat\Figlia.
E’ solo in Gn 2,4 che compare per la prima volta il Tetragramma: «Queste sono le toledot (generazioni, storia) dei cieli e della terra nelle loro creazioni, nel giorno del fare Ha-Shem Eloqim terra e cieli».
In Es 3,13-14 Mosheh chiede a Eloqim cosa dovrà rispondere ai figli d’Israele che gli chiederanno qual è il Suo Nome e Eloqim risponde: «Eheyèh ashèr eheyèh», che san Girolamo tradurrà con «Ego sum qui sum», ma l’originale ebraico contiene un futuro: «Sarò chi sarò».
Un futuro che ritroviamo nel profeta Zekharyah: «In quel giorno Ha-Shem sarà Ehàd, uno e il Suo Nome sarà Uno» (Zc 14,9).
Possiamo ancora osservare che se allunghiamo un pochino la yod e la trasformiamo in waw eheyeh diventa ahavàh, amore\charitas. C’è da stupirsi per l’importanza che viene attribuita alle lettere? I Maestri insegnano che D. risiede in ognuna delle lettere della Sua santa Torah.
In Es 20,1 troviamo le Dieci parole, il Decalogo: «E disse Eloqim tutte queste parole dicendo: “Anokhì Ha-Shem Eloqèkha, Io sono il Signore tuo D.». La lettera à àlef che non aveva ricevuto l’onore di dare inizio alla Torah viene ricompensata: è la prima del Decalogo.
Il Nome, come tutti i nomi, è intraducibile. Nelle circa 2000 traduzioni della Bibbia esistenti, è invece stato tradotto, facendo ricorso ai nomi delle diverse divinità locali, di modo che il libro che avrebbe dovuto portare al mondo la conoscenza dell’Unità del molteplice è divenuto il ricettacolo di tutte le divinità: «Questo Nome essenziale è stato radicalmente eliminato da tutte le traduzioni della Bibbia nelle duemiladuecentosessanta lingue e dialetti nei quali quel libro viene letto altrimenti che in ebraico. Per coloro che conoscono l’importanza del Nome, in particolare presso i Semiti, tale eliminazione costituisce una mutilazione tanto più grave in quanto Ha-Shem Eloqim è il solo Nome direttamente rivelato, da Colui che esso indica, a Mosheh. Per quanto sia paradossale, quel Nome è sostituito da nomi di idoli, quegli stessi che aveva la funzione di detronizzare…».
In che modo possiamo conoscere D.? Egli ci ha rivelato la Sua volontà. La Torah è infatti un libro da fare: 613 miswot, precetti, per gli ebrei e per chi voglia entrare nell’alleanza di Mosè, 7 miswot per chi voglia entrare nell’alleanza di Noè, con la libertà di osservare, volendo, anche un certo numero delle restanti. Il Santo, benedetto Egli sia, nella sua trascendenza è assolutamente inconoscibile.
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G. Stemberger, Il Midrash, a cura di M. Perani, Dehoniane, Bologna 1992.
A. Safran, Saggezza della Cabbalà,a cura di V. Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1998; Id., Tradizione esoterica ebraica, a cura di V. Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1999; A. Steinsaltz, La rosa dai tredici petali,a cura di R. Volponi, Giuntina, Firenze 2000; G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, tr. di G. Russo, Einaudi, Torino 1993.
A. Chouraqui, Mosè. Viaggio ai confini di un mistero rivelato e di una utopia possibile, tr. di M. Morselli, Marietti, Genova 1996, p. 134. In tre pagine Chouraqui elenca alcuni di questi nomi, tratti dalle lingue del mondo (cfr. pp. 142-144).
Qui trova il suo fondamento il tema della libertà del cristiano, ma si tratta di libertà nella Legge e non dalla Legge.

Di Lui possiamo conoscere ciò che Lui ha voluto rivelarci: la sua volontà. Aderendo alla sua volontà noi ci avviciniamo a Lui. Come Lui è santo, così noi cerchiamo di santificarci, anche nelle minute attività della nostra vita quotidiana. Il primato dell’etica non è un rifiuto della Rivelazione, ma proprio il contenuto della Rivelazione.
Per millenni l’ebraismo è stato accusato di essere una religione particolaristica. Rav Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è tra coloro che più si sono adoperati per dimostrare l’infondatezza di tale accusa. Come sarebbe mai stato possibile che da tale particolarismo scaturissero due religioni universali (o meglio: aspiranti all’universalità) come il cristianesimo e l’islamismo? Vi è nell’ebraismo una duplice struttura, articolata in noachismo e mosaismo. L’alleanza con Noè non è in nulla inferiore all’alleanza con Mosè. Colui che si convertiva doveva presentarsi davanti a tre rabbini e dichiarare di voler appartenere alla religione noachide. E’ probabile che la conversione fosse accompagnata dal battesimo, ossia dall’immersione nelle acque vive del miqweh. Il noachide si impegna a rispettare sette precetti: 1) istituzione di tribunali (= ogni società umana ha bisogno di giustizia); 2) divieto di blasfemia; 3) divieto di idolatria; 4) divieto di adulterio; 5) divieto di omicidio; 6) divieto di furto; 7) divieto di mangiare una parte di un animale vivo (= divieto di crudeltà nei confronti degli animali). Rispettando tali comandamenti il noachide entrerà nel mondo a venire, ossia avrà parte alla vita eterna.
Ad alcuni questi sette precetti sembrano troppo poco per condurre una vita di alta spiritualità. Non è di questo parere Emmanuel Levinas, il quale scrive: «La Legge di Dio è Rivelazione poiché in essa si enuncia: “non uccidere”. Tutto il resto è forse un tentativo di pensare questo – una “messa in scena” certamente necessaria, una “cultura” in cui ciò “si può capire”. E’ per lo meno così che cerco di dirlo a me stesso. Beninteso, “non uccidere” significa: “fa di tutto affinché l’altro viva”». «Non uccidere», il resto è commento.
Abbiamo impostato il discorso in modo da evitare una contrapposizione tra etica “veterotestamentaria” ed etica “neotestamentaria”. Ci auguriamo che l’epoca della controversistica ebraico-cristiana si sia conclusa. Un’unica Torah, due Alleanze, quella di Noè (con i suoi 7 precetti) e quella di Mosè (con i suoi 613 precetti): questo è l’insegnamento della Tradizione ebraica, questo è anche l’insegnamento di Yeshùa\Gesù e del cristianesimo delle origini. Le miswot degli uni e degli altri illuminano la nostra vita terrestre, ma anche preparano le nostre anime alle vite future, tessono le vesti di luce indispensabili per godere delle beatitudini celesti.
Le anime procedono dalla seconda Sefirah, Hokhmàh (il pensiero divino) ma compiendo le miswot accedono alla prima Sefirah, Keter (la volontà divina). Il valore numerico di Kèter è 620 (613+7): «Questo numero designa i 620 comandamenti dell’ebraismo, e la Qabbalah parla delle 620 colonne di luce che uniscono il mondo dell’Alto al mondo del Basso».
Come insegnano i Maestri all’inizio della Didachè: «Vi sono due vie, una della vita e una della morte, molta però è la differenza tra le due vie. La via della vita dunque è questa: innanzitutto amerai Elokim che ti ha creato; in secondo luogo il tuo prossimo come te stesso, e tutto quanto non vorresti che ti capitasse, anche tu non farlo ad un altro».

Monoteismo, politeismo, panteismo, ateismo sono tutti termini inadeguati ad esprimere la nostra condizione di creature all’interno della creazione in riferimento al Creatore. La Bibbia è a-tea, scrive paradossalmente André Chouraqui, nel senso che non vi compaiono Theòs, Zeus, e neppure God o gli altri milioni di divinità dei Panteon dell’umanità. Ha-Shem Eloqim è il luogo del mondo, anche se il mondo non lo contiene: «in D. siamo e D. rimane in noi», e noi lo sappiamo
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E. Benamozegh, Israele e l’umanità, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova 1990; Id., Il noachismo, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2006; A. Pallière, Il Santuario sconosciuto, a cura di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2005.
E. Levinas, Trascendenza e intelligibilità, a cura di F. Camera, Marietti, Genova-Milano 2009, pp. 36-7.
Cfr. la Didachè. La Torah del Messia attraverso i Dodici Apostoli ai goyim, a cura di G. Maestri e M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2009.
J. Eisenberg e A. Steinsaltz, Le chandelier d’or, Verdier, Paris 1988, p. 356.
Didachè, cit., p.53.

perché ci ha dato del Suo Spirito, è il versetto di Yohanan\Giovanni che Barukh Spinoza cita più volte nelle sue opere e addirittura inserisce nel frontespizio del Trattato teologico-politico.
Egli è l’essere che era, è e sarà – Eheyèh ashèr eheyèh – un essere al futuro. E’ Ha-Shem, il Nome senza nome. Di Lui non possiamo farci nessuna immagine, perché quale immagine potrebbe essere adeguata all’Infinito? Il Suo Nome non deve essere pronunciato invano, perché nessuno può impadronirsi di Lui se non trasformandolo in un idolo. E l’idolatria non rappresenta una fase ormai superata dell’evoluzione religiosa dell’umanità, ma un pericolo costante anche per i nostri monoteismi e i nostri ateismi.

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Il Noachismo

di Marco Morselli

Introduzione a E. Benamozegh, Il Noachismo, Marietti 2006.

Il Midràsh ci racconta che prima di creare i cieli e la terra, il Signore decise di creare la Toràh (scritta con fuoco nero su fuoco bianco), il trono della Gloria, il Paradiso, l’Inferno, il Tempio celeste. Sull’altare del Tempio è incastonata una pietra preziosa sulla quale è inciso il nome del Messia, e una voce grida: «Tornate, figli dell’uomo» (Sal 90,3), ossia fate teshuvàh.

La Torah era perplessa sulla creazione dell’uomo, perché egli avrebbe sicuramente diffuso empietà nel mondo. Proprio la preliminare creazione della teshuvah permise a D. di superare l’ obiezione, in quanto i peccatori avrebbero avuto modo di espiare e purificarsi[1].

Il mondo nel quale viviamo non fu il primo dei mondi creati da D.: Egli ne aveva creati altri, che poi aveva distrutti in quanto non lo soddisfacevano. Già dall’inizio, dunque, la creazione si presenta sotto il segno dell’incertezza e dell’imperfezione, che raggiungono il loro culmine con la creazione dell’uomo: «Creando libero l’uomo, D. ha introdotto nell’universo un fattore radicale d’incertezza, che nessuna saggezza divina o divinatoria, nessuna matematica, persino nessuna preghiera possono né prevedere, né prevenire, né integrare in un movimento prestabilito: l’uomo libero è l’improvvisazione fatta carne e storia, è l’imprevedibile assoluto, è il limite contro cui vengono a cozzare e a infrangersi le forze direttrici del piano creatore»[2].

Con il suo Naasè Adàm (Gn 1,26) D. introduce un’ assoluta imprevedibilità nella sua opera, dal momento che una sua creatura mette addirittura a rischio l’intera sua creazione. L’uomo è infatti creato libero, è lui l’unico responsabile della sua libertà: «Creando l’uomo a sua somiglianza, D. colloca il fuoco dell’illimitata libertà divina nel terrestre»[3].

Il mondo dunque non è un cosmo, un universo perfetto, immutabile o in regolare movimento, ma imperfezione, contiene irregolarità, lacune, supplementi e aggiunte. Le creature, e in particolare quelle parlanti, oppongono resistenze, si ribellano, provocano incidenti, rivolte, drammi.

Gli uomini incominciarono a moltiplicarsi sulla superficie della Terra, e la conseguenza fu che «la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal suo cuore era unicamente rivolto al male, tutto il giorno» (Gn 6,5). Allora D. si pentì di averlo creato (Gn 6,6), o meglio, come interpreta Rashì, si consolò di averlo fatto terrestre, ossia finito e mortale, di modo che anche la sua capacità di fare del male non fosse infinita[4].

L’uomo sarebbe stato cancellato, e con lui anche gli animali, a loro volta colpevoli, se Noè non avesse trovato grazia agli occhi del Signore (Gn 6,7-8). Egli era giusto e integro, e camminava con il Signore (Gn 6,9).

Allora D. disse a Noè di costruirsi una tevàh, un’arca. Rashì si chiede: D. aveva molti modi per salvare Noè, perché scelse proprio questo? Perché gli uomini della sua generazione, vedendolo occupato in quell’opera per 120 anni, potessero avere il tempo di fare teshuvah.

«E Noè lo fece. Tutto come gli aveva comandato D., così egli fece» (Gn 6,22). Un esempio di perfetta obbedienza alla volontà divina. Apparentemente. Perché in effetti dopo il mabùl, il diluvio, quando uscirà all’aperto e vedrà le immense rovine, Noè piangerà amaramente e dirà: «Signore del mondo, perché non hai avuto misericordia delle tue creature, Tu che sei chiamato il Misericordioso?» il Signore lo rimprovererà per non averlo implorato prima: «Così ti ho parlato e ti ho detto quanto sarebbe accaduto, affinché tu potessi chiedere pietà per la terra; ma tu, appena hai udito che avresti trovato scampo sull’arca, non ti sei curato della rovina che stava per colpire la terra e hai pensato soltanto a costruire l’arca sulla quale ti sei salvato. Ora che la terra è devastata apri bocca per supplicare e pregare»[5].

Come ha osservato André Neher, il silenzio verticale dell’uomo si estende in maniera allucinante sui primi 11 capitoli del Genesi, e il momento più evidente e scandaloso  si ha proprio con Noè: interpellato direttamente in ognuna delle articolazioni della sua avventura, egli non trova neppure una parola per rispondere. In Noè l’umanità è diventata verticalmente muta[6].

«D. (Elokim) si ricordò di Noè» (Gn 8,1). Che vuol dire che D. si ricordò di lui? Il nome Elokim indica la misura della giustizia, che venne mutata nella misura della misericordia, e allora le acque si abbassarono. La colomba torna con il ramoscello d’ulivo nel becco, prima apparizione di un’immagine di pacifica fraternità universale, ma Noè non vuole lasciare l’arca, non si fida. Di certo i nuovi uomini peccheranno di nuovo: e se D. vorrà ancora una volta distruggere il mondo?

Allora il Signore lo rassicura: «Quanto a me, ecco Io stabilisco la mia alleanza con voi e con la vostra discendenza dopo di voi» (Gn 9,9) e fino al v. 17 parla della sua alleanza (il termine berìt compare 7 volte) e del segno dell’alleanza, il qéshet, l’arco sulle nubi, l’arcobaleno.

2. Quali siano le condizioni di questa alleanza noachide, la Torah scritta non lo dice. Per saperlo, occorre rivolgersi alla Torah orale: «I nostri dottori hanno detto che sette comandamenti sono stati imposti ai figli di Noè: il primo prescrive loro di istituire magistrati; gli altri sei proibiscono: 1) il sacrilegio; 2) il politeismo; 3) l’incesto; 4) l’omicidio; 5) il furto; 6) l’uso delle membra di un animale vivo» (Sanhedrin 56 b).

Tali comandamenti, ad eccezione del settimo, erano già stati dati ad Adamo. Adamo era vegetariano, mentre a Noè viene consentito di mangiare carne, ma al contempo gli viene anche imposto di non essere crudele con gli animali[7].

La legge di Noè è stata la legge di Adamo, di Noè, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di tutti i loro discendenti e dello stesso Mosè prima della rivelazione del Sinai. Chiunque accetti i sette comandamenti e li osservi con cura avrà parte alla vita nel mondo a venire.

Inoltre, se lo desidera, il noachide può osservare anche gli altri comandamenti della Torah: le 613  מצותmiswot sono aperte davanti a lui. L’abbandono dell’idolatria e il riconoscimento dell’ispirazione profetica della Torah aprono ai bené Nòah un orizzonte spirituale quasi illimitato[8].

Benamozegh insiste molto nel sottolineare il carattere essenzialmente razionale della legge noachide. Scoprire che una religione cosmopolitica e universale  è in effetti religione rivelata apre una campo di riflessioni quasi inesplorato.

Egli inoltre non esita ad aggiungere ai 7 precetti le leggi morali e le leggi sociali contenute nella Bibbia, che ritiene certamente  rivolte all’intera umanità. Ricavare dalla Bibbia invece un sistema di politica, questo è un programma che è stato realizzato solo dai cattolici (e forse da altri cristiani), ma  Benamozegh considerava non ancora realizzato da parte ebraica.

3. La vicenda di Aimé Pallière, il racconto della quale è stato da poco ripubblicato, e sulla quale quindi qui non ci soffermiamo, mostra quali difficoltà abbia incontrato la dottrina noachide nel momento in cui venne proposta[9]. Proprio i lettori di quel libro hanno iniziato a chiedersi cosa sia il noachismo, e si è pertanto deciso di ripubblicare i due capitoli che Benamozegh  dedica all’argomento in Israele e l’umanità[10]. Pallière riteneva che nella concezione noachide la molteplicità delle credenze e dei culti costituisse l’unità organica della Religione universale. La religione dell’umanità non sarebbe altro che l’insieme delle religioni dell’umanità, in uno spazio che le rende tra loro dialoganti e che rende possibile una loro progressiva purificazione.

I movimenti noachidi contemporanei tendono a presentare il noachismo come un’alternativa al cristianesimo. Il cristianesimo dovrebbe essere abbandonato per vivere una vita interamente fondata sulla Torah[11]. Affermare che la Torah dovrebbe sostituirsi a Cristo significa però recepire quella contrapposizione tra Gesù e la Torah che è stata introdotta proprio dalla Cristianità. Solo ora si cominciano a prendere sul serio le parole di Gesù ovvero di Rav Yeshua ben Yosef: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Torah e i Neviim. Non sono venuto ad abolirli ma ad osservarli nella loro pienezza. Amèn infatti vi dico che finché non passeranno i cieli e la terra, neppure una yod (la più piccola delle lettere dell’alfabeto ebraico) o un segno saranno cancellati dalla Torah, fino al compimento di tutte le cose. Perciò chi scioglierà la più piccola delle miswot e insegnerà così agli uomini, sarà il più piccolo nella Malkhut ha-Shammayim, chi invece le farà e le insegnerà sarà chiamato grande nella Malkhut ha-Shammayim» (Mt 5, 17-19).

Benamozegh era ben consapevole che il discorso noachide non può essere separato dal discorso messianico. Proprio per questa ragione aveva intrapreso quel progetto di tiqqun, di riforma del cristianesimo ne L’origine dei dogmi cristiani e in Morale ebraica e morale cristiana[12]. «Il cristianesimo delle origini sarebbe stato il fedele interprete dell’ebraismo se non avesse avuto la pretesa di sostituirglisi»[13].  Forse si dovrebbe dire meglio: «Il cristianesimo delle origini è stato il fedele interprete dell’ebraismo, prima che venisse introdotta la teologia della sostituzione». In un momento particolarmente felice di vicinanza alla verità, Pallière ha l’intuizione della straordinaria importanza dell’istanza di Benamozegh: «Ma  a me sembra più giusto supporre che nel giudizio da lui portato contro il cristianesimo egli abbia parlato come rappresentante d’Israele, il popolo sacerdote, al quale, secondo la tradizione, è stato confidato il magistero religioso, e che egli abbia allora considerato la Chiesa cristiana nella sua credenza essenziale, costantemente affermata, quella di realizzare, di portare a pieno compimento il messianismo ebraico. E allora, sarebbe unicamente come realizzazione autentica e definitiva del messianismo d’Israele e non certo come forma particolare e perfettamente legittima di religione noachide che egli avrebbe criticato dottrinalmente il cristianesimo e gli avrebbe richiesto delle riforme»[14]. Ciò che Pallière considerava realizzazione autentica e definitiva Benamozegh lo considerava una possibilità, una potenzialità che forse si sarebbe attuata. Pallière sottovalutava infatti la forza e la diffusione dell’antiebraismo cristiano. Per Benamozegh il noachismo «non è altro che l’autentico cristianesimo, cioè quello che il cristianesimo, secondo le nostre credenze, avrebbe dovuto essere, e quello che sarà un giorno. Esso è, secondo l’ebraismo, la vera religione dei tempi messianici»[15].

4. Quando Abraham Livni scrive che il noachismo non costituisce lo stadio finale, ma solo la piattaforma di partenza, il minimo morale indispensabile all’equilibrio e al benessere dell’umanità, fino ai giorni del Messia, quando sarà chiamata ad innalzarsi a un più alto livello, ritiene di essere in polemica con Benamozegh, ma in effetti espone proprio il pensiero del maestro livornese[16].

L’avvento del Regno messianico non è l’instaurarsi del Sistema Totalitario Globale, ma la realizzazione della fraternità umana nel riconoscimento della comune Paternità divina, l’esaudimento del desiderio di libertà e giustizia sulla terra. Il noachismo non costituisce una Mega-Religione destinata a soppiantare tutte le altre, ma semplicemente un luogo in cui la fraternità delle religioni diventa possibile. Il che non equivale alla rinuncia a ricercare la verità, mettendo tra parentesi dottrine tra loro incompatibili. Al contrario, si creano le condizioni che consentono di arrivare a una progressiva chiarificazione della verità, una volta che si siano superati fraintendimenti, pregiudizi, maldicenze e manipolazioni. La teologia cristiana delle religioni potrebbe trovare un solido fondamento in questa dottrina che è parte della Rivelazione. Ma occorre tener anche presente che la forma cristiana del noachismo, se è legittima, non è certo l’unica. La fraternità noachide precede ed accompagna le altre fraternità, che sono compossibili, ognuna nella sua autonomia, senza doversi annullare in un’unica forma «vera».

Come potrebbe il  Creatore dei cieli e della terra aver dimenticato l’intera umanità per dedicarsi solo a un piccolo popolo? Questa domanda nasce da una insufficiente conoscenza della Torah. Nella Torah il Santo, benedetto Egli sia, si ricorda dell’umanità molto prima che abbia inizio l’avventura di Abramo, il primo ad essere chiamato ivrì, e molto prima che abbia inizio l’avventura di Mosè e dei suoi discepoli, il popolo d’Israele.

Nell’economia della salvezza la messa da parte d’Israele (la sua «elezione») serve a costituire una alterità fondamentale rispetto alla quale gli uomini sono chiamati a confrontarsi. Tale messa da parte è continuata nei secoli della Cristianità. La maledizione d’Israele era  la sua elezione che veniva tragicamente confermata – e la storia continua: anche dopo la Shoah la distruzione d’Israele fa ancora parte dei programmi politico-militari di alcuni Stati ai nostri giorni.

Il desiderio di soffocare o, al contrario, di appropriarsi dell’identità d’Israele sono entrambi tentativi di negare questa alterità, e sono destinati al fallimento. Il riconoscimento della missione d’Israele è al contrario  la garanzia che tutte le altre diversità non verranno cancellate, nel tentativo di dare origine  a una pericolosa uniformità o a un confuso sincretismo.

«In quei giorni coloro che si rafforzeranno, dieci uomini di tutte le lingue dei popoli si rafforzeranno all’abito di un uomo giudeo dicendo: “Vogliamo venire con voi, perché abbiamo ascoltato (shamanu) che il Signore è con voi”» (Zc 8,23). Due volte al giorno gli ebrei  ripetono il grido del Santo, benedetto Egli sia: «Shemà Israèl:ascolta, Israele!». In quei giorni, anche i popoli avranno ascoltato, e saranno i giorni del Messia. In quei giorni «la mia Casa sarà chiamata Casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7).

Marco Morselli

Università di Modena e Reggio Emilia

1° nissan 5766


[1] Cfr. L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, I, a cura di E. Loewenthal, Adelphi, Milano 1995, p. 24.

[2] A. Neher, L’esilio della parola, tr. di G. Cestari, Marietti, Casale Monferrato 1983, p. 156.

[3] Ibidem.

[4] Cfr. Rashi di Troyes, Commento alla Genesi,a cura di L. Cattani, Marietti, Genova 1999, p. 46.

[5] L. Ginzberg, op. cit., p. 158.

[6] A. Neher, op. cit., p. 111.

[7] Cfr. Maimonide, Hilkhot Melakhim, 9,1.

[8] Sul noachismo si possono vedere: A. Lichtenstein, Le sette leggi di Noè, a cura di S. Fatucci, Lamed, Roma s.d. e J. Vassal, Les Eglises, diaspora d’Israël?,  Albin Michel, Paris 1993. Nel libro di Lichtenstein si può trovare un confronto con il Codice di Hammurabi, le Leggi Assire e il Codice Ittita.

[9] Cfr. A. Pallière, Il Santuario sconosciuto, Marietti, Genova-Milano 2005.

[10] E. Benamozegh, Israele e l’umanità, Marietti, Genova 1990, pp. 209-240.

[11] Cfr. R. Fontana, Aimé Pallière, Ancora, Milano 2001, pp. 103-7. Fontana ha dedicato al noachismo due articoli pubblicati nei «Cahiers Ratisbonne» 1997 n. 3 e 1999 n. 6.

[12] E. Benamozegh, L’origine dei dogmi cristiani, Marietti, Genova-Milano 2002; Id., Morale ebraica e morale cristiana, Marietti, Genova 1997.

[13] Id., Israele e l’umanità, cit., p. 237.

[14]A. Pallière, op. cit., 143.

[15] Parole di Benamozegh riportate in A. Pallière, op. cit., p. 119.

[16] A. Livni, Le retour d’Israël et l’espérance du monde, Rocher, Monaco 1989, p. 303.

Mercoledì, 07 novembre 2007

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Israele e l’umanità nel pensiero di Elia Benamozegh* (1)

Un apporto dell’ebraismo alla teologia delle religioni

 La Lettera enciclica Redemptoris missio, trattando del dialogo inter-religioso, afferma che esso «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un’espressione»1. Questo «dialogo […] non costituisce l’intera missione della Chiesa, che non può semplicemente sostituire l’annuncio, ma resta orientato verso l’annuncio in quanto in esso il processo dinamico della missione evangelizzatrice della Chiesa raggiunge il suo culmine e la sua pienezza»2.

L’allora Card. Ratzinger ha ben spiegato il luogo dove si colloca il dialogo nella sua relazione con l’annuncio.

Due le ragioni principali:

1.  La vitalità della risposta cristiana esige fondamentalmente la vitale esperienza della domanda; l’annuncio cristiano può sempre solo ricevere da questa domanda la sua vita e la sua realtà nell’umanità. Per questo motivo, si deve da un lato destare la domanda, mentre, da un altro lato, il messaggio cristiano si deve continuamente lasciar ridestare dall’effettivo chiedere degli uomini, partendo dall’ascolto a queste domande per plasmare ogni volta in modo nuovo la sua risposta. Il «dialogo» sarà quindi sempre anzitutto e sostanzialmente un prendere sul serio la ricchezza e la profondità del domandare umano, quel partecipare alla totalità della passio humana, quel «diventare tutto a tutti» (1Cor 9, 22), che è infinitamente più di un accorgimento pedagogico.

2.  L’annuncio cristiano, oltre al kerygma unicamente impegnante, contiene sempre anche una parte umana, che non può rivendicare in nessun senso un tale carattere di impegno vincolante. Sarà perciò sempre di nuovo necessario il dialogo con il sapere umano, per poter appunto riconoscere come tali gli elementi puramente umani e poterli discriminare. Poiché nel kerygma esiste sempre anche ciò che in verità non è kerygma, ma trasposizione categoriale umana, è perciò continuamente necessario l’ascolto paziente per il reale sapere dell’umanità3.

Se il dialogo è orientato verso l’annuncio, esso però «non nasce da tattica o da interesse, ma è un’attività che ha proprie motivazioni, esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole»4.

La Chiesa e Israele

Tra tutte le religioni, un rapporto oltremodo speciale lega i cristiani con gli ebrei. Infatti è «grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e a giudei»5.

Questo legame di particolare importanza fu sottolineato da Giovanni Paolo II durante la storica visita alla Sinagoga di Roma.

«La Chiesa di Cristo – affermava il Papa – scopre il suo ‘legame’ con l’ebraismo ‘scrutando il suo proprio mistero’. La religione ebraica non ci è ‘estrinseca’, ma in un certo qual modo, è ‘intrinseca’ alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori»6.

Le radici comuni, il ricchissimo patrimonio spirituale che ebrei e cristiani condividono ed il cammino per il miglioramento dei rapporti e dell’amicizia con il popolo ebraico, che con Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi, sono stati confermati da Benedetto XVI in occasione della sua visita alla Sinagoga di Colonia del 19 agosto 20057.

Per abbordare il tema del rapporto tra Israele e la Chiesa tre opzioni erano ritenute possibili dal padre Emmanuel Lanne.

1.  La prima, che è quella dell’apologetica tradizionale, consiste nel rifiutare il problema e di situare unicamente i rapporti tra Israele e il cristianesimo nel dominio della missione e dell’escatologia pura, e non in quello dell’ecclesiologia.

2.  Una seconda opzione possibile è di considerare che esistono certamente delle relazioni reali tra Israele e la Chiesa, ma che esse sono puramente casuali.

3.  La terza opzione situa il problema d’Israele all’interno stesso della teologia della Chiesa8.

Con il discorso di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma il rapporto tra Israele e Chiesa diventa intrinseco alla religione cristiana.

Questa linea conciliare affermata dalla Dichiarazione Nostra aetate, seppur ancora in modo embrionale, è ribadita dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «La Chiesa, popolo di Dio nella Nuova Alleanza, scrutando il suo proprio mistero, scopre il  proprio legame con il popolo ebraico, che Dio ‘scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola’. A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nell’Antica Alleanza. È al popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne’ (Rm 9, 4-5) perché i ‘doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!’»9.

Una missiologia cristiana non può dunque non interrogarsi su come il pensiero ebraico abbia inteso ed intende la missione.

È questo un capitolo da aprire nei nostri trattati di missiologia, proprio per quelle esigenze di dialogo e di approfondimento che la missione comporta.

È un capitolo fondamentale nella storia della missiologia proprio per quel legame da studiare e da approfondire che lega la spedizione di Colombo e l’incontro con le nuove terre (12 ottobre 1492) con il decreto del 31 aprile 1492, mediante il quale Isabella e Ferdinando intimavano a tutti gli ebrei residenti nei loro territori l’ordine di convertirsi o di lasciare definitivamente la Spagna senza più potervi tornare, sotto pena di morte10.

Le grandi correnti missionarie del XVI secolo che hanno profondamente marcato il volto della missiologia moderna, e dalle quali nessuna «nuova evangelizzazione» potrà prescindere, sono all’interno di una cristianità che vive questa lacerante contraddizione.

Un rapporto ad intra, verso i «fratelli maggiori», caratterizzato da intolleranza, conversioni forzate e persecuzioni, ha determinato anche il tipo di relazione verso i popoli destinatari dell’annuncio evangelico.

Pur senza cadere in posizioni di storicismo assoluto per le quali ogni fatto viene giustificato come unica possibilità razionale, bisogna tener presente che, per esprimere giudizi, ci si deve collocare all’interno di processi storici complessi e non giudicabili con una coscienza formatasi fuori del tempo.

Resta il fatto che il legame con i «fratelli maggiori» ha avuto conseguenze sul tipo di rapporto che si sarebbe instaurato con coloro che sarebbero diventati fratelli nella fede e nell’appartenenza al comune progetto.

 Accennando al pensiero di Elia Benamozegh11 a riguardo della missione di Israele, si vuole solo sottolineare embrionalmente l’importanza del tema in questione e l’ineludibilità di questa nel contesto della missiologia.

Rimuovere la questione di Israele e confinarla nel regno inconscio d’un rimosso irrisolto collettivo, vuol dire anche non comprendere la genesi profonda di conflittualità devastanti nel rapporto con i popoli che s’incontrano per la prima volta.

E tra questi popoli non possiamo non pensare anche a tutti coloro che si muovono in quelle aree culturali che Giovanni Paolo II chiama areopaghi moderni12, laddove si è consumato il dramma della nostra epoca: «La rottura tra Vangelo e cultura»13.

* in “Missione Redemptor hominis” n. 79 (2006) I-IV.

1 Redemptoris missio, 55.

2 PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO E CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI, Istruzione Dialogo e annuncio: Riflessioni e orientamenti sull’annuncio del vangelo e il dialogo interreligioso (19 maggio 1991), § 82, in Enchiridion Vaticanum, XIII, Edizioni Dehoniane, Bologna 1995, 226-227.
3 Cfr. J. RATZINGER, Il nuovo popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche, Queriniana, Brescia 1992, 318-319.
4 Redemptoris missio, 56.
5 Nostra aetate, 4.
6 GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione nella Sinagoga durante l’incontro con la comunità ebraica della città di Roma (13 aprile 1986), in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/1, Libreria Editrice Vaticana 1986, 1027.
7 Cfr. BENEDETTO XVI, L’amicizia confermata (Visita alla sinagoga) (19 agosto 2005), in “Il Regno-documenti” 50 (2005) 393-395.
8 Cfr. E. LANNE, Israël et les schismes, in 1054-1954. L’Église et les Églises. Neuf siècles de douloureuse séparation entre l’Orient et l’Occident, II, Ed. de Chevetogne, Gembloux 1955, 69.
9 Catechismo della Chiesa Cattolica, 839.
10 Cfr. C. BERNAND – S. GRUZINSKI, Histoire du Nouveau Monde. De la découverte à la conquête, une expérience européenne. 1492-1550, Fayard, Paris 1991, 82.
11 Per una introduzione alla vita e alle opere, cfr. R. DE FELICE, Benamozegh Elia, in Dizionario Biografico degli Italiani, VIII, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1966, 169-170.
12 Cfr. Redemptoris missio, 37c.
13 Evangelii nuntiandi, 20. Riportiamo cultura al singolare, come si trova nel testo dell’enciclica (“Discidium inter Evangelium et culturam”), anche se si sarebbe preferito usare l’espressione culture.

21/12/07

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Israele e l’umanità nel pensiero di Elia Benamozegh* (2) 

Il pensiero di Elia Benamozegh

«Tra i membri incontestati del pensiero ebraico moderno, che attendono ancora piena udienza sia nel mondo ebraico che in quello non ebraico, figura al primo posto Elia Benamozegh»14.

Elia Benamozegh (1823-1900), rabbino di Livorno, può essere considerato «rappresentante e principe di tutta la famiglia dei dottori di Israele ai quali è direttamente collegato come loro erede vero, ed erede necessario a dare in pieno secolo diciannovesimo un’espressione completa, scientifica della verità ebraica»15.

«Il suo allievo Samuele Colombo spiegava il programma di Benamozegh come volontà di guardare fissamente e fermamente il passato ed esplorare al tempo stesso il progresso, che procede velocemente; lungi dall’adorare esclusivamente uno dei due, cercare l’espressione che li abbracci in una nuova armonia»16.

L’opera di Benamozegh, in special modo il suo scritto Israele e l’umanità, è fondamentale per una conoscenza più approfondita dell’ebraismo nel rapporto con le religioni.

La pubblicista ebreo-britannica Emma Klein ha messo in guardia in molti modi dal fraintendimento in cui generalmente perseverano sia ebrei sia cristiani, per i quali l’ebraismo non sarebbe una religione missionaria. Giustamente – nota la Klein – tutto dipende da che cosa s’intende per missione17.

Pallière, un cristiano convertito all’ebraismo, così sintetizza il pensiero di Benamozegh riguardo al rapporto tra Israele e tutta l’umanità: «Secondo l’insegnamento dell’ebraismo, la Legge divina comprende il codice mosaico, religioso e nazionale a un tempo, al quale il solo Israele è assoggettato, e uno statuto universale destinato a tutta l’umanità e che i rabbini hanno chiamato legge noachide perché risulta dall’alleanza contratta da Dio col genere umano intero nella persona di Noè; doppio aspetto d’una sola e identica Legge divina. Due cose distinte, e la cui identificazione è altrimenti impossibile, il particolarismo e l’universalismo, si trovano così armonizzati nella tradizione israelita»18.

 Per Benamozegh, «la lotta tra le religioni ha avuto inizio con il cristianesimo. Prima che esso proclamasse il Dio unico e l’unicità della fede per tutta l’umanità, ciascun popolo aveva le sue divinità particolari e riconosceva il legittimo dominio delle divinità straniere sugli altri paesi; ben lungi dal cercare di soppiantarne il culto come falso ed empio, riteneva dovere di ogni nazione adorare gli dèi che presiedevano al proprio destino. Con il cristianesimo invece, e ciò costituisce il suo maggior titolo di gloria, non vi è più che una sola religione che possa procurare la salvezza, e ogni altro culto diviene sacrilegio»19.

Per Benamozegh – come afferma Pallière – questa pretesa del cristianesimo ha provocato la rottura dell’equilibrio tra particolarismo ed universalismo. Al contrario, egli trova nella Bibbia, nello stesso tempo, il fondamento dell’universalismo e del particolarismo: «‘Se voi obbedirete alla mia voce e conserverete la mia alleanza, voi sarete per me un possesso particolare fra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra, ma voi, voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa’ (Es 19, 5-6). Se tutta la terra appartiene a Dio, tutti i popoli della terra sono dunque i popoli di Dio e l’universalismo s’afferma in questo testo al tempo stesso che il particolarismo israelita. Di fatto, i sacerdoti non sono creati per sé stessi, ma per il servizio della collettività; le funzioni sacerdotali devolute a Israele suppongono dunque l’esistenza d’una famiglia di popoli costituente in linguaggio cristiano la Chiesa universale, e i popoli, esentati dal mosaismo, non saranno sottoposti che al culto di Dio e all’osservanza della legge morale, tali quali sono contenuti nei sette comandamenti detti noachidi, cioè imposti a tutta la discendenza di Noè»20.

Israele e i figli di Noè

La specificazione della legge noachide21 è soggetta a varie discussioni che, per Benamozegh, possono ridursi ad un metodo diverso di classificazione22.

Possiamo pertanto attenerci alla «più antica baraita che li enumera come segue: ‘I nostri dottori hanno detto che sette comandamenti sono stati imposti ai figli di Noè: il primo prescrive loro di istituire magistrati; gli altri sei proibiscono: 1) il sacrilegio; 2) il politeismo; 3) l’incesto; 4) l’omicidio; 5) il furto; 6) l’uso delle membra di un animale vivo’»23.

Ad Israele, dunque, è affidata la missione sacerdotale (particolarismo) a vantaggio di tutti i popoli (universalismo).

Lungi dall’isolarlo dall’avvenire religioso dell’umanità, questa missione lo colloca nel cuore di essa e le rende un servizio peculiare.

«Se vi è particolarismo presso gli ebrei, è quello di essere più universali, più cosmopoliti, più cattolici. Sì, se non si sono mai fusi nell’umanità di un tempo, di un luogo, è stato per essere meglio uniti di cuore e di spirito all’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi; e se questa fusione si fosse compiuta, sarebbero finiti la loro missione sacerdotale e l’avvenire religioso dell’umanità»24.

Quale, dunque, il rapporto tra la legge di Noè e la legge di Mosè?

«Noi, ebrei, – scrive in una lettera Benamozegh – proprio noi siamo i depositari della religione destinata all’intero genere umano, la sola religione cui i gentili siano assoggettati e per cui essi sono salvati e veramente nella grazia di Dio, come lo sono stati i nostri patriarchi prima della Legge»25. Infatti il noachismo «fu la legge di tutti i patriarchi prima di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di tutti i loro figli e discendenti e di Mosè stesso prima della rivelazione sul Sinai. La religione di Israele, anteriormente all’avvento di Mosè, altro non fu che il noachismo; questo nome che continua a designare la legge generale dell’umanità e che si applica a tutti quelli che la professano, è dunque, dopo quello della legge israelitica e forse accanto al nome di Israele, ciò che vi è di più venerabile nel mondo»26.

Quale risulta essere la relazione tra Israele e i gentili?

Benamozegh intende questa relazione come un servizio prestato ai gentili nella conservazione e nella propagazione della legge noachide.

«La religione dell’umanità non è altro che il noachismo. […] Questa è la religione conservata da Israele per essere trasmessa ai gentili. Questa è la via che s’apre davanti ai vostri sforzi, e davanti ai miei anche, intesi a propagarne la conoscenza»27.

Usando la terminologia laici-sacerdoti, Benamozegh vede i gentili «non sottoposti che alla sola antica e perpetua religione universale»28 mentre gli ebrei «si trovano sottoposti come sacerdoti dell’umanità alla regola ieratica mosaica»29. Dio si è sempre occupato dell’umanità intera. La legge noachide non è una creazione dell’uomo né frutto del ragionamento dell’uomo. Scrive Benamozegh: «Il noachismo non è stato istituito da Noè. Esso risale all’Alleanza fatta da Dio con l’umanità nella persona di questo giusto»30.

Quanto alla intelligibilità, «la legge noachide o universale che governa l’umanità intera deve necessariamente essere più razionale della legge mosaica, più adeguata all’aspetto intelligibile delle cose»31.

Per questo carattere «la legge noachide si ritrova infatti per intero nella legge mosaica. […] Ecco perché i rabbini affermano che non c’è niente che sia proibito ai noachidi e permesso agli ebrei»32.

 Anche in questo l’ebreo presta un servizio al noachide e si assoggetta a dei pesi a causa della sua funzione sacerdotale nei confronti del noachide. Ciò comporta che «nella legge mosaica è contenuta tutta una parte che è estranea al noachismo e non riguarda che i soli israeliti: la legislazione, il rituale, tutto il culto esteriore propriamente detto»33.

Il fatto, però, che pure l’israelita sia un noachide comporta anche tutta una comunanza nella legge.

V’è dunque un elemento di separazione, ma anche di profonda unione.

«Si trovano d’altro canto cose comuni alle due leggi: le virtù naturali e i dogmi razionali. Tutto si riassume, dal punto di vista filosofico, in una duplice legge: il razionale e il soprarazionale, il conoscibile e l’inconoscibile, l’intelligibile e il sovraintelligibile. Il primo dei due aspetti lo troviamo nella legge noachide; al secondo invece corrisponde la Torah»34.

Riprendendo un passo del libro dell’Esodo, Benamozegh ricorda la parola che Dio mette in bocca a Mosè rivolto al Faraone: «Israele è il mio figlio primogenito» (Es 4, 22). Per Benamozegh «la qualifica di primogenito, lungi dall’escludere gli altri figli dal consorzio di Dio, li presuppone invece formalmente inseriti in esso. L’umanità è concepita come una grande famiglia di cui Dio è il Padre supremo e Israele, primogenito tra i popoli fratelli, è, come nell’antica società orientale, il sacerdote di tale famiglia, il depositario e l’amministratore delle cose sacre, il mediatore tra il cielo e la terra. Si trovava investito delle funzioni sacerdotali per il servizio di tutti»35.

* in “Missione Redemptor hominis” n. 79 (2006) I-IV.

14 J. JEHOUDA, Préface, in E. BENAMOZEGH, Morale juive et morale chrétienne, La Baconnière, Neuchâtel 1946, 7.
15 Y. COLOMBO, La figura e il pensiero di Elia Benamozegh, in E. BENAMOZEGH, Scritti scelti, Rassegna mensile di Israel, Roma 1955, 6. Sulla lapide il figlio Emanuele fece iscrivere: “Ultimo rappresentante e principe di una intera famiglia di dottori”, cfr. A. GUETTA, Filosofia e Qabbalah. Saggio sul pensiero di Elia Benamozegh, Edizioni Thálassa De Paz, Milano 2000, 14.
16 A. GUETTA, Filosofia e Qabbalah…, 13.
17 Cfr. E. KLEIN, Making the Jewish voice heard, in “The Times” (9 aprile 1991), cit. in H. KÜNG, Ebraismo, Rizzoli, Milano 1993, 560.
18 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo. A cura di M. MORSELLI, Marietti, Genova-Milano 2005, 139; cfr. R. FONTANA, Aimé Pallière. Un “cristiano” a servizio di Israele, Àncora, Milano 2001.
19 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale, Marietti, Genova 1990, 11. Il ricercatore israeliano Ya’aqov Fleischmann si stupisce della diversa considerazione che Benamozegh ha del cristianesimo in Morale ebraica e morale cristiana (un atteggiamento estremamente critico) e in Israele e l’umanità (un atteggiamento positivo) e lo attribuisce alle modifiche che il cristiano Aimé Pallière avrebbe apportato alla seconda opera, che pubblicò dopo la morte dell’autore, cfr. A. GUETTA, Filosofia e Qabbalah…, nota 50, 65.
20 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 140.
21 Sul noachismo come elaborazione biblico-teologica, relativa a una teologia delle religioni e delle culture a partire dal giudaismo rabbinico, cfr. G. RIZZI, “Nohachismo” e teologia delle religioni, in “Ad Gentes” 10 (2006) 25-36.
22 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 222.
23 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 222.
24 E. BENAMOZEGH, Morale ebraica e morale cristiana, Marietti, Genova 1997, 177.
25 Lettere di Elia Benamozegh, in A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 175.
26 E. BENAMOZEGH, Scritti scelti…, 145.
27 Lettere di Elia Benamozegh…, 175.
28 Lettere di Elia Benamozegh…, 176.
29 Lettere di Elia Benamozegh…, 176.
30 Cfr. Lettere di Elia Benamozegh…, 175.
31 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 219.
32 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 277.
33 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 277.
34 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 277.
35 E. BENAMOZEGH, Israele e l’umanità…, 286.

22/12/07

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Da quanto detto precedentemente risulta chiara e conseguente la posizione  d’Israele riguardo agli altri popoli ed il senso della sua missione.

Benamozegh afferma: «La Scrittura e la Tradizione stabiliscono nella maniera più esplicita che la religione dei figli di Noè, i bené Nòah, è la vera religione dei gentili e che essa ha con quella d’Israele un medesimo fondo comune. E non è altro che l’autentico cristianesimo, cioè quello che il cristianesimo, secondo le nostre credenze, avrebbe dovuto essere, e quello che esso sarà un giorno. Esso è, secondo l’ebraismo, la vera religione dei tempi messianici»36.

«Il laico, il noachide, non è affatto fuori della Chiesa d’Israele, ma è dentro la Chiesa, egli stesso rappresenta la vera Chiesa di cui l’israelita con la sua Legge particolare è il sacerdote»37.

Conseguente a questa impostazione, Benamozegh al Pallière, che poneva il problema d’un suo ingresso nell’ebraismo, non disse mai: «Abbracciate la religione d’Israele diventando come uno di noi», ma al contrario: «Restate quale testimone dal di fuori tal quale siete, e mettete la vostra vita, il vostro esempio al servizio di questa verità, vale a dire attenetevi al noachismo che fa di voi un fedele della Chiesa universale»38.

Otto anni dopo la morte di Benamozegh, Pallière scrisse al rabbino Samuele Colombo per chiedere ancora cosa fare. La risposta confermava quanto già precedentemente aveva detto il rabbino di Livorno39. E così diversi altri rabbini consultati40. Questa la risposta del dr. Jacob, rabbino di Dortmund: «Che faccia proprio il contrario di quel che san Paolo ha fatto chiamando al Dio d’Israele le nazioni della terra!»41.

Questa sembra essere la posizione dell’ebraismo e ciò che esso intende per missione. Questo ciò che chiede ad un noachide che vuole convertirsi.

«II contrario dell’azione di san Paolo il quale, ebreo, predicava ai suoi fratelli e ai gentili l’abolizione della Legge ebraica, non era forse di predicare agli ebrei la fedeltà a questa stessa Legge, evitando di sottomettervisi personalmente e di accreditare l’idea erronea che, nell’economia divina, essa è necessaria alla salvezza dei non ebrei?»42.

All’interno di quello spirito di dialogo, richiamato all’inizio, ci sembra importante concludere con questo brano tratto da un’opera fondamentale dell’allora Card. Ratzinger, nel quale si pone a confronto l’idea di universalismo, proprio alla fede di Israele, con quello della fede del Nuovo Testamento: «Si vede così ancora una volta nell’universalismo delle due parti una determinante differenza, che è appunto decisiva per il problema del comportamento della chiesa con le religioni non cristiane. Israele aveva ricevuto il mandato di abbattere al suo interno con estrema decisione gli dèi e di adorare Dio solo, ma non si sentiva incaricato ad abbattere gli dèi in genere: questo era compito proprio di Dio soltanto. E non si sentiva neppure incaricato a guadagnare i popoli al Dio-Jahvé: Jahvé aveva eletto Israele, per quanto fosse Padre di tutti i popoli, facendone il figlio ‘primogenito’, ‘diletto’; il fatto che non avesse eletto in modo uguale gli altri popoli, non era cosa che riguardava Israele, né propriamente gli altri popoli; solo il tardo-giudaismo presentò questo fatto come colpa dei popoli. Poteva quindi solo riguardare Jahvé l’allargare l’elezione, così come riguardava lui solo il giudicare gli ‘dèi’ (Sal. 82). In seguito emerse l’idea di una missione di Israele per il mondo dei popoli, nella duplice forma dell’idea della passione e dell’idea della luce (del segno, della città sul monte). Ma anche qui la salvezza per i popoli riguarda Jahvé soltanto, anche se diviene qui chiaramente cosciente come tale: secondo la splendida visione di Isaia, la storia finisce con il pellegrinaggio dei popoli al monte di Sion (2, 2). Ma in questo modo l’universalismo di Israele resta pura promessa. Resta cosa di Dio, cui Israele serve soltanto con la sua ubbidiente testimonianza di sofferenza e con la luce irradiata da questa testimonianza. Con altre parole: l’universalismo di Israele resta ‘tollerante’. Nel Nuovo Testamento si ha un’altra immagine. Secondo la fede cristiana, Dio stesso è entrato in Cristo nella storia, in esso hanno già avuto inizio le realtà ultime, il tempo finale è già qui, ed il pellegrinaggio dei popoli al monte di Sion è diventato ora il pellegrinaggio di Dio verso i popoli. L’universalismo non resta più a lungo una pura visione di ciò che deve venire, ma deve essere trasformato, attraverso la fede nell’adesso del tempo finale, in fatti concreti – e questo è appunto il senso della missione»43.

* in “Missione Redemptor hominis” n. 79 (2006) I-IV.

36 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 119.
37 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 120.
38 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 140-141.
39 Cfr. A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 151-152.
40 Cfr. A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 152-153.
41 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 153.
42 A. PALLIÈRE, Il Santuario sconosciuto…, 153.
43 J. RATZINGER, Il nuovo popolo di Dio…, 400-401.

24/12/07

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Il Patto Noachita: il Gran Maestro della Massoneria e il Rabbino Capo della Comunità ebraica

Segnalazione di Carlo di Pietro

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Su segnalazione dell’utente S. Pasquino, riportiamo un aticolo molto interessante sul Patto Noachita ed i rapporti fra confessione ebraica e massoneria: Meeting storico quello svoltosi a Villa Medici “il Vascello” – sede del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustinani – tra il venerabilissimo Gran Maestro Gustavo Raffi e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. È la prima volta, infatti, che Ebraismo e Massoneria si incontrano ufficialmente dopo i molti fraintendimenti, generati dalla propaganda anti-ebraica e anti-massonica. E se è vero che il nascente stato liberale italiano, avvalendosi di forti presenze massoniche, determinò non solo la fine del potere temporale dei papi ma anche la fine del ghetto di Roma, è altrettanto vera, purtroppo, la tendenza degli avversari ad associare in negativo tra loro ebrei e massoni per la presunta segretezza dei rituali e per l’uso del simbolismo ebraico nei templi massonici, sino alla formulazione, nei tempi bui del nazifascismo, del cosiddetto complotto pluto-demo-giudaico-massonico. E su quest’ultimo, ha subito ironizzato Riccardo Di Segni, ricordando la sua familiarità con tre dei quattro aggettivi del cosiddetto complotto: quelli relativi allo spirito democratico, all’appartenenza alla comunità ebraica e alla conoscenza della Massoneria di cui suo padre faceva parte.

«Ignoto – ha aggiunto Di Segni, tra l’ilarità dei circa quattrocento partecipanti tra massoni e non – è stato invece sempre per me il primo aggettivo della lista: il ‘pluto’».

Lo storico incontro era stato preceduto, mesi prima, da una lettera del Gran Maestro Gustavo Raffi al rabbino capo di Roma in occasione della Giornata della Memoria: “Nella Giornata della Memoria – scriveva tra l’altro il Gran Maestro – sento il dovere di ricordare come noi Liberi Muratori avvertiamo con forza, oggi più che mai, l’inderogabile necessità che il mondo non dimentichi le atrocità commesse contro uomini e donne, inermi e indifesi, colpevoli solo di appartenere al popolo ebraico (…) La Libera Muratorìa, erede dei principi universali di Fratellanza, Uguaglianza e Solidarietà, alza con forza il suo grido contro ogni barbarie, contro ogni intolleranza, contro ogni forma di oppressione e discriminazione verso chi ci appare diverso e contro ogni manifestazione volta a umiliare e a distruggere la dignità dell’Uomo (…)”.

La serata del Vascello è stata preparata con cura dal fratello Bernardino Fioravanti, direttore del Servizio Biblioteca del Goi, che in breve tempo ha allestito una mostra dal titolo “Mondo Ebraico e Massoneria” con 220 pezzi tra oggetti e documenti per illustrare l’influenza della tradizione ebraica nel simbolismo e nei rituali libero-muratòri, nonché i toni della violenta propaganda anti-ebraica e anti-massonica di oltre un secolo.

A Giuseppe Abramo, Gran Segretario del Grande Oriente ed esperto di ebraismo, il merito di aver contribuito non poco alla realizzazione dell’iniziativa: «Oggi – egli ha detto introducendo il dibattito – il Grande Oriente d’Italia si apre al dialogo con la tradizione ebraica e sempre oggi la comunità ebraica di Roma si apre al dialogo con la Massoneria». Continuando, il Gran Segretario ha messo in risalto “lo straordinario respiro cosmico dell’ebraismo” e il comune atteggiamento di ebrei e massoni nei confronti della tolleranza: l’ebraismo non si rivolge unicamente agli Ebrei e non rivendica la cosiddetta salvezza unicamente per i propri fedeli ma la garantisce a chiunque accetti e pratichi i Sette Precetti dei Figli di Noè, che prima di essere articoli religiosi sono norme della ragione e della dignità umana, le stesse norme che guidano e regolano il lavoro massonico nei diversi gradi.

Ed è appunto sui precetti noàchidi che il rabbino capo di Roma ha preso subito dopo la parola, ricordando il patto che Dio concluse con Noè “uomo giusto e integro e che camminava con Dio” come di lui è detto in Genesi (6 ,9), salvato dalle acque e “speranza del mondo” come lo definisce il libro della Sapienza (14, 16), perché simbolo di una umanità nuova che avrebbe sostituito la precedente, colpevole di violenza contro Dio e contro gli uomini. E nella tradizione ebraica le colpe commesse dall’uomo contro l’uomo sono ben più gravi di quelle commesse contro Dio, giacché queste ultime possono essere rimesse nel giorno dell’espiazione o Kippur, mentre le prime necessitano del perdono da parte dell’offeso.

Noè è il primo tipo dello Zaddiq, l’uomo giusto per eccellenza, senza distinzione di razza, lingua, nazionalità o religione. I sette precetti dati a lui e alla sua discendenza, benché compresi nelle 613 Mitzvoth degli Ebrei, si rivolgono ai giusti di tutte le nazioni con un precetto positivo: l’ obbligo di istituire tribunali di giustizia e sei negativi: divieto di idolatria, di bestemmia, di relazioni sessuali illecite, di omicidio, di furto, e di cibarsi di animali vivi. Da questi precetti fondamentali discendono poi numerosi corollari positivi e negativi: così, per esempio, dal divieto di omicidio deriva anche l’obbligo di mettere in salvo una persona perseguitata; dal divieto di relazioni sessuali illecite il divieto di castrazione degli uomini e degli animali; dal divieto di cibarsi di animali vivi anche il divieto della caccia e così via.

Nel chiudere la manifestazione, il Gran Maestro Gustavo Raffi ha messo in evidenza il significato dello storico incontro tra due minoranze – ebrei e massoni – spesso accomunate nel dover subire intolleranza e persecuzioni. Ha sottolineato infine l’importanza del dialogo praticato all’insegna della tolleranza che, nel suo significato più autentico e secondo la lezione del filosofo Guido Calogero – ha sottolineato il Gran Maestro – non è semplice sopportazione ma rispetto dell’altrui diversità. Con questo spirito e in questa prospettiva, la Massoneria, che non è una chiesa, guarda a tutte le fedi, consapevole di essersi via via trasformata da “corporazione muratoria” in “Tempio dell’Umanità” dove uomini diversi per razza, per religione e per credo politico “trovano un luogo comune per confrontarsi”.

Fonte:
http://www.benenoach.info/dblog/storico.asp?s=Noachismo

tramite http://www.pontifex.roma.it/index.php/curiosita-e-news-dal-web/8635-il-patto-noachita-il-gran-maestro-della-massoneria-e-il-rabbino-capo-della-comunita-ebraica

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