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Il primato della coscienza secondo Bergoglio, il pelagiano

di Martino Mora

Lascia un poco sconcertati la risposta di papa Bergoglio alla lettera aperta del noto laicista Eugenio Scalfari.

«Innanzi tutto», ha scritto Bergoglio rivolgendosi a Scalfari, «mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire a essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire».

Da questa risposta, pare evidente che il papa consideri la coscienza individuale e la “percezione” del bene e del male che vi si trova, il criterio centrale dell’etica, anche di quella cristiana. Sembra proprio che per Bergoglio compiere qualcosa secondo coscienza non porti mai al peccato. Si tratta, quindi, del primato della coscienza individuale. A questo riguardo, qualcuno ha parlato di posizione kantiana. Devo dissentire. Senz’altro il soggetto kantiano è un individuo-atomo, de-socializzato e de-storicizzato, che considera l’auctoritas (anche quella della Chiesa) come “eteronomia”, insieme alle tradizioni, ai costumi, all’educazione ricevuta, e che esalta la propria ’“autonomia” quale “liberazione” da ogni fonte esterna di condizionamento. Kant esalta l’emancipazione illuminista del soggetto individuale, che vuole essere libero dall’autorità che lo trascende e dalla comunità che lo precede. La morale kantiana è un esempio di individualismo morale e di primato della coscienza soggettiva. Eppure Kant sostiene anche che l’autonomia del soggetto debba fare riferimento ad una legge morale universale e razionale, che è unica e sempre la stessa. L’autonomia che rifiuta l’auctoritas, vista come “eteronomia”, è in Kant ancora unita all’universalità e indiscutibilità di un’unica legge morale razionale. Per il pensatore di Konisberg, l’individuo, pur autonomo, resta subordinato alla legge morale.

L’affermazione del pontefice sembra invece ricordare quel “politeismo dei valori” che Max Weber rivelò come cifra e conseguenza della modernità capitalista. Infatti, dal testo del papa pare emergere l’importanza della sola buonafede, a prescindere dai contenuti che si trovano nella coscienza. La coscienza è esaltata a prescindere dai suoi contenuti. E’ forse un’accettazione positiva,quella del papa, del “politeismo dei valori”?

Riprendendo le tesi del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa, Giovanni Paolo II aveva già sostenuto, implicitamente, che la libertà di coscienza in materia di fede precedesse la Verità della fede (come illustrato recentemente anche da Enrico Maria Radaelli). Ma ora con Francesco I siamo all’esplicita affermazione di ciò che dal Concilio vaticano II rimaneva implicito, cioè il primato della coscienza individuale sulla Verità. Dette da un papa, certe parole segnano un punto di non ritorno.

L’esaltazione della coscienza individuale, a prescindere dai contenuti che vi stanno dentro, coincide con il soggettivismo e l’individualismo, e conduce velocemente al relativismo, all’accettazione quindi del weberiano “politeismo dei valori”. A parte la chiara sottovalutazione dell’aspetto comunitario dell’etica, qui naturalmente emerge un’obiezione: non basta avere buone intenzioni, bisogna conoscere il Bene. Se non conosco il Bene, se non conosco o rifiuto i dieci comandamenti, se non conosco o rifiuto anche la legge naturale razionale che nasce dalla riflessione sui fini naturali dell’uomo (Aristotele) – che può essere conosciuta razionalmente anche dai non cristiani – la mia coscienza può essere piena di pregiudizi, oppure, molto peggio, di falsi valori che possono condurmi al male. La modernità ci ha dato con i totalitarismi, e non solo coi totalitarismi, ampi esempi di falsificazione del bene. E ora l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia non vengono forse propagandati con motivazioni libertarie e umanitarie? Crediamo davvero che tutti coloro che sostengono queste infrazioni della legge naturale siano in malafede? Io non lo credo. Se la coscienza individuale non è sottoposta alla Verità, o perlomeno se non è alla ricerca della Verità, le nostre buone intenzioni non possono bastare. Anzi, qualcuno dice che l’inferno sia lastricato di buone intenzioni. In buona fede si può commettere il male. Ma è forse proprio l’incurabile ottimismo pelagiano che impedisce a papa Francesco di fare i conti col Male.

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

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22 settembre 2013 | Autore

commissione

Nella grande sala consiglio l’atmosfera era quella delle grandi occasioni. Al giovane analista brillante erano stati dati pochi mesi per analizzare, studiare, e risolvere uno dei problemi più scottanti: l‘emergere di una nuova coscienza collettiva che rischiava di mettere in crisi l’ordine mondiale così come era stato concepito da svariate generazioni di illuminati al potere occulto. E, come sempre, queste sono opportunità che non si possono sbagliare: l’esito del’esame poteva aprire le porte ad una veloce carriera verso i vertici o chiudere per sempre ogni prospettiva futura.

Fino a quel punto l’esposizione era andata bene. Grafici, dati, sintesi, analisi interessanti. Tutti aspettavano però con ansia la parte finale, quella delle soluzioni, vedere cosa l’analista avrebbe tirato fuori, il famoso coniglio dal cilindro. Così, quando arrivato verso la fine, si capiva che non ci sarebbe stato nessun coup du theatre, il vicepresidente lo interruppe.

Allora, tutto questo è imbattibile. Non si può fermare. Questa è la sua soluzione? Tre mesi per dirci quello che già sapevamo, o quantomeno per confermarci quello che sospettavamo?

Un qualunque neofita avrebbe tremato, esistato, balbettato di fronte ad un attacco così diretto. Ma il nostro analista era uno con la stoffa, per non dire con le palle, e non indietreggiò di un millimetro.

Non serve.

Come non serve? La gente sta scoprendo tutto, le scie chimiche, i vaccini, le bufale dell’AIDS, per non parlare della Luna, del Global Warming, e poi, la più grande di tutte, la creazione di denaro dal nulla, e lei mi dice che non serve? Secondo lei dovremmo stare qui a vedere il nostro impero crollare, pezzo per pezzo, senza fare nulla? – Urlò il vicepresidente.

Vede, signor Vicepresidente, dobbiamo tenere in conto l’utilità di ogni azione. Le faccio una domanda: quello che la preoccupa è la conoscenza, o le azioni?

Non capisco, sia più esplicito.

Faccio un esempio, secondo lei è un problema se si viene a scoprire che il denaro viene creato dal nulla?

Certo che è un problema, mi prende in giro?

Ma è un problema la conoscenza in sè, o è un problema perchè questa conoscenza può avere delle conseguenze?

Conoscenza e conseguenze sono un tutt’uno! – Taglio corto il vicepresidente.

A volte. Ma a volte no. Paradossalmente, fa più male uno che conosce tutto, ma continua la sua vita come niente fosse, o uno che, anche senza sapere tutto, fa un attentato? Perchè questo è il punto vero.– L’atmosfera si fece più silenziosa, tutti volevano capire dove sarebbe arrivato l’analista, si intuiva che aveva qualcosa di interessante da dire. E infatti, lasciati passare alcuni secondi di pausa (ben studiata), riprese:

Non dobbiamo fare l’errore di pensare che le persone si comportino sempre e continuamente in modo razionale. Molti sono gli istinti, le necessità immediate, le distrazioni che, a caso o volontariamente, possiamo inserire. E poi non tutte le persone hanno lo stesso livello di coscienza: per uno che capisce tutto, ce ne sono 99 che intuiscono, intravvedono, ma non si fidano di loro stessi, educati come sono stati alla loro inadeguatezza fin da piccoli… insomma: questa “rivoluzione” di Internet ha sì in sè qualche germe di pericolosità, ma non dobbiamo sopravvalutarne la portata. E soprattutto non commettere l’errore di affrontarla di petto: allora sì che sveglieremmo il can che dorme. Esempio: se una mandria di bufali ti sta correndo incontro, se pensi di fermarla ne vieni travolto. La cosa migliore è metterti a correre nella loro stessa direzione, e quando ti raggiungono sali su uno di quelli in testa. Una volta lì, puoi guidarlo a destra o sinistra e pilotare tutta la mandria. L’importante è capire come ragiona e come si comporta la mandria.

E quindi, in concreto, lei cosa propone? Propone di non far nulla?

Non dico questo. Dico solo che non bisogna mettersi contro di petto. Dobbiamo, ancora una volta, come sempre abbiamo fatto nei corso della storia, infiltrare, essere dappertutto, a destra e sinistra, con russi e americani, con arabi e israeliani, e controllare tutti i fenomeni dal di dentro. In effetti, a ben pensarci, abbiamo sempre avuto successo così.

– Ripeto: quindi?

Allora: la stragrande maggioranza della popolazione è stupida e addormentata. Per quelli basta già il pensiero di non arrivare a fine mese, e con un po’ di calcio, e tette e culi, (che non guasta mai) li teniamo impegnati. Panem et circenses. Ovviamente bisogna continuare come abbiamo fatto finora: alimentare le paure e i bisogni in modo che non siano mai a posto, che gli manchi sempre qualcosa. Poi esiste una minoranza, i cosiddetti “intellettuali”, gli impegnati: quelli li distraiamo con la politica. Si perderanno in interminabili discussioni, assemblee di partito, collettivi, comitati, riunioni serali, e anche con quelli il gioco è fatto. E questi sono, a occhio e croce, un decimo degli altri.

E poi?

Poi esiste una piccola fascia ancora più ristretta, direi un altro decimo (se non meno) del gtrollruppo precedente, che comincia a capire tutto. Non possiamo farli fuori fisicamente, ma “tenerli fuori” sì: li terremo incollati alla tastiera. Metteremo in giro dei nostri emissari, attivissimi nelle discussioni, riempiranno di commenti i loro blog, a volte diranno qualcosa di giusto ma il più delle volte faranno perder tempo, e questi a furia di rispondere, a furia di ribattere, perderanno un sacco di tempo e resteranno tutto il tempo alla scrivania, convinti di essere i veri rivoluzionari. Avremo disinnescato e neutralizzato anche questi, i più pericolosi. E loro neanche se ne accorgeranno, tutti intenti a rispondere ai nostri troll!

Nella sala si fece il silenzio. Era evidente che quello era stato il trampolino di lancio del giovame analista: aveva superato la prova brillantemente.

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Dalla Turchia una lezione di stile per la “vecchia” Europa

Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Mauro Indelicato

La Turchia non molla: le minacce oramai non più tanto velate, ma dirette ed esplicite da parte di un Erdogan che si presenta sul palco con una giacca a quadretti che sa più di casa Vianello che di un capo di governo che afferma aver perso la pazienza, non intimoriscono le migliaia di giovani ancora assiepati nelle piazze delle città principali del Paese.

Non solo Istanbul ed Ankara, ma anche Smirne ed altre almeno 90 città, secondo gli ultimi dati, risultano nel bel mezzo del fermento di quello che gli analisti chiamano “primavera turca”.

Diversi gli spunti interessanti di questa rivolta che coinvolge un Paese considerato, fino a poco tempo fa, quasi immune da venti di protesta, visto il rendimento economico del tutto positivo rispetto ai vicini europei e mediterranei; quello che risalta maggiormente agli occhi, specie se consideriamo il motivo iniziale della protesta, ossia la difesa del Gezi park di piazza Taksim, è il grande attaccamento a quelli che sono i valori etici nazionali: difesa del territorio, difesa della laicità, difesa di un modello di società sulla quale è stata fondata la moderna Turchia post–Ataturk.

Alzi la mano chi oggi in Italia si aspetti che, nel nostro Paese così squallidamente inghiottito dal peggio della cultura occidentale, per la difesa di uno spazio verde si scateni una rivolta; nello stivale, dal dopoguerra in poi il cemento in ampi tratti del territorio ha divorato anche la storia di numerosi luoghi senza che nessuno battesse ciglio, ad Istanbul invece ancora c’è ampio spazio a quelli che sono i valori del “gusto del bello” ed al sogno di una città che mantenga le tradizioni e che eviti il dilagare del cemento.

Protestare contro un centro commerciale al posto di uno dei parchi centrali di Istanbul, vuol dire ribellarsi ad un modo autoritario di concepire la gestione del bene pubblico, modus operandi che Erdogan, dall’alto (o dal basso) dei suoi 11 anni di potere ha spesso ultimamente applicato.

Ma c’è un altro aspetto molto originale e quasi romantico di questa primavera turca; grazie a Marta Ottaviani, instancabile reporter dalla città sul Bosforo, che ogni giorno, al di là dei suoi numerosi servizi in onda durante la giornata in diverse testate nazionali, aggiorna su Twitter quasi 24 ore su 24 la situazione sul campo tanto da essersi abituata oramai all’amaro “profumo” dei lacrimogeni della Polizia, è possibile vedere uno spaccato di vita quotidiana di piazza Taksim e conoscere più da vicino i giovani che in questo momento vivono sul selciato del quartiere.

Si nota da subito una grande organizzazione: ci sono tende in cui si cucina, tende adibite a deposito di farmaci ed altre invece nel quale si improvvisa un Pronto Soccorso per i feriti delle cariche o per chi non regge ai gas lacrimogeni; poi ancora, ci sono ragazzi preposti alla ronda, altri preposti invece al controllo di eventuali infiltrati, mentre il casotto adibito a spogliatoio degli operai del cantiere dell’oramai famoso centro commerciale, è diventato una sorta di “museo della rivoluzione”.

Non emergono ancora capi o gerarchie in questo eterogeneo e vasto movimento di rivolta, ma emerge già una grande organizzazione, che fa al momento di piazza Taksim una città nella città, una Istanbul giovane e fresca, forse anche più sicura della Istanbul attualmente presidiata dalla Polizia.

Tutto questo deve necessariamente far riflettere noi europei “ufficiali”; nonostante l’austerity imposto dalla martellante troika Bce, Ue ed Fmi, nonostante la perdita di uno stato sociale da sempre vanto del modello del vecchio continente e nonostante un continuo e forsennato sfruttamento del territorio, ancora non si è formato alcun movimento spontaneo che coniugasse protesta anti–sistema ed alternativa al sistema stesso.

A parte le molotov di Atene, Madrid, Lisbona e qualche altra capitale, nella “vecchia” Europa non c’è stato spazio al momento ad alcuna forma di protesta organizzata; gli stessi “indignados” spagnoli nel 2011, hanno lasciato ben presto le piazze ed ancor prima che le polizie attuassero delle rimozioni forzate.

Forse la causa è da rintracciare in un’altra differenza significativa tra piazza Taksim e le piazze europee: l’unione. Parlando su Facebook proprio con Marta Ottaviani, si è sottolineato un dettaglio di non poco conto: tra i ragazzi di Istanbul, sono presenti giovani con la maglia del Galatassaray o del Besiktas che si abbracciano e che fanno assieme le barricate.

In un Paese, come la Turchia, che del calcio spesso fa una vera e propria ragione di vita, vedere tifosi avversari mettere da parte il campanilismo è un qualcosa di decisamente raro e quasi utopico: “E’ quasi un miracolo” commenta la stessa Marta Ottaviani.

Anche se viviamo all’interno di un qualcosa che si ispira al concetto di unità, chiamata per l’appunto “Unione Europea”, le divisioni nel cuore del vecchio continente sono sempre più accentuate anche tra chi ha in comune una visione alternativa al sistema attuale.

Ma, personalmente, la supposizione principale delle differenze tra i giovani turchi ed i giovani europei, sta nei valori: in Turchia, la secolarizzazione non ha preso piede come nelle squallide società occidentali ed ancora è visto come un fatto positivo che un giovane per difendere un valore, religioso o patriottico che sia, rinunci all’uscita con gli amici o alle serate in discoteca e si immoli tra gli scudi ed i manganelli dell’antisommossa.

Nella “vecchia” Europa invece, sembra che i giovani, così temerari su Facebook o nei bar, non vogliano rinunciare ai falsi privilegi della falsa società del benessere, preferendo alla lotta per la rivendicazione dei propri valori, il rituale dell’aperitivo anche a costo di rimanere poi senza soldi per tutto il corso della settimana.

Da piazza Taksim quindi, dobbiamo prendere spunto per parecchi motivi: in primis, vi è la necessità di mettere da parte, proprio come i giovani turchi, degli stili di vita a cui eravamo abituati e far passare il messaggio, nelle nostre menti, che se si vuole un futuro nel quale il welfar state non sia cancellato e nel quale si riacquisti la sovranità sulle nostre vite, bisogna evitare ancora di dar deleghe o quant’altro, ma affidare il nostro futuro unicamente a noi stessi, riscoprendo quel gusto di far comunità e quel sapore di condivisione comune, che in Turchia è lite motive della protesta di questi giorni.

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Persino il Pio V che fingono di conoscere li avrebbe spediti all’Inquisizione. Certi “tradizionalisti”…

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J’ACCUSE

E dopo la carota del Mastino (qui)…

il bastone di don Ariel Levi di Gualdo… spezzato sulla schiena di quella frangia ideologizzata ed estetizzante (e forse agnostica) di certo “tradizionalismo” cattolico. All’attacco del pontefice con una guerra preventiva… a partire dal casus belli della “mozzetta”. E che ha dimostrato di essere tal quale quei progressisti che oggi non fanno altro che parlare di “mozzette”, croci e anelli “d’argento”, scarpe “nere anziché rosse”. Rischiando (i primi, vedi lo scandalo sacrilego del blog Messainlatino) di infangare quei cattolici ortodossi attenti a ogni aspetto della tradizione antica, perenne e viva della Chiesa, che per alimentare la loro fede frequentano la messa di rito anticoma che non sono disponibili a giocarsi tutto su un accessorio in più o in meno… che, oltretutto, va e viene a ogni morte di papa…

Persino il Pio V che fanno finta di conoscere… li avrebbe fatti fustigare sulla pubblica piazza!

Un’approfondita analisi, teologica, dottrinale, storica, canonica, ecclesiologica. Da parte di un prete, teologo e scrittore, non solo ortodosso sino al midollo, ma anche estimatore dell’antica liturgia

di Ariel Levi di Gualdo

1. INTERNET E LA PASTORALE EVANGELICA

Per me l’Internet non è un gioco ma un prezioso strumento di nuova evangelizzazione e come tale intendo usarlo. Diversi sono i miei diretti spirituali che mi contattano attraverso la rete telematica per dare avvio a un nuovo discorso, che da lì a poco proseguirà in altra sede, cosa quest’ultima molto importante, perché eliminare il contatto reale con la persona in carne e ossa potrebbe portare a precipitare in una realtà tutta quanta virtuale quindi in un cattolicesimo surreale. La virtualità telematica serve infatti a rafforzare contatti reali, non a creare rapporti virtuali che spesso trascendono nel vero e proprio surreale. Anche alcuni miei penitenti mi hanno contattato più volte tramite posta elettronica, semmai per chiedermi indicazione su come impostare un approfondito esame di coscienza su questioni poi trattate giorni dopo nel confessionale, durante la celebrazione del Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.

Numerose persone, inclusi giovani sacerdoti e seminaristi, dopo avere letto alcuni miei libri o commenti si sono rivolti a me attraverso questo strumento da varie parti d’Italia, per parlarmi di loro problemi. Da questi scambi ne deriva sempre una conoscenza diretta, non più “schermo a schermo” ma “corpo a corpo”, a tu per tu, perché così deve essere nel mondo del reale che si serve degli strumenti telematici, senza che mai gli strumenti telematici facciano sprofondare l’umano in una realtà tutta quanta virtuale.

Come tutte le lame a doppio taglio, l’Internet può essere usato come strumento di evangelizzazione o come strumento per la distruzione dell’essenza evangelica; come strumento di santificazione o come strumento di dannazione.

La lama dell’Internet può fare corretta informazione dando talvolta notizie importanti, sovente taciute dalla stampa nazionale di tutte le più disparate tendenze che deve stare entro i limiti fissati dai rispettivi padroni, che in un modo o nell’altro, su certi delicati temi di natura politica, economica o anche religiosa, filtrano le notizie o impongono proprio di non dare notizie, o perlomeno certe notizie.

2. INTERNET, LA GIURISPRUDENZA E LA TUTELA DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA FISICA E GIURIDICA

Papa Francesco, appena eletto: subito preso di mira su Internet

Ciò che talvolta duole dell’Internet è che non pochi internettari, forti di un certo anonimato, talora dell’anonimato totale, riescono a dare il peggio di se stessi in modo aggressivo e alle volte molto offensivo, dimentichi che la presunta libertà tua non può mai ledere la dignità e l’onorabilità altrui e che la diffamazione rimane un reato di cui la giurisprudenza non ha tardato a occuparsi. La V sezione della Suprema Corte di Cassazione [sentenza n. 4741 del 27/12/2000] ha affermato che utilizzare «un sito internet per la diffusione di immagini o scritti atti ad offendere un soggetto è azione idonea a ledere il bene giuridico dell’onore nonché potenzialmente diretta erga omnes, pertanto integra il reato di diffamazione aggravata», perché «i reati previsti dagli artt. 594 e 595 del Codice Penale possano essere infatti commessi anche per via telematica. Trasmettere via e-mail, o inviare a più persone messaggi atti ad offendere un soggetto, realizza la condotta tipica del delitto di ingiuria, se il destinatario è lo stesso soggetto offeso, o di diffamazione, se i destinatari sono persone diverse».

Nello specifico caso trattato in questo articolo: chi con pubblici scritti, affermazioni, ironie ingiuriose, quindi con la falsa attribuzione di affermazioni mai fatte e di fatti mai avvenuti, colpisce a vario titolo la sacra persona del Romano Pontefice, oltre ad insultare l’augusto soggetto in sé, reca grave offesa alla Chiesa ma soprattutto all’intero corpo dei suoi fedele sparsi a centinaia di milioni ai quattro angoli del mondo.

3. INTERNET E LA COMUNICAZIONE: PRIMA DI PARLARE E RISPONDERE TOLLE LEGE (PRENDI E LEGGI) COME DISSE LA VOCE ANGELICA DI UN BIMBO A SANT’AGOSTINO

A chi dà giudizi affrettati verrebbe da dire “tolle et lege”.

Permettetemi di rifarmi ancora alla mia esperienza personale, sia pastorale sia lavorativa, posto che l’una e l’altra cosa si fondono assieme formando un tutt’uno. Prima di parlare o di scrivere bisogna leggere, studiare, conoscere e approfondire. Come direttore editoriale di una collana teologica è mio compito e responsabilità leggere anzitutto i lavori proposti da vari autori, che in libertà e onestà devo poi approvare o non approvare per la pubblicazione. Se il lavoro è meritevole di pubblicazione, a quel punto devo leggerlo di nuovo con profondo spirito critico, annotare, se ve ne sono, alcune inesattezze, suggerire eventuali integrazioni, consigliare se necessario diversa impostazione narrativa in alcune parti e via dicendo. Essendo di prassi abituato a fare questo genere di meticoloso lavoro, lascio immaginare ai lettori in che modo abbia reagito quando alcune volte, certi esperti tuttologi, leggendo il solo titolo di un libro stampato si sono lasciati andare a giudizi o peggio a impietose stroncature senza neppure avere sfogliato l’indice dell’opera. Ricordo a tal proposito la volta che dovetti sorbirmi dieci minuti ininterrotti di sproloqui da parte di un alto prelato, che ricevuta in mano la copia omaggio di un mio libro, leggendo il solo titolo sulla copertina me ne disse d’ogni mala sorta. Frenando la mia comprensibile irritazione risposi con caustica amabilità: «Seguendo questa stessa logica, se veramente il Santo Padre avesse scritto un’enciclica intitolata Eros ed Ethos [vedere a tal proposito un discorso di Giovanni Paolo II del 1980, qui ] sulla base del solo titolo di copertina, forse lei avrebbe chiesta la condanna del Santo Padre per contenuti osceni, prima di sfogliare l’enciclica e capire che parlava di tutto all’infuori di ciò che lei immaginava».

4. MOLTO PEGGIO DELL’AIDS, LA SUPERFICIALITÀ E LA FOLLIA COLLETTIVA SONO LE DUE PEGGIORI MALATTIE INFETTIVE DEL XXI SECOLO E INTERNET E’ LA GRANDE PIAZZA DI SFOGO DI QUESTI MALATI

Negli anni Ottanta si sviluppò l’AIDS, malattia che prese presto a essere chiamata “peste” o “flagello” del XX secolo. Cosa sulla quale non sono mai stato d’accordo, pur riconoscendo sia la pericolosità sia la gravità di questo terribile virus e delle tante care persone che ha colpito. Due sono infatti i flagelli e le epidemie che precedono l’AIDS e che conferiscono ad esso non il primo e neppure il secondo bensì il terzo posto: la superficialità e la follia collettiva, che rappresentano a mio parere due malattie assai più spaventose che si sono incrementate nel corso del XX secolo e che nel secolo XXI hanno raggiunto l’apice.

Il mondo della comunicazione internetica è un mezzo di diffusione di questi due pericolosi virus e brulica gente che si arrabbia per cose che tu non hai detto ma che loro hanno capito male, perché avevano fermamente bisogno di capire male per dare poi sfogo a mille psicopatologie più o meno represse. Gente che non si premura affatto di esaminare gli scritti, si limita a spulciarli, od a leggere il titolo e poche righe, per poi partire all’attacco come carri armati. E se per caso gli rispondi: «Mio caro, non solo hai capito male, perché se leggi ciò che ho scritto vedrai che non ho mai affermato ciò che mi attribuisci». Allora sì che si arrabbiano di più ancora e insistono a più non posso. Cosa che si guarderebbero bene dal fare in una pubblica aula di conferenze, o durante un qualsiasi dibattito pubblico, salvo essere presi a fischi da tutti i presenti. Ma l’Internet è anche questo: un grande manicomio dove grazie alla apprezzabile ma pur sempre defettibile legge Basaglia, i pazzi sono ormai tutti quanti a piede libero.

5. QUESTA INTRODUZIONE PER GIUNGERE INFINE AD HABEMUS PAPAM: GEORGIUM MARIUM S.R.E. CARDINALEM BERGOGLIO

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio: come Papa, è stato una sorpresa per molti… ma non per tutti.

Il 1° marzo 2013, su un quotidiano brasiliano che mi aveva fatto un’intervista rispondevo che «se fossi stato un elettore dentro la Cappella Sistina avrei dato il mio voto al Cardinale Jorge Mario Bergoglio» e che «auspicavo la sua elezione perché bisognava guardare al grande polmone cattolico dell’America Latina che oggi fa respirare il corpo della Chiesa [Correio Braziliense – Brasília, sexta-feira, 1º de março de 2013. Vedere qui]. Oggi devo prendere atto che non tanto ci sono state almeno 77 persone che nel Collegio Cardinalizio hanno in qualche modo esaudito quell’auspicio e quella preghiera; è stato lo Spirito Santo di Dio, che ha esaudito quella preghiera, che certo non è stata la sola.

6. DOPO IL PRIMO AFFACCIO ALLA LOGGIA CENTRALE SI È LEVATO UN CORO D’ESTETICHE PREFICHE: «NON HA INDOSSATO LA MOZZETTA ROSSA!»

Sì, era senza mozzetta rossa. Ma convocare un Concilio Vaticano III per questo motivo non sembra proprio il caso…

Da questo momento in poi userò la parola “tradizionalismo” e “tradizionalisti” secondo l’accezione impropria ormai in uso nel linguaggio corrente, nello stesso modo in cui è impropriamente usata la parola “laico”. Ogni buon cattolico dovrebbe infatti essere un tradizionalista, se per tradizione si intende la salvaguardia e la tutela teologica e dogmatica del deposito della fede e della scrittura sulla quale la tradizione si regge e si sviluppa. Così come la parola “laico”, che nel linguaggio ecclesiale indica tutti quei fedeli cattolici e religiosi consacrati che non hanno ricevuto i sacri ordini; parola invece usata nel corrente lessico per indicare impropriamente non cattolici e non credenti.

Certi ultra progressisti che da alcuni decenni scempiano la sacra liturgia con abusi e creatività d’ogni mala sorta e certi cosiddetti tradizionalisti auto elettisi custodi della vera e unica tradizione liturgica, hanno in comune agli opposti antipodi la stessa cosa: il senso di ribellione all’autorità della Chiesa e all’occorrenza al suo Supremo Pastore. Gli uni come gli altri sono mossi da tutte quelle “migliori intenzioni” di cui sono lastricate le vie dell’Inferno. A maggior ragione valga per gli uni e per gli altri, da qui a seguire per tutto lo scritto, la precisazione “certi” e “alcuni” e giammai “tutti”.

Io non sono mai stato contrario al motu proprio circa il Vetus Ordo Missae, ma questo autentico florilegio isterico di persone che in giro per la rete si stanno dando a pianti d’ogni sorta e che in questi giorni hanno toccato l’apice del cattivo gusto in svariati commenti ingiuriosi vergati nel frequentatissimo blog del sito Messa in Latino, [vedere qui], mi stimolano a un certo ripensamento, come spiegherò più avanti. Molti di questi commentatori sono infatti giunti a trascendere nel vero e proprio oltraggio alla sacra persona del Successore di Pietro; e ciò niente di meno che in difesa della tradizione (!?!). Forse sarà il caso di ricordare a questi soggetti non facili da indurre alla ragione che la tradizione cattolica apostolica romana risiede in Pietro, pietra angolare edificante. Una Chiesa senza Pietro non è pensabile, anzi non può esistere proprio, sebbene taluni si siano inventati persino il sedevacantismo, teoria che trascende nella pura idiozia, perché l’eresia ha una sua dignità di pensiero e di conseguenza ce l’hanno gli eretici dotati di intelletto e talento, cosa che i sedevacantisti non hanno, tanto da non poter essere chiamati nemmeno eretici, poiché relegabili senza pena di offesa nell’ambito della demenzialità pseudo teologica e pseudo ecclesiologica.

So bene che citare a certe persone i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II li indurrebbe a reputare il tutto come richiami a “fonti sospette”, per ciò vedrò di accontentarli citando la costituzione dogmatica di un altro concilio ecumenico, la Pastor Aeternus del Vaticano I, promulgata dal Beato Pontefice Pio IX [vedere qui], utile e preziosa per chiarire anche e soprattutto la figura di Pietro, il suo ruolo, il suo alto ufficio la sua infallibilità quanto si esprime ex chatedra su verità di fede.

Anche la fonte giudicata da certi tradizionalisti sospetta, vale a dire il Concilio Ecumenico Vaticano II, non lascia spazio a dubbi e nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, ricalcando la Pastor Aeternus del Vaticano I, al n. 22 scrive: «Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice Romano, successore di Pietro, quale suo capo» [vedere qui]. Tema sul quale ritornerà il Prefetto della Dottrina della fede Cardinale Joseph Ratzinger sempre basandosi sulla Pastor Aeternus e sulla Lumen Gentium [vedere qui].

Ciò detto, casomai Pietro non fosse gradito a certi “cattolici” custodi autentici della vera e sola tradizione, esiste da sempre una via conosciuta e praticata sin dai primi secoli di vita della Chiesa: l’eresia e lo scisma. Come successe con lo stesso Vaticano I, dal quale si scissero dall’alveo cattolico i cosiddetti vetero cattolici, anch’essi custodi della “vera tradizione” [vedere qui], oggi ridotti a fare “pastoralterapia” … “Joga esicastico” e amenità varie [vedere qui]. I vetero cattolici custodi della vera tradizione cattolica oggi “ordinano” le vescovesse lesbiche che a loro volta “ordinano” preti omosessuali che poi celebrano nozze gay, per dire a cosa spesso può portare la difesa della “vera” tradizione cattolica in ribellione a Pietro e a un Concilio Ecumenico della Chiesa [vedere qui]

Se difatti oltre ai canti gregoriani — di cui da sempre sono sia cultore sia esecutore — certi soggetti che da giorni sparano raffiche verso il nuovo Romano Pontefice in nome della difesa della tradizione, conoscessero un minimo di storia della teologia dogmatica, di storia della cristologia e di dogmatica sacramentaria, saprebbero in qual modo i primi otto secoli di vita della Chiesa siano stati corollati incessantemente da eresie e scismi, basati però, grazie a Dio, su cose serie, dinanzi alle quali verrebbe voglia di parafrasare il titolo di un vecchio libro di Mario Capanna: “Formidabili quegli anni” [ed. Rizzoli, 1980]. Sì, formidabili quei primo otto secoli turbolenti, perché da sempre la Chiesa teme molto più l’idiozia, che non la raffinata eresia portata avanti da figure di talento e di alta cultura come Ario e Pelagio. Dalle eresie ariane e pelagiane combattute da Padri della Chiesa come Atanasio e Agostino, è nata e si è solidificata la nostra migliore teologia, mentre dall’idiozia è nata solo e di prassi sempre altra idiozia, mai la migliore teologia, tanto meno la vera difesa della tradizione cattolica.

7. LA MOZZETTA ROSSA PONTIFICIA È FORSE UN ELEMENTO DOGMATICO DELLA FEDE CATTOLICA?

Francesco I – che più lo guardo e più mi ricorda l’immagine espressiva di un Pio XII con qualche chilo in più addosso – non si è presentato con un paio di pantaloni da minatore e una calabaza de mate in mano da gaucho della pampa argentina, si è presentato con la veste del romano pontefice e ci ha abbracciati con la sua apostolica benedizione.

Il fatto che il Romano Pontefice non abbia messo la mozzetta rossa ha suscitato nelle frange di certi tradizionalisti internetici un caso che ha indotto taluni a richiamare persino elementi apocalittici, sino a tirare in ballo madonne, veggenti, mistici … ovviamente tutti quanti a sproposito.

Dico, forse la mozzetta con la pelliccetta di ermellino è un elemento fondante del deposito dogmatico della fede cattolica e le scarpe rosse dimostrano il mistero del Verbo Incarnato, in assenza delle quali cade l’intero mistero dell’incarnazione?

E non venite a replicarmi “ma, la dignità della Chiesa …” ve ne prego! Perché la dignità della Chiesa comincia da una stalla, finisce su una croce di legno e tocca il proprio apice dinanzi alla pietra rovesciate del sepolcro di Cristo risorto. Questa è la nostra fede cattolica, apostolica romana; e chi ritiene che questa fede possa essere compromessa da una mozzetta rossa rifiutata, è pregato di argomentarlo in modo teologico e dogmatico, non certo supportandosi su mere isterie estetiche.

8. LO SCANDALO DELL’IGNORANZA: «IL ROMANO PONTEFICE SI È PRESENTATO COME IL VESCOVO DI ROMA E HA PARLATO DEI POVERI E DI UNA CHIESA POVERA».

S. Pietro. Anche lui si considerava un primus inter pares: vogliamo processare anche lui?

È stato poi lamentato da una certa frangia di tradizionalisti, con allarme non meno apocalittico, che il Santo Padre si è presentato come il Vescovo di Roma e che ha insistito sulla figura del Vescovo. Cos’altro rispondere: anziché studiare l’arte e la corretta tessitura di chiroteche e di cappe magne, andate a studiarvi un po’ di Storia della Chiesa, di sana patrologia e di altrettanta sana ecclesiologia, se ignorate che il Vescovo di Roma è il Romano Pontefice e che nessuno, se non il Romano Pontefice, può essere Vescovo di Roma. È lo stesso Pietro, che si dichiara primus inter pares scrivendo: «Esorto gli anziani (presbytèrous) che sono tra voi, quale anziano come loro (sympresbýteros)… pascete il gregge di Dio che vi è affidato» [I, Pt. 5, 1-4]. Dunque Pietro —pietra edificante della Chiesa — è vescovo tra i vescovi, ma al tempo stesso è il primo dei vescovi e il supremo capo del Collegio Episcopale. Chi sta gridando allo scandalo perché il Santo Padre si è presentato come Vescovo di Roma e ha insistito su questo suo ruolo, conoscerà indubbiamente piviali e dalmatiche, ma di certo mostra di non conoscere il Vangelo, l’ecclesiologia e infine, non ultimo, anche il diritto canonico. Vediamo allora cosa recita il primo degli articoli del Codice di Diritto Canonico che tratta la figura del Romano Pontefice: «Il Vescovo di Roma in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro … » [can. 331]. È Chiaro o qualcuno ha bisogno di “sottotitoli per non udenti”? Ebbene sottolineiamo anche per i “non udenti”: La legge codificata della Chiesa, nella parte in cui tratta la Suprema Autorità della Chiesa, non si apre citando il Romano Pontefice ma il Vescovo di Roma «nel quale permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro. Altrettanto recitava il precedente Codice di Diritto Canonico del 1917.

Il Santo Padre ha parlato dei poveri, forse è un pauperista? Ha messo una croce non d’oro, vuole forse spogliare la Chiesa dei suoi onori?

A prescindere dal fatto che dei poveri ha sempre parlato per primo e anzitutto Nostro Signore Gesù Cristo che scelse a ragion veduta Pietro come pietra per edificare la propria Chiesa. Perché mai il Santo Padre non dovrebbe rivolgersi a quelle grandi sacche di poveri del mondo che nella sua esperienza pastorale in Argentina ha assistito per tutta la vita? Fino a un paio di settimane fa, l’Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires prendeva la metropolitana e il pullman per andare sia nelle villas de la mìseria suburbane (note col termine portoghese di favelas) sia per andare nella sua chiesa cattedrale. A questo andrebbe poi aggiunto un richiamo al più cristiano e pastorale buonsenso, o miei estetici tradizionalisti assisi all’ombra del quieto campanile italico intorno al quale nasce, vive e muore l’intera orbe cattolica. Sapete che cosa vorrebbe dire, ma soprattutto quale immagine devastante darebbe, un vescovo in visita pastorale alla parrocchia di una favela costruita in lamiera e prefabbricato che giungesse con una berlina Mercedes e che durante la sacra liturgia indossasse una preziosissima mitria gemmata, in mezzo a gente dove ancora diversi bambini camminano per le strade a piedi nudi con le fogne a cielo aperto?

Cosa pretendono da lui questi quattro esteti che frignano di sito in sito e di blog in blog, forse che tirasse fuori la sedia gestatoria, la tiara, che rimettesse in processione la nobiltà nera coi flaubelli, che andasse a celebrare una Messa al Pantheon in rito antico per il meglio della nobiltà immorale, godereccia, pluri divorziata e bancarottiera, ed infine reclamasse i territori dello Stato Pontificio basandosi sulla autenticità della Donazione Costantiniana? È forse questo l’onore della Chiesa? O forse, senza una mozzetta rossa con la pelliccetta di ermellino, Pietro non è veramente Pietro e la sua elezione non è valida?

9. UNA FEDE IMMATURA CHE PRETENDE DI RIVENDICARE LA “VERA TRADIZIONE” IGNORANDO CHE LA CHIESA E’ UN CORPO IN EVOLUZIONE

Anacronismi?

La Chiesa è un corpo in cammino che si muove e che deve necessariamente muoversi al passo coi tempi. Ciò che non muta e che mai deve mutare è la sostanza di fondo: il mistero della rivelazione e il suo messaggio di salvezza immutabile sino alla parusia. O come diceva il Dottore della Chiesa Santa Teresa d’Avila: «Dios no se muda jamas», Dio non cambia mai, ma tutto il resto cambia e muta proprio per sostenere la eterna immutabilità di Dio. A mutare in modo sempre appropriato e adeguato coi tempi è la forma dell’annuncio. Pertanto oggi Nostro Signore Gesù Cristo scriverebbe sui giornali, si farebbe intervistare dai giornalisti, andrebbe a dibattere coi moderni scribi e farisei ai più seguiti talk show e pubblicherebbe best seller. Nella Gerusalemme contemporanea non farebbe ingresso a cavallo di un asino ma con una automobile, che sicuramente non sarebbe targata né C.D (Corpo Diplomatico) né S.C.V (Stato Città del Vaticano), forse sarebbe targata V.C.F.E (Verbum Caro Factum Est).

La fede è racchiusa nella tradizione cattolica apostolica romana basata sul deposito dogmatico della divina rivelazione. Mai si mutino però in fede o peggio in dogmi di fede gli strumenti che servono a questo divino annuncio, perché in tal caso siamo di fronte alla più sfrenata idolatria agnostica.

Con l’ironia che talvolta mi fuoriesce dissi un giorno: oggi si passa direttamente dai preti in perizoma rosso ai preti vestiti con abiti ottocenteschi. Sia chiaro a chi non mi conosce di persona: io porto con decoro la talare quando devo portare la talare, soprattutto per celebrare il Sacrificio Eucaristico, amministrare sacramenti e sacramentali, ed il clergyman col collo romano quando è consentito portare il clergyman. Non sopporto i preti a la page in maglione o quelli con la camicia a mezze maniche sbottonata sotto il collo, perché un sacerdote deve essere sempre riconoscibile e mai sciatto. Semplice se vuole, ma sempre con grande decoro e dignità, mai con le pezze addosso. Permettetemi però di sorridere a malincuore dinanzi a giovani preti col mantello, lo zucchetto nero e il saturno in testa con tanto di nappa, perché sono anacronismi belli e buoni ostentati sia per insana estetica sia per insana ideologia.

Il problema è che diverse di queste persone, che oggi si dichiarano variamente impaurite … smarrite … preoccupate … si ostinano a concentrarsi in modo quasi ossessivo su una dimensione in parte politica e in parte estetico-esteriore. Cosa che denota non solo una fede infantile ma peggio il dramma di fondo di uno spirito di chiusura all’azione di grazia dello Spirito Santo di Dio.

Mi duole che di fondo questi “smarriti” manifestino una idea di Chiesa legata a criteri monarchici mondani, oserei dire quasi imperiali. Nell’economia della salvezza c’è un tempo per Pio IX, un tempo per Pio X, un tempo per Pio XII e un tempo per Francesco. E tutti sono risultati a loro modo dei santi uomini giusti al momento storico giusto, per grazia di Dio e per il supremo bene del Corpo Mistico della sua Chiesa.

10. POPULORUM PROGRESSIO: TENTARE DI FERMARE IL TEMPO È COSA ANTI EVANGELICA LESIVA ALLA CHIESA E AL POPOLO DI DIO

L’attenzione per la liturgia è importante, ma non deve diventare l’unico criterio con cui guardare ad un Papa.

Come si può pretendere di fermare il tempo quando è il Cristo stesso che a partire dalla discesa dello Spirito Santo nel cenacolo ci ha proiettati nel tempo? O forse qualcuno dimentica il Vangelo della Trasfigurazione, quando l’immancabile, fanciullesco e passionale Pietro dice al Signore: «Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e un’altra per Elia» [Mt. 17, 4]. Pietro voleva fermare quella immagine, quel tempo così bello, renderlo immobile, statico per sempre. Ma non era questa la missione del Verbo Incarnato né la missione dallo stesso affidata ai suoi discepoli e alla sua Chiesa pellegrina sulla terra, proiettata dal presente al continuo movimento verso il futuro.

Non ci si può dichiarare cattolici duri e puri e poi reagire all’elezione del nuovo pontefice in modi così sconvenienti e viepiù per cose futili. La Chiesa non è un fenomeno in parte politico e in parte estetico, non nasce e non muore sotto il campanile italico e meno che mai nell’italietta degli anni Cinquanta, secondo lo stile di quei poveretti che prima di dire “si” o prima di dire “no” si guardano intorno e non sospirano, fino a quando non hanno individuato il carro del vincitore su cui saltare.

La Chiesa è un fenomeno universale col quale molti, troppi provinciali non riescono a fare i conti. E con che cosa difendono la loro chiusura alla grazia di Dio e il loro provincialismo mirato al rifiuto della universalità e del concetto di Populorum Progressio [vedere qui] sul quale il Sommo Pontefice Paolo VI dette vita nel 1967 a una enciclica che anticiperà certi eventi infausti di un trentennio? Si difendono con la tradizione. Sì, ma quale tradizione?

11. SONO FORSE QUESTI I RISULTATI DEL MOTU PROPRIO: DISGREGARE ANZICHÈ UNIRE?

Il Motu Proprio Summorum Pontificum è stato un dono per la Chiesa. Ma non si può brandire come un’arma…

Se per taluni i risultati del motu proprio fossero davvero questi, ebbene comincerò a pregare affinché sia revocato prima possibile, perché nessuno ha il diritto di usare la liturgia per scopi puramente ideologici, perché non è questa la divina funzione dell’Eucaristia e della liturgia che è centro di unità della Chiesa, non di divisioni; meno che mai di divisioni rette su effimeri criteri estetici e politici, creando in tal modo rottura anziché quella unità del corpo della Chiesa di cui la liturgia sia del vecchio sia del nuovo ordinamento è elemento principe.

Taluni che fino a ieri hanno militato nei partiti di ispirazione marxista e dopo la caduta del Muro di Berlino sono rimasti orfani e hanno avuto bisogno di traslare la loro ideologica militanza in altre ideologie dure e pure, si scelga uno dei tanti partiti politici esistenti di estrema destra o di estrema sinistra e si sfoghino quanto più e quanto meglio loro aggrada, ma non usino e non abusino della Santa Chiesa di Dio e della sacra liturgia centro e motore cristologico di unità della Chiesa universale, per certi scopi e manifestazioni perniciosamente disgreganti.

12. QUEI CERTI TRADIZIONALISTI E LA POESIA DEL PASSERO CANTATA A LESBIA DA CATULLO MUTATA IN UNA LAUDE PASQUALE DEL XII SECOLO

Amori profani: basta non conoscere bene il latino.

Leggendo certi piagnistei di sito in sito e di blog in blog, spicca evidente questa fede estetico-infantile che pare reggersi davvero su quel latinorum che peraltro certi tradizionalisti non conoscono. Lo dico perché l’ho sperimentato: una volta, a un gruppetto di costoro — notare bene erano presenti anche un paio di preti — mi misi a cantare la poesia erotica del passero dedicata da Catullo a Lesbia usando un metro gregoriano, poi chiesi a tutti se piaceva loro quella laude del XII secolo della liturgia pasquale. Tutti, ahimè preti inclusi, mi dissero di sì, ciò dopo che ebbi cantato loro: «Passer, deliciae meae puellae, quicum ludere, quem in sinu tenere, cui primum digitum dare appetenti et acris solet incitare morsus» (Passero, delizia della mia donna, con il quale suole giocare e tenerlo in grembo, e a cui è solita dare la punta del dito quando la cerca e di cui suole provocare le pungenti beccate).

Una fede santa, cattolica e apostolica non può edificarsi sui paramenti del Beato Pontefice Pio IX rispolverati dal museo della sacrestia vaticana e via dicendo, perché in nessun meandro del sacro deposito della fede è scritto che solo il tripudio barocco sia in grado di dare una non meglio precisata dignità alla Chiesa, ma soprattutto unica validità agli atti sacramentali, salvo trascendere nella follia singola o collettiva o finanche nel neopaganesimo.

Tra l’altro, quei paramenti oggi considerati antichi, tali non sono affatto, perché il paramento antico è la casula, il paramento moderno è la attuale pianeta nata solo sul finire del recente XVI secolo. E quando nel XVIII secolo furono prodotte e adottate quelle pianete barocche oggi considerate antiche, alla loro uscita molti gridarono allo scandalo e altri si rifiutarono di usarle, considerata la loro audace modernità troppo simile ai decori da sartoria secolare in voga all’epoca. In una sua lettera indirizzata al vescovo della diocesi nel marzo 1769, l’arcidiacono del capitolo della cattedrale di Reims, Françoise Marie Brison, paragonava quelle pianete moderne, in tessuti e decori, ai vestiti delle dame della corte di Versailles e tosto dichiarava che lui non le avrebbe mai indossate e come lui molti altri presbiteri, diaconi e suddiaconi.

Storia della Chiesa, cari tradizionalisti duri e puri … studiatevi la sana e preziosa Storia della Chiesa, perché dal primo all’ultimo vi ci ritroverete quanti dentro con le vostre istanze, le vostre paure e le vostre odierne lamentale. E se queste mie parole vi suonano come uno schiaffo, fermatevi un attimo a riflettere sul leggero bruciore, perché potrebbe esservi stato donato un atto di vera carità cristiana che implica un preciso invito: tolle lege … perché le cose del passato non stanno affatto come ve le immaginate né come ve le state ostinatamente creando tutte quante a posteriori. Il passato è molto diverso nella sua realtà da come lo immaginate al presente, perché spesso vi create un passato che nella Storia della Chiesa non è mai esistito, ed è la storia che ve lo dimostra, non certo io, che pure un po’ l’ho studiata e un po’ ho cercato di conoscerla.

13. QUANDO IN QUELLA SACRESTIA SBOTTAI: «IO NON INDOSSO BIANCHERIA INTIMA FEMMINILE!»

In modo non diverso dall’arcidiacono della Cattedrale di Reims, a distanza di oltre due secoli e mezzo, quando nella sacrestia di una casa di religiosi dalle voci un po’ troppo stridule per i miei gusti, mi venne presentato un camice plissettato traboccante trine e merletti, risposi: «Non ho mai indossato in vita mia biancherie intime femminili e non avendolo mai fatto da secolare, meno che mai intendo farlo da prete. E pochi minuti dopo celebrai in comunione e in devota obbedienza con la Chiesa universale una Eucaristia assolutamente valida, sulla cui validità certi tradizionalisti avrebbero seri dubbi, avendo io rifiutato un camice da demoiselle che mi ricordava tanto un babydoll e una guepiere. Non ho nulla contro i camici plissettati, ma con pizzi e merletti addosso io non mi sento a mio agio né come uomo né come prete, gli altri facciano come vogliono, in piena e insindacabile libertà.

14. CERTI TRADIZIONALISTI “SMARRITI” CHE VANTANO LA CUSTODIA DELLA TRADIZIONE MA CHE MOSTRANO DI NON CONOSCERE LA STORIA DELLA CHIESA DOVREBBERO CONOSCERE LA VERA FACCIA DEL LORO BENEAMATO SAN PIO V, CHE SENZA ESITARE OGGI LI PRENDEREBBE A SOLENNI BASTONATE

San Pio v: non c’è tradizionalista che non lo citi. Ma chi, tra loro, può dire di conoscerlo bene?

Se c’è un Pontefice che molti tradizionalisti portano più sulla bocca che nel cuore questi è sicuramente San Pio V, il cui nome è legato anche all’omonimo Missale Romano. Anzitutto San Pio V fu sempre bendisposto con gli umili, paterno con la gente semplice e povera, ma duro e severo con tutti coloro che nuocevano all’unità della Chiesa. Tanto da non esitare a scomunicare e a decretare la destituzione della regina d’Inghilterra Elisabetta I, ben sapendo a quali conseguenze tragiche avrebbe esposto i cattolici inglesi.

Per quando riguarda l’idea di povertà, San Pio V si spinse parecchio oltre in quel delicato XVI secolo, osando ciò che nessun suo predecessore avrebbe mai osato, tanto erano radicate in seno alla Chiesa certe insane “tradizioni”. Anzitutto Pio V fu un pontefice terribilmente scomodo, come tali sono sempre stati tutti i riformatori dei costumi. Non esitò a debellare sotto il suo pontificato la piaga purulenta della simonia dalla curia romana e di conseguenza il nepotismo. Quando accorsero al suo soglio vari parenti sperando o chiedendo qualche privilegio, egli rispose lapidario: «Un parente del Romano Pontefice può considerarsi sufficientemente ricco se non conosce la povertà».

Tra le riforme in campo pastorale promosse da Pio V in fedele applicazione ai canoni del Concilio di Trento, si ricordano l’obbligo di residenza per i vescovi, la clausura dei religiosi, il celibato e la santità di vita dei sacerdoti, le visite pastorali dei vescovi, l’incremento delle missioni, la correzione dei libri liturgici in cui erano finiti codificati veri e propri abusi, la censura sulle pubblicazioni eterodosse. E tutti gli avversi o i ribelli dell’epoca, se andiamo a studiare le cronache di quei tempi, si appellavano, a partire da taluni vescovi, a una non meglio precisata “tradizione”, sostenendo che ormai era prassi e “tradizione” che il vescovo potesse vivere in altra sede fuori dalla propria diocesi, lasciando l’amministrazione della stessa ad altri, che di prassi erano quasi sempre dei famelici secolari legati al vescovo da amicizia, parentela o peggio da intrallazzi politici o finanziari.

San Pio V ordinò alla Chiesa quella sobrietà e quella rigida disciplina che il Santo Padre impose sempre a se stesso come religioso, sacerdote, vescovo, cardinale e poi come Romano Pontefice. Nella sua vita di pontefice visse in tutto e per tutto seguendo l’ideale ascetico del frate mendicante, schivo a qualsiasi pompa solenne e teso alla essenzialità, anche e soprattutto liturgica. Il Messale di San Pio V tanto celebrato e tanto poco conosciuto nella sua storia da certi tradizionalisti, fu in quegli anni una innovazione strepitosa mirata soprattutto alla semplificazione di riti spesso arbitrari, che sovente trasformavano il sacro mistero in un vero e proprio spettacolo, non ultimo di secolare potenza. Il Messale dato da San Pio V alla Chiesa poneva al centro il Sacrificio Eucaristico, bandendo ogni arbitrio e abuso. Ma se è per questo anche il Messale di Paolo VI, seguì gli stessi identici criteri, basterebbe andare a leggere il suo ordinamento generale. Se poi certi preti fanno del Messale ciò che vogliono e come vogliono, questo non è colpa né della riforma liturgica né del concilio né di Paolo VI, ma della scelleratezza di quei preti ai quali non è chiaro che sono servi dei sacri misteri, non primi attori, perchè la liturgia, sospiro dietro sospiro appartiene alla Chiesa, non al celebrante, non a Kiko Arguello, non a Carmen Hernandez … nessuno può rendere la sacra liturgia instabile con creatività personali o con autentiche stravaganze.

15. OGGI CERTI “TRADIZIONALISTI” AVREBBERO GRIDATO ALLO SCANDALO PER LO STESSO PIO V E BASANDOSI SULLE MEDESIME RAGIONI IN BASE ALLE QUALI HANNO CRITICATO FRANCESCO I APPENA ELETTO

Nel Papa, in ogni Papa, c’è il Successore di Pietro. Non idolatriamo la persona: amiamo quello che rappresenta.

Fino a Pio V, i pontefici vestivano il cosiddetto rosso imperiale, anticamente usato dai re e dagli imperatori romani. Provenendo dall’Ordine Mendicante dei Frati Predicatori, i domenicani, alla sua elezione Pio V abolì quelle vesti e seguitò a usare l’abito bianco domenicano, che non intese abbandonare, perché segno del carisma delle sua vocazione. Questo creò sconcerto e vero e proprio scandalo all’interno di quella che all’epoca era una vera e propria corte. Proprio così: San Pio V eletto pontefice seguitò a vestire gli abiti del frate mendicante. Altro che mozzetta rossa bordata d’ermellino prontamente rifiutata, o la croce di metallo al posto di quella d’oro. Pio V fece molto di peggio e molto di più, peraltro in anni nei quali, certi simboli, erano sentiti più fortemente ancora.

Dopo la sua vita vissuta in fama di riconosciuta santità, il successivo pontefice e quelli ancora successivi non osarono cambiare il colore dell’abito per tornare al porpora regale e imperiale. Il suo successore, Gregorio XIII, fece solo una modifica: l’abito domenicano venne fatto uguale all’abito dei cardinali, ma di colore bianco anziché rosso cardinalizio.

Se non si conosce la storia della Chiesa è bene non parlare di tradizione, ma soprattutto, chiunque rivendichi di essere un vero e un buon cattolico, non deve mai perdere di vista un elemento fondante della nostra fede, che è un dogma basato su precise parole pronunciate dalla bocca del Verbo Incarnato:

Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa, a te darò le chiavi del Regno dei Cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli … [Mt. 16, 18-19]

E detto questo il discorso è chiuso. Se poi qualcuno intende aprirlo per mettere in discussione questo fondamento basandosi peraltro su risibili futilità, non può farlo dentro la Chiesa Cattolica, ma solo fuori, come hanno fatto molti, come nel tempo hanno seguitato a fare tanti altri, rivendicando sempre e di prassi di essere i più puri difensori della vera tradizione, dimenticandosi che la tradizione può essere basata solo sulla sacra scrittura e che la sacra scrittura è chiara senza pena di equivoco nel dire per bocca del Redentore: «Tu es Petrus».

16. LA PRUDENTE ATTESA, POI CAPIREMO QUALCHE COSA E SICURAMENTE RENDEREMO GRAZIE A DIO PER FRANCESCO I.

Dopo pochi giorni è già amato da tanti fedeli.

Tra non molto tempo, il Santo Padre, dovrà provvedere a nominare diversi capi dei dicasteri giunti alla soglia dei 75 anni, alcuni hanno già superato quella soglia, qualcuno si avvicina ormai agli ottant’anni, per esempio l’attuale segretario di Stato. Sarà da quello che capiremo, se non tutto, almeno quanto basta, non da una mozzetta rifiutata o da una croce pettorale di metallo.

Oso infine azzardare una piccola profezia: Francesco I, in popolarità e per il grande amore che il popolo di Dio riverserà su di lui, molto probabilmente passerà avanti al Beato Giovanni XXIII e al Beato Giovanni Paolo II, che è tutto dire.

Vedendolo, vedo dinanzi a me in carne e ossa quel Pontefice del futuro di cui mi auspicavo in un mio libro nel quale anni addietro scrissi: « … oggi non basterebbe un uomo di grande autorità che sappia imporsi, perché se privo di certe qualità e di doni molto speciali dello Spirito Santo, potrebbe indurre per reazione la piovra a stritolare tutto, lui per primo, creando guerre e divisioni drammatiche e insanabili; creando veri e propri scismi. Per essere veramente magno è necessario che questo futuro Successore di Pietro sia una figura carismatica appoggiata e protetta dal Popolo di Dio. Esiste infatti una cosa dinanzi alla quale le peggiori aspidi dell’antica corte sanno di non poter osare: la volontà del Popolo di Dio. Nel corso della storia le pie vipere hanno dato vita a tutto, lo dimostra rigo dietro rigo, secolo dietro secolo l’intera letteratura dei Padri della Chiesa. Una cosa sola è a loro impossibile da realizzare: una Chiesa senza Popolo, ossia una Chiesa senza Cristo, che equivale a dire una Chiesa senza corpo. Il Popolo di Dio è quel corpo senza il quale Cristo non avrebbe dove poggiare il suo capo. E per quanto vuoto, il suo sepolcro sarebbe rimasto vuoto per niente, soprattutto per la salvezza di nessuno». [vedere qui]

Ebbene credo sia arrivato come donum Dei altissimi alla Chiesa il Pontefice che sognavo, nei giorni in cui scrivevo queste righe tra il 2008 e il 2010, stampate poi nel dicembre 2011 nel mio libro E Satana si fece Trino.

Lunga vita al Romano Pontefice !

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Cosa è che avvicina la violenza in Internet al Genocidio Culturale?

Quando la società (chi muove la società) ti porta nella bocca famelica di internet per prepararti alla guerra. Lo stato d’animo qualunquista della rete.

La rete era uno strumento militare e tale dobbiamo immaginarlo ancora. Quindi non illudetevi che sia per voi, per farvi sentire liberi: è il più grande strumenti di controllo e di furto di identità, tempo e distruzione delle anime che esiste. Non potrai mai ottenere nella rete una risposta lineare e concentrica perchè tutto è dispersivo; a mille domande troverai mille risposte. Diceva Truman: se non controlli, confondi. In internet si resta sempre, alla fine, confusi!

Esiste un popolo della Rete, destinato ad un Genocidio inesorabile: perchè questo è il programma che sta dietro al protocollo “free internet”.  Un Genocidio al contrario perchè non si ha nemmeno la possibilità di strutturarsi un modello di riferimento, un nemico, una azioen di difesa, un rito, una entità spirituale, una forma di elaborazione del lutto, una ragione esistenziale cui il caso la fa da padrone ma che, se fosse riconducibile a qualcosa, ti consentirebbe, almeno, di unirti ad altre persone che condividono il tuo stesso destino criminale. Internet ti isola, ti consegna alla virtualità, non ha regole perchè ti consente di fare di tutto e ti censura sulle idee; internet esalta alcuni ed intimorisci e deprime altri creando così piani diversi di comunicabilità emotiva; internet ti lascia solo anche quando sei circondato da gente e ti fa sentire abbandonato dagli amici e dalla amata, anche quando ti ci scrivi e mandi “smile” (sorrisi, baci, cuoricini, fiori, smofie, linguacce, ecc.): ma tu sei qua e lui o lei è là.

Il telefono già portava un suo inganno perchè non sai mai chi c’è dall’altra parte del filo, ma almeno c’era l’illusione di un costo, di un impegno, di una promessa. Oggi chiunque si collega con il mondo con due soldi e può fare tutte le promesse che vuole.

Il Genocidio per chi lo applica è sempre una “idea” che si realizza su chi non conosciamo e per mano di carnefici che sono strutturati, a volte senza saperlo, dentro una micicdiale macchina della morte; e chi ne è vittima se solo potesse intuirlo con un certo anticipo mai ci avrebbe autorizzato a compierla su di noi, salvo poi essere troppo tardi ed un minimo sossulto solo anticiperebbe di qualche ora la nostra inevitabile fine. Internet è violenza quando a compierla è una persona, talvolta amica, che magari ti piace pure e che si impossessa della tua anima, della tua identità, delle tue parole, dei tuoi dati, della tua storia, dei tuoi sentimenti e senza rendertene conto, gli permetti di farne quel che vuole fino (se il caso ti sfugge dal controllo) a portarti all’autodistruzione, alla crisi di identità o alla perdita della stima per te stesso e le tue idee. Ecco il caso di suicidi fra molte ragazze negli ultimi tempi, umiliate nella rete per ragioni a sfondo sessuale o per discriminazioni di vario genere. Ma i casi sono molti e diversi spesse volte riconducibili al cyberbullismo.

Cosa ci fa capire questa violenza gratuita praticata nella rete da gruppi sadomaso o addirittura semplicemente burloni? Che la paura che fa impazzire la testa ed il cuore dal terrore di non sapere cosa accadrà da lì a qualche minuto, non è lo stesso sentimento che sta provando il carnefice o i carnefici. E lo stesso vale per chi si rende interprete dei peggiori crimini contro l’umanità e soprattutto contro i suoi simili, perchè di esseri umani stiamo parlando.

Sono anni che studio questo fenomeno e sebbene avessi deciso che le persone che conosco in internet prima o poi le devo conoscere, ma senza mai lasciar passare più di un mese, questa volta ci sono cascato con tutte le scarpe e mi sono lasciato coinvolgere in un processo senza fine. E se non fosse perchè conosco il modo di uscirne con le mie forze, avrei avuto problemi a rielaborare ciò che si nasconde di più grigio dietro i bit che navigano a miliardi nella rete e che hanno il volto di una persona o di un progetto di vita.

Poco tempo fa avevo deciso di assumere un atteggiamente difensivo prima di aprirmi a nuove persone a nuove amicizie. Soprattutto pensando a quella insidia che è il mondo di Mammona replicato nella rete. La mia voleva essere una forma di difesa sociale, di tempo perso, di preservazione culturale, di prevenzione psicologica e di amore per ciò che rappresentano in termini di testimonianza e anelito santificatore le argomentazioni (che spesso da parte dei miei interlocutori non si concretizzano mai in fatti, avendo io solo fatti da proporre, visto che sono un Arciere con un progetto bem chiaro e definito). Avevo in poche parole adotttato un approccio sobrio, estremamente pratico, lineare, chiarificatore, estraneo al chicchericcio da salotto, disallineato e secondario, per sua natura non necessariamente relazionato solo ed esclusivamente alla connessione internet (che se è vero che miete le distanze dall’altra crea relazioni estemporanee, replicabili e virtuali) o cellulare. E per spiegare bene ciò, usavo un eufemismo: “voglio sentire che odore hai!”.

Eggià, l’odore, l’olfatto, il senso più antico e più evoluto con cui l’uomo è scampato per millenni da malattie, da pericoli, da infezioni, dal nemico. Ma ci sono mille altre sfumature che sfuggono da internet e che possono irritarti da subito, o che possono farti appassionare per quella persona, se la incontri fissandola negli occhi o guardandola mentre di muove o si applica in qualcosa di estremamente pratico. Insomma quel che le parole tradiscono, i fatti te lo servono nella cruda verità.

Grazie al cielo non navigo sui Social Network, vista la mia attività a tempo pieno su escogitur. Ma da quello che apprendo, solo su Facebook sono registrate almeno 1 miliardo di persone al mondo.

Dietro internet si nasconde di tutto. E se a questo gioco aggiungiamo l’anonimato, la volgarità, la possibilità di chiudere la linea senza possibilità di replica e molte altre sbavature tipiche di internet, ecco che alla fine si resta con un palmo di naso, basiti, a chiedersi: “ma come è potuto cominciare tutto ciò e da qualce punto ho perso il controllo della situazione?” La prima vittima è la sincerità!

Oggi tramite internet si possono soddisfare molte esigente: comunicazione rapida, sollazzi, divertimenti, condivisione di documenti dati foto e filmati, conferenze, aggiornamenti, approfondimenti, ricerche, informazioni, ma anche farneticazioni sessuali, ecc.. Ma l’anima non compare mai nella sua dignità ed interezza, bella come quando hai una persona di fronte con cui assaporare ogni gestualità. In internet puoi far sapere ciò che vuoi la gente sappia di te senza che l’altro possa mai sapere chi realmente sei. Dedichi alla rete il tempo che vuoi e puoi far credere al tuo interlocutore che è la persona più importante che conosci, salvo poi smentirlo nei fatti. Hai una giornata piena ed internet è e resta una finestra. Mandi le foto che vuoi, usi l’avatar che più ti piace o che vuoi si identfichi con l’idea che hai di te.

Internet, i collegamenti via internet oggi costituiscono una nuova forma di guerra e di genocidio. Di recente Enrico Mentana, noto giornalista italiano, si è tolto da Twitter nonostante i suoi numerosissimi contatti. E che dire degli attacchi a Ratzinger? C’è qualche collegamento con le offese ricevute a raffica dopo l’innaugurazione del suo account Twitter e la rinuncia al papato? Può essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso? Effettivamente internet stressa e non sono poche le vittime di stalking, aggressioni verbali e umiliazioni, per non parlare dei casi di matrimonio finiti per colpa di ciò che succede in internet. Il bello è che tutte le nuove amicizie, almeno quelle più recenti, molte se le “costruiscono” in internet. E la stessa rapidità con cui nascono, finiscono, ferendoti come non succede con le amicizei reali dove puoi sempre reincontrarti per strada, fra amici e fare chiarimento. Invece con internet ti bannano, ti cancellano dalla condivisione e puoi mettere nel dimenticatoio quel contatto come se nulla fosse e magari con un infarto al miocardio o un dolore nell’anima che ti sembra invincibile.

Ma, al di là di tutto, il guaio è che la gente vuole conoscere via internet perchè non c’è più tempo e voglia di sentire che odore ha la gente. E’ un vero e proprio genocidio culturale che non possiamo mettere in secondo piano rispetto allo sterminio di molti popoli. Perchè come Cattolico Resiliente mi rendo conto che la differenza tra me e molti amici della Rete è il tempo a disposizione per attuare INSIEME tutto ciò che si dice e che pareva ci accumunasse.

Quello che c’è da dire è che internet è diventato un placebo per chi si sente solo e crede di ingannare la noia; è un punto di forza per chi ha cose interessanti da dire ma anche di debolezza per chi vive solo di comunicazione. Ma soprattutto è un modo per stare seduto davanti al monitor e non farsi carico dei problemi reali del mondo. In un attimo però internet può farti scendere in piazza per combattere una battaglia che non è la tua e forse pure sbagliata, mentre ti tiene legato alla sedia se sotto casa stanno sgozzando una vecchietta o se molti concittadini si stanno suicidando per le ingiustizie sociali. Insomma, attraverso internet sei controllato nè più ne meno che se stessi inchiodato ore davanti ad un televisiore o ad una play station. Così finisce che la tua identità, i tuoi talenti, ogni aspettativa che il mondo avrebbe potuto costruire sulle nuove generazioni e su gente come noi, va a farsi benedire.

Ecco perchè è facile intuire che molte cose se mal usate creano problemi alla salute e a chi ti sta vicino. Ma di queste cose, quella che ha una maggiore percentuale di incidere sulla tua anima è proprio internet. Anche se credi, come penso io, di fare buona informazione o di portare un contributo nel discernimento e nelle scelte per una vita nella Resilienza.

A questo punto vien da sè una domanda: come ci si può disintossicare da internet? Ceme recuperare le forze dopo aver scoperto che internet può anche alienare entusiasmi e risorse psicofisiche? La mia esperienza insegna una cosa. Tra internet e l’inganno di Mammona, ossia del vivere quotidiano, non esistono vere e proprie differenze. Quindi la vera scelta è quella di chiudere il computer, prendersi le ferie e partire per conoscere nuova gente che abbia fatto uan scelta simile. Perchè ricordiamocelo sempre: chi va con lo zoppo impara a zoppicare o continua a zoppicare. E poi si finisce col mantenere il contatto indovinate dove? In internet, ovviamente. Che trappola, ragazzi! Un vero e proprio genocidio. Del resto potete dire che la schiavitù è finita quando la gente vive per il lavoro, per spendere, per consumare, per pagare i debiti, per farsi sanguinare dalle tasse?

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di | 9 maggio 2013

“Il numero di tizi che si esaltano a offendere su twitter è in continua crescita. Calmi, tra poco ce ne andremo, così v’insulterete tra di voi”.

E’ questo il cinguettio con il quale, ieri, quando erano da poco passate le tredici, Enrico Mentana ha aperto una lunga discussione via Twitter, chiusa poi, poco prima delle venti, con il suo ultimo tweet: “Un saluto finale a tutti”.

Il direttore del Tg di La7 ha così annunciato – o almeno sembra – la propria intenzione di lasciare la popolare piattaforma di socialnetwork.

L’episodio non avrebbe motivo di essere raccontato se il protagonista non fosse uno dei volti noti del giornalismo italiano, i cui cinguettii – per la verità poco più di un migliaio – erano seguiti da oltre 300 mila persone e, soprattutto, se non fosse per le motivazioni che hanno indotto Mentana a smettere di cinguettare online.

La decisione del direttore sta, infatti, tutta, in altri cento quaranta caratteri, dello stesso Mentana: “Resterei se ci fosse almeno un elementare principio d’uguaglianza: l’obbligo di usare la propria vera identità. Strage di ribaldi col nickname”.

E’, dunque, il fatto che, su Twitter, vi siano milioni di persone che cinguettano utilizzando un nickname all’origine della decisione di Mentana di abbandonare la piattaforma di social network. Tutta colpa dell’anonimato o di quello che, il giornalista, chiama – forse facendo un po’ di confusione tra scrivere usando uno pseudonimo e scrivere in forma anonima – “anonimato”.

Il popolare giornalista, d’altra parte, non fa mistero che nel Twitter dei suoi sogni non dovrebbe esserci spazio per cinguettii “anonimi” – nel senso appena chiarito – e a chi gli fa presente che, forse, la possibilità di cinguettare da dietro un pseudonimo consente, a molti, di sentirsi più liberi di manifestare il proprio pensiero, risponde con un cinguettio lapidario: “Curioso: gli argomenti usati dai difensori dell’anonimato su Twitter son gli stessi addotti dai massoni per giustificare le logge coperte…”.

A prescindere dal gesto di Mentana – forse dovuto ad un momento di umana debolezza davanti a qualche tweett-insulto di troppo – la discussione di ieri via Twitter è troppo importante per essere chiusa con qualche cinguettio. Vale quindi la pena di fare un po’ di chiarezza, pur senza nessuna pretesa di proporre verità assolute che non ci sono e non possono esserci dinanzi ad un fenomeno in così rapida evoluzione e con un così rilevante impatto sociale prima ancora che giuridico.

Un primo aspetto da chiarire è che usare un nickname – su Twitter come in qualsiasi altra piattaforma online – è perfettamente legale ed è, anzi, quanto suggerito dai Garanti della Privacy Europei sin dal 2008 e ribadito, più di recente anche dal nostro Garante per il trattamento dei dati personali e la riservatezza. A ciascuno, quindi, scegliere se presentarsi online con il proprio nome e cognome o, invece, usare uno pseudonimo moderno ovvero un nickname, una modalità di “firma” e non di anonimato, diffusa da tempi ben più antichi della Rete.

Completamente diversa, invece, è la questione della legittimità o meno e, soprattutto, dell’opportunità o meno di consentire – ammesso che un eventuale divieto possa essere effettivamente attuato – che chi pubblica un contenuto online si renda completamente irrintracciabile, mascherandosi non già semplicemente dietro ad un nickname ma dietro ad una falsa identità o ad una identità di fantasia.

Nel primo caso, infatti, chi abusi della propria libertà di manifestazione del pensiero, se anche abbia scelto di farlo sotto il nickname di “cavaliere mascherato” è destinato, senza neppure grandi difficoltà, ad essere identificato e chiamato a rispondere del suo abuso mentre, nel secondo, rintracciare online chi ha scelto scientificamente di non essere rintracciabile, potrebbe essere molto difficile ma non necessariamente sempre impossibile.

La regola su Twitter – per stare alla vicenda che ha fatto infuriare Mentana inducendolo ad abbandonare la piattaforma cinguettante – è che si utilizzi un nickname ma che si lasci il proprio indirizzo mail ed una serie di altre informazioni che, ove necessario, consentono all’Autorità di rintracciarci.

E’ ovvio che si può scegliere di lasciare un indirizzo mail a sua volta non riconducibile ad un’identità reale ed aver cura – con una serie di espedienti alla portata se non di tutti dei più – di lasciare poche tracce digitali. Ma da qui a cinguettare – come ha fatto Mentana – che chi difende l’uso di un nickname su Twitter la pensa come i massoni a proposito dei loro elenchi segreti, il passo è davvero lungo.

Quanto al tema dell’anonimato – quello vero – online, è questione straordinariamente complessa.

Sembra, però, opportuno ricordare che, proprio di recente, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e tutela della libertà di informazione, in un suo report sulla circolazione dei contenuti violenti online, ha ribadito che tutti gli Stati dovrebbero consentire ai propri cittadini di esprimersi online, protetti dall’anonimato.

Forse la soluzione – da ricercarsi necessariamente a livello globale – potrà, un giorno, essere rappresentata dal ricorso ad una qualche forma di c.d. “anonimato protetto”: libertà di agire online in forma anonima, dopo aver, tuttavia, lasciato da qualche parte la vera identità alla quale, solo le forze dell’ordine, dietro ordine della magistratura e nei soli casi più gravi, potranno accedere.

E’ difficile, d’altra parte, allo stato, ipotizzare una identificazione “forte” degli oltre due miliardi di naviganti del web.

Educazione, cultura, autodisciplina e, soprattutto dialogo e confronto online – come suggerito proprio dal relatore speciale Onu nella sua relazione –  restano, probabilmente, le cure migliori per un male – quello del c.d. hate speech – che innegabilmente esiste ma è, probabilmente, un necessario tributo da pagare a fronte dei tanti effetti positivi in termini democratici sin qui prodotti dalla diffusione di Internet.

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Il Vaticano tolga il Papa da Twitter: raccoglie soltanto insulti

Clamoroso autogol: il bilancio dell’esperimento-internet è negativo. Ratzinger, bersaglio facile, è finito alla gogna

05/02/2013

Socci: Il Papa lasci Twitter raccoglie soltanto insulti

di Antonio Socci

Vorrei lanciare un appello a chi, in Vaticano, vuole veramente bene al Papa (ci sarà certamente): andare subito via da Twitter, basta, alla larga. Proteggete il Vicario di Cristo da questa umiliante gogna mediatica di cui lui è certamente ignaro.

Non so quale genio abbia avuto la «strepitosa» idea di far sbarcare Benedetto XVI su questo social network, oltretutto con quella imbarazzante cerimonia del «primo tweet». Di sicuro il Pontefice, occupato in materie ben più importanti e profonde, non conosceva questo fatuo luogo di chiacchiericcio (e spesso di insulti) che è Twitter. E si è fidato. Ma temo che nessuno gli abbia spiegato o mostrato quale disastro comunicativo e d’immagine ha prodotto la trovata: è come se fosse stato portato in una piazza ed esposto al dileggio di chiunque. 

È veramente una pena assistere a questo spettacolo: il Santo Padre, uomo mite, buono, che per i cattolici rappresenta «il dolce Cristo in terra», ogni giorno viene svillaneggiato e deriso nei commenti ai suoi messaggi. O subissato di sciocchezze e attacchi. Chiunque può constatarlo. Basta andare su Twitter: «Benedetto XVI Pontifex». Si apre e si legge: «Benvenuti alla pagina Twitter ufficiale di Sua Santità Benedetto XVI». Così recita la scritta che accoglie i fedeli, sotto l’immagine del Papa, con i colori della bandiera vaticana. Poi andate a vedere…

Ieri per esempio c’era in primo piano il messaggio del Papa, datato 3 febbraio: «Imitando la Vergine Maria, accogliamo e custodiamo nel nostro animo la Parola di Gesù, per riconoscerlo Signore della nostra vita». Subito sotto ecco i commenti: «Forza Napoli, mettici una buona parola Benny», «Che il dio vi benedica e che il tedesco albino ci rimanga secco», «Ripeto: solo coccoli di coca! uno di noi! L’ostia di bamba!».

Il precedente messaggio del Santo Padre, datato 2 febbraio suonava così: «Un mio pensiero affettuoso va oggi a ogni religiosa e religioso: possano sempre seguire Cristo fedelmente nella povertà castità e obbedienza». Commenti: «Vai a lavorare represso!!», «Sono bisessuale», «Anni di inquisizione mi hanno fatto salire troppo veleno, se i cristiani fossero adepti della wicca capirebbero», «A me piacciono solo le belle donne… Sarò normale?».

I messaggi precedenti sono subissati di risposte e commenti ancora più coloriti. Possiamo spaziare in vari campi. Ci sono i «simpatici» e «graziosi» apprezzamenti per la presenza della Chiesa cattolica: «La iglesia es una banda de ladrones dirigida por Benedicto XVI alias “el papa”»; «Ecco questa è la verità! I soldi, i beni immobili. Predicare bene e razzolare male… che schifo»; «Con tutto l’oro che hai addosso, tu la luce la rifletti addirittura», «Sei pieno di soldi senza fare un cazzo».

Oppure si possono leggere i «raffinati» commenti filosofici: «Se la religione è l’oppio dei popoli, e lo è, tu Pontifex.it sei il Sommo Pusher. Se voglio del popper dove posso andare?»; «Ti fai le domande e ti dai le risposte, se fosse il Natale del 1930 e io fossi Freud ti prescriverei della cocaina». Ci sono le domande (che lascio in lingua originale): «Pontifex is it a sin to masturbate to agent scully handcuffed to a radiator? shes catholic like?».

E non mancano i dibattiti impegnati: «Ma tu, li fai gli scoreggioni?». Con polemiche: «Vedi di farti i cazzi tuoi e lascia stare il sito del Papa», «Ma vai a cagare te il papa e le suore», «Pontifex ma come cazzo ti permetti?», «E ricorda che un buon cattolico non dice la parola cazzo. Imbecille», «Ho capito che sei solo un buffone e io coi buffoni non ci parlo. Chiuso».

Evito volutamente i messaggi più pesanti (e quelli sugli abusi sessuali del clero), ma lì, sul Twitter intestato al Papa, ci sono tutti. In bella mostra.

E si può continuare. Ecco altre perle: «A volte faccio la pipì nell’acquasantiera!! Che birba che sono!!», «La chiesa apre alle coppie gay, credo vogliano candidare Joseph a premier», «Ma dio lo mangia il cacciucco? o lo compra e mangia quello della cooppe», «Fottiti!!!! nel mio animo porto il cazzo che voglio, tranne la parola di un dubbio personaggio storico», «Il Thè è giallo. La pipì è gialla. Il Thè è San Benedetto. Io mi chiamo Benedetto. Insomma, piscio dolcezza. Ahahhahahhaah».

Vorrei sapere chi ha voluto – e chi vuole – questo scempio. Non ci voleva molto a prevederlo perché Twitter, al contrario di Facebook, non permette di cancellare i commenti.

Già «poco dopo lo sventurato sbarco su Twitter», Sandro Magister segnalò che «i suoi timidi messaggini» (del Papa) «finiscono annegati ogni giorno in una alluvione di sberleffi».

Ma nessuno ha pensato di mettere fine al devastante esperimento. C’è stato perfino uno studio, commissionato dalla rivista Popoli, dei gesuiti di Milano, nel quale, analizzando le 270mila risposte del primo mese ai tweet del Papa, si esponevano queste conclusioni: oltre 200mila hanno un contenuto neutro, 26.426 sono giudicati positivi e 22.542 negativi (il 26% di essi riguarda la questione pedofilia e il 25 per cento – circa 5 mila – «consistevano in vere e proprie ingiurie»).

Mi sembra una quantità enorme. E la sensazione è che dopo quel primo mese le risposte «negative» siano perfino aumentate in percentuale. E comunque tutto l’esperimento dà un’impressione semplicemente desolante. «In principio era il Verbo, alla fine le chiacchiere», come diceva Stanislaw Lec.

Quello che infatti appare discutibilissimo è la ragione stessa dell’operazione. Per quale motivo il Vicario di Cristo dovrebbe sottoporsi a un simile tiro al bersaglio?

Forse qualche ecclesiastico – che sa di vecchio – pensa ancora, come si diceva un tempo, che «la Chiesa debba mostrarsi al passo con i tempi?».

Trovo sinceramente ridicolo considerare Twitter «il segno dei tempi» da inseguire affannosamente, ma, a parte ciò, la Chiesa non deve assolutamente stare al passo con i tempi, cioè al guinzaglio delle mode e «di ogni vento di dottrina». Deve stare sopra ai tempi.

La Chiesa contempla Colui che è l’alfa e l’omega, il Signore della storia. La Chiesa giudica i tempi, non si mette alla loro mercé. La Chiesa deve parlare agli uomini dell’Eternità, non di Twitter. La Chiesa è la bellissima sposa del Signore dell’universo, non può sottomettersi all’usura effimera e ridicola delle mode.

Il magistero splendido di questo grande pontefice non merita di essere sottoposto a un così triste trattamento mediatico. Via da Twitter. Chi entra in una chiesa senta i suoni di un organo e il gregoriano, veda le volte gotiche delle antiche cattedrali, le icone e le fiammelle delle candele. Senta l’abbraccio del Signore. Questo sì che fa respirare. Non il chiacchiericcio.

http://www.antoniosocci.com

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Facebook è il 6° Continente, ma il più abitato

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Se Facebook parla portoghese e arabo

Nel sesto“continente”, quello virtuale  di Facebook (ma poi in fondo nemmeno troppo virtuale) l’italiano è l’ottava lingua più parlata. Prima dell’arabo e del cinese, ma dopo tedesco e francese e soprattutto dopo il portoghese. Inglese e spagnolo sono inavvicinabili. A rivelarlo è uno studio della società di consulenza Social Baker  che prende in esame i dati degli ultimi due anni: il social network fondato da Mark Zuckerberg è oggi disponibile in 70 diverse lingue, ma a ben vedere quelle dominanti sono  una decina poco più.

La conquista di nuovi territori  procede velocemente fuori dalla sfera anglosassone: fra i paesi che registrano i tassi di crescita più elevati ci sono Messico, Brasile e Indonesia, realtà economiche e industriali  ormai di primo piano in un’economia sempre più globalizzata. Dove il livello di partecipazione ai social è un importante indicatore, utilizzato dalle multinazionali per capire dove e come promuovere prodotti e  messaggi pubblicitari. L’esempio del portoghese è emblematico: dopo l’arabo è l’idioma con la più veloce percentuale di sviluppo su Facebook.

Se nel 2010 gli account erano poco più di sei milioni ora hanno superato i 52 milioni. Per avere un termine di paragone basta citare l’italiano: il “salto” nello stesso periodo è stato da 16 a 23 milioni,  insomma è una crescita più lenta di altri.

Impossibile reggere il confronto con il Brasile per numeri prima di tutto ma anche per vitalità economica: negli ultimi sei mesi gli iscritti a Facebook nel paese verde-oro sono aumentati di 13 milioni. Stessa situazione in Indonesia, quinta lingua più diffusa sul social. E in Europa? A tirare la volata anche qui è la Germania con oltre 30 milioni di profili creati negli ultimi due anni.

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Il concetto di Genocidio

Il termine “genocidio” viene ufficialmente varato dal giurista polacco Raphael Lemkin nel nono capitolo del suo libro “Axis Rule in occupied Europe”, pubblicato nel 1944.
Il capitolo, intitolato per l’appunto “Genocidio”, cerca di far luce sui nuovi, drammatici, elementi che arricchiscono il vecchio concetto di distruzione.
Il termine viene coniato con particolare riferimento alle pratiche militari della Germania nazista.
Essendo stato ultimato nel 1944, il capitolo non presenta riferimenti alla tragica esperienza di Hiroshima e Nagasaki. L’omissione, oltre che per motivi cronologici, può essere motivata anche attraverso una chiarificazione del concetto di genocidio stesso.
L’offensiva del 1945, così come del resto tutta la minaccia nucleare, andava interpretata in una prospettiva apocalittica di annientamento totale di ogni forma di vita, senza particolari distinzioni.
Le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki, infatti, non dovevano annientare la popolazione giapponese in quanto tale. Esse rispondevano ad una precisa idea di distruggere un semplice nemico di guerra. Nella loro indiscutibile gravità e drammaticità rappresentano, quindi, un crimine di guerra non raffrontabile ad azioni di genocidio. L’olocausto, invece, racchiude in sè tutte le caratteristiche del nuovo crimine che, secondo Lemkin, si configura come “un insieme di differenti azioni di persecuzione e distruzione” (LEMKIN, cit. in CHALK – JONASSOHN, 1990, pag. 8) compiute allo scopo di annientare un determinato gruppo nazionale, religioso o razziale.
Nell’analisi di Lemkin, il concetto di genocidio, realizzabile persino in tempi di pace, non andava obbligatoriamente associato a manifestazioni di forza violente e liquidatorie. Questo si determinava anche attraverso attacchi non letali in grado di minare comunque la libertà e la sicurezza personale dei membri di ciascun gruppo.
Un novero di azioni molto vasto che si proponeva l’obiettivo della “disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui che appartengono a tali gruppi” (LEMKIN, cit. in TERNON, 1997, pag. 13).
Partendo da questa definizione Lemkin cerca, in uno studio pionieristico, di individuare una sorta di possibile tipologia degli atti di genocidio.
In uno schema tracciato secondo un’ottica evoluzionistica vengono così individuati tre diversi tipi di genocidio.
Lo scopo dei primi, equiparabili agli eccidi perpetrati durante la storia antica ed altomedioevale, era la totale o parziale distruzione di determinati gruppi nazionali.
Stilare un elenco di simili avvenimenti sembra piuttosto difficile in quanto questa fase storica ricopre un arco temporale decisamente vasto. Appare tuttavia immediata l’associazione con le sanguinose guerre puniche tra Roma e Cartagine durante il III secolo a.C. e le molteplici battaglie che hanno successivamente accompagnato prima l’ascesa e poi il declino dello stesso Impero Romano.
Ben più immediata è la contestualizzazione storica della seconda caratterizzazione, emersa nell’epoca moderna, riconducibile alla volontà da parte di un gruppo dominante di cancellare culture e soggiogare etnie. Un processo che, in molti casi, avviene attraverso strumenti di coercizione morale, senza particolari spargimenti di sangue. Il pensiero volge rapidamente alle persecuzioni religiose successive alla riforma luterana, ma soprattutto alla “civilizzazione” del nuovo mondo imposta dai conquistadores post-colombiani del XVI secolo. Un processo che, in molti casi, supererà gli strumenti di coercizione morale, per raggiungere quelli ben più infami della vera e propria tortura fisica.
Il padre domenicano Bartolomè de Las Casas nella sua “Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie Occidentali”, fornirà il primo esempio di denuncia nei confronti di un deliberato atto di genocidio.
La relazione presentata all’Imperatore e re di Spagna Carlo V nel 1542, descrive con dovizia di particolari, tutte le terribili violenze cui avventurieri spagnoli in cerca di fortuna, sottoponevano le indifese popolazioni indigene.
Per giungere al terzo tipo di genocidio occorre effettuare un salto temporale lungo esattamente quattro secoli.
L’ultimo elemento della tripartizione è il genocidio perpetrato secondo quello che lo stesso Lemkin definisce lo “stile nazista” (LEMKIN, cit. in CHALK – JONASSOHN, 1990, pag. 9). Un’esplosione criminale senza precedenti, capace di racchiudere in sé tutte le caratteristiche dei modelli precedenti e fonderle a nuove variabili di violenza, creando un tipo di genocidio assolutamente inedito.
Ciò che colpisce maggiormente nella pionieristica definizione di genocidio di Raphael Lemkin è l’inedito riferimento al possibile danneggiamento del patrimonio socioculturale (oltre che fisico) di ciascun gruppo etnico.
Ed è proprio attraverso quest’offensiva culturale che il genocidio si propone come una sorta di espansione di un altro concetto, di matrice francese, individuabile nell’etnocidio. Introdotto da Condominas nel 1965 in “L’exotique est quotidien” (cfr. MARTA, 1995, pag. 190) per designare la strategia americana nei confronti delle etnie delle montagne del Vietnam, l’etnocidio, può essere inteso come una sorta di “diretto prolungamento dell’etnocentrismo” (WILHELM, 1995, pag. 155). Di quel fenomeno storico-culturale, cioè, incentrato sulla credenza che la propria cultura sia essenzialmente superiore alle altre. Una convinzione spesso accompagnata da fastidiose comparizioni. In sostanza, l’etnocentrismo può rappresentare “la tendenza ad identificare le altre culture attraverso il filtro della propria unica presupposizione culturale” (Barfield, 1997, pag. 155).
E’, chiaramente, una prospettiva marcatamente arrogante che si propone l’obiettivo di uniformare ad un unico schema culturale di riferimento tutti i diversi tratti culturali esistenti, negandone automaticamente il valore.
Nel 1947 nel suo “Statement on human rights”, Melville J. Herskovits, uno dei più accesi sostenitori del relativismo culturale, nemesi per antonomasia dell’etnocentrismo, mette chiaramente in evidenza le connessioni tra il pregiudizio etnocentrico e le politiche governative attuate per giustificare o legittimare atti di ostilità o di discriminazione nei confronti di particolari gruppi, minoranze o etnie.
Riprendendo un pensiero che fu già di Franz Boas, Herskovits riconosce una sorta di “complicità antropologica” nell’elevare le conclusioni etnocentriche al rango di pura ideologia scientifica. Attraverso questa traslazione l’etnocentrismo dispiega tutte le sue potenzialità negative, combinando, in una miscela esplosiva, razzismo, scienza antropologica e politica.
Emblematica, in tal senso fu, nel 1965, la pubblicizzazione del cosiddetto “Progetto Camelot” elaborato dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti in collaborazione con diverse équipe antropologiche, per individuare e reprimere i focolai di guerriglia nell’America Latina.
Le responsabilità antropologiche nella diffusione di pratiche etnocide ed, in casi più estremi, genocide, andarono via via estinguendosi.
Oggi “l’antropologia può fornire un valido contributo all’analisi di un fenomeno come il genocidio a patto che, pur in un ottica che privilegi l’analisi di realtà locali e marginali, sappia non rinunciare ad interpretare la complessità del mondo in cui queste realtà sono date e di cui, in definitiva, sono un prodotto” (MARTA, 1995, pp. 190 – 191).
Sociologi, antropologi e filosofi si sono trovati così a discutere di totalitarismo, servitù volontaria, ideologia, liberalismo ma soprattutto di capitalismo, nel tentativo di documentare passo dopo passo i paradossi e le ambiguità originarie di questa “sottovalutazione dell’Altro” (WILHELM, 1995, pag. 152) espressa dall’etnocentrismo, ideale viatico all’etnocidio/genocidio.
Prodotto della cultura occidentale, il capitalismo si rivela il risultato di specifiche scelte culturali che elevano il profitto e l’accumulazione al rango di obiettivi primari dell’intero sistema e che portano, di conseguenza, a considerare la differenza culturale come una sorta di negazione del modello dominante nonché come una sostanziale resistenza all’integrazione nel sistema. Tutto ciò si manifesta chiaramente nel quadro degli sforzi di modernizzazione nei quali certe culture sono presentate come “autentici ostacoli alla realizzazione dello sviluppo economico” (WILHELM, 1995, pag. 152). Partendo da questi presupposti il caso del genocidio è stato sistematicamente trattato nell’ambito di problematiche legate ai fenomeni di colonizzazione e decolonizzazione, nonché a conflittualità etnico-razziali con relativi riferimenti alle politiche espresse nei confronti delle minoranze.
Il primo a superare questa rigida impostazione è stato Leo Kuper, probabilmente uno dei più profondi conoscitori della tematica genocidio.
Con Kuper il concetto di genocidio subisce un ulteriore approfondimento in grado di colmare le già citate lacune presenti all’interno della convenzione delle Nazioni Unite.
Per primo, infatti, ha elaborato una teoria organica del genocidio; una teoria, cioè, in grado di superare la classificazione precostituita riconducibile esclusivamente agli eccidi coloniali e nazisti. In tal modo si cerca di valutare con attenzione tutte le altre, svariate, forme di genocidio non menzionate nella convenzione.
Pensare senza classificare, dunque, superando l’originaria impostazione di Lemkin e di numerosi altri sostenitori dell’imprescindibilità di una tipizzazione di genocidio.
Un approccio mirante a sottolinearne la gravità e l’unicità nel panorama storico, del crimine di genocidio, ma che non fornisce una visione ampia del problema, ricco di sfaccettature sociali, politiche e persino psicologiche. Kuper, invece, allontanando ogni volgarizzazione o banalizzazione del concetto di genocidio, cerca di fornire una teoria onnicomprensiva, incentrata, sì, su di una ripartizione, ma ampia e ricca di connotazioni socio-politiche.
La nuova tipologia “sui generis” di Kuper si rapporta sostanzialmente a due filoni principali: “i genocidi domestici sviluppatisi sulla base di divisioni interne senza una società, e genocidi sorti in conseguenza di conflitti internazionali.” (KUEPER, cit. in CHALK – JONASSOHN, 1990, pag. 17). Ad interessare maggiormente Kuper saranno proprio i cosiddetti genocidi domestici o interni.
Teatro principale di simili tragedie risultano le cosiddette “plural societies” ovvero “società la cui popolazione è composta da gruppi razziali, etnici e/o religiosi differenti con un passato di conflitti violenti e un presente di profonde divisioni” (KUPER 1985, pag. 127).
Secondo Kuper, i genocidi interni vanno suddivisi in quattro differenti categorie comprendenti: genocidi contro gruppi indigeni, genocidi conseguenti politiche di decolonizzazione, originati da lotte per la conquista del potere oppure perpetrati ai danni di gruppi “ostaggio” in grado di fungere da “capro espiatorio”. Ed è proprio in quest’ultima categoria che può collocarsi l’orribile tragedia dell’olocausto.
Una drammatica esperienza che, se non altro, ha il triste merito di aver smosso le acque nel torbido abisso dell’indifferenza. Proprio in conseguenza dello sterminio nazista, infatti, venne promossa, in seno alle Nazioni Unite, la già citata convenzione del 1948. Un documento che oggi non può assolutamente essere preso in considerazione in un’ottica di “repressione e prevenzione del genocidio” così come recita l’intestazione del documento stesso. Il testo, esplicitamente prodotto da quel “terribile ricatto emotivo” (CORTESI, 1995, pag. 94) provocato dall’olocausto, necessita oggi di una maggior estensione su scala globale. Quelle che occorrono sono nuove proposte normative che considerino tutte le mille varianti del problema. Varianti terminologiche, ma anche concettuali.
Genocidio, oggi non può voler dire solo olocausto. Genocidio è Rwanda, Amazzonia, Bosnia, Kossovo. Genocidio è violazione di diritti umani. E’ “Ecocidio”, ovvero criminalità ambientale regolata da strategie capitaliste. Nessuna di queste eventualità deve essere trascurata.
Sulla base di queste considerazioni, diverse iniziative si sono ripetute per accelerare i tempi verso la creazione di un valido corpus preventivo e repressivo nei confronti dei crimini di genocidio. Iniziando un lungo e tortuoso percorso, comitati politici, antropologi ed organizzazioni non governative (le cosiddette O.N.G.) sono riusciti a scardinare l’insopportabile muro di gomma eretto da numerose realtà occidentali, Stati Uniti in testa. Dai due protocolli aggiuntivi alla convenzione per la repressione del delitto di genocidio del 1948 si è così finalmente giunti all’istituzione di un Tribunale internazionale dei popoli a carattere permanente. Un tribunale sempre vigile che non venga istituito soltanto innanzi al fatto compiuto come nel tragico caso di Norimberga o in conseguenza degli eccidi nella ex-Jugoslavia. Un tribunale d’opinione, privo di effettiva valida efficacia, ma che conserva come obiettivo principale, “non solo i crimini contro l’umanità, ma anche la loro impunità” (FERRAJOLI, 1995, pag. 7).

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Cisco: nel 2017 la metà della popolazione mondiale sarà connessa a Internet

Dal 2012 al 2017, il traffico IP globale crescerà di tre volte

Il 4 giugno 2013

Lo studio Visual Networking Index (VNI) Forecast (2012-2017) di Cisco mostra, ancora una volta, la domanda apparentemente insaziabile di ampiezza di banda e fornisce una visione dei requisiti architetturali necessari per poter fornire esperienze di qualità. Con un numero sempre maggiore di persone, cose, processi e dati connessi all’Internet of Everything, le reti intelligenti sono fondamentali così come è fondamentale il ruolo dei service provider che le gestiscono .

Secondo le previsioni contenute nello studio il traffico IP globale crescerà di tre volte tra il 2012 e il 2017. Lo studio include i trend di crescita del traffico IP fisso globale e di adozione dei servizi, inclusi nel VNI Global Mobile Data Traffic Forecast, rilasciato all’inizio dell’anno. Entro il 2017, ci saranno circa 3,6 miliardi di utenti Internet – oltre il 48% della popolazione mondiale prevista in quel periodo (7,6 miliardi). Nel 2012, gli utenti Internet erano 2,3 miliardi – circa il 32% della popolazione mondiale (7,2 miliardi).

ciscovni2Globalmente, entro il 2017, ci saranno oltre 19 miliardi di connessioni di rete (dispositivi personali fissi/mobili, connessioni M2M, ecc.) rispetto a 12 miliardi di connessioni nel 2012. La velocità media delle reti fisse a banda larga aumenterà di 3,5 volte dal 2012 al 2017, passando da 11,3 Mbps a 39 Mbps.

Gli utenti connessi alla rete genereranno 3 trilioni di minuti di contenuti Internet video al mese .Entro il 2017 ci saranno circa 2 miliardi di utenti dell’Internet video (esclusi quelli solo mobile) – nel 2012 erano 1 miliardo.

Nel 2012, il 26% del traffico Internet è stato generato da dispositivi diversi dai PC, ma entro il 2017, la parte di traffico Internet generato da dispositivi diversi dai PC crescerà al 49%. Il traffico originato dai PC crescerà ad un tasso CAGR del 14%, mentre gli altri dispositivi/connessioni avranno il più alto tasso di crescita nel periodo di previsione :TV (24%), tablet (104%), smartphone (79%), e moduli M2M (machine-to-machine) (82%).

Poiché i service provider di tutto il mondo stanno realizzando l’Internet di prossima generazione, entro il 2017 circa la metà della popolazione mondiale avrà accesso alla rete e a Internet. Mediamente, una famiglia con accesso Internet genererà 74,5 gigabyte al mese, rispetto ai 31,6 gigabyte al mese nel 2012.

Inoltre, secondo le previsioni, l’Internet of Things (la connessione in rete di oggetti fisici) sta mostrando una crescita tangibile e impatterà le reti IP globali. Globalmente, le connessioni M2M cresceranno di tre volte, passando dai due miliardi nel 2012 a sei miliardi nel 2017. Le applicazioni, come ad esempio la videosorveglianza, i contatori intelligenti, le attività di tracking delle risorse/pacchetti, gli animali domestici/bestiame con chip, gli schermi sanitari digitali e una serie di altri servizi M2M di prossima generazione, stanno favorendo tale crescita.

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I beduini all’ONU per salvarsi da Israele

Eid Jahalin, rappresentante delle comunita’ beduine in Cisgiordania, va al Palazzo di Vetro per evitare il nuovo piano di ricollocamento disegnato da Tel Aviv.

martedì 11 giugno 2013 08:44

New York, 11 giugno 2013, Nena News – Per migliaia di anni, il popolo beduino ha vissuto in Palestina. Da circa 60 anni, i beduini palestinesi sono stati ripetutamente trasferiti per fare spazio alle colonie israeliane.

I beduini combattono da anni per essere riconosciuti da Israele come popolo indigeno e Eid Jahalin, 49 anni, residente nell’area di Gerusalemme, porta la loro causa in giro per il mondo. Jahalin ritiene che “una terra senza popolo” sia l’unico target israeliano, mentre la vasta esperienza beduina della vita nel deserto, praticata da secoli e cruciale a preservare i cambiamenti climatici, rischia di essere persa.

Lucy Wescott ha parlato con Eid Jahalin nella sua ultima visita a New York, alle Nazioni Unite.

Quali sono gli ultimi sviluppi riguardo la ricollocazione dei beduini da parte del governo israeliano?

Il governo israeliano sta continuando con le stesse proposte, lo stesso progetto e lavora velocemente. Non c’è alcuna pressione su Israele e nessuno che stia tentando di fermare il piano. Pochi giorni fa, il piano è stato pubblicato e i coloni hanno parlato di una città beduina a Nuweimeh. Dicono che non vogliono dare un premio ai beduini solo perché il segretario di Stato americano, John Kerry, nella sua recente visita in Israele, ha detto che è necessario fermare la colonizzazione. Moshe Ya’alon, il ministro della Difesa israeliano, è nuovo e ha detto che studierà il piano di ricollocamento dei beduini, ma al momento la pressione è minima. Credo che il governo e i coloni lavorino insieme, che siano partner. Quando c’è una sorta di pressione e il governo è bloccato, allora manda avanti i coloni. Quello che non può fare da solo, lo fa fare ai coloni.

Da quanto questa situazione va avanti?

Dal 1967. Dal 1967 al 1978 era gestita solo dall’esercito, che confiscava le terre e le dichiarava zona militare. Un anno e mezzo dopo hanno dato la terra ai coloni. Dopo il 1978 è iniziato il caos. L’ultimo trasferimento forzato di massa è stato nel 1997-98, quando oltre duemila persone furono espulse. Durante questo periodo, le famiglie sono state spostate in dei container, lasciandole vicino ad una discarica. Ad oggi, ci sono ancora persone che vivono lì perché non hanno il denaro necessario ad andarsene.

E la situazione attuale?

Uno dei problemi più grandi è che molti bambini, di otto anni ma anche più giovani, soffrono di malattie perché sono nati vicino alla discarica. Malattie che nemmeno Hadassan, il principale ospedale di Gerusalemme, sa diagnosticare. Un’intera famiglia – madre, padre e tre bambini – è malata e nessuno sa di cosa. Gli ospedali dicono che è la prima volta che vengono a contatto con simili malattie. I bambini sono ancora malati e costretti a restare a casa con i genitori.
Se scendi da Gerusalemme verso la Valle del Giordano, puoi vedere i beduini vivere lungo la strada. Il governo fa pressioni: non possiamo vivere nel deserto sull’altro lato della strada, per cui possiamo fermarci solo vicino. Se ce lo permettessero, se ci dessero l’ok, non vedreste nemmeno un beduino vivere lungo la strada. I beduini non hanno bisogno di vivere vicino alle vie di comunicazione e di trasporto.

Che contatti avete con le autorità israeliane?

Se solo il governo israeliano ci lasciasse in pace. Hanno chiuso l’accesso alla scuola della comunità. E’ questo il loro aiuto? Non ci permettono l’accesso alla sorgente d’acqua e se un beduino si sposta nel deserto, lo arrestano, lo portano in tribunale e poi in prigione, costretto anche a pagare una multa da mille o duemila shekel (200 o 400 euro). Il deserto è il luogo naturale per i beduini, ma il governo non ci permette di raggiungerlo. Ci hanno chiusi dentro una scatola. E se il governo israeliano, come dice, sta aiutando la popolazione indigena, vorrei avere almeno un esempio.

Quale esperienza i beduini rischiano di perdere con questi continui spostamenti?

Un esempio: un mese fa ero nella Valle del Giordano, a Gerico, e tutti si lamentavano del caldo. Quando sono tornato a casa, nessuno della mia famiglia si lamentava del caldo perché siamo beduini, siamo abituati e sappiamo quando uscire e quando no, quando il deserto può essere un pericolo e quando no. A New York, non so esattamente dove mi trovo, ma nel deserto sono a casa. Conosco tutto. Il clima sta cambiando e ora dobbiamo pensare a quali necessità ci troviamo di fronte. Vivo nel deserto, per me è facile avere a che fare con questi cambiamenti, non come se vivessi in una città.
Questo pianeta è una piccola palla. Se qualcuno ne danneggia un lato, ne sentiremo le conseguenze sull’altro, per cui dobbiamo proteggere la terra.

Nella sua prima visita alle Nazioni Unite, cosa spera che la comunità internazionale capirà della situazione del popolo beduino?

Spero che comprenderanno molto. Spero che un raggio di luce illuminerà la nostra situazione, cosa ci sta accadendo e qual è la situazione del clima globale. Sono venuto qui per avvertirli.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=77682&typeb=0&I-beduini-all-ONU-per-salvarsi-da-Israele

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Genocidio culturale

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Genocidio culturale è la distruzione deliberata dell’eredità culturale di una popolazione o di una nazione per ragioni politiche, militari, religiose, ideologiche, etniche o razziali.

La legge internazionale

Già nel 1933, Raphael Lemkin propose una componente culturale del genocidio, che egli chiamò “vandalismo“.[1]

Comunque, i responsabili della convenzione del 1948 sui genocidi lasciò cadere il concetto dalle loro considerazioni.[2] La definizione legale di genocidio è lasciata non specificata circa l’esatta natura in cui il genocidio è fatto, se è la distruzione di un gruppo razziale, religiosso, etnico o nazionale.[3]

L’articolo 7 di una bozza del 1994 della dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene usa l’espressione “genocidio culturale” ma non definisce che cosa significhi.[4] L’articolo completo è questo:

“Le persone indigene hanno il diritto collettivo e individuale a non essere soggetti a etnocidio e genocidio culturale, inclusa la prevenzione di la riparazione per:

(a) Ogni azione che ha lo scopo o l’effetto di privarli della loro integrità come persone distinte, o dei loro valori culturali o identità etniche;
(b) Ogni azione che ha lo scopo o l’effetto di espropriarli delle loro terre, territori o risorse;
(c) Ogni forma di trasferimento della popolazione che ha lo scopo o l’effetto di violare o minare i loro diritti;
(d) Ogni forma di assimilazione o integrazione con altre culture o stili di vita imposti loro con misure legislative, amministrative o altre;
(e) Ogni forma di propaganda diretta contro di loro.”

È da notare che questa dichiarazione è apparsa solo in una bozza. La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite durante la sua 62 esima sessione presso il palazzo di vetro dell’ONU a New York il 13 settembre 2007, ma parla solo di “genocidio”, non di “genocidio culturale”, sebbene l’articolo non sia cambiato.

Accanto al suo valore legale, il termine ha acquisito un valore retorico come un’espressione che è usata per protestare contro la distruzione ddell’eredità culturale. È anche usato male come tormentone per condannare qualsiasi distruzione la persona disapprovi.

Esempi di utilizzo del termine

  • Nel 2007, un membro del Parlamento canadese criticò la distruzione di documenti che definivano il trattamento dei membri delle Prime nazioni come “genocidio culturale” da parte del Ministro degli Affari Indiani.[6]
  • La distruzione di Khachkar a Nakhchivan da parte dell’Azerbaijan di migliaia di pietre tombali armene medievali presso il cimitero di Julfa, e la seguente negazione dell’Azerbaijan che il sito archeologico fosse mai esistito, è stato ampiamente scritto come un esempio di genocidio culturale.[7][8]
  • Quando il ministro dei beni culturali della Turchia riaprì la chiesa di Aghtamar come un museo, i critici contestaarono l’utilizzo del suo nome trasformato in turco, vedendo in questo una negazione dell’eredità armena della regione e come una sorta di “genocidio culturale”.[9]
  • Alcuni studiosi hanno discusso se “genocidio culturale” descriva correttamente la soppressione della lingua, delle tradizioni e della storia coreani da parte del Giappone durante l’occupazione dal 1910 al 1945.[10]
  • Alcune persone di destra hanno applicato il termine “genocidio culturale” a quello che loro vedono come il decadimento della civiltà occidentale a causa delle politiche liberali sull’immigrazione, della diversità e del multiculturalismo.[11][12]
  • Nel 1989, Robert Badinter, un avvocato francese di grande fama, partecipò ad un famoso programma televisivo francese, Apostrophes, dedicato ai diritti umani, con il Dalaï Lama Tenzin Gyatso. Parlando della scomparsa della cultura tibetana nel Tibet, Robert Badinter utilizzò il termine “genocidio culturale”.[13] Più tardi, e per la prima volta nel 1993, il Dalaï Lama usò la stessa espressione di genocidio culturale per descrivere la distruzione della cultura tibetana.[14] Più recentemente, durante i fermenti del Tibet del 2008, il Dalai Lama accusò la Cina di praticare il genocidio culturale contro il popolo del Tibet.[15]
  • Secondo Rebiya Kadeer, presidente dell’Associazione Americana degli Uiguri, “In nome della cosiddetta educazione bilingue, le autorità cinesi hanno cominciato ad imporre la lingua cinese e sostituire la lingua uigura. Hanno cominciato gradualmente a cancellare la lingua, la scrittura, la letteratura e lo stile di vita degli Uiguri. Noi consideriamo questo una sorta di genocidio culturale, un sistema per eradicare gradualmente la popolazione uigura.”. In aggiunta, è riconosciuto che il governo cinese ha costretto ad abortire delle donne uigure e ne ha portare una cifra stimata in 60 000 nelle fabbriche del continente cinese.[16]
  • Le pulizie etniche perpetrate contro i Kashmiri Pandit dai militari musulmani nella campaagna per la secessione del Kashmir dall’unione indiana. Dall’inizio delle violenze nel 1989, il 90% dei Kashmiri Pandit nella valle sono stati costretti a partire. Gli esiliati vivono adesso come rifugiati presso Nuova Delhi.
  • La politica di Pol Pot e dei Khmer Rossi in Cambogia fu particolarmente violenta nei confronti della società e della struttura sociale cambogiana.

Note

  1. ^ Raphael Lemkin, Acts Constituting a General (Transnational) Danger Considered as Offences Against the Law of Nations (J. Fussell trans., 2000) (1933); Raphael Lemkin, Axis Rule in Occupied Europe, p. 91 (1944).
  2. ^ See Prosecutor v. Krstic, Case No. IT-98-33-T (Int’l Crim. Trib. Yugo. Trial Chamber 2001), at para. 576.
  3. ^ Convention on Prevention and Punishment of Genocide, art. 2, Dec. 9, 1948, 78 U.N.T.S. 277.
  4. ^ Draft United Nations declaration on the rights of indigenous peoples drafted by The Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities Recalling resolutions 1985/22 of 29 August 1985, 1991/30 of 29 August 1991, 1992/33 of 27 August 1992, 1993/46 of 26 August 1993, presented to the Commission on Human Rights and the Economic and Social Council at 36th meeting 26 August 1994 and adopted without a vote.
  5. ^ William Schabas, Genocide in international law: the crimes of crimes, Cambridge University Press, 2000, ISBN 0521787904, Google Print, p.179
  6. ^ Jorge Barrera , ‘Genocide’ target of fed coverup: MP, Edmonton Sun, April 25, 2007.
  7. ^ History Today, November 2007, “Sacred Stones Silenced in Azerbaijan”
  8. ^ Switzerland-Armenia Parliamentary Group, “The Destruction of Jugha”, Bern, 2006.
  9. ^ Cengiz Çandar, The So-Called ‘Akdamar museum’, Turkish Daily News, March 30, 2007.
  10. ^ CGS 1st Workshop: “Cultural Genocide” and the Japanese Occupation of Korea
  11. ^ The Era of Defamation and Multi-Cultural Genocide The British National Party claims “multi-cultural genocide” in progress against Britain.
  12. ^ John Tyndall Arrested Former Ku-Klux Klan leader David Duke claims cultural genocide against Whites
  13. ^ Les droits de l’homme Apostrophes, A2 – 21/04/1989 – 01h25m56s, Web site of the INA
  14. ^ 10th March Archive
  15. ^ BBC NEWS | World | Asia-Pacific | ‘Eighty killed’ in Tibetan unrest
  16. ^ Beyond Guantanamo: China’s Uyghur Muslim Minority – YouTube
  17. ^ Korean Buddhists rally against ‘pro-Christian bias’
  18. ^ http://www.polity.co.uk/global/pdf/GTReader2eTomlinson.pdf

Voci correlate

Collegamenti esterni

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L’eclissi della bellezza – Genocidi e diritti umani

AA.VV.
L’eclissi della bellezza – Genocidi e diritti umani

Recensione
“Ci è stata rubata la nostra dignità di uomini” scrivono i testimoni dei genocidi del ’900, ma “abbiamo scelto la vita”. Così fanno memoria uomini e donne che hanno vissuto l’eclissi della bellezza, la totale distruzione della persona in Armenia, Russia, Germania, Polonia, Austria, Europa, Cina, Tibet, Cambogia, Istria, Rwanda, Darfur…. per trovare la propria identità. È un viaggio, storico, esperienziale, filosofico, esistenziale nella verità, quella del male e quella del bene: “perché il genocidio? “Perché il male?”, “perché la vita? perché il bene?”. Le risposte degli Autori, drammaticamente vere, alla base hanno “l’amore che metterà radici anche là dove non ci sono strade e costruirà eleverà, trasformerà”. La memoria di ieri, dicono i protagonisti, è la risposta alla storia di oggi a 60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
I genocidi sono tragicamente unici, imparagonabili, ma vittime e carnefici sono persone. La negazione della dignità dell’uomo trasforma i diritti umani in diritti disumani, sempre. Perché dopo 60 anni di diritti umani i genocidi continuano? Aborto, eutanasia sono genocidi? Selezione preimpianto, manipolazione genetica, infanticidio sono eugenetica? Chi è “persona umana”? L’embrione è persona? Chi ha diritto ai diritti dell’uomo? Si può dire di sì ai genocidi “moderni” perché ieri si è detto sì ad Auschwitz, ai gulag… senza farsi domande? In quest’opera si cerca di essere la voce di tutte le vittime dei genocidi e di dire “no”, perché quello che è stato non avvenga più. Questo volume riporta gli atti del convegno “L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani” svoltosi nei giorni 9-10-11 febbraio 2007 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, patrocinato dalla Regione Lombardia, dalla Provincia e dal Comune di Brescia.
Autori:
Antonio Socci, Wanda Poltwaska, Mario Melazzini, Carlo Casini …
Nota breve
Storia e testimonianze dei genocidi nel ’900: da quello degli Armeni a quello comunista per finire con l’aborto.

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I GENOCIDI DEL XX SECOLO

1. GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO

I “Giovani Turchi” (ufficiali nazionalisti dell’Impero ottomano) ordinarono tra il 1915 e il 1923 vasti massacri contro la popolazione armena cristiana. Le successive deportazioni di massa porteranno il numero delle vittime a un milione e mezzo circa.

2. GENOCIDIO DEI POPOLI DELLA CINA

Nell’anno 1900, la rivolta dei “Boxer” causò oltre 30 mila morti, in gran parte cristiani. E sono almeno 48 milioni i cinesi caduti sotto il regime di Mao tra il “Grande salto in avanti”, le purghe, la rivoluzione culturale e i campi di lavoro forzato, dal 1949 al 1975.

3. GENOCIDIO DEI POPOLI DELLA RUSSIA

Non meno di 20 milioni i russi eliminati durante gli anni del terrore comunista di Stalin (1924/1953). Esecuzioni di controrivoluzionari e di prigionieri, vittime del gulag o della fame.

4. GENOCIDIO DEL POPOLO EBRAICO

Con l’avvento del nazismo di Hitler in Germania (1933/1945) viene avviato lo sterminio del popolo ebraico in Europa; le vittime di questo immane olocausto sono calcolate in oltre 6 milioni di persone, la gran parte di loro morta nei campi di sterminio.

5. GENOCIDIO DEI POPOLI DELL’INDONESIA

Nel periodo 1965/67, quasi un milione di comunisti indonesiani sono stati deliberatamente eliminati dalle forze governative indonesiane, mentre tra il 1974 e il 1999 sono stati eliminate da gruppi paramilitari filo-indonesiani 250 mila persone della popolazione di Timor-Est.

6. GENOCIDIO DEL POPOLO CAMBOGIANO

Un milione di cambogiani sono morti in soli quattro anni, tra il 1975 e il 1979, sotto il regime di terrore instaurato dai Khmer rossi di Pol Pot.

7. GENOCIDIO DEL POPOLO SUDANESE

Si stima che un milione e novecentomila cristiani e animisti siano morti a causa del blocco imposto dal governo di Khartum all’arrivo degli aiuti umanitari destinati al Sudan meridionale.

8. GENOCIDIO DEI POPOLI DEL RWANDA E DEL BURUNDI

Dal 94 ad oggi, 800 mila civili ruandesi sono stati massacrati nel conflitto scoppiato tra hutu e tutsi; un’analoga cifra è stimata per le vittime del vicino Burundi.

9. GENOCIDIO DEI POPOLI DELL’AMERICA LATINA

Dalla Rivoluzione messicana, ai “desaparecidos” delle dittature militari degli ultimi decenni del XX secolo, sono oltre un milione le vittime innocenti della violenza di Stato dei regimi sudamericani.

Inoltre solo in Amazzonia si calcola che quasi 800 mila indios sono morti in un secolo, per le angherie e i soprusi subiti.

10. GENOCIDIO DEL POPOLO IRACHENO

Un organismo dell’ONU ha stimato nel 1998 in un milione di morti, tra cui 560 mila bambini, gli iracheni morti a causa dell’embargo internazionale e della politica di Saddam Hussein.

Non si hanno a tutt’oggi cifre sicure sulle vittime dei genocidi e delle “pulizie etniche” compiute nella ex-Yugoslavia, in Liberia, Sierra Leone, Angola, Congo, Libano, Corea del Nord, Sri Lanka, Haiti, Tibet … e l’elenco purtroppo si allunga ogni anno di più!

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Il secolo dei genocidi:

Altri appunti correlati:
Per approfondire questo argomento:
Ampio e preciso riassunto del testo di Bernard Bruneteau che affronta un tema scottante: il genocidio, che sembra essere una specialità dell’ultimo secolo. Il volume spiega le origini ideologiche e storiche del comportamento genocidiario, che affondano in una lettura distorta delle scoperte di Darwin sulla selezione naturale, e nella violenza estrema della prima guerra mondiale. L’autore prende poi in considerazione i principali genocidi del XX secolo: quello armeno, quello sovietico nei confronti di minoranze e classi sociali, quello ebraico, quello cambogiano, quello bosniaco e quello ruandese.

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Indice dei contenuti:

  1. XIX secolo: dominio dell’Europa imperialista
  2. Darwin: selezione naturale e razzismo
  3. Eugenetica
  4. Prima guerra mondiale: distruzione assoluta del nemico
  5. Violenza alla base del terrore di Lenin
  6. Sterminio del popolo armeno a opera dei turchi
  7. L’impero ottomano e le minoranze
  8. Abdul Hamid: la cultura del disprezzo del miscredente
  9. Dal massacro degli armeni allo sterminio: i Giovani Turchi
  10. Deportazioni del popolo armeno
  11. Il progetto ideologico dei giovani turchi
  12. Il genocidio armeno tra oblio, negazione e riconoscimento tardivo
  13. Politiche genocidiarie nella russia sovietica
  14. La liquidazione dei Kulak in quanto classe
  15. Liquidazione dei kulak: un genocidio
  16. La carestia-genocidio del 1932-33 in Ucraina
  17. Ucraina: carestia come processo di sovietizzazione
  18. La politica di deportazione etnica della Russia tra il 1937 e il 1949
  19. Il progetto globale di Stalin e la pulizia etnica
  20. Interpretazione dello sterminio degli Ebrei in Europa
  21. Le fasi del genocidio ebraico
  22. La globalità della politica nazista di sterminio
  23. Zingari: stermino nazista non determinato
  24. Cultura di guerra e fantasmi genocidiari di una generazione SS
  25. La Shoah è unica?
  26. Il genocidio impunito della Cambogia
  27. Le vittime del Kampuchea democratico
  28. Mortalità nella Kampuchea democratica
  29. L’Angkar e i suoi esecutori
  30. Khmer rossi e Mao in Cina
  31. Genocidio cambogiano o genocidio comunista?
  32. Cambogia: sterminio degli opponenti al regime
  33. Modelli per la rivoluzione socialista di Pol Pot
  34. A quando il processo ai khmer rossi?
  35. L’etnismo genocidiario del dopo guerra fredda e la nascita di una giurdizione internazionale permanente
  36. Bosnia: la pulizia etnica tra nazionalismo essenzialista e politica della memoria
  37. Risoluzione del ’92 sulla Bosnia: tra pulizia etnica e genocidio
  38. Ruanda: un genocidio decentrato come esito dell’etnismo
  39. Interpretazioni del genocidio ruandese
  40. Origine delle etnie tutsi e hutu nel colonialismo europeo
  41. Rivoluzione sociale del 1959 in Ruanda
  42. Lotta armata in Ruanda dal 1990
  43. La corte penale internazionale e la sua genesi

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Fatta la censura, trovato l’inganno: quando la resistenza tunisina sboccia sulla rete

di Ouejdane Mejri Associazione Pontes dei Tunisini in Italia

censura internet, rivoluzione e internet, tunisia e internetQuando il dittatore Ben Ali ha deciso di fornire alle famiglie tunisine dei computer detti “popolari”, a prezzi accessibilissimi, così da democratizzare l’informatizzazione di una società altamente alfabetizzata non si è reso conto di aver dotato la gioventù repressa di quell’arma letale che lo avrebbe liberato dal tiranno. La Tunisia si è distinta a livello internazionale negli ultimi anni con il numero di giovani ingegneri informatici e con le commissioni estere per i lavori tecnologici ospitando addirittura nel 2005 il vertice mondiale sulla società dell’informazione (World Summit on the Information Society – WSIS) organizzato dall’UNESCO. Questo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni si è scontrato nella realtà quotidiana con una politica liberticida che ha imbavagliato l’intera società.
Infatti, se da una parte l’accesso a Internet è stato liberalizzato e quasi il 40% dei tunisini aveva un varco alla rete delle reti, questo contatto con il mondo affrancato era invece altamente censurato grazie a sistemi estremamente sviluppati di “filtraggio” del web. L’accesso a Internet transitava interamente dall’Agenzia Tunisina di Internet (ATI) permettendo in questo modo di controllare sia le politiche sia i fornitori di accesso alla rete.

La politica di repressione informatica aveva vari obiettivi, in primis quello di bloccare l’effetto unificatore e di contatto che poteva avere la rete sui cittadini. Il regime interrompeva e disturbava continuamente le connessioni alle reti sociali e ai sistemi di comunicazione come skype, più difficilmente controllabili. La dittatura avendo un obiettivo di frammentazione della società, tale da vietare ogni raggruppamento di persone in luoghi pubblici, figuriamoci lasciare questi incontri avvenire in spazi non sorvegliabili.

In secondo luogo, la propaganda mediatica del regime, madre di un blackout informativo completo sui mass media classici, non poteva tollerare il passaggio di informazioni relative al territorio sulla piattaforma Internet. Infatti, la censura sopportava il blocco automatico dell’accesso ad alcuni siti di condivisione dei video e delle immagini come youtube, dailymotion, Flickr o Vimeo. La propaganda tunisina si basava sulla politica dell’“Occhio che non vede, cuore che non duole”.

Finalmente, la repressione della polizia politica, organismo di stato responsabile degli arresti dei dissidenti politici o dei cosiddetti “terroristi” islamici, si occupava invece del controllo delle mail e del filtraggio dei loro contenuti, chiudendo anche in questo caso puntualmente gli accessi alle free mail (gmail, yahoo, msn, etc.) oppure deturpando le credenziali di accesso degli utenti tramite sistemi di phishing per controllare meglio questi dati. La squadra speciale di censura informatica era quindi schierata in gran numero su tutto il territorio virtuale tunisino.

La tecnologia, però, si è avverata un’arma a doppio taglio e fatta la censura è stato subito trovato l’inganno. Gli internauti tunisini si sono trasformati quindi da semplici utenti in ottimi hacker spezzando l’assedio del despota. Il nemico comune era personificata nel famoso epiteto “Ammar 404” che si riferisce all’errore 404 del protocollo HTTP, sinonimo della censura spavalda. Armati di proxy per deviare gli accessi su reti virtuali private (VPN), i tunisini si sono avventurati nei tunnel virtuali di Tor per deviare le loro comunicazioni attraverso una rete distribuita di server (relay) gestiti da volontari in tutto il mondo. Questi sistemi di anonimizzazione impediscono al censore che osserva la connessione Internet di sapere quali siti vengono visitati e soprattutto impediscono ai siti visitati di identificare la posizione geografica raggirando i blocchi messi sulla Tunisia.

Nel maggio 2010, una manifestazione virtuale pacifica web 2.0, denominata “Sayeb Sala7” (it. “lasciaci perdere”), viene tenuta su facebook e twitter. I tunisini non avendo il diritto di organizzare manifestazioni in piazza hanno sfruttato la “piazza virtuale” per cercare di far prendere coscienza al mondo del controllo assoluto dello Stato sulla rete delle reti, nella speranza di portare maggiore apertura da parte del governo tunisino. Non si può parlare di queste azioni senza citare i famosi blogger, valorosi giovani tunisini, che da qualche anno hanno sfidato non solo censura ma soprattutto i soprusi della polizia politica. Tanti di loro sono finiti più di una volta nei sotto-suoli del ministero degli interni, il cosiddetto “Guantanamo tunisino” ma le persecuzioni del regime non hanno fermato le loro aspirazioni a denunciare i soprusi e a tentare di cambiare lo status quo.

L’operazione “Payback” di Anonymous si attiva il 4 gennaio 2011 intervenendo nel cuore rovente della rivoluzione della dignità e delle libertà in Tunisia. La squadra internazionale dei “giustizieri” virtuali anonimi avverte il governo del tiranno che finché non sarà ristabilita la libertà della rete gli attacchi all’infrastruttura governativa non cesseranno, anzi questo primo assalto era sono un inizio. Questo ammonimento si è trasformato in una premonizione e la storia ci racconta come il controllo del presente dei tunisini da parte del dittatore scellerato non ha avuto più effetto sul futuro di questo popolo intrepido.

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LA VIOLENZA SU INTERNET / La doppia trappola delle regole al web

17 dicembre 2009

È stato saggio da parte del governo ricorrere a un disegno di legge piuttosto che a un decreto legge per perseguire i soggetti che, trincerandosi dietro l’anonimato di un blog o di un social network, commettono reati, istigano alla violenza, si dedicano in maniera professionale all’insulto e all’ingiuria. Saggio per due motivi. Il primo: agire con decreto, sull’onda dell’emozione provocata dall’aggressione al presidente del Consiglio (con conseguente proliferare di blog anti-Berlusconi), avrebbe prodotto un risultato certamente non all’altezza della situazione. Il secondo: il disegno di legge consentirà di fare una valutazione complessiva e approfondita sull’intera, delicata materia. Occorrerà mettere assieme le diverse esigenze di garantire la libertà d’espressione e di perseguire i reati commessi attraverso i social network. D’opinione e materiali. Tenendo presente che internet è un’autostrada su cui corrono molti veicoli. Occorre multare e fermare solo quelli che oltrepassano i limiti di velocità e provocano incidenti, senza correre il rischio di ritirare la patente agli automobilisti diligenti.

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Guardate questi occhi sono di una ragazza morta per cyberbullismo

ottobre 12, 2012

Amanda Michelle Todd una ragazzina canadese, una nativa digitale, si è tolta la vita a soli 15 anni, per aver subito un’azione di cyberbullismo, un fenomeno non nuovo ma estremamente pericoloso.

La storia

Amanda frequenta una video chat come milioni di suoi coetanei che, spinti da curiosità e voglia di confronto e amicizia, si incontrano sul web.

La ragazza viene avvicinata da un uomo, quest’ultimo la lusinga, la ammalia, la invita a mostrarsi senza maglietta in webcam. La ragazza cede, in fin dei conti è un gioco intrigante, la fa sentire adulta, più grande delle sue coetanee.

Trascorso un anno l’uomo minaccia la ragazza di pubblicare gli screenshot (fermo immagine) di quell’incontri virtuali in cui la ragazza si era mostrata in topless.
Amanda cade in depressione, la vergogna sarebbe immensa se venisse diffusa quella foto, le ripercussioni: familiari, scolastiche e amicali inimmaginabili.

Lo sconosciuto molestatore pubblica le foto in un profilo social con tutti i dati personali di Amanda, recuperati attraverso il web, scoppia il dramma.

Amanda trova un errato rifugio nell’alcool, nella droga, poi l’intervento dei medici e del personale di sostegno scolastico, degli psicologi sembra ridare serenità e fiducia alla ragazza che arriva a girare, il mese scorso il 7 settembre 2012, un video in cui racconta/scrive la sua storia. (vedi sotto)

Amanda cerca di superare il suo dramma invitando i suoi coetanei a porre la massima attenzione quando usano le nuove tecnologie della comunicazione, la consapevolezza dello strumento non può farti del male.

Il dramma

Sono trascorsi pochi giorni, Amanda non riesce a superare quel senso di vergogna, quel senso di colpa che ogni giorno la condanna attraverso lo sguardo giudicante del vacuo perbenismo delle persone che incontra.

Sulla sua bacheca arrivano messaggi del tipo: “bevi la candeggina”, “devi morire”, sei una puttana”; senza pietà viene offesa, viene umiliata, subisce ancora una volta il cyberbullismo.

Alla fine il peso diventa insostenibile, Amanda Michelle Todd si toglie la vita il 10 ottobre 2012 all’età di soli 16 anni.

Considerazioni

Casi del genere maledettamente non sono pochi, ci sono tantissime ragazze: Stefania, Manuela, Francesca, Luciana, Paola, Valentina, Chiara, Valeria che ogni giorno vivono lo stesso disagio, nel mio lavoro ho vissuto il dramma di due ragazze vittime di cyberbullismo: la prima non ha retto e si è tolta la vita, la seconda i medici sono stati in grado di salvarla. Entrambe sono state vittime la prima volta del cyberbullismo e la seconda del giudizio ingiusto e stupido della gente.

Le ragazze che cadono nella trappola del cyberbullismo non devono essere stuprate due volte: la prima attraverso i bit cattivi e la seconda dallo sguardo della gente; al contrario la Comunità deve essere in grado di aiutare, supportare, comprendere le vittime altrimenti si rischia di diventare complici del cyber criminale.

Questo articolo è il mio contributo affinchè aumenti l’uso responsabile e consapevole della tecnologia digitale e questo è il video di Amanda in cui un mese fa raccontava la sua storia che spero fortemente non vada perduta.

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Minacce web, Gianni Riotta: “Ricorrere alla polizia è assurdo, violenza sulla rete è specchio del clima politico”

L’Huffington Post  |  Di Pubblicato: 15/05/2013 16:59

Riotta

La polizia postale che bussa a casa degli internauti accusati di aver minacciato e diffamato Laura Boldrini. La procura di Nocera Inferiore che indaga su 22 persone per offesa (via commento al blog di Grillo) “all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica”. Internet ci rende davvero più liberi? Qual è il confine tra far west e stato di polizia? Lo abbiamo chiesto a Gianni Riotta, editorialista de La Stampa e Visiting Professor alla Princeton University. Nonché autore di un libro il cui titolo, al momento, appare particolarmente azzeccato: “Il web ci rende liberi? Politica e vita quotidiana nel mondo digitale“.

“Lo scenario che si sta configurando – con la polizia postale che entra nelle case – è la tipica soluzione all’italiana”, spiega Riotta. “Quando non sai come risolvere un problema ci mandi i carabinieri. Non sai come tenere a bada i contadini, gli operai, gli studenti? Ci mandi i carabinieri. Non sai come acciuffare Pinocchio? Carabinieri. Ora che Pinocchio si è spostato sulla rete, polizia anche per il web. Solo che lì non è così facile. Basta un ragazzino un po’ sveglio per spostare il server da un’altra parte e fare quello che si vuole”.

Qual è la sua opinione su quello che sta succedendo in Italia?

Come sempre l’Italia è il Paese degli eccessi: stoltamente si è predicato per anni che l’online fosse la prateria, il regno della libertà assoluta dove poter fare tutto quello che si voleva. Ora – finalmente – ci si è accorti che non è così, e cosa si fa? Si risolve la questione all’italiana, arrestando la gente, mandando la polizia postale nelle case. È un approccio assurdo che riflette l’immaturità del dibattito italiano.

Tutto è nato dal grido d’allarme lanciato dalla presidente Boldrini…

Non penso che la presidente della Camera Laura Boldrini volesse questo quando ha rilasciato l’intervista a Repubblica. Forse in quell’intervista c’era un forma di ingenuità, non credo che Boldrini avesse voluto scatenare questo tipo di reazioni.

Da cosa nascono, secondo lei, queste reazioni?

L’errore che si commette in Italia (ma non solo) è distinguere tra realtà virtuale e realtà-realtà. Sto tenendo un corso a Princeton proprio su questo tema: non c’è nessuna differenza tra realtà virtuale e non. Il popolo del web non esiste: il popolo della rete sono io, tua zia, i ragazzini per la strada.

Se non c’è differenza tra reale e virtuale, allora l’odio che vediamo in rete non è che un riflesso dell’odio reale…

L’Italia è il Paese che è oggi – rancoroso, diviso, lacerato – non perché c’è il web. Non è che se chiudiamo il web chi porta un mortaio a una manifestazione NoTav o chi processa un politico in piazza diventa un illuminista, pronto a morire pur non condividendo le idee altrui affinché possano essere espresse. Il web non è altro che uno specchio della realtà: in Italia siamo messi così male che la nostra immagine riflessa ci mette paura. È come se dicessimo: “Specchio specchio delle mie brame, dimmi che non sono così!”.

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

In Italia sono vent’anni che il dibattito pubblico e politico è atroce. Non è che le minacce online debbano restare impunite. Se uno viola il codice penale (sia online che offline) deve rispondere delle sue azioni. Il web non può essere il far west. Purtroppo l’Italia è una nazione in cui un fatto civilissimo (il non essere d’accordo con qualcuno) non viene più espresso nei termini del dibattito civile.

Siamo diventati un Paese in cui l’impossibilità di parlarsi tra persone di orientamenti opposti è talmente grottesca da produrre questi episodi di violenza. Siamo l’Italia di CasaPound, degli autonomi dei centri sociali, di persone che stanno in Parlamento da vent’anni e ci hanno abituato a linguaggi inaccettabili, a destra e a sinistra. È inevitabile che questo clima da guerra civile permanente si riversi sul web. Quando manca l’espressione civile del dissenso, ecco che lo scontro diventa la modalità dominante. Per la sua immediatezza, obliquità e rapidità, il web è diventato il luogo in cui il nostro odio si vede riflesso e ci mette paura.

Il web come specchio dell’odio, in Italia come altrove…

Esatto. Un esempio di cui parlo anche nel mio libro è l’utilizzo che di Twitter hanno fatto l’esercito israeliano e le brigate di Hamas nel novembre scorso, durante l’operazione Pilastro della Difesa lanciata da Israele a Gaza. Dai rispettivi account, le forze militari israeliane e le Brigate Qassam davano conto dei razzi lanciati e degli obiettivi colpiti. Vista così, dalla rete, sembrava una guerra virtuale. Ma quelle bombe erano vere, proprio come l’odio che divideva i soldati dai combattenti. Anche in questo caso, Twitter non è stato che lo specchio di una realtà molto più complessa. Non è che con internet le persone si odino di più. Twitter è solo uno specchio più fedele e per questo, forse, più spietato. Il comunicato stampa delle forze militari è freddo, impersonale. Nel tweet invece puoi vedere l’odio da stadio, la bava alla bocca. Ed è questo che ci mette più paura.

Qual è allora il confine tra bavaglio e giuste regole?

Voglio dirlo in modo molto chiaro: su internet le regole servono. Ma c’è una differenza abissale tra il far rispettare delle regole di civiltà e la tendenza a criminalizzare. La libertà d’espressione deve essere sempre garantita, ma bisogna anche spiegare che con la libertà viene sempre una responsabilità. Non si può diffondere un fotomontaggio della presidente Boldrini che viene stuprata: non in tv, non su un manifesto, né tantomeno su internet. Sono regole di civiltà.

Mi viene in mente che l’anno scorso c’è stata una campagna stampa – a mio parere ignobile – contro il presidente Napolitano. Una campagna stampa violenta, organizzata da direttori e giornalisti, supportati dai rispettivi editori. Era una campagna che rispondeva a un disegno politico, ma i toni erano molto violenti. Se un Paese si abitua a queste maniere, poi non ci si può stupire per dei commenti pesanti su un blog. Sono discorsi complessi che pretendono un dibattito maturo. Di certo la polizia non è la soluzione.

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“Il popolo della Rete” non esiste: perché i social media non sono l’opinione pubblica

Un blog raccoglie le semplificazioni dei giornalisti sulle piattaforme online, da Facebook a Twitter. Dove si rifugiano per misurare il polso dei lettori, ignorando che le nicchie di riferimento sul web non sono rappresentative della realtà

di | 20 marzo 2012

Il “popolo della rete” non esiste. Eppure da mesi è diventato il nuovo tormentone del giornalismo online e offline, che interpreta i commenti su Facebook e Twitter come sintesi dell’opinione pubblica e delle percezioni dei lettori. Una semplificazione utile per creare le notizia a tutti i costi, ma che non rappresentata la realtà. Ilpopolodellaretenonperdona, lo spazio su tumblr creato dai giornalisti Sergio Ragone e Valentina Di Leo, raccoglie titoli e articoli, dalla carta stampata e dal web, che lo dimostrano: da “Il ricordo di Biagi passa anche attraverso Twitter” fino a “Valerio Scanu: il nuovo taglio di capelli fa scatenare Twitter, che lo paragona a Lady Oscar”.

Secondo i giornali, ad esempio, nei mesi scorsi il “popolo della rete” si è schierato contro Michel Martone e la sua boutade sui 28enni sfigati, l’ex ministro Renato Brunetta e le sue affermazioni sui precari e anche Michele Serra su Repubblica ne ha scritto qualche giorno fa. “Il cosiddetto ‘popolo del web’ –  ha commentato sulla sua Amaca – ha di sé un alto concetto. Se mi posso permettere: leggermente troppo alto. Quasi snob, mi verrebbe da dire per vendicarmi dell’accusa che spesso viene rivolta a chi critica le abitudini di massa”. Peccato che non esista.

“Molti colleghi – spiega Sergio Ragone – per la fretta di chiudere un pezzo o la pagina non fanno altro che fare un lavoro di copia e incolla dei commenti e per caricarli anche di senso hanno coniato, ad esempio, oltre al ‘popolo del web’, la ‘rivolta su twitter’ e il web che si ‘infiamma’. E’ un fenomeno di metagiornalismo che, a differenza di alcuni mesi fa, inizia a irritare lettori e iscritti ai social media”. Il problema, infatti, non consiste nel discutere delle opinioni scritte in rete, ma nella loro strumentalizzazione che porta a “generalizzare su polemiche politiche e vicende giudiziarie. Ma la rete, al contrario, è un luogo complesso e ricco di sfumature”. Quello che viene scritto sulle bacheche online, quindi, non può trasformarsi in un campione rappresentativo. “Non si tratta nè di un popolo, nè degli italiani – prosegue Ragone-. E’ soltanto una nicchia che è connessa e commenta”. E mentre aumenta la popolarità dei social network, cresce il dissenso davanti alle semplificazioni mediatiche, che spesso riducono i social media a sfogatoi pubblici. “Questo tipo di informazione contribuisce anche a demonizzare le piattaforme – conclude Ragone – di fatto utilizzate solo per dimostrare l’esistenza di una protesta, che sia contro un’opera pubblica come la Tav o contro i bamboccioni”. Raramente si scrive, ad esempio, di “movimenti e opinioni a sostegno di un partito. Come i gruppi online pro tav, ad esempio, scomparsi a fronte di quelli ‘contro’”.

Un uso improprio che non sembra arrestarsi. “Ogni giorno ci arrivano segnalazioni, soprattutto dai grandi giornali, della reiterazione degli stessi clichè. E per di più anche le agenzie corrono dietro al ‘popolo del web’ e alle sue presunte reazioni”, aggiunge Valentina Di Leo. “Si può generalizzare solo nel caso in cui, su un argomento specifico, intervengano online gli addetti ai lavori, ad esempio. In ogni caso, i giornalisti che fanno questo uso del web sono stati ‘paracadutati’ su twitter. Non conoscono il mezzo, guardano i trending topic e pretendono di sosituire il sentire comune con i tweets che leggono”. Insomma, i commenti su facebook e twitter non rappresentano le opinioni dominanti. Sono solo la voce di una nicchia che, peraltro, non si identifica nel ‘popolo del web’.

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Privacy, Soro: “Intercettazioni, norme in arrivo. Stop a strapotere colossi web”

Il Garante per la protezione dei dati personali, nella relazione annuale al Parlamento, ha sottolineato che non è più possibile “essere indulgenti con la violenza verbale presente nella rete”. E Google, Facebook e Amazon “diventano sempre più intermediari esclusivi tra produttori e consumatori”

di | 11 giugno 2013

Antonello Soro

Lotta agli illeciti che “rischiano di rendere la rete, da potente strumento di democrazia, spazio anomico dove si può impunemente violare i diritti”, perché il web “può essere utilizzato come canale di propagazione di ingiurie, minacce, piccole o grandi vessazioni, fondate sull’orientamento di genere o dirette contro le donne in quanto tali ovvero le minoranze etniche o religiose: con conseguenze a volte drammatiche”. Antonello Soro, presidente del Garante della Privacy, nel corso della relazione annuale dell’Authority al Parlamento evidenzia la necessità di non essere “più essere indulgenti con la violenza verbale presente nella rete”. E dice basta anche allo strapotere dei colossi di Internet come Google, Facebook e Amazon che “non può più essere ignorato, così come non sono più accettabili le asimmetrie normative rispetto alle imprese europee che producono contenuti o veicolano servizi”.

Soro annuncia che nelle prossime settimane il Garante adotterà un “provvedimento generale” sulle intercettazioni “per indicare soluzioni idonee ad elevare lo standard di protezione dei dati trattati ed evitarne indebite divulgazioni”. Le intercettazioni, spiega, sono una “risorsa investigativa fondamentale, insostituibile, che andrebbe gestita con molta cautela: per evitare fughe di notizie – che, oltre a danneggiare le indagini, rischiano di violare la dignità degli interessati – e per evitare quel ‘giornalismo di trascrizione’ che finisce, oltretutto, per far scadere la qualità dell’informazione”. E “proprio per favorire un giornalismo maturo e responsabile”, il Garante intende “promuovere una riflessione sul possibile aggiornamento del codice dei giornalisti, al fine di coniugare al punto più alto diritto di cronaca e dignità della persona.

Boldrini, tutela dei minori e dell’informazione – Alla presentazione della Relazione è presente anche il presidente della Camera Laura Boldrini che già nelle settimane scorse aveva spiegato di essere stata vittima di numerosi attacchi e offese via web. ”Quando parliamo della riservatezza da garantire – ha precisato – credo che si debba pensare in primo luogo ai soggetti più esposti, come i ragazzi alle prese con il web”. Inoltre, sottolinea, Internet ha potenzialità straordinarie, ma “l’utente può essere inconsapevolmente guidato nelle scelte, nel momento in cui la possibilità di fruizione o di accesso al web si realizza entro perimetri definiti dai maggiori operatori della rete che possono liberamente decidere la gerarchia delle notizie e di cosa è degno di essere riportato”. Tornando sul tema della privacy, per il presidente della Camera “la protezione dei dati personali non possono mai essere usati pretestuosamente per mettere ostacoli all’informazione, né possono essere addotti dalla pubblica amministrazione come ragione per evitare di fornire i dati che la trasparenza impone di rendere accessibili”. Tuttavia, Boldrini ha invitatogli operatori dell’informazione a distinguere tra ciò che è notizia e ciò che è vicenda privata, perfino pettegolezzo”. Anche se ”il diritto alla riservatezza va contemperato con altri diritti ugualmente rilevanti, come il diritto-dovere di cronaca esercitato da chi svolge attività informativa”.

I colossi del web –  ”Nel mondo globalizzato – prosegue Soro – si confrontano una moltitudine di individui che quotidianamente alimentano il mercato dei dati, ed un numero ridotto di soggetti di grandi dimensioni (i cosiddetti “Over the top” che dominano in specifici ambiti, come Google fra i motori di ricerca, Facebook fra i social network, Amazon fra le vendite online) che esercitano la propria attività in posizione pressoché monopolistica e presso i quali si concentra, indisturbato, l’oceano di informazioni che circolano in Rete”. Questi colossi di Internet “diventano sempre più intermediari esclusivi tra produttori e consumatori”. Per questo, secondo il Garante, che ricorda di aver avviato “un procedimento nei confronti di Google per la gestione opaca relativa alle nuove regole privacy adottate”, “non dovremmo permettere che i dati personali diventino di proprietà di chi li raccoglie e dobbiamo anche per tale ragione continuare a pretendere la trasparenza dei trattamenti”. Gli interessati in prima persona, ammonisce Soro, “devono acquisire nuova consapevolezza, diventando parti attive nel pretendere e richiedere la tutela dei propri dati e la trasparenza dei trattamenti cui sono sottoposti”.

Un altro punto della relazione riguarda inoltre gli algoritmi che “non sono neutrali”. “L’utente – spiega il presidente dell’autorità – può essere inconsapevolmente guidato nelle scelte, nel momento in cui la possibilità di fruizione o di accesso al web si realizza entro perimetri definiti dai maggiori operatori della Rete, che possono liberamente decidere la gerarchia delle notizie e cosa è degno di essere riportato”. Allora, “è difficile parlare di libertà della Rete – spiega – fino a quando non saranno pienamente conosciuti e condivisi i criteri utilizzati per indicizzare i contenuti e dunque condizionare i risultati delle ricerche“. Osserva ancora Soro, a proposito delle virtù di Internet: “Ognuno di noi rischia di trovare online quello che altri decidono di fargli trovare, una conoscenza parziale e uno sguardo incompleto sulla realtà. Così, l’illusione delle facili socializzazioni nel mondo digitale può tradursi, in realtà, in forme nuove di solitudine e di chiusura verso l’esterno”.

Europa, alla ricerca di equilibrio tra sicurezza e privacy – ”I cittadini europei sono già oggetto di un monitoraggio dai colossi del web su gusti, scelte e abitudini, che è contrario alle nostre norme”. Soro, in riferimento al Datagate degli Stati Uniti [ovvero i programmi di intercettazioni di milioni di americani gestiti dalla NSA con il benestare della Casa Bianca e del Dipartimento di Giustizia, ndr] in un’intervista al Messaggero spiega: “Stiamo lavorando con i colleghi europei per trovare a livello sovranazionale un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy. Cerchiamo una bussola diversa nell’uso di strumenti che magari altri paesi, con scarsa consuetudine democratica, usano come strumenti di oppressione”.“Quello che è emerso in questi giorni in America era in qualche modo prevedibile – afferma a proposito del cosiddetto ‘datagate’ -. È dal 2001, dalle Torri Gemelle, che le autorità americane si riservano la possibilità di accedere ai grandi archivi telefonici e ai provider di internet. Ma oggi abbiamo davanti un sistema diffuso di sorveglianza indiscriminata e generalizzata, al di là dell’immaginazione. Si previene il terrorismo, sì, ma entrando nei dettagli della vita di milioni e milioni di persone”. “In quindici anni di esperienza dell’Autorità – aggiunge a proposito dell’Italia -, sono stati fatti grossi passi in avanti nella formazione di una coscienza diffusa. La rivoluzione digitale, lo sviluppo di internet certo, ha prodotto tensioni, come è vero che l’esposizione infinita della nostra vita in Rete comporta una serie di rischi. Ma l’accesso ai dati da parte delle autorità giudiziarie, ad esempio, non fa registrare anomalie del tipo di quelle americane”.

I provvedimenti del Garante nel 2012 – Oltre 460 provvedimenti collegialia dottati; 4.183 risposte a quesiti, reclami e segnalazioni (su telefonia, credito, centrali rischi, videosorveglianza, rapporti di lavoro, giornalismo); 233 decisioni su ricorsi (specie in materia di banche e società finanziarie, datori di lavoro pubblici e privati, attività di marketing, compagnie di assicurazione, operatori telefonici e telematici); 23 pareri al governo; 395 ispezioni; 578 violazioni amministrative contestate (in aumento rispetto alle 358 dell’anno precedente); circa 3 milioni 800 mila euro di sanzioni irrogate; 56 violazioni segnalate all’autorità giudiziaria. Queste, in sintesi, le cifre dell’attività svolta dal Garante per la privacy nel 2012. In aumento l’attività di relazione con il pubblico: rispetto all’anno precedente si è dato riscontro a circa 35mila quesiti.

Tra i principali campi di intervento, l’Autorità cita la trasparenza della pubblica amministrazione online e le garanzie da assicurare ai cittadini; il fisco e la tutela delle riservatezza dei contribuenti; i social network e i problemi posti dal cyberbullismo; gli smartphone, i tablet e i sistemi di cloud computing; la tutela dei minori nel mondo dell’informazione; il telemarketing invasivo; i diritti dei consumatori; il rapporto di lavoro; le semplificazioni per le imprese; la sanità elettronica; il mondo della scuola; la propaganda elettorale; le intercettazioni; i dati di traffico telefonico e telematico; l’uso dei dati biometrici; la ricerca medico-scientifica.

Particolarmente importante il lavoro relativo al mondo della Rete: il Garante ricorda di aver adottato linee guida per il corretto trattamento dei dati per blog, forum, social network e siti web che si occupano di salute; aperto un procedimento nei confronti di Google per la gestione opaca relativa alle nuove regole privacy adottate; avviato e concluso una consultazione per regolare l’uso dei cookie da parte dei siti visitati dagli utenti. Intensa anche l’attività a livello internazionale, a partire da quella svolta nel Gruppo delle Autorità per la privacy europee (Gruppo Articolo 29). I Garanti europei si sono occupati, in particolare, del nuovo Regolamento in materia di protezione dati che sostituirà la Direttiva del 1995 e della Direttiva che dovrà disciplinare il trattamento di dati per finalità di giustizia e di polizia.

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Attento il web ti spia

Le regole di Google, le insistenti chiamate di telemarketing, la protezione dei dati personali mentre usiamo i social network, i sistemi di cloud computing, il cyberbullismo. È soprattutto la rete ad avere posto maggiori quesiti al Garante per la Privacy che presenta la sua sedicesima relazione annuale alla Camera.

Il presidente Antonello Soro e gli altri componenti dell’Authority hanno risposto a oltre quattromila richieste di intervento per la protezione dei dati personali durante il 2012, riscontrando un aumento delle violazioni amministrative – 578 – rispetto al 2011: a ricevere maggiori sanzioni le società di telemarketing che ossessivamente chiamano gli utenti per fare proposte commerciali a tutte le ore, ma anche le compagnie telefoniche che conservano eccessivamente i dati del traffico telefonico.

I NUMERI
Oltre 460 provvedimenti collegiali adottati; 4.183 risposte a quesiti, reclami e segnalazioni (su telefonia, credito, centrali rischi, videosorveglianza, rapporti di lavoro, giornalismo); 233 decisioni su ricorsi (specie in materia di banche e società finanziarie, datori di lavoro pubblici e privati, attività di marketing, compagnie di assicurazione, operatori telefonici e telematici); 23 pareri al Governo; 395 ispezioni; 578 violazioni amministrative contestate (in aumento rispetto alle 358 dell’anno precedente); circa 3 milioni 800 mila euro di sanzioni irrogate; 56 violazioni segnalate all’autorità giudiziaria. Queste, in sintesi, le cifre dell’attività svolta dal Garante per la privacy nel 2012.
Non poche le situazioni nelle quali l’Authority ha dovuto approntare nuove regole per garantire la privacy, per esempio con linee guida destinate a blog, forum, social network e siti che si occupano di salute. Il Garante ha inoltre aperto un procedimento nei confronti di Google per la “gestione opaca relativa alle nuove regole privacy adottate”, ed è intervenuto per regolare non solo l’uso dei cookie da parte degli utenti ma anche la riservatezza dei dati nell’uso delle messaggerie. Divieto tassativo invece per quei Comuni che improvvisamente avevano deciso di pubblicare online, forse presi dall’entusiasmo degli open data, dati sanitari dei cittadini. E un nuovo obbligo per le compagnie telefoniche e per gli internet provider: quello di avvisare immediatamente utenti e Garante nel caso di attacchi informatici o calamità che compromettono la rete. Le testate giornalistiche online devono ora garantire ai lettori che ne fanno richiesta l’aggiornamento degli archivi giornalistici.

Sono i nuovi strumenti informatici a porre spesso questioni dal punto di vista della privacy: l’uso di sistemi tecnologici da parte delle imprese per geolocalizzare i veicoli aziendali, la rilevazione delle impronte digitali dei dipendenti o la “scatola nera” a bordo delle automobili. Ma è sempre l’evoluzione del web a porre nuove frontiere: i nuovi servizi di cloud computing, l’uso delle app sugli smartphone e tablet, le direttive del “pacchetto Telecom” che consentono di tracciare gli utenti, la cosiddetta “pubblicità comportamentale” che distingue un utente dall’altro a seconda dei gusti e ci insegue di sito in sito. E, sul profilo della lotta al crimine, la gestione dei dati sul riciclaggio e del finanziamento al terrorismo.

LE PAROLE DEL GARANTE, ANTONELLO SORO”
“Internet ha potenzialità straordinarie, ma l’utente può essere inconsapevolmente guidato nelle scelte, nel momento in cui la possibilità di fruizione o di accesso al web si realizza entro perimetri definiti dai maggiori operatori della rete che possono liberamente decidere la gerarchia delle notizie e di cosa è degno di essere riportato.

Nell’epoca della connessione continua si diffonde il mito della trasparenza assoluta che elimina ogni opacità. Ma non necessariamente però trasparenza totale significa verità e la riservatezza non è sempre invocata per nascondere qualcosa in modo deprecabile: essa è comunque requisito fondamentale nella politica come nel privato. Questo non toglie che chi ricopre cariche pubbliche, in particolare se elettive, non potrà esigere la stessa tutela del cittadino comune, almeno rispetto a tutte quelle informazioni funzionali al sindacato (anche diffuso) sull’esercizio del mandato.

È difficile parlare di libertà della Rete sino a quando non saranno pienamente conosciuti e condivisi i criteri utilizzati per indicizzare i contenuti e, dunque, condizionare i risultati delle ricerche. Ognuno di noi, in sostanza, rischia di trovare on-line quello che altri decidono di fargli trovare, una conoscenza parziale e uno sguardo incompleto sulla realtà.
Così l’illusione delle facili socializzazioni nel mondo digitale può tradursi, in realtà, in forme nuove di solitudine e di chiusura verso l’esterno”.

http://www.huffingtonpost.it/2013/06/11/google-privacy-relazione-garante-_n_3419753.html?utm_hp_ref=italy

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Antropologia del cyberspazio

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
L’antropologia del cyberspazio è un’area di studi facente parte delle scienze etnoantropologiche, sviluppatasi a partire dagli anni 1990, che studia le interrelazioni sociali mediate da strumenti informatici e gli aspetti culturali che in tale contesto si sviluppano. L’approccio è spesso fortemente improntato alla multidisciplinarità, con una commistione dei classici strumenti concettuali della ricerca etnografica e delle teorie cibernetica, dei cultural studies, delle scienze della comunicazione, ed in generale delle discipline che affrontano il tema della Comunicazione mediata dal computer (CMC)[1].

Definizioni del campo di studi

Tali incontri tra diverse tradizioni teoriche hanno portato alla proliferazione delle etichette con cui tale campo di studi è indicato, come ad esempio Cybercultures Studies, Computer Mediated Communication Studies, Internet Studies, CyberAnthropology, Ethnography of cyberspace, ognuna delle quali comporta differenti sfumature teoriche nell’intendere l’obiettivo conoscitivo della disciplina. Una disciplina che può essere considerata caratterizzata da una strategia conoscitiva a se è l’etnografia virtuale (virtual ethnography, o digital ethnography, o net-ethnography), ad esempio le ricerche e le teorizzazioni metodologiche di Christina Hine[2], caratterizzata da una maggior attenzione alle dinamiche strettamente on-line.

Caratteristiche e storia dell’antropologia del cyberspazio

L’antropologia del cyberspazio deve il suo nome al libro scritto da Arturo Escobar “Bienvenidos a Cyberia” (Benvenuti a Cyberia) ed affronta la relazione tra gli esseri umani e le tecnologie, ampliando l’ambito del discorso al di fuori del contesto online, a differenza della metodologia talvolta detta etnografia virtuale, che si limita a uno studio delle dinamiche che si verificano su internet. Inoltre vengono indagati fenomeni come possono esserlo lo studio di dispositivi tecnologici di uso di massa, come ad esempio i-Pod, Palmari e ogni tipo di hardware, ed in generale ogni commistione tra uomo e macchina. L’etichetta “antropologia del cyberspazio” è stata inoltre resa ulteriormente nota dal filosofo francese Pierre Lévy, autore del libro L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio (Feltrinelli, 1996), che prospetta l’affermazione dell'”intelligenza collettiva” e di un modello di cooperazione sociale basato su relazioni “orizzontali”.

Vincenzo Bitti individua tre fasi nell’evoluzione del campo di studi negli anni 1990.

La prima fase, la Popular Cyberculture dei primi anni 1990, fu improntata alla curiosità per le nuove tecnologie (in modo simile all’approccio dei media tradizionali alle novità, concentrato soprattutto sugli aspetti delle nuove tecnologie che più colpivano l’immaginario collettivo) e presentò spesso una netta contrapposizione tra chi le considerava un pericolo o una degenerazione e chi le considerava una grande possibilità per il rinnovamento culturale e la libertà.

Rispettivamente nel 1993 e nel 1995 escono due testi chiave dell’antropologia della rete: The Virtual Community di Howard Rheingold e Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet di Sherry Turkle. Inizia una fase, definita da Bitti dei Cyberculture Studies, in cui vengono approfonditi i meccanismi e le culture delle comunità on-line, tramite il metodo dell’etnografia virtuale. Una delle classiche tematiche affrontate dagli studiosi sono le identità create nello spazio virtuale.

Nella terza fase, definita Critical Cyberculture Studies e individuata negli ultimi anni 1990, viene allargato lo sguardo alla vita off-line e viene riconosciuta l’importanza della contestualizzazione sociologica dei soggetti interagenti nello spazio virtuale. Grande importanza assume inoltre l’approfondimento delle commistioni tra comunicazione mediata dalla tecnologia e rapporti umani di altro tipo, e viene ripensata la teorizzazione delle identità costruite virtuali, considerando il fatto che esse generalmente devono rapportarsi con le identità tradizionali.

Note

  1. ^ Etnografie del cyberspazio: appunti per una futura storia degli studi di Vincenzo Bitti, pubblicato su Politicaonline il 6/10/2004
  2. ^ Cfr. Virtual Ethnography, paper presentato all’IRISS ’98 – International Conference: 25-27 March 1998, Bristol, UK da Christina Hine

Bibliografia

Italiano
  • L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Pierre Lévy, 1996, ed. Feltrinelli
  • Bitti Vincenzo, Cultura, identità ed etnografia nell’epoca di Internet. Note dal cyberspazio, in Culture della complessità, a cura di Alberto M. Sobrero e Alessandro Simonicca, Cisu, Roma, 2001, pp. 161-180
Inglese
  • Budka, Philipp and Manfred Kremser. 2004. “CyberAnthropology—Anthropology of CyberCulture”, in Contemporary issues in socio-cultural anthropology: Perspectives and research activities from Austria edited by S. Khittel, B. Plankensteiner and M. Six-Hohenbalken, pp. 213-226. Vienna: Loecker.
  • Escobar, Arturo. 1994. “Welcome to Cyberia: notes on the anthropology of cyberculture.” Current Anthropology 35(3): 211-231.
  • Fabian, Johannes. 2002. Virtual archives and ethnographic writing: “Commentary” as a new genre? Current Anthropology 43(5): 775-786.
  • Hine, Christine. 2000. Virtual ethnography. London, Thousand Oaks, New Delhi: Sage.
  • Kozinets, Robert V. (2006), “Click to Connect: Netnography and Tribal Advertising,” Journal of Advertising Research, 46 (September), 279-288.
  • Kozinets, Robert V. (2005), “Communal Big Bangs and the Ever-Expanding Netnographic Universe,” Thexis, 3, 38-41.
  • Kozinets, Robert V. (2002), “The Field Behind the Screen: Using Netnography for Marketing Research in Online Communities,” Journal of Marketing Research, 39 (February), 61-72.
  • Kozinets, Robert V. (1999), “E-Tribalized Marketing?: The Strategic Implications of Virtual Communities of Consumption,” European Management Journal, 17 (3), 252-264.
  • Kozinets, Robert V. (1998), “On Netnography: Initial Reflections on Consumer Research Investigations of Cyberculture,” in Advances in Consumer Research, Volume 25, ed., Joseph Alba and Wesley Hutchinson, Provo, UT: Association for Consumer Research, 366-371.
  • Kremser, Manfred. 1999. CyberAnthropology und die neuen Räume des Wissens. Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien 129: 275-290.
  • Paccagnella, Luciano. 1997. Getting the seats of your pants dirty: Strategies for ethnographic research on virtual communities. Journal of Computer Mediated Communication 3(1).
  • Sugita, Shigeharu. 1987. “Computers in ethnological studies: As a tool and an object,” in Toward a computer ethnology: Proceedings of the 8th International Symposium at the Japan National Museum of Ethnology edited by Joseph Raben, Shigeharu Sugita, and Masatoshi Kubo, pp. 9-40. Osaka: National Museum of Ethnology. (Senri Ethnological Studies 20)
  • Wittel, Andreas. 2000. Ethnography on the move: From field to net to Internet. Forum Qualitative Sozialforschung / Forum: Qualitative Social Research 1(1).
Spagnolo
  • COLANTROPOS – Colombia en la antropología / La antropología en Colombia
  • La Comunidad Virtual- Guinalíu, M (2003): “La Comunidad Virtual”
  • Youth Division- Empresa investigativa que implementa ciberantrolopogía en sus estudios.
  • Blog Youth Division- Blog dedicado a la función de las tecnologías en la vida de los individuos (también maneja otras temáticas).
  • Comunidad En la Red- Blog dedicado al estudio de las comunidades virtuales.

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Il mutamento antropologico di Internet

Il prodigioso sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione (i New Media), ha investito tutti i campi della società del XXI secolo. Di conseguenza, le modalità, i mezzi, i “luoghi sacri” d’appropriazione dei saperi delle giovani generazioni, sono cambiati radicalmente rispetto a qualche anno fa. Sotto la stimolo di Internet (la rete delle reti),  è avvenuta non solo una  “rivoluzione” del modus appropiandi  res (Information), che rischiano di diventare obsolete in pochi giorni, ma un ” mutamento antropologico” nei rapporti sociali e produttivi  che ha conquistato tutte le società umane, mettendo in grave crisi il primato/monopolio delle gerarchie e dei centri tradizionali del potere, del sapere e dell’informazione.

Gli strumenti della comunicazione tradizionale in broadcasting (radio, televisione, cinema), monopoli dei regimi totalitari nel Novecento, sono stati soppiantati, con i New Media, da forme di comunicazione interattive di feedback, libere, come i blog, le comunità virtuali di condivisione, le  chat, i database, che, per loro natura sono “elusivi”  dei filtri della “censura”, degli imperativi dell’industria culturale. I media sono “industrie delle coscienze”, “comprano audience per venderla ai pubblicitari”, (L. Mastermann,  The Teaching the Media, London 1985).

I social network sono costituzionalmente forme pluralistiche, democratiche di fare informazione ” fai da te” sul mondo globalizzato, che intaccano il monopolio  delle grandi testate giornalistiche e delle reti  televisive.

Il “quarto potere”, come era chiamato il potere della stampa ai tempi di Orson Wells e dello scandalo americano del Watergate, soccombe, talvolta, come Golia contro Davide, rispetto ai milioni di blog della rete. Quantunque, tendenzialmente anarcoide per sua natura, l’informazione che passa da Internet è la più varia e a streaming.

I media sono un formidabile fabbrica di notizie, dai quali la “notiazibilità” è costruita ad arte, secondo rigide regole di Agenda Setting e del Gate Keeper. Per conto di chi acquisiscono e diffondono informazioni? Impongono stili di vita alla società?

Internet, non solo ha consentito la globalizzazione dei mercati finanziari mondiali, favorito una controinformazione d’attacco in posti del mondo rimasti “isolati” per  secoli, ma ha prodotto un cambiamento profondo nella mentalità, nelle abitudini, nelle relazioni sentimentali, nei rapporti tra gli esseri umani del “villaggio globale”  profetizzato da Mac Luhan, ( The global village, Oxford University Press, 1989).

Francesco Cecere

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Le nuove forme di schiavitù attraverso la Rete Internet

Antropologia del Cyberspazio

por Giuseppe Gaeta

Premessa

L’interesse dell’Antropologo Culturale e, più specificamente, dello specifico settore di indagine antropologica che pone al centro della propria attività di ricerca le cosiddette Società Complesse, nei confronti di un fenomeno come quello di Internet (e, più generalmente della comunicazione digitale), è di immediata comprensibilità, laddove ci si interroghi sulla portata di tale fenomeno, anche semplicemente prendendone in considerazione le coordinate geografiche e le connotazioni sociali.

Si tratta di un campo di analisi di portata troppo vasta per non porsi, almeno in prima istanza, l’interrogativo sulla potenziale rilevanza teoretica e culturologica di uno studio su tale tema.

Non solo, infatti, il mercato in cui ci muoviamo ne è e ne sarà sempre maggiormente influenzato, ma anche la nostra stessa vita inizia ad essere modificata, a diversi livelli, da quella che, più che una tecnologia, si rivela come un innovativo “campo sociale”.

Nuove promesse, nuove opportunità ma anche minacciosi presagi si alternano nelle immagini evocate da questo potente mezzo di comunicazione: scenari da “Grande Fratello orwelliano” fanno da contraltare a rappresentazioni libertarie e “liberatorie” della Rete.

Senza entrare nella annosa querelle che da sempre intercorre fra “apocalittici” e “integrati” chiariremo subito che il nostro obiettivo prioritario è di provare a ricostruire un quadro complessivo del fenomeno e una prima bozza di interpretazione dei motivi dei cambiamenti in atto, collegandone i caratteri con gli obiettivi prioritari dell’analisi antropologica, mirante ad indagare alcuni territori sociali ed umani. Come osserva C. Tullio Altan, infatti, “il tema più congeniale allo spirito dell’indagine antropologico culturale (…) sembra essere dato dalla speciale attenzione posta sullo studio dei fenomeni di costume, del sapere collettivo, delle credenze e dei valori e più in generale della mentalità condivisa dai membri, individui e gruppi, di una moderna società complessa, in rapporto ai problemi che la caratterizzano.

Accade infatti spesso, per la ben nota vischiosità delle forme della cultura, che le fratture più gravi di conseguenze si stabiliscano fra la cultura tradizionale di un popolo e le nuove esigenze di gestione di un sistema economico sociale, fattosi ormai complesso nei modi che si sono descritti” (Tullio Altan, 1990, pp.46-47).

E’ nelle pieghe di queste “vischiosità” che riteniamo risieda il senso della presente indagine e della nostra attenzione per questi temi.

Occorrerà preliminarmente, dunque, definire i confini del contesto nel quale intendiamo muoverci, anche se il termine “confini”, usato in relazione ad un fenomeno che si caratterizza esattamente per la sua capacità diffusiva, può risultare quasi una contraddizione in termini.

Tuttavia alcune distinzioni vanno operate, soprattutto per collocare nella giusta dimensione le informazioni di contorno che riteniamo sia necessario inserire in apertura di questo scritto, la cui natura, per obiettivi e per dichiarazione di intenti, non è certamente tecnica, anche se per contiguità “simpatica” con il suo oggetto può invadere il campo semantico e cognitivo della “tecnologia”.

Innanzitutto, il fenomeno Internet si inserisce nel quadro della “rivoluzione culturale” conseguente alla diffusione della tecnologia digitale.

Computer, reti, e soprattutto la “Rete delle reti”, infatti, stanno progressivamente cambiando il nostro modo di lavorare, di comunicare, di informarci, di istruirci, di produrre rappresentazioni: in altre parole, in maniera molto evidente almeno in riferimento al mondo occidentale, sembra che stiano mutando i processi di produzione e riproduzione del bacino semantico e simbolico, in cui trova origine la nostra cultura.

Questo dato, che ci sembra persino superfluo tentare di avvalorare per quanto esso appare evidente, ci indica il primo dei motivi per i quali sarebbe probabilmente una lettura miope considerare Internet come una moda o un gioco ultratecnologico per iniziati, piuttosto che l’origine di un cambiamento importante.

Procederemo pertanto in forma analitica prendendo in considerazione i seguenti ordini di questioni:

l’interpretazione delle ragioni del fenomeno, analizzando la crescita della Rete e scoprendone le cause di natura sia tecnologica sia culturale;

le conseguenze immediate e i possibili scenari derivanti da un massiccio impatto delle telecomunicazioni sui processi e sulle modalità della comunicazione umana;

Ci si concentrerà infine sulle implicazioni di natura teorica ed epistemologica che possono derivare da quello che si presenta come una ristrutturazione “paradigmatica” della nostra idea “dell’essere e dell’esser-ci nel mondo”.

Le avanguardie della tecnologia digitale, i computer e le reti, sono usciti allo scoperto, dilagando nel nostro mondo di tutti i giorni.

Dopo aver invaso le nostre scrivanie, le nostre case ora cominciano a collegarsi fra loro creando quella che sul piano simbolico potrebbe apparire una grandissima memoria collettiva.

Internet, la Rete delle reti, infatti, altro non è che il risultato dell’interconnessione di migliaia di reti di computer, ubicate negli angoli più remoti del pianeta.

Le conseguenze sono importanti. Basta guardarsi attorno per cogliere segnali significativi.

– le riviste di informatica che in edicola si indirizzano più ai consumatori che non agli specialisti sono più numerose di quelle di moda, di gastronomia, di filatelia.

– le fiere di informatica registrano un affollamento incredibile e sono piene di giovani e di gente comune, non più solo di specialisti;

– i mezzi di informazione dedicano sempre più spazio ai computer, alla multimedialità, alle telecomunicazioni.

– la pubblicità dei prodotti di informatica e telecomunicazione si approssima anche sul piano comunicazionale a quella dei prodotti di consumo.

– si genera un mercato, (dai componenti alle piattaforme, al software, ai contenuti multimediali, ai servizi) che è tra i più grandi del pianeta in termini di volumi di affari e di occupazione.

– il tema della rivoluzione digitale suscita l’interesse dei governi, rivelandosi carico di importanti addentellati politico-economici, e si propone come oggetto di studio e di intenso dibattito politico.

Ma il dato più rilevante è la progressione geometrica della diffusione del fenomeno in quei campi del reale che ci riguardano più da vicino, come individui e come partecipanti a strutture sociali, in occasione del lavoro, della comunicazione, del divertimento, della formazione.

Di fronte all’invasione del computer e delle reti molti sono portati a scrollare le spalle e a minimizzare.

In realtà, chi reagisce dicendo che i computer stanno solo sostituendosi alle macchine per scrivere o che Internet è un giocattolo per fanatici cerca di nascondere a se stesso, ancor prima che agli altri, il fatto di sentirsi minacciato e di avere paura. Ed è proprio così.

Il cambiamento in corso è strutturale e, come tale, gravido di minacce per molti, oltre che di opportunità.

E nel medio e lungo termine? Dimenticandoci per un momento di noi che attraversiamo penosamente la fase di transizione, possiamo pensare che per i nostri figli si prepari un futuro migliore?

Società nella rete

L’analisi è complessa. Quello che sembra certo è che la mutazione è strutturale e sia come individui sia come collettività, essa può produrre nuovi e profondi fenomeni di marginalizzazione.

Prendiamo in considerazione alcuni degli ambiti a maggior rischio:

Lavoro vs.Telelavoro?

Un computer ed una linea telefonica costituiscono l’attrezzatura minima necessaria per poter lavorare in un luogo diverso da quello in cui il risultato del proprio lavoro viene utilizzato.

Una linea ad alta velocità permette un collegamento rapido e facile.

I costi di un computer ampiamente equipaggiato o di una connessione ISDN sono ormai, come si dice, prodotti di largo consumo.

Non fa quindi meraviglia che il numero dei telelavoratori – dipendenti che lavorano in un luogo diverso dalla sede del loro datore di lavoro o professionisti che interagiscono a distanza con i loro clienti – sia significativo ed in aumento.

Internet è lo strumento principe anche se non l’unico di questo processo di trasformazione dei modi del lavoro, poiché rappresenta un denso aggregato di opportunità di interazione per tutti coloro che:

– debbono collegarsi con una pluralità di soggetti;

– hanno necessità di informarsi esplorando depositi di informazioni sulla Rete;

– intendono utilizzare l’e-mail (la posta elettronica) non solo per scambiare messaggi con i propri clienti o committenti, ma anche trasmettere i risultati del proprio lavoro attraverso file binari allegati alla messaggistica standard, grazie all’ausilio di package che realizzano l’obiettivo della portabilità universale di un documento elettronico tra diverse piattaforme hardware e software e semplificano in modo sostanziale all’efficacia del processo.

La spinta al telelavoro viene, nell’ambito delle imprese, dalle economie che esso rende possibili e dal controllo capillare dell’intero processo produttivo che esso rende possibile.

I vantaggi dichiarati nei confronti dei lavoratori, si riferiscono all’interesse a risparmiarsi la fatica per trasferirsi dalla casa al luogo di lavoro.

Negli Stati Uniti poi, in cui la politica del telelavoro è già in una fase di piena espansione, alcuni Stati incentivano il telelavoro nel quadro di programmi di protezione ambientale.

Negli Stati Uniti il lavoro a casa è più diffuso di quanto non sia in Europa e, secondo un’analisi dell’European Information Technology Observatory, tenderà a rimanere tale anche in prospettiva.

Le distanze, le migliori infrastrutture di comunicazioni, la maggior diffusione dei computer domestici, oltre agli incentivi già citati sono da annoverare tra le cause del fenomeno.

Non bisogna cadere nell’errore di ritenere che tale fenomeno abbia connotazioni “classiste”, comportando che il privilegio di lavorare a casa o vicino a casa sia riservato solo ad una èlite di professionisti.

Molte attività di tipo esecutivo, dalla tenuta della contabilità, all’elaborazione degli ordini, al servizio dell’elenco abbonati delle compagnie telefoniche, si trasformano in telelavoro (vedi in Italia il caso emblematico rappresentato dal servizio 12 di Telecom ormai totalmente affidato ad operatori in regime di telelavoro).

In Europa, ad esempio, molte multinazionali tendono a concentrare queste attività in Scozia, nell’Eire e nell’Ulster approfittando del basso costo del lavoro, degli incentivi governativi al telelavoro (electronic cottages), volti a favorire l’occupazione, del fatto che l’inglese è la madrelingua degli impiegati.

Ciò dà ragione del fatto che, nelle statistiche della Commissione Europea, il telelavoro appaia più diffuso in Inghilterra e in Irlanda rispetto a tutti gli altri paesi.

Lavorare a casa propria e lavorare quando si vuole. A pensarci bene si tratta del rovesciamento dello stile di vita che è stato imposto all’umanità dalla rivoluzione industriale. Significa sottrarsi ai vincoli di tempo e di spazio tipici dell’organizzazione industriale del lavoro. Significa liberarsi dalla schiavitù dell’orologio e del treno per poter tornare a vivere in luoghi campestri secondo i ritmi agresti e pastorali che ci sono più naturali, così come facevano i nostri antenati.

E così assistiamo anche alla nascita di quartieri particolarmente attrezzati per il telelavoro – dotati di collegamenti telefonici veloci, server Internet e altri paraphernalia – che sono già ampiamente diffusi negli Stati Uniti e in Inghilterra e che cominciano ad essere offerti in vendita anche in Italia.

Essi vengono costruiti in luoghi particolarmente ameni, ricchi di promesse di tranquillità e qualità della vita.

Sono realmente giustificate queste attese? E’ veramente così roseo il quadro che ci si presenta? Molto probabilmente no.

Il telelavoro rende possibile ad alcuni di vivere in luoghi agresti e pastorali ma non consente di certo uno stile di vita agreste e pastorale.

Tanto per cominciare, la comunicazione diventa un’ossessione.

In un ufficio si comunica in sedi formali ed informali, in riunioni e davanti alla macchinetta del caffè, per iscritto e a voce, in modo pianificato ed estemporaneo, tramite comunicazioni ufficiali e tramite pettegolezzo.

Cogliere l’atmosfera complessiva, farsi un’idea di “che cosa sta succedendo”, intuire che cosa viene considerato importante in quel momento e che cosa meno, queste ed altre sono le abilità che si acquisiscono, ai diversi livelli, proprio perchè si è immersi nel contesto complessivo delle relazioni che si intrecciano nel gruppo di appartenenza. E non si tratta di cosa da poco, perchè è proprio su queste basi che gli individui regolano i loro comportamenti, delineano le proprie attese, stabiliscono i propri obiettivi.

Provate a pensare di canalizzare (e di conseguenza di impoverire) tutto questo flusso di informazioni su un filo del telefono.

Ogni informazione – una telefonata, un e-mail, un fax – diventa per noi potenzialmente preziosa e, quasi sempre per di più, non siete capaci di distinguere un messaggio importante da uno che non lo è in modo intuitivo ed automatico come farmmo se avessimo un buon quadro complessivo del contesto. Siamo costretti a passare ogni volta attraverso un costoso processo di razionalizzazione.

Il risultato è che rimanere sempre aperti al flusso delle comunicazioni diventa una necessità e un’abitudine. Si porta avanti il lavoro tra continue interruzioni da cui non ci si può e non ci si vuole difendere.

Questo per non parlare delle forme di organizzazione del telelavoro che qualcuno ipotizza per il futuro.

Il mondo dei computer e delle comunicazioni potrebbe rendere possibile realizzare progetti attraverso la creazione di gruppi di lavoro costituiti da professionisti collocati in qualunque luogo del pianeta. E per progetto qui non si intende solo l’accezione classica del termine, ma qualunque attività finalizzata ad un obiettivo che richieda la collaborazione di diversi specialisti. Condurre una causa civile, per esempio, può essere considerato un progetto.

Bene, in questa ipotesi, i progetti verrebbero portati avanti da gruppi di professionisti che si costituiscono e si sciolgono a lavoro fatto. Ognuno di loro dovrebbe lavorare freneticamente al completamento del lavoro in corso e, contemporaneamente, competere con altri nel cyberspazio per assicurarsi il prossimo lavoro.

Proprio il contrario di uno stile di vita agreste e pastorale.

Anche se importante, il telelavoro non sarà mai un fenomeno di massa.

Per non parlare del mondo della produzione dei beni, che tuttavia nelle società postindustriali avanzate conterà sempre meno addetti, anche nei servizi il telelavoro resta incompatibile con alcune attività.

I barbieri, i camerieri, ma anche i chirurghi, per esempio, non saranno tanto presto tra i telelavoratori.

Allo stesso modo il telelavoro non segnerà la fine delle città così come le concepiamo oggi. Proprio i computer e le comunicazioni alimentano la globalizzazione dell’economia che sta diventando la raison d’étre delle grandi città internazionali, così come a suo tempo il telefono, invece di favorire la dispersione degli individui, ha reso possibile una delle forme di massima concentrazione, il grattacielo.

Comunicazione

Comunicare su Internet significa utilizzare, almeno per il momento e nella maggioranza dei casi, una forma di comunicazione povera. Quanto ci scambiamo tramite la posta elettronica o attraverso i vari Forum o Newsgroup è ridotto a puro contenuto, spogliato della forma. Mancano i toni di voce, le espressioni del viso e anche molti dei contenuti grafici con cui siamo soliti arricchire la comunicazione scritta. Tanto che, per trasmettere qualche informazione sul proprio stato d’animo è invalso l’uso di far ricorso a delle faccine stilizzate, i cosiddetti emoticons, disegnate sommariamente con i caratteri del testo.

La comunicazione povera non significa solo puro contenuto ma anche impossibilità di identificare l’interlocutore se non per il nome che si attribuisce e, eventualmente, per il suo indirizzo nella rete. Io sono chi dico di essere. Certo mi sarà difficile farmi passare per il presidente Clinton se il mio indirizzo non è whitehouse.gov, ma ciò non toglie che i limiti siano veramente pochi.

Tutto negativo allora? No di certo. Proprio per le ragioni dette, i forum di discussione offerti da Internet hanno un grandissimo successo. La povertà della comunicazione pone tutti sullo stesso piano. Status ed aggressività non permettono di egemonizzare il dibattito come quando si discute faccia a faccia.

Anche i timidi si fanno sentire e dicono la loro. La discussione elettronica è intrinsecamente democratica.

Gioco

Da comunicare su Internet, a interagire tramite la Rete, a giocare attraverso la Rete. Tanti passi successivi dello stesso percorso.

Limitiamoci ad un solo esempio: i giochi di ruolo. é possibile costruire un ambiente virtuale, un Multi-User Domain (MUD), a cui i giocatori hanno accesso dalla Rete e dove possono interagire tra di loro secondo regole ed impersonando ruoli prestabiliti. Un ambiente può essere la Bretagna di re Artù, i ruoli disponibili quelli di Artù, Ginevra, Merlino, Lancillotto…, i tipi di interazione consentiti il duello, la battaglia, la preparazione di un filtro magico…Chi entra nel gioco assume uno dei ruoli non impersonati dai giocatori già attivi e si lancia nella mischia. Il divertimento comincia.

Ma non ci sono solo ambienti fantastici del medioevo. Si possono scegliere, ad esempio, scenari da romanzo poliziesco ed altri. Stanno comparendo anche giochi didattici.

Raccontato così può non sembrare un granché. Tuttavia questi giochi hanno un successo strepitoso tanto che gli psicologi sono al lavoro per darsene una spiegazione.

In molti casi, infatti, si sono verificati veri e propri fenomeni di dipendenza che si giustificano solo in funzione di un forte coinvolgimento emotivo.

Prima di tutto c’è l’identificazione con il ruolo assunto nel gioco. Spesso il ruolo viene assunto come conseguenza di spinte profonde che conducono ad una vera e propria transizione dell’Io da maschio a femmina o da adulto a bambino.

Nel nuovo ruolo, o meglio nei panni del nuovo Io, poi, ci si addentra in un ambiente in cui è possibile dare sfogo alle proprie aspirazioni frustrate.

Diritti umani

I guerriglieri zapatisti, attaccati dalle forze governative a Guadalupe Tepeyac fuggirono nella foresta lasciando sul posto armi pesanti ed automezzi. Non dimenticarono però i computer portatili.

Il governo cinese punisce duramente chi installi nella propria abitazione un’antenna satellitare che consenta di ricevere le comunicazioni del mondo occidentale. Non riesce però a fare altrettanto per quanto riguarda la possibilità di collegamento ad Internet: Anche se fa del suo meglio per renderlo difficile e costoso e si affanna ad emettere disposizioni contro la corruzione dei costumi derivante dalle idee depravate e dalla pornografia in circolazione sulla Rete, da 3000 nel 1994, i collegamenti ad Internet sono saliti in Cina a 100.000 alla fine del 1995.

In entrambi i casi, la diffusione di informazioni via Internet è servita più volte a denunciare le violazioni dei diritti umani compiute dai governi e a ricondurli, nei limiti del possibile, a più miti consigli.

Il governo indonesiano ha messo al bando l’opera di Pramoedya Ananta Toer i cui racconti sono pubblicati con successo in tutto il mondo; ma gli indonesiani possono trovarli e stamparli collegando i loro computer a Internet.

Il libero flusso delle informazioni sembrerebbe nutrire la democrazia.

Le reti, che consentono anche il broadcasting oltre alle comunicazioni interpersonali, sono da questo punto di vista uno strumento ideale.

Internet potrebbe essere oggi quello che era ieri The Voice of America o Radio Londra.

Organizzazione del lavoro

Oggi nessuna impresa, industriale o di servizi, può sentirsi sicura del proprio quadro di riferimento rappresentato dai prodotti, dai clienti, dai concorrenti e dal contesto competitivo in generale. Una parola non ha più diritto di cittadinanza nei mercati: stabilità.

I consumatori sono sempre più volubili ed esigenti in termini di qualità e di servizio; la globalizzazione dei mercati ha allargato a dismisura il quadro della concorrenza.

Un flusso costante di nuova tecnologia investe il mondo delle imprese e modifica il contenuto dei prodotti, il modo di costruirli, distribuirli e venderli. Anche prodotti che ci eravamo abituati a considerare “maturi”, come l’auto, si arricchiscono di contenuti nuovi dopo anni di stabilità.

Il fenomeno investe l’area dei servizi in modo anche più vistoso: dalla finanza, alle comunicazioni, alla cura del corpo, ai servizi per il tempo libero. Non solo le offerte evolvono rapidamente in un clima di vivace competizione, ma nuove offerte sono presentate tutti i giorni sui mercati.

Le imprese sono costrette a ripensare non solo il proprio modo di operare, ma addirittura il proprio modo di essere per adeguarsi al nuovo contesto competitivo. Nel fare questo, riscoprono l’informatica come lo strumento per reingegnerizzare l’azienda nel suo complesso: modelli organizzativi più flessibili ma, soprattutto, la superiore qualità dei processi aziendali in termini di tempi, risorse e risultati stanno rivelandosi come i fattori chiave del successo. I processi – dal progetto alla presentazione del prodotto (o del servizio) sul mercato, dall’acquisto alla produzione alla distribuzione alla fatturazione, dalla vendita alla logistica, all’assistenza – una volta definiti ed ingegnerizzati, vengono affidati a dei team multidisciplinari di cui fanno parte specialisti di tutte le funzioni aziendali coinvolte.

Per fare funzionare tutto questo, le reti sono indispensabili. La grande Internet e le sue figlie confinate entro le mura aziendali, le piccole e meno piccole Intranet di cui parleremo, giocano un ruolo fondamentale. Affidiamo loro non più soltanto i tradizionali processi amministrativo-burocratici, ma anche quelli in cui occorre mettere ordine e dare supporto alle attività creative dell’uomo come la progettazione o il marketing.

Ormai le imprese, di qualunque genere, si identificano sempre di più con il sistema informativo su cui si basano e, di conseguenza, la loro posizione competitiva ne dipende sempre più direttamente.

Ricerca scientifica

Gli strumenti che hanno collegato nel passato tra di loro i gruppi di ricerca sono stati sostanzialmente le pubblicazioni ed i congressi. Le comunicazioni interpersonali dirette si creavano di norma solo dopo che le informazioni scambiate attraverso i canali formali avevano messo in evidenza situazioni di reciproco interesse.

La Rete sta avviandosi a costituire una nuova forma di supporto alla ricerca scientifica su base planetaria.

Essa consente di accelerare e semplificare l’interazione tra i vari gruppi di ricerca (basta pensare all’impegno necessario per un ricercatore per mantenersi aggiornato sui lavori pubblicati nel proprio settore di specializzazione) e, grazie all’effetto già descritto a proposito del tema comunicazioni, di ridurre la percezione dell’autorità (ipse dixit) da parte dei partecipanti alla discussione. Ciò rende possibile l’allargamento a più persone della mente collettiva che lavora alla soluzione dei problemi e all’innovazione.

I fisici, che notoriamente hanno stomaci robusti, capaci di digerire i complicati comandi della vecchia Internet, sono stati i primi ad avvalersene, se non altro per rendere disponibili i loro lavori molto prima che essi fossero fisicamente pubblicati sulle riviste scientifiche. Ma con l’avvento della World Wide Web e degli strumenti di generazione degli ipertesti (HTML) e di navigazione (Netscape) il gioco è diventato alla portata di tutta la comunità scientifica, dai chimici che hanno già cominciato a tenere congressi sulla Rete, ai biologi e farmacologi che condividono enormi archivi di genetica, agli storici che cominciano a visitare Stonehenge virtuale.

E’ invece quasi banale citare la possibilità che la Rete dà di accedere a grandi risorse di calcolo remote per applicazioni di simulazione o di intelligenza artificiale o di condividere siti di ricerca costosi con comunità scientifiche remote.

Tutto positivo, dunque? Complessivamente sì, anche se non si può non segnalare il fatto che l’accelerazione della circolazione delle informazioni consentita dalla tecnologia può incrementare la concorrenza tra i gruppi per arrivare primi al risultato della ricerca con conseguenze non sempre positive. Nè va dimenticato il fatto che le informazioni che il ricercatore trova disponibili sul proprio computer tutte le mattine, che sono molte di più di quelle che una volta trovava sulle riviste scientifiche accanto alla tazza del caffè, costituiscono un ulteriore onere ed occupano, non sempre utilmente, una parte crescente del tempo disponibile.

Formazione

Multimedialità, ipertesti, interazione remota sulla Rete. Mettete insieme queste tecnologie ed avrete la piattaforma ideale su cui costruire il sogno della formazione personalizzata a costi sopportabili.

Ciò significa disporre di un ideale precettore in grado di adeguare i percorsi ed i ritmi di apprendimento alle capacità ed alle attitudini dell’allievo rivelandone e sollecitandone, contemporaneamente, gli interessi. In altri termini, rendere disponibile a tutti quanto potevano permettersi solo le famiglie nobili del passato.

Ma anche qui si paga un prezzo. E’ l’allievo che guida. E’ lui che sceglie, tra le possibilità che gli vengono offerte dall’ipertesto, il percorso che più lo interessa, che in generale non coincide con quello che più impegna le sue risorse intellettuali.

Alla rigorosa strutturazione logica di un testo tradizionale si sostituisce un percorso di minima resistenza che rischia di essere parente stretto dello zapping televisivo.

Siamo alle soglie di un eldorado della formazione o all’inizio di un drammatico degrado?

Il network ed il problema delle regole

L’era della Rete ha aperto alcuni problemi normativi che investono anche la sfera delle libertà personali che sarebbe molto interessante approfondire, ma che richiederebbero una trattazione separata.

Li citiamo qui di seguito per completezza.

Primo problema

Il diritto dei cittadini alla riservatezza delle comunicazioni, quando riferito alle reti, si concretizza nell’adozione di sistemi crittografici conosciuti solo alle due parti in comunicazione. Se così non fosse, comunicare su Internet equivarrebbe ad urlarsi messaggi in un piazza affollata. Ma consentire la crittografia sulle reti significherebbe offrire su un piatto di argento a mafia e terrorismo strumenti di cui hanno un grande bisogno. Hanno i poteri dello Stato il diritto di accesso a queste comunicazioni? Vedi le polemiche al riguardo negli Stati Uniti.

Secondo problema

La libertà di espressione deve essere garantita ai cittadini anche quando partecipano a forum e newsgroup sulla Rete. Ma chi lascia un messaggio in un forum commettendo un reato non è identificabile. é giusto, per esempio, che i governi si impegnino a reprimere la pornografia che già sta cominciando ad inquinare i siti dell’Internet? E, se sì, come? Censura o libertà di espressione?

Terzo problema

E infine, così come sulle strade si muovono gli atomi, cioè le merci, sulla Rete si muovono i bit (le informazioni). Sulle strade abbiamo le dogane a protezione delle politiche fiscali e degli altri interessi nazionali. Sulle reti, nulla. Ma anche i bit, le informazioni, hanno spesso un valore o, addirittura, possono essere dei valori (moneta elettronica trasformabile a richiesta in moneta tradizionale). E per di più, è dal tempo dei faraoni che i governi hanno imparato a tassare gli scambi di merci contro denaro. Sapranno tassare gli scambi di software e contenuti contro ciberdenaro? Come tassare i bit?

Dislivelli sociali e nuove tecnologie

La rivoluzione dei computer e delle reti rischia di dividere il mondo tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi ha e chi non ha, come diceva Hemingway.

Alcuni dati del National Bureau of Census americano mettono in evidenza il fatto che si sta creando una spaccatura netta nella società. Anche solo dal punto di vista della possibilità di accesso al computer da parte dei bambini emerge una differenza vistosa tra bianchi/ricchi e neri/poveri. E la differenza non riguarda solo la possibilità di accesso al computer nell’ambiente domestico, ma anche a scuola.

E il dato diventerebbe ancora più inquietante se si prendesse in considerazione la qualità dell’accesso in termini di tecnologia e di applicazioni.

Ma le divisioni che si creano non sono solo quelle, ovvie, per censo, per paese di nascita, per estrazione sociale, ma anche quelle, meno ovvie, per classe di età che investono trasversalmente gli strati sociali.

Sono computer literates i giovani e i giovanissimi, che col computer ci sono nati, e spesso lo sono anche i pensionati, che non hanno più nulla da temere e che hanno avuto il tempo e la voglia di far conoscenza con il nuovo intruso. Gli esclusi sono gli individui di mezza età, a qualunque classe appartengano, che guardano al fenomeno nuovo come ad una minaccia e cercano di difendersi.

Internet è una finestra privilegiata sul mondo, non un di più. Diventerà sempre più importante non solo per lavorare ma per capire, per fare e utilizzare cultura. La computer illiteracy, la incapacità di adeguarsi al mondo nuovo che si sta creando al seguito della rivoluzione delle reti, è un problema di cui dovrebbero farsi carico i governi.

E’ infatti compito dei governi combattere le esclusioni. Già oggi, con maggiore o minore efficacia, essi sono impegnati a combattere le principali esclusioni quali quelle dai titoli (proprietà), dall’istruzione, dalla salute, dalla sicurezza. E ciò per ragioni morali, ma anche e soprattutto per ragioni pratiche. Convivere con aree di esclusione è scomodo e pericoloso come ben sanno, per esempio, coloro che negli Stati Uniti debbono vivere in prossimità dei ghetti neri o ispanici.

Bene, in futuro i governi e gli studiosi delle società e delle culture dovranno confrontarsi con un nuovo tipo di esclusione, quella dal mondo del computer, che equivarrà ben presto all’esclusione dalla capacità di capire che cosa sta avvenendo intorno a noi.

A pensarci bene, siamo di fronte a quella che potrebbe in breve tempo trasformarsi nella madre di tutte le esclusioni.

Bibliografia

Gibson William, Neuromancer, Ace Books, New York, 1984 [tr.it.Neuromante, Editrice Nord, Milano, 1991, pag.261

Count Zero, Ace Books, New York, 1987 [tr.it.Giù nel ciberspazio, Arnoldo Mondadori Editori, Milano, 1990]

Virtual Light, 1993 [tr.it.Mirrorshades, Arnoldo Mondadori Editori, Milano, 1994, pag 262]

Sterling Bruce, Prefazione in William Gibson Burning Chrome,ix – xii, Ace Books, New York, 1986

Prefazione in Mirrorshades (a cura di) Ace books, New York, 1988 [tr.it.Mirrorshades, Bompiani, Milano, 1994, pag 311]

The Hacker crackdown, 1992 [tr.it.Giro di vite contro gli Hacker, Shake, Milano, 1993, pag 253]

Tullio Altan, Carlo – Soggetto, simbolo, valore – Feltrinelli, Milano, 1990.

da Cyberspace – First Step, Micael Benedict (a cura di), MIT press, Boston, 1991 [tr.it. Cyberspace, MUZIO NUOVO MILLENNIO, 1993, pag.452]

Introduzione di M. Benedikt

“A proposito del corpo reale: storie di frontiera sulle culture virtuali” di Allucquere Rosanne Stone

“Gli insegnamenti di Habitat della LucasFilm” di Chip Morningstar e F.Randall Farmer

MiniGuida Internet, ver 0.9 – Dicembre 1992, F.Bloisi da DECODER – Rivista internazionale underground, n. 2-3, I sem. 1993 – II sem. 1994

Italian Crackdown

Le faccine telematiche


Prof. Giuseppe Gaeta

Accademia di Belle Arti di Brera

Dipartimento di Comunicazione Visiva e Multimedialità

Milano Italia

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lunedì 17 giugno 2013

Altro che “Orwell 1984″… siamo MOLTO più sotto controllo di quanto abbia previsto il mitico George in tempi non sospetti…

Grazie alla tecnologia siamo capillarmente sotto controllo al 100% e non hanno nemmeno dovuto sforzarsi di imporcelo, anzi ci hanno indotto a PAGARE per esserlo, per avere l’impressione di essere liberi.

Sono rimasto basito apprendendo le caratteristiche della nuova XBOX di Micro$oft, la potentissima società di Mr. Vaccinator Bill Gates:

http://upload.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fyoutu.be%2FbZqdvdNqFHE&h=CAQF44yPv&s=1

Sarà munita di una TELECAMERA, capace di funzionare anche in assenza di luce, con tanto di riconoscimento facciale e MICROFONO che scansiona tutte le parole dette nell’ambiente, basterà pronunciare la parola “XBOX” per attivare la console. (Ovviamente per riconoscere tale parola, deve “scansionare” tutte le parole pronunciate nella stanza…) Per funzionare, la console dovrà essere collegata necessariamente a Kinect, il dispositivo in questione, e dovrà essere collegata al web: in caso contrario non funziona.
Ma certo non sarà l’XBOX a celebrare il funerale della nostra privacy: ormai tutti i PC sono muniti di telecamera e microfono incorporato, per non parlare degli smartphone (e dei tablet) che oltre alla telecamera ed il microfono sono collegati al GPS e ce li portiamo sempre dietro. Gli smartphone sono una super-tecnologica microspia che consente ai manovratori di monitorare i nostri spostamenti, conoscere la nostra posizione in qualsiasi momento, in tempo reale; ovviamente possono anche ascoltare le nostre conversazioni e acquisire immagini/video attraverso la telecamera.

Mediante i pagamenti elettronici, che entro breve saranno una scelta obbligata, saranno in grado di conoscere ogni singolo acquisto che facciamo.

In un contesto così, le centinaia di migliaia di telecamere (talvolta con microfono come nei bus in USA:http://crisis.blogosfere.it/2012/12/sorveglianza-in-usa-microfoni-spia-sugli-autobus.html) installate in ogni dove sono quasi superflue…

Ma il controllo totale a 360° lo hanno ottenuto grazie al web. Già conoscere quali siti visita un soggetto la dice lunga sulla persona, con i social network poi il quadro è ancora più chiaro: le pagine alla quale una persona è iscritto ed i contenuti sul quale clicca “like” forniscono chiare indicazioni sui gusti, le idee e la personalità di un individuo, i contatti invece integrano e approfondiscono quanto emerge già dal telefono.

Il lavoro sarà completato, molto probabilmente, con l’impianto su scala globale di MICROCHIP R-FID: che negli USA sono già diventati una moda in forte espansione, con migliaia e migliaia di persone che lo richiedono per scongiurare rapimenti, monitorare lo stato di salute, ottenere sconti in supermercati dove fungono da “carta fedeltà”… (vedi:http://www.nocensura.com/2012/10/lennesima-follia-usa-microchip.html)

AR per nocensura.com

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