Jim Dean New Oriental Outlook, 06.10.2013

E per quanto riguarda chi è interessato agli ebrei che controllano l’America, vedano le cose in questo modo. Se non è vero, non c’è niente di cui preoccuparsi. Se è vero, è meglio, sarebbe molto bello per noi“, Aaron Breitbart, Simon Wiesenthal Center, Los Angeles

Campaign-2012-Obama-Netanyahu-20120302Io, Io… che differenza può fare una telefonata. Ovviamente nessuno si aspettava che in Israele, da venerdì sera, i likudnik si agitassero in preda al panico. Avevano schierato tutta la loro intelligence per convertire il mancato intervento degli Stati Uniti contro la Siria in un prepotente soprassalto dello spauracchio sul programma nucleare iraniano. Ma l’AIPAC s’è schiantato e bruciato di nuovo. Netanyahu ha preso in giro se stesso di fronte alle Nazioni Unite, ancora una volta, cosa che tutti sanno non imbarazzarlo affatto, e sembra neppure gli israeliani. Bibi è su una nave che affonda per la sua scommessa sulla minaccia dell’Iran, perché un numero crescente di Paesi occidentali ha pubblicamente annunciato, uno per uno, di essere disposti a migliorare le relazioni con l’Iran. Ci sono stati due eventi chiave che hanno contribuito a chiarire il percorso della telefonata della svolta. L’Unione europea ha messo il suo prestigio nella lista dei singoli Paesi che migliorano le relazioni con l’Iran. Poi c’è stato il vertice alle Nazioni Unite con il gruppo P5 +1, che ha generato commenti sulla stampa molto promettenti riguardo “la risoluzione di tutte le questioni in sospeso“, per la prossima riunione di ottobre.

Le pretese della stampa statunitense hanno accreditato Obama sull’iniziativa della telefonata a Ruhani, potendo così testarne la ricezione al suo ritorno a casa, in Iran. Nel settore delle PR lo si chiama ‘messa in scena’. Ma Obama in realtà segue, e non guida. Tutte le aperture pubbliche degli altri Paesi all’Iran hanno preparato il terreno ad Obama, per poter dare a Bibi la cattiva notizia… che la bufala della minaccia nucleare dell’Iran è un cane morto. E’ giunto il momento per il mondo di andare avanti. Bibi corre a Washington per vedere Obama, lunedì. Ha anche ordinato a tutto il suo governo di imbavagliarsi, nessuno doveva commentare pubblicamente sui media ciò che dimostra la storica telefonata. Come affermato da una fonte anonima israeliana, “Netanyahu teme che si dirigano verso un pessimo accordo con l’Iran, e se è così, preferisce non ci sia alcun accordo“, ha detto la fonte. Vorrei chiedere al torbido Netanyahu, di quale accordo sta parlando. Hanno solo accettato di parlare. Ogni accordo è ovviamente ancora in ipotesi, per ora. L’Iran è già inciampato scioccamente nella pretesa che le sanzioni siano eliminate prima di iniziare la trattativa, un grande e inutile errore da parte sua. Quello che penso di Bibi, ma non vorrei dire, è che lui e i suoi estremisti del Likud vedono che la possibilità che l’esercito e il denaro dei contribuenti statunitensi siano usati per eliminare un avversario dei sionista, stia sparendo. I Primi ministri israeliani, a lungo, hanno venduto al pubblico israeliano la loro capacità di avere l’aiuto militare e il sostegno dei contribuenti statunitensi. Le armi di distruzione di massa d’Israele rendono gli aiuti degli Stati Uniti tecnicamente illegali, ma questi continuano a mostrare che ‘una correzione’ stia ancora consolidando le proprie competenze in politica estera. Gli israeliani vedono i loro capi come se manipolassero la politica statunitense. Se ne sono anche vantati pubblicamente. Ho il sospetto che Bibi arriverà a Washington con un piano in due parti. Cercherà di far deragliare qualsiasi normalizzazione degli Stati Uniti con l’Iran, forse minacciando qualcosa come costruire altri 5000 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Oppure potrebbe cercare di estorcere la promessa di ottenere armi nucleari statunitensi di quarta o addirittura quinta generazione, in sostituzione delle ADM che gli israeliani hanno già, come premio di consolazione.
I sionisti radicali non possono immaginare un mondo in cui non hanno una crescente forza d’attacco nucleare. E per averla, devono tirare fuori questi spauracchi fasulli, per nascondere il fatto che hanno già queste armi offensive. I babbei hanno anche testato i loro nuovi missili balistici a lungo raggio, proprio nel bel mezzo del dramma del minacciato attacco alla Siria. E poi hanno testato due missili lanciati dai sottomarini. Penso che Netanyahu senta che il vento stia cambiando, che senza una qualche minaccia esterna artificiale, non vi sia alcuna reale necessità per Israele di tenersi il suo non dichiarato arsenale di ADM. Ciò significa che è a un passo dal sentirsi chiedere di consegnare quello che ha, nell’ambito di un piano di pace regionale. Rifiuterà, naturalmente, aprendo le porte alle sanzioni, che il mondo intero sosterrebbe subito. Chi lo meriterebbe più dei sionisti? La Lega araba già appoggia questo desiderato ‘Medio Oriente libero dalle ADM’, e l’unica cosa che ha protetto Israele in tutti questi anni, è la corruzione della politica statunitense. Per avere i finanziamenti politici ebraici, nel cuore della campagna elettorale, tutti i candidati hanno dovuto giurare fedeltà alla supremazia militare totale d’Israele su tutta la regione. Questo assegno in bianco a sostegno della politica israeliana, è stato un fallimento totale e causa di tanta miseria e distruzione in Medio Oriente, solo così i politici statunitensi potevano contare sui contanti ebraici per la loro campagna. Tutti coloro che l’hanno fatto, violavano il loro giuramento, mettendo a rischio la sicurezza nazionale statunitense per un piccolo Paese mediorientale di nessuna importanza strategica.
Proprio nel bel mezzo di tutto questo, Israele ha chiesto un grosso aumento supplementare in aiuti militari statunitensi. Caspita, sembra che vogliano che gli USA gli comprino i loro ICBM, proprio quando affrontiamo la chiusura per il tetto del debito. Gli statunitensi sono sempre al passo con il registratore di cassa d’Israele. Il fascino politico dell’offensiva iraniana continua ad essere sempre più pressante, alle sessioni delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri Zarif ha fatto centro rispondendo agli insulti da quattro soldi di Netanyahu sui tentativi dell’Iran per una riconciliazione. “L’offensiva del sorriso è assai meglio dell’offensiva della menzogna. Netanyahu e i suoi pari hanno detto, fin dal 1991… che l’Iran è a sei mesi dall’avere un ordigno nucleare. E sono passati quanti anni, 22? E ancora dicono che siamo a sei mesi dalle armi nucleari”. Caro Bibi, Zarif se ne fa beffe delle tue sparate, e il notiziario domenicale della ABC, pure. Sento cambiare il vento, Bibi, e penso che anche tu lo senti. Volevo controllare ciò che gli agenti dello spionaggio israeliano faranno, di lavoro straordinario la domenica. Ciò di solito comporta tirar fuori i media e think tank da loro controllati e far spargere materiale, già preparato da qualche ‘esperto’, con un documento importante o qualche intervista televisiva. Non ho avuto bisogno di aspettare molto.
Il Los Angeles Times, la Tel Aviv sul Pacifico, aveva un articolo di Paul Richter. La mia scommessa era che i sionisti avrebbero preteso il divieto totale di qualsiasi attività nucleare dell’Iran, quale unico modo con cui il mondo potrebbe essere messo al sicuro da un Paese, che non ha attaccato nessuno in 1000 anni. Avevo ragione. Mark Dubowitz della pro-sanzioni Fondazione per la Difesa delle Democrazie, pigolava che il diritto al riprocessamento dell’Iran previsto dal TNP, sia in qualche modo oggetto di soggetti estranei, come il desiderio d’Israele di annullarlo. La FDD è uno dei più grandi think tank neocon filo-israeliani che abbiamo, con personaggi famosi come l’ex-direttore della CIA James Woolsey, che vuole che Jonathan Pollard sia rilasciato quando lui e gli israeliani hanno ucciso più persone di qualsiasi uomo della CIA, nella storia. Woolsey deve essere considerato un traditore della fedele comunità dell’intelligence, che vorrebbe vederlo con Pollard a condividere la cella. L’intelligence israeliana spesso s’infiltra in questi grandi gruppi di riflessione, a fini di controllo, perché vi sono pezzi da novanta, come ex-politici e capi dipartimento, quale Loui Freeh dell’FBI, rendendo difficile investigare, se non impossibile… questo è il punto. La FDD è una copertura per le aggressive operazioni di cambiamento di regime all’estero, e sembra rappresentare una varietà di benefattori, anche degli interessi stranieri. Per esempio, sosterebbe il terrorismo di al-Qaida in Siria senza battere ciglio. Dovrebbe cambiare il nome in Fondazione per la democrazia del terrorismo. Altri articoli del LA Times affermano che qualsiasi ritrattamento nucleare iraniano serva solo a poter continuare a nascondere gli impianti per costruire la bomba. La bufala è stata smascherata da secoli da chi segue le procedure di ispezione. Queste élite dei media e dell’impostura, dimenticano che noi contadini sappiamo leggere.
L’AIEA ha confermato con i suoi controlli che non un grammo di materiale nucleare iraniano è andato disperso. Non è una novità per noi di Veterans Today, come per il nostro esperto nucleare Clinton Bastin, per 40 anni al dipartimento di Energia, che sa come come tutti i depositi siano sotto costante monitoraggio e siano in grado di rilevare qualsiasi deviazione quasi in tempo reale. Abbiamo anche altre fonti che confermano che le strutture segrete per la bomba sono un’altra beffa, con la nostra tecnologia satellitare che rileva il ritrattamento… ovunque, e potendolo fare da molto tempo. Non posso dire come o mi sparerebbero, e preferirei continuare a scrivere queste righe per voi. La gente sa in fondo che la minaccia nucleare dell’Iran è solo una grande operazione psicologica truffaldina, fin dall’inizio. E’ stata utilizzata per preparare i cittadini ad accordare fiducia a un futuro attacco all’Iran, quando quelle stesse persone non avrebbero creduto che il loro governo gli mentiva in faccia, e perché. Scriverò oltre su quali siano queste ragioni. Dovete solo fare un lungo viaggio sulla strada della memoria delle guerre passate, per scoprirne il perché.

Jim W. Dean è caporedattore di VeteranToday.com, produttore di Heritage TV Atlanta, membro della Associazione dei funzionari dei servizi segreti e dei Figli dei Veterani confederati, appositamente per New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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La Terra Persa. Una storia poco occidentale sulla Terra Promessa per il sionismo e Perduta per tutti gli altri

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LA TERRA PERSA

Una controstoria poco occidentale, per nulla reticente, in fondo cristiana, sulla terra Promessa agli ebrei, Negata a musulmani e cristiani, Svenduta dagli Alleati, Sequestrata dal sionismo, Proibita ai suoi figli legittimi, Perduta per tutti.

Israele, Palestina e Medioriente ieri, oggi, forse domani: quel che “l’informazione” non dice.

UN BREVE SAGGIO

di Andrea Virga

DUE PESI E DUE MISURE

I media democratici di altri Paesi si sono spesso preoccupati ogniqualvolta in un Paese occidentale acquisivano rilevanza politica partiti giudicati di volta in volta pericolosamente “populisti”, “xenofobi”, “nazionalisti”, “razzisti”, “neofascisti” o (Dio non voglia!) “neonazisti” (il non plus ultra dell’esecrazione democratica). È il caso di Haider in Austria, di Le Pen in Francia, di Geert Wilders nei Paesi Bassi, della Polonia dei fratelli Kaczinsky o, più recentemente dell’Ungheria di Viktor Orban, quest’ultima colpevole nientepopodimeno di voler sottoporre a controllo politico la Banca centrale (sacrilegio!). Addirittura, nel 2000, si giunse a sanzioni e minacce di boicottaggio da parte europea nei confronti dell’Austria, colpevole di aver democraticamente eletto il FPÖ di Jorg Haider come partito di governo.

Ora, una simile azione rappresenta certo un’intollerabile ingerenza nei confronti di (quello che dovrebbe essere) uno Stato sovrano. Tuttavia, per una volta è interessante applicare il medesimo metodo nei confronti di un Paese che non è mai oggetto (semmai autore!) di simili critiche sui media occidentali; un Paese che si fregia di essere “l’unica democrazia del Medio Oriente”; un Paese i cui apologeti e cittadini sono spesso in prima linea nel denunciare “la minaccia dell’estrema destra” in Europa. Questo Paese è lo Stato d’Israele. Questo breve articolo non intende tanto esaminare le (pur numerosissime) contraddizioni d’Israele – altri l’hanno già fatto meglio di me – ma sollevare l’attenzione sulla composizione del Parlamento israeliano (la Knesset) e sui partiti che vi sono presenti, e che rappresentano quindi (almeno in linea teorica) le posizioni dell’elettorato israeliano.

I MODERATI: CRIMINALI DI GUERRA IN PARLAMENTO

La Knesset (“assemblea”)[1] è un Parlamento unicamerale che detiene il potere legislativo; ha 120 deputati, eletti a scadenza quadriennale con metodo proporzionale, liste chiuse e soglia di sbarramento al 2%, che ne fanno uno dei parlamenti con più partiti (attualmente 14) e meno stabilità al mondo (25 mesi è la durata di un governo medio). Ha il potere di discutere e passare tutte le leggi, anche di natura costituzionale (le Leggi di Base), con una maggioranza semplice. Elegge il Presidente e propone a quest’ultimo il Primo Ministro e il Controllore di Stato; può rimuovere ciascuna di queste cariche e sospendere l’immunità dei suoi stessi membri; approva il governo e ne supervisiona il lavoro; può sciogliere se stessa. Come si può vedere, è quindi l’organo più importante della politica israeliana.

Alle ultime elezioni (anticipate), il 10 febbraio 2009, la soglia di sbarramento è stata superata da 12 liste, per un totale di 18 partiti, che esamineremo ora uno per uno. Il primo partito (22,47% dei voti e 28 seggi) è Kadima (“Avanti”), fondato dal criminale di guerra Ariel Sharon (riconosciuto “personalmente responsabile” del massacro di Sabra e Chatila da una commissione israeliana [2]), a partire dai moderati del suo partito (il Likud) e del partito laburista. Fino alle elezioni precedenti, era al governo con Ehud Olmert (attualmente sotto processo per frode, corruzione ed evasione fiscale) come Primo Ministro, mentre ora è all’opposizione. Il suo attuale leader è Tzipi Livni, famosa per aver dichiarato, durante l’operazione “Piombo Fuso”, che «non c’è nessuna crisi umanitaria a Gaza»[3]; il suo ruolo come Ministro della Giustizia in quegli eventi le fruttò un mandato d’arresto per crimini di guerra da parte di una corte inglese, poi ritirato [4]. Anche l’attuale Presidente, Shimon Peres, è di Kadima (anche se di estrazione laburista); di lui ricordiamo l’affermazione secondo cui «anche l’Iran può essere cancellato dalla carta geografica»[5].

La piattaforma del partito, sulla questione israelo-palestinese sostiene [6]: «La nazione israeliana ha un diritto storico e nazionale all’intero Israele. Tuttavia, al fine di mantenere una maggioranza ebraica, parte della Terra d’Israele deve essere ceduta per mantenere uno stato ebraico e democratico. Israele rimarrà uno stato e una patria ebraica. La maggioranza ebraica in Israele sarà preservata tramite concessioni territoriali ai palestinesi. Gerusalemme e i grandi insediamenti di coloni sulla Sponda Occidentale saranno tenuti sotto controllo israeliano. L’agenda nazionale israeliana per porre fine al conflitto israelo-palestinese e ottenere due Stati per due nazioni sarà la tabella di marcia. Verrà portata avanti per stadi: smantellare le organizzazioni terroristiche, collezionare armi da fuoco, implementare riforme di sicurezza nell’Autorità Palestinese, e prevenire sedizioni. Alla fine del processo, uno stato palestinese demilitarizzato privo di terrorismo sarà stabilito.» Anche se non sembra, Kadima nello spettro politico israeliano è un partito di centro (diciamo di centrodestra), moderato e liberale.

IL CENTRODESTRA: GLI EREDI DEL FASCISMO SIONISTA

Il partito di governo, il secondo alle elezioni (21,61% voti; 27 seggi), è il Likud (“consolidamento”), storico partito di destra, nazionalista, liberista e conservatore, che affonda le sue radici nel sionismo revisionista, ossia quell’ala del movimento sionista capeggiata da Ze’ev Jabotinsky, che rivendicava anche la Transgiordania e intratteneva stretti rapporti con i fascismi europei [7]. Il suo leader, nonché Primo Ministro in carica è Benjamin Netanyahu, il quale, tra le altre cose, sostiene che l’Iran sia una minaccia paragonabile alla Germania nazionalsocialista e che quindi debba essere fermato (ovvero aggredito preventivamente) prima che si munisca di armi nucleari [8] e che l’evacuazione dei coloni da Gaza è stata un errore [9]. Le sue condizioni di pace, espresse in un discorso all’Università di Bar-Ilan, prevedono esplicitamente che Israele conservi l’intera città di Gerusalemme, che le colonie nei territori siano mantenute, e che il futuro Stato palestinese sia del tutto demilitarizzato [10].

Quasi un miglioramento se consideriamo che lo stesso Likud, nel suo programma del 1999 proclamava: «a) Il fiume Giordano sarà il confine orientale permanente dello Stato di Israele; b) Gerusalemme è la capitale unita, eterna dello Stato d’Israele e solo d’Israele. Il governo rifiuterà completamente le proposte palestinesi di dividere Gerusalemme; c) il Governo d’Israele rifiuta completamente la costituzione di uno stato arabo palestinese a ovest del fiume Giordano; d) le comunità ebraiche in Giudea, Samaria e Gaza sono la realizzazione dei valori sionisti. L’insediamento della terra è una chiara espressione del diritto inoppugnabile del popolo ebraico alla Terra d’Israele e costituisce un importante valore nella difesa degli interessi vitali dello Stato d’Israele. Il Likud continuerà a rafforzare e sviluppare queste comunità e preverrà il loro sradicamento» [11].

ESTREMISMO NAZIONALISTA DI UN PARTITO D’IMMIGRATI

Tuttavia, per governare il Likud ha dovuto coalizzarsi con tutta una serie di partiti minori, primo fra tutti il terzo (11,70% voti; 15 seggi), ossia Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra casa”), partito laico e nazionalista, anch’esso nel solco del sionismo revisionista, che rappresenta gli interessi degli immigrati russi, e si pone alla destra del Likud. Esso vuole incoraggiare l’immigrazione ebraica in Israele (ma solo per gli Ebrei di sangue e i convertiti al giudaismo ortodosso) e propone il cosiddetto Piano Liebermann, che prevede lo spostamento delle frontiere israelo-palestinesi per creare due Stati etnicamente più omogenei, ovvero cedendo la regione frontaliera del Triangolo, abitata da Arabi (ma non altre aree abitate da Arabi nel Negev e in Galilea) alla Palestina ed annettendo invece ad Israele tutte le colonie in Cisgiordania vicino al confine.

Nonostante questo partito, spesso in contrasto con la destra religiosa, neghi di essere ultranazionalista, varie affermazioni del suo leader, Avigdor Liebermann, vanno nella direzione opposta. Durante l’operazione Piombo Fuso, aveva affermato che Israele avrebbe dovuto «continuare a combattere Hamas proprio come gli Stati Uniti hanno fatto con i Giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale […] anche allora l’occupazione del territorio non era necessaria» [12]: considerando che Israele possiede armi nucleari, non è difficile capire a cosa si stesse riferendo. Ma già precedentemente aveva sostenuto che sarebbe stato meglio annegare i prigionieri palestinesi nel Mar Morto piuttosto che rilasciarli [13], e che i parlamentari arabi israeliani che avevano dialogato con Hamas meritavano di essere giustiziati in quanto collaborazionisti [14]. Nonostante tanta disinvoltura con le parole, tra cui insulti nei confronti di Mubarak e la proposta di bombardare la Diga di Aswan [15], è attualmente Ministro degli Esteri, dove può mettere a profitto la propria diplomaticità. Anche Liebermann ha avuto guai con la giustizia, oltre ad essere stato condannato a pagare una multa per aggressione ad un dodicenne, è ora sotto processo per frode e riciclaggio [16].

LA SINISTRA ISRAELIANA: POCHI E POCO EFFICACI

Il quarto partito, il Partito Laburista Israeliano (9,93% voti; 13 seggi), deriva dalla tradizione politica del sionismo laburista, ed è ormai un partito di centro, socialdemocratico e sionista moderato. Il suo leader, Ehud Barak, già agente delle forze speciali e dei servizi militari, è Ministro della Difesa, e tale era anche nel governo precedente, quando condusse l’operazione Piombo Fuso contro la popolazione di Gaza. Anche questo partito faceva parte della coalizione di governo, prima di uscirne nel gennaio 2011, per insoddisfazione verso lo stallo nelle trattative di pace. In quel frangente, Ehud Barak e altri quattro deputati si staccarono dal partito, formando il nuovo partito Indipendenza, più centrista, il quale rimane al governo.

Alla sinistra dei laburisti, troviamo Nuovo Movimento-Meretz (“Vitalità”) (2,95% voti; 3 seggi), l’unico partito sionista che si può considerare effettivamente di sinistra, con posizioni a tutela della laicità dello Stato, del welfare, dell’ambiente, dei diritti delle minoranze. Questo partito sostiene la formula “due popoli/due Stati” e il ritiro dalla maggior parte degli insediamenti, ma non ha una posizione chiara sul diritto di ritorno per i profughi palestinesi e sul diritto all’obiezione di coscienza. Riunendo assieme i resti del Partito Laburista e Meretz, possiamo affermare che la sinistra israeliana e sionista conta ben 11 deputati su 120!

ANCORA PIÙ A DESTRA: ULTRANAZIONALISTI E FONDAMENTALISTI

Il deputato israeliano Benari, fanatico sionista, strappa nel parlamento le pagine del Vangelo, ricoprendole di insulti e sputi. Non che avesse tutti i torti: si trattava di una bibbia di sette protestanti americane… completamente falsata.

D’altra parte, altre quattro liste sono state elette in Parlamento alla destra di Yisrael Beiteinu. Unione Nazionale (3,34% voti; 4 seggi) comprende quattro partitini di estrema destra (Moledet, Hatikva, Eretz Yisrael Shelanu e Tkuma). Il deputato Uki Ariel si è messo in luce per aver difeso gruppi di giovani coloni, colpevoli di aggressioni all’esercito israeliano [17]. Recentemente poi, l’altro deputato Michael Ben Ari, già dichiarato persona non grata negli Stati Uniti [18], ha mostrato la sua tolleranza religiosa, strappando pubblicamente un Vangelo [19]. Vediamo ora la piattaforma elettorale di questa coalizione [20]: Gerusalemme capitale eterna ed indivisibile dello Stato d’Israele, soluzione militare del conflitto israelo-palestinese, diritto di rappresentanza politica solo per i partiti che riconoscono la natura ebraica d’Israele, servizio militare obbligatorio anche per gli ultraortodossi, condanna dell’evacuazione delle colonie a Gaza e in Samaria, rafforzamento dei legami con la diaspora ebraica, affermazione delle colonie come realizzazione del sionismo, colonizzazione ebraica della Galilea (area israeliana a maggioranza araba), mantenimento del Golan.

La lista La Casa Ebraica, composta principalmente dal Partito Nazionale Religioso, originariamente alleata alla precedente, ha poi corso da sola (2,87% voti; 3 seggi). Le sue posizioni sono ispirate al sionismo religioso e affermano un unico Stato ebraico, tra Giordano e Mediterraneo. Le altre due liste di estrema destra, sono invece molto più influenti e rappresentano gli Ebrei ortodossi e ultraortodossi. Giudaismo della Torah Unito (4,39% voti; 5 seggi) è formata dai due partiti Agudat Israel (“Unione d’Israele”) e Degel HaTorah (“Bandiera della Torah”), rappresentanti rispettivamente gli ultraortodossi ashkenaziti chassidici e non chassidici. Questi partiti hanno anch’essi posizioni fortemente critiche nei confronti del sionismo laico e della natura secolare d’Israele, ma fanno anch’essi parte della coalizione governativa guidata dal Likud.

«I GENTILI SONO NATI SOLO PER SERVIRCI. SENZA CIÒ, NON HANNO POSTO NEL MONDO»

L’altra lista, Shas (acronimo per “Guardiani Sefarditi della Torah”), è ora il quarto partito per dimensioni nella Knesset (8,49% voti; 11 seggi), e fa parte della coalizione di governo. Rappresenta gli ortodossi meno estremisti, in particolare di estrazione sefardita e mizrahi. Shas promuove la legge religiosa, difende i diritti di sefarditi e mizrahim e si batte contro la natura secolare dello Stato d’Israele. La sua guida spirituale, il Rabbino Ovadia Yosef, è considerato relativamente moderato per essere un ultraortodosso; ad esempio, considera lecito ascoltare una cantante femminile (posto di non averla vista dal vivo), le classi miste (fino ai 9 anni), il matrimonio con Ebrei caraiti, ecc. Tanta moderazione, per così dire, non toglie che certe sue osservazioni abbiano destato scalpore. Per esempio, che i Palestinesi siano «malvagi, aspri nemici d’Israele» e «dovessero perire tutti» [21]; che (riferendosi agli Arabi) «è proibito essere misericordiosi con loro. Dovete mandare missili e annientarli. Sono malvagi e condannabili» [22]; che le vittime della Shoah fossero la reincarnazione di anime peccatrici [23]; che l’uragano Katrina costituisse la punizione divina per lo scarso studio della Torah da parte dei «negri» (testualmente Kushim) di New Orleans (oltre che per il sostegno statunitense all’evacuazione di Gaza) [24]; o che «i Gentili sono nati solo per servirci. Senza ciò, non hanno posto nel mondo – solo per servire il popolo d’Israele […] perché c’è bisogno dei Gentili? Lavoreranno, semineranno, mieteranno. Staremo seduti come un pascià e mangeremo. Ecco perché furono creati i Gentili» [25].

In sintesi, contando queste quattro liste, Yisrael Beiteinu, il Likud e partiti di centrodestra come Kadima e Indipendenza, la destra sionista e israeliana su 120 seggi parlamentare può contare sulla bellezza di 98, 65 escludendo i cosiddetti “centristi” (ossia moderati del calibro di Ehud Barak, Tzipi Livni, Shimon Peres e Ariel Sharon).

I PALESTINESI? STRANIERI IN PATRIA

E gli Arabi? Essi costituiscono il 18,7% della popolazione complessiva [26], più i Druzi che costituiscono l’1,6% della popolazione e, pur essendo di lingua araba, sono sempre stati filo-israeliani. Attualmente ci sono quattro parlamentari drusi (3,3% dei seggi), tre dei quali in partiti sionisti di destra, e dieci parlamentari arabi (8,3% dei seggi), di cui uno solo in partiti sionisti (il laburista Raleb Majadele, primo e unico ministro arabo nel 2007). Va poi citato un giudice arabo della Corte Suprema (su 15 giudici totali). Inoltre, pur essendo oltre il 20%, gli Arabi costituiscono solo il 6,1% dei pubblici dipendenti [27]. È evidente come questa minoranza sia decisamente sottorappresentata.

Per di più, essa è divisa in quattro partiti: l’antisionista Ta’al (1 seggio), Lista Araba Unita nazionalista e islamista (3 seggi; 3,38% voti insieme con Ta’al), Balad democratico e progressista (2,48% voti; 3 seggi) e il partito comunista Hadash (3,32% voti; 4 seggi). Quest’ultimo vanta anche un deputato ebreo, Dov Khenin, che è l’unico Ebreo non-sionista in tutta la Knesset. Tutti questi partiti (con un totale di 11 deputati su 120), naturalmente, sostengono il diritto di Israele ad esistere, e chiedono uguali diritti per la minoranza araba in Israele, l’evacuazione dei territori occupati, e il riconoscimento da parte israeliana di uno Stato palestinese. Tuttavia, è stato più volte proposto di proibirli [28]. D’altro canto, fare il parlamentare arabo in Israele non è facile: può capitare di vedersi revocare il passaporto per aver visitato un altro Paese arabo [29], o di venire picchiati dalla polizia durante manifestazioni di piazza [30].

Come si può vedere, in Israele, nonostante gli Ebrei costituiscano solo il 75% della popolazione, essi detengono l’88% dei seggi, e la stragrande maggioranza dei seggi parlamentari (82%) sono andati a partiti di destra, i cui principali esponenti spesso esprimono posizioni fortemente nazionaliste e offensive nei confronti delle minoranze o di Paesi esteri. Il lettore attento avrà notato che ho spesso citato fonti israeliane. Il fatto è che all’interno del Paese, questo problema viene sollevato, e questi articoli spesso arrivano anche sulla stampa estera (americana o europea). Tuttavia, i media a grande diffusione, in particolare televisivi – gli stessi che si stracciano le vesti per qualche intemperanza verbale del Bossi di turno o per un 5% strappato da qualche partito nordeuropeo colpevole di raccogliere i voti di chi è esasperato dall’immigrazione di massa –, tendono ad ignorare i fatti qui riportati e documentati, nonostante siano di pubblico dominio. Ma il rapporto tra Europa, Israele e Stati Uniti è più complesso.

I MEDIA “GENTILI”? PIÙ REALISTI DEL RE

In quei Paesi, dove la presenza politica sionista è forte (Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna), la posizione nei confronti di Israele è più moderata, in tutti i sensi. Sono rari i toni da “falchi”, ma altrettanto rare sono le critiche effettive ad Israele. Questo è meno vero per altri Stati, come i Paesi scandinavi (che non hanno mai avuto minoranze ebraiche rilevanti) o i Paesi europei orientali (dove l’antigiudaismo è sempre stato molto forte come sentimento popolare). Negli Stati Uniti, invece, è vero che la lobby sionista è molto forte, ma è anche vero che in questo Stato la politica estera è del tutto autocefala e dettata da esigenze politiche interne, non da pressioni esterne, come quelle esercitate dagli Stati Uniti appunto sui Paesi alleati o occupati. Di conseguenza, non tutti i gruppi di potere statunitensi sono a favore di una politica d’appoggio incondizionato ad Israele. D’altro canto, questo appoggio finora è sempre stato molto consistente, proprio perché coincide anche con gli interessi statunitensi. Ad esempio, le reazioni più positive per Israele, relativamente all’Operazione Piombo Fuso si sono avute negli Stati Uniti e in quei Paesi ad essi più legati politicamente e militarmente (in particolare Italia, Regno Unito, Germania) [31].

NESSUN PARAGONE CON GLI “ESTREMISTI” EUROPEI