Mysterium doloris

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ANCORA ROSA SHOCKING?

NO, QUESTA VOLTA

VI PARLO DELLA SOFFERENZA

Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perchè ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

di Nicola Peirce

Nicola PeirceSono stato accusato di scribacchiare solo cose “rosa” perché ho trattato, a più riprese, dell’amore ma non è assolutamente vero. Leggete ciò che ho scritto sulla morte o su altre bazzecole del genere e capirete che non è così. Pertanto ho deciso, per ripicca verso chi mi ha definito scrivano da soap-opera, di trattare un argomento brutale: la sofferenza ed in particolare quella che colpisce gli innocenti; anche perché mi è stato riferito che il mio censore scappa a gambe levate di fronte a questo tema; …così s’empara, il denigratore della mia scrittura rosé, che tra l’altro è il colore del miglior vino prodotto nelle sue terre.

Ovviamente scherzo, la mia è solo una goliardata da redazione. Tornando alle cose serie, la verità è che ho incrociato la sofferenza, faccia a faccia, inaspettatamente, così come mi era successo l’anno scorso di incrociare l’amore, quando ho iniziato le mie dissertazioni su quel tema. Sofferenza che leggo nel volto delle molte persone depredate e sfigurate dalla condizione d’indigenza nella quale questa devastante crisi economica le ha precipitate e che incontro ormai da alcuni mesi, da quando svolgo un certo tipo di servizio volontario. Sofferenza che è, purtroppo, anche lei, come la morte, una condizione inalienabile della vita umana che genera sempre, quando l’incontri o la vivi sulla tua pelle, la domanda: perché?

TKimg47ab377305d52Guardate cosa è successo a Lampedusa. Al netto delle demagogie politiche quella è stata un’evidenza di sofferenza assolutamente perfetta. Scusate questa definizione al limite del volgare ma è la realtà: uomini, donne e bambini, in tutto e per tutto uguali a me e a te che leggi, che fuggono da una sofferenza per cadere in un’altra ancora più grande; viaggi della speranza che si trasformano in viaggi della disperazione: che senso ha? Certo possiamo accollare la colpa di questa specifica sofferenza a chi fa di quel traffico di carne umana un lucro o possiamo incolpare, più genericamente, la società del consumismo e il suo egoismo indifferente, però, nella sostanza, se guardiamo alla storia di questo mondo non da un punto di vista particolare ma con una visione generale, la domanda è sempre quella: perché esiste la sofferenza? che ruolo ha nell’economia della nostra esistenza?

Una risposta convincente a questa questione io l’ho trovata. Certo è la risposta che viene dalla mia fede cristiana, ragionata, ma pur sempre fede: d’altronde non si può pretendere di rispondere a questo genere di interrogativi attraverso la scienza empirica. Quest’ultima può spiegarti il come della sofferenza, non certo il perché, ti spiega come muori e non perché muori. Comunque una volta che hai trovato questa risposta, accettarla, è ben altra cosa, è molto difficile, anche per me, anche alla luce della mia fede: anzi posso dire che è un’accettazione al confine dell’impossibile. Perché se l’accetti profondamente, nel tuo intimo mentre ti confronti con la sofferenza, vuol dire che sei in odore di santità, di quella santità eroica che ti “spara” dritto, dritto in paradiso ed è proprio per questo che accettarla quale verità è al limite dell’impossibile perchè entrare direttamente in paradiso non è certo cosa facile.

Perché? …perché due non fa tre.

Nella sofferenza dei bambini il "perchè?" si fa ancora più doloroso.

Nella sofferenza dei bambini il “perchè?” si fa ancora più doloroso.

Sono trascorsi poco meno di vent’anni da quando ho visto una bambina di otto anni morire per una malattia inguaribile, trasmessale dalla madre quand’era ancora nella sua “pancia”, e di cui lei, la bambina, non aveva certamente nessuna colpa. La madre che ne era affetta perché ex-tossicodipendente, morta, anche lei, poco tempo dopo sua figlia, scoprì di essere sieropositiva solo due mesi prima del parto. Una donna che aveva vissuto in maniera incosciente, con uno sguardo infantile e immaturo nei confronti del mondo, travolta dagli eventi della vita che l’avevano schiacciata: la donna era mia sorella e la bambina era mia nipote.

Quella bimba si è spenta poco alla volta, in un letto d’ospedale attaccata all’ossigeno e ai tubi che l’alimentavano, in una lunga agonia; ogni volta che andavo a trovarla la vedevo sempre più scheletrica, scarnificata dalla malattia che la corrodeva ma ciò che non potrò mai dimenticare è il suo sguardo, quegli occhi che spuntavano da dietro la maschera dell’ossigeno, nei quali c’era scritto, a lettere cubitali: «perché?». Come ho già scritto in altra occasione, non racconto questo episodio personale per “piangeria” o perché mi piace il palcoscenico alla Maria de Filippi ma perché è propedeutico per avere un termine di paragone con un fatto di sofferenza, analogo, che riguarda un’altra bambina di cui parleremo più avanti.

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia...

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia…

Mia nipote aveva superato da tempo il confine che separa la richiesta di aiuto, di sollievo, dalla rassegnazione che porta, inevitabilmente, con sè quella domanda che leggevo nei suoi occhi; immersa nel dolore e consapevole del suo destino, era arrivata, nonostante la sua tenera età, a chiedersi: perché? La stessa domanda che prima o poi tutti ci facciamo confrontandoci con la sofferenza. Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perché ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

Effettivamente, se ci pensate bene, è ridicolo il nostro modo di vivere indirizzato alla spasmodica ricerca della felicità in questa vita, sapendo perfettamente di doverla lasciare e che tutto ciò che noi facciamo è destinato a perire. Anche il nostro ricordo sbiadirà inesorabilmente. Sfido chiunque di voi a dimostrarmi, dati alla mano, che conosce nome e storia della sua famiglia dal trisnonno in su. Sono pochi quelli che sanno chi erano e cosa facevano – scusate l’arroganza, io sono uno di quei pochi – i propri antenati distanti meno di duecento anni che in termini storici equivalgono ad un batter di ciglia. Allora come è possibile che ricerchiamo la felicità duratura, inamovibile, qui ed ora, sapendo perfettamente di essere, invece, in una vita transitoria, evanescente, sia quella che viviamo corporalmente sia quella che vivremo nei ricordi, anche, di chi ci è consanguineo?

…aiuto: salvatemi dal dolore!

L'attentato a Giovanni Paolo II: l'inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell'anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

L’attentato a Giovanni Paolo II: l’inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell’anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

Scusate la divagazione “esistenzialista” e torniamo al nostro tema nudo e crudo: la sofferenza. Con una doverosa premessa: mi sono ispirato per questo scritto, saccheggiando a piene mani il testo, alla Lettera Apostolica di Papa Giovanni Paolo II: “Salvifici Doloris” del febbraio 1984. Che viene considerato, a buon titolo, il documento più esaustivo, dello specifico argomento, del magistero della Chiesa Cattolica proposto ai suoi fedeli ma anche a tutta l’umanità. Vorrei sottolineare come questo documento sia opera di un uomo che aveva sperimentato il dolore da giovane, con la morte della madre, e poi del padre e del fratello, ritrovandosi solo a 21 anni, e ancora la guerra e la dittatura comunista mentre da Papa, con l’attentato. Un uomo che ha chiuso il suo pellegrinaggio terreno con quell’agonia di dolore degli ultimi giorni, volutamente mostrata agli occhi del mondo quale ostensorio della sofferenza e che racchiude, a mio avviso, il vero messaggio del suo papato. Molti ricordano solo l’aspetto forte e dirompente, scenografico, di Karol Wojtyla, mentre, secondo me, il suo messaggio è proprio in quella sua lenta e prolungata “crocefissione” che si rispecchia nel titolo di questa sua Lettera, chiamando tutti a valutare la mondanità aleatoria alla luce del “salvifico dolore”.

E’ bene notare che il termine “salvifici” ha due radici: salus e facio e che il termine salus ha due significati: salute e salvezza, termine quest’ultimo che richiama l’architettura del pensiero cristiano riguardo il vero significato della nostra presenza su questa terra. Infatti, un primo aspetto che colpisce della sofferenza umana è quello di andare oltre il semplice confine della malattia fisica entrando anche nella dimensione morale del nostro essere. La medicina ha fatto passi da gigante nella cura della sofferenza fisica ma sono proprio i medici i primi a sostenere che anche il morale, cioè quella che viene chiamata laicamente la psiche del paziente, ha bisogno di sollievo per la buona riuscita di qualsiasi terapia: «…non si può, infatti, negare che le sofferenze morali abbiano anche una loro componente fisica, o somatica, e che spesso si riflettano sullo stato dell’intero organismo» (Salvifici Doloris). Questo, tra l’altro, è un indizio del fatto che l’uomo deve per forza di cose avere due dimensioni, una corporale e una non-corporale, diciamo “spirituale”, altrimenti si ridurrebbe tutto al solo dolore fisico. In questo senso possiamo dire che la forza morale, che per noi credenti è la perseveranza anche nella prova, si riversa sulla capacità di sopportare e giustificare il dolore e la sofferenza fisica.

L'ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

L’ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

Un altro aspetto della sofferenza che si può facilmente intuire è che c’è sempre una causa della sofferenza sia di quella fisica sia di quella morale: «…l’uomo soffre, allorquando sperimenta un qualsiasi male» (Salvifici Doloris), la cui intensità è diversa a secondo dell’esperienza di “male” che si subisce. Fisicamente è abbastanza ovvio che una sbucciatura al ginocchio è sicuramente meno dolorosa della frattura di un osso; mentre per quella morale o psicologica che dir si voglia, dipende dal tipo di attività psichica: tristezza, delusione, abbattimento o, addirittura, di disperazione, sviluppata dal singolo individuo ed è legata, per intensità, alla specifica sensibilità del soggetto sofferente ma anche in questo caso c’è sempre una causa legata ad un male: «…anche al centro di ciò che costituisce la forma psicologica della sofferenza si trova sempre un’esperienza del male, a causa del quale l’uomo soffre» (Salvifici Doloris). A questo punto credo sia abbastanza evidente, almeno spero lo sia anche per voi come lo è per me, che il vero interrogativo non è tanto perché soffro ma perché c’è il male che mi provoca la sofferenza, interrogativo che porta immediatamente alla necessità di capire: che cosa è il male?

Se c’è il male perché dovrebbe esserci anche Dio?

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Nella diatriba tra credenti e non credenti proprio il tema della sofferenza e del male che ne è la causa, è uno dei punti di maggior conflitto; il non credente usa proprio l’incomprensibilità del male per affermare la propria fede-atea, facendo sua la celebre sentenza di Epicuro, riportata da Lattanzio nell’opera De ira dei: «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?». Questo pensiero, che nel complesso è ragionevole, si basa però su una logica prettamente mondana, fatta, cioè, su misura per quell’illusoria mondanità di cui abbiamo parlato prima, perché esclude dall’economia della sofferenza qualsiasi possibile “risarcimento” futuro.

Già sento i soliti “noti” mormorare: «…ecco, ci siamo, ora inizia con la storiella della salvezza dell’anima ma io soffro qui, adesso, non so dopo cosa ci sia e neanche se ci sia qualcosa». Nulla da dire anche questa è un’obiezione giusta. Una delle possibili risposte davanti alla sofferenza, soprattutto alla sofferenza innocente dei bambini, è proprio quella della fuga, del rifiuto di Dio. Dostoevskij espresse chiaramente questo disagio nei Fratelli Karamazov: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza».

L’errore, anche nel caso di Dostoevskij, come in quello di Epicuro, è di cercare la risposta partendo da una negazione, quella di Dio, contestando a priori o dubitando dell’esistenza di una realtà diversa dalla mondanità che abbiamo davanti agli occhi, di ciò che possiamo vedere che, tra l’altro, è solo una piccola parte dell’esistente. Francamente penso che questa negazione nasca più per evitare di confrontarsi con la risposta cristiana al male che non per una vera e propria convinzione atea. Lasciatevelo dire da uno che ne ha viste parecchie e ne ha combinate più di Carlo in Francia: quella cristiana è la risposta più convincente che abbia mai trovato in tutta la mia vita al dilemma della sofferenza e del male. E’ la risposta che arriva direttamente dalla Parola di Dio, dalla Bibbia ed oltre ad essere esauriente è anche, sempre secondo me, decisamente logica, perché mette al centro non tanto il male quale “rappresaglia” di Dio ma il libero arbitrio dell’uomo, la sua libera scelta e dunque la responsabilità di questa scelta, invalidando così la visione negazionista di Dio quale presunto complice, o peggio, autore del male.

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

I capitoli della Genesi che riguardano la creazione chiamano in causa l’uomo e la sua libertà ed è innegabile che un’ampia porzione del male sparso nella storia ha una precisa origine umana. In quelle prime pagine della Bibbia c’è tutta la debolezza della visione atea di Epicuro e dei dubbi di Dostoevskij. Dio non ha voluto il male dell’uomo, la sua sofferenza: anzi, in quelle pagine si parla dell’armonia dell’uomo con Dio, con il suo simile, incarnato nella donna, “carne della mia stessa carne” e con le altre creature, gli animali. Sempre in quelle pagine, in antitesi a questo disegno di armonia, prende invece forma il proposito alternativo dell’uomo che decide di definire in proprio “la conoscenza del bene e del male”. Dio diventa un estraneo, relegato nel suo trascendente ed è, guarda caso, esattamente la stessa antitesi che c’è tra la visione trascendente del credente e quella illusoria mondana del non credente, centralizzata sull’io.

«La risposta cristiana ad esso (ndr: al tema della sofferenza) è diversa da quella che viene data da altre tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che l’esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi (ndr: come ad esempio nel Buddhismo). Il cristianesimo proclama l’essenziale bene dell’esistenza e il bene di ciò che esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L’uomo soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione del bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a motivo di un bene al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando « dovrebbe » aver parte nell’ordine normale delle cose a questo bene, e non l’ha» (Salvifici Doloris).

“…ma che colpa abbiamo noi!” (The Rokes – 1967)

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

E’ anche vero, però, che c’è un male che va oltre la responsabilità dell’uomo, sia questa individuale o collettiva, che trova ambito, nell’Antico Testamento, nel Libro di Giobbe, il celebre personaggio biblico che si scontra con un male assurdo, che non è frutto di sue deviazioni morali: anzi lui era uomo “giusto”, né può essere spiegato dalla tesi che gli “amici”, con cui lui discute sostengono. Questi gli obiettano, come spiegazione al suo stato di sofferenza, il giudizio divino davanti alla responsabilità peccaminosa dell’uomo, accusando Giobbe di essere comunque colpevole di qualcosa, anche se lui non ne è pienamente cosciente. Giobbe, si ribella, protesta e, alla fine, dichiara che non è sufficiente l’uomo a spiegare un certo tipo di male e così chiama in causa Dio nella spiegazione del suo “male” che supera la ragione. E Dio accetta di confrontarsi in questa sorta di processo al quale Giobbe lo ha convocato.

«Giobbe, tuttavia, contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza» (Salvifici Doloris)

Giobbe è l'uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

Giobbe è l’uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

C’è un aspetto del male che non può essere “razionalizzato”: il male grida, con tutta la sua mostruosità contro la mente razionale dell’uomo e questa sua mostruosità può diventare accecante fino al rifiuto di Dio. Ma Dio rivela a Giobbe che esiste un “progetto”, una razionalità trascendente, superiore. Giobbe che è immagine di tutti noi, è spinto verso la rivolta a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza di fronte allo “scandalo del male”, ma è spinto, dalla sua componente trascendente, anche verso la speranza. Alla fine si arrende e prorompe in quell’inno di lode, nell’ultimo capitolo del libro, a cui lo conduce la rivelazione divina, entrando in quella che per i mistici cristiani si chiama “contemplazione”. Una comprensione che va al di là della logica razionale e percettiva, per diventare conoscenza di fede: «Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t’interrogherò e tu istruiscimi. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 3b-5).

La verità, alla fine dei conti, è che non si può spiegare la sofferenza, ed in particolare quella dell’innocente, nel razionale perché non ha nulla di razionale. Analizzandola esclusivamente nella dimensione mondana rischiamo, come Epicuro o Dostojesvky, di limitarci ad incolpare Dio di questa sofferenza illudendoci così di eliminare il problema spostandolo su un altro soggetto, senza dare risposta all’interrogativo. Oppure di negare Dio per rimanere legati ad una sorta di irragionevole fatalismo ateo e nichilista. In realtà, questo incolpare Dio o addirittura negarlo, è solo una fuga davanti alla risposta che nel nostro intimo conosciamo che, se accettata, ci obbliga a confrontarci con Dio ed in particolare con il Dio cristiano, quello del peccato e della santificazione, del giudizio e della misericordia, dell’inferno e del paradiso. Mi sembra di vedere i peli dritti e la pelle d’oca dei soliti amici laicisti che digrignano i denti davanti a queste affermazioni ma ricordo loro che la fuga non è mai una soluzione resta solo un allontanamento dal problema che permane dentro di noi pronto a saltare fuori all’occasione successiva, tornando ad interrogarci.

Gira che ti rigira, sempre lì si finisce…

Isaia: ha parlato dell'enigmatica figura del "servo sofferente".

Isaia: ha parlato dell’enigmatica figura del “servo sofferente”.

Giobbe diventa consapevole di essere stato utile, con la sua sofferenza, nell’economia del disegno di Dio che è ovviamente molto più ampio rispetto a quello limitato dell’uomo. In particolare, proprio in relazione al male che viene commesso, è stato l’uomo con la sua decisione libera, anche se istigata dal demonio, a voler conoscere, illudendosi di poterlo controllare. Non è così, non è possibile perché il male è quel Mysterium Iniquitatis di cui ho parlato tempo fa, giocando in uno scritto precedente con in numeri e con la matematica. Quella descritta nel libro di Giobbe è il primo abbozzo della risposta che Dio, nel suo disegno trascendente, intende dare a quel male che affligge l’uomo. La risposta diventa quindi più evidente in quel “Servo del Signore”, annunciato nel libro di Isaia, che attraverso l’accettazione consapevole della sofferenza, del male, diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is. 53, 5).

La risposta trova realizzazione, nella pienezza dei tempi, con Gesù, cioè Dio che viene in prima persona a subire questo male per la definitiva sconfitta del male stesso, riparando a quella sconsiderata scelta dell’uomo che fece entrare il peccato e quindi il male, nella dimensione umana.

L'uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

L’uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

«Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al “mondo” per liberare l’uomo dal male, che porta in sé la definitiva ed assoluta prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola “dà” («ha dato ») indica che questa liberazione deve essere compiuta dal Figlio unigenito mediante la sua propria sofferenza. E in ciò si manifesta l’amore, l’amore infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del Padre, il quale “dà” per questo il suo Figlio. Questo è l’amore per l’uomo, l’amore per il “mondo”: è l’amore salvifico» (Salvifici Doloris)

Mi dispiace per il censore del mio filosofeggiare “rosa” ma qui si ritorna all’amore, a quella essenza divina fatta d’amore/donazione di cui ho ampiamente trattato che è la verità centrale della fede cristiana. E’ per amore che Dio s’incarna e assume in sé il nostro limite: la “carne”, così da redimerla dall’interno. In Cristo non si arriva alla giustificazione o alla comprensione dello scandalo del male secondo un metro ideologico o etico, prettamente umano; si ha, invece, la condivisione del soffrire per amore. Proprio perché Cristo non cessa di essere Dio, anche quando è nella condizione umana, assumendo il male, il dolore e la morte, lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza». L’amore divino non ci protegge “da” ogni male ma ci sostiene “in” ogni male facendocelo superare. L’esperienza del male, da noi voluta e scelta, è una prigione ma l’ingresso del Figlio di Dio in questa prigione segna una svolta, dimostra che le catene possono essere spezzate e così, pagando il riscatto del nostro peccato, ci apre un “oltre” ci fa superare il male che porta con se la morte.

L'illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

L’illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

Il colloquio con Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni, spiega esattamente ciò che ha significato nella storia dell’umanità, afflitta dalla sofferenza e dal male, la venuta di Gesù, svelandoci la sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv. 3, 17-18). Dio dà il suo Figlio unigenito, cioè se stesso, affinché l’uomo “non muoia” e il significato di questo “non muoia” viene precisato accuratamente dalle parole successive: «…ma abbia la vita eterna». L’uomo muore quando perde la vita eterna: anche di questo ho disquisito su queste pagine (la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo). Il contrario della salvezza non è la sola sofferenza temporale ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, da questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Per compiere la sua missione salvifica deve toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione di Gesù è quella di vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte e vince la morte con la sua risurrezione.

Questa obbedienza fino alla morte è il più grande atto d’amore che poteva essere fatto al Padre dal Figlio. Necessario perché solo attraverso un atto di incommensurabile e assoluto amore verso Dio si poteva sanare una ferita così profonda come quella inferta dal peccato originale che è il rifiuto primigenio di Dio. Per sanare l’odio, era necessario che l’amore rispondesse all’odio nel momento del suo estremo manifestarsi, cioè proprio su quella croce. È per questo che è venuto Dio stesso a compiere quest’atto perché nessun essere umano avrebbe potuto compiere un atto così enorme nella sua misura e nelle sue conseguenze: «…laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20).

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Ma ecco anche le note dolenti, quel “al limite dell’impossibile”, di cui ho parlato all’inizio, che rende l’accettazione totale di questa risposta al perché della sofferenza un atto che ci santifica e santifica il mondo. Cristo ha aperto la strada ma anche noi siamo chiamati a percorrere quella via a rispondere all’odio con l’amore, alla sofferenza con l’obbedienza, come direbbero i nostri amati (?) politici: “senza se e senza ma”, in totale sottomissione a ciò che la volontà di Dio nel suo disegno ha in serbo per noi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col. 1, 24).

«Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è compiuta la redenzione. E’ chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo». (Salvifici Doloris).

Due bambine, distanti nel tempo ma non solo…

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di "venerabile" e molti parlano della santità della sua breve vita.

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di “venerabile” e molti parlano della santità della sua breve vita.

Concludo riallacciandomi a mia nipote e alla sofferenza dei bambini in generale, con un richiamo ad un’altra bambina che mi sta a cuore, che l’amica Dorotea Lancellotti ha presentato, insieme ad altri, nel suo articolo sui santi bambini. Mi riferisco a Nennolina, al secolo Antonietta Meo. Sono andato varie volte sulla sua tomba nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, la sua parrocchia, a pochi passi da San Giovanni in Laterano e dalla Scala Santa. Ho un suo “santino”, preso lì, che tengo dentro la mia Bibbia, insieme ad altri. Tutte le mattine quando mi sveglio, dopo aver pregato, leggo e cerco di meditare, la Parola del giorno seguendo il lezionario della Chiesa. Però qualche volta mi capita anche di aprire a caso e leggere ciò che mi viene davanti agli occhi. Pochi giorni fa, aprendo a caso, sono “atterrato” sulla pagina dove c’è quel santino. Una foto, un ritratto di Nennolina, che ha uno sguardo fiero, dritto davanti a se che ti trapassa, con amore ma, vi garantisco, che trapassa, inesorabilmente, da parte a parte. Guardando quegli occhi mi sono ricordato dello sguardo di mia nipote dietro la maschera dell’ossigeno, uno sguardo spento dal dolore, annebbiato dalla sofferenza, confuso da quella domanda che non trovava risposta: perché?

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina è morta, tra atroci sofferenze per un tumore delle ossa (osteosarcoma), a soli sei anni e mezzo e ha lasciato alcune letterine, in parte dettate alla madre, in parte scritte da lei, che sono raccolte in un libro che ho. Sono tutte, sia quelle scritte prima di ammalarsi sia quelle scritte durante la malattia, un inno di ringraziamento al Signore. Questa bambina, nata il 15 dicembre del 1930, ebbe dalla famiglia un insegnamento e una testimonianza, profondamente cristiana: i genitori erano credenti, praticanti e impegnati anche nel terz’ordine francescano ma questo non basta a giustificare il suo modo di agire. Già a tre anni era dedita alla preghiera e “parlava” con Gesù rivolgendosi a Lui in termini molto amorevoli. A soli cinque anni le viene diagnosticata la malattia e dopo sei mesi da quella diagnosi (aprile 1936) le viene amputata la gamba sinistra, dove era iniziata la metastasi ossea. Lei continua, nonostante una protesi fastidiosa, a fare la sua vita normale e inizia anche ad andare a scuola e nell’ottobre del 1936 a cinque anni e dieci mesi, in una delle sue letterine scrive: «Gesù fammi la grazia di morire prima di commettere un peccato mortale». Intanto si prepara per la prima comunione che farà la notte di Natale del ’36 e alla successiva cresima che riceverà nel maggio del ’37. Sia l’incontro intenso con Gesù Eucarestia sia l’effusione dello Spirito Santo nella cresima la porteranno a scrivere cose molto profonde che sono state definite mistiche, nella loro semplicità. Sette giorni dopo la cresima inizia ad avere la febbre alta e la tosse e gli vengono riscontrate delle “ombre” nei polmoni, nuove metastasi che nelle settimane successive si espandono anche alla testa ad una mano e ad un piede, con cistiti dolorose e moniliasi (candida) alla bocca e alla gola. I dolori sono lancinanti e ancor più le terapie.

E’ in questo periodo, fino alla sua morte, che ha anche delle visioni che la madre cerca di sminuire ma che lei invece avverte come un aiuto di Gesù in questo calvario che sta attraversando. Quello che più mi ha colpito di questa bambina è che lei sin da piccolissima ha percepito il rapporto con Dio in maniera diretta, semplice, intuitiva. Un rapporto tutto incentrato sull’amore che da Dio proviene e che siamo chiamati a ricambiare mettendo in moto quello scambio d’amore che ci permette di vivere radicati nello Spirito Santo. Questa sua percezione era talmente forte che le ha permesso di superare la sofferenza e il dolore con la gioia nel cuore: sì, avete letto bene, con la gioia, beneficando di questa gioia anche tutti quelli che le erano vicini ed avevano rapporti con lei. Lo ripeto stiamo parlando di una bambina morta a sei anni e mezzo, il 3 luglio del 1937.

La bambina firmava "Antonietta di Gesù", segno di questa unione intima che sentiva con lui.

La bambina firmava “Antonietta di Gesù”, segno di questa unione intima che sentiva con Lui.

Prima di trascrivervi, esattamente come l’ha scritta lei, l’ultima lettera di Nennolina che da lì ad un mese sarebbe morta dopo 30 giorni di terribile agonia, vorrei segnalarvi una curiosità: Antonietta Meo fu battezzata il giorno della festa dei Santi Innocenti (ndr: i bambini uccisi da Erode nel tentativo di eliminare il Re preannunciato dalle scritture e cercato dai Magi) una sorta di presagio di ciò che sarebbe stata la sua vita:

“ 2 giugno 1937, ore 11:30 – Caro Gesù Crocifisso

Io ti voglio bene e Ti amo tanto

Io voglio stare sul calvario con te e soffro con gioia perché so di stare sul Calvario.

Caro Gesù. Io ti ringrazio che Tu mi hai mandato questa malattia perché è un mezzo per arrivare in Paradiso. Caro Gesù dì a Dio Padre che lo amo tanto anche Lui. Caro Gesù io voglio essere la Tua lampada e il tuo giglio caro Gesù, Caro Gesù dammi la forza necessaria per sopportare i dolori che ti offro per i peccatori (in questo momento fu presa dal vomito).

Caro Gesù, dì allo Spirito Santo che mi illumini d’amore e mi riempia dei suoi sette doni.

Caro Gesù dì alla Madonnina che l’amo tanto e che voglio stare insieme a Lei sul Calvario perché io voglio essere la Tua vittima d’amore caro Gesù.

Caro Gesù Ti raccomando il mio Padre Spirituale e falle tutte le grazie necessarie.

Caro Gesù Ti raccomando i miei genitori e Margherita.

Caro Gesù Ti mando tanti saluti e baci.

Antonietta di Gesù”

(sua firma autografa)

Date retta: “adda passà ‘a nuttata!”

Come dice l'Apocalisse, alla fine non ci sarà più morte né lamento.

Come dice l’Apocalisse, alla fine non ci sarà più morte né lamento.

Inspiegabile in una bambina di solo 6 anni e mezzo se non attraverso l’opera di grazia dello Spirito Santo che però devi accogliere, altrimenti ti scivola addosso come l’aria dell’asciugacapelli, invece di attraversarti come un vento caldo e benefico. La sofferenza, infatti, non può essere sublimata solo con una grazia dall’esterno ma deve essere accettata anche dall’interno, magari senza neanche cercare di comprenderla razionalmente, come ha fatto Nennolina. Tutte le sofferenze sono una sorta di crocifissioni ripetute nel tempo per continuare l’opera redentrice, in quella battaglia escatologica che passa attraverso la sofferenza di chi subisce senza bestemmiare, senza incolpare Dio di ciò che avviene. Perché siamo noi stessi con il nostro rifiuto che abbiamo scelto di vivere nella sofferenza e alla presenza della morte invece che alla presenza di Dio. Abbiamo scelto di conoscere: il bene e il male, dimenticando che già eravamo alla presenza del Bene supremo, mentre con la nostra scelta separatrice abbiamo preferito essere alla presenza del male, lontani dal bene.

Scusate, dimenticavo: il santino di Nennolina era nella terz’ultima pagina della Bibbia, quella dove inizia il capitolo 21 dell’Apocalisse, il penultimo. Dove viene descritto quale sarà il risultato finale di ciò che è venuto a fare Gesù, cioè Dio in persona, …scusate ma repetita iuvant: su questa terra e cosa hanno raggiunto tutti i martiri e i santi che lo hanno seguito per fede: «Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio, attraverso l’incarnazione del Figlio suo, ha deposto un seme di eternità e di salvezza. Credetemi, alla fine: “adda passà ‘a nuttata!”.

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Prostituzione, case di tolleranza e dottrina cattolica

Si fa un gran parlare di abrogazione della Legge Merlin e riapertura delle “case chiuse”, principio in sè giusto ma purtroppo proposto con la consueta superficialità amorale del consueto stile legaiolo, soprattutto quello 2.0. Ecco perché non possiamo firmare a favore dell’indizione del referendum, qualora le condizioni rimanessero quelle espresse di tassazione del meretricio:

di Maurizio-G. Ruggiero

1 – La prostituzione è peccato grave, sia per la violazione del sesto comandamento Non commettere atti impuri (e, a volte, anche del nono, Non desiderare la donna d’altri, quando chi vi è coinvolto è sposato) sia per il mercimonio del corpo.

2 – è tuttavia fenomeno ineliminabile, connesso com’è al peccato originale e alla particolare fragilità umana, in ordine alla sensualità disordinata.

3 – Questo spiega perché sempre, anche nelle epoche di più profonda fede e negli Stati ufficialmente cattolici, come quelli di ante 1789 (Regno di Francia, Serenissima e Stati della Chiesa, in primis) si preferì realisticamente limitare e scoraggiare il fenomeno, immaginando essere impossibile sradicarlo ed eliminarlo del tutto e, quindi, acconsentire alle cosiddette case di tolleranza.

4 – Dunque non si può parlare al riguardo di accettare un male minore, perché questo moralmente sarebbe illecito; si tratta invece d’impedire un male maggiore (es. la prostituzione dilagante per le strade, su internet con pericoli anche per i minori ecc.).

5 – Pertanto il meretricio può essere limitato a luoghi chiusi, c.d. case di tolleranza, appartati rispetto ai centri urbani; controllato, per impedire infezioni o fenomeni malavitosi, onde consentire a chi voglia uscire dal giro vizioso di poterlo fare; l’adescamento va sempre vietato, come pure lo sfruttamento.

6 – Del pari è immorale tassare il meretricio come fosse un’attività qualsiasi, cosa che ingenererebbe il convincimento che prostituirsi sia un lavoro come tutti gli altri e che finirebbe addirittura per incentivare il fenomeno che s’intende combattere e limitare (la studentessa o la madre di famiglia potrebbero essere invogliate a prostituirsi, ove fosse considerato un lavoro come altri, per di più assai più redditizio); e poi vi è un principio morale: non si tassa un’attività illecita, come lo Stato non percepisce proventi da rapine o furti; altra cosa è devolvere invece una percentuale degl’introiti per le spese sanitarie di controllo di cui sopra.

7 – è ancora immorale la creazione di parchi dell’amore o di quartieri a luci rosse, che incentivano e non limitano il fenomeno, costituendo un adescamento aggravato.

8 – Ancora non è accettabile nessuna equiparazione fra limitazione e tolleranza verso la prostituzione (secondo natura) e quella omosessuale, transessuali inclusi, che va invece repressa, anche se fosse consenziente e non lucrativa, come avveniva in tutte le legislazioni tradizionali, quando questo orrendo vizio aveva un profilo esterno, (sennò restava materia da confessore) la cui punizione era il rogo; la ratio della tolleranza verso la fragilità umana in ordine al sesto Comandamento sta infatti nella natura ferita dal peccato originale e vale per le infrazioni secundum naturam, mentre non può estendersi all’aberrante vizio contro natura che costituisce uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio.

A conferma della dottrina in favore delle case di tolleranza (nel senso di cui sopra e cioè non per favorire ovviamente il peccato, ma per evitarne di peggiori) soccorrono anche San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino. La dottrina contraria, è sempre rimasta minoritaria nella Chiesa.

Scrive San Tommaso d’Aquino: ”É proprio del legislatore sapiente tollerare alcune trasgressioni alla legge pur di farne rispettare altre ben più gravi” (Summa Theologiae, q. 101, a. 3, ad 2) tolleranza come dato pratico, specifico, non come regola generale, cara invece ai relativisti e ai massoni.

E, sul ruolo sociale delle prostitute e, in una certa misura, volto a eliminare mali maggiori, scrive Sant’Agostino: ”Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinibus”. “Togli le prostitute dalla società e ogni cosa verrà sconvolta dalla libidine” (De Ordine II, c. 4, 12). Dunque, piuttosto del disordine e dello scandalo delle nostre strade e del mercimonio libero e senza controllo su internet (con danno anche dei minori, che non solo sono esposti a tanto degrado, ma possono anche essere indotti più facilmente a cadere) assai meglio sono le case di tolleranza.

Ancora San Tommaso d’Aquino, riprendendo Sant’Agostino, scrive: “La donna pubblica è nella società ciò che la cloaca è nel palazzo: togli la cloaca e l’intero palazzo ne sarà infettato” (San Tommaso d’Aquino, De Regimine Principum IV, 14). “Donde Agostino dice che la meretrice fa nel mondo ciò che la sentina [di nave] fa nel mare o la cloaca nell’edificio. E, similmente ad una sentina: “Leva la sentina dal mondo e vedrai pullulare in esso la sodomia”. Per la qual ragione al tredicesimo capitolo de La Città di Dio lo stesso Agostino dice che la città terrena rese turpitudine lecita il fruire delle prostitute[1].

Da ultimo uno sguardo alla legislazione della Serenissima, in proposito[2]:

– la prostituzione era tollerata appunto nei bordelli a ciò deputati; punito lo sfruttamento (con la morte alle volte oppure con la fustigazione con la mitria in capo); puniti l’adescamento, l’invadenza dei luoghi pubblici, l’ostentazione di articoli di lusso (peraltro interdetti anche alle donne oneste, in forza delle leggi suntuarie); punite le meretrici, se si concedevano ai non cristiani, offendendo così la vera religione;

– le meretrici dovevano portare un segno di riconoscimento indosso (dall’anno 1421) che era un fazzoletto giallo sugli abiti da mettere attorno al collo, pena la fustigazione, il bando e la multa di cento lire;

– l’esercizio della prostituzione era vietato durante le festività cristiane (dal 1438);

– se infrangevano le prescrizioni, specie circa l’adescamento, venivano colpite di quando in quando da espulsioni di massa, con multe e, se recidive, con taglio del naso;

– dovevano mantenere un certo contegno: stare nei postriboli; non abitare vicino alle chiese; non potevano andare in chiesa durante feste e solennità religiose, ma solo negli altri giorni; in chiesa non potevano stare, sostare o sedersi su banchi delle nobili e delle cittadine oneste; non potevano avere a servizio donne con meno di 30 anni (ad evitare d’indurle al meretricio) né ospitare bambine girovaghe (idem); non potevano portare perle, gioielli, oro e argento, né vesti di seta; il marito era tenuto ad abbandonare la moglie in fama di meretrice;

– veniva vietato loro di vestirsi da uomo o, comunque, di travestirsi, di farsi portare in gondola o di portare un fazzoletto di seta bianca, proprio invece delle donne oneste;

– vi erano strutture caritative deputate al recupero delle prostitute, onde ricostruirne l’onorabilità e avviarle a un mestiere domestico; esemplare il caso della Casa del soccorso, fondata nell’anno 1580, presso la chiesa di San Nicola da Tolentino e retta da gentildonne veneziane: di qui le meretrici pentite uscivano o per sposarsi o per andare a servizio da qualche famiglia o per prendere i voti[3].

[1] Unde Augustinus dicit, quod hoc facit meretrix in mundo, quod sentina in mari, vel cloaca in palatio: “Tolle cloacam, et replebis foetore palatium”: et similiter de sentina: “Tolle meretrices de mundo, et replebis ipsum sodomia”.

[2] Scrive un autore: ”Sono tollerate le meretrici nelle città cattoliche per evitare maggiori colpe e conseguenze, non che per la sicurezza delle donne pudiche e maritate” (Tassini G. Veronica Franco, celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI. Venezia 1888, pp. 19-21).

[3] Per maggiori dettagli, cfr. RUBINI Edoardo, Giustizia Veneta: lo spirito veneto nelle leggi criminali della Repubblica. Filippi Editore, Venezia 2003.

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Scegliere la Resilienza Cattolica per preservarci dalla Grande Tribolazione

Quando scrivevo su altri siti internet non mancavano coloro che dicevano che le mie tesi fossero da Profeta di Sventura e tendenti al catastrofismo. Ed io spiegavo che invece, proprio perchè parlare di Parusìa significa spiegare che Gesù ci è vicino e che ci ha promesso che sarebbe tornato per dare soddisfazione ai giusti, più che diagnosticare la cattiva notizia come un male, avremmo dovuto prendere atto che solo Gesù salva dal Male che comunque impera sul nostro tempo.Ma non c’era nulla da fare. Sembrava che se le mogli o i mariti prendevano ansiolitici era perchè le cattive notizie non esistono in quanto tali, ma solo se le mettiamo in risalto. Ed io ero fra quelli che le mettevano in risalto

Cominciammo come escogitur nel 2009 a mettere in relazione il Male propinato dalle società eversive, massonizzate, illuminate per il Nuovo Ordine Mondiale, con il Bene, la Salvezza, la Redenzione, la Resilienza Cattolica, i Borghi Eucaristici di Xenobia. Ossia sentivamo la necessità di mostrare che si può vivere anche nella semplicità al fine di godere al massimo gli affetti, la convivialità, la felicità, le gioie, la nostra partecipazione all’essenza del Creato secondo una concezione tomistica. Era il nostro modo più immediato per mostrare che esiste una enclave che rifugge l’inganno, il controllo mentale, lo spirito di Mammona.

Poi però abbiamo scoperto che anche su escogitur, per quanto possibile, la gente continuava a ricercare le cattive notizie. E quando per circostanze non programmate aumentavano le pubblicazioni consecutive di buone notizie, calava il numero dei visitatori e delle pagine scaricate. Il massimo è stato quando un nostro amico co-fondatore dell’Arca della Bellezza contattò un sito di tradizionalisti e propose di cominciare a parlare di buone notizie: aiutami Cielo. Sembrava avesse bestemmiato!

Ora approfondendo l’argomento cattive notizie e buone notizie, ci accorgiamo che esiste una patologia vera e propria, tipica da serial killer, da depravati, da ossessionati. Mentre, infatti, non abbiamo ricette per vivere bene, passa il principio che dalla cattiva notizia può sempre svilupparsi nel nostro subconscio una via di fuga per sperare nella buona soluzione. Ma senza avvertircene, si rischia di rimanere su un piano inferiore dell’informazione. Perchè il piano più alto è quello che ci offrono i Novissimi: Morte, Giudizio, Paradiso, Inferno.

Infatti, l’uomo già viveva nel Paradiso. Non conosceva la Morte e tanto meno poteva immaginare che potessero esistere un Giudizio ed un Inferno. Quel che è peggio è che nemmeno sappiamo da che parte iniziare per ricostruire mentalmente un Paradiso: nè in Cielo e tanto meno in Terra. Ci affidiamo alla Divina Commedia senza ottenere risposte concrete. Pensiamo che il lavoro non sia Paradiso anche se siamo esperti, se ci piace, se ci dà conforto e sicurezza. Però allo stesso tempo riteniamo che dal lavoro possiamo ricavarne un utile, una occupazione, un interesse. Così ne diventiamo involontariamente schiavi. E le cattive notizie ci inseguono, perseguono, prendono, gettano nella depressione. Perchè il lavoro, la dipendenza dal lavoro e dai datori di lavoro diventa vita, essenzialismo, vittimismo, esaltazione. Perdere il lavoro, ammalarsi, non vedere crescere lo sviluppo del proprio Paese, non sentirsi parte del sistema ci neutralizza, ci sembra una sconfitta. Ma senza accorgercene, ci facciamo triturare dall’apprensione, perchè è l’unico mondo che conosciamo e che ci fanno conoscere i media. Per cui, perso quello, entriamo in stallo, in ansia. E su questo dramma si attua la politica della carenza, l’accettazione di qualunque situazione basta che si sopravviva.

Intanto le vere soluzioni, gli altri mondi, ci vengono accuratamente tenuti nascosti.

E’ la legge della schiavitù perenne!

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Perché accettare di essere sommersi, ogni giorno, dalle cattive notizie dei media?

Lasciamo alle televisioni e ai giornali la macabra perversione di godere parlando di delitti di ogni genere: cambia il tuo punto di vista, diventa consapevole della bellezza del mondo, e attìvati per presentarla.

In questo video ci vengono suggerite 4 azioni essenziali per diffondere sapere e benessere nel tuo ambiente.

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Nel Vangelo, Gesù dice ben 63 volte: “Non abbiate paura!”

RIVAROL,  rivista francese, N° 2976 — 26 NOVEMBRE 2010

Segnalato da Jean Pierre Lutz

BENEDETTO XVI, IL PRESERVATIVO E MONS. WILLIAMSON

Clicca qui per leggere l’interessante e profondo articolo di Jerome BOURBON:

Pages de RIVAROL_2976[1] Versione originale francese

Qui sotto, una traduzione italiana:

In un libro-intervista con Peter Seewald, un giornalista tedesco, già pubblicato in Italia e in Germania e che sarà pubblicato in Francia domani, Luce del mondo, Benedetto XVI ha detto: “In alcuni casi, è lecito l’uso del preservativo, perché, dice, “riduce il rischio di contaminazione dal virus dell’AIDS”. Nel marzo 2009, Josef Ratzinger aveva sollevato una polemica sull’aereo che lo portava dal Camerun in Angola, parlando del problema della pandemia di AIDS, che è devastante in Africa. Ma in realtà, allora, egli non ha condannato in sé l’uso del preservativo, ma di aver fatto delle campagne contro l’AIDS limitate “esclusivamente” al preservativo.

ESEMPIO
IL “prostituto maschio”

Ma questa volta Benedetto XVI ha gettato la maschera: “Alla domanda:” La Chiesa cattolica non è
fondamentalmente contro l’uso di preservativi?”», Il successore di Giovanni Paolo II ha risposto: “In alcuni casi, quando l’intenzione è quella di ridurre il rischio di contaminazione, questo può ancora essere un primo passo che apre la strada ad una sessualità più umana. ” E Benedetto XVI ha citato un esempio per illustrare il suo punto di vista: “Una prostituta uomo”. “Ci possono essere singoli casi, come quando un “uomo prostituta” usa il preservativo, dove esso può essere un primo passo verso una morale (sic), un inizio di assunzione di responsabilità perché ancora una volta sai renda conto che non tutto è permesso e non si può fare tutto ciò che si vuole. ” E la mente vacilla! Benedetto XVI lavora per lenire le coscienze degli uomini che compiono, secondo la morale cattolica, un Doppio peccato mortale, vale a dire la prostituzione e l’ unione omosessuale, e qui c’è un po’ di confusione. Non possiamo immaginare questi uomini che rifiutano il preservativo come dei buoni cattolici, nell’adempimento di atti anche gravemente peccaminosi.
In ogni caso, una prostituta non deve pensare o meno a procurare un preservativo ai suoi clienti, ma ha deve solo smetterla con la prostituzione. Un cattolico non può accettare un discorso diverso da questo. E’ come se fosse stato detto che un assassino, per uccidere le sue vittime, avrebbe preferito la pistola al coltello da cucina perché quest’ultimo potrebbe essere più doloroso per la vittima.

Siamo al delirio!
La verità è che Joseph Ratzinger è tutt’altro che uno sciocco, sapeva molto bene quello avrebbe ottenuto con tali dichiarazioni. Si è rivolto a un giornalista per una lunga intervista da pubblicare  per avere un impatto globale. Non possiamo credere, come fanno alcuni con un mala fede o ostinata cecità assolutamente insopportabile che non ha fine, che non sapeva quello che faceva.
Inoltre, Benedetto XVI, come ha sempre fatto in questi casi, ha esaminato le bozze prima della pubblicazione, il libro è stato corretto, rivisto, sistemato. Noi non sottolineiamo mai abbastanza la famosa frase di Bossuet: “Il peggior sconvolgimento della mente è quello di non vedere le cose come sono ma come vorremmo che fossero.” Inoltre, il successore di Giovanni Paolo II ha precisato un più grave chiarimento da parte del Vaticano, affermando che queste sue parole “si applicano non solo alle prostitute,  omosessuali e a eterosessuali, ma anche ai transessuali,  con l’obiettivo” responsabile di evitare di trasmettere un rischio grave all’altro “. I Farmacisti cattolici che preferiscono vivere in condizioni di povertà e di essere perseguitati perché si rifiutano in coscienza di vendere contraccettivi abortivi sono da apprezzare. Inoltre, in un altro passo nella luce del mondo Benedetto XVI suggerisce che il modello della castità coniugale è riservato ad una élite, “una minoranza profondamente convinta” che costituise un “modello affascinante da seguire. In breve, un obiettivo quasi irraggiungibile, considerando che, secondo la morale cristiana, il rispetto di questo precetto è necessario alla salvezza dei coniugi.

TECNICHE INVARIATE DEI MODERNISTI
Alcuni dicono anche che Benedetto XVI ha detto che si tratta di  un permesso “in alcuni casi”e non un permesso universale. Ma stiamo scherzando? Basta leggere i giornali, ascoltare la radio e sentire le TV per rendersi conto che per i giornalisti come per le masse “il Papa si è convertito ai preservativi “, come h scritto Rivarol No. 2.976-26 November 2.010-3.  Benedetto XVI non poteva ignorarlo. Il “cardinale Cottier Georges, su Le Figaro il 22 novembre, dice inoltre apertamente: “Almeno la gente sarà tranquilla in coscienza di sapere che adottando questo significa che non è male. «Questo almeno ha il merito di essere chiaro!
Comunque, da più di mezzo secolo, è sempre lo stesso il metodo usato dai modernisti. Esso consente l’inaccettabile, sostenendo che esso è come caso eccezionale, ma che la norma non è cambiata. Così noi distruggiamo tutto. L’uso del volgare doveva rimanere limitato e circoscritto, ma, in pratica, è stata abolita la Messa in latino e gli uffici. Si è agito nello stesso modo con il permesso di cremazione (quando Paolo VI l’ha permesso, Egli ha ricordato che la regola generale è rimasta quella sepoltura, questa è la doppiezza del modernista!), con la comunione sulla mano (che di fatto ha eliminato la comunione in ginocchio e sulla lingua), con la scomparsa del digiuno eucaristico (Ridotta da tre a uno e ancora Paolo VI aveva ancora ridotto ad un quarto del tempo per i pazienti e i loro accompagnatori la bevanda sana e  l’alcol fino a quindici minuti prima della Comunione! Possiamo prenderci gioco di Dio ancora di più?) Abbiamo permesso alle bambine di fare le chierichette, esso è evidentemente il primo passo per il sacerdozio femminile. Perché noi non ci si fa illusioni, ci arriveremo. E’ nella logica della chiesa conciliare. Lo dice il motto del defunto padre Calmel: “Il modernismo è un apostata accoppiato con un traditore. ”

DISTRUZIONEREGOLARE
Dal 1958 e la morte di Pio XII, gli uomini che occupano la Chiesa di Gesù Cristo hanno distrutto gli ultimi stati cattolici e hanno cambiato tutto: Il breviario, messale, rituale, catechismo,morale, costituzioni religiose. E ’stato distrutto tutto per ostacolare i sacramenti, canale della grazia santificante, abbiamo rimosso il catechismo tradizionale per i bambini tanto che non sono educati nella fede cattolica, perché la ignorano, affinché si rompa la trasmissione di generazione in generazione della religione cristiana. A seguito del Vaticano II, abbiamo rimosso il pulpito (che simbolo !). Nelle chiese, i banchi sono stati rimossi. La comunione è stata trasformata, i confessionali in armadi di ginestra, è stato restituito l’altare, è stato sostituito per la Messa tradizionale, Latino e gregoriano sinassi protestantizzata, Dio è diventato democratico, a cui è reso il culto come ad un grande massonico “Dio dell’universo”, come si dice nel nuovo offertorio. Il nuovo codice di diritto canonico è stato invertito. Sui suoi fini il matrimonio sviluppa una mentalità da contraccettivo, si è revocata la scomunica per i massoni. E non ci sarebbe mai fine per non elencare tutti gli scandali, tutte le apostasie-cons ecumeniche e sincretiste della Chiesa del Vaticano II. Nel 1999, Giovanni Paolo II ha baciato il Corano. Ora, nella Summa Theologica, san Tommaso d’Aquino spiega che il battezzato, se venerasse la tomba di Maometto commetterebbe un atto di apostasia.
Che differenza c’è fra un bacio al Corano e venerare la tomba di Maometto? Dovremo spiegarlo a noi stessi! Cristo è stato condannato a morte dal Sinedrio, gli Apostoli furono espulsi dalle sinagoghe. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II prima di lui vi sono stati acclamatt, applauditi. Scopri dove è l’errore! Va detto che gli occupanti della Sede di Pietro stanno facendo tutto il possibile per dimostrare la loro fedeltà al giudaismo e il Talmud, religione dell’Olocausto. Così, in questo stesso libro-intervista, Benedetto XVI parla della”Catastrophe Williamson”, dice che se avesse saputo che tra i quattro vescovi della Fraternità San Pio X ce n’era uno di destra e revisionista egli non gli avrebbe tolto la scomunica. Costui sta facendo dell’Olocausto un super-dogma. Quindi nella Chiesa Conciliare è possibile fare discussione sulle verità dogmatiche e i precetti morali, ma non possiamo porre il minimo dubbio circa l’Olocausto.
Oggi è molto meno rischioso per un seminarista dubitare della Risurrezione di Cristo o la verginità perpetuadi Maria piuttosto di avere delle riserve sulla versione ufficiale della storia ebraica della seconda guerra mondiale.
Tradimento, Benedetto XVI ha aggiunto che Williamson non è mai “stato cattolico letteralmente da quando si è convertito dalla Chiesa Anglicana per entrare nella Società di San Pio X, il che significa che non ha mai vissuto nella Chiesa “. Il successore di Giovanni Paolo II confonde la verità perché il Vescovo Williamson si è iscritto a Ecône nel 1972. All’epoca, la Fraternità San Pio X era riconosciuta dalla Chiesa conciliare. Le prime sanzioni arrivarono nel maggio 1975. Ma per compiacere gli Ebrei, si è preferito sopraffare un prelato che, da tempo, era risaputo che rifiutasse di negare quello che con tutto il cuore crede che sia la verità storica!

Ultimatum di Mons. Fellay. Il Vescovo Williamson
Quello stesso 20 novembre, il giorno stesso in cui abbiamo appreso che Benedetto XVI ha fatto aperture al preservativo, la Fraternità di San Pio X ha emesso un comunicato stampa minaccioso. Per denunciare Josef Ratzinger di immoralità e condannare il suo relativismo morale? No. Per intimare a Williamson di cambiare avvocato, pena l’ espulsione dalla Fraternità. La dichiarazione
Pubblicata dalla casa generalizia e firmata dal Segretario Generale della Società, Padre Thouvenot cristiana: “Il Superiore Generale, Mons. Bernard Fellay, ha appreso dalla stampa la decisione del vescovo Richard Williamson di revocare, dieci giorni prima del processo l’avvocato incaricato della sua difesa, per farsi difendere da un avvocato legato al cosiddetto movimento neo-nazista in Germania e alcuni dei suoi gruppi.
Mons. Fellay ha ordinato ufficialmente a Williamson di rivedere questa decisione e di non lasciarsi strumentalizzare da tesi politiche totalmente estranee alla sua missione di vescovo cattolico e membro della la Società di San Pio X. La disobbedienza a tale ordine avrebbe comportato lìespulsione di Williamson dalla Fraternità Sacerdotale di San Pio X. ”
Se la direzione della Confraternita vuole escludere Williamson dalle sue fila, se
non cambia idee”, un gruppo di “Survivors” ebrei “sembra compiacersi perché, sempre il 20 novembre, secondo un rapporto della Reuters, tale gruppo ebraico “ha esortato il Papa ad escludere Williamson dalla Chiesa cattolica per aver effettuato la scelta di un avvocato vicino ai neo-nazisti per assicurare la sua difesa per il suo imminente processo in Germania.

Ricordiamo che l’appello di Williamson, originariamente prevista per il 29 novembre, è stata rinviata a febbraio o  marzo 2011,  il  Vescovo ha effettuato, giorni prima dell’udienza, il cambiamento d’ avvocato. Ha fatto la scelta su Master Nahrath Wolfram, un membro del NDP e poi brillante difensore di Horst Mahler. Più di recente di Kevin Kather, due revisionisti militanti.
Ahimè, alla fine, non volendo essere espulso dalla Fraternità San Pio X, Williamson ha ceduto e avrebbe accettato a malincuore e molto tristemente, di riprendere il suo avvocato antirevisionista che gli era stato imposto dalla Fraternità San Pio X prima dell’udienza di Regensburg del 16 Aprile 2010 (Dopo che è stato condannato a 10 000 euro di multa) e che si era comportato come un pubblico ministero nel suo caso, condannando fortemente la sua revisionista Matthias mi Lossmann. Avvocati trasformati in pubblici ministeri, è abiezione di come si viene trattati quando si accetta di piegare il ginocchio alla sinagoga!

IL REGNO DI RELIGIONE L’OLOCAUSTO
La dichiarazione della direzione della FSSPX merita uno sguardo in qualsiasi momento perché mi sembra molto discutibile: Williamson è accusato di essere manipolato da tesi politiche estranei alla sua missione di vescovo. Ma non è questo il punto: non è fare una professione di fede nazista (Posizione che comunque Richard Williamson non condivide), è se quello che ha detto sull’ ‘”Olocausto” è vero. Inoltre, vi è un enorme ipocrisia in queste considerazioni perché quando il Vescovo Fellay e Padre Schmidberger dopo di lui, nel gennaio 2009, riconobbero esplicitamente l’Olocausto e ne fecero la loro storia ufficiale, allora essi furono nei loro diritti, non invasero un tema che è di fuori del loro mandato. Ma quando lo fa il Vescovo Williamson è vietato! Questi due
pesi e due misure non sono ricevibili. Fondamentalmente abbiamo il diritto di parlare di storia solo se si va nella direzione del sistema!

Benedetto XVI, il preservativo e Williamson
Inoltre, è sbagliato affermare che le controversie di carattere Storico non interessano in alcun modo i vescovi. Quando si tratta di difendere la storia passata della Chiesa contro gli attacchi che subisce (Crociate, ‘Inquisizione atteggiamento di Pio XII durante la seconda guerra mondiale, ecc.) hanno il dovere di essere a conoscenza delle questioni. E, infine soprattutto, è sbagliato ridurre l ‘”Olocausto” una semplice questione di storia o di Politica. L’Olocausto ha ovvie implicazioni morali e religiose, che sono inoltre, sempre più evidenti e più spaventose quanto il tempo passa. Questa nuova dottrina è base di un consumismo morale, edonistico, “droitdel’hommiste”, antirazzista, innaturale, anti-discriminazione e anti-cristiana. A causa della Shoah non si può essere padroni in casa propria, gli immigrati in eccesso non possono essere rspinti e si devono far valere i diritti per tutti, minoranze etniche o sessuali, non si può difendere la famiglia, il paese, la religione, i valori e le istituzioni tradizionali e non si può avere nazionalismo, perché ci viene detto, sappiamo dove che ha portato: alla morte di milioni di persone innocenti nelle camere a gas.
Inoltre, è così impossibile vedere che la religione della Shoah è un modo satanico di sostituire l’Unico sacrificio di Cristo sul Golgota con la morte degli ebrei ad Auschwitz? Non più la Passione, la morte di Cristo sulla Croce e la sua Risurrezione il terzo giorno sono l’evento centrale della storia mondiale, ma la deportazione, la morte degli ebrei nei campi di sterminio e della loro
resurrezione dopo tre anni in Israele sono il centro e il culmine della storia. Un buon cristiano non può accettare questa prospettiva, senza commettere apostasia.

LA PAURA E’ IL MOTORE DEL MONDO
Per quasi due anni, in questo caso Williamson, stiamo assistendo ad una costante.
La concorrenza tra la viltà modernista di Roma e la Fraternità. La Fraternità riconosce l’Olocausto, condanna ed emargina il vescovo britannico, non mettere in pericolo
l’accordo che intende stipulare contratti con il Vaticano e la seconda aggiunge a favore degli ebrei e mezzi di comunicazione di loro proprietà. Il cerchio è completo. Williamson non ha portato a negare se stesso, come aveva fatto quattordici  anni fa’ l’Abbé Pierre, che è stato attaccato da tutte le parti dai media, fino a dissociarsi pubblicamente dal suo amico Roger Garaudy.
Infatti, sebbene non vi sia alcun errore, è la paura che guida il mondo. E ‘questo sentimento così comune per l’uomo che dice tutte le viltà, tutte le abdicazioni, tutti i sacrifici, tutti i tradimenti, tutte le ignominie. Certo è normale avere paura. Ma, se Dio vuole, dobbiamo cercare di superarla, di non lasciarci dominare da essa. Non è un caso se 63 volte nei quattro Vangeli Cristo dice: “Non abbiate paura”. E la paura descrive la fuga degli Apostoli Getsemani, la negazione di San Pietro, la detenzione dei discepoli nel Cenacolo. Allo stesso modo molte volte abbiamo letto nel Nuovo Testamento il termine “timore degli ebrei”?
Tuttavia, ci si attende che ci siano vescovi coraggiosi, che siano inflessibili quando la verità è in gioco, che possano provare fierezza del sacrificio e dell’eroismo dei primi martiri che hanno preferito essere divorati da bestie feroci  piuttosto di apostatare comportandosi costantemente da codardi, e non chi pone la sua presentabilità, le glorie del mondo, il compiacere ai media, il mantenimento dei patrimoni immobiliari e il denaro.
I Vescovi sono tenuti a difendere la verità, la fede e la morale nel tempo, nelle sconfitte e non  moltiplicare l’ abdicazione. Se non siamo capaci di perdere tutto di fronte alle nostre certezze, è così che la nostra lotta non vale nulla e che le nostra condanne sono molto fragili. Un cattolico, un patriota, devono essere pronti a perdere il loro lavoro, la loro reputazione, le loro proprietà, la loro famiglia, la loro libertà, la loro stessa vita, se necessario. Se non si capisce questo, non ci si accorge che noi continuiamo a ripiegare e perdiamo tutte le battaglie nel corso degli ultimi due secoli. E il nostro mondo diventa insopportabile, ogni giorno più di un pozzo nero orribile.

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La politica della paura

di Giuliano Santoro Pubblicato il 1 giugno 2013

Quadruppani_sitoSolo pochi giorni fa, il presidente e comandante -in-capo delle forza armate statunitensi Barack Obama ha parlato alla National Defense University di Washington. Dopo le polemiche sulla mancata chiusura di Guantanamo, chiesta a gran voce dalla maggior parte dell’elettorato democratico e rappresentata con forza dall’appello rivolto al presidente da Bruce Springsteen, lo scandalo delle intercettazioni ai giornalisti dell’Associated Press e la strage di Boston, per la quale sono stati accusati dei cittadini statunintensi di origine cecena, Obama ha ritenuto di dover passare al contrattacco utilizzando la sua arma migliore, quella delle occasioni migliori: il discorso.

Così, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato in circa settemila parole e con la solita vis retorica, nell’ordine: che dopo dieci anni di “guerra al terrore”, gli Stati Uniti non solo non hanno vinto ma hanno perso qualcosa :”Abbiamo compromesso i nostri valori fondamentali – ha detto Obama – utilizzando la tortura per interrogare i nostri nemici, e arrestando persone contro lo stato di diritto”; che il fine (il mantenimento della “sicurezza), non può essere disgiunto dal mezzo: “Dall’uso dei droni alla detenzione di sospetti terroristi – proseguito – le decisioni che stiamo prendendo definiranno il tipo di nazione e il mondo che lasceremo ai nostri figli”; che i nuovi terroristi sono cresciuti dentro casa, non vengono da fuori e che dunque, anche per questo motivo “io non posso, come non può fare nessun altro presidente, promettere la sconfitta totale del terrore”. ”L’America è a un bivio. Dobbiamo definire la natura e la portata di questa lotta, altrimenti sarà essa a definire noi” ha detto ancora Obama, senza far sapere come si concretizzerà questa svolta e cercando di mobilitare l’opinione pubblica tenendo assieme gli allarmismi delle paranoiche securitarie e le preoccupazioni, molto più fondate, per lo stato delle libertà dopo anni di “guerra infinita”.

La connessione tra “sicurezza” e “guerra”, tra polizia globale e attentatori della porta accanto, tra governo dell’emergenza e limitazione dei diritti viene trattata da Serge Quadruppani, scrittore francese e traduttore oltralpe di molti romanzieri italiani, nel saggio “La politica della paura”, pubblicato proprio in questi giorni da Lantana (160 pagine, 15 euro) con l’introduzione di Wu Ming 1.
L’autore spiega con dovizia di esempi e forza narrativa, come le “saghe della libertà” della “Global war on terror” siano deragliate verso lo snuff movie delle torture di Abu Grahib, trovando corrispondenze con il linguaggio corrente il sadomaso da linguaggio della trasgressione che diventa overdose consumistica, sfoggio (più che volontà) di potenza. Così, la metafora, molto apprezzata dall’elettore medio americano, dello “sceriffo” impegnato in un’azione di polizia internazionale lascia il posto alla vergogna nazionale dei soldati che torturano a favore di obiettivo. Il Warfare, per di più, da modello di crescita capitalistica è diventato fattore di crisi.
Quadruppani riporta quanto sostenuto già nel 2010 da Alain Chouet, ex capo del servizio di intelligence francese: Al Qaeda non esiste più da anni. Viene tirata in ballo da chi commette attentati per essere preso sul serio e dagli Stati per avere mano libera e spazzare via l’opposizione. Per Chouet, la violenza jihadista poggia sempre – dal Pakistan all’Egitto, passando per tutto il Nordafrica, l’Afghanistan e il Sahel – su una “logica ternaria”: l’escalation ideologica e finanziaria dell’Arabia Saudita, l’insediamento locale dei Fratelli musulmani e “una forte tendenza della diplomazia e dei ‘servizi’ occidentali, nordamericani in testa, a sostenere nel mondo intero, spesso militarmente, i movimenti politici più reazionali e integralisti sul piano religioso”, per impiegarli come baluardo contro ogni rivoluzione sociale e come forma di contenimento della minaccia iraniana.

Woolwich: attentatori all'arma bianca

Woolwich: attentatori all’arma bianca

Il ragionamento fila, e contempla profeticamente anche quelli che Obama ha chiamato nel suo discorso “homegrown terrorists”, gli attentatori della porta accanto visti in azione a Boston e in Inghilterra e Francia con truculente uccisioni all’arma bianca contro militari di professione. L’azione dei terroristi jihadisti si ispira a “The Turner Diaries”, romanzo scritto da William Luther Pierce che ha influenzato i suprematisti ariani e i fondamentalisti cristiani artefici degli attentati di Atlanta, Oklahoma City e di un numero di azioni individuali “il cui numero delle vittime si avvicina e supera quello dell’11 settembre”. Il libro, che paradossalmente prende le mosse da un classico dell’antitotalitarismo come “Il tallone di ferro” del socialista Jack London, comparve per la prima volta a puntate a metà degli anni Settanta sul periodico neonazista “Attack!”: ogni mese veniva pubblicato un episodio della vita di Turner, militante impegnato a combattere il regime statunitense, descritto come corrotto e controllato da oscure forze ebraiche.
Il terrorista “in sonno” che conduce una vita normale e anonima corrisponde al Lone Wolf dei diari di Turner: agisce individualmente spinto dalla propaganda di un gruppo che si muove nella legalità. Un mostro materializzatosi in Europa con le stragi di Anders Breivik e Gianluca Casseri, al quale non può contrapporsi una repressione indiscriminata. Per Chouet sono necessarie iniziative mirate e soprattutto azioni politiche, sociali ed economiche che prosciughino il brodo di cultura e reclutamento. Al contrario, ragiona Quadruppani, le crociate occidentali e le azioni coi mezzi blindati hanno costruito il circolo vizioso di un nemico che si costruisce combattendolo, di una macchina militare che operando alimenta se stessa e prosciuga gli spazi di confronto e scambio culturale. Il concetto di “sicurezza indefinita”, avverte Quadruppani, esprime il “mal d’essere dei dominanti” e della loro civiltà “che non smette di ricadere su di noi sotto forma di cadaveri”.

Si arriva in Europa col caso francese, che ricorda da vicino l’ossessione securitaria bipartisan (anzi, tripartisan, investe decisamente anche il Movimento 5 Stelle) italica. L’autore spiega come Sarkozy, come Bush, abbia favorito gli interessi delle oligarchie e contemporaneamente cercato il consenso popolare grazie ai temi della sicurezza: in otto anni, tra il 2002 e il 2010, con Sarkozy prima ministro dell’interno e poi presidente, in Francia sono state votate 17 leggi sulla “sicurezza”. Viene in mente la frase di Gianni Alemanno, che appena eletto sindaco di Roma ad una riunione del vertice di Alleanza Nazionale annunciò: “Abbiamo l’argomento giusto per contendere alla sinistra il radicamento sociale: la sicurezza”, disse più o meno l’allora trionfante postfascista.
Quadruppani conclude richiamando l’esigenza di inceppare la macchina bellica e securitaria, avvertendo però del fatto che “la sovversione non è la guerra”, e dunque invitando a sfuggire dalle categorie della guerra e dalle parti in campo. La soluzione, si legge nelle ultime pagine, sta nella capacità di ingaggiare lotte che prevedano anche la costituizione di forme di vita e di condivisione.

[pubblicato su DinamoPress]

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La politica della paura e del controllo

In occasione delle festività natalizie del 2005 i cittadini di New York si sono visti recapitare una cartolina a firma del sindaco Bloomberg: non conteneva sereni auguri di buon Natale né auspici di felicità per l’anno nuovo, bensì istruzioni per la propria personale sopravvivenza in caso di attacco chimico, biologico o batteriologico.
Tra le proposte per contrastare “il crescente pericolo derivante dall’islam radicale” sfornate a gettito continuo dal governo laburista guidato da Tony Blair, vi è quella di investire gli insegnanti universitari di compiti di controllo sugli studenti di origine asiatica e/o mussulmani, e passare le informazioni acquisite – per esempio tramite una stretta vigilanza sull’uso che tali studenti fanno dei computer nei campus – alla polizia.
“Se vedete qualcosa, dite qualcosa.” citava un manifesto appeso, nel settembre 2004, a ogni angolo della metropolitana di New York; “Se vedete pacchetti o attività sospette sulla piattaforma o sul treno, non tenetevelo per voi; chiamate subito la Terrorism Hotline 1-888-NYC-Safe”.
Nelle metropolitane e nelle città italiane, invece, Milano, Roma, Napoli e Torino, corpi speciali, vigili del fuoco, ambulanze, poliziotti, si esercitano all’efficienza e alla rapidità in caso di attacco terroristico – con tanto di finti morti e finti feriti – dando grande enfasi mediatica alle operazioni.

Uno spot elettorale del partito Repubblicano per le elezioni dello scorso sette novembre riprendeva un filmato in cui i capi di Al Qaeda, Bin Laden e Al Zawahri, si esibivano in dichiarazioni minacciose contro gli Stati Uniti; a sfondo sonoro il ticchettio angoscioso di una bomba e la relativa esplosione alla fine dei proclami di guerra; la dichiarazione elettorale finale citava: “Questa è la posta in gioco. Voto del sette novembre”.
E ancora: “Votate come se ne dipendesse la vostra vita. Perché è così”. Altra pubblicità elettorale repubblicana, a cui la macchina elettorale democratica rispondeva: “Al Qeada ci colpirà ancora a causa del fallimento delle politiche di George Bush”.
Tracey Schmitt, portavoce del comitato nazionale repubblicano, ha risposto alle accuse di uso di toni allarmistici mosse dal partito Democratico (da quale pulpito, appunto!), dichiarando: “Proprio come durante la guerra fredda, la nostra nazione è in guerra con un’ideologia e non con un paese”.

Nel 1964 uno spot elettorale del partito Democratico entrava nelle case americane, mostrando una dolce bambina che sfogliava i petali di una margherita contando da uno a dieci; una voce fuori campo contava da dieci a zero, fino all’esplosione di una bomba atomica. A concludere, le parole del candidato Lindon Johnson: “La posta in gioco è un mondo in cui i bambini di Dio possano vivere o sprofondare nelle tenebre. Dobbiamo scegliere se amarci o morire”.
Si era in piena Guerra Fredda, e in piena guerra al Vietnam; Lindon Johnson conquistò la presidenza degli Stati Uniti.
Siamo in grado di distinguere cosa è reale e cosa non lo è?
Per saperlo possiamo solo affidarci all’informazione, stampata e televisiva. Ma quale informazione? Quella programmata da Pio Pompa nell’ufficio di Via Nazionale (tuttora attivo?!) con la collaborazione di foreste di betulle?

Incaponendosi a seguire gli sviluppi delle notizie e delle inchieste, attraverso canali di quella che l’etica ufficiale definisce controinformazione, è possibile arrivare a scoprire quanti attentati sventati dai vari servizi segreti, quante cellule in sonno di terroristi islamici scoperte sul territorio italiano, quante scuole di kamikaze, quanti legami presunti di Imam con la rete di Al Qaeda, si rivelano essere delle bufale: il fallito attentato al ricino del gennaio 2003 nella metropolitana londinese, la bomba chimica denunciata da Aznar il cinque febbraio 2003, l’attacco missilistico agli Stati Uniti che innalza il livello d’allarme allo stadio arancione nel febbraio 2003, tre giorni dopo il discorso di Colin Powel all’ONU sulle prove della presenza di armi di distruzioni di massa (prove rivelatesi false anch’esse) nell’Iraq di Saddam Hussein; l’atomica sporca che minaccia gli Stati Uniti, sempre per bocca di Colin Powel, il dieci febbraio 2003; il rischio di un attacco aereo terroristico “simile se non peggiore di quello dell’11 settembre” annunciato dalla Homeland Security Usa il ventuno dicembre 2003; lo sventato attentato ad alcuni grattacieli di Los Angeles del 2002, rivelato dal Presidente americano George Bush nel febbraio 2006. Tutte notizie che a distanza di mesi si sono rivelate infondate; inesistenti!, dagli stessi servizi che ne hanno seguito le indagini.
Nel frattempo, la cittadinanza vive nel terrore.

Un’inchiesta realizzata dall’università del Maryland nell’ottobre 2003 ha rivelato: il 60 percento degli americani (l’80 percento di coloro che guardavano Fox News) credevano ad almeno una di queste verità: abbiamo scoperto armi di distruzione di massa in Iraq; esistono prove di una alleanza tra Iraq e Al Qaeda; l’opinione pubblica mondiale sostiene l’intervento americano in Iraq.
Una recente ricerca sull’intolleranza, commissionata dall’Unione Comunità ebraiche italiane all’università di Roma La sapienza, ha rivelato che su un campione di 2.200 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, più del 50 percento affermano che i mussulmani hanno “leggi crudeli e barbariche” e “sostengono il terrorismo internazionale”.

Il diciotto dicembre 2006 si è rappresentata a Berlino la prima replica dell’Idomeneo di Mozart, dopo le polemiche che nei mesi precedenti avevano accompagnato la decisione dell’intendente della Deutsche Oper di cancellare l’ultima scena dell’opera – in cui Idomeneo estrae da un sacco le teste insanguinate di Gesù, Buddha, Maometto e Poseidone – per paura di reazioni violente da parte del mondo islamico; per paura, non a causa di minacce ricevute. Decisione a cui era seguita una giusta levata di scudi da parte del mondo culturale in difesa dell’integrità dell’opera. Il mondo mussulmano censura la cultura, censura addirittura Mozart!, è stato il messaggio trasmesso dai media indignati; non un solo ragionamento sul fatto che la reazione era seguita a nessuna azione, ma a un ormai diffuso senso di paura che pervade la nostra società.
Cosa è reale e cosa non lo è?

In una società in cui la politica è divenuta biopolitica, in cui il popolo è divenuto popolazione da governare facendo leva sul desiderio, come già evidenziava Foucault nelle sue lezioni al Collège de France nel 1978, la realtà è ciò che ci rimanda la televisione. L’impatto visivo è lo strumento più potente ed efficace per plasmare le menti, e quindi i desideri. Non solo attraverso ciò che viene trasmesso, ma anche e soprattutto attraverso ciò che si sceglie di passare sotto silenzio. Ciò che appare in televisione crea il pensiero collettivo, che non è la somma e il confronto di pensieri individuali dal basso ma è un unico pensiero dall’alto che le singole persone fanno proprio, divulgandolo a propria volta. La televisione diventa il nostro unico referente: ci dice chi siamo e soprattutto, chi dovremmo essere; ci dice cosa è importante e cosa non lo è; ci descrive il mondo in cui viviamo, non solo quello geograficamente lontano da noi e che quindi non possiamo conoscere attraverso la nostra personale percezione, ma anche e soprattutto ci spiega, interpreta per noi, l’universo che quotidianamente viviamo; ci dice chi sono gli altri: analizza e codifica per noi il nostro vicino di casa, il ragazzo nord africano seduto accanto a noi nella metropolitana, la donna velata che incrociamo al supermercato a cui mai ci sogneremmo di rivolgere la parola (a quale scopo, sappiamo già tutto di lei, la televisione ci ha informati!).

L’industria cultura cinematografica americana, egemonica, ha sempre fatto e continua a fare la sua parte. È perfino imbarazzante scoprire le analogie tra l’attuale guerra globale al terrorismo e il ciclo di film degli 007 tratti dai romanzi di Ian Fleming: gruppi terroristici senza nazione incarnanti il male assoluto cercano di distruggere il nostro mondo civile impossessandosi di armi di distruzione di massa; a difenderci l’eroe dei servizi segreti a cui l’industria militare dà in dotazione la migliore tecnologia offensiva, e a cui lo spettatore perdona l’uso di metodi illegali e poco ortodossi, dall’omicidio al doppio gioco; l’ignobile nemico, con cui è impossibile dialogare, deve morire.
Difficile sfuggire al grande e al piccolo schermo che, invasivi, ma nemmeno tanto subdoli, diventano un referente collettivo che crea per noi un’unificante condizione allucinatoria che ci precipita nel terrore e nella paranoia: l’altro, il diverso da noi, è pericoloso per la nostra incolumità e per la nostra civiltà libera e democratica.

Paranoia, nel termine originario greco, napàvoia, significa autoreferenziale. Emil Kraepelin, a inizio del ‘900, usò il termine paranoia pura, in psichiatria, per descrivere una malattia mentale la cui unica o principale caratteristica era una condizione allucinatoria senza alcun apparente deterioramento delle facoltà intellettuali; qualsiasi tipo di allucinazione, non per forza di carattere persecutorio. Nella scienza psichiatrica il significato del termine è mutato nel tempo, e ora la definizione di paranoia pura non è più utilizzata. Nel senso comune il termine è oggi usato a indicare una convinzione persecutoria nei propri confronti; il concetto di autoreferenzialità, quindi, è rimasto.
Referenzialità che da cinquant’anni, ancor più dal settembre 2001 (quante volte sono state trasmesse le immagini dei due aerei che entrano nelle Torri Gemelle? Quante volte l’immagine barbuta di Bin Laden aggrappato al fedele mitra? Che dire delle sconcertanti immagini dell’esecuzione, per impiccagione, di Saddam Hussein?), trasmigra da noi stessi al mezzo televisivo.

Oedipa Mass, la protagonista del romanzo L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon, si scopre nominata esecutrice testamentaria dei beni di Pierce Inverarity, misterioso miliardario californiano a capo di un impero economico le cui attività spaziano nei settori più diversi – dalla speculazione edilizia all’industria aereospaziale. Cercando un ordine, una verità, un senso, nascosto nel lascito testamentario, Oedipa si imbatte in un crescendo allucinatorio nel simbolo del Tristero, il corno da postiglione che visto per la prima volta disegnato sulle pareti di un bar – l’Ambito – finisce con il scorgere, o il cercare, ovunque (quale il soggetto dell’azione? È lei che cerca il simbolo o è il simbolo che trova lei?): dipinto su un’insegna, tracciato con il gesso sul marciapiede, impresso su francobolli non emessi (oppure sì?) da nessun servizio postale ufficiale, cucito sulle giacchette di un gruppo di delinquenti minorili, inciso sulla spalliera di un sedile di autobus, tracciato da una giovane messicana su un vetro appannato, scarabocchiato da un giocatore di poker sul libriccino accanto al lungo elenco delle cifre che regolarmente perde al tavolo da gioco. È reale? È allucinazione? “Sotto il simbolo che aveva ricopiato dalle pareti dei gabinetti dell’Ambito nel suo promemoria, scrisse: progetterò un mondo?”
Nel corso del romanzo, ciò che Emil Kraepelin avrebbe definito paranoia pura si trasforma in una convinzione persecutoria.

Oedipa perde ogni riferimento con la sua precedente vita – “Dov’era andata a finire l’Oedipa che era venuta da San Narciso fin lì?” – perde quell’equilibrio già precario su cui si sforzava di poggiare la propria esistenza (una casa, un marito, i ricevimenti Tupperware, un analista, i whisky sour tardopomeridiani) e viene catapultata in un universo in cui tutto sembra prendere vita e senso intorno al misterioso Tristero, un sistema di comunicazione segreto e alternativo alle poste governative, risalente alle lotte medioevali contro il sistema postale dei Thurn und Taxis del Sacro Romano Impero. Incontra personaggi ambigui e sfuggenti che anziché aiutarla a fare chiarezza aprono ognuno possibilità, verità differenti, universi paralleli, tutti, allo stesso modo, credibili. Sullo sfondo musicale creato da un gruppo di giovani che si fanno chiamare “I Paranoici”, Oedipa si ostinerà a cercare un ordine e una verità, incapace di uscire dal vortice creato dall’ossessione per il corno da postiglione, simbolo del sistema R.I.F.I.U.T.I. che sembra tenere in contatto reti di persone tra loro più disparate, apparentemente disadattate, in realtà il normale prodotto di una società dominata dalla paura. “Il corno del postiglione non mancava mai di decorare ogni alienazione e ogni specie di isolamento”: inventori pazzi, reiterati suicidi per mal d’amore, anarchici, ribelli a un sistema in nome di non si sa cosa. “Un segno è quello che è,” dice Oedipa; ognuno ci vede ciò di cui ha bisogno, o ciò di cui pensa di aver bisogno; ognuno lo riveste della propria personale verità.
Personale?
In una società in cui è ancora possibile essere referenti di una propria personale verità.
Non è già più questa la società in cui si muove Oedipa, in un epoca storica dominata dalla paura, dalla Guerra Fredda, dalla psicosi collettiva.

“Le è mai venuto di pensare, Oedipa, che qualcuno la sta prendendo in giro? Che è tutta una farsa, un’invenzione allestita da Inverarity prima di morire? Ci aveva pensato, ma come il pensiero che prima o poi sarebbe morta, Oedipa s’era rifiutata di considerare quella possibilità direttamente o se non nella più accidentale delle luci. No – disse – è ridicolo”. Oedipa controlla l’inventario del patrimonio di Inverarity: di sua proprietà ogni attività economica, culturale ed educativa con cui è venuta in contatto inseguendo il simbolo del corno da postiglione. Come una istituzione onnisciente (lo Stato? “Oedipa si era dedicata, settimane e settimane fa, a dare un senso al lascito di Inverarity e mai aveva sospettato che quell’eredità si chiamava America”) Pierce Inverarity cala dall’alto un intero mondo in cui Oedipa vive e si dibatte, incapace di stabilire quale sia la verità: un sogno? Un complotto da lei scoperto per caso, e quindi divenuto pericoloso per la sua stessa incolumità? Uno scherzo dell’ex amante? O è semplicemente malata di mente, vittima di una allucinazione, divenuta paranoica?
In ogni caso, Oedipa non lascerà più questo mondo; senza più un marito – Wendel Mucho Maas, divenuto amabile, gentile, pacifico, sereno, grazie all’LSD – senza più un analista – il Prof. Hilarius, portato via dentro una camicia di forza, vittima della sua stessa paranoia generata da un passato a Buchenwald che lo perseguita nella colpa e nei ricordi – Oedipa si reca all’asta in cui è messo all’incanto il Lotto 49, l’intera collezione di francobolli di Pierce Inverarity, per avere la quale un offerente segreto sembra disposto a pagare qualsiasi cifra. Un segreto membro del Tristero? Non lo sapremo mai. La verità: la si scopre mai?

Incanto: un banditore mette all’incanto un oggetto in vendita; ma anche fascinazione, rito magico, chi lo esercita annulla la volontà altrui e di conseguenza la sua capacità di agire.
Possiamo forse dire che la paranoia e il terrore in cui ci dibattiamo oggi è una forma di incanto?
Nessuno nega il prezzo in vite umane civili, in occidente, oriente e Medio Oriente, pagato agli attentati e alle guerre; ma a quale scopo uno Stato, complici i media che creano la pubblica opinione, anziché tranquillizzare i propri cittadini alimenta, con costanti toni allarmistici, una paura collettiva? Quale motivazione si nasconde dietro l’incantamento ordito sopra di noi?
“La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza.” 1984, George Orwell.

La guerra globale al terrorismo del XXI secolo giustifica un sempre più invasivo controllo sulle nostre vite: riconoscibilità, tracciabilità, sono diventate la parola d’ordine, in nome della quale accettiamo cose che prima del settembre 2001 avremmo ritenuto inaccettabili invasioni nella nostra vita privata e nei nostri diritti civili: telecamere che ci riprendono a ogni angolo di strada, impronte digitali sui documenti di identità, costituzione di banche dati del DNA, saremo probabilmente disposti anche a farci impiantare un chip sotto pelle per sentirci più sicuri! Diteci dove andate in vacanza, ci chiede a fine luglio l’ufficio della Farnesina, compilate il questionario che trovate sul sito internet e aiutateci così a trovarvi in caso di emergenza. Emergenza terroristica, s’intende. E tutto accettiamo per poter dimostrare di far parte dei buoni: chi non ha niente da nascondere non deve temere di essere riconosciuto e trovato, ci dicono. “La libertà è schiavitù”.
Tutto in nome della vostra sicurezza. Perché è questo che ora i cittadini terrorizzati chiedono: sicurezza in questo mondo divenuto pericoloso. Pace, a qualsiasi mezzo. Tristemente, in Italia, Piazza Fontana e la strategia della tensione avrebbero già dovuto consegnarci la chiave di lettura per interpretare una simile dinamica di potere, sempre uguale a se stessa.

Quella dinamica in cui le leggi già esistenti non bastano più, quelle leggi formulate in rispetto dei diritti civili e umani sanciti da istituzioni internazionali affinché brutalità e abusi non potessero mai più accadere in una società che si definisce civile; occorrono nuove leggi speciali, che isolando un contesto creano in realtà uno spazio legale di illegalità, uno spazio, per di più, che un cittadino che ritiene se stesso normale e non speciale (e quindi tutti i cittadini), accetta nella più assoluta indifferenza: le leggi speciali non mi riguardano, pensa.
E la guerra cessa di essere (lo è mai stata?) il proseguimento della politica con altri mezzi, secondo la celebre definizione di von Clausewitz, ma diviene la base stessa della politica. In un gioco di parole forti ed evocative, George Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione del ventinove gennaio 2002 introduce la definizione di Asse del male, un insieme di paesi con i quali gli Stati Uniti si rifiutano di avere rapporti diplomatici; unione concettuale del famigerato Asse – l’alleanza militare tra il Giappone imperiale, la Germania nazista e l’Italia fascista – e la definizione di Reagan dell’Unione Sovietica come Impero del male. In un gioco di parole forti ed evocative, viene creata la definizione di fascismo islamico, dopo che per cinquant’anni gli storici si sono interrogati se non sia stata anche la debolezza e la riluttanza a usare le maniere forti da parte dei paesi europei, già scossi dalla guerra del ’15-’18, a contribuire allo scoppio della Seconda Guerra: Hitler poteva essere fermato, finché si era in tempo? E la guerra del XXI secolo diventa preventiva; tutto diviene preventivo, termine rubato al campo medico e scopertosi centrale nel settore della sicurezza. Prevenire è meglio che curare. Contingenti di pace armati della migliore tecnologia militare offensiva affiancano il gendarme americano, garante della pace mondiale a nome di tutto il mondo neoliberista; e se l’articolo 11 della Costituzione Italiana ripudia la guerra, basta cambiare terminologia. “La guerra è pace”.

Politici che mai hanno letto il Corano si ergono dai condiscendenti pulpiti televisivi a spiegarci la violenza dell’islam, l’incitamento alla Guerra Santa contenuto nel libro sacro dell’Islam, l’oppressione della donna ivi intesa come dogma. Sui quotidiani, lunghi editoriali ci illustrano quanto sia un ossimoro in termini definirsi mussulmano non integralista; il Papa stesso ci insegna cosa è l’islam, in una Lectio Magistralis da Ratisbona.
Quale cittadino leggerà mai il Corano allo scopo di verificare la veridicità delle affermazioni profuse dal potere che lo governa?
Sotto la definizione di terrorismo islamico viene fatta convergere l’identità di gruppi e movimenti dagli obiettivi più diversi, spesso territoriali e anticoloniali – Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, i ribelli indipendentisti in Cecenia – e complice il revisionismo storico – o la menzogna spudorata o il silenzio – l’opinione pubblica viene portata a credere a un complotto islamico per la conquista e l’egemonia del mondo. “L’ignoranza è forza”.

Ma quello che Orwell aveva immaginato in uno stato autoritario e repressivo necessita di altri mezzi in uno stato democratico. Un sistema democratico impedisce l’assunzione di decisioni politiche impopolari, da parte di chi governa; la democrazia necessita di consenso, ma non lo crea. Perfino un Presidente acclamato e benvoluto come Roosevelt non fu in grado di sviluppare una politica estera antifascista contro l’opinione dell’elettorato: difficilmente, senza Pearl Harbor, gli Stati Uniti sarebbero entrati nella Seconda Guerra Mondiale.

In democrazia bisogna agire sui desideri e sulle paure dei cittadini, di modo che siano essi stessi a chiedere un cambiamento; oggi, vittime della paranoia e della paura, le persone svendono libertà in cambio di sicurezza e diritti politici e civili in cambio di pace. Montesquieu, addio! La teoria della separazione dei poteri – legislativo, giudiziario ed esecutivo – fatta propria da ogni Stato moderno repubblicano, che secondo il filosofo francese doveva (e deve) proteggere il cittadino all’interno di uno Stato dal dispotismo dello Stato stesso, e difendere a sua volta lo Stato da una deriva tirannica (“Il potere arresti il potere”, scriveva), rischia di venire meno; in nome della guerra globale al terrorismo, in nome della sicurezza e della salvaguardia del paese, in nome di un perenne stato di emergenza (un ossimoro in termini), il potere esecutivo, agendo per decreti, scalza il potere legislativo, sottraendogli le prerogative che lo rendono garante e controllore del potere esecutivo stesso; mentre il potere giudiziario rischia di essere sempre più indirizzato dal potere esecutivo, un esempio per tutti, il nostro ex Ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, fautore della normativa varata nel luglio 2005 sul contrasto al terrorismo internazionale: in una relazione alla Camera dei Deputati del due dicembre 2005, concludeva facendo riferimento a un caso giudiziario che aveva tenuto banco nell’opinione pubblica, in cui tre presunti terroristi erano prima stati condannati poi, in un successivo grado di giudizio, assolti, dalle accuse di associazione terroristica internazionale: “Come già accaduto più volte in questi ultimi anni, le decisioni dei diversi organi della Magistratura chiamati a pronunciarsi sulle accuse di terrorismo internazionale fanno emergere notevoli disparità di valutazione anche nell’ambito della stessa inchiesta giudiziaria. L’approccio diverso è frutto probabilmente di sensibilità e prassi differenziate, tipiche della cultura occidentale, che ripropongono problematiche almeno in parte già affrontate nel nostro Paese per il terrorismo interno”. Eh già, noi italiani abbiamo già dato al concetto di terrorismo! “Tutto ciò crea non solo sconcerto nell’opinione pubblica, ma viene anche interpretato come un segnale di debolezza negli ambienti dell’islamismo radicale.” E concludeva sottolineando “la necessità di forme sempre più strette di autonomo coordinamento della magistratura, capaci di dare maggiore coerenza all’azione giudiziaria nei confronti del terrorismo internazionale.” Che cosa significa “maggiore coerenza”? L’individuazione di una inappellabile definizione di terrorista, da non confondere con guerrigliero o resistente o ribelle? Qualcosa di simile al nemico combattente di bushiana creazione? Nell’attesa di una maggiore e affidabile coerenza della magistratura (!), il Ministro degli Interni, come autorizzato dalla normativa antiterrorismo, può disporre l’espulsione immediata di un presunto terrorista scavalcando il potere giudiziario (più semplice che accondiscendere alle extraordinary rendition di invenzione statunitense, mettere in campo i Servizi italiani, e poi appellarsi al Segreto di Stato per bloccare qualsiasi indagine degli organi atti a indagare e giudicare).

Tutto ciò a dispetto anche di quei principi che fino a oggi sono stati alla base di ogni liberaldemocrazia – la definizione di diritti civili sanciti da una costituzione e ritenuti inviolabili (tra cui l’habeas corpus) che nessuna legge specifica può scavalcare – in cui lo stato di emergenza può essere solo una situazione di eccezione tesa a salvaguardare, e non a eliminare, le norme fondamentali, cioè l’ordine costituzionale dello Stato stesso. E quale situazione può essere considerata più di emergenza di una situazione di guerra? Ed è così che la guerra diviene il fondamento ontologico di una politica, e quindi di uno Stato. Una guerra che non mira alla vittoria ma a consolidarsi in una situazione perpetua.
E dopo la guerra al comunismo, la guerra all’islamismo.
Ma perché la politica necessita di un potere coercitivo e autoritario?

Divenuta garante di un’economia capitalista neoliberista, è dell’economia stessa, l’economia delle multinazionali e delle lobby, la necessità di avere un potere coercitivo e autoritario; privo di freni e controllo, sostenuto dalle stesse istituzioni mondiali – Fondo Monetario Internazionale e Banca mondiale – il dogma neoliberista viaggia a tutta velocità su due binari, uno più visibile l’altro più sotterraneo.
Il ciclo economico capitalistico poggia ormai su una gestione militare – dove per gestione militare non si intende solo la potente industria degli armamenti, ma anche tutto il complesso industriale legato alla ricostruzione, in mano alle multinazionali grazie ad appalti compiacenti: infrastrutture (strade, ponti, acquedotti, collegamenti elettrici e fognari), edifici pubblici e privati (ospedali, ambasciate, case); e perfino la complessa macchina degli aiuti umanitari entra nei profitti di guerra: beni di prima necessità, cibo, farmaci. Prima si distrugge, poi si ricostruisce, in un ciclo eterno. Prima dell’11 settembre 2001 l’economia degli Stati Uniti (e di conseguenza l’economia mondiale) viveva una crisi che aveva già raggiunto il 25 percento di capacità produttiva inutilizzata, come nella crisi del 1929; l’annuncio della guerra al terrorismo, con relativa invasione dell’Afghanistan e successivamente dell’Iraq (e cos’altro ci riserverà l’elenco degli Stati appartenenti al famigerato Asse del male?), ha bloccato il precipitare della borsa e ridato fiato all’intera economia.

Sull’altro binario, le enormi risorsi statali dirottate al sistema Difesa (che coraggio chiamarla Difesa) tolgono linfa vitale al sistema sociale. Vogliono farci credere che non esista alternativa, mentre è il caso di rovesciare l’affermazione ormai divenuta deontologica e chiedersi quale sia l’obiettivo e quale la conseguenza.
Quella che prima del 2001 era l’avvisaglia di un cambiamento, iniziato dopo la crisi economica degli anni ’80, si è ora imposta, accettata da tutte le parti politiche e sindacali, come l’unica politica sociale ed economica oggi possibile: il rinnegamento dell’economia di stampo keynesiano a favore di una sorta di darwinismo economico che investe ogni singolo cittadino.
In Europa, tra le due guerre, la crisi economica aveva evidenziato che il capitalismo non poteva più permettersi il lusso di appoggiarsi a delle democrazie parlamentari e di mantenere le libertà dei cittadini che, oltretutto, erano state la base dei movimenti operai; vi era un’unica risposta possibile ai problemi economici e a una classe operaia sempre più rivoluzionaria: la borghesia doveva tornare a governare in modo autoritario, vale a dire doveva instaurare un regime forte e coercitivo: il fascismo.
Le tecniche di potere, oggi, sono cambiate. La parola è più forte della spada.

Nel momento in cui un cittadino non si sente più protetto socialmente dallo Stato, cessa di percepirlo come giusto e legittimo; diventa forte il rischio di tensioni sociali, pericolose per la politica, per la loro forza disgregante, e per l’economia capitalista, per la mancata redditività che ne consegue, sia per il blocco della produzione sia per le concessioni economiche che sarà costretta a fare per addormentare la protesta; e allora, l’emergenza, il pericolo, il nemico uno e comune, ha il grande pregio di compattare la popolazione in un sentimento collettivo nazionalista e depoliticizzare la società civile.
Le conquiste sindacali, alzando i salari e il costo dello stato sociale, avevano ridotto la redditività del capitale; gli ammortizzatori sociali permettevano al lavoratore di non svendersi per fame. Ora, grazie alla guerra globale al terrorismo, il cittadino, terrorizzato, interessato innanzitutto a restare vivo, interessato ad avere dallo Stato una garanzia di sicurezza in un mondo divenuto improvvisamente pericoloso, accetta un patto che non ha più nulla di sociale: privatizzazioni, lavoro precario, smantellamento del sistema pubblico pensionistico e sanitario.

Paranoici, terrorizzati di morire in un attacco terroristico, moriremo vecchi, ammalati e soli ai bordi di una strada, abbandonati dallo stesso Stato che abbiamo sostenuto, maledicendo gli extracomunitari perché quelli che non sono terroristi sono ladri di lavoro, di posti all’asilo, di sussidi comunali per gli affitti. Perché oltre a essere terrorizzati, ci sentiamo invasi. “Due milioni di africani sono pronti a sbarcare sulle nostre coste,” afferma nell’estate 2004 l’allora Ministro degli Interni Pisanu; e il cittadino più infastidito che impietosito guardava alla televisione le carrette del mare stracolme di disperati. Ma quante carrette del mare ci vogliono per far arrivare fino alle nostre coste due milioni di africani? L’esodo biblico, previsto da fonti dei Servizi italiani, non c’è stato. E non grazie alle contromisure prese dal nostro governo, in accordo con i governi dell’area mediterranea (accordi bilaterali per rimpatri coatti, creazione di Campi di identificazione per i richiedenti asilo nei paesi della sponda sud del Mediterraneo), ma perché la previsione stessa era una bufala. Le cifre stesse del Viminale la smentiscono: la grande maggioranza dei clandestini, in Europa e nel nostro paese, sono overstayers, cioè persone entrate regolarmente e poi rimaste illegalmente per scadenza dei termini. Persone che il governo non ha alcun interesse a regolarizzare, al contrario, ha convenienza a mantenere illegali allo scopo di alimentare un mercato nero del lavoro che abbassi ulteriormente il costo del lavoro: una lotta tra poveri, disoccupati e precari italiani da una parte, extracomunitari clandestini dall’altra.
L’invasione africana: un’altra paranoia DOCG

Quale speranza di libertà e consapevolezza per una società formata da cittadini terrorizzati e paranoici, convinti che un sistema democratico non possa loro togliere i diritti civili strappati a un potere oligarchico con le lotte e le rivoluzioni di oltre due secoli? Nessuna speranza fino a quando demanderemo ad altri – a politici che di mestiere si esprimono attraverso slogan, a giornalisti e intellettuali fabbricanti di consenso – il compito di creare la nostra opinione.

Giovanna Cracco

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13 Marzo 2012

Scritto da Rosalba Miceli

Siamo tutti interconnessi, nel bene e nel male. Ovvero, il benessere individuale si realizza inevitabilmente nell’ambito dello spazio sociale, dilatatosi enormemente con la diffusione dei nuovi media e social network. Un ambito di ricerca nel campo della comunicazione sociale indaga il ruolo dei media nella costruzione e nel mantenimento del benessere psicologico della popolazione.

Siamo continuamente esposti alle “brutte notizie”: dalle catastrofi naturali, alle guerre, agli incidenti più o meno gravi, agli omicidi familiari che risuonano nel sistema delle nostre relazioni familiari e al continuo stillicidio delle news economiche foriere di un futuro incerto.

Le notizie buone, positive, confortanti, sono sporadiche e scarsamente pubblicizzate. In ogni caso esse sono troppo poche per compensare l’effetto dirompente e contagioso delle emozioni suscitate dagli eventi spiacevoli o drammatici che attivano in alcuni un intenso desiderio di fare qualcosa, esserci, partecipare, voler agire subito per alleviare la sofferenza altrui ed in altri sentimenti contrastanti di vicinanza emotiva e di distacco. «Una esposizione mediatica che raggiunge il cervello e lo induce ad avere principalmente due reazioni: una di indifferenza con la perdita di empatia e compassione, un metodo difensivo per mantenere l’equilibrio e passa attraverso ad un meccanismo di distacco, e un altro che “assorbe” le negatività sviluppando ansia, insicurezza sino a depressione e attacchi di panico» spiega Giorgio Maria Bressa, psichiatra a Roma e docente di Psicobiologia del Comportamento presso l’Università Pontificio Ateneo Salesiano di Viterbo.

Spesso, dopo una overdose mediatica – una notizia drammatica che rimbalza di programma in programma, dai telegiornali ai talk show e si amplifica con il dibattito sulla Rete – scatta nello spettatore il desiderio di ritornare subito alla normalità, alle piccole cose di tutti i giorni, desiderando escludere dalla mente il più presto possibile dalla mente l’evento traumatico. Dopo alcuni giorni anche in coloro che si erano lasciati contagiare emotivamente, l’interesse comincia a scemare e infine continueranno a provare empatia solo gli osservatori che in qualche modo sono entrati concretamente in contatto con le persone coinvolte nell’evento.

«Non sembra infatti che un’attenzione emotiva, episodica, oppure scandalistica del dolore, come l’uso ad effetto dell’ultimo caso pietoso, ne possa costituire un ascolto autentico: in questa prospettiva, il dolore è solo apparentemente portato a consapevolezza, mentre in realtà viene nuovamente rimosso, disatteso, e strumentalizzato, proprio perché enormemente ingigantito e ridotto all’eccezionale» – scrive Franco Riva, docente di Etica sociale all’Università Cattolica di Milano, nel saggio “La rinuncia al sé” (Edizioni Lavoro).

È pensabile di rivedere il complesso e multiforme sistema dell’informazione per promuovere la prassi della «buona comunicazione?». «Ovviamente non voglio colpevolizzare il sistema dell’informazione ma questi in qualche modo ci offre quotidianamente una rappresentazione della realtà che tendiamo ad assumere – continua il professor Bressa -. Si pensi che nel periodo in cui ci veniva detto che la recessione era passata, stavamo meglio, anche se non era vero e ci stavamo avvicinando al baratro del default. Ora è come se i conduttori ci dicessero: “vi auguriamo una pessima giornata”.

Certo, abbiamo sempre la possibilità di cambiare canale o spegnere la televisione ma una civiltà interconnessa e altamente informata non può sottrarsi facilmente a questo blob di informazioni negative che impattano sulle condizioni già critiche di ciascuno. Si crea così un “umore collettivo”, sulla scorta del modello dell’inconscio collettivo ipotizzato da Jung che si instaura e si propaga proprio come un virus. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un aumento verticale delle richieste di aiuto per disturbi d’ansia generalizzata e per i suoi eventi più acuti, gli attacchi di panico. La gente sente un continuo senso di perdita, di stress, paura per il futuro che appare poco certo. Riscontro continuamente sentimenti amari, di perdita di fiducia e di speranza che possono gettare le basi della depressione».

Gli attacchi di panico si manifestano con una paura intensa senza una causa apparente e durante lo svolgimento di normali attività quotidiane. I sintomi comprendono: respirazione accelerata, tremori, sudorazione profusa, nausea, palpitazioni dolore al petto e una sensazione di immobilità, di irrealtà, di morte imminente e di perdita delle facoltà mentali. Il soggetto può rivolgersi al Pronto Soccorso convinto di aver avuto un attacco di cuore. Il disturbo presenta caratteristiche di familiarità e colpisce più frequentemente il sesso femminile.

«La causa biologica – spiega lo psichiatra – sembra essere una alterazione dei meccanismi di allarme del cervello che scattano anche in assenza di uno stimolo reale e che scatena una reazione di difesa o di fuga con il lungo corollario di sintomi determinati dall’attivazione del Sistema Nervoso Autonomo, che controlla i meccanismi della respirazione, della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e della sudorazione. Se a volte il disturbo (DAP) compare a seguito di un evento stressante, spesso è assolutamente estemporaneo e interessa soggetti con una buona salute psicologica».

Ogni attacco aumenta la paura del successivo innescando una reazione a catena di ansia anticipatoria, come pure il possibile evitamento delle situazioni in cui si sono verificati gli attacchi. In mancanza di cure adeguate il DAP può condurre ad un decadimento della qualità di vita e al ritiro graduale dalla vita sociale, una condizione che Bressa ha efficacemente descritto nel libro “Mi sentivo svenire” da poco ripubblicato per IPOC (Italian Path of Culture).

LaStampa, 09/03/2012

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Salute: cattive notizie alterano risposta a stress delle donne

ultimo aggiornamento: 12 ottobre, ore 17:28
Roma, 12 ott. (Adnkronos Salute) – Le notizie a forte impatto emotivo come omicidi e violenze possono alterare la risposta delle donne a situazioni stressanti. Incrementando la produzione del cortisolo, l’ormone dello stress. E a schizzare sono l’ansia e la paura. Un segnale più evidente nel gentil sesso rispetto agli uomini. A rivelarlo è uno studio dell’University of Montreal (Canada) pubblicato sulla rivista ‘PlosOne’. “Anche se le brutte notizie da sole non hanno aumentato lo stress delle donne, le hanno però rese più sensibili. Una dimostrazione della diversa risposta fisiologica dei sessi in seguito a situazioni di ansia e paura”, afferma Marie-France Marin, autrice dello studio.

La ricerca, a cui hanno partecipato 60 persone, ha sottoposto all’attenzione dei candidati ritagli di giornali con storie di incidenti e assassini, alternandole con anteprime cinematografiche senza alcun tipo di contenuto impressionante. I ricercatori hanno in seguito testato i partecipanti analizzando i loro livelli di cortisolo. Gli uomini non avevano riportato nessun cambiamento dell’ormone dello stress, mentre le donne “sembrano più reattive ai fattori di ansia, ma in media sopravvivono agli uomini per più anni – sottolineano i ricercatori – una capacità di neutralizzare a lungo termine degli effetti dello stress sul proprio sistema cardiovascolare che, se indagata a dovere, potrebbe portare a migliorare la salute anche degli uomini”.

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Cercate il bene, per amor di Dio

Amos 5:14 Cercate il bene, non il male, affinché l’Eterno sia con voi. (Amos 5.14) Secondo Aristotele, “Tutti gli uomini per natura desiderano sapere”. Ma noi conosciamo le cose che contano davvero? Siamo consapevoli di ciò che è durevole ed eterno? La ricerca di Dio è stata una domanda costante nella storia umana. Chi è Dio? Come sta? Egli è la causa prima di tutte le cose, come dicono alcune religioni? Queste sono domande che sorgono quando si discute la natura di Dio e la necessità di cercarlo. “Cercate me e vivrete!” (Amos 5:4) – Per molti aspetti, queste poche parole rappresentano l’essenza del messaggio di Dio al mondo. Cercare Lui e vivere, perché, dopo tutto, non c’è vita in qualsiasi altra cosa o persona. In Lui vi è la vita, originale, la vita non in prestito, non derivata. In noi c’è un flusso della fonte della vita. Dopo tutto, ci vengono offerte solo due scelte: la vita o la morte. Il destino di tutta l’umanità può essere diviso in due classi: coloro che vivranno per sempre e quelli che saranno morti per sempre. Non c’è via di mezzo o di equilibrio degli opposti. Tutti hanno il loro dio, un idolo da adorare, per raggiungere un ideale, per dare una calma, un essere che domina ogni pensiero e azione, o una persona in cui vivono e hanno il loro essere. Anche l’ateo fa un dio della sua negazione stessa di Dio. Amos dà due ragioni per cui dovremmo cercare Dio: 1. Cercate il Signore e vivrete. Rinunciare a Dio e non hai la vita. 2. Senza la cura e la tenera misericordia di Dio “la vergine di Israele è caduta, non si alzerà più, è stesa al suolo, nessuno la fa rialzare” ( Amos 5:2 ). Una vita senza Dio è una vita di bancarotta morale e disperazione spirituale.
Amos è specifico per il Dio che noi cerchiamo. I dei di Betel, Gàlgala o Beersheba non sono dèi. Questi luoghi sono stati significativi nella storia di Israele. Bethel era il luogo dove è stato trasformato in una visione Giacobbe (Gen.28: 12 ). Gàlgala era lo stato in cui Israele celebra la prima Pasqua dopo aver attraversato il Giordano, dove Giosuè distribuito la terra promessa per la tribù ( Josue.5: 9:10 ). Beersheba era il luogo dove si è incontrato Dio con Abramo, Isacco e Giacobbe ( Gen.21: 15 , 26:23-33 , 46:1-5 ). Ma Israele ha trasformato Bethel e Gàlgala in centri di culto e Beersheba in un centro di pellegrinaggio, senza senso. Il Dio di Abramo non può essere gestito in questo modo. Israele ha bisogno di allontanarsi dalla religione, dalle scoperte umane, per cercare il Signore e fare di Lui il centro delle loro ricerche quotidiane. Alla chiamata urgente di Amos in Israele per tornare e cercare il Signore (Amos 5:8), egli punta Dio nel suo ruolo creativo. Dalla Genesi all’Apocalisse, la Bibbia è chiara sulle nostre origini, “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.” (Giovanni 1:3 ). La vita esiste solo in Dio perché Dio solo è il Creatore. Egli ha creato la vita, la vita viene solo da lui. L’essenza del Vangelo, l’essenza della salvezza è a disposizione per l’umanità quando è ricollegata al Creatore, Colui che ha dato loro i primi anni di vita. Ecco perché noi possiamo adorare qualsiasi cosa, ma per Dio è un falso culto. Per molti, la ricerca di Dio rimane un esercizio teorico, cavalcare una dottrina, un dibattito teologico.. Amos ha scarsa utilità per una ricerca puramente intellettuale. Vuole la conoscenza con l’esperienza. Per cercare Dio è necessario conoscerlo personalmente e rivelarlo agli altri in una esperienza pratica. Quale fu la risposta della maggior parte del popolo alla chiamata di Dio al pentimento? (Ose.10: 12 e 13). Perché io so quante sono le tue trasgressioni – ( Amos 5:10-13 ). Dopo aver rimproverato per il falso culto e la mancanza di misericordia, Amos fa una critica alle ingiustizie sociali che si trovano in Israele. Quasi l’intero libro di Amos è scritto in linguaggio poetico, interessante, date le origini umili del profeta. Amos sta parlando dell’atteggiamento della gente nei confronti di un giudice che disapprovava l’errore e ha cercato di sostenere la verità. I giudici avevano la corte alle porte della città israeliane, dove sarebbero stati accessibili per tutti che avevano bisogno dei loro servizi. Odiate il male, e amate il bene – ( Amos 5:14 e 15 ). E? possibile che queste persone, così cieche nel loro peccato, nella loro iniquità, e che si opponevano al messaggio della misericordia a loro inviato, pensavano ancora che “il Signore degli eserciti” era con loro? Apparentemente era così. Dopo tutto, erano figli di Abramo, Isacco e Giacobbe Erano gli eredi della legge, delle promesse e dell’alleanza del Sinai. Dopo tutto, erano seguaci del vero Dio, Creatore del cielo e della terra. Non dovevano essere come i pagani intorno. Dio stava dicendo a queste persone che avevano bisogno non solo di guardare bene, ma di odiare il male e amate il bene. Chiaramente, possiamo fare solo se si conosce la distinzione tra il bene e il male, che non è sempre facile, soprattutto per quelle coscienze che erano indurite dal peccato. Qual è la nostra unica vera guida per conoscere la differenza tra bene e male? (Isa.8: 20). Una volta giunti a comprendere la differenza tra bene e male, dobbiamo imparare ad amare e odiare l’altro. Ovviamente, solo la potenza dello Spirito Santo che opera nella nostra vita può fare questo per noi (Giovanni 16:13). E ‘ interessante che ci viene detto non solo di amare e odiare il male. Non si può amare il bene, il male e l’odio? La vita esiste solo in Dio, datore di vita. Dio ha chiamato Israele a pentirsi, rivolgersi a Lui e vivere, e ad abbandonare i loro peccati. Nonostante l’ingiustizia riempisse la terra, Dio ha promesso di fare giustizia. E’ diverso oggi? L’unica speranza e tornare da Dio per avere la Sua misericordia.

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A cura del Dott Salvatore Borrelli

Le brutte notizie ammalano il corpo

triste

Salute e Sanità 05 giugno 2013

di Redazione

La metafora è sempre più chiara, la casa, è il nostro corpo. Le persone, gli eventi e le situazioni che viviamo sono fautori del nostro malessere nella misura in cui gli permettiamo di entrare in noi, gli consentiamo di stimolare i nostri sensi e influire sui nostri pensieri.

Come per l’abitazione da salvaguardare è fondamentale fare entrare solamente le azioni e quindi le energie che provvedono al benessere della dimora, a maggior ragione lo è per il nostro Corpo (cuore e cervello) che rappresenta la Dimora del nostro Essere.

L’Uomo è maggiormente sereno quando abita la sua casa bella, comoda e non inquinata. L’Essere, invece, è maggiormente sereno quando dimora nel suo corpo non inquinato da energie negative introdotte per mezzo dei sensi e con i pensieri.

Le azioni esercitate per mezzo di energie negative e distruttive su un’abitazione, la rendono brutta e invivibile. Le energie negative introdotte nella persona, attraverso le vie dei cinque sensi, influiscono negativamente sul corpo, sui pensieri e sul suo Essere.

Vivere meglio, vivere felici è possibile nella misura in cui ci liberiamo di tutte quelle zavorre che da sempre, inutilmente, ci stiamo portando a traino. Ogni notizia è sempre fonte di emozione, come risposta all’introduzione di energia, quindi è tempo di andare alla ricerca della notizia, non di quella aggressiva e cruenta, che ci inzuppa di malinconia e sconforto e che oltremodo ci arricchisce di malumore e depressione.

E’ tempo di cambiare orientamento, cominciamo dalla comunicazione, dal rapporto con l’altro, dall’attenzione rivolta alle piccole cose e a cominciare da se stesso. Tenendo a mente la funzione dei nostri cinque sensi è necessario imparare a portarci dentro, nel cuore e nel cervello, quello che serve per vivere felici.

Allontaniamo dalla dimora del nostro Essere, quindi dal Corpo, dal Cuore e dal Cervello, le influenze nocive, cioè tutte quelle immagini, parole e azioni che deturpano il nostro Essere. Tenuto conto che noi siamo quello che introduciamo con i nostri cinque sensi, è bene non sottovalutare le notizie trasmesse dai media che inesorabilmente ci bombardano di cattive notizie e noi, ignari del danno che possono provocare all’Essere, le assorbiamo in grande quantità.

E’ opportuno cominciare a parlare di “pari opportunità” anche per questo profilo, è necessario che le notizie diffuse siano ben equilibrate per fare posto anche a quelle notizie utili e belle, apparentemente frivole ma necessarie per forgiarci alla benevolenza, all’altruismo, alla solidarietà, alla disponibilità e alla felicità.

Nel nostro tempo va rivisto il concetto che il bene deve essere cieco e muto, nel senso che ci è stato insegnato ad agire bene senza farlo vedere e senza farlo sentire. Così facendo abbiamo dato spazio a giornali, radio e televisioni che parlano prevalentemente di notizie negative.

Da circa mezzo secolo le cellule del nostro corpo vengono sollecitate da energie negative rappresentate da radiazioni elettromagnetiche, sostanze chimiche e da notizie brutte. E’ opportuno che si cominci a parlare anche di quel vissuto che genera piccole emozioni favorevoli al bene dell’Essere. Fatti, storie, avvenimenti, esperienze, accadimenti piccoli o grandi che siano, purchè apportatori di bene.

“Mentre percorrevo una strada periferica della mia città ho superato un ambulante che, a piedi, trasportava un pacco e due grosse buste piene di indumenti e vettovaglie. Dopo aver percorso un tratto di strada ho sentito di tornare indietro per dargli un passaggio. Raggiunto l’uomo, stupito e sorpreso della mia iniziativa ha sorriso soddisfatto e con occhi lucidi ha ringraziato senza fruire del passaggio”.

Anche se questo fatto è certamente poca cosa, ha generato senz’altro, nell’immediato, energia benevola in tutto il corpo di entrambi.
Poichè i buoni accadimenti, alla stregua delle notizie nocive, influiscono su tutte le cellule dell’organismo, è auspicabile la nascita di programmi radio-televisivi adatti, essi devono essere raccontati e ben diffusi, anche dai giornali, molto più delle brutte notizie se si vuole migliorare il futuro e il vissuto di ognuno.

Il cervello umano è il luogo sacro della persona, sede del pensiero, della trascendenza, della razionalità e della spiritualità, l’organo che testimonia la grandezza del genere umano, il tempio in cui sono custodite gelosamente le origini dell’intera umanità, per questo merita il massimo rispetto e va protetto da qualunque attacco esterno.

Tutta la vita dell’umanità è impressa nella perpetuazione delle funzioni cerebrali: il passato, il presente e i progetti futuri sono custoditi proprio lì, nel tuo organo cerebrale… e nelle emozioni che danno palpitazioni al Cuore.

A cura del Dott Salvatore Borrelli Medico di Famiglia che esercita la sua professione a Reggio Calabria. Opera nel campo delle problematiche della Coppia e della Famiglia. Tiene incontri pubblici per diffondere conoscenze mediche e stile di vita, utili alla salute e al benessere interiore.

Articolo estratto Dal testo “Per non fare fiasco” Ed. http://www.Lulu.com

http://www.lulu.com/shop/salvatore-borrelli/per-non-fare-fiasco-crescere-in-autostima-e-determinazione-conoscere-x-capire-correggere-x-crescere/paperback/product-20666820.html

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Un esempio per tutte, che proviene dal passato. Le leggende di Jack lo Squartatore, dei Serial Killer, della Uno Bianca, delle Bombe,…

Erzsébet Báthory

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Erzsébet Báthory

Erzsébet Báthory, conosciuta anche come Elisabetta Bathory, soprannominata la Contessa Dracula o Contessa Sanguinaria (magiaro Báthory Erzsébet, /ˈbaːtori ˈɛrʒeːbɛt/; Nyírbátor, 7 agosto 1560Čachtice, 21 agosto 1614), fu una leggendaria serial killer ungherese, considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria. Lei e quattro suoi collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne. Le vittime oscillerebbero tra le 100 accertate e altre 300 di cui era fortemente sospettata all’epoca; secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero 650, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita; ma gli storici tengono per vera la stima delle 100/300 vittime e sono scettici circa la veridicità e/o esistenza di questo diario.

Biografia

Giovinezza

Erzsébet nacque nel 1560 a Nyírbátor, un villaggio nel nord-est dell’attuale Ungheria, ma venne allevata nella proprietà di famiglia di Ecsed in Transilvania (odierna Romania). La sua famiglia, i Báthory-Ecsed, faceva parte delle casate protestanti ungheresi. L’albero genealogico dei Báthory comprendeva vari eroi di guerra, un cardinale e un re di Polonia. Nella sua famiglia, a causa della consanguineità (anche il padre aveva sposato una sua cugina), non mancavano malattie del sistema nervoso: molti suoi membri mostravano segni di epilessia, schizofrenia e altri disturbi mentali.

Fin da bambina, ella dava segni di squilibrio passando repentinamente dalla quiete alla collera. All’età di circa sei anni fu testimone di un fatto che lasciò su di lei una traccia indelebile: un gruppo di zingari venne invitato nella sua casa per intrattenere la corte; uno di essi venne però condannato a morte per aver venduto i figli ai turchi. Le sue grida lamentose giunsero fino al castello, attirando l’attenzione di Erzsébet, la quale, all’alba, fuggì dal castello per vedere la condanna: dei soldati tagliarono il ventre di un cavallo legato a terra, il condannato venne preso e infilato nel ventre, rimase fuori solo la testa, poi un soldato ricucì il ventre del cavallo con il condannato al suo interno[senza fonte]. Nel 1571, all’età di 11 anni, si fidanzò con Ferenc Nádasdy, di sette anni più grande di lei, e andò a vivere nel castello di Nádasdy di Sárvár nel Transdanubio, presso il confine austriaco.

All’età di 13 anni, incontrò un suo cugino, il principe di Transilvania, il quale, sotto i suoi occhi, fece tagliare naso e orecchie a 54 persone sospettate di aver fomentato una ribellione dei contadini. L’8 maggio 1575 sposò, quindicenne, il promesso Ferenc Nádasdy a Vranov nad Topľou (Varanno), presso Prešov, nell’attuale Slovacchia nord-orientale. Al matrimonio fu invitato persino il sovrano del Sacro Romano Impero Massimiliano II, il quale, tuttavia, causa la lontananza, non poté partecipare, ma inviò una delegazione con un costoso gioiello come regalo di nozze.

Vita coniugale

Il marito, persona crudele e spietata, aveva studiato a Vienna, dove si era dimostrato un buon atleta (ma non un bravo studente); inoltre faceva all’epoca parte di un gruppo di spadaccini noto come il “Terribile Quintetto”. Amava torturare i servi, senza però ucciderli: una delle sue torture preferite consisteva nel cospargere di miele una ragazza nuda e lasciarla legata vicino alle arnie di sua proprietà. Essendo Nádasdy quasi sempre lontano da casa per combattere i turchi, la responsabilità del castello di Sárvár era affidata ad Erzsébet.

Erzsébet amava vestirsi da maschio e verso i 18-19 anni ebbe una figlia illegittima che venne affidata ad un contadino. Nella leggenda popolare si dice che questa bambina sia la progenitrice di alcune delle famiglie più antiche della zona, quali i Mansfeld, i Riddler e gli Helbinger. Nei primi dieci anni di matrimonio non ebbe figli, ma nei nove anni seguenti partorì tre figlie e un figlio. Fu una madre molto protettiva.

Sadismo e magia nera

Per passare il tempo quando il marito era lontano da casa, Erzsébet cominciò a far visite alla contessa Karla[senza fonte], sua zia, ed a partecipare alle orge da lei organizzate. Conobbe nello stesso periodo Dorothea Szentes, un’esperta di magia nera che incoraggiò le sue tendenze sadiche. Dorothea conosciuta come Dorkò e il suo servo Thorko insegnarono a Erzsébet la stregoneria.

Ecco cosa scrive in una lettera al marito:

« Ho appreso da Thorko una nuova deliziosa tecnica: prendi una gallina nera e la percuoti a morte con la verga bianca; ne conservi il sangue e ne spalmi un poco sul tuo nemico. Se non hai la possibilità di cospargerlo sul suo corpo, fai in modo di procurarti uno dei suoi capi di vestiario e impregnalo con il sangue. »

Erzsébet riteneva un affronto intollerabile la fuga di una serva e la punizione era quasi sempre la morte. Una sera, una ragazza di 12 anni, Dora, riuscì a fuggire dal castello con indosso solo una lunga camicia bianca. Venne presa poco dopo e condotta dalla contessa, la quale la costrinse ad entrare in una gabbia cilindrica troppo stretta per sedersi e troppo bassa per stare in piedi. La gabbia venne quindi sollevata da terra tramite delle carrucole e spinta contro dei paletti appuntiti. Il nano al servizio di Erzsébet, Fizcko, manovrò le corde in modo che la gabbia oscillasse: in questo modo, il corpo venne fatto a pezzi. In un’altra occasione, in pieno inverno, fece condurre nel cortile, sotto la sua finestra, delle ragazze denudate. Ordinò quindi di versare acqua su di loro. Le ragazze morirono per assideramento.

Suo marito non era da meno: una volta ai due sposi venne il sospetto che una serva si fosse finta malata, le fecero così infilare tra le dita dei pezzi di carta impregnati d’olio a cui fu poi dato fuoco; dopo questo fatto ben pochi osarono dichiararsi ammalati. I segni della sua pazzia si palesavano sulle sue serve, punite sempre più duramente per i loro errori.

Si dice che un giorno, dopo averne schiaffeggiata una, alcune gocce di sangue colarono dal naso di questa sulla mano della contessa. La Báthory credette, in seguito, che in quel punto specifico della mano la sua pelle fosse ringiovanita. Chiese agli alchimisti delucidazioni. Costoro, pur di compiacerla, si inventarono la storia che raccontava di una giovane vergine il cui sangue aveva avuto effetti analoghi sull’epidermide raggrinzita di un aristocratico. La Báthory finì con il convincersi che fare abluzioni nel sangue di giovani vergini (in particolare della sua stessa classe sociale), o berlo quando queste fossero state particolarmente avvenenti, le avrebbe garantito la giovinezza eterna.[senza fonte]

Si stima che abbia cominciato ad uccidere nel periodo tra il 1585 ed il 1610. Il marito ed i parenti sapevano delle sue inclinazioni sadiche, ma non intervennero. Cominciò a torturare e ad uccidere barbaramente giovani contadine, ed in seguito, anche le figlie della piccola nobiltà. Infatti, nel 1609 Erzsébet istituì, nel suo castello, un’accademia che aveva come fine (ma solo formale) l’educazione di ragazze provenienti da famiglie agiate. Le sue vittime, venivano spogliate, incatenate a capo in giù, quindi, seviziate. Le loro gole venivano recise ed il sangue fluiva, pronto per essere raccolto e usato da Erzsébet. Si narra che la Contessa abbia fatto costruire da un orologiaio svizzero un marchingegno chiamato “Vergine di Ferro” (simile alla futura Vergine di Norimberga), la quale aveva la forma di una donna dai lunghissimi capelli biondo argenteo (probabilmente appartenuta a qualche fanciulla uccisa da lei stessa) che arrivavano fino quasi ai piedi. Ogni qualvolta una ragazza le si avvicinava, la Vergine di Ferro alzava le braccia e stringendola con una morsa mortale la uccideva, trapassandola con dei coltellacci acuminati fuoriusciti dal petto.

La fine

Quando le denunce per le sparizioni delle signorine aristocratiche arrivarono alla Chiesa cattolica, l’imperatore Mattia II intervenne ordinando un’indagine sulla nobildonna. Gli inviati dell’imperatore entrarono di nascosto nel castello e colsero sul fatto la Báthory mentre torturava alcune ragazze; trovarono anche in molte stanze e nelle prigioni diversi cadaveri straziati e donne ancora vive con parti del corpo amputate. Fu incriminata e murata viva nella sua stanza con un foro per ricevere il cibo. Morì suicida quattro anni più tardi, lasciandosi morire di fame in cella. Altre quattro persone, tra cui la fedelissima domestica Ilona Joo e l’amante Laszlo, un esponente della piccola nobiltà locale, furono condannati come suoi complici e torturati con le seguenti sentenze: Fizkco, venne decapitato e gettato nel fuoco, Ilona Joo ebbe le dita amputate e fu bruciata viva assieme a Dorko. Katalyna Beniezky, la meno cattiva del gruppo della Contessa Bathory, ebbe una condanna mite, perché ella si limitava solamente a nascondere i cadaveri delle fanciulle uccise e a volte cercava di dar loro da mangiare a rischio della sua stessa vita.

Non è mai stato chiarito il numero esatto delle sue vittime, ma dai suoi diari e i suoi appunti emergono 650 nomi accuratamente trascritti. Questo farebbe di lei la più efferata e prolifica serial killer della storia. Ma, come indicato sopra, gli storici hanno portato le vittime in una soglia compresa tra le almeno 100 e le circa 300. La sua storia sfuma nella leggenda ed è condita di tradizioni popolari. Erzsébet Báthory è infatti diventata un personaggio di culto dell’immaginario vampiresco. Erroneamente Erzsébet veniva considerata discendente della celebre figura Vlad III Dracula. Tale teoria è stata però alimentata negli anni solo da storie e leggende popolari. Vlad III Dracula fu infatti un principe di etnia romena. Erzsébet fu una contessa di etnia magiara e nel suo albero genealogico non sembrano essere presenti antenati romeni[senza fonte].

  • La contessa divenne estremamente potente alla morte del marito Ferenc Nadasdy, avvenuta nel 1604. A seguito del decesso del marito divenne amministratrice dei beni del figlio di soli sei anni.
  • La contessa acquistò ancora più potere quando nel 1607 il principe Gabor Bathory, nipote della contessa Erzsébet, venne eletto Principe di Transilvania. Tale elezione fu a scapito del potente conte Gyorgy Thurzo.
  • È stato lontanamente ipotizzato (ma ciò non può essere accertato) che la congiura ai danni della contessa fu organizzata dallo stesso Thurzo, divenuto Conte Palatino d’Ungheria nel 1609, che il 5 marzo 1610 ordinò l’inchiesta iniziale contro Erzsébet, sulla base di alcune denunce anonime. Ma sembra che le denunce non siano arrivate da lui ma direttamente a Mattia II. Ad approfittare dell’occasione fu il sovrano d’Ungheria Mattia II, il quale vide nel “processo Bathory” la possibilità di confiscare l’imponente patrimonio della famiglia della Contessa e ridimensionare l’influenza politica della sua famiglia. Fu il re a firmare il decreto di prigionia per la contessa, obbligandola alla fissa dimora in un luogo rinchiuso, per soddisfare le impellenti richieste delle famiglie nobili delle vittime uccise e dissanguate.

Influsso culturale

Letteratura

Cinema

Televisione

  • Nella seconda puntata della serie della HBO, True Blood, dal titolo “I Piani del Re”, all’arrivo di Bill alla reggia del Re del Mississippi, che lo aveva precedentemente salvato dai lupi mannari, il suo compagno Talbot spiega a Bill di come abbia fatto ri-arredare la stanza degli ospiti a cui lo sta accompagnando, dicendogli anche che il letto che vi ha situato apparteneva alla contessa Báthory.

Musica

Altro

  • Nel celebre gioco da tavolo Warhammer, la vampira Isabella Von Carstein è in possesso di un manufatto, appartenuto a sua bis-nonna chiamato “Calice del Sangue di Bathori” dal quale scorga costantemente sangue fresco.
  • Il videogioco per PC Diablo II fa riferimento a questo personaggio in una sua quest. Durante il gioco, infatti, si deve sconfiggere una malvagia Contessa che è stata murata viva dopo essersi fatta il bagno nel sangue di cento vergini allo scopo di rimanere giovane.
  • Nel gioco MMORPG Ragnarok Online c’è una strega, a cavallo di una scopa, di nome Bathory.
  • Nel Videogioco MMORPG per PC Shaiya c’è una strega dal nome Blizabeth Eathory, nome che si ottiene invertendo le iniziali di nome e cognome.
  • Nel videogioco Mortal Kombat IX c’è un personaggio a lei ispirato, Skarlet, che usa il sangue degli avversari per aumentare la sua forza.
  • Nei musical di Sailor Moon, vi è un personaggio-vampiro a lei ispirato[senza fonte].
  • La celebre mangaka giapponese Riyoko Ikeda si è ispirata a questo personaggio per un racconto breve in coda alla sua opera più celebre, Le Rose di Versailles (“Lady Oscar“). Si intitola La contessa dagli abiti neri, ed è la prima storia breve che si affianca alla serie regolare. Ambientata in un periodo non specificato, precedente alla Rivoluzione Francese, tratta di una nobile francese ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza, la quale per rimanere giovane e bella necessita di giovani donne di particolare bellezza, cui toglie la vita per ottenerne il sangue. Le sue vicende si mescolano a quelle dei protagonisti originali. Al termine del racconto l’autrice cita la vicenda originaria di Erzsébet Bàthory, da cui ha preso spunto.
  • Il manhwa Horror Collector di Lee So-Young è ispirato alla storia della contessa sanguinaria Elizabeth Báthory.
  • Nel fumetto Dampyr la contessa appare in un albo speciale intitolato “Dracula Park”, dove la si vede svolgere una delle sue azioni abituali preferite: fare il bagno in una vasca colma di sangue.
  • Nel gioco da tavolo Atmosfear una delle pedine utilizzate per giocare porta il nome “Elizabeth Bathory, la Vampiressa” chiaramente ispirato a Erzsébet Bàthory e alle sue manie sanguinarie.

Bibliografia

Voci correlate

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La condivisione di brutte notizie: aspetti professionali ed etici della comunicazione di una diagnosi infausta 

Alan Winchester

(per gentile concessione di The Nursing Standard; titolo originale: Sharing bad news ;
traduzione e versione italiana: Elizabeth Blackborow)

Un compito difficile

Gli aspetti etici

Perché è così difficile dire la verità al malato?

Come comunicare la verità al malato

Conclusione

Un compito difficile

Dire a qualcuno che è portatore di una grave malattia non sarà mai un compito facile per un operatore sanitario. Notizie del genere non potranno mai diventare piacevoli, a meno di camuffarne il significato: il contenuto rimarrà comunque qualcosa che si preferirebbe non sentirsi dire.

Talvolta le brutte notizie potranno essere ricevute con parziale sollievo, per esempio in presenza di un dubbio per quanto riguarda la causa di determinati sintomi; rilevante è anche lo stile del tutto personale che il paziente adotta nella gestione degli avvenimenti significativi della vita.

Nel 1962, all’inizio della carriera di chi scrive, era scontato che medici ed infermieri avrebbero deciso la gestione dell’informazione da dare ed il tipo di trattamento da somministrare. La società e gli operatori  sanitari erano d’accordo. Si pensava che, date le loro conoscenze, i medici avessero il diritto di decidere per i pazienti quello che sarebbe stato nei loro migliori interessi. Nell’insieme, i pazienti tendevano a condividere questo approccio.

Se consideriamo la situazione di oggi, risulta ora insolito per i sanitari non rispettare almeno l’opinione dei pazienti per quanto riguarda le cure disponibili. Quanto al dire la verità al paziente, sembra che la posizione del 1962 sia superata. Allora i medici controllavano il flusso delle informazioni fino a rasentare l’inganno o la segretezza. Oggi, il medico è più portato a sentirsi obbligato a dire l’intera verità, sulla base dei dati clinici conosciuti. Senza dubbio, gli obiettivi posti nell’informare sulla diagnosi possono essere considerati centrati sul paziente, non sul medico o sull’infermiere. La verità va detta per dare al paziente l’opportunità di sapere perché è ammalato e così permettergli di adattarsi al cambiamento delle proprie condizioni personali.

Tempo di rilessione 1

Prima di proseguire nella lettura, prendi del tempo per riflettere sulla tua formazione e la tua esperienza.

Trovi diverso il modo con cui la verità viene detto al paziente oggi rispetto agli anni della formazione?

Hai preso parte in un’interazione in cui si comunicavano brutte notizie e visto metodi più o meno corretti? Che effetto ha avuto su di te un’interazione condotta male?

Di solito questa verità comporterà una perdita, se non altro la perdita della salute di prima. Potrebbe anche comportare cure pesanti con effetti collaterali e, nel caso di una malattia inguaribile, una crescente disabilità, perdita della libertà e talvolta il presentimento di una morte vicina. La sfida morale e professionale sta, quindi, nell’offrire l’informazione in maniera delicata, secondo lo stile di ‘coping’ del paziente (quello usato per affrontare le situazioni difficili). Occorre accettare che egli sia probabilmente sconvolto dalle notizie, rispettare il valore e l’individualità della sua persona, offrire l’assicurazione del proprio sostegno professionale. Per Randall e Downie si tratta di farsi compagno fidato di viaggio.

Gli aspetti etici

Possiamo basarci su due modelli per discutere dell’etica della comunicazione di brutte notizie:

• Etica basata sui principi
• Etica basata sul prendersi cura

Etica basata sui principi:

si tratta di una teoria conosciuta, elaborata dagli americani Beauchamp e Childress (1994). Il modello sottende quattro principi:

• Fare del bene
• Evitare il danno
• Rispettare l’autonomia altrui
• Giustizia ed equità

Il modello è applicabile ad ampio spettro nell’ambito della medicina e del nursing. I principi che riguardano la condivisione di brutte notizie sono evitare il danno e rispettare l’autonomia altrui.

Quando si applica il principio di evitare il danno alla comunicazione della verità al malato, si tratta di un danno psico-emotivo piuttosto che un male fisico. La legge ha tardato nel riconoscere il legame tra l’impatto di un danno psicologico e il modo di condurre interviste o interazioni tra operatori sanitari. Casi recenti che hanno coinvolto la polizia ed altre agenzie pubbliche – dove la persona reclama una compensazione per un trauma psicologico – possono forse indicare un cambiamento nell’atteggiamento legale.

La ricerca in questa area è piuttosto limitata. Fallowfield et al. (1998) suggeriscono che: ‘una comunicazione insoddisfacente conduce a dati clinici erronei, risultati clinici e psicologici peggiori e maggior rischio di litigazione’, e che: ‘I medici [o infermieri] che sono stati formati in un sistema che non permette loro di riconoscere i propri sentimenti, né fornisce la conoscenza ed il vocabolario necessario per esprimere i sentimenti , ma insegna piuttosto che i sentimenti sono fattori secondari e di nessun importanza, difficilmente sapranno rapportarsi con empatia e rispetto con i loro pazienti.’

La prevenzione del danno emotivo è strettamente correlata al metodo e agli atteggiamenti mostrati da chi conduce il dialogo, tuttavia occorre riconoscere che, per quanto possa essere empatico e delicato il professionista, alcuni pazienti avranno problemi psicologici preesistenti e svilupperanno ansia o depressione. Ciò nonostante, spetta al professionista tentare di ridurre al minimo la possibilità di un danno psicologico indotto dall’interazione; si suggerisce che le tecniche del counselling accentrato sulla persona possono offrire un modo per affrontare il problema.

Il principio dell’autonomia ha le sue origini etimologiche nelle parole greche ‘autos’ e ‘nomos’. Alla lettera, autonomia significa autogoverno. Il famoso filosofo prussiano, Emmanuel Kant, affermò che la razionalità dell’uomo era l’equivalente dell’autonomia, quindi l’abilità di ragionare e raggiungere giudizi logici e ragionevoli è l’attributo che distingue l’uomo dal resto del regno animale.

I pazienti che sono mentalmente competenti, e non subiscono gli effetti di farmaci o malattia che compromettono la loro capacità di ragionare, sono per definizione persone autonome. Quando conduciamo con delicatezza e rispetto un’interazione in cui condividiamo le brutte notizie, facendo corrispondere il flusso di informazione alla velocità di assimilazione del paziente, rispettiamo la sua autonomia: in un certo senso, è il paziente che ci guida. Se sceglie di interrompere l’interazione, rispettiamo la sua autonomia facendo proprio così, ma proponendo forse un altro incontro.

Etica basata sul prendersi cura:

docente di Scienze dell’educazione a Harvard, Prof. Carol Gilligan, ha elaborato una teoria etica (Gilligan, 1996) che propone:

• L’importanza morale della relazione interpersonale
• Responsabilità della cura altrui
• Risposta ai bisogni altrui
• ‘Gettare un ponte’ verso gli altri

La Gilligan afferma inoltre che questi attributi dell’etica del prendersi cura tendono ad essere più presenti nella donna che nell’uomo. Per giustificare quest’affermazione, correla la teoria con il grado di attaccamento ai valori morali della madre: c’è infatti un periodo di tempo in cui ‘un ponte’ lega il bambino agli atteggiamenti e valori materni.

Se mettiamo la ricerca della Gilligan in relazione con la condivisione delle brutte notizie riusciamo, forse, a spiegare le diversità presenti tra i membri maschili e femminili di un équipe. Se i medici, con il loro background tradizionale e scientifico, hanno un’etica di distacco che richiede la precisa verità come criterio principale di quello che si deve dire, le infermiere – con una formazione basata sul prendersi cura, – ritengono cruciali le relazioni interpersonali e l’attaccamento. All’interno di un équipe può, dunque, venire a crearsi una fondamentale diversità di opinione per quanto riguarda l’approccio migliore.

Idealmente, ambedue le professioni si apriranno ad un approccio etico che fonde le diverse visioni, mettendo autenticamente al primo posto il paziente e puntando sulla verità, mentre si evita la menzogna; tutto questo insieme al riconoscimento dell’importanza dei sentimenti visto come atteggiamento morale.

Tempo di rilfessione 2

Prendi del tempo per considerare quello che tu, come persona, ritieni i tuoi doveri verso gli altri e quello che devono a te. Pensa in grande, non solo agli aspetti professionali della tua vita.

Ti sei mai trovato in una situazione difficile in cui ti hanno chiesto di ‘risparmiare la verità’?”

Un paziente ti ha fatto una domanda difficile?

Pensi che l’etica appartenga al mondo dei filosofi e degli accademici, o la vedi come la radice ti tutto quello che fai a, per e con i tuoi pazienti?

Perché è così difficile dire la verità al malato?

Problemi collegati al professionista:

•       Paura di essere incolpato – esiste la tendenza naturale di reagire a chi riporta brutte notizie rispondendo aggressivamente: sembra che l’interlocutore ne attribuisca la responsabilità direttamente al professionista.

•       Tradimento del paziente – gli infermieri possono sentirsi irragionevolmente responsabili per una situazione che non risponde alle cure. Possono assumere una veste di autoritarismo e un atteggiamento di distacco personale che dà al paziente l’impressione dell’abbandono.

•       Formazione lacunosa – la formazione in generale fornisce solo alcune linee guida su come condividere le brutte notizie. Queste potrebbero essere approfondite, ma occorre migliorare anche le abilità nella comunicazione. In mancanza di una adeguata formazione in queste abilità, basata sull’esperienza, le competenze e la fiducia si riveleranno scarse di fronte ai casi veri della pratica quotidiana.

•       Soluzione dei problemi – gli operatori sanitari sono formati a valutare, somministrare e rivalutare un trattamento. I problemi clinici del paziente vengono diagnosticati, trattati e rivalutati. Le cure infermieristiche vengono effettuate in modo olistico per massimare l’indipendenza e la possibilità di curare dov’è possibile.

A volte, a causa dell’incurabilità, o l’incapacità di risolvere il problema o di cambiare il significato delle brutte notizie, gli operatori sanitari possono incontrare difficoltà nel cambiare il proprio approccio in quello di un ‘compagno fidato di viaggio’. Possono quindi sentirsi impotenti e comportarsi di conseguenza. Quando capita così, di solito mostrano una forma di ‘paura del cliente’ e si comportano in maniera brusca e sbrigativa, arrivando al punto di lasciarsi sfuggire la diagnosi senza saper portare avanti la situazione condividendo lo sconvolgimento momentaneo del paziente. Se ne vanno, magari, lasciando il paziente abbandonato a se stesso, con domande senza risposta.

Problemi collegati al paziente:

•       Paura della propria mortalità – nell’immaginario collettivo, la diagnosi di tumore equivale alla morte, anche se molte forme di tumore maligno rispondono alle cure. In presenza di una diagnosi di tumore, il paziente ricorda forse solo la parola ‘tumore’; ogni altra informazione essendo ignorata o dimenticata nello sforzo di adeguarsi allo shock delle notizie. Inoltre la maggioranza delle famiglie, almeno nelle società occidentali contemporanee, hanno poca esperienza pratica nella gestione dei morenti. Nonostante il trend verso il morire di più a casa, oggi la morte è diventata un avvenimento tecnicizzato e medicalizzato, che avviene di solito in qualche tipo di struttura.

•       Provare soggezione nei confronti dei medici ed infermieri – i pazienti che sono malati o che vengono ricoverati per degli esami invasivi possono sentirsi vulnerabili. Possono essere particolarmente suscettibili all’influenza degli operatori sanitari e la loro autonomia può essere compromessa dalle limitazioni imposte dai sintomi o dalla paura della diagnosi. Gli operatori devono essere consapevoli della diseguaglianza di potere nella relazione con il paziente e tentare di ridurrne le eventuali conseguenze negative.

•       Alte attese di cura – la medicina si è evoluta gradualmente da quello che era prima dell’era della penicillina fino alle professioni altamente specializzate che vediamo in azione oggi. Le attese del pubblico in generale si sono sviluppate lungo le linee della speranza in un servizio sanitario migliore e, nell’insieme, questo si è verificato. La maggioranza dei trattamenti vengono visti come benefici e quasi tutti noi conosciamo qualcuno che è stato beneficato dai progressi della scienza, con un by-pass, una protesi all’anca, la chirurgia cerebrale o le cure intensive. Spesso si è riluttanti a credere che una malattia è incurabile. Si chiede allora una seconda o una terza opinione, e si incontra forse una resistenza di fronte alla verità.

Come comunicare la verità al malato

Tradizionalmente, nella lingua inglese, si parla di “breaking bad news” (‘rompere’ le brutte notizie). A questo proposito Kaye (1996) mette gli operatori sanitari in guardia: spesso se si rompe qualcosa rimane un pasticcio da sistemare. Per la Kübler-Ross le cattive notizie devono essere ‘condivise’ piuttosto che ‘rotte’, che sta a significare che vanno comunicate nel conteso di un dialogo, non all’interno di un avvenimento. Il modello seguente, in cinque passi, rappresenta un possibile metodo di condivisione di brutte notizie.

Primo passo – La preparazione

Questa fase comporta il tentativo di garantire la privacy evitando le interruzioni della cicala, le telefonate, le porte che si aprono all’improvviso ed altri avvenimenti indesiderati. Quando il paziente è ricoverato in una stanza a più letti e connesso ad apparecchiature hi-tech potrà essere impossibile spostare il suo letto in un luogo appartato. In tal caso vale la pena di riconoscere il problema parlandone: “Buon giorno, Sig.Rossi. A quanto pare, in questo momento non possiamo appartarci in un luogo più privato. Mi dispiace…”.

Le cartelle medica ed infermieristica dovrebbero essere sotto mano in modo da poter rispondere rapidamente e precisamente alle domande del paziente: è importante annotare non solo ciò che è stato detto, ma anche le reazioni del paziente. Preferibilmente il tutto dovrebbe essere registrato nella cartella parola per parola (Box 1).

Box 1 – Tutto dovrebbe essere annotato parola per parolaNon: ‘Gli ho detto la verità’Ma: ‘Ho spiegato che soffre di una forma di loeucemia che non possiamo guarire: ho pure detto che si possono ottenere buoni risultati con la chemioterapia. sig.Rossi ha detto di voler conoscere a fondo la sua situazione per poter informare la famiglia ed organizzare la vendita della sua Socientà’.

Secondo passo – Esplorare le conoscenze attuali del paziente

Comporta esplorare con il paziente i suoi pensieri, opinioni, conoscenze e sentimenti riguardo ciò che  è già successo: l’insorgenza della malattia, quello che ha fatto quando si è accorto, come si sente adesso e quello che i medici hanno spiegato della sua malattia. Questo rivelerà ciò che il paziente sa, imposterà un rapporto tra lui e chi deve dare l’informazione, e comincerà o rincomincerà un dialogo sentito.

Terzo passo – Sviluppare un rapporto

Rapporto in questo senso va inteso come una relazione a livello emozionale o psicologico. Talvolta potrà essere urgente raggiungerlo in fretta; altre volte lo si svilupperà più gradatamente. Conosce tre fasi, come in Box 2.

Box 2 - Il preavviso

Quarto passo – Offrire la condivisione di informazioni

Questo stadio comporta offrire delle informazioni, piuttosto che assumere automaticamente che è giusto fornirle nella forma di una diagnosi o di risultati clinici.

La regola cardine è rivelare gradualmente. McGuire e Faulkner (1988) affermano: “La chiave sta nel rallentare la transizione dalla autopercezione del paziente come sano alla realizzazione di essere portatore di una malattia a prognosi infausta” (Box 3). Una rivelazione rapida o schietta può provocare una malattia psicologica o una negazione patologica (McGuire e Faulkner 1988).

Box 3 - Il caso

Quinto passo – Bilanciare il supporto con le brutte notizie

Come abbiamo già detto, le brutte notizie non diventeranno mai null’altro: per quella persona sono cattive nuove. E’ importante riconoscere che la speranza di cure appropriate e il supporto non deve venir meno.

Ci sono poche regole assolute nell’ambito di come condividere simili notizie, ma una tra queste emerge: non dire mai ‘Non c’è niente da fare’. Anche se seguono frasi di conforto, il paziente sentirà sempre: ‘L’ospedale non può fare nulla per me; allora chi potrà ancora aiutarmi?’. Senza volerlo, puoi alimentare la paura del abbandono, la più comune nelle persone che stanno morendo.

Sarebbe più appropriato discutere delle cose che preoccupano il paziente. Nel esempio (BOX 3), potrebbe non essere la malattia della sorella, ma qualcosa molto più attuale.

Tempo di riflessione 3

Prendi del tempo per riflettere sulla tua formazione ed i tuoi bisogni di appronfimento professionale.

Hai a disposizione Corsi, basati sull’esperienza, che offrono una formazione in come dire la verità al malato?

Non è tanto importante l’argomento in sé, ma come vi si arriva e il modo in cui si permette al paziente di esprimere le proprie preoccupazioni. Rispecchiare i sentimenti, parafrasare parole e frasi, conduce alla considerazione di quello che sta a cuore al paziente (BOX 4).

L’interazione potrebbe concludersi con la rassicurazione che le tecniche di controllo del dolore sono stati messi a punto negli ultimi anni e che i servizi sociali disponibili sono ora più mirati ed efficaci.

Box 4 - il caso (cont)

Conclusione

La condivisione di brutte notizie è un compito che la maggioranza degli operatori sanitari si trova a dover affrontare. Non riguarda necessariamente la morte o un tumore, ma forse qualcosa che influenza negativamente lo stile di vita del paziente – il diabete, un incidente, un infarto o un ictus, la demenza … – la diagnosi non è importante. E’ la maniera in cui le cattive notizie vengono condivise che mostra rispetto per la persona e rassicura il paziente che ci saranno le cure mediche ed infermieristiche opportune finché occorrono, anche se la malattia è inguaribile.

Riferimenti  bibliografici

Beauchamp T L, Childress J F, Principles of Biomedical Ethics, Oxford University Press, 1994
Fallowfield L et al., Teaching Senior Oncologists Comunication Skills, in Journal of Clinical Oncology, 16, 5, 1961-1968
Gilligan C, In a Different Voice, Harvard University Press, Boston MA, 1996
Kaye P, Breaking Bad News, EPL Publications, Northants, 1996
Kubler-Ross E, On Death and Dying, Tavistock Publications, London, 1970
McGuire p, Faulkner A, Handling bad news and difficult questions, in British Medical Journal, 297, 907-909, 1988
Randall F, Downie RS, Palliative Care Ethics: A Good Companion, Oxford University Press, 1996

Ulteriori  letture

Buckman R, How to Break Bad News, Papermac, London, 1992
Egan G, The Skilled Helper, Brooks Cole, California, 1994
Faulkner A, When the News is Bad: A Guide for Health Professionals, Thornes, Cheltenham, 1998
Goldie L, The ethics of telling the patient, in Journal of Medical Ethics, 8, 128-133, 1982

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06 Giugno 2013

L’efficienza del cervello si nasconde nell’abilità di sopprimere le informazioni irrilevanti. È la conclusione a cui sono pervenuti i ricercatori dell’Università di Rochester, dopo uno studio, pubblicato su Current Biology, che ha coinvolto 53 persone, sottoposte ad un esame visivo.

Dopo un test di intelligenza standardizzato, al campione selezionato è stato infatti mostrato un breve video con linee bianche e nere in movimento, alcune piccole posizionate al centro dello schermo, altre grandi collocate sul fondo. I partecipanti dovevano essere in grado di cogliere la direzione in cui le barre si spostavano.

Al termine del test, le persone con più alto QI, sono risultate più veloci nel percepire i piccoli oggetti in movimento, ma lente nel rilevare i movimenti sullo sfondo, anche se più grandi. Ciò ha messo in luce il legame tra maggiori livelli di intelligenza e la capacità di sopprimere gli stimoli sensoriali ecologicamente meno rilevanti.

Tra i mille stimoli che sollecitano il cervello quotidianamente, quindi, sarebbe la capacità di concentrarsi e di selezionare la loro rilevanza ad aumenta l’efficacia delle attività cerebrali.

Fonte: West, 24/05/2013

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L’uso politico della paura in Hobbes, Montesquieu e Tocqueville

Corey Robin, Paura. La politica del dominio, trad. di U. Mangialaio, EGEA, Milano, 2005, pp. 41-48, 81-82, 91-92]


Nell’analisi di Hobbes la paura politica si presenta non tanto come lo strumento di potere nelle mani di un sovrano (come avviene invece in Machiavelli), ma come un elemento strutturale della vita collettiva. Egli fu il primo a comprendere come la paura potesse essere alimentata oltre ogni oggettiva giustificazione reale, trasformando nella mente della gente pericoli remoti in minacce imminenti e incombenti. La paura dello stato di natura e la paura rivolta verso il sovrano deve essere pertanto continuamente – e parallelamente – alimentata dal sovrano. Da questo momento, secondo la lettura fornita dal filosofo statunitense Corey Robin, il tema della paura alimenta l’impianto teorico dell’intera riflessione politica: in Montesquieu è lo spettro del dispotismo a giustificare il principio della divisione dei poteri; in Tocqueville le angosce dei cittadini, pur non vertendo su nessun male in particolare, esprimono un oscura inquietudine riguardo alla velocità del cambiamento e alla dissoluzione dei punti di riferimento collettivi, traducendosi nello sforzo di fondersi nella massa.


Se confrontiamo l’analisi di Hobbes con quella di Machiavelli, possiamo vedere in azione il superiore acume sociologico del primo. Machiavelli descrisse la paura politica uno strumento poco affilato, suscitata dai mezzi di coercizione del principe. «Il timore è tenuto», scrisse Machiavelli al suo principe immaginario «da una paura di pena che non ti abbandonerà mai».La paura machiavelliana era l’arma del principe, un effetto della sua violenza, fondata sul presupposto di un’eterna divisione tra principe e popolo, che giovava al primo e minacciava il secondo. Hobbes, invece, credeva che nessun monarca potesse mai possedere un potere coercitivo sufficiente a ingenerare paura sufficiente tra i suoi sudditi. «Se, infatti, gli uomini non conoscono il loro dovere, cosa li può costringere a obbedire alle leggi? Un esercito, si dirà. Ma che cosa costringe un esercito»?E neppure pensava che la paura potesse imporre l’obbedienza, se il popolo non avesse ritenuto che la sottomissione motivata dalla paura gli avrebbe giovato. In assenza di un più ampio complesso di obblighi morali e della collaborazione spontanea da parte dei governati, l’idea di fondare la sottomissione sulla paura dell’autorità reale si sarebbe rivelata speranza vana. Hobbes concluse che la paura politica non dovesse essere intesa come strumento chirurgico nelle mani di un sovrano distante, ma come un elemento strutturale della vita collettiva, sostenuta continuamente dalla consapevole partecipazione dei sudditi, delle élite dominanti nella società civile e di istituzioni come la chiesa e le università. […]

La gente comune avrebbe imparato da insegnanti opportunamente preparati che la paura politica era utile e contribuiva ad assicurare loro un ingrediente vitale della felicità terrena. Una volta compresa la rilevanza morale della paura, la gente comune avrebbe collaborato alla sua crescita e diffusione. Ogni suddito avrebbe trasmesso ai vicini il messaggio che chiunque sfidava l’ordine politico avrebbe vissuto sotto la minaccia di una punizione quasi certa, se non dell’annientamento. Per questa ragione, tutti avrebbero contribuito a dare vita propria all’oggetto della paura che li teneva asserviti. Com’è stato spesso osservato, sul frontespizio della prima edizione del Leviatano di Hobbes è raffigurata l’immagine spettrale di un re che incombe su una città fortificata: un re imponente che sorveglia gli abitanti della città, proteggendoli dai nemici. Il corpo del sovrano, tuttavia, è composto da migliaia di figure individuali, che rappresentano uomini e donne ordinati con lo sguardo serenamente rivolto in alto, verso il capo. Secondo un’interpretazione, l’immagine vuole significare che il sovrano esiste solamente per effetto dei sudditi stessi. Ma suggerisce anche che i sudditi sono gli autori della loro propria paura ed è il loro sguardo spettrale a rendere il viso del Leviatano, altrimenti benigno, non solo maestoso, ma anche minaccioso. […]

Due sono le domande che tormentano gli autori contemporanei a proposito della paura politica. Innanzitutto, quali sono le ragioni delle attuali paure della gente? Perché la paura della criminalità, della droga e del terrorismo domina l’interesse collettivo, mentre altri pericoli sono sbrigativamente liquidati? In secondo luogo, perché i senza potere si sottomettono ai potenti, soprattutto se i primi sono molto più numerosi dei secondi? Se è vero che i deboli corrono il rischio di rappresaglie e brutali punizioni in caso di rivolta, è anche vero che se coalizzassero le proprie forze, potrebbero muovere un attacco concertato contro i loro superiori. Perché agiscono così raramente in questo modo? Hobbes era particolarmente interessato a questi interrogativi, che riteneva strettamente collegati. Vivendo in una società nella quale gli uomini temevano così spesso cose a suo parere sbagliate, Hobbes fu costretto a riflettere seriamente sul modo in cui si potevano convincere ad avere paura delle cose giuste. Gli uomini dovevano temere la morte piuttosto del disonore. Avrebbero dovuto rendersi conto che la loro morte era assai più probabile nello stato di natura, di cui percepivano solo vagamente i pericoli, e, se avessero disobbedito, per mano del sovrano, del cui potere avevano solamente una minima comprensione. Il compito di Hobbes era quello di far concretamente capire agli uomini i rischi dello stato di natura e quello di rappresentare il potere del sovrano come più ampio e minaccioso di quanto non fosse veramente. Questo binomio di paure – quella dello stato di natura e quella del sovrano – aveva bisogno di ciò che gli intellettuali odierni chiamano costruzione della paura. Si potrebbe dire che Hobbes fu il primo autore a comprendere che la paura potesse essere alimentata oltre ogni oggettiva giustificazione reale, trasformando nella mente della gente pericoli remoti in minacce imminenti e incombenti. […]

Poiché la paura è un’emozione duttile, modellata e rimodellata dall’istruzione morale e dall’ideologia, è ampio il potere del sovrano di definirne gli oggetti. Nessun sovrano è automaticamente in possesso di questo potere; anzi, deve spesso affrontare la concorrenza di soggetti «privati», che tentano di persuadere la gente a temere oggetti che egli non ha autorizzato a temere. Tuttavia, se il sovrano assume pienamente i suoi legittimi poteri, sarà nella posizione di definire gli oggetti di paura della gente. Il sovrano deve, quindi, fare in modo che la paura dello stato di natura e del proprio potere coercitivo divenga in modo stabile la paura principale dei sudditi; deve fornire alla gente «lenti di cannocchiale» molate dalla «Moral and Civil Science», la quale offre solide dottrine morali e politiche, così da consentir loro di «vedere in lontananza le sciagure che incombono», ma che non riescono immediatamente a percepire.

In quale modo questi cannocchiali della scienza morale e politica, dati dal sovrano, riescono a incutere nella gente la paura dello stato di natura? Non solamente mostrando loro quanto è orribile, ma dimostrando che, nello stato di natura, proveranno una paura che, strettamente parlando, è irrazionale e assurda. Laddove si ritiene che la paura della morte consenta all’individuo di assicurarsi il proprio bene, la paura associata allo stato di natura conduce l’individuo ad agire in modi che sovvertono il suo bene. In altre parole, nello stato di natura la paura produce effetti contrari allo scopo a essa assegnato. La mancanza di un’autorità sovrana che definisca e faccia rispettare le regole dell’ordine, la mancanza di qualsiasi garanzia sulla buona fede dei pari costringono l’individuo a passare all’attacco. Quand’anche sapesse che la maggior parte delle persone nutre buoni propositi, o almeno non ostili, nei suoi confronti, non potrà comunque mai sapere se l’individuo che deve affrontare sia uno di essi, e per tutelarsi deve quindi trattare tutti gli altri come fossero nemici. Poiché i suoi pari sono nella medesima situazione, dovranno ugualmente trattare lui e i loro pari come nemici. Il risultato è la guerra di tutti contro tutti, la quale non fa che perpetuare proprio quelle condizioni che tengono spaventate le persone. La paura dello stato di natura non protegge gli uomini né li rende capaci di assicurarsi il proprio bene, ma li costringe piuttosto ad agire in modi che assicurano l’ininterrotta paura, senza mai permettere di abbassare la guardia per perseguire il proprio bene. È una paura che non dà respiro, che non lascia mai agli uomini né tempo né spazio per provare altro che paura. La paura dello stato di natura separa l’individuo dal proprio bene, costringendolo a pensare soltanto alla propria paura e sopravvivenza. Non ha più bisogno di temere la morte per godere dei beni della vita, perché non esistono più beni di cui possa godere. Nello stato di natura, dunque, la paura tradisce il proprio compito dichiarato. È questa assurdità, questo rovesciamento della promessa a rendere lo stato di natura qualcosa da evitare a tutti i costi. Tuttavia, è possibile rendersi conto dell’assurdità solamente se si adopera il cannocchiale della scienza morale e politica, che considera la paura un’emozione utile, perché consente agli uomini di assicurarsi il proprio bene. È questo cannocchiale, in altre parole, che trasforma una realtà distante in una minaccia spaventosa. […]

Secondo Tocqueville, il nuovo ritmo dell’Età della rivoluzione democratica aveva anche prodotto un nuovo tipo di paura. Nessuno era più in grado di orientarsi in un mondo che cambiava così rapidamente. Questo smarrimento e questa perdita di controllo inducevano un’ansia che fluttuava liberamente senza un oggetto preciso. Le vittime di Montesquieu erano terrorizzate da minacce concrete: la pena, la tortura, la prigione, la morte; i sudditi hobbesiani avevano paura di pericoli specifici: lo stato di natura e lo stato coercitivo. L’ansia dei cittadini di Tocqueville, invece, non si concentrava su nessun male in particolare. Vi era un vago oscuro presagio riguardo alla velocità del cambiamento e alla dissoluzione dei punti di riferimento collettivi. A causa dell’incertezza sui contorni del mondo, le persone cercavano di fondersi nella massa, perché solamente nell’unità avrebbero trovato un senso di coesione. Altrimenti si sottomettevano a uno stato onnipotente e ,repressivo, che restituiva loro un senso di autorità e permanenza. L’ansia, dunque, non era suscitata da poteri che intimidivano – come nel caso della paura hobbesiana e del terrore di Montesquieu – ma dalla condizione esistenziale dell’uomo e della donna moderni. L’ansia non era una reazione alla repressione dello stato, ma la causa.

Poiché l’ansia di massa produceva la repressione politica, con il sentimento di coloro che stavano in basso a causare le azioni di chi stava sopra, Tocqueville trasformò completamente il significato e la funzione della paura politica, segnando un distacco definitivo dai mondi di Hobbes e Montesquieu. La paura, ridefinita in termini di ansia, non era più considerata uno strumento del potere; essa era la condizione psichica permanente della massa. E quando il governo agiva repressivamente in reazione a quest’ansia, lo scopo non era di inibire potenziali atti di opposizione, assoggettando il popolo (Hobbes) o mantenendolo diviso (Montesquieu), ma quello di accomunare la gente, dandole un senso di stabilità e di coesione e liberandolo, almeno temporaneamente, della furia della sua ansia. Tocqueville si allontanò, dunque, ulteriormente dall’analisi politica di Hobbes, preparando il terreno a Hannah Arendt, che avrebbe portato quel distacco a compimento.

Come Montesquieu, comunque, e, in una certa misura, come Hobbes, Tocqueville propose un’analisi meno politica per servire i fini della politica. Come Montesquieu, anche Tocqueville era convinto di poter usare questa immagine dell’ansia per mobilitare gli uomini e le donne in nome di una società più benigna. Tocqueville sosteneva un governo con poteri limitati e separati, nonché un vivace associazionismo e una democrazia dalla cultura politica partecipativa. Nel continuo affaccendarsi degli uomini e delle donne, nei loro sforzi congiunti per costruire ponti, erigere scuole e approvare leggi, Tocqueville vedeva un sostituto della coesione perduta dell’Ancien Régime. Al pari di Hobbes e Montesquieu, dunque, Tocqueville utilizzò una forma di paura come fondamento della società che aveva in mente. «La paura», scrisse in una nota personale «deve essere messa al servizio della libertà». […]pp. 81-82]

Tocqueville considerava la folla solitaria il contrario della comunità, così ricca di sentimenti, dell’Ancien Régime. Prima dell’era moderna – prima della rivoluzione, dell’uguaglianza e del laicismo – uomini e donne erano i membri di una società gerarchica, legati gli uni agli altri da tre distinti legami, ciascuno dei quali dava un profondo e stabile senso di coesione. Erano legati orizzontalmente ai membri della loro classe sociale come in una «piccola patria». Erano legati verticalmente a quelli che stavano sopra e sotto di loro da una serie di doveri paternalistici e di obblighi di riconoscenza, come nel tempo ai loro avi e ai loro discendenti. Forse gli individui si sentivano limitati da questi legami, ma non si sentivano mai soli. E il sollievo dalla solitudine – dall’essere affidati a se stessi – era la misura migliore della benevolenza dell’Ancien Régime: «Le persone che vivono nell’era dell’aristocrazia sono quasi sempre coinvolte in qualcosa al di fuori di se stesse».

L’uguaglianza e il laicismo avevano rescisso questi legami. Eliminando la trasmissione generazionale della gerarchia, l’uguaglianza aveva lacerato «la trama del tempo», i legami temporali tra passato, presente e futuro. Aveva tagliato i legami verticali di doveri e obblighi, che vincolavano «tutti, dal bracciante al re». Distruggendo questi legami temporali e verticali, l’uguaglianza aveva eliminato il legame più importante di tutti – il legame orizzontale tra un individuo e l’altro. In conclusione, Tocqueville sosteneva che tra uomini e donne uguali non esistono «legami naturali» di sorta, perché l’uguaglianza metteva «gli uomini gli uni accanto agli altri senza un legame comune che li tenesse fermi e saldi». La scomparsa dell’autorità religiosa, fenomeno intimamente legato al declino dell’Ancien Régime, aveva rafforzato questo senso di isolamento. La religione teneva uniti gli uomini gli uni agli altri attraverso una catena di obblighi, sottraendo le persone, «di tanto in tanto, al pensiero di se stesse». In una società laica, invece, ciascuna persona era «eternamente ripiegata solo su se stessa», era «rinchiusa nella solitudine del suo cuore».

In assenza di una gerarchia sociale e di autentici legami di affetto e di contenuto, gli uomini e le donne diventavano insicuri di se stessi e dell’ambiente che li circondava: «Il dubbio invade le più alte facoltà mentali e semiparalizza il resto». Non sapevano come frenare impulsi e desideri; su cosa fondare le loro azioni; con cosa dare contenuto, significato e scopo alle proprie azioni. Vedevano, piuttosto, una sconfinata, aperta distesa, dove tutto era possibile, dove il paesaggio cambiava quotidianamente, diventando rapidamente confuso. Questa mancanza di struttura si traduceva nell’assenza di autorità, nell’esperienza, cioè, in assoluto più ansiogena. «Quando non esiste alcuna autorità nella religione o nella politica, gli uomini vengono subito terrorizzati dall’illimitata autonomia che si trovano ad affrontare». Tocqueville allude qui a quella che poi sarà chiamata paura della libertà, la vertigine che affliggerà chiunque sia costretto a fare una scelta senza l’ausilio di principi e autorità tradizionali: ognuno era ormai «terrorizzato persino dalla propria volontà», aveva «paura di se stesso».

A fronte di quest’ansia per l’assenza di una struttura, autorità, tradizioni, coesione e significato, lo stato era costretto a intervenire in prima persona per ripristinare la solida struttura dell’autorità, per ricordare a uomini e donne che non erano soli. «Essendo tutto in movimento nel regno della mente», gli uomini e le donne si sentivano «inevitabilmente logorati». I tremori costanti producevano la paralisi, un «prosciugamento» delle «sorgenti della volontà». Non ci volle molto prima che gli uomini e le donne si rendessero conto che il ripristino dell’autorità – quanto più solidamente, tanto meglio – avrebbe, se non altro, temperato la loro notevole ansia. Si rivolsero alla figura del dittatore o, più spesso, a uno stato sociale paternalistico, che, agendo per aiutare le persone, le privava del proprio potere. Quelli che volevano che «almeno l’ordine materiale fosse solido e stabile» divennero presto un «popolo pronto per la schiavitù». Non soltanto «lasciarono che la libertà venisse loro tolta, ma spesso, in realtà, furono essi stessi a cederla», scriveva Tocqueville. «Disperando di restare liberi, nel fondo dei cuori venerano già il padrone che presto è destinato ad apparire».

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IL POTERE DELLA PAURA
Costruire un mondo migliore. Da sempre la promessa di qualunque politico. Ognuno, naturalmente, seguendo una propria strada, tutti però con la certezza che questa promessa li avrebbe portati ad una certa autorevolezza ed autorità. Nel tempo, tuttavia, quella promessa si è rilevata un’illusione. Oggi la gente, ha smarrito qualunque fede residua nelle ideologie ed i politici vengono considerati come dei semplici amministratori. Ma da qualche tempo a questa parte, la politica sembra aver scoperto un nuovo modo per instaurare di nuovo il potere e l’autorità. Ad aggregare il consenso, oggi, non è più una promessa di prosperità. Oggi ad essere venduta è una promessa dalla protezione dagli incubi
moderni. I politici ci promettono che ci salveranno da pericoli terribili che nemmeno riusciamo a vedere,o a comprendere e tra questi ovviamente nessuno è temibile come il terrorismo. Una rete potente, quanto sinistra con cellule dormienti in molti paesi del mondo. Una minaccia che richiede una sola risposta: la guerra. In realtà questa minaccia è una pura fantasia, una realtà dilatata e distorta ad uso e consumo degli stessi politici, un abbaglio che si è subdolamente diffuso e fatto strada tra i governi, i servizi segreti ed i mezzi di comunicazione di gran parte del mondo. Questo documentario vuole spiegare come e perché tale abbaglio si è diffuso e chi ne trae vantaggio. A l centro di questa storia ci sono due gruppi: i neo-conservatori americani ed i fondamentalisti islamici.
Entrambi questi gruppi sono formati da idealisti delusi dal fallimento del sogno liberale di un mondo migliore. Entrambi inoltre danno una spiegazione molto simile del motivo che ha causato questo fallimento.Questi due gruppi hanno cambiato il mondo, ma in modo assai diverso da quello che essi pensavano. Eppure hanno contribuito alla creazione di un incubo, quello di un organizzazione segreta che minaccia il mondo intero, un mito che i politici hanno immediatamente sfruttato per ritrovare quell’autirità e quel potere che avevano perduto e peggiore è la paura e maggiore è il potere.
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Giovanni 14

La Parola è Vita (LM)

L’unica via

14  Poi Gesù disse ancora: “Non siate ansiosi. Abbiate fede in Dio ed abbiate fede anche in me.

Nella casa del Padre mio ci sono molte stanze, se non fosse così, ve lo avrei già detto. Vado a preparare un posto per voi.

Quando saro andato e vi avro preparato un luogo, tornero a prendervi, così potrete stare sempre con me.

E voi conoscete anche la strada per giungere dove vado io!”

Tommaso ribatté: “Signore, ma se non sappiamo dove stai andando, come facciamo a conoscere la via?”

Gesù gli disse: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno puo venire al Padre, se non per mezzo di me.

Se mi aveste conosciuto, avreste anche conosciuto il Padre, anzi, già fin da ora lo conoscete e lo avete visto!”

Filippo disse: “Signore, facci vedere il Padre e ci basterà!”

Gesù rispose: “Dopo tutto il tempo che ho trascorso con voi, non mi hai ancora riconosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Perché allora, mi chiedi di mostrartelo?

10 Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che dico a voi non sono mie, ma di mio Padre, che vive in me ed agisce attraverso di me.

11 “Credetemi quando vi dico che io sono nel Padre e che il Padre è in me, o almeno credete in me, se non altro per i grandi miracoli che mi avete visto compiere!

12 “In tutta sincerità, vi dico che chi crede in me farà le stesse opere che faccio io, anzi ne farà di più grandi ancora,

13 perché io tornero al Padre; e qualsiasi cosa chiederete nel mio nome, io la faro, affinché il Padre sia glorificato in me.

14 Quindi, se chiederete qualche cosa nel mio nome, io la faro!

Gesù promette lo Spirito Santo

15 “Se mi amate, ubbidirete ai miei comandamenti

16 ed io preghero il Padre che vi dia un altro Consolatore, che resterà con voi per sempre:

17 lo Spirito della verità. Il mondo non puo riceverlo, perché non lo vede e non lo conosce, ma voi lo conoscete, perché vive con voi, e sarà in voi.

18 No, non vi lascero orfani, tornero da voi.

19 Ancora un po’ e il mondo non mi vedrà più, ma voi mi vedrete, perché io vivo ed anche voi vivrete.

20 In quel giorno comprenderete che io vivo nel Padre mio, e voi in me, ed io in voi.

21 Chi ha i miei comandamenti, e li ubbidisce, quello mi ama; e chi ama me sarà amato da mio Padre, ed anch’io lo amero e mi faro conoscere da lui”.

22 Giuda, (non l’Iscariota, ma l’altro), gli domando: “Signore, come mai ti farai conoscere soltanto da noi, e non da quelli del mondo?”

23 Gesù rispose: “Se uno mi ama metterà in pratica i miei insegnamenti e mio Padre lo amerà. Non solo, io e mio Padre andremo a stare con lui.

24 Chi non mi ama, non ubbidisce al mio messaggio e il mio messaggio non proviene da me, ma dal Padre, che mi ha mandato!

25 “Vi dico queste cose adesso, mentre sono ancora con voi,

26 ma quando il Padre manderà al mio posto il Consolatore, egli v’insegnerà ogni cosa e vi farà ricordare tutto cio che vi ho detto.

27 “Non siate tristi, non abbiate paura, perché vi lascio la pace, vi do la mia pace! Io non do come il mondo dà. Non siate turbati, non abbiate paura!

28 “Ricordate cio che ho detto: ora me ne vado, ma tornero da voi. Se davvero mi amate, dovete essere contenti per me, che sto per andare al Padre, perché il Padre è più grande di me.

29 Vi ho detto queste cose adesso, prima che s’avverino, così quando accadranno, crederete.

30 “Non mi resta molto tempo per parlare con voi, perché [Satana,] il principe di questo mondo, s’avvicina, non ha, pero, alcun potere su di me.

31 Ma affinché il mondo capisca che io amo il Padre, faccio cio che mi ha comandato.”Alzatevi, andiamo via!”

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L’informazione libera fa paura al potere

Da Lutero a #occupygezi: l’informazione libera fa paura al potere

Di Marco Schiaffino
Cosa c’entra Martin Lutero con Twitter? Parecchio. Quando il monaco tedesco pubblicò la sua traduzione della bibbia, il Vaticano non la prese bene. E c’è da capirli. Rendere fruibile al Popolo (il maiuscolo è voluto) i testi sacri senza l’intermediazione della chiesa era un gesto rivoluzionario che metteva in crisi tutto l’apparato ecclesiastico e, a cascata, la struttura della società. Twitter, oggi, ha la stessa funzione. Attraverso il social network, le notizie circolano senza l’intermediazione dei media ‘ufficiali’, quelli che nel ventunesimo secolo sono (quasi tutti) controllati, monitorati, guidati, gestiti, organizzati, lottizzati, occupati, censurati e indirizzati da governi e lobby finanziarie. Non stupisce quindi che il primo ministro turco Erdogan si scagli contro Twitter, o che il governo turco arresti 24 persone accusandole di aver “incitato ai disordini e fatto propaganda” via Twitter. La stessa reazione dei principi tedeschi fedeli al papato quando i contadini tedeschi si ribellarono in seguito alla diffusione delle idee promosse da Lutero.
Paradigmatico anche il tema del contendere. Nella Germania rinascimentale le rivendicazioni avevano come oggetto, tra le altre cose, “la restituzione delle terre comuni, dei corsi d’acqua e dei boschi alle comunità”. Non solo: i contadini rivoltosi chiedevano anche la “riappropriazione dei pascoli e dei campi di uso comune da parte delle comunità”. La protesta di #occupygezi è partita dalla richiesta dello stop alla distruzione del parco (pubblico) di Gezi, che il governo vuole trasformare in un centro commerciale. Certo, in ballo c’è molto di più, ma il parallelo non può passare inosservato. Ma torniamo a Twitter.
Il febbraio scorso, Marina Petrillo nella sua trasmissione Alaska (e relativo blog) su Radio Popolareha sottolineato la diffusione di Twitter in Turchia. Per avere una conferma della popolarità del social network nel paese di Erdogan è sufficiente fare un salto sull’ipnotico tweetping.net, in cui vengono evidenziate su una mappa le concentrazioni in tempo reale dei tweet postati. Istanbul è rappresentata da una stella luminosa con intensità pari a New York, Parigi o Londra. Insomma: un veicolo per la circolazione di informazioni che surclassa qualsiasi telegiornale o quotidiano. Un peso massimo che stronca sul nascere qualsiasi tentativo di addomesticare l’opinione pubblica attraverso i tradizionali sistemi di controllo, e che è impossibile battere sul piano della concorrenza ‘leale’. Ecco quindi che si passa alla criminalizzazione del mezzo, che per Recep Tayyip Erdogan sarebbe una ‘cancrena della società’.
L’exploit del governo turco, pronto a mettere agli arresti comuni cittadini rei di aver usato Twitter per esprimere la loro opinione, è un precedente che faremmo bene a tenere a mente. In primis perché si spinge un passo più in là di quanto ipotizzato (auspicato?) da governi più ‘democratici’ come il Regno Unito, dove il premier Cameron, nell’agosto del 2011, aveva ipotizzato misure di controllo per l’accesso a Twitter e Facebook per fermare le proteste degli studenti inglesi. Ma anche in Italia il livello di allerta non può essere abbassato, visto che le leggi “ammazza Internet” fanno capolino in Parlamento con una frequenza preoccupante. Nel dibattito di casa nostra, nel mirino non finiscono i social network, ma blog e siti amatoriali. Cambia poco, però. Resta da vedere se l’opinione pubblica (cioè noi) sarà in grado di capire la portata di questa partita.
Quasi 500 anni fa, migliaia di persone l’hanno capita. E non avevano nemmeno Twitter.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/05/da-martin-lutero-a-occupygezi-linformazione-libera-fa-paura-al-potere/617135/

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/06/da-lutero-occupygezi-linformazione.html