di Francesco Lamendola – 18/10/2013

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Il tribunale di Norimberga, che processò e condannò non solamente dei ministri e dei generali tedeschi, ma la loro stessa appartenenza al partito nazista (andato legalmente al potere nel 1933) e all’esercito del Terzo Reich, operò in spregio della giustizia, formulando capi d’accusa che non esistevano nella legislazione internazionale, come i “crimini contro la pace”, e trattando tutti gli imputati come una banda di criminali, pur rispettando una apparente correttezza formale; questa ormai è storia e non occorre insistervi sopra.

Quello che ancora non è passato nelle coscienze e nell’opinione pubblica, però, è ilperché gli Alleati agirono in quel mondo; per quale ragione vollero imbastire un processo-farsa nel quale i vincitori, fatto mai accaduto prima, si arrogavano il diritto di giudicare i vinti con una sentenza inappellabile e già scritta in partenza; né si è messo abbastanza in luce l’elemento di continuità che lega il trattato di Versailles – quando i rappresentanti della Germania dovettero sottoscriver e un documento in cui si accollavano tutta intera la responsabilità della guerra del 1914 -, il processo di Norimberga del 1945-46, e tutta una serie di azioni militari e giuridiche attuate successivamente dalla superpotenza americana, in parte con la copertura delle Nazioni Unite, in parte senza di essa, come gli interventi in Jugoslavia nel 1999 e in Iraq nel 2003, coronati dalla cattura e dal processo spettacolare, per crimini di guerra, degli esponenti di quei regimi sconfitti.

Il saggista francese Maurice Bardèche (1907-1998), del quale ci siamo già occupati altra volta (cfr. l’articolo Sparta e i Sudisti nel pensiero di Maurice Bardèche), con notevole lucidità intellettuale aveva formulato la risposta all’interrogativo in questione fin dagli anni immediatamente seguenti al processo di Norimberga, in un saggio spregiudicato e non sempre condivisibile, ma indubbiamente coraggioso e penetrante, intitolato Nouremberg ou la Terre Promise (tradotto in italiano da Gianna Tornabuoni, con il titolo I servi della democrazia, pubblicato dalla casa editrice Longanesi & C. di Milano nel 1949), del quale ci piace riportare alcuni passi particolarmente significativi:

«L’opinione pubblica e i mandanti delle potenze vincitrici affermano di essersi eretti a giudici quali rappresentanti della civiltà! È la spiegazione ufficiale, ed anche il sofisma ufficiale, giacché si prende per principio e base sicura proprio ciò intorno a cui verte la discussione. Soltanto alla fine del processo aperto tra la Germania e gli alleati si potrà dire da quale parte la civiltà fosse. Non certo al principio, e soprattutto non è certo una delle parti in causa che potrà dirlo. […] La verità è tutt’altra. Il fondamento vero del processo di Norimberga, quello che nessuno ha mai osato designare, temo sia la paura: è lo spettacolo delle rovine, e il panico del vincitore. “Bisogna che gli altri abbiano torto”. È necessario, perché se per caso essi non fossero stati dei mostri, quale peso immane avrebbero le città distrutte e le bombe al fosforo! L’orrore, la disperazione dei vincitori è il vero motivo del processo. Si sono velati il viso davanti alla necessità di certe cose e, per farsi coraggio, hanno trasformato i loro massacri in crociate. Hanno inventato “a posteriori” il massacro in nome dell’umanità. Da assassini si sono promossi gendarmi. Si sa del resto che, da una certa cifra di morti in su, ogni guerra diviene obbligatoriamente una guerra del diritto. La vittoria è completa soltanto quando, dopo aver forzato la cittadella, si conquistano le coscienze. Da questo punto di vista il processo di Norimberga è un mezzo di guerra moderna meritevole di essere descritto quanto un bombardiere (pp. 14-16).

Le apparenze della giustizia furono salvaguardate in modo perfetto. La difesa aveva pochi diritti, ma quei pochi furono tutti rispettati. Qualche zelante ausiliario del pubblico ministero fu richiamato all’ordine per essersi permesso di qualificare prematuramente gli atti sui quali doveva fare il proprio rapporto. Il tribunale interruppe l’esposto del pubblico ministero francese per il suo carattere sleale e diffuso, e rifiutò di ascoltarne il seguito. Molti accusati furono assolti. Le forme infine furono perfette e mai giustizia più discutibile fu resa con maggior correttezza. Questo apparato moderno, infatti, come si sa, ebbe per risultato di resuscitare la giurisprudenza delle tribù negre. Il re vincitore si insedia sul suo trono e fa chiamare gli stregoni: e lì, davanti ai guerrieri seduti sui talloni, i capi vinti vengono sgozzati. […] Un tribunale che fabbrica le leggi dopo essersi installato sul suo seggio, si riporta ai confini della storia. Nemmeno al tempo di Chilperico si osava giudicare in questo modo. La legge del più forte è un atto leale al confronto. Quando il Gallo grida: “Vae victis”, per lo meno non crede di essere Salomone. Quel tribunale invece è riuscito ad essere un’assemblea di negri in colletto duro: è il programma della nostra futura civiltà (pp. 26-27).

…nessuno può essere mai sicuro di non far parte di un’organizzazione criminale. IL calzolaio tedesco, padre di tre bambini, vecchio combattente di Verdun, che ha preso nel 1934 la tessera del partito nazista, è stato accusato dal pubblico ministero di far parte di un’organizzazione criminale. Cosa faceva di diverso il commerciante francese, padre di tre bambini, vecchio combattente di Verdun, entrando nel movimento “Croci di fuoco”? L’uno e l’altro credevano di appoggiare un’azione politica atta ad assicurare il risorgere del proprio paese. L’uno e l’altro hanno compiuto il medesimo atto: e tuttavia gli avvenimenti hanno dato a ciascuno di quegli atti un valore diverso,. L’uno è un patriota (se ha ascoltato la radio inglese, beninteso), ma l’altro viene accusato dai rappresentanti della coscienza umana. Queste difficoltà sono gravissime. Il terreno ci sfugge sotto i piedi. I nostri sapienti giuristi forse non se ne rendono conto, ma vengono così ad accettare una concezione del tutto moderna della giustizia: quella che nell’U.R.S.S. servì di base al processo di Mosca. La nostra concezione della giustizia era stata sinora romana e cristiana romana, in quanto esige che ogni atto punibile riceva una qualifica invariabile essenziale all’atto stesso; cristiana, in quanto deve essere sempre considerata l’intenzione, sia per aggravare, sia per attenuare le circostanze dell’atto qualificato delitto. Esiste tuttavia un’altra concezione della colpa, e per molti versi può chiamarsi marxista: essa consiste nel pensare che un’azione qualsiasi, non colpevole in sé né per la sua intenzione,al momento in cui fu commessa, può apparire legittimamente colpevole in una certa visuale posteriore agli avvenimenti. Non faccio paragoni. I marxisti sono senza dubbio in buona fede, giacché essi vivono in una specie di mondo non euclideo ove le linee della storia appaiono raggruppate e deformate o, se si vuole, armonizzate in una prospettiva marxista. Mentre Shawcross e Justice Jackson, rappresentanti inglese e americano, vivono in un mondo euclideo, ove tutto è sicuro, chiaro o almeno dovrebbe esserlo, e dove i fatti dovrebbero essere fatti e nulla più. Soltanto la loro malafede ci trasporta in un mondo instabile; e là le nostre intenzioni non contano più, persino le azioni non contano, “ciò che noi siamo in realtà non conta”. […] Allora si avanza il giudice e ci dice: “Voi non siete più un calzolaio tedesco o un commerciante francese come credevate; siete un mostro, avete appartenuto ad una associazione di malfattori, avete partecipato ad un complotto contro la pace, come è chiaramente indicato nella prima sezione del mio atto d’accusa” (pp. 34-35).

Questo permanente stare in guardia, ci prepara una forma di vita politica che non dobbiamo ignorare e che d’altronde tre ani di esperienza continentale non ci permettono di ignorare. La condanna del partito nazionalsocialista va assai più lontano di quanto possa sembrare. Essa colpisce in realtà tutte le forme solide, tutte le forme geologiche della vita politica. Ogni nazione, ogni partito che abbiano il mito della patria, della tradizione, del lavoro, della razza sono sospetti. Chiunque reclami il diritto del primo occupante e attesti cose evidenti come la signoria della città, offende una morale universale che nega il diritto dei popoli a redigere la propria legge. Non soltanto i tedeschi ma noi tutti veniamo così ad essere spogliati. Nessuno ha più il diritto di sedersi nel proprio campicello e di dire: “Questa terra mi appartiene”. Nessuno ha più il diritto nella città di levarsi e di dire: “Noi siamo gli anziani, noi abbiamo costruito le case di questa città; colui il quale si rifiuta di obbedire alle leggi se ne vada”. Ormai è scritto che un concilio di esseri impalpabili ha il potere di sapere ciò che avviene nelle nostre case e nelle nostre città. Delitto contro ‘umanità’: questa legge è buona, quella no. La civiltà ha il diritto di veto (pp. 46-47).»

Bardèche osserva che, mano a mano che cresceva, già durante la guerra, l’ideologia della guerra antifascista come una crociata, la Resistenza diveniva il nuovi mito di essa e perfino i bombardieri che riducevano in cenere le città tedesche venivano denominati “Liberatori”: e questo perché, dovendo lottare contro dei mostri, qualunque atrocità diveniva legittima e anzi benemerita, poiché affrettava la fine del Male. È la stessa logica che portò al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, non necessario dal punto di vista militare e deliberatamente diretto su due città inermi, piene di donne, bambini e anziani, non su obiettivi strategici.

Ma la parte più interessante della riflessione di Bardèche, che non possiamo qui riportare per motivi di spazio e di cui consigliamo la lettura integrale, è quella riguardante le conseguenze non solo politiche e giuridiche, ma soprattutto economiche e finanziarie del “nuovo ordine mondiale” inaugurato dal processo di Norimberga; riflessione che, scritta più di sessant’anni fa, presenta aspetti di straordinaria intuizione dei meccanismi futuri, e parla in un linguaggio che appare di stupefacente attualità.

Si incomincia con la limitazione della libertà della nazione sconfitta: ieri la Germania, oggi la Iugoslavia o l’Iraq. Prima di consentire il ritiro delle truppe d’occupazione, si chiede al nuovo governo, nato dalla disfatta, di firmare un trattato in cui ci si impegna solennemente a non ripercorrere le strade di quello precedente e a rispettare tutti gli impegni contratti col vincitore e con la comunità internazionale – il vincitore si identifica con la comunità internazionale, ieri la Società delle Nazioni, oggi le Nazioni Unite: in questo modo, si identifica automaticamente con la “civiltà” e degrada a “barbarie” qualunque forze gli si opponga o ardisca di resistergli.

Dalla limitazione della libertà politica si passa a quella economica: bisogna tenere aperte le frontiere al commercio internazionale (cioè del vincitore), aprire le porte al capitale internazionale (cioè del vincitore): accettare di acquistare i prodotti esteri al prezzo stabilito da altri e di vendere i propri secondo la loro convenienza. È una truffa, ma perfettamente legale; di più: è un inno all’ideologia del libero mercato, che si sposa con quella della democrazia. Dove c’è democrazia, c’è libero mercato: ossia limitazione della sovranità nazionale e imposizione di condizioni economiche che tornano a vantaggio di altri.

La cessione di sovranità – cosa oggi evidente nell’Unione europea – reca vantaggi alle banche, ma fa pagare ai cittadini costi altissimi e li priva del diritto fondamentale di dire “no” a condizioni di vita intollerabili: avete firmato un trattato, dovete attenervi ad esso. Nel caso del debito pubblico, ciò significa che i cittadini dello Stato X si vedono accollare la responsabilità di una voragine finanziaria di cui non hanno alcuna colpa, ma che devono ripianare, lasciandosi legare alla catena e imporre sacrifici durissimi da un organo extra-nazionale, per esempio la Banca centrale europea. Uno Stato sovrano può decidere di stampare moneta per dare respiro ai cittadini contribuenti, come fanno Stati Uniti e Gran Bretagna; ma uno Stato che ha rinunciato alla sovranità finanziaria non può farlo: ha infilato la testa nel cappio, può solo piegarsi agli ordini.

Qualcuno non gradisce l’ingresso di milioni di stranieri, che provoca insopportabili situazioni di disagio e di grave minaccia alla sicurezza personale? Non c’è niente da fare: avete firmato un trattato, dovete accettare e subire in silenzio; altrimenti verrete condannati dalla corte di giustizia del Super-stato. L’Australia può respingere anche una sola barca di immigrati clandestini, disinteressandosi del loro destino; ma se l’Italia fa altrettanto, dopo averne accolte a migliaia e migliaia, viene trascinata in tribunale e sommersa dalla marea dell’indignazione mondiale: ma come, siete così crudeli da respingere quella povera gente? E intanto le città e le periferie si riempiono di spacciatori di droga, di prostitute, di ladri e stupratori: ma guai a dirlo, si diventa razzisti. E non si può dire che le carceri scoppiano perché sono piene di malfattori stranieri; se le carceri sono piene, ebbene, basta svuotarle ogni tanto con un indulto, fino a che si riempiono di nuovo, nel giro di qualche anno o qualche mese; e poi fare un altro indulto, e così via.

L’idea di un Super-stato mondiale democratico nasce con il processo di Norimberga, che è, al tempo stesso, un terribile monito a chi pensa ancora di poter fare la politica dei vecchi tempi: a casa mia son padrone io, questa società l’ho costruita io, questa casa, queste fabbriche le ho costruite io, questi campi li ho creati e coltivati io; ma adesso non lo si può dire: non si è più padroni in casa propria, bisogna piegare la testa a quello che decide il capitale finanziario mondiale. Dietro la maschera della democrazia, il totalitarismo democratico; e, come sua inseparabile compagna, la dittatura mondiale delle banche e delle multinazionali.

Tutto ciò viene accompagnato da una campagna capillare di disinformazione e di lavaggio del cervello, in modo da persuadere i cittadini-contribuenti che tutto quanto avviene è per il loro bene, per la tutela della pace e della giustizia, per il rispetto dei diritti umani; che non esiste altro Dio fuori della democrazia e del libero mercato e che chi si oppone a tale dogma è un eretico meritevole di essere bruciato sul rogo, beninteso dopo essere stato moralmente denigrato sino a convincere tutti che la sua condanna è cosa giusta e pia. Alle giovani generazioni viene insegnato che ab antiquo, ai tempi della barbarie precedente la democrazia e il libero mercato, l’umanità viveva in condizioni intollerabili sotto ogni punto di vista; mentre adesso si sta dirigendo verso i paradisi del Progresso e della Felicità, e non ha nulla da rimpiangere e tutto di cui rallegrarsi. Prima c’erano i nazionalismi, fonte perenne di tensioni e di conflitti (il che è vero, ma è solo una parte della verità); oggi ci sono il cosmopolitismo, le frontiere aperte, la libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee; prima c’erano le società chiuse, brutte e cattive, intolleranti e oscurantiste; oggi ci sono le meraviglie della società aperta, multietnica e multiculturale; del mondo divenuto un villaggio, dove tutti sono a casa dappertutto, dove tutti si vogliono e bene e si rispettano, purché bevano Coca-Cola, mangino le bistecche di McDonald’s e guardino le stesse idiozie alla televisione.

Oddio, c’è ancora qualche piccolo difetto in questa straordinaria e luminosa costruzione; ci sono ancora tensioni e incomprensioni, interne e internazionali; ci sono, ogni giorno, attacchi e massacri ai danni dei cristiani che vivono in Africa e in Asia; ci sono milioni di aborti nel mondo “sviluppato” e milioni di bambini che muoiono di fame in quello “in via di sviluppo”; ci sono popoli e classi sociali che devono accontentarsi di vivere con le briciole che cadono dalla tavola di altri popoli e di altre classi sociali. Ma via, bisogna avere ancora un po’ di fiducia e di pazienza, e tutto finirà per aggiustarsi, come in un trionfale “happy end” alla Walt Disney.

Certo, c’è anche un altro piccolo particolare che non passa del tutto inosservato, per chi abbia ancora un minimo di facoltà giudicante: che dall’abiura solenne del nazionalismo restano esclusi Stati Uniti e Gran Bretagna, i vincitori della seconda guerra mondiale; che, mentre nel resto del mondo il nazionalismo è considerato poco meno di un delitto, da combattere in ogni modo e da criminalizzare con film, libri, siti internet e perfino giornalini a fumetti, nei due Paesi anglosassoni il nazionalismo è tuttora preservato e coltivato, anzi, è il collante della vita sociale, anche nelle sue forme più aggressive e truculente: e il principino Harry che uccide un capo talebano in Afghanistan viene applaudito in patria, così come il generale Kitchener quando portò in omaggio alla regina Vittoria la testa del Mahdi, disseppellita dalla tomba dopo la riconquista britannica del Sudan.

Ma che importa? Certo, quella che viviamo è una “pax americana”: però si tratta di dominatori straordinariamente generosi e moderati; ci hanno liberati dai peggiori incubi della storia, come il nazismo e il comunismo – non importa se furono proprio essi, con il loro egoismo finanziario, ad alimentarli, se non a crearli -; ci hanno liberato, a suon di bombe, dalla parte cattiva di noi stessi (“Liberator” era il nome dei loro aerei, che ridussero l’Europa in cenere fra il 1943 e il 1945); i loro ragazzi diedero la vita, sulle spiagge di Anzio e su quelle della Normandia, per restituirci la libertà, benché non ne fossimo del tutto degni, visto che l’avevamo disprezzata e gettata via come fosse stata carta straccia; dunque dobbiamo loro eterna riconoscenza, ed è ben giusto che essi facciano la parte del leone nel mondo così generosamente liberato e saggiamente pacificato.

E se poi, per caso, qualcuno osasse avanzare dei dubbi sul “nuovo ordine mondiale”, non già per nostalgia del fascismo o del comunismo, ma per amore di verità e giustizia, allora non potrebbe trattarsi che di un nemico pubblico, indegno di far parte del consorzio civile: di un mostro, appunto, da trascinare solennemente in giudizio, affinché la sua condanna risulti esemplare…

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Resilienza Cattolica, Decrescita Felice, Borghi di Xenobia contro il Nuovo Ordine Mondiale e le nuove forme di schiavitù

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Faccio notare, in apertura del Dossier, che qui non si tratterà dei Campi di Concentramento passando dalla Shoah, ma dall’aspetto occultato dai vincitori che si sono resi protagonisti nei libri di scuola della liberazione e unità d’Italia e che parlando di Fenestrelle, attraverso i suoi mainstream parla non di 40mila morti di stenti, ma di 4. Ridicolo vero? Ma quante volte avete sentito parlare di Santi morti nei Campi di Sterminio per salvare altre vite in pieno spirito cristiano? E dei Campi di Concentramento americano, per gli americani, ne avete mai sentito parlare? Certo che no, nemmeno Wikipedia è autorizzato a parlarne. Però in queste note prenderete atto di un fatto singolare: nella storia moderna è sempre esistita una continuita tra i Lager. Chiusi quelli della Seconda Guerra Mondiale, nel 1949 vengono aperti quelli cinesi. Morto Mao nel 1976 in Europa o meglio, nell’Occidente, si studiano modi diversi per creare prigioni alla luce del sole, attraverso una urbanistica di supporto all’industria di Mammona.

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Campo di concentramento

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’ingresso della Risiera di San Sabba, a Trieste, uno dei campi di concentramento e di sterminio presenti in Italia durante la seconda guerra mondiale, ora monumento nazionale e sede di un museo storico.

Per campo di concentramento (o campo di internamento) si intende una struttura carceraria all’aperto, per la detenzione di civili e/o militari. È solitamente provvisoria, adatta a detenere grandi quantità di persone, solitamente prigionieri di guerra, destinati ad essere scambiati o rilasciati alla fine del conflitto.

Un campo di concentramento è formato da file di baracche o container disposte ordinatamente, contenenti i dormitori, i refettori, gli uffici e le altre strutture necessarie, e circondate da reticolati di filo spinato o altri tipi di barriere. Il perimetro del campo è sorvegliato da ronde di guardie armate.

I metodi e le finalità di sistematica eliminazione dei prigionieri, attuati in queste strutture nel XIX secolo nella guerra di secessione americana da ambedue le parti in conflitto, e nel XX secolo, soprattutto da parte degli inglesi nella guerra boera, nella Germania Nazista e nell’Unione Sovietica negli anni intorno alla seconda guerra mondiale, ha fatto sì che nel linguaggio comune campo di concentramento sia spesso assimilato a campo di sterminio, che ne è invece un sottotipo anomalo.

Il trattamento di prigionieri civili e militari nei campi di internamento in tempo di guerra è regolato dalla III e IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949.[1]

I campi d’internamento sono tuttora usati da unità politiche in guerra, regimi illiberali o come soluzione estrema nella regolazione dei flussi migratori verso alcuni paesi.

Le deportazioni in epoca risorgimentale in Italia

Lapide in onore delle vittime dell’esercito delle Due Sicilie all’interno del Forte di Fenestrelle

Negli ultimi anni, soprattutto con l’apporto di un revisionismo risorgimentale, sono emerse vicende riguardanti deportazioni anche durante il processo di unità d’Italia. Con la caduta del regno delle Due Sicilie in Italia meridionale, i militari borbonici, che non vollero prestare giuramento al nuovo re d’Italia Vittorio Emanuele II, vennero deportati in fortificazioni militari del settentrione italiano, di cui le più note sono in Piemonte a San Maurizio Canavese e Fenestrelle.

Alcuni storici considerano queste roccaforti veri e propri campi di concentramento[2] e nelle strutture sarebbero periti numerosi prigionieri, per via delle pessime condizioni di vita dovute a fame, stenti, malattie; i cadaveri poi vennero gettati nella calce viva per essere sciolti.[3] Nel forte di San Maurizio Canavese il numero dei deportati risulterebbe 3000 al settembre 1861, quando gli allora ministri Bettino Ricasoli e Pietro Bastogi vi fecero visita.[4] Nel forte di Fenestrelle si stima che furono deportati circa 20000 soldati borbonici e papalini,[5] la vita media dei detenuti non superava i tre mesi.[3]

Un’altra recente revisione, tende, invece, a ridurre notevolmente il numero delle vittime nella suddetta fortezza e a smentire maltrattamenti nei confronti dei prigionieri, poiché sarebbero stati assistiti con vitto e cure sanitarie.[6] Ad ogni modo, il numero ufficiale delle vittime è ancora incerto. Nel 2008 venne eretta una lapide in segno di commemorazione ai deportati del Regno delle Due Sicilie. Nei luoghi di prigionia sabaudi furono rinchiusi anche alcuni garibaldini fermati sull’Aspromonte nel 1862, mentre tentavano una spedizione verso lo stato Pontificio.[7]

I primi campi di concentramento

Spagnoli a Cuba (1896-1898)

Il primo essere dei campi di concentramento fu durante l’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, d’origini prussiane, attuò, dal 16 febbraio 1896, un “riconcentramento” della popolazione. Dapprima ne bruciò case e campi e poi la deportò, con i soli vestiti indossati, in zone, ove era permesso costruire capanne di foglie di palma, circondati da una trocha, sorta di trincea al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondata da una recinzione di filo spinato ed ai lati d’essa erano presenti degli escubitorii con 2-10 soldati ognuno. Scopo del riconcentramento fu la privazione dell’appoggio popolare ai guerriglieri impedendo ogni contatto tra quest’ultimi e i deportati che secondo l’esercito spagnolo svolgevano attività informativa in favore della guerriglia. Nel 1898 l’intervento statunitense pose fine, con la cessione da parte ispanica dell’arcipelago delle filippine agli Stati Uniti per 25 milioni di dollari, alla dominazione spagnola. L’intervento statunitense motivato umanitariamente come la necessità di porre termine all’attività di concentramento e allo sterminio causato dalla guerra civile, come detto nel febbraio 1898 dal presidente William McKinley, si rivelò poi una politica d’ingerenza dato che i cubani non furono ammessi ai trattati di pace e, dal 1901, furono poste forti limitazioni all’indipendenza dell’isola. Dai documenti pervenuti ad oggi i reconcentrados furono circa 300.000, in maggioranza donne e bambini, e ne decedetterò almeno 100.000. La fondatrice della Croce Rossa americana, Clara Barton, dichiarò che l’eccidio turco degli armeni fu meno violento comparato a quanto gli si presentò a Cuba, ove arrivò il 9 febbraio 1898 per svolgere attività di soccorso ai deportati. [8]

Statunitensi nelle Filippine

Dal 1899 nelle Filippine si attuò un conflitto armato tra la popolazione locale e gli Stati Uniti durante il quale morirono centinaia di migliaia di civili. Causa di tali decessi fu la strategia del riconcentramento e della terra bruciata per la quale gli statunitensi poterono confrontarsi con quanto già attuato, nei due anni precedenti, dagli spagnoli a Cuba e, dal 1900, dagli inglesi in Sud Africa.[9]

Inglesi in Sud Africa

In Sud Africa durante la seconda Guerra Boera, fra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Horatio Kitchener praticò su larga scala la strategia della terra bruciata. Per far sì che i boeri si arrendessero bruciò 30.000 fattorie e deportò in 58 campi di concentramento circa 120.000 boeri (il 50% della popolazione), dei quali, a causa delle cattive condizioni(clima, denutrizione, epidemie), morirono 4000 donne, 22.000 bambini e 1676 uomini.[10]

L’uso dei campi di concentramento ebbe un ruolo non secondario nel garantire la vittoria all’esercito britannico. Alla fine della guerra si conteranno non meno di 26.000 donne e bambini boeri morti nei campi di concentramento britannici, a cui vanno aggiunte le vittime della popolazione nera che viveva nelle fattorie boere, che seguirono la sorte dei loro padroni nei campi di concentramento.[senza fonte]

La prima guerra mondiale

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Campi degli imperi centrali con prigionieri italiani

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In seguito alla rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono fatti prigionieri dagli eserciti degli imperi centrali. Essi furono avviati con una marcia, in cui molti morirono, nei campi di concentramento austro-ungarici e tedeschi. Le condizioni di vita nei campi furono assai difficili. Le scarsità alimentari che tormentarono tutti i paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale si riversarono in misura particolare sui prigionieri con la conseguenza di una mortalità molto elevata all’interno dei campi.

Alcuni prigionieri di guerra italiani furono internati nel castello di Kufstein in Tirolo. Oggi il castello, trasformato in museo, ospita una targa con i nomi di tutti i prigionieri di guerra ospitati nelle sue celle. I prigionieri italiani ebbero un’assistenza ed un trattamento non benevolo da parte della autorità austriache.[11]

Campi italiani con prigionieri degli imperi centrali

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In Italia i prigionieri degli imperi centrali furono smaltiti in campi situati principalmente in Sardegna e nel Centro-Nord Italia nelle città di Alessandria, Avezzano, Asti, Cuneo, Voghera, Bracciano, ed altre.[12]

I Gulag

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gulag.

Nel 1917 Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, anche in assenza di prove di alcun crimine contro lo Stato, non potevano essere fidati e non dovevano essere trattati meglio dei criminali. Dal 1918, vennero ristrutturate le attrezzature di detenzione in campi, quali ampliamento e riassetto dei precedenti campi di lavoro forzato della Russia Imperiale.

Negli anni venti, il partito comunista aveva adottato i campi di concentramento per internare dissidenti, nemici del regime e persone non politicamente affidabili. Nelle terribili purghe degli anni trenta, fu fatto un intenso uso dei campi, organizzati nel sistema Gulag, narrato da Aleksandr Solženicyn nel suo libro Arcipelago Gulag.

Il sistema rimase attivo fino al 1970 circa, anche se dopo il terrore staliniano con l’ammorbidirsi delle opinioni all’interno del partito comunista le condizioni di prigionia migliorarono.

Il termine Gulag è diventato nell’uso corrente sinonimo di “campo di concentramento sovietico” ma è in realtà una sigla che identifica il sistema organizzativo (“Glavnoye Upravleniye LAGerey” cioè “direzione generale dei lager”).

Il regime comunista fece uso molto esteso dei campi. Il numero complessivo di detenuti fra il 1929 e il 1953 è valutato provvisoriamente a circa 18 milioni. Il numero di morti è valutato provvisoriamente a 2.749.163. Le esecuzioni per motivi politici valutate provvisoriamente a 786.098. I Kulaki (contadini benestanti) morti durante la collettivizzazione sono valutati provvisoriamente a circa 600.000.

Campi coloniali dell’Italia fascista

Il governo fascista di Benito Mussolini, durante la guerra di riconquista della Libia, fra il 1930 e il 1934, deportò oltre 80.000 seminomadi in campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizioni di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene che ne portarono circa la metà alla morte nei tre anni seguenti – in assenza di documentazione specifica, dobbiamo rifarci alle cifre generali dei censimenti italiani.

I Lager

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista dei campi di concentramento nazisti, Regolamento dei campi di concentramento nazisti, Lager, Campo di sterminio e I giorni senza fine.

Tra il 1933 e il 1945, la Germania nazista fece uso su vasta scala dei campi di concentramento (i Konzentrationslager o KZ) e dei campi di sterminio, per detenere ebrei, renitenti alla leva (tra i quali i testimoni di Geova, che facevano obiezione di coscienza), zingari, uomini e donne omosessuali o meglio omosessuali dichiarati che non nascondessero la loro inclinazione dietro la maschera del matrimonio (strategia spesso adottata in passato), prigionieri di guerra e dissidenti politici e sterminarli sistematicamente (inizialmente con l’ossido di carbonio poi con il gas Zyklon B, anche se in alcuni casi, soprattutto in campi improvvisati o sul finire della guerra al momento dell’evacuazione, si fece ricorso all’uso di mitragliatrici). I primi lager vennero istituiti già nel 1933, ed erano già attivi circa un mese dopo l’avvento al potere di Adolf Hitler, al posto delle Case di lavoro previste dalla Costituzione di Weimar come strumento di aiuto ai più bisognosi. A partire dall’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia, e ancor più negli anni della seconda guerra mondiale, il sistema concentrazionario nazista venne esteso a tutti gli stati occupati dai nazisti o alleati con la Germania: troviamo perciò dei campi di lavoro e/o di sterminio in Austria, Cecoslovacchia, Italia, Polonia, Ungheria. In tutti i casi ci fu collaborazione locale nell’istituire i campi, sebbene la memoria ufficiale o collettiva del dopoguerra abbia teso a rimuovere tale correità, e la deportazione venga ora dimenticata o attribuita soltanto ai nazisti.

Alcuni sopravvissuti sono diventati scrittori e hanno raccontato la vita dei lager nei loro romanzi, tra questi l’italiano Primo Levi in Se questo è un uomo e in La tregua e l’ungherese Premio Nobel per la letteratura Imre Kertész in Essere senza destino.

Il campo di concentramento nazista per antonomasia, ma non l’unico (ce n’erano più di 1600), è considerato quello di Auschwitz.

Auschwitz, il più conosciuto campo di concentramento nazista

All’interno del lager nazista, la baracca (in tedesco: Block) era, generalmente, l’edificio adibito a dormitorio dei deportati. Vi erano diverse tipologie di baracche, sia per dimensioni e/o per materiali con cui erano state costruite (potevano essere in legno o in muratura), sia per lo scopo cui venivano adibite.

Fra le varie tipologie di baracca si ricordano: ricoveri per i deportati, baracche di quarantena, infermeria, infermeria speciale (chiamata anche blocco della morte, era riservata ai deportati destinati ad essere soppressi entro breve tempo), lavanderia, cucina, edificio del carcere, camere a gas, forni crematori, locali adibiti alle esecuzioni capitali ed alle torture, locali adibiti agli esperimenti su esseri umani, officine, baracche dei sorveglianti, edifici degli uffici interni.

I deportati erano rinchiusi nelle baracche tutte le sere ed anche durante il giorno, in occasione di quelle operazioni di eliminazione che le SS volevano condurre in segreto (le esecuzioni capitali potevano essere pubbliche, ed in questo caso i deportati erano costretti a vedere tutta l’operazione, oppure segrete, ed in questo caso i deportati erano chiusi nelle baracche).

Nei campi di concentramento e di sterminio venivano usati dei simboli, appuntati sui vestiti in corrispondenza della parte sinistra del torace, per l’identificazione degli internati. Per gli internati di tipo politico veniva usato il triangolo rosso, per gli “anti-sociali” (lesbiche, anarchici, senzatetto, alcolisti, malati mentali, prostitute) il triangolo nero, per gli omosessuali il triangolo rosa, per i renitenti alla leva (tra cui i Testimoni di Geova) il triangolo viola, per Rom e Sinti il triangolo nero, per gli immigrati il triangolo blu, e per i criminali comuni (da cui venivano attinti i Kapo, perché erano già abituati a commettere atti di violenza) il triangolo verde.

La stella di Davide, di colore giallo-oro e con la scritta jude, identificava invece gli ebrei.

Lista dei campi di concentramento nazisti

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista dei campi di concentramento nazisti.

Posizione dei campi di concentramento nazisti

Altri campi di concentramento nella Seconda guerra mondiale

Campi italiani con prigionieri civili o degli eserciti alleati

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campi per l’internamento civile nell’Italia fascista.

Durante la seconda guerra mondiale, fra il 1940 ed il 1945, vennero istituiti sul territorio italiano e sui territori jugoslavi annessi numerosi campi di concentramento, campi di confino, campi di smistamento e di lavoro forzato.

Campi jugoslavi con prigionieri civili e militari italiani

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Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Massacri delle foibe#Campi di concentramento.

In territorio jugoslavo vennero costruiti diversi campi di concentramento per italiani. Tristemente noto è il campo di concentramento a Borovnica, attivo dalla metà di maggio del 1945 fino al gennaio del 1946. Le testimonianze delle torture e degli assassini che furono compiuti a Borovnica sono state documentate da vari scrittori tra cui, Norberto Biso, Rossi Kobau e Gianni Barrel. Altri campi furono quelli di Aidussina, Goli Otok, Maribor, Skofia Loka, Sveti Grgur.

Campi degli eserciti alleati in Italia

Sul finire della seconda guerra mondiale furono realizzati diversi centri di raccolta per prigionieri di guerra fascisti della ex Repubblica Sociale Italiana e collaborazionisti dell’esercito tedesco di altre nazionalità.

  • Il Campo di concentramento di Coltano, vicino Pisa, vide la reclusione di circa 32.000 ex militari della Repubblica di Salò.
  • Il Campo ‘S’ di Taranto raccolse prigionieri di guerra italiani e di altre nazionalità al termine del secondo conflitto mondiale.
  • Il Campo di concentramento di Afragola fu allestito durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale ad Afragola.
  • A Mignagola, nel comune di Carbonera, nell’immediato dopoguerra fu istituito un campo di prigionia nella locale cartiera. In questo campo le guardie partigiane delle Brigate Garibaldi si resero colpevoli di sevizie e omicidi ai danni del prigionieri che configurarono una vera e propria strage.
  • Il Campo di concentramento di Novara fu istituito nel dopoguerra nello stadio comunale. Secondo lo storico Cesare Bermani raccolse tra i 1500 e i 1800 prigionieri.
  • A Vercelli, nel dopoguerra fu istituito un campo di concentramento all’interno dell’Ospedale psichiatrico. Gli abusi ai danni del prigionieri commessi dalle guardie sono noti come Eccidio dell’ospedale psichiatrico di Vercelli.
  • A Legino, nel comune di Savona, alla fine della guerra fu istituito un campo di concentramento nello spazio oggi destinato alle Scuole Medie Guidobono, sezione distaccata. A questo campo, il libro Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa lega il nome di Giuseppina Ghersi, studentessa tredicenne che sarebbe stata incarcerata, torturata, violentata dai partigiani garibaldini e alla fine passata per le armi nei pressi del cimitero di Zinola[14].
  • A Finalborgo nel comune di Finale Ligure, alla fine della guerra fu istituito un campo di concentramento.[15]
  • A Segno, nel comune di Vado Ligure, alla fine della guerra fu istituito un campo di concentramento sito al fianco della chiesa nei pressi del cimitero[15].
  • A Varazze, alla fine della guerra fu istituito un campo di concentramento nella Villa Astoria in cui il 1º maggio 1945 vennero uccisi 10 fascisti, tra i quali il generale in pensione Ulderigo Nassi e sua moglie[15].

Campi di concentramento statunitensi

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Nota di escogitur: alla fine del Dossier si potrà leggere qualcosa di più dettagfliato sulla FEMA, di cui nemmeno Wikileaks parla

Internamento degli italiani negli Stati Uniti

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Internamento degli italiani negli Stati Uniti.

L’internamento degli italiani negli Stati Uniti è un fenomeno avvenuto nel corso della Seconda guerra mondiale, in particolare tra il 1941 e il 1944, che ha riguardato parte degli italoamericani, considerati come possibile nemico da parte del governo degli Stati Uniti.

A differenza degli americani di origine giapponese, che sono stati internati durante la guerra, gli italo-americani perseguitati non hanno mai ricevuto risarcimenti. Nel 2010, la legislatura della California ha approvato una risoluzione chiedendo scusa per i maltrattamenti subiti dai residenti di origini italiane.

L’internamento dei giapponesi americani (1942)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Internamento dei giapponesi negli Stati Uniti.

A seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, Franklin Delano Roosevelt autorizzò (Executive Order 9066) nel febbraio 1942 l’internamento in campi dedicati degli individui di origine giapponese residenti nella zona militare del Pacifico, indipendentemente dalla cittadinanza. Se le motivazioni addotte furono quelle di sottrarre la riconoscibile minoranza giapponese all’isteria collettiva seguita all’attacco a sorpresa dell’impero giapponese, lo scopo reale era l’allontanamento di potenziali spie dalla costa occidentale, in cui si stava organizzando il contrattacco. 117.000 persone, due terzi cittadini americani, donne e bambini inclusi, furono deportati nei campi di Tule Lake (California), Minidoka (Idaho), Manzanar (California), Topaz (Utah), Jerome (Arkansas), Heart Mountain (Wyoming), Poston (Arizona), Granada (Colorado) e Rohwer (Arkansas). Finita la guerra i campi furono sgomberati, ma non tutti preferirono tornare alla propria città di provenienza.

Nel 1988 tramite la Public Law 100-383 il governo offrì 20.000$ come risarcimento agli internati. Nell’ottobre del 1990 il presidente statunitense George Bush Sr. scrisse loro: [16]

« A monetary sum and words alone cannot restore lost years or erase painful memories; neither can they fully convey our Nation’s resolve to rectify injustice and recognize that serious injustices were done to Japanese Americans during World War II.In enacting a law calling for restitution and offering a sincere apology, your fellow Americans have, in a very real sense, renewed their traditional commitment to the ideals of freedom, equality and justice. You and your family have our best wishes for the future. Sincerely, »
(George Bush)

Campo di concentramento di Ellis Island

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ellis Island.

Durante la Seconda guerra mondiale vi furono detenuti cittadini giapponesi, italiani e tedeschi. Dal 1990 ospita il “Museo dell’Immigrazione”.

Campo di concentramento di Hereford

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campo di concentramento di Hereford.

Internamento durante la Guerra al terrorismo (2001-?)

██ Le Extraordinary rendition sono state asseritamente eseguite da questi paesi

██ I prigionieri sono stati asseritamente trasportati attraverso questi paesi

██ I prigionieri sono stati deportati in questi paesi

██ Ubicazione delle sospette “prigioni clandestine”

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campo di prigionia di Guantánamo.

Alcuni osservatori[17] indicano come campo di concentramento la struttura appartenente agli Stati Uniti d’America, predisposta all’interno della base di Guantanamo a Cuba, che ospita sospetti appartenenti ad al-Qāʿida e al regime talebano a partire dal 2001 fino ad oggi.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prigione di Abu Ghraib.

Alcuni media[18] nella Primavera/Estate del 2004 hanno usato il termine per la prigione irachena di Abu Ghraib, allora oggetto dell’indignazione dell’opinione pubblica seguita alla pubblicazione delle foto di torture ai detenuti.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tortura e abusi su prigionieri a Bagram.

Una struttura analoga alla prigione di Abu Ghraib esiste anche in Afghanistan. Si tratta della prigione di Bagram, dove sono stati documentati abusi molto simili a quelli avvenuti ad Abu Ghraib, e che hanno suscitato le proteste della Croce Rossa Internazionale.[19]

In questi casi la differenza fra prigione e campo di concentramento è labile e condizionata dall’uso spregiativo del termine più che dalla pertinenza di un suo uso per i casi specifici. In generale, il termine prigione intende prevalentemente una struttura civile, con persone detenute in attesa di processo o condannati che scontano una pena, o raramente una struttura militare in cui sono detenuti militari in attesa di processo o condannati che scontano una pena. Il termine campo di concentramento intende una struttura quasi sempre militare in cui sono provvisoriamente detenute persone genericamente nemiche in attesa della pace. Nell’uso di uno o dell’altro termine è altresì implicita una precisa presa di posizione politica su questioni di scottante attualità, per cui bisognerà attendere la storicizzazione dei fatti seguiti agli attentati dell’11 settembre 2001 per tentare una trattazione più obiettiva della questione.

Campi di concentramento cinesi

Distribuzione dei Laogai in Cina dal libro Laogai. I Gulag di Mao Zedong di Harry Wu

I primi campi di concentramento in Cina appaiono nel corso della Guerra civile cinese. La quinta campagna di annientamento delle forze comuniste era basata sul progressivo accerchiamento delle aree ove esse erano attive. La deportazione dei residenti in tali aree e la loro reclusione in appositi campi fu praticata per privare l´Esercito Rosso di ogni possibile appoggio da parte della popolazione.[20]

Riferendosi al periodo successivo al 1949, alcune fonti e in particolare ex detenuti, chiamano “campi di concentramento” i “campi di riforma attraverso il lavoro”[21] della Repubblica Popolare Cinese, più noti in passato come Laogai.[22] Come nel caso di Guantanamo, quest’uso è più legato al significato peggiorativo di “campo di concentramento” come “luogo di violazione dei diritti umani” che al significato ordinario dell’espressione.

I “campi di riforma attraverso il lavoro” ed i “campi di rieducazione attraverso il lavoro” 、[23] cinesi, infatti, sono strutture civili anziché militari, destinate ai cinesi condannati per reati comuni e per i cosiddetti “reati amministrativi”[24] anziché ai prigionieri di guerra. In essi i detenuti scontano la propria pena svolgendo lavori forzati. Secondo la dottrina giuridica cinese, lo svolgimento di lavori manuali avrebbe la duplice finalità di favorire il recupero delle devianze, e di garantire la sostenibilità economica del sistema di campi.

Il sistema dei campi raggiunge la sua forma attuale nei primi anni cinquanta. Limiti massimi per le pene detentive scontate nei campi di rieducazione furono introdotti solo intorno alla metà del periodo Maoista (19491976)[25]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Laogai.

Note

  1. ^ Cfr. Trattamento dei prigionieri di guerra – Convenzione (III), Ginevra, 12 agosto 1949 e Protezione delle persone civili in tempo di guerra – Convenzione (IV), Ginevra, 12 agosto 1949.
  2. ^ Francesco Mario Agnoli, Dossier brigantaggio: viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Napoli, 2003, p. 258.
  3. ^ a b Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia: fatti e misfatti del Risorgimento, BUR, 2010, p. 178.
  4. ^ Il numero dei detenuti è stato riportato da Alfredo Comandini in una pubblicazione intitolata L’Italia nei Cento anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata. Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia, p.177
  5. ^ Neoborbonici all’assalto di Fenestrelle ‘In quel forte ventimila soldati morti’. URL consultato in data 29 luglio 2010.
  6. ^ I morti borbonici a Fenestrelle non furono 40mila, ma quattro – Torino – Repubblica.it
  7. ^ Mino Milani, Giuseppe Garibaldi, Mursia, 1982, p.399.
  8. ^ Bruna Bianchi, op. cit., pp. 3-5
  9. ^ Bruna Bianchi, op. cit., pp. 5-8
  10. ^ Bruna Bianchi, op. cit., pp. 8-12
  11. ^ Camillo Pavan. I Prigionieri italiani dopo Caporetto (con l’elenco e la carta dei campi di prigionia a cura di Alberto Burato). Treviso: Camillo Pavan Editore, 2001.
  12. ^ I prigionieri nella grande guerra
  13. ^Con l’occupazione progressiva del territorio italiano da parte degli eserciti alleati sbarcati in Sicilia, si rese necessario spostare i prigionieri dai campi di detenzione nel sud in nuovi campi nel nord Italia. Sul monte San Primo, al centro del triangolo Lariano (CO) venne allestito un campo tendopoli, circondato da una fitta rete di filo spinato, per l’insediamento di militari dell’esercito britannico e statunitense, con l’introduzione di persone e famiglie ebraiche, musulmane, polacche e indiane. Il campo fu riconosciuto, a posteriori, come il massimo esempio di rispetto delle convenzioni internazionali. Caso unico. Lo scambio di oggetti o alimenti tra guardie militari italiane e gli internati. L’otto settembre 1943, appena sparsa la notizia dell’armistizio, furono spalancati gli accessi e una fiumana di prigionieri si trasformò in un gregge di fuggiaschi spaventati per l’intervento minaccioso dei nuovi militari della Guardia Nazionale Repubblicana. Fino al 28 aprile 1945 migliaia di persone vissero da perseguitati vagando tra le montagne lariane, mentre nel frattempo si attivò in Tremezzina a Bonzanigo di Mezzegra, nel bunker, il nascosto gruppo angloamericano che rilasciava visti di ingresso e assistenza nei percorsi verso il confine. Mentre ad Asso (CO) scoppiò una piccola guerra civile[non chiaro] nel Municipio e verso i vagoni merce nella stazione per l’accaparrarsi dei pacchi della Croce Rossa internazionale non più distribuibili ai prigionieri. Contemporaneamente iniziò l’attività finanziaria di assistenza valutaria gratuita del Credito Italiano, tramite il Cassiere della Resistenza Dott. Pizzoni. Nel bunker di Mezzegra era stata programmata l’assistenza per il passaggio, non riuscito, di Mussolini e dei suoi addetti[senza fonte]. Evento che provocò la vendetta della Gran Bretagna dimostrato, dopo tre giorni dalla sua morte, con il bombardamento feroce della Tremezzina[senza fonte]
  14. ^ Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling e Kupfer, IV edizione, pag.147-148. Pansa cita a sua volta quanto affermato dal giornalista Massimo Numa nel libro La stagione del sangue, edito nel 1992 dalla casa editrice La Ricerca
  15. ^ a b c Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling e Kupfer, IV edizione, pag.148-149
  16. ^ Liste e informazioni di questa sezione tratte da Teaching With Documents: Documents and Photographs Related to Japanese Relocation During World War II, U.S. National Archives and Records Administration (sito web ufficiale), Japanese Relocation During World War II. La lettera di Bush è su [1], dove sono altresì disponibili alcune foto dei campi ([2]). Japanese-Americans Internment Camps During World War II, archivio Marriott Library (sito web), Università dello Utah.
  17. ^ Ad esempio il termine «campo di concentramento» è utilizzato in riferimento alla struttura X-Ray di Guantanamo da Vittorio Zucconi. Si veda: Vittorio Zucconi, Stati Uniti sotto accusa per il campo di Guantanamo in «laRepubblica.it» del 23 gennaio 2002. Riportato il 7 marzo 2007.
  18. ^ Greg Grandin, “America’s trinity of terrorism”, Site Pass
  19. ^ Tim Golden, “Foiling U.S. Plans, Prison Expands in Afghanistan” (Ampliate le prigioni in Afghanistan ad onta dei progetti americani), The New York Times 7 gennaio 2008
  20. ^ Gregor Benton, Mountain fires: the Red Army’s three-year war in south China, 1934-1938. Berkeley: University of California Press, 1992.
  21. ^ (劳动改造场所, laodong gaizao changsuo)
  22. ^ dal 1995, anno dell´entrata in vigore della Legge sulle Prigioni della RPC, la denominazione di queste strutture è stata cambiata in prigioni (jianyu) Prison Law of the People´s Republic of China
  23. ^ (劳动教养场所, laodong jiaoyang changsuo, comunemente detti laojiao)
  24. ^ (违法行为, weifa xingwei)
  25. ^ Sarah Biddulph, Legal Reform and Administrative Detention Powers in China. Cambridge: Cambridge University Press, 2007.

Bibliografia

Voci correlate

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Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) Martire

9 agosto

Breslavia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, 9 agosto 1942

Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo atea. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas. Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

Patronato: Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith) Stein, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze e martire, che, nata ed educata nella religione ebraica, dopo avere per alcuni anni tra grandi difficoltà insegnato filosofia, intraprese con il battesimo una vita nuova in Cristo, proseguendola sotto il velo delle vergini consacrate, finché sotto un empio regime contrario alla dignità umana e cristiana fu gettata in carcere lontana dalla sua terra e nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia fu uccisa in una camera a gas.

Ascolta da RadioRai:

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di S. Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica. Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire; “una personalità – ha detto di lei Giovanni Paolo II – che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo”.
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”. Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile – un’altra coincidenza? – il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo. Così Edith offrirà a lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli” – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

Autore: Maria Di Lorenzo

Spunti bibliografici su Santa Edith Stein a cura di LibreriadelSanto.it

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San Massimiliano Maria Kolbe Sacerdote e martire

14 agosto

Zdunska-Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, 14 agosto 1941

Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell’ordine dei francescani e, mentre l’Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell’Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d’anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. (Avvenire)

Etimologia: Massimiliano = composto di Massimo e Emiliano (dal latino)

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.

Ascolta da RadioVaticana: Ascolta da RadioRai: Ascolta da RadioMaria:

Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi. Il papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava
la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.

La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.

Spunti bibliografici su San Kolbe Massimiliano a cura di LibreriadelSanto.it

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Il piano di Dio è il migliore. Altro che Nuovo Ordine Mondiale

Tutti sappiamo più o meno la storia degli Israeliti. Ci impiegarono 40 anni per arrivare alla Terra Promessa, un viaggio che normalmente si sarebbe effettuato in poche settimane. Forse anche sappiamo che la causa del loro ritardo fu dovuto dalla loro disubbidienza. Quando finalmente arrivarono alla terra promessa, essi indietreggiarono perché avevano paura. Il risultato fu che impiegarono più di 40 anni (!!!) per arrivare alla terra promessa e solo 2 persone della generazione iniziale entrarono nel posto. Tutti gli altri morirono nel deserto e furono i loro figlioli che entrarono al loro posto. Questo NON era inizialmente il piano di Dio di avere il suo popolo nel deserto per 40 anni. Comunque, in un caso particolare Egli condusse il suo popolo per un cammino che non era il più corto. Noi troviamo questo passaggio in Esodo 13:17-18. Cosi noi leggiamo :

Esodo 13:17-18
“Quando il faraone lasciò partire il popolo, Dio non lo condusse sulla strada attraverso il paese dei Filistei, MA CHE ERA PIÙ BREVE. Per Dio disse: “Se si trovano ad affrontare la guerra, potrebbero cambiare idea e tornare in Egitto.” Così Dio ha portato la gente in giro per la strada del deserto verso il Mar Rosso. I figli d’Israele salirono dal paese d’Egitto pronti per la battaglia.”

Quello che mi ha maggiormente colpito in questo passaggio è il fatto che Dio non condusse il Suo popolo per il cammino più corto ma Egli preferì un percorso più lungo. A volte ci avventuriamo per un viaggio e ci aspettiamo di arrivare ad un certa data. Oppure ci aspettiamo di avere un lavoro dopo aver finito gli studi, dopo un paio d’anni pensiamo di sposarci e verso trent’anni avere famiglia e di vivere una lunga vita. Questo piano non si può considerare illogico. Forse abbiamo pianificato cose in accordo all’ambiente in cui viviamo. Ma non è sempre così. Come nel caso degli Israeliti, nel mio caso in alcune cose, e forse anche nel vostro caso. A volte vediamo la vita scivolare via e le nostre aspettazioni con essa. Ci chiediamo cosa stiamo facendo nel deserto che assomiglia tanto al “deserto del Mar Rosso”. Se alcuni anni fa mi avrebbero detto che sarei vissuto in Germania facendo il lavoro che sto facendo, avrei risposto che “ Questo è impossibile. Questo non è contemplato nei miei piani.” Io avevo pianificato la mia vita come molto probabilmente voi avete pianificato la vostra. Ma non è accaduto come io volevo. Il risultato è molto MEGLIO, anche se a volte no ho pensato che lo fosse. Infatti sembra un contraddizione. Sembrava che niente andava per la via giusta! Nonostante tutto ho persistito con la Parola ed al tempo giusto il piano di Dio si rivelò ed era il migliore! Al di là delle mie aspettazioni! E questo può accadere anche a te. Forse ti stai chiedendo perché le cose che pensavi fossero le più semplici non sono ancora arrivate. Ti sono accadute cose che non avresti mai immaginato. Tu forse avevi pianificato la tua vita come io avevo pianificato la mia……Tu forse hai pianificato la tua vita come gli Israeliti avevano pianificato la loro…..Ma ho buone notizie per te: DIO TI GUIDA. Ci sono alcuni casi che sono nel deserto perché sono disobbedienti. Ma, oggi, non voglio parlare di questo. Mi auguro che tu non sia in uno di questi casi. Se ci sei, la risposta è OBBEDIENZA. “ Avvicinatevi a Dio ed Egli si avvicinerà a voi “ (Giacomo 4:8). Ma questo non è lo scopo di questo articolo. Lo scopo di questo articolo è la mancata aspettazione. I casi sono che Dio sembrerebbe in ritardo. Noi diciamo, “Dio Io mi aspettavo da te più di quello che ho chiesto o pensato. E pertanto gli anni se ne vanno e non ho mai visto le risposte alle mie preghiere.” E Dio risponde tramite la bocca del Signore con la parabola della vedova (Luca 18:1-5): ”Non rinunciare a pregare figliolo. Io non ti rinuncio.” Noi diciamo a Dio “ Dio, tu hai scritto circa la speranza differita che fa languire il cuore…” E pertanto Tu agisci come se non l’avessi mai scritto”. E Dio dice ‘‘sii paziente”. Quello che Dio ti sta dicendo, fratello mio, è di essere paziente. Segui la guida del Signore, fidati di Lui, ed Egli te le porterà. Egli ti darà i desideri del tuo cuore. Questo non è quello che la mente dice. Dopo anni ed anni tu puoi rinunciare ai tuoi sogni e i desideri divini. Io vorrei incoraggiarti ed tirarti Su. Dio non rinuncia a te. Egli è lo stesso Dio che tu hai visto per la prima volta quando hai creduto. Dio non cambia MAI (Giacomo 1:17). Gesù è sempre lo stesso ieri, oggi e in eterno (Ebrei 13:8 ). Il Dio che fece tremende meraviglie, davanti a Faraone è lo stesso Dio che ti sta guidando verso il deserto. Non t’arrendere, non ammettere la sconfitta che NON c’è! Se Dio non t’ha dato subito quello che ti ha promesso è solamente perché TI AMA. Il tempo per Lui non è la principale preoccupazione. Quello che Gli interessa principalmente sei TU. Il Suo interesse non è il fatto che gli Israeliti arrivassero alcune settimane prima. Il suo principale interesse era LA LORO VITA. Se tu leggi il passaggio sembra che Dio è scettico. Dio non è una macchina o un robot. Egli è Qualcuno che PENSA. Pensa a te ed al tuo migliore. In questo caso, Egli era interessato agli Israeliti, che se fossero andati per il cammino più corto, avrebbero potuto trovare una guerra da affrontare e cambiare idea e tornare in Egitto!! Dio pensa a TE amico mio. La via più breve può avere cose che tu non puoi affrontare. Hai mai pensato che se ogni cosa viene nel modo che tu hai pianificato, non sai con certezza se tu ritorni in Egitto, al mondo, dov’eri prima? Tu non lo sai. Anch’io non lo so. Ma io una cosa so. Ovunque io sia o qualunque cosa io faccia, sto camminando sulla strada che Dio ha scelto per me per rimanerci saldo. Ed in questo io ho pace. Solo Dio è quello che guida il cammino ed Egli sceglie solamente il migliore per me. Ed il migliore è restare vicino a Lui, anche se la strada e un tantino più lunga. Lo scopo è di non accorciare MAI le promesse di Dio… Le promesse verranno, perché Dio ha PARLATO. Ma senza il pericolo d’avere paura e tornare indietro, o essendo tentato fai lo stesso. Il sentiero della tua vita non è esattamente come tu l’hai pianificato. Ma io ti posso dire. Esso è come Dio l’ha pianificato. DIO ha pensato per TE, ed essendo cosi, è il MIGLIORE. Rimanete saldi, cammina per il sentiero, non preoccuparti per domani e Dio guiderà la tua vita, NO verso frustrazioni o sconfitte ma verso quello che tu ti aspetti, no… molto di più di quello che tu pensi o ti aspetti. Non rinunciare a Dio. Egli non rinuncia mai a te.

Anastasio Kioulachoglou

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Il semplice piano di Dio per la salvezza dell’umanità

Amico, sto per farti la domanda più importante della vita. La tua gioia o la tua sofferenza per tutta l’eternità dipendono dalla tua risposta. E la domanda è: sei salvato? Non si tratta di sapere se sei buono o se sei membro di una chiesa. No, ma sei salvato? Sei sicuro di andare in Paradiso, quando morirai?

Dio dice che per andare in Paradiso, tu devi nascere di nuovo. Infatti, secondo il Vangelo di Giovanni 3:7, Gesù disse a Nicodemo: “Dovete nascere di nuovo”.

Nella Bibbia Dio ci rivela il Suo piano per far sì che nasciamo di nuovo, il che significa essere salvati. E il Suo piano è semplice! Tu puoi essere salvato oggi stesso. Come?

Prima di tutto, devi ammettere di essere un peccatore. Infatti, “. . . tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Romani 3:23).

E siccome sei un peccatore, sei condannato a morte: “. . . il salario del peccato è la morte . . .” (Romani 6:23).

Questo comporta una separazione eterna da Dio nell’Inferno: “E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, e dopo ciò viene il giudizio” (Ebrei 9:27).

Dio però ti ha tanto amato che ha dato il Suo unico Figlio, Gesù, affinché il tuo peccato fosse imputato a Lui e morisse al tuo posto: “. . . Egli (Dio Padre) ha fatto essere peccato per noi Colui (Gesù) che non ha conosciuto peccato, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in Lui” (2 Corinzi 5:21).

Gesù quindi dovette versare il Suo sangue e morire. Infatti, “. . . la vita della carne è nel sangue. ” (Levitico 17:11) e “. . . senza spargimento di sangue non c’è perdono dei peccati” (Ebrei 9:22). “Ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani 5:8).

Sebbene non possiamo capire come, Dio ha detto che i miei peccati ed i tuoi peccati sono stati imputati a Gesù, e che Egli è morto al posto nostro. Egli è diventato il nostro sostituto e questo è vero, perché Dio non può mentire.

Amico mio, “. . . Dio comanda a tutti gli uomini e dappertutto che si ravvedano”. (Atti 17:30). Questo ravvedimento o pentimento comporta un cambiamento di mentalità per cui si concorda con Dio sul fatto che ogni essere umano è un peccatore, ed anche si riconosce quanto Gesù ha fatto per noi sulla Croce.

Negli Atti degli Apostoli 16:30-31, il carceriere di Filippi chiese a Paolo e a Sila: “Signori, cosa devo fare per essere salvato?” Ed essi risposero: “Credi nel Signore Gesù Cristo, e sarai salvato. . .”

Credi, dunque, semplicemente in Gesù come Colui al quale è stato imputato il tuo peccato, come Colui che è morto al posto tuo, fu sepolto e che Dio ha risuscitato. E la sua risurrezione ci assicura in maniera assoluta che il credente ha diritto alla vita eterna quando Gesù viene accettato come Salvatore: “ma a tutti coloro che lo hanno ricevuto, egli ha dato l’autorità di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome” (Giovanni 1:12). “Infatti: <<Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato>>” (Romani 10:13). Quel “chiunque” comprende anche te, e “sarà salvato” significa che sarai effettivamente salvato.

Quindi, prima di tutto, devi renderti conto del fatto che sei un peccatore. Poi, proprio ora, chiunque tu sia, pentendoti, eleva il tuo cuore a Dio in preghiera. Nel Vangelo di Luca 18:13, un peccatore così pregò: “O Dio, sii placato verso me peccatore”. Anche tu allora prega così: “Mio Dio, riconosco di essere peccatore. Credo che Gesù è stato il mio sostituto quando morì sulla croce. Credo che quel versamento di sangue, quella morte, quel seppellimento e quella risurrezione avvennero per me. Ora quindi Lo accetto quale mio Salvatore. Ti ringrazio per aver perdonato I miei peccati, per il dono della salvezza e della vita eterna, dono dovuto alla Tua grazia che scaturisce dalla Tua misericordia. Amen”.

Prendi Dio in parola e chiedi di essere salvato mediante la tua fede in Gesù. Nessuna chiesa, nessuna organizzazione, né le buone opere possono salvarti. Ricordati: è Dio che salva – solo Lui!

Dunque, il semplice piano salvifico di Dio è questo: tu sei un peccatore. Di conseguenza, se non credi in Gesù che morì al tuo posto, passerai l’eternità nell’Inferno. Se invece credi in Lui come il tuo Salvatore, crocifisso, sepolto e risorto, riceverai il perdono di tutti i tuoi peccati ed il dono della salvezza eterna per fede.

Forse potresti dire: “Non è possibile che tutto sia così semplice!” Ma sì, è proprio così semplice! E’ quello che leggiamo nella Bibbia. E’ il piano di Dio. Sì, amico mio, credi in Gesù ed accettalo oggi quale tuo Salvatore. Se però questo piano non ti è del tutto chiaro, leggi e rileggi questo messaggio, senza metterlo da parte finché non l’hai capito bene. La tua anima vale più di tutto il mondo. Infatti leggiamo nel Vangelo di Marco 8:36, “Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?”

Accertati di essere salvato. Se perdi l’anima tua, perdi il Paradiso e perdi tutto. Ti prego! Lascia che Dio ti salvi in questo istante! La potenza di Dio ti salverà, e ti salverà per sempre e ti farà condurre una vita vittoriosa: “Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana; or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere” (1 Corinzi 10:13).

Non fidarti dei tuoi sentimenti, che cambiano. Attieniti alle promesse di Dio, che non cambiano mai.

Dopo essere stato salvato, vi sono tre cose che devi fare ogni giorno per crescere spiritualmente: prega, perché così parlerai con Dio; leggi la Bibbia, perché così Iddio ti parlerà; testimonia, perché così tu parlerai di Dio ad altri.

Ora però devi anche essere battezzato, obbedendo così tu al Signore Gesù Cristo, dando una testimonianza pubblica della tua salvezza; e poi devi far parte, al più presto, di una chiesa che crede nella Bibbia – “Non vergognarti dunque della testimonianza del Signor nostro. . .” (2 Timoteo 1:8). Poiché, dice il Signore, “Chiunque perciò mi riconoscerà davanti agli uomini, io pure lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Matteo 10:32).

di Ford Porter

Copyright: Robert Ford Porter, 1991

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Il piano di Dio per Israele

Dio ha un piano eterno per Israele: che sia una luce per le nazioni (Isaia 42:1-9). Attraverso Israele saranno benedette tutte le famiglie della terra (Genesi 12:2-3; 22:14-18) e tale promessa continua con Isacco (Genesi 26:4-5) e Giacobbe (Genesi 28:14). Dio non ha cambiato il Suo piano per Israele e non lo farà nemmeno in futuro (Romani 11:29).

Il Signore compirà i Suoi piani per Israele: Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto (Genesi 28:15). In Isaia 43:1-13, Dio dice che Israele è il Suo servo, alla Sua gloria, scelto per essere un canale della Sua rivelazione e la gloria delle nazioni.

Dio è un Dio che stipula patti (Esodo 34:5-14).

Egli ha chiamato Israele ad essere un regno di sacerdoti (Esodo 19:3-11). Il Suo patto con Israele non sarà rotto finché esisterà la terra (Geremia 31:27-37).

I gentili sono chiamati a svolgere un ruolo importante nel raduno e nella restaurazione di Israele, ed anche nel provocarlo a gelosia (Romani 11:13-14; Geremia 31:1-14; Isaia 49:22-26; 60:1-15; 66:7-21).

Israele sarà restaurato e innestato nuovamente nel suo olivo, affinché il nome del Signore venga glorificato (Romani 11:13-16; Ezechiele 36:16-36).

La Chiesa è completa solo nel momento in cui tutti i credenti, ebrei e gentili, diventano un “uomo nuovo”, uno strumento nelle mani di Dio alla fine dei tempi (Efesini 2:11-22). Anche Giovanni 17:21 parla dell’unità dei credenti, ebrei e gentili, e Giovanni 10:16 si riferisce alle “altre pecore che non sono di quest’ovile”, cioè i gentili.

Il compimento dei piani di Dio per Israele è in preparazione della venuta del Messia. Stiamo vivendo in tempi molto importanti e adesso è il momento di gettare e costruire le fondamenta del ministero, per essere un sempre più efficiente strumento del Signore in tutto il mondo.

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EDITH STEIN E LA SHO’AH : la domanda di Giobbe e la risposta di Edith
(in preparazione alla GMG2005)

Ad Auschwitz, più in particolare, Dio è salito sulla Croce dell’ignominia e della morte insieme a Edith Stein: sul volto di questa donna è rifulso il volto sofferente e morente di Cristo e in lei Dio si è reso presente visibilmente a quanti lo hanno cercato nel tempo dell’angoscia della morte.

La Shoah ha posto drammaticamente alla coscienza europea di questo fine millennio, e in termini assai diversi rispetto al passato, il problema dell’uomo e il problema di Dio. La caduta ad Auschwitz nell’abisso del demoniaco di tutta una cultura aveva bruciato secoli di predicazione cristiana su l’uomo e su Dio. Lì lo scacco subito dall’umanità è stato tanto grande da obbligare l’uomo a rimettere tutto in discussione dalla comprensione di sé e del mondo alla comprensione di Dio stesso. Tutto un mondo familiare fatto di valori, di comportamenti e di attese è crollato rovinosamente e le macerie si sono sparse dappertutto. Lo scoramento è stato enorme. Il mondo dell’uomo, all’improvviso, è diventato un deserto, mentre il cielo è diventato sinistramente muto. Nel vuoto dell’anima all’uomo non è rimasto che ‘appendere le sue cetre ai salici’ e assistere impotente all’infuriare della tempesta.

Dell’uomo, del ‘terribile che è in lui’ più che in nessuna altra cosa (Antigone, 332-33), del suo egoismo innato, della sua pratica costante di prevaricazione , dell’istinto di violenza, del ricorso alla distruzione dell’altro come strumento di risoluzione dei conflitti, che caratterizzano i suoi comportamenti verso i suoi simili, sì sapeva già abbastanza. Ma ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio, il male radicale ha avuto il sopravvento e l’uomo ha dato di sé una prova di violenza inaudita e di barbarie ben superiore, superando ogni limite precedentemente raggiunto. Auschwitz è diventato, per questo, uno dei simboli più forti del male radicale nel mondo contemporaneo[1][1]. Lì, realmente, è accaduto l’impensabile e l’inenarrabile e l’uomo è sprofondato nella abiezione più grande. Per di più nella notte più oscura del mondo, ad alcuni è sembrato che Dio stesso fosse venuto meno alla “cura” dell’uomo e non si fosse nemmeno reso presente visibilmente a quanti l’avevano cercato e invocato nel tempo della disperazione e dell’agonia. Dio era assente mentre l’uomo veniva annientato: “ C’è Auschwitz, aveva affermato con disperazione Primo Levi, quindi non può esserci Dio”[2][2]. Il male più radicale escludeva Dio.

Ed è così che milioni di uomini sono stati soppressi dalla furia della barbarie nazionalsocialista nell’indifferenza di molti e nell’abbandono e nel silenzio anche del loro Dio[3][3]. Il loro grido di invocazione e di aiuto non è stato raccolto da nessuno. Si è consumata così una tragedia, che ha lasciato dietro di sé conti in sospeso e ferite sanguinanti non ancora sanate. L’ebreo era diventato il nemico da distruggere, perché su di lui era stato dirottato il risentimento di quelle fasce del popolo tedesco, che maggiormente avevano sofferto per l’umiliazione della Germania, in seguito alla disfatta della prima guerra mondiale.

Enormi furono, a questo riguardo, le responsabilità della stessa cristianità che da sempre aveva dato vita a forme di antisemitismo deteriore , riprese dalla cultura tedesca più recente . L’evento Auschwitz è il risultato di un antisemitismo, che aveva trovato terreno molto fertile nella Germania degli anni venti. Ora l’uomo, e soprattutto Dio, sono stati chiamati in causa a rendere ragione del male che è stato commesso o, almeno, permesso o non scoraggiato. Trovare e giudicare i responsabili della Sho’ah, se mai questo fosse possibile, è diventato un atto di giustizia e di amore per i morti e per i sopravvissuti e una scommessa per il futuro, perché il male non torni a dilagare, coprendo di nuovo la terra.

L’esito del processo all’uomo è già scontato, come scontato è il giudizio di condanna inappellabile contro l’uomo. Il tribunale della storia non ha avuto alcuna esitazione nel condannare mandanti ed esecutori degli efferati misfatti compiuti dai nazionalsocialisti contro l’umanità. Assai più problematico è, invece, il processo a Dio. Accusare Dio come responsabile di tuffo il male commesso potrebbe costituire solo un alibi per negare, o minimizzare, la responsabilità dell’uomo. Ma, oltretutto, come processare Dio, di quali colpe accusarlo e, soprattutto, si potrà pronunciare un giudizio di condanna su di lui e con quali conseguenze per il futuro della convivenza umana?

Una prima sentenza, ripresa dal movimento filosofico che dall’ateismo nietzscheano conduce all’ateismo semantico del positivismo logico di questo secolo, conclude affermando la non rilevanza dell’esistenza di Dio, dove la negazione è ancora più radicale, perché investe la capacità stessa dell’uomo del parlare di Dio. Dio non esiste, – dicono -, e di lui non si può nemmeno parlare; dire Dio è un non senso . Se Dio è un non senso, il problema potrebbe finire qui e sarebbe fuorviante e, perciò, inutile qualsiasi idea di un processo a Dio. Nondimeno le tracce di Dio nel mondo sono tante e tali da consentire al credente, comunque, un “dire Dio” pieno di senso. Rimane, però, come un macigno sulla coscienza dell’uomo, la questione dell’assenza di Dio ad Auschwitz, ancora più colpevole, secondo alcuni, per il gemito inascoltato di un popolo e per il sangue innocente di milioni di uomini versato.

Eppure, ad Auschwitz Dio non è stato affatto assente. Non c’è, quindi relativamente a questa accusa, alcuna prova di colpevolezza da parte sua. Sempre, e ancora di nuovo, Egli è salito sulla Croce con l’uomo, facendosi carico del male e della sofferenza di tutti. Li, come dovunque l’uomo è stato ferito e ucciso, si è reso presente con la sua Croce , piantata nel mezzo del campo e tutti ha radunato attorno ad essa , facendosi compagno degli uomini per i giorni della difficile traversata. Sotto l’albero della Croce l’umanità è risanata e rappacificata con Dio. Ancora, e di nuovo, il Figlio di Dio è salito sulla Croce di tutti i suoi fratelli, ebrei, cristiani e zingari, umiliati, offesi e soppressi nelle camere a gas, condividendone la sorte nell’abbandono e nell’ignominia di una fine assurda. Dovunque la sua presenza è stata avvertita e non è passata invano, perché si è stampata sui volti di ciascuno dei condannati. Realmente è diventato ciascuno di loro nella sofferenza e nella morte.

Ad Auschwitz, più in particolare, Dio è salito sulla Croce dell’ignominia e della morte insieme a Edith Stein[4][4]: sul volto di questa donna è rifulso il volto sofferente e morente di Cristo e in lei Dio si è reso presente visibilmente a quanti lo hanno cercato nel tempo dell’angoscia della morte. Ora, anche attraverso di lei l’uomo può fare ancora esperienza di Dio e diventa possibile parlare con senso di un Dio nascosto, ma tremendamente vicino. Perché è, soprattutto, nel patire dell’uomo che si articola ogni possibile “dire Dio’.”

1. DIO NEL NAUFRAGIO DELLA SHO’AH

La questione su Dio ha avuto, perciò, nel secondo ‘900 uno sviluppo imprevedibile e per molti aspetti un esito sconvolgente. La negazione di Dio, questa volta soprattutto pratica, non tanto teorica, si è imposta prepotentemente nella cultura e consumata quando Dio stesso è rimasto, così è sembrato a molti contemporanei, indifferente e sordo, se non addirittura complice, alla sorte dei tanti milioni di uomini, condotti “come pecore mandate davanti al tosatore” e finiti nelle camere a gas, nello strazio di una sofferenza infinita e di una morte innocente. La profezia sinistra sulla morte di Dio (Gott ist tot), enunciata dall’uomo folle ne La gaia scienza di Nietzsche, si era avverata. Nella coscienza collettiva degli uomini di questo tempo, la profezia assumeva ora la forma della constatazione di un evento tragico realmente accaduto nella storia e del giudizio di forte condanna nei riguardi di una latitanza, come quella di Dio, tanto ingiustificata e sospetta:

Dio si era congedato dal mondo dell’uomo abdicando alla sua responsabilità e lasciando l’uomo, sua creatura, nella notte oscura, solo “nella fossa dei leoni”[5][5].

Nelle tante stazioni dolorose della via Crucis, disseminate nelle terre di un’Europa dominata dal nazionalsocialismo, milioni di vite umane erano state soppresse da altri uomini. Molti degli assassini erano credenti praticanti, buoni cittadini e padri di famiglia esemplari, persone assolutamente normali[6][6]. Ma nessuno, allora, salvo poche eccezioni, ebbe il coraggio di disubbidire; nessuna voce significativa si levò contro i folli ordini di Hitler, che, eseguiti ciecamente, condannavano tutto un popolo alla distruzione totale. Un massacro immane, un genocidio, si era così potuto consumare nel silenzio e nell’indifferenza generale degli uomini e delle nazioni. Nessuno sapeva o voleva sapere il

destino riservato ai milioni di ebrei strappati dalle loro case e deportati in massa. Più forte di tutto era la paura di trasgredire gli ordini e il desiderio di non compromettersi con il potere.

La coscienza europea, di fronte a un cosi grave scempio contro l’umanità, ha avuto più tardi, a guerra finita, un sussulto di repulsione e di vergogna. Il senso della colpa e l’elaborazione del lutto, che ne derivarono, portarono molti alla consapevolezza che con la Sho’ah era stato raggiunto un punto limite di rottura e di non ritorno nel modo stesso di vivere degli uomini. Dopo la sho’ah da più parti si avvertiva con sgomento e angoscia che l’umanità stessa non avrebbe avuto più ragione di sussistere, privata com’era dei valori fondanti la convivenza umana, andati distrutti dalla macchina infernale costruita dal nazionalsocialismo. Del resto, dopo Auschwitz, il mondo non era più lo stesso, né mai sarebbe stato più come prima: all’appello, dopo la resa finale, mancavano i tanti milioni di ebrei soppressi e sterminati dalla furia nazionalsocialista e i pochi sopravvissuti avrebbero vissuto a disagio nel resto dei loro giorni, ossessionati dal ritorno dei fantasmi del loro passato.

Ma, nonostante le gravi accuse a Dio per tutto l’orrore vissuto dall’umanità nei campi di sterminio, la questione su Dio non può essere considerata definitivamente chiusa, ritenendola inattuale o scarsamente significativa. Perché rimane pur sempre nell’esperienza della profondità di ognuno un’eccedenza di significato, non diversamente riconoscibile, che, rimandando oltre il mondo dei fatti, deve essere ricercata e riproposta di continuo come cifra dell’esistenza umana. Proprio nell’eccedenza di significato si dà all’uomo la nuova questione su Dio, nei termini di una apertura dell’uomo sul mistero di Dio.

Questa apertura dell’uomo sul mistero di Dio è l’eccedenza di significato che dà un senso alla vita stessa dell’uomo e salvaguarda l’umanità dal cadere di nuovo nella barbarie. Di più, sono, soprattutto, le voci dei tanti milioni di morti che gridano il nome di Dio, e, ancora, il dolore, la sofferenza e la morte delle vittime innocenti, a riaprire la questione religiosa. Si tratta,dopo tutto, coniugando memoria e speranza, di non dimenticare il male commesso dai carnefici e lo strazio delle vittime e di dare un volto e una speranza all’uomo di questo tempo. Può accadere così, come afferma Adorno nell’ultimo aforisma dei Minima moralia, che “la perfetta negatività, non appena fissata in volto, si converte nella cifra del suo opposto”[7][7] e rinvia a una possibile redenzione. Dall’accanirsi con uno scavo impietoso sull’oscuro di questo nostro passato, di quanto è accaduto ad Auschwitz, può nascere un nuovo chiarore di speranza per l’umanità.

Ecco perché si impone una nuova teodicea, proprio a partire dall’orrore di Auschwitz[8][8]. Questa può nascere proprio sulle rovine, ancora fumanti, lasciate nei campi di sterminio, come monumenti di una umanità degradata, che seppure ha consumato l’omicidio dell’uomo e di Dio, rimane sempre alla ricerca di un Dio. La sofferenza, non la gloria, è il paradigma di questa teodicea. Perché qui si fa esperienza di un Dio, anche egli sofferente e morente, che si fa incontro a un uomo, così mal ridotto, offeso nella sua dignità e distrutto nell’anima e nel corpo e si prende cura di lui riaprendo l’antico dialogo, che sembrava interrotto. La parabola del buon samaritano rappresenta, sotto questo aspetto, il tipo di modello di comportamento di Dio verso gli uomini, che l’uomo si attende dal suo Dio.

Da queste stazioni dolorose, sparse per l’Europa, metafore di una esistenza umana violentemente negata e distrutta, bisognerà ripartire oggi per ridare ragione di un’esistenza, come quella di Dio, che, dopo tutto, costituisce la cifra segreta di ogni possibile esistenza umana e rivendica con prepotenza il suo posto nella storia dell’uomo. Non è vero, parodiando Adorno, che dopo Auschwitz, non si possa più parlare di Dio. Si potrà, invece, continuare a parlare e, forse, con un senso ancora maggiore rispetto al passato, solo che si dovranno recuperare quei tanti significati religiosi dell’esistenza, andati perduti nel corso dei secoli. Sono da recuperare, soprattutto, quei significati che, a partire dalla sofferenza dell’uomo, disegnano una umanità solidale con Dio nel portare a compimento l’opera della creazione.

Perché Dio non è morto ad Auschwitz: qui, come altrove, nel fallimento più totale dell’uomo e nel dolore più grande dell’umanità, egli ha conosciuto nel patire degli uomini la forma più alta di esistere. La passione di Dio ha assunto la stessa passione dell’uomo e le due passioni si sono intrecciate tra loro in un’unica passione, la passione esemplare di ciascun uomo. Se con l’uomo ad Auschwitz è morto anche una parte di Dio , bisognerà dire che con Dio è anche risorto l’uomo. Proprio nel pianto e nel grido accorato di quanti, nonostante tutto il male intorno a loro, continuavano a rivolgersi a Dio, facevano progetti per il futuro e anelavano a un ritorno a una vita più piena per tutti gli uomini, qualunque fosse la loro razza, la religione, la condizione sociale, sta la nuova prova dell’esistenza di Dio.

È per questo che, in realtà, ad Auschwitz Dio non è mai morto del tutto, né poteva morire. Perché, invocato o negato, vituperato o maledetto, dalle bocche di tutte le vittime, il nome di Dio, anche il nome del Dio cristiano, non solo il nome del Dio di Israele, è risuonato forte ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio. Il nome di Dio, detto nelle più diverse lingue si è, infine, confuso nel pianto indistinto di tutte le vittime della Sho’ah ed è risuonato all’unisono come un’unica voce di invocazione. Dio si è reso presente nella sofferenza mortale dell’uomo.

Da tutti i campi si è levata anche dai cristiani una voce di preghiera, soffocata pure essa dal pianto, che invocava Dio: “Vieni in nostro aiuto e soccorrici contro i nostri nemici”[9][9]. Ma nella notte più oscura e più profonda dell’umanità le voci imploranti delle vittime non sono state ascoltate e Dio, impassibile, così è sembrato a molti, è rimasto muto. La forza del male ha potuto trionfare sulla debolezza degli inermi e degli indifesi. Non intervenendo, Dio stesso, forse, ha sperimentato la sua impotenza di fronte alla violenza e alla ferocia di uomini su altri uomini. Ad Auschwitz, afferma Jonas, Dio tacque, “non intervenne, non perché non lo volle, ma perché non fu in condizione di farlo”[10][10]. Il male commesso fu così grande e terrificante da rendere, perfino, Dio impotente, senza, cioè, che potesse intervenire a favore dell’uomo.

I tanti milioni di ebrei, vittime della Sho’ah, non furono soli nel loro calvario. Accanto a loro ci furono molti cristiani che, per motivi diversi, conobbero la stessa fine di morte. Figure esemplari di cristiani hanno condiviso lo stesso destino degli ebrei, loro fratelli nella fede. Così Ebrei e cristiani si sono ritrovati uniti nella comune discendenza da Abramo e insieme si sono interrogati sul loro Dio “assente”, che li aveva “abbandonati alla crudeltà dei loro nemici”.

L’abbandono di Dio è diventato un problema lacerante per tutti, per i morti, come per i vivi. Il ‘patto di elezione’, che fin dai tempi più antichi aveva regolato le relazioni particolarissime tra Dio e il suo popolo, sembrava che fosse stato rotto unilateralmente ed era stato proprio Dio a volerlo rompere, o, almeno non aveva fatto nulla per dare seguito alle sue promesse di fedeltà.

2. LA DOMANDA DI GIOBBE E LA RISPOSTA DI EDITH STEIN

Soli e abbandonati nella terra di nessuno, senza “la mano potente dell’Altissimo” e “in preda ai loro nemici”, per gli Ebrei, e per quanti fra i cristiani, fossero ebrei convertiti o anche ‘tedeschi ariani’, considerati nemici del popolo tedesco, ne avevano condiviso lo stesso destino, era stata studiata fin nei più piccoli dettagli una operazione di “annientamento totale”. Il tanto promesso ‘viaggio ad oriente’, al quale molti ebrei, e tanti benpensanti, avevano anche creduto con fiducia, in realtà, era solo un macabro eufemismo per indicare nello sterminio sistematico degli ebrei la “soluzione finale” allo stesso problema ebraico. Ma, non c’era più all’orizzonte una nuova terra di Canaan, pronta ad accogliere e a dare ospitalità a quanti in fuga dal nuovo Faraone avevano, tra oscuri presagi, iniziato, loro malgrado, un nuovo Esodo, confidando nella ‘mano forte’ e nel “braccio teso” del Dio, che aveva guidato 1’ antico Esodo del popolo di Israele dall’Egitto verso la “terra promessa”.

Piuttosto, questo esodo forzato, che si era venuto realizzando tra disagi e sofferenze inaudite, attraverso gli interminabili e avventurosi viaggi in carri bestiame di donne e bambini, giovani e anziani, vecchi e malati, portava direttamente nelle camere a gas dei campi di sterminio. Era in atto lo sterminio di tutto un popolo. Si veniva a consumare, in realtà, un fratricidio su larga scala: Caino uccideva di nuovo Abele, suo fratello, ma la voce di Dio, che chiedeva a Caino ragione di Abele, non si era udita o, almeno, nessuno l’aveva udita. E così la distruzione degli ebrei poté procedere con celerità secondo i programmi stabiliti.

E, allora, di fronte a tutto questo, “Dov’è il Buon Dio? Dov’è?”, si chiedeva con insistenza qualcuno ad Auschwitz, mentre i prigionieri assistevano a un’esecuzione capitale di tre loro compagni, tra cui un bambino, chiamato da Wiesel, “l’angelo dagli occhi tristi”, rimasto muto, mentre gli altri due adulti inneggiavano alla libertà[11][11]. Ma poi, nel silenzio più cupo e agghiacciante, rimaneva dentro la voce straziante di Abele e, soprattutto, l’odore acre dì carne umana bruciata che prendeva alla gola e la pioggia di cenere che fuoriusciva dai camini dei forni crematori, a testimonianza del grande dramma che si stava compiendo sotto gli occhi di tutti

Sullo sfondo di una crudeltà senza limiti e di un progetto di morte scientificamente costruito, il dolore e l’angoscia, la rabbia e la disperazione di ebrei e di cristiani, popoli storicamente divisi da antichi steccati, da lamenti degli oppressi sono diventati un grido corale, quasi una rivolta, contro Dio. Anche quelli tra loro più religiosi non potevano non porsi le stesse drammatiche domande di tutti. – “Dov’era Dio quando bruciavano i forni crematori ?”. – “Perché questa morte così assurda?”. – “Perché Dio aveva abbandonato il suo popolo ‘nelle mani dei suoi nemici’?” . – “Fino a quando Dio, dimenticandosi del suo popolo, avrebbe ‘nascosto il suo volto’, senza intervenire con ‘mano potente’ per ‘disperdere i malvagi’ e ristabilire il suo regno di giustizia?”.

La stessa domanda di Giobbe sul perché del male nel mondo, risuonata tante volte nei campi di sterminio, risuona forte ancora oggi e ogni possibile risposta non è affatto convincente. Rimane sempre lo spazio per altre domande ancora più inquietanti. Se Dio non è responsabile del male, tuffo ricade allora sulla libertà dell’uomo. Ma Dio, infine, se ha creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza”, se ha stabilito un patto di alleanza con lui e si “prende cura di lui”, “perché non è intervenuto a ristabilire la giustizia offesa, quando lo stesso ordine della creazione veniva sconvolto?”. –“Perché Caino non è stato disperso e messo in condizione di non uccidere più l’innocente?”. Dopo tutto, continuare a parlare di una prova a cui Dio avrebbe voluto sottoporre il suo popolo per la “durezza del loro cuore”, non risolve affatto la questione: la morte degli innocenti non può essere cancellata: rimane, comunque, come un macigno.

A questa domanda di Giobbe, sempre ricorrente nella storia, soprattutto nei suoi passaggi più dolorosi, ha dato una risposta personale, nei termini di una scelta radicale di vita, Edith Stein. Filosofa tedesca, allieva di Husserl, Edith si convertì al cattolicesimo, e divenne suora di clausura nel Carmelo di Colonia. Non esitò ad accettare fino in fondo la sua condizione di ebrea convertita e morì, infine, in una camera a gas, proprio ad Auschwitz, vittima volontaria di espiazione e segno di riconciliazione del popolo di Israele con Dio[12][12]. Nell’ora dell’agonia, l’offerta consapevole della sua vita a Dio, assume il valore di una prova dell’esistenza di Dio.

Consapevole del suo destino si è offerta alle mani del carnefice, facendo della sua morte un inno di lode a Dio. “Ho fiducia, – scriverà Edith nel 1938 ad una madre superiora – che Dio abbia accettato la mia vita. Penso sempre alla regina Ester che è stata scelta tra il suo popolo proprio per intercedere davanti al re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester, povera e impotente, ma il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso e questa è una grande consolazione”[13][13]. Prima di lasciare il Carmelo insieme alla sorella Rosa e di consegnarsi alle SS, venute a prelevarle, le sue ultime parole, prendendo per mano la sorella spaventata, furono un invito ed un incoraggiamento ad andare avanti verso il loro destino, accettando pienamente la volontà di Dio. Nell’invito si esprimeva il senso e il compimento di tutta la sua vita: “Vieni, andiamo per il nostro popolo”[14][14].

Donna di grande sensibilità, dotata di profonda intelligenza speculativa[15][15], “filosofa e scienziata”[16][16], forte e coraggiosa, assetata di assoluto, Edith Stein ha ricercato Dio, quasi senza volerlo, ma lasciandosi guidare verso la verità da una serie di circostanze fortuite[17][17]. La sua ricerca non è stata vana, perché, infine, ha ritrovato Dio camminando sulla strada della fenomenologia e facendo i conti con la sua eredità ebraica, dalla quale peraltro si era allontanata negli anni della sua formazione. Perché, come ebbe a scrivere, “Chi cerca la verità, cerca Dio, ne sia egli consapevole o meno”[18][18]. Il suo incontro con Dio in Gesù di Nazareth era stato decisivo e seppe trarre da esso tutte le conseguenze, anche quelle più dolorose da un punto di vista personale e familiare: fu battezzata nella Chiesa cattolica, divenne carmelitana, finì i suoi giorni in una camera a gas ad Auschwitz, avendo per tutti i suoi compagni di prigionia parole di conforto e di speranza.

Il suo cammino alla ricerca della verità è esemplare e rappresenta il paradigma di una esistenza che nella passione dell’uomo incontra la passione di Dio. Nella sofferenza e nella morte, a cui era sottoposto il popolo ebraico, vedeva il prolungamento della morte del Figlio di Dio, una partecipazione alla Croce di Cristo. Ragioni di sangue e di fede non le consentivano di fuggire o di prendere le distanze dal destino di tuffo un popolo. Ella faceva pur parte di quel popolo e sarebbe stato un tradimento non prenderne coscienza, dividendo il suo destino da quello dei milioni di ebrei, per i quali si avvicinava “l’ora del giudizio”. “La persecuzione degli ebrei era per Edith, la persecuzione dell’umanità di Gesù”. La sua scelta è nel compimento della attesa messianica della religione ebraica dei suoi antenati. La resistenza al male significava per lei non “fuggire la sofferenza, ma prenderla su di sé nella forza della Croce, in segno di solidarietà con gli altri e per gli altri”[19][19]

Fare, oggi, memoria di Edith Stein significa rivisitare e proporre come esemplare la storia di una donna, che ha rivissuto nella sua carne, pur potendosene sottrarre solo se lo avesse voluto, la tragedia della Sho’ah, non subendola come una condanna, ma accettandola come un dono di Dio, come risposta personale alla tragedia che si stava profilando in Europa con le prime persecuzioni contro gli ebrei. Come ebrea e come cristiana, Edith si sentiva chiamata a rappresentare il popolo di Israele davanti a Dio, intercedendo per esso con la preghiera e con il sacrificio e, infine, offrendo la sua stessa vita, dopo che nel 1933 si era adoperata, senza alcun risultato, perché Pio XI scrivesse una enciclica sulla questione ebraica[20][20]

Già da tanto tempo Edith aveva capito, soprattutto da quando Hitler aveva preso il potere, quale destino sarebbe stato riservato agli ebrei europei. Si sentiva a disagio, lei tedesca da tante generazioni, di vivere in Germania. Aveva assistito con sgomento agli assalti di studenti aizzati con gli ebrei dalla propaganda nazionalsocialista e aveva saputo da notizie non confermate ufficialmente, ma riportate da giornali americani, delle atrocità di cui erano vittime gli ebrei. “Avevo, – scriveva Edith – , già sentito parlare in precedenza di crudeli provvedimenti contro gli ebrei. Ma solo allora mi apparve chiaro all’improvviso che Dio metteva di nuovo duramente alla prova il suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino”[21][21]. Nei mesi successivi i fatti, di cui si parlava, diventavano sempre più tragici ed Edith stessa e i suoi familiari dovettero sperimentare su di loro come fosse diventato difficile e rischioso essere ebrei in Germania, stranieri nella propria terra. Attraverso le lettere di quel periodo, scritte da Edith, si possono ricostruire le tante vicende che interessarono i suoi familiari in Germania in seguito alla “notte dei cristalli”, quando uomini, donne e bambini furono scacciate dalle loro case, i negozi distrutti e le sinagoghe bruciate.

I provvedimenti contro gli ebrei ebbero esecuzione immediata: gli ebrei persero i loro diritti e i loro averi, le loro famiglie furono distrutte dall’emigrazione. Gli Stein a Breslavia persero la vecchia attività commerciale di famiglia, come pure ogni altro tipo di attività professionale. Edith fu privata dell’insegnamento. L’esonero dall’insegnamento presso l’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica a Münster, avvenuto nella primavera del 1933, che dovette accettare insieme con suoi concittadini ebrei, diede alla vita di Edith l’occasione per lo sbocco a cui pensava fin dal giorno del battesimo[22][22]. Rifiutò, così, la proposta di trasferirsi in una università sudamericana, come pure rifiutò di continuare tranquillamente il suo lavoro scientifico a Münster, aspettando tempi migliori. Il 4 ottobre del 1933, pur sapendo del grande dolore che questa scelta causava nei suoi familiari, non ebbe più alcuna esitazione di tipo affettivo e poté entrare nel Carmelo di Colonia per seguire la sua vocazione.

Nel suo stare, infine, ad Auschwitz insieme ai suoi fratelli nel sangue, o dovunque i suoi carnefici l’avessero voluto mandare, sta il significato vero di ogni “dire Dio”, inteso come un “compromettersi” con l’uomo e un “prendersi cura” di Dio, accettando anche il rischio di non vedere il suo volto e di sperimentare la sua lontananza e la resistenza ad intervenire nelle vicende umane. “Dire Dio”’ significa qui, soprattutto, essere testimone di un Dio, che rimane pur sempre implicato nelle vicende umane fino ad assumere le sembianze dell’uomo più sofferente.

3. EDITH STEIN VITTIMA DELLA SHO’AH

Nella notte oscura dell’abbandono e nella sofferenza della morte, Edith Stein, figlia di Israele nel sangue, non si è trovata impreparata o recalcitrante. La preparazione a questo possibile esito finale era stata lunga e il desiderio della Croce era profondo. Era ben consapevole dell’esistenza di “una chiamata a patire con Cristo e per questo a collaborare con lui alla sua opera di redenzione”[23][23]. Proprio per questo, riteneva a ragione che “non si poteva desiderare la liberazione dalla Croce, quando si è particolarmente prescelti per la Croce”[24][24]

Tale consapevolezza era radicata in Edith da lungo tempo. Già nel febbraio del 1930 parlava della necessità di “avere fiducia nella imperscrutabile misericordia di Dio”, senza “perdere di vista gli ultimi eventi” e si interrogava su quanto lei stessa avrebbe dovuto fare in concreto per essere fedele alla sua vocazione. “Dopo ogni incontro, – così scriveva -, in cui sento più l’importanza di ogni azione diretta, si acuisce in me un desiderio urgente di essere holocaustum, che si definisce sempre più in : hic Rhodus, hic salta”[25][25]. La scelta finale fu il Carmelo, non una fuga dalla realtà; da lì, infatti, avrebbe vissuto gli avvenimenti del mondo con più partecipazione e sarebbe diventata come la regina Ester, pronta a intercedere per tuffi presso Dio.

Consapevolmente è diventata, perciò, testimone di Dio tra i fratelli e prova vivente della presenza di Dio nel mondo della Scho’ah. “Cristo continua a vivere nei suoi membri e soffre con loro; e la sofferenza, portata in unione col Signore, è sua sofferenza, innestata nella grande opera della redenzione e per questo è feconda”[26][26]. Nel brevissimo e ultimo passaggio nel campo di prigionia di Auschwitz ha invocato il suo Dio ed ha voluto condividere lo stesso destino di morte dei tanti fratelli ebrei, diventando per tutti presenza visibile di Dio. La sua morte accanto ai suoi fratelli, accettata e voluta, deve essere letta nel segno di una riconciliazione con il suo mondo di origine, dopo che con la sua conversione sembrava che avesse voluto recidere i suoi legami affettivi con le sue radici ebraiche.

Nel racconto dei giorni trascorsi a Westerbork ( 5-7 agosto 1942) da Edith, fatto da un commerciante ebreo di Colonia addetto alla sorveglianza dei detenuti, e scampato alla morte, si dà una descrizione commossa di quei giorni dalla quale la figura della Stein emerge “’come un angelo consolatore” nel mezzo di una tragedia che si avvia con la disperazione e l’angoscia di molti alla sua conclusione: “Tra i prigionieri arrivati al campo [di Westerbork] il 5 agosto, suor Benedetta [era il nome da religiosa di Edith Stein] si distingueva per il comportamento pieno di pace e l’atteggiamento calmo. Le grida, i lamenti, lo stato di sovreccitazione dei nuovi arrivati erano indescrivibili. Suor Benedetta andava fra le donne come un angelo consolatore, calmando le une, curando le altre. Molte madri sembravano cadute in una sorta di prostrazione, prossima alla follia; rimanevano a gemere come inebetite, trascurando i figli. Suor Benedetta si occupò dei bimbi piccoli, li lavò, li pettinò, procurò loro il nutrimento e le cure indispensabili. Per tuffo il tempo in cui stette al campo dispensò intorno un aiuto caritatevole che, a ripensarci, sconvolge”[27][27]. Nel campo di smistamento Dio si era reso presente visibilmente tra gli uomini con le parole e con i gesti di questa donna.

La scelta di Edith di ricevere il battesimo nella Chiesa cattolica non era stata indolore e senza conseguenze, sul piano affettivo, con i membri della sua famiglia. La rottura era stata inevitabile, con grave disappunto, soprattutto, della madre, che non riusciva a capire e ad accettare la decisione presa. La sua famiglia di origine era di stretta osservanza religiosa; la madre, soprattutto, era una pia ebrea, che viveva la sua religione nell’osservanza fedele dei precetti della legge ebraica ed aveva educato i suoi figli nel rispetto e nella tolleranza delle altre religioni[28][28]. Edith, però, già da giovanissima si era allontanata dalla fede ebraica. Come ella stessa ebbe a dire fu atea dall’età di tredici anni fino ai vent’anni. Così la sua conversione è “da interpretare come un passaggio da una certa irreligiosità alla religione, e non invece come fuga da un credo ben noto e familiare ad un altro credo. Edith era già estranea all’ebraismo prima di abbandonarlo”[29][29]

L’eredità ebraica, in ombra negli anni della giovinezza, sarà recuperata da Edith, solo più tardi, dopo il battesimo, in continuità con la sua vocazione, come anticipazione di un compimento definitivo in Gesù di Nazareth. Si comprende da qui come il suo più grande desiderio, a cui non diede seguito per non provocare una ulteriore rottura con i suoi familiari, fosse quello di trasferirsi in Palestina, sul monte Carmelo, dove all’epoca delle Crociate , da asceti cristiani era stato fondato l’ordine religioso del Carmelo. La sua scelta di vita era nel solco della riappropriazione, quasi geografica, della propria identità ebraica Si trattava di un atto chiaramente simbolico che voleva significare nelle sue intenzioni un ritorno alle origini della sua identità religiosa. Ebraismo e cristianesimo non potevano costituire due mondi contrapposti, in odio tra di loro, perché rappresentavano, di fatto, per l’intelligenza cristiana della fede più matura la continuità tra un prima e un poi, tra l’inizio e la fine della fede dei patriarchi e dei profeti. Più precisamente un incontro tra questi due mondi era possibile e la preghiera costituiva lo ‘spazio’ entro cui si poteva sperimentare l’avvenuta saldatura.

Da convertita non avrà difficoltà ad accompagnare la madre alla sinagoga e a pregare con lei, riuscendo a sorprendere anche la madre. Soprattutto ritroverà nell’ora difficile del popolo ebraico la sua appartenenza a quel popolo, presentandosi a Dio in un rapporto tanto solidale con esso da chiedergli, ottenendolo, di diventare vittima di espiazione per la sua salvezza. Il dolore degli ebrei, la distruzione che per loro si stava preparando, trovavano in lei un’eco profonda e una partecipazione intensa. Di fronte alla marea montante di odio e di violenza, cui erano fatti oggetto i suoi fratelli ebrei, non le restava che offrire la sua vita. E questa offerta era formulata con un atto di consapevolezza nella sua appartenenza al popolo della ‘promessa’, appartenenza che la conversione, invece di attutire, aveva rafforzato, e che ora sollecitava da lei una traduzione su un piano di vita. La traduzione sarebbe stata, soprattutto, di ordine personale, nella partecipazione, anche fisica, al dolore e alla morte del suo popolo.

L’avventura umana e intellettuale di Edith Stein, tuttavia, non è affatto lineare; essa presenta i segni di una svolta radicale, compiuta alla fine di un lungo travaglio interiore, che avrebbe comportato la scomparsa di tuffo un mondo e l’assunzione di convinzioni e di atteggiamenti profondamente diversi. Un susseguirsi di avvenimenti e di circostanze avrebbe condotto Edith Stein a confrontarsi con il cristianesimo, giungendo, infine a chiedere di farne parte. La filosofia, in questo caso, era stata la via regia per ritrovare Dio pur partendo da una situazione di ateismo.

Lo studio, la lettura di testi sacri, l’incontro con credenti erano stati fattori decisivi. Aveva conosciuto il mondo cristiano attraverso l’incontro con i filosofi Edmund Husserl, Max Scheler, Adolf Reinach, Hedwig Conrad-Martius. Tra questi Husserl era evangelico, Scheler si era convertito al cattolicesimo, mentre Reinach e Conrad-Martius si erano convertiti alla confessione evangelica. Proprio partendo dalla filosofia fenomenologica, e seguendo un cammino già percorso da altri filosofi vicini all’ambiente husserliano, Edith Stein era giunta a Dio. La fenomenologia era diventata per Edith la via più sicura per arrivare a Dio. Il realismo del primo Husserl, al quale si sentiva più vicina, l’aveva portata a riscoprire Dio sulla strada del ritorno alle cose dell’esperienza. Oltre i fenomeni del mondo, oggetto d’indagine, c’era il mistero, a cui i fenomenologi stessi erano giunti, senza, tuttavia concludere, se non vagamente, nella riproposizione del mistero di Dio. Sul piano personale, però, i fenomenologi erano stati più consequenziali, accettando di confrontarsi con l’emergere del mistero. Husserl stesso era consapevole del forte legame che univa la fenomenologia alla professione religiosa e non esitò a cercare le ragioni di questa relazione. Le riflessioni sulla conversione di Edith prima e le discussioni avute, negli ultimi mesi della sua vita, con suor Adelgundis, sua allieva, confermano ampiamente questo interesse di Husserl[30][30]. Nell’estate del 1936, confidandosi con la sua allieva avrebbe detto: “La mia filosofia, la fenomenologia, non vuole essere altro che una via, un metodo che permetta a coloro che si sono allontanati dal cristianesimo e dalla Chiesa, di ritornare a Dio”[31][31]

4. SULLA CROCE CON I FRATELLI EBREI

La Croce diventa per Edith la chiave di lettura delle vicende umane, con un crescendo maggiore negli ultimi anni, quando ormai la filosofa, dopo essersi esercitata lungamente sul mistero di Dio, vede chiaramente prefigurarsi sulla scena del mondo il destino del suo popolo e in esso il suo proprio e si dichiara pronta per l’estremo sacrificio della sua vita. Senza voler sfuggire al suo destino, prende su di sé il peso dell’umanità sofferente dei suoi fratelli ebrei e con questo peso si presenta al suo Dio per salire sulla sua Croce. Lei stessa, nell’assumere nel suo stesso nome di religiosa il nome della Croce , – nel diventare carmelitana chiederà, infatti, di poter essere chiamata Teresa Benedetta della Croce – , diventa garante davanti a Dio della sua volontà di offrirsi in olocausto per la salvezza di tuffi. La Croce è il simbolo della presenza di Dio nel mondo.

Tre settimane prima della sua partenza in Olanda, Edith Stein era perfettamente consapevole del destino che incombeva sul suo popolo e su di lei. I tentativi intrapresi dal suo Convento perché potesse riparare in Svizzera, insieme alla sorella, erano stati negativi; non per questo, però, aveva perso la sua serenità e la sua forza d’animo. La sua riflessione toccava ora più specificamente il tema della Croce, ma su una scena più ampia. Sulla scena del mondo degli uomini, delle vittime, come degli oppressori, collocava la croce come segno di identificazione degli uomini. E, ancora, leggeva gli avvenimenti del tempo come manifestazione della volontà di Dio su di lei. “Sotto la croce ho capito il destino del popolo di Dio, che fin d’allora [nel 1933, quando entrò nel Carmelo] cominciava a preannunciarsi. Ho pensato che quelli che capiscono che tutto questo è la croce di Cristo dovrebbero prenderla su di sé in nome di tutti gli altri. Oggi so un po’ più di allora che cosa vuol dire essere sposa del Signore nel segno della croce, anche se per intero non lo si capirà mai, perché è un mistero”[32][32]. Precedentemente aveva scritto: “Non ho altro desiderio che si compia la volontà di Dio su di me e attraverso di me. Lui conosce quanto tempo mi lascia ancora qui e che cosa succederà poi. In manibus tuis sortes meae. Il futuro è in buone mani e non ho di che preoccuparmi”[33][33]

Da qui si comprende la sua decisione di offrirsi a Dio, nel 1939, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, come vittima di riparazione. Sta qui il senso del suo messaggio rivolto alla madre superiora, nella Domenica di Passione (26 marzo 1939): “Cara madre, mi permetta di offrire me stessa al cuore di Gesù quale vittima d’espiazione per la vera pace: affinché cessi il dominio dell’anticristo, possibilmente senza una seconda guerra mondiale e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo ancor oggi, poiché è l’ora X. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, ed egli chiamerà molti altri in questi giorni”[34][34]. C’è qui esplicitata una vocazione al martirio, che gli ultimi avvenimenti renderanno più prossima.

Così determinata, Edith vivrà gli ultimi mesi della sua vita richiamando sempre a se stessa, e lo scriverà ai suoi interlocutori, la sua scelta di rimettersi nelle mani di Dio quale vittima di espiazione. “Io sono sinceramente contenta di qualunque soluzione, – scriverà probabilmente alla fine del 1941 -. Si giunge a possedere una ‘scientia crucis’ solo quando sì sperimenta fino in fondo la croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore: ave crux, spes unica”[35][35]. La Croce diventa, allora, il paradigma dell’esistenza umana redenta: da segno di obbrobrio diventa segno di salvezza e di speranza. Per Edith Stein la salita sulla Croce della Scho’ah è il compimento della sua vita. L’oscurità di decisioni precedenti cede ora il campo ad una sovrabbondanza di luce. La sua anima, ormai, è pronta per il sacrificio finale.

Proprio l’ultima grande opera di Edith Stein, – uno studio su S. Giovanni della Croce – , rimasta incompiuta, ma solo sul piano della scrittura , uscirà con il titolo di Kreuzeswissenschaft[36][36], quasi per affermare nella croce il fondamento del suo camminare verso Dio con i suoi fratelli ebrei. Il risultato, a cui vuole giungere, sarà una filosofia della persona, orientata in senso religioso.

Già nel titolo si sente l’influenza di Husserl, ma questa rimane come sullo sfondo, perché ora gli interessi spirituali sono ben diversi. L’immediatezza a cui Edith vuole ora arrivare è l’esperienza mistica, questo abbandono totale dell’anima a Dio, che è un perdersi per un ritrovarsi. Si potrebbe dire, da questo punto di vista, che Edith Stein si propone di leggere l’esperienza mistica di S. Giovanni della Croce alla luce delle intuizioni husserliane. L’idea husserliana di una evidenza in se stessa poteva trovare riscontro solo nell’esperienza comune ai mistici. Uno sbocco diverso non sarebbe stato mai esaustivo. Proprio nell’esperienza mistica Edith avrebbe ritrovato lo sbocco finale della fenomenologia, quasi fosse il suo inveramento , oltre che il compimento della sua scelta di darsi pienamente a Dio.

Qui, infatti, la Stein, pur rimanendo sempre ancorata alla fenomenologia e all’insegnamento husserliano, ha scelto di ripercorrere la sua nuova strada sino in fondo. Il suo sforzo è di introdurre nella delineazione di una filosofia della persona tematiche fenomenologiche rivisitate alla luce dell’opzione religiosa. Dalla “scienza della croce”, sviluppando le sue premesse, arriva ad enucleare una filosofia della persona. Nello studio delle leggi fondamentali dell’essere spirituale la sua attenzione si polarizza, soprattutto, sulle questioni concernenti l’essenza e il destino della persona umana. L’io, la persona. la libertà, e, ancora, lo spirito, la fede e la contemplazione, sono questi i temi che caratterizzano l’ultima fatica intellettuale della Stein, volendo dare un fondamento teoretico alla sua vita, che vedeva, ormai, alla fine dei giorni, issata sulla Croce. L’unione con Dio, alla quale ella tendeva, non poteva non consistere per lei che nella morte di croce: morendo sulla croce diventava tutt’uno con Dio: “Se l’anima vuole partecipare alla vita di Cristo, deve passare attraverso la morte di croce: come lui deve crocifiggere la propria natura con una vita di mortificazione e annullamento e lasciarsi crocifiggere con quelle sofferenze e quella morte che Dio sceglie e permette per lei. Più sarà totale questa crocifissione attiva e passiva e più profonda sarà l’unione con il Dio crocifisso e quindi più ricca la partecipazione alla vita divina”[37][37]. Proprio la crocifissione nel campo di Auschwitz sarebbe stato l’atto conclusivo della sua vita.

La Scientia crucis si colloca, così, al termine di una ricerca personale e contemporaneamente all’inizio, di una nuova fase, – l’ultima – , sia religiosa che filosofica di Edith Stein. Il problema non era più di ricercare un punto di contatto tra fenomenologia e tomismo sul versante del realismo, ma di considerare la croce come cifra dell’esistenza, utilizzando per questo un metodo di tipo fenomenologico. L’opera[38][38] nella sua articolazione fa vedere come la teoria non può essere scissa dalla pratica. Ciò che si pensa e ciò a cui si crede deve essere sperimentato nel proprio intimo e vissuto nella testimonianza quotidiana, che, a seconda delle circostanze, può essere eroica o umile, qualche volta, forse, non molto chiara e limpida perché offuscata dalla limitatezza, ma desiderosa sempre di un’unica cosa: camminare sulla via della croce. Sotto questo aspetto, l’ultima parte della Scientia crucis non poteva non richiedere il suo completamento che nella vita stessa di Edith Stein, non sul piano della scrittura. La vita vissuta veniva a costituire, così, il banco di prova di ogni credenza. “La predica della croce sarebbe vana, infatti, se non fosse espressione di una vita di unità col crocifisso”[39][39].

La Scientia crucis, sottolinea la Stein nell’Introduzione, “non va intesa nel senso abituale solito: non si tratta di una teoria, vale a dire di un semplice complesso di proposizioni vere, reali o ipotetiche, né di una costruzione ideale congegnata da un processo logico di pensiero. Si tratta, invece, di una verità già ammessa, di una teologia della croce, ma che è una verità viva, reale ed attiva: seminata nell’anima [,,,] e determinante nella sua condotta, al punto da risultare veramente all’esterno”. Si comprende da qui come “da questo stile e da questa forza […] scaturisce anche la concezione della vita, l’idea che un uomo si fa di Dio e del mondo, sicché tali cose in un sistema di pensiero, m una teoria” Come tale la Scientia crucis termina in un’esperienza, anzi fa tutt’uno con essa. Sta qui il senso dell’affermazione della Stein secondo la quale “si giunge al possesso di una scientia crucis, soltanto quando si sperimenta fino in fondo la croce”. La Scientia crucis diventa così una teologia della croce e una scuola della croce, dove la teoria trova il suo inveramento nella pratica.

Nella vita di Edith Stein questa opposizione tra dire e fare è pienamente superata, quando ad Auschwitz sale lei stessa sulla croce insieme con i suoi fratelli ebrei. Soffrendo le sofferenze di tutti e morendo nell’anonimato di una camera a gas, ella si presenta al suo Dio con fiducia, certa di poter essere esaudita. Sulla Croce di Auschwitz la filosofa tedesca nella profonda unitarietà della sua vita sarà segno di riconciliazione tra il popolo ebraico e il popolo cristiano e prova evidente dell’esistenza di Dio e della “cura” particolare che Dio ha degli uomini. La sua vita, allora, sarà un continuo “dire Dio”, pur se nell’agonia di una morte, accettata dalle mani di Dio, nella consapevolezza che “colui ci dà la croce e sa anche rendersi il peso dolce e leggero”[40][40].

da: Dire Dio ad Auschwitz: Edith Stein e la Sho’ah , in AA.VV., La Sho’ah tra interpretazione e memoria, Vivarium, Napoli 1998, pp. 707-32


[1][1] Crr. A. COREN, The Tremendum: A Theological Jnterpretation of thr Holocaust, Crossroad, New York 1981 6. KREN – L.RAPPORT, The Holocaust and the Crisis ofHuman Behavior, Holmes &Meier, New York 1980.

[2][2] F. CAMON, Conversazione con Primo Levi, Garzanti, Milano 1991. Su Auschwitz come luogo teologico’ cfr. J. KOLIN – J. B. MFTZ, Auschwitz, in Dizionario delle questioni religiose del nostro tempo. trad. it., Queriniana, Brescia 1992.

[3][3] Gli Ebrei sterminati nei campi di concentramento voluti da Hitler fuirono diversi milioni. Secondo il tribunale internazionale di Norimberga il numero degli ebrei sterminati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale ammonta a sei milioni. Nei paesi europei controllati da Hitler su 8.295.000 ebrei ne sono morti 6.093.000, ossia il 73,4%. Cfr. E. de MIRIBEL, Edith Stein. Dall’università al lager di Auschwitz trad. it. dì 6. Fiori, Edizioni Paoline, Milano 1987,pp. 220-1.

[4][4] Edith Stein (Breslavia 12 ottobre 1891 – Auschwitz 9 agosto 1942), nasce da famiglia ebraica, profondamente credente. Dopo i primi studi universitari a Breslavia, segue le lezioni di Husserl a Gottinga e a Friburgo e rimane affascinata dalla figura di Max Scheler. Allieva prediletta di Husserl e successivamente sua assistente a Gottinga e poi a Friburgo, collabora attivamente con il suo maestro nell’ordinare i suoi testi delle lezioni e i suoi manoscritti. Nell’estate del 1921 si converte al cattolicesimo e il l° gennaio dell’anno successivo riceve il battesimo. Insegna a Spira (1923-1931) e poi a Münster all’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica. Nel 1931 le viene rifiutata una cattedra alla Facoltà di Filosofia di Friburgo-in­-Brisgau; Heidegger, successore di Husserl, la ritiene troppo cattolica. La sua carriera accademica viene bruscamente e definitivamente interrotta nel 1933 con le prime leggi razziali promulgate dai nazisti. Il 14 ottobre dello stesso anno, realizza la sua antica vocazione entrando nel Carmelo di Colonia. Il 2 agosto del 1942 viene prelevata dalla polizia segreta del Terzo Reich dal Convento carmelitano di Echt, in Olanda, dove era stata trasferita il 31 dicembre del 1938, in seguito alle persecuzioni razziali. Condotta nel campo di raccolta di Westerbork, presso Hooghalen, viene poi trasferita ad Auschwitz, dove, una settimana più tardi, troverà la morte, insieme alla sorella Rosa, in una camera a gas. Giovanni Paolo II l’ha proclamata beata.

[5][5] Hans Jonas (il concetto di Dio dopo Auschwitz Una voce ebraica, trad. it. a cura di C. Angelino, il Melangolo, Genova 1991) ha scritto su questo argomento delle pagine molto acute, ponendo in risalto la radicalità della domanda di Dio dopo la tragedia di Auschwitz. Vedere anche G.M.PIZZUTI, L ‘eredità teo­logica del pensiero occidentale: Auschwitz, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, soprattutto il capitolo 111: Auschwitz, pp. 10142.

[6][6] Cfr. H. ARENDT, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it., Feltrinelli, Milano 1964. Proprio per questo ‘Ad Auschwitz è successo qualcosa che noi tutti non eravamo preparati a comprendere'(

H. ARENDT, Che cosa resta? Resta la lingua materna, in ‘ Aut-Aut’, 239-240, p. 22).

[7][7] T. W. ADORNO, Minima moralia, trad. it. di R. Solmi, Emaudi, Torino 1974, p.235£ Cli. P. PIFANO La luce di Giobbe tra teologia e dramma, Santi Quaranta, Treviso 1994, p.l 33.

[8][8] A questa esigenza risponde lo stesso Jonas, quando in risposta alla domanda di Giobbe riformula la risposta nei termini di una ‘rinuncia’ da parte di Dio alla sua potenza. Cli. lvi, p. 39.

[9][9] Centinaia di migliaia sono stati i cristiani, – cattolici e protestanti – , finiti torturati a morte nei campi di sterminio. Le cifre sono incerte. Nel numero bisogna considerare le centinaia di cattolici olandesi di origine ebraica, – quasi ottocento -, avviati nelle camere a gas, senza dimenticare figure come il pastore Bonhoeffer e i tanti sacerdoti cattolici, tra i quali P. Kolbe, testimoni di Dio tra i fratelli a Tagel, Auschwitz, Dachau, Mautausen. La decisione dei vescovi olandesi, il 26 luglio 1942, di dare lettura nelle chiese di un telegramma indirizzato al commissario imperiale Seysslnquart, nel quale si esprimeva il loro sdegno contro le persecuzioni degli ebrei, lii l’inizio in Olanda delle persecuzioni contro i cattolici di origine ebraica. Una delle vittime più illustri di queste persecuzioni fii Editti Stein. Cli. W. UERBSTRITH ( a cura di), Edith Stein. Vita e testimonianze, trad. it., Città Nuova, Roma 19902, p. 61.

[10][10] H. JONAS,, il concetto di Dio dopo Auschwitz, cit., p. 35.

[11][11] Cfr. E. WIESEL, La notte, Giunti, Firenze 1980, pp.66-7. ‘ Dietro di me, – scrive Wiesel , raccontando questo episodio di impiccagione di prigionieri, a cui aveva assistho -, udii il solito uomo domandare: Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: Dov’è? Eccolo: è appeso li, a quella forca’.

[12][12] Su Edit Stein vedere la bibliografia più recente curata da A.M. Pezzella e P. Conforti contenuta nel volume di E. STEIN, La ricerca della verità Dalla fenomenologia alla filosofia cristiana, ed. it. a cura di A. Ales Bello, Città Nuova, Roma 1993, pp. 231-42.

[13][13] E. STEIN, La scelta di Dio. Lettere (1917-1942), ,trad. it., Città Nuova, Roma 1973, p. 131.

[14][14] Ivi p. 161

[15][15] Nei suoi colloqui con Husserl, la benedettina suor Adelgundis Jaegersclirnid, allieva di Husserl e amica della stessa Stein, riporta il giudizio del filosofo: ‘ Curioso, Ella ( Editti Stein) vede da una montagna la chiarezza e l’ampiezza dell’orizzonte nella sua meravigliosa trasparenza e soavità, ma sceglie l’altra strada, quella del ripiegamento verso l’interno e della prospettiva dell’io… In lei, tutto è assolutamente autentico. Altrimenti direi che ci deve essere qualcosa di artefatto. Ma in conclusione, negli ebrei il radicalismo e l’amore per il martirio è sempre stato molto fort&’ ( A. JAEGERSCHMID OSB, Gesprdche mit Husserl 1931-1936, in ‘Stimmen derzeit’,q.1, anno 106, gen. 1981,p.51).

[16][16] R. INGARDEN, Uber die phìlosophischen Forschungen Edith Steins, ‘in ‘Znak’, aprile 1971,n, 202, pp.2 sgg.

[17][17] Una di queste circostanze fa la lettura della biografia di santa Teresa d’Avila. Nell’estate del 1921, trovandosi a casa dell’amica fledwig Conrad-Martius, ebbe tra le mani questo libro, che suscitava interesse tra i fenomenologi per la capacità di santa Teresa di descrivere in modo cosi vivo le sue ‘esperienze’. Continuò a leggere il libro tutta la notte. La mattina, chiudendo il libro, ebbe da affermare : ‘Questa è la verità’. La sua vita ebbe, allora, una svolta radicale. Cli. E. de MIRIBEL, Edith Stein, cit., p. 50.

[18][18] E. STEIN, Selbstbildnis in Briefen, in Werke Ix, Band Il, Druten, Louvain – Freiburg i. Br. 1977, p. 102.

[19][19] E. STEIN, La mistica della croce, trad. it., Città Nuova, Roma 1985, p. 88.

[20][20] Così scriveva Edith Stein nel 1933: “Nelle ultime settimane avevo sempre meditato domandandomi se potessi fare qualcosa anch’io per il problema degli ebrei. Infine avevo deciso di recarmi a Roma e di chiedere al Santo Padre un’enciclica in un’udienza privata… Anche se compiere un passo tanto estremo corrispondeva al mio carattere , in qualche modo sentivo che non era il ‘vero’. Cosa fosse il vero, non lo sapevo tuttavia nemmeno io”( W. HERBSTRITH, Der Weg Edith Steins. Bilder des Lebens, München 1982, p. 104). Il progetto, però, non andò in porto. Edith Stein scrisse, comunque, una lettera a Pio IX, nella quale prospettava i gravi problemi che il paganesimo nazista stava per creare agli ebrei e avrebbe creato, o prima o poi, agli stessi cattolici. Di qui la necessità di una Enciclica. Solo quattro anni più tardi Pio XI avrebbe scritto una tale lettera ( Mit brennender Sorge).

[21][21] E. STEIN La mistica della croce, cit., p.88.

[22][22] Quando Edith Stein seppe di essere stata privata dell’insegnamento ebbe a scrivere: “Se non posso continuare oggi non c’è più nessuna possibilità per me in tutta la Germania. .. Provai quasi un senso di sollievo al pensiero di essere colpita anch’io dalla sorte comune…”( E. STEIN, Come giunsi al Carmelo di Colonia, in TERESlA RENATA, Edith Stein, Morcelliana, Brescia, 1952, p.7 i).

[23][23] E. STEIN, La scelta di Dio, cit., p. 68.

[24][24] Ivi,p. 146.

[25][25] Ivi, p. 46.

[26][26] Ivi, p. 69.

[27][27]Cit. in E. de MIRIBEL, Edith Stein, cit., pp. 206-7.

[28][28] Della religiosità della madre e dell’educazione ricevuta in famiglia cosi ne parla la Stein: “Si studiavano i comandamenti, si leggevano dei brani della Sacra Scrittura e si imparavano alcuni salmi a memoria. Mia madre ricorda il profondo entusiasmo con cui partecipava a queste lezioni. Venivamo costantemente educati al rispetto per tutte le religioni e a non parlarne mai”. Nel giorno del Kippur la madre stava tutta la giornata nella sinagoga. “Nessuno di noi, aggiunge Editti, si dispensò mai dal digiunare, anche quando non condividevamo più la fede di nostra madre, né ci attenevamo alle prescrizioni di rito al di fuori delle mura domestiche” ( E. STEIN, Aus dem Leben einer jüdischen Familie, in Werke VII, E. Nauwelaerts, Herder, Louvain-Freiburg i. Br. 1965, p.7.41).

[29][29] S. BATZDORFF-BIBERSTEIN, Ricordo di mia zia Edith Stein, in W. {LERBSTRITH ( a cura di), Edùh Stein. Vita e testimonianze, cit., p. 74.

[30][30] Cfr. A. JAGERSCHMID Die letzten Jahre E. Husserl 1936-38, in ‘ Stimmen der Zeit’, 199, 1981,pp.129-138; trad. it. in E. de MIRIBEL, EdùhStein, cit.,pp. 213-219.

[31][31] Ivi, p.214.

[32][32] E. STEIN, La scelta di Dio, cit., p. 132.

[33][33] Ivi, p. 140.

[34][34] Ivi, p. 138.

[35][35] 1vi,p. 152.

[36][36] Cfr. E. STEIN, Kreuzeswissenschaft. Studie über Joannes a Cruce, in Werke I , E, Nauwerlaerts, Herder, Louvain-Freiburg i. Br. 1950; trad. it. Scientia Crucis. Studio su 5. Giovanni della Croce, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1982. Editti Stein iniziò a scrivere quest’opera nell’agosto del 1941 e vi stava ancora lavorando ,quando venne tratta in arresto il 2 agosto del 1942. La terza parte non poté essere portata termine, di essa rimane solo un frammento.

[37][37] E. Stein, La scienza della croce, cit., p. 27.

[38][38] La Scientia crucis è suddivisa in tre parti: la prima riguarda il messaggio della croce, la seconda, più ampia, sviluppa la dottrina della croce; la terza, rimasta sotto forma di frammento, si intitola sullavia della croce.

[39][39] Ivi, p. 252.

[40][40] E. STEIN, La scelta di Dio, cit., p.134.

(Teologo Borèl) Luglio 2005autore: Rocco Pititto

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FEMA camps: I campi di concentramento degli USA

Traduzione di Dioni per Informare x Resistere

FEMA ovvero Federal Emergency Management Agency, l’Agenzia Federale degli Stati Uniti per la Gestione delle Emergenze,ha più di 800 campi di concentramento negli Stati Uniti. Alcuni campi sono stati recentemente costruiti e / o rinnovati e sono pienamente equipaggiati. L’esistenza dei campi, accanto agli ordini esecutivi presidenziali che danno al presidente e al Dipartimento di Sicurezza Nazionale (del quale la FEMA è ora parte) il controllo sulle ‘essenziali funzioni nazionali’ nel caso di ‘emergenza catastrofica’ hanno portato alla preoccupazione che i campi possano essere usati per detenere con forza i cittadini americani per scopi incostituzionali.

Federal Emergency Management Agency (FEMA)

Storia

La FEMA è stata creata il 1 aprile 1979 ai sensi ordine esecutivo 12127del presidente Jimmy Carter. Essa è la fusione della Federal Insurance Administration, la National Fire Prevention e Control Administration, la National Weather Service Community Preparedness Program, la Federal Preparedness Agency e la Federal Disaster Assistance Administration. Assunse anche la difesa civica dal Dipartimento della Difesa, che era incaricato di preparare i cittadini di un attacco militare. [1]

Nel 1993 Bill Clinton trasformò la direzione della FEMA in una posizione di gabinetto. Nel 2003 la FEMA divenne parte del Department of Homeland Security Emergency Preparedness e Response Directorate. [2]

Scopo dichiarato

Lo scopo dichiarato della FEMA è quello di ridurre “la perdita di vite e di proprietà e proteggere la nazione da tutti i rischi, compresi disastri naturali, atti di terrorismo e altri disastri causati dall’uomo, conducendo e sostenendo la nazione in caso di pericolo, comprendendo il sistema di preparazione, protezione, risposta, recupero e mitigazione della gestione delle emergenze”. [3]

Operazioni recenti

La più notevole operazione su larga scala della FEMA in tempi recenti è stata in seguito di agosto 2005 l’uragano Katrina, che si è verificato lungo il centro-nord della costa del Golfo, riguardanti in particolare New Orleans, Louisiana. La risposta della FEMA al disastro è stata ampiamente criticata a causa di una reazione lenta e inadeguata, bloccando l’assistenza esterna pubblica e privata da individui e gruppi tra cui la Croce Rossa, [4] ha impedito fotografie dei morti [5] e confiscato l’equipaggiamento dei giornalisti [6] e armi da fuoco legalmente possedute in casa. [7]

La relazione del 2006 del Congresso sulla gestione della FEMA di Katrina ha dichiarato che è “… un fallimento nazionale, un’abdicazione del più solenne obbligo di provvedere al benessere comune” [8]

Critiche

Alcuni hanno criticato il fallimento della FEMA imputandolo al suo concentrarsi sulla ‘difesa civile’ della continuità del governo e dei programmi di risposta al terrorismo a danno della sua prontezza a rispondere ai disastri naturali. È stato inoltre affermato che l’uragano Katrina è stato utilizzato come test per eseguire il programma di continuità del governo, permettendo alla FEMA di provare a radunare e ricollocare un gran numero di persone nei campi, sospendendo i loro diritti costituzionali e militarizzando la regione [9] con l’aiuto di privati appaltatori militari (mercenari). Black Water USA, un’azienda di sicurezza privata, è stata utilizzata nel dopo Katrina. [10]

Poteri e Preparativi per uno Stato di Emergenza Dichiarato

REX-84 e l’Operazione Garden Plot

Readiness Exercise 1984 (REX-84) è un programma di risposta alle emergenze che comprende l’instaurazione della legge marziale, lo spostamento delle popolazioni civili e l’arresto e la detenzione di segmenti della popolazione. Una prova del programma è stata effettuata dal 5 a l13 Aprile del 1984. E’ stata diretta dalla FEMA e dal Dipartimento della Difesa e riguardava il coordinamento di 34 altri dipartimenti e agenzie federali. [11] REX-84 è stato menzionato durante la seduta Iran-Contra [12] ed esposta pubblicamente dal Miami Herald Domenica 5 Luglio 1987. [13]

Simili esercitazioni su larga scala di preparazione alle emergenze sono state compiute regolarmente da allora. Le più recenti annunciate, organizzate dalla NORTHCOM, sono previste per il 15-20 Ottobre. [14] Alcuni affermano che le esercitazioni continuano ad includere preparativi per la sospensione della Costituzione e l’attuazione della legge marziale. [15]

L’Operazione Garden Plot è un esercito degli Stati Uniti ed un programma della National Guard sotto il controllo dello US Northern Command (NORTHCOM) per fornire appoggio militare federale durante disordini civili interni. Un esempio di attuazione del programma è stato durante la rivolta di Los Angeles 1992, quando l’esercito americano e le forze dei Marine sono stati utilizzati in combinazione con la National Guard della California. [16] A Los Angeles è stato emanatoun ordine esecutivo per permettere l’uso dell’esercito federale a sostegno delle leggi nazionali ai sensi del Posse Comitatus Act del 1878 che pone delle restrizioni sull’uso nazionale dell’esercito a fini di contrasto. [17]

Recentemente, tuttavia, la Sezione 1076 Public Law 109-364, o detto anche “John Warner Defense Authorization Act of 2007″ (HR5122) ha modificato il Posse Comitatus e l’Insurrection Act (che pure pone dei limiti sullo spiegamento nazionale dell’esercito) per permettere al governo Federale di prendere il controllo unilaterale della National Guard dello stato e le truppe federali in qualsiasi parte del paese durante un ‘emergenza pubblica’. [18]

Ordini esecutivi

Per tutto il 1960 sono stati emessi numerosi ordini esecutivi presidenziali che autorizzano le agenzie Federali ad assumere funzioni essenziali in caso di un’emergenza dichiarata. I poteri includono, tra tanti altri, l’autorità del governo federale di prendere il controllo delle infrastrutture di trasporto, comprese autostrade e porti marittimi (10990), risorse alimentari e fattorie (10998) e mobilitare i cittadini in brigate di lavoro supervisionate dal governo (11000). [19]

Il 9 maggio 2007, il Presidente George Bush ha riaffermato il ruolo del governo federale durante un’emergenza dichiarata pubblicando l’Ordine Esecutivo NSPD 51 / HSPD-20. L’Ordine afferma che in caso di ‘emergenza catastrofica’ tutte le ‘essenziali funzioni nazionali’ possano essere assunte dal ramo esecutivo del governo e dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale (FEMA inclusa). [20]

Campi di detenzione

Sviluppi e costruzione

Nell’agosto del 2002 l’allora procuratore generale John Ashcroft chiese che i cittadini americani che vengono definiti ‘combattenti nemici’ vengano detenuti a tempo indefinito e senza accusa, indipendentemente dall’autorità giudiziaria. [21] Questa posizione legale fu confermata nel caso di un cittadino Usa detenuto all’estero dalla sentenza del Gennaio 2003 della 4 ° corte d’appello circoscrizionale degli Stati Uniti. [22]

Nell’ottobre 2006 il Military Commissions Act fu approvato dal Congresso. [23] La legge si applica ai cittadini non statunitensi e permette di imprigionare gli individui etichettati come ‘combattenti nemici’ a tempo indefinito e senza accusa. Questo nega anche la revisione giudiziaria sulla detenzione del tribunale non-militare (Sezione 7), non tiene conto dei trattati internazionali come la Convenzione di Ginevra, e afferma che è il Presidente che definisce cosa costituisca tortura (sezioni 5 e 6).

Nel gennaio del 2007 l’American Civil Liberties Union ha pubblicato un rapporto basato su documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act, che mostra che il Pentagono ha monitorato almeno “186 proteste anti militari negli Stati Uniti e raccolto più di 2800 rapporti, riguardanti americani, in un archivio di minacce anti-terroristiche “. [24]

Da qualche tempo la FEMA si sta rinnovando e costruendo nuovi campi di detenzione in tutto il paese. Nel gennaio 2006 la Haliburton, filiale della KBR, ha annunciato di aver ricevuto un contratto, a quantità e tempo indefinito, per la costruzione di strutture detentive per il Department of Homeland Security per un valore massimo di 385 milioni dollari in 5 anni. [25]

Scopo dichiarato

Poco è stato detto sullo scopo dei campi di detenzione, ma quando un commento ufficiale è stato fatto, hanno dichiarato che i campi sono per la temporanea detenzione di immigrati illegali. [26]

Quantità e Sedi

I cittadini che sono preoccupati sullo scopo e sul potenziale uso dei campi di detenzione si sono documentati e, quando possibile, hano filmato le strutture detentive. Una stima attuale del numero di campi di detenzione è di oltre 800 situati in tutte le regioni degli Stati Uniti con diverse capacità massime (NDR: Arrivano ad ospitare in media 20.000 persone). [27] Se si includono gli edifici governativi attualmente utilizzati per altri scopi, il numero è di gran lunga maggiore. E’ stato pubblicato un video dei campi di detenzione ristrutturati ma vuoti. [28]

Note

[1] Executive Order 12127–Federal Emergency Management Agency

http://www.fas.org/irp/offdocs/eo/eo-12127.htm.

[2] Federal Emergency Management Agency. “About FEMA” April 1, 2007 .

[3] Ibid.

[4] Federal Emergency Management Agency. News Release. “First Responders Urged Not To Respond To Hurricane Impact Areas Unless Dispatched By State, Local
Authorities” 29 August 2005 http://www.fema.gov/news/newsrelease.fema?id=18470;

Rodgers, Ann. “Homeland Security won’t let Red Cross deliver food” Pittsburgh Post-Gazette. 3 September 2005

Zarend-Kubatko, Jill. “Disaster touches area residents” Valley Life. 2 September 2005 http://www.zwire.com/site/news.cfm?newsid=15147862&BRD=&gt;.

[5] Editorandpublisher.com. “Journalist Groups Protest FEMA Ban on Photos of Dead” 7
September 2005 http://www.mediainfo.com/eandp/news/article_display.jsp?vnu_content_id=1001055768&gt;.

[6] Gebauer, Matthias. “The Eye of the Hurricane” Spiegel Online International.

http://www.spiegel.de/international/0,1518,373590,00.html&gt;.

[7] Berenson, Alex and Timothy Williams. “New Orleans Begins Confiscating Firearms as Water Recedes” New York Times. 8 September 2005 http://www.nytimes.com/2005/09/08/national/nationalspecial
08cnd-storm.html?ex=1189483200&en=b7a5f1efcf668506&ei=5070>.

[8] Cable News Network (CNN). “Report: Katrina response a ‘failure of leadership’:
Homeland Security secretary described as ‘detached’” 14 February 2006

http://www.cnn.com/2006/POLITICS/02/13/katrina.congress/index.html?iref=newssearch&gt;.

[9] Nimmo, Kurt. “Attacks on democratic rights, breaching legal barriers: FEMA and
Katrina: REX-84 Revisited” Global Research. 11 September 2005 http://www.//globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=NIM20050911&articleId=929>.

[10] Scahill, Jeremy. “In the Black(water)” The Nation. 22 May 2006

http://www.thenation.com/doc/20060605/scahill&gt;.

[11] Reynolds, Diana. “The Rise of the National Security State: FEMA and the NSC.” Publiceye.org. 1990 .

[12] “Suspension of American Constitution Oliver North.”

[13] Chardy, Alfonso. “Reagan Aides and the ‘Secret’ Government.” The Miami Herald. 5 July 1987 http://www.theforbiddenknowledge.com/hardtruth/secret_white_house_plans.htm&gt;.

[14] United States Northern Command. “Exercise Vigilant Shield ’08 slated for October.” 30 August 2007 http://www.northcom.mil/News/2007/083007.html&gt;.

[15] Rogers, Lee. “NORTHCOM Plans 5 Day Martial Law Exercise.” Intel Strike. 5 September 2007 http://intelstrike.com/?p=57&gt;.

[16] Global Security. “Operation Garden Plot JTF-LAJoint Task Force Los Angeles”.

[17] Morales, Frank. “U.S. Military Civil Disturbance Planning:
The War At Home” Covert Action Quarterly, #69 Spring / Summer 2000. http://cryptome.org/garden-plot.htm&gt;.

[18] Morales, Frank. “Bush Moves Towards Martial Law” Toward Freedom. 26 October 2006 .

[19] Anonymous. “FEMA Concentration Camps: Locations and Executive Orders” Friends of Liberty. http://www.sianews.com/modules.php?name=News&file=article&sid=1062&gt;.

[20] The White House. “Presidential Directive NSPD 51, HSPD-20.” 9 May 2007 .

[21] Turley, Jonathan. “Camps for Citizens: Ashcroft’s Hellish Vision” Los Angeles Times. 14 August 2002 .

[22] Cable News Network (CNN). “Americans may be held as ‘enemy combatants,’ appeals court rules.” 8 January 2003 http://www.cnn.com/2003/LAW/01/08/enemy.combatants&gt;.

[23] The Library of Congress. Military Commissions Act of 2006. 17 October 2007 http://thomas.loc.gov/cgi-bin/bdquery/z?d109:S.3930:&gt;.

[24] American Civil Liberties Union. “ACLU Report Shows Widespread Pentagon Surveillance of Peace Activists” Press Release. 17 January 2007 http://www.aclu.org/safefree/spyfiles/28024prs20070117.html&gt;.

[25] Halliburton Public Relations “KBR Awarded U.S. Department of Homeland Security Contingency Support Project for Emergency Support Services.” 24 January 2006 http://www.kbr.com/news/2006/govnews_060124.aspx&gt;.

[26] Ibid.

Scott, Peter Dale. “Homeland Security Contracts for Vast New Detention Camps.” New America Media. 8 February 2006 http://news.pacificnews.org/news/view_article.html?article_id=eed74d9d44c30493706fe03f4c9b3a77&gt;.

[27] Friends of Liberty “FEMA Concentration Camps: Locations and Executive Orders.”

http://www.sianews.com/modules.php?name=News&file=article&sid=1062&gt;.

[28] FEMA Camp Footage (Concentrations Camps in USA). http://www.youtube.com/watch?v=0P-hvPJPTi4.

Fonte (articolo in inglese): http://www.globalresearch.ca

http://dioni.altervista.org/campi_di_concentramento_FEMA.html

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Le Visioni dei mistici Europei: Guerra in Europa

Nel continuare l’indagine sul terribile destino che l’Europa e il mondo stanno costruendo con le proprie mani vediamo ora la concordanza con profezie di mistici e veggenti meno conosciuti al “grande pubblico”, ma estremamente interessanti per i dettagli delle visioni e i particolari descritti.

La maggior parte di queste visioni appartengono a mistici dell’Europa centrale concentrati nel secolo Novecento. Il tempo delle visioni è quello della Guerra Fredda quando il comunismo e la Russia erano visti come i grandi nemici da combattere. Quel che sorprende tuttavia è il fatto che gli eventi descritti non appartengono al tempo in cui i veggenti parlano, ma sono proiettati in là nel futuro, dopo “la confusione nei Balcani” e la caduta del comunismo nell’Europa dell’Est.

Queste visioni si aggiungono a quelle mostrate nel precedente articolo per continuare l’indagine e rendere il quadro complessivo sempre più chiaro. Nel prossimo articolo cercheremo invece di stabilire il tempo degli eventi.

Korkowski Polonia 1983

“Non fatevi ingannare, il blocco orientale (Russia) fingerà accordi di pace: con l’apertura dei confini, con trattati di scioglimento di alleanze, con patti di neutralità. In seguito, quando sarete (popoli dell’est Europa, Polonia) al di fuori della protezione del blocco Occidentale (USA), sarete attaccati.”

Questa profezia viene prima della caduta del Muro di Berlino e annuncia che il pericolo che viene dall’Est non si estinguerà con quegli eventi, ma dissimulerà le proprie intenzioni fino al momento in cui potrà agire indisturbato. Si conferma quanto abbiamo dedotto nel precedente articolo.

Alois Irlmaier, Baviera 1950

“I Russi non si fermeranno nella loro avanzata in tre direttrici; giorno e notte avanzeranno per raggiungere il distretto della Ruhr dove si trovano la maggior parte delle fabbriche.”

“Avverrà dopo la confusione nei Balcani.”

La confusione nei Balcani l’abbiamo vista in tutto il decennio degli anni ’90 con la dissoluzione della Ex Jugoslavia. Ben sappiamo che con le vicende del Kosovo si è sfiorato effettivamente nell’aeroporto di Pristina uno scontro fra Russia e truppe occidentali. Tuttavia la situazione nell’area rimane piuttosto fluida e come vedremo non è escluso che avvenga qualche altro disordine.

Biernacki, Polonia 1984

“In seguito, l’armata rossa colpirà la Germania Occidentale esattamente fino al confine con la Francia.”

Johanson, Scandinavia 1907

“L’assalto dall’Est, come predetto, avverrà per un vasto fronte dalla Scandinavia, alla Germania, all’Italia Settentrionale.”

Brandt, Germania 1962

“Ho visto i carri armati Russi avanzare fino a Rottenburg; era un giorno di nebbia con il cielo nuvoloso.”

Fratello Adam, Wuerzburg 1949:

“La guerra scoppierà nel sud est, ma sarà solo un trucco per ingannare le forze d’opposizione. La Russia ha preparato a lungo i piani d’attacco. Ogni ufficiale russo ha già le direttive dell’operazione e attende solo il segnale d’inizio. Per prima cosa l’attacco sarà diretto contro la Svezia e poi verso la Norvegia e la Danimarca.

Allo stesso tempo sezioni dell’esercito Russo avanzeranno dalla Prussia Orientale, dalla Sassonia e dalla Turingia fino al Reno al fine di prendere il controllo del Canale della Manica a Calais. Nel Sud l’esercito Russo si unirà all’esercito Yugoslavo. I loro eserciti si uniranno per irrompere in Grecia e in Italia. Il Santo Padre deve fuggire velocemente per salvarsi dal bagno di sangue. Molti cardinali e vescovi saranno fra le vittime. In seguito [i Russi] cercheranno di avanzare in Spagna e in Francia verso la costa Atlantica per tentare di riunirsi con le armate avanzate nel Nord e completare l’accerchiamento dell’Europa centrale. La terza armata Russa, il cui compito sarà quello di occupare le aree rimaste e di rafforzare il movimento comunista (il quartier generale del governo comunista non sarà a Mosca, ma a Bamberg) sarà ostacolata nella sua avanzata dalle rivoluzioni nel Sud e andrà in rapida dissoluzione, mentre un Grande Monarca scelto da Dio attaccherà l’armata nel Nord a Niederrhein e la sconfiggerà con le armi più moderne.

In Sassonia si piazzerà l’armata russa principale, ma verrà colpita e distrutta. In questo modo terminerà la guerra in Germania. Ciò che sarà rimasto delle armate russe sarà incalzato fin dentro al territorio della madrepatria e spazzato via.”

Queste visioni, estremamente precise nei particolari, descrivono con ancora più dettagli lo scenario che avevamo disegnato. Invasione improvvisa da Est che colpirà l’intera area centrale dell’Europa con rivolte e guerre che colpiranno la Scandinavia (lo avevamo dedotto dalla lettura delle profezie, mentre qui viene esplicitamente dichiarato), la Germania, la Francia, la Spagna, l’Italia e l’Inghilterra.Il comunismo di cui i veggenti parlano è lo stesso di quello della Guerra Fredda? Sono “rivoluzioni colorate” autoctone della tecnocrazia apolide europea di cui la Russia approfitterà? O dovremo aspettarci un cambio di governo a Mosca? Interessante la citazione di Bamberg come centro ideologico rivoluzionario, in quanto intorno all’anno 1000 fu la capitale del Sacro Romano Impero mentre nella storia recente fu un centro di resistenza contro la propagazione del comunismo in Germania. Viene citata la Yugoslavia che oggi non esiste più, ma dobbiamo considerarla come l’indicazione dell’area geografica dei Balcani dove la Serbia ha mantenuto i rapporti più stretti con la Russia. Si conferma la grande concordanza con le principali profezie cristiane riguardo alla persecuzione della Chiesa e al Santo Padre e all’emersione del Grande Monarca. Inoltre, proprio come detto da Nostradamus nell’Epistola al Re Enrico II del 1557, i Re Orientali saranno inseguiti fin dentro ai loro confini e sterminati.

Una suora dell’ordine della Regina Brigitta, 1970

“La Terza Guerra Mondiale comincerà alcuni giorni dopo l’assassinio di un leader del settore fra la Yugoslavia e l’Ungheria.”

Anche qui abbiamo un’indicazione interessante. Il Sud Est di cui si è parlato sembra proprio l’area Balcanica e le vicende politiche attuali dell’Ungheria, con un governo ostile alla tecnocrazia europea, sembrano confluire verso la direzione descritta da queste visioni. Nel Ramo 5 del Nuovo Millennio di Nostradamus sembrano esserci indicazioni proprio in tal senso.

Torna ancora una volta il concetto delle rivoluzioni in Europa. La crisi economica sarà il pretesto per scatenare le rivolte che, dal mio punto di vista, somiglieranno molto alla struttura delle rivoluzioni colorate che abbiamo visto nel Nord Africa, in Ucraina e Georgia e ora, forse, in Turchia. Non è difficile ipotizzare che tale modello verrà “esportato” in Europa (vedere situazioni incandescenti in Grecia, Spagna e Portogallo).

Josef Stockert 1947

“I carri armati percorrono la Germania; verranno da Est e con gran velocità si dirigeranno a Ovest. Abbatteranno ogni ostacolo incontrato per via. Punteranno ad Ovest per tre direttrici: Mare del Nord, Germania centrale e al Sud tramite le Alpi nell’Italia Settentrionale. Per la paura la gente fuggirà a Ovest. In Francia le strade saranno bloccate per il numero di fuggitivi e per le macchine e non si potrà andare ne avanti ne indietro. Uomini e donne verranno usati dagli eserciti nemici e coloro che si rifiuteranno verranno giustiziati. Tutto ciò di cui gli invasori avranno bisogno verrà preso dalla popolazione. Gli eserciti russi arriveranno al Reno e l’intero paese sarà pieno di soldati stranieri che uccideranno e violenteranno senza alcun controllo. Le genti non avranno più nulla e molti dovranno vivere nel nascondimento.”

[…]

articolo completo su:
http://ducadeitempi.blogspot.it/2013/06/oriente-occidente-la-guerra-investe.html

Nel prossimo capitolo cercheremo di indicare il tempo in cui tutto avverrà.

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Queste visioni sono figlie della guerra fredda e delle guerre mondiali.
La situazione è molto cambiata.
Uno scenario simile potrebbe realizzarsi solo in caso di terza guerra mondiale con relativa sconfitta degli occidentali da parte di Cinesi e Russi.
E’ più probabile però una devastazione nucleare dell’Europa ed in tal caso le truppe orientali si terrebbero alla larga dalle nostre zone. Questo vale soprattuto per l’Italia.

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E’ vero solo in parte che le visioni sono figlie della guerra fredda. Poichè alcune che non ho riportato in questo articolo e che descrivono lo stesso identico scenario appartengono ai secoli XIV e XIX quando la guerra fredda non esisteva. Inoltre questo articolo segue i precedenti che ho pubblicato qui su “don chisciotte” dove un unico “fil rouge” conduce al medesimo risultato, una guerra generalizzata ed imminente che investirà tutto il bacino del mediterraneo (e ovviamente il mondo intero).
Al momento ci troviamo in una situazione simile a quella dei primi anni del ‘900 in cui si viveva la fine del primo modello globalizzato mercantilista ottocentesco. Un modello che finirà con la I Guerra Mondiale.

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Per la Russia quale sarebbe la motivazione per cotanta invasione?

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I sopravvissuti alla rieducazione comunista cinese

I ricordi dei ragazzini obbligati nei laogai a lavorare 14 ore al giorno, mangiando topi e vermi per resistere alla fame
di Leone Grotti

«Se qualcuno trovava un topo o un criceto o un altro piccolo animale, lo mangiava vivo immediatamente. Gli ufficiali del Partito ce lo impedivano ma appena provavano a strapparceli noi serravamo la bocca. Ho visto un ragazzo ingoiare un topo tutto intero, senza neanche masticarlo, per paura che glielo rubassero. Ci nutrivamo anche di vermi, lombrichi e qualunque pianta commestibile trovassimo in giro, tanto eravamo affamati. E siccome avevamo la certezza che saremmo morti, per la fame o le torture, tutti cercavamo un bel posto dove essere seppelliti. Gli amici si dicevano tra loro: “Quando muoio, voglio che mi seppelliate qui”». Wang Yufeng era una ragazzina di 14 anni quando sua madre ha deciso di iscriverla al campo di lavoro giovanile di Dabao nel 1959. La legge sull’indottrinamento attraverso il lavoro era stata copiata dall’Unione Sovietica e approvata in Cina solo nel 1957. A quel tempo «nessuno sapeva che cosa fosse un campo di rieducazione attraverso il lavoro» e quando gli ufficiali del Partito comunista assicuravano alle famiglie che si trattava di un luogo dove i bambini sarebbero stati nutriti e cresciuti «secondo la buona educazione comunista», i genitori non avevano motivo di dubitare. Chi poteva immaginare che una legge voluta dal “Grande timoniere” Mao Zedong avrebbe creato un sistema repressivo dove «le persone venivano trattate peggio degli schiavi, come animali»?
Wang Yufeng oggi ha 68 anni ed è una dei pochi scampati a Dabao, dove “l’indottrinamento attraverso il lavoro” ha portato alla morte almeno tremila ragazzi di età compresa tra i 10 e i 18 anni in soli quattro anni, tra il 1959 e il 1962. La loro storia è raccontata attraverso la voce dei sopravvissuti nel documentario I giovani lavoratori confinati a Dabao, premiato lo scorso primo maggio alla libreria 1908 di Hong Kong e al Cafe Philo di Taipei. La regista Xie Yihui ha deciso di realizzarlo dopo aver letto un articolo di Zeng Boyan, ex giornalista del Sichuan Daily, che alla fine degli anni Cinquanta è stato internato insieme a tanti altri membri «della destra» nel campo di lavoro Shaping Farm, fattoria statale nella provincia di Sichuan di cui Dabao faceva parte. Zeng ha visto con i suoi occhi «le centinaia di bambini costretti a lavorare sulla montagna, nelle foreste, inseguiti dai supervisori con le fruste» e a distanza di cinquant’anni, con l’aiuto di Xie, è andato a cercare i sopravvissuti «perché questa storia non poteva essere seppellita con loro: i nostri figli devono sapere che cosa è successo».

IL GULAG CINESE DI DABAO RACCONTATO DAI SOPRAVVISSUTI
Dabao era diviso in cinque distaccamenti: ognuno poteva contenere al massimo 400 “ospiti”, ma «ne stipavano anche 600. Ogni volta che qualcuno moriva, arrivavano nuovi detenuti. I più giovani avevano 10 anni, i più grandi 18». Lin Xianjun ricorda bene l’organizzazione del campo: «Per ogni distaccamento c’erano solo tre responsabili del Partito comunista. Per questo le centinaia di ragazzi erano suddivisi in grandi gruppi e questi a loro volta in piccoli gruppi. Alcuni detenuti venivano nominati leader e rispondevano del lavoro di tutti al diretto superiore. Io ero leader di uno dei grandi gruppi del quinto distaccamento».
A Dabao non finivano solo i membri «della destra», internati in massa per la purga ordinata da Mao durata dal 1957 al 1961. Chen Tongjun è stato preso per vagabondaggio: «Avevo 12 anni», racconta. «Un giorno sono arrivato in ritardo a scuola, ho litigato con il professore e sono stato espulso. Se fossi tornato a casa, i miei mi avrebbero punito. Così ho gironzolato per la città chiedendo spiccioli per le caramelle, come facevo di solito. La polizia mi ha preso, mi ha detto che dovevo essere rieducato attraverso il lavoro e mi ha spedito a Dabao senza neanche avvisare la mia famiglia». Wang Chengyun, invece, è stato portato nel campo di lavoro per volere della madre: «Non riusciva a sfamare me e i miei fratelli. La polizia le ha detto che era un bel posto e lei stessa ha fatto richiesta. Avevo 13 anni».

LE RETATE DI BAMBINI
Chen Xiaojing ha disonorato la famiglia commettendo un piccolo furto, la sorella esasperata ha dato retta alla polizia, che parlava di un luogo dove i bambini potevano studiare per qualche mese e poi tornare a casa riformati: «Ha solo 13 anni», ha detto alla madre, «lasciamo che la educhino loro». Dai Fuquan, 16enne di Chongqing, si guadagnava già da vivere quando l’hanno accusato di “raccogliere illegalmente” della legna: «Come tanti altri mi hanno messo in prigione senza motivo», si arrabbia mostrando i denti marci. «A nessuno importava se eri colpevole o no. La verità è che ogni città aveva una quota di persone da inviare a Dabao. Se non sapevano come rispettarla, mandavano la polizia per le strade a prendere qualche bambino».
Nel campo di lavoro giovanile sono passati tra i cinque e i seimila bambini. La giornata cominciava presto e finiva tardi: «Lavoravamo non meno di dieci ore, a volte anche quattordici», rivela Yang Youyuan, inviato nel primo distaccamento a 11 anni. «Ci mandavano in una foresta primordiale, l’erba era più alta di me. Qui dovevamo abbattere gli alberi, spaccarli e farne legna da ardere. Poi c’erano i campi, con la terra da dissodare. Se lavoravi lentamente, ti picchiavano, se non terminavi il lavoro, non ti davano da mangiare la sera». Yan Jiasen non si scorderà mai il suo primo giorno di gulag: «Mi hanno ordinato di scavare due metri quadrati di terra al giorno. Come strumento, mi hanno messo in mano una patata. A 13 anni per me era difficile, non ci riuscivo, per questo mi frustavano con una canna di bambù. Non mi hanno permesso di tornare al dormitorio, sono rimasto lì al freddo tutta la notte. Ci è voluto un mese perché scavassi il mio primo metro quadrato di terra». Peng Yuxiang veniva «dalla campagna», da Jianyang, e quando a 13 anni gli hanno detto che a Dabao avrebbe avuto «delle bestie tutte mie da allevare, un cavallo e anche il cinema» si è iscritto volontariamente. «Dovevo portare dalla foresta al campo 35 chili di legna al giorno. Poi mi hanno passato al trasporto del carbone: ogni giorno mi caricavo sulle spalle 18 chili di carbone e lo trasportavo a piedi per 10 chilometri dal villaggio di Shengli al campo». Dopo il lavoro, la sera, i bambini dovevano anche studiare per «essere riformati». «Io ero capo dell’insegnamento nel quarto distaccamento», ride Shen Qiyu, che nonostante la giovane età doveva insegnare fisica agli altri internati. «Mi avevano detto di insegnare prima le parole, poi a comportarsi e infine l’educazione comunista. Ma l’esperimento è durato due mesi: in teoria metà giornata doveva andare per lo studio, invece era relegato alla sera. Ma non veniva nessuno: i ragazzi avevano troppo freddo e troppa fame».
Nonostante i carichi di lavoro massacranti e il freddo costante «perché avevamo solo vestiti di cotone, anche di inverno», era la fame a rendere Dabao davvero un inferno. Quando il campo di lavoro giovanile ha aperto i battenti nel 1959, la Cina aveva intrapreso già da un anno il “Grande balzo in avanti”. La campagna di modernizzazione comunista dell’economia imposta da Mao ha portato a una delle più grandi catastrofi che il mondo abbia mai conosciuto: tra il 1958 e il 1962 sarebbero morte di fame 40 milioni di persone. E se il cibo mancava nelle città e nelle campagne, tanto meno ce n’era per i giovani detenuti di Dabao. Lin Xianjun non lo ha dimenticato: «La situazione è diventata tragica nel 1960. Già prima non mangiavamo né carne, né sale, né olio. Solo zuppa di mais e, se eravamo fortunati, ravanelli. Poi vennero a mancare anche le verdure, le porzioni erano scarsissime». «Alcuni ravanelli erano troppo grossi e duri perché riuscissimo a mangiarli, nonostante la fame», prosegue Dai Fuquan. «Lo stomaco era sempre vuoto e cercavamo vermi e lombrichi per riempirlo. Tanti sono morti per avere ingerito erbe velenose. Una volta, scavando la terra, abbiamo trovato carne di pecora seppellita da chissà chi. Era marcia e piena di vermi. Molti non sono riusciti a fermarsi e si sono avventati per morderla. Abbiamo provato a fermarli ma ci hanno risposto: “Siamo felici di morire in questo modo, mangiando carne. Non ne possiamo più di avere fame”».
L’unico modo per sopravvivere era rubare, come testimonia Wang Yufeng: «Se non avessi rubato sarei morta, chi obbediva ai quadri di partito non sopravviveva. Loro ci dicevano di non rubare perché non capivano: mangiavano carne tutti i giorni, mentre noi morivamo. Le patate che venivano piantate di giorno, erano
dissotterrate la notte e consumate sul posto dai ragazzi, anche se ricoperte di merda e urina. Si derubavano anche i villaggi vicini. Ma guai a essere scoperti». Le torture erano all’ordine del giorno a Dabao: chi veniva trovato a rubare, o cercava di scappare o non obbediva agli ordini, veniva picchiato, «spesso ucciso di botte» o «legato mani e piedi e costretto a stare in piedi in mezzo al campo per ore. Chi cadeva veniva frustato, preso a calci e a pugni». I maschi venivano anche spogliati nudi «con il pene chiuso in un sacchetto pieno di polvere di peperoncino piccante che bruciava come il fuoco». Alcuni sono stati «cosparsi di olio e bruciati, anche se non a morte», ad altri è stato «reciso di netto un dito con il coltello».

SVEGLIARSI NELLA FOSSA COMUNE
Ma nonostante questo, ricorda Dai Fuquan, tutti rubavano «ogni due giorni, altrimenti saremmo morti di fame. La gente preferiva rischiare di andare incontro alla morte che crepare di fame». Lin Xianjun, come tanti altri, era diventato più simile a uno scheletro che a un bambino: «Ero completamente scavato, le mani e le braccia si erano rigonfiate, lo stomaco così incavato che ci stava dentro la testa di un uomo». Wang Chengyun, invece, venne soprannominato “chiappe spigolose” perché «ero uno scheletro che camminava. Non avevo più carne, solo ossa e pelle. Non potevo neppure sedermi su una panchina: mi facevano troppo male le ossa del culo».
Nel 1960 morivano così tanti ragazzi nel campo di Dabao che il becchino era diventato un mestiere come gli altri. «Chi seppelliva i morti riceveva un tortino di mais in più» e i bambini facevano a gara. «Io ero più forte degli altri e mi sono aggiudicato il lavoro», racconta Yang Youyuan. «All’inizio mi davano fastidio le facce dei morti, poi mi sono abituato. Ne seppellivo anche dodici al giorno. Se ce n’erano troppi, ne mettevo due o tre nella stessa fossa. Se non ci stavano, gli si spezzavano gli arti per pressarli». Molti per la fretta venivano ricoperti «con poca terra», così, quando la neve si scioglieva, «tornavano fuori» e i lupi che giravano per le montagne spesso li riducevano a brandelli. «Queste scene ci facevano così paura – spiega Lin Xianjun – che chi aveva un amico stretto gli diceva: “Se muoio prima di te, devi seppellirmi in una fossa profonda. Devi farlo, se sei davvero mio amico”». Molti ragazzi si addormentavano la notte e non si svegliavano la mattina, era perfino difficile capire chi fosse ancora vivo: «Mi è successo questo episodio dopo un anno che ero a Dabao: la notte mi ero sentito male, respiravo a fatica e mi sono svegliato all’improvviso sotto la pioggia circondato da cadaveri lungo una discesa. Pensavano che fossi morto e mi avevano gettato là con gli altri. Quei corpi freddi mi hanno terrorizzato e sono tornato di corsa al campo. Appena gli altri mi hanno visto, hanno cominciato a gridare: “Prendete i bastoni e picchiate il fantasma”. Per fortuna uno mi ha riconosciuto e li ha fermati: “Ma quale fantasma, è Jiasen”». Nessuno di quei ragazzi, secondo i medici, è morto per “malnutrizione”. Questa parola, infatti, era un «tabù politico», nessuno «poteva parlare apertamente di quello che tutti vedevano, cioè che c’era la carestia e la gente moriva». Nessuno poteva insinuare che «Mao aveva sbagliato».
Il campo di rieducazione attraverso il lavoro di Dabao è stato chiuso nel 1962 «perché la situazione era diventata davvero insostenibile, perfino gli ufficiali di partito scappavano». I sopravvissuti sono stati trasferiti o in altri campi o assegnati ad altre mansioni, per essere liberati solo nel 1971 o più tardi ancora. «La mia vita mi è stata rubata da Dio», dice oggi Wang Yufeng, che vive con un altro sopravvissuto, Chen, e vende frutta al mercato a Leshan. «Come si può essere felici?», si chiede Dai Fuquan, che campa con la pensione minima governativa di 340 yuan al mese (42 euro). Wang Chengyun è sposato, ha figli e manda avanti una piccola fabbrica. Oggi è contento della vita che conduce ma pur non avendo velleità da scrittore ha voluto comporre una poesia intitolata: “Impossibile dimenticare”. Il Partito comunista cinese non ha mai chiesto scusa alle famiglie per avere internato i loro figli senza una ragione e non vuole che l’esperienza di Dabao venga ricordata. Cercando “Campo di lavoro Sichuan” su Baidu, il Google cinese, esce una sola voce che parla dei gulag, Dabao compreso: c’è scritto che 65 mila persone vi sono state educate e ben riformate per la società.

Nota di BastaBugie: per approfondire le origini e caratteristiche comuni di nazismo e comunismo, clicca qui
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=39

Fonte: Tempi, 20/05/2013
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