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Gaio Cilnio Mecenate

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Busto raffigurante Mecenate

Gaio Cilnio Mecenate, Gaius Cilnius Maecenas (Arezzo, 15 aprile 68 a.C.[1]8 a.C.), nato da un’antica famiglia etrusca, è stato un influente consigliere, alleato ed amico dell’imperatore Augusto.

Formò un circolo di intellettuali e di poeti che protesse, incoraggiò e sostenne nella loro produzione artistica. Si potrebbe persino paragonare l’importanza di Mecenate a quella di un moderno ministro della cultura. Fra questi si possono annoverare Orazio, Virgilio e Properzio. Molte opere di questi poeti sono a lui dedicate.

Con questo suo atteggiamento egli contribuì efficacemente ad elevare il tono della vita letteraria e culturale dell’era di Augusto. La sua azione fu anche un sostegno al regime imperiale che Augusto stava imponendo: molte delle opere prodotte con il sostegno di Mecenate contribuirono ad illustrare l’immagine di Roma ed anche a sostenere alcune azioni della politica dell’imperatore. In particolare Virgilio con l’Eneide fornisce una genealogia mitica a Roma in generale e in particolare ad Augusto che stava preparando la propria deificazione; inoltre con le Georgiche sostenne un’altra idea augustea propagandando la rinascita dell’agricoltura in Italia. Fu per molti anni l’amico più intimo di Augusto oltre che il più stretto collaboratore. Egli dette il via ad un vero e proprio circolo letterario. Non ne va però dimenticata l’azione politica di consigliere: per molti aspetti sta alla base della struttura data da Ottaviano allo Stato Romano, con le istituzioni tradizionali (Senato e magistrature in primis) svuotate di significato e creazione di un apparato amministrativo fondato sul coinvolgimento degli equites.

Biografia

Secondo la testimonianza di Properzio (Elegie, II, 1, vv. 25 – 30) sembra che Mecenate abbia partecipato alle campagne di Modena, Filippi e Perugia. Si vantava del suo antico lignaggio etrusco, e rivedicò la discendenza dal principesco casato dei Cilnii, cosa che fu all’origine della gelosia dei suoi concittadini, in quanto erano notevoli la loro ricchezza ed influenza ad Arezzo nel IV secolo a.C. (Livio, X, 3). Tacito (Annales, VI, 11) lo chiama “Cilnio Mecenate”, ed è possibile che “Cilnio” fosse il nome della madre, e che Mecenate fosse il cognome.

Un Gaio Mecenate è menzionato da Cicerone (Pro Cluentio, 56) come membro influente dell’ordine equestre nel 91 a.C. che potrebbe essere stato suo nonno, oppure suo padre. Dalle testimonianze di Orazio (Odi, III, 8, 5) e dai testi letterari dello stesso Mecenate si deduce che egli aveva beneficiato dai più alti gradi d’istruzione del tempo.

Le sue ingenti ricchezze potrebbero essere state in gran parte ereditate, ma dovette la sua posizione ed influenza grazie allo stretto legame con l’imperatore Augusto.
Fece la sua apparizione nella vita pubblica nel 40 a.C., quando Ottaviano gli concesse in moglie Scribonia; in seguito egli partecipò ai negoziati di pace a Brindisi ed alla riconciliazione con Marco Antonio. Come amico e consigliere agì sempre in qualità di delegato di Augusto quando era all’estero. Negli ultimi anni le relazioni divennero più fredde, in parte probabilmente perché Augusto aveva avuto un’avventura con la moglie Terenzia. Prima di morire nominò Augusto quale unico erede.
Nel 39 a.C. Mecenate introdusse Orazio, Vario Rufo e Virgilio nella sua cerchia. Nel “viaggio verso Brindisi” (Orazio, Satire, I, 5), svoltosi nel 37 a.C., si dice che Mecenate e Marco Cocceio Nerva, bisnonno del futuro imperatore Nerva, avessero un’importante missione, dalla quale scaturì il Trattato di Taranto, un trattato di riconciliazione tra i due grandi nemici. Durante la guerra con Sesto Pompeo, nel 36, egli tornò a Roma, e gli fu concesso il supremo controllo amministrativo in Italia. Fu vicereggente di Ottaviano durante la battaglia di Azio, quando, con grande fermezza, soffocò in gran segreto la congiura di Marco Emilio Lepido il Giovane, e durante le successive assenze di Ottaviano nelle province.

Villa di Mecenate a Tivoli, nel Lazio

Negli ultimi anni il suo favore presso l’imperatore diminuì. Svetonio (Vita di Augusto, 66) attribuisce la causa all’indiscrezione di Mecenate con la moglie Terenzia a proposito della cospirazione nella quale era implicato suo fratello Murena, ma, secondo Dione Cassio l’imperatore aveva una relazione con Terenzia. Mecenate morì nell’8 a.C., lasciando tutte le sue ricchezze all’imperatore; gli imperatori successivi vollero continuare ad accumulare tesori e a patrocinare gli artisti, tanto che uno dei più importanti dipartimenti di corte – in effetti era quello del tesoro – divenne delle largitiones, letteralmente delle elargizioni, anche se la maggior parte delle spese avevano finalità più pragmatiche.

Sebbene le opinioni sulla persona Mecenate fossero contrastanti, unanimi erano le testimonianze sulla sua capacità amministrativa e diplomatica. Egli condivise il sogno di dare un nuovo ordinamento dell’impero, di conciliare le parti, di salvarlo dai pericoli. Soprattutto gli storici ritengono che grazie alla sua influenza che la politica di Ottaviano è diventata più umana dopo la sua prima alleanza con Antonio e Lepido. La migliore sintesi del suo personaggio come uomo e come statista, viene da Marco Velleio Patercolo (II. 88), che lo descrive come ‘’insonne nella vigilanza e nelle emergenze, lungimirante nell’agire, ma nei momenti di ritiro dagli affari più lussuoso ed effeminato di una donna. Da alcuni passi nelle Odi di Orazio (II, 17, A) si può dedurre che Mecenate non avesse la robustezza fisica tipica della maggior parte dei romani.

Le opere

Mecenate scrisse anche opere letterarie, sia in prosa che in versi.
Ci sono rimasti venti frammenti che dimostrano che come autore avesse meno successo che come protettore dei letterati.
I suoi soggetti sono vari (Prometeo, dialoghi stile Simposio – un ricevimento al quale erano presenti Virgilio, Orazio e Messalla Corvino), De culto suo (una specie di biografia) ed il poema In Octaviam (“Contro Ottavia”) del quale non è chiaro il contenuto, ma che era stato ridicolizzato da Augusto, Quintiliano e Seneca per lo stile, l’uso di parole rare e per le goffe trasposizioni.
Secondo Dione Cassio, Mecenate è stato anche l’inventore di un sistema stenografico.

Il comportamento da mecenate

Circolo di Mecenate, dipinto di Stefano Bakalovich, 1890, Galleria Tret’jakov, Mosca

Mecenate è famoso per il suo sostegno ai giovani poeti, tanto che il suo nome è divenuto sinonimo di protettore degli artisti. Virgilio scrisse le Georgiche in suo onore e fu lui che, impressionato dalla poesia di Orazio, lo presentò a Mecenate. Infatti Orazio iniziò la prima delle sue Odi (Odi, I,1) grazie alla direzione del suo nuovo protettore. Mecenate gli diede pieno appoggio finanziario, come pure una proprietà nei monti della Sabina, in pieno spirito di Evergetismo. Furono anche suoi protetti sia Properzio sia i poeti minori Lucio Vario Rufo, Cornelio Gallo, Aristio Fusco, Plozio Tucca, Valgio Rufo, Domizio Marso, Quintilio Varo, Caio Melisso[2][3] e Emilio Macro.[4]

Per la sua munificenza, che rese il suo nome noto a tutti, ebbe la gratitudine degli scrittori, attestata anche dai ringraziamenti di scrittori di età successiva, come Marziale e Giovenale. Il suo patronato non fu una forma di vanità o di semplice dilettantismo letterario, ma fu interessato. Egli vide nella genialità dei poeti del tempo non solo un ornamento letterario, ma un modo di promuovere e onorare il nuovo ordine politico. Il cambiamento di toni e di intenti di Virgilio tra le Ecloghe e le Georgiche è proprio il risultato della direzione data da Mecenate al genio del poeta, così come alla luce dell’influsso di Mecenate va vista la differenza tra le prime odi di Orazio, nelle quali dichiara il suo epicureismo e la sua totale indifferenza per gli affari di stato, e le odi civili. Tentò anche di convogliare il femmineo genio di Properzio verso temi di interesse civile. Tuttavia ciò non minò l’affetto che provarono i suoi protetti per lui. Il fascino che esercitò sui letterati del suo circolo era cordiale e sincero. Egli, nella sua intimità, ammise sempre uomini di valore che trattò da eguali.

Probabilmente molta della sagacia di Mecenate si può riscontrare nelle Satire e nelle Epistole di Orazio. Nessun altro patrono ebbe in sorte quello di legare il nome a delle opere eterne, come le Georgiche, i primi tre libri delle Odi, il primo libro delle Epistole.

L’atteggiamento assunto da Mecenate è divenuto un modello: sono numerosi i regimi che si avvalgono di artisti e intellettuali per migliorare la propria immagine. Un esempio di mecenatismo fu quello di Cosimo il Vecchio de’ Medici (1389-1464) e di suo nipote Lorenzo il Magnifico (1449-1492), che raccolsero attorno a loro i più grandi talenti del tempo.
Il termine mecenate, in paesi come l’Italia e la Francia, indica una persona dotata di potere o risorse che sostiene concretamente la produzione creativa di certi letterati e artisti.
Più in generale, per estensione, si parla di mecenatismo anche per il sostegno ad attività come il restauro di monumenti o il sostegno ad attività sportive.
Si usa inoltre il termine mecenate d’impresa per indicare un finanziatore di iniziative imprenditoriali con caratteristiche innovative e di rischio dalle quali non si aspetta un ritorno finanziario diretto.

Note

  1. ^ Vd. Orazio, Odi IV 11
  2. ^ Svetonio, gramm.,21 – riportato in: Horst Blanck, Il libro nel mondo antico, Ed. Dedalo, 2008
  3. ^ A. Sansi, Storia di Spoleto, Vol. VIII – Accademia Spoletina,1972
  4. ^ Mecenate in Enciclopedie Italiana On-line, p. 1. Enciclopedia Treccani. URL consultato in data 9 Giugno 2011.

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Intro e Mecenatismo

Siamo nei secoli XV-XVI, alla fine del Medioevo e ad una graduale rinascita culturale che prenderà il nome di Rinascimento. Di questo periodo saranno esaminate solo tre rivoluzionari aspetti: il Mecenatismo, la laicizzazione delle opere e la nascita della Stampa.

Mecenatismo

In tale periodo il fulcro della letteratura furono le sfarzose corti nobiliari, che offrivano vitto ed alloggio ai più illustri artisti dell’epoca, purché questi dedicassero loro alcune opere così da aumentare il prestigio delle varie casate. In tal modo anche chi non era di nobili origini poteva dedicarsi al proprio talento artistico.
Il mecenatismo rinascimentale è un fenomeno di grandissima rilevanza sia per quantità che per qualità. Nel mecenatismo l’idea del potere rinascimentale trova il suo momento più rappresentativo e l’esaltazione più alta di un ideale di perfezione formale che è fondato sulle categorie classiciste: misura, armonia, bellezza, proporzione.
Tra gli esempi più noti di mecenatismo nella storia seguente vi è quello di Firenze, dove i signori della città, i Medici, sostennero e patrocinarono numerosi artisti al fine di dare lustro alla propria casata. Cosimo il Vecchio e suo nipote Lorenzo il Magnifico radunarono a corte i migliori artisti, letterati, umanisti e filosofi del tempo: alcuni per tutti, Michelozzo, Pico della Mirandola, Angelo Poliziano, Antonio Pollaiolo e Sandro Botticelli.

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Rcs, Elkann: «Patto di sindacato non si tocca»

Risposta a Della Valle. «Non è all’ordine del giorno del 27 marzo».

La sede storica del Corriere della Sera in via Solferino a Milano.La sede storica del Corriere della Sera in via Solferino a Milano.

Bucche cucite su quanto sta accadendo all’interno di Rcs.
«Io parlo di cose serie», ha detto il 20 marzo John Elkann, presidente di Exor, rispondendo a chi gli ha chiesto un commento sulla proposta di Diego Della Valle di sciogliere anticipatamente il patto di sindacato di Rcs. «Il patto scade nel 2014, il tema non è assolutamente all’ordine del giorno», ha detto Elkann.
SENSO DI RESPONSABILITÀ. Ai giornalisti Elkann ha spiegato che «in un momento difficile per il mondo dell’editoria, compreso per Rcs è importante da parte degli azionisti avere senso di responsabilità e stare vicino alla società».
Elkann ha aggiunto che «il cda del 27 marzo esaminerà ed approverà il piano in tutta la parte che riguarda gli aspetti finanziari. Il 27 marzo avremo un’idea chiara di come questo piano si articola e questo darà la possibilità a tutti gli azionisti di esprimersi sulla loro adesione all’aumento di capitale. Oggi non abbiamo gli elementi per poter decidere».

Mercoledì, 20 Marzo 2013

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Scontro nel consiglio di amministrazione Rcs
Della Valle: vogliono controllare il Corriere

5 aprile 2012 – di Riccardo Porcù

Bufera nel cda del gruppo editoriale Rcs. Dopo tre giorni di discussione per il rinnovo dei consiglieri di via Rizzoli, Diego Della Valle,  socio di maggioranza, esce dal patto sindacale sbattendo la porta. La clamorosa reazione dell’imprenditore marchigiano, detentore di una quota pari al 5,4%, giunge in seguito alle nomine di consiglieri indipendentivolute da Fiat, detentrice del 13,7%, e da Mediobanca, 10,3%, in sostituzione degli azionisti.  Il numero dei consiglieri, infatti, si è visto ridotto da 21 a 12 (la Fiat ne avrebbe voluti solo 9, preferibilmente “tecnici”), sei indipendenti e appena due membri, Carlo Pesenti e Paolo Merloni, azionisti diretti.

Il ruolo di presidente sarà ricoperto dall’ex rettore della Bocconi Angelo Provasoli, già ai vertice dell’azienda negli anni Ottanta durante il periodo di amministrazione controllata, che succede al presidente uscente Piergaetano Marchetti, ora in Rcs con incarichi di promozione culturale.

Entrano anche nel consiglio di amministrazione il presidente di Campari, Luca Garavoglia, e l’ad di Enel, Fulvio Conti, nominati per le quote di competenza di Fiat e Mediobanca, e l’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio del liquiditatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona.

A tirare i fili dell’operazione, secondo Della Valle, sarebbero stati il presidente Fiat, John Elkann, e il presidente Mediobanca, Renato Pagliaro, verso cui il patron Tod’s ha avuto parole al veleno: “Sono voluto uscire dal patto di sindacato perchè in Rcs ho visto una situazione gestita da un ragazzino che non ha ancora imparato a lavarsi i denti e un funzionario con la pretesa di decidere per tutti”, ha spiegato Della Valle. “Era in atto il tentativo di Elkann e Pagliaro di mettere il cappello sul Corriere della Sera anche con l’invenzione dei consiglieri indipendenti, tutti uomini legati a loro, mentre io in consiglio volevo gli azionisti. Sono personaggi che fanno affondare tutto quello che toccano, basti pensare a cosa capita alle aziende toccate da Mediobanca. Ma sono due dilettanti allo sbaraglio. E, mi dispiace, ma io non ci sto”.

“Sono convinto che il Corriere della Sera debba rimanere assolutamente indipendente – ha commentato l’industriale- e rispondere solo ai propri lettori e non a qualche azionista. Se Elkann e Pagliaro hanno idee diverse, farebbero meglio a mettersi il cuore in pace e rendersi conto che i tempi sono cambiati”.

L’imprenditore marchigiano ha inoltre messo in guardia sul futuro del gruppo: “Si sono comportati male e finalmente la mia voglia di andarmene è stata premiata. Ma questa vicenda ha creato molto malumore tra gli azionisti, abituati a respirare aria di mercato. Non si può gestire un’azienda così”, ha sentenziato il patron della Fiorentina, lanciando pesanti accuse sull’effettiva utilità decisionale del consiglio di amministrazione: “In cda non si decide proprio niente. Anzi, il vero gigantesco problema è che non si decide mai. E’ un’azienda in cui ho perso molto tempo”.

Molto diverso il giudizio espresso dal presidente Fiat John Elkann: “E’ un consiglio dimezzato, ringiovanito con indipendenti forti e tutto questo è necessario a dotare la società di governance adeguata a rispondere alle difficoltà nel mondo dei media”. Dura anche la replica di Mediobanca affidata ad una nota: “Siamo soddisfatti dell’esito del cda, utile delineare una separazione più netta tra proprietà e gestione aziendale ai fini di una maggiore indipendenza e prospettiva di rilancio. E’ parso a tutti necessario far evolvere la Governance dell’azienda verso un assetto più moderno e internazionale evitando istanze personalistiche e favorendo la coesione e la comunanza di obiettivi”.

Con le dimissioni del patron Tod’s, accolte all’unanimità, le quote in possesso della maggioranza dei soci del cda scendono al 58,1% e la posizione di Della Valle diventa ora determinante per gli equilibri interni al gruppo Rcs, tanto da preannunciare una possibile “scalata” di Della Valle alla Rcs con la creazione di una nuova maggioranza composta da quote Benetton e Toti, per ora fuori dal patto sindacale.

Ancora ignoto il nome dell’amministratore delegato chiamato a sostituire Antonello Perricone, ma sembra probabile un accordo sul nome del successore prima della riunione dell’assemblea dei soci, convocata per il 2 maggio.

In mattinata intanto il titolo Rcs Mediagroup ha aperto in rialzo del 6,8% .

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Colosseo, il restauro da 25 milioni di euro “offerto” da Della Valle

In cambio l’imprenditore avrà l’esclusiva sull’immagine del famoso monumento per 15 anni “eventualmente prorogabili”. La prima fase dei lavori partirà a dicembre e si concluderà nel 2015. Allarme della Soprintendenza sui danni dovuti alle vibrazioni riconducibili al traffico

Colosseo, il restauro da 25 milioni di euro “offerto” da Della Valle

Sarebbero dovuti partire già ieri (31 luglio), come aveva dichiarato alcuni giorni fa – a margine della presentazione della sua nuova lista civica “Rete attiva X Roma” – il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. E invece gli attesi lavori di restauro del Colosseo (l’ultimo intervento organico risale al 1939) slitteranno a dicembre, per concludersi probabilmente nel 2017. A finanziarli, come è noto, sarà la Tod’s di Diego Della Valle, che “vivendo di made in Italy – sottolinea l’imprenditore marchigiano – cerca solo di fare il suo dovere. Il gruppo Tod’s spa non ha fatto calcoli. Il Colosseo è un monumento che appartiene all’Italia e ai cittadini del mondo”. Insomma un gesto per ringraziare in qualche modo il Paese, ma non del tutto disinteressato: in cambio del suo contributo da 25 milioni di euro, Della Valle (ribattezzato già il mecenate del XXI secolo) avrà l’esclusiva sull’immagine del famoso monumento per 15 anni “eventualmente prorogabili”, potrà gestire il marketing del biglietto d’ingresso e un centro di accoglienza legato alla istituenda fondazione “Amici del Colosseo”.

“Rispetto alla somma investita, la contropartita è sproporzionata a suo favore”, fa notare la responsabile nazionale Cultura dell’Idv, Giulia Rodano. E intanto sulla presunta illegittimità della procedura seguita per l’affidamento alla Tod’s della sponsorizzazione dei lavori di restauro non si arrende il Codacons. Dopo essersi vista rispingere dal Tar del Lazio il ricorso – giudicato inammissibile poiché la tutela del Colosseo non ha natura ambientale – l’associazione si è rivolta infatti al Consiglio di Stato. Il cronoprogramma degli interventi, presentato ieri durante la conferenza stampa al Mibac, dal ministro Lorenzo Ornaghi (presenti anche il sindaco della Capitale, la soprintendente ai Beni Archeologici, Mariarosaria Barbera, e il patron della Tod’s), prevede tre fasi di lavoro, con tre gare di appalto diverse. Il prossimo ottobre la firma del contratto con la ditta che per 6,1 milioni di euro, con un ribasso del 25,8% sulla base d’appalto, lo scorso 27 luglio si è aggiudicata la gara per la prima fase; a dicembre poi sul prospetto dell’Anfiteatro Flavio si alzeranno i ponteggi con il marchio Tod’s (naturalmente come prescrive il comma 2 dell’art. 120 del Codice dei Beni Culturali “in forme compatibili con il carattere artistico e storico del monumento e con il decoro del bene”); ed entro luglio 2015 la facciata del Colosseo dovrebbe tornare come nuova. 915 giorni in tutto anziché i 1095 stimati nel progetto definitivo. La seconda fase, relativa alla realizzazione di un centro servizi con biglietteria, caffetteria, bookshop, terminerà tra novembre e dicembre 2015. Ancora in fase di progettazione invece l’ultima tranche di lavori, “quella che – precisa la soprintendente Barbera – riguarda il restauro di buona parte degli ambienti interni del monumento degli ambulacri e degli ipogei, ma anche le opere impiantistiche”. Per la quale potrebbero servire ulteriori 24 mesi di cantiere. Ma quanto mai necessaria per la salute del monumento simbolo dell’Italia è anche la riduzione del traffico (ogni ora attorno al Colosseo transitano migliaia di veicoli).

Secondo quanto reso noto pochi giorni fa dalla Soprintendenza archeologica di Roma, il Colosseo presenta 40 centimetri di dislivello nella parte Sud. Una differenza di quota dovuta al disallineamento delle basi degli anelli esterni nord e sud. Per i tecnici della Soprintendenza la platea di fondazione in calcestruzzo, su cui poggia il Colosseo, potrebbe essere fratturata all’interno. I danni però sono anche provocati dalle vibrazioni dell’ambiente circostante “che provengono – dichiara a ilfattoquotidiano.it la Soprintendenza archeologica di Roma – dai cambiamenti di pressione atmosferica indotti dalle pale degli elicotteri, quando durante le manifestazioni stazionano a lungo sul Colosseo. Ma soprattutto dal traffico dei veicoli e dei tram”. Un dato che, due mesi fa, ha spinto la stessa Soprintendenza a siglare un accordo con l’Università La Sapienza e l’Igag (Istituto di geologia ambientale e geoingegneria) per studiare i rapporti tra le vibrazioni e il monumento. Una ricerca che durerà un anno. Nel frattempo però “bisognerebbe cominciare il lavoro di contestualizzazione decorosa del monumento, a partire dalle indagini sul traffico e sulle vibrazioni che comporta”, questo l’invito fatto ieri, all’inizio della conferenza stampa, dalla dottoressa Barbera al sindaco Alemanno. Nei giorni scorsi, a chiedere l’immediata pedonalizzazione dei Fori imperiali, era stata invece Legambiente, depositando una proposta di delibera di iniziativa popolare. Ma il Colosseo continuerà a tremare almeno per altri tre anni. “Il nuovo piano del traffico, che ridurrà l’impatto sul Colosseo c’è già – ha assicurato Alemanno – e arriverà nel 2015. Anche se prescinde dal completamento della nuova linea della metropolitana (ndr. la C), il progetto che prevede una diversa distribuzione della viabilità – ha aggiunto il primo cittadino – partirà contestualmente ai cantieri della fermata Colosseo”.

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Della Valle: “Mecenate per tre ragioni”

Quando Diego Della Valle entra nel «suo» monumento – il monumento di tutti – il sole proietta le prime ombre lunghe. È un divo come gli imperatori. E Gianni Alemanno è un Dioscuro che vince con lui. C’è un’atmosfera insieme mondana e colta. Ci sono gli archeologi che hanno contato le pietre di Roma antica – Andrea Carandini, Anna Maria Moretti, Rossella Rea – ma anche imprenditori e vip. Volti abbronzati, signore in decolletée e tacchi alti, hostess impeccabili in corto nero, giapponesi con il farfallino e lo smoking. In prima fila Luigi Abete e Carlo Rossella, Clemente Mimun, Dante Ferretti, Christian De Sica con Silvia Verdone. Ma i flashes sono tutti per lui. Ha il piglio insieme autorevole e bonario. Scambia battute con i sovrintendenti, con Abete. Poggia la mano sulla spalla dell’interlocutore, rassicura. Ma quando finisce la passerella – ci sarà una cena alla «Barchetta» di piazza Cavour dopo il debutto di Diego-Mecenate – e il microfono passa a lui, le parole dicono della fierezza di essere italiani, della voglia di costruire. Un discorso politico. Nessuna recriminazione, nessun attacco. Il sentimento, che deve essere comune, è di credere nel sistema Italia. «Da quella arcata sono entrato da ragazzino», dice il patron di Tod’s e indica la porta Libitinaria, in faccia a Colle Oppio. «Venivo qui con un pullman da Casette d’Ete, dove sono nato. Rimasi stupefatto», ricorda evocando il suo paese, adesso sinonimo di un impero manifatturiero. «Quando Alemanno mi ha chiamato – racconta poi – io e mio fratello ci abbiamo riflettuto solo un giorno. Sì, accettiamo – la risposta – ma a un patto. Che lo facciamo da soli. Il sindaco ha ribattuto: “Ma avete capito bene la cifra? Quanto ci vuole per restaurare il Colosseo?”. Abbiamo capito benissimo, gli ho risposto. E sono partiti i confronti, incontri. Con il sindaco, con i due ministri che si sono succeduti ai Beni Culturali. A conclusione dico che non è vero che l’Italia non funziona». Poi spiega le tre ragioni che lo hanno convinto ad accettare. Gli servono pure a dire che cosa avrà in cambio. E non sono soldi o cartelloni pubblicitari. «Il primo motivo è che il mio gruppo rappresenta nel mondo il made in Italy. Come non sostenere il monumento più famoso del pianeta? Il secondo motivo è che il nostro Paese vive di cultura e di turismo. Su questa sua peculiarità deve puntare. Con l’aiuto dell’imprenditoria può divenire leader internazionale. Il messaggio da trasmettere all’estero – ripete come uno slogan – è che l’Italia funziona. E vorrei che presto potessimo parlare di altri imprenditori che si prendono in carico Venezia, Firenze. O che una cordata di napoletani risanasse Pompei. Sarebbe una bella notizia». L’ultima ragione è la più strategica. «La situazione mondiale è sempre più pesante, c’è disoccupazione, povertà. Aziende come le nostre hanno il dovere di far vedere che ci sono sul territorio. E la mia è un’operazione sociale, non commerciale. Vi aggiungeremo una Fondazione no profit, Amici del Colosseo. Opererà nei prossimi 15 anni per condurre in questo anfiteatro più studenti, più anziani, più portatori di handicap». L’Italia non è solo livore.

Lidia Lombardi

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Diego Della Valle

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Diego Della Valle durante un seminario nel 2003

Diego Della Valle (Sant’Elpidio a Mare, 30 dicembre 1953) è un imprenditore italiano, presidente, amministratore delegato e azionista di maggioranza di Hogan e Tod’s (56%), nonché patron della Fiorentina.

Biografia

Dopo aver studiato legge all’Università di Bologna, lavorò per un breve periodo negli Stati Uniti d’America e nel 1975 entrò nell’azienda di calzature di famiglia fondata dal nonno Filippo, gestendola insieme al padre. Gli anni ottanta furono per lui un periodo di grande espansione finanziaria grazie a importanti azioni di marketing, tanto che la sua azienda si espanse in tutta Italia e si fece quotare in borsa. I marchi Hogan, Fay e soprattutto Tod’s divennero molto popolari anche all’estero.

Nominato Cavaliere del Lavoro nel 1996, tre anni dopo entrò nel consiglio d’amministrazione della banca Comit, nel 1998 acquisì il 4% della Banca Nazionale del Lavoro entrando nel consiglio di amministrazione, nel 1999 accrebbe la propria quota in seno al gruppo Generali entrando anche in tal caso a far parte del consiglio di amministrazione.

Nel 1991 collabora con Oscar Cangiotti nell’istituzione presso l’Università di Urbino del primo corso di laurea in Italia in Design e Progettazione di Moda.

Nel 2001 fonda con Luca Cordero di Montezemolo il fondo Charme e acquisisce quote di rilievo in aziende del design italiano quali Poltrona Frau, Cassina e Ballantyne. Nel 2002 acquista la società calcistica Fiorentina fallita nel luglio dell’anno precedente. Nel 2002 ottenne anche una quota vicina al 2% in Mediobanca ed un pesantissimo ruolo nel patto di sindacato della stessa. Nel 2003 acquisì il 2% di RCS, mossa che gli consentì di entrare nel consiglio d’amministrazione del Corriere della Sera.

Fino ad aprile 2006 è stato azionista e consigliere di Bnl, la banca guidata dall’amico Luigi Abete (consigliere di Tod’s e di Marcolin Spa), prima di aderire all’opa che ha portato la banca romana al gruppo BNP Paribas e una plusvalenza di circa 250 milioni a Della Valle[1]. Nel maggio del 2007 Della Valle ha acquisito quote azionarie rilevanti della Piaggio, della Bialetti, della Ferrari e di Cinecittà.

Il 18 maggio 2009 Diego Della Valle ha comunicato l’acquisto di una quota del 5,9% dei grandi magazzini di lusso americani Saks Fifth Avenue per 30,3 milioni di dollari, diventando il secondo azionista. La rete di magazzini è il principale distributore del “made in Italy” sul mercato USA. Secondo Bloomberg, Della Valle ha acquistato 8.500.000 titoli fra il 20 febbraio e il 15 maggio. Il 10 marzo 2010 la partecipazione di Della Valle è salita al 7,13% nel capitale di Saks, accorciando la distanza dal miliardario messicano Carlos Slim Helù, azionista di maggioranza con una quota del 16,1%.

Nel 2010 Della Valle ha firmato con la città di Roma, a nome della Tod’s, il contratto per la sponsorizzazione del restauro del Colosseo. Questo contratto prevede un contributo di 25 milioni di euro da parte di Della Valle.[2]

Nel marzo 2011 la rivista statunitense Forbes inserisce Diego, assieme al fratello Andrea, nella classifica degli uomini più ricchi al mondo; al marzo del 2013 egli è al 965° posto (20° italiano), con un patrimonio di 1,5 miliardi di dollari.[3]

Carriera politica

Ex elettore del Partito Repubblicano Italiano, nel 1994 votò e sostenne economicamente il nascente partito di Silvio Berlusconi, già nel 1996 però se ne allontanò non condividendone i metodi. Con Berlusconi ebbe poi un forte screzio nel 2006 che lo convinse a dimettersi dal consiglio direttivo della Confindustria, a causa delle critiche che il Cavaliere gli aveva rivolto in un convegno svoltosi a Vicenza, e da allora rilascia frequenti dichiarazioni critiche dei governi di Berlusconi, prospettando secondo molti commentatori un futuro impegno in politica. Il 1º ottobre 2011 ha pubblicato sui principali quotidiani nazionali un avviso a pagamento intitolato “Politici ora basta”, in cui inveisce contro l’atteggiamento “indecente e irresponsabile” del complesso della classe politica italiana[4]. Amico di Clemente Mastella, in vista delle elezioni politiche del 2006 ha rifiutato una candidatura nell’UDEUR che il politico gli aveva offerto.

In vista delle Elezioni politiche italiane del 2013 ha appoggiato e finanziato la campagna elettorale di Mario Monti insieme a Marco Tronchetti Provera, a Luca Cordero di Montezemolo e alla famiglia Agnelli tra gli altri.[5][6]
In seguito si è mostrato favorevole a un governo guidato da Matteo Renzi (Partito Democratico), attuale sindaco di Firenze.[7][8]

Dirigenza sportiva

Fa il suo ingresso nel calcio il 29 maggio 1995, entrando a far parte del consiglio di amministrazione dell’Inter per volere di Massimo Moratti, carica che ricopre fino al 2001.[9]

Nel 2002 intervenne a rilevare la squadra di calcio di Firenze, la Fiorentina, fallita e finita in C2, di cui è diventato proprietario e presidente onorario, lasciando la carica di presidente esecutivo al fratello Andrea. Con la Fiorentina non ha vinto nulla ed ha la seconda peggior media piazzamento in serie A della storia viola.

Nel 2006 è risultato coinvolto nello scandalo di Calciopoli quale dirigente della Fiorentina, e condannato inizialmente dalla giustizia sportiva ad un’ammenda e all’inibizione per 3 anni e 9 mesi. Il CONI in ultimo grado ha successivamente ridotto la squalifica nel marzo del 2007 ad 8 mesi, assolvendolo totalmente dall’accusa di illecito sportivo e condannandolo solo per violazione dell’art. 1 (lealtà sportiva). Incriminato dalla Procura di Napoli con l’accusa di frode sportiva è stato condannato nella sentenza di primo grado nel novembre del 2011. Nella stagione calcistica 2008-2009 ha ottenuto la seconda qualificazione consecutiva ai preliminari di Champions League pur giocando su due fronti, cioè in campionato e in Champions League. Il 30 marzo 2010 rassegna le dimissioni da patron della Fiorentina, con un comunicato ufficiale sul sito della società viola, pur rimanendone azionista di maggioranza.[10]

Cariche

Diego della Valle è presidente e amministratore esecutivo di Tod’s.

Diego della Valle siede nel consiglio di amministrazione di[11]:

Finanza

La principale partecipazione di Della Valle è nella società di famiglia Tod’s tramite DI VI Finanziaria di Diego Della Valle & C. SRL (53,664%), Diego Della Valle & C. SRL (2,275%) e direttamente con lo 0,823%.

La holding Diego Della Valle & C. SRL controlla la società lussemburghese Dorint Holding SA che ha importanti partecipazioni in società italiane di prestigio:

La Diego Della Valle & C. SAPA, oltre a controllare la Dorint, possiede:

Attraverso la finanziaria DDV Partecipazioni SRL Della Valle controlla il 20,2% di Marcolin SpA, produttore di occhiali nel cui azionariato si trova anche il fratello Andrea (20,2% attraverso la ADV Partecipazioni SRL) e Luigi Abete (2,891% tramite la LUAB Partecipazioni SpA e 6,967% tramite la Partecipazioni Iniziative Industriali SRL).[14]

Onorificenze

Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
«Dopo gli studi in Giurisprudenza a Bologna ed un breve periodo di lavoro negli Stati Uniti entra nell’azienda di famiglia il Calzaturificio Della Valle S.p.A., di cui da diversi anni è Amministratore unico. L’azienda è leader nel settore calzaturiero di alta qualità con i marchi “J.P. Tod’s” e “Hogan “. Della Valle ha anche il marchio Fay” nel settore dell’abbigliamento e opera con stabilimenti situati quasi tutti nelle Marche, e con sedi a Milano, Parigi, Düsseldorf e New York. Numerosi sono i negozi nelle più importanti città d’Italia e nelle principali capitali mondiali. L’azienda, compreso l’indotto, dà lavoro a quasi 2000 persone. Il fatturato consolidato nel 1994 è stato di circa 160 miliardi.»
— 1996[15]

Note

  1. ^ adusbef.it URL consultato il 30-12-2007
  2. ^ Colosseo, contratto Della Valle regolare.
  3. ^ Diego Della Valle forbes.com
  4. ^ Testo di “Politici ora basta” sul sito del Corriere della Sera
  5. ^ Ecco i poteri forti che finanziano la Lista Monti
  6. ^ Il Prof ha deluso i suoi sponsor: i grandi capitali lo lasciano solo
  7. ^ Diego Della Valle: “Renzi mi piace, è il tipo di identikit da cercare”
  8. ^ Diego Della Valle punta su Matteo Renzi
  9. ^ D’Agospia – Moratti e Della Valle, dai baci ai calci (in faccia)
  10. ^ Lettera di Diego Della Valle. Violachannel.tv, 30-03-10. URL consultato in data 30-03-10.
  11. ^ todsgroup.com. URL consultato in data 30-12-2007.
  12. ^ consob. URL consultato in data 14-10-2012.
  13. ^ mediobanca.it. URL consultato in data 30-12-2007.
  14. ^ consob.it. URL consultato in data 14-10-2012.
  15. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

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LORENZO DE MEDICI: VITA E OPERE

La vita

Lorenzo De’ Medici, detto il Magnifico, fu signore di Firenze; nacque nel 1449 e morì nel 1492. Figlio di Pietro il Gottoso e di Lucrezia Tornabuoni, trascorse la prima giovinezza tra Careggi, Cafaggiolo ed il Trebbio, le tre splendide ville fatte edificare dal padre. Ebbe come maestri i più illustri umanisti del tempo. Poco più che sedicenne, partecipò in modo attivo alla vita politica come membro del Consiglio dei Cento, e affinò le sue doti di diplomatico come ambasciatore a Napoli, Roma e Venezia.

Nel 1469 Lorenzo sposò Clarice di Jacopo Orsini; era un matrimonio che serviva a rafforzare il prestigio della famiglia. Egli mantenne apparentemente in vita le istituzioni repubblicane, affidando in realtà a persone fidate una rete sempre più ampia di pubblici uffici. Riuscì sempre a conservare il favore del popolo, al quale concesse un livello di benessere mai raggiunto prima e che distrasse, durante un lento ma progressivo annullamento delle libertà democratiche, con feste e manifestazioni pubbliche di inaudito splendore. Specialmente dopo la congiura dei Pazzi (26 aprile 1478) il trapasso dei poteri alla signoria divenne più rapido. I congiurati ferirono Lorenzo che però riuscì a scamparla; in seguito le rappresaglie furono condotte spietatamente tanto che i due Pazzi ed il cardinale Salviati vennero giustiziati sommariamente; infine il Papa scomunicò il Magnifico, rimasto armai solo a capo del suo partito e della sua città. Stretta alleanza con Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, e con la Repubblica di Siena, Sisto IV mosse guerra a Firenze che in quel momento era alleata con Venezia e Milano.

Nel 1479 le truppe fiorentine furono sconfitte a Poggio Imperiale; Lorenzo, ricorrendo alla consueta abilità diplomatica, riuscì a staccare il re di Napoli dall’alleanza col Papa recandosi personalmente alla corte aragonese. Salutato come “salvatore della patria” , non si lasciò sfuggire l’occasione di indebolire ulteriormente l’apparato repubblicano, istituendo anche il Consiglio dei Settanta, composto per la gran parte da membri del partito mediceo. Da questo momento, grazie alla politica laurenziana, ci sarà equilibrio tra i vari stati italiani. Anche nel prosieguo della storia italiana, Lorenzo sarà definito dal Macchiavelli “l’ago della bilancia intra i principi italiani”, proprio per questa sua capacità di mediare e di soffocare i continui conflitti tra i vari regni e ducati d’Italia. Tant’è vero che questo equilibrio si spezzò definitivamente dopo la sua morte (1492).

Le opere

Oltre che come abile uomo politico, Lorenzo va ricordato per la sua opera letteraria, assai vasta e ricca di aspetti diversi. La familiarità con i più famosi umanisti, tra i quali Ficino, Landino, Della Mirandola, Bembo, Pulci, e Poliziano, aveva arricchito la sua personalità e probabilmente influì su di lui l’eclettismo, cioè la volontà di apprendere le cose migliori da ciascun autore precedente o contemporaneo. Le opere del Lorenzo possono essere divise in tre grandi gruppi: quelle che riguardano l’amore e gli insegnamenti inerenti a questo argomento;
quelle di intonazione popolare, scanzonate e briose, ma temperate dalla raffinata ironia dell’autore (“Canti Carnascialeschi”, “I trionfi”, “Canzoni a Ballo”, “L’Uccellagione”, “La Nencia da Barberino”);
le opere di devozione (“Laudi Spirituali” e la Rappresentazione dei santi Giovanni e Paolo).
Dal primo gruppo emerge la visione platonica dell’amore in Lorenzo, derivante da Marsilio Ficino, sostenitore dell’Accademia platonica e maestro del Magnifico. Le opere di intonazione popolare si rifanno invece alla tradizione borghese, comica e burlesca, prendendo spesso come protagonisti delle buffonate personaggi tra le classi sociali minori. In questo settore Lorenzo fu influenzato dal Pulci, ammiratore prima e promotore poi della letteratura burlesca e giocosa, coltivata, per tradizione, soprattutto in Toscana. Il terzo filone riguarda opere di devozione religiosa molto diverse, per forma e contenuti, dagli scritti popolari. Proprio per questa estrema varietà di stili ed ideologie è difficile delineare una precisa fisionomia del Magnifico, ma sicuramente si può affermare, in generale, che ebbe una grande passione per la poesia e per la letteratura in tutti i suoi aspetti, sembrando quasi trarre godimento dal puro esercizio tecnico atto a dimostrare anche abilità unicamente formale. Le rime rientrano nel primo grande gruppo di opere e trattano principalmente l’argomento amoroso.

Con questa produzione Lorenzo riprende e richiama la poesia amorosa del due-trecento, non solo gli stilemi formali del tempo, riprendendo formule stilistiche del “dolce stil novo” ma anche riproponendo le tematiche dell’amore vicine a quello platonico, idealizzato e totalizzante, distaccato dal fervore carnale, attento alla sola contemplazione della bellezza fine a se stessa. L’interesse per questo filone mosse anche dalla ammirazione di Lorenzo per i suoi “modelli” come Dante e Petrarca: anch’egli infatti desidera riproporre il volgare per trattare temi di tale importanza, a testimonianza della pari considerazione che aveva per le due lingue, appunto il latino ed il volgare.

Nel secondo capitolo delle rime Lorenzo invoca un istantaneo sonno che lo possa liberare dalle sofferenze e dai tormenti che l’amore gli fa patire: “pianti mia”. Desidera anche che il sonno gli porti in dono la visione della sua donna e la vuole vedere con “occhi dolci e sereni”. La donna è al centro di tutto: lui avrebbe il “sonno eterno” per una “parola accorta” o per un’immagine serena e benevola di questa donna nei suoi confronti. Il suo amore è distaccato dalla sensualità e si appaga unicamente al sorriso, alle dolci parole ed alla tranquillità che lui vuole vedere nella figura femminile.

La concezione dell’amore

In Lorenzo de’ Medici risulta ben chiara la concezione amorosa, che emerge dalla famosa ballata dei “Canti carnascialeschi” “Trionfo di Bacco e Arianna”. Il Magnifico tende ad esaltare l’amore fisico e non quello platonico, mettendo in evidenza l’importanza del corpo. Egli ritiene che un corpo giovane, nel fiore degli anni, sia l’unico a poter assicurare i piaceri, mentre d’altro canto il corpo anziano è visto come “soma”, come peso inutile privo di ogni dignità. Per Lorenzo l’amore è passione, passione carnale, non sentimento che leva l’animo dell’amante e semplice carnalità. Una passione opposta alla sua è quella presa dal Bembo, autore rinascimentale petrarchista. Come il suo modello egli ritiene che la bellezza del corpo è certamente un fattore importante, ma soprattutto che “è belle quello animo, le cui virtù fanno tra sé armonia”.

La concezione del tempo

Con l’esaltazione della carnalità e della necessaria giovinezza per Lorenzo de’ Medici emerge, di conseguenza, il tema della fugacità del tempo. L’autore sottolinea in maniera marcata la sua posizione pessimistica e malinconica del passare del tempo onorando la giovinezza e degradando la vecchiaia. Egli sembra invitarci a non perdere tempo e a cogliere tutti i piaceri possibili senza lasciare che il tempo li faccia appassire. Lorenzo non utilizza l’immagine simbolica del “cogliere la rosa”, bensì marca fortemente, riprendendolo nel ritornello, il fatto che non ci si può basare sul domani poiché di esso non si sa niente, l’unica cosa conveniente è godere dei piaceri finché si può.

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Lorenzo de’ Medici (1449-1492)

Secondogenito di Piero, succedette al padre poiché il fratello maggiore Giuliano fu ucciso nella congiura dei Pazzi del 1478. La congiura era appoggiata dal Papa Sisto IV e da Ferrante d’Aragona, nemici della famiglia dei Medici. Lorenzo, scampato all’attentato, dimostrò subito le sue capacità diplomatiche recandosi a Napoli dove riuscì a allearsi con Ferrante. Lorenzo divenne così il completo padrone di Firenze. Proseguì la politica di Cosimo, anche se fu meno prudente e più disposto alla tirannia. Dotato di grande intelligenza, governò in un clima di prosperità pubblica, e mantenne a Firenze l’istituzione repubblicana, anche se solo di nome: in realtà Lorenzo fu virtualmente un tiranno. Non esitò a servirsi di spie, interferì negli affari privati dei cittadini, ma riuscì anche a portare i commerci e l’industria di Firenze a un livello di progresso superiore a quello di quasi tutte le altre città europee. Lorenzo fu l’iniziatore di quel movimento di Rinascita che si basava sul rifiuto della scienza scolastica e teologica, per dare importanza all’indagine e alla ricerca del senso della vita, ponendo l’uomo al centro dell’universo. Il palazzo di Lorenzo divenne il centro di una cultura che, partendo dalla riscoperta dell’antichità greca e latina, porterà le arti e le lettere a una straordinaria fioritura. I più grandi artisti e letterati frequentavano la sua corte, ma quello che differenziò Lorenzo dagli altri mecenati dell’epoca fu la sua attiva partecipazione intellettuale nei lavori che promuoveva. Fu un elegante scrittore in prosa, e poeta veramente originale. Ficino e Pico della Mirandola erano ospiti abituali della corte medicea e Michelangelo iniziò i suoi studi nella bottega che Lorenzo patrocinava.

La pace di Lodi del 1454 aveva portato, nel territorio italiano, a un sostanziale equilibrio che fu mantenuto anche grazie all’abilità diplomatica di Lorenzo, che fu infatti detto “l’ago della bilancia” della politica italiana. Cercò infatti di salvaguardare l’asse privilegiato costituito da Firenze, Milano e Napoli, dalle ambizioni veneziane e dall’ambiguità pontificia. Proprio questo clima di relativa pace costituì lo sfondo più adatto allo sviluppo della civiltà del Rinascimento, sia sul piano delle arti che su quello delle tecniche. Alla morte di Lorenzo il Magnifico, avvenuta nel 1492, il sistema di equilibrio si indebolì e le rivalità fra gli Stati della penisola portarono al coinvolgimento di potenze straniere nelle vicende italiane.

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Lorenzo de Medici

Lorenzo de Medici Lorenzo, detto per antonomasia il Magnifico, nacque nel 1449 a Firenze da Pietro di Cosimo il Vecchio e da Lucrezia Tornabuoni e sin da piccolo ricevette un educazione umanistica. Nel 1466 iniziò a far parte della Balia e del Consiglio dei Cento. Nel 1469 si sposò con la nobile Clarice Orsini. Nello stesso anno dopo la morte del padre, signore di Firenze, accettò la cura della città e dello stato, pur restando ufficialmente un privato cittadino. D’allora mostrò di essere un fine diplomatico ed un accorto politico. Modificò in parte alcuni ordinamenti di Firenze per ottenere un potere più saldo e più legale. Divenne membro a vita del Consiglio dei Cento. Nel 1472 guidò Firenze nella guerra di Volterra per rafforzare il dominio della città nella penisola italica. Fino ad allora le relazioni con il papato erano state buone, ma presto finirono col guastarsi a causa delle mire su Imola di Girolamo Riario, nipote dell’attuale Papa Sisto IV della Rovere: avvenne che Jacopo e Francesco dei Pazzi, rivali politici della signoria Medicea, si accordarono con l’ambizioso Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, ed ordita la congiura, di cui era consapevole anche il Papa Sisto IV, uccisero in Santa Maria del Fiore il 26 aprile del 1476 Giuliano, fratello del Magnifico e quest’ultimo ferito riuscì a rifugiarsi nella Sacrestia. Ci fu una violenta reazione dei Fiorentini che linciarono in un primo momento Jacopo dei Pazzi e poi impiccarono gli altri due congiuranti Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati ad una delle finestre del palazzo della Signoria. Inoltre dopo che Sisto IV lanciò la scomunica a Lorenzo e l’interdetto contro la città si ebbe la guerra. Firenze si alleò con la Repubblica di Venezia e con il Ducato di Milano per contrastare il Papa e il suo alleato Ferdinando di Napoli, ma la situazione per Firenze si era fatta critica. Cosi il Magnifico con stupore delle più alte autorità della Penisola, si recò il 6 Dicembre del 1479 a Napoli per cercare di stipulare un patto di non belligeranza con Ferdinando, che accettò rendendosi conto della potenza che avrebbe potuto assumere lo stato della Chiesa negli anni futuri. Sisto IV ormai solo fu costretto a cedere. Questa situazione non fece altro che rinforzare il prestigio di Firenze e della sua “guida” . Iniziò d’allora in Italia una politica: di alleanze con Firenze, da parte delle città come Lucca, Siena, Perugia, Bologna; una politica di acquisizioni territoriali: Pietrosanta nel 1484, Sarzana nel 1487, e Pian Caldoli nel 1488, ristabilendo anche rapporti con Forlì, Faenza e Napoli. Nel 1482 si alleò con il Ducato di Milano per contrastare la città di Ferrara (Pace di Bagnolo); poi si alleò con il Papa contro la Repubblica di Venezia, svolgendo l’incarico di oratore ufficiale di Firenze alla dieta della lega papale in Cremona nel febbraio del 1483. Però quando il Papa Innocenzo VIII mosse guerra a Ferdinando di Napoli, il Magnifico decise di allearsi con quest’ultimo. La pace nel 1486 tra Papa Innocenzo VIII e Ferdinando fu gran merito di Lorenzo il Magnifico. In questo periodo storico costituì l’ago della bilancia d’Italia, conferì con la sua straordinaria abilità politica e diplomatica una politica di pace e di equilibrio in tutta l’Italia. Lorenzo oltre ad essere un grande mediatore, si volse a rendere potente i membri della sua Famiglia: il figlio Giovanni divenne Cardinale e la figlia Maddalena sposò Franceschetto Cybo, figlio di Innocenzo VIII. Lorenzo dei Medici detto il Magnifico morì nella villa di Careggi nel 1492, lasciando un grande vuoto nel ruolo, di ago della bilancia della storia d’Italia, che aveva ricoperto così eccezionalmente.

Il Magnifico fin da fanciullo ricevette un’educazione umanistica. All’età di cinque anni, il suo primo precettore fu Gentile Becchi, divenuto in seguito Vescovo di Arezzo. Una missiva di Lucrezia Tornabuoni al marito Pietro il Gottoso, testimonia come Lorenzo all’età di nove anni si applicasse ad imparare versi preparati dal suo tutore. Dodicenne, il Becchi comunicò a Pietro il Gottoso:

“Lorenzo è molto avanti con Ovidio ed ha già letto quattro libri di Giustino; però non chiedetegli se gli piacciono gli studi. In tutte le altre questioni lui è obbediente ed ora che siete lontano la paura di trasgredire lo rende più diligente.”

Nel 1456 Argiropulo ricevette la nomina di Lettore di Greco all’università di Firenze, dando un nuovo impeto agli studi ellenistici; Lorenzo entrò a far parte del gruppo di studenti che si radunava intorno a lui. Inoltre il Magnifico ebbe la possibilità di frequentare due uomini eminenti come Cristoforo Landino il Latinista e Marsilio Ficino il Platonico. I due Maestri, eccelsi nei loro campi, non disprezzavano la lingua volgare, tanto da incoraggiare Lorenzo all’inclinazione per la poesia volgare. Seguendo il pensiero degli umanistici, che consideravano gli studi classici come un qualcosa di trascendente che mirava allo sviluppo della personalità dell’uomo, l’educazione di Lorenzo non fu limitata solo alle lingue antiche: la sua giornata iniziava con l’ascolto della messa in presenza del tutore, spesse volte per desiderio della madre il fanciullo veniva portato agli incontri della Confraternita di San Paolo. Bisogna anche evidenziare che Lorenzo ricevette in quegli anni un educazione artistica: siamo nella Firenze della metà del Quindicesimo secolo, il puer ha la possibilità di ammirare tutte quelle opere architettoniche che si stavano edificando come: la cattedrale , che iniziata da Arnolfo di Cambio nel 1296, fu in quegli anni ultimata dalla cupola del Brunelleschi; o dalla realizzazione del lavoro di Giotto sul campanile o del lavoro del Pisano sulla prima serie di porte del Battistero, continuando con la realizzazione del Ghiberti delle Porte del Paradiso, delle Statue di Donatello che adornavano Palazzo Vecchio, degli affreschi di Masaccio nella Chiesa di Santa Maria del Carmine, con l’osservazione da parte di Lorenzo dell’operare di Benozzo Gozzoli nella cappella della dimora Medicea. Negli anni seguenti gli fu insegnato a cantare con l’accompagnamento della lira; l’organista della cattedrale di Firenze, Squarcialupi, fu colpito dalla sua bravura. Inoltre Lorenzo praticò sin dall’età di otto anni la caccia con il falcone, era molto legato a questo sport, che era prettamente tipico di un sentimento cortese-cavalleresco che risiedeva nel cuore di Lorenzo. Partecipò anche a diversi tornei e durante il giorno di Carnevale partecipava alla Grande Partita, una sorta di incontro di rugby moderno.

Nell’anno 1469 si ebbe il matrimonio tra Lorenzo Medici e Clarice Orsini, figlia di Jacopo Orsini, un nobile romano di Monterotondo, e sua madre era la sorella del Cardinale Latino, personaggio di spicco della Curia Papale. Gli Orsini erano soldati di professione ed erano proprietari di grandi appezzamenti di terreno a nord di Roma e nel territorio napoletano. Un alleanza con questa signoria non avrebbe altro che giovato ai Medici, avrebbe compensato la debolezza militare di Firenze ed avrebbe concesso ai Medici una certa influenza sul Papato ed inoltre avrebbe rafforzato i rapporti con Napoli. Fu anche una scelta diplomatica, in quanto Piero il Gottoso era consapevole che se la sposa fosse stata una nobile concittadina di Lorenzo non avrebbe fatto che: gratificare una famiglia e suscitare l’invidia di molte altre. Per rafforzare l’alleanza si recarono a Roma i cognati di Pietro il Gottoso, Giovanni e Francesco Tornabuoni ; anche Lucrezia la madre di Lorenzo volle recarsi a Roma per vedere di persona la futura nuora e da quel breve incontro commento a Lorenzo e al marito che era una ragazza alta e chiara di carnagione. Alcuni giorni dopo si fece in modo che Lorenzo incontrasse Clarice ed egli di ritorno sembrò soddisfatto. Al momento opportuno fu siglato il contratto e fu stabilita la dote di Clarice pari a seimila fiorini, sotto forma di denaro, gioielli, abiti. Clarice si sposò per procura a Roma, e l’arcivescovo di Pisa, Filippo de Medici, rappresentò il suo parente. Il 7 Febbraio 1469 l’evento fu celebrato a Firenze con un torneo. La competizione si svolse nella Piazza di Santa Croce sotto la giuria di Roberto da Sansaverino, i concorrenti erano diciotto. Lorenzo scese in campo montando il cavallo donatogli dal Re di Napoli. Lorenzo indossava un cappello di velluto adornato di perle e portava con se lo scudo in cui vi era incastonato il grande diamante conosciuto come “il Libro”. Sul soprabito indossava una sciarpa con ricamate delle rose ed il motto “le temps revient” scritto in perle. Per affrontare il combattimento cambiò il cappello con un elmo, sormontato da tre piume azzurre e montò un destriero regalatogli da Borso d’Este. Il torneo si concluse con la meritata vittoria del Magnifico e ricevette come primo premio un elmo d’argento con Marte sul cimiero. Frattanto i fratelli Tornabuoni scrivevano da Roma missive che elogiavano Clarice. Venne il momento che Giuliano, fratello minore di Lorenzo ,si recò a Roma a prendere la futura cognata. La mattina del 4 giugno, Clarice arrivata la notte prima a Firenze, si recò verso la porta d’ingresso di Palazzo Medici, aspettando Lorenzo. Al suo arrivo fu posto un ramo di olivo davanti a tutte le finestre del palazzo, secondo una tradizione Fiorentina. Iniziarono per Lorenzo e per la città di Firenze tre giorni di festeggiamenti: Il primo giorno Clarice e una cinquantina di donne circa pranzò in loggia rivolta verso il fiorito giardino, mentre nella balconata sovrastante Lucrezia Tornabuoni intratteneva le dame più avanti con l’età; sotto le arcate del cortile sedeva il Consiglio dei Settanta, e nel cortile pranzavano gli uomini più giovani.

Al centro del cortile sul piedistallo della statua del David di Donatello, furono disposte preziose coppe di rame che contenevano una svariata quantità di vini toscani. Dopo alcune ore si concluse il pranzo ed i partecipanti poterono riposarsi, dopo furono consegnati i regali alla sposa: degno di nota è il Libro delle Ore, scritto a lettere d’oro su carta azzurra, regalo di Giovanni Becchi, il primo precettore di Lorenzo. Tutto il secondo giorno fu dominato dalla pioggia. Il Terzo giorno i due Sposi e la Compagnia si recarono a celebrare la Messa nella Chiesa di San Lorenzo. Il Matrimonio tra Lorenzo de Medici il Magnifico e Clarice Orsini era ormai ufficializzato. Da questo matrimonio nacquero dieci figli, di cui tre morirono durante l’infanzia e tre maschi e quattro femmine sopravvissero. Nel 1488 Clarice si ammalò di tubercolosi; Questa malattia infettiva la portò alla morte. Finiva così il matrimonio tra Lorenzo de Medici e Clarice Orsini, e nonostante che Lorenzo aveva definito questo un mariage de convenance, lui fu molto scioccato dalla sua morte.

Gli ultimi mesi della vita di Piero il Gottoso furono oscurati da complotti, tramati in Romagna dove Paolo II approfittando della morte di Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini, per rivendicare la città come feudo. Roberto figlio di Sigismondo, rivendicò i suoi diritti ereditari con l’appoggio. La situazione si faceva pericolosa: Se Rimini fosse caduta tutta la Romagna sarebbe stata in pericolo e il Papa avrebbe potuto volgere le armi contro Firenze nel tentativo di sottrarre il governo all’ormai morente Piero. Sembrò così necessario che Firenze e Milano si schierassero con Roberto Malatesta. Lorenzo fu invitato alla Corte degli Sforza per studiare una linea politica comune. Piero era contrario al viaggio a Milano, ma dovette cedere alla bramosia di Lorenzo di mettersi in luce. Alla corte degli Sforza, Lorenzo si rese molto popolare mostrando grandi qualità diplomatiche, inoltre donò una collana d’oro e brillanti alla Duchessa ed il marito stupefatto dalla magnificenza di Lorenzo suscitò tale gioia da chiedergli che fosse il padrino tutti i suoi figli. Roberto Malatesta, sostenuto dalle due più potenti città d’Italia, inflisse una pesante sconfitta alle truppe papali, inducendo Paolo II ad abbandonare i suoi progetti d’espansione. La crisi era per il momento risolta.

Il 2 Dicembre 1469 Piero morì nella villa di Careggi all’età di cinquantatré anni. L’incontestata successione al potere di Lorenzo fu determinata dall’atteggiamento di Tommaso Soderini: radunò circa seicento cittadini in visita al convento di Sant’Antonio, parlando a questi delle imprese dei Medici nel governare Firenze con Cosimo il Vecchio e con Piero il Gottoso e mettendo in luce le qualità di Lorenzo, il quale era desideroso come il nonno ed il padre di meritarsi la buona considerazione dei suoi concittadini. Ottenuto così il consenso unanime dell’Assemblea, seguito dai rappresentanti del governo, giunse a Palazzo Medici il 4 dicembre, invitando Lorenzo ad assumere il primo posto al governo. Lorenzo sin dall’infanzia era stato preparato a questo momento e in lui provava una certa attrazione verso le reali difficoltà del governare, conscio delle proprie attitudini.

Francesco de Pazzi, famiglia di banchieri fiorentina che per più di una volta era andata contro le decisioni dei Medici, tentò di convincere i suoi parenti a detronizzare Lorenzo de Medici e suo fratello Giuliano, per impossessarsi del potere della città tramite un rovesciamento del governo. I cospiratori di questo complotto compresero che il loro successo dipendeva dall’uccisione di entrambi i fratelli Medici. Fu ingaggiato per compiere l’attentato Gian Battista da Montesecco, capitano mercenario al servizio dei Riario, e una volta compiuto il fatto, Jacopo de Pazzi avrebbe incitato la città ad insorgere in nome della libertà, mentre le truppe di Imola organizzate dal Papato e un reparto di Città di Castello, guidati da Lorenzo Giustini sarebbe stato pronto per invadere il territorio fiorentino. Il sicario Gian Battista da Montesecco era riluttante a compiere quell’uccisione senza l’approvazione del Papa Sisto IV. Furono così convocati i Pazzi e il sicario in Vaticano dal Papa. In un primo momento Sisto IV si pronunciò contrario all’uccisione di Medici anche se espresse tale opinione su Lorenzo: “Io desidero che il governo venga tolto dalle mani di Lorenzo, è un uomo violento e cattivo che non alcun riguardo per noi. Se egli venisse espulso, potremmo fare ciò che vogliamo della Repubblica” poi con le rassicurazione del Salviati approvò che Lorenzo fosse spodestato con ogni mezzo possibile. Il problema seguente fu l’occasione per liberarsi dei due fratelli : In un primo momento fu proposto d’invitare Lorenzo a Roma, un viaggio dal quale non avrebbe fatto ritorno e Giuliano in tempi posteriori, tuttavia Lorenzo rifiutò l’invito. I cospiratori si diressero così a Firenze. Girolamo Pazzi sfruttò la persona di suo nipote Raffaele Riario, che in seguito ad una lettera scritta al Magnifico fu invitato a visitare Villa Medici di Fiesole. L’attentato non ebbe luogo in quanto Giuliano non potè accompagnare Lorenzo a ricevere l’ospite, così tutto fu posticipato alla settimana seguente, Raffaele Riario espresse il desiderio di osservare la collezione di Lorenzo. Lorenzo acconsentì al desiderio del giovane cardinale, dandogli incontro all’ora di pranzo della domenica successiva dopo che la famiglia Medicea si fosse recata alla Messa nella Cattedrale. Si era deciso che gli assassini agissero durante il pasto ma sorse un problema: Giuliano non si sarebbe recato a pranzo con il fratello ed il Cardinale, così fu progettato di compiere il delitto durante la sacra cerimonia nel momento dell’elevazione dell’Ostia. Il Montesecco si rifiutò di compiere un omicidio in un luogo sacro, così al suo posto furono ingaggiati due preti che si assunsero la responsabilità di uccidere Lorenzo; mentre per l’assassinio di Giuliano furono incaricati Francesco Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli. Il 26 aprile era il giorno prestabilito, così quando Giuliano si recò verso la Cattedrale Francesco Pazzi lo abbracciò con gesto amichevole assicurandosi che così il secondogenito di Piero il Gottoso non indossasse la maglia metallica. Quando giunse il momento il Baroncelli trapasso con un pugnale il fianco di Giuliano facendolo barcollare di fronte a Francesco Pazzi che inflisse al suo corpo ben diciannove colpi di spada. Invece vicino al coro, Lorenzo sguainando prontamente la spada riuscì a ribattere i colpi dei suoi assalitori, e scappando verso l’altare si imbattè con gli assassini di suo fratello, così corse colpito di struscio al collo verso la sacrestia. I suoi amici chiusero le porte bronzee ed uno di essi gli succhio la lieve ferità che aveva sul collo per timore che il pugnale che l’aveva colpito fosse stato immerso nel veleno. Nella Cattedrale la confusione era sovrana, Giuliano era disteso a terra morente sul selciato, Lorenzo era nella sacrestia, i fedeli raccontano gli storici scapparono informando i loro concittadini che entrambi i fratelli Medici avevano perso la vita in un attentato. Il Cardinale Raffaello si era nascosto in un’altra Sacrestia della Cattedrale; L’arcivescovo Salviati insieme ad un gruppo di suoi sostenitori si era recato verso Palazzo Pubblico con tutta l’intenzione di attuare un vero e proprio colpo di stato, ma questi sorprese il Gonfaloniere di Giustizia, Cesare Petrucci a pranzo con i membri della Signoria. Il Gonfaloniere avendo valutato la situazione decise di suonare le campane in modo che il popolo potesse difendere il governo e che gli assalitori non scappassero. La città era terrorizzata al solo pensiero che entrambi i fratelli Medici avessero perso la vita, ma poche ore dopo il Magnifico si affacciò al balcone della sua dimora. Così il popolo in parte rassicurato si diede alla caccia degli attentatori: Francesco de Pazzi e l’Arcivescovo Salviati furono impiccati alle finestre del Palazzo Pubblico. Giorni dopo Jacopo de Pazzi, i due preti e Renato de Pazzi subirono la stessa sorte. Al Montesecco, dopo che fu accertata la sua parte nella cospirazione fu data una morte da soldato, morendo di spada. In tutto a Firenze furono uccise ottanta persone, il popolo aveva dimostrato in quell’occasione un grande affetto e fiducia nella Signoria dei Medici. I principali cospiratori della congiura furono ritratti impiccati in un affresco sui muri della prigione, vicino Palazzo Pubblico da Sandro Botticelli come esempio di infedeltà. L’affresco fu distrutto dopo che i Medici vennero espulsi da Firenze nel 1994. Da allora il 26 aprile divenne un giorno di lutto per la scomparsa del fratello del Magnifico. In seguito si seppe che Giuliano aveva avuto un figlio illegittimo e Lorenzo prese con se fornendogli un ottima educazione e facendogli svolgere la carriera ecclesiastica, avviando i suoi passi sul cammino che avrebbe portato all’ascesa al Papato come Clemente VII, il primo pontefice della Famiglia Medicea. Per concludere il tentativo dei Pazzi di abbattere il potere dei Medici non aveva fatto che accrescere l’autorità del Magnifico.

Sisto IV appreso che la Congiura dei Pazzi non aveva eliminato il Magnifico dalla scena politica fiorentina, istigato dal nipote Girolamo Riario, emanò una Bolla di Scomunica contro Lorenzo de Medici, che lo definì in quell’occasione “quel figlio dell’iniquità e della perdizione”. Nella Bolla espose tutti i suoi motivi d’accusa contro di lui, incominciando dalla difesa di Niccolò Vitelli da parte di Lorenzo, e di altri nemici della Chiesa e terminando con l’approvazione della condanna a morte dell’Arcivescovo Salviati e l’arresto e successivo imprigionamento del Cardinale Raffaele Riario. Anche i Priori e il Gonfaloniere Cesare Petrucci furono inclusi nella scomunica e fu proclamata un interdizione su tutta la città e sul territorio fiorentino a meno che i colpevoli non si fossero dichiarati tali in meno di un mese. Lorenzo il Magnifico in una lettere al re di Francia Luigi XI dichiara che il vero crimine che aveva compiuto sotto gli occhi di Sisto IV era quello di non aver perso la vita durante la congiura. Donato Acciaiuoli, ambasciatore fiorentino da Roma convinse il governo fiorentino a lasciare libero il cardinale Raffaele Riario in modo che l’interdizione cessasse. E così il Governo decise con grande rammarico. La Scomunica fu seguita da una dichiarazione di guerra da parte del Papato e di Ferrante re di Napoli.

Papa Sisto IV e il re di Napoli Ferrante sostenuto dal figlio Alfonso, dichiararono guerra a Lorenzo il Magnifico e a Firenze. Firenze sotto il punto militare era impreparata ad affrontare un guerra contro due potenze. Ferrante e suo figlio avevano come obiettivo di portare la Casa d’Aragona in Toscana. Le truppe napoletane dopo una settimana dalla dichiarazione avevano sconfinato nel territorio toscano. Il Papa inviò una lettera ai Fiorentini dichiarando che avrebbe restituito la grazia a Firenze solo nel caso in cui Lorenzo fosse stato consegnato nelle mani dello stesso Papa. Lorenzo si appellò alla decisione del popolo, a Firenze aveva molti nemici ma aveva piena fiducia nella cittadinanza. Fu stabilito un raduno di tutti i fiorentini più illustri. Nell’incontro Lorenzo espose che lui sarebbe sottostato alla decisione sacrificandosi in nome e in difesa della sua Patria. Jacopo de Alessandri parlò a nome di tutti i presenti, dichiarando che la città di Firenze avrebbe appoggiato il suo Signore. Come simbolo di fedeltà e di stima, fu nominata una guardia di dodici uomini che lo proteggesse in vista dei pericoli che avrebbe potuto correre in futuro. Mai come allora la città di Firenze aveva dimostrato tanta devozione per il suo “Principe senza Corona” Successivamente la Signoria istituì il comitato dei Dieci della Guerra, di cui Lorenzo era uno dei membri. Molte città vollero dare aiuto al Magnifico tra queste Milano e Venezia che inviarono un contingente sotto la guida di Gian Giacomo Trivulzio, da Versailles Luigi XI tuonava contro il Papa per “l’attacco al nostro caro amico Lorenzo de Medici” e Bologna fornì un passaggio per le forze alleate ed i quartieri d’inverno per le truppe, da Roma accorrevano i condottieri Orsini, parenti di Clarice. Il duca di Ferrara fu nominato comandante in capo delle truppe alleate. Nel frattempo l’esercito del Papa coadiuvato dalle truppe napoletane, dalla truppe di Siena, perenne rivale di Firenze, sotto la guida di Federico, duca di Urbino, si erano poste nella valle di Chiana. La campagna del 1478 di era conclusa con nessun risultato; entrambi i fronti avevano evitato di combattere sui territori sfavorevoli. Nella campagna del 1479 ci fu un indebolimento del contingente fiorentino: a Milano, l’attuale reggente Sforza aveva esiliato gli zii che si erano rifugiati a Napoli, collaborando così al progetto politico di Ferrante. I fratelli Sforza tornarono a Milano creando scompigli nella corte milanese, le truppe milanesi furono richiamate in patria e così anche il Duca di Ferrara. Ludovico dopo che cadde il governo del cancelliere Simonetta, divenne il governante di Milano. Firenze in quel momento in cui Milano era stata colpita dalla crisi politica, era estremamente in pericolo: il giorno in cui Ludovico salì al governo le truppe partenopee avevano espugnato le fortezze della Val d’Elsa. Nel ottobre del 1479 ritenne che la città non poteva affrontare un altra campagna, non poteva chiedere ai suoi concittadini nuovi sforzi finanziari così decise in tutto segreto di partire il 7 dicembre per recarsi a Napoli dal Re Ferrante. A Livorno si imbarcò su una nave mandata da Ferrante, i due si erano dati un incontro in segreto. Al suo arrivo a Napoli sul molo vi erano il Re Ferrante e Isabella, duchessa di Calabria amica d’infanzia di Lorenzo. Alla corte Aragonese Lorenzo fu ricevuto con stupore con tutti gli onori, dimostrò con grande abilità la sua arte del persuadere nei confronti di Ferrante che ormai influenzato dalla magnificenza di Lorenzo si accordò con lui, andando incontro anche all’opposizione di suo figlio Alfonso e di Sisto IV. La pace fu firmata nel febbraio del 1480 e solo dopo che Lorenzo ebbe raggiunto il suo scopo potè tornare nella sua cara Firenze. Il prezzo della pace fu per Firenze di scarcerare alcuni membri della famiglia dei Pazzi e che le roccaforti perse in Toscana diventassero ufficialmente possedimenti della città di Siena; inoltre mentre Lorenzo era ospite della corte aragonese Genova con un attacco lampo aveva conquistato la città di Sarzana e questa era ormai passata nelle mani delle Banca di San Giorgio. I progetti di Sisto IV si erano ormai ombrati, non aveva più alleati che potevano coadiuvare le sue truppe ed inoltre Maometto II il conquistatore di Costantinopoli aveva occupato il porto di Otranto. Quest’ultimo evento aveva terrorizzato il Pontefice che non sapendo più a chi chiedere aiuto, il re Ferrante da solo non poteva confrontarsi con l’impero turco così Sisto IV dovette riconciliarsi con la città di Firenze: furono convocate a Roma le famiglie più potenti di Firenze, e Lorenzo raccomandò a queste di essere molto diplomatiche e di comportarsi in modo umile ma dignitosamente, la riconciliazione con lo Stato Pontificio era per Firenze un punto fermo per il benessere di Firenze. Così il Papa concesse il perdono alle famiglie li convocate, rappresentanti la Repubblica Fiorentina; questa riconciliazione costò a Firenze quindici galere che furono impiegate per scacciare Maometto II. Anche il re Ferrante chiese a Lorenzo un aiuto economico, questi gli concesse diecimila ducati a condizione che i territori precedentemente occupati da Siena fossero di nuovo proprietà della Repubblica Fiorentina. L’inattesa morte di Maometto II, limitò la minaccia turca nella penisola italica. Lorenzo ancora una volta usciva vincente per le sue qualità diplomatiche. Molti studiosi ritengono che il Magnifico incitò Maometto II ad invadere il porto di Otranto proprio per dare una svolta alla guerra tra lui e il Papato.

Lorenzo attuò nella politica interna dei mutamenti costituzionali. Nel 1480 Lorenzo inoltrò alla Signoria la proposta della creazione di una Balìa e fu approvata dai consigli legislativi. La Balìa era composta dalla Signoria e dai Collegi, trenta persone erano opzionate dalla Signoria, e da duecentodieci scelti dalla Signoria e dai Trenta in modo congiunto. In questa erano inclusi membri delle Arti Maggiori e Minori e dei Quattro Quartieri della città, e non si dovevano scegliere più di tre membri di ogni famiglia. In questo modo avrebbe garantito di rappresentare ampia parte dell’opinione di Firenze. Alla Balìa le fu dato ampia autorità d’attuare le riforme, e dopo circa una settimana la Signoria si pronunciò con decise riforme che produssero un cambiamento rivoluzionario della Costituzione. Venne istituito il Consiglio dei Settanta, composto dai trenta membri della Balìa e da altri quaranta scelti da loro. Al Consiglio fu concesso il controllo “teorico” sui campi del governo: il Consiglio aveva il compito di proporre delle misure legislative e di nominare tre nuovi gruppi: gli Otto di Pratica che si sarebbe occupato della politica estera; i Dodici Procuratori che invece si sarebbero occupati delle questioni finanziarie e commerciali; gli Otto di Balìa organo che si sarebbe occupato del campo giuridico. La costituzione di questo Consiglio aveva dato la possibilità ai Medici di crearsi altri seguaci, in quanto un posto all’interno del Consiglio garantiva ampi privilegi finanziari. Questo rovesciamento portò alla distruzione della libertà popolare. I Settanta non erano altro che uno strumento che serviva al Magnifico per continuare il suo controllo personale sul governo. In seguito ad un altro attentato a Roma alla vita di Lorenzo, fu varata una legge secondo la quale il tentativo di assassinare Lorenzo veniva equiparato ad altro tradimento; con questo artifizio Lorenzo divenne il Principe senza corona di Firenze. Lorenzo nella sfera finanziaria della Repubblica attuò un imposta detta la “Decima Scalata”, che a quei tempi fu la forma più equa di tassazione che potesse essere attuata. La Decima Salata era un’imposta fondiaria, riscossa su scala mobile. A Lorenzo va riconosciuto il merito dell’istituzione di un nuova tassa, più facile da riscuotere e meno esposta alla frode fiscale.

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Il mecenatismo di Caterina de’ Medici
Poesia, feste, musica, pittura, scultura, architettura

CopertinaA cura di Sabine Frommel e Gerhard Wolf

Venezia, Marsilio, 2008, pp. 524 con ill. b/n, Euro 49,00
ISBN 8831793527

È uscito per le edizioni Marsilio un pregevole volume dedicato al mecenatismo di Caterina de’ Medici, principessa fiorentina che dal 1548 ricoprì la prestigiosa carica di regina di Francia. Il volume, curato da Sabine Frommel e Gerhard Wolf (con la collaborazione di Flaminia Bardati) contiene gli interventi del convegno organizzato a Firenze nell’autunno del 2005 dal Kunsthistorisches Institut di Firenze-Max Planck e dall’École Pratique des Hautes Études della Sorbona di Parigi.

I contributi  convergono in modo unanime sull’importanza strategica del mecenatismo di Caterina sottolineandone le importanti ricadute nell’organizzazione e gestione della vita politica del regno francese. E questo soprattutto all’indomani della tragica morte del marito Enrico II quando la vedova fiorentina, nel bel mezzo di anni turbolenti minati da forti tensioni religiose e sociali, fu chiamata al difficile compito di reggente e quindi di regina madre. Nell’atteggiamento di Caterina influirono da un lato il gusto dell’arte ma anche il dinamismo e il pragmatismo della famiglia di origini mercantili dei Medici, dall’altro la raffinatezza dell’antica nobiltà del casato francese dei Tour d’Auvergne della quale era diretta discendente per via materna. Proprio questo appartenere geneticamente a due patrie, e quindi a due sensibilità diverse, le permise di incrociare e far dialogare gusti, competenze e capacità differenti, in un continuo gioco di scambi, citazioni e contaminazioni tra cultura italiana e cultura francese che fino a quel momento non aveva mai raggiunto un così ampio orizzonte.

Il volume si presenta diviso in quattro sezioni. La prima si rivolge al mecenatismo letterario. Al centro del saggio  di Jean Balsamo sono i processi ideologici e stilistici che condussero i poeti di corte alla creazione dell’immagine di una regina coronata di virtù immortali, mentre in quello di Isabelle de Conihout e Pascal Ract-Madoux l’attenzione è rivolta alla ricostruzione della libreria dispersa di Caterina attraverso una meticolosa indagine che lascia intuire come molti esemplari e codici possano tutt’oggi trovarsi all’interno delle diverse biblioteche fiorentine. Servendosi della vasta corrispondenza di Caterina con i principali dignitari europei, Caroline Zum Kolk indaga infine l’evoluzione del patronage dagli anni dell’arrivo in Francia fino alla morte del secondogenito Carlo IX.

Anche nella seconda parte, sottotitolata Feste, Musica, Rappresentazione della Maestà Reale, il mecenatismo della regina risulta strettamente connaturato all’ottica politica come dimostra in apertura il saggio di Brian Sandberg sull’uso propagandistico delle immagini religiose commissionate da Caterina nel corso delle guerre di religione. La sezione prosegue con due contributi dedicati allo spettacolo di corte. Sara Mamone si sofferma sull’ingente debito della spettacolarità francese verso la sovrana medicea che a Parigi portò con sé quella visione fiorentina dello spettacolo inteso come strumento di consolidamento del potere signorile. Dall’analisi dei festeggiamenti francesi la studiosa mette quindi in luce come i modelli della spettacolarità fiorentina, rielaborati e contaminati dalla pratica francese, prenderanno nuovamente la strada di Firenze dove giungeranno rigenerati e pronti a contribuire ai nuovi fasti medicei. Sara Mamone sottolinea infine l’importante ruolo di Caterina per l’affermazione a Parigi delle prime compagnie dell’Arte italiane che proprio alla città transalpina legheranno la creazione e la fortuna del proprio mito. Nell’intervento successivo Philippe Canguilhem sposta l’attenzione sul nuovo genere del Ballet de Cour con il quale la regina, facendo danzare “côte à côte protestants e catholiques”, si propose il difficile obiettivo di mantenere quella coesione politica attorno alla corona che le guerre civili e di religione stavano seriamente minando. L’indagine sulle strategie per la  promozione di un’immagine emblematica e duratura della corona prosegue nel saggio di Barbara Gaehtgens dedicato allo studio degli arazzi commissionati da Caterina a Antoine Caron con la finalità di esaltare la storia della casa dei Valois Angoulême. L’analisi del programma iconografico è portata quindi a conclusione nell’intervento di Monique Chatenet che a partire dalla ricca corrispondenza tra i diplomatici francesi e i duchi padani di Mantova e Ferrara mette a nudo la rigida pianificazione e il pregnante valore simbolico assunto dagli abiti nelle cerimonie di corte. Dettagli esaustivi sui particolari della vita mondana parigina giungevano anche a Roma dove la regina, che nella città papale aveva vissuto alcuni anni sotto la protezione dello zio Clemente VII prima di imbarcarsi verso Parigi, non mancò di inviare i suoi artisti preferiti a perfezionarsi negli studi come si evince dal saggio conclusivo della sezione di Martine Boiteux.

La terza sezione, inerente il collezionismo, la pittura e la scultura, rivela nuovi e  poliedrici interessi della regina francese. Se Bernadette Py e Dominique Cordellier raccontano i forti legami con il pittore e decoratore di fiducia, l’italiano e manierista Francesco Primaticcio, Caterina mostrò un vivo interesse anche per la ritrattistica (nella quale, secondo Alexandra Zvereva, conciliava il suo amore per l’arte e quello per la comprensione dell’animo umano), per la statuaria e le decorazioni marmoree (saggio di Geneviève Bresc-Bautier) e per l’universo intellettuale e scientifico come rivela il contributo di Margriet Hoogvliet sul Gabinetto delle Curiosità che la sovrana aveva organizzato al primo piano dell’Hôtel de la Reine a Parigi.

Chiude il volume la sezione dedicata all’architettura e ai giardini in cui ancora una volta il dialogo e lo scambio continuativo avviato alla corte di Caterina tra Francia e Italia è ben indicato dai saggi di Sabine Frommel, Vincent Drouget e Christoph Luitpold Frommel. Gli scritti dei tre studiosi ripercorrono le diverse fasi progettuali dei più importanti edifici e monumenti commissionati da Caterina mostrando le non comuni competenze architettoniche della sovrana fiorentina. Tra gli edifici del tempo ormai scomparsi vi fu quello detto Maison Blanche edificato all’interno del castello di Gaillon sulle cui ipotesi di costruzione si sofferma Flaminia Bardati. Addentrandosi all’interno delle stanze dei palazzi reali Luisa Capodieci esamina i progetti auto-celebrativi ed encomiastici presenti nell’affresco del soffitto della residenza di Enrico prima e di Caterina poi nel castello di Blois mentre il saggio riepilogativo di Henri Zerner  tende a rivalutare una volta per tutte la diffamante accusa di Reine noire rivolta a Caterina dai suoi avversari politici.

Il volume, corredato nella parte finale di un ricco apparato iconografico, si pone come una approfondita e completa pubblicazione su una delle più importanti figure femminili del Rinascimento che per prima tra le illustri sovrane del tempo promosse al più alto livello un mecenatismo artistico di ampio respiro, di lunga durata e di importanti ricadute sul piano politico, istituzionale e culturale.

Leonardo Spinell

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Laicizzazione della Cultura

La prima parte di quest’epoca vide il graduale cambiamento delle tematiche. Nel pieno Medioevo i filosofi erano soliti interpretare la natura terrestre come peccaminosa, focalizzando la figura dell’uomo come “figlio d’Adamo” e dunque il frutto di colui che aveva compiuto il peccato mortale; si viveva per prepararsi alla morte, per redimersi dal peccato mortale ed accedere al più benefico aldilà. Questa visione però non era soltanto dettata dalla teologia, bensì aveva radici politiche, un gioco di potere tra lo stato Papale (propagandato come celestiale, divino e, per la mentalità poc’anzi esposta, buono) e l’Impero (raffigurante il terreno e dunque il corrotto, il malvagio). Ci troviamo così in un’epoca buia per la comunicazione e non solo.
Dopo la fine delle Crociate e la conseguente fioritura del commercio, gli intellettuali italiani entrarono in contattato con gli intellettuali del Mediterraneo orientale, che portarono alla diffusione di idee che non erano più legate al modo di vedere dominante all’epoca in Europa. Altri fattori che portarono ad una sempre maggiore laicizzazione delle opere, furono lo sviluppo dei comuni e delle università e dunque l’indiretto ampliamento del sapere umano ed il distacco tra uomo e Dio.
Per questa sua caratteristica, si è soliti definire la corrente artistica del XV secolo come Umanesimo Rinascimentale, dove al centro delle opere non c’era più Dio bensì l’uomo stesso.
Anche le scoperte scientifiche cominciano ad avere stampo più umano, smentendo in molti casi anche quelli che al tempo erano dogmi imposti dalla Chiesa. Uno dei massimi esponenti di questo Umanesimo scientifico è Leonardo da Vinci: costui analizzava e inventava sotto un’ottica umana e “futuristica”, ovvero non tenendo particolare appoggio su Dio ma sulle esigenze e previsioni del futuro.Tra gli autori più importanti dell’epoca ricordiamo Torquato Tasso (Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595), tra genio e pazzia (o incomprensione), la cui opera più importante fu Gerusalemme Liberata. Da premettere che la Chiesa si oppose alla graduale laicizzazione di questi secoli opprimendo e demonizzando le ideologie in contrasto con quelle cattoliche, usando come mezzi il Tribunale dell’Inquisizione e l’Indice dei Libri Proibiti.
Torquato Tasso, per mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana, si sottopose spontaneamente al giudizio dell’Inquisizione di Ferrara, che lo assolse. Nel 1578 si recò dalla sorella a Sorrento, annunciandole la morte di se stesso, così da vederne la reazione: le svelò la propria identità solo dopo aver osservato la reazione addolorata della donna. Anche quest’episodio sottolinea le turbe psichiche dell’autore, che mostrava evidenti segni di insicurezza.
Così agli scrupoli letterari si unirono ben presto quelli religiosi, che assunsero la forma di vere e proprie manie di persecuzione.
Nonostante un periodo in cui venne rinchiuso per sette anni nell’Ospedale di Sant’Anna, per una sua teorica pazzia, non smise mai di scrivere anzi, in questo periodo produsse tra le sue opere più belle, tra cui il dramma pastorale l’Aminta.
La Gerusalemme Liberata, venne iniziata da Tasso quando aveva soltanto quindici anni ed in un primo momento fu chiamata Gierusalemme; fu nuovamente ripresa nel 1559 e cambiata in Goffredo ed ultima finalmente nel ’79. Questa però non fu l’ultima versione, infatti Tasso volle ancora una volta rivedere il suo capolavoro per far si che fosse consono ai modi ecclesiastici. Tolse dunque tutte le scene amorose, aumentandone il tono religioso. Questa versione prese il nome di Gerusalemme Conquistata e rimase di livello inferiore alla sua precedente.
La Gerusalemme Liberata è poema epico-cavalleresco e parla di un avvenimento realmente accaduto, la prima crociata.L’idea di scrivere un’opera su tale avvenimento è mossa da due obiettivi di fondo: raccontare la lotta tra pagani e cristiani, di nuovo attuale nella sua epoca, raccontarla nel solco della tradizione epica-cavalleresca.
Il poema ha una struttura lineare, con grandi storie d’amore, spesso tragiche o peccaminose; come se il tema dell’amore sensuale, sebbene contrapposto a quello eroico, fosse necessario e complementare ad esso. Si ripropone quindi quel dissidio irrisolto tra tensione religiosa e amore terreno al quale la poesia da Petrarca in poi si era ampiamente ispirata.
L’amore è la tematica più complessa, vissuta in maniera lacerante; poiché anche se visto come peccato, poi vinto dai valori religiosi, il modo di raccontarlo dimostra che rimane un dissidio non risolto. Così le storie d’amore si caricano di pathos tragico, Tancredi si innamora di Clorinda, guerriera musulmana, ed è condannato dal destino ad ucciderla; Armida si innamora di Rinaldo.In contrasto con la figura di Tasso, abbiamo un altro importante dotto dell’epoca, Niccolò Machiavelli (Firenze, 3 maggio 1469 – Firenze, 21 giugno 1527), la cui opera più importante fu Il Principe. Come si può già notare, le tematiche trattate sono nettamente differenti. Queste due figure rappresentano il perfetto contrasto tra le ideologie dell’epoca, una concentrata sulla religione e l’altra su cose ben più terrene come la politica. Quest’uomo mise pose la sua vita al servizio di Firenze e, per i così tanti compiti che gli furono affidati, venne soprannominato “il segretario di Firenze”. Tali compiti furono compiuti con decisa freddezza e ad egli è solito far risalire la famosa frase “il fine giustifica i mezzi“, seppur mai fu pronunciata dalle sue labbra.
Machiavelli fu inoltre il fondatore della moderna scienza politica.
La sua carriera politica terminò quando papa Giulio II uscì vincitore dal conflitto con il re francese Luigi XII. I Medici, rientrati a Firenze, disfecero il governo attuale e bandirono Machiavelli dalla politica. Questi prima del conflitto aveva infatti dichiarato Firenze amica dei Francesi, seppur nemmeno nemica del papato, cercando poi di risolvere le tensioni in modo diplomatico, ma fallì. Gli venne dunque imposta una pesante tassa di mille fiorini e fu rimosso dal suo incarico.
In questa situazione di esilio politico, Machiavelli scrisse la sua opera più importante il cui titolo originale era in realtà De Principatibus, ma dato che fu scritto in volgare, divenne ben più noto come Il Principe. Questo trattato è sempre stato nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica, in parte perché smontava le teorie politiche cristiane, ma soprattutto perché Machiavelli annulla ogni nesso tra etica e politica.
Egli in quest’opera teorizza l’ideale un principato assoluto, nonostante la sua formazione fosse di scuola repubblicana ed abbia sempre creduto nei valori della repubblica; il suo modello è la Repubblica Romana.
Elemento caratteristico del trattato sta nella scelta dell’atteggiamento da tenere nei confronti dei sudditi, culminante nell’annosa questione del “s’elli è meglio essere amato che temuto o e converso” (Cap. XVII). La risposta corretta si concretizzerebbe in un ipotetico principe amato e temuto, ma essendo quasi impossibile per una persona umana l’essere ambedue le cose, si conclude decretando che la posizione più utile viene ad essere quella del Principe temuto (pur ricordando che mai dovrà rendersi odioso nei confronti del popolo, fatto che porrebbe le fondamenta della propria caduta).
Qua appare indubbiamente la concezione realistica e la concretezza del Machiavelli, il quale non viene a proporre un ipotetico Principe perfetto, ma irrealizzabile nel concreto, bensì una figura effettivamente possibile e soprattutto umana.
Ulteriore atteggiamento principesco dovrà l’essere metaforicamente sia “volpe” che “leone”, in modo da potersi difendere dalle avversità sia tramite l’astuzia (volpe) che tramite la violenza (leone).
Per raggiungere il fine di conservare e potenziare lo Stato Machiavelli giustifica qualsiasi azione del Principe, anche se in contrasto con le leggi della morale, ma tale comportamento è valido solo per conseguire la salvezza dello Stato, la quale, se è necessario, deve venire prima anche delle personali convinzioni etiche del principe, poiché egli non è il padrone, bensì il servitore dello Stato.Le interpretazioni di tal testo sono state molteplici. I critici risorgimentali sostennero la tesi che il Principe fosse una specie di manuale delle nefandezze della tirannide; altre ipotesi vedono un Machiavelli desideroso di riottenere un posto politico di rilevanza e propenso anche ad accettare la dimensione monarchica, o che Il Principe potrebbe essere un modello universale di capo di stato, di qualunque forma esso sia, monarchia o repubblica.
La critica moderna ha ultimamente ipotizzato che la volontà di scrivere Il Principe, e quindi di parlare di monarchia, sia stata mossa dall’aggravarsi della situazione in Italia. Difatti alla fine del ‘400 ed inizio del ‘500, l’Italia si trovava in un periodo di continue lotte interne. Machiavelli, attraverso il suo trattato, avrebbe voluto quindi incitare i principati italiani a prendere le redini del paese, ormai sommerso da queste continue guerre, credendo che l’unico modo per riacquistare valore, in quel preciso periodo, fosse proprio un governo di tipo monarchico.

 

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Il Giullare Poeta del XII secolo

Il termine giullare designa tutti quegli artisti che, tra la fine della tarda antichità e l’avvento dell’età moderna, si guadagnavano da vivere esibendosi davanti ad un pubblico: attori, mimi, musicisti, ciarlatani, ammaestratori di animali, ballerini, acrobati.
Nel Duecento e nel Trecento i giullari, uomini di media cultura (molto spesso chierici vaganti per le corti o per le piazze) che vivevano alla giornata facendo i cantastorie, i buffoni e i giocolieri, divennero il maggior elemento di unione tra la letteratura colta e quella popolare.
Costoro erano guardati con sospetto dalla Chiesa cattolica che ne condannava il modello di vita e i canti, che consideravano oscena e turpe.
I giullari, considerati i primi veri professionisti delle lettere perché vivevano della loro arte, ebbero una funzione molto importante nella diffusione di notizie, idee, forme di spettacolo e di intrattenimento vario, importando anche molti aspetti della letteratura francese sviluppatosi con i Trovatori, figure si pensa in buoni contatti con i Giullari.
Essi svolgevano la loro attività in diversi modi e utilizzavano le tecniche più disparate, dalla parola alla musica, alla mimica. Utilizzavano diverse forme metriche come l’ottava, lo strambotto e le ballate, e si applicavano in generi letterari e temi diversi. Tra i più ricorrenti vi era il contrasto, l’alba (cioè l’addio degli amanti al sorgere del sole), la serenata alla donna amata, il lamento della malmaritata.È quella dei giullari una letteratura quasi sempre anonima sia sul piano anagrafico (non si conoscono infatti gli autori di molti componimenti), sia sul piano culturale. Manca infatti un rilievo stilistico distintivo, le forme utilizzate sono convenzionali e ripetitive perché l’autore si basava soprattutto sull’invenzione, sulla battuta ad effetto, sulla brillante e improvvisa trovata.
I documenti più antichi dell’arte dei giullari sono abbastanza rari: il più antico è la cantilena toscana Salv’a lo vescovo senato, che fu composta poco dopo la metà del XII secolo, nella quale un giullare, con enfatiche parole, esalta Villano, arcivescovo di Pisa, per ottenere in cambio il dono di un cavallo.
Il Lamento della sposa padovana è un frammento del secolo XII proveniente da un poemetto di genere cortigiano, probabilmente imitato dal francese, che canta l’amore di una donna per il marito che combatte lontano, in Terrasanta.
Spicca la personalità di Ruggieri Apugliese (o “Apulliese”), giullare vissuto a Siena nella prima metà del Duecento, a cui sono stati attribuiti cinque testi: “Le arti” o “Il vanto” o “Sirventese di tutti i mestieri”, “Passione di Ruggieri” o “Tenzone con il vescovo”, “Tenzone con Provenzano”, “Umìle sono ed orgoglioso” o “Canzone De oppositis”, “L’amore di questo mondo”.
Giullare non comune per cultura, è stato sicuramente la figura dell’epoca più vicina a quella del Poeta. Egli trattò anche temi di serietà non consona ai Giullari-poeti del tempo, come il tema politico trattato nel testo Tenzone con il vescovo; da questa fonte e da Le Arti si presume che tale figura non fosse soltanto un Giullare-poeta, ma anche un notaio o comunque persona di diritto, in quanto utilizza alcuni termini propri dell’ambiente. Quest’ultima opera citata è invece una frottola, nella quale viene esaltata la sua poliedrica bravura in tutti i mestieri. Nel Tenzone con Provenzano ritroviamo invece un’imitazione dei virtuosismi stilistici provenzali.

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Amanuense

Altra figura fondamentale per l’evoluzione della letteratura in Italia è l’Amanuense, che dedicava la sua vita alla trascrizione ed eventuale traduzione dei testi di allora, così che si tramandassero nel tempo. Senza dubbio i libri sono la maggior fonte di comunicazione e l’acquisizione di informazioni, soprattutto in quel tempo.
Nell’antichità classica la professione di amanuense era esercitata dagli schiavi, dopo le invasioni barbariche fu coltivata soprattutto in centri religiosi (in particolar modo le abbazie dei Benedettini) e nel XIII secolo si sviluppò una vera e propria industria di professionisti.
La parola amanuense deriva dal latino servus a manu, che era il termine con il quale i romani definivano gli scribi. Questi monaci vivevano molte ore della giornata nello scriptorium ed a loro che svolgevano questo lavoro era permesso di saltare alcune ore di preghiera. Durante il XIV e il XV secolo, l’arte della copia degli antichi testi aveva raggiunto il suo culmine, i libri infatti dopo essere copiati dagli amanuensi, erano controllati sul piano grammaticale dai corrector (questo avveniva perché in quei tempi, dato l’ottimo salario degli amanuensi, molti semianalfabeti si diedero a questa attività) per poi essere miniati dai miniator. Inoltre, presso le università, gli alunni per poter mantenere i propri studi copiavano, traducevano e miniavano molti codici.
Allo scopo di dimezzare i tempi di produzione un codice talvolta veniva dato da trascrivere dividendolo fra due amanuensi: ciascuno ricopiava la metà affidatagli e poi le due copie venivano riunite. Questo sforzo collettivo appare ancora più evidente per i grossi codici di lusso che richiedevano anche l’intervento dei miniatori, i quali entravano in gioco solo dopo che l’opera era stata completamente ricopiata dagli amanuensi.
Com’è chiaro, non possiamo definire queste figure come Letterati, in quanto si limitavano soltanto a copiare i testi e non crearli.

 

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Invenzione della Stampa

Una vera svolta avvenne in seguito all’introduzione di due nuovi componenti essenziali per la fabbricazione dei libri per come noi li consideriamo oggi. L’arte della fabbricazione della carta, introdotta in Occidente nel XII secolo, si diffuse in tutta Europa nel corso del XIII e del XIV secolo, e verso la metà del XV secolo questo materiale era già disponibile in abbondanza.
L’invenzione della stampa a caratteri mobili, altra grande scoperta del tardo Umanesimo (1450), è attribuita al tipografo tedesco Johann Gutenberg.
Anche se probabilmente questa innovazione fu il risultato di numerosi e diffusi tentativi di migliorare tecniche già in parte note fra i suoi contemporanei, è indubbio che i libri del primo stampatore di Magonza, e in particolare la celebre Bibbia di Gutenberg, costituirono un avvenimento di enorme portata per quell’epoca. Nel periodo tra il 1450 e il 1500 furono stampate in Europa più di 6000 opere e il numero di tipografi aumentò rapidamente. Le stampe spesso erano accompagnate da immagini, sino a quel momento patrimonio dei pittori.
Questo fu il primo strumento verso la divulgazione di informazioni culturali, che il basso prezzo della carta rendeva accessibili a tutti.
Successivamente i caratteri tipografici furono perfezionati (divennero più chiari ed eleganti) e furono introdotti nuovi formati di libri.
Si deve al tipografo veneziano Aldo Manuzio (fine ‘400 – primi ‘500) l’introduzione del corsivo, che nell’arte tipografica prese il nome di carattere “aldino” o “italico”; l’invenzione del libro di piccolo formato, che poteva essere portato con sé e letto in qualunque luogo, senza bisogno di essere depositato nel leggio di una biblioteca
Se i tipografi dell’Europa settentrionale producevano soprattutto libri religiosi, quelli italiani stampavano principalmente opere laiche, come i classici greci e latini che il Rinascimento aveva riscoperto, le novelle degli scrittori italiani e le opere scientifiche contemporanee.
Viene toccato un problema nuovo che gli scrittori dovevano fronteggiare ora che il riprodurre un’opera in più copie era questione di pochi giorni. Grazie all’incredibile facilitazione, vennero alla luce una gran quantità di falsi, contraffazioni, nonché copie illegalmente eseguite e distribuite. Anche il “target” iniziava a divenire ben più vasto delle epoche precedenti. Lentamente molte opere assumeranno significati propagandistici o addirittura consumistici.
La possibilità di vendere e distribuire su larga scala le proprie opere rappresentava quindi anche una fonte di guadagno. Ciò comporta l’avvicinarsi all’arte dello scrivere di numerose categorie di persone, non necessariamente di ricchissima provenienza. Ecco che per la prima volta siamo di fronte al “libro – prodotto di consumo”, una caratteristica della società Occidentale moderna. È tuttavia importante sottolineare che tutti questi concetti all’epoca erano ancora in fase embrionale. Solamente dopo secoli l’editoria diventerà un vero e proprio affare, con la conseguente perdita degli antichi valori della letteratura.

 

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Il Settecento ~ Il secolo dei Lumi

Il Settecento fu il secolo delle rivoluzioni, a cominciare da quella demografica. Verso la metà del XVIII secolo, infatti, la popolazione europea iniziò a crescere con un ritmo decisamente sostenuto rispetto alle epoche precedenti. Tra le cause principale di questa crescita vi è il calo della mortalità, dovuto alla scomparsa della peste, la diminuzione delle carestie ed il raggiungimento di migliori condizioni igenico-sanitarie. Ma la rivoluzione più importante, che porterà radicali cambiamenti nel modo di vivere e relazionarsi delle persone, sarà la rivoluzione industriale.
Fu prevalentemente nei centri urbani, specie se industriali, che si avvertirono maggiormente i mutamenti sociali, con la repentina crescita di grandi sobborghi a ridosso delle città, nei quali si ammassava il sottoproletariato che dalle campagne cercava lavoro nelle fabbriche cittadine. Si trattava per lo più di quartieri malsani e malfamati, in cui le condizioni di vita per decenni rimasero spesso al limite della vivibilità.
Una nota positiva fu però la crescita dell’alfabetizzazione, che nel corso del secolo si decuplicò, seppur fu più lento nei paesi cattolici. Nacquero così le prime istituzioni laiche che si prefiggevano lo scopo di diffondere la cultura e la scienza e che, attraverso il pagamento di una modesta quota annuale, garantivano ai loro membri la possibilità di accedere a un gran numero di libri, giornali e riviste e di formarsi una cultura al passo con i tempi.
Parallelamente, anche l’editoria conobbe un notevole sviluppo, specialmente il numero di giornali.
Questo considerevole aumento dei lettori, determinò inoltre il conseguente mutamento della condizione degli intellettuali che non furono più costretti a dipendere dal mecenate o a dover entrare nei ranghi ecclesiastici, riuscendo ormai a vivere del proprio lavoro.
La nuova cultura formatasi in Inghilterra ed in Francia, si diffuse in gran parte dell’Europa con il nome di Illuminismo (da “lumi della ragione”). Fu caratterizzato da una nuova fede, quella nella ragione e nel potere illuminante della conoscenza. Proponendo una concezione laica della vita, l’illuminismo si basò sui principi d’uguaglianza e di libertà di tutti gli uomini portando cambiamenti in vari campi. La visione della storia per esempio, cambiò radicalmente abbandonando l’idea della storia tracciata dalla Provvidenza di Dio. Sebbene la Chiesa cattolica fosse vista come la principale responsabile della sottomissione della ragione umana nel passato, e la religione in generale fosse indicata come causa della superstizione e dell’ignoranza, l’illuminismo non fu un movimento anti-religioso e si schierò contro ogni forma di fanatismo lottando in favore della tolleranza, cioè della possibilità per chiunque di professare liberamente la propria fede.
L’Illuminismo si basa quindi sull’esaltazione della ragione umana ed è una consapevole ripresa del razionalismo umanistico rinascimentale. Per questo motivo alcuni studiosi hanno definito l’illuminismo un “secondo Rinascimento”. Ad animare l’illuminismo è soprattutto il nuovo spirito scientifico dell’età moderna, cioè la convinzione di rifarsi da un lato all’osservazione diretta dei fenomeni, dall’altro all’uso autonomo della ragione. Ciò portò ad un gran sviluppo di nuove scienze in ogni campo del sapere e la realizzazione dell’Enciclopedia.
Tra gli autori più importanti dell’epoca ricordiamo il poeta Giuseppe Parini (Bosisio, 23 maggio 1729 – Milano, 15 agosto 1799). Per poter ricevere l’eredità lasciatagli dalla prozia, fu costretto a diventare sacerdote. Una volta ottenuta, riuscì a pubblicare una prima raccolta di rime intitolata “Alcune poesia di Ripano Eupilino” sotto forma di novantaquattro componimenti di carattere sacro, profano, amoroso, pastorale e satirico, che risentono della sua prima formazione culturale.
La sua opera più importate è Il Giorno, componimento poetico scritto in endecasillabi sciolti che mira a rappresentare in modo satirico, attraverso l’ironia antifrastica, l’aristocrazia decaduta di quel tempo. Con esso inizia di fatto il tempo della letteratura civile italiana.
L’impronta ironica del poema mira innanzitutto ad una critica nei confronti della nobiltà settecentesca italiana, ambiente che lo stesso Parini aveva frequentato come precettore di famiglie aristocratiche e che quindi conosceva molto bene. Libertinismo, licenziosità, corruzione ed oziosità sono solo alcuni dei vizi che l’autore denuncia nella sua opera, incarnati perfettamente da questa classe sociale che, a giudizio del poeta, aveva perso quel vigore necessario a farsi guida del popolo, come invece era stata in passato. Parini infatti non si pone come nemico della casta nobiliare (come al contrario molti pensatori del suo tempo erano), ma si fa portavoce di una teoria secondo la quale l’aristocrazia vada rieducata al suo originario compito di utilità sociale, compito che giustifica appieno tutti i diritti ed i privilegi di cui gode. Da qui si può comprendere come la sua polemica antinobiliare fosse in linea con il programma riformatore di Maria Teresa d’Austria, che puntava ad un reinserimento dell’aristocrazia entro i ranghi produttivi della società. A spiegare la critica pariniana, è emblematica la definizione del Giovin Signore data nel proemio del Vespro: colui “che da tutti servito a nullo serve“; giocando sull’ambivalenza del verbo “servire”, che può anche significare “essere utile a”. Partendo da questo punto, si può cogliere come il poeta abbia intenzionalmente costruito l’intera opera sul gioco dell’ambiguità: se per una lettura superficiale (e quindi del Giovin Signore stesso) il componimento può apparire un’esaltazione ed un’adesione agli atteggiamenti della classe nobiliare, un approfondimento fa invece emergere tutta la forza dell’ironia volta ad una vera e propria critica, nonché denuncia sociale. L’antifrasi è evidente anche nel ruolo di precettor d’amabil rito che l’autore intende assumere, incaricandosi d’insegnare, attraverso Il Giorno, come riempire con momenti ed esperienze piacevoli la noia della giornata d’un Giovin Signore (ad accentuare il senso di monotonia oppressiva è la collocazione della narrazione sempre in ambienti chiusi o ristretti, come chiusa è la mentalità dei personaggi che li popolano). Ciò fa sì che quest’opera rientri nel genere della poesia didascalica, molto diffusa nell’epoca classica e nei momenti dell’Illuminismo. Lo stile è senza dubbio di alto livello, tipico del poema epico antico e della lirica classica: i frequenti richiami classici ed il tono solenne non sono da intendere solo nella loro funzione di supporto all’ironia ed alla finalità critica del componimento, ma anche come un gusto poetico estremamente colto, ricco e raffinato. La scelta stilistica del poeta di un linguaggio proprio dell’epica, di una grande attenzione ai particolari e di una minuziosità descrittiva, accompagnano quindi quell’intento di ambiguità nei confronti della materia trattata: assumendo i personaggi dell’opera come veri e propri eroi del poema, mettendo su di un piedistallo i loro vizi ed i loro modi di vivere, Parini riesce acutamente a sminuirli, provocando nel lettore sì un sorriso, ma un sorriso che sa’ di amaro. Si può tuttavia riscontrare nel poeta anche un senso di inconfessabile lussuria descrittiva nei confronti dello stile di vita e degli oggetti che fanno parte della sfera quotidiana del giovin signore. La lentezza e la monotonia della vita ripetitiva di quest’ultimo è data infatti anche dal lungo soffermarsi della narrazione su tolette, specchi, monili e quant’altro di invidiabile Parini notava nella vita signorile. Grazie all’influenza della corrente sensista, quella pariniana non è semplice descrizione, ma pura evocazione e percezione della materia che stimola i sensi del poeta. Tale celata ammirazione si traduce in una polemica più pacata nella seconda parte dell’opera rispetto alle prime due sezioni. Se nel Mattino e nel Mezzogiorno gli attacchi sarcastici erano violenti e senza accenno di condono di qualsivoglia pecca, il Vespro e la Notte risentono dell’equilibrio stilistico e compositivo, nonché di tono, che si andava affermando alla fine del XVIII secolo grazie alla nascente sensibilità neoclassica.Sempre in questo secolo vi fu l’emergere di un teatro che si sviluppò in due direzioni, interessato tanto a rappresentare la realtà sociale tramite la commedia, quanto a trarre ispirazione dai sentimenti e dalle passioni di figure eccezionali, da esprimersi attraverso il genere della tragedia.
Questa nuova concezione del teatro fu un’altra evoluzione delle comunicazioni, perché era più semplice per i fruitori recepire il messaggio dell’autore.
In Italia fu la commedia a svilupparsi e ad attrarre il favore di un pubblico appartenente a differenti ceti sociali. La commedia divenne lo strumento più efficace di rappresentazione scenica delle trasformazioni e delle contraddizioni della società dell’epoca.
Vi fu dunque un processo di trasformazione atto all’analisi delle forme teatrali e la riconquista degli spazi scenici di una nuova drammaturgia che oltrepassasse le buffonerie del teatro all’improvviso.
Di ciò si fece carico Carlo Goldoni, tra i più grandi commediografi al mondo nonché uno dei padri della commedia italiana moderna. Egli propose di creare opere drammatiche animate da una scrittura in grado di riflettere la realtà sociale italiana e che fosse inoltre necessario dare rilievo alla dimensione psicologica dei personaggi, così come delineare in modo preciso le trame delle commedie.
Con la sua riforma del teatro eliminò il cattivo gusto della commedia dell’arte, abolì gradualmente l’uso delle maschere e sostituì il canovaccio con un copione.

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L’Ottocento

In quest’epoca l’Italia era sotto il dominio Austriaco e forti erano le censure imposte alla stampa. Già nella seconda metà di questo secolo alcuni concetti di libertà iniziarono a venir meno.
La corrente letteraria che fiorì in questo periodo fu il Romanticismo nato in Germania dallo Sturm und Drang ed arrivato in Italia esattamente nel 1812 in seguito ad un articolo di Madame de Stäel pubblicato nella rivista Biblioteca Italiana un articolo (Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni) nel quale invitava gli italiani a conoscere e tradurre le letterature straniere come mezzo per rinnovare la propria cultura. Successivamente alcuni letterati si staccarono dalla Biblioteca Italiana e fondarono nel 1818 Il Conciliatore. Tale rivista proponeva di “conciliare” ricerca tecnico-scientifica con letteratura, sia illuminista che romantica, con pensiero laico e con il cattolicesimo. Venne chiusa nel 1819 per ordine degli austriaci, che vedevano “romantico” come sinonimo di “liberale”.
L’articolo di Madame de Stäel suscitò nei letterati italiani una spaccatura: alcuni, i più giovani, erano ben propensi al Romanticismo e l’accolsero di buongrado; i Classicisti ne rimasero invece scandalizzati, dato che l’articolo esortava ad abbandonare la “vuota imitazione” dei classici.
Una caratteristica del poeta Romantico è il vittimismo, cioè la comprensione di non essere adatto al proprio tempo e di non riuscire a comunicare le proprie idee ai contemporanei.
L’esponente maggiore del Romanticismo è senza dubbio Giacomo Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), il cui però non ammetterà mai pubblicamente di aderire a tale corrente letteraria, anzi, in un primo momento ne fu avverso, data la sua formazione neoclassica.
La straordinaria qualità lirica della sua poesia e la profonda riflessione sulla condizione umana fanno di lui un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.
Tale poeta maturò in tre fasi: pessimismo personale, pessimismo storico e pessimismo cosmico.
La sua opera più grande fu I Canti, una raccolta di 41 testi, quasi tutta la produzione lirica di Leopardi.L’esponente invece del Romanticismo italiano, che aveva in s’è un patriottismo ed una poesia civile mancante nel Romanticismo europeo, è senza dubbio Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873). Di questo autore ricordiamo, come opera più grande, il primo romanzo storico italiano I Promessi Sposi, rimasto un ancor oggi un caposaldo della letteratura italiana e studiato in tutte le scuole.Alla fine di questo secolo vi sarà in Italia una seconda rivoluzione industriale ed un esodo dalle campagne verso le città più industrializzate. In tale ambito scoppierà la questione meridionale che dividerà non solo l’Italia in due parti: il Nord più industrializzato ed il Meridione latifondista.
Questa frattura verrà ben sentita anche a livello letterario, venendosi a formare due correnti del tutto diverse tra loro. A nord troveremo la Scapigliatura, mentre al sud avremo il Verismo.
Dato il tema centrale che viene trattato, ci occuperemo soltanto del Verismo, che pose le basi per quel che è adesso il giornalismo. Tale corrente nasce dal Naturalismo francese, a sua volte ripreso dal Positivismo, una corrente filosofica che, a differenza del Romanticismo, pone la sua attenzione verso il positivo e vuole analizzare la società in cui vive.
Lo scrittore naturalista diverrà dunque scienziato della società ed avrà come massima aspirazione l’impersonalità delle sue opere. Tali ideologie si diffonderanno in Italia grazie a Luigi Capuana e prenderà il nome di Verismo perché propenso ad analizzare il vero.
Il maggiore esponente è Giovanni Verga (Vizzini, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922), che cercherà di denunciare le pessime situazioni in cui riversava il meridione. La sua poetica avrà come personaggi principali non più uomini vincenti, bensì vinti ed andrà ad analizzare lo strato più basso della società.
Le sue opere più importante dovevano far parte de Il Ciclo dei Vinti, un impegnativo progetto letterario con cui voleva “fotografare” la società del tempo, dallo strato più povero a quello più ricco, ed in ognuno analizzarne i vinti dalla vita. Doveva essere composto da cinque romanzi: I Malavoglia (la lotta per la sopravvivenza), Mastro don-Gesualdo (l’avidità di ricchezza), La duchessa di Leyra (la vanità aristocratica), L’onorevole Scipioni (l’avidità politica), L’uomo di lusso (quest’ultima avrebbe raccolto tutte le avidità di prima).

 

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Il Novecento

Questo secolo sarà perturbato dai conflitti mondiali e di questo ne risentirà anche la letteratura. Verranno inoltre rivoltati tutti gli alti principi su cui si era basata la Rivoluzione Francese: all’uguaglianza si sostituirà la disuguaglianza, al principio di fratellanza quello dello sfruttamento del più debole e la libertà venne quasi del tutto eliminata. Nacque anche il mito della guerra e quello del superuomo.
La corrente letteraria che venne a formarsi fu quella del Decadentismo, ricordata a volte come un terzo Romanticismo, dati i caratteri emblematici e pessimisti, ma non vi si avvicinerà poi tanto. Tale nome non vuole rappresentare una decadenza artistica, bensì la profonda crisi vissuta in quegli anni.
Le caratteristiche di questi poeti erano: anticonformismo, esasperazione dell’individualismo, il culto della violenza, l’evasione dalla società, la sfiducia nella scienza e nella ragione, la figura femminile vista come tentatrice e peccaminosa.
Al poeta vate, celebratore degli ideali e delle aspirazioni della propria società, si sostituirà il poeta veggente. Egli è consapevole di vivere in un mondo che non comprende e gli appare come una foresta di simboli, che tenta di interpretare per dare un senso alla realtà sua contemporanea.
Gli esponenti italiani di tale movimento saranno Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio, due figure in netto contrasto e totalmente opposte.
Il primo, segnato da una vita piena di lutti, Tenderà sempre a riprendere la sua infanzia perduta e che fu il suo periodo più felice, per questo tutte le sue poesia erano dei “piccoli quadri agresti”, oltretutto vedeva la poesia come un “mondo che protegge dal mondo”.
Da tali concetti deriva la sua poetica del fanciullino, la poesia come intuizione pura e ingenua che nasce dalla sintonia tra il fanciullino, musico presente in ognuno di noi ma che crescendo non riusciamo più ad ascoltare, ed il poeta.
D’Annunzio basò invece la sua poetica sul concetto di Superomismo (dottrina Nietzsche ed anche questa interpretata superficialmente) sotto ogni campo e sul Panismo. Egli infatti scrisse di tutto e fu un personaggio centrale nella mondanità del tempo ed eccentrico soldato nel primo conflitto mondiale, a cui partecipò non per spirito patriottico ma semplicemente perché in essa vide la possibilità di rientrare in Italia.
Come già detto scrisse di tutto, ma la gran parte delle sue opere sono superficiali ed era uno scrittore monocorde.
Soprattutto negli anni dopo la Prima Guerra Mondiale, si avrà un totale crollo di tutte le libertà e l’affermazione di uno stato totalitario per opera del fascismo e, più in particolare, di Benito Mussolini. Questo è stato il secolo più buio per la comunicazione in Italia. La stampa e tutte le altre istituzioni dedite al divulgare le informazioni erano monopolizzate e strettamente censurate dal fascismo, non era permesso nemmeno dialogare di qualsiasi cosa non fosse in linea con il pensiero fascista e tentarono, in parte riuscendoci, a contaminare persino il modo di pensare degli Italiani. I letterati dovettero adattarsi di conseguenza, altri ne furono fomentatori.
L’adesione di Pirandello al fascismo fu sostanzialmente una scelta opportunistica e non ideologica. Del resto, i rapporti con il regime furono sempre assai freddi. Pirandello si iscrive al partito nel 1924, nel pieno della bufera politica scatenata dall’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, con un breve telegramma indirizzato a Mussolini, Pirandello dichiarò di voler aderire come «umile e obbediente gregario», al partito fascista. L’episodio appare paradossale (e molto pirandelliano) perché avvenne nel momento di maggiore debolezza politica del regime, allorché le opposizioni sembravano sul punto di far cadere il governo.
Pirandello divenne fascista per più motivi: per il suo innato gusto dell’andare controcorrente; per la sua radicata diffidenza verso i partiti politici tradizionali; per un bisogno di certezze, oltre le barriere del suo relativismo; infine e soprattutto, per il sogno di favorire cosi la nascita di un teatro di stato, protetto e sovvenzionato dal regime. Le illusioni pero caddero presto. Pirandello man mano si sottrasse all’abbraccio del regime, viaggiando molto e risiedendo spesso all’estero, nel 1931 pronunciò all’accademia d’Italia , di cui era stato nominato membro l’anno prima, un discorso commemorativo su Verga che suonava aspramente critico verso D’Annunzio, all’epoca l’intellettuale fascista prestigioso. Quando nel 1934 gli fu assegnato il premio Nobel, la critica ufficiale accolse con freddezza il riconoscimento. L’ultimo dispetto giocato da Pirandello al regime fu il proprio funerale, che lui volle poverissimo. Di fronte alla volontà del fascismo di celebrare le solenni esequie di stato dell’autore italiano più celebre al mondo, questi riprendeva intatta la sua libertà, riaffermando la sua voglia di solitudine e di lontananza da tutto.

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Neorealismo (cinema)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Neorealismo è stato un movimento culturale, nato e sviluppatosi in Italia durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, che ha avuto dei riflessi molto importanti sul cinema contemporaneo (soprattutto negli anni compresi tra il 1943 e il 1955 circa[1]). In ambito cinematografico i maggiori esponenti del movimento, sorto spontaneamente e non codificato, furono, negli anni quaranta, i registi Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Matteo Gianoli, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Alberto Lattuada, Renato Castellani, Luigi Zampa e lo sceneggiatore Cesare Zavattini, cui si affiancheranno, nel decennio successivo, Francesco Maselli e Carlo Lizzani. In una posizione a sé stante si colloca Federico Fellini (per la cui cinematografia si conierà, successivamente, il termine di realismo magico). Il cinema neorealista è caratterizzato da trame ambientate in massima parte fra le classi disagiate e lavoratrici, con lunghe riprese all’aperto, e utilizza spesso attori non professionisti per le parti secondarie e a volte anche per quelle primarie. I film trattano soprattutto la situazione economica e morale del dopoguerra italiano, e riflettono i cambiamenti nei sentimenti e le condizioni di vita: speranza, riscatto, desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e di cominciare una nuova vita, frustrazione, povertà, disperazione. Per una maggiore fedeltà alla realtà quotidiana, nei primi anni di sviluppo e di diffusione del neorealismo i film vennero spesso girati in esterno, sullo sfondo delle devastazioni belliche; d’altra parte, dall’aprile del 1937, il complesso di studi cinematografici di che era stato il centro della produzione cinematografica italiana, ossia Cinecittà, fu occupato dagli sfollati sino all’immediato dopoguerra, risultando quindi indisponibile ai registi.

Silvana Mangano in Riso amaro, di Giuseppe De SantisOrigini e sviluppo

Il movimento si sviluppò intorno a un circolo di critici cinematografici che ruotavano attorno alla rivista Cinema, fra cui Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Gianni Puccini, Giuseppe De Santis, e Pietro Ingrao. Lungi dal trattare temi politici (il direttore della rivista era Vittorio Mussolini, figlio di Benito Mussolini), i critici attaccavano i film ascrivibili al genere dei telefoni bianchi, che al tempo dominavano l’industria cinematografica italiana. In opposizione alla scarsa qualità dei film commerciali, alcuni critici ritenevano che il cinema dovesse rivolgersi agli scrittori veristi di inizio secolo.

I neorealisti furono molto influenzati dal realismo poetico francese. Di fatto, sia Michelangelo Antonioni che Luchino Visconti lavorarono in stretta collaborazione con Jean Renoir. Inoltre molti registi neorealisti erano maturati lavorando su film calligrafisti, sebbene questo breve movimento fosse notevolmente diverso dal neorealismo. Elementi di neorealismo sono rintracciabili anche in alcune opere di Alessandro Blasetti e nei film – documentari di Francesco De Robertis. Secondo alcuni critici, i due più significativi lungometraggi che negli anni trenta anticiparono alcuni aspetti del neorealismo, furono Toni (Renoir, 1935) e 1860 (Blasetti, 1934).

Il primo film chiaramente ascrivibile al genere viene considerato quasi unanimemente dalla critica Ossessione (1943), di Luchino Visconti[2]. Il Neorealismo acquistò però risonanza mondiale per la prima volta nel 1945, con Roma, città aperta, primo importante film uscito in Italia nell’immediato dopoguerra. Il lungometraggio narra, con accenti fortemente drammatici, la lotta morale degli Italiani contro l’occupazione tedesca di Roma, facendo coscientemente il possibile per resistervi. I bambini sono osservatori della realtà e in essi ci sono le chiavi del futuro. Al culmine del neorealismo, nel 1948, Luchino Visconti adattò I Malavoglia, il celeberrimo romanzo di Giovanni Verga scritta nel pieno del verismo, il movimento del XIX secolo che fu per tanti aspetti la base del neorealismo. Ne ammodernò il soggetto, apportando modifiche straordinariamente piccole alla trama o allo stile originale. Il film che ne risultò, La terra trema, fu interpretato solo da attori non professionisti e fu girato nel medesimo paese, Aci Trezza, frazione di Aci Castello (Catania), dove il romanzo era ambientato. Poiché il film venne girato in Lingua siciliana, esso fu sottotitolato anche nella versione originale italiana.

Il neorealismo propriamente detto si esaurì attorno alla metà degli anni cinquanta, tuttavia influenzò sensibilmente alcuni registi successivi, fra cui Pier Paolo Pasolini, che nei primi anni sessanta diresse alcuni film apparentemente ascrivibili al genere, anche se l’attenzione al picaresco in quel momento era evidente e apertamente dichiarata. Il contenuto neorealista fu allora nella rappresentazione, spettacolare e forse documentaria, ma comunque accessoria, di alcuni elementi della vera vita comune in Italia dopo il cosiddetto “boom” degli anni sessanta.

Caratteristiche del neorealismo

Ci sono vari aspetti che caratterizzano il neorealismo: i film neorealisti sono generalmente girati con attori non professionisti; le scene sono girate quasi esclusivamente in esterno, per lo più in periferia e in campagna; il soggetto rappresenta la vita di lavoratori e di indigenti, impoveriti dalla guerra. È sempre enfatizzata l’immobilità, le trame sono costruite soprattutto su scene di gente normale impegnata in normali attività quotidiane, completamente prive di consapevolezza come normalmente accade con attori dilettanti. I bambini occupano ruoli di grande importanza ma non solo di partecipazione, perché essi riflettono ciò che “dovrebbero fare i grandi”.

I film neorealisti proponevano storie contemporanee ispirate a eventi reali e spesso raccontavano la storia recente come Roma città aperta di Roberto Rossellini. Questo film è l’epopea della Resistenza, messa in pratica grazie all’alleanza tra comunisti e cattolici a fianco della popolazione. Ben presto però l’attenzione fu rivolta ai problemi sociali contemporanei, fra questi emerge Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, nel film è raccontato il dramma di un operaio, nella narrazione si rappresenta la durezza della vita nel dopoguerra. La denuncia del disagio sociale è ancora più forte nei film Riso amaro di Giuseppe De Santis e La terra trema di Visconti. Tuttavia l’immagine dell’Italia, un paese povero e desolato, che traspariva da questi film infastidiva una certa classe politica. A questo proposito è emblematico l’episodio di Vittorio Mussolini che, dopo aver visto Ossessione di Visconti, era uscito dalla sala urlando Questa non è l’Italia!. Anche la chiesa cattolica condannò molti film per l’anticlericalismo e per come venivano trattati argomenti come il sesso, mentre la sinistra non accettava la visione pessimistica e la mancanza di un’esplicita dichiarazione di fede politica.

Nel 1949 fu emanata una legge, presentata dall’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti, che doveva sostenere e promuovere la crescita del cinema italiano e al contempo frenare l’avanzata dei film americani ma anche gli imbarazzanti eccessi del neorealismo. A seguito di questa norma, prima di poter ricevere finanziamenti pubblici, la sceneggiatura doveva essere approvata da una commissione statale.[3] Inoltre se si riteneva che un film diffamava l’Italia poteva essere negata la licenza di esportazione, insomma era nata una sorta di censura preventiva.[4]

Influssi del neorealismo

Il neorealismo italiano fu uno dei più significativi movimenti cinematografici, ed ebbe profondi e vasti impatti nella storia del cinema. Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, e Luchino Visconti, tre dei più importanti e noti registi italiani, iniziarono le loro carriere col neorealismo e ne portarono alcuni elementi nelle loro successive opere. I critici della Nouvelle Vague celebrarono il neorealismo e ne incorporarono l’esperienza nel proprio movimento. Altri movimenti negli Stati Uniti, Polonia, Giappone, Regno Unito e altrove svilupparono molte delle idee articolate per la prima volta dai neorealisti.

Il neorealismo italiano fu ispirato dal cinéma vérité francese, dal Kammerspiel tedesco. Ispirò profondamente la Nouvelle Vague francese; influenzò il movimento documentario americano e la scuola cinematografica polacca. I suoi effetti si possono riconoscere anche nel recente movimento danese Dogma 95.

Opere principali

Precursori ed influenze

I film

Luchino Visconti

Roberto Rossellini

Vittorio De Sica

Giuseppe De Santis

Alberto Lattuada

Pietro Germi

Renato Castellani

Luigi Zampa

Federico Fellini

  • I Vitelloni (1953) – Leone d’argento alla Mostra di Venezia; 2 nastri d’argento (miglior regia e miglior attore non protagonista)
  • La strada (1954) – Oscar al miglior film straniero; Leone d’argento alla Mostra Cin. di Venezia; 2 nastri d’argento (miglior regia e produzione)

Carlo Lizzani

Francesco Maselli

  • Gli sbandati (1955) – Menzione speciale alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia
Guardie e ladri, di Monicelli e Steno: commedia drammatica, ma che richiama palesemente lo stile neorealista

Francesco De Robertis

Note

  1. ^ Se esiste univocità di giudizi, o quasi, sull’anno in cui ha avuto inizio il fenomeno del neorealismo propriamente detto (il 1943, allorquando venne presentato al pubblico italiano il capolavoro di Visconti Ossessione), le certezze vengono meno al momento di stabilirne la durata. Il celebre critico francese Georges Sadoul, ad esempio, lo fa dilatare cronologicamente fino alle soglie degli anni sessanta e cita a tale proposito Rocco e i suoi fratelli che egli definisce «une grande tragédie néo-réaliste». Cfr. George Sadoul, Histoire du Cinema Mondial, des Origines à nos Jours, ottava edizione, rivista e ampliata, Parigi, Flammarion, 1966, p. 333.
  2. ^ Dice Luchino Visconti in un’intervista al settimanale “L’Europeo”: Con Ossessione, venti anni fa, si parlò per la prima volta di Neorealismo (L’Europeo, anno XVIII – n° 34 – 28 agosto 1962)
  3. ^ Andreotti era stato Sottosegretario per lo Spettacolo dal maggio 1947 all’agosto 1953. La norma è prevista all’art.6 della legge n. 958 del 29/12/1949. Lo stesso anno era stato emanato anche il D.P.R. 20 ottobre 1949, n. 1071
  4. ^ Mass media e anni cinquanta

Bibliografia

  • Gian Piero Brunetta, Storia del cinema italiano, Vol. III (Dal neorealismo al miracolo economico 1945-1959), Roma, Editori Riuniti, 1993. ISBN 88-359-3788-4
  • Carlo Lizzani, Il cinema italiano. Dalle origini agli anni ottanta, Roma, Editori Riuniti, II edizione 1982, p. 99-160. CL 63-2470-3
  • Lino Miccichè, «Neorealismo», Enciclopedia del cinema, vol. IV, Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani
  • Georges Sadoul, Histoire du Cinema Mondial, des Origines à nos Jours, ottava edizione, rivista e ampliata, Parigi, Flammarion, 1966, pp. 326-338
  • Mario Verdone, Il Cinema Neorealista, da Rossellini a Pasolini (Celebes Editore, 1977).

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John Kleeves e la verità sulla colonia Italia.. (e dopo aver parlato è stato suicidato) –

Comunicazioni di servizio Paolo D’Arpini 27 gennaio 2012

(…) l’Italia ho già detto che è di Tipo A (cioè quando gli USA hanno la possibilità di imporre totalmente la propria volontà sul governo del Paese soggetto). Anzi, è il decano e il leader sia morale che politico che economico delle neocolonie USA in Europa. Se c’è un Paese europeo che fu una effettiva, totale e legittima preda di guerra degli USA nella WWII questo fu l’Italia: fu una delle due potenze dell’Asse, fece la sua guerra, la perse e fu occupata, rimanendolo sino adesso (oggi come oggi ci sono un paio di centinaia di basi militari USA sul territorio italiano, qualcuno dice solo 106).

L’Italia non ebbe neanche la fortuna della Germania, di essere in parte occupata dai Russi e di poter rinegoziare a Muro crollato. Logico quindi che l’Italia sia quello che è. Certo, la situazione non venne sbandierata ai quattro venti, anzi ci fu subito un accordo, più che per tenerla nascosta, perché non se ne parlasse. Venne inventata la Resistenza e la sua mistica, venne inventata una Repubblica e una nuova Costituzione, vennero inventati i partiti e le elezioni, con lo scopo di distrarre, ingannare, illudere. Straordinaria la classe politica italiana post 1945, selezionata con criteri assolutamente antimeritocratici, sia dal punto di vista professionale che intellettuale che soprattutto morale: largo ai peggiori fu la parola d’ordine.

Era ovvio, perché i migliori – specie i migliori dal punto di vista morale – non si sarebbero prestati, e difatti tranne le eccezioni di pochi illusi, di pochi ingenui, non si prestarono. Si trattava infatti non di fare politica, ma di fare polverone, di fare sceneggiate, di darla a bere ai connazionali, nel frattempo stornando un bel po’ di soldi pubblici per dirottarli una frazione nelle proprie tasche e il grosso verso la categoria ora dominante, quella dei Kapò.

Infatti anche con l’Italia gli USA adoperarono il loro solito sistema neocoloniale: la spartizione delle risorse locali con l’elite ricca del Paese, che in cambio mantiene il popolo tranquillo, lo addormenta e lo distrae magari con il grande spettacolo della politica parlamentare, delle sue liti, scandali, polemiche, elezioni, referendum eccetera, e all’evenienza lo reprime. In questo modo l’elite ricca del Paese diviene nella sostanza una categoria di Kapò, che in cambio di favori esclusivi controlla e reprime la massa connazionale, che viene sfruttata a piene mani. Naturalmente i kapò allo scopo assumono alle loro dipendenze una numerosa manovalanza di sottokapò, i politici, gli intellettuali, i figuranti generici, e la torma dei vigilantes, mazzieri e tonton macutes variamente addobbati.

La spartizione delle risorse nazionali italiane fra una elite traditrice in patria e gli USA è stata evidente: dopo il 1945, con una certa gradualità imposta dalla discrezione, sono scomparsi interi settori industriali strategici: aeronautica civile e militare, cantieristica navale militare, costruzione di artiglierie fisse e semoventi, industria elettronica e informatica, industria aerospaziale, missilistica, estrazione del petrolio all’estero e anche in patria (Mattei fu addirittura ucciso per ridimensionare l’Agip). Ciò era allo scopo di far importare all’Italia quei prodotti dagli USA, è evidente.

Nel contempo l’Italia era invasa di prodotti “culturali“ USA, come musica, libri e film, contro i quali non veniva posta alcuna restrizione. Clamoroso il caso della cinematografia, dove il neorealismo italiano – un filone troppo di successo anche nel mondo, dove faceva ombra a Hollywood – fu soffocato nel giro di pochi anni privandolo dei crediti cinematografici perché “il genere non andava più“.

Sistemi analoghi venivano usati anche nel settore industriale: il Personal computer fu inventato dall’ing. Perotto della Olivetti, che lo brevettò, ma in breve tempo guarda caso il brevetto finì alla IBM. La ricerca scientifica italiana fu di fatto proibita: fingendo incapacità e dabbenaggine della classe politica e sciocco baronismo della classe universitaria si evitò sempre accuratamente di renderla agibile in Italia, allo scopo di indirizzare i ricercatori italiani all’estero e nell’ambito in grande maggioranza, naturalmente, negli USA.

Attualmente ogni anno circa 10.000 giovani ricercatori italiani vanno a lavorare all’estero, direi negli USA, dove seminano i benefici industriali derivanti dalle loro scoperte, brevetti, invenzioni. E se qualche dirigente italiano si oppone a questa direttiva, a questa politica o, se si preferisce, a questi ordini americani, viene durissimamente punito, e vedasi certamente il caso dell’ex presidente del CNR Felice Ippolito. Il dottor Montezemolo in nome della Confindustria invoca il potenziamento della ricerca e sviluppo in Italia: bene, ma spero che sappia di cosa parla.

E mi piacerebbe ascoltare l’opinione in proposito di qualche ministro dell’Istruzione, di uno di quelli più votati alla“efficienza“: efficienza per chi, per l’Italia o per qualcun altro? E’ per quello che insistono tanto sull’insegnamento della lingua inglese, perché sanno che i giovani talenti scientifici sono destinati agli USA? Per quanto riguarda gli stessi ricercatori italiani all’estero, sono addirittura orgogliosi di lavorare “in America“ e per carità se possono dire “al MIT, M-a-s-s-a-c-h-u-s-e-t-t-s I-n-s-t-i-t-u-t-e of T-e-c-h-n-o-l-o-g-y “: geni forse, ma ingenui sicuramente.

In pratica, come tutte le colonie, l’Italia deve pagare un tributo annuo al padrone, sotto forma di una passività commerciale imposta per importare beni che si potrebbero fare in casa (nutro seri dubbi sulle cifre dell’interscambio Italia-USA che vengono diffuse). E questa non è solo una opinione mia: nel 1995 nel suo libro“La grande scacchiera“ lo ha addirittura ammesso Zbigniew Brezinski, l’eminenza grigia del regime USA. Il flusso di migliaia di ricercatori invece è proprio l’equivalente degli ostaggi della miglior gioventù che nell’antichità i vincitori pretendevano dai vinti.

Tutto ciò per l’Italia ha comportato e comporta la perdita di centinaia di migliaia, forse di milioni di posti di lavoro, e ha comportato certamente la compressione del salario di quelli rimasti occupati, ed è realmente sbalorditivo rilevare come mai nessun sindacalista italiano, come certamente nessun politico, abbia protestato, o almeno mostrato di aver compreso la situazione.

Tutto ciò dal 1945 alla CMB, quando la dominazione USA sull’Italia era soft. Dopo il 1990, in pratica quando si cominciò a parlare guarda caso di un sistema politico bipartitico e maggioritario, questa dominazione è divenuta hard, perché gli USA non hanno più restrizioni né remore e quello che vogliono lo prendono. E si hanno avuto le privatizzazioni, che hanno avuto e stanno avendo (occorre tempo) il classico effetto neocoloniale: sottrazione di risorse al popolo (vendita a “privati“ di aziende di erogazione, utilities, acquedotti, reti elettriche e telefoniche, centrali, rotaie e vagoni, immobili pubblici, assicurazioni, banche ecc; si parla anche di vendere a “privati“ le strade, le coste) e loro ripartizione tra l’elite di Kapò locali e le Multinazionali, Finanziarie e altre Aziende USA.

Al banchetto al momento sono fatte partecipare entità anche di altri Paesi, ma ciò cesserà al momento opportuno. E tutto, ripeto, avviene nel silenzio di politici, giornalisti, scrittori eccetera di ogni e qualsivoglia partito, anche del più marxisticamente o“nostalgicamente“ puro e intransigente: la connivenza dei sottokapò è totale.

Sto forse affermando che c’è un complotto contro il popolo italiano? Certo che sì: l’Italia è un Tipo A e la sostanza della situazione di questi Paesi è proprio l’esistenza di un complotto contro i rispettivi popoli.(…)

CHI HA VINTO LA 2° GUERRA MONDIALE? un ritornello che ha accompagnato molti commenti delle celebrazioni del 25 aprile, afferma insistentemente che il movimento partigiano da un punto di vista militare non fu rilevante che, mai l’Italia sarebbe stata liberata se non vi fosse stato l’intervento dell’esercito anglo-americano, da qui il gesto polemico di chi non a compendio ma “in alternativa” alle manifestazioni del 25 aprile si reca a commemorare i caduti degli eserciti alleati, morti per la nostra libertà.

L’affermazione è una verità banale detta, tuttavia, con intenti faziosi al fine di sminuire il ruolo della Resistenza. Se si vuole affrontare la questione da un punto di vista storico-militare, aspetto che giudico importante ma non l’elemento essenziale, bisogna allora ricordare che l’Asse nazifascista fu sconfitto con grande difficoltà, dopo sei anni di guerra; per sconfiggerlo fu necessaria una grande alleanza che faceva perno attorno a Gran Bretagna, URSS e USA. E’ evidente che il merito fu di tutti, anche se l’apporto alla vittoria da un punto di vista militare fu diverso.

Affrontando il discorso sotto questo aspetto, senza rimozioni, bisogna allora precisare che il peso maggiore della guerra al nazifascismo fu sostenuto dall’URSS, che per prima sconfisse le invitte armate tedesche a Rostov e a Mosca e che con la battaglia di Stalingrado segnò la svolta della guerra, che lo sbarco in Normandia avvenne quando l’Armata Rossa era all’offensiva dal Baltico ai Carpazi e che anche dopo il D-Day più dei due terzi della forze armate del Terzo Reich rimasero a fronteggiare l’Armata Rossa. Anche questa è una verità banale ma pressoché rimossa. Il 9 maggio è stato il 66° anniversario della fine della guerra mondiale in Europa.

ESTRATTO DEL LIBRO “USA – Un paese pericoloso per la pace mondiale”
di John Kleeves

(Fonte: http://www.fileden.com/files/2010/1/3/2712390/Un%20paese%20pericoloso.pdf)

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