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di Francesco Lamendola – 18/10/2013

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Il tribunale di Norimberga, che processò e condannò non solamente dei ministri e dei generali tedeschi, ma la loro stessa appartenenza al partito nazista (andato legalmente al potere nel 1933) e all’esercito del Terzo Reich, operò in spregio della giustizia, formulando capi d’accusa che non esistevano nella legislazione internazionale, come i “crimini contro la pace”, e trattando tutti gli imputati come una banda di criminali, pur rispettando una apparente correttezza formale; questa ormai è storia e non occorre insistervi sopra.

Quello che ancora non è passato nelle coscienze e nell’opinione pubblica, però, è ilperché gli Alleati agirono in quel mondo; per quale ragione vollero imbastire un processo-farsa nel quale i vincitori, fatto mai accaduto prima, si arrogavano il diritto di giudicare i vinti con una sentenza inappellabile e già scritta in partenza; né si è messo abbastanza in luce l’elemento di continuità che lega il trattato di Versailles – quando i rappresentanti della Germania dovettero sottoscriver e un documento in cui si accollavano tutta intera la responsabilità della guerra del 1914 -, il processo di Norimberga del 1945-46, e tutta una serie di azioni militari e giuridiche attuate successivamente dalla superpotenza americana, in parte con la copertura delle Nazioni Unite, in parte senza di essa, come gli interventi in Jugoslavia nel 1999 e in Iraq nel 2003, coronati dalla cattura e dal processo spettacolare, per crimini di guerra, degli esponenti di quei regimi sconfitti.

Il saggista francese Maurice Bardèche (1907-1998), del quale ci siamo già occupati altra volta (cfr. l’articolo Sparta e i Sudisti nel pensiero di Maurice Bardèche), con notevole lucidità intellettuale aveva formulato la risposta all’interrogativo in questione fin dagli anni immediatamente seguenti al processo di Norimberga, in un saggio spregiudicato e non sempre condivisibile, ma indubbiamente coraggioso e penetrante, intitolato Nouremberg ou la Terre Promise (tradotto in italiano da Gianna Tornabuoni, con il titolo I servi della democrazia, pubblicato dalla casa editrice Longanesi & C. di Milano nel 1949), del quale ci piace riportare alcuni passi particolarmente significativi:

«L’opinione pubblica e i mandanti delle potenze vincitrici affermano di essersi eretti a giudici quali rappresentanti della civiltà! È la spiegazione ufficiale, ed anche il sofisma ufficiale, giacché si prende per principio e base sicura proprio ciò intorno a cui verte la discussione. Soltanto alla fine del processo aperto tra la Germania e gli alleati si potrà dire da quale parte la civiltà fosse. Non certo al principio, e soprattutto non è certo una delle parti in causa che potrà dirlo. […] La verità è tutt’altra. Il fondamento vero del processo di Norimberga, quello che nessuno ha mai osato designare, temo sia la paura: è lo spettacolo delle rovine, e il panico del vincitore. “Bisogna che gli altri abbiano torto”. È necessario, perché se per caso essi non fossero stati dei mostri, quale peso immane avrebbero le città distrutte e le bombe al fosforo! L’orrore, la disperazione dei vincitori è il vero motivo del processo. Si sono velati il viso davanti alla necessità di certe cose e, per farsi coraggio, hanno trasformato i loro massacri in crociate. Hanno inventato “a posteriori” il massacro in nome dell’umanità. Da assassini si sono promossi gendarmi. Si sa del resto che, da una certa cifra di morti in su, ogni guerra diviene obbligatoriamente una guerra del diritto. La vittoria è completa soltanto quando, dopo aver forzato la cittadella, si conquistano le coscienze. Da questo punto di vista il processo di Norimberga è un mezzo di guerra moderna meritevole di essere descritto quanto un bombardiere (pp. 14-16).

Le apparenze della giustizia furono salvaguardate in modo perfetto. La difesa aveva pochi diritti, ma quei pochi furono tutti rispettati. Qualche zelante ausiliario del pubblico ministero fu richiamato all’ordine per essersi permesso di qualificare prematuramente gli atti sui quali doveva fare il proprio rapporto. Il tribunale interruppe l’esposto del pubblico ministero francese per il suo carattere sleale e diffuso, e rifiutò di ascoltarne il seguito. Molti accusati furono assolti. Le forme infine furono perfette e mai giustizia più discutibile fu resa con maggior correttezza. Questo apparato moderno, infatti, come si sa, ebbe per risultato di resuscitare la giurisprudenza delle tribù negre. Il re vincitore si insedia sul suo trono e fa chiamare gli stregoni: e lì, davanti ai guerrieri seduti sui talloni, i capi vinti vengono sgozzati. […] Un tribunale che fabbrica le leggi dopo essersi installato sul suo seggio, si riporta ai confini della storia. Nemmeno al tempo di Chilperico si osava giudicare in questo modo. La legge del più forte è un atto leale al confronto. Quando il Gallo grida: “Vae victis”, per lo meno non crede di essere Salomone. Quel tribunale invece è riuscito ad essere un’assemblea di negri in colletto duro: è il programma della nostra futura civiltà (pp. 26-27).

…nessuno può essere mai sicuro di non far parte di un’organizzazione criminale. IL calzolaio tedesco, padre di tre bambini, vecchio combattente di Verdun, che ha preso nel 1934 la tessera del partito nazista, è stato accusato dal pubblico ministero di far parte di un’organizzazione criminale. Cosa faceva di diverso il commerciante francese, padre di tre bambini, vecchio combattente di Verdun, entrando nel movimento “Croci di fuoco”? L’uno e l’altro credevano di appoggiare un’azione politica atta ad assicurare il risorgere del proprio paese. L’uno e l’altro hanno compiuto il medesimo atto: e tuttavia gli avvenimenti hanno dato a ciascuno di quegli atti un valore diverso,. L’uno è un patriota (se ha ascoltato la radio inglese, beninteso), ma l’altro viene accusato dai rappresentanti della coscienza umana. Queste difficoltà sono gravissime. Il terreno ci sfugge sotto i piedi. I nostri sapienti giuristi forse non se ne rendono conto, ma vengono così ad accettare una concezione del tutto moderna della giustizia: quella che nell’U.R.S.S. servì di base al processo di Mosca. La nostra concezione della giustizia era stata sinora romana e cristiana romana, in quanto esige che ogni atto punibile riceva una qualifica invariabile essenziale all’atto stesso; cristiana, in quanto deve essere sempre considerata l’intenzione, sia per aggravare, sia per attenuare le circostanze dell’atto qualificato delitto. Esiste tuttavia un’altra concezione della colpa, e per molti versi può chiamarsi marxista: essa consiste nel pensare che un’azione qualsiasi, non colpevole in sé né per la sua intenzione,al momento in cui fu commessa, può apparire legittimamente colpevole in una certa visuale posteriore agli avvenimenti. Non faccio paragoni. I marxisti sono senza dubbio in buona fede, giacché essi vivono in una specie di mondo non euclideo ove le linee della storia appaiono raggruppate e deformate o, se si vuole, armonizzate in una prospettiva marxista. Mentre Shawcross e Justice Jackson, rappresentanti inglese e americano, vivono in un mondo euclideo, ove tutto è sicuro, chiaro o almeno dovrebbe esserlo, e dove i fatti dovrebbero essere fatti e nulla più. Soltanto la loro malafede ci trasporta in un mondo instabile; e là le nostre intenzioni non contano più, persino le azioni non contano, “ciò che noi siamo in realtà non conta”. […] Allora si avanza il giudice e ci dice: “Voi non siete più un calzolaio tedesco o un commerciante francese come credevate; siete un mostro, avete appartenuto ad una associazione di malfattori, avete partecipato ad un complotto contro la pace, come è chiaramente indicato nella prima sezione del mio atto d’accusa” (pp. 34-35).

Questo permanente stare in guardia, ci prepara una forma di vita politica che non dobbiamo ignorare e che d’altronde tre ani di esperienza continentale non ci permettono di ignorare. La condanna del partito nazionalsocialista va assai più lontano di quanto possa sembrare. Essa colpisce in realtà tutte le forme solide, tutte le forme geologiche della vita politica. Ogni nazione, ogni partito che abbiano il mito della patria, della tradizione, del lavoro, della razza sono sospetti. Chiunque reclami il diritto del primo occupante e attesti cose evidenti come la signoria della città, offende una morale universale che nega il diritto dei popoli a redigere la propria legge. Non soltanto i tedeschi ma noi tutti veniamo così ad essere spogliati. Nessuno ha più il diritto di sedersi nel proprio campicello e di dire: “Questa terra mi appartiene”. Nessuno ha più il diritto nella città di levarsi e di dire: “Noi siamo gli anziani, noi abbiamo costruito le case di questa città; colui il quale si rifiuta di obbedire alle leggi se ne vada”. Ormai è scritto che un concilio di esseri impalpabili ha il potere di sapere ciò che avviene nelle nostre case e nelle nostre città. Delitto contro ‘umanità’: questa legge è buona, quella no. La civiltà ha il diritto di veto (pp. 46-47).»

Bardèche osserva che, mano a mano che cresceva, già durante la guerra, l’ideologia della guerra antifascista come una crociata, la Resistenza diveniva il nuovi mito di essa e perfino i bombardieri che riducevano in cenere le città tedesche venivano denominati “Liberatori”: e questo perché, dovendo lottare contro dei mostri, qualunque atrocità diveniva legittima e anzi benemerita, poiché affrettava la fine del Male. È la stessa logica che portò al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, non necessario dal punto di vista militare e deliberatamente diretto su due città inermi, piene di donne, bambini e anziani, non su obiettivi strategici.

Ma la parte più interessante della riflessione di Bardèche, che non possiamo qui riportare per motivi di spazio e di cui consigliamo la lettura integrale, è quella riguardante le conseguenze non solo politiche e giuridiche, ma soprattutto economiche e finanziarie del “nuovo ordine mondiale” inaugurato dal processo di Norimberga; riflessione che, scritta più di sessant’anni fa, presenta aspetti di straordinaria intuizione dei meccanismi futuri, e parla in un linguaggio che appare di stupefacente attualità.

Si incomincia con la limitazione della libertà della nazione sconfitta: ieri la Germania, oggi la Iugoslavia o l’Iraq. Prima di consentire il ritiro delle truppe d’occupazione, si chiede al nuovo governo, nato dalla disfatta, di firmare un trattato in cui ci si impegna solennemente a non ripercorrere le strade di quello precedente e a rispettare tutti gli impegni contratti col vincitore e con la comunità internazionale – il vincitore si identifica con la comunità internazionale, ieri la Società delle Nazioni, oggi le Nazioni Unite: in questo modo, si identifica automaticamente con la “civiltà” e degrada a “barbarie” qualunque forze gli si opponga o ardisca di resistergli.

Dalla limitazione della libertà politica si passa a quella economica: bisogna tenere aperte le frontiere al commercio internazionale (cioè del vincitore), aprire le porte al capitale internazionale (cioè del vincitore): accettare di acquistare i prodotti esteri al prezzo stabilito da altri e di vendere i propri secondo la loro convenienza. È una truffa, ma perfettamente legale; di più: è un inno all’ideologia del libero mercato, che si sposa con quella della democrazia. Dove c’è democrazia, c’è libero mercato: ossia limitazione della sovranità nazionale e imposizione di condizioni economiche che tornano a vantaggio di altri.

La cessione di sovranità – cosa oggi evidente nell’Unione europea – reca vantaggi alle banche, ma fa pagare ai cittadini costi altissimi e li priva del diritto fondamentale di dire “no” a condizioni di vita intollerabili: avete firmato un trattato, dovete attenervi ad esso. Nel caso del debito pubblico, ciò significa che i cittadini dello Stato X si vedono accollare la responsabilità di una voragine finanziaria di cui non hanno alcuna colpa, ma che devono ripianare, lasciandosi legare alla catena e imporre sacrifici durissimi da un organo extra-nazionale, per esempio la Banca centrale europea. Uno Stato sovrano può decidere di stampare moneta per dare respiro ai cittadini contribuenti, come fanno Stati Uniti e Gran Bretagna; ma uno Stato che ha rinunciato alla sovranità finanziaria non può farlo: ha infilato la testa nel cappio, può solo piegarsi agli ordini.

Qualcuno non gradisce l’ingresso di milioni di stranieri, che provoca insopportabili situazioni di disagio e di grave minaccia alla sicurezza personale? Non c’è niente da fare: avete firmato un trattato, dovete accettare e subire in silenzio; altrimenti verrete condannati dalla corte di giustizia del Super-stato. L’Australia può respingere anche una sola barca di immigrati clandestini, disinteressandosi del loro destino; ma se l’Italia fa altrettanto, dopo averne accolte a migliaia e migliaia, viene trascinata in tribunale e sommersa dalla marea dell’indignazione mondiale: ma come, siete così crudeli da respingere quella povera gente? E intanto le città e le periferie si riempiono di spacciatori di droga, di prostitute, di ladri e stupratori: ma guai a dirlo, si diventa razzisti. E non si può dire che le carceri scoppiano perché sono piene di malfattori stranieri; se le carceri sono piene, ebbene, basta svuotarle ogni tanto con un indulto, fino a che si riempiono di nuovo, nel giro di qualche anno o qualche mese; e poi fare un altro indulto, e così via.

L’idea di un Super-stato mondiale democratico nasce con il processo di Norimberga, che è, al tempo stesso, un terribile monito a chi pensa ancora di poter fare la politica dei vecchi tempi: a casa mia son padrone io, questa società l’ho costruita io, questa casa, queste fabbriche le ho costruite io, questi campi li ho creati e coltivati io; ma adesso non lo si può dire: non si è più padroni in casa propria, bisogna piegare la testa a quello che decide il capitale finanziario mondiale. Dietro la maschera della democrazia, il totalitarismo democratico; e, come sua inseparabile compagna, la dittatura mondiale delle banche e delle multinazionali.

Tutto ciò viene accompagnato da una campagna capillare di disinformazione e di lavaggio del cervello, in modo da persuadere i cittadini-contribuenti che tutto quanto avviene è per il loro bene, per la tutela della pace e della giustizia, per il rispetto dei diritti umani; che non esiste altro Dio fuori della democrazia e del libero mercato e che chi si oppone a tale dogma è un eretico meritevole di essere bruciato sul rogo, beninteso dopo essere stato moralmente denigrato sino a convincere tutti che la sua condanna è cosa giusta e pia. Alle giovani generazioni viene insegnato che ab antiquo, ai tempi della barbarie precedente la democrazia e il libero mercato, l’umanità viveva in condizioni intollerabili sotto ogni punto di vista; mentre adesso si sta dirigendo verso i paradisi del Progresso e della Felicità, e non ha nulla da rimpiangere e tutto di cui rallegrarsi. Prima c’erano i nazionalismi, fonte perenne di tensioni e di conflitti (il che è vero, ma è solo una parte della verità); oggi ci sono il cosmopolitismo, le frontiere aperte, la libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee; prima c’erano le società chiuse, brutte e cattive, intolleranti e oscurantiste; oggi ci sono le meraviglie della società aperta, multietnica e multiculturale; del mondo divenuto un villaggio, dove tutti sono a casa dappertutto, dove tutti si vogliono e bene e si rispettano, purché bevano Coca-Cola, mangino le bistecche di McDonald’s e guardino le stesse idiozie alla televisione.

Oddio, c’è ancora qualche piccolo difetto in questa straordinaria e luminosa costruzione; ci sono ancora tensioni e incomprensioni, interne e internazionali; ci sono, ogni giorno, attacchi e massacri ai danni dei cristiani che vivono in Africa e in Asia; ci sono milioni di aborti nel mondo “sviluppato” e milioni di bambini che muoiono di fame in quello “in via di sviluppo”; ci sono popoli e classi sociali che devono accontentarsi di vivere con le briciole che cadono dalla tavola di altri popoli e di altre classi sociali. Ma via, bisogna avere ancora un po’ di fiducia e di pazienza, e tutto finirà per aggiustarsi, come in un trionfale “happy end” alla Walt Disney.

Certo, c’è anche un altro piccolo particolare che non passa del tutto inosservato, per chi abbia ancora un minimo di facoltà giudicante: che dall’abiura solenne del nazionalismo restano esclusi Stati Uniti e Gran Bretagna, i vincitori della seconda guerra mondiale; che, mentre nel resto del mondo il nazionalismo è considerato poco meno di un delitto, da combattere in ogni modo e da criminalizzare con film, libri, siti internet e perfino giornalini a fumetti, nei due Paesi anglosassoni il nazionalismo è tuttora preservato e coltivato, anzi, è il collante della vita sociale, anche nelle sue forme più aggressive e truculente: e il principino Harry che uccide un capo talebano in Afghanistan viene applaudito in patria, così come il generale Kitchener quando portò in omaggio alla regina Vittoria la testa del Mahdi, disseppellita dalla tomba dopo la riconquista britannica del Sudan.

Ma che importa? Certo, quella che viviamo è una “pax americana”: però si tratta di dominatori straordinariamente generosi e moderati; ci hanno liberati dai peggiori incubi della storia, come il nazismo e il comunismo – non importa se furono proprio essi, con il loro egoismo finanziario, ad alimentarli, se non a crearli -; ci hanno liberato, a suon di bombe, dalla parte cattiva di noi stessi (“Liberator” era il nome dei loro aerei, che ridussero l’Europa in cenere fra il 1943 e il 1945); i loro ragazzi diedero la vita, sulle spiagge di Anzio e su quelle della Normandia, per restituirci la libertà, benché non ne fossimo del tutto degni, visto che l’avevamo disprezzata e gettata via come fosse stata carta straccia; dunque dobbiamo loro eterna riconoscenza, ed è ben giusto che essi facciano la parte del leone nel mondo così generosamente liberato e saggiamente pacificato.

E se poi, per caso, qualcuno osasse avanzare dei dubbi sul “nuovo ordine mondiale”, non già per nostalgia del fascismo o del comunismo, ma per amore di verità e giustizia, allora non potrebbe trattarsi che di un nemico pubblico, indegno di far parte del consorzio civile: di un mostro, appunto, da trascinare solennemente in giudizio, affinché la sua condanna risulti esemplare…

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QUESTO NON E’ SERVIZIO PUBBLICO
Postato il Martedì, 15 ottobre @ 07:02:17 CEST di davide

DI CLAUDIO MARTINI
il-main-stream.blogspot.it

Chi ha ancora il coraggio di guardare la tv, e ha il fegato di frequentare Rai 3, ricorderà che circa un mese fa Riccardo Iacona, ideatore della trasmissione Presa Diretta, mise in onda una puntata di vera informazione sulla crisi dei cittadini europei, che illuminava il grande pubblico sulle autentiche responsabilità della crisi, intervistava economisti di valore come Emiliano Brancaccio e Bruno Amoroso, nonché personalità come Hans Olaf Henkel, e raccontava in maniera magistrale le lotte dei portoghesi contro la Troika.

Chi scrive ammette di essere trasecolato, davanti a un simile spettacolo. E chi si aspettava di veder affiorare certi concetti su una grande rete nazionale? Chi poteva immaginare una Rai che fa informazione?

Per fortuna Milena Gabanelli ha rimesso le cose in ordine, con la puntata di Report di lunedì 14 ottobre (preso disponibile in rete: consigliata la visione). La giornalista è riuscita agevolemente ad annientare quanto di buono costruito dal suo collega un mese prima. Niente voci “critiche”. Piuttosto, le opinioni rassicuranti di economisti come Boeri e Perotti. Dopo averci a lungo intrattenuto sulle inefficienze e le assurdità della Pubblica Amministrazione e del fisco italiani (che nessuno nega, ovviamente), Report ci conduce in un’inchiesta sui motivi che spingono gli imprenditori a delocalizzare all’estero. Servizio sulla Polonia, con la voce narrante (è bene sottolinearlo) che cerca di porre in una luce favorevole i fatti narrati. Ci viene spiegato che in Polonia fare impresa è possibile, perché l’imposizione fiscale sulle imprese sono quasi inesistenti, esiste la possibilità di licenziare incondizionatamente e con breve preavviso, non esiste il Trattamento di Fine Rapporto, non esiste la tredicesima, e in generale si lavora più a lungo per meno. Stacco poi su come in Polonia i bambini vengano addestrati sin da piccoli ad acquisire la cultura imprenditoriale. Intervista alla locale Coordinatrice del Programma di Apprendimento dell’Imprenditorialità, che ci spiega che fin dalla tenera età i piccoli giocano al “Piccolo Bancomat”, e che alle elementari si addestrano al gioco del “Piccolo Ministro delle Finanze”, dove ai bambini è dato di decidere quali spese tagliare*.

Proseguendo, la Gabanelli individua nella carenza di produttività il vero guaio italiano, e addita chi parla di uscita dall’euro a ciarlatani che cercano di distrarre dai problemi reali. L’economista Lucrezia Reichlin ci spiega che l’idea di far acquistare i titoli del tesoro dalla propria Banca Centrale è “molto pericolosa”, in quanto “toglie incentivi al risanamento dei conti”. E perdere la disciplina di bilancio è ancora più pericoloso, perché “creerebbe inflazione”, la quale è “una tassa occulta che distrugge i risparmi”. Molto meglio, sempre per la Reichlin, che anche l’Italia accetti un piano di “aiuti” dalla BCE, con relativo commissariamento. La voce narrante conferma, e passa a intervistare un giornalista di Repubblica, il quale ci comunica che con l’uscita dall’euro i risparmi degli italiani sarebbero decurtati di un terzo. La voce narrante paragona l’uscita dall’euro a “una patrimoniale sui cittadini italiani di centinaia di miliardi”; “di gran lunga la soluzione più costosa”.

Sistemati gli “uscisti”, si passa alle soluzioni che si potrebbero adottare per far fronte all’innegabile crisi. La risposta non può che essere una: fare come la Germania. Vengono illustrati in maniera abbastanza chiara gli effetti delle riforme tedesche dei primi anni 2000: aumento della disoccupazione, delle disuguaglianze, perdita di redditi e diritti per i lavoratori. Ma tali scelte vengono ancora poste in una luce favorevole, sottolineando come abbiano avuto luogo in un momento di crescita dell’economia mondiale, quindi nel “tempo giusto”. “A quei tempi la Germania è dimagrita, mentre noi siamo ingrassati, e adesso ci supera” dice la voce narrante, soddisfatta.

Infine, un accenno al Fiscal Compact. Iacona, giustamente, lo indicava come una sciagura. Invece, per gli “esperti” citati dalla Gabanelli, dire che il Fiscal Compact, se rispettato strangolerà l’economia italiana è, senza mezzi termini, “una cavolata”; “con un po’ di inflazione e crescita economia il debito si aggiusta da solo”. Come a dire, manco ce ne accorgeremo.

I nostri lettori non hanno bisogno che smonti una a una queste bufale. Né che spieghi perché è truffaldino chiamare “Unione” un’organizzazione che ha il solo fine di portare alle estreme conseguenze la concorrenza tra nazioni, cioè tra lavoratori. Sono abbastanza avvezzi al ragiomento economico e a quello politico per farlo da soli. Resta, grande, l’amarezza. Non quella che nasce dalla considerazione (qualunquista) che Gabanelli fa disinformazione a spese nostre; piuttosto, dall’idea che chi detiene un potere così formidabile come quello di dirigere importanti trasmissioni nazionali inocula, ad arte, veleno nelle menti dei cittadini. Se lo facesse da reti private non cambierebbe nulla. Esiste un’etica della responsabilità, anche per i protagonisti dei Mass Media. E Gabanelli, mi si passi il francesismo, se ne fotte.

Caudio Martini
Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
Link: http://il-main-stream.blogspot.it/2013/10/questo-non-e-servizio-pubblico.html
14.10.2013

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GERMANIA A RISCHIO IMPLOSIONE L’AUSTERITA’ NON PAGA (NEANCHE PER I TEDESCHI)
Postato il Sabato, 12 ottobre @ 15:10:00 CEST di davide

DI ANDREA PERRONE
ilribelle.com

Non tutto fila liscio nell’economia della cosiddetta locomotiva d’Europa: le crepe si fanno evidenti e il timore che tutto sia destinato a crollare per colpa dell’austerità imposta proprio da Berlino sembra diventare una realtà ineludibile già in seno ai governi dei Länder tedeschi.

Nel dicembre del 2012, i leader di 25 Paesi membri dell’Unione europea hanno sottoscritto il “Patto di Bilancio europeo” (Fiscal Compact), particolarmente vincolante, voluto a tutti i costi dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dagli eurocrati di Bruxelles, affinché gli Stati europei diminuissero il loro deficit in nome della tanto decantata austerità, portatrice soltanto di recessione e disoccupazione. Il Patto è un vero e proprio trattato Ue, entrato in vigore il 1° gennaio 2013, che non è stato però sottoscritto dal Regno Unito e dalla Repubblica Ceca.

Il cosiddetto Fiscal Compact dovrebbe disciplinare gli Stati membri dell’Unione europea a spendere i loro mezzi con maggiore parsimonia e allo stesso tempo ridurre il deficit di bilancio e il debito complessivo dei singoli Paesi: in sostanza austerità e conseguente recessione per i popoli europei. Un terribile tranello quello del fiscal Compact, che vincola per di più gli Stati sovrani a ottemperare ai voleri degli eurocrati di Bruxelles e della Germania, che hanno preso il controllo delle scelte economiche e politiche dei governi nazionali, ai danni della sovranità nazionale degli Stati membri.

Il Patto si prefigge due punti fondamentali, che riguardano l’abbattimento del debito: il rapporto tra deficit (debito pubblico) e Pil di ogni Stato membro deve essere portato a livelli sostenibili. Si ritiene che il rapporto deficit/Pil debba essere pari al 60% o meno. Gli stati membri si sono impegnati a raggiungere questo obiettivo nell’arco di 20 anni, riducendo dunque di un 5% annuo il proprio indebitamento. Il periodo di attuazione sembra lungo ma è pur sempre troppo oneroso nei costi e, ad esempio, per un Paese come l’Italia questo significa comunque un impegno troppo duro da poter ottemperare. L’altra regola prevede il pareggio di bilancio, che complica ulteriormente la situazione per il vincolo richiesto dall’articolo 3 del Trattato di inserire nella Costituzione di ogni Stato membro l’impegno a mantenere il pareggio di bilancio. A parole sembrerebbe un fatto positivo e virtuoso, ma gli effetti concreti potrebbero essere molto negativi. Pareggio di bilancio, ovvero parità tra entrate e uscite di uno Stato, significa che ad ogni investimento fatto (per costruire ad esempio scuole, ospedali, strade, ferrovie) deve corrispondere almeno un pari importo in entrata di tasse. Una meta difficile da perseguire e di estremo rigore che rischia di far peggiorare la situazione in tutti i Paesi dell’Eurozona: Germania compresa.

E se Atene piange Sparta non ride. Tant’è che ora perfino i tedeschi, appunto, temono il peggio. E a ragione.

In Germania, il “freno all’indebitamento” entrerà in vigore a partire dal 2019, quando lo Stato federale e le regioni (Länder) saranno ancora più vincolati dal punto di vista legislativo affinché evitino di contrarre nuovi debiti e quindi a risparmiare il più possibile, ovvero austerità anche nella terra della Merkel, distruzione di quel poco che resta dello Stato sociale e allo stesso tempo recessione per lo Stato più ricco della Ue.

La Germania è, come noto, in una posizione migliore rispetto all’Italia e ad altri Stati membri Ue sia nel deficit sia per quel che riguarda il debito, in particolare rispetto ai suoi alleati dell’Europa meridionale. Tuttavia il governo federale ha ancora un debito pari al 75 per cento del Prodotto interno lordo, ben al di sopra della soglia del 60 per cento sancito dalle regole formulate dalla Ue. E per questo nei Länder e a più livelli, anche nelle città, molti temono che saranno proprio loro che alla fine dovranno pagare il conto del bilancio esemplare della Germania. In altre parole i tedeschi preferiscono far stringere la cinghia agli altri, ma non a se stessi.

Ulrich Maly, sindaco socialdemocratico di Norimberga, ha dichiarato ai giornalisti, durante un incontro a Berlino il 1° ottobre scorso, che sempre più compiti vengono spostati dal livello federale e regionale a livello locale, ma senza alcun finanziamento aggiuntivo. «Il governo federale è sotto una grande pressione dall’esterno. Immaginate se lo Stato tedesco non dovesse accettare il freno all’indebitamento che ha obbligato invece altri a subire. Come faranno allora Spagna o altri ad attenersi a questo?», ha commentato a ragione Maly. Quale leader dell’associazione che rappresenta 3.400 città tedesche, il sindaco socialdemocratico ha presentato una serie di richieste al prossimo governo, sottolineando l’ingiusto onere di dover ridurre il deficit di bilancio e il debito del Paese.

Con il welfare – per l’integrazione e il sostegno delle persone disabili o per gli asili – che costano più della metà dei bilanci di tutte le città, la domanda che ci porremo, ha chiosato il primo cittadino, sarà: «Che tipo di Paese vogliamo?». «Il freno sul debito – ha proseguito il sindaco di Norimberga – sarà collocato al centro delle scelte politiche. Sarà un problema riguardo a ciò che potremo permetterci di fare, qualora non dovremo fare nessun altro debito. Vogliamo l’inclusione delle persone disabili – che costerà diversi miliardi di euro – oppure abbandoneremo anche questo diritto umano?». Temi non da poco, come si vede.

Nel frattempo, Eva Lohse, sindaco di Ludwigshafen e membro dell’Unione cristiano-democratica (CDU), partito a cui appartiene anche la Merkel, è intervenuta sostenendo le preoccupazioni del suo collega riguardo alla scadenza prevista per il 2019, anno in cui entrerà a pieno regime il Fiscal Compact.

«Possiamo avere dei buoni flussi di entrate dalle tasse, ma oltre il 50 per cento della nostra spesa va avanti nei programmi sociali che sono stati decisi a livello federale», ha sottolineato. Ludwigshafen è del resto tra le prime dieci città più indebitate della Germania. Il sindaco ha avvertito che il municipio non ha praticamente più soldi per i progetti infrastrutturali. «Ridurre il deficit e il debito in realtà significa che qualcun altro lo stia facendo, non che il compito è andato a buon fine. Quindi chi lo fa deve anche avere il finanziamento giusto per quest’ultimo. Abbiamo ponti fatiscenti giù nel bel mezzo delle nostre città … Tutto ciò è inaccettabile», ha tuonato la Lohse.

Nel frattempo fervono i preparativi per la nascita del nuovo esecutivo. I colloqui preliminari per l’avvio di una nuova coalizione di governo tra cristiano-democratici della Merkel e socialdemocratici sono in programma per oggi (venerdì 11 ottobre, N.d.R.) e prevedono come al solito aumenti fiscali, ovvero una delle questioni più spinose che dovranno affrontare i futuri alleati della Grosse Koalition.

Il cancelliere mantiene le porte aperte della coalizione anche ai Verdi, che incontrerà nei prossimi giorni. Le trattative dovrebbero andare avanti per alcune settimane. Tanto che, lunedì scorso, il segretario generale dei socialdemocratici Andrea Nahles ha ricordato che il nuovo governo potrà formarsi al massimo entro il gennaio del 2014. Un po’ tardi per i problemi che la Germania deve affrontare molto rapidamente.

Ma la crisi avanza inesorabile e oramai sta raggiungendo anche il cuore d’Europa, la famosa locomotiva, con poche chance di evitarla ma soprattutto di sopportarne i forti contraccolpi sociali.

Andrea Perrone www.ilribelle.com
11.10.2013

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Esclusivo. L’ex commissario UE Bolkestein: “L’euro ha fallito. I Paesi del Nord battano moneta complementare”.

In una lettera a De Volkskrant, ( http://www.volkskrant.nl/vk/nl/3184/opinie/article/detail/3520193/2013/10/02/De-euro-is-een-slaappil-gebleken-die-de-tekortlanden-heeft-laten-dromen.dhtm ) l’ex Commissario olandese dell’Unione Europea, Frits Bolkestein, ha dichiarato in modo perentorio che:

“l’unione monetaria ha fallito“. Per questo motivo, secondo Bolkestein, i paesi della zona euro che hanno ancora conservato la tripla A sul mercato dei debiti sovrani dovrebbero introdurre una moneta propria parallela all’euro.

L’ unione monetaria avrebbe dovuto promuovere l’amicizia tra i popoli. Invece , la cancelliera Merkel s’e’ comportata come Hitler coi paesi in deficit. Olanda sta nuotando in una trappola e non trova la via del ritorno

Scenarieconomici.it ha tradotto l’intervento.

Frederik “Frits” Bolkestein ( http://it.wikipedia.org/wiki/Frits_Bolkestein ) e’ un economista e politico Olandese, aderente al partito liberale Olandese, nonche’ ministro, ed infine ex-Commissario Europeo per il Mercato Interno, la Tassazione e l’Unione Doganale nella Commissione Prodi. E’ quindi una persona che ha vissuto in pieno la nascita dell’Euro, perfettamente all’interno della cerchia di establishment che ne ha deciso l’adozione.

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FRANCIA E GERMANIA: DIVERGENZE INSANABILI

Unione europea e monetaria (UEM ) è stata creato per l’intercessione di Germania e Francia. Ma questi due paesi hanno cercato obiettivi che entrambi non hanno colto, scrive Frits Bolkestein .

Il Cancelliere Helmut Kohl voleva un’unione politica europea ed era disposto a rinunciare al Marco; alla fine l’Unione Politica non e’ stata creata e non verra’. L’obiettivo francese era – e rimarrà sempre – l’influenza politica sulla Banca centrale europea . Questo era inaccettabile per la Germania e l’Olanda. Entrambi i protagonisti non hanno ottenuto cio’ che cercavano.

Francia e Germania hanno opinioni diverse su cio’ che l’Unione monetaria dovrebbero essere.

I francesi vogliono che le importanti decisioni economiche vengano fatte con interventismo centrale e con la conseguenza pratica che vi siano politiche redistributive.

La Germania – sostenuta da Paesi Bassi – crede che le decisioni economiche fondamentali si trovano nel trattato stesso: una BCE indipendente con la priorità della stabilità dei prezzi, bilanci in pareggio e no bail -out, punizioni per i paesi in deficit.

In breve : il Nord Europa vuole solidità , l’Europa mediterranea vuole solidarietà, cioè il denaro.

IL DIFETTO DI NASCITA DELL’UNIONE EUROPEA

Così l’ unione monetaria soffre del difetto di nascita che l’euro e’ la medesima valuta per due gruppi di paesi con differenti culture economiche. Il dibattito finale sulla UEM in Parlamento ha avuto luogo il 15 aprile 1998. Venne posto il problema del Debito enorme dell’Italia. Io ero contro l’adesione di Italia . Tra l’altro tale adesione ha avuto l’effetto disastroso di portare alla successiva adesione della Grecia.

Ho deciso il mio contributo a quel dibattito, sottolineando i rischi dell’Unione Monetaria: in Primo luogo abbiamo iniziato con un grande gruppo eterogeneo di paesi, in secondo luogo, sarebbe stato difficile mantenere il patto di stabilità, in terzo luogo, avevo paura che l’unione monetaria avrebbe comportato trasferimenti di reddito all’interno dell’Unione. Questo è esattamente quello che è successo . Il governo olandese, al pari degli altri si schierarono per l’Unione Monetaria in modo frivolo e superficiale. Il Senato ha approvato il trattato di Maastricht.

PATTO DI STABILITA’: UNA “PROMESSA” DISTRUTTA PROPRIO DA FRANCIA E GERMANIA

Il Patto di stabilità si basava su una Promessa, una dichiarazione solenne da parte degli Stati contraenti da rispettare rigorosamente. Contro i criteri di tale patto, tuttavia, la Francia e la Germania hanno deciso nel 2003 di non farlo.

Ora, se una dichiarazione solenne dopo pochi anni finisce nella spazzatura, conseguentemente, successivamente l’accordo europeo ha perso qualsiasi affidamento. Ciò è particolarmente vero per il Patto di stabilità, che a tutti gli effetti era stato violato. La promessa e’ divenuta inutile.

Herman Van Rompuy , presidente del Consiglio europeo , ha tracciato un percorso per una federazione fiscale all’interno della zona euro all’inizio di dicembre 2012. Questo percorso si compone di tre fasi: Unione Bancaria, contratti fiscali e quindi una vera unione fiscale con le proprie tasse. La domanda da porsi e’ quale possa esse il controllo democratico nelle riforme in materia di governance economica in Europa per combattere la crisi economica?

DEBITI: L’IPOTESI DEGLI EUROBOND

Preoccupante e’ l’ipotesi elaborata dal Consiglio Europeo sulle Politiche di Bilancio. I bilanci degli Stati membri dovrebbero essere determinati dalla Commissione Europea, e quindi anche le politiche, gli orientamenti, le priorita’ di bilancio. Il Consiglio di Stato ha affermato che la possibilità di modifica o di rigetto di tali politiche per gli Stati membri sara’ decisamente limitata.

Alla fine del processo si arriverebbe all’ unione fiscale europea, con le proprie tasse, e con gli Eurobond. Tutti i membri della unione monetaria vedrebbero finire i loro debiti in un “grumo” e quella montagna di debito sara’ finanziata attraverso un interesse europeo. L’Olanda pagherebbe più interessi sul proprio debito pubblico di oggi, mentre quei paesi in deficit non hanno alcun incentivo a ristrutturare. Fortunatamente, i governi olandese e tedesco hanno chiaramente respinto questo sfortunato piano.

L’UNIONE EUROPEA IN TRANSIZIONE PERMANENTE

L’ unione monetaria ha fallito. L’ euro è stato un sonnifero per i paesi in deficit , che hanno coltivato sogni di un dolce far niente invece di preoccuparsi per la propria competitività . Il risultato è un’unione in cui e’ permanente la transizione.

LA CANCELLIERA MERKEL COME HITLER

L’ unione monetaria avrebbe dovuto promuovere l’amicizia tra i popoli. Invece , la cancelliera Merkel s’e’ comportata come Hitler coi paesi in deficit. Olanda sta nuotando in una trappola e non trova la via del ritorno .

LA SOLUZIONE: FAR USCIRE E POI RIENTRARE NELL’EURO I PAESI POCO COMPETITIVI DOPO UNA SVALUTAZIONE oppure INTRODURRE MONETE PARALLELE COMPLEMENTARI NEI PAESI FORTI

Cosa fare? L’economista tedesco Hans-Werner Sinn ha proposto che i paesi con insufficiente competitività escano e poi rientrino nell’Euro dopo una svalutazione e riforme strutturali (Financial Times, 23 luglio, 2013). Certo sarebbe meraviglioso, ma complesso.

Io stesso ho proposto di preservare l’euro, ma anche per introdurre nei paesi a tripla A. Monete Complementari. Certo sarà difficile, ma continuare sulla strada attuale non porta ad una soluzione sostenibile.

GPG Imperatrice
Fonte: wwwscenarieconomici.it
4.10.2013

8 luglio 2013

Pubblicato in data 04/mag/2013
Che tempo che fa del 4 maggio 2013 – John Perkins, saggista e attivista, dal 1968 al 1981 ha lavorato, come economista e consulente di pianificazione economica per conto del governo Usa e di grandi aziende statunitensi, nella demolizione di sistemi politici ed economici di paesi del secondo e del terzo mondo da sottomettere e portare nella sfera di influenza nordamericana; la sua esperienza è raccolta nel best-seller Confessioni di un sicario dell’economia.

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ECONOMIA: L’ARMAGEDDON E’ IMMINENTE

martedì 23 aprile 2013

di Dave Hodges

George Soros sa che qualcosa di spaventoso è in arrivo. I Rockefeller sanno che qualcosa di grande e orrendo sta per accadere. Quel qualcosa di grande è il collasso di tutto il denaro stampato dal nulla che è in giro per il mondo.

Nei loro incontri segreti del Bilderberg, i globalisti hanno pianificato la data esatta della nostra fine economica. Potete persino scommettere che “qualsiasi giorno nero” coinciderà con una data ironica che farà ridere sommessamente i globalismi, all’inizio pianificato di un prossimo evento ”false flag” (un falso evento).

Vi ricordate quando i lacchè globalisti fecero schiantare gli aerei contro il World Trade Center l’11 settembre? I globalisti pianificarono un evento 911… il 9/11 (la data scritta in modo americano, in cui prima c’è il mese e poi il giorno, ndt). Capito?? 3000 morti non sono niente per i globalisti.Nessuno, se non questi psicopatici criminali, riderà quando lanceranno il loro piano per il collasso finanziario. Purtroppo nè io nè voi abbiamo un posto a tavola, quindi non abbiamo informazioni da un insider, per valutare quando il collasso finanziario è in arrivo. Tuttavia ci sono delle cose su cui possiamo fare attenzione.

La tempistica è tutto

Anche se la più parte di noi non ha informazioni da un insider, ci sono tuttavia dei segni rivelatori che possiamo cercare e che potrebbero servire come avvisaglia per quando il collasso accadrà. E’ piu’ accurato aspettarsi che il collasso sia incernierato su eventi piuttosto che andare a pescare una data sul calendario.

Prima di tutto (ricordo comunque che sta parlando della realtà Americana ndt) cominceremo a vedere presto più controlli sulla quantità di prelievi che si possono fare con i bancomat e dai conti risparmio, in aggiunta a ciò che è già trapelato. Aspettatevi che aumentino le frodi delle ipoteche MERS, dato che i globalisti sicuramente tenteranno di rubare il più possibile prima del crollo delle economie del mondo.

L’attacco sulle nostre pensioni si intensificherà come stiamo vedendo al momento in California

La Federal Reserve continuerà a comprare proprietà indigenti stampando denaro dal nulla al tasso di 40 miliardi di dollari al mese.

Tuttavia, il miglior segno premonitore del crollo incombente coinciderà con i globalisti che mettono all’angolo la maggioranza del mercato dell’oro su questo pianeta . Dopo che i globalisti avranno preso controllo sull’oro, vedremo allora un conto alla rovescia dell’ Armageddon economica, in cui tutte le valute andranno in iperinflazione prima di collassare. Allora l’umanità sarà alla mercè di persone che non avranno senso della decenza e del rispetto per la vita.

I mercati finanziari stanno vedendo una forte discesa, artificialmente prodotta e che non ha precedenti, dei prezzi dell’oro e dell’argento.

Goldman Sachs ha appena parto i cancelli dell’inferno

I prezzi dell’argento sono grandemente scesi lunedi scorso (articolo scritto il 18 aprile 2013, giovedi) . Il panico di vendita ha dominato il Mercato, dato che gli investitori e le istituzioni finanziarie non hanno potuto scaricare abbastanza in fretta, quel che avevano in oro e argento.

Il Mercato indica chiaramente segni di manipolazione di massa da parte dei globalisti.

La miglior prova che i globalismi stanno manipolando il prezzo dell’oro, giunge dalla “Goldman Sachs che ripetutamente ha detto ai suoi clienti all’inizio di questo mese, di cominciare a fare una short COMEX nella posizione dell’oro.” (lo short è la vendita, si veda anche qui.

Ricordatevi per favore che questa è la stessa Goldman Sachs che ridusse le sue azioni l’11 settembre (9/11). La stessa che ha messo opzioni put sulla Transocean la mattina in cui c’è stata l’esplosione del pozzo di petrolio nel Golfo del Messico. La stessa Goldman Sachs che è stata pescata mentre vendeva sul Mercato immobiliare, in anticipo rispetto alla bolla immobiliare poi scoppiata.

Sostanzialmente, quando Goldman Sachs inizia a vendere, qualsiasi cosa sia, dovremmo tutti inquietarci, soprattutto se avete investimenti personali da qualche parte, nei beni che sono coinvolti nella vendita. Quando la Goldman Sachs inizia a vendere , qualsiasi cosa sia, è tempo di pigliare I vostri soldi e mettervi a correre su per la collina. Quel tempo potrebbe essere ora.

Perchè la Goldman Sachs abbasserebbe cosi tanto il prezzo dell’oro?

Se il dollaro e l’euro collassassero domani, che valuta resterebbe? La prima ed ovvia risposta sarebbe l’oro e poi l’argento. Fatevi questa domanda: se sapeste che le banconote in tutto il mondo stessero per crollare, che azione rappresenterebbe la vostra migliore opzione?

La risposta ovvia sarebbe quella di abbassare enormemente il prezzo dell’oro e dell’argento, se uno ha la possibilità di farlo, quindi comprarne il più possibile. Goldman Sachs ha la capacità di farlo.

Tutto il resto… ha senso

Cosa farà la gente, quando la proverbiale … palta arriverà alla bocca e gli Americani non potranno ritirare il loro denaro dalle banche? Quando le pensioni non saranno più pagate, che farà la più parte della gente? In parole semplici … scenderanno nelle piazze.

Quando gli Americani cercheranno una qualche vendetta, che faranno? Potrebbe non avere importanza, perché incontreranno una DHS (Homeland Security, polizia interna) ben armata ed equipaggiata di munizioni e sostenuta da 2700 personale in carriera. Ci sarà una carneficina catastrofica nelle strade d’America e ci mancano solo delle settimane, pochi mesi, perché questo accada.

Ora.. cominciano o no, ad avere senso i false flag della sparatoria nella scuola (la Aurora Batman Shooting) di Sandy Hook e “l’attacco terroristico” alla maratona di Boston?

Tutti questi eventi sono programmati per condurre ad una confisca delle armi, perché cosi i globalismi possono continuare ad aver strada libera con la popolazione indifesa. Inoltre, questi eventi offrono buon teatro per una distrazione del pubblico americano, dal suo ladro rampante.

Nei prossimi giorni e settimane, ci saranno altre false flag, studiate per giustificare la confisca delle armi e per fornire il pretesto per la legge marziale.

Non sono Nostradamus, ma conosco l’agenda globalista e so che stanno andando verso lo sfascio e presto il gioco sarà finito, se non vogliamo opporre resistenza.

Conclusione

C’è una speranza per la umanità?

Gli Americani posso preservare ciò che è rimasto del loro futuro finanziario?

La sola opzione è “fare come l’Islanda con la Federal Reserve.” Se non ci impegnamo con volontà a far si che il governo arresti i criminali della Federal Reserve e Goldman Sachs, non abbiamo speranza di superare la marea finanziaria che sarà usata per renderci schiavi. Se l’America non sviluppa una spina dorsale, l’unica cosa che potete ancora fare al presente, è togliere il vostro denaro da queste banche criminali, cosa che ancora potete fare.

Fonte

Tratto da Voci Dalla Strada

Pubblicato da krommino75

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Se la Gabanelli premia Soros il fautore del Nuovo Ordine Mondiale …

Un premio al Nuovo ordine mondialedi Danilo Quinto 14-05-2013

Una giuria altamente qualificata – composta, tra gli altri, da giornalisti “d’assalto” e rigorosamente di sinistra, come Milena Gabanelli e Toni Capuozzo – ha conferito nei giorni scorsi a Udine, il Premio Terzani 2013 a George Soros, per il suo libro ”La crisi globale e l’instabilità finanziaria europea.

Dice la motivazione: “Gli articoli raccolti nel suo ultimo libro, ‘La crisi globale’, scardinano il pensiero economico prevalente e sostengono la necessità di una diversa organizzazione della finanza internazionale. Soros invita a considerare il mercato non un fine, ma piuttosto un mezzo per assicurare un equo benessere al maggior numero di persone possibile, in un quadro di garanzie democratiche. Fa appello alla classe dirigente europea affinché si assuma la responsabilità di ricercare soluzioni condivise che affrontino non solo la riduzione dei debiti, ma anche la crisi valutaria, quella bancaria e il rilancio dell’economia nel rispetto di una più equa redistribuzione delle risorse. Nell’assegnare il Premio a George Soros la giuria intende riconoscere valore alla straordinaria esperienza di un attore economico atipico e contemporaneamente offrire al pubblico una eccezionale occasione di conoscenza, nello spirito di Tiziano Terzani”.

Aggiunge, infine, la giuria del Premio: “La sua analisi è persuasiva e autorevole, forgiata in anni di esperienza come manager di fondi e sostenitore dell’integrazione europea. La sua preoccupazione per il futuro dell’Eurozona è palpabile, oggi che i mercati mettono alla prova le banche e i processi politici europei, portandoli sull’orlo del tracollo come mai prima era accaduto – né era stato previsto – fin dalla nascita della Comunità Europea”.

George Soros nasce in Ungheria nel 1930 ed emigra in Inghilterra nel 1947, dove si laurea alla London School of Economics, per poi trasferirsi negli Stati Uniti nel 1956. “Sono un uomo di Stato senza Stato. Nel realismo della geopolitica, ormai gli Stati sono fatti solo di interessi e non di principi. Io allora sono un capo con solo i principi e senza interessi”: così dice di se stesso Soros. Quanto agli interessi, Soros prima dà vita al Soros Fund Management e, poi, nel 1970, al Quantum Fund, attraverso il quale, nel 1992, vende allo scoperto circa dieci miliardi di dollari in sterline, con la conseguenza che la Banca d’Inghilterra deve far uscire la propria moneta dallo SME.

Nello stesso anno realizza un attacco speculativo senza precedenti nei confronti della lira, che porta alla svalutazione del 30%. Incassa, con queste due operazioni, oltre un miliardo di dollari attraverso le speculazioni finanziarie.
È considerata la settima persona più ricca d’America, con un patrimonio personale che sembra superi i 35 miliardi di dollari. Il suo Open Society Institute è presente in oltre 60 paesi. Lo scopo è quello di creare delle società aperte, caratterizzate, dice la propaganda, dalla fiducia nell’esercizio del diritto, dall’esistenza di un governo democraticamente eletto, da una società civile diversificata, dal rispetto delle minoranze e da un’economia di libero mercato.
Sono in molti a sostenere che egli abbia finanziato per anni organizzazioni come Radio Free Europe, Charta 77 in Cecoslovacchia e Solidarnosc in Polonia, oltre ad avere avuto un ruolo attivo nel processo di trasformazione di molti paesi dell’est europeo (Georgia,2003; Ucraina, 2004; Kirghizistan, 2005), insieme ad altri tentativi di destabilizzazione (Bielorussia,2006; Azerbaigian, 2005; Libano, 2005; Iran, 2009).

Il 4 settembre del 2011, Soros rilascia un’intervista a una televisione spagnola. Afferma: “È necessario portare la Cina nella creazione del Nuovo Ordine Mondiale, che è il Nuovo Ordine Finanziario. Attualmente, la Cina segue la corrente, ma non fa parte della contribuzione. La sua quota e i suoi diritti al voto non sono proporzionali al suo peso. Credo ci sia bisogno di un Nuovo Ordine Mondiale, dove la Cina deve far parte del processo di creazione e deve appoggiarlo”. Nell’intervista, Soros auspica “un declino controllato del dollaro” e aggiunge: “la Cina emergerà come ‘motore’, andando a sostituire i consumatori americani. Questo è l’adeguamento che dev’essere compiuto”.

Nel gennaio del 2012, interviene sulle azioni del movimento Occupy Wall Street: “Le proteste – afferma – diventeranno ingestibili se l’economia americana continuerà a peggiorare. Si andrà verso la rivolta civile. Gli Stati Uniti si devono preparare a un’insurrezione sociale violenta nelle strade. Per le autorità sarà una scusa per utilizzare tattiche repressive molto dure, che rischiano di creare un sistema politico repressivo, una società dove le libertà individuali saranno soggette a vincoli sempre maggiori.
Siamo in un periodo estremamente critico, un periodo di restrizioni e stenti nel mondo industrializzato, una situazione che minaccia di farci cadere in un decennio di stagnazione. Nel migliore dei casi dobbiamo prepararci alla deflazione. Nel peggiore dei casi al collasso del sistema finanziario”.

A marzo, il bersaglio diventa l’Europa. L’Institute for New Economic Thinking (Inet), un team di economisti guidato da alcuni consulenti del Governo tedesco e da George Soros, dichiara: “Siamo convinti che l’Europa sia un sonnambulo che cammina verso un disastro di proporzioni incalcolabili. Il senso di una crisi senza fine, con una pedina del domino che da un momento all’altro potrebbe cadere su tutte le altre, deve assolutamente essere invertito”.
A luglio 2012, l’affondo di Soros sulla Germania, che – dice un documento dell’istituto newyorchese di ricerca economica Inet (Institute for New Economic Thinking), presieduto da Soros, “rischia una bancarotta se non accetta la monetizzazione del debito da parte della Banca centrale europea”.

Secondo l’INET, la soluzione della crisi passa attraverso il ripristino della fiducia nell’eurozona. I passi da compiere vanno in direzione della stabilizzazione del costo del finanziamento del debito e della riduzione, a medio termine, del livello del debito, diminuendo anche gli squilibri della bilancia dei pagamenti all’interno dell’eurozona.
Cinque le riforme da attuare: unione bancaria, riordino del settore finanziario, un sistema di controllo fiscale, un euro-prestatore di ultima istanza per i Governi che rispettano il ‘fiscal compact’ e un regime di ristrutturazione del debito per gli altri Paesi, in modo da evitare default disordinati.

Insomma, il Nuovo Ordine Mondiale sognato da Soros, muove passi poderosi, assecondato anche dalle decisioni che in seguito alle sue esternazioni, prendono i Governi. Detta le regole e con le sue analisi e con le sue azioni, condiziona le scelte politiche e si propone come “rete” capace di orientare le scelte e le vite delle persone.
Altro che filantropo o intellettuale o attore economico atipico. La logica di George Soros è pericolosa e per molti versi disumana: risponde all’intento che l’economia e la finanza, governate da pochi, esercitino il dominio su molti e alimenta il delirio che solo attraverso l’uso spregiudicato del denaro si possa costruire il futuro. Noi, poveri allocchi, la premiamo pure.

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-un-premio-al-nuovo-ordine-mondiale-6465.htm

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Il movimento dell’Armageddon

domenica 26 settembre 2010

Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane: sono infatti spiriti di dèmoni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente. (Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne). E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon.

– Apocalisse 16:13-16
Secondo alcuni, dalla cime di Armageddon, la mitica collina che sovrasta la piana di Megiddo a Israele, si può vedere la fine del tempo, perché è qui che verrà combattuta la battaglia che metterà fine a tutte le battaglie (in ebraico, har significa “montagna” e mageddon è una derivazione di Megiddo). La profezia dell’Apocalisse vi colloca lo scontro finale tra il bene e il male, ovvero tra coloro che hanno accettato Gesù Cristo e coloro che non l’hanno fatto. Armageddon domina una valle lunga 300 chilometri che quel giorno sarà coperta di cadaveri, da due a tre miliardi secondo l’estrapolazione di alcuni commentatori. Una scena davvero impressionante!
Infatti, ai piedi di Armageddon si combatterà la grande guerra totale tra i popoli della terra, al termine della quale si attende il cataclisma naturale/sovrannaturale profetizzato nell’Apocalisse. Personalmente mi oppongo, indipendentemente da quanto “illuminati” potranno essere i sopravvissuti. (Se invece si rivelerà un fatto positivo, striscerò fuori dal bunker che mi sarò scavato sotto terra e ammetterò il mio errore). Opporsi a una catastrofe naturale come l’eruzione di un supervulcano o l’impatto di una cometa sarebbe inutile quanto opporsi alla forza di gravità, ma Armageddon è diverso. Di tutti i potenziali cataclismi, Armageddon è l’unico in cui numerosi gruppi di cristiani, ebrei e musulmani sperano, per cui pregano e fanno progetti. Ed è l’unica profezia sulla fine dei tempi che abbiamo il potere di evitare o di far accadere.

Marx ha osservato che, quando una teoria afferra le masse, diventa una forza materiale; purtroppo, le teorie di Marx fecero appunto così per oltre un secolo. La dottrina di Armageddon ha afferrato molti gruppi, piccoli ma estremamente motivati e molto potenti, negli Stati Uniti, in Israele e nel mondo musulmano, e sta diventando una forza potente, forse inarrestabile, nella politica globale.

“Benché la maggioranza degli ebrei, la maggioranza dei cristiani, la maggioranza dei musulmani e la maggioranza di chiunque aborra ed eviti l’armatura del pensiero fondamentalista, la storia non è fatta dalla maggioranza… In genere, le maggioranze subiscono e sono quei pochi fanatici, di cui un giorno ridiamo e davanti a cui forse il giorno successivo tremiamo, che muovono il motore della storia. E’ solo una minoranza di fanatici monomaniaci che può prendere un luogo santo e trasformarlo in un massacro assai poco santo”,

scrive Jeff Wells nel blog della webzine http://rigint.blogspot.com.
Assai più pericoloso della presa su una manciata di zeloti il richiamo che Armageddon esercita trasversalmente in tutto il mondo. The Late Great Planet Earth, di Hal Lindsey, che profetizzava la battaglia di Armageddon per il 1988, fu uno dei bestseller degli anni ’70. Ardenti cristiani dagli Stati Uniti, dall’Europa e da ogni angolo del mondo accorsero sul luogo, e le agenzie turistiche israeliane videro quadruplicare il loro giro d’affari. Un recente sondaggio del ministero israeliano del turismo indica che, dei due milioni di turisti che visitano annualmente Israele, più della metà sono cristiani, e più della metà di questi ultimi appartengono a movimenti evangelici.

I cristiani evangelici sono il movimento più impaziente di scatenare la battaglia di Armageddon, in ardente aspettativa del “rapimento“, il mistico momento precedente alla battaglia in cui i veri cristiani verranno letteralmente sollevati in aria e portati in cielo per unirsi a Dio. Non c’è dubbio che sarà un momento appassionante, perché dall’alto dei cieli, e al sicuro, potranno guardare in basso e assistere alla battaglia in corso tra le due fazioni: da una parte i cristiani che, a causa di qualche imperfezione nella loro fede o di un destino guerriero, non erano stati inclusi nel “rapimento”, e dall’altra i seguaci dell’Anticristo, un carismatico falso messia, che comprenderanno laici, pagani, induisti e buddhisti, oltre a cristiani, ebrei e musulmani non abbastanza credenti. Nella teologia dei movimenti evangelici ci si aspetta che un gran numero di ebrei si converta al cristianesimo per combattere dalla parte giusta al momento della battaglia. Gli ebrei che invece rifiuteranno Gesù, moriranno assieme a tutti gli altri infedeli.

Più gente si reca ad Armageddon, più questa collina diventa un luogo mistico e più è probabile che qualche incidente, casuale o voluto, faccia scoppiare davvero una guerra. Tra breve, sempre più pellegrini cristiani potranno visitare il sito preparato apposta per loro vicino ad Armageddon: una striscia di 125 acri sulla sponda del mare di Galilea dove Cristo avrebbe camminato sulle acque. Il progetto, del costo di 50 milioni di dollari, è sponsorizzato dal governo israeliano e dai gruppi evangelici americani. Secondo il portavoce dell’associazione evangelica americana, il progetto Galilee World Heritage Park, finanziato da 30 milioni di persone, sarà terminato entro il 2011 o l’inizio del 2012.

Per quella data, le cose si metteranno nel modo sperato dagli armageddonisti. Quella che potrebbe essere la più antica chiesa cristiana di tutto il mondo venne scoperta per caso a Megiddo nel 2005 da Ramil Razilo, un musulmano che scontava due anni pena per reati contro il codice della strada e che, assieme ad altri reclusi, era impegnato nella costruzione di un nuovo impianto di detenzione per palestinesi. La chiesa di Armageddon, come viene chiamata, risalirebbe al III o al IV secolo, epoca in cui i riti cristiani si celebravano ancora in segreto. Al centro del mosaico di sette metri quadri al centro del pavimento c’è un cerchio che contiene due pesci. Il pesce è un antico simbolo cristiano. L’acrostico delle iniziali della parola greca per pesce significano che Gesù Cristo è dio e il salvatore. I primi cristiani si riconoscevano attraverso il simbolo del pesce, che alludeva inoltre all’apostolo Pietro, il pescatore che divenne “pescatore di uomini”. Il nome Pietro, che significa “pietra, roccia”, è allegorico per la solidità della pietra su cui venne eretta la Chiesa, e in particolare la basilica di San Pietro a Roma.
Benché nella Bibbia non ci sia nessun accenno al riguardo, questa scoperta è stata acclamata come un altro segno che la fine è vicina. Il completamento dei restauri della chiesa di Armageddon è previsto per il 2010-2012.

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Nel I secolo l’aggettivo Cananeo o Cananita era utilizzato anche per designare gli Zeloti, i combattenti giudei antiromani che scatenarono la rivolta del 66 d.C.. Erano gli stessi che sostenevano nel Tempio i cambiavalute, quelli che per Gesù erano niente altro che farabutti mercanti da allontanare da ogni Luogo Santo, apostati e abominevoli falsi religiosi che portavano Desolazione e una forma di Nuovo Ordine, contro l’Impero di Cesare, contrariamente gradito a Dio. E’ vero acneh che nel Talmud esiste la parola kanna’im che potrebbe essere ricondotta ai cananei/cananiti intesi come combattenti messianici.

Il vangelo di Luca parla di un discepoli di Gesù che chiama Simone lo Zelota. Lo stesso discepolo è chiamato Simone il Cananeo (o Kananaios) in Matteo e Marco (o Kananaion). Notare che i vangeli usano la kappa (qui si rientra nella questione della caf con daghesh che però la LXX per Canaan/Cananeo/Cananita, ecc… traslittera con chi e non con kappa come ha fatto notare Abramo). Il Fattore K è stato utilizzato più volte per indicare l'”innominato” che stava a capo delle stragi di Stato in Italia: Kissinger, Kossiga, … . D’altra parte Matteo quando parla della donna Cananea utilizza la chi e non la kappa. Il Kananaios/kananaion di Matteo e Marco può essere messo in relazione con i kanna’im talmudici? Forse sì, in ragione dell’appellativo “Zelota” che Luca conferisce a questo discepolo.

Sappiamo poi della parola “ekariots” che in ebraico sarebbe la designazione di
Sicari. Sarebbe entrata nell’ebraico dal latino sicarios. Oggi questo nome è utilizzato anche per configurare particolarmente criminali legati alle banche che uccidono attraverso l’usura, il debito, il controllo delle Nazioni.

Pare che fra i kannaim (=zeloti) ci fù una scissione che diede luogo alla nascita dei sicari (entrambi fatti risalire a Giuda il Gallileo) come risultato della guerra civile. Questi ultimi venivano chiamati spregiativamente “Sikrikon”, che significava “terroristi” e il termine “kannaim” (che era un termine nobile fatto risalire ai “kannaim” biblici e poi ripresi durante il periodo di Bar Kochba) fu mutato spregiativamente da kannaim in kananiim. Di quest’ultimo ci sono due spiegazioni:
1) la più attendibile, deriverebbe dall’ebraico e significa “compratori”, ma con il senso di prepotenti, infatti i sikrikon cominciarono con ricomprare i terreni confiscati dai romani agli ebrei e finirono per essere dei ladri, una specie di mafia. A tal punto che il diritto ebraico dovette stabilire che chi comprava un terreno da un sicario doveva aggiungere un quarto del prezzo e versarlo direttamente al proprietario ebreo originario.

2) il termine “kananiim” veniva accumunato con i cananei per la loro caratteristica terroristica con l’uso di pugnali che nascondevano nei vestiti (anche oggi i palestinesi hanno questa spregevole usanza). Anche il termine “sicario” deriva da “sica” (=pugnale incurvato) e si da la stessa spiegazione.

Vorrei esortare a non creare confusione con l’uso del termine “sicari”, che in primo tempo furono per la maggior parte goim e qualche ebreo corrotto e traditore, che avevano lo scopo di frodare il popolo. Negli anni della “Grande ribellione” si creò un”atmosfera pesantissima, le tensioni interne provocarono odi e guerriglie fra residenti ebrei e non-ebrei. In questo clima sorsero i kannaim e da questi il movimento dei sikari che lottavano per l’indipendenza, ma non solo, questi vollero nell’occasione combattere contro l’aristocrazia e lo fecero alla Robin Hood. Poi questi operarono per riprendersi i terreni confiscati, ma in un secondo tempo divennero dei veri delinquenti, unaspecie di mafia alla siciliana.

Bisogna aggiungere che nel linguaggio biblico e talmudico “cananeo” significa anche “commerciante” si veda per esempio questo verso di Oshea:

“Efraim è un Cananeo che tiene in mano bilance false; egli ama estorcere.” (Luzzi)

(confr. Pesachim 50a Osea 12:8 )

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Guerrieri-monaci cristiani, Sohei, Thug, Shaolin, Dob Dob, Yamabushi e Nizari: la storia dei “combattenti dello spirito” con licenza di uccidere.

Devoti a un Dio armato

di Renzo Paternoster

Una religione è un complesso di credenze, comportamenti, atteggiamenti culturali ed espressioni rituali mediante cui un gruppo umano esprime il suo rapporto con il divino. Una religione, pertanto, contiene insiemi di valori e significati che investono l’esistenza, la condizione umana, l’ordine cosmico e altri aspetti della vita.
La devozione per un culto è quindi uno stato d’animo fortissimo e come tutti i moti dell’anima ha scatenato da sempre impeto, e continuerà a farlo.
Tutta la storia rivela che la religione può essere vissuta come fede o come ideologia. Se praticata come fede, essa riguarda il rapporto soggettivo tra il fedele e il suo Essere supremo. Se professata come ideologia, essa trascende i confini spirituali assumendo caratteri e obiettivi politici e può diventare portatrice di conflittualità. E’ così che dal cuore delle fedi si sviluppa il germe del radicalismo: la violenza può cominciare con il recupero dei fondamenti di una fede minacciata e proseguire con la pretesa di afferrare la verità (cioè Dio) e di tracciare un confine netto tra il Bene (noi) e il Male (gli altri).
La violenza compiuta in “nome di Dio” ha purtroppo una lunga storia, lunga forse quanto quella della storia dell’umanità stessa. Molti sono gli esempi. Ne tracceremo alcuni.

Una delle “congregazioni” più antiche di guerrieri dello spirito fu la setta dei Sicari. Ala armata del movimento religioso-nazionalistico degli Zeloti (dal greco zelotes: zelante, fanatico), la setta si costituì nel I secolo d. C. in Giudea.
Gli Zeloti, che svolsero un ruolo importante nella grande rivolta antiromana del 66-70, erano presenti anche al tempo di Cristo, e qualcuno ritiene che Barabba, Giuda Iscariota e

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Zeloti in un antico bassorilievo

Simone detto Pietro (nel caso fosse correttamente attributo il soprannome di zelota), appartenessero alla setta o, per lo meno, avessero simpatia per loro.
Dei Sicari parla lo storico Giuseppe Flavio ne La guerra giudaica: «In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla, nascondevano sotto le vesti dei piccoli pugnali e con questo colpivano i loro avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore e recitavano così bene da essere creduti e quindi non riconoscibili». Il nome di questa setta deriva proprio dalla spada corta, chiamata sica, arma che celavano sotto il mantello per colpire i loro avversari.
Le motivazioni che spingevano all’uso della spada furono soprattutto religiose: la sottomissione solo a Dio e non a Cesare e, quindi, il ritorno alla purezza del culto ebraico dei padri, compromessa specialmente da quei sommi sacerdoti acquiescenti al potere romano; il rifiuto di sottostare a stranieri pagani e ignoranti della legge ebraica; la contrarietà nel pagare il tributo ai romani; l’opposizione di sottostare all’ordine del censimento, che per gli ebrei aveva un carattere sacro; infine l’odio verso i propri connazionali che collaboravano con i romani.
Ai Sicari furono attribuiti l’assassinio del sommo sacerdote Gionata, la distruzione della casa di Anania (il Gran sacerdote del Tempio) e quella dei palazzi di Erode, nonché l’incendio degli archivi pubblici per far scomparire le ricevute degli usurai e impedire così il recupero dei crediti.
I Sicari si sono guadagnati un posto nell’immaginario collettivo occidentale al punto che il loro stesso nome sarebbe entrato nel linguaggio corrente per indicare killer assoldati.

Una forma di vita consacrata principalmente all’uso delle armi e, quindi, con una “missione” di tipo militare, fu benedetta per oltre due secoli anche dalla Chiesa di Roma. A partire dal 1120 e fino almeno al 1312 la difesa dell’ortodossia della Chiesa, della religione cristiana stessa e dei suoi luoghi più sacri (la Terra Santa) sono state affidate agli Ordini religioso-militari e a confraternite militari: Templari, Teutonici, Ospitalieri, Cavalieri di San Lazzaro, Cavalieri dell’Ordine di San Giacomo, Cavalieri del Tau e di San Tommaso, Canonici del Santo Sepolcro, Frati della militiae Christi, Fratelli della spada, Betlemitani, Crocigeri, Frati della cavalleria di Evora e molti altri. La presenza di “santi militari” (San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Sebastiano, Santa Barbara, San Maurizio, San Martino e così via) rafforzò il fanatismo devozionale di queste confraternite armate.
In generale questi Ordini erano in larga parte formati da “fratelli laici autorizzati a combattere”, che emettevano i voti religiosi e che, quindi, potevano essere considerati teoricamente dei religiosi, pur non potendo amministrare i sacramenti. L’assistenza liturgica era così garantita dalla presenza di chierici, chiamati “fratelli cappellani”.
Oltre ai fratelli laici e ai fratelli cappellani c’erano i “confratelli” e i “donati”: i primi facevano parte dell’Ordine pur non pronunciando i voti, i secondi erano quelli che godevano dell’assistenza e protezione materiale e spirituale dell’ordine.
L’organizzazione interna

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Cavaliere teutonico

degli Ordini era suddivisa in tre livelli: centrale, provinciale, locale. Il livello centrale era amministrato da un Gran Maestro (coadiuvato da due o più cavalieri esperti), la cui autorità, assieme alla modalità d’elezione, erano simili presso tutti gli ordini. Il livello provinciale, invece, era molto più diversificato, a seconda dell’ordine. Il livello locale è quello delle commende o dei membri che non erano case o conventi, bensì circoscrizioni che potevano comprendere una o più case. Il massimo organo legislativo era il Capitolo generale, del quale facevano parte tutti i cavalieri. Era l’organo collegiale supremo, quello che oggi intendiamo come l’assemblea dei soci di una società. Per gli Ordini che “operavano” in Terra Santa (perché c’erano Ordini che combattevano anche nella Penisola iberica o nel Nord Europa), vi era una suddivisione tra province d’oltremare (occidentali) e al di qua del mare (orientali), divise dall’isola di Creta.
Oltre ai compiti riguardanti la difesa dell’ortodossia della Chiesa, della religione cristiana stessa e dei suoi luoghi più sacri (la Terra Santa), questi Ordini svolsero altre mansioni, tra cui quella di colonizzatori. Infatti, nelle zone di frontiera fondarono villaggi e fortificazioni al fine di attirare contadini cristiani e quindi stabilizzare la conquista.
Dal punto di vista militare questi ordini portarono una serie di novità. La rigorosa disciplina, tipica degli Ordini religiosi (l’obbedienza completa sino ai gesti più quotidiani, la preghiera più volte a giorno, lo spirito di sacrificio, le punizioni che colpivano chi rompeva la regola del silenzio o ritardava l’esecuzione dell’ordine di un superiore) fu una eccezionale novità per quel periodo.

Questi ordini incarnarono l’ideale della “cavalleria divina”, la militia Christi, contrapposta alla militia saeculi, alla quale i rigoristi della Chiesa non perdevano occasione di rimproverare il culto mondano della gloria personale e della violenza fine a se stessa.
La nuova milizia, che aveva trovato nel monaco Bernardo di Chiaravalle il maggiore estimatore, faceva della guerra un mezzo di santificazione attraverso il sacrificio e il martirio. Non per nulla nei Templari (i più famosi monaci-guerrieri cristiani), all’iniziale mantello bianco di lana grezza si sovrappose nel 1147 – all’altezza del cuore – la croce patente rosso sangue, donata all’Ordine dal pontefice Eugenio III, simbolo appunto del sangue versato dai martiri. Secondo Bernardo di Chiaravalle, questi “miliziani di Cristo” erano uomini superiori poiché conducevano «un duplice combattimento, al contempo contro la carne e contro gli spiriti maligni»: il loro «corpo ricoperto da un’armatura di ferro e l’anima da un’armatura di fede» li rendeva immuni dalle paure umane, come la morte, «perché Cristo è la loro vita, Cristo è la ricompensa della loro morte».
Questi Ordini divennero particolarmente ricchi, grazie soprattutto alle numerose donazioni. Anzi, alcuni, Templari e Ospedalieri, divennero anche banchieri.
Dal XIV secolo iniziò però il loro declino. Nati come un’impresa collettiva della comunità del Cristo, sotto l’egida della Chiesa e di un papato con pretese universali, gli ordini religioso-militari cristiani dovranno cedere il passo allo stato moderno.

In Oriente, l’equivalente buddista delle congregazioni militari cristiane europee furono i Sohei, che letteralmente significa “monaco soldato”. Chiamati più comunemente akuso (“monaco cattivo” in senso lato, cioè “in armi”), erano confraternite armate costituite nei monasteri buddisti a partire dal X secolo, quando i vari feudi iniziarono a costruire diversi templi.
Le basi dottrinali che consentirono a questi monaci buddisti di prendere le armi sono riscontrabili nel Mahayana Mahaparinirvana Sutra (“Sutra mahayana del Grande passaggio al di là della sofferenza”) importantissimo testo buddista di origine sanscrita (un sutra è un elaborato filosofico incluso nel canone della scuola buddista di riferimento). Questa “trattazione”, probabilmente risalente al IV-V secolo, invita il credente a prendere la armi per difendere il Dharma buddista minacciato dalle distruzioni operate dagli Unni bianchi in Asia centrale.
La prima armata di questi monaci guerrieri fu creata nel 970, a seguito di una disputa tra il monastero buddista Tendai, l’Enryaku-ji, situato sul Monte Hiei (che si erge sull’isola di Honshu) e il santuario di Yasaka a Kyoto (collocato sulla stessa isola). Con la costituzione di questo esercito monastico nacque anche il primo codice comportamentale che, tra le altre regole, stabiliva il divieto assoluto per i monaci di abbandonare le armi prima di dodici anni di esperienza militare.
Spesso la causa dello scoppio di questi conflitti era la nomina di un “abate” che per il monastero rivale era considerato privo di qualità. Tuttavia ben presto si iniziò a combattere anche l’arroganza dei samurai e di qualche potente locale.
Armati di lance dalla lama ricurva, archibugi, archi e spade, portavano i capelli lunghi ed erano esperti armaioli. Alcuni si organizzarono in vere e proprie sette, come gli ikko-ikki del XV secolo, famosi per la loro ferocia. Essi veneravano Amida, il Budda supremo, di cui credevano sarebbero diventati discepoli in paradiso. Non praticavano la meditazione, non perseguivano l’illuminazione e non rifiutavano il mondo materiale (bere e fare sesso). In compenso erano certi della beatitudine eterna dopo la morte con onore e per questo scendevano in battaglia senza paura.

Anche i cosiddetti “Dob Dob” del Tibet (in lingua tibetana ldob ldob o, secondo alcune

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Templari

fonti, ldab ldob), sono monaci-guerrieri che, per più di cinque secoli, hanno “regnato” nella “famiglia” buddista.
Nati intorno al XV secolo, questi monaci, che non avevano paura di sporcarsi le mani di sangue, sono stati indispensabili per la creazione dei monasteri tibetani che ora siamo abituati a immaginare come luoghi mistici abitati da uomini pii che passano la loro vita in meditazione. La formazione di questi monasteri costò secoli d`intrighi. Ai Dob Dob erano assegnati la maggior parte dei lavori manuali ed erano destinate a mantenere l’ordine pubblico durante le cerimonie più grandi; inoltre fungevano da scorta quando si dovevano attraversare zone infestate dai banditi. Combattivi, rozzi e violenti, erano tuttavia ben visti dalla popolazione, poiché accorrevano sempre in aiuto dei bisognosi.
Sin dalla loro comparsa, la confraternita dei Dob-Dob si distinse dagli altri monaci per il modo di vestire, per la strana acconciatura (capelli lunghi tenuti con ciocche a forma di grandi corna) e per essere sempre armati (coltelli o spade). Ma la loro caratteristica peculiare era l’esercizio di una cultura rivolta ai piaceri e alla mancanza di regole, decisamente diversa da quella tipica e pacifista del buddismo.
All’età di quarant’anni i Dob-Dob abbandonavano le armi e venivano reintegrati nei monasteri con funzioni amministrative e come addetti alla disciplina.
Nel 1959 i monaci guerrieri usarono le armi per l’ultima volta: loro fecero per tentare di liberare il loro paese dai soldati cinesi che avevano invaso il Tibet. Non ci riuscirono e molto morirono in battaglia.

I monaci Yamabushi e i temibili Shaolin sono altri guerrieri mistici che hanno attinto in parte dal buddismo la loro filosofia, che è assieme ascetica e marziale.
L’originale dottrina dei monaci guerrieri Yamabushi, ossia “Colui che si trova tra le montagne” (in origine Yamahoshi, “uomini solitari”) si chiama Shugendo, una pratica ascetica che affonda le radici nella più antica spiritualità giapponese unendo principi autoctoni sciamanici e Shinto a elementi taoisti e tantrici propri delle sette Shingon e Tendai del buddismo esoterico. Le origini di questi monaci guerrieri possono essere fatte risalire agli Hijiri (antichi eremiti dell’VIII-IX secolo nel Giappone pre-buddista che vivevano tra le montagne, in solitudine o riuniti in gruppi, seguendo un percorso di ascesi mediante il quale conseguivano poteri eccezionali).
Nei loro ritiri di montagna questi monaci si dedicavano a severi “allenamenti” ascetici sul corpo e sullo spirito, attraverso la meditazione e diverse arti marziali, tra cui il Ninjutsu, l’arte marziale dei ninja. Non dimentichiamo che l’idea di studiare e praticare le arti marziali come mezzo per migliorarsi mentalmente e spiritualmente, e non soltanto fisicamente, ha sempre avuto un posto centrale nella cultura giapponese. Gli Yamabushi erano abili nell’uso di un’ampia varietà di armi bianche, ma l’arma d’elezione era la Naginata, una lunga lama ricurva a un solo filo che si allarga verso l’estremità, montata su un’asta di lunghezza variabile.
Gli Shaolin, invece, erano i più noti monaci guerrieri. Facevano parte di un ordine nato nel 540 d.C. con la costruzione del primo tempio Shaolin sul monte Songshan, nella provincia cinese di Henan.
Trent’anni dopo la fondazione del monastero si unì al tempio un monaco di nome Bodhidharma, chiamato dai cinesi Ta Mo. Questi diede vita a una nuova forma di buddismo che prevedeva ore e ore di meditazione statica e il controllo dello spirito sul corpo, elementi che sono alla base dell’arte marziale dello Shaolin Kung Fu e che permettevano ai monaci un’esistenza in perfetta armonia fisica e spirituale. Tale dottrina divenne il fondamento di una nuova scuola della filosofia buddista, il Buddismo Zen.
Nel corso dei secoli il monastero Shaolin venne utilizzato per il perfezionamento e la codificazione delle varie discipline marziali che già erano praticate in Cina, ma anche per mettere a punto una tecnica di autodifesa chiamata Shaolin Chuan e oggi nota come “Pugilato della piccola foresta”. Ancora oggi questa “lotta mistica” è praticata dai monaci Shaolin.

Nella cultura islamica è esistita una congregazione religiosa che fece della violenza una pratica quotidiana: la setta degli Assassini, che era parte dell’ismailismo. Gli ismailiti sono la seconda tra le correnti in cui è diviso l’Islam sciita e il loro nome deriva dalla

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Yamabushi con naginata

convinzione che il settimo imam fosse Ismail ibn Jafar, e non il fratello minore Musa al-Kaim la cui legittimità è invece sostenuta dagli altri sciiti. Con l’avvento in Egitto della dinastia dei Fatimidi, tra il X e il XII secolo, l’ismailismo divenne non solo la più importante tra le correnti sciite, ma giunse anche a mettere in discussione il primato dei sunniti.
Gli ismailiti erano certi che il rispetto letterale della Legge coranica fosse meno importante di quello verso l’imam, la guida spirituale, e che il Libro sacro si potesse leggere anche in modo allegorico. Alcuni ismailiti erano così convinti della verità di questi precetti da uccidere (e morire) per imporla. Uno di questi si chiamava Hasan ibn Sabbah.
Nel 1090 Hasan conquistò la fortezza persiana di Alamut, situata a un centinaio di chilometri da Teheran, in Iran. Da qui i vari Sheikh-el-Jebel, “vecchi della montagna” – come saranno chiamati i suoi successori – seminarono violenza in Iran e Siria per quasi centocinquanta anni.
Il programma di Hasan si basava sul “teorema dell’insostituibilità”: eliminando fisicamente singoli governanti avrebbero inesorabilmente stravolto gli equilibri a vantaggio della setta. La strategia fu dunque quella dell’omicidio politico.
La setta si faceva chiamare dei Nizariti (nel 1094 si erano schierati con Nizar, candidato califfo d’Egitto poi esautorato), ma per tutti divennero Hashishiyyin, “Assassini”, ossia consumatori di hashish.
Nella gerarchia della setta, sotto il “Capo del Montagna”, c’era il “Propagandista superiore” dal quale dipendevano i Da’i o “Propagandisti comuni”. Questi erano i gradi superiori della setta e richiedevano la completa iniziazione alle dottrine, agli obiettivi e alla politica dell’ordine. Vi erano poi i gradi inferiori, con parziale iniziazione. All’ultimo gradino della scala gerarchica c’erano i Fida’i, i devoti fino al sacrificio, veri e propri ministri di morte. Da questi ultimi deriva il termine Fedayin, usato ancora oggi dai guerriglieri mediorientali.
I Fida’i erano inviati a uccidere la vittima predestinata alla luce del sole, rischiando di essere uccisi a loro volta. L’arma doveva essere obbligatoriamente un pugnale, poiché la vittima doveva vedere in faccia il suo assassino.
Tra le vittime illustri degli Assassini, ricordiamo: Corrado di Monferrato, candidato re crociato di Gerusalemme, e il califfo di Baghdad Al-Mustarshid. Gli Assassini tentarono per ben due volte, e quasi ci riuscirono, di uccidere anche il grande Saladino. I cristiani non furono oggetto di vendetta della setta per la loro religione, e i pochi cristiani assassinati lo furono unicamente per motivi politici.
La parabola della setta cominciò a esaurirsi quando l’ultimo Vecchio della montagna, Khur-Sha si trovò a comandare una masnada di comuni delinquenti che ormai avevano abbandonato lo spirito originario trasformandosi in una delle tante bande dedite alla guerra contro tutti e tutto.

Presso la religione induista è esistita una setta religiosa indiana temutissima per via della loro fama di spietati assassini. La setta era chiamata “dei Thugs”, o “degli strangolatori”, e il loro culto prevedeva l’adorazione e il fanatismo guerriero della dea Kalì, chiamata anche Bhavani.
Gli strangolatori presero in affitto, a pochi chilometri da Mirzapur (India orientale), il locale tempio dedicando alla dea, che divenne il loro quartier generale.
Per onore a Kalì, durante le loro spedizioni i Thugs seguivano un rigoroso rituale, che prevedeva l’astinenza per sette giorni da carne, zucchero e burro. Il giorno prima dovevano astenersi dal fare sesso, in compenso potevano consumare un pasto più sostanzioso. Poi facevano dei riti propiziatori in cui consacravano il loro piccone, simbolo della setta, con cui poi scavavano la fosse per le loro vittime.
La tattica era molto elementare: si aggregavano alle carovane dei mercanti fingendo di essere commercianti o viandanti e di notte assalivano le ignare persone del gruppo, uccidendole con un grande fazzoletto di seta chiamato Ruhmal. Questo gesto racchiudeva un significato metafisico: le uccisioni senza spargimento di sangue avevano lo scopo di ingraziarsi la divinità ispiratrice e protettrice, guadagnando così i meriti per sfuggire all’inevitabile ciclo infinito della reincarnazione (credenza collegata alla storia di Kalì). Ciò valeva non solo per loro stessi, ma anche per le vittime.
Subito dopo l’uccisione, sotterravano il cadavere e iniziavano un rituale, il Tuponee, in cui gli adepti della setta offrivano simbolicamente l’anima della vittima mangiando il goor, lo zucchero grezzo.
L’affiliazione alla setta avveniva per nascita; anche i bambini risparmiati nelle loro esecuzioni erano iniziati al culto della dea Kalì, mentre i matrimoni all’interno del gruppo contribuivano a preservare la segretezza del culto. Della setta facevano parte anche dei musulmani, che sembra identificassero la dea con Fatima, figlia di Maometto.
I Thug avevano una doppia vita, di giorno erano comuni artigiani, la notte dei mistici della morte.
Sfuggivano ai crudeli fazzoletti dei Thug le donne, i bambini, le persone con difetti fisici e alcune particolari categorie di lavoratori (fabbri, tagliatori di pietra, carpentieri) in quanto praticavano mestieri sacri a Kalì.
La setta divenne così spietata che i mercanti indiani chiesero l’intervento degli inglesi. Così, intorno al 1830 i Thug iniziarono ad essere severamente perseguitati. Grazie al lavoro di sir William Henry Sleeman (capitano dell’esercito britannico), nel 1840 il governo inglese dichiarò estinta la setta.
Il nostro breve viaggio nel mondo dei guerrieri mistici si conclude qui. Come abbiamo studiato, in tutte le confessioni religiose sono esistite frange che sono diventate capaci di utilizzare la violenza. L’incitazione alla violenza, quindi, è un elemento caratteristico di una parte di ognuna delle tradizioni religiose, ma ciò non significa che tale religione sia intrinsecamente violenta. Nel nostro tempo, le varie “guerre sante” lanciate da Oriente a Occidente testimoniano l’uso errato che si fa della religione, anzi è uno scenario talmente complesso nel quale non c’è religione che non sia usata a pretesto per i propri interessi politici. Molti, purtroppo, ancora non capiscono che le differenze religiose devono passare dentro le chiese, come dentro le persone, ed essere esternate dimostrando la superiorità della propria confessione nel tollerare le altre. Non si può armare un Dio senza il suo consenso … e questo, ne sono convinto, non arriverà mai!

BIBLIOGRAFIA

  • Gli Assassini. Una setta radicale islamica, i primi terroristi della storia, di B. Lewis – Mondadori, Milano 1992.
  • La nascita dei templari. San Bernardo di Chiaravalle e la Cavalleria mistica, di F. Cardini – Il Cerchio, Rimini 1999.
  • I Templari, la guerra e la santità, a cura di S. Cerrini – Il Cerchio, Rimini 2000.
  • I Cavalieri di Cristo. Gli ordini religioso-militari del medioevo (XI-XVI secolo), di A. Demurger – Garzanti, Milano 2004.
  • Monaci guerrieri. Gli ordini militari, di D. Seward – Allemandi, Torino 2005.
  • I guerrieri dello spirito. Templari, cavalieri teutonoci, assassini, samurai, kamikaze, di L.V. Arena – Mondadori, Milano 2006.
  • I cavalieri Teutonici. Storia militare delle Crociate del Nord, di W. Urban – Editrice Goriziana, Gorizia 2006.
  • Ordini religioso-militari, di R. Affinati – Edizioni Chillemi, Roma 2009.
  • Lo Shaolin. Mistero e magia dei monaci guerrieri, di Sri Rohininandana Das – Xenia Edizioni, Milano 2009.

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DIRETTIVA BAIL-IN: SICARI BANKEUROPEISTI CONTRO CITTADINI EUROPEI

1003Le indagini su MPS, la banca della crisi, salvo il filone della c.d. Banda del 5% (che però c’è in ogni grande banca, quindi è poco significativa), sembrano esitare: le iniziative sembrano restringersi ai pochi nomi già accusati, il livello politico-partitico sembra risparmiato, i complici-beneficiari esteri pure, protetti anche dal blocco opposto dalla Bundesbank a certe investigazioni pericolose per il sistema bancario germanico. Fonti non peregrine  spiegano questa stasi sia come dovuta alla volontà di un determinato grosso  calibro della sinistra che esige la garanzia di esser lasciato fuori dalle indagini, sia come imposta per non far perdere le elezioni comunali di Siena (e il connesso controllo della banca) a chi non lo deve perdere. Intanto MPS, incapace di rimborsare il gravoso prestito governativo al 9% di interesse, si avvia a diventare pubblico, se non se lo pappa prima qualche banca straniera già fortemente presente anche nei servizi pubblici italiani.

Ma MPS potrebbe essere l’ultimo caso di banca italiana salvata con denaro pubblico.

Infatti, sollecitato dal Financial Stabilty Board – che ha già dato ampia prova della propria inefficacia –, approvato dal G20, spinto dall’Europarlamento, sta infiltrandosi in Europa il principio del bail-in: quando una banca è in crisi – e in gran parte le banche sono in condizioni critiche, che mascherano con sistematici trucchi contabili, quali il non dichiarare le sofferenze o il simulare liquidità inesistente o aggiustare gli stress tests – a salvarle non dev’esser più la banca centrale di emissione, mediante creazione di denaro nuovo; né lo Stato, mediante spesa di fondi pubblici; bensì, su costrizione del governo,  i creditori della banca: azionisti, obbligazionisti, depositanti. I primi perdono le azioni, i secondi e i terzi vedono i loro crediti (obbligazioni e depositi) convertiti in azioni dal governo, marionetta dell’alta finanza. In azioni di banche già in condizioni prefallimentari, azioni che andranno quindi perdute al prossimo giro.

In questo modo i grandi banchieri, burattinai dei governi e dei parlamenti, ottengono un grande guadagno, perché scaricano sui risparmiatori i danni delle frodi che essi stessi compiono, sia col distrarre i soldi delle banche che gestiscono (come avvenuto nel caso MPS), sia mediante le speculazioni d’azzardo sui mercati regolati e non regolati, sia pagando agli amici 10 ciò che vale uno (come MPS con Antonveneta), sia concedendo mutui a soggetti che si sa che non pagheranno (mutui subprime da cartolarizzare, mutui ad amici degli amici).

Oltre a ciò, l’oligarchia finanziaria globalista e bankeuropeista ora crea allarme generale, perché abolisce il principio della sicurezza dei depositi bancari; per conseguenza, i risparmiatori saranno indotti a ritirare almeno in parte i loro depositi dalle banche e a non comperare più azioni e obbligazioni delle banche; e ciò probabilmente scatenerà proprio quella crisi generale bancaria che i governi-fantoccio dichiarano di voler prevenire mediante il principio del bail-in, ma che in realtà vogliono per poter sottoporre tutte le banche europee e tutti i sistemi bancari europei a un organismo centralizzato e autocratico. Togli alle banche  raccolta, liquidità, e andranno a fondo. Semplicissimo. Molto spesso si dichiarano falsi scopi, in politica, per perseguire obiettivi inconfessabili e criminali.

D’altra parte, le banche non riceveranno necessariamente danno dal fatto che le loro azioni e obbligazioni divengano poco appetibili a causa dei timori di bail-in, perché questi timori sposteranno gli investimenti da azioni e obbligazioni bancarie – su cui le banche guadagnano poco di commissioni – a polizze assicurative del  tipo “Unit” e altre, su cui le banche lucrano commissioni implicite upfront fino all’8,8%, il che fa sì che l’ingenuo investitore, per non perdere definitivamente quella grossa commissione, sia indotto a mantenere l’investimento sino alla scadenza. Inoltre le banche italiane potrebbero accordarsi con banche extracomunitarie – e quindi non assoggettate al bail-in – presenti nel territorio nazionale  per il collocamento ” mascherato ” di propria raccolta.

Questa crisi creerà le condizioni di emergenza per introdurre nuove norme in deroga e schiacciare nuovi principi del diritto. L’oligarchia crea pianificatamente, uno dopo l’altro, i disastri che le consentono di realizzare le riforme necessarie a eliminare ogni controllo e partecipazione dal basso, e instaurare una vera e propria tirannia assoluta, attraverso le maschere dei parlamenti europeo e nazionali, della commissione, dei governi.

Quanto venduti e burattini senza pudore siano governanti e parlamentari è manifesto, se solo si pensa che si apprestano a introdurre il principio del bail-in senza nemmeno re-introdurre la divisione tra banche di risparmio e credito e banche di speculazione (Glass Steagall Act), senza stabilire  che il bail-in si applica solo alle seconde, mentre le prime saranno alla bisogna ricapitalizzate dalla banca centrale – quindi violano la norma costituzionale che tutela il risparmio.

E lo fanno senza nemmeno imporre controlli contabili effettivi e imparziali sulle banche, nè il ripristino dei controlli incrociati per le delibere di spesa entro le banche stesse in modo che il Mussari di turno non possa eseguire senza filtri bonifici indebiti per miliardi né sottoscrivere e tenere nel cassetto contratti derivati capestro,  vincolanti per la banca. Tutti questi abusi i sicari bankeuropeisti li scaricano sui risparmiatori.

E ancor prima, impongono il principio del bail-in senza nemmeno chiarire perché si rinunci a istituire invece un fondo di garanzia effettivamente versato, o perché si rinunci a modificare lo statuto della BCE per vincolarla a intervenire creando denaro, come essa tanto facilmente fa e ha fatto a favore dei banchieri – onde evitare perlomeno i danni ai risparmiatori, che si traduce in un danno-costo sociale ed economico altissimo, mentre l’intervento della banca centrale di emissione mediante creazione di nuova moneta, come si è ampiamente visto, non comporta costi né stimoli inflativi.

Naturalmente il bail-in viene fatto passare col compiacente silenzio dei mass media, che dirigono altrove l’attenzione dell’opinione pubblica, come è loro funzione fare. La tecnica è costante: prima prepari le norme-trappola, che rimangono inattive e non notate per qualche tempo, poi all’occasione scattano, ma allora non ci si può opporre perché sono “le Regole” e le ha volute l’Europa.

Appendo il verbale della discussione alla Camera dei Deputati, avvenuta credo il 23 u.s., su un’interpellanza urgente di Brunetta e Pagano al Governo in tema di bail-in. Questo verbale è molto istruttivo

28.05.13                              Marco Della Luna

Interpellanza presentata dall’On. Brunetta

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’economia e delle finanze, per sapere – premesso che: 
diverse esternazioni recenti del Presidente della BCE hanno posto in evidenza il fatto che le banche non stanno finanziando le piccole e medie imprese in misura adeguata ad avviare e spingere la ripresa. Le analisi apparse su organi di stampa hanno ripreso e approfondito questo fatto, alludendo spesso ad una responsabilità colposa delle banche, più incline in questi tempi a migliorare il proprio conto economico, ad esempio con il trading su titoli di Stato piuttosto che finanziando investimenti produttivi; 
senza per nulla eludere o aggirare la responsabilità delle banche, è opportuno richiamare un aspetto che sembra destare poca attenzione e però di grandissima rilevanza per il futuro del sistema produttivo del Paese, nella misura in cui esso dipende dal finanziamento bancario. Nello specifico, si stanno cambiando le condizioni strutturali alle quali le stesse banche raccolgono risorse sul medio lungo termine e dunque, in prospettiva, la loro capacità di continuare a prestare sostegno alla piccola e media impresa per i suoi bisogni d’investimenti. Il cambiamento che preoccupa si annida nell’impatto congiunto di diverse normative europee, ultima delle quali è rappresentata dalla direttiva sulla gestione e risoluzione delle crisi; 
su questa futura direttiva, la riunione dell’Ecofin del 14 maggio 2013 aveva fra altri temi all’ordine del giorno, le scelte da compiere sulle questioni di maggior rilievo per il varo entro l’anno in corso. A questo riguardo, giova ricordare i seguenti aspetti: 
a) la futura direttiva si prefigge come scopo, l’armonizzazione delle norme comunitarie per quanto riguarda la gestione dei dissesti bancari con la doppia esigenza di evitare il ricorso ai salvataggi pubblici di cui siamo stati tutti testimoni e l’insorgere di fenomeni d’instabilità sistemica di cui alla fine, l’economia reale paga il più grande prezzo; 
b) la futura direttiva si applicherà a tutti gli intermediari, a prescindere dalle loro dimensioni, dal loro modello di business e dal rischio al quale concretamente espongono il sistema nel suo insieme in caso di fallimento; 
c) la futura direttiva introdurrà come innovazione assoluta nell’ordinamento italiano, lo strumento del bail-in – noto come conversione forzosa degli strumenti di debito emessi dalle banche in strumenti di capitale di rischio o, in alternativa, decurtazione forzosa del valore dei titoli di debito di una banca che versi in condizione di crisi – col fine di evitare il ricorso al salvataggio della stessa banca col denaro pubblico; 
d) il disegno dello strumento del bail-in va letto unitamente alle norme appena varate della CRD IV/CRR (Basilea 3) sui requisiti di capitale e di liquidità per l’esercizio dell’attività bancaria, tenuto conto anche dei vincoli della MifiD/Mifir per quanto riguarda gli obblighi in capo agli emittenti di strumenti finanziari presso il pubblico dei risparmiatori. Ciò pone chiaramente il problema cruciale per il nostro sistema bancario di raccogliere a condizioni sostenibili per poter finanziare l’economia reale e gli investimenti di medio-lungo termine della piccola e media impresa italiana. Si tratta di un tema di grande rilevanza, anche in considerazione della ripresa dell’economia che tarda a manifestarsi; 
nella scorsa legislatura, il Parlamento italiano tramite le Commissioni competenti, nel dare – nel dicembre 2012 – il proprio assenso agli indirizzi generali che si andavano maturando nel contesto più ampio del progetto di Unione Bancaria, individuò precisi orientamenti affinché il futuro regime di gestione delle crisi non pregiudicasse ulteriormente la capacità di quella parte sana dei sistema bancario di continuare a stare a fianco del sistema produttivo del paese, per lo sviluppo e la salvaguardia della coesione sociale –: 
se il Governo non ritenga necessario assumere iniziative, in ambito nazionale, per: 
a) incentivare concretamente e positivamente il finanziamento che le banche devono continuare ad erogare alla piccola e media impresa; 
b) far sì che normative attese e anche doverose come la direttiva in discussione non appesantiscano ulteriormente le condizioni di raccolta delle banche, anche alla luce di vincoli posti da altre normative come la MifiD o la CRD IV/CRR; 
c) tutelare le peculiarità virtuose del nostro sistema bancario in generale; ed in particolare, la rete delle piccole banche locali oggettivamente dimostratesi preziose per le nostre piccole e medie imprese nonché per le famiglie, come del resto richiesto dal Parlamento nella scorsa i legislatura; 
d) far sì che, sul tema specifico del bail-in, si presti doverosa tutela comunque ai piccoli risparmiatori, anche oltre i livelli minimi previsti dalla garanzia sui depositi bancari, considerato che il bail-in introdurrà un meccanismo di salvataggio delle banche a carico degli investitori, è necessario che il piccolo risparmiatore non sia equiparato all’investitore istituzionale o comunque sofisticato. 
(2-00059) «Brunetta, Pagano».

On. Pagano

Signor Presidente, signor sottosegretario, gentili colleghi, uno dei problemi più grossi dell’era presente e di quest’epoca che stiamo attraversando è la perdita della memoria storica. Non mi riferisco a fatti di cento anni fa o di venti anni fa, ancora peggio: fatti di soltanto due mesi, tre mesi prima vengono dimenticati. Per cui, io, in questo momento ho un pezzo di rassegna stampa del 27 marzo di testate nazionali, che vorrei evocare a mo’ di testimonianza rispetto al tema che è stato sollevato oggi, anche per far sì che si comprenda che il tema sollevato non è frutto di un caso, ma perché c’è un disegno, una programmazione, ahimé, ai nostri danni ed è bene che questo diventi oggetto di dibattito e di confronto.

Il 27 marzo ultimo scorso, in occasione del fallimento del primo accordo Unione europea-Cipro, ci fu un durissimo scontro tra Schäuble, il Ministro delle finanze tedesco, e il Primo ministro cipriota, Anastasiades: sostanzialmente, il primo si lamentava nei confronti del secondo per il mancato rispetto degli accordi, cioè il prelievo forzoso, che poi ovviamente fecero pagare in misura di gran lunga peggiore, con il secondo prelievo, che arrivò ai livelli che sono noti a tutti, cioè al 40 per cento.
Quel piano, quindi, fallì e ci fu una reazione forte di Schäuble, che sostanzialmente disse, cerco di sintitezzarlo al massimo: non sono però affatto preoccupato, perché c’è la BCE che è un buon paracadute, i nostri programmi saranno sostanzialmente tutti realizzati – tra un po’ spiegherò per bene che cosa intendeva Schäuble – e, quindi, possiamo – testualmente – occuparci dei nostri interessi nazionali. Sappiamo bene quali sono gli interessi del Ministro tedesco, che guardava soprattutto alle elezioni tedesche e, comunque, in generale ha un’insofferenza nei confronti dei Paesi periferici, percepiti come inaffidabili in maniera quasi irredimibile. Ovviamente, noi siamo tra questi.
Quello di Schäuble, comunque, non è un pensiero così, perché in verità, come voi sapete, i tempi e i ritmi vengono segnati dalla Germania: quindi, sostanzialmente, ci fu un cambiamento di rotta, segnalato poi nella famosissima intervista al Financial Times del Presidente dell’Eurogruppo, Dijsselbloem – anche se poi in parte fu smentita –, che sostanzialmente diceva questo: da questo momento in poi, ci dobbiamo scordare la ricapitalizzazione diretta delle banche. Scordiamoci la ricapitalizzazione diretta delle banche.
Le cose non sono evocate per caso, perché dobbiamo andare adesso in tandem con la nuova norma che è stata prevista e che è stata sdoganata, quella chiamata «bail-in», «paracadute», che è il principio secondo cui a pagare devono essere gli azionisti e gli obbligazionisti e che la strada dell’Unione europea a proposito dei due pilastri fondamentali che hanno sempre contraddistinto la libertà dei popoli in questa materia – e, in particolare, per l’Italia che ne ha fatto un elemento fondante sin dall’inizio della legge bancaria, dal 1926, e poi con le successive modifiche –, è quella che, alla base di tutto, ci deve essere un fondo di garanzia; e che, quindi, sostanzialmente, la garanzia nei confronti del cittadino, del risparmiatore, era fondamentale ed era garantita, appunto, da una capacità da parte dello Stato di intervenire e garantire gli stessi.
Tutto questo sembra che sia saltato. Il primo a rendersene conto in assoluto – ogni tanto, qualcosa la azzecca pure lui – è il Primo ministro francese, Hollande, che dice testualmente: è qualcosa di inaccettabile e sulla garanzia dei depositi bancari noi saremo assolutamente fermi, ci sarà un principio assoluto e irrevocabile per mantenere lo status quo. Speriamo che questo sia un elemento virtuoso che venga ad essere mantenuto, perché, ovviamente, noi abbiamo bisogno di alleati rispetto a certi strapoteri che si stanno realizzando.
Quindi, ho fatto questa premessa per spiegare concretamente che, ormai, mi sembra che ci sia una tendenza a cambiare le regole del gioco e, cioè che, nello specifico, le condizioni strutturali per le quali le banche raccolgono risorse nel medio e lungo periodo e, poi, la capacità di dare sostegno alle piccole e medie imprese potranno essere pregiudicate concretamente, perché, nel momento stesso in cui si dovesse verificare una difficoltà finanziaria, ovviamente, a pagare saranno gli azionisti, saranno gli obbligazionisti.
«Bail-in» innova sostanzialmente questo nell’ordinamento italiano: questo strumento, chiamato anche conversione forzosa degli strumenti del debito emessi dalle banche, che appunto verrebbero tramutati in strumenti di capitale di rischio, oppure, in alternativa, decurtazione forzosa del valore dei titoli di debito di una banca che versi in condizione di crisi, così da evitare il ricorso al salvataggio della stessa banca con denaro pubblico.
Ora, io capisco tutte le difficoltà che noi stiamo vivendo, però, dobbiamo immaginare i riflessi che tutto questo potrà realizzare. Il disegno dello strumento «bail-in», infatti, va letto, unitamente naturalmente in tandem con le norme di Basilea 3, come un momento in cui l’attività bancaria prenderà una deriva. Gli obblighi in capo agli emittenti degli strumenti finanziari presso il pubblico risparmiatore si invertiranno completamente rispetto a quella che è stata la situazione fino a oggi realizzata e, chiaramente, il problema cruciale per il nostro sistema bancario, a questo punto, sarà come raccogliere le risorse finanziarie.
Il nostro Parlamento, nel dicembre 2012, eravamo quasi a fine legislatura, proprio perché eravamo preoccupati, dettò degli indirizzi generali che andavano proprio all’interno di quello che ho appena detto, e cioè individuò precisi orientamenti affinché il futuro regime di gestione della crisi non pregiudicasse ulteriormente la capacità di quella parte sana del sistema bancario di continuare a stare a fianco del sistema produttivo del Paese per lo sviluppo e la salvaguardia della coesione sociale. Tradotto, ciò significa che dovevamo salvaguardare principalmente i nostri obbligazionisti e i nostri azionisti qualora si fossero presentate situazioni di criticità. Tutto questo non solo per salvaguardare azionisti e obbligazionisti ma per salvaguardare, poi, i beneficiari di questa raccolta di fondi che le banche ovviamente avrebbero riversato, come è nella mission degli istituti di credito, a favore delle piccole e medie imprese, concedendo crediti.
Quindi, vi è una situazione che oggi possiamo dire paradossale, dove ci sono le piccole e medie imprese che non ricevono finanziamenti da parte del sistema bancario; non apro parentesi perché ciò è noto, però mi sembra di poter dire che il fenomeno si accentuerà ancora di più qualora il bail-in si dovesse realizzare nella sua interezza.
Qualcuno dirà che questa è una direttiva europea, ma noi siamo qui anche per portare avanti le nostre idee e non a subire. Sappiamo che c’è un’ostilità nei confronti del modello Italia che è giudicato retrogrado rispetto ai grandi modelli del nord. Ci hanno spiegato che la grande industria era straordinaria e che la piccola impresa non valeva niente, peccato che lo dicessero perché erano invidiosi perché noi avevamo, e speriamo di mantenerla, una piccola e media impresa straordinaria, capace di reggere le grandi sfide mondiali con una capacità e una flessibilità fuori dal comune; questo ovviamente non andava bene ai grandi modelli economici centralisti e statalisti.
Ci hanno spiegato che le famiglie italiane erano un disastro e poi abbiamo scoperto che le famiglie italiane erano quelle meno indebitate, proprio con le carte di credito, rispetto alle famiglie dell’Europa del nord ed erano addirittura virtuose.

Questo fatto, apro una parentesi, fa impazzire alcuni popoli del nord che dominano in questo momento la scena economica; sapere che noi abbiamo 8 mila 500 miliardi di euro di attivo nelle nostre famiglie – che non sono frutto però di un caso, sono frutto dei sacrifici dei padri, sono frutto dei risparmi e della mentalità che ci trasciniamo da generazioni – e che gli altri, invece, sono esattamente al contrario, indebitati, evidentemente li fa stare male.
Tuttavia, al di là della boutade patriottica, mi consentirete, il dato concreto invece è un altro: noi dobbiamo intervenire in Europa per far sì che il nostro peso diventi e sia un altro.
Questo Governo di solidarietà nazionale ha un significato fondamentale; noi abbiamo dato forza ad un Esecutivo perché quando l’Esecutivo si presenta debole agli occhi di chi vuole spadroneggiare ovviamente ne subisce di tutti i colori; quando si ha la forza – forza che viene ovviamente dall’avere un Governo forte nei numeri oltre che nella capacità di immaginare un percorso – ovviamente i risultati sono diversi.
Signor sottosegretario, signor Ministro, quello che noi ci immaginiamo è che ovviamente si battano i pugni; capisco che fino al giorno 29 dobbiamo fare i bravi e i buoni perché ci sono le procedure in corso, ma dal giorno 30 questa interpellanza urgente – e su questo argomento non sarà l’unica – vuole dare una forza ulteriore all’Esecutivo per far sì che si vada a ridiscutere su tutto perché noi abbiamo il potere di veto e il potere contrattuale, ovviamente, deriva anche da una forza politica.
Quindi, concludendo con lo specifico tema del bail-in, perché poi è stato anche l’occasione per parlare di un tema di grande attualità, si deve prestare doverosa tutela ai piccoli risparmiatori. Questo è quello che si chiede – e concludo, signora Presidente, dai suoi occhi ho capito tutto – anche oltre i livelli minimi previsti dalla garanzia dei depositi bancari. In effetti poiché il bail-in introdurrà un meccanismo di salvataggio delle banche a carico degli investitori è necessario che il piccolo risparmiatore non sia equiparato all’investitore istituzionale o, comunque, sofisticato. Penso che questa sia una richiesta legittima che giustifichi, ovviamente, questa interpellanza urgente e ci aspettiamo naturalmente che il Governo sia consequenziale.

Sottosegretario di Stato per l’economia e le finanze, Alberto Giorgetti

Signor Presidente, l’interpellanza urgente dell’onorevole Brunetta n. 2-00059, nel richiamare i contenuti della proposta di direttiva in materia di gestione e risoluzione delle crisi bancarie, tra cui il meccanismo del bail-in, chiede al Governo di assumere idonee iniziative in Europa e in ambito nazionale affinché la citata direttiva non si traduca in un ostacolo all’attività di finanziamento del sistema produttivo.
Al riguardo, sentita la Banca d’Italia attraverso il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, si fa presente che con riferimento al meccanismo di bail-in, l’esperienza acquisita in questi ultimi anni ha messo in luce l’importanza per gli ordinamenti nazionali di dotarsi di strumenti che assicurino che le perdite derivanti dal dissesto di un intermediario bancario siano sopportate dai suoi creditori (oltre che dai suoi azionisti) senza il ricorso all’intervento pubblico. In questo senso, il bail-in è stato incluso fra gli strumenti di risoluzione indicati dal Financial Stability Board nelle proprie raccomandazioni, che sono stati approvate dai Paesi del G20 del novembre del 2011.
Infatti, il bail-in rappresenta un elemento centrale nella proposta di direttiva sul risanamento e la risoluzione delle crisi bancarie adottata dalla Commissione nel giugno del 2012, che prevede, in situazioni di instabilità sistemica, il potere delle autorità di disporre la svalutazione o la conversione in azioni delle passività, imponendo perdite agli azionisti e ad alcune categorie di creditori.
La direttiva è attualmente in discussione presso le competenti istituzioni europee. Nel contesto del negoziato in corso, il Governo italiano si è espresso favorevolmente nei confronti di un sistema armonizzato al bail-in in ambito europeo, al fine di ridurre l’incertezza per gli investitori, limitare i rischi legali per l’autorità, ed evitare effetti di spillover fra i diversi Stati membri, legati al possibile trattamento non uniforme dei creditori in Europa.
Tenuto conto delle implicazioni sui diritti dei creditori delle banche in difficoltà, la proposta di direttiva prevede che nell’attivazione dello strumento debba applicarsi il principio di proporzionalità. Tale principio verrà opportunamente graduato nel recepimento della direttiva nell’ordinamento nazionale.
Per quanto riguarda l’impatto del nuovo quadro normativo europeo sui costi di raccolta bancaria e sulla capacità di finanziare le piccole e medie imprese, la nuova disciplina europea dovrebbe essere applicabile a tutte le banche a prescindere dalla loro dimensione o dalla loro natura giuridica. Questo principio appare in linea con la previsione contenuta negli strumenti, secondo cui un efficace regime di risoluzione dovrebbe essere applicabile non solo alle istituzioni aventi rilevanza sistemica, ma a tutti gli enti il cui fallimento potrebbe rivelarsi critico.
La proposta di direttiva prevede, inoltre, che l’imposizione agli intermediari di speciali oneri regolamentari, debba essere giustificato dalla necessità di tutelare interessi pubblici (in particolare, la salvaguardia della stabilità finanziaria), sulla base del principio di proporzionalità. L’applicazione di tale principio assume particolare rilievo per la valutazione degli istituti disciplinati dalla direttiva, tenuto conto delle loro possibili implicazioni sui diritti dei creditori della banca in difficoltà e, conseguentemente, sul costo della raccolta.
Per quanto concerne, infine, le banche italiane di minori dimensioni operanti a livello locale, va precisato che nel passato – anche recente – le crisi di tali intermediari non hanno posto un significativo livello di rischio sistemico, essendo state risolte facendo ricorso agli strumenti ordinari previsti nel nostro ordinamento (l’amministrazione straordinaria, la liquidazione coatta amministrativa, l’intervento dei sistemi di garanzia dei depositanti). L’entrata in vigore della direttiva in materia di crisi bancarie e il suo recepimento nel nostro ordinamento non dovrebbe impedire di continuare a far ricorso alle modalità di risoluzione delle crisi, già impiegate con successo dalle competenti autorità italiane.
Rispetto alle sfide complessive indicate dall’onorevole Pagano, ovviamente il Governo è sensibile, e compatibilmente con un quadro di carattere internazionale che sappiamo essere particolarmente complicato, farà valere le proprie ragioni per la tutela dei giusti interessi nazionali.

On. Pagano

Signor Presidente, sono soddisfatto ma non avevo dubbi perché la competenza del sottosegretario è nota e la linea del Governo – ovviamente è facile da intuire – sarebbe stata la medesima. Però devo utilizzare questi pochi minuti per ricordare alcune cose, non tanto al Governo e ai pochi presenti, ma almeno sono cose che rimangono agli atti e ciò serve per fare cultura, per ragionare, per diffondere e per confrontarsi nelle proprie tesi.
Mi riferisco ad una intervista, signor sottosegretario, che è apparsa un po’ di mesi fa, da parte di Vladimir Bukovskij che, com’è noto, è il più grande dissidente sovietico, che adesso vive a Cambridge. Egli era in esilio già da prima del 1989 (chi ha memoria si ricorda il famoso scambio con il cileno di quell’epoca, dopodiché andò in esilio). Ebbene, Bukovskij dice delle cose molto interessanti che, secondo il mio modesto parere, vale la pena raccontare. Quindi, farò il lettore di un grande della storia contemporanea.
Dice l’intervistatore: è almeno dal 2000 che lei sostiene che l’Unione europea è copia conforme dell’Unione sovietica. Gli aspetti in comune da lei evidenziati partono dall’impalcatura stessa della nuova Europa, un’unione in Repubbliche dall’impianto socialista, rette da una manciata di persone non elette che fanno promesse tipicamente bolsceviche, uguaglianza, equità e giustizia – quella giustizia, quella equità, quella uguaglianza – e non riconoscono le Nazioni ma solo i cittadini di un popolo nuovo, con «europeo» al posto di «sovietico». A tanti anni di distanza, gli eventi mi pare che le stiano dando ragione.

Ha dimenticato la somiglianza – dice Bukovskij – nel modo di iniziare, come fu creata l’Unione sovietica ? Certo, con la forza militare, ma anche costringendo le Repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Quindi ci siamo, ma siamo ancora all’inizio della prima fase. La meta finale di tutte le unioni che si sono costruite fino ad ora non si esaurisce con la sottomissione al controllo di Bruxelles ma va oltre. Quello a cui si punta è l’edificazione di un unico Stato sotto un unico Governo mondiale, con un’unica legge e un’unica pensione e così via. Le crisi finanziarie servono a spingere in questa direzione.
È fortissima questa affermazione. Quindi – dice l’intervistatore – l’impoverimento generale dunque sarebbe voluto ? È il concetto stesso di unione – risponde Bukovskij – a togliere flessibilità all’economia. Un’unica economia rende impossibili i continui aggiustamenti necessari per favorire gli scambi, ed è vero è una logica assoluta. Non dimentichiamoci che anche l’Unione sovietica andò in bancarotta; certo, eravamo molto più avanti nella strada per l’integrazione verso un unico Stato, non solo monetaria ma anche di popolo, ma l’URSS a differenza dell’Europa aveva risorse enormi. Ogni tanto tiravano fuori una miniera di petrolio, di diamanti e di oro, e reggevano. E questo li ha fatti andare avanti, altrimenti sarebbero falliti non negli anni Ottanta, ma già alla fine degli anni Trenta, cioè dieci anni dopo – o quasi – la Rivoluzione bolscevica del 1917.
Ancora, un’altra domanda: ha detto che la crisi è solo alla prima fase, la seconda ? Con il tempo si passa alla sfiducia che può portare all’ostilità. Quella è la prossima fase e gli esempi abbondano: basti pensare alla ex Jugoslavia, all’ex Unione sovietica, Paesi costretti a convivere sotto lo stesso tetto, che sono cresciuti sotto una bandiera federale ma che poi, quando la pentola a pressione è scoppiata, sono andati via.
È per questo che stanno piano piano unificandosi anche le forze militari. Si tratta di una costruzione di uno Stato unico, unico Governo, unico Presidente, unica politica; le difficoltà economiche aiutano a ridurre la sovranità perché la gente è più disposta ad accettare ed obbedire. Usano l’economia per schiacciare lo Stato nazionale, a me pare che la usino per schiacciare la gente.

Dunque un progetto socialista. Non conosco personalmente gli eletti a Bruxelles, però mi sembra di leggere il libro di Lenin «Stato e Rivoluzione», che spiega come morirà lo Stato nazionale. Le sue parole ultime furono: appassirà fino a sparire.
Signor sottosegretario, signor Presidente, io penso che abbiamo il dovere di interrogarci se questa Unione europea è quella che i nostri padri costituenti hanno voluto. La Comunità europea era ben altra cosa. Nacque perché doveva realizzare la cooperazione fra Stati, nacque perché Schuman, Adenauer, De Gasperi realizzarono una capacità di cooperazione che era assolutamente propositiva.

Mi pare di avere colto in quegli anni, quelli che hanno segnato l’inizio della Comunità europea, una crescita economica e sociale straordinaria.
L’Unione europea, quella che nasce nel 1992, quella che nasce con gli accordi che poi hanno portato alla moneta europea, è ben altra cosa. Bisogna tenere la guardia alta ed evitare che succedano situazioni di questo genere: oggi abbiamo parlato di bail-in e della distruzione dei piccoli risparmiatori, ma già possiamo contare decine di esempi di questa Europa, che sa solo misurare la lunghezza del cetriolo attraverso logiche burocratiche e che, invece, non interviene realmente a favore della gente. L’intervista di Bukovskij sembra ci si voglia dire che qui il programma sia in autentica malafede. Vigilare in questo senso non è una cosa sbagliata.

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Massoneria, Giudaismo e Sionismo Cristiano

21 dicembre 2012

square-compass-menorahIl Giudaismo ha indubbiamente esercitato una fondamentale influenza sulla Massoneria. Esistono perciò delle importanti affinità o stretti rapporti tra la Massoneria e il Giudaismo, che peraltro in ambito ebraico vengono da taluni riconosciute apertamente, e io dico, non potrebbe essere altrimenti. Ecco alcune testimonianze in tal senso.

Il rabbino Elia Benamozegh su La vérité israélite ha affermato: «Lo spirito della Massoneria è lo spirito del giudaismo nelle sue credenze più fondamentali; sono le sue idee, è il suo linguaggio, è quasi la sua organizzazione […]. La speranza che sostiene e fortifica la Massoneria è la stessa che illumina e irrobustisce Israele nella sua via dolorosa mostrandogli nell’avvenire il trionfo certo. L’avvento dei tempi messianici, che altro non è se non la constatazione solenne e la proclamazione definitiva degli eterni principî di fratellanza e di amore, l’associazione di tutti i cuori e di tutti gli sforzi nell’interesse di ciascuno e di tutti, e il coronamento di questa meravigliosa casa di preghiera di tutti i popoli, di cui Gerusalemme sarà il centro e il simbolo trionfante» (cfr. E. Benamozegh in La vérité israélite [La verità israelita], 1865, pag. 74; cit. in L. de Poncins, La Franc-Maçonnerie d’après ses documents secrets [La Massoneria secondo i suoi documenti segreti], Beauchesne et Fils éditeurs, 1941, pag. 265), e nel suo scritto pubblicato postumo Israele e umanità, affermò che ‘la teologia massonica corrisponde abbastanza bene a quella della Qabbalah’ e che ‘uno studio approfondito dei monumenti rabbinici dei primi secoli dell’era cristiana fornisce numerose prove che l’hagaddah era la forma popolare di una scienza segreta, che offriva, con i metodi d’iniziazione, impressionanti analogie con l’istituzione massonica’.
Il rabbino Isaac Mayer Wise (1819-1900), ha detto; «La Massoneria è un’istituzione ebraica la cui storia, i Gradi, gli incarichi e le parole d’ordine sono ebraiche dal principio alla fine» (cfr. I. Wise in The Israelite of America («L’Israelita d’America»), del 3 agosto 1866; cit. in J. Ousset, Pour qu’Il règne («Affinché Egli regni»), 1949, pag. 250).
The Jewish Tribune: «La Massoneria è basata sul giudaismo. Eliminate dal rituale massonico gli insegnamenti dell’ebraismo e cosa ne resta»? (cfr. The Jewish Tribune («La tribuna ebraica»), New York, del 28 ottobre 1927).
Il filosofo e teologo ebreo Gershom Scholem ha affermato: ‘I legami fra ebraismo e massoneria sono strettissimi, anzi inscindibili’ (La Cabala, Edizioni ‘Mediterranee 1992).
Questi stretti legami li ha attestati anche Giuliano di Bernardo, ex Gran Maestro del GOI, dicendo: ‘D’altra parte c’è sempre stato un rapporto forte tra ebraismo e massoneria: …. Vi è sempre stato interesse da parte degli ebrei per la massoneria …. esiste quindi un interesse dottrinale di Israele e dell’ebraismo per la massoneria’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 399-400).

Affinità tra Massoneria e Giudaismo

Fatemi quindi spiegare brevemente alcune di queste affinità, affinchè comprendiate la forte ed influente presenza degli Ebrei nella Massoneria.
La Massoneria si basa su storie e nomi tratti dalla Bibbia Ebraica (quello che noi chiamiamo Vecchio Testamento), quali la costruzione del tempio di Salomone, che viene usata come metafora della costruzione del tempio dell’umanità; le due colonne del tempio, Boaz e Jakin, che rappresentano rispettivamente il principio attivo ossia l’elemento maschile, e il principio passivo ossia l’elemento femminile; le parole Tubal-Cain, Shibboleth, Macbenac, ecc…, che vengono usate come parole di riconoscimento e d’ordine (per esempio il termine Tubal-Cain è usato nel grado di Maestro-Massone nel rituale e nelle cerimonie della Massoneria: Shibboleth che è una stretta di mano massonica segreta); il personaggio Hiram – che è di fondamentale importanza nel rituale massonico – su cui i Massoni hanno costruito una leggenda, mescolando i riferimenti biblici che quindi sono verità con elementi fantasiosi che sono delle menzogne. Nel Rito Scozzese Antico ed Accettato, ci sono dei gradi che in qualche maniera si riferiscono a personaggi o cose trascritte nella Bibbia: il 13° grado è quello di Cavaliere dell’Arco Reale di Salomone, il 21° è Noachita o Cavaliere Prussiano, il 22° è Cavaliere dell’Ascia Reale o Principe del Libano, il 23° è Capo del Tabernacolo, il 24° è Principe del Tabernacolo, il 25° è Cavaliere del Serpente di Bronzo, il 27° è Grande Commendatore del Tempio, il 30° è Cavaliere Grand’Eletto Kadosh (in ebraico Kadosh significa ‘santo, sacro’). Inoltre il 4° grado, cioè quello di Maestro Segreto, è chiamato anche grado Ebraico-Hiramitico.
Persino il calendario massonico assomiglia a quello ebraico, per cui i massoni non usano l’espressione ‘avanti Cristo’ e ‘dopo Cristo’: d’altronde nè la Massoneria e neppure l’Ebraismo riconoscono che Gesù è il Cristo. La tradizione massonica classica infatti per datare l’anno 2012, secondo l’uso corrente nel sistema muratorio contemporaneo, ricorre a due sistemi di datazione: 1) Aggiunge alla cifra 2012 le lettere ‘E.V.’ che stanno per ‘Era Volgare’ (dal latino ‘vulgaris’ o ‘vulgo’, che in italiano significa ‘pubblico’ ‘comune a tutti’, cioè ad iniziati e non iniziati); 2) Aggiunge alla cifra 2012 la cifra 4000 (indica gli anni precedenti la nostra era) raggiungendo il totale 6012 per intendere, simbolicamente, che il mondo è stato creato diversi millenni prima della nascita di Cristo.
La Massoneria si basa molto sulla Cabala, come ha detto Albert Pike: ‘La Massoneria è una ricerca della luce. Quella ricerca ci porta indietro, come voi vedete, alla Cabala. In quell’antico e poco compreso miscuglio di assurdità e filosofia [medley of absurdity and philosophy] l’iniziato troverà la sorgente di molte dottrine; e potrà con il passare del tempo arrivare a capire i filosofi Ermetici, gli Alchimisti, tutti i pensatori antipapali del Medio Evo, ed Emmanuel Swedenborg’ (Albert Pike, Morals and Dogma, pag. 741 – 28° Cavaliere del sole – http://www.sacred-texts.com/mas/md/md29.htm). Peraltro, a conferma di ciò, c’è l’importanza nella Massoneria data ai numeri, che è una caratteristica della Cabala. E l’ebraismo è stato fortemente influenzato dalla Kabbalah che significa ‘ricezione’ o ‘ciò che è stato ricevuto’. Kabbalah è un termine generale che sta ad indicare un insegnamento religioso tramandato oralmente dall’origine di generazione in generazione. In particolare però il termine kabbalah dopo l’XI secolo cominciò ad essere usato per indicare quel tipo di pensiero mistico giudaico che si diceva trasmesso dal lontano passato e che era stato affidato come dottrina segreta a pochi privilegiati e che diventerà, dal XIV secolo uno studio a cui si dedicheranno apertamente molti. La Kabbalah è composta di complicate dottrine esoteriche a cui si sentono tuttora attratti coloro che studiano e praticano le arti occulte. Essa ha determinato nuovi riti e costumi ed ha influenzato l’Halakah (la legislazione religiosa ebraica). La Kabbalah comprende più libri tra i quali il più importante è lo Zohar (ebraico per ‘Splendore’) che comparve attorno al 1300, ed è lo scritto che dopo il Talmud ha esercitato l’influenza più profonda sul Giudaismo.
A conferma dell’interesse della Massoneria per la Cabala, vi è l’esistenza di una loggia italiana chiamata Har Tzion Montesion N° 705, che è una loggia molto importante per gli amanti della ricerca nel campo dell’esoterismo. E’ sorta nel 1969 per decreto dell’allora Gran Maestro del GOI Giordano Gamberini, e si occupa prevalentemente della Tradizione esoterica della cabala ebraica, e difatti sul loro sito dicono: ‘La Har Tzion Montesion nasce con lo scopo di approfondire la tradizione esoterica della Massoneria, con significativo orientamento alla Qabalah, anche se l’associazione, proponendosi come organismo teso alla ricerca di una via illuminativa, è una Istituzione Iniziatica che ignora la guida spirituale di un maestro o di una Tradizione, non fondandosi su nessuna dottrina, ma tutte abbracciandole e superandole’ (http://www.montesion.it/). Secondo alcuni questa loggia è diventata un punto d’incontro con il mondo ebraico.
La Massoneria sostiene e difende l’unicità di Dio (anche se abbiamo visto ognuno lo può chiamare come vuole lui), rigettando la dottrina della Trinità e di conseguenza la divinità di Gesù Cristo, e così fa il Giudaismo. Il secondo articolo di fede di Maimonide (1138-1204), famoso filosofo e rabbino ebreo i cui articoli di fede sono alla base dell’Ebraismo, afferma infatti: ‘Io credo con piena, ferma e sincera fede, che il Creatore, benedetto sia il suo nome, è unico e che non esiste un’unità in alcun modo paragonabile alla sua, e ch’egli solo è e sarà il nostro Dio’. Con queste parole viene espressa la credenza che Dio è uno e che fuori di Lui non v’è altro dio, e quindi è inaccettabile credere che Gesù sia il Figlio di Dio e divino come il Padre. Una parte dei Giudei ortodossi infatti evitano persino di menzionare il nome di Gesù Cristo. Quando devono riferirsi a lui dicono ‘il fondatore del cristianesimo’. Il suo nome è vietato farlo perché è il nome del Dio dei Cristiani, fatto tale da Paolo, e nella legge è scritto: “Non pronunzierete il nome di dèi stranieri: non lo si oda uscire dalla vostra bocca”! (Esodo 23:13). La Jewish Encyclopedia dopo avere detto che Gesù Cristo fu ‘elevato da Paolo al rango di un dio e piazzato accanto a Dio il Padre’ (The Jewish Encyclopedia, vol. IV, pag. 54), dice: ‘Non meraviglia quindi che gli Ebrei videro in tutto ciò l’idolatria, e si sentirono costretti ad applicare la legge ‘Non menzionate il nome di altri dii’ anche a Gesù; così il nome di uno dei migliori e veri maestri Ebrei fu schivato dall’Ebreo medievale’ (Ibid., pag. 54). Quindi, alla fine Gesù nell’Ebraismo al massimo viene definito un maestro di morale, esattamente come nella Massoneria.
La Massoneria, come abbiamo visto nega che Gesù è il Cristo o il Messia, e questo fa anche l’Ebraismo. Tutti gli Ebrei infatti – sia essi Ortodossi o Riformati – affermano che Egli non era e non è il Messia, e questo perchè secondo loro non diede inizio a nessuna era di pace. Lo studioso ebreo Samuel Sandmel (1911-1979) infatti ha affermato: ‘Il diniego antico o quello moderno da parte ebraica che Gesù era il Messia si basa semplicemente sull’osservazione che la carriera di Gesù non portò quello che gli Ebrei si aspettavano che il Messia compiesse’ (Samuel Sandmel, Anti-Semitism in the New Testament?, pag. 132); e: ‘Paolo associa il Cristo Gesù non con l’indipendenza Giudaica o il raduno degli esuli, ma con il peccato e l’espiazione. In verità Paolo considera il Cristo in modi così cambiati dalla solita opinione ebraica che nella maggior parte delle questioni basilari non c’è quasi nulla in comune eccetto la parola. L’opinione di Paolo sul Cristo è così del tutto differente da quella tenuta dagli Ebrei che gli Ebrei ordinari sono del tutto incapaci di capirla, e i Cristiani ordinari, non informati di quello che gli Ebrei credevano sul Messia, sono anche loro incapaci di capire il diniego ebraico della messianità di Gesù’ (Ibid., pag. 133).
La Massoneria nega il peccato originale dell’uomo e la completa depravazione dell’uomo e questo fa pure il Giudaismo, che afferma che l’uomo nasce senza peccato. La tradizione ebraica infatti dice: ‘Un bambino di un anno, che non ha sentito sapore di peccato’ (Joma, 22b); e: ‘Felice l’uomo di cui l’ora della morte somiglia all’ora della nascita; come alla sua nascita è esente da peccato, così alla sua morte possa essere esente da peccato’ (p. Ber., 4d).
La Massoneria sostiene che è in potere dell’uomo salvarsi da sè, e questo fa pure il Giudaismo che insegna che si può entrare nel regno di Dio tramite le opere buone senza assolutamente fare affidamento all’opera espiatoria compiuta da Gesù Cristo. E’ inammissibile per il Giudaismo che un giudeo dica: ‘Io non ce la posso fare’; perchè lui ce la può e ce la deve fare. E’ quindi chiaro che questo modo di vedere le cose da parte dei Giudei fa passare l’ebreo come capace di giustificarsi da solo appoggiandosi sulla legge di Mosè e quindi non bisognoso di un redentore, di qualcuno che lo liberi gratuitamente dal peccato che lo tiene schiavo e lo giustifichi sempre gratuitamente. ‘Che bisogno abbiamo di credere in Gesù se possiamo autogiustificarci mediante la legge di Mosè?’, dicono gli Ebrei. E non dice forse sostanzialmente la stessa cosa la Massoneria quando dice che si può entrare nell’Oriente Eterno senza credere in Gesù? Ma non è che gli Ebrei si limitano a fare presente a noi Cristiani che essi sono giustificati e salvati mediante la legge di Mosè ma essi si oppongono con forza alla dottrina della salvezza per sola fede, di questa dottrina enunciata molto chiaramente da Paolo nelle sue epistole, di questa dottrina che fa dell’uomo l’oggetto della grazia di Dio nel senso che fa dell’uomo un essere che per essere giustificato davanti a Dio deve solo credere in Gesù Cristo e basta, senza le opere della legge. Ecco per esempio come Elia Benamozegh facendo un raffronto tra la via della salvezza nel Giudaismo e quella nel Cristianesimo si scaglia contro la dottrina della salvezza per grazia mediante la fede in Gesù Cristo: ‘L’ebraismo, l’abbiamo detto, riconosce anch’esso un Verbo (Tiféret, Lògos); lo chiama, per di più, Legge, Torà; crede alla sua incarnazione nella Malkhùt, la Torà shebbealpè, la tradizione; e questo Verbo, o Torà, disceso tra noi, maestro, consigliere, guida dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, delle nostre azioni, ha per missione di cancellare a poco a poco le stigmate dell’antica schiavitù, di riparare il peccato del primo uomo. Ma come avviene nell’ebraismo la redenzione? Facendo dell’uomo stesso, della sua coscienza, della sua anima, della sua volontà, il primo, il principale, sto per dire l’unico strumento della sua riabilitazione, chiamandolo ad aprire la mente ed il cuore agli insegnamenti, alle esortazioni, alla luce ed al calore che emanano dalla parola divina, affinché tutto l’interno dell’uomo si trasformi, che la sua forza si svegli, che le sue facoltà si sviluppino, e che lavori egli stesso, sotto l’occhio e sotto la mano di Dio, alla sua propria salvezza. In una parola, la redenzione, nell’ebraismo, è tutta interiore (..) Non si può dunque misconoscere ciò che la dottrina ebraica, ciò che il suo Verbo incarnato, la sua Redenzione, hanno di eminentemente favorevole alla dignità dell’uomo che essi elevano, alla sua attività morale che sollecitano, alla sua trasformazione interna, la sola che sia seria perchè è sua propria opera, alle sue facoltà, alle sue virtù chiamate all’opera, alla sua vera giustificazione, frutto di un lavoro lento, interno, soggettivo, morale, che non lascia un solo angolo nello spirito, nella coscienza, in cui la luce divina non respinga la potenza delle tenebre. Avviene forse la stessa cosa nel cristianesimo? Il suo Verbo, la sua Redenzione, la sua azione sull’anima umana, – impossibile negarlo – sono tutti esteriori, tutti oggettivi; essi operano dall’esterno dell’uomo senza che l’uomo vi prenda nessuna parte, salvo che con atto di fede nella virtù, nell’efficacia del sacrificio di Gesù secondo alcuni, o tutt’al più, secondo altri, un atto di fede generale in Gesù, alla sua missione, ai suoi comandamenti, alle sue promesse. Rimane sempre il fatto che i meriti che giustificano, che procurano la grazia, sono meriti altrui, i meriti di Gesù; rimane il fatto che l’uomo non li conquista col sudore della fronte, ma che gli sono concessi…’ (Elia Benamozegh, Morale ebraica e morale cristiana, Beniamino Carrucci Editore Assisi/Roma 1977, pag. 42-44). In sostanza la dottrina ebraica sulla redenzione sarebbe favorevole alla dignità dell’uomo perchè ritiene l’uomo capace di autogiustificarsi mediante l’osservanza della legge, mentre la dottrina della redenzione cristiana sarebbe invece sfavorevole alla dignità dell’uomo perchè non lo ritiene per nulla capace di giustificarsi avendo egli – per ottenere la giustificazione – bisogno solo di un atto di fede in una persona, cioè Gesù. In altre parole nell’ebraismo l’uomo riesce a meritarsi la redenzione con i suoi sforzi e perciò se la guadagna con il suo sudore, nel cristianesimo invece l’uomo non se la può meritare per nulla perchè gli viene concessa gratuitamente mediante la fede in virtù dei meriti di Gesù Cristo. Quindi l’ebraismo la fiducia la ripone nell’uomo, il cristianesimo no. Si noti come alla base di questo modo di parlare c’è la dottrina della fiducia nelle innate potenzialità umana. E non viene forse detta la stessa cosa anche nella Massoneria? Ecco perchè proprio Elia Benamozegh ha detto che ‘lo spirito della Massoneria è lo spirito del giudaismo nelle sue credenze più fondamentali’.
La Massoneria sostiene il libero arbitrio dell’uomo, e così fa il Giudaismo in cui il libero arbitrio riveste una posizione fondamentale. I rabbini per sostenerlo usano spesso queste parole del Talmud: ‘Tutto è nelle mani del Cielo, eccetto il timore del Cielo’ (Ber., 33b), e dicono che Dio non interviene nella scelta dell’uomo; l’uomo prende la strada che si sceglie.
La Massoneria sostiene che tutti gli uomini sono figli di Dio, e così fa il Giudaismo, i cui rabbini spiegano la paternità di Dio estesa a tutti gli uomini prendendo le parole che disse Dio a Israele: “Voi siete i figliuoli dell’Eterno” (Deuteronomio 14:1).
C’è poi un’altra affinità tra la Massoneria e il Giudaismo, ed è la forte ostilità che mostra verso il Cristianesimo fino al punto da volerlo distruggere. Siccome il Cristianesimo è fondato su Cristo Gesù, la pietra angolare dai Giudei sprezzata e rigettata, la loro attitudine non può non essere negativa, anche se taluni mostrano un certo apprezzamento verso una parte dell’etica cristiana. In linea generale quindi i Giudei si oppongono fortemente a noi Cristiani e ci contrastano fortemente. Ci accusano di essere politeisti perchè diciamo di avere un Dio formato da Tre Persone Divine, di credere in una dottrina ripugnante quale il sacrificio umano di Gesù per i nostri peccati, di avere fatto diventare l’uomo un essere decaduto, totalmente depravato incapace di salvarsi da sè perchè solo la fede in Gesù lo può salvare, giusto per citare alcune delle loro principali accuse. E non sono forse le stesse accuse che la Massoneria lancia contro di noi Cristiani?
Ho detto prima che la Massoneria si propone di eliminare il Cristianesimo e quindi il desiderio dei Massoni è quello di vedere scomparire il Cristianesimo. E anche gli Ebrei desiderano che il Cristianesimo sparisca dalla faccia della terra, non solo perchè le dottrine del Cristianesimo sono ripugnanti e assurde per un Ebreo, ma anche perchè ‘il grande ideale del Giudaismo è che il mondo intero sia compenetrato dell’insegnamento ebraico e che una fraternità universale delle nazioni, un giudaismo allargato, subentri a tutte le razze e religioni’ (‘Jewish World’ del 9.02.1863).
Dunque, non sorprende sentire il rabbino Elia Benamozegh affermare che ‘la speranza che sostiene e fortifica la Massoneria è la stessa che illumina e irrobustisce Israele nella sua via dolorosa mostrandogli nell’avvenire il trionfo certo’.
Qualcuno forse dirà: ‘Ma gli Ebrei non aspettano forse il Messia?’ Non tutti, una buona parte non lo aspetta, ma aspetta solo una era messianica di pace e giustizia. Quindi la Massoneria va proprio a braccetto con una buona parte di Ebrei. Addirittura c’è chi afferma che i massoni sono degli strumenti nelle mani dei Giudei per distruggere il Cristianesimo. Nell’anno 1870, Dee Camille scriveva su Le Monde – il noto giornale francese – che durante un giro da lui compiuto in Italia s’era imbattuto in un suo antico conoscente, massone. Avendogli chiesto come andavano le faccende dell’Ordine al quale apparteneva egli ne ottenne questa risposta: «Ho abbandonato per sempre la mia Loggia, avendo acquisito la profonda convinzione che noi eravamo soltanto strumento degli ebrei, e che questi ci spingevano ad operare per la distruzione totale del cristianesimo» (cfr. D. Camille, «La Franc-maçonnerie, secte juive («La massoneria, sètta ebraica»), in Le Monde, pag. 43-46)
Qual’è la mia convinzione personale a tale riguardo? Questa: che una parte degli Ebrei hanno interesse ad appoggiare e promuovere nel mondo la Massoneria, perchè in un certo senso gli fa comodo per il raggiungimento dei loro ideali.
Peraltro la massoneria serve allo Stato ebraico anche nei suoi rapporti con gli Stati Uniti d’America, infatti Giuliano di Bernardo afferma che ‘i rapporti dello Stato ebraico con gli Stati Uniti nel corso del tempo si sono manifestati anche attraverso la massoneria, in modo particolare attraverso la comune appartenenza di alcuni maestri, come me, al Rito Scozzese antico e accettato’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 400).
E non si tralasci poi il fatto che la Massoneria serve ai potenti banchieri e finanzieri ebrei massoni per promuovere i loro affari nel mondo.

Ebrei Massoni

E’ una cosa ben nota che nella Massoneria a livello mondiale, ci sono stati sin a questo momento molti Ebrei che hanno avuto un ruolo molto importante in essa.
Per quanto riguarda la Massoneria in America, facciamo presente che gli Ebrei vi parteciparono attivamente agli inizi. Ci sono prove che furono tra quelli che stabilirono la Massoneria in 7 dei 13 stati originali: Rhode Island, New York, Pennsylvania, Maryland, Georgia, South Carolina, Virginia. L’Ebreo Massone Moses Michael Hays, aiutò a introdurre il Rito Scozzese in America. Ebrei Massoni ebbero un importante parte nella Rivoluzione Americana, con 24 di loro che erano ufficiali nell’esercito di George Washington. E ci sono anche prove che degli Ebrei, inclusi dei Rabbini, continuarono ad essere coinvolti nella Massoneria negli Stati Uniti. Ci sono stati infatti almeno 51 Gran Maestri Ebrei Americani. Oggi ci sono molti Ebrei attivi nella Massoneria in America e in altre nazioni. In Israele ci sono circa 60 Logge con alcune migliaia di membri.
Anche in Europa gli Ebrei hanno avuto un ruolo importante nella diffusione della Massoneria. Lo scrittore francese Roger Gougenot des Mousseaux (1805-1876) raccolse tanti documenti che provarono che erano proprio gli Ebrei che guidavano i circoli interni della Massoneria in Europa. Nel 1869 scrisse un libro in cui affermava: ‘… la Massoneria, questa immensa associazione, di cui i rari iniziati, vale a dire di cui i reali capi, che bisogna guardarsi di confondere con i capi nominali, vivono in una stretta ed intima alleanza con i membri militanti del giudaismo, principi ed iniziatori dell’alta cabala’ (Le Juif, le judaïsme et la judaïsation des peuples chrétiens [L’Ebreo, il giudaismo e la giudaizzazione dei popoli cristiani], 1869, pag. 340)
In Francia l’ebreo Adolphe Crémieux, (1796-1880), giurista e politico francese, fu per anni un esponente importante della Massoneria, infatti ricoprì la carica di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato dal 1869 al 1880. Più volte membro del governo nazionale, si impegnò per le libertà e i diritti civili dell’Algeria, al tempo sotto dominazione francese. Fu altresì fondatore della Universal Israelite Alliance a Parigi nel 1860, che ha obbiettivi simili a quelli della Massoneria.
In Italia di Ebrei nella Massoneria ce ne sono stati a partire dalla seconda metà del Settecento. A capo della ‘Loggia della Perfetta Unione’, fondata nel 1796 a Livorno dagli ufficiali della guarnigione francese, troviamo un commerciante ebreo di origine avignonese, che si chiamava Felice Morenas; David Levi, ebreo piemontese, iniziato a Livorno nel 1837, fu poi segretario del Grande Oriente d’Italia; Leone Provenzal, ebreo livornese, attivo dal 1835 probabilmente nella loggia inglese di Livorno, finirà con l’essere membro del Grande Oriente d’Italia e suo maestro onorario; Ernesto Nathan, il figlio di Sarina Levi, l’intima amica di Mazzini, fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1896 al 1903 e dal 1917 al 1919. Di lui – che molto probabilmente è l’ebreo massone in Italia più conosciuto – lo storico Aldo Mola dice: ‘Venne iniziato massone nel 1887 e affiliato alla Loggia «Propaganda massonica». Dall’ottobre 1893 fu membro della Giunta di governo del Grande Oriente d’Italia, istituita con la riforma della costituzione nel maggio precedente. Dopo il noviziato nell’ influente loggia “Propaganda”, rimase dunque ininterrottamente al governo dell’Ordine per quasi un trentennio (1893-1921): la stagione durante la quale la massoneria si volle fulcro dello Stato. Educato nella tradizione mazziniana, Nathan ne trasse stimoli e refrattarietà nei confronti dell’Ordine nel cui ambito da decenni militavano discepoli di Giuseppe Mazzini’ (http://www.grandeoriente.it/).
Sulla presenza odierna degli Ebrei nella Massoneria in Italia, è molto importante quello che ha detto il professore Antonio Panaino, preside della facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna, che è un esponente di spicco del Grande Oriente d’Italia, e che è condirettore della rivista massonica ‘Hiram’: ‘… nel Grande Oriente abbiamo protestanti, cattolici, qualche mussulmano, molti ebrei, tanti Valdesi ….’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 213 – il grassetto corsivo è mio). Avete visto? Questo importante esponente massone dice che attualmente nel GOI ci sono MOLTI EBREI, e vi ricordo che il GOI è solo una delle obbedienze massoniche in Italia per cui di Ebrei affiliati alla Massoneria ce ne sono altri oltre quelli del GOI.
Ma d’altronde questo conferma che c’è tuttora un forte legame tra Massoneria ed Ebraismo.

B’nai B’rith

L’Ordine Indipendente B’nai B’rith (‘figli dell’alleanza’) fu fondato il 13 ottobre del 1843 a New York da Henry Jones e altri undici immigranti Ebrei tedeschi come società di mutuo soccorso per occuparsi della ‘deplorevole condizione degli ebrei’ in America. Un mese dopo la sua fondazione cambiò il nome dal nome tedesco originario ‘Bundes-Brueder’ (che significa ‘Lega dei fratelli’), in quello attuale che conserva le iniziali (‘BB’). Almeno quattro dei fondatori del BB erano massoni.
Il B’nai B’rith fu organizzato in logge con sei gradi gerarchici sul modello della Massoneria. E poco dopo, cominciò ad occuparsi di costruire ospedali, ospizi e orfanotrofi, e fornire servizi di assistenza sociale e scolastica per i nuovi immigrati. Nel 1913 il B’nai B’rith fondò la Lega Antidiffamazione ‘per fermare con appelli alla ragione, alla coscienza e, se necessario, alla legge, la diffamazione contro il popolo ebraico’. Ferruccio Pinotti nel suo libro Fratelli d’Italia, definisce l’Anti-Defamation League ‘una delle più influenti organizzazioni ebraiche americane, figlia del B’nai B’rith, una sorta di potentissima massoneria in rapporti con molti gruppi di potere’ (pag. 474), e cita una dichiarazione del massone Giuliano Di Bernardo che afferma: ‘La ricerca delle certezze lo porta [l’uomo] a vedere, sotto una luce nuova non più negativa, i poteri forti che, in modo più o meno occulto, hanno guidato le sorti dell’umanità. Si tratta di quei poteri secolari come, ad esempio, gli ordini preposti all’esercizio del potere temporale che esistono all’interno di alcune Chiese (l’Opus Dei nella Chiesa cattolica), la massoneria, certe organizzazioni ebraiche (l’Anti-Defamation League) e altre’ (pag. 465). Come potete vedere, un massone di alto grado come il Di Bernardo ha definito La Lega Antidiffamazione uno dei poteri forti.
Attualmente è la maggiore organizzazione mondiale che sostiene gli Ebrei. E’ attivo in oltre 50 paesi (in Italia il B’nai B’rith è sorto a Milano nell’aprile 1954) e patrocina cause sioniste. L’organizzazione partecipa a numerose attività legate ai servizi sociali, tra cui la promozione dei diritti degli ebrei, l’assistenza negli ospedali e alle vittime dei disastri, stanzia premi per gli studenti di scuole ebraiche e combatte l’antisemitismo. B’nai B’rith è anche un forte sostenitore dello Stato di Israele. La B’nai B’rith Anti-Defamation Commission sponsorizza anche il Consiglio per un Parlamento delle Religioni del Mondo (http://www.parliamentofreligions.org/index.cfm?n=24&sn=5).
Essendo nata per opera anche di massoni e come ‘società segreta’, è evidente che esso abbia dei legami con la Massoneria, anche se i suoi dirigenti negano ciò. E difatti nel libro 10,000 Famous Freemasons (10.000 Massoni Famosi), ci sono i seguenti membri del B’nai B’rith: Frank Goldman (1891-1965), che è stato presidente del B’nai B’rith internazionale dal 1947 al 1953 e membro della commissione nazionale dell’Anti-Defamation League, era un massone del 32° grado; Simon Wolf (1836-1923), di cui viene detto che è stato uno dei leaders Ebrei più influenti del XIX e XX secolo, e che fu presidente dell’ordine B’nai Brith dal 1904 al 1905, era un massone del 33° grado; Benjamin Louis Berman (1892-1967), membro del comitato dei governatori del B’nai Brith, era massone.
Sono persuaso dunque che non sbaglino affatto quelli che hanno definito questo ordine il ‘ramo ebraico della massoneria’ o ‘Massoneria colorata di Giudaismo’.
Lo storico Vicente Risco (1884-1963) nella sua opera intitolata Histoire des Juifs («Storia degli ebrei») afferma quanto segue su questa organizzazione: «Per qualcuno, l’organizzazione direttiva dell’ebraismo mondiale sarebbe l’Ordine massonico universale del B’nai B’rith, che è esclusivamente ebraico e che non ammette tra i suoi membri quelli che non sono ebrei. Il B’nai B’rith forma un Ordine massonico che ufficialmente si proclama indipendente, possiede una struttura internazionale nettamente dichiarata e ammette solo quelli che sono ebrei. Per questa ragione è la più segreta delle sètte massoniche. Un fatto indiscutibile è che mentre i membri del B’nai B’rith possono far parte delle Logge di qualsiasi altro rito massonico, nelle proprie Logge esso ammette solamente degli ebrei e nessun massone può farvi parte se non è ebreo […]. Numerosi membri dell’Ordine occupano posti importanti nel Governo e nella diplomazia nordamericana» (Cfr. V. Risco, Histoire des Juifs, pag. 339-343).
Il B’nai B’rith ha influenzato in maniera determinante la Dichiarazione Nostra Ætate, fatta dal Concilio Vaticano II, attraverso negoziazioni col Cardinale Augustin Bea (si veda a tale riguardo lo scritto di Léon de Poncins nel libro Infiltrations ennemies dans l’église, Documents et temoignages, Ed. Henry Coston, Parigi 1970, pag. 79 e ss).
Il 22 Marzo 1984 Giovanni Paolo II concesse un’udienza ad una delegazione del B’nai B’rith in Vaticano e rivolse loro un discorso, in cui disse tra le altre cose: ‘Cari amici. Sono molto lieto di ricevervi oggi in Vaticano. Voi siete un gruppo di dirigenti della nota associazione ebraica, fondata negli Stati Uniti, ma attiva in molte parti del mondo, e anche in Roma, la “Anti-Defamation League of B’nai B’rith”. Voi avete anche stretti rapporti con la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, fondata dieci anni fa da Paolo VI al fine di promuovere le relazioni, al livello del nostro comune impegno di fede, tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica. Il fatto stesso della vostra visita, della quale vi sono grato, è prova dello sviluppo e dell’approfondimento costante di tali rapporti. Infatti, se si guarda retrospettivamente agli anni antecedenti al Concilio Vaticano II e alla sua dichiarazione «Nostra Aetate» e si cerca di valutare il lavoro fatto da allora, si ha la sensazione che il Signore abbia fatto “grandi cose” per noi (cf. Lc 1, 49). Perciò siamo chiamati ad unirci in un sincero atto di ringraziamento a Dio. Il verso iniziale del Salmo 133 è ben appropriato: “Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!” ‘ (http://www.vatican.va/).
Anche il successore di Giovanni Paolo II è in buoni rapporti con il B’nai Brith infatti il 12 Maggio 2011 Benedetto XVI, ha ricevuto una delegazione del B’nai B’rith International. Sul sito della Comunità Ebraica di Roma si legge infatti: ‘Oggi la delegazione del B’nai B’rith International è stata ricevuta in visita privata da Papa Ratzinger. Delegazione che è stata guidata dal presidente Allen Jacobs, la cui parole sul Pontefice Giovanni Paolo II hanno lasciato spazio a una grande commozione, che hanno sottolineato la necessità “di proseguire e di rafforzare il cammino e il dialogo tra mondo ebraico e cristianesimo, in una serie di passi duraturi, costanti e rispettosi delle proprie identità”. Il rafforzamento del dialogo fra la Chiesa e Israele; l’antisemitismo dilagante che sta permeando parte dell’Europa e la metaforica protezione della religione cristiana nei paesi islamici sono stati discussione in un incontro, considerato fondamentale da entrambe le parti. “La nostra speranza – ha detto Jacobs – è che i popoli del Medio Oriente possano giungere alla libertà, alla dignità e avere opportunità di crescita e di sviluppo”. Il massimo esponente del B’nai B’rith International ha invitato la Santa Sede a farsi promotrice di un intervento umanitario per ottenere la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano nella mani di Hamas dal 2006. Il Santo Padre ha affermato: “Ci sono molti modi attraverso cui ebrei e cristiani possono cooperare per il miglioramento del mondo e al bene dell’umanità. Questo convincimento resta il più sicuro fondamento per l’impegno, da parte di tutti, nel difendere e promuovere i diritti inalienabili di ogni essere umano”. La delegazione del B’nai B’rith International è stata successivamente ricevuta dal presidente della Camera Gianfranco Fini, con cui si sono discussi temi legati alla situazione geopolitica in Medio Oriente. Il presidente della sezione italiana del B’nai B’rith, Sandro Di Castro ha ricordato: “Questi temi insieme alle politiche attive volte a contrastare ogni forma di discriminazione, non soltanto nei confronti del mondo ebraico, sono nella nostra agenda di lavoro e costituiscono le motivazioni con le quali, in passato abbiamo assegnato il prestigioso riconoscimento della Menorah d’Oro ad eminenti personalità del mondo politico e culturale italiano, fra i quali recentemente il Presidente Fini e la Comunità di S. Egidio”. (http://www.romaebraica.it/bene-berit-papa/). Dunque, da un lato il Vaticano condanna la Massoneria, e poi dall’altro stringe ottimi rapporti fraterni con un ordine massonico, che è risaputo che è tale non solo da chiunque abbia un minimo di conoscenza della massoneria, ma dagli stessi Ebrei non iscritti alla massoneria.
Termino dicendo che questa organizzazione massonica ha consegnato nel 1969 la Targa della Torcia della Libertà della Lega Anti Diffamazione al predicatore americano Billy Graham. D’altronde Billy Graham è un massone, e quindi i suoi fratelli massoni ebrei lo hanno voluto premiare.

La Massoneria ebraica appoggia il cosiddetto sionismo cristiano

Prima di entrare nel merito della questione, è bene che sappiate che cosa si intende per Sionismo Cristiano in ambito Evangelico. E’ una corrente sorta in ambito delle Chiese Evangeliche, che sostiene che dato che il ritorno degli ebrei nella terra d’Israele – che Dio diede ai loro padri – e la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 sono l’adempimento di predizioni bibliche, bisogna farsi coinvolgere in iniziative che sostengano lo stato d’Israele e gli Ebrei in generale, contro gli attacchi che subiscono in tutto il mondo. In altre parole, bisogna difendere lo Stato d’Israele e gli Ebrei a tutti i costi. Tra i Sionisti Cristiani ci sono anche quelli che raccolgono somme di denaro per darli allo Stato d’Israele, o per destinarli alla ricostruzione del Tempio a Gerusalemme. Ma questo appoggio incondizionato a Israele, implica anche che non ci si impegni a predicargli il ravvedimento e il Vangelo, perchè gli Ebrei sono amati per via dei loro padri, con loro Dio ha fatto un patto, e quindi hanno una relazione particolare con Dio, e si possono salvare anche se rifiutano di credere che Gesù di Nazaret è il Messia. Questa è la ‘Dual Covenant Theology’ ossia la ‘Teologia del Doppio Patto’, che alla luce della Scrittura è una eresia. E’ vero che non tutti i Sionisti Cristiani sostengono questa eresia, ma è pur vero che essa si sta facendo sempre più strada in mezzo a loro, e poi comunque va fatto notare che anche in quelle organizzazioni ‘pro Israele’ che non sostengono la ‘dual covenant theology’ in una maniera o nell’altra si vede che esse non hanno come loro principale obbiettivo la conversione a Gesù Cristo degli Ebrei, e quindi la loro evangelizzazione non è poi tanto incoraggiata. Anche perchè per gli Ebrei qualsiasi missione da parte di noi Gentili – o anche degli Ebrei Messianici – che si propone di persuaderli ad accettare che Gesù è il Messia, è una missione non pro Israele ma contro Israele: e quindi chi cerca di persuaderli che per essere salvati devono ravvedersi e credere in Gesù Cristo, cerca il loro male e non il loro bene, è un loro nemico e non un amico. E poi va fatto notare che molti di loro si stanno giudaizzando, invece che cristianizzare gli Ebrei. Basta considerare per esempio come sono perseguitati dagli Ebrei quelli di ‘Jews for Jesus’ (Ebrei per Gesù) che sono degli Ebrei messianici che si propongono la conversione a Cristo degli Ebrei, e che sono molto zelanti in questo. Loro sono considerati dei nemici di Israele, altro che amici di Israele. E difatti quelli di ‘Jews for Jesus’ sono indignati e preoccupati per l’avanzamento di questo Sionismo Cristiano in mezzo alle Chiese Evangeliche, perchè esso sta contribuendo a fargli perdere l’appoggio proprio nelle Chiese Evangeliche che hanno aderito al Sionismo Cristiano, quasi che fossero nemici di Israele. E questo sentimento contro l’evangelizzazione degli Ebrei, è fomentato in mezzo alle Chiese Evangeliche da potenti gruppi di Ebrei soprattutto americani. Per capire meglio questo argomento vi invito a leggere un interessante articolo in inglese dal titolo ‘War on Jewish Evangelism’ che ho messo alla fine di questo capitolo [1 – ci tengo a precisare però che non condivido affatto la richiesta di denaro che viene fatta verso la fine di questo articolo].
Ma entriamo ora nel merito della questione che dobbiamo trattare qua.

Martedì 22 Novembre 2011 il sito ‘Evangelici d’Italia per Israele’ ha pubblicato una lettera aperta dal titolo ‘L’assalto al sionismo cristiano’ che il rabbino Yechiel Eckstein, fondatore (nel 1983) e direttore di ‘International Fellowship of Christians and Jews’ (che però quando fu fondata nel 1983 si chiamava ‘the Holyland Fellowship of Christians and Jews’), ha inviato agli ‘amici cristiani d’Israele’ per metterli in guardia da un pericolo emergente nelle Chiese Evangeliche, che lui chiama ‘palestinismo cristiano’. Ecco una parte di questa sua lettera: ‘ … Che cos’è il “palestinismo cristiano”? si tratta di un movimento che pretende di essere “pro-palestinese”, ma in realtà fa propaganda anti-israeliana e disinformazione storica. E poiché i suoi aderenti cercano di influenzare le comunità evangeliche, il sostegno a Israele tra gli evangelici è in pericolo, e la prossima generazione di evangelici potrebbe crescere con una visione molto negativa di Israele e dei suoi sostenitori. Il “palestinismo cristiano” si manifesta in una varietà di modi. Si può vedere in un film del 2010 ampiamente proiettato nei college e nelle chiese intitolato Con Dio dalla nostra parte, che pretende di confutare il sionismo cristiano, ma in realtà offre solo mezze verità e complete bugie, confezionate per rivolgersi ai cristiani che non hanno una grande conoscenza dei fatti del conflitto arabo-israeliano. Ha preso piede in college evangelici come Wheaton, nella periferia di Chicago, dove il professor Gary Burge indottrina i suoi studenti con un patologico disprezzo per quello che chiama l’”apartheid” israeliana. Ed è vivo e vegeto in megachiese come Willow Creek, dove Lynne Hybels, moglie del pastore Bill Hybels, abbraccia con entusiasmo il movimento palestinese “Cristo al checkpoint”, che riduce il sionismo a “un movimento politico moderno” che “è diventato etnocentrico, e ha privilegiato un popolo a spese di altri”. Per i cristiani che amano e sostengono Israele, così come per gli ebrei che ormai danno per scontato il sostegno evangelico, tutto questo potrebbe essere uno shock. Ma non c’è tempo per essere scioccati – è il momento di agire. La battaglia per informare i cristiani sulla verità del conflitto arabo-israeliano è una lotta che non possiamo permetterci di perdere – ma questo potrebbe facilmente accadere se si aspetta troppo tempo ad impegnarsi in essa’ (http://www.edipi.net/).

Ma chi è questo rabbino? E’ un Ebreo NON CONVERTITO A CRISTO, che quindi rifiuta di credere che Gesù di Nazareth è il Messia, che da molti anni si occupa di costruire ponti di comprensione e cooperazione tra Cristiani ed Ebrei e di ampio supporto per lo Stato d’Israele. E’ un esperto in usi e costumi ebraici e la massima autorità ebraica a livello mondiale in materia di Cristiani Evangelici. Ma è anche uno che – prima di fondare la International Fellowship of Christians – era condirettore degli Affari Interreligiosi per l’Anti-Defamation League del B’nai B’rith (cfr. Yaakov Shalom Ariel, Evangelizing the chosen people: missions to the Jews in America, 1880-2000, pag. 266), e quindi è un massone ebreo che porta avanti gli ideali del B’nai B’rith, tra cui c’è quello di impedire in ogni maniera che i Cristiani evangelizzino gli Ebrei. Infatti questo rabbino ha escluso dalle attività della sua organizzazione le persone coinvolte direttamente in missioni volte alla conversione degli Ebrei, cercando in questa maniera di promuovere una atmosfera tra gli Evangelici che scoraggerebbe l’evangelizzazione degli Ebrei e indirizzare l’interesse degli evangelici nel popolo Ebraico a più costruttivi canali, ovviamente dal punto di vista ebraico. In un suo libro che lui ha scritto per far familiarizzare i Cristiani con gli Ebrei e l’Ebraismo, Eckstein ha dedicato un capitolo alle attitudini degli Ebrei verso le missioni cristiane dirette agli Ebrei e verso l’Ebraismo Messianico. Ed ha chiesto agli Evangelici ‘di lasciare la conversione degli Ebrei a Dio, che potrà o non potrà portarla a compimento quando i tempi dei Gentili arriveranno’ (Yechiel Eckstein, What Christians Should Know about Jews and Judaism, Word Books, Waco, Texas,1984, pag. 299).
Dunque, il messaggio di questo rabbino è ‘Lasciate in pace gli Ebrei, non evangelizzateli, non cercate di fare proseliti fra di loro, non cercate di persuaderli mediante le Scritture che Gesù è il Cristo di Dio!’. Eppure costui ha ricevuto le lodi dai seguenti predicatori evangelici: Bill Bright, Jerry Falwell, Jack Hayford, Pat Robertson, e James C. Dobson.
Dunque, è evidente che dietro il sostegno di questa organizzazione ai ‘Sionisti Cristiani’, non c’è altro che la massoneria ebraica del B’nai B’rith – con L’Anti-Defamation League (ADL, Lega Antidiffamazione) – che è così riuscita a mettere il bavaglio a tanti di questi cosiddetti Sionisti Cristiani, dissuadendoli dal predicare che Gesù è il Cristo agli Ebrei al fine di salvarne alcuni. E difatti ci sono organizzazioni evangeliche pro Israele che hanno delle esplicite regole contro il proselitismo tra gli Ebrei (cfr. Timothy P. Weber, On the Road to Armageddon: How Evangelicals Became Israel’s Best Friend, Grand Rapids, 2004, pag. 230-232).
Anzi il B’nai B’rith collabora pure con i Cristiani Sionisti, infatti nel Febbraio 2009 nella città di Antwerp (Belgio), si è tenuto un evento a supporto dello Stato di Israele, i cui organizzatori sono stati il B’nai B’rith Antwerp e i Cristiani per Israele del Belgio (http://www.bnaibritheurope.org/)!
Dunque, bisogna stare molto attenti, e riprovare pubblicamente questo tentativo massonico in atto in mezzo alle Chiese Evangeliche di scoraggiare l’evangelizzazione degli Ebrei, in una maniera o nell’altra.

Fratelli, guardate che qui ci si trova davanti ad una macchinazione del diavolo contro la Chiesa, abilmente camuffata da amore per Israele, ma che non è vero amore, perchè chi ama veramente gli Ebrei, li esorta o meglio li scongiura come faceva Paolo a ravvedersi e a credere in Gesù Cristo. L’amore non fa male alcuno al suo prossimo, e chi non evangelizza gli Ebrei, chi non cerca, procaccia la loro conversione a Cristo, non li ama, ma li odia.
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[1] The War on Jewish Evangelism (La Guerra all’Evangelismo Ebraico)

July 1, 2004
This recent letter sent to our friends and supporters, “The War on Jewish Evangelism,” received press coverage—not all of it necessarily accurate—since being mailed in late 2003. This is a text copy of the original letter, also available as a PDF download, for those who may have seen some of the coverage but not the original.
Dear ___,
Have you noticed, the gay community in this country has done a masterful public relations job. Within a few decades, the homosexual lifestyle has been redefined from a deviation to a legitimate, acceptable alternative. The gay community has worked on several fronts to accomplish this, from the legislative route to making their cause known in the media to appealing to the popular culture. The fact that some hate-filled and violent people have treated homosexuals shamefully has been used against anyone who dares to say that homosexuality is a sin, no matter how gently.
Similarly, the face of abortion has changed radically, largely due to public relations and strategy. Those who oppose abortion are said to oppose a woman’s right to choose. And again, the fact that some hate-filled and violent people have bombed abortion clinics has been used against anyone who dares to say that abortion is a sin.
The radical shifts in how these things are perceived color all levels of our society. Some Christians wonder why more and more churches are accepting behavior that the Bible rejects. If the church is not salt and light, if the church is not invading the world system with the gospel, then the opposite will occur. The world system will invade the church.
What does this have to do with Jewish evangelism?
People’s perceptions are subject to change. Some in leadership in the Jewish community have learned very well from the above examples what public relations can do. A smart public relations job can take something that was once unacceptable and make it appear acceptable…but it works the opposite way around, too, so that something which ought to be acceptable, like Jewish people preaching the gospel to other Jews, can be made to appear unacceptable. The fact that historically there has been violence against Jewish people in the name of the gospel has been used against those who dare to say that Jewish people need the gospel.
There are those who have worked both overtly and subtly to demonize Jewish believers in Jesus and to make the work of Jewish evangelism seem unacceptable, not only in the world at large, but also in the church.
The ministry of preaching the gospel to Jewish people is being called into question and we stand in danger of losing some serious ground if God’s people don’t sit up and take notice. Let me give you some examples.
Jewish leaders, in consultation with the U.S. Catholic Bishops, helped forge a major document saying that, targeting Jews for conversion to Christianity is no longer theologically acceptable in the Catholic Church. (“Reflections on Covenant and Mission,” August 12, 2002)
Some within the mainline Protestant community are also abandoning Jewish evangelism. The Christian Scholars Group on Christian-Jewish Relations, whose members include Lutherans, Methodists and Episcopalians wrote, In view of our conviction that Jews are in an eternal covenant with God, we renounce missionary efforts directed at converting Jews. (“A Sacred Obligation Rethinking Christian Faith in Relation to Judaism and the Jewish People,” September 1, 2002)
Those who want to stop Jewish evangelism view these and other examples among Catholics and mainline Protestants as successes. They are now employing various tactics to step up their efforts in evangelical Christian circles as well.
Demonizing Jews who believe in Jesus
It starts with criticizing our motives, methodology and mores. We are charged with, “failing the test of ethical evangelism,” “using misleading rhetoric and mass marketing,” “speaking out of both sides of their [our] mouths,” conducting a “shameless crusade to promote the absurd idea that converting to Christianity is the most Jewish thing one can do,” “seeking out and exploiting Jews who are the least knowledgeable of Judaism,” “engaging in subterfuge and dishonesty” and “exhibiting cult like tendencies.” (All the phrases in quote marks are actual excerpts from newspapers.)
These false accusations have been effective in motivating some of our Jewish people to fear us and keep us at arm’s length. But we don’t expect to have much of a reputation in the Jewish community. Historically, anyone who wanted to consider Jesus has had to go against the flow. For the most part, such accusations don’t carry weight with many in our evangelical family. Why? Brothers and sisters in Christ know us too well. And if they have doubts, we can point to our membership in evangelical churches and associations, to having our staff educated in evangelical institutions and ordained in mainline denominations, to our books being carried by Christian publishers and so on. However, a more insidious strategy is chipping away at the church.
Theologizing that Jews don’t need Jesus to be saved
We now find ourselves under attack in the theological realm. Groups like the American Jewish Committee’s Interreligious Affairs Department and B’nai B’rith’s Anti- Defamation League have full-time professionals lobbying Christian denominational groups to back off on Jewish evangelism for theological reasons. Their fingerprints are all over the official statements on the subject.
They argue that God made one covenant for Jews and another for Gentiles and that it’s just not necessary for Jews to accept Christ. This is sometimes called twocovenant theology. Others who consider themselves in the evangelical camp are now saying that Jews can be saved by Jesus without actually knowing or believing in Him, or a variation of that idea.
Another front on the battle for Jewish evangelism regards well-meaning evangelicals who just seem to lack discernment regarding which people and what organizations to endorse.
Christian endorsements that hurt Jewish evangelism
Some well-known pastors and Christian leaders have either endorsed those who oppose Jewish evangelism or have carefully avoided endorsing anyone who does engage in effective gospel outreach to Jewish people. Some are flattered by the affirmation rabbis bestow on them. Others fear that standing with those who believe in Jewish evangelism might jeopardize their friendship with these rabbis. Many simply don’t think through the implications or realize that those they are endorsing oppose Jewish evangelism. In any case, the cause of Christ among the Jewish people is hurt.
You can find examples of good Christians endorsing people who oppose our efforts on the web site of Rabbi Yechiel Eckstein. As director of the International Fellowship of Christians and Jews, Eckstein has diverted tens of millions of dollars in mission giving to his nonmissionary efforts. Yet Lloyd Ogilvie, Gary Bauer, Jack Hayford, Jerry Falwell, Pat Robertson and Pat Boone as well as the late Bill Bright are all listed on his site with quotes that sing the rabbi’s praises. The quotes may not reflect their knowledge of Eckstein’s anti-evangelism stance, or even portray their sentiments today, but they are there just the same. Many lay Christians depend on such leaders to help determine if a cause is “kosher.” No wonder evangelicals are duped into supporting Rabbi Eckstein.
Then there are those leaders who simply keep a safe distance from those involved in Jewish evangelism. For example, Billy Graham has refused to put in print that appealing specifically to Jewish people with the gospel message is a legitimate Christian endeavor. His statement, “In my evangelistic efforts, I have never felt called to single out the Jews as Jews…” is interpreted by some as disapproval of Jewish evangelism.
In fact, that comment, made almost thirty years ago, is still quoted by Jewish community leaders as proof that Graham does not approve of evangelistic ministry directed to Jewish people.
Overtures to evangelicals urging them to denounce us
The Cleveland Jewish Community Federation sent hundreds of letters to churches asking pastors to openly discourage your fellowship from associating themselves with “Jews for Jesus,” and deny the group access to your facility.
The director of the Canadian Jewish Congress employed the same strategy. He wrote to about 800 pastors of evangelical churches in the greater Toronto area saying,
Rejection of the mission of Jews for Jesus is a way for you to say, “we support the right of each Jewish man, woman and child to live their life as Jews, without being targeted by those who would diminish their faith.”
It would be nice to be able to say that all of the pastors who got these letters came to our defense. Some did, praise God, but most remained silent.
Some Christian leaders are standing with the Jewish leadership to publicly denounce us
Two recent examples from outside the U.S. are indicative of what is happening right here. B’nai B’rith Canada called on Dr. Charles McVety, president of Canada Bible College, to co-author an opinion piece in the Toronto Star in which he condemned “the ongoing attempt by some Christian groups to lure Jews away from the faith of their ancestors.” When the head of our Toronto branch spoke with him, McVety said that he knew of nothing we have done that was inappropriate—yet on Canadian television and in print he has characterized our evangelistic efforts as deceitful and unethical.
In the United Kingdom, it seems that the Chief Rabbi of Britain and the Jewish Board of Deputies complained to the Archbishop of Canterbury (the head of the Church of England) about our Behold Your God London street evangelism campaign this past summer. In response, the archbishop wrote to the head of our London work that should he be asked about our efforts, he would say “…that the campaign by Jews for Jesus represented an approach to Christian witness which neither he nor the wider Church of England could endorse.”
The battle is not over
The above are long-term strategies that have begun to erode the average Christian’s understanding of the need for Jewish evangelism. As Irish philosopher Edmund Burke said, “The only thing necessary for the triumph of evil is for good men to do nothing.” Friends, the silence is deafening. I feel like support for our cause is slipping and that many Christians are being quietly influenced by a smart public relations job that opposes Jewish evangelism.
Fewer evangelical churches are opening their doors to our ministry and it is affecting support for our missionaries and projects all over. As I write, our support from church missions giving and offerings is down $371,130 from what it was last year at this time. That is a sizeable amount for us and the shortfall is not being made up any place else. That is why I need you to come alongside now as we fight this battle.
This attack against our evangelical position requires us to alert and mobilize the evangelical troops into action. I am hoping that God will use friends like you to help turn things around for us. You have been a friend of Jews for Jesus because you know us, because you know what we do, because you know by God’s grace we are able to be effective in preaching the gospel to Jews and Gentiles around the world. I need you to share your confidence in us with your Christian friends.
I want to ask you to start with the pastor of your home church. Perhaps it has been a while since you have had a presentation from Jews for Jesus in your church. Maybe we have never been to your church before. Would you help introduce us to your church, open the door for us to minister to the congregation? We have several programs that will be a blessing to your church friends and family, but we need the opportunity to be heard. I think we can win the friendship of pastors and Christians who love Jesus and love my Jewish people if they can just meet us and hear our heart. You can use the enclosed response slip to introduce us to your church or other Christian friends.
Thankfully, our support from individuals is not down from last year, but neither has it gone up at all. This is the first year since I have been executive director that our support has not increased from one year to the next. That, combined with the fact that our church missions giving and offerings are way down, has made for a lot of belt-tightening around here. We have put a freeze on hiring any new staff. We have halted all purchases of replacement equipment and we have postponed any salary increases until we see where we stand at the end of the year.
It is my duty to ask for your help at this time to meet some of the shortfall we have experienced this year. I hope that I will be able to give the salary increases that our staff has earned, but I can’t do it unless we see an increase in our level of support by about $87,336 per month. We also have half a dozen new missionaries waiting to begin their training in January. Each is working hard to raise support, but if we add them all to our training class, overall our expenses will increase by approximately $30,000 each month. Then there is the equipment that needs updating or replacing—vehicles that have traveled more miles than I care to think, computers which should have been upgraded but have just limped along. I think you get the picture.
I know that some are already giving all they can to support us, and if that is you, I want to say a great big “TODAH!” Thank you for your love and faithfulness to the Lord Jesus. Please don’t feel any pressure to give more than what the Lord has already told you to give.
Yet I imagine there are some who might prayerfully be able to increase their support in the coming year. I have been told by David Stone, our chief administrator, that if those who have been giving could increase their support by just 10% that would do it. For example, if each friend who has been giving $10 a month could give one extra dollar each month and so on, that would enable us to give those salary increases, add those new missionaries and continue to stand tall in the battle we are facing. While some will not be able to do that, others may be able and willing to do more than that. Whatever you feel you can afford would be greatly appreciated at this time. You might even want to use the enclosed electronic fund transfer form to send your support automatically.
As we enter this season of Thanksgiving I am grateful to God for His many blessings to us in Jews for Jesus. I also want to thank you for caring, for taking the time to read this letter, and for standing by us in this time of need. As a way of saying thank you, in response to a donation of $30 or more I would like to send you a copy of our brand new Liberated Wailing Wall album, “Behold Your God.” This recording of Jewish gospel music will stir your soul and lift your eyes to see that the fields are indeed white unto harvest. I hope you will enjoy listening to it as much as I do. (Please check the appropriate box on the response slip.)
I don’t want you to think for one minute that our detractors are winning. I may feel overwhelmed at times, but I am excited about all that God has been doing and hopeful for great things in the future. I believe this battle could actually turn into “a victory parade” if it mobilizes friends like you to help us. I believe God can turn the tide of this opposition. We may be getting a bit bruised right now, but like Paul, I can say, “we are hard-pressed on every side but not crushed…” I know it is God’s intention to bless us in the work of Jewish evangelism and to prosper the work of our hands. The task of reaching my Jewish people with the good news is ultimately His work, so we cannot fail. Thank you for your love and friendship.
Your Jewish brother in Jesus, David Brickner (da: http://www.jewsforjesus.org/resources/war)

Dal libro ‘La Massoneria smascherata’ di Giacinto Butindaro pag. 172-186

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LA MIRACOLOSA TRASMUTAZIONE DI UN GRUPPO DI BANDITI LATITANTI IN SANTI APOSTOLI.

ivanov99.jpg1. Simone.

Ha tre appellativi: Bariona, Cananites, e Kefas. Bariona è la traduzione in lingua greca della parola Barjona, che in aramaico significa: “Partigiano latitante alla macchia”; cioè criminale ricercato. Cananites, è la traduzione in greco dell’ebraico “qanana”, che corrisponde a zelota, cioè assassino terrorista; mentre Kefas gli è stato dato per la sua corporatura muscolosa e massiccia, che lo assimila alla Pietra, o alla roccia. Viene mutato in Simone Pietro, figlio di Giona, nato a Cana. L’appellativo barjona, “latitante alla macchia”, viene diviso, dai pii falsari, nei loro scritti in greco, in due parole: Bar e Iona. La parola bar, che in aramaico significa “figlio”, può compiere il miracolo di trasformare il significato di latitante, in Figlio di Iona.

“Tu, Simone (barjiona = bar iona = bar Iona = filius Jonae ) figlio di Giona, ti chiamerai Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”.

Questa frase contiene un’ulteriore falsificazione, operata trasferendo alla pietra, su cui è stata edificata la Chiesa, il significato di “roccia” riferito, invece, a Simone; per la sua corporatura massiccia, e per il carattere violento attribuitogli, sia dai documenti apocrifi che dagli stessi Vangeli Canonici. Poi, per far sparire il significato criminale, implicito nell’appellativo “Galilei”, gli editori cristiani ricorrono all’espediente geografico, dichiarando i discepoli di Gesù nativi della Galilea, mentre lo sono della Golanite, o Golan.

Essi mutano l’appellativo “cananites” (qanana = zelota) in: proveniente dalla città di Cana. Tutte queste attribuzioni, sono false, dato che i fratelli che compongono la banda dei Boanerges, non hanno nulla a che spartire con la Galilea, né tanto meno con la città di Cana. Essi sono, difatti, nativi della regione del Golan, che si trova nella parte opposta della Galilea; cioè ad Est del lago di Tiberiade.

Per quanto nel falsificare i documenti, i devoti “copisti” si siano sforzati di rendere Simone Pietro un rispettabile predicatore della “Buona Novella”, la sua vera natura di bandito sionista, traspare comunque dai fatti riportati su di lui, sia dai documenti apocrifi, che dagli stessi Vangeli, in tutta la sua violenza di sicario Yahveista.

1) Litiga con tutte le Ekklesie del Medioriente, e con lo stesso Paolo di Tarso, che si oppongono alla sua politica contraria all’ammissione dei non ebrei nelle comunità esseno-giudaiche, ovvero nelle Ekklesie esseno-zelote che la Chiesa vuol far passare per cristiane.

2) Uccide con la spada i coniugi Anania e Zaffira, perché non hanno versato alla comunità l’intero ricavato della vendita di un loro terreno. (At. 5 ).

3) Taglia con un colpo di spada un orecchio ad una guardia del Tempio nell’Orto degli Ulivi (Gv. 18,10).

2. Giacomo i l Maggiore: da terrorista a martire della Chiesa.

Sulla natura zelota di questo Apostolo non vi sono dubbi, sapendo che è il fratello di Simone Barjona detto Zelota, e che nel 46 d.C., sotto Tiberio Alessandro viene arrestato insieme al fratello Simone, e giustiziato, come sobillatore del popolo. (At.12). La sua partecipazione alla banda dei Boanerghes, è confermata dai Vangeli canonici. Viene emendato dalla Chiesa, della sua natura di zelota, con la favola che se Gesù lo aveva chiamato Boanerghes, cioè figlio del tuono, ciò era dipeso dal fatto, che egli parlava con una potente tonalità baritonale di voce. La morte di Giacomo il maggiore, arrestato insieme al fratello Simone, per il reato d’istigazione alla rivolta, viene confermata dagli Atti degli Apostoli.

“In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo; fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azimi. (At: 12- 1,2).”

Palestina

Imotivi per cui i falsari anticipano di due anni l’arresto dei due fratelli, Giacomo e Simone, portandoli dal 46 al 44 d.C, sono due: Il primo è che se li fanno arrestare dai romani, non possono più sostenere che Giacomo è morto per motivi religiosi. Difatti, i Kittim, lasciando la massima libertà di culto, se emettono condanne di morte, lo fanno solo per gravi reati penali; tra i quali, il peggiore, è l’istigazione alla rivolta. Facendoli arrestare da Erode Agrippa, che è un ebreo, possono dire che sono stati condannati secondo la legge ebraica, che, a differenza di quella romana, considera la contestazione religiosa un reato punibile con la morte.

Se Giacomo viene condannato a morte dai romani per sobillazione, come afferma Giuseppe Flavio, egli non può che essere un rivoluzionario zelota; se invece la condanna viene da un tetrarca ebreo, per contestazione religiosa, diventa un martire. Il secondo motivo è che non facendo arrestare Simone simultaneamente a Giacomo, come afferma da Giuseppe Flavio, ma solo qualche tempo dopo, è possibile sfruttare, anche per lui, la stessa legge ebraica che condanna a morte la contestazione religiosa, ed anche quella che impedisce di celebrare i processi durante il periodo degli azzimi; cioè durante i giorni della Pasqua.

Per cui, Simone Pietro, invece di essere processato ed ucciso subito dopo l’arresto, come é avvenuto per Giacomo, viene messo in prigione, in attesa che finiscano gli azzimi; in modo che si possa verificare, nel frattempo, la sua liberazione per intervento di un angelo del Signore. Sorge spontaneo il chiedersi: Come mai l’intransigenza nel rispetto della legge ebraica, che impedisce i processi durante le feste di Pasqua, che viene ora applicata a Simone Pietro, non è stata applicata anche durante il processo di Gesù che, invece, è stato giudicato, proprio nei giorni Pasquali, da un tribunale ebraico; oltre che da quello romano?

3. Giuda Taddeo.

Ha, oltre all’appellativo di zelota, anche quelli di Thaumas, che significa gemello, e di Theudas, che significa coraggioso. È quindi ovvio identificarlo con Giuda Theudas, figlio di Giuda il Galileo. Che Thaumas e Theudas siano i soprannomi di Giuda, fratello di Gesù, da non confondersi con Giuda Iscariota, ci viene confermato, oltre che dal Nuovo Testamento, anche dagli Atti Apocrifi di Tommaso, e da Eusebio da Cesarea (Hist. Heccl. I- 11,13). La trasformazione del Giuda rivoluzionario, in Giuda Apostolo, viene eseguita sopprimendo gli appellativi ebraici Theudas (coraggioso) e Thaumas (gemello), con i quali viene presentato nei testi storici: come combattente zelota.

Basta trasformare gli appellativi in nomi propri, ed il gioco è fatto. Il trucco appare evidente, se notiamo che gli appellativi, lasciati in greco secondo la pronuncia ebraica, prendendo la lettera maiuscola, diventano nomi propri; in sostituzione del vero nome che é Joudas. La conseguenza che ne deriva, è che Theudas e Thomas, da soprannomi attribuiti a Giuda, si trasformano nei nomi di due discepoli mai esistiti: Theudas (Taddeo) e Thomas (Tommaso).

Siccome in greco gemello si traduce con didimos, la frase che risulta è la seguente: “Tomas detto didimos” che a sua volta viene tradotta in latino, con “Thomasus dictus didimus” dalla quale sono derivate poi le traduzioni nelle lingue moderne: “Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv. XI- 16).

Sapendo che Thomas e didimo significano entrambe gemello, la prima in ebraico e la seconda in greco, l’espressione riportata dai Vangeli, oltre che confermare la manipolazione, risulta anche assai sciocca, dato che, tradotta, significa: “Gemello chiamato Gemello “.

4. Giacomo il minore.

Se Giacomo il minore, discepolo di Gesù, non viene definito chiaramente “zelota”, egli non può che essere tale, dato che appartiene al gruppo dei Boanerghes, e che viene ucciso nel 64 d.C., sotto il procuratore Albino, per lapidazione da parte dei Sadducei; nemici acerrimi del movimento rivoluzionario giudaico: per aver “osannato pubblicamente il figlio di David”, che, quale Messia erede al trono di Gerusalemme, avrebbe presto liberato la Palestina dall’invasione romana (Hist. Eccl. II-23).

5. Simone lo zelota.

Sulla natura zelota di questo apostolo, non vi possono essere dubbi, dal momento che anche la Chiesa lo riconosce tale, negli stessi Vangeli Canonici e negli Atti degli Apostoli: “Tra i discepoli ce n’era uno di nome Simone, soprannominato zelota”. (Lc. 6/15). “Tra i discepoli ce ne era uno che si chiamava Simone lo Zelota”. (At.I-13).

6. Giuda Iscariota.

L’appellativo di Iscariota, viene dall’ebraico Ekariot, che significa Sicario. Esso viene dato agli zeloti più oltranzisti, che portano a termine azioni di terrorismo; anche in forma isolata. Di costoro così scrive Giuseppe Flavio:

“In Gerusalemme nacque una nuova forma di banditismo, quella dei così detti sicari (Ekariots), che commettevano assassini in pieno giorno, nel mezzo della città. Era specialmente in occasione delle feste che essi si mescolavano alla folla; nascondendo sotto le vesti dei piccoli pugnali, con cui colpivano i propri avversari. Poi, quando questi cadevano, gli assassini si univano a coloro che esprimevano il loro orrore, e recitvano così bene da essere creduti e quindi non riconosciuti come autori del misfatto”.(Guerra Giudaica II- 12).”

Giuda l’iscariota, è il personaggio più elaborato fra tutti i discepoli. Gli viene lasciato il vero nome perché, essendo egli il solo di origine giudaica, tra tutti gli altri dichiarati Galilei, si presta a fomentare, con il tradimento che gli è stato attribuito, l’odio verso i Giudei; che, secondo la Chiesa, devono risultare, per lo meno agli inizi della sua carriera di sostituzione dell’Ebraismo essenico-sionista, gli assassini di Cristo.

Anche se per Giuda vengono usati degli epiteti più infamanti, si cerca comunque di ripulirlo della sua iniziale natura di terrorista assassino, che gli viene dall’appellativo Iscariota: sicario. Senza questo lavoro di restauro da amanuensi, risulterebbero vani tutti gli sforzi fatti: per trasformare una banda di fanatici sionisti, assassini, e rivoluzionari, in un gruppo di Apostoli predicatori della lieta Novella.

Ricorrendo ancora alla geografia, si fa derivare l’ekariot ebraico, o sicario, dalla città di Keriot; dicendo che questo é il suo paese nativo. Trasformazione che ha fatto ridere, fin dall’inizio, gli avversari pagani ed ebrei, di questi fantasiosi redattori cristiani. la città di Keriot, difatti, non è mai esistita. Da questa analisi risulta quindi, senza ombra di dubbio, che gli Apostoli di Gesù, altri non sono che la banda di zeloti Yahveisti, figli di Giuda il Galileo. o Giuda di Gamala.

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LA SETTA DEGLI ASSASSINI…

Chi erano gli “Assassini”? Feroce setta araba che agiva sotto l’effetto della cannabis? Oppure proto-filosofi orientali che sognavano il paradiso in terra?  Per molto tempo si è creduto che il termine assassino derivasse dalla consuetudine che avevano i membri di questa comunità di consumare hashish prima di effettuare incursioni sui nemici. In realtà, secondo studi recenti, pare che l’origine di questo termine sia ben diversa. Ma andiamo con ordine. Intorno al 1080 Hassan-I-Sabbah aveva dato origine nella Persia orientale al movimento degli Ismaeliti Nizari, sostenitori del califfo Nizar, in guerra con il fratello per l’eredità del trono di Persia. Hassan era già un personaggio leggendario presso i suoi contemporanei che lo avevano soprannominato il Vecchio della Montagna e su cui raccontavano storie fantastiche e dicerie. Fu l’abate Arnoldi di Lubecca che per primo attribuì erroneamente ai Nizari metodi sanguinari per trasformare i propri discepoli in killer spietati: “Lui trasporta questi iniziati tramite l’ebbrezza (dell’hashish ndr.) in uno stato di estasi o di demenza e poi gli si presentano in sogno dei maghi che gli mostrano delle cose fantastiche, gioie e delizie”. La tesi droga=omicidio fu poi confermata da studiosi successivi, come per esempio il tedesco Louis Lewin, autore del libro “I veleni nella storia mondiale”, che citava le ricerche di Silvestre De Sacy del 1809, secondo cui risulta chiaro che i nizari facevano uso di canapa indiana, i cui effetti erano  noti solo a pochissimi durante il violento dominio della setta che mantenne profondamente segreta questa conoscenza, dato che potevano utilizzarla per i loro scopi politici. Secondo lo psicoterapeuta viennese Hans Georg Behr però, la ricerca di De Sacy era viziata da intenti politici: nel 1800 Napoleone aveva annunciato il primo divieto della cannabis della storia recente, che allora provocò una reazione contraria.Il lavoro di De Sacy venne non a caso finanziato per intero proprio dal Bonaparte e da quel momento non solo la violenza della setta dei Nizari viene attribuita all’hashish, ma la violenza in genera si legherà in modo indissolubile al consumo di canapa indiana, concetto che è resistito fino ai giorni nostri. Ma per confutare il paradigma nizari=hashish=violenza basterebbe riportare i primi tre articoli della “costituzione” della setta di Hassan-I-Sabbah:

1. Nessuno può venire dominato contro la sua volontà. Vale solo la collaborazione tra dei dirigenti liberamente riconosciuti. Chi esercita il potere con altre condizioni, appartiene alla morte.

2.Le attuali forme statali sono inumane. Solamente la distruzione di tutti i potenti e di conseguenza della voglia di potere, renderà possibili delle condizioni paradisiache sulla terra. Chi sacrifica per questi obbiettivi la sua vita, andrà in paradiso.

3.La società futura non conoscerà la proprietà privata, ma vivrà nell’amore libero e con la proprietà comune. Un acconto di questo paradiso il credente lo può assumere di tanto in tanto con la comunione festosa dell’hashish.

Siamo di fronte a una sorta di proto-socialismo frikkettone, Marx che incontra John Lennon con otto secoli di anticipo sulla storia, e soprattutto è chiaro che la comunione con l’hashish per i Nizari è festosa. A riprova di ciò in un testo nizaro è scritto che dal momento in cui un adepto riceve un incarico egli deve astenersi dalla canapa e soprattutto si fa notare che “l’hashish rende leggiadri. Il pugnale non colpisce, dal momento che il cuore è incline alla dolcezza”. Nel 1090 la setta degli Assassini conquista la fortezza di Alamut (la mitica montagna raccontata dalla matita di Hugo Pratt e da altri poeti e scrittori), sulla cima di una montagna; la rocca resterà loro sede per diverso tempo e per molti studiosi che si rifanno agli scritti di Burchard, un cronista inviato in oriente da Federico Barbarossa, il termine assassini deriverebbe dalla parola Heysessini, letteralmente “i signori della montagna”, Alamut appunto. Il professor Simone Assemani, docente di lingue orientali a Padova, da un’origine abbastanza simile del termine; secondo i suoi studi deriverebbe da “Al sisa” che significa rocca o fortezza. Purtroppo a tutt’oggi nel sentire comune sia la setta degli Assassini sia il consumo di hashish sono erroneamente accostati al concetto di violenza. È il nostro mondo occidentale che oggi come allora, continua ad avere delle conoscenze approssimative del variegato mondo arabo. Come scrive Farhad Daftary in “The Assassin Legenda” (London 1994) gli europei del Medioevo impararono molto poco sull’islam e sui musulmani e la loro conoscenza ancora meno informata degli Ismaeliti Nizari si tramutò in poche osservazioni superficiali e in percezioni erronee e frammentarie raccolte dalle storie dei crociati dalle altre fonti occidentali. Oggi, nonostante la tecnologia a nostra disposizione, la situazione non è cambiata: per la maggioranza degli occidentali, italiani in testa, la conoscenza sul mondo arabo si limita a qualche notizia presa dal telegiornale dell’una e a un paio di articoli letti qua e là sui settimanali di approfondimento. Vi ricordate il fastidio che si prova quando si va all’estero e si incontra qualcuno del posto che appena ci identifica come italiani ci apostrofa con un perentorio: “Italiani? Pizza e mandolino!!”

Fonti: Enrico Fletzer su Soft Secrets n°1- Discover Publisher 2010

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I «falchi» della guerra alla Siria

22 gennaio 2012

Si combatte nelle strade della Siria. In alcune aree del paese la guerra civile è una realtà alimentata dalle parti che, dall’esterno, soffiano sul fuoco della rivolta contro Basha Assad. Sarebbero almeno 23, secondo la tv al Jazeera, i morti nei combattimenti tra forze governative e disertori avenuti ieri nei pressi di Jisr al-Shoghour, nella provincia di Idlib, una delle roccaforti del cosiddetto “Esercito siriano libero” appoggiato dalla vicina Turchia. Altre 14 persone, sempre secondo Jazeera, sono morte a causa di un’esplosione avvenuta su un bus, durante un trasferimento di detenuti da Ariha a Idlib, nella località di al Mastouma. I media ufficiali parlano di un attentato terroristico. In questo clima il generale sudanese Mohammed al-Dabi, capo dei 165 osservatori della Lega araba in Siria, ha presentato al quartier generale dell’organizzazione pan-araba il rapporto sulla missione cominciata il 26 dicembre. Oggi i ministri degli esteri arabi prenderanno nuove decisioni.
Con ogni probabilità verrà allungata di un mese la permanenza degli osservatori in Siria, nonostante le proteste dell’opposizione anti-Assad che accusa al-Dabi e i suoi «monitors» di non aver «fermato la repressione» e di aver indirettamente dato copertura diplomatica al regime. Algeria e Iraq, ma anche Russia e Cina, invece sottolineano che, sebbene non abbia posto fine alle violenze, la missione ha contribuito a ridurre il numero di morti e feriti. È probabile che il numero degli osservatori venga portato da 165 a 300. Non è un mistero che un gruppo di paesi membri, guidati dal Qatar, stiano spingendo per passare all’uso della forza contro Damasco o per ottenere l’invio un contigente militare arabo in Siria.
Al Cairo ieri era atteso anche Burhan Ghalioun, capo del Consiglio nazionale siriano (Cns) che raccoglie una parte dell’opposizione laica assieme ai Fratelli musulmani siriani e altre formazioni islamiste. Burhan ha abbracciato con maggior convinzione l’idea di un intervento militare respinto invece dal Comitato di coordinamento nazionale (Ccn), di Haytham al Manna, che racchiude forze di opposizione di sinistra e nazionaliste. Dagli Stati Uniti, Human rights watch venerdì ha chiesto che la Lega araba adotti decisioni incisive assieme alle Nazioni Unite. Si tratta di appello indiretto al Consiglio di Sicurezza dove le tentazioni interventiste si scontrano, per ora, con il veto di Russia e della Cina.
«Portare il dossier siriano al Consiglio di Sicurezza dell’Onu è ipotizzabile», ha assicurato da parte sua la portavoce del Cns, Bassima Qadmani, dopo l’incontro avuto ieri col segretario della Lega araba Nabil el Araby. I non interventisti In seno alla Lega araba la linea interventista del Qatar incontra opposizioni. Dell’Algeria e dell’Iraq, in modo particolare. Altri Stati arabi esitano ad adottare iniziative che potrebbero aprire la strada ad un’operazione militare internazionale simile a quella compiuta in Libia (promotore principale anche in quell’occasione il Qatar). Intanto gli Stati Uniti si dicono pronti a chiudere la loro ambasciata a Damasco se il governo siriano non garantirà una maggiore protezione alla sede diplomatica.

Michele Giorgio – il manifesto

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Corpo celeste e la Chiesa realmente esistente

Posted on 04/01/2012 by Miguel Martinez

Abbiamo visto per caso un film di quelli che non si dimenticano: Corpo celeste, di Alice Rohrwacher.

Un film che parli della Chiesa cattolica nell’Italia meridionale uno se lo immagina pieno di feroci baroni mafiosi e donne afflitte dal senso di peccato, nel contesto di una cupa bellezza barocca. Insomma, un’orgia potenziale di luoghi comuni anticlericali/antimedievali, che però si nutre di quanto di esotico  – e quindi di affascinante – c’è in quei mondi.

Alice Rohrwacher ha fatto qualcosa di diverso, usando mezzi tecnici minimi e attori eccezionali.

Il film, come sottolinea la stessa regista, non ha intenti anticlericali; infatti, il vero cuore del film non è la critica al Sud o alla Chiesa, ma un messaggio di altro tipo, presentato attraverso un delicato gioco di simboli, e che si può quindi cogliere solo guardando il film.

Qui ci limitiamo a dire qualcosa sullo sfondo su cui si presenta questo messaggio, cioè il Sud e la Chiesa.

Un Sud (credo sia Reggio Calabria) ventoso, freddo, ricoperto ovunque da un disordinato cemento, un pezzo della periferia universale. Non il Sud dei mafiosi a cavallo, ma delle conferenze di Nello Rega negli Istituti tecnici e di Magdi Allam testimonial della Borsa del Turismo Religioso, insomma.

La Chiesa che la Rohrwacher ci presenta è la Chiesa realmente esistente, quella postconciliare che continua stancamente a riprodursi senza avere più la minima idea del perché. Dove il parroco con il telefonino che squilla continuamente, sotto un crocifisso al neon che sembra la mappa di uno svincolo autostradale, si barcamena per sopravvivere tra le abitudini delle famiglie e piccole raccomandazioni politiche, nella speranza di venire mandato altrove.[1]

Agli anticlericali sfugge il patto inconfessabile che tiene in piedi una simile istituzione: mantenuta tramite fondi gestiti dallo Stato, la parrocchia ha l’obbligo implicito di dispensare una serie di servizi simbolici ma ideologicamente neutri a tutta la collettività, senza distinzioni. Il fornitore di battesimi e matrimoni deve trattare quindi la reale fede di ciascuno con la stessa indifferenza del pubblico ufficiale, e come ogni pubblico ufficiale, deve esprimere solo banalità indiscutibili.

Ecco che si scatena il temporale della violenza mediatica contro quei pochi preti che di tanto in tanto osano, coerentemente, rifiutare i sacramenti a un non credente, oppure contro l’insegnante di religione che accenna all’escatologia.

La parrocchia, in Corpo celeste, si regge sull’impegno di una figura sociale di immensa importanza in Italia: la casalinga di mezza età (nel film, la straordinaria Pasqualina Scuncia), ignorante, onnipresente, affabile, astuta, insensibile e inventiva che si occupa volontariamente di tutto, compresa la preparazione delle cresime, su cui si incentra il racconto.

Se digito “cresima“, Google mi suggerisce “cresima bomboniere”, “cresima regali” e “cresima frasi di auguri”, a indicazione del suo significato sociale; ma nella struttura della chiesa, dovrebbe segnare il passaggio, dopo un anno di duro studio, a una fede matura e cosciente.

Ora, che cosa ha esattamente da trasmettere l’entità che oggi abita il vecchio guscio della Chiesa cattolica?

La Rohrwacher coglie esattamente che cosa sia l‘istruzione cattolica di massa ai tempi nostri: un generatore automatico confuso di raccontini biblici, ammiccamenti televisivi e giovanilistici, luoghi comuni sulla bontà, accompagnati da un penoso tentativo di imitare il mondo evangelico, che però non può riuscire perché la vecchia Istituzione non è certo adatta a scatenare la violenza sciamanica della religione dei liberi imprenditori americani.

Divaghiamo dicendo che a nostro avviso, bisognerebbe abolire l’istruzione cattolica nelle scuole, non certo perché sussista il pericolo che qualcuno si lasci lavare il cervello da cose simili, ma per l’effetto devastante che ha su qualunque anelito di sacro.

La Rohrwacher dice tutto quanto vi sia da dire sulla questione, presentandoci una schiera di brufolosi ragazzini e di femmine goffamente esibizioniste, che canta con scarsa convinzione:

«Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta / voglio scegliere Gesù / voglio scegliere Gesù.»

Nota:

[1] Nel dire “postconciliare“, siamo perfettamente coscienti delle motivazioni, spesso ottime, di tanti riformatori di quegli anni; e crediamo anche che il grande cambiamento sia stato imposto dalla storia stessa e non da qualche congiura di cardinali (tra cui spicca la figura proprio di Joseph Ratzinger), come sostengono alcuni cattolici tradizionalisti. Inoltre, è ovvio che i germi di certe derive sono secolari. Facciamo salva poi l’infinita diversità dei comportamenti singoli, nella Chiesa cattolica come in qualunque altra istituzione o realtà.

Il punto è lo scatenamento delle tendenze entropiche della specie umana, che ci ha portati dal cattolicesimo di Anaïs Nin a quello di Emanuela Tittocchia.

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La super-banchiera conferma: “le banche centrali possiedono e controllano il mondo”

sabato 1 giugno 2013

Karen Hudes, sotto, ha lavorato per ben 20 anni presso la Banca Mondiale e ha confermato che le famiglie dei banchieri centrali possiedono e controllano il mondo. Secondo la donna i banchieri sono disposti ad usare la legge marziale per difendere il loro monopolio fraudolento sul credito. (La guerra al terrorismo è ovviamente un pretesto.)

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Un ex membro della Banca Mondiale, l’ex Senior Counsel Karen Hudes, dice che il sistema finanziario globale è dominato da un piccolo gruppo di figure corrotte, assetate di potere le quali ruotano attorno alla FED.

Ha anche spiegato che questa rete ha preso il controllo dei mezzi di comunicazione per coprire i suoi crimini. In un’intervista con il New American, la Hudes ha affermato che, quando cercò di portare alla luce i vari problemi della Banca Mondiale, fu licenziata. Ora, grazie ad un gruppo di insider, la Hudes è decisa a denunciare e porre fine alla corruzione.

Citando un esplosivo studio svizzero del 2011 pubblicato sulla rivista PLoS ONE riguardo la “rete di controllo corporativo globale”, la Hudes ha sottolineato che un piccolo gruppo di soggetti – per lo più composto da istituzioni finanziarie e in particolare da banche centrali – esercita una massiccia quantità di influenza sull’economia internazionale da dietro le quinte.

“Ciò che sta realmente accadendo è che le risorse mondiali sono controllate da questo gruppo” ha spiegato, aggiungendo che tali “corrotti” hanno anche il controllo sui media.

La Hudes, un avvocato che ha trascorso circa due decenni lavorando per il dipartimento legale della Banca Mondiale, ha osservato le macchinazioni della rete da vicino. “Realizzai che ci trovavamo di fronte a ciò che viene chiamato “la cattura di stato”, ovvero quando le istituzioni governative sono cooptate da un gruppo di potere corrotto”, ha detto in un’intervista telefonica al The New American. “I pilastri del governo degli Stati Uniti – alcuni di essi – non funzionano a causa di questa corruzione diffusa”.

Al centro della rete, secondo la Hudes, vi sono 147 istituzioni finanziarie e banche centrali – in particolare la Federal Reserve, che è stata creata dal Congresso, ma è di proprietà di un cartello di banche private. “Questa è la storia di come il sistema finanziario internazionale è stato segretamente truffato, soprattutto da parte delle banche centrali”, ha spiegato.

La Fed, in particolare, è al centro della rete e dell’insabbiamento, ha continuato la Hudes, citando una politica e un organo di controllo che include alti funzionari del governo e della FED. I banchieri centrali hanno anche manipolato i prezzi dell’oro, ha aggiunto, facendo eco alle diffuse preoccupazioni del The New American.

La poco conosciuta ma immensamente potente Banca dei Regolamenti Internazionali funge da “club” per questi banchieri centrali privati, ha continuato la Hudes. “Ora, la gente continuerà a voler pagare interessi sui debiti del loro paesequando scopriranno i “giochi di prestigio” fatti da quel gruppo? Non dimentichiamo come si sono arricchiti prendendo i soldi dei contribuenti.”

NIENTE ORO A FORT KNOX

Per quanto riguarda l’intervento sui prezzi dell’oro, la Hudes ha detto che si trattava di uno sforzo da parte della rete di corrotti e delle loro banche centrali di “non far crollare la carta moneta” – un sospetto condiviso da molti analisti e da molti alti funzionari governativi. L’informatore della Banca Mondiale ha inoltre affermato che, contrariamente alle affermazioni ufficiali, non crede vi sia oro a Fort Knox. Anche i membri del Congresso e i governi stranieri hanno cercato di scoprire se vi fosse un deposito del prezioso minerale, senza però ottenere grossi successi. La Hudes, tuttavia, ritiene che la truffa alla fine verrà smascherata.

RIFORMA O LEGGE MARZIALE?

Mentre i media sono dominati da questa rete di potere, la Hudes ha lavorato con governi stranieri, giornalisti, funzionari degli Stati Uniti, governi statali, e una vasta coalizione di compagni informatori per rendere nota questa truffa.

“Vogliamo ripulire il sistema finanziario, ecco il nostro obiettivo, ma nel frattempo, le persone che non sapevano della truffa la scopriranno” ha detto. “Il sistema finanziario internazionale cambierà …. Le persone sapranno quello che sta succedendo – basta accordi sottobanco. Avremo un nuovo tipo di sistema mediatico se la gente è stufa di essere controllata e dominata.” (Lo dubito fortemente n.d.r.)

Mentre la Hudes sembra molto ottimista, riconosce il fatto che il mondo è in pericolo – negli Stati Uniti, la legge marziale, è ormai alle porte. I prossimi passi saranno cruciali per l’umanità. In base a questo è fondamentale che le persone si informino sull’illegalità, sulla corruzione e le ruberie che avvengono ai massimi livelli. Non fare nulla sarebbe disastroso.

Fonte: neovitruvian.it

Tratto da: http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-insider-della-banca-mondiale-118134250.html

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Le aree valutarie ottimali e il fallimento dell’Euro

falling-euro.jpgSegnalazione di www.nocensura.com

Quando i politici di turno cominceranno a dare ascolto ai veri economisti e non essere servilmente servili a banche e multinazionali forse cominceremo a vedere reali situazioni di benessere collettivo.

Tutti gli economisti non venduti al regime bancario o a qualche corporationssi sono da principio espressi contro la nascita dell’euro-zona, ritenendola da subito quel che adesso è sotto gli occhi di tutti: un progetto fallimentare; ovviamente i loro moniti sono stati e restano inascoltati.

Già venti anni fa si poteva ascoltare la cronaca di un fallimento annunciato, leggendo le considerazioni dell’economista keynesiano Wynne Godley, collaboratore del Tesoro del Regno Unito, il quale individuò i problemi nella costruzione dell’Unione Monetaria a partire dal Trattato di Maastricht, dicendo che in assenza una banca centrale pubblica, di un fisco e di un welfare federali, di trasferimenti tra regioni, si arriverà inevitabilmente alla rottura dell’Unione monetaria, appena uno dei suoi membri si troverà in forti difficoltà per qualsiasi motivo.

Eppure bastava intuirlo da piccole cose che l’euro sarebbe stato un fallimento totale, appigliandosi alla già nota teoria delle “aree valutarie ottimali” (A.V.O.), teoria nata nel 1961 dagli studi dell’economista canadese Robert Mundell, il quale elencò le condizioni necessarie affinché due o più paesi potessero adottare con successo la stessa moneta:

flessibilità di prezzi e salari;

– mobilità interregionale di lavoro e capitale;

– grado di apertura dell’economia;

– integrazione fiscale;

– convergenza dei tassi di inflazione;

Come potevano Paesi diversi tra loro per lingua, cultura, moneta, imposte, giurisprudenza, livelli inflazionistici, produttività, livelli occupazionali ed altro integrarsi agevolmente in una comunità economica, senza che qualcuno non ci rimettesse le penne?

Secondo quale criterio logico due o più Paesi, come Italia, Grecia, Spagna, potevano pensare di convivere agevolemente in un’aerea economica come “eurolandia” senza possedere nemmeno uno dei requisiti descritti nella teoria dell’A.V.O.?

Gli europeisti hanno pensato (sperato) di poter risolvere gli shock asimmetrici attraverso riforme e trattati sul piano internazionale.

In assenza di sovranità monetaria era ed è impossibile svalutare la moneta, per cui per cercare di risolvere i problemi non si è fatto altro che cercare di sottoscrivere riforme che avrebbero reso i mercati del lavoro sufficientemente flessibili, a discapito di salari e regalando un avvenire incerto ai lavoratori.

Del resto si persevera a ricercare il benessere economico e l’aumento della produzione nel mercato del lavoro, quando invece è risaputo che il PIL aumenta attraverso mosse ben precise fatte nel mercato dei beni, finanziando la spesa pubblica, abbassando la pressione fiscale, svalutando la moneta e, quindi, riattivando i consumi; in sintesi, attraverso la sovranità monetaria e una politica monetaria espansiva, tutte strategie queste impossibili da realizzare in un regime di moneta unica e con le enormi difficoltà e disparità tra gli Stati membri dell’Ue.

A cosa è servito, quindi, l’euro?

L’euro è da considerare sotto due aspetti: è stato un progetto fallimentare qualora il suo intento fosse stato quello di ottenere il benessere socio-economico tra i Paese aderenti; è stato un progetto ben realizzato qualora la mission dell’oligarchia bancaria sia stata quella di privare gli Stati di pezzi di sovranità ed assoggettarli maggiormente al diktat dei mercati finanziari, poiché i Paesi membri di un’unione monetaria emettono titoli di debito in una valuta su cui non hanno alcun controllo, con la conseguenza che i mercati finanziari detengano il potere di condurre al default questi Paesi.

Ci sono strumenti e teorie economiche che sono più precise di un’incisione laser, ignorarle significa agire al fine di soddisfare interessi privatistici e svendere contemporaneamente la vita milioni di esseri umani e non ritengo che, specialmente nell’ultimo caso, si possa mai perdonare l’operato di chi ci sta governando ormai da troppo tempo.

Fonte: www.salvatoretamburro.blogspot.it

Tratto da: http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-le-aree-valutarie-ottimali-e-il-fallimento-dell-euro-118851746.html