FINIREMO COME IL CAVALLO QUANDO ARRIVO’ IL TRENO
Postato il Lunedì, 14 ottobre @ 09:28:39 CEST di davide

DI MASSIMO GAGGI
corriere.it

S’intitola Inequality for All il film-documentario che in questi giorni porta nelle sale cinematografiche d’America le lezioni universitarie in cui Robert Reich (docente di Berkeley ed ex ministro del Lavoro di Bill Clinton) denuncia gli effetti sociali dirompenti dell’accentuazione delle diseguaglianze che si è verificata negli Usa: un fossato tra ricchi e resto della società di una profondità mai vista dagli anni Venti del Novecento.

E, mentre Barack Obama promette di dedicare ciò che resta della sua presidenza alla creazione di posti di lavoro e a ridare fiato a un ceto medio che sta scomparendo, Sidney Blumenthal spiega che i democratici imposteranno la campagna presidenziale del 2016 proprio sulle diseguaglianze.

Secondo il consigliere della Casa Bianca negli anni di Bill Clinton, che ora lavora al fianco di Hillary, la probabile candidata di quelle elezioni, il fronte progressista punterà proprio sulla battaglia contro le diseguaglianze in un’America sempre più divisa tra un ceto benestante e una società di massa a reddito medio-basso – o addirittura alle soglie dell’indigenza – senza più nulla in mezzo.

Negli Stati Uniti non è solo la sinistra a mettere sotto i riflettori la questione della crescente divaricazione tra ricchi e poveri: nelle librerie è appena arrivato Average is Over, un saggio di Tyler Cowen nel quale l’economista della George Mason University – geniale, provocatorio, di certo non progressista – disegna scenari futuri allarmanti nei quali i ceti intermedi, come suggerisce il titolo, scompaiono.

Più precisamente: si allarga sempre più il divario tra il 10-15 per cento della popolazione che, svolgendo professioni non intaccate dall’automazione o avendo imparato e dominare le macchine e a migliorarne il rendimento, vivrà in condizioni di grande benessere e tutti gli altri. Gli altri sono quelli che troveranno impieghi negli interstizi della società robotizzata o che svolgeranno lavori, come quelli degli infermieri, che le macchine non riescono a sostituire ma non richiedono una grande qualificazione.

Una grande massa di cittadini dovrà imparare a vivere in modo più austero. Un destino al quale, secondo Cowen, è inutile ribellarsi e col quale anche i meno fortunati impareranno a convivere, scoprendo che la frugalità ha anche aspetti positivi. Sarà una società diversa, sempre più meritocratica, anzi «ipermeritocratica», mentre la memoria del mezzo secolo di rapida crescita, welfare generoso e prosperità, in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale, si appannerà sempre più. Fino a quando quell’epoca sarà catalogata come una sorta di incidente della storia, felice ma insostenibile e quindi irripetibile.

Uno scenario cupo, che per fortuna altri analisti non condividono (non fino in fondo, almeno). Ma è un fatto che improvvisamente le voci un tempo isolate di chi da anni prevede una crescente polarizzazione dei redditi e una sostanziale sparizione del ceto medio, sono diventate mainstream in America. Com’è maturato questo cambiamento di prospettiva? E che tipo di risposte politiche possono essere elaborate, ammesso che in un campo come questo i governi abbiano significativi margini di manovra?

Fino a qualche tempo fa, l’opinione prevalente era che le difficoltà nelle quali si dibattono quasi tutti i Paesi industrializzati fossero legate, oltre che alla crisi finanziaria planetaria del 2008, a una globalizzazione che ha creato di certo nuove opportunità, ma ha anche provocato un trasferimento di ricchezza senza precedenti dall’Occidente ai Paesi emergenti, soprattutto quelli dell’Asia.

La tecnologia non aveva un ruolo centrale in queste analisi: la nuova economia digitale veniva vista come un fattore che da un lato crea problemi sociali quando i robot sostituiscono gli uomini, ma dall’altro aumenta l’efficienza del sistema, producendo nuova ricchezza e, quindi, maggiori occasioni di lavoro. In fondo, ragionavano i «tecno-ottimisti», nel 1790 il 93 per cento degli americani viveva di agricoltura. Duecento anni dopo, nel 1990, la quota dei contadini era scesa al 2 per cento, eppure gli Stati Uniti erano un Paese di incredibile prosperità, che aveva raggiunto il pieno impiego.

Meglio, quindi, non fasciarsi la testa: potremmo essere entrati in una nuova era di «distruzione creativa». Come quando il motore a vapore mandò in pensione il cavallo come mezzo di trasporto e l’economia che gli era cresciuta intorno. Ma il cavallo di ferro – la locomotiva con le sue reti ferroviarie e le fabbriche costruite vicino ai binari – ha alimentato una nuova e ben più vasta economia: lavori qualificati o umili ma comunque numerosi e pagati, in media, assai più di quelli dei braccianti agricoli.

Pian piano ci si è, però, resi conto che nell’epoca del rapido sviluppo delle tecnologie digitali, nei Paesi industrializzati il motore della creazione di posti di lavoro si è inceppato. È un dibattito che abbiamo raccontato nei mesi scorsi anche sulla «Lettura»: dalle analisi di Robert Gordon della Northwestern University (le tecnologie digitali, leggere e virtuali, non creano tanto lavoro quanto le rivoluzioni precedenti – vapore, elettricità, motore a scoppio – che hanno fatto nascere nuovi universi industriali) a Race Against the Machine, l’ormai celebre saggio di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee del Mit di Boston.

Negli ultimi mesi però sono emerse nuove analisi più focalizzate sugli effetti che la rivoluzione digitale sta avendo sulla distribuzione del reddito. Noah Smith, giovane economista della Michigan University e attivissimo blogger, ha concentrato la sua attenzione sul cambiamento della distribuzione del reddito tra capitale e lavoro in un saggio pubblicato da «The Atlantic»: «Durante quasi tutta la storia moderna i due terzi della ricchezza prodotta è servita per pagare i salari mentre il terzo rimanente è andato in dividendi, affitti e altri redditi da capitale».

Ma dal 2000 – quindi ben prima della crisi prodotta dal crollo di Wall Street del 2008 – le cose sono cambiate: «La quota del lavoro ha cominciato a calare stabilmente fino ad arrivare al 60 per cento, mentre i redditi da capitale sono cresciuti».

La causa, secondo Smith, va ricercata nella tecnologia: «In passato il progresso tecnico ha sempre aumentato le capacità dell’essere umano: un operaio con una motosega è più produttivo di uno che lavora con una sega a mano. Ma quell’era è passata. La nuova rivoluzione, quella dei computer e delle tecnologie digitali, riguarda le funzioni cognitive, non l’estensione delle capacità fisiche. E una volta che le capacità cognitive dell’uomo sono sostituite da una macchina, diventiamo obsoleti come i cavalli» nell’era del motore a vapore.

Ancora più interessante, forse, l’analisi di un altro docente del Mit di Boston, David Autor, dai cui studi emerge che i computer, capaci di sostituire anche lavoratori con mansioni piuttosto complesse, ma con una elevata componente di routine, lasciano all’uomo i mestieri non routinari che sono essenzialmente di due tipi: «In alto ci sono i lavori astratti, quelli che richiedono intuito, creatività, capacità di persuadere e risolvere problemi. Sono i lavori di manager, scienziati, medici, ingegneri, designer.

Dall’altro lato troviamo i lavori manuali che richiedono interazioni, capacità di adattamento e osservazione, saper riconoscere un linguaggio: preparare un pasto, guidare un camion in città, pulire una stanza d’albergo. Questi lavori non vengono sostituiti dai computer, ma non richiedendo grosse competenze professionali, in genere sono pagati poco. Meno di molti mestieri spariti con l’automazione.

Un processo tutt’altro che esaurito con i robot al lavoro nelle fabbriche di tutto il mondo che ormai si contano in milioni. Un recente e dettagliatissimo studio della Oxford University che ha esaminato in profondità, uno per uno, 72 settori produttivi, giunge alla conclusione che quasi la metà dei lavori ancora svolti dall’uomo (il 47 per cento, per la precisione) verrà prima o poi sostituito dalle macchine.

Più ottimista di Gordon, che teme un futuro di disoccupazione di massa, Autor pensa che il mercato del lavoro si allargherà comunque a nuove attività che oggi non immaginiamo: la computerizzazione della società potrebbe anche non ridurre il numero complessivo dei posti di lavoro, ma ne degraderà la qualità (e quindi il reddito). Le sue conclusioni, alla fine, non sono molto diverse da quelle di Cowen: crescente polarizzazione dei salari, divaricazione abissale tra le classi sociali.

Come evitare questa trappola? Dovrebbe essere questa la sfida alla quale i politici dedicano la maggiore attenzione. Invece, scrive sul «New York Times», Stephen King (il capo economista del gigante bancario Hsbc, non lo scrittore, anche se le sue analisi, ironizza qualche suo collega, sono da romanzi horror), «i governi si limitano a pregare perché arrivi una forte ripresa: preferiscono optare per l’illusione perché la realtà è troppo cupa».

Per adesso a «sporcarsi le mani» col tentativo di individuare soluzioni sono soprattutto gli economisti. Con risultati non entusiasmanti. Quelli di idee progressiste non credono che un aumento delle disparità sia alla lunga sostenibile e temono per la tenuta delle democrazie, a differenza di Cowen che prevede un adattamento all’ineluttabile in un mondo che non si ribellerà e, anzi, sarà sempre più conservatore (come conservatori sono, già oggi, gli Stati Usa più poveri, non i più ricchi).

Noah Smith vuole stimolare la moltiplicazione delle piccole aziende per rendere il maggior numero possibile di lavoratori imprenditori di se stessi e immagina un meccanismo di compensazione del trasferimento di ricchezza dalla manodopera alle imprese: un portafoglio di azioni di società quotate da consegnare a ogni cittadino al compimento del diciottesimo anno. Una sorta di polizza assicurativa per proteggere l’individuo dall’impatto dei robot sul mercato del lavoro.

Autor pensa, invece, ad uno sforzo per estendere il raggio dei mestieri che richiedono intuito e discrete capacità professionali – dall’infermiera capace anche di aggiornare la terapia di un diabetico agli idraulici e gli elettricisti capaci di ridisegnare una rete – in modo da ricreare uno spazio intermedio per un ceto di quelli che chiama i «nuovi artigiani».

Altri, come il tecnologo-visionario Jaron Lanier, pensano a una redistribuzione della ricchezza prodotta dalla civiltà di Big Data : i grandi gruppi dell’economia digitale, che mettono da parte ricchezze immense grazie alla loro capacità di accumulare e analizzare un volume enorme di informazioni, dovrebbero effettuare micropagamenti con meccanismi automatici a tutti noi quando utilizzano i dati che immettiamo in Rete.

Tutte idee intelligenti, che cercano di immaginare un riequilibrio basato, per quanto possibile, su meccanismi di mercato, ma che difficilmente possono essere risolutive. La sfida della politica è proprio questa: in fondo, quando mezzo secolo fa si immaginava un mondo nel quale avremmo lavorato poche ore alla settimana, si dava per scontato che le macchine avrebbero sostituito l’uomo, ma si pensava anche che dei frutti della loro maggior produttività avrebbero beneficiato più o meno tutti.

All’inizio del XXI secolo il problema è ancora quello: favorire una redistribuzione almeno parziale senza ricadere nel dirigismo e negli eccessi di statalismo le cui ustioni sono ben visibili sulla pelle delle società occidentali, specie quella italiana.

Massimo Gaggi per “La Lettura” del Corriere della Sera
Fonte: http://www.corriere.it
13.10.2013

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Come fare prigionieri i sudditi (nonostante la “democrazia”)

(nella foto immagine suggestiva di Fenestrelle)

A volte i difensori dello status quo si appellano alla “democrazia. La loro obiezione, alle nostre critiche, si può riassumere più o meno così: “beh, questo non sarà un granchè, ma è pur sempre il migliore dei sistemi possibili, perchè siamo in democrazia. Se uno vuole cambiare le cose, basta che si impegni, si faccia eleggere, e le cose cambieranno“. Avevo già risposto a questa obiezione in questo post (anche qui, a dire il vero). Poi l’invito a parlare ad un convegno mi ha dato l’opportunità di soiegare meglio.

Avevo detto altre volte che “il miglior travestimento, per una dittatura, è la democrazia, quando si controllano i mezzi di informazione”. Un po’ quello che ho scritto nella nota “la-storia-del-tiranno-cattivo-e-della-democrazia”.

Siccome questo è stato il tema del mio intervento all’incontro di Vigonovo, per chi lo volesse ascoltare lo linko qui sotto. Buon ascolto.

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Quando il fascismo giungerà in America, assumerà le fattezze della democrazia

Bertolt Brecht

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«Partiti e religioni spariranno». Il mondo secondo il guru di Grillo

maggio 25, 2012 Redazione

Chi è Gianroberto Casaleggio, l’uomo che ha convertito il comico alla religione del Web. Questo allucinante video lo spiega: «l’uomo unico proprietario del suo destino».

Di lui si parla come dell’eminenza grigia, il guru, che starebbe dietro le strategie web-politiche di Beppe Grillo. Non solo, ma anche, in termini più prosaici, come dell’uomo all’origine della lite con Federico Pizzarotti, neo sindaco di Parma.

Chi è Gianroberto Casaleggio, l’uomo che ha iniziato e convertito il comico alla religione della Rete? In un video rimasto in rete e da lui prodotto nel 2008, ne traiamo un ritratto alquanto angosciante. Si tratta di una allucinata premonizione di quel che accadrà nel mondo nei prossimi anni. Nel video, dopo una prima parte in cui si citano un po’ alla rinfusa Savonarola e impero romano, Rivoluzione francese e Mussolini, si arriva a predire che nel 2018 il mondo sarà diviso in due blocchi: Internet a Ovest e una dittatura a Est.

Nel 2020 ci sarà la Terza guerra mondiale, seguiranno catastrofi di tutti i tipi che ridurranno la popolazione mondiale a un miliardo di persone. Il petrolio non sarà più usato. Nel 2040 la democrazia vincerà perché la Rete trionferà: la Terra sarà divisa in comunità ambientaliste e ciascun uomo avrà la sua identità in un network sociale e mondiale chiamato Earthlink (se non sei in Earthlink non hai identità).

Nel 2050 un brain trust, un’intelligenza sociale collettiva, permetterà di risolvere ogni problema e nel 2054 si svolgeranno le prime elezioni mondiali in rete che porteranno al potere un governo mondiale chiamato Gaia. Le organizzazioni segrete saranno proibite e ogni uomo potrà diventare il presidente e il controllore delle azioni del governo attraverso la rete. In Gaia i partiti politici, le ideologie, le religioni spariranno e «l’uomo sarà l’unico proprietario del suo destino». «La conoscenza collettiva è la nuova politica», conclude il video.

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Rendita monetaria e democrazia

La rendita monetaria privata sulla moneta a corso legale per sovvertire la democrazia dal di dentro usurpandone la sovranittà: quanto durerà il trucco?

Popoli e Democrazia

Sempre più spesso si sente parlare di popoli colpevoli a vario titolo e grado di ciò che di nefasto combinano i governi. L’idea di massima è che i governi siano frutto della volontà popolare, e conseguentemente tutto ciò che succede al popolo è il risultato delle scelte operate dal popolo stesso.
Detta senza mezzi termini: mi sarei stancato di sentire addossare la colpa di un sistema politico iniquo e di un’offerta elettorale inconsistente al popolo. Si tratta ancora una volta del rovesciamento delle parti, dove il condannato al patibolo è sempre colpevole e quindi si merita il massimo della pena. Questo anche nei conclamati casi di dolo giudiziario, quando giudici e avvocati si sono preventivamente accordati sull’esito di un processo viziato da prove false ed argomentazioni fallaci.

Il grande vantaggio che la democrazia offre a chi governa è che alla fine la responsabilità di ogni misfatto ricade sempre sulle spalle del popolo: se vota chi lo rovina è colpa sua e se non si ribella a chi lo rovina è ancora colpa sua. La società democratica sancisce la fine dell’identificazione univoca dei responsabili delle miserie del popolo e la possibilità di rovesciamenti sociali. La ghigliottina arrivò per Luigi XVI, ma non arriverà per nessun democrate che ruota secondo il noto principio delle revolving doors da una posizione di potere all’altra senza soluzione di continuità (da Goldman-Sachs a capo del governo, nel caso di Monti), lasciando comunque inalterati gli equilibri (o più correttamente gli squilibri) di potere e quindi senza possibilità alcuna di intervento i cittadini, degradati a ruolo di semplici vittime sacrificali da offrire al dio Democrazia. Se tracciando una croce su una prevedibile cartella elettorale (dove sono significativamente presenti quelle forze politiche che sostengono il sistema vigente mentre sono tipicamente assenti quei partiti che invece lo vogliono cambiare) il cittadino-elettore si rende responsabile del misfatto, non tracciandola e rifiutandosi di partecipare si rende doppiamente responsabile: di non tentare il cambiamento e di boicottare l’applicazione del principio democratico di una testa un voto, frutto di elaborazioni politiche che dalla polis greca fino ad oggi hanno prodotto un sistema capace di garantire il massimo dell’espressione popolare. O, per dirla alla Winston Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

Cornuti e mazziati…

Quando le cose vanno male ci pensa poi a sistemarle il personaggio che di volta in volta esce dalla revolving door con messaggi (e conseguenti leggi) di messianica salvezza. Ma qui verrebbe da chiedersi perchè mai un popolo che è autore del proprio destino voglia far andare le cose male, dato che quando “le cose vanno male” non vanno mai male per le elites, vanno male solo per il popolo.

La democrazia rappresenta così il perfetto crimine sociale: lascia intravvedere quelle possibilità teoriche che in pratica vengono negate. Diventa la targa dell’auto che cambia in continuazione impedendo di individuare i veri colpevoli, i pirati della strada che investono i passanti: l’auto è sempre la stessa ma cambiano guidatore e riferimenti esterni. Risolvere il crimine diventa un compito così affannosamente complicato da scoraggiare anche i più volonterosi. Quando gli investigatori alla fine arrivano a qualche conclusione è già troppo tardi: tanto guidatore che targa sono diversi, e quello che possono fare è tentare di incriminare un vecchio guidatore mentre l’auto continua, con nuovi guidatori e targhe, a mietere nuove vittime. In democrazia è molto difficile identificare il responsabile dei crimini sociali, e quando ciò avviene, è quasi sempre fuori tempo massimo.

Mentre il vero colpevole la passa sempre liscia grazie alla turnazione (le revolving door cui accennavo) e ad un costante rimpallo di responsabilità (ogni vertice politico ha il compito istituzionale di accusare il vertice precedente per come è ridotto il Paese), la colpa di tutti i disastri viene addossata al popolo, responsabile della presenza in cabina elettorale che legalizza i vertici politici stessi. L’argomento è perfettamente circolare: ai cittadini viene inculcata l’idea che questo sia il migliore sistema politico di sempre e viene chiesto loro di sostenerlo con il voto dato a quel partito che meglio rappresenta la loro idea di società. Partito che potrebbe non esistere, e questo fatto non ha l’autorità di obbligarci a cambiare l’idea su quanto poco perfetta possa essere la democrazia rappresentativa. La storia occidentale dimostra come sia estremamente improbabile che una forza politica interessata a dare voce ai cittadini possa realizzare democraticamente il cambiamento necessario (ovvero conquistare il potere e gestirlo autonomamente), stritolato com’è dagli interessi delle lobbies, da ingerenze di vario tipo e da una imponente sistema mediatico-propagandistico.

Sistema mediatico che ha lo scopo non dichiarato di spostare, attraverso il sapiente uso di leve, la convinzione delle persone e quindi il peso elettorale. Uno dei recenti episodi maggiormente significativi in tal senso è il referendum irlandese del 2008 (sul Trattato di Lisbona) dal quale emerse una chiara indicazione, frutto di una altrettanto chiara volontà popolare. Ma così mal digerita dalle lobbies di Bruxelles da mettere in moto la macchina propagandistica pro-UE fino a far stravolgere il risultato con il secondo referendum del 2009.

Viene quindi da chiedere: ma quale fu vera volontà popolare? Quella del 2008 o quella del 2009? Perchè un risultato acquisito democraticamente deve essere messo in discussione solo se non è conforme ai voleri delle lobbies europeiste? Quale conclusione ne deve trarre il cittadino relativamente al valore del proprio impegno?

Quello che appare chiaro è che a meno che l’esito della consultazione democratica non sia in linea con le aspettative delle solite elites, il valore della medesima viene fortemente criticato e quindi ridimensionato. Ma allora dove sarebbero i vantaggi della democrazia rispetto ad una tirannia?

Ovviamente la democrazia mette in pessima luce tutto ciò che dista dal sistema democratico, trasferendo le tragedie che le sono proprie nei sistemi politici avversi. Così le dittature di Saddam o Gheddafi erano intollerabili perchè non venivano garantiti quei metodi di consultazione democratica usati, ad esempio, nei referendum irlandesi. Mancanza di democrazia, quindi colpa grave. Una volta poi subentrata alla loro dittatura, la democrazia ha svelato il terribile fondamento su cui si basa: tre lupi ed un agnello che democraticamente decidono cosa mangiare per cena.

“La differenza tra democrazia e dittatura è che mentre in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non si perde tempo con il voto”

Charles Bukowski

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I PERICOLI PER LA DEMOCRAZIA

Tocqueville e la tirannia della maggioranza

«Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’ importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge». È la posizione del liberale francese Alexis de Tocqueville (nell’ immagine), che nell’ Ottocento studiò l’ equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico nel saggio La democrazia in America, scritto fra il 1832 e il 1840, diventato uno dei testi alla base del pensiero politico occidentale. Per Tocqueville la democrazia è l’ eguaglianza delle condizioni (che in America è rappresentata dalla condizione di «primigenia» parità tra i coloni arrivati dall’ Europa nel Seicento). Ma l’altra faccia di un regime democratico, che promette una partecipazione di tutti alla vita pubblica, è il rischio costante della «tirannide della maggioranza», poiché quando si mette in pratica l’ ideale egualitario si ottiene una sorta di livellamento che tende a sfociare nel dispotismo e dunque nella negazione della libertà. «Vedo chiaramente nell’ eguaglianza due tendenze – spiega Tocqueville nel suo saggio -: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’ altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere».

Pagina 6
(12 marzo 2005) – Corriere della Sera

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ALEXIS DE TOCQUEVILLE

A cura di Diego Fusaro

Non c’è al mondo filosofo tanto eccelso che non creda a una miriade di cose sulla fede di altri, e che non supponga più verità di quante non ne stabilisca. “(La democrazia in America, libro II, parte I, cap.2)

“Vedo chiaramente nell’eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge”. Sono parole di Alexis Clérel de Tocqueville (1805-1859), il saggista francese che conquistò la fama con due opere che, ciascuna nel suo genere, sono rimaste esemplari: “La democrazia in America” , scritta fra il 1832 e il 1840 e tuttora fondamentale per la comprensione dell’ideologia e della vita sociale degli Stati Uniti, e “L’antico regime e la Rivoluzione” , il volume pubblicato nel 1856, che trasformò radicalmente i criteri interpretativi della Rivoluzione francese. Diverse per il soggetto, le due opere principali di Tocqueville sono legate fra loro dalla visione politica dell’autore, che fu un liberale incline alla democrazia e, nello stesso tempo, un critico acuto e profondo dei mali di questa. Il problema dell’equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico (lo Stato di massa, si direbbe oggi), che egli studiò negli Stati Uniti e vide formarsi nell’Europa del suo tempo, è ora il problema di tutto il mondo occidentale. In Italia sono stati tradotti recentemente due libri che hanno acuito nuovamente l’interesse per questo genio della storiografia e della sociologia politica, seppure quest’ultima, ai suoi tempi, non esistesse ancora come scienza a se stante. Sono gli Scritti, note e discorsi politici 1839-1852 (Bollati Boringhieri, con un saggio di Umberto Coldagelli); e la biografia scritta da André Jardin, Alexis de Tocqueville (Jaca Book). Si è così riacceso il dibattito: quasi tutti ormai si dichiarano liberal-democratici e Tocqueville sembra essere il loro antesignano o, meglio, un liberale portato all’estensione dei principi liberali a tutti, quindi incline alla democrazia; ma, nello stesso tempo, Tocqueville è un critico acuto e preveggente dei mali democratici. Il brano riportato in principio d’articolo de La democrazia in America mette a fuoco la posizione di Tocqueville di fronte all’eguaglianza. Questo aristocratico era convinto, a differenza di tanti borghesi liberali, che la Rivoluzione avesse abbattuto il principio della libertà come privilegio di un’altra classe, ma per sancire il diritto di tutti alla stessa dignità umana. Lo Stato non era più concepibile senza libertà né la libertà senza l’eguaglianza. Ma Tocqueville era troppo intelligente per credere all’eguaglianza come realtà di fatto e non come ideale morale e come condizione giuridica; e se comprese che il garantismo oligarchico non esauriva le immense possibilità del liberismo, comprese pure che l’ideale democratico della sovranità conteneva il pericolo della dittatura della maggioranza o, peggio, di una tirannia in nome del popolo, purché questo delegasse il potere, o se lo lasciasse strappare. Andando in America nel 1831, Tocqueville ci vide qualcosa di più che l’America stessa, ci vide l’immagine della democrazia quale si stava formando anche in Europa. Negli Stati Uniti, insieme agli aspetti positivi della democrazia, notò anche, già operanti, i difetti dell’eguaglianza e della sovranità popolare. Il diritto della maggioranza a governare, egli scrive, le dà “un immenso potere di fatto e un potere d’opinione e nulla più, delle contee e degli Stati, dall’indipendenza della magistratura e dalla sua altrettanto grande mobilità” i cui effetti negativi sono l’instabilità governativa, l’onnipotenza dei governi, la scarsa garanzia contro gli abusi (perché l’opinione pubblica forma la maggioranza, il corpo legislativo la rappresenta e il potere esecutivo ne è lo strumento); e anche l’amore per il benessere, l’accentramento del potere, il conformismo: “Non conosco un paese dove regni meno l’indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America… Il padrone non vi dice più: “pensate come me o morrete”; ma dice: “siete libero di non pensare come me; la vostra vita, i vostri beni, tutto vi resterà, ma da questo istante siete uno straniero fra noi”. Dalla visione dell’America contemporanea dedusse un’agghiacciante ed esatta previsione del mondo futuro: “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?”. Triste e veritiera profezia: l’Europa del Novecento ha conosciuto e conosce queste tirannie, e anche i paesi che si credono liberi ogni giorno sprofondano sempre più nelle sabbie mobili, stranamente allettevoli, del paternalismo autoritario che nasce dalla stessa democrazia. Come non pensare, oggi, ai meschini piaceri della Tv e del fanatismo sportivo? Nell’America del suo tempo, Tocqueville vide che le garanzie contro la “tirannia della maggioranza” erano costituite da diversi fattori. Innanzi tutto, la tradizione protestante-puritana dava all’individuo la certezza del suo valore assoluto come persona, dotata di diritti inalienabili e fonte di ogni rapporto sociale. Questa consapevolezza individualistica era aiutata dal decentramento amministrativo dal moltiplicarsi delle autorità e delle associazioni locali, dall’autonomia dei municautorità sul potere politico: un’autorità costituita dal diritto di dichiarare incostituzionali le leggi, dalla diffusione dello spirito giuridico, dovuta anche all’istituto della giuria estesa agli affari penali, e della giuria estesa agli affari civili, e dalla libertà di stampa, giudicata “infinitamente preziosa”. Ma soprattutto l’esperienza americana l’aveva convinto, contro la tesi dell’Illuminismo, della stretta dipendenza del concetto di libertà dalla “rivoluzione cristiana”: “Dubito che l’uomo – scriveva Tocqueville – possa sopportare insieme una completa indipendenza religiosa e una libertà politica senza limiti; sono anzi portato a pensare che, se non ha fede, sia condannato a servire e, se è libero, non possa non credere”. Per queste ragioni, l’America presentò a Tocqueville un equilibrio fra la fonte democratica del potere e il suo esercizio liberale, un equilibrio che egli intuì mancante all’Europa, anche per effetto della Rivoluzione francese. Si rivolse quindi allo studio di questa, ed ebbe la conferma di ciò che aveva scritto nell'”Introduzione” e La democrazia in America: la tendenza all’eguaglianza delle condizioni si era manifestata in Europa, e specialmente in Francia, già nel Medio Evo ed era progredita in modo formidabile negli ultimi tempi della monarchia francese. Così, sviluppando ne L’antico regime e la Rivoluzione i concetti espressi in uno studio pubblicato su una rivista inglese nel 1836, Tocqueville, contro tutti gli storici del suo tempo, quali che fossero le loro tendenze, mise in luce per la prima volta che la Rivoluzione non era stata una “catastrofe” radicalmente innovatrice che, operando un capovolgimento del mondo, avesse creato una realtà totalmente nuova: la Rivoluzione fu il logico proseguimento di un’evoluzione in corso da secoli, che tendeva a sostituire uno Stato fondato sull’eguaglianza e amministrato con uniformità dal centro a uno Stato fondato sul privilegio e la cui amministrazione era frazionata fra i feudatari, l’anzianità, la forza, gli stessi successi che la tendenza egualitaria e accentratrice aveva conseguito prima dell’89 spiegano perché questa tendenza prevalesse, durante e dopo la Rivoluzione, sull’orientamento liberale, più recente e meno diffuso. Quindi, anche in Francia, anche in Europa, il problema della democrazia è lo stesso che in America: La sopravvivenza della sua forma liberale è connessa più con l’educazione alla libertà e con le garanzie per l’autonomia dell’individuo che con la difesa della mera eguaglianza. È facile essere eguali nella servitù, più difficile, ma necessario, essere liberi nell’eguaglianza. Sui due volumi sulla “Democrazia in America” gli studiosi del più grande pensatore politico dell’800 (il giudizio è di Aron) da tempo ritengono che si tratti di due opere sostanzialmente diverse: la prima dedicata alla felice congiunzione, oltre Atlantico, della democrazia con il liberalismo; la seconda ai pericoli che uno Stato sociale, caratterizzato dall’eguaglianza delle condizioni, comporta soprattutto sul piano culturale e antropologico. De Sanctis è tra i pochi studiosi italiani che si siano cimentati nel compito di decifrare il mistero Tocqueville. Dietro la limpida scrittura dell’aristocratico francese, infatti, emergono ripensamenti e contraddizioni insiti nell’oggetto stesso della sua ricerca: la democrazia nei suoi rapporti con la rivoluzione, con la tradizione, con le istituzioni, con i costumi. “Soltanto in un’epoca in cui tutto vacilla”, rileva De Sanctis, possiamo comprendere il pathos della democrazia del 1840, la sua prefigurazione di “una società democratica in cui prevale una condizione umana atomizzata dall'”individualismo” ed estraniata dalla politica”. Tocqueville nella Democrazia dei moderni non teme l’anarchia, le grandi passioni collettive, la tirannia della maggioranza ma, al contrario, l’apatia, l’irresponsabilità individuale, la rinuncia alla politica e l’affidamento della res publica a un potere “onnisciente e dirigista”. Di qui il drammatico appello a riscoprire l’arte difficile dell’associazione. Scrive de Tocqueville: “ gli Americani di tutte le età, condizioni e tendenze si associano di continuo. Non soltanto possiedono associazioni commerciali e industriali, di cui tutti fanno parte, ne hanno anche di mille altre specie: religiose, morali, gravi e futili, generali e specifiche, vastissime e ristrette. Gli Americani si associano per fare feste, fondare seminari, costruire alberghi, innalzare chiese, diffondere libri, inviare missionari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni, scuole. Dappertutto, ove alla testa di una nuova istituzione vedete, in Francia, il governo (…), state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione “. Così de Tocqueville, ne “La democrazia in America”, descrive il funzionamento, nella vita sociale, di quel principio che in seguito verrà chiamato “principio di sussidiarietà”. De Tocqueville ripercorre il senso della nascita di una maggioranza: “ la maggioranza è come una giuria incaricata di rappresentare tutta la società e applicare la giustizia che è la società “. E’ molto significativo il richiamo costante al rapporto fra attività di governo con un principio generale di giustizia: “ esiste una legge generale che è stata fatta, o perlomeno adottata, non solo dalla maggioranza di questo o di quel periodo, ma dalla maggioranza di tutti gli uomini. Questa legge è la giustizia “. E l’appello a considerare ” un potere sociale superiore “, che è poi il potere sovrano del popolo. Il richiamo a questo principio fondamentale di ogni forma di governo si apre nella forma democratica a ” qualche ostacolo che possa… dare il tempo per moderare ” il potere della maggioranza. L’ostacolo o opposizione è quindi strumento di “moderazione”, ha uno scopo sociale pari a quello della stessa maggioranza, in sintesi deve specchiarsi anch’esso in quello spirito di giustizia che sovrasta e “governa” tutta la società. L’opposizione è quindi un momento costruttivo della democrazia, perché elimina ogni rischio di tirannide, ma proprio per questa funzione deve affiancare la maggioranza in una forma di garanzia, non di ostilità. Lo strapotere della maggioranza è sempre pericoloso, ma altrettanto è il non armonizzare elementi omogenei: ” quando una società giunge ad avere veramente un governo misto, vale a dire esattamente diviso fra principi contrari, essa entra in rivoluzione o si dissolve “. Il de Tocqueville non ci ha lasciato nessuna indicazione sull’eventualità che sia l’opposizione a essere rappresentativa di una congerie di princìpi contrari e se, così mista, possa svolgere questo ruolo di garanzia della democrazia. E’ certamente un tema su cui riflettere, soprattutto quando una società sta percorrendo una via di mutamenti molto significativi che si propongono in tempi rapidi. Saggezza imporrebbe che le preoccupazioni espresse da de Tocqueville fossero presenti per raggiungere quell’equilibrio così sintetizzato per un buon governo: “ un corpo legislativo composto in modo tale che esso rappresenti la maggioranza senza essere necessariamente schiavo delle sue passioni; un potere esecutivo che abbia una forza propria e un potere giudiziario, indipendente dagli altri due poteri; avrete allora un governo democratico, ma non vi sarà più pericolo di tirannide “.

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Leggiamo i classici: la tirannia della maggioranza per Alexis de Tocqueville

Scritto da: – sabato 17 ottobre 2009
Leggiamo i classici: la tirannia della maggioranza per Alexis de Tocqueville

“Io considero empia e detestabile questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto; tuttavia pongo nella volontà della maggioranza l’origine di tutti i poteri. Sono forse in contraddizione con me stesso?

Esiste una legge generale che è stata fatta, o perlomeno adottata, non solo dalla maggioranza di questo o quel popolo, ma dalla maggioranza di tutti gli uomini. Questa è la giustizia. La giustizia è dunque il limite del diritto di ogni popolo.

Una maggioranza è come una giuria incaricata di rappresentare tutta la società e applicare la giustizia che è la sua legge. La giuria rappresenta la società; deve essa avere più potenza della società stessa di cui applica le leggi?

Quando dunque io rifiuto di obbedire ad una legge ingiusta, non nego affatto alla maggioranza il diritto di comandare: soltanto mi appello non più alla sovranità del popolo ma a quella del genere umano.Vi sono alcuni i quali osano dire che un popolo, negli oggetti che interessano lui solo, non può uscire interamente dai limiti della giustizia e della ragione e che quindi non si deve avere paura di dare ogni potere alla maggioranza che lo rappresenta. Ma questo è un linguaggio da schiavi.

Cosa è mai la maggioranza, presa in corpo, se non un individuo che ha opinioni e spesso interessi contrari ad un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se voi ammettete che un uomo fornito di tutto il potere può abusarne contro i suoi avversari, perchè non ammettete ciò anche per la maggioranza? Gli uomini, riunendosi, mutano forse di carattere? Divenendo più forti, divengono anche più pazienti di fronte agli ostacoli? Per parte mia, non posso crederlo; e non vorrei che il potere di fare tutto, che rifiuto ad un uomo solo, fosse accordato a parecchi.

[…]

Supponete, al contrario, un potere legislativo composto in modo tale che esso rappresenti la maggioranza senza essere necessariamente lo schiavo delle sue passioni; un potere esecutivo che abbia una forza propria e un potere giudiziario indipendente dagli altri due poteri; avrete ancora un governo democratico, ma non vi sarà più pericolo di tirannide”.

Alexis de Tocqueville, La democrazia in America (1835-1840), trad. it., Cap. V, Milano 1999, pp. 257 ss.

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Il filosofo liberale francese

Alexis de Tocqueville, French political thinke...Alexis de Tocqueville, French political thinker and historian. (Photo credit: Wikipedia)

Alexis de Tocqueville, già nell’ottocento, scrisse un libro nel quale dibatteva sui vari risvolti della democrazia in America. Da quanto leggo su Wikipedia, alla voce: la democrazia in America, secondo Tocqueville, “la democrazia in America,aveva alcune potenziali debolezze: il dispotismo popolare, la tirannia della maggioranza, l’assenza di libertà intellettuale, ciò che gli sembra degradare l’amministrazione e favorire il crollo della politica pubblica di assistenza ai più deboli, dell’educazione e delle lettere. Il libro predice anche la violenza tra i partiti politici ed il fatto che gli incoscienti giudichino i saggi“.

In effetti, in democrazia maggioritaria, comanda la maggioranza sulla minoranza. La maggioranza può trasformarsi in un potere dispotico e tirannico, arrivando a sopprimere anche le libertà individuali, se il suo potere non viene in qualche modo controbilanciato o limitato.

Democrazia, significa “potere al popolo”, significa conferire al popolo la sovranità e il potere di governare. Sarebbe ora interessante chiedersi se la democrazia è populista. Sì, la democrazia è populista. Un democratico non può non essere populista, perché il termine populismo significa, secondo il dizionario Zingarelli: “Ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale“.

Dare il potere e la sovranità al popolo equivale a considerare il popolo come un modello etico e sociale, equivale a vedere nel popolo qualcosa di positivo di cui fidarsi, altrimenti il potere non glielo dai. Ma populismo, in termini spregiativi, significa anche “Atteggiamento che mira ad accattivarsi il favore popolare mediante proposte demagogiche, di facile presa“. Anche secondo questa definizione, la democrazia, mettendo il potere nelle mani del popolo, può essere vista come un atteggiamento demagogico e di facile presa che mira ad accattivarsi il favore del popolo. Io ti do il potere se tu mi dai il voto, quello è il ricatto populista.

Del resto, demagogia e democrazia poggiamo sul comune denominatore della parola latina “demo” che significa popolo.

Alla luce delle definizioni di “democrazia” e “populismo” possiamo quindi concludere che un ordinamento sociale democratico è populista.

Non comprendo, quindi, come mai un candidato politico democratico come Mario Monti e che io stimo, si schieri contro ogni forma di populismo, da come si legge nelle prime pagine della sua agenda elettorale. Schierarsi contro il populismo significa implicitamente schierarsi anche contro la democrazia, perché la democrazia è una forma di populismo.

Dal mio punto di vista non si può essere democratici e nello stesso tempo definirsi antipopulisti, contro il populismo. Se sei contro ogni forma di populismo, il buon senso vuole che il potere, il governo e la sovranità al popolo non glieli dai e quindi non puoi essere democratico. Tuttavia non vale il contrario: il populismo non è detto che sia democratico. Il populismo può arrivare a proteggere il popolo, a difenderlo, a valorizzarlo, ma a non dargli il potere e la sovranità. Si può essere populisti ma non democratici.

Io non ho problemi a definirmi, politicamente parlando, un populista democratico. Vedere nel popolo un modello etico e sociale da valorizzare e costruire, democratico, dove per democratico non intendo la democrazia maggioritaria, ma la democrazia diretta orizzontale dove ognuno vale uno, come afferma Beppe Grillo, equivale a dire, con parole diverse, che la mia libertà si ferma dove inizia la tua libertà e che la tua libertà si ferma dove inizia la mia libertà.

La democrazia maggioritaria, la democrazia rappresentativa per delega, dove uno vale 10, 100, 1000, ecc. invece può essere pericolosa perché può trasformarsi in tirannide e dispotismo a danno delle libertà individuali. In questi termini ha senso schierarsi contro il populismo. Là, dove il populismo arriva a mettere nelle mani della maggioranza del popolo rappresentato da una élite parlamentare, un potere e una sovranità che può ritorcersi contro lo stesso popolo e la sua libertà, allora ha senso schierarsi contro il populismo. Ma a quel punto ci si dovrebbe schierare anche contro la democrazia rappresentativa maggioritaria che sta alla base della nostra civiltà occidentale.

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Le correzioni di Tocqueville ai difetti della democrazia

IL NOME di Tocqueville echeggia raramente nel dibattito pubblico, oltre la stretta cerchia dell’ accademia. è stato evocato di recente quando, con riguardo alla vita politica del nostro Paese, è stata lanciata l’ accusa di dittatura della maggioranza. Qualcuno si è risentito e qualche esperto ha tirato fuori della polvere la citazione: no, non di un insulto ma di un’ espressione scientifica si è trattato. Nel capitolo VII della seconda parte del I volume de La Democrazia in America si parla in effetti della “tirannia della maggioranza”: «Considero empia e detestabile la massima che in politica la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto; e tuttavia ritengo che l’ origine del potere sia da porre nella volontà della maggioranza. V’ è forse contraddizione tra queste due proposizioni?». Una contraddizione feconda, ma, per l’ abitudine di stare alla frasetta, tutto è finito lì. Tocqueville non è mai stato un autore popolare, in Italia meno che altrove. Pur essendo uno scrittore politico tra i più ammirati, oggetto di studi crescenti, non è mai esistito, né mai esisterà un “tocquevillismo”. Il suo pensiero non è adatto a creare un movimento per la semplice ragione che è un pensiero critico, privo di parole d’ ordine. è un pregio per chi vuole pensare, un limite per chi ha voglia di agire senza pensare. A differenza dei contemporanei, ai quali è stato spesso paragonato, per somiglianza o differenza – Guizot, Stuart Mill, Constant, Marx – egli rifletteva su realtà osservate direttamente, per comprenderle nelle cause e negli sviluppi, non su teorie da altri elaborate, per elaborarne a sua volta di altre. La realtà, in lui, è in primo piano; negli altri, è filtrata e, in certa misura, nascosta dalle teorie, scambiate per realtà. Per questo, Tocqueville è tanto più fresco, vivo e piacevole. Leggeva poco e osservava molto, invece di leggere molto e osservare poco. Secondo Sainte-Beuve, «Tocqueville cominciò a pensare quando non aveva ancora imparato nulla», nel senso di imparato dai libri. è frequente il collegamento con Montesquieu. Ma Montesquieu era pur sempre un sistematico che, classificando il mondo, lo spiegava. Nella prefazione allo Spirito delle leggi sta scritto: «Ho posto i principi e ho visto i casi particolari piegarvisi come da soli, le storie delle nazioni tutte non esserne che il seguito e ogni legge particolare collegata o dipendente da un’ altra più generale». Beato lui, si vorrebbe dire. Tocqueville non ha un metodo particolare; si dimentica perfino di chiarire i suoi concetti. Della libertà, programma della sua vita, manca una definizione. Libertà naturale o civile, degli antichi o dei moderni, politica o sociale, libero arbitrio o adesione alla natura: nulla di tutto questo. Al più, può dirsi che la sua libertà è energia che spiana la strada, abbatte ostacoli, da privilegio di pochi si trasforma in diritto di tutti, generando così uguaglianza. E dall’ uguaglianza, democrazia. Ma anche di queste impervie nozioni cercheremmo invano una definizione. Contrariamente a un’ idea corrente, Tocqueville non è principalmente un difensore della libertà ottocentesca contro la minaccia della democrazia incipiente. Questa interpretazione lo ascriverebbe a torto a quel circolo conservatore di “dottrinari” che era il depositario della cultura politica ufficiale della Monarchia di Luglio. Da questi, egli volle sempre distinguersi culturalmente e politicamente, fino a formulare nei loro confronti l’ accusa di «languore, impotenza, immobilità» e a considerarli responsabili della corruzione dello spirito pubblico, della conseguente esplosione rivoluzionaria del 1848 e dell’ ascesa al potere del secondo Napoleone, presidente prima, imperatore poi. In una lettera del 1835, di cui conviene riportare un passo, così chiarisce la sua posizione che è anche l’ intento della sua grande inchiesta americana: «Agli uomini per i quali la parola “democrazia” è sinonimo di rivoluzione, anarchia, distruzioni, stragi, ho tentato di dimostrare che la democrazia poteva governare la società rispettando le fortune, riconoscendo i diritti, risparmiando la libertà, onorando la fede; che se il governo democratico sviluppava meno di altri talune belle facoltà dell’ animo umano (rispetto al governo aristocratico), recava tuttavia benefici grandi; e che, forse, la volontà di Dio era di diffondere una felicità parimenti mediana per tutti, e non di rendere alcuni estremamente felici e pochi soltanto quasi perfetti. Ho inteso anche ricordare loro che, quale che fosse l’ opinione di ognuno a tal riguardo, non era più tempo di deliberare, poiché la società si veniva sviluppando in una certa direzione e li trascinava con sé, tutti, verso l’ uguaglianza di condizioni, sì che non restava da far altro che scegliere tra mali inevitabili. Il nostro problema, oggi, non è affatto di sapere se si può instaurare un regime democratico o un regime aristocratico, ma di scegliere tra una società democratica che progredisca senza grandezza ma con ordine e moralità, e una democrazia disordinata e depravata, in preda a furori frenetici o sottoposta a un giogo più greve di tutti quelli che hanno oppresso gli uomini dalla caduta dell’ Impero romano fino a oggi». Questo non è certo il programma di un rivoluzionario, ma nemmeno quello di un conservatore. La democrazia, terrore o speranza di quel tempo, non solo è accettata ma è anche proposta all’ accettazione generale. Si tratta a) di prendere atto della sua ineluttabilità, b) di rendersi conto del bene (la libertà e l’ uguaglianza) e del male (il dispotismo della maggioranza, per l’ appunto) che ne possono venire e c) preparare le condizioni per promuovere il bene e scongiurare il male: intenti che restano fermi in tutta la vita di Tocqueville, con accenti che cambiano sotto l’ influenza degli eventi della storia politica della Francia, dalla Restaurazione al II Impero. a) Ineluttabilità storica. La linea principale di sviluppo delle società europee od originate dall’ Europa, come quella americana, nella visione di Tocqueville è lineare e priva di contrasti. L’ opposizione con il quadro complicato e tumultuoso che si legge nella Storia generale della civilizzazione in Europa dalla caduta dell’ impero romano alla rivoluzione del 1789 di Guizot (1828) è frontale. Ma proprio la semplicità gli fornisce la base per affermazioni forti, prive di incertezze: «Se si scorrono le pagine della nostra storia, si può dire che non si incontra un solo avvenimento di qualche importanza [le crociate, le guerre di religione, i comuni, le armi da fuoco, la funzione politica del clero, la stampa, i servizi postali, la ricchezza mobiliare, l’ industria e il commercio, le conquiste della scienza, il protestantesimo, la scoperta dell’ America…] che, in questi settecento anni, non si sia risolto a favore dell’ uguaglianza sociale, cioè a favore della causa della democrazia». è un moto provvidenziale che ha distrutto o sta distruggendo l’ aristocrazia. Gli uomini non sono che “ciechi strumenti nelle mani di Dio”. «Sarebbe saggio credere che un movimento sociale che viene da così lontano potrà essere sospeso dagli sforzi di una generazione? Può pensarsi che dopo aver distrutto la feudalità e vinto i re, la democrazia indietreggerà davanti ai ricchi e ai borghesi? Si fermerà ora, che è diventata così forte e i suoi avversari così deboli?». Il movimento è grandioso, irresistibile e la sua vista, mentre in certi momenti apre il cuore e la mente alla speranza di una società, magari meno eroica, ma più moderata e giusta, in altri genera paura. In ogni caso, è impossibile non esserne presi, farsi da parte. b) Minacce di degenerazione. Tocqueville vede l’ America puritana, che ha rotto con le stratificazioni aristocratiche d’ Europa, come un vasto laboratorio sociale della libertà e della democrazia in una terra dai grandi spazi e dalle grandi ricchezze, generate dal loro “punto di partenza”: quell’ uguaglianza delle condizioni che esercita una «prodigiosa influenza sull’ andamento della società, dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi principi, ai governati abitudini particolari, crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente». In questo laboratorio, gli appare il lato oscuro e minaccioso della società ugualitaria di massa che va costruendosi, l’ ambivalenza dei fattori costitutivi della libertà e della democrazia americana: sovranità popolare senza altra base che l’ interesse economico, nuove e più odiose oligarchie basate sul puro denaro, centralizzazione, dispotismo della maggioranza, mancanza di freni, assorbimento dell’ individuo in un mite provvidenzialismo, in un assoluto, insinuante, regolatore e preveggente paternalismo senza libertà né responsabilità, mutazione del popolo in gregge (“gregge”, parola che crea un ponte con le parallele diagnosi di Dostoevskij sulla sorte delle società occidentali). Tocqueville scriveva dell’ America ma pensasse innanzitutto all’ Europa e, in particolare, alla Francia del suo tempo. Non vediamo in queste denunce il riflesso della cecità egoista della società di proprietari del tempo di Luigi Filippo, l’ intuizione dell’ imminente scossa rivoluzionaria del ’48 («il vulcano sul cui orlo siamo assopiti») e il presagio della restaurazione autoritaria bonapartista? «Tutto il mio libro è stato scritto sotto l’ impressione di una specie di terrore religioso, sorto nella mia anima alla vista di questa rivoluzione irresistibile, che progredisce da tanti secoli, sormontando qualsiasi ostacolo, e che ancor oggi avanza in mezzo alle rovine che essa stessa produce». Ma «Dio prepara alle società europee un avvenire più stabile e più calmo; non conosco i suoi disegni, ma non cesserò di credervi, dal momento che non posso penetrarli, e preferisco dubitare della mia intelligenza piuttosto che della sua giustizia». c) Responsabilità. Qui c’ è il tratto caratteristico di Tocqueville, critico della democrazia non per rifiutarla ma per bene impostarla, tratto che lo rende tanto più utile e attraente di tanta letteratura sulla decadenza dell’ occidente, «calda di sincerità e di affetti umani» (secondo l’ espressione ironica di Vittorio Foa nelle sue Lettere) come quella che, pur seducente, coscientemente o incoscientemente, qualche decennio dopo preparerà gli spiriti alla distruzione della democrazia. Ortega y Gasset, con la Ribellione delle masse; Huizinga, con la Crisi della civiltà; Spengler, col Tramonto dell’ Occidente, sono solo qualche eterogeneo esempio di aristocratica nostalgia, malinconia, rassegnazione, o partecipazione alla distruzione. Tocqueville non è, a differenza di questi, un pessimista antropologico, come dimostrano le sue lettere a Gobineau, il teorico della disuguaglianza razzista: «Ai miei occhi – scrive Tocqueville – le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà». La soluzione, dunque, non è la soppressione della democrazia, ma la difesa e la diffusione della libertà. Nella Prefazione all’ Antico regime e la Rivoluzione, la sua opera più tarda, scrive: «Non temo affatto di affermare che il livello medio degli animi e delle menti non cesserà di degradarsi fino a quando uguaglianza e dispotismo procederanno insieme». Qui è contenuto tutto il suo programma: contro uguaglianza e dispotismo, uguaglianza e libertà. La società francese prodotta dalla Rivoluzione, secondo la sua geniale interpretazione, è particolarmente a rischio d’ involuzione dell’ uguaglianza e di distruzione della libertà. La Rivoluzione ha sì distrutto le strutture aristocratiche e corporative dell’ Antico Regime, ma ha portato a termine le tendenze centralizzatrici e burocratiche della Monarchia, rispetto alla quale, sotto questo decisivo aspetto, è stata la continuazione. La società americana del tempo, che pure porta i germi dell’ involuzione, contiene al contrario istituzioni, abitudini e atteggiamenti culturali che ne sono l’ antidoto e, fuori di qualunque panegirico, sono degni di essere sujet d’ étude pour la France républicaine: sovranità popolare, partecipazione all’ amministrazione locale, equilibrio tra i poteri, associazionismo, fede religiosa, rispetto di sé, spirito legalitario, libertà di stampa, educazione. Per valutare il posto che a Tocqueville spetta nella storia del pensiero politico, si dovrebbe considerare il suo rapporto col suo mondo di provenienza. Innanzitutto, la sua distanza dalla Chiesa. è discussa la sua posizione personale rispetto alla religione, ma non c’ è dubbio che, una volta distinta dallo stato, la considerasse obbiettivamente come fattore di coesione sociale, necessario alla democrazia. Ironizzava: «Bisogna riconoscere che, se anche non vale a salvare gli uomini nell’ altro mondo, è almeno utilissima alla loro felicità e alla loro grandezza in questo» e aggiungeva seriosamente: «Dubito che l’ uomo possa mai sopportare contemporaneamente una completa indipendenza religiosa e una totale libertà politica; e sono incline a pensare che, se non ha fede, bisogna che serva e, se è libero, che creda». Ma religione non significa automaticamente Chiesa cattolica. In quel tempo, essa osteggiava il liberalismo e ancor più la democrazia; considerava la sovranità popolare, né più né meno, come opera del demonio e gli uomini democratici come “ciechi strumenti” non della Provvidenza ma di Satana. Da qui il suo rammarico: «Il cristianesimo, che ha reso gli uomini tutti uguali davanti a Dio, non si ritrarrà dal vedere tutti gli uomini uguali davanti alla legge. Ma per un concorso di strani avvenimenti, la religione <id est: la Chiesa cattolica& si trova al momento coinvolta in mezzo a poteri che la democrazia avversa e le capita spesso di ripudiare l’ uguaglianza che essa ama e di maledire la libertà come un’ avversaria, mentre, prendendola per mano, potrebbe santificarne gli sforzi». In secondo luogo, è da considerare la sua avversione all’ interpretazione oligarchica e cristallizzata del liberalismo e del juste milieu prevalenti nel suo tempo. Forse non amò la democrazia ma la prese sul serio e cercò in tutta la sua esistenza di conciliarla con la libertà. Onde, non un nume tutelare del liberalismo terrorizzato dalla democrazia come spesso è presentato, ma un classico della liberal-democrazia. Centocinquanta anni dopo, che ne è della idea-madre di Tocqueville – l’ irresistibile progresso dell’ uguaglianza – in America, nel mondo che essa ha assimilato e nel resto del mondo? Forse l’ uguaglianza non è più un destino, ma è diventata un sempre più difficile compito, ancorché sempre più urgente. Il rischio della catastrofe non sta più, come sembrava a quei tempi, nella troppa uguaglianza ma nell’ intollerabile crescita delle disuguaglianze. Forse, oggi, sarebbe necessario un osservatore altrettanto acuto e capace di sintesi che, con un viaggio tra la gente del terzo e quarto mondo, ci dicesse chi sono loro rispetto a noi. Un nuovo viaggio in America sarebbe oggi necessario? Sì, ma con propositi inversi, rispetto a quello che mosse Tocqueville. Egli cercava in America i rimedi ai mali dell’ Europa. «Confesso che in America ho visto più che non l’ America; vi ho cercato un’ immagine della democrazia come tale», si legge nell’ introduzione alla sua opera maggiore. La molla della sua ricerca era il tentativo dichiarato di trovare là l’ ispirazione per qui. Le condizioni storiche oggi sono molto cambiate. L’ Europa cerca con difficoltà di costituzionalizzarsi. Se questo vuole essere un progetto da prendere sul serio, si deve considerare che ogni costituzione è l’ esito di un “processo di differenziazione”. Se non fosse così, non se ne vedrebbe l’ utilità. Per perfezionare soltanto istituzioni che già esistono, basterebbe una semplice “revisione regolamentare”. La difficoltà di mobilitare una “opinione pubblica europea” deriva anche da qui: per continuare come prima, solo con un po’ più di efficienza, che bisogno c’ è di una costituzione? Non c’ è enfasi o retorica (come quella esibita nel Preambolo del progetto di Costituzione europea) che possa coprire il vuoto. Occorre dunque un “progetto di differenziazione”. Nell’ attuale momento, esso non potrebbe che definirsi rispetto alle tendenze e alle forze omologanti che già operano nell’ indistinto astratto che ci ingloba e che si denomina, per l’ appunto, globalizzazione, entro la quale si staglia la concreta egemonia, anche costituzionale, degli Stati Uniti d’ America. Se mai l’ Europa si darà una vera costituzione, sarà quando avrà intrapreso una profonda riflessione su se medesima, ancora una volta a confronto con l’ America. Questa volta per rispondere alla domanda: chi davvero noi siamo, che cosa davvero ci distingue, sempre che si voglia essere qualcuno e qualcosa, e non una semplice propaggine. Il Tocqueville di cui oggi avremmo bisogno sarebbe quello che fosse capace di renderci consapevoli, nelle differenze, della nostra identità.

GUSTAVO ZAGREBELSKY

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La democrazia liberale di Alexis de Tocqueville

di Valerio Pisaniello

Le sue teorie sull’accentramento politico e amministrativo

Possiamo distinguere due aspetti del pensiero di Tocqueville: un aspetto sociologico e uno politico.
Nel primo esamina la democrazia moderna e la sua possibile evoluzione. Nel secondo aspetto pone il rimedio di un’eventuale trasformazione della democrazia in dispotismo.
Con la sua opera “La democrazia in America” possiamo dedurre quale prototipo egli considerava e quale modello prendeva per paragonarlo alle democrazie moderne. L’unico rimedio alle democrazie dispotiche è un rimedio liberale, il suo amore per la libertà si trasforma in una vera e propria religione capace di ovviare al pericolo accentratore e dispotico. Avendo origini aristocratiche non disprezza affatto tale rango sociale e anzi considera l’aristocrazia antica, quella sconfitta dalla emergente borghesia rivoluzionaria, di moderazione ai poteri del sovrano ed individua in essa una sorta di “preliberalismo”.
Nella sua opera Tocqueville descrive la democrazia come quasi un’ “utopia democratica”, vede nel contratto sociale una sua mancata realizzazione. Gli ideali rivoluzionari, quelli dell’Illuminismo, hanno portato prerogative “utilitariste”, hanno introdotto il calcolo economico, un “grigiore universale”. Da qui è semplice che questo grigiore diventi oppressione, una “tirannia di popolo”.
Esistono democrazie liberali e democrazie illiberali: quella americana è una democrazia liberale perchè presenta dei contrappesi; il rappresentante non si deve staccare dall’elettore e per tutelare ciò introduce un espediente “costantiano”, la “brevità del mandato”. E’ assodato, quindi, che la fonte decisionale e del potere deve essere il popolo, ma le istituzioni costituzionali devono introdurre dei bilanciamenti per non sfociare nel totalitarismo. Infatti Tocqueville parla del potere del Presidente degli Stati Uniti, il potere di veto sulle leggi, strumento necessario per non far prevalere le assemblee. Poi attribuisce grande importanza anche al corpo dei giudici. Li considera come una vecchia aristocrazia e tal volta anche disprezzante verso le moltitudini, verso il dispotismo assembleare del popolo. Inoltre, particolare importanza va data anche alla giuria popolare perchè educa il popolo al rispetto della legge ed evita tentazioni egoistiche.
Ma il vero fattore distintivo, quello a fondamento della libertà, è il “decentramento amministrativo”. Egli lo considera come una pietra miliare per la moderna democrazia liberale in grado di far testa all’imperialismo politico. Esistono infatti due centralismi: uno politico e uno amministrativo: il primo è importante per garantire le decisioni e per tutelare tutte le parti politiche della nazione, il secondo, invece, pericoloso perchè no tiene conto delle varie ed eterogenee necessità locali. L’ America ha un forte accentramento politico ma, al fianco di esso, coesiste un forte decentramento amministrativo. Questo garantisce alle autonomie locali la possibilità di non applicare una legge proveniente dal potere centrale dannosa per il territorio e moralmente illiberale. Ma Tocqueville dubita che il popolo americano possa attentare alla libertà individuale e questo per la cultura e le origini. Sì perchè c’è una differenza storica, culturale e filosofica tra le due democrazie, quella europea e quella americana. La prima proviene dall’assolutismo e quindi tende ad avere mire accentratrici, la seconda, invece, è “figlia” di emigrati puritani che approdarono sulle rive del nuovo continente con ideali di amore e di libertà. Questa differenza culturale Tocqueville la incontra anche nel diverso modo di approccio dei due popoli verso gli indiani; basta vedere il diverso modo di comportamento che assumono conquistadores spagnoli e quello degli americani legalitari nei confronti dei “pellerossa”. Altro fattore da associare al pericolo politico accentratore è il potere economico. La divisione del lavoro ha generato un dislivello tra le classi sociali e lo sviluppo industriale compromette l’egualitarismo. La classe operaia subisce un abbassamento e quella patronale si eleva sempre di più fino a formare una moderna aristocrazia. Ma un’aristocrazia diversa da quella tradizionale e storica. Una nuova, che non ha più a cuore il suddito, ma che si basa solo sul mercato e sul profitto (riemerge in questa nota il disprezzo verso l’utilitarismo e la quantificazione economica). Una volta gli aristocratici avevano a cuore i propri sudditi e ricorrevano al loro sostegno dove ve ne fosse bisogno. Oggi non c’è più nessun rapporto affettivo e questo fa della nascente aristocrazia una classe crudele. Tocqueville – come accennato in apertura – da un taglio anche romantico al rapporto tra sovrano e suddito elogiando la sua classe di origine.
Tornando alla rivoluzione francese, secondo la filosofia tocquevillana, continua l’opera accentratrice e dittatoriale. Infatti la divide in due momenti: il primo definito “liberale” ha persino una sua bellezza, il secondo, quello “democratico”, invece è decisamente nefasto e tirannico. Il centralismo amministrativo è inevitabilmente un elemento di tirannia, è decisivo negli sviluppi di una società e riesce a cambiare radicalmente la società stessa. Infatti Tocqueville sosteneva che “se si fondasse una repubblica democratica, come quella degli Stati Uniti, in un paese in cui il potere monarchico avesse già stabilito e fatto passare nelle abitudini come nelle leggi l’accentramento amministrativo, in una simile repubblica – non ho paura di affermarlo – il dispotismo diverrebbe ancor più intollerabile che nella più assoluta delle monarchie europee. Bisogna andare in Asia per trovare qualche cosa che possa venire paragonato”.
Inoltre, un elemento importante, è il rapporto delle due democrazie verso la religione. In Europa la rivoluzione francese si presenta come una religione dai suoi ideali astratti, laici e, quindi, in contrasto con quella che è la religione tradizionale. In America, invece, la situazione è opposta; religione e spirito liberale fanno fronte comune, si integrano, si unificano e comportano, così, grande stabilità.
I principi rivoluzionari, la mera quantificazione economica, l’utilitarismo, portano a considerare la proprietà come un utile privo di spirito e quindi ad indebolirla. Da qui è facile approdare al disprezzo verso il socialismo. Nell’antico regime, come quello francese, centralismo e socialismo hanno lo stesso volto. La tirannia democratica francese rivoluzionaria ha un duplice aspetto, quello centralistico e quello egualitario. Per Tocqueville il socialismo è la democrazia che arriva elle estreme conseguenze. Democrazia e socialismo sono, dunque, termini inscindibili dal panorama politico francese di quel momento storico.
In conclusione per Tocqueville l’ ideale di democrazia era fondato sulla divisione dei poteri sul lato istituzionale. Ma a questo bisogna aggiungere anche una coloritura morale. La libertà è un valore che va difeso, che va paragonato alla dignità umana. Qualsiasi forma di Governo ci sia, per essere considerata democratica, deve garantire e tutelare tale ideale. Ma oltre alla divisione dei poteri, il pensiero tocquevillano, si orienta sulla libertà di stampa ed associazionismo. Prende in considerazione le associazioni sorgenti dal basso che devono contribuire a far rinascere l’aristocrazia di un tempo, pronta ad intervenire socialmente verso i propri sudditi, a prendersi cura di essi. In quest’ultima nota possiamo classificare il pensiero di Tocqueville internamente a “sinistra” dell’aristocrazia. Vediamo che nonostante il suo disprezzo per il socialismo tradizionale, incontriamo la voglia di tutelare i più “deboli”, le classi meno agiate, ma questo comunque da una posizione prettamente di differenziazione sociale ed elogiando “nostalgicamente” l’aristocrazia un tempo in cima alla società.

Valerio Pisaniello

Venerdì 19 Febbraio,2010 Ore: 22:33

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i neorazzismi contemporanei Creato da Alessandro Bellan

11 novembre 2010

Laboratorio sociologico, 4: Alexis de Tocqueville

Spersonalizzazione, appiattimento dei gusti, livellamento delle coscienze, volgarità diffusa: così Tocqueville vede la democrazia, esito di una “tirannia della maggioranza”, ovvero di una massa anonima in balia degli stessi gusti e della moda, alla ricerca solo dell’apparenza mondana e del benessere materiale a tutti i costi.
Va subito precisato che per Tocqueville in politica il principio formale di maggioranza va rispettato. Si tratta però di un principio formale, non materiale: ciò che va respinto è invece il potere tirannico della maggioranza, perché esso annulla le libertà dell’individuo. Il “nuovo tiranno”, cioè la maggioranza, minaccia la sfera spirituale, perché fa arrivare questo messaggio al “diverso”, a chi non si conforma al suo potere: “se tu non vuoi nutrire i miei stessi pensieri e i miei stessi gusti, lo potrai fare: non sarai messo a morte, né perderai i tuoi diritti di cittadino. Ma questi diritti saranno inutili: perché se aspiri a farti eleggere dai tuoi concittadini, essi ti rifiuteranno; e ti sfuggiranno come un essere impuro e stravagante. Tu sei diverso dalla maggioranza: essa non ti riconosce; la tua vita è salva, ma è peggiore della morte!”.
Alla luce di queste pagine tratte da La democrazia in America, discuti le riflessioni di Tocqueville sulla base delle seguenti domande-guida:
1) ritieni che la descrizione di Tocqueville di “una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri” sia ancora attuale? quali aspetti ti sembrano poco o niente affatto condivisibili?
2) Tocqueville sembra disprezzare le “folle” o le “masse” anonime. Quale fondamento ha, secondo te, questo giudizio così drastico?
3) nella tua esperienza personale hai mai avvertito questa “tirannia”? ti sei mai sentito oppresso dal volere della maggior parte dei tuoi pari (compagni, amici, conoscenti) che fa cose nelle quali tu non ti riconosci?

“La forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne potranno trovare l’immagine nei loro ricordi. Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.
Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare
, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?
Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio.
Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore.
Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.

I nostri contemporanei sono incessantemente affaticati da due contrarie passioni: sentono il bisogno di essere guidati e desiderano di restare liberi; non potendo fare prevalere l’una sull’altra, si sforzano di conciliarle: immaginano un potere unico, tutelare ed onnipotente, eletto però dai cittadini, e combinano l’accentramento con la sovranità popolare. Ciò dà loro una specie di sollievo: si consolano di essere sotto tutela pensando di avere scelto essi stessi i loro tutori. Ciascun individuo sopporta di sentirsi legato, perché pensa che non sia un uomo o una classe, ma il popolo intero a tenere in mano la corda che lo lega.
In questo sistema il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito dopo vi rientra.”
A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, Rizzoli, Milano 1996, pp. 732-33.

Pubblicato da Alessandro Bellan
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Edoardo Ervas ha detto…
Effettivamente la mia idea di popolo non si discosta molto da quella di Tocqueville.
Sarò forse troppo vago nei miei giudizi, ma vedendo quello che succede ed è successo in Italia dalla fine degli anni ’80 ai giorni nostri, penso si possa fare una valutazione: citerò ora delle impressioni che non vogliono aprire un dibattito o fare politica, ma cercano di supportare l’idea di Toqueville.
La nascita delle televisioni commerciali ( come teleMilano poi gruppo mediaset che poi hanno influenzato un po’ tutta la televisione italiana) ha dato luogo ad un mutamento che ha radicalmente cambiato il paese, tanto che ogni giorno ne sentiamo le conseguenze…
“Certe televisioni” hanno fatto leva sui desideri più “proibiti” dell’italiano medio: il sesso, le donne, il denaro, il successo facile, ecc.
Io da questo punto di vista trovo corretta l’osservazione di Tocqueville, non riesco a capire una cosa… che rapporto c’è tra la democrazia e i piaceri delle masse.Al secondo punto effettivamente non è per niente facile rispondere, ma personalmente credo che le masse creino masse. Nel senso che le folle sono vittime di loro stesse: il popolo crea la democrazia, la democrazia crea il popolo e ne condiziona la libertà. Oltre a questo Tocqueville evidenzia con la frase “…ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri” che manca la coesione sociale.Effettivamente la tirannia della maggioranza può trasformare la più liberale delle democrazie in un regime totalitario.
Capita spesso nel quotidiano di essere da solo contro delle persone (cioè una maggioranza) che magari la vedono in modo sbagliato perchè ignoranti. Credo che il potere, e in parte anche la democrazia, siano un’arma a doppio talgio: il potere ha la grande forza di distruggere o costruire in poco tempo qualcosa di complessissimo, come la società ad esempio.

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Tocqueville sostiene che all’interno della società sia diffusa la volgarità, avvenga la spersonalizzazione,l’appiattimento dei gusti e il livellamento delle coscienze, ovvero che sia presente una “tirannia della maggioranza”.
Questo non significa che la democrazia sia una forma di governo negativa, anzi, solo che l’uomo ne fa un uso sbagliato approfittandone. In questo modo l’uomo è costretto a seguire gli ideali della massa per non essere estraniato da essa.
Secondo Tocqueville quindi viene esercitato un potere a fini propri, plasmando il popolo convincendolo che sia tutto a proprio vantaggio, rendendo sempre meno necessario l’uso del libero arbitrio.
Credo che questa visione della società, nonostante sia drastica, pessimista e negativa in un modo troppo eccessivo, sia purtroppo ancora attuale. La gente veramente indipendente dal punto di vista intellettuale, quella che non teme il diverso, scarseggi.
Siamo chiamati esseri sociali, viviamo continuamente a contatto con altri gruppi ed altre persone, siamo influenzati da esse, quindi anche loro contribuiscono al nostro benessere. Siamo disposti, di conseguenza, a modificare il nostro essere, le nostre idee e principi per conciliarli con quelli delle persone che ci circondano, in modo da mantenere una buona armonia.
A mio parere questo fatto avveniva anche ai tempi di Tocqueville, per questo egli, secondo me, disprezza le “folle” e le “masse” anonime.
Nella mia realtà la “tirannia” è presente, basti osservare il funzionamento della vita di alcuni gruppi di giovani. Ad esempio: se la moda “dice” pantaloni stretti, indumenti firmati, solitamente accade che la persona che trasgredisce può essere derisa dalla maggioranza e addirittura esclusa.
Per quanto mi riguarda, ho sempre fatto ciò che credevo fosse giusto fare, non interessandomi del giudizio degli altri.

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1) Ritengo che l’affermazione di Toqueville sia assai attuale. Attraverso i mass media, ad esempio, vengono trasmessi messaggi che innalzano il valore del divertimento e dello svago rispetto a pratiche più importanti come il seguire la politica e l’economia del paese; ormai anche i telegiornali si occupano di gossip e di scandali, i quali vengono più o meno messi in luce in base all’indice di ascolti che potrebbero portare. Tutto questo per allontanare le masse dall’idea che ci siano dei problemi e, se presenti, di poca importanza; sembra di essere rimasti ai tempi del Re Sole ed essere ospiti nella sua lussuosa reggia di Versailles, inconsapevoli del fatto che la persona di cui ci fidiamo e che abbiamo votato, stia agendo a proprio vantaggio senza renderci partecipi delle sue decisioni.
2) Toqueville ritiene che le masse siano inferiori rispetto alle èlite, di cui anch’egli faceva parte. Questo perché è vissuto in una società, quella francese, che disprezzava le folle, dove la democrazia e il “governo del popolo” non aveva ancora sovrastato l’idea di monarchia e comunque di oligarchia.
3) Ogni giorno siamo portati a “fare i conti” con la democrazia; quante volte abbiamo sentito queste parole: “ La maggioranza ha deciso che …” ? Si segue quindi l’idea del gruppo più numeroso e tutto ve bene se tu fai parte di quel gruppo. Quando invece non è la tua idea ad essere presa in considerazione, iniziano i problemi, le discussioni e si crede che ci sia una certa ingiustizia di fondo. A volte mi chiedo se la democrazia sia realmente “democratica”, cioè è vero che il governo è del popolo, ma di tutto il popolo? E se la maggioranza sbaglia? E’ questo il problema della democrazia: il dover seguire la maggioranza; anche a me capita spesso di dover cambiare per adeguarmi alla massa. Questa forma di governo e di pensiero è ormai entrata a far parte del nostro modo di vivere e anche se a volte non è la nostra idea a vincere, per lo più riteniamo che sia giusto così e ci comportiamo di conseguenza.

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“È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.
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DEMOCRAZIA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Published: 18 aprile 2013
DEMOCRAZIA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Ci viene raccontato che siamo in democrazia, e che il popolo può partecipare attivamente al governo del paese, attraverso i suoi rappresentanti. Incredibile!

Che tipo di democrazia stiamo esprimendo? A voi sembra che ci porti a qualche risultato? Non sto dicendo che c’è bisogno di una dittatura, ma, onestamente, a cosa ci sta portando lo stato democratico italiano, in questo momento? Che conquista abbiamo raggiunto? La libertà di fare che cosa, esattamente?
Se ci fosse un dittatore, almeno si è consapevoli che si è sotto unadittatura. Adesso, invece, tu pensi di essere libero, è questo il trucco, e non hai nemmeno qualcuno da additare per le sfighe che ti colpiscono ogni giorno, soprattutto per la crisi che stiamo attraversando. Quei poveracci che vengono licenziati o vanno in cassa integrazione senza sapere perché, pensano di essere liberi? Il termine “libero” non esiste. Puoi al massimo dirti fortunato, se staidalla parte di quello che fa i tuoi interessi.

Si parla tanto, ora, del Movimento 5 Stelle e del fenomeno Grillo.Da quello che ho potuto osservare, dato che nessuno in queste elezioni sapeva cosa votare, la gente si è divisa in due correnti: la prima ha rinunciato alle urne, e la seconda ha votato M5S, provando la novità, piuttosto che dare la fiducia a chi ormai l’ha persa, insieme alla stima. Purtroppo però, le poltrone dove si siederanno anche questi nuovi eletti sono avvelenate, perché è un dato di fatto che chiunque si installi lì si trasforma. In breve tempo, vedrai che anche loro diventeranno uguali a tutti gli altri.
Vi suggerisco, a questo proposito, di leggere molto attentamente un bellissimo libro, intitolato La Fattoria degli animali, di George Orwell. È un testo classico, scritto per descrivere la rivoluzione comunista, ma che in realtà si può associare a qualsiasirivoluzione, da quella francese a oggi. Spiega molte cose, tra cui anche questo fenomeno.

Se vogliamo, poi, parlare di manipolazione della realtà e falsificazione dell’informazione diffusa, sappiate che Internet è il territorio migliore per poter creare qualcosa che non esiste. Chi lo va a verificare? Siete mai andati a verificare una notizia pubblicata, magari in riferimento a ciò che succede in Afghanistan? Non lo si fa nemmeno con le informazioni relative all’Italia. Ve ne potrei citare diverse, nel passato, che erano completamente fittizie. Lo so per certo, perché casualmente stavo lavorando con le istituzioni ad alcuni casi; eppure le notizie venivano divulgate esattamente in quel modo, per poi venir commentate dalla gente nei bar. Quando leggete i giornali, tenete dunque presente che l’80 per cento di ciò che viene scritto è purainvenzione, fiction. È un fenomeno interessante, se ci pensate.
Uno strumento dei media libero, inoltre, dovrebbe essere super partes, e invece mi risulta che ogni testata, anche televisiva, abbia un proprietario, che ha naturalmente degli interessi economici e sicuramente una sua preferenza politica. Pensate davvero che laRepubblica, il Corriere, il Giornale, Libero, eccetera, esprimano un’informazione libera da qualunque tipo di ideologia o interesse del proprietario? La risposta, ovviamente, è no.
Internet comunque, come dicevo, è il territorio privilegiato per questo tipo di operazione, perché basta avere un telefonino per collegarsi e leggere in tempo reale, ovunque ti trovi. In questo modo, è molto più facile raggiungere la “vittima”, e lo si vede dalla continua incentivazione nell’utilizzo di interfacce che ti consentano di essere sempre connesso, e di assorbire informazionie istruzioni, o consigli per gli acquisti.

Per chi si chiede chi o cosa c’è dietro tutto questo, personalmente vorrei evitare di entrare nel complottismo sfrenato, fatto di ipotesistravaganti sull’esistenza di rettiliani travestiti da umani, o altro. Ci sono senz’altro dei grossi interessi di una classe dominante, che probabilmente è tale per dinastia da tantissimo tempo, e che non uscirà mai veramente alla ribalta delle cronache, dove vengono invece mandati i cosiddetti frontman. Così stanno le cose, e non c’è da gridare allo scandalo, perché non c’è nulla da fare, men che meno un gruppo di denuncia su facebook contro il Nuovo Ordine Mondiale. Cosa vuoi che gliene freghi? Nulla, e invece tu così ti sei esposto, dando loro l’occasione di monitorarti, se rompi troppo le scatole.

Quello che potremmo fare, ma che purtroppo non faremo mai, èagire in modo coordinato, smettendo magari tutti insieme di fare una cosa. Se venti milioni di persone, ad esempio, buttassero via la televisione, così che nessuno la guarda più, sai che casino si creerebbe? Ugualmente, potremmo smettere di comprare un determinato prodotto, per dare un segnale, o decidere di ritirare i nostri soldi dalle banche, anche a piccole dosi. Oppure, si potrebbe scendere nella piazza del Parlamento, con l’intenzione di non muoversi finché non fanno uscire quella legge o modificano quell’altra. Considerato, invece, che ognuno si fa i fatti propri, questo non succederà mai.
L’interesse della maggior parte delle persone è semplicemente quello di avere un’interfaccia che funga da intrattenitore. Devonoavere un canale dove vedere le partite di calcio, avere la possibilità di fare ogni tanto un weekend al mare, uscire a cena o a bere l’aperitivo con gli amici. Questo è quello che interessa, avere la vita piena di queste cose. Adesso, sembra che non interessi piùnemmeno avere un lavoro. Chiudono sempre più aziende, ma non vedo una rivoluzione in corso. Provate a chiedervi perché non vedete le persone in piazza, come accadeva negli anni ’70, mentre le vedete davanti al telefonino che creano gruppi su facebook, con scritto “Abbasso la disoccupazione”. Invece di cercare di trasformare gli altri, quindi, evitando di guardarci allo specchio, quello che si può iniziare a fare è cercare di trasformare noi stessi.

Se vuoi sapere, poi, cosa penso del Nuovo Ordine Mondiale, ti rispondo chiedendoti: “com’era il vecchio ordine mondiale, visto che il nuovo non va bene? Io non so com’è il Nuovo Ordine Mondiale, ma sicuramente so che il vecchio fa schifo. Mi vuoiforse dire che siamo in una società illuminata e funzionante, e quindi è meglio non modificare nulla? Siamo in una società libera, dove puoi fare quello che vuoi, e dove tutto ciò che vedi è l’espressione di qualcosa di luminoso? Si dice, tra le altre cose,che il Nuovo Ordine Mondiale è cattivo e colluso con gli extraterrestri. Sono opinioni che ricalcano quelle intorno alla fine del mondo, nel 2012, e ai complotti che c’erano dietro. Sta di fatto che adesso siamo approdati al 2013. C’è di buono che, almeno, il Nuovo Ordine Mondiale non ha una scadenza, e quindi nel 2402 potremo ancora parlare di questo argomento. Mille anni fa, d’altra parte, ce n’era un altro, perché l’Ordine Mondiale del 1300 sarà stato Nuovo rispetto a quello del 1000, e così via.

Che cosa mi aspetto, dunque, dal futuro? Sono convinto che ci siala possibilità di un riscatto dell’umanità, ma sono anche convinto che si potranno vedere risultati apprezzabili solo fra tre-quattrocento anni. Ci vorranno, infatti, parecchi shock sistemici, prima che possa realizzarsi qualcosa di tangibile, da questo punto di vista.

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Il braccio violento della democrazia capitalista

Troppo spesso, in nazioni come l’Italia ma non solo, si fa un uso copioso della parola “Democrazia”. In realtà, in tutti i paesi cosiddetti civili, il Regime Democratico è – almeno teoricamente – il fondamento delle civiltà evolute. Tutti si è concordi nel pensare che solo un regime democratico sia alla basa di un paese libero, sviluppato, economicamente saldo e che necessariamente, lasci ai propri cittadini quel libero arbitrio necessario ad accendere lo stato in essere della stessa democrazia.

Nulla di più sbagliato, o meglio: nulla di più mistificato nella lunga storia dell’Uomo.

Intanto, ancor oggi, non si è mai trovato un vero punto d’incontro fra le versioni dei vari teorici che nei secoli hanno percorso lo studio del Capitalismo e della Democrazia. Abbinamento alquanto singolare in tutta franchezza, che difatti non ha mai trovato piena spiegazione proprio perché è difficile trovare punti di unione netti e certi su due criteri che in qualche modo cozzano pesantemente fra loro, anche se – ad una prima verifica dei due concetti – potrebbe apparire diversamente.

Democrazia e capitalismo appaiono coerentemente incompatibili. Almeno per ciò che la mano dell’uomo negli anni, è riuscita a generare facendo trasfigurare completamente prima di tutto il contenuto concettuale dei due singoli termini per poi, mischiandoli fra loro, generare altra incompatibilità.

Per inoltrarci in questa riflessione, è bene intanto non confondere fra capitalismo e democrazia capitalista. Non è di facile chiarimento, in quanto gli stessi pensatori storici non hanno di fatto mai chiarito univocamente cosa sia l’uno e cosa dettagliatamente l’altro.

Col termine Capitalismo infatti, bisogna prendere in considerazione le varie versioni leggendone i contenuti sui trattati di Marx, Weber o anche Friedman o Brauer. Ognuno di essi infatti, ha generato la propria personale visione di cosa sia il capitalismo, spesso coniando pensieri del tutto contrapposti fra loro. Ciò rende quindi di fatto molto libera l’interpretazione che del capitalismo ognuno di noi può decidere di assumere.

Prendendo in esame il pensatore la cui teoria è fra le più riconosciute a livello mondiale e cioè Karl Marx, possiamo dire che il capitalismo è quella serie di azioni che compromettono in pianta stabile intanto il concetto di stato sociale perché individua innanzitutto una forbice drammaticamente aperta su quella che ancoro oggi può essere denominata “borghesia” e la classe del livello sociale più basso, denominata “proletariato”.

Marx concluse che la borghesia, essendosi appropriata del “plusvalore” dal momento che poteva – col potere del denaro – essere detentrice quasi unica della possibilità di produrre e di conseguenza creare valore e quindi economia, facesse tutto rubando tale possibilità, letteralmente, al proletariato – da “prole”, unica fonte di valore – che diveniva quindi solo e unicamente risorsa umana da sfruttare.

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Uscire dall’economia del debito

il giorno 6 aprile 2013

Pagare i fornitori che hanno lavorato per la Pubblica Amministrazione, dove trovare i fondi? Gli attori politici indottrinati dall’economia del debito non potevano dare risposte più banali e scontate: mediante l’emissione di Titoli di Stato.

Si cerca di mostrare all’opinione pubblica, da alcuni anni, che tale sistema non è più sostenibile, esso è soprattutto immorale, iniquo e sta producendo danni ai paesi “occidentali”. E’ noto che negli USA e nel Giappone il debito pubblico sia solo un problema relativo poiché nessuno intende ripagarlo, ma viene usato come un’asticella da alzare e controllare, atta a contenere la tassa occulta chiamata inflazione, tutto qua, sono consapevoli che la convezione adottata non sia affatto perfetta, anzi, e per evitare di produrre danni maggiori di quanto vengano prodotti nell’euro zona, puntualmente usano la scelta politica di alzare l’asticella del limite prefissato e distribuire risorse monetarie ove preferiscono, invece nell’UE com’è noto i paese “periferici” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) si stanno trasformando in luoghi simili alle economie in via di sviluppo, tanto per usare un linguaggio noto alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale.

Dov’è il problema? L’avrò raccontato tante volte: il criterio per creare la moneta. Fino a quando l’euro sarà una moneta debito non vi sarà l’opportunità politica di riprendersi la sovranità monetaria e ridare potere politico agli organi democraticamente eletti, gli unici a dover decidere del proprio destino. Insomma, l’opposto di quello che accade oggi ove un’entità creata dal nulla, il famigerato mercato, determina il destino dei popoli, e questa convenzione, questo arbitrio, è stato concesso loro da politici corrotti per far lievitare le ricchezze delle SpA, com’è già accaduto negli ultimi trent’anni, ma soprattutto per realizzare quel progetto politico denominato: nuovo ordine mondiale che costruisce, de facto, un unico grande stato, non democratico, ma feudale per gestire la vita degli esseri umani e le risorse del pianeta. E’ altrettanto facile accorgersi che di fatto, già oggi è così, diverse organizzazioni (WTO, Banca Mondiale, FMI) stanno distruggendo il pianeta secondo i principi dell’avidità ed i gruppi sovranazionali (Bilderberg, CFR, Trilaterale) si contendono questa disputa.

La notizia positiva rispetto a questo scenario orwelliano è rappresentata da un’alternativa politica, finora minoritaria, ma comunque importante e forte che si contrappone alla globalizzazione autoritaria e violenta delle SpA vicine a certe organizzazione “segrete”, che si servono anche delle finte rivoluzioni colorate. Questa alternativa politica ha priorità che parlano di evoluzione, parla di cambio di paradigma culturale, parla di tutela dei beni comuni, parla di gestire le risorse in maniera sostenibile, parla di cooperazione e di reciprocità, parla di partecipazione politica diretta. Noi cittadini dobbiamo scegliere fra dittatura o democrazia.

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Pagare i fornitori che hanno lavorato per la Pubblica Amministrazione, dove trovare i fondi? Gli attori politici indottrinati dall’economia del debito non potevano dare risposte più banali e scontate: mediante l’emissione di Titoli di Stato.

Si cerca di mostrare all’opinione pubblica, da alcuni anni, che tale sistema non è più sostenibile, esso è soprattutto immorale, iniquo e sta producendo danni ai paesi “occidentali”. E’ noto che negli USA e nel Giappone il debito pubblico sia solo un problema relativo poiché nessuno intende ripagarlo, ma viene usato come un’asticella da alzare e controllare, atta a contenere la tassa occulta chiamata inflazione, tutto qua, sono consapevoli che la convezione adottata non sia affatto perfetta, anzi, e per evitare di produrre danni maggiori di quanto vengano prodotti nell’euro zona, puntualmente usano la scelta politica di alzare l’asticella del limite prefissato e distribuire risorse monetarie ove preferiscono, invece nell’UE com’è noto i paese “periferici” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) si stanno trasformando in luoghi simili alle economie in via di sviluppo, tanto per usare un linguaggio noto alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale.

Dov’è il problema? L’avrò raccontato tante volte: il criterio per creare la moneta. Fino a quando l’euro sarà una moneta debito non vi sarà l’opportunità politica di riprendersi la sovranità monetaria e ridare potere politico agli organi democraticamente eletti, gli unici a dover decidere del proprio destino. Insomma, l’opposto di quello che accade oggi ove un’entità creata dal nulla, il famigerato mercato, determina il destino dei popoli, e questa convenzione, questo arbitrio, è stato concesso loro da politici corrotti per far lievitare le ricchezze delle SpA, com’è già accaduto negli ultimi trent’anni, ma soprattutto per realizzare quel progetto politico denominato: nuovo ordine mondiale che costruisce, de facto, un unico grande stato, non democratico, ma feudale per gestire la vita degli esseri umani e le risorse del pianeta. E’ altrettanto facile accorgersi che di fatto, già oggi è così, diverse organizzazioni (WTO, Banca Mondiale, FMI) stanno distruggendo il pianeta secondo i principi dell’avidità ed i gruppi sovranazionali (Bilderberg, CFR, Trilaterale) si contendono questa disputa.

La notizia positiva rispetto a questo scenario orwelliano è rappresentata da un’alternativa politica, finora minoritaria, ma comunque importante e forte che si contrappone alla globalizzazione autoritaria e violenta delle SpA vicine a certe organizzazione “segrete”, che si servono anche delle finte rivoluzioni colorate. Questa alternativa politica ha priorità che parlano di evoluzione, parla di cambio di paradigma culturale, parla di tutela dei beni comuni, parla di gestire le risorse in maniera sostenibile, parla di cooperazione e di reciprocità, parla di partecipazione politica diretta. Noi cittadini dobbiamo scegliere fra dittatura o democrazia.

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I cittadini, grazie all’invenzione dell’economia del debito, all’usurpazione della sovranità monetaria e la violazione di altri diritti come la casa, il cibo e il lavoro, stanno morendo strangolati dalla religione neoliberista inventata nei think tank e applicata da individui senza scrupoli.

La recente modifica della Costituzione che introduzione l’obbligo del pareggio di bilancio è solo l’ultima volontà dell’èlite degenerata per opprimere i popoli violando i diritti fondamentali sopra citati, cioè, secondo questi individui è più importante l’aritmetica che la felicità umana.

Nella sostanza, la mentalità della criminalità organizzata, il pizzo, entra a far parte delle logiche della pubblica amministrazione violando i principi costituzionali che hanno ispirato il diritto naturale e l’etica che tutela la vita come priorità assoluta.

E’ noto che milioni di italiani non arrivano alla fine del mese, così come i Governi stanno tagliando i servizi essenziali proprio con l’invenzione dell’economia del debito, e quindi per questioni di bilancio non è possibile, secondo la religione liberista, sostenere sanità pubblica, scuola, istruzione etc. L’élite sta continuando a spostare sovranità dai popoli verso la feudale Unione Europea controlla, com’è noto dalle SpA.

Il Parlamento italiano oltre ad aver approvato l’antidemocratico Trattato di Lisbona, nel luglio del 2008 ora approva un’iniziativa europea per proseguire il percorso del nuovo ordine mondiale e la dittatura europea.

Siamo governati da individui che non hanno alcuna coscienza civica, sono manager dell’avidità a sostegno di un progetto europeo totalitario che non prevede la democrazia, e quindi non prevede la felicità dei popoli.

L’immoralità e l’inutilità della finanza e delle borse telematiche è sotto gli occhi di tutti, questi strumenti, non solo, non prevedono la democrazia rappresentativa, ma attaccano la sovranità dei popoli alla luce del sole. Su La Repubblica: “I risultati delle urne da Parigi 1, Atene 2e Berlino 3sono ancora caldi, ma i mercati non hanno fatto attendere la loro reazione: gli investitori temono che l’Eurozona non sia più in grado di mantenere i piani di austerity promessi al mercato.” Com’è noto esiste un network di SpA che controlla il “non sistema della politica”, è proprietario dei partiti e dei media più influenti, ovviamente.

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Gustavo Zagrebelsky sul Nuovo Ordine Mondiale e l’Apocalisse

a cura di Stefano Fait per IxR

“La democrazia è un sistema di governo molto compiacente. Può ospitare tante cose, senza abbandonare il suo nome. La classe politica…non rinuncerebbe a dirsi democratica. I cittadini comuni, a loro volta, spesso sono, per così dire, di bocca buona e si lasciano persuadere facilmente d’essere loro a tenere in mano le carte del gioco democratico…siamo sorpresi nel constatare che alla massima estensione spaziale della democrazia corrisponde un’insicurezza, anzi uno scetticismo crescente, diffuso e diffusivo…Il “dispotismo democratico” sembra a qualcuno il destino della democrazia di massa preconizzato da Tocqueville…Una volta si misuravano i progressi della democrazia, oggi i regressi…La democrazia è sempre stata, finora, la rivendicazione degli inermi, degli esclusi. Di quelli che contano poco o nulla e vogliono contare di più, vogliono farsi valere in società che li tengono ai margini…La democrazia dovrebbe stare dalla parte, dovrebbe essere la parola d’ordine dei senza-potere, contro coloro che dispongono di troppo-potere. Dovrebbero essere i primi, non i secondi ad esserle amici. […]. Mi pare si debba constatare il contrario. Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero…La democrazia come icona politica sta cambiando partito, sta mostrando un volto minaccioso proprio nei confronti di coloro ch’essa è nata per proteggere…Sto parlando dell’uso interno, quello diretto a giustificare prepotenze, illegalità, discriminazioni, indecenze di ogni tipo, fosse anche rivestite dalla forma della legge, in nome del “consenso”…È stato detto cinicamente, al tempo del maccartismo, che se il fascismo si fosse introdotto negli Stati Uniti, lo si sarebbe chiamato democrazia. Tutto mostra l’odierna forza compulsiva della parola: perfino l’antidemocrazia deve vestire i panni della democrazia. […]. Non ti pare che si stia creando una distanza persino nella conformazione fisica esteriore tra una super e una infra-umanità? Non è razzismo, perché attraversa tutte le popolazioni d’ogni colore. Ha invece qualcosa di nietzscheano. La ricchezza e la povertà, con l’accesso o l’esclusione a cure, trapianti, trattamenti d’ogni genere, mai forse come ora – o comunque mai visibilmente come ora – si trasformano in differenze di corpi e di prospettive di vita […]. Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? Un orrore che non ha nemmeno lontanamente a che vedere con la differenza di vita esistente un tempo tra un proletario e un borghese nelle nostre società. La stirpe umana si sta dividendo tra un sopra e un sotto biologico, come conseguenza d’un sopra-sotto sociale, e questa divisione è a tutti evidente. […]. E vuoi che prima o poi questa tensione, una volta che l’ideologia si congiunga con la tecnologia della violenza in una dimensione mondiale, non possa raggiungere un punto di rottura in grado di provocare la catastrofe?…Osserviamo i segni dei tempi. Questo è un tempo apocalittico. Segni premonitori e letteratura, analisi dotte ed elevate (non ciarpame new age o ciarlatani pseudo-religiosi e millenaristi) colgono nel tempo presente segni catastrofistici che spianano la strada a una mentalità apocalittica…La globalizzazione, per ora, è un altro modo di dire una grande e crescente ingiustizia che avvolge il mondo. […]. Per difendere la democrazia dai suoi nemici, si può sospendere la democrazia? È la questione dello “stato d’eccezione”, della sospensione dei diritti, della concentrazione dei poteri, dell’azione senza controlli, del segreto di Stato, della separazione degli “amici” dai “nemici”…La guerra è in sé la negazione della democrazia. È forza scatenata. La guerra liberala violenza, anche quella più turpe, sia contro i nemici esterni (i detenuti in carceri speciali o in “campi” come ad esempio Abu Ghraib o Guantanamo), sia contro gli interni (i “disfattisti”)… Bill Clinton è stato crocifisso per le bugie dette nella sua storia boccaccesca. Bush e Blair, per la guerra costruita su prove falsificate, no. Nessuno ne parla più. […] Hanno vinto la guerra, ma se l’avessero persa, loro, i loro consiglieri e gli affaristi che li spingevano, sarebbero davanti a una Corte penale internazionale…il fatto è che la nostra democrazia, la democrazia dell’Occidente, presenta caratteristiche che non piacciono affatto anche alla gente comune…L’Occidente come ideologia ha tanti acritici corifei, ma è un’ideologia di guerra. […]. C’è chi dice che non siamo in una dittatura semplicemente perché non c’è nemmeno più bisogno della dittatura. La dittatura, nel senso recepito della parola, non c’è perché è diventata superflua. […]. Nessun vero e duraturo rinnovamento sociale è mai stato imposto dall’alto dell’autorità, dallo Stato. Semmai, dall’alto ci si impadronisce dei fermenti sociali per dare loro forma, guidarli e, non infrequentemente, strumentalizzarli e tradirli. […]. Che cos’è la democrazia? Forse, dal punto di vista della felicità-infelicità, potremmo dire così: è il modo più sopportabile di sopportare l’infelicità, cioè il modo più umano, compassionevole, conviviale, in una parola, mite, di organizzare l’infelicità dell’humana condicio, riducendo al minimo la prepotenza, il disprezzo, la sopraffazione e, soprattutto, distribuendone il peso sul maggior numero possibile in una specie di mobilitazione generale delle umane imperfezioni. […]. Sono i potenti che rivendicano la felicità come diritto, la praticano e l’esibiscono, quasi sempre oscenamente, come stile di vita. […]. Sentiremo questo eterogeneo popolo degli esclusi e dei sofferenti chiedere non felicità ma giustizia. Un minimo di giustizia è ciò che ha preso il posto della felicità”.

Fonte: Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, Roma; Bari: Laterza, 2011.

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Nuovi Sistemi Politici: il Futuro della Democrazia. Ma quale Democrazia? Ma quale Europa?

La struttura socio-economica del Nuovo Ordine Mondiale è un mondo dell’<<aver tutto>> e dell’<<aver niente>>. Praticamente, senza una classe media – tranne i pochi che riterranno utili e sacrificabili. La discesa nel neo-feudalesimo richiede anche la privazione dei diritti politici e l’alienazione del diritto: vale a dire, il riavvolgimento di un migliaio di anni di progresso storico verso libertà e democrazia. Questo sta accadendo ai giorni nostri.Molti si chiedono se ci sia davvero un piano di governo mondiale di questa natura o se sia solo una teoria della cospirazione. La classificazione dei documenti di Vladimir Bukovsky del Politburo, rivelano che – negli anni precedenti al crollo dell’Unione Sovietica – Gorbaciov si incontrò con i leader socialisti europei e l’elite finanziaria internazionale, per discutere circa la convergenza degli stati sovietici con il nuovo Stato europeo.  Il 25 ottobre 1990, parlando in privato con il presidente argentino Carlos Menem, Gorbaciov disse:

Uno dei miei collaboratori mi scrisse qualche tempo fa, sul fatto che abbiamo bisogno di creare un governo mondiale. – La gente rideva di lui in quel periodo. Ma adesso?

C. Menem. Circa 40 anni fa, Peron parlava di continentalismo, il quale ci avrebbe portati verso un governo mondiale.
M. Gorbaciov. Credo che dovremmo pensar di rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite. Non ha potuto realizzare il suo potenziale per 40 anni e – solo adesso – ne sta avendo l’opportunità. Ecco un prototipo di governo mondiale per voi.

L’esperienza del socialismo di Bukovsky, lo porta a credere che non ci siano limiti ai piani espansionistici della EU. Romano Prodi ha già elaborato una mappa di interessi della sfera della EU. Interessi che comprendono tutto il Medio Oriente, Nord Africa e Turchia. I sogni della elite finanziaria internazionale e dei socialisti sono la stessa cosa. Perché, come riflette Bukovsky: ‘Nessuna utopia ha mai funzionato in uno spazio limitato: sia questo un villaggio, una città, un continente od un pianeta‘.

Naturalmente, niente di tutto si potrebbe fare apertamente ed è per questo che – i russi – sigillarono di nuovo e rapidamente, gli archivi del Politburo. Il tutto viene realizzato usando la tattica socialista di incrementalismo.

Le Nazioni Unite, con il loro delicato emblema di un blu luminoso, si presenta al pubblico come istituzione di pace e giustizia sociale, che serve da travestimento di pecora per il branco di lupi che la sponsorizzano. Mentre le UN (Nazioni Unite) sono ancora nella stragrande maggioranza, una foglia di fico per un governo mondiale, veri e propri blocchi di potere politico stanno costruendo sulla base di questa rassicurante ‘grande idea’. Inviterei gli americani – ma anche gli italiani – a guardarsi bene dall’apprezzare la UE e di rendersi conto che – questa – proprio “una grande idea” non è.

Le differenze tra la tradizione politica anglo-americana e tra i principi alla base dell’Unione europea, sono stati riassunti di recente da Ashley Mote, membro del Parlamento europeo ed autore di “Vigilance: A Defence of British Liberty“.

  • Tradizionalmente, nel Regno Unito e negli Stati Uniti, lo Stato trae il suo potere dallo stesso Stato ed è responsabile verso il popolo. Nell’Unione europea, lo Stato esiste in sé e il popolo risponde ad esso. Un esempio significativo di questo cambiamento di filosofia, potrebbe apparire proprio dall’annuncio di una nuova missione per la Gran Bretagna circa la riscossione delle imposte e la gigantesca agenzia di welfare – l’Agenzia delle Entrate – messa con orgoglio sulla homepage del loro sito www.inlandrevenue.gov.ukInland Revenue è presente per assicurare che tutti capiscano e ricevano ciò di cui han bisogno, per capire ciò che pagano e perchè lo devono, in modo tale che tutti contribuiscano alle esigenze del Regno Unito.
    << in modo che tutti contribuiscano alle esigenze del Regno Unito ?>>. Stanno suggerendo che i Cittadini britannici esistono per servire lo Stato? Cosa succede se uno non dovesse scegliere di ‘contribuire‘ alle esigenze del Regno Unito e chi definisce come qualcuno debba ‘contribuire‘?
  • Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, i diritti e le libertà sono il diritto di nascita. Nella EU, non ci sono diritti o libertà, ma solo privilegi unici che possono venir revocati.
  • Nel UK e negli Stati Uniti, nessuno è al di sopra della legge. Nella EU, i burocrati si sono dati l’immunità da procedimenti giudiziari.
  • Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, il governo viene sostituito dal popolo ogni pochi anni. Nell’Unione europea, la Commissione di governo non è eletta dal popolo o dal Parlamento europeo: è nominata dai capi degli Stati membri.
  • Nel Regno Unito e negli Stati Uniti, tutto è permesso a meno che non sia espressamente vietato. Nella EU tutto è implicitamente vietato a meno che l’EU non decida di permetterlo.

Questi ‘principi’ che – di per sè – hanno il profumo della dittatura, costituiscono parte integrante della ‘grande’ organizzazione politica dell’Unione europea.

Benchè nozionalmente ci sia una separazione dei poteri tra quello esecutivo e legislativo, in realtà – il potere – è saldamente nelle mani dell’esecutivo.

I 25 commissari che costituiscono il governo della UE, non sono Membri del Parlamento europeo (MEP), ma sono nominati ogni cinque anni da una maggioranza qualificata dei capi di ogni Stato membro del Concilio europeo. Mi pare più una commissione settarista che democratica.

Benchè il Parlamento debba approvare la nomina della Commissione e bastano 2/3 di voti per licenziarli, questo non può autorizzare nè respingere la nomina dei Commissari o licenziarli individualmente. A ‘mozione di censura’, non ha mai raggiunto la maggioranza necessaria e – semmai lo abbia fatto – il Parlamento non avrebbe il potere di nominare una nuova Commissione.

Nel 1999, Neil Kinnock è stato membro della Commissione Santer, dove è stato costretto a rassegnare le dimissioni a causa di seri problemi di corruzione finanziaria. Il Commissario Kinnock è stato nominato alla Commissione in sostituzione come commissario responsabile della lotta alla frode della UE! (ma andate a fanculo, ndr).

Jeffrey Titford, deputato al Parlamento europeo per la regione orientale e membro del Regno Unito Independence Party (UKIP), era uno dei deputati MEP più costernati da alcune nomine nella nuova Commissione del gennaio 2005:

Quando il mio collega Nigel Farage MEP, recentemente si alzò in piedi al Parlamento europeo per denunciare la nuova Commissione europea, è stato diffamato e minacciato di azioni legali. L’Onorevole Farage aveva chiesto ai colleghi se avessero ‘comperato una macchina usata da quest’uomo’, quando rivelò che il signor Jacques Barrot ricevette la sospensione della pena ad 8 mesi, assieme al divieto di candidarsi in Francia per 2 anni, dopo esser stato condannato nel 2000 per essersi appropriato di 25MLN di FFR (quasi 4 MLN di euro), provenienti da fondi governativi, deviandoli nelle casse del suo partito.

LORD STODDART of Swindon: European Union Shockwaves

La Gran Bretagna ha un rappresentante ugualmente impressionante, nella figura di Pietro Mandelson, selezionato da Tony Blair e debitamente nominato nel gennaio 2005 come Commissario per il commercio.

E’ stato costretto a dimettersi non una – ma ben due volte – dal governo Blair, a causa delle accuse di corruzione. Nel dicembre 1998, era saltato fuori che Mandelson aveva comprato una casa a Notting Hill nel 1996, con l’ausilio di un prestito senza interessi a tempo indeterminato di £ 373.000 da Geoffrey Robinson, un milionario Deputato laburista che era anche nel governo, ma che fu oggetto di un’indagine nei suoi rapporti d’affari con il Dipartimento del Commercio e dell’Industria, che Mandelson dirigeva.

Fuori da questo ufficio per soli dieci mesi, fu nuovamente nominato Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, nell’ottobre 1999.

Il 21 gennaio 2001, il Commissario Mandelson si dimesse dopo esser stato scoperto – mentre gestiva il Millenium Dome Project – a fare una telefonata al Ministero degli Interni per conto di Srichanda Hinduja, un uomo d’affari indiano che stava cercando di ottenere la cittadinanza britannica. Mr Hinduja aveva offerto £ 1.000.000 per il progetto fallimentare Dome. Con un record come questo, Mandelson fu destinato ad una mansione superiore a Bruxelles.

Ai sensi del Trattato di Roma del 1957, la Commissione UE ha il diritto esclusivo di elaborare un disegno di legge. Ciò significa che il Parlamento non può avere l’iniziativa legislativa o abrogarla (un eccesso di democrazia!, ndr). La Commissione ha inoltre il diritto del “proprio potere decisionale“ come ‘Custode dei trattati’ che consente di rilasciare un proprio Regolamento, come – per esempio – far rispettare le direttive comuni agricole e della pesca. A differenza delle direttive, i regolamenti diventeranno legge, non appena andranno attraverso il Parlamento europeo e non dovranno esser ratificati dai Parlamenti nazionali degli Stati membri (quando uno Stato è costretto a prender ordini da un altro, ci si deve considerare in guerra o in stato di assedio, ndr).

Tuttavia, ai sensi della procedura di consulta, ci sono le aree principali della legislazione della UE, sulle quali il Parlamento europeo non ha alcun potere. L’unico obbligo di legge, sarà che il Parlamento dichiari il suo parere sulla proposta di legge. La scheda UE dal titolo ‘Decision Making in the European Union’, descrive tutta la questione in modo più approfondito (Vedi http://europa.eu/about-eu/basic-information/decision-making/index_en.htm)

Ci sono tre principali procedure per promulgare nuove leggi nell’UE:

· Codecisione;

· Consultazione;

· Assenso

La differenza principale tra loro è il modo in cui interagisce il Parlamento con il Consiglio [dei ministri]. Nell’ambito della procedura di consultazione, il Parlamento si limita a dare il suo parere, nell’ambito della procedura di codecisione. Quindi, condividerà veramente il potere con il Consiglio. La Commissione europea, quando propone una nuova legge, deve scegliere quale procedura seguire. La scelta – in linea di principio – dipenderà dalla “base giuridica” della proposta…

Le aree coperte dalla procedura di consultazione sono le seguenti:Click to show

Anche se la Commissione trasmette la normativa sia al Consiglio dei Ministri sia al Parlamento nel quadro della procedura di ‘codecisione’, il volume delle direttive e dei Regolamenti che andranno alla Commissione, sarà così grande che i deputati non avranno nemmeno il tempo di leggere gran parte della legislazione.

Poichè – spesso – non hanno la più pallida idea di o su cosa stiano votando (la stessa cosa che accade nel parlamento italiano, ndr), i deputati si baseranno sul pubblico perciò che venga detto loro, come votare.

L’attuale eurodeputato britannico Nigel Farage ha dichiarato che – una volta – furono i deputati stessi a deliberare sulle direttive, 450 volte in 80 minuti di sessione. Ha ammesso deliberatamente che si trattava di una farsa e che votò come gli fu detto di fare. Una volta, in un’intervista alla BBC, disse:

Per esempio, mi fu detto che il 21 luglio – il secondo giorno di questa particolare sessione – sarei stato invitato a votare fino a 500 mozioni in una mattinata, attraverso il mio voto elettronico. A me sembra che tutto questo sia semplicemente impossibile.

La preghiera del Buddha è costituita da 70 parole, la Dichiarazione di Indipendenza Americana da 300 e la direttiva sul mercato comune sull’esportazione di uova di anatra da 26911.

Ora, sono in vigore più di 23.000 atti giuridici dell’UE e – più di un terzo della legge italiana – ha origine da Bruxelles. 120000 regolamenti come quelli inglesi – uniformati – ci faranno oggetto di arresto continuo (SOCPA 2005). Si sta già iniziando con i dimostranti in piazza, quelli che scendono per chiedere e ricordare i nostri diritti: quando MAI – in Italia – qualcuno veniva arrestato per prendersi delle manganellate?

Infine, il Parlamento europeo, non lo si può nemmeno definire una fabbrica di chiacchiere. I deputati dei gruppi politici più piccoli, si devono ritenere fortunati se gli vengon dati 90 secondi a settimana per parlare in un dibattito. Gli informati circa una discussione approfondita – quindi – non esistono, all’interno di questo Parlamento.

In Gran Bretagna – per esempio – si effettuano trascrizioni dettagliate sulle questioni parlamentari e poi si pubblicano agli occhi di tutti (Hansard).

Nella EU – in genere – si rilevano poche cose dei procedimenti e non sono rese disponibili per un pubblico controllo.

Si provi ad effettuare una ricerca della parola ‘minuti’ (minutes) nel sito www.EUABC.com. Si potrà rilevare che – a differenza di altre banche centrali – la Banca centrale europea (BCE) si rifiuta categoricamente di pubblicare i verbali delle sue riunioni.

Il dizionario introduce pure un nuovo termine,  ‘comitatologia’ (comitology).  Termine nuovo per descrivere il lavoro e lo studio dei molti comitati e gruppi di lavoro nella UE. Uno scienziato svedese ha trovato circa 1350 gruppi attivi di lavoro in seno alla Commissione che – per la maggior parte – opera senza il pieno controllo dei parlamentari che non possono nemmeno ottenere gli elenchi dei nomi dei partecipanti.

E noi continuiamo a PREOCCUPARCI delle stupidaggini che ci voglion inculcare in materia di evasione ed esuberi delle Pubbliche Amministrazioni? Ci PROCCUPIAMO se vincerà una destra o una sinistra? Tanto non cambierà NULLA. Se avessero voluto dare una svolta al paese, dando un calcio in culo a chi lo sta rovinando, lo avrebbero GIA’ fatto!

La corruzione nella burocrazia di Bruxelles è dilagante. Tanto da dover mantenere pure quella. Tanto da dover mantenere i sistemi bancari, rigonfiando loro i conti in rosso a causa delle scommesse laterali che fanno anche sulla vecchietta che attraversa la strada (derivati). Tanto da acquistare aerei M-346 per Israele, grazie a Berlusconi ed alla Legge Quadro 17-05-2005  sulla cooperazione militare Italia-Israele: soldi presi alla nostra gente per combattere altra povera gente.

VOI volete Europa, già! Ma quale Europa? Ma quale Democrazia? Tutto questo, a scapito dell’estinzione del welfare, del sociale, della sanità ed altro. Del taglio dei salari, della chiusura delle grandi industrie con scuse infantili – a volte plateali, della diminuzione delle già misere pensioni, dello togliere i diritti ad invalidi e disabili…

Tutto ciò per realizzare il delirio già accarezzato allora, nel 1952, da Jean Monnet, presidente della CECA – la formazione dell’esercito europeo! (fonte ufficiale del CER).

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Il nuovo ordine mondiale usurocratico coincide con le banche centrali

giornaledimontesilvano.com, 07 Settembre 2011 18:45 | Scritto da Antonio Pimpini

La sovranità limitata degli Stati ( nella foto prof. Giacinto Auiti, inventore e sperimentatore del Simec)

Nel ferragosto 2011, da poco trascorso, nel solco della prassi tanto cara ai periodi bui della prima repubblica e più recentemente ai governi del centro sinistra, sono state adottate misure pesanti in danno dei cittadini, sul presupposto che trattasi di scelte dolorose ma necessarie, derivanti dalla crisi economica mondiale in atto e, in particolare, dalla “speculazione” finanziaria che avrebbe in animo di aggredire l’Italia, dopo aver colpito altri stati. Tali misure sono state imposte dal diktat della BCE che ha imposto al governo italiano di vessare ulteriormente i cittadini.
Tra le varie iniziative, incidentalmente, vanno ricordate il cd. contributo di solidarietà, l’aumento delle spese di accesso alla giustizia, in breve un aggravio sconsiderato e generalizzato della pressione fiscale. Ebbene, se è vero – come è unanimemente riconosciuto – che il sacrificio di oggi trae fonte dagli sperperi di ieri, coniugati alla speculazione della grande finanza di oggi, i cittadini italiani sarebbero chiamati a rispondere a titolo di responsabilità per fatti altrui risalenti nel tempo e per attuali condotte speculative illecite di non meglio identificati centri e lobbie finanziarie.
Infatti, pur essendo certo che il mandato elettorale, quanto meno moralmente (a prescindere dall’area in cui è caduta la propria opzione di voto), ci rende tutti – quali componenti la collettività nazionale – egualmente corresponsabili con le scelte improvvide e di sperpero di denaro pubblico posto in essere dalla classe politica, il mandante (cioè il corpo elettorale) non può essere ritenuto responsabile per gli atti illeciti compiuti dal mandatario (cioè dai governanti) nell’esecuzione del mandato elettorale, non sussistendo atti di controllo che il primo può attuare sul secondo per evitare l’uso distorto delle pubbliche finanze, se non quello postumo di non esprimere nuovamente la preferenza di voto per un personaggio o per una colorazione politica che non ha ben operato.
Di conseguenza, rispondere per atti pregressi altrui di mala gestio, è iniquo ed inaccettabile sia dal punto di vista logico che giuridico. Ma ciò non sarebbe nulla, poiché il rimedio è la crisi di governo, per poi giungere alle elezioni anticipate e via con nuove iniziative populiste. Questa volta è intervenuto, in modo espresso e diretto, il vero padrone dell’Europa, il governatore della BCE, che ha fermamente imposto all’Italia di assumere le iniziative volte all’impoverimento della collettività nazionale, minacciando – udite udite – di non acquistare i buoni del Tesoro italiani se non fosse stata aumentata la pressione fiscale. Non solo, dopo aver emesso il diktat, non è stata indicata – e quindi adottata – alcuna disposizione idonea ad impedire le speculazioni internazionali. Bene farebbero le varie (e innominabili) organizzazioni internazionali a concentrare la loro attenzione sull’abbattimento delle spinte speculative e sull’azione concertata dai vari Stati tesa a perseguire, anche in sede di diritto penale internazionale, i grandi centri del potere finanziario che, attraverso la speculazione, decidono le sorti dei singoli e più stati.
Ma tornando alla BCE, questa, in verità, dovrebbe limitare il suo compito, come tutte le banche centrali, alla semplice funzione tipografica di stampa della moneta degli stati membri, accreditando la massa monetaria nell’attivo del bilancio statale, inserendo l’espresso ed assoluto divieto di attribuirsi la rendita da signoraggio primario, proprio perché la moneta ha valore in quanto accettata dalla collettività e non perché stampata dal tipografo, chiunque esso sia. Al contrario, è convinzione generale – fortunatamente in corso di erosione – che la BCE sia un organo della’Unione Europea e che le sue devastanti iniziative siano volte al bene comune. Il governatore della banca centrale, pertanto, non eletto da alcun suffragio, dopo essersi attribuito il diritto di proprietà sulla moneta emessa, attraverso il signoraggio si arricchisce di somme incredibilmente elevate, in danno delle collettività nazionali, in quanto le indebita della massa monetaria che ha emesso, addebitandola ai singoli stati che sono poi obbligati alla restituzione e, quindi, espropriati di altrettanto. Il profGiacinto Auriti ha per primo denunciato il sistema usurocratico della banca centrale, combattendo-lo con fermezza e rigore, tanto che oggi il ruolo e il sistema delle banche centrali è finalmente messo in discussione soprattutto grazie a lui, così come il dibattito sul signoraggio primario e secondario è entrato di diritto tra i temi caldi della vita socio economica e giuridica quotidiana. E’ facile, quindi, affermare che il vero padrone d’Europa è la BCE e che i singoli stati sono ad essa sottomessi, poiché privi di sovranità. La loro esistenza è legata alla quantità d’acqua che graziosamente riceveranno dal governatore centrale di turno.
Al sistema criminale della banca centrale, si aggiungono i parenti prossimi della grande finanza, che spesso ricicla i proventi del signoraggio ed attualmente sta speculando sull’Italia, dopo averlo fatto su altri paesi. Gli speculatori non sono altro che gruppi finanziari già compartecipi a vario titolo della banca centrale che, non domi della conseguenze devastanti del signoraggio e dei lucri inimmaginabili ad esso collegati, integralmente sottratti alla pressione fiscale, intendono impoverire un territorio e, quindi, un popolo, per massimizzare i loro già incredibili profitti. Anche nei confronti della grande speculazione i governi sono del tutto privi di difese. Infatti, non è stata adottata alcuna disposizione tesa a sanzionare speculazioni finanziarie attuate da centri di potere, ma solo provvedimenti che aumentano la pressione fiscale sull’incolpevole cittadino.
Il tutto come a dire, io speculo e tu paghi!
La fonte dell’imposizione fiscale, giunta a livelli di etnocidio, in quanto l’usurario di diritto comune almeno concede uno spatium temporale all’usurato per pagare, risiederebbe nel debito pubblico, cioè nell’esposizione che lo stato ha dovuto accendere con il sistema della banca centrale per poter avere denaro. All’oro, infatti, sono stati sostituiti i buoni del tesoro, emessi per finanziare lo stato e poter richiedere una maggiore quantità di denaro, ma, in tal modo, l’indebitamento con la banca centrale aumenta in modo esponenziale.
L’enorme debito pubblico italiano ha fatto sì che anche il nascituro è già debitore. Per risanare l’esposizione occorrerebbe vivere un anno senza mangiare, respirare e, quindi, consumare alcunché, per restituire, non si sa a chi poi, il debito pubblico. In altri termini riservare tutta la ricchezza prodotta al pagamento del debito.
E poi cosa accadrebbe? Un nuovo indebitamento, poiché la moneta debito continuerebbe ad essere stampata e la collettività nazionale indebitata della massa monetaria in circolazione, con il signoraggio sempre in favore della tipografia BCE e indebitamento dei stati membri. Corollario: dopo un periodo più o meno breve saremo nuovamente indebitati e la società della disperazione si riproporrebbe ciclicamente, causando danni sociali incalcolabili.
La soluzione, l’unica, è la proprietà popolare della moneta!
La moneta viene dichiarata di proprietà dei cittadini e, quindi, non potrà più la banca centrale appropriarsi del rendita da signoraggio. Lo Stato non sarà più costretto ad indebitarsi con il sistema bancario attraverso l’emissione di buoni e i cittadini, finalmente dichiarati proprietari della moneta, potranno fruire dei benefici derivanti da un sistema normalizzato. In particolare, anche il costo del denaro e l’inaccettabile pratica del signoraggio secondario, che accresce a dismisura il lucro degli istituti di credito, sarà finalmente debellato.
La BCE sarà disposta a svolgere l’attività che le è propria, cioè la mera stampa della moneta di proprietà dei cittadini? Il Governatore della BCE cesserà di svolgere funzioni che non gli competono? Gli Stati avranno la forza di trasformarsi da “camerieri dei banchieri” in titolari della sovranità monetaria. Le collettività nazionali comprenderanno la portata rivoluzionaria dell’Idea della proprietà popolare della moneta teorizzata dal prof. Giacinto Auriti?
La risposta positiva a queste domande consentirà la creazione di un nuovo Eden, quella negativa non potrà che causare disordini sociali, ribellioni e rivoluzioni.
La domanda che, quindi, dobbiamo porre a qualsiasi interlocutore titolare di un mandato elettorale o di una qualsiasi forma di rappresentatività collettiva e di esercizio di pubbliche funzione, è la seguente: condividi la teoria della proprietà popolare della moneta del prof. Auriti?
Dalla risposta si capirà se l’interlocutore intende servire la collettività o vuole servirsi della macchina istituzionale per interessi propri difficilmente coincidenti con quelli generali.
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mercoledì 29 maggio 2013

Oltre al video inserito nell’articolo, che invito a diffondere, segnalo un interessante articolo sull’incidente di woolwich, l’ennesimo atto di violenza costruito dai servizi segreti per innescare odi razziali e alla lunga anche guerre tra popoli:
Da notare come in un caso simili avvenuto in Italia (il ragazzo ghanese che ha fatto strage col piccone) l’assassino abbia fatto intendere di avere sentito delle voci nella testa che lo avrebbero incitato a compiere quel gesto di violenza estrema ed insensata (vedi http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/05/11/colpi-piccone-ferisce-3-uomini-milano-preso_8687808.html).
 
Solo una tecnica collaudata per ottenere delle attenuanti come semi-infermo mentale? Eppure esistono ben precisi brevetti per condizionare la mente a distanza con segnali sonori al di fuori del range di udibilità o con segnali elettromagnetici; vedi

http://scienzamarcia.blogspot.it/2010/05/apparato-e-metodo-per-monitorare-ed.html

Chi non vuole vedere lo scempio fatto al cielo dalle scie degli aerei forse non capirà, ma chi approfondisce l’argomento comprende come chi ci governa utilizzi la manipolazione mentale per incitare alla violenza gratuita (al fine di far desiderare poi al popolo un maggiore controllo che sconfina con la dittatura).
Del resto i riscaldatori ionosferici lavorano con modalità tali da innescare l’emissione di segnali elettromagnetici proprio nel range di frequenze alle quali lavorano i cervelli umani, come fare a pensare a delle coincidenze?
Il raccapricciante delitto di Corigliano in cui un ragazzo uccide a coltellate la fidanzata quindicenne e poi ne bruca il corpo ancora agonizzante, può solo addebitarsi ad uno scatto di violenza? Ne dubito, si tratta di una violenza troppo assurda, troppo gratuita. C’è davvero qualche forza demoniaca che sta facendo di tutto per staccare gli uomini dalla propria componente spirituale, metterli gli uni contro gli altri, condizionarli con la paura e l’inganno, manipolarli mentalmente, distruggerne la consapevolezza, privarli della coscienza.
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Comunicazione e democrazia: la questione Internet

By Enrico Giardino  / May 21, 2013

Le grandi società private che operano su internet, come Google e Facebook, non usano soltanto l’enorme quantità di dati disponibili relativi agli utenti come fonte di reddito. Esse sono in grado oggi, secondo Marcos Dantas professore presso la Scuola di Comunicazione (ECO) della UFRJ (Università Federale di Rio de Janeiro, ndt) di esercitare un controllo preciso dei cittadini su fattori politici, comportamentali ed etici

Internet è senza dubbio un potentissimo strumento di comunicazione multimediale di livello mondiale, orizzontale e potenzialmente democratico. Tuttavia le multinazionali private che controllano la rete non sono democratiche e possono comportarsi in modo autoritario, opaco ed occulto. E’ quanto sostiene il prof. Marcos Dantas dell’Università federale di Rio de Janeiro, il cui pensiero sintetizzo qui con qualche breve commento personale.

Comunicazione e democrazia: la questione Internet

Le grandi società private che operano su internet, come Google e Facebook, non usano soltanto l’enorme quantità di dati disponibili relativi agli utenti come fonte di reddito. Esse sono in grado oggi, secondo Marcos Dantas professore presso la Scuola di Comunicazione (ECO) della UFRJ (Università Federale di Rio de Janeiro, ndt) di esercitare un controllo preciso dei  cittadini su fattori politici, comportamentali ed etici.

“Queste società possiedono informazioni sulle nostre abitudini quotidiane e gusti, sulle scelte educative, religiose e politiche, che lo Stato non ha”, dice Dantas che tiene corsi di “Sistemi e tecnologie della comunicazione” e di “Economia politica della comunicazione”. Ciò che finanzia la costruzione di immense infrastrutture fisiche, necessarie al funzionamento di Internet è il capitale finanziario. Egli non crede che il movimento Cyberpunk, guidato da Julian Assange, che difende la crittografia come mezzo per conservare i diritti civili e la sovranità del popolo, sia una soluzione per democratizzare Internet. A suo parere, è necessario un ampio processo di mobilitazione politica che metta in discussione il potere delle grandi multinazionali che controllano la rete. Il loro controllo è molto più preoccupante di quello degli Stati, potenzialmente controllabili dai cittadini.

Perciò alcuni Stati europei si stanno preoccupando per il fatto che le multinazionali private possano sostituire lo Stato stesso nel controllo dei cittadini, in quanto posseggono dati personali che lo Stato non ha. Molti utenti di Google e di social network non hanno alcuna idea di come possano essere usati i loro dati personali da multinazionali, come Microsoft. Ogni smart-phone, che oggi sostituisce i vecchi telefoni cellulari, scambia con altri dati personali che passano su server, come quelli di Google, Facebokk, Twitter o Microsoft.

Sono informazioni preziose per le multinazionali della rete, un vero plusvalore offerto gratuitamente e senza troppa coscienza. La politica e la  storia degli Stati imperialisti è poi sempre più caratterizzata da un connubio forte con le multinazionali della rete, una simbiosi perfetta e poco nota. E’ anche velleitaria l’idea che la circolazione di messaggi “libertari” di siti e blog possa contrastare, comunque, l’egemonia delle multinazionali della rete e dei governi collusi della rete. Affinché ciò si realizzi è necessario che siti e blog pongano la critica del Capitalismo come fondamento delle loro proposte. Illusoria è anche l’idea che tramite Internet si possano organizzare grandi manifestazioni di massa, queste non sono affatto spontanee. Quando Internet non esisteva ancora, uno studente che manifestava fu ucciso a Rio de Janeiro dalla polizia: questo omicidio scatenò una manifestazione di oltre 100.000 persone contro la dittatura militare. Se le riunioni per organizzare una manifestazione popolare avvengono via Internet, la polizia è in grado di saperlo e di intervenire per reprimerla. La cosiddetta “primavera araba”, le cui manifestazioni sono state dipinte come organizzate via Internet, è una grande impostura, come i fatti successivi hanno dimostrato. Uno dei leader di quella protesta “pilotata” era  appunto un dirigente di Google.

Deve invece preoccuparci che tutte le comunicazioni intercontinentali via Internet, tra America latina ed Europa, passano dagli USA: circa il 70% delle comunicazioni Internet nel mondo sono nella mani di una sola società privata USA. la “Level 3 communication”. La struttura comunicativa di Internet – cavi, satelliti, reti, server, torri ed antenne – è molto complessa e costosa. Se lo Stato non la costruisce, ci pensano le multinazionali private a farlo, per ragioni di profitto commerciale, ideologico e politico. Infatti questa struttura serve alle transazioni finanziarie delle banche e al trasferimento dei capitali, ma anche allo scambio di informazioni di tipo militare e spionistico a scala mondiale. Nel nord del mondo la infrastruttura comunicativa elettronica ha avuto sempre una direzione orizzontale: USA-Europa-Giappone. Nel sud del mondo ha avuto invece una direzione sud-nord: es. da America latina verso USA ed Europa.

Marcos Dantas parla poi poi del rapporto stabilito dalla Cina con l’Africa, e dello scambio tra infrastrutture comunicative cinesi in Africa e contratti commerciali bilaterali. In questo modo la Cina sta contrastando con successo la penetrazione imperialista in quel Continente, ricco di materie prime e di minerali preziosi.

Precisa anche che le leggi per il controllo dei contenuti di rete, attualmente in discussione negli USA – SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA ( Protect IP Act) – non sono ancora promulgate, non per la opposizione dei cyber-attivisti, necessaria ed utile, ma per conflitto di interessi tra Google e Hollywood. Un conflitto che riguarda brevetti, marchi e diritti d’autore, licenze… Alle multinazionali serve la garanzia di controllo sul pagamento dei diritti d’autore da parte degli utenti: un problema che richiede soluzioni diverse, anche conflittuali, perché si tratta di TV, di cinema, di audiovisivo e di Internet (Google, Apple, ecc). L’accordo tra multinazionali in conflitto si potrà trovare solo quando tutti saranno dotati di smart-phone collegati in rete e a un negozio, che sia iTunes, Nokia o Samsung, che riscuote diritti d’autore. Allo stesso modo Blu-ray (evoluzione del formato DVD) dovrà essere collegato ad un negozio di film e video.

In merito alla proposta dei Cyberpunk di usare la crittografia per preservare i diritti civili delle persone e la sovranità dei popoli, Dantas dice che può essere utile, ma ribadisce che il problema vero è quello di mettere in discussione il potere del grande Capitale di controllo della rete e della vita dei cittadini. Clicca qui per l’intervista completa ed originale a Dantas.

Breve commento personale

Penso che le considerazioni e i dati forniti dal prof. Dantas siano di grande interesse per tutti noi. Rimane anche confermata l’utilità sociale e culturale di ogni blog, come Pickline, che appunto disvela e mette in discussione le logiche e i rapporti di produzione e di scambio che il Capitalismo globalizzato impone all’umanità e al suo ambiente. Credo anche che occorra esprimere prudenza e perplessità verso tutti coloro che mitizzano la democrazia della rete, come assoluta e salvifica. Tra questi il nostro Beppe Grillo in Italia, che affida ad Internet e alla sua persona tutta la politica e il suo movimento. La questione è un po’ più complessa e articolata, come i fatti di questi mesi ci stanno dimostrando.

Vorrei anche far notare che il silenzio e la manipolazione mediatica e politica su questi temi è assoluta, pervasiva ed egemone. Grazie alla propaganda mediatica, alimentata dalla pubblicità commerciale delle multinazionali della rete, l’uso di strumenti di comunicazione interpersonale si va diffondendo sempre più, quale che sia l’età o la condizione sociale degli utenti coinvolti. Una tale diffusione consumistica, assolutamente irrazionale e spropositata, comporta non solo i rischi  qui sollevati dal prof. Dantas, ma quelli derivanti da danni biologici per elettrosmog, già documentati su questo blog, sulla base di studi, ricerche e misurazioni accurate, come quelli del prof. Olle Johansson  del “Karolinske Institute” – Università svedese di Stoccolma.

Perciò nessuno mitizzazione della rete e delle moderne tecnologie comunicative, ma un approccio ed un uso critico e razionale di esse, senza mai perdere il rapporto diretto con la realtà, con le  persone impegnate, con i conflitti sociali e politici che si conducono contro i poteri dominanti, comunque camuffati.

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I rapporti fra paesi emergenti e globalizzati sono destinati a cambiare

Spence: «Questo sarà il futuro della globalizzazione»

L’intervento del premio Nobel al Festival dell’economia di Trento. Gli appunti della sua lezione

Se in passato l’economia globale si è concentrata sui paesi sviluppati, oggi la struttura e i network mondiali si stanno diversificando, allontanandosi dalle economie avanzate. Le economie emergenti – con la Cina in testa – grazie agli enormi progressi degli ultimi decenni, sono ormai abbastanza grandi e ricche per generare sufficiente domanda in grado di sostenere la crescita e sono di conseguenza sempre meno dipendenti dai paesi sviluppati. I riferimenti del passato non sono più utili, sia le economie avanzate che quelle emergenti necessitano un cambiamento del modello economico per continuare (o tornare) a crescere: Stati Uniti ed Europa devono abbandonare un modello di crescita basato sull’indebitamento, per gli emergenti è fondamentale stimolare la domanda interna. La parola chiave per entrambi? Riforme

Ecco l’introduzione di Spence e, a seguire, il suo intervento (clicca per sfogliare le pagine)

La storia

• La tecnologia, la rapida evoluzione della struttura economica globale, e la crescita dei paesi emergenti hanno queste conseguenze

• La capacità dei paesi e dei loro governi di fornire modelli stabili di crescita e di mantenere la coesione sociale è diminuita a causa di questi crescenti e mutevoli trend di interdipendenza economica.

• Le misure convenzionali non sono più sufficienti

• I paesi sviluppati, con redditi, strutture e sistemi di governance simili, hanno dominato l’economia globale per molti decenni dopo la seconda guerra mondiale

• Il coordinamento politico a livello internazionale per gestire l’interdipendenza economica era relativamente facile. Ma tutto questo è ormai nel passato.

• I paesi in via di sviluppo sono grandi e in crescita

• 50 per cento dell’economia globale, e questa percentuale è in costante crescita.

• Stanno crescendo in termini di reddito e di valore aggiunto

• Sono grandi mercati e grandi produttori con ottimi collegamenti

• Fra molti decenni, quando il processo di convergenza sarà completato, ritorneremo forse ad avere una grande economia globale relativamente omogenea

• Ma nel frattempo viviamo in un mondo complesso, fatto di grani diversità economiche e di veloci transizioni

• I paesi hanno, nel migliore dei casi, solo un controllo parziale delle loro traiettorie economiche

• La perdita di sovranità è permanente

• Non abbiamo scelta se non quella di adattarci come possiamo a livello nazionale e tentare di costruire delle politiche, istituzioni e meccanismi di coordinamento efficaci per gestire l’impatto “esterno” delle nostre scelte di politica interna.

• Ma se le problematiche e le sfide durante il tragitto sono numerose, in fondo, i nostri interessi nazionali sono, nella maggior parte dei casi, allineati

L’intervento del premio Nobel per l’economia Michael Spence al Festival dell’Economia di Trento
Leggi il resto:

http://www.linkiesta.it/spence-festival-economia-trento#ixzz2UnAkTNNW

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Manifesti contro l’aborto? I “democratici” ti aggrediscono

artic. CorriereRiceviamo e pubblichiamo qusta testimonianza, condividendo la battaglia per l’abrogazione della famigerata legge 194

di Giorgio Celsi

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_maggio_28/attivista-anti-aborto-spintoni-ospedale-monza-2221368706870.shtml

Sono Celsi Giorgio Presidente dell’Associazione “Ora et Labora in Difesa della Vita” e Vicepresidente dell’Associazione NO 194 che stà preparando il referendum per abrogare la legge 194 in materia di aborto, volevo sottolineare come negli ultimi mesi, abbiamo subito diverse aggressioni sia verbali che fisiche, mentre pacificamente e con regolare preavviso alle varie questure testimoniavamo con la preghiera e il volantinaggio fuori dagli ospedali ( vedi alla 12 ore di preghiera per la Vita svoltasi a Padova il 2 marzo 2013 http://video.gelocal.it/mattinopadova/locale/padova-e-scontro-sull-aborto-davanti-all-ospedale/9549/9561, alla 12 ore di preghiera alla clinica Mangiagalli del 2/3 2013 e del 4/ 5/2013 per ultimo l’aggressione subita ieri all’Ospedale San Gerardo di Monza). Questo a mio avviso succede perché stiamo mettendo in discussione con il referendum abrogativo la legge sull’aborto, infatti se distribuivamo pannolini o dicevamo ”La legge c’è basta metterla in pratica bene” nessuno ci avrebbe aggredito o insultato, ma noi non dobbiamo essere il popolo dei pannolini, dobbiamo essere il popolo della vita che si contrappone a chi pensa che sopprimere bambini nel ventre materno sia un diritto, quando invece è palesemente un delitto per di più perpetrato con i nostri soldi verso il più debole e indifeso dei nostri fratelli. Questi fatti però devono renderci più forti e farci capire che siamo sulla strada giusta,nel Vangelo infatti sta scritto: beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno” . Si sappia comunque che come abbiamo fatto fin d’ora, ad ogni aggressione sia vebale che fisica noi risponderemo con denunce e querele nei confronti di chi vuole ledere il nostro diritto costituzionale di manifestare a Difesa della VitaBen venga come si evince alla fine dell’articolo del Corriere.it il fatto che i miei volantini con delle vere foto di bambini abortiti nel cestino dei rifiuti ospedalieri, urtino la sensibilità dei passanti, perché visto che non si ha nessun timore di disturbare la sensibilità delle persone quando si tratta delle ingiustizie perpetrate ai danni degli animali o dell’ambiente non vedo perché io dovrei farmi scrupolo nel far emergere con i miei volantini una realtà che in 35 anni di aborto legalizzato ha causato la soppressione di quasi sei milioni di bambini nel caldo ventre materno, anzi le ceneri di questi bambini come diceva Padre Pio : “Vanno sbattute sulle facce di bronzo dei loro genitori, dei medici e degli infermieri responsabili”. Io aggiungo che andrebbero sbattute in faccia anche a tutti coloro che con la loro indifferenza e con il loro menefreghismo hanno permesso e continuano a permettere questo olocausto legalizzato, questo tributo a Satana. Ricordiamoci che Auschwitz inizia quando si guarda agli ospedale dove si fanno gli aborti e si pensa: “Tanto non sono ancora bambini “, oppure “a me questo non importa” o peggio ancora quando si giustifica la legge sull’aborto dicendo “Io non lo farei mai ma lascio che ci sia una legge che dia la libertà agli altri di farlo”. (che equivale a Dire: io non ucciderei mai una persona ma do la pistola a tutti coloro che vogliono farlo). Questa verità la chiesa la deve “gridare dai tetti”, abbiamo bisogno di pastori che illuminino le coscienze ammorbidite da 35 anni di legalizzazione dell’aborto.In questo momento poi in cui si parla tanto di femminicidio ci si dimentica di tre milioni di bambine concepite soppresse legalmente dall’entrata in vigore della legge 194 in Italia se è vero che gli aborti ufficiali in questo arco di tempo, come detto ammontano a sei milioni. In più in Italia si sta sviluppando con l’aumento dell’immigrazione il fenomeno dell’aborto selettivo di bambine. E per questa immane ingiustizia perchè le radicali e le femministe non protestano la Bonino in primis ?

Dal canto mio capisco che quell’andare a testimoniare davanti agli ospedali abortisti in divisa da infermiere possa dare fastidio a molti, soprattutto a chi con gli interventi di aborto mira a far quadrare i bilanci del suo ospedale, ma ribadisco come ho risposto al presidente del mio collegio -Dott. Mutillo- che mi ha diffidato per questo prima verbalmente e poi per iscritto, che smetterò di andare a testimoniare in divisa, quando i medici e gli infermieri smetteranno di eseguire aborti.

Cordiali saluti, Celsi Giorgio Presidente Associazione “Ora et Labora in Difesa della Vita” e Vicepresidente Associazione “No 194” info@no194.org http://no194.org/ Per Info 3467035866

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RIFLESSIONI SULLA DEMOCRAZIA

DI GIANNI PETROSILLO
conflittiestrategie.it

Ogni sindaco prima di me, sin dove arriva la memoria era stato accusato di essere un demagogo sognatore, oppure un ladro o un truffatore tuttavia io presi quel posto con un certa speranza, intendendo rendere tutto più bello, dare alla gente il dovuto, far sì che i grossi delinquenti si mettessero in riga. Come già una volta il Ledger stava tentando di vendere la sua terra per un parco, ma io lo impedii. Poi allontanai a bastonate sul muso lo schifoso maiale dal trogolo. Che accadde? Bene scoppiò un’ondata di criminalità sulle pagine del Ledger! Quanti rapinatori, giocatori d’azzardo, fuorilegge ubriaconi, e luoghi del vizio! La chiesa cominciò a chiacchierare, la corte mi si mise contro. Sporcarono il mio nome e quello della città mi uccisero per averla vinta. E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!”.
E.L. Masters, Nuova antologia di Spoon River.

La democrazia è la via più breve per l’oligarchia. Difficile contestare questa affermazione alla luce degli sviluppi dei nostri sistemi occidentali, diretti da ristrette cerchie di potere le quali richiamandosi alle supreme leggi del mercato e ad un comune uso degli strumenti ideologici e politici di condizionamento dei vari strati della popolazione, tentano di plasmare a loro immagine e somiglianza le sfere dell’agire umano, dove opera uno storicamente specifico rapporto di ri-produzione sociale che per carenza categoriale definiamo ancora capitalistico nonostante si sia distanziato, in alcuni tratti fondamentali, dalla sua configurazione precedente.

Tuttavia, è bene ribadire che queste élite di comando non sono tutte sulle stesso piano, benché spesso si alleino in organismi sovranazionali, sposino il medesimo modus operandi, le stesse parole d’ordine, simili regole comportamentali, scale valoriali, diritti e doveri sociali ecc. ecc.. Vi è una matrice che influenza tutte le altre nella nostra parte di mondo, quella che l’economista Gianfranco La Grassa chiama la formazione dei funzionari (privati) del capitale di derivazione statunitense, emersa dalla dissoluzione di quella borghese di “genealogia” inglese, nata con la rivoluzione industriale. Questi gruppi dominanti che fra loro sono in una relazione di preminenza/subordinazione, quindi in un rapporto conflittuale determinante una egemonia gerarchica, sia nella segmentazione dello spazio mondiale che nella stratificazione di quello nazionale, si sono appropriati del concetto di democrazia e ne hanno fatto un paravento per il loro assolutismo pubblico.

C’è un interessante saggio del filosofo francese Jacques Ranciére che analizza in dettaglio questa metamorfosi dell’idea di democrazia, divenuta un indiscutibile congegno di mascheramento della sovranità autoritaria dei pochi sui molti, col consenso passivo di quest’ultimi. In Ranciére però manca totalmente quella dimensione conflittuale, quale complesso di strategie politiche erompenti dalla disputa tra drappelli dirigenziali, tanto nell’estensione mondiale che in quella nazionale, fattore che gli impedisce di comprendere e di pesare la consistenza geopolitica e i concreti differenziali di potere tra i suddetti raggruppamenti preminenti di ciascuna formazione statale, i quali pur facendo riferimento ad uno speculare sistema di progetti e obiettivi occupano postazioni più o meno privilegiate (di potenza) nell’area globale, indirizzandone (o subendone) i processi e le risultanze.

Da questo ragionamento errato viene impropriamente inferita l’esistenza di una fantomatica classe dominatrice unificata a livello planetario, di tipo tecnocratico o finanziario, che ambirebbe, ricavandone la forza da una necessità teleologica (il trionfo della tecnica e della produzione illimitata) ad occupare e sottomettere l’intero orbe terraqueo, spodestando stati e popoli.

Prescindendo da questo approdo discutibile, Ranciére ci fornisce una serie di riflessioni sulla democrazia che colgono nel segno, specialmente laddove egli individua e spiega evidenti effetti distorcenti, sociali, ideologici, politici, rispetto ai quali i nostri intellettuali da riporto sono sempre pronti a fornire giustificazioni e rappresentazioni di comodo. Soprattutto sesi tratta di respingere in blocco fenomeni di protesta o di resistenza, accelerati dal default economico in quanto riflesso di un più profondo squassamento geopolitico, che rischiano di sfuggire di mano e che vengono immediatamente bollati come populisti. Cito di seguito i passi più significativi del suo testo sperando di contribuire ad una riflessione più ampia sull’argomento.

“..Ciò che chiamiamo democrazia è, infatti, un funzionamento dello stato e del governo esattamente opposto; eletti eterni che accumulano o alternano funzioni municipali, regionali, legislative o ministeriali e che si legano alla popolazione rappresentando gli interessi locali; governi che fanno le leggi; rappresentanti del popolo che escono dalle scuole di amministrazione; ministri e collaboratori di ministri risistemati nelle imprese pubbliche o semipubbliche; partiti finanziati con la frode sui mercati pubblici; uomini d’affari che investono somme colossali per ottenere un mandato elettorale; padroni di imperi mediatici privati che, grazie alla loro funzione pubblica, si appropriano dell’impero delle telecomunicazioni di stato. Insomma, la requisizione della cosa pubblica da parte di una solida alleanza fra l’oligarchia statale e l’oligarchia economica. Si capisce che i denigratori dell”‘individualismo democratico” non abbiano niente da rimproverare a questo sistema di predazione della cosa e dei beni pubblici. Questo iperconsumo delle funzioni pubbliche non dipende, infatti, dalla democrazia. I mali di cui soffrono le nostre “democrazie” sono innanzitutto i mali legati all’insaziabile appetito degli oligarchi. Non viviamo in una democrazia. Non viviamo nemmeno in un campo, come sostengono certi autori che ci vedono tutti sottomessi alla legge d’eccezione del governo biopolitico. Viviamo in uno stato di diritto oligarchico, cioè in uno stato in cui il potere dell’oligarchia è limitato dal duplice riconoscimento della sovranità popolare e delle libertà individuali. I vantaggi di questo tipo di stato sono noti, come pure i loro limiti. Le elezioni sono libere. Servono essenzialmente ad assicurare la riproduzione del medesimo personale dominante sotto etichette intercambiabili, ma le urne non sono in genere strapiene ed è possibile rendersene conto senza rischiare la vita. L’amministrazione non è corrotta, tranne in quegli affari di mercato pubblico dove finisce per confondersi con gli interessi dei partiti dominanti. Le libertà individuali sono rispettate, a prezzo di considerevoli eccezioni per tutto quello che riguarda la difesa delle frontiere e la sicurezza del territorio. La stampa è libera: chi voglia fondare, senza l’aiuto di potenze finanziarie, un giornale o una rete televisiva capace di raggiungere l’insieme della popolazione incontrerà serie difficoltà, ma non finirà in galera. I diritti di associazione, di riunione e di manifestazione permettono l’organizzazione di una vita democratica, cioè di una vita politica indipendente dalla sfera statale. Permettere è evidente mente una parola ambigua”.

“…il sistema cosiddetto maggioritario elimina i partiti estremi e fornisce ai “partiti di governo” il mezzo per governare in alternanza: permette così alla maggioranza, cioè alla minoranza più forte, di governare senza
opposizione per cinque anni e di prendere, nella certezza della stabilità, tutte le misure che l’imprevisto delle circostanze e la previsione a lungo termine richiedono in vista del bene comune. Da un lato, questa alternanza soddisfa il gusto democratico del cambiamento. Dall’altro, i membri di quei partiti di governo,
avendo fatto gli stessi studi nelle stesse scuole dalle quali escono anche gli esperti nella gestione della cosa comune, tendono ad adottare le stesse soluzioni che fanno prevalere la scienza degli esperti sulle passioni della moltitudine. Si crea così una cultura del consenso che ripudia gli antichi conflitti, abituando a oggettivare senza passione i problemi che a corto e a lungo termine le società incontrano, a chiedere soluzioni agli esperti e a discuterle con i rappresentanti qualificati dei grandi interessi sociali”.

“…E’ finito, quindi, il tempo in cui la divisione del popolo era abbastanza attiva e la scienza abbastanza modesta perché i principi opposti potessero sopportare la loro coesistenza. L’alleanza oligarchica della ricchezza e della scienza esige oggi tutto il potere ed esclude che il popolo possa ancora dividersi, moltiplicarsi. Ma la divisione, che è stata espulsa dai principi, ritorna da tutte le parti. Ritorna nell’impulso dei partiti di estrema destra, dei movimenti identitari e degli integralismi religiosi che, contro il consenso oligarchico, fanno appello ai vecchi principi della nascita e della filiazione, a una comunità radicata nel suolo, nel sangue e nella religione dei padri. Ritorna anche nella molteplicità delle lotte che rifiutano la necessità economica mondiale, di cui si avvale l’ordine del consenso per rimettere in discussione i sistemi sanitari e pensionistici o il diritto del lavoro. Ritorna infine nel funzionamento stesso del sistema elettorale, quando le uniche soluzioni che si impongono tanto ai governanti quanto ai governati debbono sottostare alla scelta imprevedibile di questi ultimi. Il referendum europeo ne ha fornito la prova. Nello spirito di coloro che sottomettevano la questione a referendum, il voto doveva intendersi secondo il senso originario che ha l’”elezione” in occidente: come un’approvazione data dal popolo riunito a coloro che sono qualificati per guidarlo. Doveva essere così, anche perché l’élite degli esperti di stato era unanime nel dire che la questione non si poneva più, che si trattava soltanto di proseguire la logica degli accordi già esistenti e conformi agli interessi di tutti. La maggiore sorpresa del referendum è stata che una maggioranza di votanti ha ritenuto invece che quella questione fosse una vera questione, che essa non dipendesse dall’adesione della popolazione, ma dalla sovranità del popolo e che solo il popolo potesse rispondere sì o no. Il resto si sa. Si sa anche che di questa sciagura, come pure di tutte le difficoltà del consenso, gli oligarchi, i loro scienziati e i loro ideologi hanno trovato subito una spiegazione: se la scienza non riesce a imporre la sua legittimità è colpa dell’ignoranza. Se il progresso non progredisce è colpa dei ritardatari. Una parola, continuamente salmodiata da tutti gli esperti, riassume questa spiegazione: il “populismo”. In questo termine rientrano tutte le forme di secessione nei confronti del consenso dominante, sia quelle che derivano dall’affermazione democratica sia quelle che nascono dai fanatismi razziali o religiosi. E si cerca di dare a questo insieme così eterogeneo un unico principio: l’ignoranza degli arretrati, l’attaccamento al passato, al passato dei vantaggi sociali, degli ideali rivoluzionari e della religione dei padri. Populismo è il facile nome sotto il quale si cela la contraddizione esasperata fra la legittimità popolare e la legittimità scientifica, nonché la difficoltà del governo della scienza ad adattarsi alle manifestazioni della democrazia e perfino a quella forma mista che è il sistema rappresentativo. Questo nome maschera e allo stesso tempo rivela il grande desiderio dell’oligarchia: governare senza popolo, cioè senza divisione del popolo, governare senza politica. É permette al governo dei sapienti di esorcizzare la vecchia aporia: come può la scienza governare coloro che non la capiscono?”

“…L’ignoranza che viene rimproverata al popolo è semplicemente la sua mancanza di fede. La fede storica ha cambiato campo. Oggi sembra l’appannaggio dei governanti e dei loro esperti. Perché asseconda la loro compulsione più profonda, la compulsione naturale al governo oligarchico: la compulsione a sbarazzarsi del
popolo e della politica. Dichiarandosi semplici gestori delle ricadute locali e della necessità storica mondiale, i nostri governi si industriano a eliminare il supplemento democratico. Inventando istituzioni sovra-statali, che non sono stati a loro volta e che quindi non sono responsabili di fronte a nessun popolo, i nostri governi realizzano il fine immanente alla loro stessa pratica: depoliticizzare le questioni politiche, sistemarle in luoghi nonluoghi che non lasciano spazio all’invenzione democratica di luoghi polemici. Così gli stati e i loro esperti possono intendersela…”

Chi è ancora convinto che la democrazia sia il governo del popolo dovrebbe fermarsi a ragionare. Troppe contraddizioni e deformazioni insinuano dubbi sul significato d’antan della parola. Forse, non aveva tutti i torti Carmelo Bene quando sosteneva che la “democrazia è il popolo, che prende a calci in culo il popolo, su mandato del popolo” ma, aggiungiamo noi, a vantaggio di conchiuse e prepotenti oligarchie.

Gianni Petrosillo
Fonte: http://www.conflittiestrategie.it
Link: http://www.conflittiestrategie.it/riflessioni-sulla-democrazia
27.05.2013

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Il concetto di DEMOCRAZIA è gia stato AMPIAMENTE TRATTATO è definito da Lenin in tempi non sospetti sul fatto che altro non è che il miglior INVOLUCRO del dominio borghese .Nel saggio STATO E RIVOLUZIONE.Tutti gli altri concetti sono metafisici, riflessioni astratte ,o di convenienza .

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Le Profezie del grande conflitto “Oriente” “Occidente”

Le ultime vicende Mediorientali stanno velocemente convergendo verso lo scenario descritto nei precedenti articoli che vede la polarizzazione dello scontro Oriente-Occidente con un preminente ruolo assunto dalla Persia (Iran) e la Russia.

Nella crisi siriana la Russia riemerge come vera potenza equilibratrice dopo anni di assenteismo sullo scenario geopolitico. Il fronte sciita capitanato dall’Iran è in rapido rafforzamento.
La Turchia, proprio mentre scrivevamo dei fatti che avrebbero coinvolto il paese in un vicino futuro, è entrata essa stessa in una fase di convulsioni socio-politiche.

Ma qual’è il meccanismo di trasmissione che permetterà a questo conflitto di deflagrare ed investire in pieno l’Europa?

Il Duca dei Tempi dice:

“La plebe si solleverà, caccerà i seguaci dei legislatori e sembrerà che i regni [siano]indeboliti dagli Orientali, che Dio Creatore abbia slegato Satana dalle prigioni infernali, per farsorgere il grande Dog e Dohan che faranno una così grande frattura abominevole alle Chiese, che né i rossi né i bianchi senza occhi e senza mani non potranno più giudicare e sarà loro osteggiata la potenza.”

E la Madonna a La Salette conferma:

La Francia, l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra saranno in guerra; sangue scorrerà per le strade; il francese combatterà col francese, l’italiano con l’italiano; poi ci sarà una guerra generale che sarà spaventosa.

Scontri e guerre civili, un destino simile alle rivoluzioni colorate e alle “primavere arabe” che dissangueranno le nazioni europee e le indeboliranno?E cosa potrebbe provocare questi disordini?

Vediamo alcune fonti profetiche piuttosto famose ed interessanti:

cominciamo con il veggente del Voralberg. Per chi volesse informazioni biografiche su questo personaggio basti dire che si trattava di un contadino della regione del Voralberg che era destinatario di visioni profetiche relative al futuro in Europa. Nel 1922 ebbe in sequenza le seguenti brevi visioni che già ebbi modo di pubblicare e commentare nel 2006. Riporto proprio quella versione:

1. Il Cristo si ritira dinanzi all’avanzare della malvagità
umana, lasciando l’umanità in balia di se stessa e del principe delle
tenebre. (COMMENTO: sembra di ricordare le parole pronunciate da
Giovanni Paolo II su Dio che si allontana da un’umanità che pensa di
poter fare a meno di lui).

2. Corruzione generale, grande carestia tanto da indurre a
macinare le scorze degli alberi per farne farina; anche l’erba dei
prati è usata come cibo. Rivolte politiche nelle quali molti vengono
incarcerati e giustiziati. Fuga sui monti intorno ai prestatori su
pegno. (COMMENTO: crisi economica globale che porta malcontento e
rivolte)

3. La rovina giunge improvvisa dalla Russia: prima colpita è la Germania, poi la Francia, l’Italia e l’Inghilterra. Ovunque tumulti e distruzioni. Il veggente vede una strada ampia e lunga: ai margini, uomini, donne, vecchi e bambini. Sul ciglio della strada, una ghigliottina con due carnefici: scorre sangue d’innumerevoli decapitati. (COMMENTO: la Russia viene indicata come la nazione che porta la guerra in Europa).

4. Le regioni del Reno vengono distrutte da aerei e da eserciti invasori.

5. Parigi incendiata e distrutta; Marsiglia sprofonda in un baratro che le si è formato attorno e viene coperta dalle tenebre di un’alta marea. (COMMENTO: frasi identiche a quelle pronunciate dalla Madonna a La Salette).

6. Eccidio a Roma con montagne di cadaveri. Il papa fugge nascostamente con due cardinali su una vecchia vettura fino a Genova e quindi in Svizzera. Poi giunge a Colonia dove nel Duomo consacra il nuovo imperatore, cui vengono unti capo e mani. Riceve la collata con una lunga spada, l’antica corona imperiale, il mantello bianco con giglio d’oro, lo scettro e la palla imperiali. Egli sostituisce lo scettro con una croce e giura fedeltà e protezione alla Chiesa. (COMMENTO: qui compare la figura del Grande Monarca, bretone, discendente di San Luigi IX preconizzato da tanti mistici della Chiesa fra cui la Beata Anna Caterina Emmerich che lo chiama Enrico, colui che insieme al papa pacificherà la terra)

7. Tenebre per tre giorni e tre notti. Inizio con un terribile tuono o terremoto. Non arderà alcun fuoco. Non si potrà ne mangiare ne dormire, ma solo pregare. Ardono solo candele benedette. Lampi penetrano nelle case. Terremoti e maremoti. Invocazioni di Gesù e Maria da parte di alcuni; imprecazioni di altri. Vapori si zolfo riempiono l’aria, pestilenze.

8. Una Croce appare nel cielo COME ALL’INIZIO DELLE VISIONE: è segno della fine delle tenebre. La terra è deserta come un immenso cimitero. Uomini atterriti escono dalle case. Vengono raccolti i morti e seppelliti in fosse comuni. Le strade sono silenziose e nelle fabbriche le macchine sono ferme perché non c’è nessuno che le metta in funzione.

9. I sopravvissuti sono uomini santi, la terra è trasformata in paradiso. Il veggente ode pregare ad alta voce in tedesco.

10. I beni sono ripartiti fra i sopravvissuti. Trasmigrazione verso le aree più spopolate. Dalle zone di montagna gli uomini scendono ad abitare le pianure dove il lavoro è facilitato. Gli angeli assistono gli uomini nelle loro necessità, con i consigli e le azioni (COMMENTO: i punti 7, 8, 9, 10 descrivono il castigo annunciato in molti luoghi di apparizioni mariane, il fuoco dal cielo che durerà tre giorni e tre notti e che purificherà la terra. Coloro che sopravvivranno riedificheranno una società civile nuova e pacificata)

La crisi economica porterà la rivolta in molte nazioni europee e queste rivolte dissangueranno ed indeboliranno le nazioni stesse rendendole facile preda di invasori. Soprattutto di invasori che, adottando sistemi economici diversi dal nostro, e governi meno “ democratici”, avranno la potenza per poter lanciare un attacco. Inoltre non dobbiamo dimenticare che in situazioni di simile caos le guerre si scatenano anche per il controllo delle risorse energetiche.
Il secondo punto importante è la menzione della Russia come nazione che invaderà l’Europa. Sono nominate come nel messaggio di La Salette Francia, Italia e Inghilterra a cui si aggiungono la Spagna (La Salette) e la Germania (Voralberg). La regione del Reno è distrutta così come Parigi. Marsiglia è inghiottita dal mare. E’ logico pensare che in questa avanzata anche l’Europa dell’Est sarà travolta e sicuramente l’Italia settentrionale, mentre la parte meridionale potrà essere aggredita da eserciti mediorientali.
Il papa fugge verso Colonia dove viene incoronato il nuovo Imperatore (il Grande Monarca) che respingerà l’attacco. Alla fine, dopo tre giorni di sconvolgimenti e catastrofi naturali, apparirà nuovamente una Croce nel Cielo e la Terra sarà come un deserto, espressione che più volte torna come anche nel messaggio di La Salette.

Vediamo ora le profezie della Beata Elena Aiello, famosissima mistica italiana del ‘900 che invano tentò di fermare l’entrata in guerra dell’Italia con avvertimenti (non ascoltati) a Mussolini.
Riporto un estratto molto breve di questi messaggi profetici:

” Il Materialismo avanza veloce in tutte le nazioni e continua la sua marcia segnata di sangue e di morte!… Se gli uomini non torneranno a Dio, verrà una grande guerra da est a ovest, guerra di terrore e di morte, ed infine il fuoco purificatore cadrà dal cielo come fiocchi di neve su tutti i popoli e una gran parte dell’umanità rimarrà distrutta.La Russia marcerà su tutte le nazioni d’Europa, particolarmente sull’Italia, e innalzerà la sua bandiera sulla cupola di San Pietro!… Manifesterò la Mia predilezione per l’Italia, che sarà preservata dal fuoco; ma il cielo si coprirà di densa tenebra e la terra sarà scossa da spaventosi terremoti che apriranno profondi abissi, e verranno distrutte città e province; e tutti grideranno che è la fine del mondo! Anche Roma sarà punita secondo giustizia per i suoi molti e gravi peccati, perché lo scandalo è arrivato al colmo. I buoni però che soffrono e i perseguitati per la giustizia e le anime giuste non debbono temere, perché saranno separati dagli empi e dai peccatori ostinati, e saranno salvati!”. (1959)

Anche qui vediamo la guerra fra Oriente e Occidente che investe in pieno l’Europa. A porre termine a questa guerra un terribile flagello farà piovere fuoco dal cielo (cometa?). L’Europa sarà invasa dalla Russia e così l’Italia con il papa costretto alla fuga (bandiera sulla cupola di S. Pietro). Due domande sorgono spontanee. I governanti saranno a conoscenza della possibilità che si verifichi un evento cosmico catastrofico? La guerra potrebbe essere una conseguenza di una simile scoperta?
Vi sarà un cambio di governo in Russia rispetto a quello attuale o dobbiamo immaginare un improvviso voltafaccia per sfruttare una situazione strategica di favore?

Vediamo un altro messaggio:

“L’umanità si è allontanata da Dio e, allucinata dai beni terreni, ha dimenticato il Cielo e si è sprofondata in una corruzione strabocchevole, che non trova riscontro neppure con i tempi del diluvio!… Ma l’ora della giustizia di Dio è vicina e sarà terribile!… E se gli uomini non ravviseranno in questi flagelli i richiami della Divina Misericordia e non ritorneranno a Dio con una vita veramente cristiana, un’altra guerra terribile verrà da est ad ovest, e la Russia con le sue armi segrete, combatterà l’America, travolgerà l’Europa e si vedrà specialmente il fiume Reno della Germania pieno di cadaveri e di sangue. Anche l’Italia sarà travagliata da una grande rivoluzione e il Papa dovrà molto soffrire.Il nemico, come leone ruggente, avanzerà su Roma e il suo fiele avvelenerà popoli e nazioni…”. (22 agosto 1960)

In questo messaggio si aggiunge il particolare che l’America sarà combattuta e quindi bloccata da questa guerra e che la Russia userà armi segrete per combatterla e per invadere e travolgere l’Europa. Ancora una volta è nominato il fiume Reno devastato dalla terribile guerra e la città di Roma come una delle mete di conquista dell’invasore.
Da questo messaggio credo si possa evincere che se la Russia userà armi segrete non è necessario che avvenga un cambio di regime. E’ sufficiente che si palesi, in una situazione di caos, un ottimo spiraglio per ottenere un vantaggio strategico e quindi ottenere una vittoria militare.

Per quanto possa sembrare strano i conflitti di questi giorni, sia a livello economico con la crisi dell’euro e le sue possibili conseguenze sui popoli europei che nel Medioriente con il riemergere e il rafforzamento di alcune nazioni, costituiscono un avvertimento ed un antefatto a situazioni di crisi ben peggiori.

Come sarà in grado di rispondere questa Europa androgina?

Articolo completo e ulteriori dettagli su:

http://ducadeitempi.blogspot.it/

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Uno schifo chiamato democrazia… da esportare?


www.cubainforma.it

Il capo dell’ufficio del congressista cubano americano Joe Garcia, politicante della Florida, ha appena rinunciato all’incarico per essere stata scoperta la sua attiva partecipazione in quello che lo stesso Miami Herald descrive come “un sofisticato piano per manipolare le elezioni”.

Mentre gli Stati Uniti continuano a mettere in discussione il sistema elettorale venezuelano che l’ex presidente nord americano Jimmy Carter qualifica come il “migliore del mondo”, lo scandalo avvenuto a Miami rivela lo schifo dietro la “democrazia” degli Stati Uniti, supposto “modello” per tutti i popoli del mondo.

http://veyvota.yaeshora.info/preguntas?id=0006

Gli Stati – componenti gli USA – variano nel determinare chi ha diritto di votare in assenza / votare per posta. Alcuni stati richiedono che gli elettori registrati presentino una ragione accettabile per cui non possono votare il giorno delle elezioni. Tuttavia, altri stati permettono che i votanti registrati votino tramite una scheda di assenza / voto per posta, senza dover presentare una ragione. Lo stato dell’Oregon gestisce le sue elezioni interamente per posta.
Pochi giorni fa, Joe Garcia – un membro della fauna mafiosa di Miami – ha detto che “ha chiesto” al suo braccio destro, Jeffrey Garcia – senza legami familiari – di dimettersi, dopo essersi attribuita la piena responsabilità del fraudolento piano d’inviare centinaia false richieste di schede di voto in assenza.

La verità è un’altra: gli investigatori della polizia avevano già perquisito le abitazioni di un membro del suo “staff” e di un ex assistente della campagna: Giancarlo Sopo, 30 anni direttore delle comunicazioni di Joe Garcia, e di John Estes, 26 anni il suo ‘manager’ della campagna nel 2012.

Joe Garcia allora si é precipitato per dire ai quattro venti, come non sapesse nulla del complotto che lo ha beneficiato, che era “totalmente sorpreso e deluso di fronte a ciò” e che lui “non era a conoscenza del piano”.

“Questa è una cosa che mi ha colpito come uscito dal nulla. Fino ad oggi, non avevo la minima idea di ciò che stava accadendo”, ha detto il politico al Miami Herald con apparente emozione. Ciò che Hollywood si é persa.

L’incidente è solo uno di una lunga serie di irregolarità segnalate in questa stessa città di Miami, “perla” dello strano universo della cosiddetta democrazia USA che tanto è lodata nel mondo dallo stesso meccanismo mediatico che ripete le elucubrazioni del Dipartimento di Stato.

SI VENDE: SCHEDE DI ASSENTI A 50 $

La Florida ha concepito l’uso sistematico delle cosiddette schede di assenti per deviare i risultati elettorali. Inventate – presumibilmente – a favore delle persone che non potevano andare alle urne il giorno delle elezioni, le schede vendute a $ 50 ciascuna rappresentano oltre il 30% dei voti e sono diventate un pezzo chiave della democrazia rappresentativa stile Rockefeller.

Nelle zone più abbandonate della Little Havana, gli organizzatori delle elezioni vanno persino a raccogliere centinaia di anziani nei loro alloggi in scuolabus per garantirsi, in cambio di un “po ‘di soldi”, un pane con formaggio e una bibita il loro voto a favore dei candidati designati dalla mafia.

Tutto questo è poca cosa rispetto alla lunga lista di reclami, denunce che si esprimono, invano, in tutto il paese nei giorni successivi alle elezioni. Normale: la nazione apparentemente più sviluppata del mondo manca di un sistema elettorale centralizzato che standardizzi e gestisca in modo trasparente il processo.

Le critiche di Washington verso il sistema elettorale venezuelano muovono al riso se si considera che negli Stati Uniti ogni stato o comune determina le modalità di votazione: carta con matita, cartone con penna, tessera perforata, benché sempre più si favorisca il voto computerizzato, gestito da società dominate da interessi repubblicani.

In ogni elezione, migliaia di elettori, anche se formalmente iscritti, sono dopo esclusi dalle liste elettorali, attraverso una serie di trucchi come il “caging” che permette eliminare un elettore se non risponde ad una richiesta fatta – tra l’altro – per posta al suo indirizzo.

Più di quattro milioni di nordamericani non possono votare perché sono in galera, in libertà vigilata o, semplicemente, per avere un antecedente penale per un grave reato. Alcuni stati vietano il voto a vita agli ex detenuti.

Mentre in stati come la Florida, più del 30% degli uomini neri non possono votare a causa di un precedente penale … tuttavia il Washington Post ha stimato a più di sei milioni, in tutto il paese, il numero di persone conteggiate più di una volta.

Lo scandalo che tocca ora a Joe Garcia non sorprende nessuno: la frode diffusa è parte del concetto di “democrazia” ​​introdotto dalla macchina elettorale degli eredi cubano americani del regime di Fulgencio Batista.

Nel distretto di Ileana Ros-Lehtinen, nemica numero uno nel Congresso dell’ America Latina progressista gli investigatori dell’FBI hanno recentemente scoperto che si aveva un fenomeno, generalizzato, di vendita di schede grazie al quale un politico può comprare “pronto cassa” la sua “popolarità “.