Resilienza Cattolica e la Civiltà dell’Amore

-o0o-

Storia e leggende dell’antica Etiopia e della fine del Matriarcato
Salomone, la Regina di Saba e l’Arca dell’Alleanza

Anno V n° 2 FEBBRAIO 2009    –   TERZA PAGINA


Scritto per “Nigra sum sed formosa” sacro e bellezza dell’Etiopia cristiana Venezia, Cà Foscari, 13 marzo – 10 maggio 2009

Secondo la Bibbia, una regina della terra di Saba – collocata dagli studiosi in Arabia meridionale o piuttosto nel Corno d’Africa – saputo della grande saggezza di Salomone, re d’Israele, si mise in viaggio verso la sua terra, per metterlo alla prova con difficili quesiti, portando con sé come doni, spezie, oro e pietre preziose (1 Re 10, 1-13; 2 Cr 9, 1-12). Colpita dalla personalità del sovrano, la regina pronunziò una preghiera al suo Dio, e il re la ricambiò con molti doni e con “qualsiasi cosa desiderasse”, fino a quando ella non tornò nel suo regno.

 L’incontro tra Salomone e la Regina di Saba (arazzo nella Cattedrale di Addis Abeba)

Altri riferimenti, interpretati come prova dell’amore tra Salomone e la regina di Saba, sono stati visti nel Cantico dei Cantici, attribuito allo stesso Salomone: in 1,5, la Sposa, con cui ella è identificata, dice appunto di sé Nigra sum sed formosa (“Sono bruna ma bella”), frase che dà titolo alla mostra. Per questa via, la tradizione occidentale si è poi spinta ad assimilare la Regina alla Vergine: la prima sarebbe “figura”, ossia anticipazione tipologica della seconda (di qui anche il culto della “Madonna nera”).
La figura della regina fa capolino anche nei Vangeli di Matteo (12, 42) e di Luca (11, 31): Gesù afferma che lei e gli abitanti di Ninive il giorno del Giudizio universale sorgeranno per condannare gli Ebrei che lo hanno rifiutato, «poiché ella venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone». Ma è alla “Leggenda aurea” di Iacopo da Varazze (sec. XIII) che l’Occidente deve la sua interpretazione della regina, collegata alla reliquia della Vera Croce, quale si vede in una serie di celebri raffigurazioni: prima fra tutte la leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca ad Arezzo (1452-57).

Anche il Corano, nella Sura della formica, ricorda la sovrana come adoratrice del Sole, ma senza farne il nome, benché alcune fonti arabe la chiamino Bilqis. La storia è simile a quella della Bibbia. Cambia solo il punto di partenza: è Salomone che viene a conoscenza del regno di Saba perché il suo popolo venera il Sole. Dopo aver minacciato una guerra, il re d’Israele riceve la regina che adotta la religione giudaica. Recentemente alcuni studiosi arabi hanno ipotizzato che Saba non si trovi in Yemen, come alcuni vorrebbero, ma nel nord ovest dell’Arabia Saudita, in una colonia commerciale fondata dai regni arabi del sud (sabei).

Gli scavi archeologici hanno confermato l’esistenza di queste colonie, che possedevano le stesse caratteristiche della madrepatria, ma ancora non è stato scoperto nulla su Bilqis.

La leggenda etiopica è poi consegnata all’epopea nazionale del Kebra nagast (“Gloria dei re”), che si vuol tradotto dall’arabo nella prima metà del XIV secolo, ma che certamente ingloba e rielabora materiali assai più antichi: il testo, in forma di rapsodia apocalittica, fa discendere la casa reale etiopica ascesa nel 1270, identificata con il “vero Israele”, direttamente dall’incontro amoroso tra il re Salomone e la regina di Saba: un racconto ripetuto infinite dagli artisti abissini.

La regina, chiamata Makedà, come poi nella tradizione locale, è presa con l’inganno da Salomone, presentato qui come un seduttore, piuttosto che come il saggio della narrazione biblica. Il Kebra nagast contiene anche la storia di Makeda e dei suoi discendenti: da lei Salomone avrebbe avuto un figlio, poi divenuto re con il nome di Menelik, primo imperatore d’Etiopia, dove egli avrebbe riportato la mitica Arca dell’Alleanza, che sarebbe tuttora custodita nella cattedrale di Aksum. In questo modo, la dinastia etiope trova le proprie origini in Salomone, antenato di Cristo, e nella regina di Saba, che una volta di più può essere assunta come inizio dell’arte cristiana etiopica.

Vedi anche Sapziodi Magazine anno II numero 17 / OTTOBRE 2006 Regina di Saba: alla mente appare un regno mitico, ricco e saggio

————–o0o————–

LA REGINA DI SABA

10 maggio 2010

È una figura misconosciuta che rappresenta invece una importante chiave di lettura per interpretare il passaggio tra l’antica società matriarcale del paleolitico e neolitico e quella patriarcale introdotta dagli “Indoeuropei” intorno al secondo millennio prima di Cristo. La storia di Makeda è anche la storia della civiltà etiopica, altrettanto ignorata dagli occidentali. Le vicende della Regina del Sud (come viene chiamata da Luca nel suo Vangelo) si svilupperanno in tre puntate.

Mi sono spesso posto una domanda: conosciamo veramente le donne, protagoniste dell’umanità? È facile riempirsi la bocca con definizioni scontate: la regina di Saba (di cui Bibbia, Vangelo e Corano pur citandola, ignorano perfino il nome), misteriosa; Ester, eroina ebrea; Cleopatra, amante di Cesare e di Antonio; Messalina, imperatrice depravata; Lucrezia Borgia, avvelenatrice; Maria Tudor, sanguinaria; Giovanna d’Arco, la pulzella di Orleans; Maria Montessori, educatrice. Si potrebbe continuare all’infinito affibbiando ad ogni donna una caratteristica rimastaci nell’orecchio, una banalità. Ma siamo mai andati oltre? Ci siamo mai domandati chi fossero o che impronta abbiano lasciato?
Inizio la mia ricerca con Makeda, la regina di Saba..

-o0o-

Il mistero inizia già dal nome e dal luogo di provenienza

Nella Bibbia viene ricordata nel “Libro dei re” e nel “Secondo libro delle cronache” ma semplicemente come regina di Saba (Shela) o del Sud, senza  nome. Nel Vangelo di Luca (11.29-32) Gesù la cita come regina del Sud.  Nel Corano non si menziona il nome, ma il regno di provenienza anche se gli arabi la conoscono come “regina Bilquis”. Sono gli Etiopi che l’hanno, diciamo così, battezzata nei loro testi sacri. Considerano la famiglia imperiale discendente diretta da Salomone e da Makeda (la regina di Saba). Il libro epico etiope dei re, Kebra Nagast, contiene una lunga descrizione di quest’incontro e delle sue conseguenze: la stirpe imperiale, il monoteismo e la società patriarcale.Per quanto riguarda la collocazione del regno di Saba le fonti arabe citano una zona dello Yemen. Gli etiopi collocano la patria di “Makeda” ad Axum. Va detto che l’antico regno etiope si estendeva anche nel sud della penisola Araba, comprendendo l’attuale Yemen. La dominazione durò sino al settimo secolo dopo Cristo e finì con l’avvento dell’Islam.

-o0o-

L’Etiopia una civiltà e un regno millenari

Per colpa di una “canzonetta” “Faccetta nera“, forse. o delle imprese coloniali, siamo portati a giudicare l’Etiopia un regno barbaro. Abbiamo trasformato addirittura il nome,  in Abissinia (ricordando forse l’abisso, la voragine senza fondo). Sbagliamo. Il regno di Axum (Saba) ha una storia plurimillenaria. Makeda, la regina è vissuta, stando alle citazioni della Bibbia, dei Vangeli e del Corano, intorno al mille avanti Cristo. Gli etiopi erano monoteisti quando romani e greci adoravano ancora gli dei dell’Olimpo. L’ultimo imperatore è stato detronizzato 1974. Storia con  più di tremila anni. Etiopia significa “terra degli uomini dal volto nero”, mentre “abissino” deriva dall’arabo e significa “mescolanza delle razze”. Anche il nome dei principi etiopi “Ras” in italiano e diventato termine spregiativo. Il nome deriva invece dall’arabo “r’as” che significa testa Veniva attribuito ai signori feudali, i nostri vassalli medievali. Si trattava di alti dignitari che assistevano il Negus, cioè l’imperatore.

-o0o-

Saba un regno matriarcale

Makeda, la regina di Saba ha una importanza storica straordinaria, rappresenta, in un certo senso, il passaggio tra il matriarcato e il patriarcato in quella parte della terra. Dobbiamo fare un passo indietro, e ricordare la società umana del paleolitico e del neolitico. All’epoca grandi civiltà agricole e megalitiche, di stampo matriarcale, erano diffuse in Europa, Oriente fino all’India meridionale e in Africa. Cassiopea, nei miti greci, era ricordata come regina di Etiopia, luogo inteso come estremo sud del mondo allora conosciuto. Il mito racconta della straordinaria bellezza di Andromeda, figlia di Cassiopea, la quale se ne vantò pubblicamente, dichiarandola più bella delle nereidi, fino al punto da scatenare l’ira del padre Poseidone. Il Dio del mare inviò allora un feroce mostro marino che devastò la regione finché fu sconfitto da Perseo. Fin dalla preistoria, quindi, l’Etiopia è ricordata come un regno retto da una regina. Circa duemila anni prima di Cristo il mondo assistette ad una vera e propria rivoluzione. In epoche diverse, ma soprattutto nel secondo millennio avanti Cristo, dalle steppe euroasiatiche cominciarono a dilagare in varie direzioni ondate di popolazioni nomadi e bellicose, (guerrieri allevatori e domatori di cavalli, come ricordano i miti che li evocano come eroi vittoriosi), ma soprattutto portatori di una civiltà patrilineare e patriarcale. Quelli che furono detti poi Indoeuropei invasero spesso violentemente in varie migrazioni l’Europa dalle pianure orientali, il Medio Oriente dalle montagne del Caucaso e dalle steppe ad oriente del Caspio, l’Africa e l’India. Salomone rappresenta quindi il principe saggio di una società patriarcale. Makeda, regina di una civiltà matriarcale e adoratrice del sole, si abbevera in un certo senso alla nuova fonte di saggezza rappresentata da Salomone, monoteista e re indiscusso del suo popolo.

-o0o-

La Sacra Bibbia – Re 1 Capitolo 10: 1-13

La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne per metterlo alla prova con enigmi. Venne in Gerusalemme con ricchezze molto grandi, con cammelli carichi di aromi, d’oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli disse quanto aveva pensato. Salomone rispose a tutte le sue domande, nessuna ve ne fu che non avesse risposta o che restasse insolubile per Salomone. La regina di Saba, quando ebbe ammirato tutta la saggezza di Salomone, il palazzo che egli aveva costruito, i cibi della sua tavola, gli alloggi dei suoi dignitari, l’attività dei suoi ministri, le loro divise, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza fiato. Allora disse al re: «Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua saggezza! Io non avevo voluto credere a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n’era stata riferita neppure una metà! Quanto alla saggezza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. Beati i tuoi uomini, beati questi tuoi ministri che stanno sempre davanti a te e ascoltano la tua saggezza! Sia benedetto il Signore tuo Dio, che si è compiaciuto di te sì da collocarti sul trono di Israele. Nel suo amore eterno per Israele il Signore ti ha stabilito re perché tu eserciti il diritto e la giustizia». Essa diede al re centoventi talenti d’oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono mai tanti aromi quanti ne portò la regina di Saba a Salomone. Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro in Ofir, portò da Ofir legname di sandalo in gran quantità e pietre preziose. Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo. Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto essa desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con mano regale. Quindi essa tornò nel suo paese con i suoi servi.

Il mito di Makeda, regina di Saba è molto vivo in Etiopia, per questo popolo rappresenta l’origine della loro società. Il passaggio simbolico tra i due tipi di civiltà è sottolineato e viene ricordato in molti capitoli di Kebra Nagast il libro dei re etiopico. Leggendoli riusciamo a comprendere sia la grande civiltà del popolo etiope, sia l’interpretazione data, ovviamente di tipo patriarcale, del passaggio tra matriarcato e patriarcato.

-o0o-

Il congedo della regina dal suo popolo prima del viaggio

“E la Regina disse loro: Ascoltate, voi che siete il mio popolo, e prestate orecchio alle mie parole. Perché io anelo alla saggezza e il mio cuore ricerca la conoscenza. Io sono tormentata dal desiderio di saggezza, e sono imprigionata dai lacci della conoscenza; perché la saggezza è di gran lunga più bella di ogni,  tesoro d’oro e d’argento, e la saggezza e’ la più bella fra tutte le cose che sono state create. Ora a quale cosa sotto il cielo può essere comparata la saggezza ? Essa e’ più dolce del miele, e rende ognuno più felice di quanto possa fare il vino, e illumina più del sole, e deve essere amata più delle pietre preziose. È più nutriente dell’olio, e soddisfa più di cibi prelibati, e dà all’uomo  più onore di molto oro e argento. È sorgente di gioia per il cuore, luce splendente e brillante per gli occhi, rende spedito il piede, ed è scudo per il petto, elmo per la testa, corazza per il collo, e cintura per i fianchi. Essa fa che le orecchie ascoltino e i cuori comprendano, e’ maestra per coloro che vogliono imparare, consolatrice per coloro che sono discreti e prudenti, e da’ fama a coloro che la cercano. E come un regno non può resistere senza saggezza, e i ricchi non possono preservarsi senza saggezza. La saggezza e’ cosa elevata e ricca: io l’amerò come una madre, e lei mi abbraccerà come una figlia. Io seguirò le orme della saggezza e lei mi proteggerà per sempre; io ricercherò la saggezza, e lei sarà con me per sempre; io seguirà le sue tracce e lei non mi rifiuterà. Cerchiamola, e noi la troveremo; amiamola, e lei non se ne andrà da noi; inseguiamola, e lei si lascerà catturare; invitiamola e accogliamola; e volgiamo i nostri cuori verso di lei cosicché mai la si possa dimenticare. Onorare la saggezza è onorare il saggio, e amare la saggezza è amare il saggio. Ama il saggio e non ti allontanare da lui, e alla sua vista tu  diverrai saggio; ascolta l’esprimersi della sua bocca, cosicché tu possa diventare come lui; guarda dove egli ha posto il suo piede, e non lasciarlo, cosicché tu possa ricevere ciò che rimane della sua saggezza.” [Kebra Nagast]
Un vera e propria resa alla nuova fede e a Salomone rappresentante di questo credo.

-o0o-

Fuori dalla storia di Makeda due curiosità: un libro e un ristorante

Marek Halter *, “La regina di Saba” (Spirali € 20,00), è un libro dedicato a tutte quelle donne che amano essere tali, ma anche a tutti quegli uomini che pensano che la storia sia fatta solo di figure maschili perché le donne non sono mai state all’altezza di imprese degne di nota.

Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna”; oppure c’è una grande donna e basta, senza l’ombra di un uomo davanti. Ma sono pochi purtroppo, i casi storici in cui la figura di una donna si erge sopra a tutti, distinguendosi per doti talmente incredibili da diventare leggendarie. Non perché di grandi donne non ne sia piena la storia passata, ma perché in poche sono state ricordate dalla storiografia ufficiale e in poche hanno avuto la possibilità di esprimersi o di uscire dall’ombra.
La Regina di Saba è stata una di quelle donne che, in un lontanissimo passato storico e biblico, ha lasciato un segno profondo, quasi mistico, pur avvolto comunque nel mistero della polvere di millenni. È un intellettuale ebreo, Marek Halter, una delle menti più apprezzate a livello internazionale negli ultimi decenni, a dedicare un libro a questa affascinante figura di donna, una donna che ha condotto battaglie in prima persona, che ha gareggiato a livello intellettivo con Re Salomone, che è passata alla storia come una delle regine più belle di tutti i tempi. Una donna che appare nella poesia del Cantico dei Cantici e di cui oggi sappiamo qualcosa di più grazie agli ultimi scavi archeologici di Axum, in Etiopia. (Da Pinkblog.it – 14 febbraio 2010)

* Halter è nato a Varsavia nel 1936, pittore, romanziere, leader dell’ebraismo e dell’antirazzismo mondiale, fondatore, con Bernard-Henri Lévy, del Movimento “SOS Razzismo“.

A Tavola con la Regina di Saba” (Studioemme € 18,00) di Teshome Berhe, cittadino etiope, residente a Vicenza dal 1990 e dal 2000 patron del ristorante Mesob di Vicenza (viale Pace 16, tel. 0444.514393). Racconta e interpreta in “A tavola con la Regina di Saba” le migliori ricette della tradizione etiope. Una tradizione millenaria, ricca dei sapori e dei profumi delle spezie che caratterizzano le diverse salse, a base di carni e verdure, servite sempre sopra all’injera, il tradizionale e irrinunciabile pane etiope basso e spugnoso. Nel libro di Teshome Berhe la cucina etiope viene sia interpretata, per renderla realizzabile anche lontano dai coloratissimi mercati africani, che raccontata, con note di usi e costumi locali che contribuiscono ad avvicinare il lettore alle radici, culturali storiche, dei piatti presentati Ampio spazio quindi anche alla descrizione dei diversi cerimoniali che, in un paese tradizionalmente ospitale come è l’Etiopia, sottolineano la sacralità dei diversi momenti del pranzo: dalla lavanda delle mani, al “gursha”, il gesto con cui il padrone di casa porge all’ospite il primo boccone, alla cerimonia della tostatura e preparazione del caffè, bevanda originaria proprio della provincia etiope di Kaffa e da qui esportata ed apprezzata in tutto il mondo. Tutte le ricette e le note che le accompagnano sono presentate sia in italiano che in inglese per permetterne l’agevole consultazione e lettura da parte non solo del pubblico italiano, ma anche dei tanti “cittadini del mondo” che desiderano avvicinarsi alle tradizioni di questo paese.

————-o0o————-

LA REGINA DI SABA (SHEBA) – parte seconda

Kebra Nagast (Magnificenza dei re) il libro dei re ebbe origine a partire da una serie di testi dei primi secoli del cristianesimo. Le fonti sono la Bibbia (Antico testamento e Vangeli), testi rabbinici, narrazioni egiziane, etiopi e copte. In alcune parti risente di influenze coraniche e testi cristiani apocrifi. All’inizio si trattava di scritti disomogenei senza una forma precisa. Una sorta di raccolta di testi. Nel sesto secolo dopo Cristo, un monaco copto di cui non è stato tramandato il nome, ha riscritto il libro dandogli un senso unitario. Redatto in lingua ge’ez ((o geez), un idioma semitico oggi estinto, parlata nell’Impero d’Etiopia fino al XIV secolo. La traduzione moderna considerata la più autorevole da un punto di vista filologico è quella in inglese del 1922, curata da Sir E. A. Wallis Budge (1857 – 1934), professore di storia ebraica all’Università di Cambridge e direttore del Dipartimento di Antichità Egizie e Assire del British Museum. Kebra Nagast è un racconto epico, modernissimo, che avvince. In alcuni punti raggiunge la poesia. Nella nostra ricerca interessa perché molti capitoli sono dedicati all’incontro tra Makeda, la regina di Saba, e Salomone. È un racconto appassionante e testimonia il passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale. Come vedremo, una vera resa di Makeda alla religione monoteista e al sistema patriarcale della società. Continuiamo con il racconto del “Libro dei re”.

-o0o-

Il tempio di Re Salomone

Il tempio comprendeva un atrio e tre cortili, il santuario con l’altare e il Santo dei Santi con l’Arca dell’Alleanza. Si disponeva su tre piani, si fondava su pietre «grosse e pesanti», squadrate prima della costruzione, le pareti e il soffitto erano in legno di cedro del Libano, ottenuto con un baratto in olio e grano da Chiram, re di Tiro. «Il legno di cedro all’interno del tempio era scolpito a rosoni e a ghirlande di fiori». La cella, il Santo dei Santi, misurava venti cubiti (circa dieci metri) di altezza e altrettanti di lunghezza e larghezza: tutta rivestita d’oro, accoglieva le due monumentali statue dei cherubini in legno d’olivo coperto d’oro, alte e larghe, da un’estremità dell’ala all’altra, cinque metri. Porte e battenti erano decorati con sculture di cherubini, palme, ghirlande di fiori, ricoperte in oro. Il tempio fu poi arricchito da sculture in bronzo. Quando il tempio fu pronto, l’Arca dell’Alleanza – che conteneva le due tavole di pietra consegnate a Mosè sul Sinai – fu collocata sotto i cherubini, nel Santo dei Santi: una nube riempì il tempio, era la gloria del Signore che tornava dopo essere sparita al passaggio del Giordano.

-o0o-

Come la Regina venne da re Salomone

“E lei arrivò a Gerusalemme, e portò al Re molti preziosi doni che lui aveva sempre desiderato possedere. E lui la ripagò con grandi onori e ringraziamenti, e le diede un alloggio di fianco al suo nel palazzo reale. E le mandò cibo sia per la mattina sia per la sera, ogni volta quindici misure fatte di ḳôrî del migliore grano bianco, cucinato con olio e carne e salse in abbondanza, e trenta misure di ḳôrî di pane bianco rotto e fù fatto un pranzo per trecentocinquanta persone, con le necessarie vettovaglie, e dieci castrati adulti, e cinque tori, e cinquanta pecore, senza contare i montoni, e cervi, e gazzelle e oche ingrassate, e caraffe di vino contenenti sessanta gerrât (misure n. d. r.), e trenta misure di vino invecchiato, e venticinque cantanti uomini e venticinque cantanti donne, e il migliore e più dolce miele, e alcune di queste cibarie vennero mangiate da lui stesso,e bevve anche del vino. E ogni giorno le dava vestiti che ammaliavano gli occhi. E la visitava e ne era gratificato, lei lo visitava e ne era gratificata, e lei vide la sua saggezza, e i suoi giusti comandamenti e il suo splendore, e la sua grazia, e udì la sua eloquenza nei suoi discorsi. E lei era meraviglia nel suo cuore, e profondamente stupita nella mente, e lei riconobbe le sue conoscenze, e percepì molto chiaramente con i suoi occhi quanto lui fosse ammirabile; e lei sperò straordinariamente per quello che aveva visto e sentito con lui – quanto perfetto lui fosse in portamento, e saggio, e piacevole in cortesia, e importante in statura. E lei osservò la particolarità della sua voce, e i discreti commenti delle sue labbra, e il fatto che desse comandi con dignità, e che ogni replica era fatta con calma e nel timore di Dio. Tutte queste cose lei vide, e lei rimase attonita dalla grandezza della sua saggezza, e non c’era proprio nessun tono di vanto nelle sue parole e discorsi, ma tutto quello che diceva sembrava perfetto. (Kebra Nagast)

-o0o-

Come il Re Salomone conversava con la Regina

E la Regina Makeda parlò a Re Salomone, dicendo, “Benedetto sii tu, mio signore, per tutta la saggezza e intelligenza che ti è stata data. Per quanto mi riguarda desidero solo di essere come l’ultima delle tue serve, così da poterti lavare i piedi, e ascoltare attentamente la tua saggezza, e imparare da te a comprendere le cose, e servire la tua maestà, e godere delle tua saggezza. Oh quanto grandemente mi sono compiaciuta delle tue risposte, della dolcezza della tua voce, e della bellezza del tuo portamento, e della grazia delle tue parole, e della loro prontezza. La dolcezza della tua voce fa gioire il cuore, e rende le ossa forti, e infonde coraggio nei cuori, e da’ benevolenza e grazia alle labbra, e forza al passo. Io guardo a te e vedo che la tua saggezza è incommensurabile e che la tua fine conoscenza è inesauribile, che è come un luce nella notte, è come un melograno in un giardino, è come una perla nel mare, è come la Stella del Mattino fra le stelle, è come la luce della luna che brilla nella foschia, è come una gloriosa alba e aurora nel cielo. E io rendo grazie a Lui che mi ha condotto qui da te e che mi ha presentato a te, che mi ha condotto fino alla soglia della tua porta e ha fatto si che udissi la tua voce.” E Re Salomone le rispose dicendo, “Saggezza e conoscenza sgorgano da te stessa. Quanto a me, io le possiedo solo nella misura in cui il Dio di Israele me le ha donate in quanto chieste e implorate a Lui stesso. E tu, anche se non conosci il Dio di Israele, hai la saggezza che hai fatto crescere nel tuo cuore, e che ha fatto in modo che tu venissi a incontrarmi, il vassallo e il servo del mio Dio, e il costruttore del Suo santuario di cui sto gettando le fondamenta, e dove io servirò e contemplerò la mia Signora, il Tabernacolo della legge del Dio di Israele, la sacra e divina Sion. Ora, io sono il servo del mio Dio e non sono un uomo libero; Io non servo secondo il mio volere ma secondo la Sua Volontà. E questo discorso non nasce in me, ma io esprimo solo ciò che Lui mi fa esprimere. Qualunque cosa Egli mi comanda di fare io la faccio, ovunque Egli desidera che io vada io ci vado; qualsiasi cosa Egli mi insegna io la annuncio; ed e’ solo riguardo a queste cose che Egli mi da’ la saggezza che io comprendo. Perché ero solo polvere ed Egli mi ha fatto di carne, ero solo acqua ed Egli ha fatto di me un uomo solido, ero solo una goccia caduta dal cielo che, piombata sulla terra, si sarebbe seccata sulla superficie e Lui mi ha modellato a Sua immagine e somiglianza.” (Kebra Nagast)

-o0o-

E la Regina si convertì al Dio di Israele

E la Regina disse, “Da questo momento non adorerò più il sole, ma adorerò il Creatore del sole, il Dio di Israele. E che il Tabernacolo del Dio di Israele sia per me mia Signora, e per la mia stirpe dopo di me, e per tutti i regni sotto il mio dominio. E a causa di questo ho trovato il favore presso di te, e presso il Dio di Israele, mio creatore, Colui che mi ha portato a te, che mi ha fatto sentire la tua voce, che mi ha mostrato il suo viso, e che mi ha fatto capire i tuoi comandamenti.” Quindi lei ritornò alla sua dimora.
E la Regina prese l’abitudine di andare da Salomone e continuamente ritornarvi, e ascoltare la sua saggezza, e tenerla nel cuore. E Salomone prese l’abitudine di farle visita, e rispondere a tutte le domande che lei gli faceva, e anche, la Regina prese l’abitudine di fargli visita e fargli domande, ed egli le spiegava qualsiasi argomento lei desiderasse approfondire. E dopo che lei ebbe dimorato  sei mesi, la Regina desiderò ritornare al suo paese, e inviò un messaggio a Salomone, dicendo, ” Io desidero
fortemente risiedere da voi, ma ora, per il bene del mio popolo, vorrei ritornare al mio paese. E per quello che ho potuto sentire, possa Dio produrre frutto nel mio cuore, e nel cuore di tutti quelli che hanno sentito queste cose con me. Perché l’orecchio non potrebbe mai saziarsi nel sentire la vostra saggezza, e l’occhio non potrebbe mai saziarsi con la vista della stessa.”

E la Regina inviò un secondo messaggio, dicendo, “Ero una pazza, e sono diventata saggia seguendo la vostra saggezza, ero una cosa rifiutata dal Dio di Israele, e sono diventata eletta fra le donne per la fede che e’ nel mio cuore; e d’ora in avanti non adorerò altro dio all’infuori di Lui. E relativamente a quanto voi dite, che desiderate aumentare in me saggezza e onore, io addiverrò al vostro desiderio.” E Salomone gioì per questo messaggio, vestì i suoi dignitari con splendide vesti, aggiunse doppie portate alla sua tavola, fece in modo che tutti i preparativi necessari alla cura della propria dimora fossero accuratamente ordinati, e la casa di Re Salomone era pronta per gli ospiti ogni giorno. Approntò tutto questo con gran pompa, gioiosamente, e in pace, con saggezza e con delicatezza, in tutta umiltà e modestia; e poi dispose la tavola reale secondo la legge del regno. (Kebra Nagast)

-o0o-

La Regina decide di ritornare nella sua terra

E quando la Regina mandò il suo messaggio a Salomone, comunicandogli che era pronta a partire per il suo paese, egli meditò nel suo cuore e disse, “Una donna di tale straordinaria bellezza è venuta a me dai confini della terra! Che cosa so? Che Dio mi darà una stirpe da lei?” Ora, come è detto nel Libro dei Re, Salomone era l’amante di una donna.  Egli ebbe mogli ebree, egiziane, caananite, edomite, della terra di moabite , e di Damasco, e di Siria, e ogni donna di cui si dicesse fosse belle. Egli aveva quattrocento regine e seicento concubine. Ora questo non avveniva perché egli fosse dedito alla fornicazione, ma come risultato del saggio intento che Dio gli aveva dato, e del ricordo di quanto Dio aveva detto ad Abramo, “Io renderò la tua stirpe tanto numerosa quanto le stelle del cielo, e quanto la sabbia del mare.” E Salomone disse in cuor suo, “Che cosa so? Che forse Dio mi darà figli maschi da ognuna di queste donne.” Perciò quando faceva così egli agiva con saggezza, dicendo, “I miei figli erediteranno le città dei nemici e distruggeranno coloro che adorano idoli.” Ora questi popoli primitivi vivevano sotto la legge della carne, perché la grazia dello Spirito Santo non era stata data loro. E a quelli che vissero dopo Cristo, fu dato di vivere con una sola donna sotto la legge del matrimonio. E gli Apostoli imposero loro un imperativo, dicendo, “Tutti coloro che hanno ricevuto la Sua carne e il Suo sangue sono fratelli. La loro madre è la Chiesa e loro padre è Dio, e piangono per Cristo che hanno ricevuto, dicendo,’Oh Padre Che sei nei cieli” E per quanto riguarda Salomone nessuna legge gli era stata imposta nei confronti delle donne, e nessun biasimo poteva essergli ascritto nello sposare molte mogli. Ma per quelli che credono, e’ stata data la legge e il comando che non avrebbero sposato molte donne. (Kebra Nagast)

-o0o-

Riguardo il segno con cui Salomone prese la Regina

E la Regina arrivò  e passò per un passaggio riservato in splendore e gloria, e si sedette immediatamente davanti a lui dove poteva vedere, apprendere e conoscere ogni cosa. E si meravigliò sommamente per quello che vide, e per quello che senti, e pregò il Dio di Israele nel suo cuore; era incantata dallo splendore che vide nel palazzo reale. Essa vide, benché nessuno potesse vederla, tutto quello che Salomone aveva preparato in saggezza per lei. Egli aveva impreziosito il posto dove stava sedendo, e l’aveva ricoperto con una manto di porpora, posandovi sopra tappeti, e decorandolo con pellicce, marmi e pietre preziose, bruciando essenze aromatiche, e cospargendo olio di mirra e cassia tutto intorno, e diffondendo incenso in ogni direzione. E quando la portarono in questa dimora, il profumo di ciò era gradevole per lei, sebbene prima lì avesse mangiato le prelibate carni che l’avevano così soddisfatta con il loro sapore. E con saggio intento Salomone le mandò  carni che l’avrebbero assetata, e bevande mischiate ad aceto, e pesce e piatti confezionati con pepe. Egli fece questo e li diede alla Regina da mangiare. E il pasto reale fu servito per tre volte e sette volte,  e  gli amministratori, e i consiglieri, e i giovani uomini e i servi se ne furono andati, il Re si alzò e andò verso la Regina, e le disse – ora erano soli insieme – “Prendetevi le vostre comodità a vantaggio dell’amore fino allo spuntare del giorno.”. Ed essa gli rispose, “Giuratemi sul vostro Dio, il Dio di Israele, che non mi prenderete con la forza. Perché se io, che per la legge degli uomini sono una vergine, fossi sedotta, dovrei tornare in dolore, afflizione e tribolazione.” (Kebra Nagast)

-o0o-

La regina prese congedo da Re Salomone

E la Regina si rasserenò, e si organizzò per partire, e il Re la sistemò sulla sua strada con grande fasto e cerimonia. E Salomone la prese da parte cosicché potessero essere da soli, e tolse l’anello che era nel suo mignolo, e lo diede alla Regina, dicendole, “Prendi  così non ti dimenticherai di me. E se mi succedesse di avere un figlio da te, questo anello sarà un segno su di lui; e se sarà un ragazzo lui verrà da me; e la pace di Dio sarà con te! Mentre stavo dormendo con te ho avuto molte visioni nei miei sogni, e sembrava come se un figlio sorgesse su Israele, ma che venisse portato via e volasse sul paese dell’Etiopia; forse quel paese sarà benedetto grazie a te; Dio sa. E per te, ricorda cosa ti ho detto, così che tu possa fare la volontà di Dio con tutto il tuo cuore. Lui punisce chi è arrogante, e mostra compassione su coloro che sono umili, e rimuove i troni dei potenti, e porta onore a coloro che ne hanno bisogno. La vita e la morte provengono da Lui, e ricchezza e povertà sono donati dalla Sua Volontà. Tutto è Suo, e nessuno si può opporre ai Suoi comandamenti e al Suo giudizio nei cieli, o in terra, o in mare, o negli abissi. E forse Dio sarà con te! Vai in pace.” E si separarono l’uno dall’altra. (Kebra Nagast)

Basandoci sempre sui racconti di Kebra Nagast nel prossimo episodio accompagneremo la regina Makeda nel suo viaggio di ritorno, la nascita del figlio e le nuove disposizioni date dalla regina alla sua gente. Questa volta finiamo con un accenno sia alla Chiesa Copta sia alla scrittura della nazione Eritrea.

-o0o-

La Chiesa Copta etiopica

La chiesa Etiopica si costituì in epoca relativamente antica, ma mentre la chiesa copta di Alessandria d’Egitto al tempo delle dispute cristologiche del duecento e trecento dopo Cristo abbracciò il monofisismo, quella Etiopica resistette a lungo ai tentativi dei patriarchi di Alessandria; dati però i forti legami di ogni genere fra le due chiese, finì per cedere. Ciò spiega insieme le rassomiglianze e le divergenze fra loro. Il capo della chiesa Etiopica è il metropolita, detto Abuna, dopo il quale in ordine di dignità viene l’Ecceghiè, abate generale di tutti i monasteri che era pure una sorta di ministro dell’istruzione ecclesiastica; la direzione del clero secolare è affidata ai sovrintendenti detti Lica-cahnat, nominati dal potere civile e da lui completamente dipendenti. La soggezione alla chiesa copta era tale, che il Patriarca Alessandrino non permetteva alla chiesa Etiopica di avere un capo della propria nazionalità (e nemmeno vescovi); gli abuna erano tutti stranieri. Sul principio del millenovecento si manifestarono tendenze all’indipendenza, ma solo nel 1929 Hailé Selassié ottenne di far consacrare, insieme con l’Abuna Cirillo, quattro vescovi abissini. Nel 1937, dopo la conquista e con l’aiuto del governo italiano, la chiesa Etiopica poté avere finalmente un capo nella persona dell’Abuna Abraham, subito scomunicato dal sinodo copto. È naturale tuttavia che una soluzione ottenuta con il concorso di uno stato conquistatore dovesse seguire le sorti della politica: nel 1941, quando il negus riprese possesso dei suoi stati, subito dopo di lui giunse pure l’esiliato Abuna Cirillo. Il primo Abuna etiope consacrato legittimamente fu Basilio. Dal sette luglio 1959 fu decretata, col consenso del patriarca di Alessandria, la piena indipendenza della chiesa Etiopica e il 27 giugno dello stesso anno Basilio fu intronizzato come primo patriarca di Etiopia. I fedeli della chiesa Etiopica sono circa 18,5 milioni. (Antonio Maria BozzoneNova l’enciclopedia UTET)

-o0o-

Etiopia, la scrittura

“È proprio negli antichi territori dell’ Eritrea dei primi secoli dopo Cristo che, grazie soprattutto all’ influenza dei greci, i monarchi di Axum vollero modificare la loro scrittura , staccandosi dai modelli semitico – meridionali dell’arabo del sud per creare questa originale forma scritturale che chiameremo per comodità scrittura etiope (anche se non è linguisticamente corretto). Complessivamente usata da quasi quaranta milioni di persone, questa scrittura presenta 32 consonanti a cui, per ottenere le vocali, vengono aggiunte lievi modifiche: cerchietti, piccole appendici, “bandierine”, allungamenti di alcuni tratti. È un sistema ingegnoso che, oltre ad avere una indubbia gradevolezza estetica, rivela l’attitudine di questi popoli a “infiorettare” e “decorare” le loro abitudini: è come aggiungere in casa soprammobili, quadri e altri oggetti che, pur non alterando la struttura di base, ne raffinano e completano l’ assieme.

Le forme della scrittura etiope sono forti e decise, spia di un atteggiamento risoluto ed energico. Simile a diverse altre forme grafiche africane, la scrittura etiope è tracciata con evidentissimi segni verticali che terminano con una piccolissima direzione verso destra (la direzione anche della scrittura etiope): un segno di grande autoaffermazione che però non resta chiusa in sé stessa ma che si orienta verso l’ altro, tenendone conto. È l’antica eredità orientale dell’ospitalità, è il guerriero che rispetta e onora il nemico”. Introduzione all’«etnografologia» di Edoardo Triscoli, libraio in Trieste.

————-o0o————-

LA REGINA DI SABA (SHEBA) – terza parte

Makeda, grazie alla testimonianza  di Kebra Nagast (Il libro dei Re), appare come la regina che ha rappresentato il passaggio tra la società matriarcale e quella patriarcale in Etiopia. L’anello di congiunzione dalla dinastia delle Regine a quella dei Re.

Guido Cagnacci – La morte di CleopatraGià nel mito greco di Andromeda, risalente probabilmente al neolitico (2000  a.C.), si parla di Regina d’Etiopia e non viene nominato un re. La notte prima di concepire il figlio di Salomone e Makeda, si svolse questo dialogo: “… Il Re si alzò e andò verso la Regina, e le disse – ora erano soli insieme – «Prendetevi le vostre comodità a vantaggio dell’amore fino allo spuntare del giorno.». Ed essa gli rispose, «Giuratemi sul vostro Dio, il Dio di Israele, che non mi prenderete con la forza. Perché se io, che per la legge degli uomini sono una vergine, fossi sedotta, dovrei tornare in dolore, afflizione e tribolazione.»” La verginità della regina, nelle società matriarcali e ricordata anche nei miti delle amazzoni. Tuttavia nel racconto fatto di Kebra Nagast il punto che segna questo storico passaggio è successivo ed è situato al ritorno di Makeda in patria. In un primo momento la Regina reagisce a una domanda del figlio, proprio come la sovrana di una società matriarcale, infatti leggiamo: “E il figlio raggiunse l’età di vent’anni, e chiese a coloro che furono stati educati con lui: «Chi è mio padre?». E loro risposero: «Salomone il Re». E lui andò dalla Regina sua madre, e disse a lei, «O Regina, fammi sapere chi è mio padre». E la Regina parlò con lui tristemente, sperando di spaventarlo così lui non avrebbe desiderato di andare da suo padre dicendo, «Perché mi chiedi di tuo padre? Io sono tuo padre e tua madre; non devi sapere nient’altro».  Sembrerebbe un ritorno al vecchio sistema sociale. Poco dopo tuttavia apprendiamo di un discorso, una promessa fatta da Makeda a Salomone: “Ora c’era una legge nel paese di Etiopia, che solo una donna avrebbe potuto regnare, e che lei doveva essere una vergine che non avesse mai conosciuto uomo, ma la Regina disse a Salomone, «D’ora in poi un uomo che è del tuo seme regnerà, e una donna non regnerà mai più; solo tuo seme regnerà e il suo seme dopo di lui, di generazione in generazione. E questo tu inciderai nei documenti dei rotoli nel Libro dei loro Profeti in color ambra, e tu lo metterai nella Casa di Dio, che sarà costruita come memoriale e profezia degli ultimi giorni».” Proseguiamo nella racconto del “Il libro dei Re” (Kebra Nagast) e scopriamo la Regina che al suo ritorno in patria partorisce un maschio, come riorganizza lo stato e come educa il figlio.

-o0o-

Come la Regina partorì e tornò nel suo Paese

E la Regina partì e arrivò nel suo paese nove mesi e cinque giorni dopo che si separò dal Re Salomone. E i dolori del parto erano ancora con lei, e partorì un bambino, e lo diede alla nutrice con grande orgoglio e gioia. E attese fino a che i giorni della sua purificazione finissero, e dopo tornò nel suo paese con grandi cerimonie. E i suoi ufficiali che rimasero la portarono regali alla loro signora, e le fecero riverenze, e le portarono omaggi, e tutti gli abitanti del paese gioirono di nuovo per la sua venuta. Tra coloro che erano nobili la ornarono in uno splendido vestito, e ad alcuni donò oro e argento, e giacinti e broccati; e diede loro tutte le cose potessero essere desiderate. E organizzò il suo regno, e nessuno disobbedì ai suoi comandi; per la sua amorevole saggezza e Dio rafforzò il suo regno. E il bambino crebbe e lo chiamò Bayna-Lehkem. E il figlio raggiunse l’età di vent’anni, e chiese  a coloro che furono stati educati con lui, “Chi è mio padre?” e loro risposero, “Salomone il Re”. Lui andò dalla Regina sua madre, e le disse “O Regina, fammi sapere chi è mio padre”. E la Regina parlò con lui tristemente, sperando di spaventarlo così lui non avrebbe desiderato di andare da suo padre dicendo, “Perché mi chiedi di tuo padre? Io sono tuo padre e tua madre; non devi sapere nient’altro”. E il ragazzo si allontanò dalla sua presenza, e si sedette. In un secondo momento, e in un terzo lui le domandò, e la importunò nel dirglielo. Un giorno, comunque, lei gli disse, “Il suo paese è molto lontano, e la strada è molto difficoltosa, non vuoi restare qui? E il giovane Bayna-Lehkem era bello, e il suo intero corpo e i suoi membri, e la postura delle sue spalle assomigliava a quella del Re Salomone suo padre, e i suoi occhi, e le sue gambe, e tutta la sua postura assomigliava a quella di Salomone il Re. E quando ebbe 22 anni lui era abile in tutte le arti della guerra e del cavalcare, e nella caccia e nell’intrappolare delle bestie selvatiche, e in tutte quelle cose che un giovane uomo deve imparare. E lui disse alla Regina, “Andrò e guarderò in faccia mio padre, e tornerò qui secondo la Volontà di Dio, il Signore di Israele.” (Kebra Nagast)

-o0o-

Come viaggiò il Re di Etiopia

E la regina chiamò Tâmrîn, il responsabile degli uomini e dei mercanti della sua carovana, e gli disse, “Preparati per un viaggio e porta questo ragazzo con te, perché mi importuna giorno e notte. Lo porterai dal Re Salomone, e lo riporterai qui sano e salvo, se a Dio, il Signore di Israele, piacerà”. E fece preparare un seguito appropriato alla loro ricchezza e alla loro onorevole condizione, e fece approntare tutti i beni che erano necessari per il viaggio e che potevano essere presentati come doni al Re, e tutto ciò che sarebbe potuto essere necessario di benessere e conforto lungo la via. Fece preparare tutto per mandarlo via, diede ai funzionari che dovevano accompagnarlo tanto denaro quanto ne avrebbero avuto bisogno per lui e per loro durante il viaggio. Comandò loro che non lo avrebbero lasciato lì in Israele, ma che lo avrebbero soltanto portato dal Re, e poi lo avrebbero riportato di nuovo da lei, in tempo per assumere la sovranità della sua terra. (Kebra Nagast).

Ora c’era una legge nel paese di Etiopia, che solo una donna avrebbe potuto regnare, e che lei doveva essere una vergine che non avesse mai conosciuto uomo, ma la Regina disse a Salomone, “D’ora in poi un uomo che è del tuo seme regnerà, e una donna non regnerà mai più; solo tuo seme regnerà e il suo seme dopo di lui, di generazione in generazione. E questo tu inciderai nei documenti dei rotoli nel Libro dei loro Profeti in color ambra, e tu lo metterai nella Casa di Dio, che sarà costruita come memoriale e profezia degli ultimi giorni. E la gente non venererà il sole nella magnificenza dei cieli, o le montagne e le foreste, o le rocce e gli alberi del deserto, o gli abissi e ciò che è nell’acqua, o immagini scolpite e figure d’oro, o uccelli piumati che volano; e non li useranno per la divinazione, e non faranno loro atto di adorazione. Questa legge resterà per sempre. E se ci sarà qualcuno che trasgredirà questa legge, il tuo seme lo giudicherà per sempre. Dacci soltanto le frange della copertura della santa divina Sion, il Tabernacolo della Legge di Dio, che noi  saluteremo. Pace sia alla forza del tuo regno e alla tua brillante saggezza, che Dio, il Signore di Israele il nostro Creatore, ha dato a te”. E la Regina prese il giovane da parte e quando fu solo con lei gli diede quel simbolo che Salomone le aveva dato, cioè, l’anello che portava al dito, così che egli avrebbe potuto riconoscere suo figlio, e ricordare la sua  parola e il patto che lei aveva fatto, che lei avrebbe venerato Dio tutti i giorni della sua vita, lei e coloro che erano sotto la sua sovranità, con tutto il potere che Dio le aveva dato. E la Regina lo mandò via in pace. E il ragazzo e il suo seguito presero decisamente la loro via e viaggiando arrivarono nel paese dei dintorni di Gâzâ. Ora questa è la Gâzâ che Salomone il Re diede alla Regina di Etiopia. (Kebra Nagast) E negli Atti degli Apostoli l’Evangelista Luca scrisse, dicendo, “Egli era il governatore dell’intero paese di Gâzâ, un eunuco della Regina Hendakê, che aveva creduto alla parola dell’Apostolo Luca.”.

Abbandoniamo per un momento Makeda per ricordare una recente scoperta per quanto riguarda il matriarcato in Palestina.

-o0o-

L’emblema imperiale etiopico con il “Leone di Giuda”, la “Stella di Davide” e la “Croce”.
Secondo alcune interpretazioni di etnologi, la “Stella di Davide”
è la sintesi tra il simbolo matriarcale (il triangolo con il vertice in basso)
e il simbolo patriarcale (il vertice in alto).

-o0o-

La “signora delle leonesse” era un re dell’antica Canaan?

La leggenda vuole che i grandi re di Canaan, l’antica terra d’Israele, fossero tutti uomini. Un recente scavo compiuto dagli archeologi della Tel Aviv University a Tel Beth-Shemesh fa balenare però la possibilità di una misteriosa regina. Gli archeologi della Tel Aviv University Prof. Shlomo Bunimovitz e Dr. Zvi Lederman del Department of Archaeology and Ancient Near Eastern Civilizations hanno scoperto una strana piastra di terracotta (riprodotta di fianco) di una dea in abiti femminili e pensano che si possa trattare d’una regina che governava la città. Se ciò fosse vero, essi dicono, mostrerebbe l’evidenza di un antico matriarcato che comandava sulla regione. “La porta del tempo“, un sito archeologico molto interessante e aggiornato pubblica, citando la fonte (Tel Aviv University), un resoconto circa la scoperta di un sito archeologico che confermerebbe che nel secondo millennio prima di Cristo anche in Palestina si conosceva il matriarcato. Questo fatto confermerebbe quanto citato nelle Bibbia a proposito della Regina di Saba:  il passaggio dal matriarcato al patriarcato, da collocarsi tra la fine del secondo millennio all’inizio del primo. Ecco quanto si può leggere nella “Porta del tempo” (aprile 2009).

-o0o-

Una donna che governava nella Canaan da prima dell’Esodo

La piastrina mostra una figura abbigliata come i re e le divinità dell’arte Egizia e Cananea. La capigliatura, tuttavia, è femminile e le mani impugnano fiori di loto, tipici attributi femminili. Questa piastra, pensano gli storici dell’arte, può essere una rappresentazione artistica della “Signora delle Leonesse”, una regnante cananea conosciuta perché inviò messaggi al Faraone d’Egitto per scongiurare la distruzione del proprio regno. “Abbiamo mostrato la nostra scoperta ad uno storico dell’arte che ha confermato la nostra ipotesi, che la figura rappresenti una donna” ha detto il Dr. Lederman. “Ovviamente in questa città accadeva qualcosa che non conosciamo bene, Possiamo aver trovato la «Signora delle Leonesse», che mandava messaggi da Canaan all’Egitto. La distruzione che abbiamo scoperto nel sito, durante gli scavi dell’estate scorsa, insieme a questa immagine, potrebbe costituire la chiave di soluzione dell’enigma”.

Verso il 1350 a.C., i re Cananei scrivevano su tavolette d’argilla messaggi ai Faraoni egizi, per chiedere il loro aiuto militare. Tra questi messaggi ci sono due rare lettere, travate vari decenni fa a el Amarna, da contadini egiziani, che erano state spedite dalla “Signora delle Leonesse” di Canaan. Ella scriveva che due bande d’invasori e di ribelli erano entrate nella regione e che la sua capitale non era più sicura. “Non si sapeva però di quale città ella fosse a capo” ricordano il Dr. Lederman ed il Prof. Bunimovitz. Gli archeologi pensano che ella regnasse come un re (piuttosto che come “regina“, termine che indicherebbe più facilmente la moglie d’un re maschio) sopra una città di circa 1500 persone. Pochi anni fa, il Prof. Nadav Naaman della Tel Aviv University suggerì che ella potesse aver regnato sulla città di Beth Shemesh. Tuttavia non c’era alcuna prova di ciò.“La città fu distrutta con violenza, in un modo che vediamo raramente negli scavi archeologici”, dice il Prof. Bunimovitz, che mette in luce parecchi ritrovamenti esotici sepolti sotto le rovine, come un sigillo regale egiziano, punte di freccia di bronzo ed un grande corredo di vasellame. Essi suggeriscono l’esistenza di una città-stato grande e importante, ben inserita nel sistema geo-politico ed economico del Mediterraneo orientale.

-o0o-

È tempo di una nuova interpretazione della storia biblica?

Gli archeologi della Tel Aviv University dicono che le nuove scoperte potrebbero cambiare l’interpretazione della storia pre-biblica. Il popolo che qui viveva era pagano, con un sistema religioso molto elaborato.

“Era una città importante e bella”, dice Lederman. “Stranamente, una distruzione tanto estesa, come quella ritrovata nei nostri scavi è una gran gioia per gli archeologi perché la gente non ha avuto il tempo di portar via le proprie cose. Hanno lasciato tutto nelle case e il sito è ricco di ritrovamenti”. Egli aggiunge che gli oggetti di lusso ritrovati fanno di questa città la più importante tra tutte quelle studiate in terra di Canaan. La scoperta della piastrina, e l’evidenza della distruzione che trapelava dai messaggi ritrovati a el-Amarna, sembrano confermare che la donna raffigurata fosse la misteriosa “Signora delle Leonesse” e governasse la città cananea di Beth Shemesh. “Non conosciamo altre donne che comandassero una grande città in questa zona”, dicono Lederman e Bunimovitz. “Lei sarebbe l’unica. Speriamo di scoprire di più su di lei durante nuovi scavi”

Il prossimo episodio parlerà soprattutto della discendenza della Regina Makeda, la cui dinastia è durata oltre la metà del secolo scorso.

—————o0o—————

Le ragioni del matriarcato

Testo di Elena Bevini

MatriarcatoIl matriarcato ha una storia millenaria alle spalle anche se, in una società patriarcale come la nostra, ci ritroviamo a parlare di ciò con una gamma molto ristretta di documentazione, sulla quale purtroppo sono state fatte molte speculazioni.

Quando parliamo di matriarcato i più si soffermano solo a una semplice definizione: potere della madre, invece, se si compie uno studio più approfondito, si scopre una storia e una cultura molto interessante, che tutti, soprattutto le donne, dovrebbero conoscere.

CARATTERISTICHE:

Una società matriarcale si basa sull’agricoltura e comprende, sia tecniche appartenenti al paleolitico sia tecniche complesse di coltivazione. La donna ha il potere sulla terra, sull’amministrazione delle ricchezze e sugli alimenti. Le ricchezze non si accumulano mai sotto una famiglia sola, poiché c’è la suddivisione dei beni e la compensazione economica; inoltre in alcune occasioni festive i clan più ricchi devono privarsi di parte della loro ricchezza in cambio però di onore e prestigio sociale.

LA FAMIGLIA:

La società è divisa in grandi gruppi famigliari chiamati clan (fino a 100 persone), i cui nomi vengono presi da quello della madre. I giovani che si sposano non devono allontanarsi dalla casa della madre, al massimo possono andare nel clan confinante. Gli uomini non vivono con le mogli, ma sono ospiti delle loro case in certe ore della giornata. I figli portano il nome della madre e quindi non sono “propri” del padre, ma possono essere “propri degli uomini” tali i figli delle loro sorelle che hanno lo stesso nome loro. Le donne hanno il potere di tenere i beni e amministrare il sostentamento del clan. L’aumento di popolazione è fortemente controllato, non si hanno mai forti aumenti, anche perché tutto dipende dall’ampiezza del territorio. All’interno della famiglia le questioni private le decidono uomini e donne di comune accordo. Per le decisioni tra clan si riuniscono le matriarche oppure esse mandano uomini come messaggeri a rappresentarle.

SOCIETA’:

In una società matriarcale non esistono le gerarchie, non sussistono rapporti di forza tra clan. Non esiste la rivendicazione o la proprietà privata o le minoranze nei confronti di maggioranze schiaccianti o il contrario.

FEDE:

I componenti del clan hanno la fede nella reincarnazione; ognuno è convinto che dopo la morte sarà riportato in vita da una delle donne del clan. I bambini quindi sono visti come reincarnazione degli antenati. Non esiste la visione patriarcale dualistica spirito-natura, per cui non vedono la natura solo come una risorsa da sfruttare. Tutto è divino, anche la terra, non esiste la visione morale del bene e del male che deve essere escluso dalla società e nessun sesso considera l’altro inferiore, maligno o poco dotato.

NASCITA e INVASIONI:

In Italia il matriarcato nasce in Sardegna, in epoca etrusca, creato da popoli provenienti soprattutto dall’Asia e dall’Africa che per, diverse ragioni (oltre al clima anche le invasioni della società patriarcale) hanno dovuto in seguito emigrare in posti isolati del pianeta. In Sardegna, essendo l’isola un territorio al sicuro da possibili invasioni, il matriarcato ha avuto forte espansione, soprattutto nel neolitico, con la costruzione di navi, nuove tecniche di lavorazione, costruzione di utensili, nuove arti.

Oggi esistono pochissime società matriarcali, che rischiano di scomparire totalmente causa la cultura e gli etnocidi. Le poche società sopravvissute sono in India, Asia orientale, Africa, America centrale e del nord.

Tutti territori fuori dall’Europa, continente con maggior intolleranza sia da un punto di vista religioso sia da un punto di vista politico-culturale. Infatti con l’avvento delle grandi e sanguinose guerre di colonizzazione, le persecuzioni, l’intolleranza del cattolicesimo e la sua espansione, le innovazioni tecnologiche e le distruzioni ambientali, le società matriarcali sono state costrette ad estinguersi  o a rifugiarsi in territori fuori dal mondo, come le montagne, le foreste, le isole o i deserti.

RIFIUTO DEL MATRIARCATO:

La società patriarcale ha sempre esorcizzato l’idea di una società matriarcale, di una forma di comando “al femminile”, sin dall’antichità, da cui scaturiscono miti e leggende come quella delle Amazzoni o delle Lemnie, società di donne che appunto per questo motivo hanno caratteristiche mostruose, selvagge, che avevano una forza magica misteriosa, erano crudeli, uccidevano gli uomini dopo la riproduzione e uccidevano anche i figli maschi. Le Lemnie inoltre divoravano carne cruda e tornavano alla “normalità solamente tornando a vivere con gli uomini”.

DIFFERENZE COL PATRIARCATO:

Al contrario, il patriarcato è sempre vissuto come società dell’accumulo di ricchezze, dei pochi che comandano la moltitudine, dello sfruttamento incontrollato della natura, di corruzione, e sin dall’inizio della civiltà sono vissuti sulla concezione del più forte fisicamente che sottometteva il debole, e ciò ha avuto conseguenze come la totale sottomissione della donna, la creazione di ceti sociali molto distanti tra loro economicamente, la schiavitù, il razzismo (indiani, ebrei, neri africani).

CONCLUSIONI:

Se il matriarcato, il potere delle donne, esiste, allora bisogna rivisitare le concezioni anche odierne del patriarcato che partono da caratteristiche “naturalmente femminili” e di “rispetto dei ruoli” e prendere in considerazioni i nostri valori indiscussi che adesso però possono anche essere messi in discussione.

—————-o0o—————-

Matriarcato

Per matriarcato s’intende un potere politico o economico che, nell’ambito di una comunità, è demandato alla madre più anziana. Molti studi hanno ipotizzato che il matriarcato possa essere stata la forma di governo delle comunità umane primitive. Ciò soprattutto in considerazione dei vari culti delle Dee Madri diffusi specialmente nel Mar Mediterraneo centro-orientale, e quindi della prevalenza del femminile nella spiritualità e nella monumentalità. Si suppone dunque, a questo proposito, che all’uomo spettassero le funzioni pratiche di sussistenza, mentre alle donne l’organizzazione sociale e la vita spirituale.

Nonostante su queste teorie vi siano delle controversie, sorte dall’impossibilità di provare la reale esistenza del matriarcato come vera e propria istituzione, resta comunque innegabile la centralità del femminile nei culti, nei misteri e nelle adorazioni di carattere religioso.

Ma non ci interessa dimostrare la supremazia economico-politica della donna in epoca arcaica, bensì di rilevare quelle che sono le caratteristiche di un periodo in cui dominava un tipo di “coscienza matriarcale” dalla quale si sviluppa l’intera storia della coscienza umana. In questa direzione Neumann afferma che “il matriarcato non è da considerarsi solo come dominio dell’archetipo della Grande Madre, ma anche come una situazione psichica totale nella quale l’inconscio e la femminilità dominano, mentre la coscienza e la maschilità non sono ancora pervenute all’autonomia e all’indipendenza”.

Nel matriarcato prevale un tipo di coscienza primordiale femminile che fa sì che nella donna regnino l’istintualità, il senso di sacralità del proprio corpo, della natura, un magico mistero femminile che anticamente era simboleggiato dalla Luna.

In quell’epoca remota, la dimensione femminile poteva esprimere liberamente la propria natura in modo incontaminato, vivendo il proprio ruolo di donna e soprattutto di sacerdotessa, conformemente all’archetipo femminile, senza limitazioni o prevaricazioni di sorta. In questo contesto, caratterizzato dal culto della Grande Madre o Dea, che veniva venerata in ogni aspetto della natura e della vita, la natura stessa e la donna erano considerate sacre e inviolabili. La Dea veniva continuamente celebrata attraverso riti, culti della fertilità, orge sessuali, feste di primavera ad essa consacrati. La sessualità aveva pertanto un carattere sacro ed era considerata la più evidente manifestazione della Dea nel corpo e nell’anima delle donne. L’eros rappresentava dunque una forza magica estremamente potente, in quanto causa della generazione dell’universo e della realtà in tutte le sue manifestazioni.

La ierogamia, cioè l’unione sacra tra il maschile e il femminile, assumeva allora un’enorme importanza e portava a sentire all’interno del proprio essere, attraverso la congiunzione di due principi opposti, il potere, nel contempo fecondativo e generativo, dello stato androginale, considerato il modo di essere in assoluto più sublime e divino.
La scrittrice Ada d’Ares ipotizza che “quest’epoca fu caratterizzata da una profonda solidarietà tra le donne, da un senso di comunione e di uguaglianza nell’armonia, nella gioia e nella libertà” in cui era assente ogni “manifestazione personalistica e individualistica di gelosia o di un rapporto univoco con un certo uomo piuttosto che con un altro”.

Si suppone inoltre che nelle antiche società matrilineari non esistesse nemmeno la concezione del possesso dei figli, che erano considerati i figli dell’intero gruppo o dell’intera tribù.
Probabilmente anche le ricchezze e le fonti di sostentamento naturali appartenevano a tutto il gruppo sociale, di cui le anziane e venerabili sacerdotesse erano il gruppo dominante; il potere decisionale che esse detenevano si basava unicamente sulla loro sacralità, ovvero sul loro potere di avere un magico rapporto con il mondo divino.

Come abbiamo già affermato, in questo mondo essenzialmente femminile predomina la Luna, il cui crescere, decrescere e ritornare fu per l’umanità antica il più impressionante di tutti i fenomeni celesti. Come simbolo della figura celeste crescente e sempre in mutamento, la Luna è Signora archetipica delle acque, dell’umidità e della vegetazione, cioè di tutto ciò che vive  e cresce. E’ inoltre Signora della vita psico-biologica e perciò del femminile nella sua essenza archetipica, il cui rappresentante umano è la donna terrena.

In ogni esperienza essenziale della sua esistenza, il femminile si riconosce legato alla luna e identico ad essa, dipendente e ad essa congiunto. Il rapporto del femminile con la luna si rispecchia nel rapporto di quest’ultima con la terra e con la vita. Ma più interessante è il significato spirituale che la luna assume nella coscienza matriarcale: l’ispirazione e l’intuizione sono l’espressione del potere spirituale dell’inconscio, del mondo notturno femminile, nel quale la sua oscurità si illumina improvvisamente per ispirazione. L’archetipo lunare rappresenta dunque la quintessenza della coscienza matriarcale.

La consonanza e l’accordo che esiste tra la donna e la luna ha, nella sua dipendenza dal ritmo, dai cicli e dalle fasi crescenti e decrescenti, qualcosa di fortemente musicale. Ed è per questo che la  musica e la danza assumono un ruolo molto importante nell’atteggiamento  e nella formazione della donna dominata dalla coscienza matriarcale, e nell’accordo fra Io, femminile e spirito terrestre che lo determina.

Le donne anticamente erano sacerdotesse e sciamane. Lo sciamanesimo e altre manifestazioni simili, fino alla profezia, erano prevalentemente passivi, la loro attività era più che altro un “ricevere” e non un agire volontario. Fin dai primordi infatti, alla donna è proprio, per natura, l’atteggiamento fondamentale ricettivo-inglobante. Nella coscienza matriarcale, lo stesso atto di “capire”, a differenza della coscienza patriarcale, in cui il conoscere consiste in un processo intellettuale, significa “concepire”. Le cose da comprendere devono dapprima penetrare nella coscienza come un atto di fecondazione e di concepimento, dopodiché “affiorano”. Il conoscere è un conoscere vitale che un tempo era oggetto dei misteri e della religione, e che appartiene al campo della saggezza e non della scienza. In questo caso la coscienza ha sede nel cuore e non nella testa.

La luna è anche Signora del processo creativo, che si svolge non sotto i raggi cocenti del sole, ma nella fredda luce riflessa della luna: la notte e non il giorno è il tempo della procreazione. Ad essa appartengono l’oscurità e il silenzio, il segreto, il tacere e l’essere velati. Anche la bevanda e la pillola dell’immortalità, il sapere supremo, l’illuminazione e l’estasi sono i frutti rilucenti dell’albero lunare, del mutamento nella crescita.

Tutte le antiche divinità femminili erano dunque molto probabilmente ipostasi diverse della Dea lunare, considerata il simbolo di un modo d’essere femminile divino, archetipo che ancora domina la coscienza femminile. Tutti gli antichi misteri ad essa dedicati erano preclusi agli uomini e le donne stesse che vi partecipavano dovevano sottoporsi a dei riti d’iniziazione attraverso i quali dimostrare di esserne degne. Tali misteri, che avevano lo scopo di promuovere una profonda trasformazione interiore che permettesse il ricongiungimento con la Dea, avvenivano sicuramente in situazioni  e atmosfere magiche, d’incanto, d’intimità, di libertà, di eros sacro e armonia. Erano momenti in cui la donna entrava in contatto con la parte più profonda ed essenziale del proprio essere e, attraverso un processo alchemico che si compiva per mezzo di specifici rituali, recuperava la propria essenza divina diventando essa stessa una Dea.

Nei secoli il matriarcato e la coscienza matriarcale sono stati soffocati e soppiantati dal dominio  patriarcale che si è imposto su tutti gli aspetti della vita, compreso quello spirituale. Basti pensare alle nuove religioni che negli ultimi due millenni si sono imposte in occidente, in cui le Dee non compaiono perché sostituite da divinità maschili o dall’idea di un unico Dio-Padre, mentre le donne sono state relegate, nelle religioni pagane, a ruoli di poca rilevanza, come ad esempio le antiche Vestali, oppure estromesse dalle gerarchie ecclesiastiche, nelle grandi religioni monoteistiche. Di più, nella cultura patriarcale la donna, repressa nella sua natura istintiva, libera, sensuale, è diventata il simbolo del peccato, la seduttrice, la tentatrice, colei che circuisce l’uomo e lo spinge all’errore, alla caduta allontanandolo da Dio.

E’ vero che la totalità è raggiungibile solo tramite un’unificazione degli opposti, maschile-femminile, coscienza patriarcale-coscienza matriarcale, sole-luna, che conduce a una sorta di completamento. Per questo concludiamo con un racconto ebraico che racconta che all’inizio della creazione il sole e la luna erano della stessa grandezza, ma che successivamente la luna rimpicciolì e il sole divenne la stella dominante. Dio promise allora alla luna: “Un giorno tu sarai nuovamente grande come il sole; e la luce della luna sarà come la luce del sole”.

Bibliografia:

D’Ares Ada, Alla ricerca della Luna, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano,1997
Neumann Erich, La psicologia del femminile, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1975

—————-o0o—————-

Matriarcato

I matriarcati non sono l’immagine speculare dei patriarcati come vuole il pregiudizio comune, nel senso che in essi sono le donne a dominare sugli uomini. I matriarcati sono invece delle società che mettono al centro le madri, e che si basano sui valori materni: la cura, il nutrimento, il supporto reciproco, l’attitudine a creare pace cioè l’atteggiamento materno in senso generale. Questi valori valgono per tutti, per le madri e le non-madri, per le donne e ugualmente per gli uomini.

I matriarcati si basano consapevolmente sui valori materni e sul lavoro materno. Siccome questi valori sono alla base di ogni società, i matriarcati sono più realistici delle società patriarcali. Sono orientati fondamentalmente verso i bisogni. Le loro regole mirano alla soddisfazione delle necessità di tutte le persone. In questa maniera il “mothering” (l’essere madre e l’atteggiamento materno) viene trasformato da un fatto biologico in un modello culturale. Questo modello rispecchia molto meglio la condizione umana rispetto al modello di maternità inteso e abusato dai patriarcati.

La struttura profonda della società matriarcale (definizione strutturale)

Nelle società matriarcali “eguaglianza” non significa la livellazione delle differenze. Le differenze naturali che esistono tra i generi e tra le generazioni vengono rispettate e onorate, ma non vengono mai utilizzate per creare delle gerarchie come si usa fare nei patriarcati. I generi e le generazioni differenti hanno una loro propria dignità. Attraverso sfere di lavoro e d’azione complementari si creano riferimenti reciproci tra i generi e le generazioni che garantiscono un’azione in comune. Perciò le società matriarcali, nonostante tutte le differenze, si possono definire più precisamente come delle società d’uguaglianza complementare o di “equivalenza” in cui viene prestata molta attenzione alla conservazione dell’equilibrio sociale.

Questo si può osservare a tutti i livelli della società:

  • a livello economico,
  • a livello sociale,
  • a livello politico,
  • a livello culturale.

A livello economico, i matriarcati sono spesso ma non sempre società agricole. Esistono anche delle società matriarcali basate sull’allevamento di bestiame e società matriarcali urbane. Le tecnologie agricole che svilupparono andavano dalla semplice orticoltura all’agricoltura con l’aratro fino ai complessi sistemi d’irrigazione delle prime culture urbane di tutto il mondo.

Si pratica l’economia di sussistenza con indipendenza locale o regionale. Il terreno e le case sono di proprietà del clan nel senso del diritto d’uso; proprietà privata e pretese territoriali sono sconosciute. Le donne dispongono pienamente dei beni essenziali, campi, case e cibo, mentre la matriarca funge da amministratrice del tesoro del clan.

I beni circolano secondo un sistema che corrisponde alle linee di discendenza e ai modelli di matrimonio. Questo sistema circolatorio impedisce che i beni siano accumulati da un clan specifico o da una specifica persona. L’ideale è la distribuzione e non l’accumulazione. Ogni vantaggio o svantaggio che riguarda l’acquisizione di beni, è mediato da regole sociali. Per esempio nelle frequenti feste dei villaggi o dei quartieri, i clan più abbienti sono obbligati ad invitare tutti gli abitanti per diminuire in questa maniera drasticamente la loro ricchezza. In compenso guadagnano “onore”, cioè prestigio sociale. In questo senso l’economia del clan e del villaggio si basa sulla circolazione di doni.

A livello economico i matriarcati si contraddistinguono per la loro perfetta reciprocità e per questo li definisco come società di reciprocità basate sull’economia del dono.

A livello sociale, le società matriarcali sono basate sull’unione di clan estesi. La gente vive insieme in grandi clan che sono formati secondo principi di matrilinearità. Il nome del clan e tutti i titoli delle posizioni sociali e politiche derivano dalla linea materna. Tale matriclan consiste come minimo di tre generazioni di donne: la madre del clan e le sue sorelle, le loro figlie e le loro nipoti e gli uomini in linea diretta di parentela con loro: i fratelli della madre del clan, i figli e i nipoti della madre del clan e delle sue sorelle.

Il matriclan vive nella grande casa del clan, che alloggia dalle 10 alle 1000 persone, secondo la grandezza e lo stile architettonico. Le donne ci vivono permanentemente, perché le figlie e le nipoti, quando si sposano, non lasciano mai la casa del clan materno. Viene detta matrilocalità.

Anche i giovani maschi del clan, quando si sposano o mantengono una relazione amorosa non lasciano la casa della madre. Si recano semplicemente nella casa vicina dove vivono le mogli o le loro amate e ritornano la mattina nella casa della madre. Questa forma molto aperta di matrimonio viene detta visiting marriage.

I bambini sono in relazione di parentela solo con la madre e il suo clan di cui portano anche il nome. Un uomo matriarcale non considera “suoi” i bambini della moglie o dell’amante dato che non condividono lo stesso nome del clan. Tuttavia, un uomo matriarcale è in stretta relazione di parentela e di responsabilità con i bambini di sua sorella: le sue e i suoi nipoti con i quali condivide il nome del clan. La paternità biologica non è conosciuta o non ha nessuna importanza. Non è un valore sociale. Gli uomini nel matriarcato si prendono cura dei nipoti, maschi e femmine, in una sorta di paternità sociale.

I clan matriarcali si relazionano tra loro attraverso complessi modelli di matrimonio che creano una rete di linee di parentela che lega tutti gli elementi del villaggio in maniera più o meno stretta. Questa parentela rappresenta un sistema di mutuo sostegno che fa riferimento a delle regole fisse. Inoltre, donne e uomini possono scegliere liberamente le loro relazioni amorose; dal punto di vista sessuale uomini e donne vivono una grande libertà.

Il risultato è una società non gerarchica ma egualitaria che si intende come un grande clan con mutui obblighi di sostegno. Per questo chiamo i matriarcati a livello sociale società di discendenza in linea femminile.

A livello politico, persino il processo che porta alle decisioni politiche è organizzato secondo le linee di discendenza matriarcale. Le decisioni vengono prese esclusivamente secondo il principio del consenso vale a dire l’unanimità.

Gli uomini e le donne si radunano in assemblea nella casa del clan, dove vengono discussi gli affari domestici. Non è escluso nessun membro della casa, i bambini ottengono all’età di 13 anni il pieno diritto di voto. Lo stesso succede per il villaggio: se si devono discutere questioni che riguardano l’intero villaggio, i delegati di ogni casa del clan si radunano nell’assemblea del villaggio. Questi delegati che discutono le questioni non saranno poi coloro che prenderanno le decisioni ma la loro funzione è unicamente quella di portare dei pareri; si scambiano le informazioni sulle decisioni prese nelle singole case dei clan. I delegati sostengono il sistema di comunicazione del villaggio e se nell’assemblea si vede che non c’è accordo, tornano a discutere ancora le questioni nelle rispettive case dei clan per poi tornare nel consiglio del villaggio. In questo modo, il consenso nel villaggio si raggiunge passo dopo passo.

La gente che vive in una data regione prende le decisioni nello stesso modo: le decisioni dei villaggi e delle città vengono coordinate dai delegati eletti che si scambiano le informazioni nell’assemblea regionale. Anche in questo caso i delegati fanno avanti e indietro tra l’assemblea regionale e quella del villaggio finché la regione non trovi una decisione basata sul consenso di tutte le case dei clan di tutti i villaggi.

È impossibile che in una tale società si creino gerarchie o classi o anche solo dei dislivelli di potere tra i generi e le generazioni. Le minorità non vengono marginalizzate da decisioni basate sulla maggioranza perché le decisioni politiche vengono prese attraverso “una democrazia dal basso”.

A livello politico chiamo per questo i matriarcati società egualitarie basate sul consenso.

A livello culturale, queste società non sono caratterizzate da “religione primitiva”, “animismo” o “riti di fertilità”. Questi termini non solo sono dispregiativi ma anche errati perché nascondono che i sistemi religiosi e la visione del mondo di queste culture sono complessi.

La concezione fondamentale, che le popolazioni matriarcali hanno del cosmo e della vita, si basa sulla fede nella rinascita. Come nel cosmo e sulla terra vedono il ritorno di tutto così intendono anche l’esistenza umana nei cicli della vita, della morte e della rinascita. È l’idea della rinascita in senso molto concreto: tutti i membri di un clan rinasceranno, da una donna del loro clan nella casa del loro clan. In questo senso i bambini sono considerati le antenate e gli antenati del clan e per questo sono sacri. Le donne sono molto rispettate, non solo come creatrici della vita e come nutrici ma in particolar modo come coloro che garantiscono la rinascita e hanno quindi il potere di trasformare la morte in vita.

Le popolazioni matriarcali hanno adottato questo concetto dal mondo naturale in cui vivono perché la terra è la Grande Madre che garantisce rinascita e nutrimento a tutti gli esseri. Essa è una dea primordiale, l’altra è la dea cosmica come creatrice dell’universo. Perché anche nel cielo si vede lo stesso ciclo di andata e ritorno: tutti i corpi celesti sorgono e tramontano ciclicamente e dopo ogni tramonto sorgono nuovamente. Il cielo e la terra rappresentano insieme “il mondo” nel quale gli essere umani hanno la loro collocazione. Il mondo è divino femminile. La concezione matriarcale del divino è quindi immanente e non trascendente. Tutto è divino, la creatura più piccola e la stella più grande, ogni donna e ogni uomo. L’intera visione del mondo dei popoli matriarcali è strutturata in modo non dualistico. Il loro concetto di mondo manca del dualismo patriarcale che separa “uomo” e “natura”, “spirito” e “natura” o “società” e “natura” e che ha portato alla svalutazione e allo sfruttamento della natura come mera “risorsa”.

Nelle loro feste che seguono il ciclo delle stagioni e altri ritmi della natura, celebrano il mondo divino in tutte le sue forme dal più grande al più piccolo. Ma anche nella quotidianità ogni gesto pratico come la semina, la raccolta, la preparazione del cibo o la tessitura è un rito pieno di significato. Siccome tutto nel mondo è divino, le culture matriarcali non conoscono la distinzione tra sacro e profano.

A livello culturale chiamo i matriarcati società sacrali o culture della Dea.

Letture d’approfondimento:

Sulle concrete società matriarcali del presente

Heide  Göttner-Abendroth:

Das Matriarchat II,1: Stammesgesellschaften in Ostasien, Indonesien, Ozeanien

Das Matriarchat II,2: Stammesgesellschaften in Amerika, Indien, Afrika

Kohlhammer, Stuttgart 1991/1999 e 2000

—————–o0o—————–

Dal Matriarcato al Patriarcato

Viaggio attraverso il Mito e il Teatro Tragico Greco

di Rosa Casano Del Puglia

 

Vecchio Testamento in manoscritto del Mar Morto

Fin dal Paleolitico, l’insopprimibile esigenza umana di ricercare un “Principio”, che desse ragione del mondo, del mistero della vita… ebbe come esito la creazione di un archetipo “femminino”, una divinità onnipotente, onnisciente che crea da se stessa, una Grande Madre, dea senza volto simbolo della terra, della fertilità della donna e dei campi, dell’eterna palingenesi del ciclo delle stagioni.

Raffigurata con simboli radicati profondamente nell’inconscio collettivo, la Grande Madre ha ispirato la realizzazione di numerosissimi manufatti: “le Veneri del Paleolitico”, rinvenute in tutta Europa, preziose testimonianze di un passato dell’umanità inconcepibilmente remoto. La dea è raffigurata quasi sempre gravida, i tratti iconografici ne enfatizzano gli attributi sessuali, a volere sottolineare quel potere che solo a lei appartiene: dare la vita.

Probabilmente il culto della Grande Madre nacque in società che sentivano un mistico senso di appartenenza alla natura, e dove mentre gli uomini si dedicavano alla caccia, le donne raccoglievano frutti, radici, piante commestibili per sfamare la comunità, acquisendo con l’esperienza una serie di conoscenze su luoghi, tempi e modalità di crescita di alcune piante (il riso, il grano) sui loro poteri curativi o velenosi, tramandando così da madre in figlia quelle conoscenze che poi diventarono patrimonio comune del gruppo.

A partire dal Paleolitico tutti i popoli mediterranei hanno lasciato tracce del culto della Grande Madre, considerata, nell’arco di questi millenni, partenogenica, capace di generare la vita da se stessa. La Grande Madre è Signora dello spazio nella sua totalità cielo –terra –acque (il dio maschile proprio delle società patriarcali sarà solo Signore del Cielo), Signora del Tempo, presiede infatti, al ciclo della nascita – vita – morte –rinascita, Tessitrice, quindi, della vita vegetale ed umana. (Ancora oggi chiamiamo “tessuti” una parte fondamentale del corpo umano. Omero chiama le dee greche del fato “klotes” vale a dire filatrici.) Più tardi, nel Neolitico, con la scoperta fondamentale dell’apporto maschile nella creazione della vita si assiste ad una rivoluzione epocale, testimoniata dalla comparsa del dio della vegetazione: “il paredro” della grande dea, dio maschile che nasce e muore annualmente. Siamo attorno al V millennio, in quest’epoca si comincia a celebrare con veri e propri riti la nascita e la morte umana e vegetale. Proprio nei Misteri eleusini, sicuramente il culto misterico più affascinante dell’antichità, attestato nelle fonti del VII secolo, ma la cui fondazione si può fare risalire al XV sec, al periodo minoico –miceneo, il “paredro”, quel dio maschile, spirito della vegetazione e dio stagionale era destinato ad essere sacrificato, per cedere il posto, l’anno successivo, ad un dio più giovane.

Dea e paredro

Dunque col passare dei millenni, in età neolitica, la Grande Madre si trasforma, si accompagna al suo “paredro”e assume valenze simboliche nuove, adattandosi alle esigenze dei gruppi umani divenuti ormai stanziali. Ora, La troviamo rappresentata o come le precedenti Veneri paleolitiche, o più spesso con tratti iconografici nuovi come Signora degli animali,, delle Tenebre, della Luce, del Giorno, dei leoni etc. In Asia Minore è “Potnia Theron” (nell’Iliade, Artemide viene chiamata Signora delle belve, XXI, vv. 470 ss), in Frigia è Cybele, per gli Etruschi era Uni etc. Nel Mediterraneo è soprattutto la civiltà cretese a mostrare un legame strettissimo tra la dea e la terra; Creta, infatti, già nel VII millennio, era abitata da agricoltori che, anche se usavano ancora aratri di pietra, conoscevano la coltura dei cereali, introdotta, più tardi, nel resto della Grecia da Demetra, dea delle messi figlia della cretese Rhea.

Ma qual è il significato del compagno stagionale della Grande Madre il “paredro”? Il termine paredro significa “che siede accanto”; nell’antica Grecia, indicava il coadiutore degli arconti. Nella dimensione religiosa l’abbiamo ritrovato come un dio minore destinato al sacrifico, ma quello che più interessa, in questa sede, è il paradigma sociologico e sotto questo profilo, illustri studiosi quali Bachofen, Neumann, Schreiber ed altri ancora concordano nel ravvisare nel binomio Grande Madre – Paredro quel lungo periodo della storia dell’umanità, durante il quale si verificano i primi scontri, che col passare dei millenni e con le invasioni di popoli indoeuropei, segnarono la fine delle società matrilineari.

Bachofen, storico svizzero, analizzando le culture tribali ginecocratiche e diversi miti greci ha formulato l’ipotesi che un momento reale della storia dell’Occidente, identificabile nel Paleolitico, sarebbe stato caratterizzato da un’organizzazione sociale matriarcale, nell’ambito della quale alle donne sarebbe spettato il potere familiare, politico e religioso.

Questa tesi, condivisa tra l’altro da autorevoli storici ed archeologi, ha trovato conferme, oltre che in numerosi rinvenimenti archeologici, nella lettura, in chiave sociologica, dei miti e del teatro tragico greco. I miti non possono in alcun modo essere riconducibili ad un mondo fantastico, essendo per certi versi storia, nel senso che rappresentano il patrimonio di valori, le idee che i nostri lontani antenati avevano del loro passato; “i miti sono un adombramento della storia”, scriveva G. B. Vico.

Stando a queste fonti dirette e indirette, pare che la frattura tra matriarcato e patriarcato vada ricercata tra il 3500 e il 2500 e sia stata causata da massicce invasioni di popoli indoeuropei giunti dall’est, in seguito alle quali le società matriarcali, tipiche delle società agricole, furono soppiantate da una cultura di tipo maschile basata sulla guerra, sulla caccia e su un’economia predatoria. La cultura indoeuropea, già nel V millennio, nella zona del Volga presentava la fisionomia di una società patriarcale, fatta di guerrieri e interessata più alla caccia e alla guerra come attività economica di predazione che all’agricoltura. Nel II millennio quella cultura dilagò nell’Europa danubiana, nel vicino Oriente, nell’area dell’Egeo. Parti, Medi, Achei, Persiani, Dori adoravano dei maschi violenti e litigiosi, la Grande Dea fu soppiantata da un dio maschile rimanendo come sua consorte o molto più spesso assumendo i caratteri negativi delle Furie, delle Arpie, delle Meduse. Nella penisola ellenica, quel massiccio movimento migratorio avverrà tra il 2000 e il 1000 a.C., quelle genti indicate come indoeuropei o indoarii sconvolgeranno gli insediamenti millenari e cancelleranno, almeno in superficie, civiltà antichissime.

Alle migrazioni dei popoli indoeuropei, bisogna aggiungere che con l’avvento dell’agricoltura praticata dagli uomini, il ruolo della donna si restringe sempre più, così col tempo la troveremo impegnata solo nell’ambiente domestico, nella cura dei figli. Sicuramente anche l’incremento della popolazione ebbe un peso notevole, conducendo ad una più consistente domanda di generi alimentari e alla conseguente necessità di coltivare campi lontani dai villaggi, difficilmente raggiungibili dalle donne impegnate nella gestione della famiglia o del gruppo; cos’ le donne furono costrette a cedere all’uomo la gestione delle attività produttive. Fu questo un primo passo verso la loro millenaria sottomissione.

Il passaggio dalle società ginecocratiche a quelle fallocratiche si svolse in un lungo arco di tempo e non fu privo di momenti drammatici e di autentici scontri armati. Tracce di queste lotte di potere si riscontrano nei miti delle Amazzoni, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, nel teatro di Eschilo e in altre fonti ancora.

I Miti

Le Amazzoni

Nelle antiche fonti greche le Amazzoni sono donne guerriere, guidate da una regina. La loro patria di origine si sarebbe trovata sulla costa meridionale del mar Nero. Si trattava di una società matriarcale dalla quale gli uomini erano esclusi o secondo altre fonti costretti a vivere in schiavitù, e nella quale tutte le attività principali erano riservate alle donne che governavano lo stato, maneggiavano le armi, combattevano a piedi o a cavallo con lance, archi, spade per difendere il loro territorio. Si legge ancora, che ogni anno le donne in primavera andavano nei paesi vicini per farsi ingravidare. Secondo un’altra versione del mito, si trattava di donne Sciite, che avevano ucciso o cacciato i loro uomini dai quali erano maltrattate. In verità tanti sono i miti che hanno come protagoniste le Amazzoni, più significativo, al nostro scopo, è quello che tratta della nona fatica di Ercole, questi si sarebbe recato in Scizia per impadronirsi della cintura della regina delle Amazzoni, Ippolita, e portarla ad Argo per regalarla ad Era.

Amazzoni e guerriero greco

In questa spedizione l’eroe greco, accompagnato da Teseo, avrebbe rapito una principessa amazzone, Antiope, della quale si era innamorato. Per vendicare il rapimento le Amazzoni marciarono contro Atene, qui si scatenò una grande battaglia, le Amazzoni furono sconfitte e costrette a ritirarsi su una collina, che fu poi chiamata Aeropago (la collina di Ares). La vittoria di Teseo, nell’antica Grecia, veniva celebrata dalla propaganda patriottica come la prima volta in cui gli ateniesi avevano respinto gli stranieri. Secondo alcuni interpreti del mito, le Amazzoni sono la precisa traccia di uno stato sociale e religioso pre–ellenico, contemporaneo all’epoca nella quale il culto della grande Dea, nella Russia meridionale ed in Anatolia, si era sviluppato come matriarcato, con aspetti precisi di tipo militare e politico. Le Amazzoni sarebbero pertanto fedelissime guardie del corpo della Grande Madre anatolica.

Le Argonautiche – La “Couvade”

Nelle Argonautiche, Apollonio Rodio riferisce un’usanza dei Tibareni, popolo conosciuto dagli Argonauti durante il loro viaggio in Colchide. Una loro strana consuetudine consisteva nel simulare la maternità attraverso la “couvade”: gli uomini fingevano di essere madri, simulando le doglie del parto; la finalità era quella di impadronirsi del potere attraverso la maternità, che in ultima analisi aveva portato ad una divinizzazione della donna adombrata nel culto della Grande Dea Madre. Ecco cosa scrive A. Rodio: “Qui, quando le donne partoriscono figli ai mariti / sono essi, i mariti, che si mettono a letto e che gemono, / con il capo bendato, e le donne provvedono al cibo/per loro e preparano i bagni rituali del parto” (Arg, vv 1011-1014)

Secondo lo storico Bachofen, presso i Tibareni, a prevalere nella contesa sarebbero stati gli uomini che avrebbero imposto nuove regole, fondate sul principio della paternità e su una religiosità maschile: sulla natura prevale la lo spirito, sulla terra il cielo, sulla luna il sole, sulla notte il giorno. Tutto questo porterà al superamento dell’accettazione passiva delle leggi della natura, al rispetto delle leggi umane, al predominio del pensiero razionale, all’obbedienza al principio d’autorità. Non è un passaggio breve né indolore, i miti lo riportano come un contrasto tra il principio paterno e quello materno, la vittoria del primo è chiarissima nel teatro tragico greco, in particolare nella trilogia di Eschilo: L’Orestea.

La lotta tra Matriarcato e Patriarcato nell’orestea di eschilo

la genesi del Teatro Tragico Greco

L’origine della tragedia greca è una questione ancora oggi dibattuta, alcuni studiosi sostengono che il teatro tragico greco, le cui prime rappresentazioni risalgono al 535 / 533 a. C., sia stato fin dall’inizio strettamente connesso al culto di Dioniso, le cui solennità ricorrevano 3 volte l’anno, in periodo invernale. Sicuramente si trattava di rituali propri di una civiltà essenzialmente agricola, che considerava Dioniso patrono della fertilità dei campi. Ma Dioniso, questo dio, che abita ancora le nostre coscienze, era anche il dio delle orge, dei misteri, insomma un dio che simboleggiava uno spazio psicologico, etico, sociale, religioso, luogo di “coincidentia oppositorum”, di conflittualità irriducibile e lacerante da cui avrebbe tratto origine il teatro tragico greco.

Dioniso

Creazione massima del genio attico, la tragedia era una rappresentazione della realtà in tutti i suoi aspetti, da qui la necessità di leggerla calandola nel suo tempo e di recuperare anche quella dimensione mitologica che, in tempi ancor più remoti, abitava l’immaginario collettivo e a cui spesso gli autori attingono prescindendo dalla loro stessa intenzionalità. Perché, in fondo, la tragedia greca rispecchia, in chiave mitologica, i problemi relativi alla società pre–ellenica.

Della funzione catartica della tragedia si era già occupato Aristotele, ma dovremo aspettare il 1871, anno che vede la pubblicazione dell’opera di Nietzsche: “La nascita della tragedia”, perché si aprano nuovi orizzonti relativi alla genesi del teatro tragico greco. Il filosofo tedesco opera infatti, una distinzione tra spirito apollineo e spirito dionisiaco, il primo proprio del sogno si traduce in immagini di compostezza e si esprime nelle arti figurative, il secondo proprio dell’ebbrezza attiene alle pulsioni sotterranee dell’inconscio, si esprime nella musica. Il senso del tragico scaturisce, per Nietzsche, da questa conflittualità irriducibile, lacerante presente in tutti gli aspetti della vita e delle vicende rappresentate nel teatro greco. Così il mito di Dioniso, il dio dal doppio volto, il dio della “coincidentia oppositorum” costituirà il punto di partenza per un dibattito tra umano e divino, tra androcrazia e ruolo della donna, tra leggi della natura e leggi della polis, mondo aristocratico e civiltà borghese in sostanza tra una serie infinita di antinomie grazie alle quali la coscienza tragica dal mondo rarefatto delle saghe eroiche si cala nella realtà concreta del presente.

Altre tesi, elaborate di recente contestano la genesi dionisiaca del teatro tragico greco, fondando la loro analisi sul significato del termine “tragedia” che vorrebbe dire “canto del capro” o “canto per il capro” alludendo o alle maschere caprine che indossavano i coreuti o al fatto che il capro sarebbe stato un premio nelle gare sonore o la vittima di un sacrifico.

Qualche altra informazione, in merito alla nascita della tragedia greca, ci perviene da Erodoto il quale scrive che Clistene, nemico degli abitanti di Argo avrebbe voluto eliminare dalla sua città il culto di Adrasto eroe argivo, onorato con cori tragici riferentesi alle sue dolorose vicende. Erodoto racconta della vittoria di Clistene e della abolizione del culto di Adrasto. Pare che le vicende dolorose di Adrasto si adattassero bene al contenuto luttuoso della tragedia, che in questo modo attingerebbe non al culto di Dioniso ma a quello dell’antico epos eroico, insomma Dioniso sarebbe un intruso, il vero protagonista del dramma tragico sarebbe un eroe. Ma quale eroe?

Il noto antropologo J. G. Frazer, nel suo “Ramo d’oro”, scrive di popolazioni primitive nella cui religiosità aveva un peso notevole il culto degli antenati e degli eroi, culto che è presente anche in Grecia, tant’è che nelle tragedie greche i coreuti erano soliti evocare il “tragos” cioè lo spirito di un eroe defunto.

E ancora in Grecia, come in tutte le altre comunità agricole, i cicli delle stagioni si aprivano e chiudevano con rituali religiosi che avevano come protagonista il “Re Sacro” o dio del grano, che provvedeva alla fertilità della terra e degli armenti e che veniva sacrificato annualmente o quando le sue energie venivano meno. Lo si ritrova sempre associato a una dea, sotto cui si cela l’antichissima divinità mediterranea la Grande Madre, rispetto alla quale il dio del grano viveva in posizione subalterna. È chiaro, a questo punto, che dietro il dio del grano o Dioniso o Adrasto si cela una divinità ancora più antica: il “Paredro” della Grande Dea, destinato a morire. Lo spirito tragico del teatro greco, deriverebbe, secondo la scuola antropologica dal dissidio tra religiosità mediterranea, che rimanda ad una società agricola matriarcale e religiosità olimpica importata dagli Indoeuropei, di tipo patriarcale che identificava il suo dio supremo col “Padre del cielo luminoso”. Uno scontro di civiltà sarebbe dunque alla base della nascita della tragedia greca.

trilogia di eschilo – excursus

Ripercorriamo le tappe che portarono dalla ginecocrazia alla fallocrazia, attraverso la trilogia di Eschilo: Orestea. L’opera si compone di tre tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi. In ogni tragedia, Eschilo affronta, in chiave mitologica, un determinato momento di quell’iter che porterà alla società patriarcale, così nell’Agamennone ritroviamo i riti propri del matriarcato, nelle Coefore il drammatico momento di scontro tra le due civiltà, nelle Eumenidi il trionfo della società patriarcale.

 

Eschilo. Museo archeologico nazionale di Firenze

L’agamennone – l’intreccio

“Clitemnestra, sposa di Agamennone, in assenza di costui, impegnato nella guerra di Troia, ha governato il paese come un re, si è scelta un compagno Egisto, col quale complotta di uccidere, al suo ritorno, Agamennone. Ritornato quest’ultimo, porta con sé la profetessa Cassandra che gli predice, come poi avverrà, il suo assassinio per mano della moglie che lo colpirà mortalmente con un colpo di ascia”.

 

A Creta, prima dell’irruzione dei Micenei, che importarono dei guerrieri, era profondamente radicato il culto della Grande Madre, la Potnia Theron, che, a differenza della Grande Madre anatolica più che Signora della vegetazione, era vissuta come Signora degli animali, la si ritrova spesso accompagnata dal suo paredro: il Signore dei tori, suoi simboli sacri erano le corna taurine o le doppie asce, che ritroviamo spesso nei fregi e nelle decorazioni dei palazzi.

M. Understeiner ritiene di poter identificare in Clitemnestra la Potnia, mentre in Agamennone la figura del paredro destinato a morire. A conferma di questa ipotesi è il fatto che l’assassinio del re avviene con la sacra “labrys” e si consuma nella vasca da bagno, riferimento ai riti di purificazione che precedevano la morte della vittima. Il toro è la vittima sacrificale per eccellenza, in esso si potrebbe incarnare la figura del paredro. A conferma di questa ipotesi, sono i versi che Eschilo mette in bocca a Cassandra, mentre fa la profezia: “Ahi, ahi Dalla vacca/ allontana il toro / fra i pepli lo afferra, con l’arnese dalle corna nere /colpisce” (vv 125/128) Il toro è Agamennone, la vacca è Clitemnestra che sta per colpirlo con le corna, ovvero il “labrys” più volte raffigurato come l’attributo della dea cretese: la minoica Potnia, dominatrice del mondo animale e quindi del suo paredro maschio, il signore dei tori. Il sacrificio del dio-toro –Agamennone rientra nelle categorie delle morti rituali del dio della vegetazione, ed esprime il conflitto tra mondo pre–ellenico che sta scomparendo e mondo indoeuropeo impersonato da Oreste (nella seconda tragedia della trilogia). È significativo anche che Cassandra, nel delirio che precede la sua morte, veda uccidere non il re ma un toro, vittima per eccellenza del sacrificio.

Coefore

Nelle Coefore (portatrici di doni), Eschilo narra del ritorno in patria di Oreste, figlio di Agamennone, che per ordine di Apollo e incitato dalla sorella Elettra, vendica il padre uccidendo la madre ed Egisto, suo amante. Per questo delitto Oreste sarà perseguitato dalle Erinni, antichissime dee, figlie di Gea, che in origine difendevano i diritti della madre e tormentavano chi non rispettava il potere materno.

 

Oreste e le Erinni

Eumenidi

La tragedia si apre con la fuga di Oreste che, inseguito dalla Erinni, si sposta dal tempio di Apollo, che lo aveva spinto al matricidio, a quello di Atena dea della “saggezza e della sapienza”. Questa interviene, fondando il tribunale dell’Aeropago, per tentare di ricomporre la lite, e invitando Oreste a discolparsi. La parità dei voti espressi dai giurati, per decisione di Atena, porta all’assoluzione del matricida. Atena placa la furia delle Erinni, a cui garantisce onori eterni, e assegna loro il compito di proteggere Atene dalle discordie civili. Le Erinni accettano diventando “benevole” e trasformandosi in Eumenidi. È questa trasformazione che indica il passaggio da un’epoca in cui prevale il diritto materno a un’altra in cui prevale quello paterno. Apollo che ha difeso il matricida Oreste adduce una prova sconcertante: “È accanto a noi presente/un testimone, la figlia dell’ olimpo Zeus, / che non è stata nutrita nelle tenebre di un grembo, / ma quale dea saprebbe creare un simile germoglio.” (vv 663-666)

Conclusioni

Pare che il momento di frattura tra le società ginecocratiche e quelle fallocratiche, conseguente alle migrazioni di popoli indoeuropei, si collochi tra il 3500 e il 2500 a.C.

Il primo documento giuridico nel quale si trova istituzionalizzata l’inferiorità della condizione femminile è un atto legislativo del re Urukagina 2352 /2342 a. C. circa, nel quale il sovrano, volendo riportare sulla terra l’ordine voluto dagli dei, vieta alle vedove di risposarsi e prevede che le donne irrispettose o disobbedienti nei confronti degli uomini siano sfigurate.

Il documento del re Urukagina

Altro documento, databile tra il 1796 e il 1750 a.C., proveniente dalla Mesopotamia, è il Codice di Hammurabi, composto da 282 leggi di cui 75 riguardano il matrimonio, la posizione e gli obblighi sessuali delle donne. Questo scritto sarà la base di partenza per la legge ebraica che arriverà a sancire la completa proprietà della donna da parte dell’uomo.

Al 1205 circa, risale un documento di Gueda Lagash, dove si legge che le donne, se provenienti da famiglie povere, possono essere avviate alla prostituzione commerciale per saldare i debiti della famiglia,, se provenienti da famiglie nobili sono considerate merce di scambio per alleanze e matrimoni. In breve le donne diventano strumenti di cui la famiglia dispone a pieno titolo e i loro servizi sessuali parte fondamentale delle loro prestazioni lavorative.

L’affermazione delle società patriarcali, avvenuta tra il 3500 e il 2500, si può considerare una lunga autentica rivoluzione in conseguenza di quei radicali mutamenti che investirono non solo la sfera religiosa, ma la società nel suo insieme. Attorno al 3000 a. C. infatti, cominciò a imporsi una figura divina maschile, che lentamente soppiantò la Grande Dea a favore di un dio maschile creando le basi per la subordinazione della donna all’uomo.

Sicuramente la forza impetuosa e devastante che accompagnò quella nuova visione della vita e del mondo, meglio si radicò e si accrebbe con l’avvento dell’Ebraismo in cui si riscontrano precise tracce di fallocrazia. L’ebraismo e la casta sacerdotale ebraica, in tempi meno remoti rispetto alle invasioni dei popoli indoeuropei, contribuirono in maniera determinante nell’affermazione delle società patriarcali. Il dio ebraico non è la Grande Madre di tutti, è un dio che parla all’uomo e solo con lui stringe un patto dandogli in dono la fertilità e il possesso della terra, quella terra che la Grande Madre aveva dato a tutti: “Voglio dare a te e alla tua progenie questa terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume Eufrate”. La donna è esclusa dal patto tra l’uomo e Dio e dal quel momento in poi sarà ora demonizzata ora vissuta come un “essere inferiore”.

“La donna e la dea hanno perso la loro autonomia, la loro importanza e il loro potere praticamente allo stesso tempo, vittime di un mondo che cambia, dove gli uomini si sono rafforzati grazie al controllo dei mezzi di produzione, della guerra e della cultura, divenendo gli unici detentori e guardiani della proprietà privata, della paternità, del pensiero, e insomma, dello stesso diritto alla vita” [1].


Bibliografia

L. Rangoni, Il culto del femminile nella storia, Xenia.

P. Rodriguez, Dio è nato donna, Roma, 2000.

R. French, Gli antichi e la natura, Genova 1999.

A.A. V.V., Le Grandi Madri, a cura di G. Gallino Milano 1989.

J.J. Bachofen, Il matriarcato, ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Torino 1988.


Nota

[1] P. Rodriguez, Dio è nato donna, Roma 2000, pag 22/23


Articolo inviato dall’autrice al Portale del Sud, che la ringrazia, nel mese di settembre 2012

——————-o0o——————-

LA GUERRA SOTTERRANEA


Le ragioni del matriarcato

Allegoria delle forze generatrici della natura (Murale sardo)

MEDITAZIONI SUL CONTESTO

Ana Guadalupe Martinez, dirigente del Fronte di liberazione nazionale "Farabundo Martì" del Salvador

Fatto salvo il fatto che non sono il primo a ritenere che l’attuale struttura socio-familiare (e di conseguenza gran parte delle relative sovrastrutture sociali e politiche) sia stata temporalmente preceduta, con caratteristiche anche parzialmente formalizzate ed in epoca protostorica (ed anche storica), da una diversa forma di associazione tra esseri umani e premesso altresì che gran parte delle ipotesi di lavoro qui riportate non mi appartengono (nel senso che altri le hanno elaborate e sviluppate prima di me, sia pure con conclusioni raramente concordanti) (Contenau. G, Budge E. A. W., Thomson G., Bachofen, Fromm Erich, Borneman E., Jones, McLennan, D’Eaubonne F., Morgan L. H., Cantarella E., Reed E., Rudolph K., Nietzsche F., Jung C. G., Engels F., Neumann E., James E. O., Campbell J.) , credo che alcune riflessioni possano essere di qualche interesse.

IPOTESI DI LAVORO

La teoria da me presa in considerazione presuppone che in un epoca situabile temporalmente tra 5 e 15 mila anni or sono (presumibilmente aspetto terminale di un periodo antecedente di circa 20/30 mila anni) , per ragioni strettamente collegate alle caratteristiche proprie di una vita tribale condotta in condizioni di instabile stanzialità, la struttura sociale non corrispondesse a quella attuale.

A tutt’oggi la struttura prevalente sembra essere piramidale, maschiocentrica, fortemente competitiva e con sistemi di comunicazione interpersonale così formalizzati da poter essere definiti ritualistici. Una rilevante quantità di quanto costituisce “oggetto” delle precitate comunicazioni tra maschi della specie o da maschi a femmine o è assente o è connotato in termini di “potere” è fortemente astratto.

Tutta l’elaboratissima semantica utilizzata dalle femmine viene dispersa o ignorata quando usata nei confronti dei maschi, che, semplicemente, non “conoscono” questo linguaggio e non sono in grado (per molteplici ragioni) di utilizzarlo in maniera coerente e funzionale. Peraltro il “linguaggio” delle donne non è privo di connotazioni violente o brutali, ma questi aspetti sembrano venir tenuti sotto stretto controllo e i medesimi “impulsi” comunicativi che tra uomini si tradurrebbero inevitabilmente in un confronto fisico, quando utilizzati da donne si limitano a strutturare diversamente la “relazione” tra i comunicatori.

A questo proposito mi sembrano importanti da ricordare anche le ipotesi di interazione esposte da J. C. Smith nel suo articolo “Science of Matriarchy”, relative all’inferenza nel rapporto tra i sessi dei complessi genetici (www.artemiscreation.com/scienceofmatriarchy).

Nella sostanza ritengo che la posizione della donna nella comunità primitiva, e per logica conseguenza la comunità medesima, avesse connotazioni e caratteristiche che Le conferivano (alla donna), sia pure forse informalmente, una posizione di preminenza. Vedasi l’imponente materiale archeologico, artistico e letterario che fa riferimento all’aspetto generatore della Madre/Terra.

Nel modello cosiddetto “tribale”, proprio in conseguenza di tale posizione , ritengo che la “tribù” stessa non rispecchiasse strutturalmente gli odierni prevalenti modelli gerarchici e che gli stessi rapporti tra “tribù” diverse o di differente estrazione geografica non fossero necessariamente improntati a posizioni conflittuali o competitive, peraltro sempre possibili tra appartenenti ad una medesima specie. (Bornetti M., Huxley A., Jacoby F., Hutchinson R. W., Gimbertas M., Manselli R.). Si trattava, in sostanza, di modelli strutturali differenti, non necessariamente definibili con il termine “matriarcato”.

a cura di Marco Capurro

-o0o-

LE RAGIONI

Donne che festeggiano l'arrivo dei primi poliziotti palestinesi a Jerico nel maggio 1994

La documentazione scritta ed orale disponibile, secondo quanto recentemente sostenuto, pare offrire materiale sufficiente ad ipotizzare ed impostare interpretazioni diverse da quelle classiche in ordine alle società, per così dire, pre-storiche.

Alcune motivazioni alla base di questa ipotesi o interpretazione difforme da quella classica sono di carattere biologico (vedasi il rilevante margine di sopravvivenza, le superiori qualità immunitarie e le straordinarie capacità adattive che le donne sembrano presentare, anche se non con continuità ed in tutte le circostanze, rispetto agli uomini) altre sono di carattere sperimentale e pratico (vedasi come, in una popolazione essenzialmente nomade, anche se non necessariamente non stanziale, gli elementi cosiddetti “parzialmente raccoglitori” (le femmine della specie, necessariamente obbligate ad una maggiore stanzialità dalla filiazione e dall’allevamento della prole) sopravvivano (escludendo la mostruosa mortalità da parto, probabilmente compensata da una maggiore fecondità) più a lungo e meglio dei soggetti “cacciatori/raccoglitori”.

Altre motivazioni sono legate alla cruda questione della sopravvivenza della specie (è ben noto che, sia pure scherzando, parte significativa dei genetisti ritiene che la “specie” sia costituita dal cosiddetto “pool” genetico ed in situazioni di spietato stress, quali quelle ipotizzabili in un contesto durissimo ed altamente selettivo quale quello proprio dell’età in discorso, i soggetti che assolutamente meritano e ricevono maggior protezione, a volte anche prima dei piccoli, sono coloro che tali piccoli producono) e le ultime, ma non le meno significative (vedi l’imponente documentazione storica e antropologica relativa ai miti della Dea madre nelle culture primitive ed ai suoi riflessi in epoca storica) rimangono quelle legate alla battaglia sotterranea, non per il potere strutturato, di per se stesso, non significante per le donne, ma per una libera, cosciente ed autonoma sopravvivenza condotta nel corso degli ultimi diecimila anni da movimenti “sovversivi”, che cercavano di recuperare un possibile precedente sistema di valori sociali, andato perso con la stanzialità definita e l’agricoltura o sopraffatto da un nuovo sistema di potere direttamente controllato dai maschi della specie.

Occorre tenere presente che società nelle quali le donne agiscono come agenti autonomi (prescindendo dal contesto giuridico in oggi costituito dal mondo occidentale) o addirittura come soggetti prevalenti (sempre, nemmeno troppo curiosamente, in maniera scarsamente autoritativa) sono conosciute sia in epoca storica (sciti, minoici, rasna [etruschi], egizi. hausa. p.e.) sia in epoca moderna, tra i cacciatori/raccoglitori (Hedza [Tanzania], Kush, Huadrani e Cuiva [Sud America], Chukchi [Siberia], Nayak e Paliyan [India], Agta e Batak [Filippine], Batek [Malesia], Pintupi e Warlpiri [Australia], e tra le popolazioni parzialmente stanziali come i Berberi e i Tuareg [Nord Africa], Bijagos e Tobo [Africa Occ.], Beduini arabi, Vandinoi [Mar dei coralli], gli isolani delle Tonga e delle Samoa [pacifico], delle Marquisas, gli abitanti di Malabar [India], i tibetani ed i Mosuo [Cina].

Persino diverse popolazioni nordamericane erano matrilineari e possedevano conseguenti strutture sociali (Cherokee, Irochesi, Uroni, Navajo, Mohawk) così come alcune popolazioni messicane. Di norma trattasi di società ospitali e pacifiche che adottano, da un punto di vista relazionale, uno strano miscuglio tra il comportamento definito da Maynard-Smith della “colomba” e del “vendicatore”, privilegiando il primo. Alcune di esse, quando hanno affrontato la questione di autodefinire la loro struttura sociale in un linguaggio moderno (termine usato malamente. Intendo un linguaggio delle società moderne) hanno optato con sicurezza per il termine “matriarcato”, pur precisando che la distribuzione del potere non aveva carattere assoluto.

-o0o-

DIFFERENZE STRUTTURALI E LORO CONSEGUENZE

Tre partigiane perlustrano le strade di Milano il 26 aprile 1945 (Publifoto)

In una società (primitiva, relativamente parlando) nella quale gli elementi a più lunga sopravvivenza temporale fossero quelli femminili i rapporti interpersonali dovrebbero risultare sottilmente modificati.

La memoria “storica” (stiamo parlando di una situazione essenzialmente “pre-scrittura”) ed il “riferimento” tribale resterebbe normalmente in capo al soggetto più anziano e ricco di esperienza (generalmente una donna) e, vista la probabile prevalenza dell’elemento femminile nell’ambito dell’organizzazione interna del gruppo per ragioni che dovrebbero trovare giustificazione nei molti fattori che favoriscono le femmine nell’organizzazione tribale (in parte accennate in precedenza e completate sia dal maggior rischio corso da coloro che operano per periodi più lunghi “al di fuori” del gruppo, sia dalla maggiore protezione senza dubbio assegnata ai soggetti procreatori), appare normale che la maggior parte degli eventuali rapporti conflittuali interpersonali o intergruppi abbiano la possibilità di essere risolti senza perdite eccessive.

La matrice (radice “mat/mater”, struttura di replicazione) base della comunità giustificherebbe anche (sia pure in assenza delle pratiche agricole stanziali che normalmente la rafforzano in una struttura “maschio-dominante”) la forte significanza attribuita all’elemento “generatore” nell’ambiente circostante, propria ancor oggi di quasi tutte le culture primitive (quindi culti della Dea Madre, società a bassa conflittualità e con scarsi elementi di concorrenza.

Tutti gli uomini sono “figli” di qualcuna e tutti i figli sono “uguali” per la madre), mentre l’aspetto viscerale dei rapporti tra soggetti (stiamo parlando di un ambiente nel quale la sopravvivenza è ridotta, i tempi morti (caratteristicamente indispensabili per la “mente-oziosa”) sono quasi nulli e le possibilità di riflessione astratta appaiono improbabili o assai difficoltose), proprio del rapporto materno, renderebbe superflua, fatte salve alcune necessità di ordine funzionale, la formazione di consolidate strutture gerarchiche piramidali.

Secondo la mia interpretazione ci sarebbe quindi stata, in un periodo durato circa 15/25 mila anni e databile a circa 5/12 mila anni or sono, una prevalente struttura sociale con caratteristiche matrilineari, scarsamente conflittuale (relativamente parlando), sessualmente “promiscua” (sempre relativamente parlando), con una spinta animistica verso l’aspetto “generatore/trice” dell’ambiente circostante e con ridotti incentivi alla riflessione astratta non direttamente funzionale alla sopravvivenza del gruppo sociale. (Murray O., Lanzi C., Wastonecraft M., Maffessoli M., Gernet L., Kamen H., Kirk R.).

Per inciso mi permetto di ricordare che non esistono giustificazioni di ordine scientifico ad una patrilinearità della successione nel patrimonio genetico (e per analogia della successione in senso lato, anche considerando l’incertezza della paternità).

Anzi, se si dovesse prendere in considerazione la quantità percentuale di materiale costitutivo della cellula embrionale, risulta evidente che, mentre il Dna nucleico è composto in percentuali eguali da Dna materno e paterno, il Dna mitocondriale è sempre e soltanto trasmesso dalla madre (Jean Brachet, “Introduction to molecular embryology” – W.F.Bodmer/L.L.Cavalli Sforza, “Genetics, Evolution and Man”).

Quindi gran parte dell’intero meccanismo di produzione dell’energia, e delle attività correlate, nella cellula embrionale sono di origine esclusivamente materna, pur ricordando sempre che il patrimonio cromosomico mitocondriale è quantitativamente assai ridotto ed in grado di sintetizzare, secondo le attuali conoscenze, un numero limitato di “prodotti”.

Quanto in precedenza riferito, se posto in relazione con la particolare fisiologia della specie e con il progressivo aumento di quelli che potrebbero essere definiti (fisiologicamente) “tempi morti” o del “pensiero ozioso” conseguente alla stanzialità ed all’adozione dell’agricoltura, assume un’evidente rilevanza ai fini di una migliore comprensione dei meccanismi della comunicazione intersessuale.

E’ bene ricordare che la fisiologia sessuale della specie umana trova particolare rispondenza in quella dei primati superiori ed è essenzialmente diretta ad un efficace e funzionale riproduzione. Questo comporta la considerazione che la vita “utile” (agli esclusivi fini di cui sopra) risulta compresa tra i 12/14 anni ed i 24/30 anni.

Entrambi i sessi sono fertili ed in grado di allevare e proteggere i cuccioli per questi quindici/diciotto anni ricordando che si sta parlando di fisiologia di base della specie in un sistema non modificato dalle sovrastrutture materiali e culturale prodotte dalla cosiddetta “civilizzazione”.

E’ corretto anche osservare che in generale il cuore dei mammiferi terrestri, nel loro ambiente “naturale” (naturale è un termine idiota, ma visto che lo usano tutti, soprattutto gli ecologisti…) svolge il suo compito attraverso un numero di battiti pressoché costante in tutte le specie (dagli ottocento milioni al miliardo e duecento milioni di battiti nel corso di una vita. Una formula che sembra valida per quasi tutte le specie, con variazioni in aumento per i mammiferi domestici). Applicando questa grossolana formula agli esseri umani si ottiene un’età massima variabile da 22 a 32 anni.

Tutto il periodo temporale successivo (dai 30 ai 70, tendenziale verso gli 80/90) deve trovare un qualche impiego. Esiste insomma una pesante crasi tra un meccanismo riproduttivo che è rimasto “ancestrale”, non subendo variazioni ed adattamenti evolutivi, e l’aumento della durata della vita media individuale, senza compensazioni sostanziali.

Il problema sembra trovare qualche soluzione comportamentale nella replicazione (da parte dei maschi) dei comportamenti riproduttivi propri della cosiddetta “età fertile” (quindi continuando a cercare disperatamente di accoppiarsi con il maggior numero di femmine possibile ed in tutte le circostanze) e, parzialmente, con altri meccanismi connessi alla conduzione di una più complessa ed elaborata vita sociale e di quella che viene definita vita “produttiva” ma che, sostanzialmente e da un punto di vista strettamente fisiologico, non riveste grande importanza naturalmente il contesto/struttura in cui trascorriamo la maggior parte del suddetto periodo “inutile” le conferisce, invece, grande importanza per l’avvio dei cuccioli ad un esistenza mediamente soddisfacente nella nostra complessa società.

Ed è proprio questa discrasia tra fisiologia e “realtà acquisita” che complica ulteriormente tutti gli aspetti della comunicazione intersessuale.

La donna, più fisiologicamente (ed anche culturalmente) orientata all’allevamento dei piccoli, sembra, anche in una società maschio-dominata, incontrare minori difficoltà all’impiego del periodo “voluttuario” e maggiori difficoltà (in gran parte attribuibili, a mio parere, alle sovrastrutture etico/morali/religiose/culturali) a continuare a rispondere alle fisiologiche ed ancestrali esigenze dei maschi, che persistono imperterriti a replicare comportamenti propri del periodo “fertile” (ricordate che mi sto riferendo solo alla comunicazione intersessuale e non, quindi, agli aspetti ideativi ed astratti della comunicazione in senso lato).

Se su questo “sistema” alterato si sovrappongono costruzioni ideologiche (politiche o religiose) che giustificano o motivano particolari comportamenti/strutture di potere, in nessuna occasione spiegabili se non tautologicamente, si finisce per non comprendere aspetti “critici” evidenti dell’odierno consorzio umano (chiamiamolo così), quali l’enorme preponderanza di crimini contro la persona commessi da maschi e la quasi inesistenza di crimini sessuali perpetrati dalle femmine della specie.

Questi elementi inerenti alla fisiologia ed alla comunicazione primaria/semplice (orientata per il maschio all’esercizio di quanto più buon sesso possibile e per la femmina all’esercizio di quanto sesso sia sufficiente per procreare e, quindi, all’allevamento dei cuccioli), pur se estremante indicativi e rilevanti in una cultura, come quella attuale, maschiocentrica, non possono essere trascurati persino nella mia ipotesi di un’antica, diffusa e predominante cultura madricentrica.

Certamente, in quest’ultima, alcune possibili soluzioni a questo specifico problema dovevano esistere e, in alcuni casi, dovrebbero riflettere sistemi relazionali nei quali la madre era sempre certa ed i piccoli erano figli di molti padri o “zii” (come vengono tuttora definiti presso alcune popolazioni), configurando una sorta di poliandria, mentre in altri potrebbero parzialmente richiamarsi a quella che attualmente definiamo “prostituzione”; così antica da non poter essere materialmente datata questa particolare “attività” di un determinato numero di soggetti femmine assume caratteri di sacralità e di funzione sociale tanto maggiori quanto più si risale indietro nel tempo. Il che farebbe ritenere che, nella mia precitata ed ipotizzata società madricentrica e matrilineare. questa (della prostituzione sacra o istituzionale) potesse costituire una delle valide soluzioni almeno per il problema della “pressione” fisiologica dei maschi e delle conseguenti violenze da “privazione” commesse dagli stessi.

-o0o-

RIFLESSI SULLA SOCIETA’ ODIERNA

Anna Kuliscioff, l'esule russa che contribuì a diffondere il marxismo in Italia

Un siffatto lungo periodo temporale (15/30 mila anni) potrebbe anche fornire valide giustificazioni ad alcune odierne modalità comportamentali adottate dagli esseri umani nei rapporti interpersonali.

Le motivazioni normalmente addotte da psicologia, psicanalisi ed antropologia per spiegare le varianze nei comportamenti interpersonali, sessuali e non, tra maschi e femmine della specie sono molteplici ed appaiono, in genere, ragionevolmente fondate, ma risulta abbastanza evidente che l’essere obbligati a trascorrere gran parte della propria esistenza all’interno di un gruppo stabile (tana, grotta, rifugio temporaneo, ambiente temporaneamente stanziale) comporti per gli elementi umani coinvolti (nel caso di specie per le femmine) la necessità di ridurre la conflittualità, aumentare la capacità mediatoria ed incrementare la ricchezza della comunicazione interpersonale, conservando nel contempo le caratteristiche capacità proprie di soggetti in grado di provvedere alla difesa, alle necessità ed alla protezione del “nido”, mentre l’attività di “cacciatore/raccoglitore” propria degli elementi fisicamente più dotati (di norma i maschi”), imponendo lunghi periodi di isolamento o semi-isolamento dal gruppo base, obbliga ad una notevole autonomia emotiva, ad una comunicazione essenziale, rapida e relativamente astratta (segni, simboli, vocalizzazioni brevi e concise) e ad una forte competizione per l’importanza assoluta dei risultati prodotti ai fini della sopravvivenza del “gruppo”.

Si potrebbe quindi parzialmente ricondurre a questo lunghissimo intercorso temporale una buona quota delle difficoltà di comunicazione, verbale e non verbale, tra uomo e donna.

RIFLESSI SULLA PALINGENESI DELLA SOCIETA’ ODIERNA

Molti studiosi, in epoche diverse e con differenti motivazioni, si sono sforzati (sostanzialmente) di dimostrare, anche con notevole profondità di indagine, che i passi evolutivi “critici” delle strutture politico/sociali/religiose (tirannia/Cronos, democrazia classica/Olimpo, cattolicesimo/impero, democrazia rappresentativa/luteranesimo-calvinismo-inquisizione, etc.) hanno costituito una forma di “regolazione” sociale che fungeva da normalizzante rispetto ad un momento repressivo precedente e/o contemporaneo (nel caso di specie: amazzoni, baccanti, gnostici, catari, streghe, suffragette, etc.). (Galli G., Kerenyi, Thompson, Evola J., Touraine, Kelly J., Feyerabend P., Giorello G., Murray M.).

Tali crisi di passaggio sono caratterizzate da una evoluzione nelle strutture di potere a carattere fortemente astratto (tirannia, democrazia classica, rappresentativa, statalismo, marxismo, etc.) che difficilmente potrebbe essere riferita, in via generale, a soggetti i cui riferimenti vitali (sopravvivenza di gruppo ristretto, amore per i piccoli, etc.) sono molto prossimali (nel senso di quotidiani, vicini e pratici).

Pur con molti distinguo e con qualche superficialità una parte significativa degli studiosi contemporanei evita di scartare apertamente queste teorie o preferisce (probabilmente) non confutarle sistematicamente, forse per non offrire il destro a possibili pesanti critiche metodologiche.

Alcuni elementi, che dagli storici vengono definiti come propri della struttura “villaggio” ma che in realtà, ad un indagine più approfondita, appaiono semplicemente propri della consuetudine di “guerra” sempre utilizzata dalla parte vincente o al potere, si ripetono con assoluta continuità nel corso di queste “fasi” di emersione della ipotizzata protostorica struttura sociale matriarcale o egualitaria e vengono con spietata durezza utilizzati nel corso dell’annegamento e della repressione di queste particolari specie di “rivolte”.

La metodica di attribuire ai propri avversari comportamenti e pratiche contronatura, vergognose (?) abitudini sessuali, omicidi, infanticidi, magia nera, stregoneria, etc. etc., appare caratteristica dominante di questi particolari momenti repressivi.

Femmine della specie, baccanti, gnostici e streghe hanno fornito adeguati bersagli alle strutture di potere, che, in qualche maniera, si sono sentite minacciate (come effettivamente erano) ed hanno posto in essere una riparametrazione adattativa (spesso effettuando un vero e proprio balzo culturale) allo scopo di affrontare e risolvere il problema in emersione. (DeVries, Rhodes H.J.F., Wesel U., Kelly H.A.)

Tutta questa pappardella, debitamente integrata con l’irrealtà mitologica ed escatologica delle nostre religioni di massa (vedasi la ricca documentazione in ordine alla impossibilità di riconoscere la sostanza storica dei fondatori delle varie chiese [Cristo, Budda, etc.], e vedasi altresì la poliedricità di interpretazioni, a volte completamente in opposizione, che hanno arricchito le varie religioni nel corso della loro crescita e del loro percorso di prevaricazione degli “avversari” ideologici e non [da notare che la “corrente” fideistica vincente, per così dire, ha sempre eliminato fisicamente gli sconfitti] Brandon Samuel, Bachofen, Evola J., Touraine, Kelly J. Feyerabend P., Giorello G., Murray M., Galli Giorgio ) mi è servita solo per evidenziare alcune particolari caratteristiche ripetutesi in periodi storici che mi sembrano avere notevole affinità con l’attuale.

-o0o-

LA DONNA E LE MINORANZE

Maria Montessori, pedagogista, prima donna italiana laureata in medicina

La crescita di una società della “donna” nel contesto sociale, infatti, dopo un periodo nel quale, tra indicibili contrasti, si è verificata con certa continuità, sembra ora segnare il passo di fronte ad ostacoli significativi.

Nulla sembra infatti impedire alla donna, nei paesi industrializzati ed in quanto elemento produttivo e funzionale della società, il raggiungimento anche di posizioni di assoluta preminenza, ma, i soggetti abilitati a tali carriere sembrano avere subito profonde modifiche caratteriali, di atteggiamento e nelle capacità di interpretazione dell’ambiente. Sono infatti, di norma, più ricche di caratteri “maschili” di quanto lo siano gli stessi uomini.

Fortemente indifferenti agli aspetti sociali, estremamente controllate, capaci di decisionismo e violenza, a volte anche fisica, intossicate da un rampantismo brutale sembrano più guerrieri d’affari che donne liberate.

Insomma, le donne sembrano “arrivare” nella nostra società soltanto se sono altrettanto o più maschie degli uomini, e non intendo solo fisicamente ma anche intellettualmente. Gran parte di loro non pare rendersi conto di aver perso qualcosa, scambiandolo con qualcos’altro.

Ma in realtà la “società” che promuovono, sostengono e difendono è competitiva, violenta e priva delle connotazioni tolleranti e pacifiche, in senso lato, della struttura dominata dalla Madre. Le concessioni dell’anima,

<da ricordare che, anche se documentalmente il concilio [sinodo] di Maçon del 585 decise invece che il termine “homo” (nella sua accezione di essere umano) poteva essere riferito anche alle donne, la questione dell’inferiorità della donna è stata confermata, predicata e sostenuta, senza opposizione alcuna, da tutta la Patristica [1] dal II al XX secolo, e quindi l’anima della donna non è mai stata in discussione, la sua attribuzione certa ha comunque richiesto un’ulteriore conferma conciliare>

del voto e del “lavoro” (tutte molto recenti) corrispondono a momenti di ulteriore maschilizzazione della parte femminile della comunità. Gli aspetti femminei o femminili dell’intera faccenda (quindi la libertà sessuale, l’ecologia di villaggio, la promiscuità, il minimalismo, il riduzionismo, il rapporto interpersonale in senso stretto) sono stati modificati e superati trasfigurandosi in vere e proprie imprese “industriali”, spesso in un contesto mediatico, fortemente competitive, in quanto produttive e/o fruitrici di effetti economici.


[1] Non esiste praticamente teologo cattolico che non abbia gettato infamia, disprezzo, fango, offese ed insulti sull’ipotetico sesso debole. E’ impossibile citarli tutti e non ne vale nemmeno la pena, in quanto non se ne trovano che abbiano assunto posizioni contrarie. Per un eventuale ricerca consiglio il libro EUNUCHI PER IL REGNO DEI CIELI, di Uta Ranke-Heinemann, Rizzoli, 1990

-o0o-

PROBLEMI DELL’OMOSESSUALITA’ E DEGLI ALTRI DIVERSI

Proteste di cassintegrate della Telefunken e dell'Alfa Romeo a Milano

Persino la “liberazione omosessuale”, allo scopo di sopravvivere in un contesto di rituale tolleranza (strettamente limitato ai paesi industrializzati, il cosiddetto “primo mondo”), ha posto in essere ristrutturazioni del proprio atteggiamento e modificazioni evolutive successive, a scalare, sino a comporre, alla base della propria cultura, una particolare forma di integrazione sociale che sembra riprodurre la “famiglia tipo”, mentre , collateralmente, gli aspetti più estranei al cosiddetto “comune senso del pudore” , vengono saggiamente qualificati o come espressione di frange estreme o come aspetto folcloristico, non pericoloso e non minaccioso, di un particolare atteggiamento sessuale.

In molti altri settori (medico, educativo, mediatico e produttivo) la battaglia del “maschio”, condotta contro quanto non può essere ricondotto a schemi formali ritualmente accettati, viene condotta con estrema durezza e senza tema di alterazione od interpretazione forzosa dei dati statistici comuni (vedasi l’effetto valanga che l’AIDS [SIDE], sindrome certamente drammatica e pericolosa, ha provocato in questo mondo quando si è ritrovato posizionato sull’orlo di una modifica alla struttura familiare base).

Nei paesi industrializzati l’AIDS assorbe e succhia enormi risorse dal sistema sanitario, quasi mille volte superiori a quelle assegnate alla grippe (l’influenza, che tuttora provoca decessi 10/15 volte più numerosi) ed alla sifilide, che, solo in Italia, conta 1,5/2 milioni di malati (un milione è la cifra ufficiale, dichiarata alle strutture pubbliche, ma si può facilmente comprendere la vergogna di rendere pubblica una malattia attualmente suscettibile di terapia con esiti largamente positivi) causando molti più morti e danni.

La lotta della struttura sociale formale contro le variabili non integrate ha assunto forme e dimensioni razionalmente incongrue, spesso legate a retrive posizioni etico/religiose o a confuse posizioni moralistiche, le cui risultanze appaiono quasi sempre insufficienti e, molto spesso, addirittura peggiorative rispetto al problema affrontato.

In talune specifiche fattispecie, come quella della lotta alla droga, i provvedimenti fortemente repressivi assunti, oltre ad essere inefficaci e demagogici, manifestano addirittura tracce evidenti di masochismo ed autolesionismo, provocando, nella pratica applicazione, ulteriori e ben più difficilmente rimediabili fratture al tessuto sociale.

Mi permetto di ricordare l’evento proibizionistico americano ed i terribili danni provocati da un comportamento repressivo che, forse pur giustificato moralmente, non può essere valutato, da un punto di vista pragmatico, se non come cretino ed inconcludente.

A questi preoccupanti fenomeni di repressione, socialmente e razionalmente ingiustificati, le confessioni religiose dominanti (sostanzialmente maschiocentriche, anzi, decisamente celibatarie) forniscono rinforzi positivi, contribuendo ad ampliare il gap tra i diversi sessi e le loro varianti. Islamismo e Cattolicesimo, in particolare, conservano il primato della retrività, adottando criteri discriminatori di spaventosa violenza ed umana crudeltà.

Il Cattolicesimo inoltre, pur vantando già il disdicevole primato di aver causato più cadaveri di qualunque altra organizzazione umana (nazismo e comunismo inclusi), si accomuna all’Islam per la pervicacia nel perseguitare i più deboli, approfittando del loro stato di necessità ed integralizzandoli in forme sociali che nulla hanno di santo o divino tranne il “perenne” obbligo di obbedire, soffrire e sostenere una confessione religiosa che di “eterno” ha soltanto la diabolica presunzione.

-o0o-

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Delegata alla Conferenza regionale dell'Onu (Vienna, ottobre 1994)

Tutto quanto sopra detto , valutando gli adattamenti ad un sistema di intercomunicazione e di informazione globale (nel quale poche informazioni possono venire tenute nascoste, ma molte possono essere fornite parzialmente o faziosamente), sembra riprodurre, con il reiterarsi di prevaricazioni e violenze formalizzate, fattispecie che si sono già verificate con Baccanti, gnostici e Streghe.

Anche se l’odierna società dei media rende assai difficile ridurre le comunicazioni in strutture formalizzate i tentativi si ripetono continuativamente, con le giustificazioni più cretine. I pericoli costituiti dalle informazioni non controllate, dalla pedofilia, dalla violenza nei videogiochi, dalla sessualità indiscriminata e dalla Rete in generale costituiscono la nuova frontiera di una società che ha bisogno di un pesante controllo per conservare sostanzialmente lo statu quo.

La libera circolazione delle idee e delle informazioni non può e non deve essere soggetta a censure o impedimenti. Qualunque genere di limite risulta nel medio/lungo periodo, oltre che inutile, dannoso. Credo che sarebbe opportuna una verifica delle forze in campo e la predisposizione di una proiezione della possibile evoluzione di una situazione che potrebbe tendenzialmente indirizzarsi ad un irrigidimento dei controlli e degli obblighi, tale da comportare lesioni così gravi alla libertà individuale da non permetterne il controbilanciamento con corrispondenti vantaggi sociali.

Una specie di neanche tanto occulta associazione del Grande Fratello (con buona pace della tanto declamata “globalizzazione” (peraltro, correttamente controllata, meritevole di essere perseguita) e del misterioso Echelon).

-o0o-

MATRIARCATO E COMUNISMO PRIMITIVO

In Europa il patriarcato esiste da più di due millenni: Platone e soprattutto Aristotele lo sostenevano a spada tratta. Il pater familias aveva diritti di vita e di morte su moglie, figli e schiavi. Le famiglie patriarcali costituivano la società divisa in classi e questa lo Stato: la triade era così completa. La chiesa cristiana non fece che ereditare questa concezione, aggiungendo che “davanti a dio” si è tutti uguali.

La situazione, sul piano degli studi, mutò verso la metà del XIX secolo, allorché due opere antropologiche ed etnologiche cominciarono a parlare di un primato storico del matriarcato. Si trattava di Das Mütterecht (1861) dello svizzero J. J. Bachofen e di Ancient Society (1877) dell’americano L. H. Morgan.

Il primo cercò di dimostrare che nella storia più antica l’umanità aveva conosciuto un sistema di parentela e di eredità secondo la linea materna; il secondo affermò che la società primitiva era organizzata come un clan collettivistico e che il clan matrilineare costituiva l’antecedente di quello patrilineare.

Entrambi conclusero che nel matriarcato le donne dominavano gli uomini. F. Engels apprezzò notevolmente queste tesi, rielaborandole nella sua opera L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884).

Alla fine del XIX secolo, l’etnografo inglese E. B. Tylor confermò che l’etnografia conosceva molti esempi di transizione dal clan matrilineare a quello patrilineare, ma neanche un esempio di transizione inversa.

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, le pubblicazioni etnostoriche marxiste misero in discussione l’identificazione dell’organizzazione clanica matrilineare col matriarcato, ovvero arrivarono ad affermare che la realtà del matriarcato, inteso come “dominio delle donne sugli uomini”, non è mai esistita e che i corifei di tale dottrina (Bachofen e Morgan) si erano lasciati condizionare troppo dal bisogno di reagire allo stile di vita della società patriarcale.

Da allora quasi più nessuno crede nell’esistenza di un matriarcato avente le caratteristiche socio-politiche e organizzative di un patriarcato “rovesciato”. Si pensa anzi che nella comunità primitiva il ruolo della donna fosse tenuto in alta considerazione semplicemente perché esisteva un’ampia democrazia.

Probabilmente gli uomini primitivi s’erano accorti che per “pareggiare” le conseguenze naturali dovute al bimorfismo sessuale, bisognava riconoscere alla donna maggiori prerogative sociali (specie in considerazione del fatto che il ciclo riproduttivo le privava di tempo e di forze che l’uomo poteva utilizzare in altro modo).

In questo senso, ad es., il fatto che in numerose società primitive gli uomini avessero i loro riti, i loro culti e persino i loro linguaggi segreti, e le donne i propri, non deve essere visto in maniera negativa, anche perché tale separazione dei sessi non veniva messa in rapporto con una rigida divisione del lavoro.

Il comunismo primitivo non ha mai conosciuto alcun dominio di un clan sull’altro o di una tribù sull’altra o di un genere sessuale sull’altro, e neppure alcun dominio degli esseri umani sulla natura. Se non è mai esistito un matriarcato inteso come dominio del sesso femminile, il motivo sta nel fatto che nella fase del comunismo primitivo risultava estraneo il concetto stesso di “dominio”, che non a caso è stato elaborato quando è venuto emergendo il patriarcato.

Le principali strutture della società primordiale erano due: il clan e la comunità. Il clan era composto da persone imparentate tra loro, secondo una discendenza materna o paterna, in maniera indifferente: l’unico obbligo era quello di non sposarsi tra membri appartenenti allo stesso clan, evidentemente perché ci si era accorti che l’endogamia impoveriva geneticamente il clan, oppure lo isolava socialmente.

La comunità era praticamente il clan allargato, in quanto includeva gli elementi che, attraverso i matrimoni, erano stati acquisiti da altri clan. Nel Paleolitico (40.000 – 14.000) e nel Mesolitico (14.000 – 4.000) qualunque bene materiale apparteneva al clan, ma di fatto era a disposizione di tutta la comunità, senza distinzioni di sorta.

La divisione del lavoro tra i sessi era considerata “naturale”: caccia e pesca per l’uomo; raccolta della frutta per la donna; lavorazione della pietra per l’uomo; delle pelli d’animale per la donna, e così via.

Soltanto nel Neolitico si sviluppano l’agricoltura e l’allevamento, che col tempo porteranno a una certa differenziazione tra nomadismo e sedentarietà. Stando ai miti a nostra disposizione, deve essere stata l’agricoltura a porre degli ostacoli all’allevamento. Quest’ultimo deve essere nato prima dell’agricoltura, non solo perché connesso al nomadismo, ma anche perché più facile da gestire.

L’agricoltura probabilmente è nata in maniera casuale, grazie a sperimentazioni condotte dalle donne, che la storia ci tramanda come esperte di erbe. Finché essa è rimasta circoscritta a livello di orticoltura non può aver dato alcun fastidio all’allevamento. Quando invece s’è cominciato a capire che da essa si potevano ricavare importanti eccedenze per l’alimentazione nei periodi dell’anno più difficili, si è inevitabilmente cominciato a trasformare il prativo e il bosco in arativo.

Una volta scoperta, l’agricoltura s’è sviluppata in maniera impetuosa, imponendo le esigenze della stanzialità e quindi la rinuncia definitiva al periodico trasferimento della tribù in zone più favorevoli alla caccia e all’allevamento. Inevitabilmente è sorta anche l’esigenza di interdire i campi arati alle mandrie.

Era impossibile non venire a conflitto con chi aveva continuamente bisogno di campi aperti. Una qualunque limitazione (p.es. con dei fossati) appariva all’allevatore come un abuso di potere, come una forma di proprietà indebita, benché il proprietario fosse un ente collettivo, quale il clan o la comunità, mentre l’allevatore specializzatosi in questo lavoro era generalmente in rapporto a poche persone.

Quando l’agricoltore Caino uccide l’allevatore Abele, non si ha a che fare con una diatriba tra estranei o tra membri di clan rivali, ma tra fratelli. Quindi si deve supporre che in origine chi aveva rinunciato all’agricoltura conservando il mestiere originario dell’allevamento, fosse imparentato con qualche clan della comunità rurale.

Anzi il mito dice che dei due il più religioso era Abele, a testimonianza che con la nascita dell’agricoltura, che sembrava favorire, attraverso le eccedenze, una maggiore sicurezza al clan, si forma anche una sorta di coscienza ateistica, ancorché vissuta in maniera individualistica, in contrapposizione agli interessi della tribù.

Qui non si deve pensare a degli agricoltori che non praticassero per nulla l’allevamento, poiché su piccola scala la presenza degli animali era indispensabile, ma a degli allevatori che non praticavano per niente l’agricoltura. Finché questa è rimasta ferma allo stadio dell’orticoltura, cioè del consumo dello stretto necessario, non possono esserci stati particolari problemi con gli allevatori. I problemi sono venuti quando l’agricoltura s’è trasformata in produzione estensiva, per avere cospicue eccedenze alimentari durante la stagione invernale.

Il patriarcato, probabilmente, più che nell’ambito dell’allevamento, si è sviluppato nell’ambito dell’agricoltura, benché in origine fosse la donna ad avere maggiore competenza in questo settore. Una precisa delimitazione dei confini agricoli del clan ha fatto maturare il senso della proprietà, e l’accumulo di eccedenze ha promosso l’esigenza del controllo. Il bisogno di regolamentare in maniera razionale i propri beni, il bisogno di quantificare il lavoro svolto devono aver indotto progressivamente l’uomo a vedere la donna come parte dei propri beni, come un anello fondamentale della catena produttiva e riproduttiva, di cui lui si sentiva in dovere di gestire l’inizio e la fine.

Processi di questo genere devono aver avuto dei decorsi lunghissimi, di migliaia e migliaia di anni, proprio perché, prima che s’affermasse un dominio del maschile sul femminile, s’è dovuto imporre il principio della proprietà privata tra gli elementi maschili.

L’uguaglianza tra i sessi è andata di pari passo con la proprietà comune (clanica e tribale) dei fondamentali mezzi produttivi. Non è mai esistito un periodo in cui le donne dominavano gli uomini, anche se resta del tutto plausibile l’idea che in origine fosse più importante la discendenza matrilineare. Ma una discendenza del genere non ha mai comportato un matriarcato vero e proprio. P.es. per gli ebrei resta ancora oggi fondamentale, per stabilire l’effettiva “ebraicità” di una persona, risalire all’origine materna, ma non per questo si può dire che l’ebraismo sia una religione “femminista”.

E’ anzi probabile che il prevalere di una discendenza (matri o patrilineare) sia dipesa da circostanze casuali e che non abbia affatto inciso sulla differenziazione dei sessi vista in funzione del dominio dell’uno sull’altro. Quel che si sa con certezza è che esiste patriarcato là dove la proprietà viene trasmessa di padre in figlio.

——————-o0o——————–

Il culto dell’energia femminile nell’antica Europa

Intorno alla seconda metà del ventesimo secolo si è affermata in Occidente una nuova scuola di studi e ricerche, divenuta essenziale disciplina del pensiero moderno, presente in accademie e università, i cui lavori continuano ad influenzare in modo rilevante le discipline umanistiche, in particolare Storia, Archeologia, Antropologia, Psicologia, Etnologia, Storia delle religioni e Storia della filosofia. Tra i precursori di tali indirizzi va annoverato lo svizzero C. Gustav Jung, psicologo e studioso del mito,il primo a concepire un modo strutturato di interpretazione del materiale mitico e mitologico,al fine di utilizzarlo per nuovi modelli cognitivi, utili a comprendere l’essere umano e il suo mondo.

Altre importanti figure hanno affiancato Jung, tra le principali l’ungherese Caroly Kerènyi, il rumeno Mircea Eliade, gli inglesi M. Esther Harding e, in ambito mitostorico e letterario, Robert Graves.

Uno dei temi centrali emerso da queste ricerche riguarda la scoperta di una millenaria e obliata fase storica del nostro passato , segnata dalla presenza di civiltà “matrifocali”, civiltà dove il principio femminile fu al centro di culti e culture per un lungo periodo di tempo che, iniziato nel Paleolitico, trovò la sua decadenza nell’età del Bronzo. A dare il definitivo crisma dell’ufficialità accademica a questi studi è stata un’archeologa lituana da poco scomparsa, Marija Gimbutas, il cui indirizzo di ricerche interdisciplinari continua in vari ambiti del mondo culturale moderno.

Il lavoro svolto dalla Gimbutas ha valore epocale, poiché permette di ridefinire il quadro storico del nostro passato e i modelli culturali e religiosi che lo determinarono, in primis il modello archetipico di una Grande Dea della terra, la madre terra,esplicita forma simbolica del principio femminile creatore e divino le cui rappresentanti, le donne, ne furono le prime interpreti e adepte.

Riassumiamo sinteticamente alcune delle principali conclusioni a cui hanno portato i lavori e le ricerche degli autori precedentemente citati.

Carl Gustav Jung (1875-1961) studiò approfonditamente miti e simboli della psiche umana, analizzando il vasto materiale reperibile in varie tradizioni del passato, con particolare attenzione alla tradizione ermetica degli alchimisti medioevali. Nei suoi due libri sull’ermetismo, “Psicologia e alchimia”(1944) e “La psicologia del transfert” (1946), Jung mette a fuoco alcuni punti fondamentali. Secondo lo psicologo svizzero , l’alchimia fu essenzialmente un tipo di “processo di individuazione” dell’essere umano, praticato dai “filosofi” dell’ermetismo medioevale che chiamarono tale processo “La Grande Opera”. Questo fu il supremo compito riservato al vero uomo di conoscenza (e di fede);l’obiettivo finale, al pari della psicologia junghiana, concerneva la realizzazione del “Sé”,autentico e recondito centro della psiche umana.
La realizzazione della Grande Opera alchemica era imperniata sulla congiunzione degli opposti – coniunctio oppositorum – ovvero sul principio di integrazione di elementi opposti e complementari: luce e tenebra, maschile e femminile, acqua e fuoco ecc… Tale unione, e più in generale il concetto stesso di integrazione degli opposti, fu il vero fine delle operazioni alchemiche ed ermetiche.
Da tali premesse Jung elaborò un concetto di “anima”, femminile, contrapposto all’ “animus”, maschile. La visione junghiana dell’anima portò alla definizione di un principio femminile considerato sotto nuova luce, rivelatore di valenze e scenari del tutto nuovi. Il principio “Femineo Eterno” – così lo chiamò Goethe nel Faust – fu per i saggi della tradizione ermetica il centro focale della vita, del culto e della cultura. Il tema venne sviluppato da una delle principali allieve di Jung, la dottoressa M. Esther Harding, che pubblicò varie opere, tra cui “I misteri della donna” (Woman’s mysteries, 1971). Fu l’ungherese Caroly Kerènyi ( 1897- 1973), anche lui collaboratore di Jung, a sviluppare una preziosa ricerca sul senso intrinseco degli antichi miti, dedicando al principio femminile alcune opere, tra cui “Figlie del Sole“ (Tochter der Sonne, 1944) e, assieme a Jung, “Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia” (Einfurung in das Wesen der Mythologie, 1940-1941) dove sono studiati gli archetipi del Fanciullo divino e della Fanciulla divina (Kore).

Da tutti questi lavori emersero nuovi stimoli e nuove prospettive, tra i quali è da segnalare l’enciclopedico lavoro di Robert Graves(1885-1985), in particolare “La Dea Bianca”(The White Goddess, 1948), incentrato sull’antica civiltà celtica e i suoi rapporti con quella Mediterranea, con la tradizione ebraica, la cristiana e, in sintesi, riscoprendo il culto di una Grande Dea in tutta l’antica Europa.
A livello prettamente accademico la tematica del principio femminile nelle civiltà premoderne fu sviluppata dal fondatore della prima cattedra di Storia delle Religioni (Chicago,1957), il rumeno Mircea Eliade. Per primo, egli propose un’esauriente e chiara interpretazione delle antiche religioni e cosmologie, comprese quelle matriarcali.

In tempi più vicini, l’archeologa lituana Marija Gimbutas (1921-1994) Ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca di testimonianze archeologiche sull’antico culto di una Grande Dea della terra, riuscendo a datare e a definire i tempi e i luoghi del primordiale culto. Grazie ai nuovi dati archeologici, le iniziali ricerche di Jung, di Graves e degli altri, sono oggi suffragate da prove concrete, tangibili e materiali, che confermano l’esistenza di una longeva civiltà matrifocale nell’antica Europa, tesi che fino a pochi decenni fa era ancora considerata ipotetica e marginale.
L’origine del culto matrifocale viene fatto risalire dalla Gimbutas all’età paleolitica, dunque ai primordi della civiltà umana. Il dato è degno della massima attenzione, in quanto permette di definire la prima e la più longeva fase cultuale e culturale del passato dell’umanità . A medesime conclusioni sembrano portare varie ricerche effettuate nei continenti extraeuropei, così da potersi parlare di un vero “primato” del principio femminile alle origini della storia umana.
Riportiamo un passo della Gimbutas dove viene data una definizione di civiltà matrifocale: “Cultura caratterizzata da un dominio della donna nella società e dal culto di una dea che incarna il principio creativo come Fonte e Dispensatrice di tutto”. Si tratta di una cultura “pre-indoeuropea …..matrifocale e probabilmente matrilineare, agricola e sedentaria, egualitari a e pacifica. In netto contrasto con la successiva cultura proto-indoeuropea, patriarcale, stratificata, dedita alla pastorizia, nomade e bellicosa, instauratasi in tutta Europa, eccettuate alcune aree a sud e a ovest, durante tre ondate di invasioni dalle steppe russe, tra il 4500 e il 2500 a.C.”.
A conferma di quanto affermato, la Gimbutas ha pubblicato i disegni, le foto e la catalogazione di un innumerevole quantità di reperti archeologici che attestano l’antico culto. La Gimbutas scrive che: “Circa 20.000 piccole sculture (della Dea) in argilla, marmo, osso, rame o oro sono oggi conosciute, da un totale di circa 3.000 siti del Neolitico e del Calcolitico dell’Europa sud-orientale”. L’area presa in esame dalla Gimbutas è compresa tra: Italia centro-meridionale, Grecia, Balcani e area danubiana, Creta, Mar Egeo, Anatolia e sponde occidentali del Mar Nero. L’epoca di sviluppo di una civiltà matrifocale in quest’area è fissata intorno al VIII millennio a.C.. Stessa data gli storici assegnano all’inizio della “rivoluzione neolitica”. E ancora: stessa data che i ritrovamenti di ambra permettono di attribuire all’inizio della navigazione sui mari.
L’inizio dell’era del Bronzo (2000 a.C. circa) viene fatta corrispondere dalla Gimbutas alla fase di decadenza delle antiche civiltà matrifocali. Fine e decadenza che i grandi cantori epici del passato, Omero e Virgilio, celebrarono nei loro poemi sulla caduta di Troia e sui viaggi nel Mediterraneo compiuti da eroi greci e troiani (Ulisse, Enea) alla ricerca di nuove terre. La storia e il mito di Troia sono in assonanza con avvenimenti decisivi e cruciali dell’età del Bronzo finale (1200 a.C. circa): la caduta dell’ultimo baluardo della Grande Dea, Ilio o Troia, fu causata da invasori indoeuropei, i “nuovi Greci”, forse i Dori, gli Achei o altri popoli patri arcali scesi da est nelle terre mediterranee.

Nonostante il lento decadere ed estinguersi delle civiltà matrifocali, forme e archetipi del principio femminile continuarono a trovare espressione e, in non pochi casi, a riemergere significativamente in fasi cruciali della storia umana. Il culto di una Grande Dea sopravvisse nei secoli sotto varie forme presso tutte le maggiori civiltà europee. In Italia, con la civiltà etrusca (X secolo – I d.C.) la Grande Dea e il suo culto furono al centro della vita religiosa e sociale per molti secoli. Il culto patriarcale si instaurò soprattutto in seguito all’espandersi della civiltà romana e di quella ateniese, arrivando infine la Chiesa cristiana a promuovere una lunga e sanguinosa repressione contro la “vecchia religione”, destinandola a una sempre più estrema clandestinità e illegalità.
L’impatto tra Cristianesimo e mondo “pagano” – dove ancora sussisteva il culto della Dea – fu meno violento nel mondo celtico. Ne è prova il sopravvivere di tradizioni relative a importanti figure femminili di età medioevale – come Guinevere e Morgana – la cui vera identità rimanda ad antiche divinità del pantheon celtico, Gwenddydd e Morrigan.
Nell’antico Egitto il culto di Iside fu perpetuato nei secoli da celebri regine, Nefertiti e Cleopatra le più note. Ad Alessandria d’Egitto, in quella che fu la più importante Biblioteca del mondo antico, furono depositati i testi del “Corpus Hermeticum”, vero tesoro di conoscenze ermetiche e cosmologiche dove il primordiale simbolismo del principio femminile era conservato nella sua forma originaria . Il Corpus Hermeticum fu tradotto a Firenze nel 1463 da Marsilio Ficino,per conto di Cosimo dè Medici.
Molti templi e sacrari della Grande Dea, una volta sconsacrati o interdetti , divennero in seguito importanti luoghi di culto della cristianità. Dalle ricerche archeologiche risulta che Lourdes, Fatima e molti altri luoghi delle apparizioni Mariane, furono già luoghi sacri in epoca preistorica. Chiese dedicate alla Madonna, sorte su siti pagani (greci, etruschi, celtici…), sono numerosissime. La sovrapposizione di templi di diverse religioni dimostra anche che il culto cristiano della Madonna e il suo peculiare simbolismo fu sovrapposto intenzionalmente su quello di una grande dea pagana, spesso conservandone alcuni tipici aspetti naturalistici (Madonna del Bosco, della Fonte, delle Rocce, dei Serpenti, delle Formiche ecc.).

Ad Efeso, nell’attuale Turchia, davanti al tempio della dea Artemide si trova un edificio che la tradizione indica come “Casa della Madonna”. L’edificio, sorto accanto ad acque sorgive ritenute curative, fu in parte costruito con le pietre prelevate dal vicino tempio di Artemide, Secondo la tradizione, dopo la crocifissione di Gesù, Maria venne a vivere ad Efeso in questa casa, davanti al celebre santuario dell’Artemide Efesina dove, già in quei tempi, esisteva la venerata sorgente , meta di pellegrinaggi, visibile ancora oggi.

Nel Perù, dopo la conquista spagnola, il culto andino-incaico della madre-terra ( la Pachamama) fu integrato a quello della Madonna cristiana, così che oggi ambedue le figure divine sono venerate dalla popolazione di lingua quechua.

Il culto di una grande dea ha tra le sue terre d’elezione l’India.
Qui sopravvivono tradizioni antichissime, incentrate sul culto di vari aspetti del femminile, venerato nelle figure di Lakshmi, Parvati, Durga e altre dèe del pantheon hindu.
Secondo la tradizione riportata nei Veda, i libri sacri dell’hinduismo, la nostra epoca corrisponde al Kali yuga, era governata dalla dea Kali, ovvero il principio femminile nel suo aspetto distruttivo. La fine di quest’era, tormentata e afflitta dai demoni dell’egoismo non più sotto controllo, coinciderà con l’inizio di un nuovo ciclo stoico.
Nei Veda è scritto che la dea Kali, al termine del suo ciclo storico, sfogherà contro la terra tutto il suo potere distruttivo. Contemporaneamente il suo divino compagno, Shiva, dormirà in un fatale estraniamento dalla vita. Ma, nel momento in cui il dio si risveglierà, la dea cesserà la sua danza di morte e distruzione e si riunirà a lui. Avrà allora inizio una nuova fase evolutiva, per tutte le creature viventi, all’insegna della pace e dell’armonia. Dal mito vedico risulta l’ambivalenza della dea. Possiede aspetti creativi e distruttivi allo stesso tempo. E’ anche evidente che la pace e l’armonia dipendono dall’unione di Shiva e di Kali ( coniunctio oppositorum ).

Nelle antiche concezioni misteriosofiche la dea era la stessa terra. Monti, fiumi, caverne, laghi e boschi erano i luoghi sacri del suo corpo fisico, i suoi centri vitali. Il potere della dea , genitrice e creatrice universale, si manifestava ovunque, sotto mille nomi e forme diverse ma, come scrisse Apuleio, “ unica è la sua essenza”.
In tale antica cosmovisione il mondo manifestato, della vita e del divenire, quindi tutto il creato, ricade sotto la tutela del principio femminile. Il mondo invisibile delle essenze, al di là delle forme manifeste, è invece sotto la tutela del principio maschile. Nelle civiltà matrifocali, se al principio femminile spettava un ruolo centrale, quello maschile non era però escluso o sottostimato.

In ultima analisi era la “coppia” e la sua armonica interazione ad essere centrale e fondante. Analogamente ,nella congiunzione degli opposti della tradizione ermetica, i due principi, maschile e femminile, congiunti secondo arte e conoscenza, indicavano la via per risolvere armoniosamente conflittualità e opposizioni. Tale via può essere riscoperta e rivalutata oggi, epoca di catastrofici conflitti globali, alimentati da primitive ideologie e dalla rigidità di paranoici fondamentalismi.
Kali e Shiva, archetipi divini, possono ricostituire l’ordine cosmico. Il ruolo degli esseri umani, nel propiziare questo matrimonio del Cielo e della Terra, è fondamentale. La posta in gioco è il futuro della vita.

APPENDICE
Quadro cronologico delle civiltà matrifocali dell’antica Europa

7000 a.C Area matrifocale: Grecia, Yugoslavia, Balcani, Egeo, Creta, Italia centro-meridionale, Anatolia, mar Nero occidentale

6000 a.C Neolitico, era megalitica: la pietra e la sua lavorazione quali elementi del culto della terra

5500 a.C. Calcolitico: apice delle civiltà matrifocali

4500 a.C. Prime invasioni da est di popoli seminomadi e patriarcali

3000 a.C. Stonehenge (I fase) : piramide di Giza, Misteri di Iside – Sumer, alfabeto cuneiforme , culto di Ishtar

2500 a.C. Civiltà minoica, culto di Arianna, Pasife e il dio-toro

2000 a.C. età del bronzo : invasioni indoeuropee nel bacino mediterraneo

1450 a.C. fine della civiltà minoica

1250 a.C. Invasioni indoeuropee ( Dori, Achei)

1200 a.C. Caduta di Troia

1100 a.C. Grande migrazione tirrenica: gli Etrusco-Tirreni portano nel centro-Italia il culto di una grande dea e del dio-toro

VI sec. a.C. Nascita della Repubblica Romana e inizio della decadenza etrusca. Ascesa del culto patriarcale di Giove in Roma e di Zeus ad Atene. E’ anche di quest’epoca la prima compilazione scritta del Vecchio Testamento, libro sacro del patriarcale Ihawhe.

(Articolo pubblicato nel nr. 81 di “Hera”)

—————–o0o—————–

Cleopatra

—————–o0o—————–

L’Olanda riconosce la poligamia

Paesi Bassi sempre più in basso: legalizzata la poligamia.Venerdì scorso in Olanda è stata riconosciuto ufficialmente il primo caso di poligamia “legale” in Europa. Victor de Brujin (46 anni) ha sposato sia Bianca (31 ani) che Mirjan (35 anni) in una cerimonia davanti a un notaio che ha registrato la loro unione civile. Ne da’ notizia il “Brussels Journal”. “Amo sia Bianca che Mirjam, così le sposo tutte e due” ha detto Victor. Era sposato già con Bianca; due anni e mezzo fa hanno incontrato Mirjam Geven grazie a una chat box su Internet. Due mesi più tardi Mirjam ha lasciato suo marito per andare a vivere con Victor e Bianca. “Un matrimonio fra tre persone non è possibile in Olanda, ma un’unione civile sì. Siamo andati dal notaio, vestiti da sposi, e abbiamo scambiato gli anelli. Pensiamo che questo sia solo un normale matrimonio”. Olanda e Belgio sono stati i primi Paesi a dare pieni diritti di matrimonio agli omosessuali, aprendo così la strada a forme legali diverse dal matrimonio fra un uomo e una donna. http://www.lastampa.it/2013/05/22/blogs/san-pietro-e-dintorni/poligamia-in-olanda-legale-NFoNaNuClU5EfIoPtDBNwL/pagina.htmlSegnalazione di Giuseppe Federici tramite FB
Paesi Bassi sempre più in basso: legalizzata la poligamia.
Venerdì scorso in Olanda è stata riconosciuto ufficialmente il primo caso di poligamia “legale” in Europa. Victor de Brujin (46 anni) ha sposato sia Bianca (31 ani) che Mirjan (35 anni) in una cerimonia davanti a un notaio che ha registrato la loro unione civile. Ne da’ notizia il “Brussels Journal”. “Amo sia Bianca che Mirjam, così le sposo tutte e due” ha detto Victor. Era sposato già con Bianca; due anni e mezzo fa hanno incontrato Mirjam Geven grazie a una chat box su Internet. Due mesi più tardi Mirjam ha lasciato suo marito per andare a vivere con Victor e Bianca. “Un matrimonio fra tre persone non è possibile in Olanda, ma un’unione civile sì. Siamo andati dal notaio, vestiti da sposi, e abbiamo scambiato gli anelli. Pensiamo che questo sia solo un normale matrimonio”. Olanda e Belgio sono stati i primi Paesi a dare pieni diritti di matrimonio agli omosessuali, aprendo così la strada a forme legali diverse dal matrimonio fra un uomo e una donna.

http://www.lastampa.it/2013/05/22/blogs/san-pietro-e-dintorni/poligamia-in-olanda-legale-NFoNaNuClU5EfIoPtDBNwL/pagina.html

—————o0o—————

Kyenge, chi sei? Storia di una congolese vaticanosecondista, di ascendenze poligame, divenuta “ministra” in Italia

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

di Boris Bignasca

KYENGE – 38 fratelli, 4 mogli contemporaneamente, poligamia “cattolica”. Diamo i numeri? Sì, quelli che ha snocciolato la ministra Kyenge, ormai vero portavoce del nuovo governo italiano, intervistata da Lucia Annunziata su Rai3.

“Sono entrata da irregolare in Italia”svela il ministro, che ribadisce che il reato di immigrazione clandestina va abolito e che la legge sul diritto di cittadinanza e voto agli stranieri nati in Italia è in dirittura d’arrivo.

Poi inneggia alla poligamia: “Crescere con tanti fratelli mi dà l’idea di vivere all’interno di una comunità. Facilita i rapporti con l’altra parte della società, al di fuori della famiglia”.

Poligamia progressista e antirazzista dunque e chissenefrega dei diritti delle donne che proprio ieri la Boldrini (sua accanita compagna di lotte immigrazioniste) diceva di voler sostenere.

Poligamia legale, spiega la Kyenge, che dice che suo padre “cattolico” non ha fatto nulla di proibito, perché in alcuni Stati la legge permette di sposare fino a 4 mogli.

La Chiesa deve imparare, sembra poi suggerire, quando la conduttrice le chiede come sia possibile che un cattolico possa avere 4 mogli. “Questi sono Paesi dove religione e tradizione hanno imparato a convivere”.

Fonte: http://www.mattinonline.ch/kyenge-poligamia-rapporti-societa/

N.D.R. Poiché è una piddina, la Kyenge (fra una leccata e l’altra della Annunziata che la intervista) fa capire che deve tutto ai parrocchian-comunisti del concilio, i quali ne hanno protetto la clandestinità e si definisce (non a caso) “cattolica poco praticante”. Leggendario il conformismo dell’Annunziata nel chiederle se sia maggiore il razzismo contro la Kyenge o contro il di lei marito calabrese …

—————o0o—————

Pronto documento della UE per imporre a tutti gli Stati i matrimoni gay e la poligamia

Un Report che il Parlamento europeo dovrà votare a novembre prevede il riconoscimento obbligatorio «dei documenti sugli status civili e dei loro effetti».

di Benedetta Frigerio
Il Parlamento Europeo deve votare il «Report sui diritti civili, commerciali e familiari» per implementare il Programma di Stoccolma, firmato dagli Stati dell’Unione Europea, che vuole favorire i cittadini europei che circolano sul suolo di uno Stato Ue di cui non hanno la cittadinanza. Fra i tanti punti contenuti nel report se ne nasconde uno particolare. Lo scopo di questo documento, si legge, sarebbe quello di raggiungere fra gli Stati membri un mutuo riconoscimento legale «degli effetti civili degli status di un altro paese membro». Cosa significa? Il paragrafo 40 prevede che ogni documento civile, incluso quello del matrimonio, riconosciuto nello Stato di appartenenza dovrà essere valido anche in tutti gli altri Stati.

MATRIMONI GAY OBBLIGATORI. Il report, che sarà votato a novembre, introdurrebbe così in tutti gli Stati anche il riconoscimento di unioni civili e matrimonio omosessuale, in barba alle Costituzione dei singoli paesi. Le unioni civili, infatti, sono già legali in due Stati (Regno Unito, Germania) e i matrimoni omosessuali in altri 8 (Spagna, Portogallo, Islanda, Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia). Il riconoscimento, si legge, include anche i «benefit sociali e ogni altro effetto legale legato ad essi».

RIVOLUZIONE NASCOSTA. Se così fosse verrebbe però leso il principio di proporzionalità contenuto nell’articolo 5 del trattato Ue, che mira a inquadrare le azioni delle istituzioni dell’Unione entro certi limiti, fissati dall’articolo 3 del trattato sul Funzionamento dell’UE. Qui si legge: «L’Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori: a) unione doganale; b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno; c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro; d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca; e) politica commerciale comune». Nel paragrafo 40 del Report che sarà votato a novembre si legge invece: «Il Parlamento Europeo sostiene la necessità di assicurare il mutuo riconoscimento dei documenti emanati dalle amministrazioni statali; accogliendo gli sforzi della Commissione per dare più potere ai cittadini, per esercitare la loro libertà di movimento» e anche «per sostenere con forza il piano per attivare il mutuo riconoscimento dei documenti sugli status civili e dei loro effetti».

OBBLIGATI DAI CAVILLI. Il tutto è stato denunciato dal portale European Dignity Watch (Edw), che scrive: «Esiste il rischio evidente di minacciare la sovranità di uno Stato membro, che per esempio si rifiuti di riconoscere la legalità del matrimonio omosessuale e i suoi effetti». Sicuramente, continua l’Edw, sarà invocata «la clausola di non discriminazione per giudicare illegittimo il rifiuto» di riconoscimento di una coppia gay. La conseguenza dell’approvazione del Report, dunque, sarebbe quella di un «“turismo matrimoniale” negli Stati che riconoscono il matrimonio omosessuale rendendolo di fatto legale negli altri Stati» ma anche quello di riconoscere «la poligamia (contratti di coabitazione fra più persone sono già riconosciuti nei Paesi Bassi)»

Fonte: UE pronta a imporre legalmente matrimoni gay e poligamia | Tempi.it

Annunci