“Alla scuola di Gesù”: un grande Catechismo per i piccoli, senza bisogno di pagliacciate…

Alla scuola di GesùIl testo che segue, che riprende e consiglia il libro a lato sembra giungere provvidenziale. Esso insegna la Tradizione ai piccoli e dimostra come sia semplice la sana Dottrina Cattolica che non ha bisogno di scadere in pagliacciate o peggio per essere compresa e diffusa, fin dalla tenera eta…

Segnalazione di Pietro Ferrari

di Luca Fumagalli

E’ ancora possibile educare cristianamente la gioventù? E’ questa la grande sfida che propone la contemporaneità a tutti gli adulti che, nei rispettivi ruoli, hanno a cuore la crescita umana e spirituale dei ragazzi. In un mondo sempre più appesantito da stimoli costanti ed eterogenei è facile perdersi in vicoli ciechi e affrontare schizofrenicamente la quotidianità. Si fatica a discernere, a distinguere ciò che è bene o male, ciò che è giusto o sbagliato; tutto sembra appiattirsi lungo un orizzonte che annulla le differenze. Ma questa supposta neutralità è un male che sradica qualsiasi sana aspirazione umana, compresa la più alta, l’anelito a Dio.

Allo stesso modo è innegabile che anche l’educazione cristiana sia stata preda, negli ultimi anni, del fascino perverso del mondo moderno. Basta sfogliare qualche Catechismo di recente edizione per entrare in una sinistra galleria degli orrori dove la certezza della Fede è tramutata in qualcosa di liquido e mutevole. Si parla genericamente di amore, dialogo e rispetto, ma tutta la Dottrina viene ridotta ad un sentimentalismo dalle preoccupanti tinte agnostiche.

Se è evidente che il legame con il cristianesimo per i ragazzi che si preparano alla Prima Comunione e alla Cresima è quasi totalmente di natura affettiva – e non potrebbe essere altrimenti data l’età – ciò non deve comunque escludere uno studio accurato dei punti fermi del Credo Cattolico, necessari per l’anima del fanciullo almeno come lo è il seme per generare una bella e rigogliosa pianta.

In questa prospettiva educativa si situa il Catechismo per fanciulli del meritorio CLS, Centro Librario Sodalitium (www.sodalitium.it), da tempo impegnato nella diffusione in Italia e all’estero della buona cultura cattolica. Il libro, intitolato “Alla scuola di Gesù”, è una ristampa anastatica di un’opera degli anni sessanta e contiene le nozioni di base della Religione Cattolica che il bambino deve conoscere per accostarsi coscientemente a questi sacramenti. E’ strutturato in trentotto lezioni con le domande del Catechismo minore di San Pio X, varie storie, delle belle illustrazioni a colori e un fioretto da fare. Sul secondo volume, chiamato “Quaderno Attivo”, ad ogni lezione sul corrisponde un esercizio con domande, risposte e immagini da colorare. Utile per catechisti, genitori e tutti coloro che hanno a cuore la formazione dei ragazzi secondo lo spirito di Cristo e della Chiesa Cattolica: una perla rara da non farsi sfuggire.

Luca Fumagalli

Alla scuola di Gesù. Catechismo della Prima Comunione e della Cresima (conQuaderno Attivo), Verrua Savoia, Centro Librario Sodalitium, 2013. Prezzo: 8 Euro.

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La vera contrizione, necessaria per non andare all’Inferno

image001[1]Scritto e segnalato da Carlo Di Pietro

I peccati contro lo Spirito Santo sono “quei peccati che manifestano la sistematica opposizione a qualunque influsso della grazia, e questo comporta disprezzo e rifiuto di tutti gli aiuti offerti da Dio per la salvezza”. (cit. Amici Domenicani, v. contrizione)

Vengono detti contro lo Spirito Santo perché l’opera della conversione e della santificazione è attribuita allo Spirito Santo. Sono sei:

– l’impugnazione della verità conosciuta;

– l’invidia della grazia altrui;

– la disperazione della salvezza;

– la presunzione di salvarsi senza merito;

– l’ostinazione nel peccato;

– l’impenitenza finale.

Come dice S. Giovanni, “la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo”. Perciò l’impugnazione della verità conosciuta, e l’invidia della grazia altrui appartengono più alla bestemmia contro il Figlio dell’uomo che alla bestemmia contro lo Spirito Santo. (Summa Th. II-II, 14, q.2)

S. Bernardo ha scritto, che “non volere obbedire è resistere allo Spirito Santo”. E la Glossa insegna, che “il pentimento simulato è una bestemmia contro lo Spirito Santo”. Anche lo scisma sembra opporsi direttamente allo Spirito Santo, dal quale dipende l’unità della Chiesa. (Ivi.)

I doni di Dio (…) che allontanano dal peccato, secondo l’Aquinate, sono due:

Il primo è la conoscenza della verità: e contro di esso sta l’impugnazione della verità conosciuta, che consiste “nell’impugnare le verità conosciute della fede, per peccare con maggiore licenza” (… quello che fanno, purché – o poiché – ben informati, i reprobi, gli eretici, gli apostati, gli scismatici, gli atei … e chi probabilmente li fomenta o giustifica, anche mezzo stampa, ed anche non correggendo pubblicamente le eventuali false interpretazioni date o “incomprensioni” che comunque sono figlie dell’ambiguità);

Il secondo è l’aiuto della grazia: e contro di esso sta l’invidia della grazia altrui, che consiste nel fatto che uno non solo invidia il fratello come persona, ma invidia la grazia di Dio che cresce nel mondo (… quello che fanno, credo, anche i falsi profeti, probabilmente invidiosi di chi è in grazia di Dio, desiderosi di far corrompere anche i loro fratelli).

Da parte poi del peccato due sono le cose che, secondo il Dottore Angelico, possono trattenere l’uomo dalla colpa:

La prima è il disordine e la bruttezza dell’atto, la cui considerazione suole indurre l’uomo a pentirsi del peccato commesso. E contro di essa abbiamo l’impenitenza, non nel senso di durata nel peccato fino alla morte, come sopra si è detto (infatti allora non sarebbe uno speciale peccato, bensì una circostanza del peccato), ma quale proposito di non pentirsi;

La seconda cosa (che può trattenere dalla colpa) è la meschinità e la brevità del bene che uno cerca nel peccato, secondo le parole di S. Paolo: “E che frutto aveste delle cose di cui ora vi vergognate?”. E questa considerazione è fatta per indurre l’uomo a desistere dal peccato. Ma questo effetto viene eliminato dall’ostinazione, cioè dal fatto che un uomo stabilisce il suo proposito nell’adesione al peccato.

Di queste due cose si parla in quel passo di Geremia: “Non c’è nessuno che si muova a penitenza del suo peccato, e che dica: Che ho mai fatto? Tutti son rivolti a correre per il loro verso, come cavallo che va di carriera incontro alla battaglia”. (Ivi.)

Cristo ha prodotto la grazia e la verità mediante i doni dello Spirito Santo, offerti da lui a tutti gli uomini. Non volere obbedire si riduce all’ostinazione; la simulazione del pentimento all’impenitenza; e lo scisma ricade nell’invidia della grazia altrui, dalla quale grazia sono compaginate le membra della Chiesa. (Ivi, IIª-IIae q. 14 a. 2 ad 3 ad 4)

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna.

Il sacro Concilio di Trento ha dichiarato non essere lecito a chi ha sulla coscienza un peccato mortale e può avvicinare un confessore, di ricevere la Comunione, anche se pentito nella maniera più profonda, prima di essersi purificato mediante la Confessione (sess. 13, cap. 7, can. 11).

Poiché il popolo deve conoscere meglio di ogni altra cosa la materia di questo sacramento, si dovrà insegnare che esso differisce dagli altri soprattutto perché, mentre la materia degli altri è qualche cosa di naturale o di artificiale, della Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4).

Il sacramento della Penitenza (oggi “confessione” se si riesce a trovare un vero confessore), oltre alla materia e alla forma, che ha in comune con gli altri sacramenti, contiene tre elementi necessari a renderlo integro e perfetto: la contrizione, la confessione e la soddisfazione. Dice in proposito san Giovanni Crisostomo: “La penitenza induce il peccatore a sopportare tutto volentieri: nel suo cuore  la contrizione, sulla bocca la confessione, nelle opere grande umiltà, ossia la salutare soddisfazione” (Grat., 2, causa 33, q. 3, dist. 1, can. 40). Ora queste parti sono indispensabili alla costituzione di un tutto. (Dich. Cat. Tridentino)

Ecco come definiscono la contrizione i Padri del Concilio di Trento: “La contrizione  un dolore dell’animo e una detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più„ peccare per l’avvenire” (sess. 14, cap. 4). Parlando pi„ oltre della contrizione, aggiungono: “Questo atto prepara alla remissione dei peccati, purchéƒsia accompagnato dalla fiducia nella misericordia di Dio e dalla volontà‚ di fare quanto necessario per ben ricevere il sacramento della Penitenza”. Questa definizione fa ben comprendere ai fedeli che l’essenza della contrizione non consiste solo nel trattenersi dal peccare, nel risolvere di mutar vita, o nell’iniziare di fatto una vita nuova, ma anche e soprattutto nel detestare ed espiare le colpe della vita passata.

La contrizione è un atto della volontà‚ e sant’Agostino attesta che il dolore accompagna la penitenza, ma non è la penitenza stessa (Sermo 351, 1). I Padri Tridentini hanno espresso con il termine dolore la detestazione e l’odio del peccato commesso, sia perchèƒ la Scrittura lo usa cos€ (dice David al Signore: “Fino a quando nell’anima mia proverà… affanni, tristezza nel cuore ogni momento?”) (Sal 12,3), sia perchéƒ il dolore nasce dalla contrizione in quella parte inferiore dell’anima che è sede delle passioni. Non a torto, pertanto, è stata definita la contrizione come un dolore, perché produce appunto il dolore; i penitenti, per esprimere meglio il loro dolore, usavano mutare le vesti, come si ricava dalle parole del Signore: “Guai a te, Corazin, guai a te, Betsaida; poiché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti presso di voi, già da tempo avrebbero far penitenza in cenere e cilicio” (Mt 11,21; Lc 10,13).

II dolore d’aver offeso Dio con i peccati deve essere veramente sommo e massimo, tale che non se ne possa pensare uno maggiore; la misura della contrizione dev’essere la carità. Giova qui notare che la Scrittura adopera i medesimi termini per esprimere l’estensione della carità e della contrizione. Dice infatti della carità: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30; Lc 10,27); della seconda il Signore dice per bocca del profeta: “Convenitevi con tutto il vostro cuore” (Gl 2,12).

Come Dio è il primo dei beni da amare, così il peccato è il primo e il maggiore dei mali da odiare. Quindi, la stessa ragione che ci obbliga a riconoscere che Dio deve essere sommamente amato, ci obbliga anche a portare sommo odio al peccato. Ora, che l’amore di Dio si debba anteporre a ogni altra cosa, sicché non sia lecito peccare neppure per conservare la vita, lo mostrano apertamente queste parole del Signore: “Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me” (Mt 10,37); “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà” (Mt 16,25; Mc 8,35).

Sarà utile ammonire i fedeli ed esortarli nella maniera più efficace a esprimere un particolare atto di contrizione per ogni peccato mortale, poiché dice Ezechia: “Ti darò conto, o Signore, di tutti gli anni miei, con l’amarezza dell’anima mia” (Is 38,15).

Da quanto abbiamo detto è facile dedurre le condizioni necessario per una vera contrizione:

La prima condizione è l’odio e la detestazione di tutti i peccati commessi. Se ne detestassimo soltanto alcuni, la contrizione non sarebbe salutare, ma falsa e simulata, poiché scrive san Giacomo: “Chi osserva tutta la legge e in una sola cosa manca, trasgredisce tutta la legge” (Gc 2,10);

La seconda è che la contrizione comprenda il proposito di confessarci e di fare la penitenza;

La terza è che il penitente faccia il proposito fermo e sincero di riformare la sua vita, come insegna chiaramente il Profeta: “Se l’empio farà penitenza di tutti i peccati che ha commessi, custodirà tutti i miei precetti e osserverà il giudizio e la giustizia, vivrà; ne mi ricorderò più dei peccati che avrà commesso”. E più oltre: “Quando l’empio si allontanerà dall’empietà che ha commesso e osserverà il giudizio e la giustizia, darà la vita all’anima sua”. E più oltre ancora: “Convenitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità; così queste non vi torneranno a rovina. Gettate lungi da voi tutte le prevaricazioni in cui siete caduti e fatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo” (Ez 18,21ss).

La medesima cosa ha ordinato il Signore stesso dicendo all’adultera: “Va’ e non peccare più” (Gv 8,11) e al paralitico risanato nella piscina: “Ecco, sei risanato: non peccare più” (Gv 5,14).

Comanda il Tridentino ai preti e confessori (Dich. Cat. Tridentino al n° 251) “Cercheranno infine i pastori d’ispirare nei fedeli un odio sommo contro il peccato, sia a motivo della sua immensa e vergognosa bruttezza, sia perché arreca gravissimi danni in quanto aliena da noi la benevolenza di Dio, da cui abbiamo ricevuti tanti beni e tanti maggiori ce ne ripromettiamo, mentre poi ci condanna alla morte eterna con i suoi acerbi tormenti senza fine.

Va ricordato che la Penitenza (oggi “confessione”) differisce dagli altri Sacramenti perché “nella Penitenza sono quasi materia gli atti del penitente, cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione“, com’è stato dichiarato dal Concilio di Trento (sess. 14, cap. 3 De Paenit., can. 4). L’uomo, quindi, dovrà fare un esame di coscienza (l’ignoranza non scusa), dovrà essere contrito e dovrà “soddisfare” perché la soddisfazione è “l’integrale pagamento di ciò che è dovuto, poiché è soddisfacente ciò a cui nulla manca“. Esempio: ”Chi ha rubato, ormai non rubi più; lavori piuttosto con le sue mani per venire incontro alle necessità di chi soffre” (Ef 4,28).

Dal canto suo, il Sacerdote, ascoltando le confessioni dei fedeli, ha il compito di giudicare se veramente esiste in loro il pentimento richiesto per la valida assoluzione sacramentale; se questo manca, non può concedere l’assoluzione e, se lo facesse lo stesso, commetterebbe un peccato grave di sacrilegio: il penitente pure peccherebbe gravemente. Può esserci assoluzione solo se c’è la volontà esplicita del penitente di non peccare più (il peccato prevede deliberato consenso e piena avvertenza).

Esempio: CjC 1917, Can. 2356. “Bigami, idest qui, obstante coniugali vinculo, aliud matrimonium, etsi tantum civile, ut aiunt, attentaverint, sunt ipso facto infames; et si, spreta Ordinarii monitione, in illicito contubernio persistant, pro diversa reatus gravitate excommunicentur vel personali interdicto plectantur“. (I bigami, cioè quelli che, nonostante l’impedimento del vincolo coniugale, abbiano tentato un altro matrimonio, sebbene soltanto civile, come dicono, sono per lo stesso fatto infami, e se, disprezzato l’ ammonimento dell’Ordinario persistano nell’illecito concubinaggio, secondo la diversa gravità del reato, siano scomunicati o siano puniti con un interdetto personale.)

Altro esempio: CjC 1917, Can. 855. “§ l. Arcendi sunt ab Eucharistia publice indigni, quales sunt excommunicati, interdicti manifestoque infames, nisi de eorum poenitentia et emendatione constet et publico scandalo prius satisfecerint“. “§ 2. Occultos vero peccatores, si occulte petant et eos non emendatos agnoverit, minister repellat; non autem, si publice petant et sine scandalo ipsos praeterire nequeat“. (Sono da respingere dalla Eucaristia i pubblicamente indegni, i quali sono : gli scomunicati ,gli interdetti e i manifestamente infami a meno che non risulti manifesto il loro pentimento e la loro correzione e non abbiano prima scontato la pena per il pubblico scandalo. Invero i peccatori che agiscono di nascosto, se di nascosto chiedano e il ministro non li avrà riconosciuti emendati, li respinga, invece se chiedono pubblicamente e senza scandalo non può trascurarli).

È scomunicato automaticamente: – chi ricorre all’aborto ottenendo l’effetto voluto e chi procura tale aborto; – chi è responsabile di apostasia, eresia e scisma; – l’appartenenza a logge massoniche; – ecc …

C’è un altro tipo di dolore, detto “imperfetto” che è l’attrizione. ”Il dolore imperfetto (attrizione) ci ottiene il perdono dei peccati quando è unito alla confessione“. (cit. Il mio libro di preghiere, CLS, Verrua Savoia)

E’ buona cosa comunque recitare ogni sera una preghiera o supplica a Dio affinché, in casi gravi, ci conceda la grazia della vera contrizione finale e non ci faccia perire improvvisamente. Ciò, ben inteso, deve comunque prevedere già nell’animo della persona un pentimento attuale, casomai anche recitando l’Atto di dolore. Si ricordi il lettore che comunque Dio è misericordioso ma giusto, quindi non permette che reprobi, scandalosi, peccatori contumaci, ecc … ricevano il “premio della vita eterna” che invece è riservato ai giusti. Dio non mente e non è ingiusto, quindi ognuno riceverà in base a ciò che ha dato, “sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore” (Col 3,24); il motivo – e non lo scopo – della ubbidienza del servo ideale è l’eredità; l’«eredità incorruttibile, immacolata» (1Pt 1,4); la «corona della giustizia» (2Tm 4,8); la «vita eterna» (Gv 6,47) .

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

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Dalla collegialità all’assolutismo, all’anarchia. Il fattaccio di Friburgo

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Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina. Questo è il suo senso della “accoglienza”…

di Michele M. Ippolito

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Ma sulla Comunione ai divorziati come la pensa davvero Francesco?

Dall’assolutismo alla collegialità fino all’anarchia, il percorso da compiere può essere molto breve. Lo dimostra il caso di un oscuro funzionario della diocesi di Friburgo, che qualche giorno fa ha ben pensato, senza coordinarsi con l’amministratore apostolico della diocesi (che in questo momento fa le veci del vescovo) di pubblicare il manualetto per i sacerdoti che garantisce, contro tutto quello che prevede il magistero della Chiesa cattolica, la liceità dell’accesso all’Eucarestia per uomini e donne divorziati e risposati che abbiano compiuto un precedente percorso di fede ed abbiano messo in pratica una qualche forma di riconciliazione con la Chiesa.

Se per alcuni la “collegialità” è una scusa per l’anarchia…

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d'oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Lo stravagante, imprevedibile e confusionario arcivescovo uscente di Friburgo, Robert Zollitsch, già presidente dei sediziosi vescovi tedeschi, una chiesa scandalosamente ricca e burocratizzata. Sia chiaro, i frati sono ricchi. Lo stato in base a un vergognoso concordato stipendia con assegni d’oro vescovi e preti, come fossero impiegati dello stato, E come tali, in effetti, si comportano, non come servitori della Chiesa.

Al di là del caso specifico, alquanto irrilevante poiché è evidente che un funzionario diocesano non ha alcuna autorità su questi temi, quanto accaduto fa sorgere una riflessione sul perché a Friburgo ci sia stato qualcuno che ha pensato di sostituirsi al Papa.

Storicamente il Papa è stato quasi sempre visto, tranne nei primi secoli del cristianesimo, come un sovrano assoluto. Il cardinale Joseph Ratzinger, nel suo famoso libro “Rapporto sulla fede” del 1985, scritto con Vittorio Messori chiariva che la struttura della chiesa “non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica” perché “l’‘autorità non si basa su votazioni a maggio­ranza; si basa sull’autorità del Cristo stesso”. Per centinaia di anni il tema dell’assolutismo papale nella chiesa è stato oggetto di critiche profonde, sia dall’interno che, soprattutto, dall’esterno. Per dirla tutta, oggi il principale ostacolo ad un riavvicinamento con le chiese ortodosse non sono le differenze dottrinarie, che sono minime, ma proprio il ruolo del Papa nel mondo cattolico, opposto alla tendenza delle comunità orientali a governarsi da sé.

Con papa Francesco qualcosa è subito cambiato ed è tornata ad essere in auge la parola “collegialità”. Bergoglio ha nominato un comitato composto da otto cardinali per farsi aiutare a prendere le decisioni più importanti. Qualcuno, però, ha scambiato la “collegialità” con un “liberi tutti” o con un invito all’anarchia nella Chiesa.

Chi abbia letto qualcosa sugli orientamenti pastorali del cardinale Bergoglio sa che questi è un tradizionalista, sia in materia di dottrina che in materia di morale. Tuttavia è stato lo stile del Papa a creare dei fraintendimenti. Non c’è dubbio che Bergoglio usi un linguaggio semplice, capace di toccare i cuori di molti, ma bisogna anche constatare che certe sue uscite, probabilmente, non studiate a tavolino, prestano il campo a differenti interpretazioni, sono poco chiare, talvolta ambigue e fanno sì che chiunque possa manipolarle a suo piacimento.

Le possibili riforme di Bergoglio rischiano di creare confusione. Anche dove non c’era

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

il papa e il presidente dei vescovi tedeschi

Le profonde critiche a Bergoglio di alcuni quotidiani di destra italiani in questi ultimi giorni (Libero, il Giornale, il Foglio) sono una spia di un malessere che si sta pian piano diffondendo nel mondo dei cattolici conservatori nei confronti del Papa e dei suoi atteggiamenti. Si è dovuto scomodare anche Massimo Introvigne, probabilmente il più importante commentatore del magistero papale del nostro Paese, per rintuzzare gli attacchi a papa Francesco dei tre quotidiani e lo ha fatto esprimendosi in maniera molto dura.Per stare nella Chiesa – ha scritto – occorre camminare con i Papi e farsi guidare dal loro Magistero quotidiano. Fuori di questo cammino stretto c’è la strada larga che porta allo scisma” invitando i detrattori di Bergoglio a rendersi conto che “è possibile che Papa Francesco avvii ulteriori riforme nella Chiesa, che il cattolico fedele dovrà accogliere con docilità e insieme cercare di leggere non contro gli insegnamenti dei precedenti Pontefici ma tenendo conto di essi.”

Il problema, però, è che alcune riforme rischiano di ingenerare confusione se non sono espresse e presentate ai sacerdoti ed ai fedeli in modo chiaro. Il termine “accoglienza” non è nuovo nel lessico della Chiesa, come certi commentatori inesperti, ignoranti o peggio ancora in malafede provano continuamente a farci credere, ma è usato da tutti i documenti del magistero, dal Catechismo a scendere. Tuttavia, se papa Bergoglio parla genericamente di “accoglienza” per i divorziati, a Friburgo, terra di sacerdoti progressisti al limite dello scisma, un solerte funzionario decide che allora sì, due parole sono sufficienti per cambiare storie millenarie, e quindi è giusto ammettere alla comunione divorziati risposati. D’altronde non è necessario seguire il vento di cambiamento che parte direttamente da papa Francesco?

Peccato che poi arrivino, immediate o quasi, le smentite. Su tutte, quella di Monsignor Vincenzo Paglia, a capo del Pontificio Consiglio per la Famiglia, che è intervenuto dicendo che ”quando nelle squadre di calcio si segna in fuorigioco l’arbitro fischia”, mentre il portavoce vaticano padre Lombardi ha chiarito che “non cambia nulla, non c’è nessuna novità per i divorziati risposati” e che “proporre particolari soluzioni pastorali da parte di persone o di uffici locali può rischiare di ingenerare confusione.”

E che la confusione sia massima lo si capisce anche dal fatto che lo stesso funzionario diocesi di Friburgo sostiene che un divorziato risposato non possa “accedere ai sacramenti”, affermando pure che chi si trova in questa condizione non possa ricevere il battesimo, accostarsi alla confessione o l’estrema unzione. Sciocchezze che denotano una scarsa conoscenza addirittura dei più noti documenti del magistero se non, anche in questo caso, malafede.

La Chiesa già accoglie i divorziati risposati, ma lo fa nella Verità

matrimonio_sacerdoti_divorzio_filmIl tema della comunione ai divorziati risposati sarà dibattuto dal Sinodo dei Vescovi che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre 2014 sul tema “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, da cui usciranno indicazioni chiare o almeno così si spera. Tuttavia, un testo poco conosciuto, una dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 2000 (quindi appena tredici anni fa non nel Medioevo) ha già posto ordine nella vicenda. Chi si trova in condizione di peccato, semplicemente, non può accostarsi alla comunione come insegna San Paolo:“Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor 11, 27-29)”

Ammettere alla comunione i fedeli divorziati risposati creerebbe uno “scandalo” che sussisterebbe “anche se, purtroppo, – si legge nella dichiarazione – siffatto comportamento non destasse più meraviglia: anzi è appunto dinanzi alla deformazione delle coscienze, che si rende più necessaria nei Pastori un’azione, paziente quanto ferma, a tutela della santità dei sacramenti, a difesa della moralità cristiana e per la retta formazione dei fedeli.” In pratica, anche se per il Mondo divorziare e risposarsi non è poi così grave, è compito dei sacerdoti puntualizzare che si tratta di una situazione che genera un comportamento contrario al Vangelo. Fortemente contrario al Vangelo.

"Prendete e mangiatene tutti" e beveteci su.

“Prendete e mangiatene tutti” e beveteci su.

Allora questo vuol dire che la dottrina cristiana e la Chiesa cattolica allontanano da sé i divorziati risposati? Il “caso Friburgo” ha portato certa stampa a gridare che la Chiesa “finalmente” apre a queste persone, come se fossero diversi da tutti gli altri peccatori. Anche su questo dice parole chiare il documento del 2000: “La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. Anzi, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore.”Il senso è: se vi dicessimo che il vostro atteggiamento è lecito, vi faremmo più contenti ma diremmo una falsità, vi allontaneremmo dalla Verità e quindi alla perdizione dell’anima, la cui salvezza è la finalità principale della Chiesa. Non una chiusura, quindi, ma un tentativo di aiuto, di sostegno, che si concretizza anche attraverso azioni di pastorale. Non è un caso, infatti, che in molte diocesi da tempo sono organizzate attività di sostegno spirituale per fedeli divorziati e risposati.

Né il sinodo né il Papa possono andare contro il Vangelo

Un esempio di "accoglienza", che già c'era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una "emergenza" che nella realtà non esiste.

Un esempio di “accoglienza”, che già c’era. Anche se è tutta da dimostrare questa storia che ci sarebbero chissà quanti divorziati risposati a fare ressa ai portoni delle chiese. Viene il sospetto che sia (alla maniera tipica dei radicali) la solita faccenda ideologica, teorica e puramente strumentale per creare una “emergenza” che nella realtà non esiste. Al solo scopo di creare divisione all’interno del mondo cattolico.

Sembra poco credibile che papa Francesco voglia modificare questi orientamenti. Probabilmente intende dare indicazioni per smussare certe durezze di comportamento da parte dei sacerdoti, come ha fatto in Argentina, bacchettando, giustamente, i preti che si rifiutano di battezzare bambini nati fuori dal matrimonio. Questo è il suo senso della “accoglienza”, al di là delle ricostruzioni fantasiose che si sono lette negli ultimi mesi. In ogni caso, è necessario che Bergoglio dica ancora una volta come la pensa sui temi che fin troppe volte dividono le comunità cattoliche, senza indugi e con chiarezza, per non prestare il fianco a chi lo tira continuamente per la mozzetta, addebitandogli pensieri mai espressi.

Tra l’altro, per modificare la dottrina sulla comunione ai divorziati bisognerebbe superare un problemino di poco conto, su cui, incredibilmente, la stampa che ha trattato della vicenda di Friburgo non si è soffermata. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: “Chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). Può mai una dottrina della Chiesa, espressa da un Sinodo o addirittura da un Papa, andare contro il Vangelo?

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Resilienza Cattolica contro Modernismo. I Borghi Eucaristici di Xenobia vissuti nella vera luce dei Sacramenti cristiani

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Con i testi Sacri siamo sempre stati documentati dovutamente e compiutamente sulla Rivelazione. Sappiamo tutto di ciò che Dio voleva farci sapere. La stessa indicazione di Dio Trino, tanto sospetta alle altre religioni indica un Dio che Parla, che Ama e che Pensa. Un Dio che è voce, che crea, che ama, che opera nella misericordia qualora non siano sufficienti le remissioni umane ogni qualvolta una sua creatura chiede di vedere la luce; un Dio che si è incarnato e che comunque pur morendo e resuscitando non i lascia mai soli e ci affida alla Sua Memoria; un Dio che ci rende partecipe del Suo progetto e che ci coinvolge direttamente nella corrente viva del Suo Spirito. Infatti, che altri vuol dire Trinità se non che Dio ha tutte quelle percezioni proprie di Onnipotenza divina: essere, vivere e pensare prima che tutto fosse. E’ in quella camera di compensazione che è avvenuto tutto; sebbene alla fine nel supremo gesto di libertà che è l’affidamento di amore che Dio ci ha dato, Egli ancora interviene per esserci vicini e per custodirci nella Salvezza per la vita eterna. E lo fa nella maniera più con-geniale: chiedendoci di unirci a Lui nella battaglia di Redenzione opponendoci al caos, al male, all’inciampo messo lì dai Suoi avversari, da coloro che gli si sono negati sin dalla creazione.

Non esiste altro modo di amare Dio, sintonizzarsi col suo progetto salvifico e di creazione, essere Chiesa e sposi con Maria dello Spirito Santo, partecipare alla bellezza e al bene comune nella Sua identità piena, vera e autentica, che aderire pienamente ai Sacramenti datici direttamente e inequivocabilmente da Gesù.

La cura, l’amore, la devozione, il dono di sè, la fortezza, la fedeltà, la militanza, l’umiltà, la carità, il consiglio, l’osservanza, con cui ci avviciniamo ai Sacramenti sono contestualmente il sintomo di una forza che mira al Trionfo della Chiesa e quindi del Regno di Dio e della Comunione dei Santi, sul male e sul relativismo. Non posso non pensare ciò che prescrisse San Pio X rispetto ai Sacramenti, sopratuttto quelli impartiti ai giovanissimi riguardo la Loro unicità ed il Loro impianto di Salvezza. Un atto assolutamente rivoluzionario per l’epoca, sia se Li caliamo al tempo in cui visse Gesù (tale da travolgere tutte le maggiori Civiltà esistenti ai tempi dell’Antica Roma) e sia in un’età (quella che va dall’apparizione di LaSalette a quella di Fatima) in cui il modernismo e la massoneriailluminata stavano preparando i popoli al Nuovo Ordine Mondiale, alla sottrazione di Sovranità, alla schiavitù istituzionalizzata.

Diversamente, se i Sacramenti vengono ricevuto con indifferenza; senza adesione consenziente privata, personale, pubblica, familiare, ecclesiastica, teologica, apologetica, pneumatica; per una convenzione sociale svuotata di significato proprio e spirituale; per una prassi sequenziale della cosiddetta “normalizzazione” fuori da ogni contesto storico, economico, spirituale e dogmatico; o addirituttura per fare contenti i genitori o semplicemente come atto burocratico… ebbene, allora, andate a farvi benedire e chiedete perdono a Dio se non volete cadere nella Sua maledizione. E con questo intendo dire una vita fatta di vizi, disordine, errori, matrici, strutture di peccato e veleni, configurata secondo mammona e probabilmente violenta; priva di riferimenti sicuri, improvvisata, malata, drogata, con dolori e dipendenze, talvolta insignificante, vuota; e per cui non saprete nemmeno darvi delle spiegazioni del male e della sofferenza che è in voi se non guardandovi sotto la lente di ingrandimento della Fede che vi mostra come siete disallineati rispetto a quel grande progetto che Dio è venuto a portarci tramite il Figlio che è strutturarci a lui nei Sacramenti.

I Sacramenti li leggiamo nel Sermone dell Montagna, nell’incontro con il Giovane Ricco che non sapendo bene cosa convenisse di più, se servire Dio o Mammona, scelse la seconda; i Sacramenti sono rivelati nella Pentecoste ma insegnati prima della Morte e Resurrezione e durante i tempi che hanno preceduto l’Ascensione.

Dio ci affida ai genitori per il Battesimo, ma da quel momento cresciamo e scegliamo per nostra convinzione. Potremmo sempre ribellarvi se Questi ci venissroe imposti (e magari scegliere di avvicinarcisi quando siamo più convinti o quando sentiamo viva la Conversione. A meno che non ci affidiamo al buon consiglio in Opera di Misericordia di chi ci fidiamo); perchè a nulla serve accostarsi all’Eucaristia se non sapete a cosa vi state accostate; a nulla serve la Penitenza e la Riconciliazione, se non sapete cosa state confessando e perchè; a nulla serve la Cresima se non vi sentite soldati di Dio; tanto meno serve il Matrimonio se non sapete che state lavorando a fianco del Signore per dargli figli santi. Dei Sacerdoti e delle Ordinazioni nemmeno mi pronuncio per il male che possono fare se prendono i voti senza convincimento e senza sapere che chi si dona a Dio lo deve fare totalmente. Ogni atto improprio di un Sacerdote è tale da allontanarlo quasi definitivamente dal Paradiso se non porta con sè la richiesta pubblica di perdono.

Ecco perchè mi sentirei qui di suggerire due brevi passaggi: battezzate subito i vostri figli, appena nati, versandogli acqua sulla fronte nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Non inventatevi nulla, non modificate nulla in questo Segno della Croce. Così Gesù ha detto di Battezzare e noi facciamo. Meglio se ci fosse un Sacerdote, ma sempre meglio che attendere di redimere l’anima del nascituro e perderlo al Paradiso solo per attendere la buona stagione, la festa con i parenti o altre convenioni umane che nulla hanno a che fare con il cristianesimo.

Quando prendete la Comunione, sappiate che vi state avvicinando all’Eucaristia. La Messa è prima di tutto Eucaristica perchè ci avvicina a Gesù Eucaristico nelle specie del Pane-Corpo e Vino-Sangue. Lasciate stare i giochetti che vengono sviluppati oggi nelle parrocchie e dei gruppi catechistici che in tre anni tutto insegnano fuorchè amare Gesù con tutto il cuore, tutta l’anima, tutto lo spirito e tutta la mente.

Ma è sul Matrimonio e nell’Ordine che tutto ciò si concretizza perchè poi da genitori e pastori dovremmo saper trasmettere ciò che abbiamo ricevuto.

L’Estrema unzione dovrebbe poterci far riconoscere nelle parole del Sacerdote la condotta della nostra vita secondo i Novissimi (Morte, Giudizio, Paradiso, Inferno).

Ecco perchè la Confessione scandisce la regolatezza della nostra vita rispetto ai Sacramenti che abbiamo ricevuto e traccia un continuo perfezionamento delle nostre scelte nella direzione della Salvezza e del ricongiungimento con Dio.

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I sette

Sacramenti

Cos’è un Sacramento?
Un Sacramento è un segno esteriore istituito da Cristo per dare la grazia.
Sono queste tre cose, vale a dire: un segno esteriore o visibile, l’istituzione di quel segno da parte di Cristo, e il dono della Grazia attraverso l’uso di quel segno, sempre necessarie per l’esistenza di un Sacramento?
Queste tre cose, vale a dire: un segno esteriore o visibile, l’istituzione di questo segno da parte di Cristo, e il dono della grazia attraverso l’uso di questo segno, sono sempre necessarie per l’esistenza di un Sacramento e se anche uno solo di questi elementi è mancante esso non può considerarsi un Sacramento.
Perché la Chiesa impiega numerose cerimonie o azioni per applicare i segni esteriori dei Sacramenti?
La Chiesa impiega numerose cerimonie o azioni per applicare i segni esteriori dei Sacramenti per aumentare la nostra reverenza e devozione verso di essi, e per spiegarne il significato e i gli effetti.
Quanti sono i Sacramenti?
I Sacramenti sono sette: Battesimo, Cresima, Santa Eucarestia, Penitenza, Estrema Unzione, Santi Ordini e Matrimonio.
Tutti i Sacramenti vennero istituiti da Nostro Signore?
Tutti i Sacramenti vennero istituiti da Nostro Signore perché solamente Dio ha il potere di unire il dono della grazia all’uso di un segno esteriore o visibile. La Chiesa, comunque, può istituire le cerimonie che debbono essere celebrate per amministrare o dare i Sacramenti.
Come sappiamo che i Sacramenti sono sette e non di più o di meno?
Sappiamo che i Sacramenti sono sette e non di più o di meno perché la Chiesa ha sempre insegnato questa verità. Il numero dei Sacramenti è materia di Fede e la Chiesa non può sbagliare in materia di Fede.
Perché sono stati istituiti i Sacramenti?
I Sacramenti sono stati istituiti come mezzi speciali attraverso i quali noi riceviamo la grazia meritata per noi da Cristo. Poiché Cristo è il donatore della grazia, Egli ha il diritto di determinare il modo in cui essa sarà data, e chi rifiuta di ricevere i Sacramenti non riceverà la grazia di Dio.
I Sacramenti ricordano in qualche modo i mezzi con i quali Nostro Signore meritò le grazie che riceviamo attraverso di essi?
I Sacramenti ricordano in molti modi i mezzi con i quali Nostro Signore meritò le grazie che riceviamo attraverso di essi. Il Battesimo ricorda la Sua profonda umiltà; la Cresima la Sua incessante preghiera, la Santa Comunione la cura dei bisognosi; la Penitenza la Sua vita di mortificazioni; l’Estrema Unzione la Sua morte esemplare; i Sacri Ordini la Sua istituzione del sacerdozio e il Matrimonio la Sua stretta unione con la Chiesa.
Le necessità dell’anima assomigliano alle necessità corporali?
Le necessità dell’anima assomigliano certamente alle necessità corporali; perché il corpo deve nascere, deve essere fortificato, nutrito, guarito dall’afflizione, aiutato nell’ora della morte, guidato dall’autorità e deve ricevere un luogo ove dimorare per mezzo del Sacramento del Matrimonio.
Da quale fonte i Sacramenti hanno il potere di dare la grazia?
I Sacramenti hanno il potere di dare la grazia per i meriti di Gesù Cristo.
L’effetto dei Sacramenti dipende dal merito o dal demerito di colui che li amministra?
L’effetto dei Sacramenti non dipende dal merito o dal demerito di colui che li amministra ma dai meriti di Gesù Cristo che li ha istituiti e dalla meritevole disposizione di coloro che li ricevono.
Quale grazia danno i Sacramenti?
Alcuni Sacramenti danno la grazia santificatrice e altri la aumentano nelle nostre anime.
Quando si può dire che un Sacramento dona la grazia alle nostre anime e quando la aumenta?
Si dice che un Sacramento dia la grazia quando non c’è nell’anima alcuna grazia, o in altre parole, quando l’anima è in peccato mortale. Si dice che un Sacramento aumenti la grazia quando vi è già nell’anima la grazia, che viene ancora aumentata dal Sacramento ricevuto.
Quale peccato commette chi riceve i Sacramenti vivendo in peccato mortale?
Chi riceve i Sacramenti vivendo in peccato mortale commette un sacrilegio, che è peccato grave in quanto è abuso di cosa sacra.
In quale altro modo, oltre che ricevendo indegnamente i Sacramenti, si può commettere sacrilegio?
Oltre che ricevendo indegnamente i Sacramenti si può commettere sacrilegio abusando di persone, luoghi o cose sacre; per esempio ferendo volontariamente una persona consacrata a Dio; derubando o distruggendo una Chiesa; usando i sacri arredi dell’Altare per scopi illegittimi, etc.
I Sacramenti oltre alla grazia santificatrice danno qualche altra grazia?
I sacramenti oltre alla grazia santificatrice danno un’altra grazia chiamata grazia sacramentale.
Che cos’è la grazia sacramentale?
La grazia sacramentale è uno speciale aiuto che Dio dona per raggiungere il fine per il quale Egli ha istituito ciascun Sacramento.
I Sacramenti danno sempre la grazia?
I Sacramenti danno sempre la grazia se noi li riceviamo con la giusta disposizione.

I sacramenti sono una realtà fondamentale per la vita cristiana.

Per chi già li conosce, li celebra e li vive con fede e impegno forse non dirò nulla di nuovo. Ma vorrei rivolgermi anche, e soprattutto, ai miei fratelli di fede che sono in crisi, perplessi, spoetizzati o addirittura disgustati nei confronti della religione (per motivi che forse solo loro conoscono) e a tutti coloro che cercano Dio con cuore sincero, con fatica e sofferenza. A tutti vorrei ricordare che Dio si fa trovare sempre se lo cerchiamo con desiderio sincero, con umiltà e con disponibilità. Sarebbe meglio dire che è Dio stesso che cerca tutti, vuole avvicinarsi a tutti e incontrare tutti.

Tenterò di esprimere la fede e la dottrina cristiana di sempre con le immagini, le idee e il linguaggio di oggi: quello popolare, quello corrente per intenderci. Metterò tutto l’impegno per parlare chiaro e con semplicità: per farmi capire. E il motivo è molto semplice. Se non mi capite, perdo tempo io, faccio perdere tempo prezioso a voi e, quello che è peggio, il vangelo che è lieta notizia, il vangelo che è messaggio di gioia e di vittoria (Cristo ha vinto la morte e ci ha donato la vita eterna di Dio) diventerebbe notizia noiosa, insulsa e barbosa; e Cristo, che è interessantissimo e merita di essere conosciuto e amato, diventerebbe per colpa mia, deludente e insignificante.

Come vanno le cose in Italia riguardo alla pratica religiosa, alla celebrazione dei sacramenti e alla conseguente incidenza nella vita pratica?

Esistono milioni di praticanti pieni di fede e di amore di Dio; esiste un mondo di bene; ci sono tante energie spirituali, ci sono tanti santi all’opera, tante persone buone che consumano la loro vita per il regno di Dio nel nascondimento e nel silenzio. Noi cristiani dobbiamo essere ottimisti: ne abbiamo tutte le ragioni.

Ma esiste anche il rovescio della medaglia e non sarebbe onesto chiudere occhi per non vederlo.

Noi cristiani, che siamo battezzati di vecchia data, che abbiamo ricevuto la fede comodamente nella culla, che apparteniamo ad un popolo tradizionalmente cristiano da secoli, abbiamo spesso la presunzione di sapere già tutto, di avere gustato già tutto, di avere già fatto tutto e quindi di avere il sacrosanto diritto di essere lasciati in pace: ci sentiamo tranquillamente a posto.

Mi diceva un signore poco praticante: “Io in chiesa non ci vengo quasi più perché è sempre la stessa minestra. Ormai il vangelo lo conosco a memoria. Andate a predicarlo ai neri o ai gialli”.

Sì, sì, anche ai neri e ai gialli, certamente! Ma anche a noi!

Proprio noi abbiamo bisogno di un riciclaggio della nostra fede, di un aggiornamento serio della nostra istruzione religiosa, di un’aratura profonda nel terreno della nostra ignoranza, di una potatura intelligente dei nostri pregiudizi e delle idee errate su Dio (e sono tante!), sulla chiesa e sulla religione cristiana (e sono tante, tantissime).

La pratica religiosa è sempre stata un problema. Oggi, dicono che i praticanti sono diminuiti di numero ma migliorati di qualità. Beh! Fare la conta dei praticanti non dovrebbe essere tanto difficile. Valutarne la qualità forse non è compito nostro. Lasciamo fare a Dio questo mestiere: lui solo legge nelle menti e scruta i cuori. Un fatto tuttavia è certo: molti non vanno più in chiesa e non celebrano i sacramenti perché non capiscono nulla dei sacramenti e non molto di Gesù Cristo.

Sì, sono battezzati, cresimati e sposati in chiesa ma non hanno compreso (o non gliel’ hanno spiegato bene) che cosa è successo quando hanno celebrato questi sacramenti: lo ignorano totalmente o quasi.

Diceva il papa Paolo VI: “Un certo modo di conferire i sacramenti senza un solido sostegno della catechesi circa questi medesimi sacramenti e di una catechesi globale, finirebbe per privarli in gran parte della loro efficacia. Il compito dell’evangelizzazione è precisamente quello di educare nella fede in modo tale che essa conduca ciascun cristiano a vivere i sacramenti e non a riceverli passivamente o a subirli”. (EN,47)

Il papa ha fatto la diagnosi esatta della nostra situazione e ha dato il rimedio giusto per risolvere il problema: sono indispensabili l’evangelizzazione, la catechesi, l’educazione alla fede per vivere i sacramenti.

Che cosa sono i sacramenti?

Prima di dare delle descrizioni e delle definizioni provo a spiegarmi con un esempio facile e sicuramente comprensibile a tutti.

Guardiamo due innamorati. Si dicono parole d’amore, si scambiano dei gesti d’amore. Queste parole, questi gesti non solo significano l’amore ma lo producono, lo mantengono, lo alimentano. Non è possibile amarsi senza dimostrarselo con delle parole e dei gesti veri e inequivocabili. Ci siamo?

Ebbene! I sacramenti sono le parole, i gesti, i segni efficaci dell’amore di Dio per noi. Sono i gesti che Dio-Amore (1Gv 4,8) fa all’umanità (a noi, a me) di cui è follemente innamorato.

Sono momenti certissimi della presenza di Cristo che si incontra con noi. Sono incontri localizzabili , sensibili con l’uomo Gesù risuscitato e glorioso: una presa di contatto velata, misteriosa, ma reale, pienamente umana, cioè corporale e spirituale, con il Signore. Sono mezzi per un incontro reale tra uomini viventi: tra l’uomo Gesù e noi.

Molti uomini onesti chiedono: “Come si può trovare Dio? Come si può avere un rapporto vero e personale con lui?”. La dottrina cristiana risponde: Attraverso la persona storica di Gesù Cristo.

“E come posso trovare questo Gesù Cristo vissuto duemila anni fa? Dove lo posso trovare?”. La risposta è semplice, chiara e per qualcuno forse inattesa (qualcuno dirà: è la prima volta che la sento; non me l’avevano mai detto!). La risposta è questa: “Cristo è nei sacramenti; là lo troviamo sempre, vero Dio e vero uomo, risorto, vivente e vivificante (che vuol dire: che comunica a noi la sua vita, la vita stessa di Dio, la vita eterna, che ci fa vivere per sempre).

Quindi i sacramenti non sono cose, non sono macchine per produrre qualche effetto magico per i creduloni e gli ignoranti. I sacramenti sono incontri veri, concreti e vivi tra persone vere, concrete e vive; incontri tra innamorati: tra Cristo e me, tra Cristo e te.

Di conseguenza i sacramenti non sono semplici nozioni da studiare sul catechismo: sono avvenimenti, fatti e come tali vanno vissuti: si imparano vivendoli, celebrandoli, andandoci ai sacramenti. L’amore, lo sapete bene non si impara sui libri, non si fa coi libri, ma con una persona concreta e viva che ci dà completamente se stessa e alla quale diamo completamente noi stessi. I sacramenti sono questo: Cristo, Dio e uomo, che ci dà totalmente se stesso e al quale diamo totalmente noi stessi. I sacramenti sono azioni attraverso le quali Dio infonde in noi, riversa, travasa in noi il suo amore, che è lo Spirito Santo, e suscita in noi la capacità di amare lui con tutto il cuore e gli uomini suoi figli e nostri fratelli come lui li ama.

Siamo partiti intenzionalmente dai segni che si danno due innamorati, i segni dell’amore: è la strada migliore, anzi, l’unica per comprendere Dio e i suoi sacramenti, che sono l’agire di Dio. Perché? Perché Dio è amore.

Abbiamo imboccato questa strada (la strada dell’amore) e continuiamo su di essa.

L’uomo fin dal suo nascere ha bisogno di aria, di nutrimento, di calore e di tante altre cose (voi che avete dei figli lo sapete bene) ma più ancora ha bisogno di baci, di carezze, di tanto amore. È dimostrato che senza questi gesti d’amore il bimbo deperisce.

Il bambino, l’uomo di ogni età, la donna hanno il bisogno primario di essere amati e di amare, di incontrare gli altri e di stringere legami con essi, di fare alleanze, di far festa, di fare comunità. Dio ha creato l’uomo socievole, bisognoso degli altri, bisognoso di comunicare con gli altri e di ricevere comunicazioni dagli altri: i nostri meravigliosi sensi servono appunto per questo.

Se l’uomo fosse solo, sperduto in questo grande universo, sarebbe disperato, angosciato; preferirebbe morire che vivere in tale condizione: sarebbe perduto.

La salvezza dell’uomo, la sua piena realizzazione è legata necessariamente alle sue alleanze d’amore: alleanze d’amore del bimbo con i suoi genitori (pensate cosa accadrebbe ad un neonato se non avesse dei genitori, o altri al posto loro, che si prendono cura di lui: sarebbe destinato a morte sicura nel giro di pochi giorni), alleanza d’amore dell’uomo con la sua donna e con i suoi simili. Alleanze vissute coi fatti, manifestate con gesti e parole.

Ma l’uomo (ed ecco qui il punto che ci interessa!) non vive solo di amore umano e di alleanze umane. È creatura di Dio, è figlio di Dio, e il suo cuore cerca, si sgomenta e si angoscia fino a quando non incontra un Dio da cui si senta personalmente amato. S. Agostino ha scritto: “Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” (Confessioni I,1).

Di questo Dio l’uomo trova le tracce meravigliose nella creazione. Ad ogni passo scopre la sua azione e la sua presenza invisibile. Tenta anche di rendigli culto; ma tutto questo resta una religione imperfetta perché non lo ricongiunge completamente al suo creatore. Dio non risponde; non c’è dialogo. L’incontro personale, l’unione dell’uomo con Dio è possibile solo se Dio decide di prendere l’iniziativa amorosa di accostarsi a lui: può essere soltanto un dono di grazia. La salvezza dell’uomo, la sua piena realizzazione è legata a questo incontro personale con Dio. Se l’uomo senza l’uomo, suo simile, non avrebbe senso, sarebbe disperato, angosciato e perduto, destinato alla morte a breve scadenza, che cosa dovremmo dire dell’uomo senza il suo Dio? Non esisterebbe neppure! La salvezza dell’uomo, quella vera, definitiva e totale, sta nell’incontro dell’amore libero e personale di Dio con la risposta libera e personale dell’uomo a questa iniziativa divina. Non si tratta più della semplice presenza nella creazione di un Dio muto e nascosto; si tratta della presenza profonda e stabile di Dio nell’uomo, della inabitazione di Dio nell’uomo (Gv 14,23; 1Cor 6,19).

E questa presenza amorosa, stabile e duratura diventa unione intima, alleanza, matrimonio con lui, comunione di intenti, di vita e di destino: Dio con noi, Dio in noi. È proprio questa la meravigliosa realtà dei sacramenti: un mistero di alleanza, una fusione di destini e di vita. Questo è il punto centrale per comprendere in profondità i sacramenti.

Che cos’è un’alleanza? Cosa produce?

Pensate all’esperienza del vostro matrimonio: quello è un sacramento di alleanza.

Ogni alleanza è come il congiungimento di due affluenti, di due corsi d’acqua: essi formano un unico fiume, mescolano in modo irreversibile le loro acque e fanno un percorso comune. È un avvenimento, un fatto storico perché la storia delle due parti interessate viene modificata completamente.

Ecco, tutto questo è avvenuto nella storia di Dio e dell’uomo: hanno fuso in modo irreversibile le loro esistenze in un’eterno amore, in un’eterna alleanza.

La prima alleanza tra Dio e l’uomo, quella fondamentale, è la creazione. Proprio come la prima alleanza dei genitori con il loro figlio sta appunto nel dare inizio a questo figlio tanto desiderato e amato fin da prima in maniera incondizionata.

Aprendo la bibbia noi incontriamo proprio nelle prime pagine il libro della Genesi. I primi undici capitoli della Genesi non sono una storia naturale dell’origine del mondo, ma danno la prima testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo, del suo primo atto di paternità terreste: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26).

Questa alleanza fondamentale dura sempre: la creazione infatti continua in ogni istante. Il cielo e la terra, il sole e la luna, il suolo e i suoi frutti, la fedele successione dei giorni e delle notti, delle stagioni e degli anni sono segni sensibili, manifestazioni concrete e indiscutibili, “sacramenti” di questa alleanza di Dio con noi sue creature.

Fino a quando spunterà un filo d’erba e sboccerà un fiore, fino a quando nascerà un bambino sulla terra noi avremo davanti agli occhi i segni sicuri che Dio non si è ancora stancato di noi, che rimane con noi, cammina con noi, fa storia con noi: in una parola, che ci ama con amore eterno e incondizionato nonostante tutti i nostri tradimenti e le nostre stanchezze, i nostri ma e i nostri perché.

Ma poiché Dio ama l’uomo alla follia vuole accostarsi ancora di più a lui, sua creatura, vuole rivelarsi, manifestarsi a lui meglio di quanto ha fatto attraverso la creazione, vuole cercare la sua intimità, farsi suo compagno di viaggio nell’avventura della vita, abitare in lui, renderlo simile a sé, divinizzarlo pienamente.

Ed ecco allora la storia di questo amore lungo e travagliato che la bibbia descrive ampiamente e che noi riassumiamo, con dispiacere, ma per necessità, in poche parole. Dio fa alleanza con un uomo, Abramo, e ne fa il suo amico. Accostandosi a lui intende accostarsi all’umanità intera. Gli dice, infatti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3).

Da questo amico nascerà un popolo che Dio farà suo popolo, Israele, che riceverà la sua rivelazione e la custodirà per poi passarla alla chiesa e al mondo: la rivelazione di Dio e del suo amore per gli uomini, infatti, è per tutti.

Il progetto d’amore concepito fin dall’eternità nel cuore di Dio si realizza dunque attraverso una lunga storia d’amore. Questa storia comincia con la creazione, si arricchisce e si esplicita meglio nella chiamata di Abramo e del popolo d’Israele per compiersi nell’evento sommo, definitivo e insuperabile che è l’unione di Dio con tutta l’umanità in Gesù, Figlio di Dio fatto uomo. In Cristo morto e risorto trova pieno significato l’uomo e l’universo. Scrive S. Paolo: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui (Cristo) e in vista di lui” (Col 12,16).

Gesù è il sacramento, il segno che Dio ci salva, l’apparizione visibile di Dio in persona. In lui “è apparsa infatti la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini” (Tt 2,11).

Dio si rivela come colui che cerca l’uomo, colui che è tanto innamorato dell’uomo fino a diventare uomo lui stesso.

È Dio che discende per raggiungere l’uomo. È lui il samaritano che si prende cura dell’umanità ferita (Lc 10,30-37).

È lui il buon Pastore che va in cerca della pecora smarrita

(Lc 15,4-7). È lui che ci ha amati per primo (1Gv 4,19).

Scrive l’evangelista Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3,16-17).

Tiriamo subito una conclusione importante, fondamentale: i sacramenti sono gesti di Dio, non nostri, sono una iniziativa libera e gratuita di Dio, non un’iniziativa nostra.

Il grande gesto sacramentale di Dio, il più grande, il più eloquente, il più efficace è quello di essersi fatto uomo. Cristo è dunque il primo, il vero sacramento perché egli è lo strumento e il segno efficace della divinizzazione dell’umanità.

Nell’incarnazione, in Gesù di Nazaret una natura umana è innalzata alla dignità divina: un uomo diventa veramente Dio.

E questo non è avvenuto per Gesù soltanto – che cosa ne avrebbe fatto lui, che è già il Figlio di Dio da sempre e per sempre? -ma per tutti noi, per tutta l’umanità. Egli è il segno, il tipo, il modello dell’adozione filiale a cui Dio vuole elevare tutti gli uomini. E ne è il segno efficace perché egli viene per “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52), per essere “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29) e per condurli, mediante la sua morte e risurrezione, a condividere tutto ciò che egli è ed ha: li fa figli ed eredi di Dio (Rm 8,17), partecipi della natura divina” (2Pt 1,4), partecipi della vita di Dio. I santi padri della chiesa hanno forgiato una frase di una forza e di una potenza notevoli per descrivere questo avvenimento: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. “Meraviglioso scambio! (esclama la liturgia della chiesa). Il Creatore ha preso un’anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d’uomo, ci dona la sua divinità” (Lit. 1 gennaio).

La vigilia della sua passione Gesù, parlando della sua imminente morte in croce e della sua ascensione al cielo, del suo ritorno al Padre, disse: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Gesù passa da questo mondo al Padre (Gv 13,1) portando con sé tutti gli uomini; vorrei dire: tirandoseli dietro, nonostante le loro pesantezze e le loro infedeltà.

È il mistero pasquale: Pasqua vuol dire, appunto, passaggio da questo mondo al Padre, per Gesù e per noi.

Tutti i sacramenti non sono altro che il mistero pasquale che si realizza nella vita degli uomini: cioè il Cristo risorto che raggiunge l’umanità e i singoli nella loro vita quotidiana: li sostiene, li accompagna, li trasforma, li divinizza e li conduce al Padre.

Cristo è Dio. Tutto ciò che egli compie in quanto uomo è dunque atto di Figlio di Dio, atto di Dio. L’uomo Gesù è l’incarnazione dell’amore redentore di Dio, la venuta dell’amore di Dio in forma visibile.

Tutti gli atti umani di Gesù sono atti di Dio, cioè atti personali di Figlio di Dio in forma umana: essi hanno in sé una potenza divina di salvezza. Ma poiché questa forza divina ci appare sotto forma terrena, visibile, palpabile, i gesti di salvezza compiuti da Gesù sono gesti sacramentali. Sacramento, infatti, significa dono divino di salvezza in una forma e attraverso una forma esteriormente tangibile, costatabile e concreta. Dunque i gesti umani di Gesù sono segni visibili di Dio: sono gesti sacramentali.

Che cosa ha fatto concretamente Gesù per manifestare questo infinito amore e per salvarci?

Come abbiamo già ricordato, il più grande, il più eloquente, il più efficace gesto sacramentale di Dio è stato quello di farsi uomo, di morire e risorgere per noi uomini e per la nostra salvezza. Tutti i gesti di Gesù che riempiono le scarne pagine dei vangeli sono gesti sacramentali, ma ciò è vero soprattutto per quegli atti che, sebbene operati in una forma umana, sono tuttavia per loro natura esclusivamente atti di Dio come i miracoli e la redenzione.

Ricordiamo qualcuno dei miracoli più noti: Gesù cambia l’acqua in vino, moltiplica i pani, perdona i peccati, sana i malati, risuscita i morti, istituisce l’eucaristia.

L’apostolo Giovanni termina il suo vangelo con queste parole: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv 21, 30-31).

Ora permettete che richiami la vostra attenzione su ciò che sto per dirvi. Tutti i gesti d’amore e di salvezza compiuti da Gesù non sono cessati quando egli è scomparso dalla nostra vista ed è salito al Padre, duemila anni fa.

Cristo, sacramento dell’incontro con Dio, è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20) per compiere nuovamente e perennemente su di noi i suoi gesti di salvezza attraverso i sacramenti della sua chiesa.

La presenza del Cristo risorto e glorioso è continuata e resa operante nel mondo della chiesa. Per questo la chiesa è detta sacramento di Cristo, cioè mezzo o strumento attraverso il quale Cristo continua la sua opera nel mondo.

È la chiesa, dunque, il sacramento dell’incontro con Cristo. Cerchiamo di comprendere meglio. Dio non ama solo i cristiani e non salva solo i cristiani lasciando perire tutti gli altri. Sta scritto: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4).

Il Padre non ha dato il suo Figlio unigenito per una ristretta cerchia di privilegiati, ma per tutto il mondo (Gv 3,16-17).

Gesù ha versato il suo sangue per tutti gli uomini senza eccezioni (Mt 26,28); ogni celebrazione dell’eucaristia ce lo ricorda: “Questo è il calice del mio sangue… versato per voi e per tutti”.

Gesù, quindi, è morto ed è risorto per tutti; per tutti è salito al Padre. La sua volontà decisa ed efficace è di “attirare tutti a sé” (Gv 12,32).

E come realizza tutto questo?

Attraverso la chiesa. Questo popolo di Dio, la chiesa, che nasce per opera dello Spirito Santo dalla fede e dai sacramenti, diventa il sacramento globale e permanente del suo Signore Gesù Cristo; che vuol dire: Cristo risorto e salito al Padre, scomparso dalla nostra vista, continua a “far segno” a tutti gli uomini, a chiamarli a sé, a santificarli e a salvarli attraverso la sua chiesa.

Leggiamo nei documenti del Concilio Vaticano II: “La chiesa è in Cristo come un sacramento o un segno e uno strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG I,1).

E ancora: “Il Signore, ottenuto ogni potere in cielo e in terra, prima ancora di essere assunto in cielo, fondò la sua chiesa come sacramento di salvezza e inviò gli apostoli nel mondo intero, come egli era stato invitato dal Padre, comandando loro: “Andate, dunque, e insegnate a tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato” (AG I,5). La chiesa è, dunque, innanzitutto un popolo per il mondo, per gli uomini: essa esiste per annunciare e realizzare con la parola e i sacramenti la salvezza universale. Gesù ha detto ai suoi cristiani: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Ne consegue che chiesa, sacramento, di Cristo vuol dire segno innalzato tra i popoli e non comunità ripiegata su se stessa e incurante della salvezza degli altri, di tutti gli altri. Essa deve manifestare e portare al mondo la salvezza di Dio, in Cristo Gesù; deve essere per tutti gli uomini il segno, il sacramento dell’incontro con Gesù salvatore.

Gesù ha detto ai suoi cristiani: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà rendere salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo: non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,13-16).

Dice il Concilio Vaticano II: “Essendo Cristo la luce delle genti, questo santo concilio, radunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di lui splendente sul volto della chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il vangelo ad ogni creatura” (LG I,1).

Non affrettiamoci ad affermare sbrigativamente: la chiesa è Cristo. Perché se è vero che Cristo è il capo della chiesa, è anche vero che i cristiani, membra del corpo, sono spesso membra miserabili, spastiche, che non obbediscono agli ordini che vengono dal capo Cristo. La chiesa non è Cristo, ma il segno, il sacramento di Cristo: essa lo proclama ed è in essa che lo si può e lo si deve trovare. La chiesa non è Cristo, ma Cristo e la chiesa sono un corpo solo: capo e membra, sposo e sposa (Ef 5,31-32): non sono separati, ma distinti si!

Come Cristo incarnato fu il volto del Padre, (Gv 14,9) così la chiesa deve essere per gli uomini il volto del Cristo asceso al cielo, il segno efficace che lo rende visibilmente presente nel mondo, il suo “sacramento”. È ciò che essa realizza nei suoi santi, è il mistero e la missione che tutti siamo chiamati a vivere: essere il segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

E qui vorrei accogliere una obiezione diffusissima e abusata: “Ma non è possibile andare a Dio senza passare attraverso la mediazione della chiesa?”. Questa obiezione è mal posta.

Nelle religioni che non sono il cristianesimo il problema in effetti è quello di andare a Dio, ma per il cristianesimo no, perché è Dio che viene a noi, e la chiesa è il cammino di Dio verso l’uomo, la strada che lui stesso ha aperto per venire a noi. La chiesa dunque non è un’invenzione nostra che possiamo modificare o disfare a nostro piacimento, ma è un’invenzione di Dio. Ripeto: la chiesa è il cammino di Dio verso l’uomo, il mezzo scelto da Dio per salvare l’umanità.

Lo so che le obiezioni nei confronti della chiesa e del suo operato sono tante, ma non è questo il momento per rispondere a tutte.

Vorrei solamente aggiungere una considerazione. Non esiste contraddizione tra la santità della chiesa e la nostra mediocrità. Al contrario, la santità della chiesa spicca nel fatto che essa non ha paura di essere insozzata dal contatto con i peccatori (che siamo noi). Dall’inizio alla fine della sua vita pubblica Gesù ha frequentato i peccatori e non c’era il lui nessun atteggiamento brusco o di emarginazione verso di loro; anzi, diceva: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13); “Sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Se la chiesa escludesse i tiepidi, i mediocri e i peccatori con la pretesa di diventare un ghetto di puri e di perfetti, smetterebbe subito di essere santa perché non esiste imperfezione maggiore qui in terra del ritenersi perfetti.

Dio è amore, Dio è misericordia e pietà. Ricordate la parabola del samaritano (Lc 10,29-37): è Dio che si fa “prossimo” dell’uomo, lo cura e lo porta in luogo adatto (la sua chiesa) e si fa carico di tutte le spese della degenza, della guarigione e della salvezza; ha preso su di sé i nostri mali e ha pagato per tutti.

Ma c’è modo e modo di salvare.

Per farmi capire userò un esempio romantico. Il medico che salva la vita ad una ragazza gravemente malata o incidentata è sicuramente un grande benefattore a cui la ragazza porge vivissimi ringraziamenti e serba riconoscenza imperitura. E tutto può finire lì. Ma potrebbe anche nascere tra loro (e perché no) una simpatia che diventa amore e che sfocia in un matrimonio. Bene! È proprio ciò che è avvenuto tra il medico-Dio e l’umanità incidentata. Dio è amore fino alla follia, fino alle estreme conseguenze. Dio ha amato l’umanità unendola a sé in un matrimonio indissolubile (Ez 16; Mt 22,1-14).

Dio ha sposato con amore infinito l’umanità intera. Voglio essere più concreto ancora e più veritiero: Dio ha sposato, ha unito a sé in un amore infinito e indistruttibile ogni uomo nel suo essere più profondo, sia che quest’uomo lo sappia oppure no. Dio ha detto all’umanità intera e alla singola persona: “Ti faccio mia sposa! Ti amerò per sempre, per l’eternità!”. Il Figlio di Dio sposa l’umanità nel suo sangue versato sulla croce. Non esiste gesto più grande d’amore. È la nuova ed eterna alleanza: in Gesù, Dio “passa” all’uomo perché l’uomo “passi” a Dio; il Figlio di Dio lascia suo Padre e si unisce all’umanità, sua sposa, e i due formano una carne sola: il corpo di Cristo morto e risorto.

Questo mistero di matrimonio è grande: è il matrimonio di Cristo con la sua chiesa. È l’unico matrimonio con la M maiuscola da cui derivano come pallide, pallidissime immagini tutte le altre unioni d’amore.

Scrive l’apostolo Paolo: “Voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la chiesa, poiché siamo membra del suo corpo” (Ef 5,25-30).

“Cristo purifica la sua chiesa, per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola”: ecco il battesimo.

“La nutre e la cura”: ecco l’eucaristia, la riconciliazione, l’unzione degli infermi…

È soprattutto nell’eucaristia che Cristo unisce a sé la sua sposa in un gesto di insuperabile intimità.

I sacramenti sono questo “lavoro” amoroso di Cristo, rinnovato costantemente in incontri ripetuti nel tempo, in attesa di un incontro definitivo, inebriante ed eterno.

Cristo con interventi successivi santifica, consacra, divinizza sempre più l’umanità sua sposa, cioè ogni uomo, ogni comunità che si espone al sole del suo amore celebrando i sacramenti.

Abbiamo detto: santifica, consacra, divinizza.

Sono tre parole per indicare la stessa realtà: ci trasforma in altri Cristo, in altri se stesso fino a diventare una cosa sola con lui. I sacramenti infatti sono i segni efficaci dell’alleanza, dell’unione dell’uomo con Dio: la rivelano e la realizzano nello stesso tempo.

Gesù Cristo risorto è realmente presente nella celebrazione dei sacramenti. Attraverso gesti e parole che “significano” la sua presenza e la sua azione egli ci salva qui e adesso.

In tutti i sacramenti Gesù ci tocca personalmente, entra in contatto con noi: ci purifica, ci perdona, ci guarisce, ci nutre, santifica il nostro amore umano e lo sublima facendolo diventare divino…

L’eucaristia ci dona il Cristo stesso, morto e risorto per noi, e gli altri sacramenti diversificano le ricchezze del mistero di Cristo morto e risorto secondo le particolari situazioni di colui che li riceve: perdono per il peccatore, consacrazione dell’amore per chi sposa, rimedio e sostegno al malato, consacrazione per chi diventa sacerdote…

Gesù ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20).

Celebrare un sacramento è dunque realmente celebrare Gesù presente in mezzo agli uomini. Egli non è un personaggio del passato: è risorto, è vivente oggi, è un nostro contemporaneo, è misteriosamente presente nel mondo e operante nella chiesa.

Essere cristiani perciò significa scoprire questa presenza del Signore, accoglierla nei nostri cuori e nei nostri “affari”, nelle ventiquattro ore della nostra giornata e sottometterci alla sua azione nella nostra vita. Cristo, infatti, ci raggiunge nella nostra esistenza mediante i sacramenti per trasformarci.

È sempre l’incontro misterioso con Gesù sulla strada di Emmaus (Lc 24,13-35).

Lo ricordate il racconto dei discepoli di Emmaus? Due uomini stanno camminando sulla strada verso questo villaggio. Si allontanano definitivamente da Gerusalemme dove Gesù, il loro maestro, il loro amico è morto su una croce. Mentre camminano, discorrono, discutono. Hanno il volto triste. Senza farsi riconoscere, Gesù si avvicina, li raggiunge sulla loro strada, si inserisce in ciò che essi vivono. La sua presenza, certamente reale, più reale di prima, resta tuttavia misteriosa. “I loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24,16).

Si rende necessario un segno, un sacramento: lo riconobbero nello spezzare il pane. E il segno è efficace: eccoli, trasformati, ardenti di fede e di speranza. Ripercorrono verso Gerusalemme la strada della loro disperazione. Ritrovano i fratelli, fanno chiesa con essi… I sacramenti fanno la chiesa.

Qualche anno dopo, Paolo, o meglio Saulo, caduto a terra non vede nessuno, ma sente una voce che gli dice: “Io sono Gesù che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (At 9,5-6).

Gesù lo rinvia alla chiesa. A Damasco, infatti, Anania, mandato dal Signore, raggiunge Paolo nella sua cecità. Anania agisce come ministro di Dio e rappresentante della comunità. Gli impone le mani e gli conferisce il battesimo e lo Spirito Santo.

Attraverso i segni sacramentali, che sostituiscono le apparizioni del Risorto, coloro che non hanno vissuto personalmente con Gesù allora, possono a loro volta incontrarlo e riconoscerlo oggi e affermare: “È il Signore!” (Gv 21,7).

A questo punto si pone una domanda: “È proprio necessario passare attraverso i riti sacramentali per vivere di Gesù Cristo?”.

Dopo l’ascensione di Gesù al cielo, dopo che egli è definitivamente scomparso dalla nostra vista, per noi è necessario incontrarlo là dove egli ci ha detto. Il Cristo risorto ci dà appuntamento nella sua chiesa. Essa è, come sappiamo, il sacramento di Cristo come Cristo è il sacramento del Padre. Non c’è fede reale in Gesù Cristo se si rifiuta di entrare nella trama del suo disegno e della sua volontà. Non si può pretendere di incontrarlo negli uomini se si rifiuta di riconoscerlo proprio in quel gruppo particolare di uomini, la chiesa, che egli ha istituito dicendo: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Dice il Concilio Vaticano II: “Cristo è sempre presente nella sua chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, egli che offertosi una volta sulla croce offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza è Cristo che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la sacra scrittura. È presente infine quando la chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Di fatto, in quest’opera così grande con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la chiesa, sua sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’eterno Padre” (SC 7).

La fede cristiana consiste nel fidarsi di Cristo, nel credergli con i fatti ogniqualvolta egli ci invita a incontrarlo corporalmente, nel credere fermamente che lui è presente quando ci riuniamo per celebrarlo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20); quando ascoltiamo la sua parola annunciata dalla chiesa: “Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me” (Lc 10,16); quando lo riconosciamo nel sacramento del fratello bisognoso: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40); ma anche, e non meno, quando si presenta a noi, misteriosamente presente nei segni sensibili dei sacramenti: lì la fede cristiana riconosce il Signore personalmente presente, corporalmente presente.

L’apostolo Tommaso potè mettere le sue mani nelle cicatrici del Risorto. Gesù gli dice: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli, che pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20,29).

Quest’ultima frase ci riguarda personalmente: attraverso qualsiasi sacramento siamo messi in contatto con il Cristo vivificante in maniera altrettanto reale, in maniera altrettanto corporale, seppure diversa, come se ci fossimo trovati in mezzo a coloro che egli perdonò, guarì, nutrì e istruì duemila anni fa in Palestina. Perciò credere in Gesù Cristo vuol dire praticare i sacramenti. Non si possono contrapporre fede e pratica, parola e sacramento.

La fede cristiana ha bisogno di riti sacramentali perché è in essi che il Cristo risorto ci dà appuntamento. Un cristianesimo senza riti corporali, ossia senza gesti concreti di celebrazioni sacramentali, molto presto diventa un cristianesimo spiritualizzato, teorico, superficiale e praticamente privo di incidenza nella vita.

Tentiamo di rispondere ad un’altra domanda prima di finire:

“Per celebrare i sacramenti bisogna avere la fede?”

I sacramenti sono per i credenti: sono i sacramenti della fede.

Il primo gruppo raccolto intorno a Gesù, la prima chiesa, è un gruppo di peccatori, tutt’altro che innocenti e puri, ma sono dei credenti. Ci vuole la fede cristiana per celebrare i sacramenti.

Notate! Non ho detto che ci vuole la fede per celebrare i sacramenti; ho detto che ci vuole la fede cristiana. Perché non ogni religiosità vaga, non ogni credenza di qualche genere è di per sé fede cristiana. Dirò di più: credere in Dio non è la fede cristiana. Altrimenti sarebbero cristiani anche gli ebrei e i musulmani.

La fede cristiana è essenzialmente fede in Cristo salvatore: fede esplicita in Gesù Dio morto e risorto per la salvezza degli uomini (cfr. 1Cor 15,1-5).

Ma allora, potreste obiettare, bisogna cacciare dalla chiesa coloro che praticamente non hanno la fede “cristiana”?

Cristo non ha mai cacciato nessuno, eccetto i demoni e i mercanti dal tempio. E la chiesa, come lui, è inviata innanzitutto a chi è perduto, lontano, malato. Sull’esempio del buon Pastore, suo maestro, essa deve sforzarsi di cercare tutti i perduti fino a che li trovi (Lc 15).

La chiesa è inviata a tutti gli uomini e deve trovare la sua gioia e la sua ragion d’essere nell’incontrarli, nell’ascoltarli, nel partecipare alle loro ricerche.

Ma nessuno ha mai detto che l’unica maniera che la chiesa possiede per accogliere gli uomini sia quella di dar loro un sacramento!

Sacramentalizzare tutti e subito sarebbe un modo di accalappiare i “clienti”, di legarli in maniera definitiva che sa di rapimento, di sequestro.

Se coloro che chiedono i sacramenti non sanno quello che chiedono, non vanno accontentati; perché ogni sacramento è un gesto d’amore, di alleanza, di intimità tra Dio e l’uomo; chi lo celebra senza fede, senza crederci, scherza pesantemente con Dio e prende in giro se stesso. Per chi invece li celebra con fede e impegno personale, i sacramenti diventano sorgenti di vita eterna.

(Pedron Lino)

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Sacramenti

Il Battesimo

Il Battesimo (dal greco baptìzo, immergo) è il sacramento che, immergendoci nel mistero pasquale, ci fa morire al peccato e rinascere nella nuova vita della grazia. Il Battesimo “fa” il cristiano, aprendo la porta a tutte le altre fonti di santificazione sacramentale che lo presuppongono e lo richiedono; fonda la vita cristiana e contiene in germe tutti i suoi sviluppi futuri. Esso ci rende figli adottivi di Dio, fratelli di Gesù Cristo, membra del suo corpo mistico, templi vivi dello Spirito Santo. Il battesimo cancella il peccato originale, ecco il motivo per cui la Chiesa lo amministra ai bambini. Negli adulti esso cancella anche tutti i peccati attuali.

La cancellazione del peccato originale coincide con l’infusione della grazia, poiché il peccato originale altro non è che la privazione della grazia.

Il carattere battesimale incorpora il battezzato a Cristo e quindi al suo corpo mistico (la Chiesa). Il Battesimo segna il cristiano con un sigillo spirituale indelebile come appartenente a Cristo. Tale sigillo non viene cancellato dal peccato, per quanto questo impedisca al Battesimo di potare i frutti della salvezza. Il carattere battesimale rende inoltre capaci di ricevere tutti gli altri sacramenti, i quali senza di esso sarebbero invalidi.

Il Battesimo è necessario per salvezza, anche se (come si disse sopra) questo può essere anche di sangue e di desiderio, oltre che d’acqua.

Il ministro del battesimo è generalmente un presbitero o un diacono. In caso di emergenza, però, chiunque può battezzare, purché lo faccia con l’intenzione di fare quanto fa la Chiesa. Attualmente, il rito del Battesimo dei bambini si articola in quattro momenti: accoglienza, liturgia della parola, liturgia del sacramento, conclusione. L’accoglienza è fatta ai genitori e ai padrini che presentano i bambini per il Battesimo e si assumono l’impegno di educarli alla fede (per questo si dice che il Battesimo viene amministrato ai bambini nella fede dei genitori e della Chiesa tutta). La parola di Dio è proposta in buon numero di testi, dove sono presenti i grandi temi della nuova nascita, della vita di Cristo in noi, dell’appartenenza alla Chiesa. Dopo la preghiera e l’unzione con l’olio dei catecumeni, segue il rito battesimale vero e proprio. Si benedice l’acqua, si rinuncia al male e si recita la professione di fede nella Trinità. Il nuovo rito rivaluta il gesto dell’immersione, che è senza dubbio il più espressivo, ma il gesto più comune è quello dell’infusione dell’acqua. Il celebrante versa tre volte l’acqua sul capo del battezzando, pronunciando le parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Seguono l’unzione con il Crisma (a significare la nuova dignità di cristiano), la vestizione con l’abito bianco (simbolo di immortalità ed incorruttibilità), la consegna della luce (il cristiano è un “illuminato”). Il rito termina con la recita della preghiera del Signore e la benedizione.

La Cresima

La Cresima, o Confermazione, è il sacramento che ci rende cristiani completi, che ci fa entrare nell’età adulta da un punto di vista spirituale. In essa il battezzato riceve il dono dello Spirito Santo, che nella Pentecoste fu mandato dal Signore risorto sugli apostoli (At 2).

Il rito della Cresima consiste nell’ungere a forma di croce la fronte del cresimando con il sacro Crisma (olio profumato), pronunciando le parole: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Il Crisma ha una simbologia molto ricca. L’olio rappresenta l’unzione dello Spirito Santo. Gesù stesso fu detto Cristo per via dello Spirito Santo abitante in lui nella pienezza. All’olio viene aggiunto del profumo per via del fatto che nella Cresima lo Spirito Santo è dato in vista della testimonianza, in ragione della quale noi dobbiamo essere “il buon profumo di Cristo” (2 Cor 2,15). La Cresima, in genere, viene amministrata dal Vescovo, poiché questo è il sacramento della perfezione cristiana ed è quindi assai conveniente che sia il Vescovo il suo ministro, in quanto possiede la pienezza del potere sacramentale. In caso di necessità, però, la Confermazione può anche essere amministrata da un presbitero su mandato del Vescovo. Infatti, il Crisma deve essere sempre consacrato dal Vescovo, per cui questi rimane sempre il ministro “originario” del sacramento.

La Cresima ci radica in maniera più profonda nella filiazione divina, ci incorpora più saldamente a Cristo, rende più forte il nostro legame con la Chiesa, associandoci in maniera più stretta alla sua missione ed aiutandoci a testimoniare con più fortezza la nostra fede cristiana con le parole e le opere. Imprimendo il carattere, possiamo dire che ci rende perfetti cristiani, cioè cristiani adulti.

L’Eucarestia

L’Eucaristia (che letteralmente significa “azione di grazie”, “ringraziamento”) è il sacramento che sotto le specie o apparenze del pane e del vino contiene realmente il corpo ed il sangue di Cristo. L’Eucaristia, in sé, non è soltanto un sacramento, ma è anche un sacrificio (e da questo punto di vista viene più comunemente chiamata Santa Messa). Il sacramento è qualcosa che ci viene donato, il sacrificio è qualcosa che viene offerto a Dio. Nell’Eucaristia intesa come sacramento il Signore si dona a noi per riempirci con la sua grazia, nell’Eucaristia intesa come sacrificio si rinnova la sua offerta al Padre per la nostra salvezza. Lo scopo principale dell’Eucaristia come sacramento è la santificazione dell’uomo, quello dell’Eucaristia come sacrificio è la glorificazione di Dio. Come sacramento, poi, l’Eucaristia è una realtà permanente (Santissimo Sacramento), mentre come sacrificio è una realtà transuente (la quale si realizza durante la Santa Messa).

Si è già detto sopra che l’Eucaristia è un sacramento particolare. Infatti, mentre l’effetto delle parole negli altri sacramenti è qualcosa che riguarda l’anima di chi li riceve, nell’Eucaristia è un qualcosa che riguarda la materia stessa del pane e del vino, che diventano il vero corpo ed il vero sangue di Cristo, il quale è in essa realmente presente nella sua realtà fisica e sostanziale (così come è presente nella sua divinità). E’ questa una verità che è sempre stata affermata con incrollabile fermezza dalla Chiesa.

In forza delle parole della consacrazione, nell’ostia e nel contenuto del calice si fa presente direttamente la sostanza del corpo e del sangue di Cristo, mentre tutti gli altri aspetti (dimensione, peso, colore, ecc) del corpo e del sangue sono presenti per concomitanza. La transustanziazione (così viene chiamata la trasformazione, mediante la consacrazione, del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore) lascia infatti immutato l’aspetto esteriore del pane e del vino. Ecco spiegato come tutto Cristo, con tutta la sua realtà corporea, possa essere veramente presente anche in un piccolo frammento di ostia. La presenza reale del corpo e del sangue nelle specie eucaristiche perdura fino al perdurare di queste, fino cioè a quando queste conservano le apparenze del pane e del vino. Ecco perché noi adoriamo il Santissimo Sacramento presente nel tabernacolo.

Essendo data sotto forma di cibo, l’Eucaristia ha come effetto quello di nutrire l’anima e, visto che l’anima si può nutrire solo della grazia di Dio, di accrescere la grazia santificante. Inoltre, il cibarsi indica che ciò che viene santificato diventa una cosa con noi. Nell’Eucaristia avviene qualcosa di simile, seppure in modo opposto a ciò che avviene con i normali alimenti. Gli alimenti normali, infatti, si trasformano nei tessuti del nostro corpo, nel caso dell’Eucaristia, invece, siamo noi che veniamo assimilati a Cristo, trasformandoci in ciò che mangiamo. Ecco dunque che questo sacramento completa quell’incorporazione a Cristo iniziata nel Battesimo (1 Cor 10,16 s.).

Dal punto di vista dell’Eucaristia come sacrificio, possiamo dire che questa è lo stesso sacrificio della Croce reso presente sull’altare, anche se Gesù non viene nuovamente crocifisso. Ciò è reso possibile dal fatto che nell’Eucaristia si moltiplica la presenza senza che si moltiplichi la realtà. Infatti, l’unico corpo del Signore che è in Cielo è anche presente, senza moltiplicarsi, in tutte le ostie consacrate. Così, analogamente, il sacrificio della croce viene nuovamente offerto senza che in se stesso venga moltiplicato.

Gesù risorto, seduto alla destra de Padre, conserva quell’atteggiamento di offerta interiore che aveva quanto si immolava sulla Croce. Ciò non basta però perché si possa dire che egli offre un sacrificio: il sacrificio, infatti, comporta un’offerta esteriore che manifesti quella interiore. Quando Gesù morì sulla croce la sua offerta interiore divenne manifesta grazie alla sua morte fisica, accettata per amore. Quando celebriamo la Messa, invece, quella stessa offerta interiore viene manifestata nel segno sacramentale della consacrazione del pane e del vino, la quale rappresenta, in qualità di memoriale, la morte di Gesù avvenuta una sola volta per tutte. Ecco perché tanto la morte sulla Croce che la Messa sono un sacrificio, dato che vi è l’unione dell’offerta interiore con un segno esteriore, e sono sostanzialmente lo stesso sacrificio, dato che è l’offerta interiore, per così dire, l’anima del sacrificio. Ed ecco perché possiamo dire che è Cristo il vero celebrante della Messa, offrendo il sacrificio servendosi dei suoi ministri.

Durante la Messa, il sacerdote consacra l’Eucaristia, pronunciando le parole a nome di Gesù. Una volta che la vittima divina è stata resa presente sull’altare, tutti i fedeli presenti si uniscono al celebrante e concorrono con lui nell’offrirla al Padre.

Il sacrifico eucaristico è un sacrificio di adorazione e di lode, di ringraziamento, di riparazione dei peccati e di impetrazione di grazie. Esso viene offerto per i vivi e per i defunti. Oltre al frutto “generale”, che riguarda la Chiesa e tutto il mondo, la Santa Messa ha anche un frutto “specialissimo” riguardante coloro che vi partecipano (il celebrante ed i fedeli), in più può avere un frutto “speciale” per coloro per cui viene fatta celebrare.

La Confessione

La Confessione, o Riconciliazione, o Penitenza, è il sacramento che mediante l’assoluzione del sacerdote conferisce il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo a chi, sinceramente pentito, li confessa e accetta di compiere quegli atti imposti dal confessore. Il fondamento di questo sacramento si può ritrovare nel potere di rimettere e ritenere i peccati (Gv 20,23) e di legare e sciogliere (Mt 18,18) dato da Cristo ai suoi apostoli.

La Chiesa ha il potere di assolvere tutti i peccati, non importa quale sia la loro gravità.

La vita cristiana è vita di conversione. E il sacramento della Penitenza, vissuto con pienezza ed intensità, costituisce il traguardo di un cammino di fede e di conversione; è il segno mediante cui chi ha accolto l’annuncio salvifico della parola di Dio, mosso dallo Spirito Santo, riconoscendosi peccatore e perciò bisognoso della misericordia divina ritorna a Dio chiedendogli il perdono in modo da poter celebrare con i confratelli la riconciliazione. L’intima conversione del cuore viene espressa dal peccatore mediante la confessione fatta a Dio ed alla Chiesa, e con la debita soddisfazione e l’emendamento della vita.

Costitutivi del sacramento sono quindi gli atti del penitente (la contrizione, la confessione e la soddisfazione) e l’assoluzione da parte del ministro. Il ministro del sacramento della Penitenza deve essere un Presbitero.

La Penitenza è un sacramento di assoluta necessità per chi abbia commesso dei peccati gravi dopo il Battesimo. Non esiste, infatti, una forma di perdono extrasacramentale. Anche i peccati di chi, ad esempio, muoia senza aver potuto confessarsi saranno rimessi nella misura in cui, se avesse potuto accostarsi in vita al sacramento della Penitenza, questi lo avrebbe fatto.

La confessione dei peccati deve avere alcune caratteristiche: deve essere semplice, umile, pura nelle intenzione, segreta, discreta, sincera, orale, dolorosa, disposta all’obbedienza. Deve esprimersi in modo ecclesiale perché il pentimento sia veramente e totalmente umano e cristiano. E’ necessario confessare ad uno ad uno tutti i peccati mortali dei quali ci si ricordi commessi dopo l’ultima confessione valida. La Chiesa raccomanda la confessione anche dei peccati veniali, anche se questa non è necessaria, poiché tali peccati non sono in grado di farci perdere la grazia santificante. I peccati dimenticati, se ricordati in un secondo momento, dovranno essere confessati la volta successiva.

Nel linguaggio comune, per Penitenza si intende solitamente il terzo atto richiesto dal sacramento in oggetto: la soddisfazione. La vera conversione è piena e completa per mezzo della soddisfazione delle colpe commesse, l’emendamento della vita e la riparazione dei danni causati. Infatti, l’accettazione di opere penitenziali come riparazione dei peccati è segno e manifestazione che il cristiano si è distaccato dal proprio peccato. In caso contrario, verrebbe a mancare una parte importante della manifestazione ecclesiale della conversione interiore, che include l’impegno a correggere e distruggere il peccato, e a lottare per liberarsene. Attraverso l’atto riparatore, il penitente può prendere coscienza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Dio, delle creature e del creato. E con cuore rinnovato dovrebbe cercare di rinnovare se steso e il proprio ambiente, collaborando meglio con gli uomini di buona volontà e rendendo testimonianza di carità, di giustizia, di prudenza e di fortezza.

Il senso profondo dell’assoluzione che il ministro pronuncia è quello di accogliere il fratello, in nome di Dio che lo perdona, e decidere la sua riammissione nella Chiesa. Ovviamente, l’assoluzione non può essere impartita se sono assenti una o più delle altre tre componenti del sacramento della Penitenza e quindi il sacramento si presenti “materialmente” difettoso.

L’Unzione degli infermi

L’Unzione degli infermi è il sacramento in cui, per tramite dell’olio consacrato e la preghiera del sacerdote, viene concessa al malato la grazia che corrisponde al suo particolare stato di debolezza e di prova, il bene dell’anima e, talvolta, persino del corpo (Gc 5,14). Gli effetti di questo sacramento si distinguono in specifici ed occasionali. Un effetto specifico è l’abolizione dell’eredità del peccato, la quale risulta aggravata dalla malattia. L’altro effetto specifico è il rinvigorimento spirituale, fino a far sì che il malato possa arrivare a trarre un vantaggio soprannaturale dalla sua malattia.

Gli effetti occasionali, invece, sono la remissione dei peccati (se il malato non l’ha potuta ottenere per tramite de sacramento della Penitenza) e la guarigione fisica, qualora questa sia in qualche modo utile ai fini della salvezza eterna del malato. L’Unzione degli infermi è il sacramento della santificazione della malattia, in quanto unisce il malato a Gesù sofferente che espia i peccati del mondo. Per ricevere questo sacramento è necessario versare in una situazione di pericolo, dovuta alla malattia o alla vecchiaia. Inoltre, in quanto si tratta di un sacramento dei vivi, è necessario che chi lo riceve sia nello stato di grazia e, possibilmente, che sia cosciente (per poter beneficiare pienamente degli effetti del sacramento).

L’Ordine sacro

Il sacramento dell’Ordine è quello che, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera del Vescovo, conferisce un potere spirituale stabilito da Cristo nella Chiesa, e la grazia necessaria al fine di poterlo esercitare in modo degno e gradito al Signore.


L’origine di questo sacramento si può trovare nel fatto che Gesù conferì dei poteri particolari ai suoi apostoli, i quali poi, mediante l’imposizione delle mani, li trasmisero ai loro successori.

La pienezza del potere conferito dall’Ordine risiede quindi nei Vescovi, quali successori degli apostoli, e solo parzialmente nei Presbiteri e nei Diaconi. Anche il sacramento dell’Ordine imprime un carattere particolare, il quale consiste nel fatto di rendere conformi a Cristo, facendo partecipare al suo sacerdozio.
Tutti i battezzati partecipano al sacerdozio di Cristo, ma, mentre il carattere battesimale ci rende a questo partecipi in quanto membri del corpo mistico del Figlio di Dio (sacerdozio comune), il carattere dell’Ordine (tranne che per i Diaconi, i quali sono ordinati in vista del ministero e non del sacerdozio) rende partecipi del sacerdozio di Cristo in quanto Egli è il Capo della Chiesa (sacerdozio ministeriale).
Ecco il motivo per cui il sacerdozio ministeriale non può essere conferito alle donne: una donna, infatti, non potrebbe rappresentare adeguatamente Cristo Capo e Sposo della Chiesa che si pone di fronte alla Chiesa sua Sposa.

Il Matrimonio

L’alleanza matrimoniale, mediante la quale un uomo e una donna costituiscono fra loro un’intima comunione di vita e di amore, è stata fondata e dotata di leggi proprie dal Creatore.
Per sua natura è ordinata al bene dei coniugi così come alla generazione e all’educazione della prole.

Tra i battezzati è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento.

I ministri del Matrimonio sono gli stessi sposi. Il sacerdote che celebra il Matrimonio, infatti, non conferisce il sacramento, ma è solo un testimone qualificato del mutuo consenso degli sposi.

Il Matrimonio dona agli sposi la grazia di amarsi con l’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa.

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Sacramento

Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica.

Rogier van der Weyden, Pala dei sette Sacramenti, Chevrot Altar, Museo Koninklijk, Anversa

I Sacramenti sono i segni visibili ed efficaci della grazia invisibile di Cristo. In ciascuno di essi è lo stesso Signore Risorto che opera attraverso il ministro, agendo nella vita del credente, che riceve il dono di una nuova dignità e di una nuova grazia santificante per opera dello Spirito Santo.

La Chiesa insegna che i Sacramenti, istituiti da Cristo, testimoniati nella Sacra Scrittura e insegnati dai Padri della Chiesa, sono in tutto sette. Essi si articolano in:

In tutti i Sacramenti Cristo agisce attraverso un ministro, che solitamente è il sacerdote (vescovo o presbitero) o il diacono, ma che in alcuni casi può essere lo stesso fedele (come nel Matrimonio, in cui i ministri sono gli sposi stessi) o anche chiunque abbia intenzione di fare ciò che fa in essi la Chiesa (come nel Battesimo).

Nel Codice di diritto canonico

Nel Codice di Diritto Canonico si parla dei sacramenti in genere nella prima parte del libro IV (c. 840-848). Innanzitutto ricorda la loro natura di “segni” o “mezzi” che servono a[1]:

Il Codice parte dalla considerazione che i sacramenti sono gli stessi per tutta la Chiesa e che appartengono al deposito della fede per sostenere l’autorità della Sede Apostolica in ordine a disporre le norme per verificare la validità e la liceità (di celebrazione), per amministrare e ricevere i sacramenti e fissare riti da adoperare nella loro celebrazione.[2] Si chiede infatti di seguire esattamente e fedelmente i libri liturgici approvati nella celebrazione dei sacramenti, secondo il rito di ogni ministro.[3]

I sacramenti che imprimono un carattere come ad esempio il Battesimo, la Confermazione e l’Ordine Sacro, non si possono ricevere più di una volta. Tuttavia se ci sono dubbi sulla loro validità, si possono amministrare di nuovo sub condicione.[4]

Diverse chiavi di lettura dei sacramenti

Gian Lorenzo Bernini, Lo Spirito Santo nella Gloria raffigurato come una colomba, alabastro, 1660, Basilica di San Pietro in Vaticano (particolare)

Oggi i sacramenti sono oggetto di un’analisi profonda che non si limita più soltanto a presentarli come una rubrica nella quale vengono considerati mezzi per la santificazione personale o valutati per gli aspetti morali.

La teologia sacramentaria dopo il Concilio Vaticano II si compenetra con altre discipline: gli studi biblici che consentono di operare collegamenti con la Sacra Scrittura, la liturgia che li inserisce all’interno della comunità dei fedeli, le discipline antropologiche che mettono in risalto la dimensione umana ed insieme divina dei sacramenti.

Per questo è possibile individuare diverse chiavi di lettura dei sacramenti stessi. Si tratta di mettere a fuoco particolari caratteristiche, considerate preminenti, che permettono di leggere i sacramenti valorizzandone i molteplici aspetti.

Sono tutte interpretazioni possibili e lecite al tempo stesso. Non si tratta di selezionare una chiave di lettura piuttosto che un’altra, ma di comprendere che ogni visuale è per forza di cose parziale e che la sintesi è un’operazione necessaria. La ricchezza valutativa permette di prendere coscienza dell’ampiezza di orizzonti in cui i sacramenti collocano il fedele.

Chiave di lettura classica

Tale chiave di lettura rimanda alla definizione classica dei sacramenti. Essi sono segni efficaci della Grazia, istituiti da Gesù Cristo per salvarci.

Questo modo di leggere mette in rilievo soprattutto gli effetti del sacramento, ossia la vita di Grazia donata a chi lo riceve e lo vive. Privilegia la dimensione Trinitaria che si realizza nella vita stessa dei fedeli e si sofferma ad analizzare alcune caratteristiche:

  • i costituenti del segno sacramentale cioè l’elemento e la parola o più semplicemente si può dire, la materia e la forma;
  • le persone interessate direttamente al sacramento ossia il ministro e il soggetto;
  • i requisiti necessari per la celebrazione valida e lecita del sacramento.

Questa chiave di lettura classica, radicata nella Tradizione, si sviluppò in seguito alla riflessione suscitata dalla riforma protestante. Ha la caratteristica di porre l’accento sugli elementi costitutivi del sacramento piuttosto che sulla dimensione comunitaria.

Chiave di lettura sacramentale o simbolica

Questa chiave di lettura analizza i sacramenti dal punto di vista della loro analogia con diverse realtà quali il mondo, l’uomo, la Chiesa, la persona di Cristo, la paternità di Dio.

In questa visione i sacramenti vengono presentati come simboli che il Signore ha affidato alla Sua Chiesa.

Sono dunque espressione della componente umana e divina, dell’elemento visibile e di quello invisibile. L’aspetto umano e visibile è segno e mezzo dell’agire invisibile di Dio.

Questa chiave di lettura pone l’accento soprattutto sulla categoria del simbolo che comprende l’essenza del sacramento. Tale categoria rimanda ad altri approcci di tipo filosofico, psicologico, fenomenologico.

I sacramenti vengono dunque considerati come espressione simbolica dell’esperienza di fede, comunitaria ed individuale. Sono in ultima analisi mediazioni simboliche della relazione tra Dio e l’Uomo.

Il fedele viene messo al centro della celebrazione dei sacramenti. Gesù Cristo, essendo Uomo-Dio assume particolare rilievo, diventa Lui stesso ministro del sacramento che come evento di salvezza si manifesta nelle celebrazioni comunitarie.

Il sacramento è allora una mediazione che ricorre alla parola e al rito simbolico come mezzi espressivi e comunicativi. Questa chiave di lettura privilegia la dimensione cristica e sottolinea l’importanza della realtà ecclesiale come luogo privilegiato dell’azione sacramentaria.

Chiave di lettura storico-salvifica

Immagine devozionale

Quest’altra chiave di lettura considera i sacramenti all’interno dell’economia salvifica. I sacramenti vengono letti come elementi che si inseriscono all’interno del mistero dell’Alleanza tra Dio e l’Uomo.

Sono dunque definiti come:

In altre parole i sacramenti sono considerati come manifestazioni storiche dell’iniziativa Trinitaria che opera nella Chiesa e dunque nei fedeli che la costituiscono.

I sacramenti diventano, per questa chiave di lettura, eventi di Cristo, Signore della storia che in quel dato tempo e momento incontra il credente. Costui, vivificato dai sacramenti realizza in se stesso il piano di salvezza di Dio ed è chiamato a formare un’unica persona in Cristo (Gv 11,51).

Questo approccio ermeneutico valorizza moltissimo la dimensione storica e dunque attualizza in contesti diversi i segni sacramentali.

Chiave di lettura verbale

Tale chiave di lettura privilegia ed esalta l’aspetto comunicativo del linguaggio, finendo per fissare l’attenzione sugli aspetti linguistici, considerati fondativi per comprendere l’efficacia del sacramento.

Questa chiave di lettura si serve dell’ausilio di altre discipline, come la filosofia del linguaggio, la linguistica ed ha una dimensione più spiccatamente ecumenica rispetto ad altri sistemi interpretativi. Mette in rilievo, infatti, il legame esistente tra parola e realtà, valorizzando l’efficacia del linguaggio dei sacramenti.

Ponendo l’accento sul linguaggio si recupera il modo in cui il sacramento opera ciò che significa. Il linguaggio dei sacramenti si definisce per questo performativo, perché realizza ciò che esprime.

La parola unita al rito diventa comunicativa di quello che può realizzare.

Questa chiave di lettura favorisce un’interpretazione antropologica del linguaggio e delle sue modalità espressive.

Chiave di lettura personalista

Questa chiave di lettura legge i sacramenti nel rapporto di alterità ossia nell’ambito delle relazioni interpersonali. Pone l’accento sulla comunità e sulle relazioni all’interno del gruppo umano. Vivere i sacramenti viene visto nella dinamica offerta-ricezione del dono o del suo rifiuto, come pure nel rapporto di comunione o diversificazione.

I sacramenti sono letti come i punti d’incontro dei fedeli con Cristo. Questa chiave di lettura valorizza la dimensione cristologica mettendo al centro la presenza operante di Gesù Cristo. La sua azione si manifesta nella storia, e nei sacramenti agisce come ministro principale del personale incontro con i fedeli e come garante della loro relazione con il Padre nello Spirito.

Cristo mediante i sacramenti invita i credenti alla Sua sequela ossia a porsi individualmente in relazione con Lui. Ciascuno nel proprio vissuto personale è chiamato a riconoscerlo e manifestarlo come Signore.

Questa chiave di lettura valorizza la dimensione ecclesiale dei sacramenti. Questi, infatti, vengono vissuti nella Chiesa e per la Chiesa. Il fedele si pone in comunione con la Chiesa, cioè nell’assemblea concreta, reale, all’interno della quale occupa un posto. Condivide dunque la fede e si pone in rapporti di solidarietà con gli altri. Da questa consapevolezza nasce la spinta propulsiva verso l’intera umanità, che forma nel suo insieme il corpo mistico di Cristo. Si realizza così la missione ossia l’impegno a edificare la nuova famiglia umana in Cristo.

I sacramenti secondo questa chiave di lettura sono dunque espressione della vita della comunità ecclesiale.

Chiave di lettura pneumatologica

Questa chiave di lettura interpreta i sacramenti come immagine della presenza operante dello Spirito, senza il quale non si ha celebrazione. Se, infatti, non c’è lo Spirito Santo a vivificare il sacramento questo si riduce a semplice ritualità. Una celebrazione compiuta con Lui invece rende presente il memoriale liturgico della passione, morte e risurrezione di Cristo.

I gesti, il linguaggio, le parole, le cose e le azioni pur rimando realtà umane diventano segni efficaci della presenza di Cristo che tramite lo Spirito agisce nei sacramenti.

Vivificati dallo Spirito Santo tutti quelli che, a diverso titolo, partecipano ai sacramenti come soggetti attivi diventano fedeli. La celebrazione diventa il luogo di un’esperienza di fede autentica, che è cristiana ed ecclesiale. Al tempo stesso è memoriale del mistero pasquale e manifestazione pentecostale dell’unico Spirito.

In questo modo si attua un dinamismo interno alla Chiesa. La vita di ciascun fedele nella Chiesa come la vita della Chiesa in ciascun fedele si compenetrano e tendono reciprocamente alla santificazione.

Chiave di lettura liberatrice

Tale chiave di lettura applicata ai sacramenti fu elaborata principalmente dalla Teologia della liberazione e in modo speciale nel mondo latino-americano. Le categorie ermeneutiche sono liberazione, libertà, creatività. In sostanza si tratta di valutare i sacramenti come simboli di libertà, eventi liberatori, luogo di cristiana contestazione delle ingiustizie che Cristo, presente ancora oggi, combatterebbe. Infatti, come Cristo annunciò ai suoi contemporanei la libertà per i prigionieri così ancora oggi, vivo in mezzo ai suoi condanna quelle strutture di peccato che portano a schiavitù fisica e morale.

La celebrazione dei sacramenti diventa il luogo dove i poveri riscoprono di essere i privilegiati del Signore.

Cristo che vive in loro mediante i sacramenti li sprona ad abbattere le divisioni volute dagli uomini ma non da lui e dai suoi seguaci. Il sacramento rende visibile la tenerezza e la misericordia di Dio mediante gli atteggiamenti e i comportamenti propri di coloro che si pongono alla sequela di Cristo.

I sacramenti promuovono dunque l’aiuto reciproco, il coinvolgimento ad agire nel sociale per il bene comune.

Questa chiave di lettura favorisce l’approfondimento e la valorizzazione delle virtù contenute nei sacramenti.

Chiave di lettura unitaria

Quest’ultima chiave di lettura cerca di superare le visioni parziali nell’ambito dei sacramenti. In sostanza tende a esaminarli in maniera olistica mettendo insieme la dimensione ecclesiale e quella personale insita in essi. L’intera vita del fedele (ma anche del catecumeno) viene coinvolta nella celebrazione in modo che in essa si attua sia il mistero che la vita di fede. Si crea come dire un flusso continuo che porta il vissuto quotidiano nel sacramento eliminando ogni possibile separazione tra questo e l’esistenza del fedele.

Le categorie ermeneutiche sulle quali di fonda questa chiave di lettura sono:

  • il mistero;
  • l’azione liturgica;
  • la vita;
  • il memoriale (anamnesis);
  • la partecipazione (methexis);
  • la presenza e l’azione di Cristo e della Chiesa in forza dell’invocazione dello Spirito Santo (epiclesis).

La varietà e la molteplicità degli aspetti considerati permette di leggere i sacramenti all’interno di una cornice di riferimento che include anche la filosofia, la teologia e l’antropologia.

Nelle altre confessioni cristiane

Nella Chiesa Ortodossa

Dagli Ortodossi i sacramenti sono chiamati misteri in forza della dualità tra ciò che è visibile (segno esteriore) e ciò che è invisibile (grazia spirituale) propria di ogni sacramento.

La Chiesa Ortodossa annovera sette sacramenti : battesimo, crismazione, eucaristia, penitenza o confessione, ordine, matrimonio, unzione dei malati.

Oltre ai sacramenti esistono anche altre azioni che hanno un carattere sacramentale e per questo sono chiamate sacramentalia, come ad esempio l’assunzione dell’abito monastico, la benedizione dell’acqua il giorno dell’Epifania, il servizio funebre. In tutte queste azioni si ravvisa contemporaneamente un segno visibile ed una grazia invisibile.

Nella Chiesa Ortodossa, oggi come nei primi secoli, i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana appaiono strettamente uniti; pertanto un ortodosso che entri a far parte del Corpo mistico di Cristo, senza distinzione di età, ne riceve contemporaneamente tutti i privilegi.

Il battesimo viene conferito mediante una triplice immersione ; la crismazione viene conferita non solo dal vescovo, ma anche dal presbitero, a condizione che il sacro crisma (detto myron ) utilizzato sia stato benedetto secondo le prescrizioni della Chiesa Ortodosssa, cioè anche da parte del vescovo che è a capo di una Chiesa autocefala.

La crismazione viene pure usata come sacramento di riconciliazione nel caso di apostasia o di accoglienza quando un cristiano passa da un’altra Chiesa all’ Ortodossia.

L’eucaristia viene celebrata in tutte le Chiese ortodosse seguendo uno dei quattro riti prescritti:

  • la liturgia di San Giovanni Crisostomo, usuale delle domeniche e dei giorni della settimana
  • la liturgia di San Basilio Magno, usata dieci volte l’anno, si discosta da quella di San Giovanni Crisostomo per il fatto che le preghiere segrete sono più lunghe
  • la liturgia di San Giacomo, fratello di Giovanni, usata una sola volta l’anno, il 23 ottobre
  • la liturgia dei Presantificati , usata soprattutto durante i giorni delle settimane di Quaresima, esclusa la domenica, nel giovedì santo e nel sabato santo. Si tratta di una liturgia senza consacrazione, durante la quale la comunione viene distribuita mediante specie consacrate nella domenica precedente.

Quanto al sacramento dell’ordine, la Chiesa Ortodossa riconosce tre ordini maggiori: il diaconato, il presbiterato, l’episcopato e due ordini minori: il lettorato ed il suddiaconato.

Il conferimento degli ordini maggiori avviene sempre nel corso di una liturgia e deve essere individuale. Soltanto il vescovo ha il potere di ordinare e dal momento che l’episcopato è di natura collegiale, la consacrazione di un nuovo vescovo deve essere fatta almeno da due o tre vescovi. L’intera assemblea, cioè tutto il popolo di Dio presente, approva le ordinazioni acclamando : Axios, ossia ne è degno .

I diaconi e i sacerdoti possono essere sposati, a condizione che il matrimonio preceda l’ordinazione; tuttavia in caso di vedovanza non è più possibile risposarsi. Un vedovo può diventare vescovo se pronuncia i voti monastici; i vescovi sono scelti tra i monaci.

Il sacramento dell’unzione dei malati (chiamato in greco euchélaion, olio di preghiera) conferisce non solo la guarigione del corpo, ma anche il perdono dei peccati (Gc 5,14-15).

Il sacramento è destinato a qualsiasi malato, qualunque sia la gravità del caso. Inoltre, tutti i cristiani ortodossi lo ricevono una volta l’anno durante la settimana santa.

Due sono infatti gli aspetti che la Chiesa Ortodossa valorizza di questo sacramento: il primo riguarda la guarigione, il secondo la liberazione dalla malattia mediante la morte.

Nelle Chiese nate dalla “Riforma” protestante

Nel variegato panorama del protestantesimo i sacramenti riconosciuti come tali sono soltanto quelli istituiti da Gesù : il battesimo e la Santa Cena.

Il battesimo è il segno della Grazia di Dio ed è amministrato una sola volta. Nel caso di battesimo di una persona adulta, questa esprime contemporaneamente anche il suo impegno personale nella fede.

Molti genitori ritengono che debba essere il figlio stesso a chiedere il battesimo. In tal caso la chiesa li accoglie insieme con i rispettivi figli mediante una presentazionee li invita ad assumere degli impegni per la comunità. Gli evangelici battezzano soltanto gli adulti e praticano il rito di immersione totale.

La Santa Cena non corrisponde a ciò che nella Chiesa cattolica è chiamata Eucaristia, infatti è soltanto la memoria dell’ultimo pasto di Gesù e dell’ordine da lui dato di rinnovarlo. Allo scopo di evitare qualsiasi rischio di abitudine, essa viene celebrata normalmente una volta al mese, spesso la prima domenica del mese. Non essendoci il sacerdozio ordinato la Santa Cena non produce la transustanziazione delle specie del pane e del vino.

Nelle Chiese riformate tutti i fedeli sono partecipi dei vari ministeri non essendoci differenze nel servizio reso a Dio. Tra i fedeli e Dio infatti non c’è alcun intermediario umano. L’unica mediazione è esercitata da Gesù Cristo, il solo sacerdote possibile. Tuttavia per il buon funzionamento della comunità alcune mansioni vengono riservate a persone particolarmente formate per esercitarle. Vi sono perciò pastori, diaconi, anziani, dottori della Chiesa. Secondo i casi essi vengono stabiliti nella loro funzione mediante l’imposizione delle mani, forma visibile dell’invocazione dello Spirito Santo.

Il titolo di pastore è conferito a uomini e donne dopo una formazione di circa cinque anni . Ogni sette anni hanno l’obbligo di sottoporsi ad una revisione del ministero relativa alla funzione esercitata. I pastori possono dedicarsi alla cura di una parrocchia oppure esserne animatori, o anche essere semplici teologi.

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I Sacramenti

Sant’Agostino, da di essi una bellissima definizione dicendo: “sono segni esterni e visibili di una grazia interiore e spirituale“. Il loro ruolo nella vita del cristiano è centrale perchè in essi si manifesta nella sua totalità il Mistero di Cristo. Nel sacramento infatti il contatto con il mistero di Cristo reale e profondo, è così unico che nessun’altra forma può eguagliarne la misura e l’intensità. i Sacramenti sono segni efficaci di salvezza, poichè attraverso di essi agisce Cristo stesso Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. Il Padre esaudisce sempre la preghiera della Chiesa di suo Figlio, la quale, nell’epiclesi di ciascun sacramento, esprime la propria fede nella potenza dello Spirito. Come il fuoco trasforma in sé tutto ciò che tocca, così lo Spirito Santo trasforma in vita divina ciò che è sottomesso alla sua potenza.(CCC1127)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma:

1113 Tutta la vita liturgica della Chiesa gravita attorno al sacrificio eucaristico e ai sacramenti. (39) Nella Chiesa vi sono sette sacramenti: il Battesimo, la Confermazione o Crismazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine, il Matrimonio. (40)

1131 I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina. I riti visibili con i quali i sacramenti sono celebrati significano e realizzano le grazie proprie di ciascun sacramento. Essi portano frutto in coloro che li ricevono con le disposizioni richieste.

1132 La Chiesa celebra i sacramenti come comunità sacerdotale strutturata mediante il sacerdozio battesimale e quello dei ministri ordinati.

1133 Lo Spirito Santo prepara ai sacramenti per mezzo della Parola di Dio e della fede che accoglie la Parola nei cuori ben disposti. Allora, i sacramenti fortificano ed esprimono la fede.

1134 Il frutto della vita sacramentale è ad un tempo personale ed ecclesiale. Da una parte tale frutto è, per ogni fedele, vivere per Dio in Cristo Gesù; dall’altra costituisce per la Chiesa una crescita nella carità e nella sua missione di testimonianza.

I SACRAMENTI NEI PIU’ IMPORTANTI CATECHISMI DELLA STORIA

CON MARIA VERSO GESU’

Piccola e completa Istruzione religiosa
– alla luce di Maria Immacolata –
sul Credo, sui Sacramenti e i Comandamenti

di fr.Crispino Lanzi, Cappuccino


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SEZIONE  SECONDA

I SETTE SACRAMENTI
DELLA CHIESA

I sette Sacramenti della Chiesa

  Il Battesimo
la Confermazione

  l’Eucaristia,

  la Penitenza,

  l’Unzione degli infermi

  l’Ordine

  il Matrimonio.

Septem Ecclesia Sacramenta

  Baptísmum
Confirmátio
Eucharístia
Pæniténtia
Únctio  infìrmórum
Ordo
Matrimónium.

I sacramenti della Chiesa sono il frutto del sacrificio redentore di Gesù in Croce. Il trittico rappresenta una chiesa in cui  vengono celebrati i sette sacramenti. Al centro si erge, predominante, la croce. Ai piedi del Crocifisso, ci sono Maria affranta, sostenuta da Giovanni, e  le pie donne. In fondo, un  sacerdote celebrante, eleva l’ostia dopo la consacrazione,  a indicare che il sacrificio della croce viene riattualizzato nella celebrazione eucaristica sotto le specie del pane e del vino.

Nel riquadro di sinistra, che mostra una cappella laterale, sono rappresentati i sacramenti del battesimo, della cresima, amministrata dal Vescovo, e della penitenza. In quello di destra, invece, vengono rappresentati i sacramenti dell’Ordine, amministrato ancora dal Vescovo, del matrimonio e dell’unzione degli infermi.

ROGER VAN BER WEYDEN,
Trittico del sette sacramenti, Koninklijk Museum
voor Schone Kunsten, Anversa

250. Come si distinguono i Sacramenti della Chiesa?

1210-1211

Si distinguono in: Sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Confermazione e Eucaristia); Sacramenti della guarigione (Penitenza e Unzione degli infermi); Sacramenti al servizio della comunione e della missione (Ordine e Matrimonio). Essi toccano i momenti importanti della vita cristiana. Tutti i Sacramenti sono ordinati all’Eucaristia «come al loro specifico fine» (san Tommaso d’Aquino).

CAPITOLO PRIMO

I SACRAMENTI DELL’INIZIAZIONE CRISTIANA

251. Come si compie l’iniziazione cristiana?

1212; 1275

Essa si compie mediante i Sacramenti che pongono i fondamenti della vita cristiana: i fedeli, rinati nel Battesimo, sono corroborati dalla Confermazione e vengono nutriti dall’Eucaristia.

IL SACRAMENTO DEL BATTESIMO

252. Quali nomi prende il primo Sacramento dell’inizia-zione?

1213-1216; 1276-1277

Prende anzitutto il nome di Battesimo a motivo del rito centrale con il quale è celebrato: battezzare significa «immergere» nell’acqua. Chi viene battezzato è immerso nella morte di Cristo e risorge con lui come «nuova creatura» (2 Cor 5,17). Lo si chiama anche «lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo» (Tt 3,5), e «illuminazione», perché il battezzato diventa «figlio della luce» (Ef 5,8).

253. Come è prefigurato il Battesimo nell’ Antica Alleanza?

1217-1222

Nell’Antica Alleanza si trovano varie prefigurazioni del Battesimo: l’acqua, fonte di vita e di morte; l’arca di Noè, che salva per mezzo dell’acqua; il passaggio del Mar Rosso, che libera Israele dalla schiavitù egiziana; la traversata del Giordano, che introduce Israele nella terra promessa, immagine della vita eterna.

254. Chi porta a compimento tali prefigurazioni?

1223-1224

Gesù Cristo, il quale, all’inizio della sua vita pubblica, si fa battezzare da Giovanni Battista nel Giordano; sulla Croce, dal suo fianco trafitto, effonde sangue e acqua, segni del Battesimo e dell’Eucaristia, e dopo la sua Risurrezione affida agli Apostoli questa missione: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19-20).

255. Da quando e a chi la Chiesa amministra il Battesimo?

1226-1228

Dal giorno della Pentecoste la Chiesa amministra il Battesimo a chi crede in Gesù Cristo.

256. In che cosa consiste il rito essenziale del Battesimo?

1229-1245 ; 1278

Il rito essenziale di questo Sacramento consiste nell’immergere nell’acqua il candidato o nel versargli dell’acqua sul capo, mentre viene invocato il Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

257. Chi può ricevere il Battesimo?

1246-1252

È capace di ricevere il Battesimo ogni persona non ancora battezzata.

258. Perché la Chiesa battezza i bambini?

1250

Perché, essendo nati col peccato originale, essi hanno bisogno di essere liberati dal potere del Maligno e di essere trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio.

259. Che cosa si richiede a un battezzando?

1253-1255

Ad ogni battezzando è richiesta la professione di fede, espressa personalmente nel caso dell’adulto, oppure dai genitori e dalla Chiesa nel caso del bambino. Anche il padrino o la madrina e l’intera comunità ecclesiale hanno una parte di responsabilità nella preparazione al Battesimo (catecumenato), come pure nello sviluppo della fede e della grazia battesimale.

260. Chi può battezzare?

1256; 1284

I ministri ordinari del Battesimo sono il Vescovo e il presbitero; nella Chiesa latina, anche il diacono. In caso di necessità, chiunque può battezzare, purché intenda fare ciò che fa la Chiesa. Egli versa dell’acqua sul capo del candidato e pronunzia la formula trinitaria battesimale: «Io ti battezzo nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

261. È necessario il Battesimo per la salvezza?

1257

Il Battesimo è necessario alla salvezza per coloro ai quali è stato annunziato il Vangelo e che hanno la possibilità di chiedere questo Sacramento.

262. Si può essere salvati senza Battesimo?

1258-1261; 1281-1283

Poiché Cristo è morto per la salvezza di tutti, possono essere salvati anche senza Battesimo quanti muoiono a causa della fede (Battesimo di sangue), i catecumeni, e anche tutti coloro che sotto l’impulso della grazia, senza conoscere Cristo e la Chiesa, cercano sinceramente Dio e si sforzano di compiere la sua volontà (Battesimo di desiderio). Quanto ai bambini morti senza Battesimo, la Chiesa nella sua liturgia li affida alla misericordia di Dio.

263. Quali sono gli effetti del Battesimo?

1262-1274; 1279-1280

Il Battesimo rimette il peccato originale, tutti i peccati personali e le pene dovute al peccato; fa partecipare alla vita divina trinitaria mediante la grazia santificante, la grazia della giustificazione che incorpora a Cristo e alla sua Chiesa; fa partecipare al sacerdozio di Cristo e costituisce il fondamento della comunione con tutti i cristiani; elargisce le virtù teologali e i doni dello Spirito Santo. Il battezzato appartiene per sempre a Cristo: è segnato, infatti, con il sigillo indelebile di Cristo (carattere).

 

264. Quale significato assume il nome cristiano ricevuto nel Battesimo?

2156-2159; 2167

Il nome è importante, perché Dio conosce ciascuno per nome, cioè nella sua unicità. Con il Battesimo, il cristiano riceve nella Chiesa il proprio nome, preferibilmente quello di un santo, in modo che questi offra al battezzato un modello di santità e gli assicuri la sua intercessione presso Dio.

IL SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE

265. Qual è il posto della Confermazione nel disegno divino della salvezza?

1285-1288; 1315

Nell’Antica Alleanza, i profeti hanno annunziato la comunicazione dello Spirito del Signore al Messia atteso e a tutto il popolo messianico. Tutta la vita e la missione di Gesù si svolgono in una totale comunione con lo Spirito Santo. Gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo nella Pentecoste e annunziano «le grandi opere di Dio» (At 2,11). Essi comunicano ai neo battezzati, attraverso l’imposizione delle mani, il dono dello stesso Spirito. Lungo i secoli la Chiesa ha continuato a vivere dello Spirito e a comunicarlo ai suoi figli.

266. Perché si chiama Cresima o Confermazione?

1289

Si chiama Cresima (nelle Chiese Orientali: Crismazione col Santo Myron) a motivo del suo rito essenziale che è l’unzione. Si chiama Confermazione, perché conferma e rafforza la grazia battesimale.

267. Qual è il rito essenziale della Confermazione?

1290-1301; 1318; 1320-1321

Il rito essenziale della Confermazione è l’unzione con il sacro crisma (olio misto con balsamo, consacrato dal Vescovo), che si fa con l’imposizione della mano da parte del ministro che pronunzia le parole sacramentali proprie del rito. In Occidente, tale unzione viene fatta sulla fronte del battezzato con le parole: «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono». Presso le Chiese Orientali di rito bizantino, l’unzione viene fatta anche su altre parti del corpo, con la formula: «Sigillo del dono dello Spirito Santo».

268. Qual è l’effetto della Confermazione?

1302-1305; 1316-1317

L’effetto della Confermazione è la speciale effusione dello Spirito Santo, come quella della Pentecoste. Tale effusione imprime nell’anima un carattere indelebile e apporta una crescita della grazia battesimale: radica più profondamente nella fili azione divina; unisce più saldamente a Cristo e alla sua Chiesa; rinvigorisce nell’anima i doni dello Spirito Santo; dona una speciale forza per testimoniare la fede cristiana.

269. Chi può ricevere questo Sacramento?

1306-1311; 1319

Può e deve riceverlo, una volta sola, chi è già stato battezzato, il quale, per riceverlo efficacemente, dev’essere in stato di grazia.

270. Chi è il ministro della Confermazione?

1312-1314

Ministro originario è il Vescovo. Si manifesta cosi il legame del cresimato con la Chiesa nella sua dimensione apostolica. Quando è il presbitero a conferire tale Sacramento – come avviene ordinariamente in Oriente e in casi particolari in Occidente -, il legame col Vescovo e con la Chiesa è espresso dal presbitero, collaboratore del Vescovo, e dal sacro crisma, consacrato dal Vescovo stesso.

IL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA

271. Che cos’è l’Eucaristia?

1322-1323; 1409

È il sacrificio stesso del Corpo e del Sangue del Signore Gesù, che egli istituì per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua Morte e Risurrezione. È il segno dell’unità, il vincolo della carità, il convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della vita eterna.

272. Quando Gesù Cristo ha istituito l’Eucaristia?

1323; 1337-1340

L’ha istituita il Giovedì Santo, «la notte in cui veniva tradito» (1 Cor 11,23), mentre celebrava con i suoi Apostoli l’Ultima Cena.

273. Come l’ha istituita?

1337-1340; 1365,1406

Dopo aver radunato i suoi Apostoli nel Cenacolo, Gesù prese nelle sue mani il pane, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi». Poi prese nelle sue mani il calice del vino e disse loro: «Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».

274. Che cosa rappresenta l’Eucaristia nella vita della Chiesa?

1324- 1327; 1407

È fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Nell’Eucaristia toccano il loro vertice l’azione santificante di Dio verso di noi e il nostro culto verso di lui. Essa racchiude tutto il bene spirituale della Chiesa: lo stesso Cristo, nostra Pasqua. La comunione della vita divina e l’unità del Popolo di Dio sono espresse e prodotte dall’Eucaristia. Mediante la celebrazione eucaristica ci uniamo già alla liturgia del Cielo e anticipiamo la vita eterna.

275. Come viene chiamato questo Sacramento?

1328-1332

L’insondabile ricchezza di questo Sacramento si esprime con diversi nomi, che evocano suoi aspetti particolari. I più comuni sono: Eucaristia, Santa Messa, Cena del Signore, Frazione del pane, Celebrazione eucaristica, Memoriale della passione, della morte e della risurrezione del Signore, Santo Sacrificio, Santa e Divina Liturgia, Santi Misteri, Santissimo Sacramento dell’altare, Santa Comunione.

276. Come si colloca l’Eucaristia nel disegno divino della salvezza?

1333-1344

Nell’ Antica Alleanza l’Eucaristia è preannunziata soprattutto nella cena pasquale annuale, celebrata ogni anno dagli Ebrei con i pani azzimi, a ricordo dell’improvvisa e liberatrice partenza dall’Egitto. Gesù l’annuncia nel suo insegnamento e la istituisce celebrando con i suoi Apostoli l’Ultima Cena durante un banchetto pasquale. La Chiesa, fedele al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24), ha sempre celebrato l’Eucaristia, soprattutto la domenica, giorno della risurrezione di Gesù.

277. Come si svolge la celebrazione dell’Eucaristia?

1345-1355; 1408

Si svolge in due grandi momenti, che formano un solo atto di culto: la liturgia della Parola, che comprende la proclamazione e l’ascolto della Parola di Dio; la liturgia eucaristica, che comprende la presentazione del pane e del vino, la preghiera o anafora, che contiene le parole della consacrazione, e la comunione.

278. Chi è il ministro della celebrazione dell’Eucaristia?

1348; 1411

È il sacerdote (Vescovo o presbitero), validamente ordinato, che agisce nella Persona di Cristo Capo e a nome della Chiesa.

279. Quali sono gli elementi essenziali e necessari per realizzare l’Eucaristia?

1412

Sono il pane di frumento e il vino della vite.

280. In che senso l’Eucaristia è memoriale del sacrificio di Cristo?

1362-1367

L’Eucaristia è memoriale nel senso che rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in favore dell’umanità. Il carattere sacrificale dell’Eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell’istituzione: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» e «Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19-20). Il sacrificio della Croce e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio. Identici sono la vittima e l’offerente, diverso è soltanto il modo di offrirsi: cruento sulla Croce, incruento nell’Eucaristia.

281. In quale modo la Chiesa partecipa al sacrificio eucaristico?

1368-1372; 1414

Nell’Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro sono uniti a quelli di Cristo. In quanto sacrificio, l’Eucaristia viene anche offerta per tutti i fedeli vivi e defunti, in riparazione dei peccati di tutti gli uomini e per ottenere da Dio benefici spirituali e temporali. Anche la Chiesa del cielo è unita nell’offerta di Cristo.

282. Come Gesù è presente nell’Eucaristia?

1373-1375; 1413

Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo.

283. Che cosa significa transustanziazione?

1376-1377; 1413

Transustanziazione significa la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione si attua nella preghiera eucaristica, mediante l’efficacia della parola di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo. Tuttavia, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le «specie eucaristiche», rimangono inalterate.

284. La frazione del pane divide Cristo?

1377

La frazione del pane non divide Cristo: egli è presente tutto e integro in ciascuna specie eucaristica e in ciascuna sua parte.

285. Fino a quando continua la presenza eucaristica di Cristo?

1377

Essa continua finché sussistono le specie eucaristiche.

286. Quale tipo di culto è dovuto al Sacramento dell’Euca-ristia?

1378-1381; 1418

È dovuto il culto di latria, cioè di adorazione, riservato solo a Dio sia durante la celebrazione eucaristica sia al di fuori di essa. La Chiesa, infatti, conserva con la massima diligenza le Ostie consacrate, le porta agli infermi e ad altre persone impossibilitate a partecipare alla Santa Messa, le presenta alla solenne adorazione dei fedeli, le porta in processione e invita alla frequente visita e adorazione del Santissimo Sacramento conservato nel tabernacolo.

287. Perché l’Eucaristia è il banchetto pasquale?

1382-1384; 1391-1396

L’Eucaristia è il banchetto pasquale, in quanto Cristo, realizzando sacramentalmente la sua Pasqua, ci dona il suo Corpo e il suo Sangue, offerti come cibo e bevanda, e ci unisce a sé e tra di noi nel suo sacrificio.

288. Che cosa significa l’altare?

1383; 1410

L’altare è il simbolo di Cristo stesso, presente come vittima sacrificale (altare-sacrificio della Croce) e come alimento celeste che si dona a noi (altare-mensa eucaristica).

289. Quando la Chiesa fa obbligo di partecipare alla santa Messa?

1389; 1417

La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla santa Messa ogni domenica e nelle feste di precetto, e raccomanda di parteciparvi anche negli altri giorni.

290. Quando si deve fare la santa Comunione?

1389

La Chiesa raccomanda ai fedeli che partecipano alla santa Messa di ricevere con le dovute disposizioni anche la santa Comunione, prescrivendone l’obbligo almeno a Pasqua.

291. Che cosa si richiede per ricevere la santa Comunione?

1385-1389; 1415

Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa cattolica ed essere in stato di grazia, cioè senza coscienza di peccato mortale. Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione. Importanti sono anche lo spirito di raccoglimento e di preghiera, l’osservanza del digiuno prescritto dalla Chiesa e l’atteggiamento del corpo (gesti, abiti), in segno di rispetto a Cristo.

292. Quali sono i frutti della santa Comunione?

1391-1397; 1416

La santa Comunione accresce la nostra unione con Cristo e con la sua Chiesa, conserva e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo e nella Cresima e ci fa crescere nell’amore verso il prossimo. Fortificandoci nella carità, cancella i peccati veniali e ci preserva in futuro dai peccati mortali.

293. Quando è possibile amministrare la santa Comunione agli altri cristiani?

1398-1401

I ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai membri delle Chiese Orientali che non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica, qualora questi lo richiedano spontaneamente e siano ben disposti.

Per i membri delle altre Comunità ecclesiali, i ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai fedeli, che per gravi motivi lo chiedano spontaneamente, siano ben disposti e manifestino la fede cattolica circa il Sacramento.

294. Perché l’Eucaristia è «pegno della gloria futura»?

1402-1405

Perché l’Eucaristia ci ricolma di ogni grazia e benedizione del Cielo, ci fortifica per il pellegrinaggio di questa vita e ci fa desiderare la vita eterna, unendoci già a Cristo asceso alla destra del Padre, alla Chiesa del cielo, alla beatissima Vergine e a tutti i Santi.

Nell’Eucaristia noi spezziamo «l’unico pane, che è farmaco d’immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere in Gesù Cristo per sempre» (sant’Ignazio d’Antiochia).

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CAPITOLO SECONDO

I SACRAMENTI DI GUARIGIONE

295. Perché Cristo ha istituito i Sacramenti della Penitenza e dell’Unzione degli infermi?

1420-1421; 1426

Cristo, medico dell’anima e del corpo, li ha istituiti perché la vita nuova, da lui donataci nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato. Perciò Cristo ha voluto che la Chiesa continuasse la sua opera di guarigione e di salvezza mediante questi due sacramenti.

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE

296. Come viene chiamato questo Sacramento?

1422-1424

Esso viene chiamato Sacramento della Penitenza, della Riconciliazione, del Perdono, della Confessione, della Conversione.

297. Perché esiste un Sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo?

1425-1426; 1484

Poiché la vita nuova nella grazia, ricevuta nel Battesimo, non ha soppresso la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato (cioè la concupiscenza), Cristo ha istituito questo Sacramento per la conversione dei battezzati, che si sono allontanati da lui con il peccato.

298. Quando fu istituito questo Sacramento?

1485

Il Signore risorto ha istituito questo Sacramento quando la sera di Pasqua si mostrò ai suoi Apostoli e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).

299. I battezzati hanno bisogno di convertirsi?

1427-1429

L’appello di Cristo alla conversione risuona continuamente nella vita dei battezzati. La conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa, che è Santa ma comprende nel suo seno i peccatori.

300. Che cos’è la penitenza interiore?

1430-1433; 1490

È il dinamismo del «cuore contrito» (Sal 51,19), mosso dalla grazia divina a rispondere all’amore misericordioso di Dio. Implica il dolore e la repulsione per i peccati commessi, il fermo proposito di non peccare più in avvenire e la fiducia nell’aiuto di Dio. Si nutre della speranza nella misericordia divina.

301. In quali forme si esprime la penitenza nella vita cristiana?

1434-1439

La penitenza si esprime in forme molto varie, in particolare con il digiuno, la preghiera, l’elemosina. Queste e molte altre forme di penitenza possono essere praticate nella vita quotidiana del cristiano, in particolare nel tempo di Quaresima e nel giorno penitenziale del venerdì.

302. Quali sono gli elementi essenziali del Sacramento della Riconciliazione?

1440-1449

Sono due: gli atti compiuti dall’uomo, che si converte sotto l’azione dello Spirito Santo, e l’assoluzione del sacerdote, che nel Nome di Cristo concede il perdono e stabilisce le modalità della soddisfazione.

303. Quali sono gli atti del penitente?

1450-1460; 1487-1492

Essi sono: un diligente esame di coscienza; la contrizione (o pentimento), che è perfetta quando è motivata dall’amore verso Dio, imperfetta se fondata su altri motivi, e che include il proposito di non peccare più; la confessione, che consiste nell’accusa dei peccati fatta davanti al sacerdote; la soddisfazione, ossia il compimento di certi atti di penitenza, che il confessore impone al penitente per riparare il danno causato dal peccato.

304. Quali peccati si devono confessare?

1456

Si devono confessare tutti i peccati gravi non ancora confessati, dei quali ci si ricorda dopo un diligente esame di coscienza. La confessione dei peccati gravi è l’unico modo ordinario per ottenere il perdono.

305. Quando si è obbligati a confessare i peccati gravi?

1457

Ogni fedele, raggiunta l’età della ragione, ha l’obbligo di confessare i propri peccati gravi almeno una volta all’anno, e comunque prima di ricevere la santa Comunione.

306. Perché i peccati veniali possono essere anch’essi oggetto della confessione sacramentale?

1458

La confessione dei peccati veniali è vivamente raccomandata dalla Chiesa, anche se non è strettamente necessaria, perché ci aiuta a formarci una retta coscienza e a lottare contro le cattive inclinazioni, per lasciarci guarire da Cristo e per progredire nella vita dello Spirito.

307. Chi è il ministro di questo Sacramento?

1461-1466; 1495

Cristo ha affidato il ministero della riconciliazione ai suoi Apostoli, ai Vescovi loro successori e ai presbiteri loro collaboratori, i quali diventano pertanto strumenti della misericordia e della giustizia di Dio. Essi esercitano il potere di perdonare i peccati nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

308. A chi è riservata l’assoluzione di alcuni peccati?

1463

L’assoluzione di alcuni peccati particolarmente gravi (come quelli puniti con la scomunica) è riservata alla Sede Apostolica o al Vescovo del luogo o ai presbiteri da loro autorizzati, anche se ogni sacerdote può assolvere da qualsiasi peccato e scomunica chi è in pericolo di morte.

309. Il Confessore è tenuto al segreto?

1467

Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e il rispetto dovuto alle persone, ogni Confessore è obbligato, senza alcuna eccezione e sotto pene molto severe, a mantenere il sigillo sacramentale, cioè l’assoluto segreto circa i peccati conosciuti in confessione

310. Quali sono gli effetti di questo Sacramento?

1468-1470; 1496

Gli effetti del Sacramento della Penitenza sono: la riconciliazione con Dio e quindi il perdono dei peccati; la riconciliazione con la Chiesa; il recupero, se perduto, dello stato di grazia; la remissione della pena eterna meritata a causa dei peccati mortali e, almeno in parte, delle pene temporali che sono conseguenze del peccato; la pace e la serenità della coscienza, e la consolazione dello spirito; l’accrescimento delle forze spirituali per il combattimento cristiano.

311. In alcuni casi si può celebrare questo Sacramento con la confessione generica e l’assoluzione collettiva?

1480-1484

In casi di grave necessità (come in pericolo imminente di morte), si può ricorrere alla celebrazione comunitaria della Riconciliazione con la confessione generica e l’assoluzione collettiva, nel rispetto delle norme della Chiesa e con il proposito di confessare individualmente a tempo debito i peccati gravi.

312. Che cosa sono le indulgenze?

1471-1479; 1498

Le indulgenze sono la remissione dinanzi a Dio della pena temporale meritata per i peccati, già perdonati quanto alla colpa, che il fedele, a determinate condizioni, acquista, per se stesso o per i defunti mediante il ministero della Chiesa, la quale, come dispensatrice della redenzione, distribuisce il tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi.

IL SACRAMENTO DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

313. Come è vissuta la malattia nell’Antico Testamento?

1499-1502

Nell’ Antico Testamento l’uomo durante la malattia sperimenta il proprio limite, e nello stesso tempo percepisce che la malattia è legata, in modo misterioso, al peccato. I profeti hanno intuito che essa poteva avere anche un valore redentivo per i peccati propri e altrui. Così la malattia era vissuta di fronte a Dio, dal quale l’uomo implorava la guarigione.

314. Quale significato ha la compassione di Gesù verso gli ammalati?

1503-1505

La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri.

315. Qual è il comportamento della Chiesa verso i malati?

1506-1513; 1526-1527

La Chiesa, avendo ricevuto dal Signore l’imperativo di guarire gli infermi, si impegna ad attuarlo con le cure verso i malati, accompagnate da preghiere di intercessione. Essa soprattutto possiede un Sacramento specifico in favore degli infermi, istituito da Cristo stesso e attestato da san Giacomo: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore» (Gc 5,14-15).

316. Chi può ricevere il Sacramento dell’Unzione degli infermi?

1514-1515; 1528-1529

Lo può ricevere il fedele, che comincia a trovarsi in pericolo di morte per malattia o vecchiaia. Lo stesso fedele lo può ricevere anche altre volte, quando si verifica un aggravarsi della malattia oppure quando gli capita un’altra malattia grave. La celebrazione di questo Sacramento deve essere possibilmente preceduta dalla confessione individuale del malato.

317. Chi amministra questo Sacramento?

1516; 1530

Esso può essere amministrato solo dai sacerdoti (Vescovi o presbiteri).

318. Come si celebra questo Sacramento?

1517-1519; 1531

La celebrazione di questo Sacramento consiste essenzialmente nell’ Unzione con l’olio, benedetto possibilmente dal Vescovo, sulla fronte e sulle mani del malato (nel rito romano, o anche su altre parti del corpo in altri riti), accompagnata dalla preghiera del sacerdote, che implora la grazia speciale di questo Sacramento.

319. Quali sono gli effetti di questo Sacramento?

1520-1523; 1532

Esso conferisce una grazia particolare, che unisce più intimamente il malato alla Passione di Cristo, per il suo bene e per quello di tutta la Chiesa, donandogli conforto, pace, coraggio, e anche il perdono dei peccati, se il malato non ha potuto confessarsi. Questo Sacramento consente talvolta, se Dio lo vuole, anche il recupero della salute fisica. In ogni caso, questa Unzione prepara il malato al passaggio nella Casa del Padre.

320. Che cos’è il Viatico?

1524-1525

È l’Eucaristia ricevuta da coloro che stanno per lasciare la vita terrena e si preparano al passaggio alla vita eterna. Ricevuta al momento del passaggio da questo mondo al Padre, la Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo morto e risorto è seme di vita eterna e potenza di risurrezione.

CAPITOLO TERZO

I SACRAMENTI AL SERVIZIO
DELLA COMUNIONE E DELLA MISSIONE

321. Quali sono i Sacramenti al servizio della comunione e della missione?

1533-1535

Due Sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, conferiscono una grazia speciale per una missione particolare nella Chiesa a servizio dell’edificazione del popolo di Dio. Essi contribuiscono in particolare alla comunione ecclesiale e alla salvezza degli altri.

IL SACRAMENTO DELL’ORDINE SACERDOTALE

322. Che cos’è il Sacramento dell’Ordine?

1536

È il Sacramento grazie al quale la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa, sino alla fine dei tempi.

323. Perché si chiama Sacramento dell’Ordine?

1537-1538

Ordine indica un corpo ecclesiale, di cui si entra a far parte mediante una speciale consacrazione (Ordinazione), che, per un particolare dono dello Spirito Santo, permette di esercitare una sacra potestà a nome e con l’autorità di Cristo a servizio del Popolo di Dio.

324. Come si colloca il Sacramento dell’Ordine nel disegno divino della salvezza?

1539-1546; 1590-1591

Nell’Antica Alleanza sono prefigurazioni di tale Sacramento il servizio dei Leviti, come pure il sacerdozio di Aronne e l’istituzione dei settanta «Anziani» (Nm 11,25). Tali prefigurazioni trovano il loro compimento in Cristo Gesù, il quale, col sacrificio della sua Croce, è l’ «unico […] mediatore tra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5), il «sommo Sacerdote alla maniera di Melchisedech» (Eb 5, l0). L’unico sacerdozio di Cristo è reso presente dal sacerdozio ministeriale.

«Solo Cristo è il vero sacerdote. gli altri sono i suoi ministri» (san Tommaso d’Aquino).

 

325. Di quanti gradi si compone il Sacramento dell’Ordine?

1554; 1593

Esso si compone di tre gradi, che sono insostituibili per la struttura  organica della Chiesa: l’episcopato, il presbiterato e il diaconato.

326. Qual è l’effetto dell’Ordinazione episcopale?

1557-1558; 1594

L’Ordinazione episcopale conferisce la pienezza del Sacramento dell’Ordine, fa del Vescovo illegittimo successore degli Apostoli, lo inserisce nel Collegio episcopale, condividendo con il Papa e gli altri Vescovi la sollecitudine per tutte le Chiese, e gli consegna gli uffici di insegnare, santificare e governare.

327. Qual è l’ufficio del Vescovo nella Chiesa particolare a lui affidata?

1560-1561

Il Vescovo, a cui viene affidata una Chiesa particolare, è il principio visibile e il fondamento dell’unità di tale Chiesa, verso la quale adempie, quale vicario di Cristo, l’ufficio pastorale, coadiuvato dai propri presbiteri e diaconi.

328. Qual è l’effetto dell’Ordinazione presbiterale?

1562-1567; 1595

L’unzione dello Spirito segna il presbitero con un carattere spirituale indelebile, lo configura a Cristo sacerdote e lo rende capace di agire nel Nome di Cristo Capo. Essendo cooperatore dell’Ordine episcopale, egli è consacrato per predicare il Vangelo, per celebrare il culto divino, soprattutto l’Eucaristia da cui trae forza il suo ministero, e per essere il Pastore dei fedeli.

329. Come il presbitero esercita il proprio ministero?

1568

Pur essendo ordinato per una missione universale, egli la esercita in una Chiesa particolare, in fraternità sacramentale con gli altri presbiteri che formano il «presbiterio» e che, in comunione con il Vescovo e in dipendenza da lui, portano la responsabilità della Chiesa particolare.

330. Qual è l’effetto dell’Ordinazione diaconale?

1569-1571; 1596

Il diacono, configurato a Cristo servo di tutti, viene ordinato per il servizio della Chiesa, che egli compie sotto l’autorità del proprio Vescovo, a riguardo del ministero della Parola, del culto divino, della guida pastorale e della carità.

331. Come si celebra il Sacramento dell’Ordine?

1572-1574; 1597

Per ciascuno dei tre gradi, il Sacramento dell’Ordine è conferito mediante l’imposizione delle mani sul capo dell’ordinando da parte del Vescovo, che pronunzia la solenne preghiera consacratoria. Con essa il Vescovo invoca da Dio per l’ordinando la speciale effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni, in vista del ministero.

332. Chi può conferire questo Sacramento?

1575-1576; 1600

Spetta ai Vescovi validamente ordinati, in quanto successori degli Apostoli, conferire i tre gradi del Sacramento dell’Ordine.

333. Chi può ricevere questo Sacramento?

1577-1578; 1598

Può riceverlo validamente soltanto il battezzato di sesso maschile: la Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Nessuno può esigere di ricevere il Sacramento dell’Ordine, ma deve essere considerato adatto al ministero dall’autorità della Chiesa

334. È richiesto il celibato a chi riceve il Sacramento dell’Ordine?

1579-1580; 1599

Per l’episcopato è sempre richiesto il celibato. Per il presbiterato, nella Chiesa latina sono ordinariamente scelti uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato «per il regno dei cieli» (Mt 19,12); nelle Chiese Orientali non è consentito sposarsi dopo aver ricevuto l’ordinazione. Al diaconato permanente possono accedere anche uomini già sposati.

335. Quali sono gli effetti del Sacramento dell’Ordine?

1581-1589

Questo Sacramento dona una speciale effusione dello Spirito Santo, che configura l’ordinato a Cristo nella sua triplice funzione di Sacerdote, Profeta e Re, secondo i rispettivi gradi del Sacramento. L’ordinazione conferisce un carattere spirituale indelebile: perciò non può essere ripetuta né conferita per un tempo limitato.

336. Con quale autorità viene esercitato il sacerdozio ministeriale?

1547-1553; 1592

I sacerdoti ordinati, nell’esercizio del ministero sacro, parlano e agiscono non per autorità propria e neppure per mandato o per delega della comunità, ma in Persona di Cristo Capo e a nome della Chiesa. Pertanto il sacerdozio ministeriale si differenzia essenzialmente, e non solo per grado, dal sacerdozio comune dei fedeli, a servizio del quale Cristo l’ha istituito.

IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO

337. Qual è il disegno di Dio sull’uomo e sulla donna?

1601-1605

Dio, che è amore e che ha creato l’uomo per amore, l’ha chiamato ad amare. Creando l’uomo e la donna, li ha chiamati nel Matrimonio a un’intima comunione di vita e di amore fra loro, «così che non sono più due, ma una carne sola» (Mt 19,6). Benedicendoli, Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1,28).

338. Per quali fini Dio ha istituito il Matrimonio?

1659-1660

L’unione matrimoniale dell’uomo e della donna, fondata e strutturata con leggi proprie dal Creatore, per sua natura è ordinata alla comunione e al bene dei coniugi e alla generazione ed educazione dei figli. L’unione matrimoniale, secondo l’originario disegno divino, è indissolubile, come afferma Gesù Cristo: «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mc 10,9).

339. In qual modo il peccato minaccia il Matrimonio?

1606-1608

A causa del primo peccato, che ha provocato anche la rottura della comunione tra l’uomo e la donna, donata dal Creatore, l’unione matrimoniale è molto spesso minacciata dalla discordia e dall’infedeltà. Tuttavia Dio, nella sua infinita misericordia, dona all’uomo e alla donna la sua grazia per realizzare l’unione delle loro vite secondo l’originario disegno divino.

340. Che cosa insegna l’Antico Testamento sul Matrimonio?

1609-1611

Dio, soprattutto attraverso la pedagogia della Legge e dei profeti, aiuta il suo popolo a maturare progressivamente la coscienza dell’unicità e dell’indissolubilità del Matrimonio. L’alleanza nuziale di Dio con Israele prepara e prefigura l’Alleanza nuova compiuta dal Figlio di Dio, Gesù Cristo, con la sua sposa, la Chiesa.

341. Qual è la novità donata da Cristo al Matrimonio?

1612-1617; 1661

Gesù Cristo non solo ristabilisce l’ordine iniziale voluto da Dio, ma dona la grazia per vivere il Matrimonio nella nuova dignità di Sacramento, che è il segno del suo amore sponsale per la Chiesa: «Voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa» (Ef 5,25).

342. Il Matrimonio è un obbligo per tutti?

1618-1620

Il Matrimonio non è un obbligo per tutti. In particolare Dio chiama alcuni uomini e donne a seguire il Signore Gesù nella via della verginità o del celibato per il Regno dei cieli, rinunciando al gran bene del Matrimonio per preoccuparsi delle cose del Signore e cercare di piacerGli, diventando segno dell’assoluto primato dell’amore di Cristo e dell’ardente attesa della sua venuta gloriosa.

343. Come si celebra il Sacramento del Matrimonio?

1621-1624

Poiché il Matrimonio stabilisce i coniugi in uno stato pubblico di vita nella Chiesa, la sua celebrazione liturgica è pubblica, alla presenza del sacerdote (o del testimone qualificato della Chiesa) e degli altri testimoni.

344. Che cosa è il consenso matrimoniale?

1625-1632; 1662-1663

Il consenso matrimoniale è la volontà, espressa da un uomo e da una donna, di donarsi mutuamente e definitivamente, allo scopo di vivere un’alleanza di amore fedele e fecondo. Poiché il consenso fa il Matrimonio, esso è indispensabile e insostituibile. Per rendere valido il Matrimonio, il consenso deve avere come oggetto il vero Matrimonio ed essere un atto umano, cosciente e libero, non determinato da violenza o costrizioni.

345. Che cosa si richiede quando uno degli sposi non è cattolico?

1633-1637

Per essere leciti, i matrimoni misti (fra cattolico e battezzato non cattolico) richiedono la licenza dell’autorità ecclesiastica. Quelli con disparità di culto (fra cattolico e non battezzato) per essere validi hanno bisogno di una dispensa. In ogni caso, è essenziale che i coniugi non escludano l’accettazione dei fini e delle proprietà essenziali del Matrimonio, e che il coniuge cattolico confermi gli impegni, conosciuti anche dall’altro coniuge, di conservare la fede e di assicurare il Battesimo e l’educazione cattolica dei figli.

346. Quali sono gli effetti del Sacramento del Matrimonio?

1638-1642

Il Sacramento del. Matrimonio genera tra i coniugi un vincolo perpetuo ed esclusivo. Dio stesso suggella il consenso degli sposi. Pertanto il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può essere mai sciolto. Inoltre questo Sacramento conferisce agli sposi la grazia necessaria per raggiungere la santità nella vita coniugale e per l’accoglienza responsabile dei figli e la loro educazione.

347. Quali sono i peccati gravemente contrari al Sacramento del Matrimonio?

1645-1648

Essi sono: l’adulterio; la poligamia, in quanto contraddice la pari dignità tra l’uomo e la donna, l’unicità e l’esclusività dell’amore coniugale; il rifiuto della fecondità, che priva la vita coniugale del dono dei figli; e il divorzio, che contravviene all’indissolubilità.

348. Quando la Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi?

1629; 1649

La Chiesa ammette la separazione fisica degli sposi quando la loro coabitazione è divenuta per motivi gravi praticamente impossibile, anche se auspica una loro riconciliazione. Ma essi, finché vive il coniuge, non sono liberi di contrarre una nuova unione, a meno che il loro Matrimonio sia nullo, e tale venga dichiarato dall’autorità ecclesiastica.

349. Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati?

1650-1651

Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l’unione dei divorziati risposati civilmente. «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,11-12). Verso di loro la Chiesa attua un’attenta sollecitudine, invitandoli a una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all’educazione cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l’Assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.

350. Perché la famiglia cristiana è chiamata anche Chiesa domestica?

1655-1658; 1666

Perché la famiglia manifesta e attua la natura comunionale e familiare della Chiesa come famiglia di Dio. Ciascun membro, secondo il proprio ruolo, esercita il sacerdozio battesimale, contribuendo a fare della famiglia una comunità di grazia e di preghiera, una scuola delle virtù umane e cristiane, il luogo del primo annuncio della fede ai figli.

CAPITOLO QUARTO

LE ALTRE CELEBRAZIONI LITURGICHE

I SACRAMENTALI

351. Che cosa sono i Sacramentali?

1667-1672; 1677-1678

Sono segni sacri istituiti dalla Chiesa, per mezzo dei quali vengono santificate alcune circostanze della vita. Essi comportano una preghiera accompagnata dal segno della croce e da altri segni. Fra i Sacramentali, occupano un posto importante le benedizioni, che sono una lode di Dio e una preghiera per ottenere i suoi doni, le consacrazioni di persone e le dedicazioni di cose al culto di Dio.

352. Che cos’è un esorcismo?

1673

Si ha un esorcismo quando la Chiesa domanda con la sua autorità, in nome di Gesù, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influsso del Maligno e sottratto al suo dominio. Viene praticato in forma ordinaria nel rito del Battesimo. L’esorcismo solenne, chiamato il grande esorcismo, può essere effettuato solo da un presbitero autorizzato dal Vescovo.

353. Quali forme di pietà popolare accompagnano la vita sacramentale della Chiesa?

1674-1676; 1679

Il senso religioso del popolo cristiano ha sempre trovato diverse espressioni nelle varie forme di pietà che accompagnano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai  santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la «Via crucis», il Rosario. La Chiesa con la luce della fede illumina e favorisce le forme autentiche di pietà popolare

LE ESEQUIE CRISTIANE

354. Quale rapporto esiste tra i Sacramenti e la morte del cristiano?

1680-1683

Il cristiano che muore in Cristo giunge, al termine della sua esistenza terrena, al compimento della nuova vita iniziata con il Battesimo, rafforzata dalla Confermazione e nutrita dall’Eucaristia, anticipazione del banchetto celeste. Il senso della morte del cristiano si manifesta alla luce della Morte e della Risurrezione di Cristo, nostra unica speranza; il cristiano che muore in Cristo Gesù, va ad «abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8).

355. Che cosa esprimono le esequie?

1684-1685

Le esequie, pur celebrando si secondo differenti riti rispondenti alle situazioni e alle tradizioni delle singole regioni, esprimono il carattere pasquale della morte cristiana nella speranza della risurrezione, e il senso della comunione con il defunto particolarmente mediante la preghiera per la purificazione della sua anima.

356. Quali sono i momenti principali delle esequie?

1686-1690

Solitamente le esequie comprendono quattro momenti principali: l’accoglienza della salma da parte della comunità con parole di conforto e di speranza, la liturgia della Parola, il sacrificio eucaristico e «l’addio», col quale l’anima del defunto viene affidata a Dio, fonte di vita eterna, mentre il suo corpo viene sepolto in attesa della risurrezione.

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San Pio X ed i bambini della Prima Comunione

Rcordo che fra qualche giorno, l’8 agosto, ricorrono i cento anni dal decreto “Quam singulari Christus amore”, con il quale nel 1910, Pio X abbassava a sette anni l’età per poter ricevere l’eucaristia. Papa Sarto spiegava che non era necessario sapere tutto il catechismo, bastava bastava appena aver raggiunto l’età della “discrezione” che permetteva di distinguere quella particola non era pane comune ma il Corpo di Gesù. È stata questa una delle tante riforme che hanno caratterizzato il pontificato di Pio X, l’ ultimo pontefice proclamato santo. Fino a quel momento si poteva essere ammessi per la prima volta all’eucaristia solo raggiunta l’età di dodici-quattordici anni. Oggi, nella società secolarizzata e sempre più scristianizzata, la Chiesa tende ad allungare nuovamente i tempi e a utilizzare la sempre più lunga preparazione alla prima comunione come un’occasione per ricontattare o contattare per la prima volta le famiglie dei comunicandi, cercando di coinvolgerle nella preparazione al sacramento. Comprendo molto bene queste ragioni. Allo stesso tempo, vedo anche il rovescio della medaglia e penso a quanta grazia potrebbe operare attraverso l’ammissione all’eucaristia dei bambini secondo le indicazioni di Pio X. Forse non sarebbe sbagliato differenziare i percorsi e ammettere precocemente i bambini che vengono regolarmente a messa fin da piccolissimi, insieme alle loro famiglie, dalle quali hanno assorbito una prima infarinatura di catechismo. Continuando invece a diluire i tempi, a discrezione dei parroci, per bambini che nulla conoscono del cristianesimo.
Aggiornamento: oggi (7agosto) il cardinale Antonio Cañizares Llovera, Prefetto del Culto, ha pubblicato un articolo ricordando il centenario del decreto di Papa Sarto, scrivendo tra l’altro: “Il centenario del decreto Quam singulari è un’occasione provvidenziale per ricordare e insistere di prendere la prima comunione quando i bambini abbiano l’età dell’uso della ragione, che oggi sembra addirittura essersi anticipata. Non è dunque raccomandabile la prassi che si sta introducendo sempre più di elevare l’età della prima comunione. Al contrario, è ancora più necessario anticiparla. Di fronte a quanto sta accadendo con i bambini e all’ambiente così avverso in cui crescono, non priviamoli del dono di Dio: può essere, è la garanzia della loro crescita come figli di Dio, generati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana in seno alla santa madre Chiesa. La grazia del dono di Dio è più potente delle nostre opere, e dei nostri piani e programmi”.

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San Pio X Papa dell’Eucarestia, della carità, della verità

L’ultimo pontefice finora canonizzato dalla Chiesa Cattolica veniva dalla marca trevigiana, era figlio di gente umile (padre fattore, madre sarta) e in tutta la sua vita ecclesiastica non ebbe cattedre universitarie, non scrisse celebrati libri, né praticò in alcun modo la carriera diplomatica. Nulla fece, insomma, che potesse far immaginare non solo dove un giorno sarebbe arrivato, cioè all’onore e all’onere più alto di questo mondo, ma soprattutto ciò che avrebbe poi fatto e scritto.

Santo e austero nell’anima e nel corpo

Di più. Giuseppe Sarto (Riese, 2 giugno 1835 – Roma, 20 agosto 1914) era di carattere mite, pacifico, assolutamente dolce (ma mai sdolcinato: anzi, sempre fermo nella difesa delle sacrosante norme liturgiche, dottrinali e morali della Chiesa, e questo fin dalla gioventù), costantemente intento al servizio della carità fraterna, in nome della quale, da seminarista, da sacerdote, da vescovo, da Patriarca e infine da Papa, spese sempre tutto ciò che aveva, privandosi sovente anche del suo personale per sovvenire ai più svariati bisogni della vita quotidiana delle sue pecorelle, vicine e lontane (noto a tutti è quanto si spese per i terremotati di Sicilia, insieme a san Luigi Orione).

Dalla vita austera, alieno da ogni forma di nepotismo, ovunque fosse mandato a svolgere la sua missione, lasciò della sua persona e del suo operato un ricordo meraviglioso in tutti, e ovunque fu sempre amato, da tutti ritenuto santo, e poi rimpianto.

Se Giuseppe Sarto, insomma, ha potuto fare la “carriera” che ha fatto (e che, puntualmente, lui ha sempre tentato di “frenare” in ogni modo, sebbene alla fine rimanendo sempre obbediente a ogni incarico la Provvidenza gli affidasse tramite i suoi superiori), non fu per quelle caratteristiche di “fascino” intellettuale o arte diplomatica e politica oggi tanto indispensabili per essere considerato e notato negli ambienti tanto mondani quanto purtroppo nelle stesse gerarchie ecclesiastiche; ma fu anzitutto per le sue incontenibili bontà e generosità personali, che apparivano immediatamente non solo dalle azioni quotidiane ma anche dal suo stesso sembiante, sempre, dalla giovinezza alla morte, fatto di pura bellezza del volto e maestosa e allo stesso tempo umile personalità, come evidente traspare dalle foto che abbiamo di lui nelle varie fasi della sua benedetta esistenza.

La Verità nella carità

Era necessaria questa pur brevissima premessa, che meriterebbe ben altra esplicazione di fatti e prove, per chiarire una cosa a monte: san Pio X è ricordato come il papa che ha condannato con rigida e impietosa fermezza il modernismo e il processo di “aggiornamento” della Chiesa nel mondo odierno. Ebbene, ciò è assolutamente vero, come diremo tra poco: ma questa non è l’“essenza” della sua santità personale; la sua provvidenziale e tempestiva opera antimodernista fu conseguenza della sua santità personale. San Pio X non è santo perché fu antimodernista. Fu antimodernista perché era santo. E lo fu nella misura in cui era santo.

Come era solito dire, “Guai se il medico è pietoso”. E così non ebbe esitazione alcuna nella fermissima condanna del modernismo, “sintesi di tutte le eresie” e di tutte le relative pubblicazioni, istituzioni e anche degli uomini ad esso asserviti.

Quello stesso “umile sacerdote di campagna”, così semplice, caritatevole e buono, divenne, una volta alla guida della barca di Pietro nella tempesta, il salvatore della retta dottrina, il più fine e attento dei teologi, il più profondo dei filosofi, il più energico dei leader religiosi, il più impietoso (contro l’errore) dei medici spirituali.

Veritatem facientes in caritate” sarebbe ben potuto essere il suo motto programmatico di Pontefice. Egli scelse invece “Instaurare omnia in Christo”. Ma, a ben vedere, è la stessa cosa. È sempre un figlio devoto dell’Apostolo delle Genti che usa la spada spinto dal fuoco del suo amore per Dio e per il prossimo.

La guerra al serpente modernista

Una volta pontefice, la sua guerra all’errore micidiale del cancro interno alla Chiesa divenne senza quartiere. L’11 giugno 1905 pubblicò l’Enciclica Il Fermo proposito, con la quale sciolse l’Opera dei Congressi (ormai infettata dalle eresie di Romolo Murri), ricostituendo poi il sodalizio con nuova struttura e affidandolo a uomini di piena fiducia, fra cui il beato Giuseppe Toniolo.

Il 3 luglio 1907 condannò altre opere e 65 proposizioni con il decreto Lamentabili sane exitu, cui fece seguito la costituzione del “Sodalitium Pianum”, che aveva anche l’incarico di indagare su teologi, prelati e docenti sospetti di modernismo

Poi, il passo gigantesco dell’uomo umile che tutto può in Colui che lo sostiene: l’8 settembre 1907 pubblicò l’Enciclica Pascendi dominici gregis, vero monumento di profondità teologica e sapienza filosofica, che fulmina il modernismo in ogni sua manifestazione filosofica, teologica, biblica, storica, critica e sociale; condanna i libri, gli opuscoli e i periodici propugnanti tali errori e sospende immediatamente quei “maestri” che con i loro scritti e coi loro insegnamenti li propalavano.

E per riuscire ancora più incisivo nella sua guerra alla menzogna, sulla scia di san Pio V, scrisse un nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, questa volta più specificamente adatto ai giovani e ai semplici, sotto forma di domanda e risposta, proprio al fine di fornire ai più esposti alla diffusione dell’errore le giuste armi di difesa nella retta conoscenza della vera dottrina cattolica.

La “Crociata eucaristica”

La sua luce spirituale e teologica, come la sua forza d’azione, gli provenivano dall’amore senza confini per l’Eucarestia. Questo era per lui l’alfa e l’omega della sua attività riformatrice. Al riguardo, ci teneva subito a chiarire che non occorreva dire niente di nuovo, perché san Tommaso d’Aquino aveva già detto tutto e per sempre, ma occorreva riscoprire un rinnovato amore e una più profonda devozione.

Con vari decreti ed encicliche, comandò la Comunione frequente, anche quotidiana (e per questo ridusse a tre ore il tempo necessario a poter assumere cibo prima di accostarsi alla Comunione), fondò varie associazioni e favorì pubblicazioni per l’adorazione del Ss.mo Sacramento fino all’Apostolato della Preghiera, nato dopo la sua morte ma certamente frutto della sua strenua attività.

Soprattutto, però, raccomandò (ed ebbe anche ad affrontare resistenze interne per questo) la Prima Comunione dei bambini già a sette anni, onde evitare che, in età più adulta, la loro anima la potesse ricevere già imbrattata dall’ombra del peccato.

La purezza del sacerdozio e del culto

Dal culto eucaristico nasceva per lui la necessità della santità dei sacerdoti, condizione imprescindibile per la diffusione del Cristianesimo nel mondo e per la salvezza delle anime. Nel sacerdozio vedeva il fondamento indispensabile alla realizzazione del suo programma di restaurazione di ogni cosa in Cristo (d’altro canto, pose un freno alla nascita di continue nuove congregazioni) ed era solito raccomandare ai vescovi di essere molto esigenti con la scelta dei sacerdoti: «Meglio pochi ma buoni. Che farcene se sono dubbi e indegni?».

Volle un clero colto, e per questo favorì lo studio del tomismo sulla scia del suo predecessore e fondò la Commissione Pontificia per la revisione della Vulgata e l’Istituto Biblico.

Riformò i seminari, creò il Grande Seminario Maggiore del Laterano, raccomandando ai vescovi una strenua vigilanza sui seminaristi. Ebbe a dire un giorno ai vescovi: «Vegliate sui Seminari, sugli aspiranti al Sacerdozio. Regna troppo spirito mortifero d’indipendenza per l’autorità e la dottrina! Si grida libertà, libertà, e io invece dico: Obbedienza, obbedienza!… Disciplina, disciplina!».

Condusse quasi a termine la riforma del Diritto Canonico e riformò anche alcuni Dicasteri di Curia e i tribunali ecclesiastici. Non esitò (creando un certo scandalo) ad abolire alcune feste religiose che riteneva in quei giorni inopportune e diminuì i gravami delle norme del digiuno e dell’astinenza, in quanto, come ebbe saggiamente a dire, è meglio pretendere poco e vigilare che venga realmente fatto piuttosto che chiedere molto e chiudere gli occhi sapendo che quel molto non viene rispettato.

Grande sostenitore della solennità del culto, riformò il canto liturgico e la musica sacra, affidandosi, quando ancora era a Venezia, al giovanissimo Lorenzo Perosi per ridonare grande importanza al canto gregoriano (scrisse un Motu proprio ad hoc). “La musica sacra deve essere santa, gli esecutori pii”, soleva dire, e fra tutti prediligeva il Palestrina.

Giorni drammatici della storia

Come molti dei suoi predecessori sul Trono di Pietro aventi il nome da lui prescelto (Pio II, san Pio V, Pio VI e Pio VII, il beato Pio IX), e come accadrà poi anche a Pio XII, san Pio X visse momenti drammatici nella storia politica e sociale dei suoi giorni.

Alieno da esperienze diplomatiche e politiche dirette, ebbe però un “gran fiuto” nella scelta del suo Segretario di Stato, il giovane card. Rafael Merry del Val y Zulueta, sia per le sue eccellenti capacità politiche, ma sia ancor più per la sua profonda pietà personale e serietà di religioso.

Insieme, seppero, per quanto possibile, fronteggiare la terribile politica anticattolica della Francia massonica della Terza Repubblica, senza però cedere in nulla alla lotta per i principi imprescindibili. Nel 1906 con l’Enciclica Vehementer Nos dell’11 febbraio, l’Allocuzione concistoriale Gravissimum del 21 febbraio e l’Enciclica Gravissimo Officii Munere del 10 agosto, proibì ogni attività collaborativa all’applicazione della nuova legge ed esortò i cattolici francesi a opporvisi con mezzi legali per difendere la tradizione cattolica del Paese.

Analoghe tensioni si registrarono con il Portogallo dopo l’avvento nel 1910 della repubblica guidata da gruppi di potere anticlericali massonici. San Pio X rispose il 24 maggio 1911 con l’Enciclica Iamdudum.

Non molto meglio andava in Italia, dove ormai sembrava inarrestabile l’avanzata dei socialisti di Turati (e di Mussolini). Egli e il suo Segretario di Stato intuirono la necessità di una deroga al Non expedit di Pio IX per dar modo ai cattolici di votare i liberali di Giolitti (ormai non più impregnati di anticlericalismo come nei decenni precedenti) nei collegi ove il rischio socialista era altissimo, come a Milano (operazione politica poi pienamente riuscita).

Inoltre, negli anni del nazionalismo trionfante, san Pio X profetizzò – inascoltato – la minaccia incombente di quello che lui chiamava il “guerrone”, che sarebbe cominciato nel 1914 e avrebbe distrutto l’Europa. Mai profezia si avverò meglio, purtroppo…

Fu tale il suo dolore per questo, che offrì la sua vita a Dio per scongiurarlo, e ne morì di crepacuore il 20 agosto 1914, due settimane dopo le dichiarazioni di guerra e due settimane prima dell’inizio della mostruosa strage della Somme. Come fu detto allora, fu la prima vittima della Grande Guerra! (e, forse, anche del dolore accumulato in tanti anni nella sua lotta senza quartiere al tumore modernista).

Santo!

Tutto quanto detto in poche righe fu da Giuseppe Sarto comprovato nella maniera più sublime che a un uomo possa spettare: con una serie innumerevole di guarigioni scientificamente inspiegabili, sia quando era ancora in terra, sia dopo la morte.

Fu uomo di carità, Papa al servizio della Verità e della purezza, santo innamorato di Cristo Eucarestia e di Maria Immacolata, alla quale dedicò un’apposita enciclica non appena salito al Trono di Pietro (Ad Diem Illum Laetissimum, 2 febbraio 1904).

Quanto servirebbe alla Chiesa, nei prossimi anni, un pontefice come san Pio X?

Massimo Viglione 27 agosto 2012