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Don Pino Puglisi è beato

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E’ il primo martire della Chiesa ucciso dalla Mafia. La beatificazione comunicata a una folla di 80mila persone a quasi vent’anni dal suo assassinio nel quartiere Brancaccio di Palermo. “Non dimenticate il suo esempio” ha detto il ministro della Giustizia Cancellieri presente alla cerimonia. Servizio di Alessandra Livi/Silvia Resta

Giornata di festa in Sicilia, a Palermo, dove Don Pino Puglisi, simbolo cristiano della lotta alla mafia, è stato proclamato beato, a quasi vent’anni dalla sua morte, il 15 settembre del 1993.

Puglisi fu trucidato nel giorno del suo 56esimo compleanno dai colpi di sicari mandati da Cosa Nostra. L’assassinio davanti al portone di casa, dopo tante minacce di morte, “colpevole” di aver incalzato i mafiosi nelle sue omelie, dandosi all’educazione dei ragazzi di strada, da loro soprannominato “Tre P”. Un’educazione fondata sul “rispetto delle regole” in uno dei quartieri palermitani più bui e violenti, il Brancaccio.

Il suo assassino, il pentito Salvatore Grigoli, ricorda ancora le ultime parole pronunciate da Puglisi prima di morire, con la pistola appoggiata alla testa: “me lo aspettavo”. E non ha più dimenticato il sorriso che gli era rimasto sul viso stampato sulle labbra, dopo morto, il sorriso di una persona “serena, in pace con Dio” ha raccontato in un’intervista.

Padre Puglisi è il primo martire della chiesa ucciso dalla mafia.

La cosiddetta “elevazione” per un “martirio in odio della fede ” – con un decreto approvato da Benedetto XVI l’anno scorso – è stata letta oggi a gran voce in latino dal cardinal Salvatore De Giorgi, rappresentante di Papa Francesco, davanti ad una folla esultante, di più di ottantamila persone venute da tutta Italia. E tra queste tanti ragazzi, e i rappresentanti delle più alte cariche ecclesiastiche e dello Stato come Piero Grasso, presidente del Senato, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.

Una cerimonia scenografica, in una splendida gionata, con il prato del Foro Italiaco di Palermo gremito di gente, con la gigantografia del prete antimafia, il palco con le spalle mare, nella città dove Don Pino ha lottato strenuamente . “Ucciso perché formava le coscienze e dava fastidio ” le parole di De Giorgi. “Bisogna non dimenticare l’esempio di don Puglisi. Questo sacerdote ha spiegato a tutti che bisogna agire con semplice determinazione” ha detto il ministro Cancellieri. “Una figura di un sacerdote il cui martirio costituisce una grande testimonianza di fede cristiana, di profonda generosità e di altissimo coraggio civile” – si legge nel messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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Don Puglisi beato. Grasso: “Conversione di due pentiti è suo miracolo”

Presenti anche i ministri Alfano, Cancellieri e D’Alia e centomila fedeli da tutta Italia alla cerimonia a Palermo per il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa nostra il 15 settembre 1993. Il presidente del Senato ricorda come il sacerdote ha convinto Spatuzza e Grigoli a collaborare con la giustizia

di | 25 maggio 2013

Don Puglisi beato. Grasso: “Conversione di due pentiti è suo miracolo”Un sorriso amaro e tre ultime parole regalate ai killer Salvatore Grigoli Gaspare Spatuzza: “Me lo aspettavo”. Moriva così, vent’anni fa, padre Pino Puglisi, parroco della chiesa di San Gaetano a Brancaccio, e da oggi primo martire antimafia della Chiesa cattolica. Un processo lungo quello della causa di beatificazione, iniziato nel 1999 e condotto dal vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, che oggi è arrivato a compimento. Una folla di centomila persone ha riempito stamattina il Foro Italico di Palermo dove, a due passi dal mare, i cardinali Paolo Romeo e Salvatore De Giorgi hanno nominato beato don Puglisi. È la prima vittima di Cosa Nostra riconosciuta beata dal Vaticano. La celebrazione di beatificazione ha accolto un foltissimo pubblico: oltre a migliaia di fedeli, hanno riempito il Foro Italico anche moltissimi ex ragazzi del parroco di Brancaccio. Le prime file, quelle vicine all’altare, erano però off limits, perchè appannaggio dei politici accorsi per presenziare all’evento.

Oltre al presidente del Senato Piero Grasso e alla Guardasigilli Anna Maria Cancellieri, anche il ministro dell’Interno Angelino Alfano non ha voluto mancare all’appuntamento. “Il suo sangue è servito a determinare una ribellione della società civile che si è tradotta in leggi, nel contrasto più forte da parte dello Stato verso Cosa nostra”, ha annunciato il segretario del Pdl che proprio poche settimane fa occupava il tribunale di Milano per protestare contro i magistrati. Con lui anche la pidiellina Simona Vicari, sottosegretaria allo Sviluppo economico, che poche settimane fa si era spinta a definire il Cavaliere come “l’uomo più perseguitato dell’umanità”. Giampiero D’Alia, leader dell’Udc che fu di Totò Cuffaro e oggi ministro della Pubblica amministrazione che ha tra i suoi sottosegretari anche Gianfranco Miccichè, affida il suo pensiero a twitter: “Un beato in cielo, un modello di promozione umana e sociale in terra”. ”Uno dei miracoli di don Puglisi –  ha detto invece il presidente del Senato Piero Grasso – è stato far convertire con il suo sorriso due feroci killer come Spatuzza e Grigoli che hanno offerto un contributo per l’accertamento di verità e giustizia anche recentemente, facendo riaprire indagini come quella sulla strage di via D’Amelio”.

Tra i messaggi di commiato arrivano anche le parole di un ex indagato per mafia come Renato Schifani. “La politica segua il suo esempio e contrasti la criminalità organizzata con l’attenzione alle giovani generazioni e opere concrete, anche attraverso strumenti legislativi sempre più efficaci” ha annunciato il presidente dei senatori del Pdl. Vent’anni fa ad uccidere don Pino Puglisi fu la pistola di Salvatore Grigoli, che insieme a Gaspare Spatuzza eseguì l’ordine di morte impartito da Giuseppe e Filippo Graviano, boss del quartiere Brancaccio. Era lì che era nato don Puglisi, ed era lì che era tornato ad aprire il centro Padre Nostro, un punto di riferimento nel quartiere palermitano che offriva ai ragazzi un’opportunità diversa dalla strada e dalla criminalità. Quasi uno schiaffo in faccia allo strapotere dei boss di Brancaccio, che ne ordinarono l’omicidio, eseguito proprio il giorno del cinquantaseiesimo compleanno di don Puglisi. Dietro l’assassinio del parroco, però, potrebbe essere anche altro. Per i magistrati della procura di Palermo, infatti, l’omicidio di don Pino Puglisi potrebbe essere uno dei messaggi lanciati allo Stato da Cosa Nostra durante la trattativa al tritolo che tra il 1992 e 1993 insanguinò l’Italia. I Graviano avrebbero ordinato di ammazzare Puglisi non solo perché infastiditi dalla sua attività sul territorio, ma anche per cercare di coinvolgere gli ambienti della chiesa nell’aggressione alle istituzioni, e convincerle ad attenuare il carcere duro per detenuti mafiosi. Un obiettivo che andò in porto nel novembre del 1993, quando l’allora guardasigilli Giovanni Conso lasciò scadere oltre trecento provvedimenti di 41 bis per boss mafiosi detenuti.

Twitter @pipitone87

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Mafia, faccia a faccia tra Spatuzza e Graviano Il pentito: “Si ravveda: domani è Quaresima”

Il boss di Brancaccio e il suo ex fedelissimo si sono confrontati nell’aula di Rebibbia. Il collaboratore di giustizia ha raccontato un episodio inedito: un procurato aborto a una ragazza rimasta incinta di un ‘uomo d’onore’

“Ciao Gaspare”. “Ciao Giuseppe”. E’ cominciato così l’atteso faccia a faccia – il primo in aula – tra il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e il suo ex fedelissimo Gaspare Spatuzza, oggi collaboratore di giustizia, a confronto nell’aula bunker di Rebibbia nell’ambito del processo sul sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Dopo il saluto apparentemente cordiale, Spatuzza ha cambiato subito tono: “Il signor Graviano mi dia del lei. Si penta: domani è Quaresima”. Il boss ha parlato da dietro un paravento e non in videoconferenza dal carcere milanese di Opera. Il capomafia e il pentito, entrambi non visibili al pubblico, erano seduti uno accanto all’altro.

Spatuzza ha attaccato l’ex capo: “Ma dilla la verità. Ci sono persone che stanno qua a difendere l’indifendibile. Mi viene difficile entrare nella mente di queste persone”. Il boss di Brancaccio ha ribattuto: “Io non ho mai fatto male a nessuno né fisicamente, né moralmente. Si vede che sta bluffando – ha detto poi riferendosi all’ex fedelissimo – mi odia per questioni economiche”. E ha aggiunto: “Mi voleva obbligare a fare sposare una coppia. Io non sono don Rodrigo: se due persone si amano si sposano”.

Spatuzza ha rievocato anche un episodio finora sconosciuto cioè di essere stato costretto da Graviano a fare abortire una ragazza messa incinta da un uomo d’onore: “Noi abbiamo fatto cose mostruose. Ricordati che mi hai fatto uccidere un bambino che non è mai venuto al mondo. Io l’ho chiamato Tobia per avere un punto di riferimento”. “Me l’hai fatta sequestrare – ha aggiunto – e mi hai indotto a procurarle un aborto”. Graviano, molto teso, ha negato tutto. Spatuzza ha anche ricordato le decine di omicidi di parenti di pentiti ordinati da Graviano.“Con tuo fratello Filippo – ha aggiunto – abbiamo avuto un confronto bellissimo (il pentito allude al confronto avvenuto davanti ai Pm di Firenze con Filippo Graviano, ndr). Lui non mi ha detto che mentivo, mi ha detto ‘pensi male’”.

Nel corso dell’udienza davanti alla terza sezione della Corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, in trasferta all’aula bunker di Rebibbia, Spatuzza si è confrontato anche con un altro pentito, Salvatore Gricoli. Insieme hanno ripercorso i momenti precedenti al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, poi ucciso: “Il 15 settembre del 1993 viene ucciso don Puglisi (il prete antimafia di Brancaccio, ndr) e viene costituito il gruppo di fuoco. Io colloco l’incontro di Misilmeri (quello preparatorio al sequestro, ndr), prima del 15 settembre perché operavamo insieme, io Gricoli e Giacalone“, ha detto Spatuzza.

“Non ricordo bene, oggi. Un po’ perché voglio dimenticare, tutto. Un po’ perché sono passati 18 anni”, ha affermato il pentito Grigoli sul sequestro del bambino. “Siamo circondati da odio e inimicizia dentro le nostre famiglie, altro che fratellanza. Non è questa la fratellanza – ha replicato Spatuzza -. Siamo qui per chiarire e restituire la verità alla storia”. “Graviano incontrandomi mi fece i complimenti e disse di avere sentito parlare bene di me”, ha detto ancora Grigoli: . Il presidente della corte ha chiesto: “Per quale motivo?”. “Per gli omicidi che avevo commesso, non aveva sentito parlare di me perché mi ero laureato”, ha risposto.

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Pino Puglisi

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
« Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e sapere i motivi che vi spingono a ostacolare
chi tenta di aiutare ed educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio.[senza fonte] »
(Don Pino Puglisi)
Beato Giuseppe Puglisi
martire
Nascita 15 settembre 1937
Morte 15 settembre 1993
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione Foro Italico (Palermo), 25 maggio 2013

Uno scatto del 1960, con l’arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini e un giovane Pino Puglisi

Don Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come padre Pino Puglisi, (Palermo, 15 settembre 1937Palermo, 15 settembre 1993) è stato un presbitero italiano, ucciso dalla mafia il giorno del suo 56º compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Il 25 Maggio 2013, sul prato del Foro Italico di Palermo, davanti una folla di centomila fedeli, è stato proclamato beato. La celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo di Palermo, cardinale Paolo Romeo, mentre a leggere la lettera apostolica, con cui si compie il rito della beatificazione, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, delegato da papa Francesco. È il primo martire della Chiesa a causa della mafia.

Biografia

Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere periferico di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta).

A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano da cui uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini e durante quegli anni diventa amico di Carlo Pelliccetti e Davide Denensi che gli stanno vicino e lo aiutano fino al giorno in cui Davide Denensi si trasferisce in Svizzera.

Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della Chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.

Nel 1963 è nominato cappellano presso l’orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.

Il 1º ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L’opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978.

Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l’Azione cattolica, e la Fuci.

Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella: qui inizia la lotta antimafia di Don Pino Puglisi.
Egli non tenta di portare sulla giusta via coloro che sono già entrati nel vortice della mafia ma cerca di non farvi entrare i bambini che vivono per strada e che considerano i mafiosi degli idoli, persone che si fanno rispettare. Egli infatti attraverso attività e giochi fa capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolge spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa[1]. Don Puglisi tolse dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa e impiegati per piccole rapine e spaccio. Il fatto che lui togliesse giovani alla mafia fu la principale causa dell’ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. Decisero così di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno.

Nel 1992 viene nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo.

Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione.

Insegnamento scolastico

Don Pino ha sempre avuto una grande passione educativa, che lo ha portato ad assumere incarichi di docenza in molte scuole siciliane. Il suo impegno come insegnante si è protratto per oltre trent’anni, fino al giorno della morte.

Le principali tappe di questo percorso iniziano all’istituto professionale Einaudi (1962-63 e 1964-66). Successivamente insegna nei seguenti istituti: scuola media Archimede (1963-64 e 1966-72), scuola media di Villafrati (1970-75) e sezione staccata di Godrano (1975-77), istituto magistrale Santa Macrina (1976-79) e infine liceo classico Vittorio Emanuele II (1978-93)[2].

L’assassinio

Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56º compleanno viene ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa[3] intorno alle 20,45 nella zona est di Palermo, in piazza Anita Garibaldi.
Sulla base delle ricostruzioni, don Pino era a bordo della sua Fiat Uno di colore bianco e, sceso dall’automobile, si era avvicinato al portone della sua abitazione. Qualcuno l’ha chiamato, lui s’è voltato mentre qualcun altro gli è scivolato alle spalle e gli ha esploso uno o più colpi alla nuca. Una vera e propria esecuzione mafiosa. I funerali si svolsero il 17 settembre 1993[4]. Il 2 giugno qualcuno mura il portone del centro “Padre Nostro” con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino alla porta.

Le indagini e i processi

Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l’arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l’arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico “me lo aspettavo”[5].

Mandanti dell’omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano viene condannato all’ergastolo per l’uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l’assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all’ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete[6].

Sulla sua tomba, nel Cimitero di Sant’Orsola a Palermo, sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Memoria e causa di beatificazione

Don Giuseppe Puglisi è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi.

I Gang gli dedicano la canzone “Il testimone”, contenente nell’album Fuori dal controllo.

Il 15 settembre 1999 l’allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore De Giorgi ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione[7] proclamandolo Servo di Dio.

Annullo Speciale – Godrano

Annullo Speciale – Palermo 48

Il 15 settembre 2003, per la commemorazione del X anniversario del martirio di Padre Pino Puglisi, le poste italiane hanno concesso due annulli speciali all’ufficio postale di Godrano e all’ufficio postale Palermo 48. Quest’ultimo porta il ricordo del centro Padre Nostro, mentre quello godranese riporta la frase “Si, ma verso dove?“, motto preferito da padre Pino[8].
A don Pino sono intitolate diverse scuole, una delle quali a Palermo, e il premio letterario “Ricordare Padre Pino Puglisi” istituito nel 2011 dal Centro Padre Nostro fondato da don Pino Puglisi il 16 luglio 1991.

Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un’udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio “in odio alla fede”[9][10].

Il 15 settembre dello stesso anno il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, rese nota la data della cerimonia di beatificazione di don Pino Puglisi di fatto avvenuta il 25 maggio 2013. La notizia è stata data al termine della celebrazione eucaristica in occasione del XIX anniversario del martirio e durante la stessa è stata conferita l’ordinazione sacerdotale a quattro nuovi presbiteri della diocesi, ai quali l’arcivescovo ha rivolto l’invito a guardare a padre Puglisi come modello di vita sacerdotale, sottolineando che ricevevano il sacramento dell’ordine sacro proprio nell’anniversario del suo martirio[11].

Nel successivo mese di ottobre, lo stesso prelato ha firmato il decreto che autorizza la traslazione del corpo di don Pino Puglisi, dal cimitero monumentale di Sant’Orsola alla cattedrale di Palermo[12], traslazione avvenuta il 15 aprile 2013, dopo la ricognizione canonica della salma.

Note

  1. ^ Mafiosi, lasciatemi educare i vostri figli
  2. ^ www.padrepinopuglisi.diocesipa.it
  3. ^ Palermo, ucciso prete antimafia
  4. ^ Popolo, ribellati alla mafia
  5. ^ Intervista Salvatore Grigoli a Famiglia Cristiana, [1]
  6. ^ Cronologia della Mafia
  7. ^ La Causa di beatificazione in padrepinopuglisi.diocesipa.it
  8. ^ Don Giuseppe Puglisi: vita, insegnamento e martirio – cap IV – Si, ma verso dove? in padrepinopuglisi.diocesipa.it. URL consultato in data 13 luglio 2010.
  9. ^ Sarà beatificato don Pino Puglisi il Papa ha autorizzato il decreto – Palermo – Repubblica.it
  10. ^ Beato don Pino Puglisi (Palermo), 28 giugno 2012. URL consultato in data 28 giugno 2012.
  11. ^ Diocesi di Palermo, Comunicato Stampa n. 53 del 18 settembre 2012
  12. ^ Diocesi di Palermo, Comunicato Stampa n. 58 del 13 ottobre 2012

Voci correlate

Bibliografia

  • Francesco Anfossi. E li guardò negli occhi. Milano, Edizioni Paoline, 2005.
  • Francesco Anfossi. Puglisi-un piccolo prete tra i grandi boss. Milano, Edizioni Paoline, 1994.
  • Francesco Deliziosi. Don Puglisi, vita del prete palermitano ucciso dalla mafia. Milano, Mondadori, 2005.
  • Francesco Deliziosi. 3P-Padre Pino Puglisi, la vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia. Milano, Edizioni Paoline, 1994.
  • Roberto Faenza. Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza. Roma, Gremese, 2005.
  • Bianca Stancanelli. A testa alta. Don Puglisi: storia di un eroe solitario. Torino, Einaudi, 2003. Seconda ed. 2012.
  • Lia Cerrito. Come in cielo così in terra. Milano, San Paolo, 2001.
  • Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco Lo Sardo, Lucio Schirò D’Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
  • Suor Carolina Iavazzo. I figli del vento. San Paolo Edizioni, marzo 2007.
  • Marcello Badalamenti, Il valore di un sorriso. Padre Giuseppe Puglisi un testimone dell’Evangelo, Villa Verucchio (Rn), Pazzini Editore, 2009.
  • Marco Corvaia. Pino se lo aspettava. Il racconto della vita e della morte di padre Puglisi. Palermo, Navarra Editore, 2012.
  • Francesco Palazzo, Augusto Cavadi; Rosaria Cascio. “Beato fra i mafiosi. Don Puglisi: storia, metodo, teologia”. Di Girolamo Editore, 2013.

Filmografia

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Beato Giuseppe Puglisi Sacerdote e martire

15 settembre

Brancaccio, Palermo, 15 settembre 1937 – Brancaccio, 15 settembre 1993

Divenuto sacerdote della Chiesa Palermitana, era ben conscio della pessima situazione della città, dilaniata dall’azione delle cosche mafiose in cui è suddivisa oltre che dalla microcriminalità, e si diede subito a operare nel tessuto sociale, particolarmente in quelli più diseredati o in cui comunque la macchia della delinquenza è più radicata, portando ovunque buoni risultati. Attivo con speciale attenzione nella pastorale giovanile, riusciva a coinvolgere nei gruppi parrocchiali un sempre crescente numero di ragazzi togliendoli dalla strada (e quindi dalla criminalità) e mettendoli in guardia egli stesso della reale natura maligna delle organizzazioni da cui erano manovrati, oltre che dei pericoli in cui incorrevano. La sua fu una lotta aperta e dichiarata alla mafia che, sentendosi punta e minacciata da questo prete esemplare e dalla sua opera che si diffondeva rapidamente, commissionò così il suo massacro.

Don Giuseppe Puglisi nasce nella borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre 1937, figlio di un calzolaio e di una sarta, e viene ucciso dalla mafia nella stessa borgata il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno.

Entra nel seminario diocesano di Palermo nel 1953 e viene ordinato sacerdote dal cardinale Ernesto Ruffini il 2 luglio 1960. Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del SS.mo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.

Nel 1963 è nominato cappellano presso l’istituto per orfani “Roosevelt” e vicario presso la parrocchia Maria SS. ma Assunta a Valdesi.
Sin da questi primi anni segue in particolare modo i giovani e si interessa delle problematiche sociali dei quartieri più emarginati della città.

Segue con attenzione i lavori del Concilio Vaticano II e ne diffonde subito i documenti tra i fedeli con speciale riguardo al rinnovamento della liturgia, al ruolo dei laici, ai valori dell’ecumenismo e delle chiese locali.

Il suo desiderio fu sempre quello di incarnare l’annunzio di Gesù Cristo nel territorio, assumendone quindi tutti i problemi per farli propri della comunità cristiana.

Il primo ottobre 1970 viene nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo – segnato da una sanguinosa faida – dove rimane fino al 31 luglio 1978, riuscendo a riconciliare le famiglie con la forza del perdono.
In questi anni segue anche le battaglie sociali di un’altra zona della periferia orientale della citt., lo “Scaricatore”.

Il 9 agosto 1978 è nominato pro-rettore del seminario minore di Palermo e il 24 novembre dell’anno seguente direttore del Centro diocesano vocazioni.
Nel 1983 diventa responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale. Agli studenti e ai giovani del Centro diocesano vocazioni ha dedicato con passione lunghi anni realizzando, attraverso una serie di “campi scuola”, un percorso formativo esemplare dal punto di vista pedagogico e cristiano.

Don Giuseppe Puglisi è stato docente di matematica e poi di religione presso varie scuole. Ha insegnato al liceo classico Vittorio Emanuele II a Palermo dal ’78 al ’93.

A Palermo e in Sicilia è stato tra gli animatori di numerosi movimenti tra cui: Presenza del Vangelo, Azione cattolica, Fuci, Equipes Notre Dame. Dal marzo del 1990 svolge il suo ministero sacerdotale anche presso la “Casa Madonna dell’Accoglienza” dell’Opera pia Cardinale Ruffini in favore di giovani donne e ragazze-madri in difficoltà.

Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, a Brancaccio, e nel 1992 assume anche l’incarico di direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro “Padre Nostro”, che diventa il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere.

La sua attenzione si rivolse al recupero degli adolescenti già reclutati dalla criminalità mafiosa, riaffermando nel quartiere una cultura della legalità illuminata dalla fede.

Questa sua attività pastorale – come è stato ricostruito dalle inchieste giudiziarie – ha costituito il movente dell’omicidio, i cui esecutori e mandanti sono stati arrestati e condannati. Nel ricordo del suo impegno, innumerevoli sono le scuole, i centri sociali, le strutture sportive, le strada e le piazze a lui intitolate a Palermo e in tutta la Sicilia.

A partire dal 1994 il 15 settembre, anniversario della sua morte, segna l’apertura dell’anno pastorale della diocesi di Palermo.

Il 15 settembre 1999 il Cardinale Salvatore De Giorgi ha insediato il Tribunale ecclesiastico diocesano per il riconoscimento del martirio, che ha iniziato ad ascoltare i testimoni. Un archivio di scritti editi ed inediti, registrazioni, testimonianze e articoli si è costituito presso il “Centro ascolto giovani don Giuseppe Puglisi” in via Matteo Bonello a Palermo (091-334669).

La sua vita e la sua morte sono state testimonianze della sua fedeltà all’unico Signore e hanno disvelato la malvagità e l’assoluta incompatibilità della mafia con il messaggio evangelico.

“Il credente che abbia preso in seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio è una possibilità annunciata già nella rivelazione non può escludere questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita. I 2000 anni dalla nascita di Cristo sono segnati dalla persistente testimonianza dei martiri” (Giovanni Paolo II, Incarnationis Misterium, n.10).

HA DETTO

La testimonianza cristiana è una testimonianza che diventa martirio. Infatti testimonianza in greco si dice martyrion. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza.” Essa servirà a dar fiducia “a chi, nel profondo, conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile… A chi è disorientato, il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo.

INTERVENTO DEL CARDINALE SALVATORE DE GIORGI
ARCIVESCOVO DI PALERMO
NELLA SEDUTA CONCLUSIVA DEL PROCEDIMENTO
DELLA FASE DIOCESANA PER IL RICONOSCIMENTO
DA PARTE DELLA CHIESA DEL MARTIRIO
DEL SERVO DI DIO IL SACERDOTE DON GIUSEPPE PUGLISI
CATTEDRALE, 6 MAGGIO 2001

E’ significativo che ogni anno nella Chiesa di Palermo, l’apertura dell’itinerario pastorale si svolga nel giorno anniversario dell’uccisione del Servo di Dio. Significa non solo che la memoria del suo sacrificio non può morire né diminuire, ma, anche e soprattutto, che la memoria della sua sacrilega uccisione – per il modo in cui è avvenuta e per le motivazioni per le quali è stata eseguita – resta per la Chiesa di Palermo e per la nostra azione pastorale la voce perenne e implacabile del sangue che invita al coraggio, alla coerenza, alla fortezza, alla santa audacia nell’esercizio del ministero sacerdotale e di ogni altro servizio nella Chiesa per il trionfo del bene su tutte le aggressioni e le perversioni del male.
Padre Puglisi, infatti, è stato ucciso perché sacerdote, perché sacerdote coerente e fedele secondo il cuore di Dio, perché impegnato nell’annuncio del Vangelo e nel suo dovere di educatore, di guida, di pastore. “Coraggioso testimone della verità del Vangelo” lo ha definito il Papa Giovanni Paolo II a Catania, e tra i “ministri coraggiosi del Vangelo” lo ha annoverato parlando a Siracusa. E il suo nome è stato inserito nell’elenco dei “testimoni della fede del Novecento”, dei quali, per volontà dello stesso Pontefice, è stata fatta memoria il 7 maggio 2000 al Colosseo, durante il Grande Giubileo.
È stato ucciso perché con la sua silenziosa ma efficace azione pastorale sottraeva le nuove generazioni alle aggressioni della mafia. Divenuto, come Gesù, segno di contraddizione, è stato oggetto di amore da parte di coloro che sono al servizio dell’amore e della vita e di odio da parte di quanti sono al servizio dell’odio e della morte. L’odio al suo zelo pastorale, alla sua opera di evangelizzazione e di formazione delle coscienze soprattutto giovanili, il suo impegno preferenziale per gli ultimi, che è parte integrante dell’evangelizzazione, non è semplicemente l’odio a un Sacerdote: è l’odio a Cristo, è l’odio alla Chiesa, è l’odio al Vangelo, col quale la mafia è assolutamente inconciliabile.
Sia ben chiaro: riconoscere il martirio per la fede spetta solo alla Suprema Autorità della Chiesa. Ma io, come Pastore della Chiesa Palermitana, non posso non auspicare che questo – con i tempi e le modalità previste dalle norme canoniche – possa avvenire a gloria di Dio, a edificazione della nostra Chiesa, a incoraggiamento del Clero, a sostegno di quanti lavorano per il riscatto della Città e anche come invito alla conversione dei mafiosi e di quanti operano il male. Vengono spontanee alla mente le parole espresse dal Santo Padre il giorno dei funerali del Servo di Dio parlando alla Verna: “Elevo la mia voce per deplorare che un sacerdote impegnato nell’annuncio del Vangelo e nell’aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio e il prossimo, sia stato barbaramente eliminato. Mentre imploro da Dio il premio eterno per questo generoso ministro di Cristo, invito i responsabili di questo delitto a ravvedersi e a convertirsi. Che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace alla cara Sicilia”.
Non è un semplice auspicio: è una speranza. Per tutti un impegno. Per questo da oggi dobbiamo intensificare la nostra preghiera.

Fonte:
http://www.padrepinopuglisi.net

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Il ritratto. L’insegnamento di Don Pino Puglisi: la comunità può vincere la mafia

Pubblicato il 25 maggio 2013 da Mauro La Mantia
Categorie : Cultura Personaggi

puglisiLa beatificazione di Don Pino Puglisi, il coraggioso parroco palermitano ucciso dalla mafia nel 1993, oltre ad essere un evento solenne per la Chiesa Cattolica è la vittoria di un certo modo di fare antimafia. Don Pino fu tra i primi a capire che per vincere la mafia non era sufficiente la presenza militare dello Stato sul territorio (per altro raramente realizzata) ma colpirla direttamente nel suo punto più forte: il consenso sociale. La sua azione era rivolta soprattutto ai ragazzi del quartiere Brancaccio di Palermo, una zona controllata capillarmente dalla mafia negli anni ’80 e ’90, affinché non diventassero la manovalanza criminale della famiglia Graviano.

Quando nel settembre del 1990 fu nominato parroco di San Gaetano a Brancaccio, Puglisi intuì che in quel luogo la salvezza delle anime coincideva con una lotta frontale, e alternativa, contro la mafia. Iniziò quindi un percorso di radicamento sul territorio che ebbe nella parrocchia, e successivamente nel centro “Padre Nostro”, un luogo propulsore di attività sociali per l’intero quartiere. Soprattutto i giovani trovarono in Don Puglisi e nelle sue attività un’alternativa alla vita criminale che offriva la mafia. Creò una sinergia tra uomini e donne di Chiesa, suoi collaboratori della parrocchia, e cittadini laici riuniti nell’Associazione Intercondominiale. Un’esperienza allora innovativa di impegno comunitario dal basso che spaventò la mafia. Tante le iniziative sociali, in un quartiere dimenticato dallo Stato, e le azioni di denuncia contro il degrado ed il malaffare. La mafia non poteva tollerare tutto questo e a Don Pino toccò la stessa fine di uomini come Falcone e Borsellino.

Il più importante insegnamento che Puglisi ha lasciato alla Sicilia, e a tutta l’Italia, è semplice quanto rivoluzionario: la comunità può vincere la mafia. Il potere mafioso per trovare consenso tra la gente si presenta quasi sempre come una sorta di benevola associazione di mutuo soccorso. Una “protezione” contro uno Stato considerato nemico, un mezzo per ottenere rispetto, denaro e potere. La mafia è in realtà il trionfo, sul versante criminale, dell’etica dell’individualismo moderno ben rappresentato dal Leviatano di Hobbes, incentrato sullo scambio verticale tra protezione e obbedienza.

La comunità, come ha rilevato il filosofo Roberto Esposito, è invece basata sull’”etica del dono”. Communitas deriva dall’unione della proposizione cum con il sostantivo munus che significa appunto “dono”. La comunità è quindi un’insieme di persone legate da un vincolo di riconoscenza basato sul dono reciproco gratuito e non su logiche utilitaristiche, tipiche della prassi mafiosa. Una concezione influenzata dalle teorie dell’antropologo Marcel Mauss.

L’azione di Don Pino Puglisi era in sostanza basata su questa visione comunitaria ben rappresentata dalle attività del centro “Padre Nostro”. Don Pino Puglisi, umile parroco della periferia palermitana, ha intuito e applicato, vent’anni fa, le attuali teorie sociologiche di Richard Sennet sui processi dinamici di cooperazione e condivisione.

Oggi la Chiesa riconosce il martirio di Don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia “in odium fidei“. Nella visione cristiana dal martirio sgorga sempre una nuova linfa per edificare una società più giusta, proiezione del regno di Dio. E’ certo che la testimonianza di Puglisi ha profondamente cambiato Palermo. La mafia ha erroneamente pensato che un colpo di pistola potesse fermare l’azione di Don Puglisi. Invece, dopo vent’anni, l’esperienza di Brancaccio si è estesa a tutti i quartieri di Palermo. Questo cambiamento, ancora in corso e non libero da ostacoli, potrà realizzarsi definitivamente solo se sapremo portare avanti la lezione di Don Pino sul dono e sulla comunità.

A cura di Mauro La Mantia
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3P – un prete “a testa alta”

Manuela Robazza

Cominciò bussando a tutte le porte. “Bisogna prima conoscere – diceva Padre Puglisi – poi capire, infine agire”. Organizzò un censimento, quello che il Municipio mai si era sognato di fare. Non tutte le porte si aprirono, nel quartiere Brancaccio di Palermo, alcune si spalancarono sull’inferno: vite miserabili, fame, malattie tenute segrete, invalidità nascoste. Famiglie intere ridotte a vivere in un’unica stanza. Handicappati legati ai letti. Malati di mente segregati, bambine precocemente invecchiate, grottescamente travestite da donne, prostituite. Vecchi abbandonati.

E fuori un quartiere dove tutto manca, dall’illuminazione pubblica, all’asilo, dal pronto soccorso alla scuola media. Tutto.

Chi era don Puglisi?

Figlio di un calzolaio, don Treppì, come lo chiamavano i suoi ragazzi, era nato a Palermo il 15 settembre del ’37 a Romagnolo, una borgata a pochi passi da Brancaccio, il quartiere di cui diventerà parroco e nel quale nascerà il suo assassino. Poco prima del diploma magistrale gli arriva la vocazione. È prete a Palermo, nella borgata di Settecannoli, poi parroco a Corleone, nella frazione di Godrano. Sarà il cardinale Pappalardo a spostarlo a Brancaccio, nella periferia orientale della città, nel 1990. Il posto lo conosce bene, conosce bene la mentalità, la gente e il suo difficile modo di tirare avanti. Sa che il problema principale è il lavoro e che, sulla sua mancanza, la malavita mette facili radici con le sue allettanti proposte. La formazione, l’istruzione potrebbero far molto, ma a Brancaccio non c’è neppure la scuola media: a oltre 10 anni dalla sua morte aspetta ancora di essere inaugurata. Pino comincia allora a lavorare coi più giovani, coi ragazzi: è convinto di essere ancora in tempo per formarli e per dar loro dignità e speranza.

Per i suoi “figli” fonda il Centro “Padre nostro”. “Coi più piccoli – diceva – riusciamo a instaurare un dialogo. I più grandicelli sfuggono, sono attirati da altre proposte”. Racconta il suo assassino: “Cosa nostra sapeva tutto. Che andava in Prefettura e al Comune per chiedere la scuola media e far requisire gli scantinati di via Hazon. Sapeva del Comitato intercondominiale, delle prediche. C’era gente vicina a don Pino che andava in chiesa e poi ci veniva a raccontare”. Il piccolo e mite prete comincia a dar fastidio. Lavora in silenzio, non fa clamore, non va sui giornali, ma scava nelle coscienze, costruisce legami, apre prospettive diverse. Cominciano allora gli “avvertimenti”: una ad una vengono incendiate le porte di casa dei membri del comitato. Poi le minacce, sempre più dirette, e il pestaggio di un ragazzo del Centro.

Ma ad ammazzare un prete, fino ad allora, la mafia non si era ancora spinta. La chiesa era, tutto sommato, un territorio ancora franco. Se ne poteva sperare comprensione, rifugio. Ma quel prete… Arriva allora la condanna. Il killer viene allertato. “Lo avvistammo in una cabina telefonica. Era tranquillo. Che fosse il giorno del suo compleanno lo scoprimmo dopo. Spatuzza gli tolse il borsello e gli disse: Padre, questa è una rapina. Lui rispose: Me l’aspettavo. Lo disse con un sorriso… Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso… Io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo ancora provato nulla del genere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. Quella sera cominciai a pensarci: si era smosso qualcosa”.

Le sue parole

La storia di Don Treppì è semplice e purtroppo molto breve. Ma il messaggio che ancora oggi ci manda la sua vita, la sua tenacia, la sua forte passione e la sua fede incrollabile è importante e attualissimo. Lo riceviamo dalle sue parole. Il 14 dicembre 1991 scrive una lettera ai suoi parrocchiani.

“Cari amici, da poco meno di un anno sono parroco della parrocchia di San Gaetano, a Brancaccio, e a questo proposito vorrei comunicarvi le mie gioie e le mie tristezze, le mie preoccupazioni e le mie speranze. Vorrei rendervi partecipi dei miei progetti e coinvolgervi nella loro attuazione; vi chiedo scusa per la mia indiscrezione, ho fiducia nella vostra benevolenza e amicizia.

C’è nella parrocchia un buon fermento di persone impegnate in un cammino di fede e, contemporaneamente, in un servizio liturgico, catechistico o caritativo, ma i bisogni della popolazione sono molto maggiori delle risorse che abbiamo.

Vi sono nell’ambiente molte famiglie povere; anziani malati e soli; parecchi handicappati mentali e fisici; ragazzi e giovani disorientati, senza valori veri, senza un senso della vita; tanti bambini e fanciulli quasi abbandonati a se stessi che, evadendo l’obbligo scolastico, sono preda della strada, dove imparano devianza e violenza (scippi, furti più o meno piccoli e, forse, miniprostituzione).

Che cosa fare per venire incontro a tante necessità? Assieme ad alcuni membri della comunità abbiamo pensato a un centro polivalente di accoglienza e di servizio, per la cui gestione abbiamo chiamato le suore; la loro risposta è stata positiva: verranno in tre o quattro. E i locali? Una casa (piano terra con giardinetto e primo piano) sita a pochi passi dalla chiesa parrocchiale è in vendita; decidiamo di comperarla… Non vi nascondo che ho una qualche preoccupazione al riguardo, ma essa viene dissipata da una grande speranza e fiducia nella provvidenza, che si manifesta per mezzo di tanti amici; di voi che so sensibili alla solidarietà e alla generosità. Infatti già alcuni mi hanno fatto pervenire la loro generosa offerta secondo le proprie possibilità. Potreste fare anche voi qualcosa a favore di questo centro di accoglienza “Padre nostro” (così lo chiameremo)?

Sono sicuro che la vostra sensibilità e generosità sappiano darvi suggerimenti per una azione concreta perché il progetto si realizzi. A nome mio e della comunità vi ringrazio sentitamente; vi saluto con fraterno affetto e amicizia”.

Una classica lettera di parroco che chiede soldi? No, molto di più. Una lettera in cui incontriamo il parroco che si preoccupa della vita dei suoi parrocchiani. A chi gli faceva notare che molti dei ragazzini del centro Padre Nostro non era battezzato Don Pino rispondeva: “Preoccupiamoci di far emergere l’umano in queste creature, lo spirituale verrà”.

Chiedi scusa

Racconta Suor Carolina, sua collaboratrice preziosa: “Stavamo facendo i lavoretti, ricoprivamo di creta le bottigliette dei succhi di frutta. Ad un certo punto una bottiglietta vola a grande distanza dritta su un ragazzo che per fortuna si scansa, ma poteva rimanere ammazzato. Io dico al bambino che l’ha lanciata: ‘Andrea, chiedi scusa’. Si alza il fratellino più grande: ‘No Andrea, ricorda quello che dice papà: non si deve mai chiedere scusa, non sei un uomo se chiedi scusa’. Io insisto: ‘Andrea chiedi scusa, solo chi sa chiedere scusa è veramente un uomo’. E il fratello gridando: ‘Non è vero Andrea, non lo fare, guai a te’. Andrea era teso, incerto, diviso. Alla fine ha detto: ‘Vabbè scusa’ e ha teso la mano al compagno che aveva offeso. Gli altri ragazzi hanno fatto un applauso, un lungo applauso che non finiva più. Quando l’ho raccontato a padre Puglisi si è commosso e ha detto: Questi sono miracoli!”.

Una lotta insieme

Don Ciotti scrisse così il 15 settembre 1994, sulle pagine di Avvenire: “Cosa ci ha consegnato don Giuseppe? Innanzitutto il suo modo di intendere e di vivere la parrocchia, di essere parroco. Non ha pensato, infatti, la parrocchia unicamente come la ‘sua’ comunità di fedeli, come comunità di credenti slegata dal contesto storico e geografico in cui è inserita. L’ha vissuta, prima di tutto, come territorio, cioè come persone chiamate a condividere uno spazio, dei tempi e dei luoghi di vita… Ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere, come preti, in parrocchia. Con la sua testimonianza don Pino ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio. Non il silenzio di chi rinuncia a parlare e denunciare, ma quello di chi, per la scelta dello “stare” nel suo territorio, rifiuta le passerelle o gli inutili proclami. ‘Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli’ (Mt 5, 10).

Anche questo ci ha consegnato don Giuseppe: una grande passione per la giustizia, una direzione e un senso per il nostro essere Chiesa e soprattutto un invito per le nostre parrocchie ad alzare lo sguardo, a dotarsi di strumenti adeguati e incisivi per perseguire quella giustizia e quella legalità che tutti, a parole, desideriamo. Per questo don Giuseppe è morto: perché con l’ostinata volontà del cercare giustizia è andato oltre i confini della sua stessa comunità di credenti…

Don Puglisi non è stato ucciso perché dal pulpito della sua chiesa annunciava princìpi astratti, ma perché ha voluto uscire dalla loro genericità per testimoniarli nella vita quotidiana, dove le relazioni e i problemi assumono la dimensione più vera”.

La scuola, i giovani

Due testimonianze di don Puglisi, due inviti da non lasciar cadere:

“È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore, ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti.

“Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un’illusione che non possiamo permetterci. È soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani. Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto…”.

SCHEDA

ALLA LUCE DEL SOLE
un film prodotto da Jean Film Italia – 2004 – scritto e diretto da Roberto Faenza

 “Me lo aspettavo”. Le ultime parole di Padre Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, di fronte al suo assassino, il 15 settembre 1993, quasi epilogo degli anni caldi della piovra, che ha visto il sacrificio di magistrati, funzionari e uomini della legge, sindacalisti, giornalisti per porre un freno all’illegalità, al sopruso e alla violenza, al furto della speranza.
Il film narra gli ultimi anni della vita di 3P (come veniva amabilmente chiamato), dal suo arrivo nel quartiere degradato del Brancaccio, e la sua lotta contro l’indifferenza, la paura, la violenza, per il ricupero della dignità umana e della giustizia, per prosciugare lo stagno dell’illegalità e della mafia, togliendo i ragazzi dalla strada, ricuperando gli adolescenti alla scuola, ridando fiducia alla popolazione.
Un film crudo, vero, dove la traccia di sangue di don Puglisi abbandonato sulla strada diventa, per tutti, fiducia nel riscatto.
Una testimonianza del regista: “Mi sono accostato a questo personaggio da non credente e ho colto non il sacerdote ma la straordinaria lezione di un uomo. Una lezione di libertà, di una persona capace di lavorare a fondo nell’animo dei bambini. E di liberarli dal dominio della mafia. Sono trascorsi undici anni e il suo insegnamento è forse più attuale oggi che allora”.
A interpretare don Puglisi l’attore Luca Zingaretti, Corrado Fortuna interpreta Gregorio Porcaro, il suo collaboratore più stretto, mentre Suor Carolina è interpretata da Alessia Goria. A lei abbiamo rivolto qualche domanda.

 Intervista ad Alessia Goria
interprete di suor Carolina nel film

Domanda. Una domanda di rito. Perché hanno scelto lei per la parte di una suora vicina alla vita e alla missione di don Puglisi e come si è “sentita”?
Alessia Goria: La vita mi ha portato a non credere al caso, bensì a pensare che ogni situazione o avvenimento abbiano una loro precisa causa. Per questo è stato per me un onore e un piacere interpretare il personaggio di suor Carolina al fianco di Luca Zingaretti. Personalmente ho sempre creduto in un ideale di cinema che possa trasmettere e, oserei dire, anche educare lo spettatore all’arricchimento e alla riflessione. In questo senso non poteva capitarmi un personaggio migliore.

D. Accostando il personaggio di don Puglisi, sia attraverso la conoscenza della sua vita che attraverso la finzione scenica, quale personale esperienza interiore ha vissuto?
A.G. La vita di don Puglisi è occasione di insegnamento e di arricchimento per tutti noi e dovremmo essere grati a tutti coloro che ci hanno tramandato il suo esempio come uno straordinario modello di coraggio, di coerenza e di umanità. Un esempio che don Puglisi ha portato avanti con umiltà e consapevolezza in un mondo malato e violento quale è stato e continua a essere quello dominato dalla mafia.

D. Lei pensa che l’essere prete per don Puglisi abbia rappresentato una marcia in più? Quanto conta l’elemento religioso e spirituale nella capacità di dono di sé?
A.G. Non penso che per esprimere una forte spiritualità sia necessario essere uomini di religione, anche se don Pino ne ha rappresentato i valori più alti. È vero infatti che nella storia grandi uomini “laici” in ogni parte del pianeta hanno affrontato la vita con lo stesso spirito, come una missione, per infondere nel prossimo messaggi di pace, di giustizia e di speranza. Basti pensare a Gandhi o a Galtung, per citare solo qualche esempio. Per restare in Italia, uomini quali lo stesso Falcone o Borsellino non sono forse morti per la loro fede negli ideali della verità e della giustizia?

D. Secondo lei, i giovani di oggi hanno bisogno di “eroi” o di situazioni estreme per risvegliare ideali dentro di loro? E i giovani hanno ideali o facilmente li seppelliscono sotto un ordinario quotidiano?
A.G. Sì, dico sì senza esitazione, perché ognuno di noi è frutto della propria esperienza e degli insegnamenti che riceve. Così come in ogni essere umano, senza distinzione alcuna, coesistono forti spinte tendenti al bene e alla crescita insieme a grandi spazi di oscurità e di errore.
Proprio pensando ai giovani, la conoscenza di un percorso come quello di don Puglisi può essere di grande aiuto, di arricchimento culturale e spirituale, perché la sete di giustizia e di felicità è un diritto di tutti.

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di | 21 settembre 2012

Il 15 Settembre del 1993, il giorno del suo 56° compleanno, veniva ucciso a Palermo il prete della Parrocchia e fondatore del Centro di Accoglienza Padre Nostro del quartiere Brancaccio, Padre Pino Puglisi.

Il 28 Giugno di quest’anno, il Santo Padre, Benedetto XVI, ricevendo in udienza il Cardinale Angelo Amato S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la congregazione a promulgare il decreto riguardante il martirio del Servo di Dio, Giuseppe Puglisi.

Diciannove anni fa Dio ha fatto nascere nella schiera dei suoi sacerdoti un altro esempio di fedeltà al Vangelo del Cristo Risorto.

Il 17 Settembre del 1993, giorno del suo funerale, durante l’Angelus recitato al santuario dell’Averna, Papa Giovanni Paolo II, con queste parole lo ha ricordato: «In questo luogo di pace e di preghiera non posso non esprimere il dolore con il quale ho appreso ieri mattina la notizia dell’uccisione di un sacerdote di Palermo, don Giuseppe Puglisi. Elevo la mia voce per deplorare che un sacerdote impegnato nell’annunciare il Vangelo e nell’aiutare i fratelli a vivere onestamente, ad amare Dio ed il prossimo, sia stato barbaramente eliminato. Mentre imploro da Dio il premio eterno per questo generoso ministro di Cristo, invito i responsabili di questo delitto a ravvedersi e a convertirsi. Che il sangue innocente di questo sacerdote porti pace nella cara Sicilia. Auspico altresì di cuore che il messaggio che ci viene da San Francesco aiuti tutti a tornare a Dio ed a vivere coerentemente nell’onestà, nel rispetto della vita, nella fratellanza e nella pace».

Quest’anno il Centro da lui fondato e la parrocchia di Brancaccio lo hanno voluto ricordare con diverse iniziative, ma una più di tutte ha lasciato il segno nelle persone che vi hanno partecipato, la Veglia di preghiera “Mendicanti di Luce” celebrata da Don Luigi Verdi della Comunità Fraternità di Romena – Pratovecchio (AR). Gigi, lo chiamano quanti lo conoscono, così lui si fa chiamare, ci ha guidati nella preghiera attraverso le sue riflessioni sulla vita di Padre Pino Puglisi. Gigi non ha mai incontrato il parroco di Brancaccio, ma dalle parole che ci ha rivolto abbiamo compreso che l’aveva incontrato nella stessa fede nel Signore.

Parole colme, gesti pieni di significato, canti che partivano dal cuore, silenzi che ci hanno interrogato, immagini di una comunità orante come mai vista, tutto si elevava da quel suolo dove cadde ucciso per mano mafiosa quel piccolo prete di borgata, tanto umile e disarmato che fece paura alla mafia.

Puglisi se ne è andato così come era vissuto, in silenzio operoso, umilmente, radiante d’amore e di fede nel Risorto che gli fecero dire al suo assassino con un sorriso: “me lo aspettavo…”.

3P, così lo chiamavano i suoi volontari, ancora una volta ci fa da guida e non per sua volontà ma per volere di Dio e della Chiesa. Oggi universalmente per tutti i credenti del mondo egli è il “Testimone Credibile”, per tutti i non credenti è un uomo di “Parola” perché non si è tirato indietro davanti al pericolo, mantenendo l’impegno che aveva preso con gli abitanti del quartiere, con chi frequentava il Centro Sociale di Accoglienza Padre Nostro.

Si faceva carico dei problemi della povera gente: “Il chicco di grano è morto per dare tanti buoni frutti”. Il suo Centro Padre Nostro da 19 anni è vicino alla gente che soffre, non solo di Brancaccio.

Sin dall’inizio profeticamente ha portato 3P fuori dai confini di Brancaccio, lo ha fatto conoscere dentro e fuori la città di Palermo, ne ha tenuta viva la memoria realizzandone i sogni: La scuola, un centro polivalente sportivo, una palestra, una biblioteca, l’auditorium, un centro aggregativo per anziani, una casa rifugio per mamme e bambini vittime di abusi e maltrattamenti, aiutando le famiglie dei detenuti e i detenuti stessi… rimanendo ancorati ai suoi insegnamenti e vivendo a Brancaccio.

La Fondazione Giovanni Paolo II il 16.09.2012 ha incontrato la comunità di Brancaccio attraverso il suo Presidente, Mons. Luciano Giovannetti, che durante l’omelia della celebrazione eucaristica ci ha sollecitati all’azione comune nella diversità di ruoli e carismi.

Ci ha esortati a vivere questo tempo che ci separa dalla data di Beatificazione (25 Maggio 2013) come un tempo di grazia, dove ognuno deve interrogarsi sul proprio impegno nella sua memoria. “…Da soli, non saremo noi a trasformare il quartiere. noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualcosa, e se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto…” ( Padre Pino Puglisi)

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Copertina di 'Padre Pino Puglisi il samurai di Dio'DescrizioneIl nome samurai deriva dal verbo “saburau”, letteralmente “colui che serve”. Questo significato è ciò che subito ci ha sorpreso e ci ha fatto venire in mente, per associazione, numerose analogie tra il samurai e 3P. Il libro non racconta la storia dei samurai. Racconta una storia di dedizione, di passione e di saggezza, oltre che d’amore e di bellezza, di un sacerdote: Padre Pino Puglisi, affettuosamente 3P che possiamo definire “samurai di Dio”. Guardando le cose con la serenità che viene dalla distanza emotiva, si comprendono gli eventi in modo nuovo, e se ne individuano sfumature e sfaccettature. Gli autori, attraverso quest’opera, tratta dalla loro esperienza e filtrata dai ricordi e dall’affetto, tentano di cogliere nel loro percorso di amicizia con 3P, la traccia da lui lasciata, la sua eredità per noi e le orme di Dio, che non smette mai di accompagnarci dentro la nostra storia.

Padre Pino Puglisi il samurai di Dio

 

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DescrizioneIl nome samurai deriva dal verbo “saburau”, letteralmente “colui che serve”. Questo significato è ciò che subito ci ha sorpreso e ci ha fatto venire in mente, per associazione, numerose analogie tra il samurai e 3P. Il libro non racconta la storia dei samurai. Racconta una storia di dedizione, di passione e di saggezza, oltre che d’amore e di bellezza, di un sacerdote: Padre Pino Puglisi, affettuosamente 3P che possiamo definire “samurai di Dio”. Guardando le cose con la serenità che viene dalla distanza emotiva, si comprendono gli eventi in modo nuovo, e se ne individuano sfumature e sfaccettature. Gli autori, attraverso quest’opera, tratta dalla loro esperienza e filtrata dai ricordi e dall’affetto, tentano di cogliere nel loro percorso di amicizia con 3P, la traccia da lui lasciata, la sua eredità per noi e le orme di Dio, che non smette mai di accompagnarci dentro la nostra storia.

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Don Giuseppe Puglisi: la forza del garbo

La storia del prete ucciso dalla mafia e beatificato lo scorso giugno da Papa Benedetto XVI

di Fabio Mancini

Chissà se esiste una relazione del tutto trascendente fra persone tra loro sconosciute, vissute in luoghi e in epoche differenti, ma accumunate dal coraggio e segnate dal medesimo destino?
Cosa hanno in comune il vescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero e il sacerdote palermitano don Giuseppe Puglisi?
Entrambi furono assassinati, in virtù della loro testimonianza: Óscar Arnulfo Romero fu trucidato con una pallottola che gli recise la vena giugulare, mentre stava elevando l’ostia; Giuseppe Puglisi fu soppresso con un colpo di pistola alla nuca, mentre stava rientrando nella propria abitazione.
Con atteggiamento profetico il vescovo salvadoregno annunciava: “Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai”.
E come non estendere tale formulazione anche a don Puglisi e a tutti i martiri della Chiesa? Può una pallottola mettere a tacere la voce univoca della Comunità cristiana?
Presto Don Giuseppe sarà beatificato per poi essere elevato all’onore degli altari come primo martire della mafia, deceduto in odio alla fede. La cronaca nera rilevava che il 15 settembre 1993 il corpo di don Giuseppe giaceva a terra, privo di vita. 3P (acronimo delle iniziali Padre Pino Puglisi) veniva chiamato così dai suoi parrocchiani, terminava la sua avventura terrena il giorno del suo 56° compleanno.
Una strana coincidenza … eppure un altro elemento conferisce alla vicenda un significato un po’ particolare: il giorno dell’omicidio don Puglisi indossava un clergyman, anziché la solita camicia a scacchi. A qualche parrocchiano che glielo aveva fatto notare, don Giuseppe aveva spiegato che quel giorno doveva celebrare più matrimoni. A me piace pensare che il Signore lo abbia chiamato a sé, abbigliato con il suo abito migliore, in vista dell’imminente unione mistica con quell’anima devota.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: qual è il confine tra il dovere deontologico e il valore aggiunto della santità? Perché la mafia ha inviato un commando composto da cinque tra i migliori killer di Cosa Nostra per eliminare un prete mite e disarmato? E’ evidente che la minaccia apportata da don Puglisi non poteva essere militare, ma di altra natura.
Nato nel 1937 a Palermo e vissuto nelle borgate limitrofe al capoluogo siciliano, don Giuseppe conosceva il linguaggio, gli usi e la mentalità isolana, ma ciò non l’ha preservato da una morte precoce e feroce. Poteva essere evitata una fine simile? Beh, se il parroco della parrocchia di San Gaetano, situata nel quartiere Brancaccio, avesse chiesto una scorta,
oppure un trasferimento presso un’altra diocesi, forse sì. Ma tal punto don Puglisi doveva arrivare? A me sembrerebbe una resa. Agli occhi di Cosa Nostra, i torti di don Giuseppe Puglisi erano tanti. Anzi, troppi!
In una borgata priva di scuola media, di asilo nido, di consultorio o di qualsiasi struttura pubblica, quale era il Brancaccio degli anni 80’ dove tre quarti della popolazione era costituita da casalinghe e per la rimanente parte da pensionati e da bambini, molti fanciulli cadevano vittime della prostituzione e della droga, mentre tanti subivano il fascino “dell’uomo d’ onore” e del suo mito.
All’età di 10 anni già si entrava nei ranghi di Cosa Nostra e le alternative erano il lavoro di scaricamento delle casse di frutta o di pesce al mercato e la raccolta e vendita di stracci per le strade. Una volta un bambino che frequentava il corso per la prima comunione disse a don Giuseppe che era costretto ad abbandonare la catechesi, perché doveva andare a rubare. Don Puglisi chiama da Godrano (dove era stato parroco dal 70’ al 78’) Agostina Aiello e i giovani universitari della FUCI, le Missionarie del Vangelo da Palermo, Lia Cerrito, amica e collaboratrice di vecchia data, suor Carolina Iavazzo e le suore sorelle dei poveri di Santa Caterina da Siena. Con loro, il prete tenta di costruire un gruppo affiatato, al fine di diffondere un forse senso comunitario e sconfiggere in tal modo la cultura mafiosa dei mammasantissima.
Nascono i Cenacoli, incontri di piccoli gruppi di persone che pregano e leggono il Vangelo nelle proprie abitazioni, i ritiri spirituali, il centro di accoglienza per le famiglie più povere, il centro Padre nostro, la benedizione delle case, le gite, le gare sportive per le vie della borgata. I più vecchi e le vedove pur rimanendo nella sofferenza, immancabilmente ricevono le visite del loro parroco. Il deserto finalmente si anima di vita e speranza … Cosa Nostra che controlla il territorio non può permettere però che un prete di periferia abbia tale e tanta libertà interiore e d’azione. Pertanto i suoi affiliati credo che abbiano fatto la seguente riflessione: “Costui ha avuto la sfrontatezza di tentare di convertire le nostre donne, vuole di istruire i nostri figli, non ha accettato il denaro per i fuochi di artificio della festa patronale, non ha chiamato la nostra ditta referente per i lavori di restauro della parrocchia, ci ha messo in imbarazzo pubblicamente, si è rifiutato di indirizzare il voto dei parrocchiani verso i nostri referenti politici e ogni giorno costui acquista sempre una maggiore fiducia agli occhi della gente comune, mentre il rispetto e l’ammirazione spetterebbe a noi soltanto”.
In virtù della sua azione pastorale don Giuseppe Puglisi riceve una serie di avvertimenti: una volta un ragazzo della parrocchia viene fermato sul motorino, picchiato e minacciato, a tre giovani facenti parte dell’intercondominio vengono bruciate le porte di casa, il furgone degli operai che portava il materiale per il restauro della parrocchia viene dato alle fiamme con alcune bombe molotov lanciate in corsa da due giovani su una moto, una volta don Giuseppe trova le ruote dell’auto bucate, un’altra si presenta in parrocchia con un labbro ferito.
Ciononostante don Puglisi è un uomo sereno e gioioso, egli ripete che: “il cristiano è un uomo felice”. E’ un siciliano, pertanto sa cos’è la mafia e per dare luce a quel mondo fatto di tenebra e di violenza, ironicamente scrive il “Padre nostro del picciotto” che di seguito riporto:

“Padrino mio e della nostra famiglia,
tu sei uomo d’onore e di valore,
Il tuo nome lo devi fare rispettare
e tutti quanti ti dobbiamo obbedire:
quello che dici, ognuno lo deve fare
perché è legge se non vuole morire.
Tu ci sei padre che ci da pane
pane e lavoro e non ti tiri indietro
di ripulire un po’ chi possiede
perché sai che i picciotti devono mangiare.
Chi sbaglia lo sappiamo, deve pagare:
non perdonare, altrimenti sei infame
ed è infame chi parla e fa la spia;
questa è la legge di questa compagnia!
Mi raccomando a te, padrino mio,
liberami dagli sbirri a dalla questura
libera me e tutti i tuoi amici.
E sempre sarà così”.

A quanti definivano don Giuseppe Puglisi un prete antimafia, lui rispondeva che: “qui non dobbiamo fare pastorale antimafia, dobbiamo fare pastorale del Vangelo”. La sua è una testimonianza intelligente e semplice, senza complessi
di inferiorità.
Grazie alla deposizione processuale dell’omicida, Salvatore Grigoli, abbiamo potuto conoscere gli ultimi istanti di 3P. “Gaspare Spatuzza si avvicinò a don Giuseppe e piano gli disse: “Padre, questa è una rapina”. Lui si girò, lo guardò, sorrise, poi, aggiunse:”Me l’aspettavo”. Poi il colpo alla nuca, sparato da Salvatore Grigoli.
Ai giovani don Puglisi raccomandava: “Si, ma verso dove?” Anch’io mi chiedo: verso dove? Forse don Giuseppe Puglisi e i martiri della fede, sapranno indicarmi e indicarci la strada…

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Don Pino Puglisi, che al suo assassino disse: “Me l’aspettavo…”

17 aprile 2013
Lucia Lipari

Parla suor Carolina Iavazzo. Da Brancaccio a San Luca, passando per Crotone con l’allora Padre Giancarlo, oggi monsignor Bregantini,  Suor Carolina Iavazzo è la religiosa di Aversa che ha vissuto a tutto tondo gli ultimi anni di vita di don Pino Puglisi, la sua più stretta collaboratrice. L’abbiamo raggiunta a Bosco S. Ippolito nel cuore della Locride, nel Centro dedicato al “Padre antimafia”.

suor Carolina Iavazzo

Suor Carolina cita l’attimo fuggente e l’Apocalisse, dorme in un container, suona la chitarra ed organizza tornei di calcetto. Si definisce una “suoraccia”: un’educatrice di strada, in realtà è una poetessa illuminata, tanto da definire i suoi ragazzi di Palermo figli del vento. In quest’oasi di pace ai piedi dell’Aspromonte ci prende per mano lungo il racconto di don Puglisi.

A Palermo si consumò la sua più grande battaglia. Come iniziò tutto?

Dal quartiere Brancaccio, dove la povertà era spirituale oltre che economica. Padre Puglisi ha lavorato per tre anni in un centro fatto di due stanzette, il centro Padre Nostro. Lì aveva scoperto che i giovani non erano liberi nemmeno di pensare, uccidevano per quattro soldi, non andavano a scuola, perfino i trentenni non sapevano né leggere né scrivere. Io gli dissi: “Padre non sono nemmeno battezzati” e lui: “Prima dobbiamo formare l’uomo che non c’è e da quella base umana sarà facile anche costruire il cristiano”. Questo mi sconvolse. Iniziarono così i corsi di alfabetizzazione, era il 1990/1993 non il dopoguerra. La morsa della mafia però non tardò a farsi sentire, perché don Pino toglieva loro manovalanza. Era un sacerdote convinto, un uomo mite e forte al tempo stesso, non si chiudeva in sacrestia o dietro l’altare. Amava Dio ed il prossimo.

Una storia di frontiera che oltrepassa lo Stretto, come furono quegli anni?

Don Pino andava nel quartiere a vedere il da farsi. Mancava perfino la luce o era fioca, lottava per avere i servizi essenziali. Veniva picchiato, minacciato, ma incassava ed andava avanti. Voleva portare il sole tra quelle vie. Aveva paura, certo che aveva paura, ma diceva: “Più che uccidermi non possono fare altro”. Capii a distanza di anni che non potevano uccidere i suoi sogni e che l’importante era non morire prima, non morire dentro. Nell’Attimo Fuggente si dice “Non vorrei accorgermi alla fine della vita, di non essere mai vissuto”. La mafia aveva capito che non sarebbe tornato sui suoi passi, così decisero di minacciare i suoi collaboratori, appiccando anche del fuoco ai nostri capannoni. Don Pino durante l’omelia della messa che seguì l’evento rovinoso si mise a gridare: “Voi siete bestie, siete animali. Non siete uomini perché siete dei vigliacchi”. Io lo esortai a non mettere a repentaglio la sua vita, ma lui la sua scelta l’aveva già fatta.  

Cos’è la mediocrità?

La striscia grigia, quella degli ignavi, delle persone poverelle, che non ci permette un credo, non ci permette una bandiera. Lì siamo mediocri, senza ideali, quando ci buttiamo un pò di là e un pò di qua. Dico un’assurdità: ma meglio chi sta nella striscia nera, rispetto a chi non è né caldo né freddo, come dice Dio nell’Apocalisse. Abbiamo una vita sola e dobbiamo viverla al meglio, riempiendola di impegno. Padre Puglisi ha vissuto 56 anni, ma pienamente, lasciando dietro di sé una scia di luce. Ammoniva Baden Powell: “lasciamo il mondo un po’ più pulito di come l’abbiamo trovato”. Non scarichiamo le responsabilità. Noi da che parte stiamo? Diceva don Pino: “se ognuno fa la sua parte, allora avremo fatto molto”. Non esistono persone che non hanno nulla da dare. Padre Puglisi era una persona normale, amava ridere, mangiare un buon piatto, provava paura, non era un eroe. Gli eroi non esistono, li creiamo noi per non impegnarci, per creare un alibi al nostro disimpegno.

Quella tragica sera come la ricorda?

Era il giorno del suo compleanno, lo aspettavamo, ma lui non arrivò mai. Venne un volontario in casa nostra, Salvo, e chiese di me. Sua madre viveva sopra padre Puglisi ed  andandola a trovare quella sera, trovò il sacerdote riverso nel sangue. Non avevo capito che era stato ucciso, pensavo ad un ictus, ad un infarto. Spesso tornava tutto livido e si giustificava dicendo: “soffro di pressione alta sorella”. Quella sera doveva confessare un giovane, che avrebbe portato due pizze per mangiarle insieme e dopo sarebbe venuto da noi. Infilava la chiave nella toppa di casa, quando un uomo da destra lo chiamò; don Pino si girò, gli sorrise e disse: “me l’aspettavo”. Un altro, a sinistra, lo finì con un colpo solo dietro l’orecchio. Quello che mi sconvolge è che non ha reagito, non si è mosso. Era il 15 settembre, le finestre dei vicini erano tutte aperte, avrebbe potuto gridare, ma non lo fece. Una morte così non si improvvisa, la si può preparare solo attraverso una vita impegnata. Chi l’ha ucciso è un pentito, è un testimone di giustizia, per questo si sanno tutti questi particolari.

Padre Puglisi sarà presto Beato, è felice? Qual è la sua attività qui in questa contrada?

E’ sepolto a Palermo con Falcone, ma sarà spostato quanto prima perché Il 25 maggio lo faranno beato. Sulla sua tomba c’è un Vangelo aperto con una frase di Giovanni: “non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Sulla porta di casa dove è stato ucciso, invece, c’è una piccola targa con su scritto: “La mafia è forte ma Dio è onnipotente”. Ogni sera vado a letto stanca, la mia casa è un container, ma sono felice, è un’esperienza di povertà. Questa zona è un dormitorio, ci sono solo case, ma noi siamo le suore del buon samaritano, andiamo incontro alla gente, là dove c’è bisogno noi ci siamo. Ci vuole coraggio a stare qua, ma la Calabria è una terra bellissima ed io ne sono innamorata.

Ci può raccontare qualche aneddoto  su don Pino?

Diceva sempre sì a tutti. Sapeva ascoltare ma adorava parlare. Lui non era mai puntuale. Le persone ogni tanto glielo facevano presente: “ma don Puglisi, non mi aveva detto di venire alle nove… ? E lui rispondeva: “ma che ti ho detto io? L’appuntamento era alle 9, se non mi vedi per le 10, alle 11 te ne vai”. Era un prete povero, era solito mangiare dentro la scatoletta del tonno, per non sporcare il piatto, perché poi non aveva tempo di lavarlo. Qualche volta lo invitavamo da noi e gli mettevamo per scherzo i piatti uno sopra l’altro ed all’interno la scatoletta di tonno con un bigliettino: “tanto per non perdere il vizio”. Era una persona spassosa.

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Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi? Forse no, se si tratta di eroi intermediali.

Ma che cos’è un eroe intermediale? È un personaggio che circola fra piattaforme o strumenti comunicativi diversi, dalla tv al cinema, dai giornali ai fumetti, dai romanzi al teatro, internet compresa, amplificando o modificando la propria intima fisionomia nel passaggio fra ognuno di essi. Può essere una figura di finzione, come il commissario Montalbano o il maghetto Harry Potter. Può essere una persona realmente esistita nella storia, come Napoleone o Che Guevara. Oppure può essere, come di prammatica accade nella terra di Sicilia, una vittima della mafia.

Si prenda il caso di padre Pino Puglisi, che da qualche tempo in qua, anche a causa delle fibrillazioni per la sua beatificazione, rimbalza con qualche scossone fra media vecchi e nuovi, i quali manco a dirlo iniziano a rimbeccarsi fra loro. Ha cominciato la fiction televisiva 1000 giorni a Brancaccio, diretta da Gianfranco Albano e interpretata da Ugo Dighero e Beppe Fiorello. È seguito il grande Mario Luzi, che su Pino Puglisi ha scritto la bella poesia Il fiore del dolore, da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale. Poi c’è stato Alla luce del sole, il noto film di Roberto Faenza con Luca Zingaretti nei panni del povero prete della triste periferia palermitana. Per non parlare degli interventi teatrali di Ficarra e Picone, che “zio Pino” conoscevano dalla scuola, o degli innumerevoli siti, blog, richiami su Facebook. E adesso arriva questo denso libretto Pino se lo aspettava di Marco Corvaia (Navarra editore, prefazione di Bianca Stancanelli, pp. 63), una specie di racconto autobiografico a metà strada fra la letteratura immaginativa e la cronaca impattante.

Corvaia racconta la storia di Puglisi da un punto di vista tanto originale quanto veridico: quello di un vicino di casa con cui per caso si trova a entrare in contatto. Figura troppo umana che non solo conosceva sin da bambino il primo martire della mafia nella storia, abitando nel medesimo nefasto quartiere in cui entrambi erano nati, ma per giunta ha assistito in diretta alla sua uccisione conducendolo, incredulo, al pronto soccorso e sperando ancora di poterlo salvare. Una testimonianza a dir poco toccante, quella di una persona ostinatamente comune che, come racconta l’autore, osservava imbambolato in quel momento terribile, sull’autoambulanza, che il prete dall’eterno sorriso aveva le suole bucate. Lui, proprio lui figlio di ciabattino e ciabattino a sua volta, da ragazzo, prima di intraprendere il percorso eroico che dalla sacrestia di una borgata pretesa qualsiasi lo ha condotto a una morte a dir poco annunciata.

“Me lo aspettavo”, sembra abbia sussurrato Puglisi con le pallottole già in corpo. Da cui il titolo del libro, che ben sintetizza il destino di quest’ennesima vittima di Cosa nostra e, più a fondo, dell’atavica incultura su cui la criminalità organizzata si pasce, forte solo della propria selvaggia, cupa violenza. Insegnare un po’ di umanità a un bambino era già un modo per contrastarla. Da cui l’agghiacciante esecuzione.

Corvaia a un certo punto del suo testo se la prende con il film di Faenza perché, a dire del suo narratore, ha trasformato l’assassinio notturno sotto casa del prete in un’esecuzione in piazza e in pieno giorno, travisando la realtà dei fatti. Alla luce del sole, s’intitola il film; e alla luce del sole decide di narrare il delitto mafioso. Ecco una piccola guerra tra media che tanto sa di tempeste in tazze di tè: “il cinema ha delle regole a cui attenersi – leggiamo nel libro –, ma un mezzo di comunicazione così potente ha dei doveri quando affronta storie come questa, non deve rischiare di manomettere la verità”.

Vale la pena di prendersela tanto? Non è meglio far fronte comune, ognuno coi propri specifici mezzi di espressione e di comunicazione? Inutile, pensandoci bene, prendersela con il film di Faenza perché “non dice la verità”. Non è quello il problema. Quel film fa piangere, fa pensare, fa incazzare. Ed è ciò che appunto deve fare. Mica deve banalmente dire la verità. Si tratta, direbbero i filosofi, di un testo performativo, di un’opera cioè che spinge ad agire, a patire, a indignarsi. E con ciò fa benissimo il suo lavoro, quello del medium che sta usando, del linguaggio che sta parlando. Altra cosa fa il libro di Corvaia, che affronta la storia in modo più intimo, meno spettacolare, più commovente forse, certamente meno generalista.

Meno male insomma che i media sono tanti, i linguaggi sono tanti, i messaggi sono tanti. Ognuno di essi mette in opera una propria prospettiva narrativa, proprie idee, propri valori. Rendendo forse un po’ meno disgraziata una terra che – stramaledettamente – ha continuo bisogno di eroi.

  • Padre Pino Puglisi all’inizio del suo ministero.
    Padre Pino Puglisi all’inizio del suo ministero.

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Don Pino Puglisi

Scritto da: arthur cristiano

Padre Pino Puglisi, soprannominato 3P, era un uomo di chiesa, uno uomo che con la forza della fede seppe affrontare con coraggio i mali della sua terra e della sua gente!

Nato a Palermo il 15 Settembre del 1937, all’età di 16 anni Giuseppe intraprese il cammino che lo avrebbe portato a distinguersi per la sua dedizione, la sua voglia di fare ed il suo coraggio: entrò in seminario, dove prese i voti religiosi nel 1960;
Dal quel momento dedicò ogni giorno della sua vita agli altri, in particolar modo ai bambini.
Don Pino sapeva bene che i guai della Sicilia nascevano dalla presenza di un potere in grado di far emergere il lato peggiore delle persone, in grado anche di privare i giovani della loro infanzia per catapultarli nelle strade, di fomentare l’ignoranza per controllare le menti. Non poteva accettare di stare a guardare, voleva combattere quello che per lui non era altro che il Male, perchè sapeva che attraverso l’amore avrebbe potuto sconfiggerlo; Amore era la parola che più spesso Padre Puglisi utilizzava nelle sue omelie e nei suoi discorsi (ed è triste che oggi qualcuno la sfrutti per scopi molto diversi…);
La vera battaglia iniziò per Don Pino nel 1990, quando venne nominato parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato da Cosanostra attraverso i terribili fratelli Graviano. Cominciò un lavoro di denuncia, nel tentativo di aprire le coscienze della gente a quei valori che fino ad allora erano rimasti sopiti sotto una fitta cortina di omertà… Ma a Giuseppe non bastavano le parole, egli sapeva bene che la lotta alla mafia doveva partire dalle fondamenta, da quei giovani, cioè, che costituivano la base, il futuro, della criminalità organizzata;
Fondò così nel 1993 il centro “Padre nostro” per la promozione umana e l’evangelizzazione.

Il centro, con il quale Don Pino Puglisi riuscì a togliere moltissimi giovani dalle strade, istruendoli ad una vita di amore e legalità, divenne una vera e propria spina nel fianco per la criminalità organizzata, che in un sol colpo si era vista portar via forze importanti per lo spaccio delle sostanze stupefacenti e contemporaneamente doveva assistere al rialzo del livello culturale della gente del quartiere, un livello che i boss avrebbero preferito mantener basso per poter imporre la loro legge, quella del più forte;
Non passò nemmeno un anno dal giorno dell’inaugurazione quando il 15 Settembre (il giorno del suo compleanno) del 1993 un commando, capeggiato da Grigoli e Spatuzza su mandato dei fratelli Graviano, intercettò e uccise con un colpo di pistola alla nuca il povero Don Pino.
Accortosi dell’agguato, subito prima di essere freddato, Padre Puglisi sorrise a Grigoli e gli disse queste parole: “Me l’aspettavo”. Forse è proprio a causa della dignità ed al coraggio dimostrati nel momento immediatamente antecedente alla sua morte da Don Pino che il killer, Salvatore Grigoli, avrebbe avuto poco tempo dopo una conversione spirituale, determinante nel convincerlo a collaborare con la giustizia.
Pochi sanno che proprio in riferimento a questo omicidio Vittorio Sgarbi si espresse contro Giancarlo Caselli e Leoluca Orlando accusandoli pubblicamente di essere rispettivamente mandante ed esecutore dell’omicidio. Si salvò dalla condanna definitiva per diffamazione solo grazie alla prescrizione; Per questo ad Agrigento Sgarbi è stato protagonista qualche anno fa di una contestazione ad opera di un grandissimo ragazzo, che oggi purtroppo non c’è più: Giuseppe Gatì;

Con quell’ omicidio, il 15 Settembre 1993, venne spezzata una vita dedicata ai ragazzi ed ai meno fortunati, ma per fortuna non il ricordo di una grande persona, capace nel nome del Signore, di salvare molte giovani anime…
Ecco come 2 famosi artisti siciliani hanno dato vita, nel loro personalissimo modo, ad un bellissimo sketch alla sua memoria:

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Alla luce del sole

“Imputato, dica alla Corte perché l’avete fatto”.
“Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole”.

Era un uomo solo, disarmato.
Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era un sacerdote.
L’assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno una pistola col silenziatore. Un altro, mentendo, disse: “È una rapina”.
L’uomo disse solo tre parole: “Me lo aspettavo”.
Sorrise, come faceva sempre con tutti.
E fu l’ultimo dei suoi sorrisi.

Chiamato nel 1990 dal vescovo di Palermo a occuparsi della parrocchia di un quartiere alle porte della città, Brancaccio, in meno di due anni riesce a costruire un Centro di accoglienza e coadiuvato da un gruppetto di volontari, giorno dopo giorno raccoglie dalla strada e dalla perdizione decine di piccoli innocenti.

Presto capisce che per incidere in quel tessuto disgregato bisogna fare e dare di più. Significava scontrarsi contro l’inerzia e l’incomprensione della burocrazia locale: per avere una rete fognaria, una scuola, un distretto sanitario, tutte cose che a Brancaccio mancano da sempre.

Inevitabilmente il suo percorso lo porta a entrare in conflitto con gli interessi del potere mafioso, che da decenni domina la vita quotidiana del quartiere.
Sono gli anni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, dove nello spazio di pochi mesi perdono la vita i giudici Falcone e Borsellino insieme a tanti altri.
Proprio gli stessi clan che organizzano le stragi si trovano di fronte quel prete indomabile, quel parroco che insegna ai ragazzi a credere in un mondo diverso, a non sottostare alla sopraffazione.

Lo avvertono: bruciano le case dei suoi collaboratori, incendiano la chiesa; lo minacciano, cercano di fare il vuoto attorno a lui, ma la sua fede non cede alle intimidazioni.
E allora per toglierlo di mezzo non resta che la strada della viltà estrema.

Questa, è la storia di don Giuseppe Puglisi, ricostruita dopo dieci anni di ricerche, testimonianze, confidenze.
Fu assassinato il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno, perché sottraendo i bambini alla strada, li sottraeva al reclutamento dei boss, che nel rione di Brancaccio, dove era nato, hanno creato da tempo immemorabile un vero e proprio vivaio di manovalanza criminale.

Ma se don Puglisi fu giudicato da Cosa Nostra una fastidiosa presenza della quale liberarsi brutalmente, il suo assassinio fu in realtà l’epilogo di una lunga catena di incomprensioni e silenzi da parte di troppi, persino degli intellettuali “schierati”, abituati a esaltare gli eroi di cartapesta e a dimenticare gli umili che lavorano in silenzio.

Questa storia si potrebbe definire un caso di forzata solitudine.
La solitudine dell’uomo che lotta per i suoi ideali, determinato sino al sacrificio.
“L’uomo che sparava dritto”, lo chiamavano i suoi parrocchiani, tanto alieno al compromesso era il suo credo.
“Non sono un eroe”, diceva di sé, ben sapendo che per la sua attività era stato condannato a morte.

Ai bambini, al tentativo di offrire loro la possibilità di crescere in un mondo migliore, ha dedicato la sua vita don Puglisi, per gli amici e i seguaci soltanto Pino, oggi in cammino verso il processo di beatificazione in quanto martire: citato più volte dal Papa, additato ad esempio da un numero crescente di giovani, credenti e non credenti.

Dal suo insegnamento, emerge una ineguagliabile lezione d’amore per la giustizia e la non violenza, insieme a un forte messaggio pedagogico.
Ma non sono solo questi i motivi che possono spingere un regista a realizzare un film su una materia tanto incandescente.
C’è, in fondo, il desiderio di portare alla platea più vasta possibile e non solo italiana la conoscenza di una vicenda che ci coinvolge tutti. Per un desiderio forse impossibile di risarcimento abbiamo scelto di raccontarla.
Perché raccontare l’impossibile è la forza e insieme la grande sfida del cinema.

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Pino Puglisi, un prete che viveva il Vangelo

Andrea Gagliarducci

sabato 25 maggio 2013

“Non lo si dice mai. Ma Pino Puglisi era un prete gioviale, sempre allegro. Aveva gli occhi che sorridevano. Raccontava centinaia di barzellette, ne conosceva moltissime, e i ragazzi erano attirati da lui anche per questo. E vi dovete anche scordare come lo ha fatto parlare Luca Zingaretti, che lo ha interpretato. Don Pino parlava molto lentamente, pesava con attenzione le parole”. Così Salvatore Di Cristina, arcivescovo emerito di Acireale, racconta don Pino Puglisi.

Di Cristina ci tiene a smontare il cliché del “prete antimafia” (“quella è stata una costruzione dei giornali”) e allo stesso modo sottolinea che non si deve leggere l’operato di don Pino alla stregua di quella di un “prete sociale”, perché lui “lavorava con il Vangelo in mano, era un sacerdote allo stato puro”. E sono le obiezioni che fa un po’ tutto il clero siciliano che ha conosciuto don Pino Puglisi. Ucciso in odium fidei, ovvero in odio della fede. Ucciso semplicemente perché faceva il sacerdote.

Era arrivato nel quartiere di Brancaccio perché non ci voleva andare nessuno. Costretto a celebrare Messa in un garage perché la Chiesa di San Gaetano era rimasta danneggiata dal terremoto, don Puglisi girava in lungo e in largo il quartiere sulla sua Uno  (“La benzina è il mio pane”, diceva) e strappava centinaia di bambini alla strada. Ovvero, da dove la Mafia pescava la manovalanza. Don Pino non si scoraggiava: il quartiere era invivibile, non c’era un albero, né una scuola media, e lui promuoveva i comitati civici; aveva inventato, con Agostina Ajello, un “Padre Nostro dei mafiosi” per tenere lontano i bambini ed i ragazzi dalla mentalità criminale; aveva fondato un centro, intitolato al Padre Nostro, per fare ripetizione ai bambini poveri, destinati altrimenti a rimanere sotto botta dei boss mafiosi.

Non è un caso che, quel 15 settembre del 1993, il suo assassino, Salvatore Grigoli, aveva solo la quinta elementare. L’omicidio doveva apparire una rapina. “Per tale motivo – ha raccontato Grigoli a Famiglia Cristiana nel 1999 –  fu utilizzata una pistola di piccolo calibro e al sacerdote fu sottratto il borsello. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto mentre gli altri due aspettavano. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: “Padre, questa è una rapina”. Lui si girò, lo guardò, sorrise, una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte, e disse: ‘Me l’aspettavo’. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca”

Don Pino se lo aspettava. Anche perché l’escalation di minacce nei suoi confronti era stata velocissima. E i ragazzi di don Pino avevano capito che c’era pericolo quando incendiarono le porte di casa a tre membri del Comitato intercondominale di via Hazon, che operava a fianco di don Pino. La prima domenica dopo l’incendio, alla messa delle 11 pronunciò un’omelia durissima: “chi usa violenza è paragonabile a una bestia”, affermò rosso in faccia, visibilmente scosso. “E’ stata una delle pochissime volte in cui sia stato visto realmente alterato”, racconta Di Cristina.

Eppure la sua morte arrivò inaspettata a scuotere il clero siciliano. “Non aveva detto a nessuno delle minacce che riceveva – racconta Di Cristina – noi amici avevamo solo notato che era diventato più scontroso negli ultimi tempi, quasi ci volesse preservare dal suo destino”. Quando parla di don Pino, Di Cristina sorride. Avevano fatto il seminario insieme, insieme erano stati “prefettini”, ovvero capi camerata nel seminario di minore, ed insieme erano stati ordinati sacerdoti. Un’amicizia forte, quella tra Di Cristina e don Puglisi.

“Quando don Pino viene inviato a Godrano – racconta il vescovo emerito di Monreale – si trova a vivere in un clima di profonda sfiducia. È in atto una faida famigliare, qualcosa di ancora più profondo del mero fenomeno mafioso, ogni casa ha un morto ammazzato, la chiesa è vuota perché non ci si fida l’uno dell’altro, e non si vuole che i figli di famiglie differenti si frequentino. Sono stati momenti duri per don Pino. Noi spesso lo andavamo a trovare, gli abbiamo dato una mano. Ma poi, lui seppe conquistare i ragazzi di Godrano. E, attraverso i ragazzi, conquistò le famiglie. Dopo otto anni, lasciò una Godrano trasformata”.

E una Godrano con almeno una vocazione in più: quella di Salvatore Cuttitta, che ora è vescovo ausiliare di Palermo e che è stato uno dei ragazzi di don Puglisi. Racconta Cuttitta: “Sono stato vicino a don Puglisi da quando avevo 8 anni a quando ne avevo 16. Il ricordo che ho io da bambino è che aveva questa grande capacità di stare con i piccoli, e di meravigliarci con le sue iniziative, rendendo i luoghi ordinari della nostra vita come luoghi speciali. Ci ha affascinati, ci ha proiettati fuori, ha rivoluzionato quelle relazioni che erano improntate da una diffidenza reciproca. È stato in quell’età che ho manifestato a lui la percezione della mia chiamata del Signore”.

Prima di arrivare a Brancaccio, nel 1990, don Puglisi è pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale. È durante quel periodo che conosce Michele Pennisi, attuale arcivescovo di Monreale. “Ho conosciuto don Pino Puglisi – racconta Pennisi –  quando  io ero rettore del seminario vescovile e direttore del Centro diocesano Vocazioni di Caltagirone ed egli era prima vicedirettore e poi  nel 1983 direttore del Centro regionale Vocazioni. Don Pino insisteva molto sulla pastorale vocazionale e per questo organizzava incontri di preghiera, mostre, campi-scuola estivi durante i quali faceva sperimentare ai giovani la bellezza della vita cristiana nella quotidianità e puntava molto sulla formazione degli animatori vocazionali e dei catechisti”. Dal 1984 in poi, si incontrano ogni sabato sera, si scambiano pareri in un periodo di grande fervore culturale per la Chiesa siciliana. “Don Pino in quegli anni approfondiva la conoscenza dei testi del Vaticano II e  la teologia post-conciliare con una particolare attenzione ai risvolti pastorali”.

Nel 1990, don Pino arriva a Brancaccio, e comincia a ricostruire il tessuto del quartiere con la sua opera di sacerdote. Ma cominciano anni drammatici. Nel 1992 vengono uccisi i giudici Falcone e Borsellino, il 9 maggio 1993 Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi, scosso da ciò che gli è stato raccontato della Mafia e riguardo l’assassinio del giudice Rosario Livatino di cui ha incontrato i genitori, afferma con forza, mettendo da parte il discorso ufficiale: “Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”.

Il 19 agosto di quell’anno, Marino Mannoia chiama il magistrato dal carcere e dichiara che nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile, invece ora non più, perché la Chiesa attacca la Mafia. Il 27 luglio, le bombe a Roma in San Giovanni in Laterano e poi a San Giorgio in Velabro. Poi, la morte di don Puglisi.

Che rappresenta anche una spaccatura della storia.  Da quel martirio è nato un nuovo modo nella Chiesa siciliana di affrontare il fenomeno mafioso. Si è scoperto, quasi improvvisamente, che essere preti nel senso più profondo della parola era già un’arma formidabile per combattere il cancro della Mafia.

“La vicenda di don Puglisi oggi dice molto soprattutto a noi sacerdoti – afferma Salvatore Di Cristina – ci sprona alla fedeltà totale al nostro mandato. Perché don Pino si trovò ad essere contro la Mafia in ragione del suo ministero”. E Salvatore Cuttitta sottolinea che “fino a trent’anni fa c’era un approccio confuso nel combattere la Mafia. Dopo la morte di don Pino, i vescovi hanno insieme definito una sorta di condanna della Mafia, sottolineando che chi fa parte di questa associazione criminosa non può considerarsi cristiano. C’è stata una ulteriore presa di coscienza: don Puglisi è stato ucciso perché era un evangelizzatore, perché promuoveva la vita”.

In fondo, sottolinea Pennisi, “L’odio per la fede di don Puglisi  è scritta con chiarezza nel verbale degli interrogatori dei suoi uccisori. Da essi emerge la pericolosità dell’azione di Puglisi, non per il bene che faceva, ma per la minaccia che rappresentava al potere della mafia. La mafia con l’assassinio di don Puglisi ha voluto colpire la Chiesa con un segnale forte , manifestando in questo modo l’ateismo pratico che la contraddistingue, nonostante certe parvenze di religiosità mistificatorie”.

Ma di don Pino sembra che tutti se ne siano accorti troppo tardi. Racconta Di Cristina che, ad una commemorazione, un confratello più anziano gli disse: “Sto cercando nella memoria un momento in cui don Pino sia stato inopportuno, o sopra le righe. Non me ne viene in mente nessuno. E noi non lo abbiamo mai invitato una volta a parlare ai nostri sacerdoti”.

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Don Pino Puglisi, come lo ricordo io

Ho conosciuto Padre Pino Puglisi il 3 gennaio del 1977. Avevo 17 anni. Di episodi simili a questo ne esisteranno a centinaia, ma l’averlo incontrato di persona, per me, è stato un vero privilegio e lo voglio raccontare proprio oggi, a pochi giorni dalla celebrazione della sua beatificazione.
Io sono convinto che dietro alla figura di un “santo” autentico, ci deve essere la realtà di un uomo autentico, cioè di un Uomo con la U maiuscola. Certo, nel caso di padre Puglisi c’è tutta la traiettoria del suo ministero sacerdotale, l’impegno per riaccendere la speranza nei giovani che ha lungamente frequentato, la rivalutazione di un quartiere difficile come quello di Brancaccio a Palermo che gli è valso l’appellativo di prete antimafia e che gli ha causato il martirio proprio lungo quelle strade.
Ma a me è bastato il ricordo di quell’incontro per sapere che tipo d’uomo egli era.

Il 3 gennaio del 1977 era di lunedì e faceva molto freddo, benché non piovesse. Insieme ad altri cinque ragazzi coetanei avevamo deciso di trascorrere qualche giorno in montagna. Il luogo che avevamo scelto era Valle Agnese, nei pressi di Godrano, un luogo incantevole che i miei amici conoscevano per i loro trascorsi di scout.
Muniti di zaini, pentolame, tende canadesi e sacchi a pelo arrivammo in pullman a  Godrano e da lì a piedi su per la vallata. Il tempo di montare le tende, organizzare il campo e provvedere alla legna e ci accorgemmo che uno dei compagni stava male: Salvo aveva gli occhi lucidi e la fronte bollente. Che fare? Decidemmo di andare in paese e chiedere aiuto. Il primo, ingenuo, pensiero fu di rivolgerci al parroco piuttosto che alla guardia medica e così ci dirigemmo in parrocchia. Era chiusa e bussammo nell’adiacente casa canonica. Ci aprì il parroco, l’allora quarantenne, don Pino Puglisi. Ci accolse in casa e volle che il ragazzo febbricitante rimanesse con lui in canonica. Lasciammo Salvo con don Pino e  tornammo in montagna.
Il campeggio si svolse tranquillamente ed ogni giorno scendevamo in paese per vedere il nostro amico che pian piano si riprendeva. Mercoledì stava quasi bene e don Pino ci assicurò che il giorno dopo lo avrebbe accompagnato lui stesso, in macchina, fino alla valle. Il giovedì sarebbe stato il 6 gennaio, Epifania del Signore, festa di precetto. “Perché non viene a celebrare la Messa su in montagna?” gli chiedemmo.
“Perché no!?” rispose subito, “Domani, dopo la Messa in parrocchia, salgo da voi”.
don Pino PuglisiEravamo emozionati. Preparammo il posto sistemando per altare un enorme tronco già tagliato in due, e grossi ceppi sistemati intorno per sederci. Puntualmente don Pino si presentò insieme a Salvo e la valigia con l’occorrente per la celebrazione della Messa. C’era un vento bestiale e fummo costretti a legare la tovaglia sull’altare con una corda. Poi, passeggiando a braccetto tra gli alti pioppi, uno ad uno ci confessammo tutti e così iniziò la celebrazione.
Eravamo in sei, sette con padre Puglisi.
Ricordo ancora le prime parole che pronunciò in quella celebrazione: “Cominciamo la santa Messa in questa meravigliosa casa di Dio che è la natura”.
Mangiammo insieme, lì seduti sui tronchi, dopodiché lui tornò in paese.
Non ricordo di averlo rivisto altre volte, se non di sfuggita, ma quel ricordo mi aveva segnato.

Un episodio in sé insignificante, lo capisco, probabilmente dimenticato da lui stesso, ma per me molto importante. Avevo visto l’uomo e il prete così come l’ho sempre concepito: attento ai bisogni dell’altro e libero dalle convenzioni.
Questa piccola tessera certamente non aggiunge molto al meraviglioso mosaico della sua vita pubblica e tuttavia credo che in qualche modo ne mostri un aspetto essenziale: un piccolo aneddoto di una vita vissuta in maniera riservata e tutto sommato nascosta, dove solo i fatti, i gesti e la coerenza conditi dall’amore per l’uomo ne hanno segnato la traiettoria.

Saverio Schirò

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Don Pino Puglisi

La storia di un uomo, di un prete, di un testimone, di un profeta del nostro tempo: don Pino Puglisi ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno.

Padre Pino Puglisi sarà Beato il 25 maggio 2013.

Questo testimone lo presento attraverso il film che il regista Roberto Faenza gli ha dedicato: Alla luce del sole .


“Dio ha detto: non uccidere! L’uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia,
non può calpestare questo diritto santissimo di Dio.
Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo
Cristo che è vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili:
convertitevi! Per amore di Dio. Mafiosi convertitevi.
Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte”.
(Giovanni Paolo II, Agrigento 9 maggio 1993)

“Imputato, dica alla Corte perché l’avete fatto”.
“Quel prete prendeva i ragazzi dalla strada, ci martellava con la sua parola, ci rompeva le scatole”.

Era un uomo solo, disarmato.
Per fermarlo lo chiamarono padre, perché era un sacerdote.
Salvatore Grigoli, l’assassino, 28 anni, 13 omicidi alle spalle, teneva in pugno una pistola col silenziatore. Un altro, mentendo, disse: “è una rapina”. L’uomo disse solo tre parole: “Me lo aspettavo”.
Sorrise, come faceva sempre con tutti. E fu l’ultimo dei suoi sorrisi.

Chiamato nel 1990 dal vescovo di Palermo a occuparsi della parrocchia di un quartiere alle porte della città, Brancaccio, in meno di due anni riesce a costruire un Centro di accoglienza e coadiuvato da un gruppetto di volontari, giorno dopo giorno raccoglie dalla strada e dalla perdizione decine di piccoli innocenti.
Presto capisce che per incidere in quel tessuto disgregato bisogna fare e dare di più. Significava scontrarsi contro l’inerzia e l’incomprensione della burocrazia locale: per avere una rete fognaria, una scuola, un distretto sanitario, tutte cose che a Brancaccio mancano da sempre. Inevitabilmente il suo percorso lo porta a entrare in conflitto con gli interessi del potere mafioso, che da decenni domina la vita quotidiana del quartiere. Sono gli anni delle stragi di Capaci e di via d’Amelio, dove nello spazio di pochi mesi perdono la vita i giudici Falcone e Borsellino insieme a tanti altri. Proprio gli stessi clan (mandanti i fratelli Graviano, boss di Brancaccio, complici neglia ttentati Falcone, Borsellino e nelle stragi di Roma, firenze e Milano del 1992-93) che organizzano le stragi si trovano di fronte quel prete indomabile, quel parroco che insegna ai ragazzi a credere in un mondo diverso, a non sottostare alla sopraffazione.
Lo avvertono: bruciano le case dei suoi collaboratori, incendiano la chiesa; lo minacciano, cercano di fare il vuoto attorno a lui, ma la sua fede non cede alle intimidazioni. E allora per toglierlo di mezzo non resta che la strada della viltà estrema.
Questa è la storia di don Giuseppe Puglisi, ricostruita dopo dieci anni di ricerche, testimonianze, confidenze.
Fu assassinato il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno, perché sottraendo i bambini alla strada, li sottraeva al reclutamento dei boss, che nel rione di Brancaccio, dove era nato, hanno creato da tempo immemorabile un vero e proprio vivaio di manovalanza criminale. Ma se don Puglisi fu giudicato da Cosa Nostra una fastidiosa presenza della quale liberarsi brutalmente, il suo assassinio fu in realtà l’epilogo di una lunga catena di incomprensioni e silenzi da parte di troppi, persino degli intellettuali “schierati”, abituati a esaltare gli eroi di cartapesta e a dimenticare gli umili che lavorano in silenzio. Questa storia si potrebbe definire un caso di forzata solitudine. La solitudine dell’uomo che lotta per i suoi ideali, determinato sino al sacrificio. “L’uomo che sparava dritto”, lo chiamavano i suoi parrocchiani, tanto alieno al compromesso era il suo credo. “Non sono un eroe”, diceva di sé, ben sapendo che per la sua attività era stato condannato a morte. Ai bambini, al tentativo di offrire loro la possibilità di crescere in un mondo migliore, ha dedicato la sua vita don Puglisi, per gli amici e i seguaci soltanto Pino, oggi in cammino verso il processo di beatificazione in quanto martire: citato più volte dal Papa, additato ad esempio da un numero crescente di giovani, credenti e non credenti. Dal suo insegnamento emerge una ineguagliabile lezione d’amore per la giustizia e la non violenza, insieme a un forte messaggio pedagogico.
Ma non sono solo questi i motivi che possono spingere un regista a realizzare un film su una materia tanto incandescente.
C’è, in fondo, il desiderio di portare alla platea più vasta possibile e non solo italiana la conoscenza di una vicenda che ci coinvolge tutti. Per un desiderio forse impossibile di risarcimento abbiamo scelto di raccontarla. Perché raccontare l’impossibile è la forza e insieme la grande sfida del cinema.


Domande per la discussione e la riflessione

 
  1. In una delle prime scene assistiamo ad un combattimento tra cani, quello sconfitto viene lanciato dai ragazzi dall’alto di una casa in costruzione. Come può essere letta questa scena? Prova a spiegarla con le tue parole.
  2. Che idea di chiesa hanno: a) don Pino, b) i mafiosi;
    prova a darne una definizione motivandola con alcune scene del film. Per quanto riguarda Don Pino prova a leggere quanto ha scritto di lui don Luigi Ciotti ad un anno del suo assassinio.
  3. La prima messa che don Pino celebra nella sua nuova parrocchia di Brancaccio lo vede solo, i banchi vuoti. La seconda messa che il film ci presenta dove la celebra? Cerca di spiegare il perché di quella scelta.
  4. Durante il primo incontro tra don Pino e Domenico assistiamo a questo dialogo

    – Mio padre dice che qui la gente è divisa in due… quelli che camminano a testa bassa e gli uomini d’onore… che camminano a testa alta. – Tu che dici ?
    Niente.
    Io sono venuto qui…per aiutare la gente per bene a camminare a testa alta.

    Quale idea del rapporto tra le persone emerge nelle parole di Domenico e di don Pino

  5. Da Don Pino si presenta Vito, un emissario dei capi clan del quartiere con un’ingente somma di denaro  e la richiesta di una benedizione di un’attività commerciale. Quali risposte da Don Pino? Perché secondo te si comporta in quel modo? Non è poco “furbo”, ingenuo?
  6. Don Pino è anche insegnante di religione cattolica in una scuola della città. Nel suo presentarsi alla classe spiega con queste parole il modo in cui intende lavorare con loro: “Voglio abituarvi a pensare con la vostra testa“. Condividi le intenzioni di Don Pino? Che valore hanno quelle parole nel contesto in cui lui e loro vivono? Quel ragionamento vale anche per te e i tuoi compagni di classe?
  7. Don Pino in un’omelia, una predica, così commemora l’assassinio del giudice Giovanni Falcone di sua moglie e della sua scorta

    Con queste vittime innocenti, un giudice sua moglie, la sua scorta hanno voluto colpire tutti gli uomini di buona volontà per metterli a tacere, per intimidirli.
    Ma è proprio questo il momento di reagire. E’ proprio questo il momento di alzare la testa. Il solo modo di onorare chi ha dato la vita per la nostra libertà è quello di chiedere, di pretendere di ottenere quello che è sempre promesso non ci viene mai dato.

    Nelle sue parole è implicita una definizione di mafia che trovo molto significativa, oltre i soliti luoghi comuni: “ricevere come piacere quello che ci spetta come diritto“. Tu cosa ne pensi. Cosa implicano le parole di don Pino per ognuno di noi?

  8. Rosario va alla villa del nonno e dopo averlo visto parlare con alcune persone assistiamo a questo dialogo:

    – Nonno, hai saputo dell’incendio alla chiesa di Brancaccio?
    – Sì.
    – Un’azione orrenda.
    – Conosci quelli che tirano le fila a Brancaccio?
    – Che vuoi dire?
    – Sai chi sono? Li hai mai incontrati?
    – Gli affari si fanno a Brancaccio come in ogni altro quartiere di Palermo. Dietro agli affari non sempre si sa se c’è qualcuno che tira le fila.
    – Perchè lo chiedi ?
    – Poco fa ho visto delle persone strane qui.
    – Tu non hai visto nessuna persona strana qui alla villa.

    Cosa ha capito del nonno Rosario? Con questa scena, il regista, cosa vuol far capire a noi della mafia?

  9. Domenico e Rosario compiono due scelte molto difficili: quali? Perché si comportano così? Cerca di motivare con le tue parole le loro scelte, ciò che le accomuna e ciò che le differenzia.
  10. In quali scene cogli la “solitudine” di don Pino?
  11. Quando Don Pino piange disperato che personaggi inquadrano fuori dalla stanza? Che atteggiamento hanno? Perché?
  12. Il titolo del film riprende una frase tratta da una predica di don Pino.

    Oggi anch’io voglio rivolgermi ai cosiddetti uomini d’onore. Chi usa la violenza non è un uomo! E’ una bestia!
    Io vi conosco, uomini d’onore. So dove vi nascondete. Molti di voi sono stati battezzati qui.
    Voi che siete abituati ad agire nell’ombra se siete ancora uomini, fatevi vedere alla luce del sole!
    Le porte della chiesa sono aperte per voi. Venite, io vi accolgo. Se siete ancora uomini, fatevi avanti.
    incontriamoci in piazza. Parliamoci.

    Commentalo con le tue parole.

  13. Perché Don Pino ha scelto di tornare a Brancaccio, quartiere dove è nato e cresciuto?
  14. Quale scena ti ha colpito maggiormente? Perché? (esponi la tua scelta in modo chiaro e articolato con argomentazioni valide ed efficaci)

Città futura

Venti, sessanta, cento anni, la vita.
A che serve se sbagli direzione.
Se vivere significa essere chiusi nell’egoismo, pensare solo a sé stessi,
non alzare lo sguardo oltre i confini del proprio essere.

Ciò che importa è oltrepassare le frontiere,
per incontrarsi… in quelle terre di nessuno.

Per affermare la dignità, la giustizia…

E non dimenticare che tutti,
ognuno con le proprie possibilità,
anche pagando di prima persona,
siamo i costruttori di un mondo nuovo.

Giuseppe Puglisi


Video

Trailer del film Alla luce del sole

Titolo : Cineforum – Alla luce del sole – sottotitoli
Etichetta : Alla luce del sole – sottotitoli
Nome del file : Cineforum-Alla-luce-del-sole-sottotitoli.txt
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Ricostruzione dell’omicidio di don Pino Puglisi fatta dalla trasmissione “Blu notte – La mattanza” a cura di Carlo Lucarelli

E’ possibile notare delle significative differenze rispetto al film: ad esempio l’orario dell’agguato (nel film di giorno mentre nella realtà alle 22:00), gli assassini che nella realtà erano soltanto due: Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli


Don Pino Puglisi “Lascia perdere chi ti porta a mala strada“, Rai Uno e Rai Vaticano.

La vicenda umana di don Pino attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto, con lui ha lavorato, collaborato e condiviso il suo “sogno”.
Il video presenta pure l’intervista a Salvatore Grigoli il suo assassino.


esto di Don Luigi Ciotti scritto sul quotidiano Avvenire ad un anno dall’uccisione di Don PinoLa parabola di don Pino

“Entrato nella città di Gerico, Gesù la stava attraversando” (Lc 19, 1).

Gesù percorreva quelle strade attento non soltanto a incontrare la folla che gli era attorno, ma anche chi, a causa della ressa, non riusciva a vederlo: Zaccheo. Un Gesù che attraversa le strade del suo tempo è, probabilmente, il più bel ricordo di don Giuseppe Puglisi ucciso a Palermo esattamente un anno fa, nel giorno del suo compleanno.
Lo hanno ucciso in “strada”. Dove viveva, dove incontrava i “piccoli”, gli adulti, gli anziani, quanti avevano bisogno di aiuto e quanti, con la propria condotta, si rendevano responsabili di illegalità, soprusi e violenze. Probabilmente per questo lo hanno ucciso: perché un modo così radicale di abitare la “strada” e di esercitare il ministero del parroco è scomodo. Lo hanno ucciso nell’illusione di spegnere una presenza fatta di ascolto, di denuncia, di condivisione.
Ricordare quel momento significa non soltanto “celebrare”, ma prima di tutto alzare lo sguardo, far nostro l’impegno di don Giuseppe, raccogliere quell’eredità con la stessa determinazione, con identica passione e uguale umiltà.
Cosa ci ha consegnato don Giuseppe?

Innanzitutto il suo modo di intendere e di vivere la parrocchia, di essere parroco.
Non ha pensato, infatti, la parrocchia unicamente come la “sua” comunità di fedeli, come comunità di credenti slegata dal contesto storico e geografico in cui è inserita. L’ha vissuta, prima di tutto, come territorio, cioè come persone chiamate a condividere uno spazio, dei tempi e dei luoghi di vita. Per partecipare alla vita di chi gli era vicino ha accettato di percorrere e ripercorrere le strade del rione Brancaccio. Ha vissuto la strada – quella strada che Gesù ha fatto sua – come luogo di povertà, di bisogni, di linguaggi, di relazioni e di domande in continua trasformazione. L’ha abitata così e ha tentato, a ogni costo, di restarvi fedele. In altre parole, ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere, come preti, in parrocchia. Con la sua testimonianza don Pino ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio. Non il silenzio di chi rinuncia a parlare e denunciare, ma quello di chi, per la scelta dello “stare” nel suo territorio, rifiuta le passerelle o gli inutili proclami.

“Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5, 10). Anche questo ci ha consegnato don Giuseppe: una grande passione per la giustizia, una direzione e un senso per il nostro essere Chiesa e soprattutto un invito per le nostre parrocchie ad alzare lo sguardo, a dotarsi di strumenti adeguati e incisivi per perseguire quella giustizia e quella legalità che tutti, a parole, desideriamo. Per questo don Giuseppe è morto: perché con l’ostinata volontà del cercare giustizia è andato oltre i confini della sua stessa comunità di credenti.

“Entrato in casa di uno dei capi dei farisei, Gesù…” (Lc 14, 1). Ecco un altro aspetto ricco di significati. Al di là dei princìpi o delle roboanti dichiarazioni ciò che conta è la capacità di viverli e di praticarli nella quotidianità. Don Puglisi non è stato ucciso perché dal pulpito della sua chiesa annunciava princìpi astratti, ma perché ha voluto uscire dalla loro genericità per testimoniarli nella vita quotidiana, dove le relazioni e i problemi assumono la dimensione più vera. Tre dimensioni, tre consegne e tre aspetti che rendono questa ricorrenza estremamente ricca e significativa. Tre messaggi perché le nostre parrocchie e quanti in esse lavorano possano essere sostenuti con gli strumenti necessari.

Questo testo è apparso dapprima nel quotidiano “Avvenire” il 15 settembre 1994, poi è stato ristampato in Luigi Ciotti, Persone, non problemi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994, pp. 72-73.

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Fare il prete al Sud come Puglisi, di G. Savagnone

In troppe parrocchie invece di rivoluzionare il mondo e la storia, il cristianesimo proposto è funzionale al mantenimento degli assetti disumani circostanti

Don PuglisiIl prossimo 25 maggio sarà beatificato, a Palermo, don Giuseppe Puglisi. Sarà una festa per la fede, perché il sangue di un martire è prezioso agli occhi di Dio e contribuisce vigorosamente alla crescita della comunità ecclesiale. E sarà una festa anche per la coscienza civile di tanti, che vedranno solennemente riconosciuto dalla Chiesa il significato di una lunga battaglia, ancora non conclusa, che ha accomunato e accomuna credenti e non credenti nell’impegno di riscattare la Sicilia dal dominio della mafia.

Ma, oltre che una bella ricorrenza, la beatificazione del parroco di Brancaccio ucciso il 15 settembre 1993 dalla mafia è l’occasione per una riflessione che, a partire dalla sua persona e dal suo modo di interpretare il sacerdozio ministeriale, coinvolge inevitabilmente il problema della presenza dei cristiani nella società meridionale.

Padre Pino Puglisi – “3P”, come lo chiamavano scherzosamente i suoi ragazzi – non era uno dei cosiddetti “preti anti-mafia”, che pure a Palermo operavano ed erano ben noti. Il suo stile, estremamente discreto, non lo portava in primo piano sui mezzi di comunicazione. Non tuonava denunzie, non faceva conferenze stampa, non si può dire neppure che fosse in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata (e infatti, a differenza di alcuni suoi confratelli presbiteri, non aveva scorta).

Faceva il prete. Questo sì. E lo faceva con estrema coerenza. Credeva fermamente nel Vangelo. E la sua fede lo portava a vedere in modo nuovo tutta la realtà. Perciò, da prete, non si occupava solo dei riti che si svolgono fra le mura del tempio (forse anche perché le chiese che gli furono assegnate, prima a Godrano e poi a Brancaccio, erano quanto mai scalcinate e poco ospitali), ma si sforzava di interpretare anche la vita che si svolge per le strade, in mezzo alla gente, come una grande liturgia che deve celebrare il Signore. Una liturgia che ha al centro Cristo, ma che è degna di lui solo se coinvolge e valorizza anche l’uomo, perché l’uomo è la gloria di Dio.

Così don Pino Puglisi si trovò a mettere in primo piano – non a fianco, ma nel cuore stesso della sua opera pastorale – alcuni grandi temi che sono al centro del cristianesimo e che riguardano l’umanità dell’uomo: la speranza in un futuro diverso e la possibilità di impegnarsi perché le cose cambino davvero – contro il fatalismo che aleggia nella cultura siciliana; l’importanza della dimensione comunitaria, al di là degli angusti confini del clan, per costruire insieme una nuova società – contro l’individualismo e il familismo tradizionali; la responsabilità di ognuno verso tutti – contro la “saggezza” che invita a farsi i fatti propri.

Senza fare comizi contro la mafia, senza ricorrere ad altro vocabolario che a quello del Vangelo, le tagliava l’erba sotto i piedi, educando i giovani a liberarsi dai presupposti culturali su cui essa fonda il suo potere. Per questo la mafia individuò in lui, nel prete dimesso che parlava solo del Vangelo – ma ne traeva tutte le implicazioni – , il suo nemico più pericoloso, e l’uccise.

È una storia semplice, che suscita, irresistibilmente, una domanda: come mai, se don Pino Puglisi altro non faceva che il suo “lavoro” di prete, non vengono uccisi anche gli altri sacerdoti?

Una risposta univoca, evidentemente, non si può dare. Ma, tra quelle plausibili, ce n’è una che vale almeno per un buon numero di casi. Ed è che molto spesso la pastorale non incide in modo reale sul territorio circostante la parrocchia e non ne minaccia gli equilibri. Un certo numero di presbiteri, anche in perfetta buona fede, anche fedeli ai loro doveri “ufficiali”, non sono pericolosi per la mafia (come in altre regioni, non lo sono per altri flagelli locali), perché interpretano il loro ruolo in modo quasi esclusivamente ritualistico. Invece di rivoluzionare il mondo e la storia, il cristianesimo che essi propongono è funzionale al mantenimento degli assetti disumani circostanti, rispetto ai quali costituiscono al massimo un’oasi consolatoria.

E ora, il 25 maggio, la beatificazione dell’umile “3P” rischia di essere anch’essa solo un momento ritualistico e retorico, se non avremo il coraggio di dire, ad alta voce, che i martiri non vanno celebrati, ma imitati.

di Giuseppe Savagnone, in vinonuovo.it 28 novembre 2012

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La testimonianza che diventa martirio, di Don Pino Puglisi

puglisi“Il discepolo di Cristo è un testimone.
La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà,
può diventare martirio.
Il passo è breve,
anzi è proprio il martirio
che dà valore alla testimonianza.
Ricordate San Paolo:
“Desidero ardentemente persino morire
per essere con Cristo”.
Ecco, questo desiderio
diventa desiderio di comunione
che trascende persino la vita”.
Don Pino Puglisi

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Don pino e Il coraggio di chiamare per nome i boss


E’ stato riconosciuto il martirio del sacerdote palermitano ucciso dalla mafia nel 1993, assassinato “in odio alla fede”

Don Pino Puglisi diventerà beato. Questa mattina Papa Benedetto XVI ha ricevuto il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, e ha autorizzato il decreto riguardante il martirio del “servo di Dio” Giuseppe Puglisi, ucciso “in odio alla fede” il 15 settembre 1993 vicino a casa, poco distante dalla sua parrocchia di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio, a Palermo. Una decisione, quella del Vaticano, che sottolineando il ruolo di “martire” del sacerdote ucciso per la sua opera evangelica, “scomunica” indirettamente la mafia e i suoi killer: “Il martirio di Don Puglisi mette in luce tutte le tenebre del mondo della mafia e dell’illegalita’, un mondo lontano dal Vangelo che padre Pino Puglisi ha smascherato”, ha detto l’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, incontrando la stampa. “La mafia ha i suoi dei e i suoi idoli”, “non perdona, non condivide e uccide, tutto l’opposto del vangelo che perdona, condivide e di certo non uccide”, ha aggiunto Romeo, sottolineando ancora: “questi 19 anni non sono trascorsi invano, sull’esempio di padre Puglisi dobbiamo rinnovare a fondo la nostra vita”.
“Oggi che il Santo Padre ha autorizzato la Congregazione per le cause dei Santi di promulgare il decreto per il martirio di don Pino Puglisi è un giorno sognato e aspettato da tanto

tempo, fin dal momento della sua morte” ha detto ancora Romeo. “Oggi -ha aggiunto- godiamo di una tappa sognata da tante persone che chiedevano il riconoscimento del martirio di don Pino e che avendolo incontrato, hanno sempre visto in lui un esempio. Questi 19 anni di attesa sono comunque un attimo davanti a questo momento che vedono Don Pino come un esempio finalmente riconosciuto e non mi ha sorpreso vedere come la notizia del riconoscimento del suo martirio è rimbalzata subito in Italia e all’estero, più di molti altri”.

“Ricordo ancora che il giorno della notizia della sua uccisione -ha proseguito il cardinale- io mi trovavo in Colombia dove in pochi anni avevi ucciso 25 preti, e ne rimasi molto colpito. Don Pino ha sempre saputo coniugare l’evangelizzazione con la promozione umana, senza mai scindere questi due aspetti, ed è stato sempre un innamorato dell’uomo”. L’arcivescovo ha chiarito che per la beatificazione passeranno dei mesi ma, ha detto, “nel frattempo andrò a Roma per seguire il processo più da vicino ma le

Don Puglisi_webLa beatificazione di Puglisi raccoglie il plauso di istituzioni e politici: “È una bellissima notizia che rende felice tutta la città di Palermo e tutta l’Italia – ha commentato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando – don Pino Puglisi è un martire che ha dato la sua vita in difesa degli ultimi e della legalità e che ha testimoniato con la sua intera esistenza il valore della solidarietà e dell’accoglienza. Le nuove generazioni dovrebbero prenderlo ad esempio perché è un faro nella lotta alla mafia”. “La notizia riempie di gioia tutti i siciliani che hanno visto in questo sacerdote uno strenuo combattente contro la mafia”, dice il governatore siciliano Raffaele Lombardo.

di Adriana Falsone in  repubblica.it, 28 giugno 2012

»»» Vedi anche:

‘Il piccolo prete che chiamò per nome i boss”  video – testimonianza di Salvo Palazzolo, repubblica.it

“Caro don Pino, vorrei…” lettera a don Puglisi

Don Puglisi presto beato in vatican insider

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MAFIA, SONIA ALFANO: “DON PINO PUGLISI LA MIGLIORE CHIESA”

14 settembre 2011

PALERMO, 14 SET. – “La storia di Don Pino Puglisi è quella della Chiesa migliore, quella fatta di parroci che svolgono un ruolo fondamentale in un contesto sociale come quello di Brancaccio e di tanti altri luoghi in cui la criminalità ha sempre avuto una fortissima influenza, e dimostra che la mafia ha paura di chi diffonde la cultura antimafia. Don Pino si assunse la responsabilità di proteggere i bambini ed i ragazzi di Brancaccio e non si tirò indietro mai, nemmeno di fronte alla certezza che sarebbe stato eliminato. La sua dedizione verso la gente e la sua strenua difesa dei principi di legalità e di solidarietà, rimarranno sempre impresse nella memoria di tutti i cittadini onesti”.

Lo ha detto l’europarlamentare e Presidente dell’Associazione Nazionale Familiari Vittime di Mafia Sonia Alfano, ricordando l’anniversario dell’uccisione di Don Pino Puglisi, avvenuta il 15 settembre del 1993.

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15 settembre 2011 at 19:31

  1. Don Pino Puglisi, e tutti gli altri sacerdoti martiri (Don Diana, Don Romero, …), hanno lanciato un messaggio: non si può essere onesti, non si può essere cristiani, se manca il coraggio.

    E ciò vale, naturalmente, anche per i martiri laici (Beppe Alfano, Falcone e Borsellino, …).

    Ci sono molti VIP e uomini in carriera che si auto-proclamano “onesti”, e invece – nella migliore delle ipotesi – sono una massa di vigliacchi … mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà (per citare Sciascia).

    E’ la “morale” del compromesso: l’inciucio, l’accordo bipartisan, l’omertà di fronte alle porcherie, … Il Bene mischiato con il Male … Se il Bene accetta il cancro del Male, poi arriva la metastasi …

    E’ una “morale” che ha contaminato anche una parte della Chiesa. Per esempio, alcuni preti giustificano la pedofilia, all’interno della stessa Chiesa, sostenendo che è solo una piccolissima percentuale rispetto alla generalità. Dicono: i preti pedofili sono pochissimi, mentre i laici pedofili sono molti di più (!). E questa sarebbe una giustificazione?

    Se la Chiesa non ha il coraggio di denunciare le porcherie (qualsiasi porcheria) non è la vera Chiesa di Dio. La denuncia pubblica delle illegalità e immoralità significa ammonire i peccatori. E non ammonire i peccatori vuol dire contribuire a condannarli e a diffondere le porcherie. Se una persona sta per cadere in un burrone, noi non abbiamo forse l’obbligo di salvarla?

    Non deve mai esistere la “morale” o la politica del “male minore”. Il Male va respinto totalmente: mafie, associazioni segrete, evasione, corruzione nella Pubblica Amministrazione, mercato della droga e del sesso, prostituzione, pedofilia, …

    Se, invece, ci comportiamo da vigliacchi e accettiamo il Male, ne diventeremo sempre più schiavi …

    15 settembre 2011 at 10:59

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    In carne e ossa il primo miracolo di don Pino

    “In odium fidei”, in odio alla fede. È questa la formula attraverso cui la Chiesa Cattolica descrive coloro i quali hanno versato il proprio sangue a causa della loro appartenenza a Cristo. Ed è a costoro che primariamente spetta la palma del martirio e l’iscrizione nel libro dei beati. Don Pino Puglisi è uno di questi martiri, cioè, letteralmente, un testimone della fede. Per questo motivo sarà beatificato il prossimo 25 maggio a Palermo senza dover attendere l’attestazione del miracolo compiuto post-mortem così come prevedeno i canoni. Eppure un miracolo don Pino lo ha già fatto, e lo ha fatto quando era ancora in vita e operava a Brancaccio, il quartiere nel quale è nato e nel quale purtroppo ha perso la vita ucciso dalla mafia “in odium fidei”. La storia di Giuseppe Carini, potrebbe essere simile a quella, triste, di molte altri ragazzi nati e cresciuto a Brancaccio, il rione palermitano roccaforte del potente boss Michele Greco. Sin da piccolo vive a contatto con una mentalità per la quale essere un uomo temuto e rispettato, un uomo d’onore, è il sogno di ogni bambino. Sebbene la sua fosse una famiglia onesta, alcuni parenti ed amici invece erano legati a doppio filo a cosa nostra e Carini rammenta con terribile lucidità la guerra di mafia che insanguinò Palermo tra gli anni ’80 e ’90, la lotta tra i “viddrani” corleonesi ed i “cittadini” palermitani, la scomparsa di alcuni suoi congiunti vittime della lupara bianca e il suo desiderio crescente di vendicarli diventando a sua volta un uomo d’onore e un assassino. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. Da poco tempo infatti nella piccola chiesa di S. Gaetano a Brancaccio è arrivato un nuovo parroco, un certo don Giuseppe Puglisi: un incontro che gli cambierà completamente e definitivamente la vita. Roberto Mistretta (“Il miracolo di don Puglisi”, EdizioniAnordest 2013) ha voluto raccontare l’incontro di Carini con il sacerdote palermitano e lo ha fatto proprio attraverso l’io narrante del giovane che descrive il primo incontro con don Pino come non particolarmente suggestivo. Però la sua voce era diversa, «toccava il cuore. Don Pino parlava con semplicità. E lo sguardo, intenso, profondo, trasmetteva grande forza e serenità». È un nuovo inizio per Giuseppe: pian piano abbandona i vecchi “amici” e inizia a collaborare con l’opera di padre Puglisi. Non è facile, i risultati spesso sono scarsi o addirittura inesistenti, e spesso si deve ricominciare da capo. La tentazione di mollare tutto è forte ma era in quei momenti che don Pino diceva, con semplicità: «Non vedere tutto nero. La Provvidenza riuscirà a fare tutto perché è il segno della presenza di Dio». Giuseppe Carini è oggi un testimone di giustizia: ha cambiato nome, lavoro e vive in una località sconosciuta e protetta. Ma è lui il miracolo vivente di don Pino Puglisi perché tutto ciò che ha fatto lo ha potuto fare solo grazie a lui.
    https://escogitur.files.wordpress.com/2013/05/25330-donpuglisi.jpg
    Pubblicato su La Sicilia mercoledì 3 Aprile 2013
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