L’austerità è stupida, crea sofferenza e ritarda la ripresa: la banalità del male

20 maggio 2013

Fonte: http://www.signoraggio.it/lausterita-e-stupida-crea-sofferenza-e-ritarda-la-ripresa-la-banalita-del-male/

E’ un ottimo articolo. Quello che la Gabanelli, e tutti i suoi sodali, non dicono è:
Se la moneta la stampa il Governo e, dunque, di sua proprietà questo non potrà mai fallire, per il semplice fatto che non prende in prestito da altri la moneta e, dunque, non pagando interessi non è soggetto a speculazione
Se la valuta nazionale è presa a debito da altri non è moneta sovrana e la nazione potrebbe fallire perché costretta a chiedere ad altri la moneta
L’Euro non è una valuta sovrana. La valuta è estranea alla Nazione, è una valuta estera. Gli Stati non hanno la sovranità su questa moneta ma sono costretti a chiederla in prestito alle condizioni della BCE
Se una moneta è presa a debito si debbono pagare interessi ed il denaro usato viene a mancare per i servizi: la spirale è la seguente:
a) BCE presta a governi
b) i governi, a causa degli interessi composti, ad un certo punto non possono più pagare
c) la BCE chiede le privatizzazioni per essere sicura di incassare gli interessi
d) il governo vende e svuota la Nazione dei suoi beni necessari alla produzione nazionale
Per questo la UE ha fatto di tutto ( trattato di Maastricht e Lisbona in particolare) per bloccare l’emissione di moneta direttamente dagli Stati
Claudio Marconi

Nel 1963 la filosofa e scrittrice tedesca Hannah Arendt scrisse un libro e coniò un’espressione che descrive bene uno degli aspetti più ambigui e perversi del male: la sua banalità. Spesso chi fa del male non ha nemmeno la capacità di pensare e riflettere, la facoltà di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un metro di giudizio affidabile per valutare le proprie azioni e ponderare le implicazioni morali e conseguenze pratiche del proprio operato. Nello specifico, la Arendt rimase impressionata dalla superficialità e dall’indifferenza con cui il criminale nazista Eichmann presenziò al processo che lo avrebbe portato alla condanna a morte per impiccagione: si trattava di un omuncolo normale, mediocre, né demoniaco né mostruoso, che per tutta la vita non aveva fatto che eseguire ordini e istruzioni che venivano dall’alto senza mai eccepire o chiedersi intimamente qualcosa sulla loro giustezza, moralità, razionalità. In una visione totalmente burocratica e alienante della vita, Eichmann eseguiva ed applicava incondizionatamente delle regole, pensando di essere un cittadino modello, un uomo onesto che rispettava le leggi e l’autorità costituita. Disquisire sulla bontà delle leggi e sull’assennatezza dei propri superiori era qualcosa che esulava dai propri compiti e principi, perché per Eichmann la cieca obbedienza e la fedeltàerano gli unici valori che riecheggiavano all’interno della sua misera coscienza.
Con le dovute proporzioni, possiamo dire che da questo punto di vista tutti coloro che oggi stanno condannando alla miseria, alla disperazione, all’emarginazione milioni di persone in Europa, dagli altolocati tecnocrati di Bruxelles fino all’ultimo scribacchino di un qualsiasi giornale di regime, non sono tanto diversi dai gerarchi nazisti che massacrarono milioni di ebrei nei campi di concentramento. Sono “banali” e stupidi allo stesso modo: o perché non conoscono le conseguenze delle proprie azioni o perché non hanno la capacità di ragionare su possibili alternative alle proprie regole e leggi evidentemente sbagliate. E’ indubbio che in mezzo a questa massa indistinta di idioti e mediocri ci sia qualcuno più furbo e più in malafede rispetto agli altri, che volontariamente persegue il male per tutelare il bene di una minoranza, ma diventa sempre più difficile e complicato distinguerlo e isolarlo dal resto della sgangherata e gioiosa armata di imbecillità collettiva. Il caso della trasmissione di domenica scorsa di Report, intitolata “Gli Austeri”, è esemplare in questo senso: per tutta la durata del programma si è insistito a sottolineare gli effetti nefasti dell’austerità e la maggiore ragionevolezza delle politiche espansive della spesa pubblica in periodo di recessione, eppure con la stessa miopia e cecità di automi decerebrati si è ripetuto che in Europa non si possono attuare né programmi di infrastrutture e investimenti pubblici né manovre monetarie di alleggerimento quantitativo a causa del vincolo del pareggio di bilancio e della perdita della sovranità monetaria. Facendo però velatamente intendere che senza violare le regole e i vincoli previsti dai trattati europei esiste un geniale metodo intermedio per conciliare le politiche espansive con il mantenimento del pareggio di bilancio e della moneta unica privata chiamata euro. In altre parole si è trattato di un clamoroso e sfacciato spot della cosiddetta “austerità espansiva”, ovvero di una meschina mistificazione accademica che lo stesso Fondo Monetario Internazionale si è affrettato tempo fa a bocciare tecnicamente e a discreditare a livello politico e sociale.
Ma Milena Gabanelli cos’è? Un mostro, una demoniaca carnefice, un consapevole strumento della propaganda di stampo nazista? No. La Gabanelli è soltanto una delle tante persone “stupide”, “idiote”, “banali” che abbondano in questo periodo storico, la quale svolge il suo umile compitino pensando di fare il bene e ignorando invece di stare dalla parte del male. Ascoltando meglio le sue parole si capisce perfettamente che la giornalista di Raitre non sa nemmeno di cosa sta parlando quando si interroga su questioni come la spesa pubblica, il pareggio di bilancio, la politica monetaria di una normale banca centrale. Lei pensa che tutti i problemi dell’Italia siano dovuti agli sprechi, alla corruzione e all’evasione fiscale, prospettando il modello tedesco come l’unico eldorado virtuoso di felicità ed efficienza a cui ispirarsi. Eppure la Gabanelli è talmente “stupida” da non accorgersi che durante l’intervista del vice-capo economista della banca statale tedescaKFW, il dirigente con la solita superficialità e banalità di chi non sa di delinquere ammette di potere fare prestiti vantaggiosi alle imprese teutoniche grazie alla possibilità di finanziarsi con tassi di interessi bassi simili a quelli dei bund tedeschi e di ricevere ulteriori contributi dallo Stato per mantenere ancora più bassi gli interessi. Il modello tedesco quindi prospera su due evidenti storture e infrazioni dei trattati europei, a cui le altre nazioni, compresa l’Italia, sono costrette invece ad attenersi rigorosamente: da una parte l’incapacità della BCE di mantenere un tasso di interesse unico per tutti i paesi dell’unione monetaria e dall’altra ildivieto di aiuti di Stato che possano avvantaggiare l’economia di un paese a danno degli altri, in aperto contrasto con il presunto spirito di cooperazione e collaborazione che anima almeno a parole gli stessi trattati.
Unendo a queste irregolarità, l’arcinoto dumping salariale iniziato con l’unificazione tedesca e concluso con leriforme Hartz del mercato del lavoro del 2003-2005, con cui la Germania ha lucidamente pianificato la suapolitica di concorrenza sleale e aggressione commerciale nei confronti dei paesi alleati dell’unione, si comprende come gran parte del successo tedesco sia basato non solo sulla rigidità di cambio imposta dall’euro ma anche e soprattutto sul mancato rispetto degli accordi e dei trattati europei (a tal proposito consiglio vivamente di leggere l’articolo del blog Orizzonte48, che chiarisce ancora meglio a livello giuridico e normativo gli aspetti tecnici della questione). In pratica, senza nemmeno capirlo o paventarlo, la Gabanelli vuole suggerirci che per uscire dalla crisi l’Italia dovrebbe essere scorretta e disonesta come la Germania: liberandosi dal tarlo dell’evasione fiscale e della corruzione (che guarda caso esiste, eccome se esiste, anche nella morigeratissima Germania), per abbracciare anima e corpo la strategia criminale della giungla giuridica e commerciale, che premia in Europa chi non rispetta i vincoli e le regole. E tutto questo per dire che si possono attuare politiche di sviluppo in Europa senza uscire dall’euro, senza abbandonare la dottrina mistica dal pareggio dei conti pubblici e del consolidamento fiscale, senza pregiudicare le regole sacre del libero scambio, tutte cose cioè che la Gabanelli non auspicherebbe mai essendo anche lei impelagata fino al collo (per ragioni più politiche, professionali, carrieristiche) nella palude melmosa del “Sogno dell’Euro” e nella mitologia arcadica degli “Stati Uniti d’Europa”. Non è un caso infatti che durante l’intera trasmissione non venga neppure fatto un minimo accenno o una rapida menzione ai problemi derivanti dall’adozione di una moneta unica e per giunta privatizzata in Europa: come se l’austerità fosse una scelta arbitraria e provvisoria e non avesse alcuno stretto legame di interdipendenza con l’euro. Un errore tecnico e uno strafalcione giornalistico che crea più di un dubbio sulla buona fede della “banale” professionista della disinformazione.
E nella parte finale del programma la Gabanelli ha pure la sfrontatezza di pungolare la nostra distratta e inqualificabile classe dirigente, affinché si affretti a farsi furba e a seguire l’esempio criminogeno della Germania. Siamo al paradosso puro, in cui gli adorati paladini mediatici del bene come la Gabanelli denunciano da una parte i mali e i vizietti provinciali dell’Italia, invitando dall’altra i nostri politici adelinquere in maniera più vistosa e internazionale. E la cosa più inquietante è che i nostri politici, “idioti” e “stupidi” ancora più che la Gabanelli, pare che abbiano preso sul serio questo tipo di ammonimenti e invettive, dato che si sono rinchiusi per giorni in ritiro in un’abbazia per studiare mirabolanti teorie economiche espansive senza espandere effettivamente il bilancio pubblico. Un ossimoro, insomma: come chi cerca di lavarsi senza bagnarsi, chi vuole saziarsi senza mangiare, chi vuole dissetarsi senza bere. Va bene che la politica è l’arte del compromesso e della mediazione, ma c’è un limite alla decenza e alla capacità di sopportazione. Bisogna decidersi una buona volta nella vita: o si vuole l’austerità, il pareggio di bilancio, lacesura fra politiche fiscali e monetarie, il taglio della spesa pubblica, l’aumento delle tasse, l’elevata disoccupazione, la svalutazione interna dei salari, la deflazione, le strategie mercantiliste di supporto alle esportazioni, le disparità e le sofferenze sociali e si rimane nell’euro. Oppure si decide di cambiare rotta con politiche espansive di spesa pubblica, coordinamento fra politiche fiscali e monetarie, taglio delle tasse, stimolo alla domanda e alla produzione interna, svalutazione monetaria, aspettative inflazionistiche, riduzione delle importazioni, politiche di piena occupazione e si esce dall’euro. La via di mezzo che mette al sicuro capre e cavoli, la soluzione salvifica dell’“austerità espansiva” prospettata dalla Gabanelli e da tutti gli “idioti” come lei non esiste e non esisterà mai sul nostro pianeta. Bisogna farsene una ragione. E un giorno tutte queste persone, volenti o nolenti, dovranno assumersi la responsabilità di tutto il male che hanno “banalmente” e “distrattamente” fatto al nostro paese, turlupinando la gente con una serie interminabile di menzogne e rendendola ignara della verità dei fatti.
Fra l’altro, è’ interessante notare come dal punto di vista dei conti pubblici l’austerità non garantisce nemmeno il raggiungimento dall’agognato pareggio di bilancio o degli avanzi strutturali necessari per l’abbattimento del debito pubblico al di sotto della fatidica soglia del 60%, dato che il drastico calo del reddito nazionale non solo causa minori entrate tributarie ma peggiora i rapporti del deficit e del debito pubblico, che pur diminuendo in valore assoluto aumentano poi in termini percentuali. Mentre diverso è il discorso che riguarda invece i conti con l’estero visto che la distruzione dei redditi, dei risparmi, dei consumi nel sud Europa sta in effetti portando ad una convergenza delle partite correnti della bilancia dei pagamenti: diminuiscono le importazioni del sud e di conseguenza si stabilizzano o si riducono i surplus commerciali della Germania (guarda grafico sotto). Tutto ciò però sta avvenendo a costo di pesanti sacrifici, tensioni sociali, proteste diffuse sia nel sud martoriato che nel nord che ha visto man mano diminuire i suoi precedenti tassi di crescita.

La speranza folle è che una volta rimarginati gli squilibri si possa ripartire con un nuovo ciclo espansivo, trainato o da una maggiore domanda al di fuori dell’Europa (Stati Uniti e Giappone in testa) oppure da una ripresa dei consumi interni all’eurozona dovuta alla riduzione dei prezzi e al maggiore potere reale di acquisto dei risparmi, che secondo le immaginifiche previsioni degli eurocrati dovrebbe riportare la fiducia e spingere gli europei a ricominciare a spendere ed investire. E’ una strada insomma lastricata di dolore, dubbi, incertezzeche potrebbe presto interrompersi a causa delle rivolte popolari e delle reiterate bocciature elettorali che sicuramente si succederanno durante il faticoso percorso che ancora ci attende (ricordiamo che l’austerità in Europa è destinata a rimanere almeno per altri venti anni, come prescritto dai micidiali vincoli di abbattimento del debito pubblico previsti dal Fiscal Compact).
Ripetiamo che in altri paesi del mondo più “normali”, questi stessi aggiustamenti stanno avvenendo in modoinfinitamente più indolore e democratico puntando su una maggiore spesa pubblica e su un più incisivo intervento diretto delle banche centrali: invece di svalutare i salari, Giappone e Stati Uniti stanno scommettendo sulla svalutazione della moneta, che a conti fatti porta ugualmente ad una riduzione delle importazioni, aumento delle esportazioni, miglioramento della bilancia dei pagamenti nel suo complesso. Quindi la vera domanda che bisognerebbe porsi è a chi giova veramente il dolore e la sofferenza che si sta infliggendo agli europei, visto che altrove la situazione è molto meno drammatica e insidiosa. Se un certo evento negativo è evitabile e però accade lo stesso, significa che è fortemente voluto da qualcuno. Ed è ormai inutile ribadire che le oligarchie europee sono molto soddisfatte di come stanno andando le cose in Europa e non rinunceranno molto volentieri al loro progetto reazionario di ripristinare gli antichi poteri assoluti e monarchici nel vecchio continente. In fondo i vassalli, valvassini, valvassori e menestrelli di corte pronti a tutto per difendere il sovrano e ansiosi di entrare nelle grazie dei nuovi regnanti si moltiplicano con cadenza esponenziale, come sempre accade in qualsiasi epoca storica e latitudine geografica.
Basta dare un’occhiata al prossimo grafico sulla competitività per capire il motivo di tanto appagamento da parte dei ricchi governanti e spregiudicati despoti. In termini di Costo del Lavoro per Unità di Prodotto(CLUP, in inglese ULC, Unit Labour Cost), in Europa si sta assistendo ad un tentativo di convergenza che non punta molto sull’aumento della produttività, ma esclusivamente sulla riduzione dei salari e del reddito medio da lavoro dipendente. Tuttavia siccome il vantaggio competitivo accumulato dalla Germania nel periodo di boom è amplissimo, è quasi impossibile per gli altri paesi ripristinare lo scarto nel medio-lungo periodo. Si tratta insomma di una gara già persa in partenza, che farà tanti morti e feriti lungo il cammino senza arrivare mai ad una conclusione certa e favorevole per tutti. L’aggressiva politica mercantilista tedesca sta forzando tutti gli altri paesi dell’eurozona ad intraprendere una folle corsa al ribasso dei salari e dei diritti dei lavoratori che si sa quando inizia ma non si sa quando finisce: visto che le condizioni al contorno non sono quelle ideali per augurarsi una ripresa dell’economia per mezzo di una maggiore produttività e di un rilancio delle esportazioni (e poi c’è il solito ma non trascurabile dettaglio che non tutti i paesi possono diventare esportatori netti contemporaneamente), questa gara senza quartiere per massacrare lo stato sociale, lecostituzioni democratiche e il tenore di vita dei lavoratori porterà senza ombra di dubbio ad un ulteriore inasprimento delle tensioni sociali, che prima o dopo sfocerà in aperto conflitto (speriamo non armato, anche se esistono tutte le premesse affinché la conclusione di questo scontro epocale fra monarchici e democratici sia sanguinosa e violenta).

In buona sostanza, abbiamo visto che l’austerità funziona abbastanza bene come strumento di aggiustamento degli squilibri con l’estero, ma il prezzo da pagare in termini di coesione e malcontento generale è altissimo: come ripetono spesso gli esperti delle politiche del rigore, per applicare qualsiasi piano di intervento draconiano bisogna che ci sia un elevato grado di fiducia e di compartecipazione da parte di coloro che sono i principali danneggiati dai tagli. Ovvero proprio quello che manca ed è mancato in Europa in questi ultimi anni: lo scetticismo e lo scarso gradimento nei confronti delle azioni discutibili e delle scelte deprecabili della tecnocrazia europea ha infatti raggiunto, non a torto, il suo picco da diverso tempo. E come si può imporre dei sacrifici e delle privazioni alla gente che ormai non crede più nell’utilità di queste misure? Inoltre c’è un ultimo aspetto da considerare: la disoccupazione. Per favorire la dolorosa convergenza degli squilibri che si sta attuando oggi in Europa bisogna mantenere ancora per qualche anno uninsostenibile tasso di disoccupazione nei paesi in deficit (stressed countries: Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, Cipro, Slovenia) rispetto a quelli in surplus (vedi grafico sotto), perché un qualsiasi miglioramento nei livelli occupazionali della periferia potrebbe rendere vano il tentativo di recupero di competitività tramite svalutazione interna dei salari, far ripartire la ripresa delle importazioni e innescare la creazione di nuovi disavanzi commerciali. E fino a quando un’unione monetaria, che vive su impalpabili principi di omogeneità e uguaglianza di condizioni, potrà reggere ad una disparità così tragica ed evidente in uno deifattori più determinanti e delicati nella vita sociale e politica di ogni singolo paese?

In definitiva, la Gabanelli e tutte le persone “banalmente” stupide (o “diabolicamente” malefiche) come lei, dovranno lavorare parecchio di trama e ordito per convincere milioni di persone che la via che si sta perseguendo oggi in Europa sia la migliore possibile e non esistano altre alternative valide per uscire dai pantani della depressione economica fortemente voluta e assolutamente evitabile. Per restare in bilico e rimanere credibili per molti anni ancora servono talmente tanti e tali equilibrismi logici e linguistici che è davvero difficile prevedere la buona riuscita di una simile strategia da circensi mediatici e truffatori di bottega. Quello che gli europei, dai tedeschi ai greci passando per italiani, spagnoli, francesi, dovranno chiedersi da qui in avanti è se vale la pena sacrificare le proprie vite, il proprio futuro, le proprie speranze, le proprie aspettative, per mantenere alto il totem di una moneta unica, che si regge soltanto sulla sofferenza, sul dolore, sull’umiliazione delle classi lavoratrici a vantaggio di quelle agiate e dei rentiers. E visto che per fortuna sta nascendo in Europa un forte partito di dissenso trasversale e transnazionale nei confronti di questo vessillo della stupidità e della brutalità umana, sarà molto complicato che così come accadde al nazista Eichmann, anche la Gabanelli e i suoi sodali potranno un giorno giustificarsi di fronte alle accuse di collaborazionismo, con un semplice: “Ma noi non sapevamo!”. Sapete, sapete, altroché se sapete, ma siete talmente idioti, stupidi, superficiali, banali da non riuscire nemmeno lontanamente ad immaginare leconseguenze pratiche delle vostre azioni scellerate e le implicazioni morali della vostra spregevole condotta.

Tratto da: tempesta-perfetta.blogspot.it
Fonte: frontediliberazionedaibanchieri.it

-o0o-

Non so se Gabanelli & co. sappiano: ciò che so è che rifiutano un confronto, non si informano perché non vogliono informarsi e ,di conseguenza, disinformano. Un po’ come i dati che Report e altri presentano sull’evasione fiscale, sulle cause e i rimedi. Concordo che ci sia un esercito di persone, sopratutto statali, con i paraocchi: persone che non si interrogano, al pari del citato Eichmann o di chi bombardò Dresda o la mia città, Cagliari, su che cosa fa, perché e come, e che conseguenze genera il suo operato. Come ho già detto altre volte in qualche commento, non sarebbe male informare sull’Euro e sull’Europa, attraverso qualcosa in stile Quark (in merito ricordo che c’è stato un Quark economia, mi pare negli anni 80): sopratutto come impostazione, cioè con una voce impostata e gradevole come è stata quella di Claudio Capone buonanima, dei filmati o disegni che spieghino le cose e , logicamente, uno spazio di approfondimento che accolga anche le domande dei telespettatori. Oggi come oggi da trasmettere anche via internet, e con la possibilità di interagire con sms ed email. Forse un conduttore solo non sarebbe sufficiente a gestire un evento del genere. Il punto che trovo cruciale ,però, è che sapere la verità ma non poter fare niente, è come colui che sa che sta per morire e ne conosce la causa, ma non può fare niente per impedirlo. Alcuni come me ,che credono di sapere (almeno alcune cose), si trovano a essere come gli eunuchi, che sanno come si fa ma non possono farlo. Sono maschio ma non esercito.

-o0o-

Purtroppo voi non comprendete cosa sia la moneta, altrimenti non vi appellereste a teorie strampalate come la sovranità monetaria, che tradotto in italiano significa stampa a iosa e quindi stato falsario. Per avere un commercio globale serve una moneta globale, e storicamente è stato l’oro.

L’alternativa o è l’autarchia o il clearing, ovvero il baratto internazionale che usava anche la germania nazista. O l’attuale sistema che usa il dollaro e parzialmente l’euro come moneta di riserva basato su inflazione continua e cambi fittizi. Siccome credo che l’oro non possa ritornare ad essere moneta globale per una serie di motivi, si può e si deve auspicare una moneta di carta mondiale. I vari stati si associano per creare una moneta mondiale magari basandosi su i diritti speciali di prelievo del FMI, creando una sorta di “euro” mondiale.

L’euro è stato un successo parziale proprio perché è rimasto localizzato mentre tutti baravano in primis il dollaro, e di conseguenza anche l’euro. Le critiche alla moneta comune sono sterili e senza senso. Si dovrebbe ripartire da zero ed assegnare una quantità di “world dollar” in base alla popolazione degli stati associati in quel dato momento e un altra in base alle riserve monetarie e oro in quel momento.

Lo scopo è creare una sorta di monopoli mondiale, ma non nel senso di sistema tarocco, ma nel senso che una volta creata una base X, questa rimanga costante nel tempo e in cui vengano sostituite solo le monete usurate. O al massimo con un inflazione molto bassa dello 0.2%. Questa nuova moneta verrà poi redistribuita a i vari stati associati in base alla popolazione e costituirà una forma di entrata per il bilancio e non un debito.

-o0o-

Nomen Omen
GABAnelli GABBA….nelli
Questa persona e’ un puro strumento di potere (in piena autocoscienza) nelle mani del POTERE VERO.
Umberto BOSSI e’ stato dato in mano alla GABBAnelli ed abbiamo visto la fine.
Antonio DI PIETRO e’ stato dato in mano alla GABBAnelli ed abbiamo visto la fine.
Ora si sta tentando con GRILLO.
Quello che ci sta ora accadendo (perfettamente descritto nell’articolo), quantomeno ci aiuta a capire come sia stato possibile l’OLOCAUSTO!
Vogliamo essere anche noi come gli Ebrei per poterlo poi raccontare nei prossimi 100 anni?!?!
Avremo anche noi europei il nostro giorno della Shoah?
Vivremo anche noi in COMUNITA’ dentro i moderni LAGER GLOBALI?
Saremo divisi per gruppi omogenei oppure dovremo convivere con i ROM di turno?
Eppure il tutto viene fatto democraticamente, abbiamo pure dato il voto a questa gente!
(Nella futura NORIMBERGA i giudici dovranno tenerne conto come attenuante…)
Purtroppo sono molto pessimista circa il nostro futuro! (pessimista e’ un puro eufemismo)
Speriamo che oltre ai matrimoni gay liberalizzino la Mariuana, la COCA e tutte quelle sostanze che fanno dimenticare portandoci velocemente alla fine….
In fondo se la parte piu’ debole muore, rimarranno solo i CAGNACCI e dall’altro mondo staremo seduti in prima fila a GUARDARLI…tifando perche’ si sbranino tutti fra di loro
Possiamo solo pregare, oppure organizzare uno sciopero GENERALE AD OLTRANZA fintantoche’ saranno costretti a PULIRE I LORO GABINETTI CON LE LORO MANI, farsi LE BRIOCHES e CAPUCCINI con le LORO MANI!
Io scommetto che ci faranno vincere i MONDIALI in BRASILE….
Brasile Italia 0 – 3 con tripletta di Balottelli…Super MARIO-LETTA con Berlusconi al MARACANA’ in diretta a commentare .. e vissero tutti felici e contenti.
saluti Giovanni
La GABBAnelli fara’ una superpuntata di REPORT per la nostra nazionale dove tutti piangeranno di gioia (o almeno ci diranno che la gggente piange di GIOIA)

-o0o-

Sia come sia…mi sa tanto che la Gabanelli è quella cara personcina che qualche anno fà fece “le scarpe” ad un certo tal Paolo Barnard…quindi!…e poi chunque oggi sostenga la UE e l’euro così come fanno i media di regime (come la beneamata sufragetta in questione) o è IGNORANTE (e non è questo il caso) o è una tigre in MALAFEDE!

—————-o0o—————-

20 maggio 2013 | Autore

Il paradosso è che i nostri nemici ci vogliono sia con un euro che la da ai mercati, che è quello che hanno realizzato, un euro politicamente debole con tanti debiti pubblici quanti gli Stati, e che non è una vera moneta unica e soprattutto che non ha una banca centrale pagatrice di ultima istanza come hanno USA, GB e Giappone, sia fuori dall’euro con tante valute dal valore diverso e tanti tassi di cambio per dominarci meglio, trarre un massimo dal forex e dalle differenze di valutazione, un po’ come adesso approfittano dei differenziali di costi del lavoro e fiscali.
In ambo le situazioni vincono poiché controllano la moneta, visto che i nostri nemici soprattutto non vogliono che noi controlliamo la nostra moneta, una moneta pubblica, popolare e sociale. Per cui gridare di uscire dall’euro senza spiegare a quali condizioni non serve così come non serve anzi è da suicidio continuare a farci sfruttare da questo euro. Uno sfruttamento con debito incluso arrecato da uno strumento invisibile ai più che come l’arsenico nell’acqua ci uccide piano piano con la sensazione di correre lungo un tappeto mobile all’incontrario alla stregua dei topolini in gabbia. Più corri, più ti sfinisci e più rimani al solito posto, senza più energie per vivere.
Poi c’è chi invece si ferma e si mette al margine del tappetino mobile, sempre in gabbia, e dice agli altri ehi, fermatevi non serve a niente! Non lo vedete il contesto?
E ciò facendo si graffia nell’attrito, la gabbia è stretta e con il tappeto mobile non riesce a perdere completamente il contatto. Si becca anche gli insulti e gli spintoni da chi è preso dalla rincorsa al vuoto, alla sua morte.
Così per l’euro dove improvvisamente i nemici del popolo che gufano sulla sua distruzione si ritrovano stranamente sulle stesse posizioni di chi per il popolo ne auspica l’uscita. Si ma solo a grandi linee sono le stesse, perché l’essenziale è la sovranità e la proprietà monetaria al popolo, con o senza euro, e ciò in tutti i livelli dello Stato dal comune alla confederazione, se lo vogliamo.
E qua se qualche politico si azzarda a parlarne viene immediatamente denigrato, mediaticamente, giuridicamente e finanziariamente.
N. Forcheri

-o0o-

Dice bene , Forcheri , il paradosso è proprio questo e io sono di quelli che è sceso dal tappetino già da tanto tempo ( inutilmente , lo riconosco ) ma almeno mi beo della mia consapevolezza e perlomeno non concorro , o concorro il meno possibile, ad alimentare questa catena di S.Antonio.
Ma quello dell’economia che è dominata dai potenti e lo sfruttamento conseguente è storia vecchia come il mondo , non credo che poi ci sia da stupirsi più di tanto , quello che per me è angosciante è il non avere più ” il posto del rifugio ” l’angolino in cui ripararci al di fuori di questi meccanismi.
Dico questo in virtù del fatto che la globalizzazione più infida è quella del controllo ambientale , quella dei terremoti ” strani”con ipocentro superficiale , quelle delle sempre più frequenti bombe d’acqua, dei tornado in zone mai colpite da questi eventi , quello degli ogm , della distruzione sistematica delle biodiversità a vantaggio di coltivazioni intensive su scala industriale , è anche quello di sapere che se domani uno o più pazzi si svegliano di traverso e decidono di scatenare un conflitto per fare interessi e lucrarci sopra , questo conflitto avrebbe conseguenze drammatiche per le armi ” tecnologicamente altamente distruttive ” che verrebbero impiegate .
Della moneta posso , per assurdo , anche fregarmene , ma ma se non ho più un posto sicuro dove vivere anche da eremita allora è veramente la fine.

-o0o-

In natura tutti gli organismi possiedono un circuito sanguigno individuale, se gli esseri viventi dovessero dipendere da uno decisore centrale esterno, quanti morirebbero se non venisse applicata equità? Allo stesso modo uno stato, il denaro deve essere regolato e immesso nel circuito da una banca che emette denaro nello stesso stato o organismo, che abbia contatto con il territorio. La natura insegna che ogni essere vivente è individuale negli impulsi vitali, ma è collegato ad altri esseri viventi negli scambi commerciali. Così le nazioni o stati non possono legare i loro impulsi vitali a quelli di altri stati, ma ogni stato dovrebbe avere una struttura vitale propria, ed essere collegato agli altri individui o stati tramite scambi commerciali.

—————-o0o—————-

21 maggio 2013 | Autore

di Dioni da www.dionidream.com

Siamo abituati a pensare al petrolio come una risorsa che praticamente sostiene tutta la nostra società moderna. Ci sono molte testimonianze di come tecnologie che avessero permesso di superare l’uso del petrolio per un’opzione più ecologia, efficiente e salutare sono state soffocate per garantire gli interessi dei più ricchi del pianeta. La Terra è un essere vivente, anche se è difficile vederlo quando trattiamo come oggetti persino le persone accanto a noi. Secondo la popolazione indigena colombiana degli U’wa e non solo, il petrolio rappresenta il sangue della terra e toglierlo oltre misura non farà altro che segnare la nostra stessa fine. Tutte le morie di animali che accadono ogni giorno, i terremoti e le eruzioni ormai anch’esse quotidiane, non sono forse dei segnali evidenti di un cambiamento o catastrofe?

Riporto di seguito quella che viene chiamata LA CARTA DEL POPOLO U’WA, il quale è stato attaccato militarmente dal governo colombiano per permettere l’apertura di un nuovo pozzo petrolifero in un’area incontaminata e protetta dove il popolo indigeno di 7000 persone viveva in pace e tranquillità.

LA CARTA DEL POPOLO U’WA

Noi nasciamo figli della terra, questa è una realtà che non può essere cambiata né dagli indigeni né dall’uomo bianco.

Più di mille volte ed in mille forme diverse abbiamo detto che la terra è nostra madre, che non possiamo né vogliamo venderla, ma l’uomo bianco sembra non capire, insiste affinché vendiamo e maltrattiamo la nostra terra, come se l’indigeno fosse anche lui uomo di molte parole.

Noi non domandiamo se è abitudine dell’uomo bianco vendere sua madre. Non lo sappiamo. Però, noi U’WA sappiamo che il bianco usa la menzogna, sa ingannare, uccide le sue creature senza permettere ai loro occhi di vedere il sole né alle loro narici di odorare l’erba. Tutto questo è ripugnante ed abominevole anche per un “selvaggio”.

La legge del nostro popolo si differenzia da quella dei bianchi, perché la legge del “Riowa” (bianco) viene dagli uomini e sta scritta su un foglio di carta, mentre la legge del nostro popolo viene da Sira (Dio). Fu Sira (Dio) che la dettò e la scrisse nel cuore dei nostri sapienti Werjayas (sciamani). Il rispetto verso i viventi ed i non viventi, ciò che si conosce e quello che non si conosce, fa parte della nostra legge: la nostra missione nel mondo è quella di raccontarla, cantarla e metterla in pratica per sostenere l’equilibrio dell’universo. La nostra legge U’WA sostiene il mondo. La nostra legge è antica quanto la stessa terra, la nostra cultura si è organizzata seguendo il modello della creazione, per questo la nostra legge della terra e la terra stessa sono una cosa sola. “La nostra legge non morirà”,….

Sappiamo che il Riowa (uomo bianco) dà un prezzo a tutti i viventi e perfino alla stessa pietra. Commercia con il suo proprio sangue e vuole che noi facciamo lo stesso nel nostro territorio sacro con la “Ruiria”, il sangue della terra, quello che loro chiamano petrolio…tutto questo è estraneo ai nostri costumi…tutto quello che è vivo tiene sangue: tutti gli alberi, tutti i vegetali, tutti gli animali, anche la terra. Questo sangue della terra (Ruiria, il petrolio) è quello che dà forza a tutti, a piante, animali ed uomini.

Ma noi domandiamo al Riowa (bianco) “come si può mettere prezzo alla madre e quale è questo prezzo?”. Lo domandiamo non per fare deduzioni, ma per cercare di comprendere: se l’orso è nostro fratello, a maggior ragione lo è l’uomo bianco. Chiediamo questo perché crediamo che egli, uomo “civilizzato”, talvolta conosca modalità per stabilire un prezzo per sua madre e venderla senza cadere nella vergogna, quella stessa vergogna nella quale cadrebbe un primitivo, in ragione del fatto che la terra che calpestiamo non è solo terra, ma è la polvere dei nostri avi e per questo camminiamo scalzi, per stare in contatto con essi.

Il Riowa (bianco) non ha voluto capire che se ci separiamo da nostra madre, il tempo andrà via con essa (lo spirito dei nostri avi, il nostro presente, il nostro futuro). Tutto accadrà fino a quando terminerà il tempo che Sira (Dio) le ha affidato…adesso non avrebbe tempo, adesso non avrebbe vita, siamo sopravvissuti grazie a lui ed egli è sopravvissuto grazie al nostro rispetto. La nostra separazione porterebbe un vuoto che inghiottirebbe tutto meno il deserto.

Il futuro dell’uomo bianco si intorbiderebbe con ogni goccia di olio che egli stesso versa nella trasparenza dei nostri fiumi, il suo destino si fa più letale con ogni goccia di pesticida che deposita in essi. I nostri fiumi comunicano con le nostre deità. Essi sono messaggeri ed i messaggi fluiscono in ambe le direzioni: se si sporcano o se muoiono sapremo cosa vogliono le deità che non ascolterebbero più le nostre invocazioni, e con le nostre lodi provocheremmo la loro ira. I fiumi di tutta la terra adesso sono molto arrabbiati con i bianchi.

I capi bianchi dicono alla loro gente che il nostro popolo indigeno è selvaggio, ci presentano come loro nemici e come nemici di un Riowa(bianco) maggiore che essi hanno chiamato progresso. Prima che gli altriRiowa (bianchi) e tutti i popoli del mondo debbono inginocchiarsi ad esso noi domandiamo “Che cosa è più importante, la macchina o l’uomo che inventa la macchina?”. Tuttavia, quello che sappiamo è che tutto ciò che attenta alla madre agisce contro i figli, chi aggredisce la madre terra ci aggredisce tutti, quelli che vivono oggi e quelli che verranno in futuro.

Per l’indigeno la terra è madre, per il bianco è nemica; per noi le sue creature sono nostre sorelle, per loro sono solo mercanzia. Il Riowa (bianco) siede con la morte, lascia nei campi e nelle sue città tanti uomini tenuti come alberi abbattuti nella selva.

Noi non abbiamo mai commesso l’insolenza di violare le chiese ed i templi del Riowa (bianco) mentre egli è venuto a profanare le nostre terre, e dunque noi domandiamo “Chi è il selvaggio?”.

L’uomo bianco ha dichiarato guerra a tutto, meno che alla sua povertà interiore, ha dichiarato guerra al tempo e perfino a se stesso, come ha detto un altro fratello indigeno di un popolo lontano: “l’uomo bianco cavalca sopra il progresso verso la sua distruzione”. Non contento di dichiarare guerra alla vita, ha dichiarato guerra anche alla morte, non sa che la vita e la morte sono due estremità di uno stesso corpo, due estremi di uno stesso anello,…”l’esistenza”…non c’è morte senza la vita ma neanche c’è vita senza la morte, gli U’WA si prendono cura del mondo materiale e di quello spirituale da sempre, per questo comprendono questi concetti.

Al Riowa (bianco), che ha inviato uccelli giganti sulla luna, gli diciamo che deve amare e curare la Terra, gli diciamo che non può andare per l’universo facendo ad ogni astro quello che è stato fatto ad ogni albero del bosco sulla terra. Ed ancora domandiamo ai suoi figli: “Chi fece il metallo con il quale è stata costruita ogni piuma che coprì il grande uccello? Chi fece il combustibile con il quale si alimenta? Chi fece lo stesso uomo che dirige e fabbrica l’uccello?… Il Riowa (bianco) non deve ingannare ne mentire ai suoi figli, deve insegnare che anche per costruire un mondo artificiale l’uomo necessita della Madre Terra per questo bisogna amarla e curarla.

Il Riowa (bianco) insisterà affinché noi vendiamo la terra e ci dirà “Che importa la vergogna ad un selvaggio che mantiene la sua faccia nascosta nello spessore della selva, le ombre delle montagne e il velo della nebbia?”…dunque, una volta ancora, cercheremo di fare capire, che se questo accadrà, non solo la vergogna paralizzerà gli U’WA ma accadrà anche che il giaguaro, la volpe, il mais, la coca, e tutti i nostri fratelli animali e le nostre sorelle piante, che da sempre hanno dato compagnia e alimento al nostro popolo, moriranno di “kueken awriar (tristezza) poiché, nella nostra grande famiglia, non si conosce quello che il Riowa (bianco) chiama tradimento. Se ciò dovesse accadere, la Terra piangerebbe tanto che l’ultimo picco coperto di neve del Cocuy si scioglierebbe e scenderebbe e la deità, custode delle acque maligne, guiderebbe le lacrime della terra fino ad unirsi con Kuiya (il padrone e signore della terra) e dalla loro unione sorgerebbe dall’oscurità del mondo di sotto Yara, il terremoto che porta dolore. Yara, dunque, come un gigantesco serpente di fango prodotto dall’unione della deità custode delle acque maligne con il signore della terra, si calerebbe fra le montagne cercando le valli ed al suo passaggio inghiottirebbe sia indigeni che bianchi, sia ferro che alberi, sia case che accampamenti. Quando questo succederà non ci sarà chi canti per mantenere l’equilibrio del mondo di su e di giù che è lo stesso equilibrio dell’universo…

L’uomo prosegue cercando il Ruiria (petrolio) e, in ogni esplosione che percorre la selva, udiamo il mostruoso passo della morte che ci persegue attraverso le montagne.

Questo è il nostro testamento

Al ritmo a cui va il mondo, verrà un giorno nel quale un uomo sostituirà le montagne del condor con le montagne di denaro, per questo, dunque, questo uomo non avrà chi omprerà nulla, e, se lo avesse, questo qualcuno comunque non avrebbe niente da vendergli. Quando arriverà questo giorno già sarà troppo tardi affinché l’uomo possa meditare sulla sua pazzia…

Tutte le sue offerte economiche riferite a ciò che per noi è sacro, come la Terra ed il suo sangue, sono un insulto per le nostre orecchie ed una corruzione per le nostre credenze. Questo mondo non è stato creato dalRiowa (bianco) né da nessuno dei suoi governi e per questo egli lo deve rispettare. L’universo è di Sira (Dio) e noi U’WA lo amministrano solamente. Noi siamo solo una corda del cerchio tessuto, ma il tessitore è Lui. Per questo motivo noi U’WA non possiamo cedere, maltrattare né vendere la Terra né il suo sangue e neanche le sue creature perché questo è contrario ai principi. Però il bianco pensa di essere il padrone, sfrutta e schiavizza a suo modo e questo non è una cosa buona: rompe l’equilibrio, rompe Irokua. Se non possiamo vendere quello che non ci appartiene, non ci si può impadronire di quello che non si può comprare.

Da parte nostra non ci sarà nessun tradimento verso la nostra Madre Terra, né verso i suoi figli che sono nostri fratelli, né tradiremo la fierezza dei nostri avi perché il nostro territorio è sacro e tutte le cose in esso contenute sono sacre. Per noi è proibito uccidere con il coltello, il machete e le pallottole; le nostre armi sono il pensiero e la parola; il nostro potere è la saggezza.

Anziché vedere i nostri principali elementi sacri profanati (la terra, il petrolio ed altri) preferiamo la nostra morte, il suicidio collettivo del popolo U’WA. Se nella lotta per difendere i nostri principi dovremo fare un gesto estremo, sarà questo; se per difendere la vita dobbiamo dare la nostra lo faremo.

Alcuni capi bianchi sono inorriditi davanti al loro popolo rispetto alla nostra decisione di suicidio collettivo come ultimo gesto per difendere nostra Madre Terra. Ancora una volta ci presentano come selvaggi; però, essi cercano di confondere, cercano di screditare. A tutto il loro popolo noi diciamo: “L’uomo U’WA si suicida per la vita, il bianco si suicida per le monete. Chi è dunque il selvaggio?”. L’umiliazione del bianco verso l’indigeno non tiene limite, non solo non ci permette di vivere, ma ci dice anche come dobbiamo morire…non ci lasciano decidere sulla vita…ora decidiamo dunque sulla morte.

Nel corso di più di cinque secoli abbiamo ceduto davanti all’uomo bianco, davanti alla sua cupidigia ed alle sue infermità, come il ruscello cede in tempo d’estate, come il giorno cede alla notte,…il Riowa (bianco) ci ha condannato a vivere come estranei nella nostra terra, ci tiene rinchiusi nelle terre scoscese molto vicino le rocce sacre da dove il nostro cacicco (sciamano) Guicanito e la sua tribù saltò per salvare l’onore e la dignità del nostro popolo davanti alla feroce avanzata prima degli spagnoli. Poi sono venuti i missionari, ora le multinazionali petrolifere.

Prima, alla cupidigia ed all’ignoranza davano il nome di azioni evangelizzatrici o civilizzatrici, ora le chiamano progresso, questo fantasma che nessuno vede e che si è dedicato a terrorizzare l’umanità…Prima l’oscuro cammino di saccheggi, genocidi ed ingiustizia contro il nostro popolo era perpetrato nel nome di Dio e di sua maestà, oggi è illuminato con il petrolio e fatto in nome del progresso e della maggiore delle maestà per la maggior parte dei non indigeni: il denaro.

Prima l’oro era giallo, ora è nero; però il colore del sangue che si paga per esso continua ad essere rosso, continua ad essere indigeno. Noi U’WA procediamo tutti per una stessa strada, siamo tutti (popolo ed autorità) una stessa famiglia. Se è arrivato il momento che il nostro popolo parta da questa terra lo farà con dignità!…

L’unica cosa che ci unisce ai nostri fratelli bianchi è il fatto di provenire dallo stesso padre (Sira) e dalla stessa madre (Raira) e di essere allattati dallo stesso capezzolo (la terra), dividiamo lo stesso mondo fisico: il sole, la luna, il vento, le stelle, le montagne, i fiumi, …dividiamo lo stesso mondo fisico però il nostro sentimento è diverso. La terra è un fiore: l’uomo U’WA si avvicina ad essa per alimentarsi con la stessa cura del colibrì, mentre per l’uomo bianco è come il fiore che il maiale selvatico calpesta sul suo cammino. Il cammino del Riowa (bianco) è stato il denaro. Il denaro è il suo mezzo, è il suo fine, è il suo idioma. Il denaro ha fatto ammalare il cuore del nostro fratello bianco e la sua malattia lo ha portato a costruire fabbriche come armi, a spargere veleni come sangue. La sua malattia è arrivata alle acque, all’aria ed alle nostre selve.

Una volta ancora l’uomo bianco viola le leggi di Sira (Dio), quelle della terra ed anche le sue proprie leggi, quello che non potrà evadere mai è la vergogna che i suoi figli potranno sentire verso i padri che danneggiarono il pianeta, rubarono la terra dell’indigeno e lo portarono alla sua estinzione. Alla fine della fredda, dolorosa e triste notte, per il pianeta e per gli indigeni, la stessa notte che sembrava tanto perenne come l’erba, quando inizierà a scorgersi il regno della morte contemporaneamente comincerà a fiorire nuovamente la vita…perché non ci sono estati eterne, né specie che possa imporsi sopra la vita stessa…

Se l’uomo agisce con cattive intenzioni, presto o tardi, finirà con il bere il veleno del suo proprio fiele, perché non si può tagliare un albero senza che muoiano le sue proprie foglie e nel passaggio della vita nessuno può lanciare pietre senza rompere la quiete e l’equilibrio dell’acqua. Per questo, quando i nostri siti sacri saranno invasi dall’odore dell’uomo bianco, sarà vicina la fine non solo degli U’WA, ma anche del Riowa (bianco). Quando egli avrà sterminato l’ultima tribù del pianeta, prima di incominciare a contare i suoi genocidi, gli sarà più facile incominciare a contare i suoi ultimi giorni. Quando questi tempi si avvicineranno, i ventri delle figlie non daranno alla luce alcun frutto ed in ognuna delle sue vite ancora una volta spezzate, lo spirito dei suoi figli non conoscerà serenità. Quando arriverà il tempo nel quale gli indigeni resteranno senza terra, anche gli alberi resteranno senza foglie; dunque, l’umanità si chiederà “perché?”…e solo pochi comprenderanno che tutti i principi hanno la loro fine e tutte le fini hanno i loro principi, perché nella vita non c’è niente di indipendente, niente che non sia legato alle leggi dell’esistenza. Il serpente arriverà a mordere la sua stessa coda per chiudere così il suo ciclo di distruzione e morte…Tutto questo perché tutto è intrecciato.

Forse noi U’WA potremo seguire il nostro cammino, dunque, così come gli uccelli fanno i loro grandi viaggi senza nessuna provvista, così noi seguiteremo il nostro viaggio senza conservare il più piccolo rancore contro il Riowa (bianco) perché è nostro fratello. Continueremo cantando per sostenere l’equilibrio della terra non solo per noi e per i nostri figli, ma anche per egli (il bianco) perché ne ha bisogno. Nel cuore degli U’WA c’è preoccupazione per i figli dell’uomo bianco, per questo se lo vogliono e lo permettono non arresteremo l’aria che nasce nelle nostre montagne ma i nostri fiumi dovranno partire dalle nostre terre così limpidi come arrivarono. Così, la purezza dei fiumi parlerà agli uomini del mondo “di sotto” della purezza del nostro perdono.

Ogni volta che si estingue una specie l’uomo si avvicina alla propria estinzione; ogni volta che si estingue un popolo indigeno non è solo una tribù che si estingue, è un membro in più della comunità che è partito per sempre in un viaggio senza ritorno. Ogni specie estinta è una grave ferita per la vita, riduce la vita e lascia posto alla sopravvivenza…Forse, prima la cupidigia si impietosirà dell’uomo bianco, prima gli permetterà di vedere la meraviglia del mondo e la grandezza di un universo che si estende più in là del diametro della moneta.

Associazione delle autorità tradizionali U’WA

—————-o0o—————-

Il sangue della terra

Atlante geografico del petrolio: multinazionali e resistenze indigene nell’Amazzonia ecuadoriana

Per la prima volta anche nel nostro paese, ecco un quadro reale (completo di mappe, dati, analisi e testimonianze inconfutabili) su quello che è stato e che è ancora in parte lo sfruttamento petrolifero dell’Amazzonia ecuadoriana. Il petrolio non sempre è una ricchezza per i paesi che lo possiedono. Si può anzi trasformare in una condanna allo sfruttamento selvaggio. Il caso dell’Ecuador è emblematico in tal senso.
A distanza di 514 anni dalla scoperta delle Americhe siamo costretti ancora a parlare di sfruttamento coloniale, schiavitù e violazione dei diritti umani per descrivere le fondamenta delle relazioni commerciali ed economiche tra Occidente e una parte del Nuovo mondo. Pare proprio che il capitale sia l’unico elemento a sfuggire a qualsiasi forma di controllo e di regola democratica. Appaiono sterili e avvizzite molte delle norme, codici e trattati internazionali che avrebbero dovuto tutelare la sovranità o addirittura l’esistenza di una comunità o salvaguardare l’importanza ambientale di un luogo.
Questo Atlante mostra la spaventosa devastazione e distruzione portata dalle multinazionali petrolifere negli ultimi decenni all’interno dell’Amazzonia ecuadoriana. Le valutazioni che ne scaturiscono vanno al di là della semplice e comunque necessaria urgenza di salvare il polmone del pianeta, l’Amazzonia, senza la quale sono minacciate tutte le specie viventi, compreso l’homo economicus occidentale.
Un libro di forte denuncia che chiama in causa anche le responsabilità italiane e le sue politiche energetiche.

Un Assaggio

“Sul banco degli imputati: le multinazionali del petrolio. Parte lesa: l’Amazzonia ecuadoriana e i popoli che la abitano da millenni e cercano di difenderla. Il sangue della terra è un libro che per la prima volta analizza e denuncia, con dati, documenti e testimonianze, i disastri ambientali, le violazioni dei diritti umani, le aggressioni e i crimini commessi su uno degli ecosistemi più importanti al mondo e sulle popolazioni indigene che lo proteggono. Ma è anche una geografia della resistenza. Popoli come i Cofán, gli Shuar e i Kichwa, a rischio della loro sopravvivenza, lottano contro le trivelle per difendere la pachamama, la madreterra, e il petrolio che considerano il sangue stesso del pianeta.
Il libro è diviso in 16 capitoli, tanti quanti sono i “blocchi petroliferi”, dati in concessione a Repsol, Eni, Encana e a tante altre “sorelle del petrolio”. L’Amazzonia appare divisa e svenduta in tanti rettangoli neri, in cui la foresta viene distrutta e le popolazioni assassinate, nel silenzio e nell’indifferenza dei media. Una feroce rincorsa al petrolio che, come in una cruenta e delirante “febbre dell’oro nero”, calpesta vite umane e incenerisce il polmone del nostro pianeta. Al di là delle pubblicità patinate, le multinazionali del petrolio risultano illuminate da una luce sinistra che ne svela il volto aggressivo e violento.
Il libro è arricchito da mappe geografiche in cui risultano perfettamente identificabili i pozzi di petrolio, i conflitti e le resistenze dei popoli guardiani della terra”.
(Enzo Vitalesta, A Sud)

-o0o-

A Sud

A Sud nasce al fianco dei movimenti sociali e indigeni del Sud del mondo. Promuove campagne e azioni per la difesa dei beni comuni per la salvaguardia delle foreste primarie e delle culture originarie, per il riconoscimento del debito ecologico del Nord verso il Sud del mondo, e per la democratizzazione delle istituzioni internazionali. A Sud sostiene il pieno coinvolgimento delle comunità locali attraverso progetti di cooperazione basati sui principi dell’autogestione e della democrazia partecipata. http://www.asud.netinfo@asud.net

—————-o0o—————–

Colombia – Indios e diritti
La lotta degli U’wa a difesa del “sangue della terra”

 La mobilitazione del popolo U’wa contro le esplorazioni della Occidental PetroleumOxy e delle maggiori transnazionali del petrolio. Un’inchiesta sulla violazione dei diritti indigeni

e sul conflitto in atto nel dipartimento di Arauca, Colombia

1. Oxy, violazione dei diritti indigeni e conflitto per il petrolio in Arauca

La nostra legge dice che non dobbiamo prendere più di quanto è necessario, siamo come la terra che si alimenta di tutti gli esseri viventi, però non mangia troppo, altrimenti tutto finirebbe. Dobbiamo curare non maltrattare, per noi è proibito uccidere con il coltello, il machete o con arma da fuoco; le nostre armi sono il pensiero e la parola; il nostro potere è la saggezza; preferiamo la morte piuttosto che vedere i nostri luoghi sacri maggiori profanati. (Parole del Cacique Mayor degli U’wa)

Gli U’wa, piccolo-grande popolo indigeno di Colombia, uno dei pochi sopravvissuti al genocidio di antichi e nuovi colonizzatori, stanno difendendo il proprio territorio ancestrale da un progetto di sfruttamento del petrolio implementato dalla Occidental Petroleum – Oxy, una delle maggiori imprese del settore, risultata assai vicina agli interessi finanziari di alcuni dei maggiori esponenti della vecchia amministrazione Clinton.

Due differenti concezioni del mondo e dello “sviluppo” si contrappongono. Da una parte la spiritualità di un popolo che ha saputo vivere l’equilibrio con la natura e l’ambiente. Dall’altra una multinazionale che per perpetuare il saccheggio delle risorse della terra, ha scelto di distribuire prebende a politici e mass-media e di appellarsi a favore della guerra invitando il Congresso degli Stati Uniti ad inondare di armi la Colombia. Due modi di interpretare il petrolio. Per gli U’wa il “sangue della madre terra”, per la Oxy “il combustibile che crea ricchezza” ma il cui (ab)uso sta soffocando dall’alto la stessa terra.

Lo scontro è stato sospeso dopo l’improvvisa e inaspettata comunicazione della Oxy, a fine luglio 2001, di non aver rinvenuto le riserve di greggio nell’area sottoposta a ricerca, bensì solo quantità da accertare di gas. Ciò avrebbe convinto i manager della società nordamericana a trasferire in altre regioni della Colombia i propri progetti di estrazione petrolifera, congelando il programma “Samoré” in territorio U’wa. <<Il petrolio è qui, ma i bianchi non lo vedono>> hanno commentato con ironica saggezza le autorità tradizionali indigene, comunque preoccupate che la Oxy possa aver deciso solo una ritirata tattica, in attesa che si vada affievolendo la vasta campagna di solidarietà lanciata a livello internazionale per impedire l’ennesimo scempio al territorio e un nuovo genocidio etnico.

<<La nostra lotta, le nostre preghiere e i nostri digiuni di purificazione continueranno sino a quando la Oxy non si porterà via l’ultima attrezzatura, perché esiste sempre il rischio che essa possa riprendere i suoi lavori>>, dichiarano le autorità. In realtà la Oxy ha già annunciato che realizzerà nuove attività di registrazione sismica nel blocco Samoré, non scartando l’ipotesi di realizzare una nuova perforazione in qualche altro punto del territorio U’wa.

Questa simbolica lotta contro il modello della globalizzazione selvaggia continua pertanto ad essere sempre viva e vibrante; su di essa non può scemare l’attenzione internazionale, anche perché vecchi e nuovi attori rischiano di complicarne lo scenario, accentuandone complessità e conflittualità. In Arauca, il dipartimento dove gli U’wa vivono e chiedono di continuare a vivere, non c’è infatti solo la presenza-ombra della multinazionale del petrolio. Ci sono anche i reparti di un Esercito sempre più armato e repressivo, vi operano i gruppi paramilitari di estrema destra sovvenzionati dai padroni del petrolio, ci sono i due maggiori gruppi della guerriglia, le Farc e l’Eln, con interessi e mete contraddittori e confusi.

Ciò rende la regione una delle più militarizzate e violente del Paese, dove insieme ai diritti dei popoli indigeni sono calpestati i diritti umani, dove lo scontro militare crea morti, distruzione e disastri ambientali. Una guerra dove le ambiguità sono stridenti e dove nessuno è esente da colpe e delitti. Una guerra dove la spasmodica e sino ad oggi inutile ricerca del petrolio può creare altri lutti ed altro terrore, in un territorio dove è sempre più difficile ricostruire il dialogo tra le parti e dove si fanno ancora più distanti le aspirazioni di giustizia e di ridistribuzione delle risorse e dei beni.

…Il petrolio è il sangue della terra …Il popolo non vuole perdere la vita per mano dei bianchi o di altre persone. I primi caciques che vivevano in Guicán, operavano su ordine del Padre del Cielo e non permisero che nulla finisse nelle mani di altri. I bianchi vennero e uccisero tutto. Il Padre del Cielo aveva detto: non possiamo consegnare tutto questo nelle mani della morte. Il Padre li aveva benedetti. La Vergine Morenita del Guicán manteneva un’acqua calda perché gli U’wa si bagnassero; oggi non è più nostra; per bagnarci si deve pagare.

C’era la roccia di sale, che ci era stata consegnata dal Padre del Cielo. Dov’è oggi? Si sono presi tutto. È finito tutto. E dove si trova il sale chitama? E la salina? Tutto è andato perduto, insieme alla Vergine Morenita. Il Governo ci deve molto; mai potrà ripagarci di tutto quello che ci ha sottratto. Adesso ci provano anche con “Ruiría” (il petrolio), che si trova a tremila metri di profondità; vogliono portarselo via, verso altri paesi. La madre terra lo trattiene.

Dentro di lui si muovono molte correnti; correnti della forza della luce; senza di lui nulla si sostiene. Le autorità tradizionali dicono: se ci tolgono questo sangue dal mondo, il mondo finisce. La Oxy vuole estrarre tutto questo spirito che il paese possiede.

Se ciò accade, che succederà? Il tremore!

Il sole non uscirà più, se non rispettiamo la Legge del Padre del Cielo. Egli dice: <<ho alberi, fiumi, per castigarli. Perché senza alberi non c’è vita; senza semi non c’è vita; senza tabacco non c’è vita; senza lo spirito della coca non c’è vita. Oro, petrolio, sale, luna… è la forza. E tutto se ne va fuori. Non ci sarà vita senza acqua; non ci sarà vita senza animali; non ci sarà vita senza semi; non ci sarà vita senza sale; non ci sarà vita senza tutto ciò che è stato benedetto. La Oxy vuole metterci un’ampolla nel cuore per toglierci il sangue e portarselo negli Stati Uniti; non possiamo permetterlo.

(Parole del Cacique Mayor degli U’wa)

2. La lotta per la sopravvivenza del popolo U’wa

Il territorio che il popolo U’wa abita da tremila anni si estende dalla Sierra di Mérida e Táchira in Venezuela, sino alle regioni colombiane di Chinácota, Málaga, Oiba e Bucaramanga nell’attuale dipartimento di Santander; di Chiscas, Chita e Güicán in Boyacá, di Támatra (Casanare) e di Saravena e Tame (Arauca). L’area si estende approssimativamente per 1.400.000 ettari mentre oggi gli U’wa possiedono appena il 14% del territorio ancestrale, in buona parte all’interno della Sierra Nevada del Cocuy, considerata una delle più straordinarie catene montuose del Sud America.

Gli U’wa sono un popolo nomade di lingua chibcha; il loro nome significa “gente intelligente che sa parlare”. Le loro attività sociali, produttive e cultural-religiose sono segnate dagli spostamenti dalle regioni degli Llanos Orientales (la grande area di savana che si estende nella parte orientale della Colombia sino al Venezuela) all’area piedimontana sino alle alte cime della Sierra del Cocuy, seguendo il ritmo delle stagioni in cui si alternano periodi di piogge a periodi di secca. <<All’interno di questo ciclo di spostamenti e residenze – scrive l’antropologa inglese Ann Osborne – cantano i loro miti e allo stesso tempo realizzano rituali ad esse associate, tra cui l’agricoltura. In forma più esplicita considerano che la celebrazione dei loro miti é necessaria a perpetuare e sostenere l’universo, prevenendone il collasso>>[1].

La visione cosmica del popolo U’wa si basa su un sistema di “agricoltura verticale”, comune nelle Ande preispaniche. Ogni popolazione, clan o comunità sfrutta i differenti piani termici della Sierra attraverso continue migrazioni stagionali che seguono il percorso del sole. Nella cultura U’wa lo studio dell’universo e l´economia si uniscono per garantire la sopravvivenza delle natura e della terra. <<Ogni pezzo strappato al territorio rappresenta una rottura della vita>>, raccontano profeticamente gli anziani U’wa.

In realtà negli ultimi cinque secoli, questo popolo é stato protagonista di una strenua lotta per assicurare la continuità della propria identità culturale contro le politiche di genocidio della colonizzazione. Una lotta impari ove si sono estinti alcuni clan e gruppi familiari che risiedevano nelle aree più basse della Sierra (a Santander, Táchira e nel Sarare), annientati dalla violenta conquista spagnola.

Ancora più drammatico l’impatto della più recente ondata colonizzatrice avviata nel 1940 e sviluppatasi in particolare negli anni ’50, durante il cosiddetto periodo della violencia bipartidista in Colombia. Nel solo periodo compreso tra il 1940 e il 1970, il governo ha privato il popolo indigeno dell’85% delle terre originarie, assegnandone la titolarità ai coloni e alla chiesa cattolica. In meno di 40 anni, le malattie generate da questo impetuoso e violento contatto con i “bianchi”, hanno causato la morte di 18.000 U’wa (attualmente si calcola che ne sopravvivano solo 5.000). In conseguenza dell’espropriazione delle terre e dei processi di deforestazione che hanno gravemente compromesso gli equilibri ambientali, due interi gruppi U’wa, i Biribira e i Ruba (Guicanes), che abitavano nei distretti di Chiscas, Guicán, Cocuy e Chita sono stati completamente sterminati[2].

<<I meccanismi utilizzati dalla “civilizzazione occidentale” sono stati la penetrazione religiosa attraverso i missionari, l’arrivo di contadini e coloni richiamati dall’Incora (Istituto per la riforma agraria), e lo sfruttamento delle risorse naturali, legname prima, petrolio poi. – spiega Trinidad José Cobaría, docente e assistente ufficiale del Cabildo Mayor U’wa – La penetrazione nel territorio ancestrale e sacro degli U’wa ha costretto le comunità indigene a rifugiarsi sulla parte alta della regione. E ciò ne ha limitato fortemente l’accesso alle risorse naturali ed alimentari presenti nella parte bassa e nella regione piedimontana>>[3]. La trasmigrazione verso l’area montana e la Sierra Nevada del Cocuy ha avuto pertanto gravi conseguenze sulla salute e sulla nutrizione della popolazione, ma soprattutto ne ha ulteriormente indebolito l’organizzazione sociale, politica ed economica.

Sono indelebili nella memoria di un’intera generazione U’wa le modalità di penetrazione da parte delle organizzazioni religiose della chiesa cattolica. I missionari che arrivarono in territorio U’wa, rifiutarono di riconoscere la spiritualità e la religiosità indigena, ne proibirono la lingua e si impossessarono delle terre più fertili, dove impiegarono i nativi in attività agricole e di allevamento, contrarie alla loro cultura produttiva. <<Vennero spianate colline, s’innalzarono missioni, si deviarono torrenti e fiumi e si realizzarono aziende agricole, utilizzando il lavoro forzato degli indigeni – continua il professor Trinidad José Cobaría – Le autorità di polizia sequestravano uomini e donne, li imprigionavano e li costringevano ai lavori forzati. Inoltre catturavano i bambini, che venivano condotti alle missioni per essere battezzati ed “educati”>>. La missione gesuita e delle sorelle teresitas del Chuscal, il complesso religioso più grande in territorio U’wa, fu costruito con il lavoro forzato di uomini e donne indigeni, disboscando una superficie per centinaia di ettari. La recente assemblea dei cabildos U’wa – aprile 2001 – ne ha richiesto l’acquisizione, come riparazione delle enormi sofferenze subite.

Il lavoro dei nuovi “schiavi” fu utilizzato dallo stesso governo colombiano per realizzare l’apertura di strade e sentieri e favorire così il processo di colonizzazione da parte dei “bianchi” provenienti da aree della Colombia particolarmente colpite dalla guerra civile.

Alla fine degli anni ’60 il reclutamento U’wa fu realizzato anche grazie alle attività di “evangelizzazione” dell’Instituto Linguistico del Verano, attraverso pastori nordamericani finanziati direttamente dalla Cia e sostenuti da diversi funzionari statali colombiani, come ad esempio l’allora direttore dipartimentale per le opere pubbliche. Risale a quegli anni la realizzazione della strada per El Chuscal, nonché la progettazione di un’arteria di comunicazione verso le vette sacre del Nevado del Cocuy, opera che fu poi sospesa a seguito della ferma opposizione U’wa.

Grazie ai nuovi sentieri tracciati con il lavoro forzato e l’”evangelizzazione” indigena, fu possibile avviare nel decennio ’70 lo sfruttamento in vasta scala del legname e delle risorse naturali, nonché l’espansione delle coltivazioni agricole secondo il modello della monocultura e dell’allevamento estensivo.

3. L’ambiguo riconoscimento dei diritti indigeni da parte dello Stato

Coscienti del fatto che la loro sopravvivenza era strettamente legata all’esistenza stessa del territorio nativo, gli U’wa hanno tentato di preservare la loro cultura e identità negli ultimi venti anni, strutturandosi internamente per ottenere il recupero di una parte delle terre perdute con la colonizzazione. Si è così sviluppato un inarrestabile processo di auto organizzazione tra i gruppi e le comunità, sostenuto dai werjayá, le autorità tradizionali, e dai Cabildos, gli organismi locali che amministrano la vita pubblica. Ciò ha permesso di consolidare un Cabildo Mayor a rappresentanza delle 22 comunità U’wa e di 12 cabildos minori della sierra, che all’interno del nuovo quadro costituzionale e legislativo si é convertito nell’Associazione delle autorità U’wa riconosciuta dallo Stato colombiano. Ad essa è stata assegnata nel 1987 l’amministrazione di un resguardo o riserva centrale (nei territori Cobaría, Tegría, Bókota e Rinconada), di una “riserva speciale indigena” (Tauretes e Aguablanca) e di un territorio indigeno comprendente le terre assegnate agli indigeni dall’INCORA.

Nel marzo 1993 i cabildos U’wa hanno richiesto all’INCORA l’unificazione e l’ampliamento del loro territorio in un Resguardo unico U’wa. Nonostante lo studio favorevole di fattibilità socioeconomica, patrocinato dai governatori dei diversi dipartimenti interessati e realizzato dall’istituto statale di ricerca Ideade, l’Incora preferiva rinviare sine die il riconoscimento del diritto legittimo U’wa a vivere su un territorio unitario.

Si dovrà attendere sino all’agosto del 1998 perché il governo di Andrés Pastrana varasse il decreto di concessione del Resguardo Unico U’wa, su un territorio di 220.275 ettari. Ciò che poteva sembrare un primo riconoscimento ufficiale dei diritti comunitari del popolo U’wa veniva però inficiato dalle sempre maggiori concessioni che contemporaneamente il governo colombiano riconosceva alle imprese statunitensi per l’esplorazione e la ricerca petrolifera nel sottosuolo del territorio ancestrale U’wa.

La risposta del popolo indigeno non si faceva attendere. Contro la decisione della società Occidental PetroleumOxy di iniziare lo sfruttamento del petrolio presente nel Territorio Sagrado, gli U’wa avviavano nella seconda metà degli anni ‘90 un’imponente campagna di mobilitazione e lotta non violenta che avrebbe presto attirato l’interesse dei mass media e il consenso e il sostegno delle principali organizzazioni internazionali ambientaliste e di difesa dei popoli indigeni.

A colpire maggiormente la coscienza e l’immaginario dell’opinione pubblica, fu l’annuncio del suicidio collettivo del popolo U’wa nell’eventualità che si fosse avviata l’estrazione del petrolio, il “sangue della madre terra”. <<Di fronte alla morte sicura, alla perdita delle nostre terre, allo sterminio delle nostre fonti naturali, all’invasione dei nostri luoghi sacri, alla disintegrazione delle nostre famiglie e comunità, al silenzio dei nostri canti, e al disconoscimento della nostra storia, preferiamo una morte dignitosa, propria dell’orgoglio dei nostri avi che sfidarono il dominio dei conquistatori e dei missionari>> – dichiarava il Cabildo Mayor U’wa.

Un gesto estremo di cui esiste un precedente nella storia di questo popolo. Verso la fine del 17° secolo, migliaia di U’wa collocarono i loro bambini in urne di creta e li lanciarono da un precipizio di 400 metri, da cui poi si gettarono essi stessi. Testimoni del sacrificio raccontarono che si accumularono tanti corpi da alterare il corso del fiume. La decisione fu presa quando, spinti dai conquistatori verso le montagne più alte, dovettero scegliere tra il vivere una vita di schiavitù e miseria o la morte con dignità. L’area del suicidio di massa fu successivamente soprannominata “Dirupo della Gloria”.

Il petrolio, Ruiría, fa parte di un Sagrado Mayor, poiché è una fonte viva, allo stesso modo del sangue, è forza per il corpo e lo spirito, ci è stato consegnato dal Maggiore degli dei, il “padre eterno” Sira o Rukwa, lo ha lasciato sotto le lagune, i monti e le valli per preservarci, pertanto il suo sfruttamento qui, nel cuore del mondo, provocherebbe il crollo della cultura, la morte degli U’wa. (…)

Se si estrae ruiría dal mondo, questo si contamina; però se si estrae ruiría dal cuore del mondo, esso non potrà sostenersi; i Werjayas non potranno mantenere la vita nè l’ordine e così la vita stessa non ha avrà senso, noi U’wa saremo accolti dal padre eterno, da Sira. Se si sfrutta ciò che è sacro, si distruggono le basi del pensiero tradizionale; si perde il rispetto per i fratelli, per i padri, per gli Antenati; se si sfrutta ruiría si viola la legge tradizionale, che è la legge del padre Eterno e della madre Terra, la legge della natura, la legge dell’Origine degli U’wa.

L’equilibrio del popolo U’wa e del nostro Territorio è dato solo dal pensiero e dalle pratiche tradizionali; se questi vengono vulnerati, i Werjayas non canteranno più né pregheranno e il popolo U’wa smetterà di ballare e di adempiere con le pratiche tradizionali.

Se si permette lo sfuttamento di Ruiría, le ragioni per le quali esiste il popolo U’wa finiranno, e noi tutti U’wa moriremo.[4]

4. La Occidental e la lobby statunitense dei Democratici del petrolio

Nella sua dissennata politica di svendita al capitale straniero delle risorse naturali ed energetiche del paese – quotidianamente 330,000 barili di greggio estratto in Colombia finiscono nelle raffinerie del Texas e della Lousiana – il governo colombiano, attraverso l’impresa statale Ecopetrol, aveva sottoscritto nel 1992 un contratto con la Occidental PetroleumOxy e la Shell per esplorare e sfruttare il petrolio del cosiddetto “blocco Samoré”, situato nel territorio degli U’wa. A seguito delle campagne di protesta internazionale sviluppatesi dopo la violenta repressione delle popolazioni Ogoni della Nigeria, investite dai progetti di estrazione petrolifera della Shell, questa compagnia all’inizio del 1998 si era svincolata dalla partecipazione nel contratto Samoré, trasferendo alla Oxy la propria quota del 37.5%.

L’estensione della superficie concessa originariamente alle multinazionali era superiore ai 185,600 ettari e interessava i municipi di Güicán e Cubará nel dipartimento di Boyacá, di Toledo (Norte de Santander) e Saravena e Tame in Arauca. Qualche mese dopo la firma del contratto, il governo concedeva però altri 23,200 ettari appartenenti ai dipartimenti di Santander e Casanare. Complessivamente la concessione per le attività esplorative corrispondeva al 29% del territorio appartenente ai Parchi Nazionali Naturali di El Cocuy e Tamá e al 20% della Riserva indigena U’wa di Cobaría- Tegría- Bókota- Rinconada.

Eseguite le prime esplorazioni, la Oxy ha scelto il sito di “Gibraltar 1”, a Cedeño (Nord di Santander), per avviare le attività di perforazione del sottosuolo, con un investimento previsto per 40 milioni di dollari. L’area ove insediare il primo pozzo era suggerita dal Ministero dell’Ambiente ad appena 150 metri dai confini del Resguardo unico U’wa, i cui contorni geografici erano stati ridisegnati con un decreto dallo stesso ministero, il 6 settembre ’99. Nel marzo del 2000 il governo firmava con la Oxy il contratto per l’avvio delle attività estrattive in un’area di 47,000 ettari con la meta di raggiungere entro l’anno 2004 la produzione di 260,000 barili di petrolio.

La portata economica del “progetto Samoré” permette di spiegare la grande disponibilità del governo colombiano nel sostenere la Oxy e disconoscere i diritti legittimi del popolo U’wa. Il primo fattore che ha facilitato l’intervento della compagnia petrolifera nell’area è legato direttamente agli interessi in gioco di uno degli uomini più potenti della Colombia, l’ex presidente di Ecopetrol ed ex ministro dell’energia Rodolfo Segovia, manager dal 1996 al 1998 della Inversiones Sanford, società d’investimenti controllata dalla stessa Oxy, attiva nella produzione di polipropilene e PVC. Il secondo è stato generato dalla partnership geostrategica Usa-Colombia e dagli interessi privati di alcuni degli uomini di punta della ex amministrazione nordamericana.

La Occidental Oil and Gas Corporation è filiale della Occidental Petroleum Corporation, una trasnazionale che conta su 6.000 dipendenti e attività in 11 paesi del mondo, tra cui Colombia, Messico, Perù ed Ecuador. Sulla Oxy vantava una partecipazione per poco meno di un milione di dollari l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Albert Gore, che alla vigilia della recente elezione presidenziale ha preferito trasferire ai suoi più stretti familiari la titolarità di questo pacchetto azionario.

Lo stretto legame tra la multinazionale e la famiglia Gore si è fatto sentire particolarmente in occasione della penultima convention del Partito democratico, quando la compagnia ha contributo alla campagna elettorale del Presidente Clinton con un apporto di 470.000 dollari. La Oxy inoltre è una delle società che più ha esercitato la funzione di lobbing politica per salvaguardare gli ingenti interessi economici nei paesi sudamericani. In occasione del suo viaggio in Colombia nel maggio 1999 per avviare i nuovi programmi petroliferi delle imprese statunitensi, l’ex segretario per l’Energia dell’amministrazione di Wahington, Bill Richardson, si avvalse dell’assistenza di una funzionaria della Occidental, Theresa Fariello. Un ruolo fondamentale nell’azione di pressione di fronte al Congresso Usa a sostegno delle operazioni della Occidental in Colombia è stato giocato dall’ex tesoriere del Comitato Nazionale Democratico Scott Pastrick, uno dei più stretti collaboratori di Albert Gore. In particolare, dal 1997 Scott Pastrick ha ricoperto l’incarico di consulente della compagnia di public relations Bksh (Black, Kelly, Scruggs & Healey Company), la quale ha avviato una vasta campagna pubblicitaria sui principali organi di stampa nordamericani a favore del “progetto Samoré” della Oxy.

Per sostenere l’approvazione del pacchetto di aiuti militari per oltre 1.300 milioni di dollari del cosiddetto “Plan Colombia”, si è presentato in audizione al Congresso il vicepresidente della compagnia, Lawrence Meriage. << È  importante che gli aiuti militari non siano destinati solo a recuperare il controllo del sud della Colombia, dove pure stiamo operando>>, ha affermato il manager statunitense. <<Essi dovranno essere utilizzati anche per le aree più settentrionali, come il Nord di Santander, alla frontiera con il Venezuela, dove stiamo per intraprendere le operazioni di trivellazione e dove le coltivazioni di coca sono aumentate del 300%>>. Lawrance Meriage si è guardato bene dal riferire al Congresso come le perforazioni petrolifere abbiano violato i diritti delle popolazioni U’wa, danneggiando irrimediabilmente l’ambiente e il territorio della Riserva. Per la Oxy la campagna di mobilitazione indigena a difesa del “sangue della terra” non è mai esistita.

5. Saccheggio del petrolio e violazione dei diritti dei popoli indigeni

L’opposizione del popolo U’wa ai progetti petroliferi non è nata solo da un profondo sentimento di rispetto verso le risorse della natura e della terra, ma anche dalla consapevolezza di quanto le esplorazioni petrolifere in Colombia abbiano duramente colpito dal punto di vista culturale, sociale ed economico altre comunità, indigene e non. Le comunità del nord, ad esempio, come i Barí, anch’essi di lingua chibcha, persero i due terzi del territorio e la metà della popolazione a causa dello sfruttamento petrolifero realizzato a partire del 1930 dalla Mobil, dalla Gulf e dalla Texas Petroleum. Nel 1931 il Congresso colombiano giunse ad autorizzare le forze armate a reprimere le manifestazioni di protesta degli indigeni che si opponevano all’espropriazione dei loro territori ancestrali. L’esercitò sparò, uccidendo alcuni rappresentanti della comunità Barí-Motilón; altri furono detenuti in campi di concentramento provvisori o assassinati selettivamente da sicari pagati dalle compagnie petrolifere.

Ad ovest, gli Yariguí e gli Aripí si sono estinti a causa degli sfruttamenti petroliferi della Standard Oil e della Texas Petroleum nell’area di Barrancabermeja (Magdalena Medio). Negli anni ’60 i popoli Inga, Siona e Kofan furono completamente disarticolati nella regione meridionale del Putumayo a seguito della distruzione dei fiumi causata dalle attività petrolifere di Ecopetrol e Texas Petroleum. Ancora la Occidental intraprese nel 1980 i lavori di perforazione nelle riserve indigene di Orocué (regione sud-orientale della Colombia) senza alcun accordo preventivo con le comunità residenti (Sáliva e Sikuani) e senza assegnare compensi per gli ingenti danni ambientali ed economici prodotti. La distruzione di questo territorio ancestrale indigeno è poi proseguita ad opera della British Petroleum.

Sempre a sud-est gli altri vicini Wahibo, popoli seminomadi dell’Orinoquia (gruppi Hitnu, Hitanu, Sikuani e Cuiba) si convertirono negli indigeni piú poveri della Colombia dopo le perforazioni e lo sfruttamento del ricco campo petrolifero di Caño Limón, da cui la Oxy e la Shell hanno estratto per anni più di 120.000 barili di greggio al giorno. In particolare gli Hitnu sono stati espropriati dei tre quarti della riserva che gli era stata riconosciuta dallo Stato, mentre la popolazione Guahiba è stata costretta ad abbandonare il territorio ancestrale per insediarsi in quartieri di invasione di Arauca privi di ogni servizio, caratterizzati da disgregazione del tessuto sociale, alcolismo, prostituzione. Da parte loro, i contadini di buona parte della regione di Arauca sono stati costretti alla migrazione e alla miseria a seguito della distruzione delle loro proprietà per l’infiltrazione di acqua contaminata proveniente da un pozzo della società Amoco.

Le attività perforative, oggi sospese, nell’area di “Gibraltar 1”, hanno prodotto danni irreversibili al territorio. Il suolo è oggetto di erosione, perdita di vegetazione e contaminazione da parte di sostanze chimiche come solfati, sali minerali ed idrocarburi che hanno distrutto i microrganismi del suolo. Le organizzazioni ambientaliste hanno denunciato l’alto rischio di frana della frazione di Cedeño (dove vivono alcune famiglie U’wa per lunghi mesi sottoposte all’assordante rumore e alle vibrazioni della trivella) e di distruzione della rete idrica della zona. Ciò potrebbe causare l’ostruzione del río Cujubón e in conseguenza modificazioni nell’alveo del río Arauca.

Noi U’wa abbiamo luoghi sacri Maggiori e Minori, come alcune lagune che sono intoccabili. In questi gli indigeni non entrano perché nutrono un profondo rispetto; sono luoghi di creazione e nascita. Ogni clan è nato da una laguna… Le lagune nella nostra cosmovisione sono luoghi molto importanti nella creazione delle differenti specie viventi che popolano il mondo. In esse vivono i signori creatori degli animali, che si incaricano di controllare che gli U’wa non abusino di essi, punendo chi infrange la norma (Uw’chita)

6. La Oxy in Arauca, storia di uno scempio annunciato

La presenza della Oxy-Occidental nel dipartimento di Arauca, risale all’11 giugno del 1980, quando l’impresa colombiana petrolifera Ecopetrol, le firmò il contratto di associazione “Cravo Norte” per l’esplorazione e l’estrazione di crudo, in un’area in cui sarebbero stati individuati giacimenti per 1.200 milioni di barili, tra i maggiori del continente latinoamericano. La lista dei danni ambientali prodotti dal complesso petrolifero di Caño Limón è lunga ed articolata. Secondo il memoriale prodotto dalle organizzazioni sociali e sindacali di Arauca e Boyacá, l’esplorazione sismica ha richiesto la costruzione di sentieri per una ventina di chilometri causando la distruzione del bosco primario. Le attività esplorative realizzate attraverso l’esplosione di cariche di dinamite da 60 chili hanno provocato “frane di grosse dimensioni e notevole alterazione dei flussi delle correnti idriche”, mentre l’inquinamento sonoro ha avuto “gravi ripercussioni sul comportamento degli animali selvatici e domestici”.

<<La costruzione di infrastrutture quali piattaforme di perforazione, accampamenti, pozzi, strade, eliporti, la realizzazione di basi militari e di polizia, oleodotti, stazioni di benzina e linee secondarie di interconnessione con i pozzi, ecc., hanno generato la distruzione di grandi quantità di bosco, con la degradazione del suolo e della struttura geologica e la trasformazione del paesaggio e dei rilievi>>, prosegue la denuncia dei movimenti sociali. La cattiva gestione dei suoli e l’erosione, accanto allo sfruttamento della savana da parte dell’allevamento estensivo, ha già pregiudicato 500.000 ettari di boschi naturali tra Puerto Rendón, Cravo Norte e Fortul.

In concreto, si è ripetuto nel dipartimento di Arauca ciò che si era verificato in altre regioni del paese, dove le attività di deforestazione hanno interagito con lo sfruttamento delle risorse energetiche del sottosuolo. Attualmente, in Colombia sono stati destinati oltre 17 milioni di ettari all’esplorazione e all’estrazione del petrolio; buona parte di questo territorio era costituito da boschi o selve. Come sottolinea la ricercatrice dell’organizzazione ambientalista Censat Agua Viva, Tatiana Roa, <<lo sviluppo dell’industria petrolifera in Colombia ha significato la distruzione dei suoi boschi e di conseguenza la distruzione culturale e fisica di numerosi popoli indigeni>>[5].

I processi di colonizzazione generati dall’industria petrolifera e dalla realizzazione di immensi oleodotti nel corridoio andino, hanno accelerato l’estrazione intensiva del legno e l’allevamento estensivo, accentuandone gli impatti sociali, economici ed ambientali e generando nuovi squilibri e disuguaglianze. L’esempio più eclatante è quanto avvenuto a partire dagli anni ’20 nella regione del Magdalena Medio, dove la Texaco ha ricevuto la prima concessione dal governo colombiano ed ha avviato un vasto programma di deforestazione e sfruttamento a fini commerciali del legname, che richiamò gli interessi di alcuni ricchi coloni, i quali acquisirono latifondi convertiti a pascolo. Dall’alleanza tra i dirigenti della Texaco, i latifondisti del Magdalena Medio e i settori più conservatori delle forze armate, cui furono delegate l’amministrazione pubblica e il mantenimento dell’ordine sociale, avrebbe preso origine il fenomeno paramilitare, oggi responsabile di inauditi massacri ed efferate violazioni dei diritti umani in tutto il paese e sempre più compromesso nella produzione e nei traffici di stupefacenti.

Parallelamente alla perdita del patrimonio boschivo, il dipartimento di Arauca è vittima degli agenti chimici inquinanti dispersi nell’ambiente durante le attività esplorative ed estrattive. Sono stati registrati in particolare impatti sulle falde acquifere e sulle acque superficiali, a seguito dell’inquinamento causato dal materiale inerte proveniente dalla triturazione delle rocce, da sostanze radioattive e fanghi introdotti per facilitare la perforazione e mescolati con sostanze tossiche come antiossidanti, anticorrosivi, acidi, lubrificanti, ecc.. <<Questi fanghi – prosegue il memoriale delle organizzazioni sociali dipartimentali – sono poi lavati con solfati che in alte concentrazioni sono tossici poiché contengono cromo, nichel e altri metalli pesanti>>.

Gli effetti dell’inquinamento chimico sulle specie animali non si sono fatte attendere e sono state registrate una serie di malformazioni genetiche. In particolare nei pesci sono stati notati casi di gigantismo o nanismo, la comparsa di una pinna in più, alterazioni nella colorazione, malformazioni nello sviluppo delle uova e insorgenza di tumori. L’accumulazione di elementi inquinanti nei tessuti grassi dei pesci sta provocando l’avvelenamento cronico della popolazione che risiede sulle sponde dei fiumi.

Con le nostre celebrazioni tradizionali favoriamo un clima adeguato affinché crescano le piante, affinché si sviluppino gli animali, affinché noi U’wa possiamo vivere in armonia e senza malattie…

Le cerimonie sono attività volte a sostenere tanto l’universo in generale quanto il mondo immediato che conosciamo: …se non cantassimo, il mondo perderebbe l’armonia, cadrebbe verso il basso, …cantiamo anche per i bianchi, perché nel loro mondo possano continuare a vivere…

7. La distruzione della laguna-santuario dei popoli Guahibos

Nel suo rapporto sulle “Violazioni dei diritti umani nel dipartimento di Arauca” (1994), la Commissione Andina dei Giuristi elenca ulteriori danni ambientali prodotti dalle infrastrutture dell’industria petrolifera. <<Si è modificato il flusso naturale delle acque in alcuni settori di Caño Limón, con le sue secche e i suoi torrenti riproduttori naturali dei pesci commerciali del río Arauca, specialmente durante l’inverno. Dove esisteva un sistema umido di paludi e piccole lagune, la Occidental ha realizzato un lago artificiale, soprannominato “La Draga”, in cui vengono scaricati giornalmente 4 tonnellate di composti chimici contaminanti e altamente cancerogeni (tra cui benzene e xileno)>>[6].

Il rapporto denuncia inoltre come l’Oxy sia solita scaricare liquidi associati al petrolio direttamente in canali e ruscelli, senza alcun trattamento per contrastare gli effetti degli agenti inquinanti o ridurne la temperatura, che <<raggiunge i 60° centigradi, 2 volte superiore ai valori massimi permessi dalle leggi, creando effetti negativi sulla vita del río Cinacuro in cui confluiscono le acque>>. Si calcola che ogni giorno l’impianto di Caño Limón scarica nelle falde acquifere 1.500.000 barili di liquidi contaminanti.

Il materiale gettato nei corsi d’acqua ne ha causato spesso l’ostruzione, con conseguenti deviazioni e alterazioni di fiumi e ruscelli. Ad analoghe conseguenze si è giunti con la realizzazione della strada Saravena-Arauca, voluta per favorire il transito dei mezzi diretti al complesso petrolifero e che ha bloccato irrimediabilmente il flusso normale delle acque piovane. <<Numerosi problemi – aggiunge la Commissione Andina dei Giuristi – sono derivati dalla costruzione dell’oleodotto Caño Limón-Coveñas, lungo oltre 1.000 chilometri, per cui sono stati sacrificati i terreni di numerose aziende agricole di proprietà di piccoli coloni e migliaia di ettari di bosco naturale>>.

L’oleodotto si è trasformato presto in uno degli obiettivi privilegiati dei gruppi della guerriglia operanti nella zona, e sino ad oggi sono stati enumerati per lo meno 500 attentati terroristici che, insieme ai diffusi incidenti meccanici dell’oleodotto, hanno causato la dispersione nell’ambiente di 1,6 milioni di barili di greggio contaminando il suolo e le fonti d’acqua.

Il complesso petrolifero di Caño Limón passerà tuttavia alla storia per aver avviato la distruzione di uno dei più grandi patrimoni ecologici e culturali della Colombia, la Laguna di Lipa. Essa era considerata il santuario dello spazio cosmico e il centro di riproduzione culturale e spirituale degli indigeni Guahibos e di altri popoli vicini. Prima dell’arrivo in Arauca della Occidental, la laguna ricopriva un’estensione superiore ai 100.000 ettari ed era circondata dalla riserva forestale ed ecologica del Sarare (“Santuaria de Flora y Fauna de Arauca”), di 715.000 ettari. L’area ospitava un patrimonio faunistico unico in biodiversità, con numerose specie terrestri e acquatiche e oltre 1.000 specie diverse di uccelli, molte delle quali ormai estintesi senza che siano state classificate e analizzate scientificamente. La laguna era inoltre il più grande centro produttore di pesci nel dipartimento.

L’installazione dei pozzi petroliferi della Oxy nella Laguna de Lipa, ha provocato la totale alterazione dei sistemi naturali di drenaggio. Alcune zone si sono prosciugate mentre altre hanno subito la stagnazione delle acque superficiali, che ha danneggiato le attività economiche tipiche – agricoltura e pesca – dei coloni e degli indigeni. Il progressivo depauperamento del patrimonio idrico della laguna ha accelerato il processo di disintegrazione socio-culturale di numerose etnie Guahibos. I Sikuani, i Betoyes, i Macahuanes o Hitnu, gli Hitanú o Iguanitos e i Dome Jiwi, sono stati espulsi dai territori ancestrali per trasformarsi in mendicanti nei municipi del dipartimento.

8. Verso la disgregazione sociale e il genocidio culturale

<<Come sono universalmente noti i danni ambientali delle perforazioni petrolifere – commenta Javier Giraldo, presidente della Commissione intercongregazionale di “Justicia y Paz” e rifugiato politico in Europa dopo la condanna a morte proferita dalle organizzazioni paramilitari – non è difficile dal punto di vista sociologico prevedere il processo distruttore che ne seguirebbe se la Oxy iniziasse le sue esplorazioni. Questo territorio vergine degli U’wa inizierà ad essere solcato dai camion e dai bulldozer che apriranno vie di penetrazione, attraverso le quali giungeranno enormi attrezzature. Affluiranno, attratte dalla possibilità di un salario accettabile o privilegiato, contingenti umani nomadi, modellati da decenni di relazioni operai-padroni temporali, umiliati della terra, comunità e famiglie abituate alle pratiche compensatorie dell’alcool, della prostituzione e del gioco d’azzardo. La popolazione U’wa si vedrà invasa forzatamente da altra cultura, quella confezionata dai capitali migratori, dove le molteplici umiliazioni non solo estinguono progressivamente i valori legati al territorio, alla comunità, alla famiglia, ai modelli ancestrali, ma arrivano ad identificare la propria dignità umana con un valore-di-scambio (mercanzia), che la persona, come semplice forza lavoro o fattore di produzione acquisisce di fronte all’impresa dalla quale dipende>>[7].

Una profezia che ha già trovato elementi di conferma con l’inizio delle attività esplorative in territorio U’wa. Commissioni di osservatori costituite dal Partito Verde e da numerose realtà associative italiane hanno visitato il dipartimento di Arauca nel biennio 2000-2001, sino alla vigilia della decisione della Oxy di sospendere le trivellazioni. <<La situazione è alquanto critica – hanno denunciato in un loro rapporto – Si sono potuti rilevare problemi ambientali strettamente legati all’attuale fase di esplorazione petrolifera, quali l’inquinamento dei corsi d’acqua, nei quali viene versato il materiale utilizzato dalla Oxy, la riduzione del pesce con gravi conseguenze alimentari ed economiche, il grave danno alla vegetazione del luogo dove attualmente sorge il sito, lo spianamento di un’intera collina, la totale mancanza di garanzie sull’eventuale recupero dei danni causati dalle attività della multinazionale a tutto l’ecosistema; deforestazione e inquinamento acustico>>[8].

Evidenti altresì i problemi economici: aumento del costo della vita con conseguente diminuzione del potere d’acquisto da parte della popolazione locale; diminuzione della produzione agricola della regione a causa del fatto che i contadini hanno lasciato i campi per lavorare per la Oxy (quest’ultima, nella fase di installazione, ha utilizzato circa 250 lavoratori non qualificati ai quali corrispondeva un salario tre volte superiore al guadagno che da il lavoro nei campi). Tra le maggiori conseguenze socioculturali, <<l’impossibilità di vivere pienamente secondo i costumi e gli stili di vita tradizionali e l’aumento della violenza>>.

Gli osservatori internazionali hanno denunciato altresì il deterioramento delle condizioni sanitarie, l’aumento dei casi di denutrizione, l’abbassamento delle difese immunitarie a seguito della riduzione dello spazio vitale e delle risorse alimentari, nonché la comparsa di forti emicranie e stress per gli indigeni delle comunità adiacenti al sito. Nel novembre 2000, le autorità tradizionali U’wa hanno denunciato la morte di 14 bambini U’wa a seguito di una grave malattia respiratoria che le autorità sanitarie locali non sono state in grado di prevenire e curare per mancanza di fondi pubblici.

La gravità della crisi sociale prodotta dalla concessione della licenza ambientale per il “pozzo di Gibraltar”, accanto alle ripetute violazioni di cui è stato vittima il popolo indigeno Embera-Katío con la realizzazione del devastante invaso di Urrá-Tierralta (Córdoba), ha richiamato l’attenzione della Defensoría del Pueblo, il maggiore organismo statale colombiano di protezione dei diritti umani. Nel suo rapporto dell’anno 2001, la Defensoría del Pueblo ha denunciato che la <<serie di pressioni, sofferenze e paure sorte dalla violenza altera la vita quotidiana di questi popoli indigeni, li priva dei tempi e degli spazi per pensarsi come cultura viva nel presente e nel futuro, della memoria, della loro storia e dei loro saperi. (…) Si aggiunga – prosegue la Defensoría – che le logiche istituzionali e i loro interessi “nazionali” si muovono tra l’integrazione e lo sterminio culturale, con i cosiddetti progetti nazionali e transnazionali, che sono imposti a loro e all’ambiente, parte integrante della loro identità e della possibilità di preservarsi come popoli differenti>>[9].

8. La Costituzione stracciata

La concessione petrolifera dei territori ancestrali U’wa è la storia di una lunga serie di violazioni dei diritti indigeni riconosciuti dalla nuova Costituzione colombiana e dalle Convenzioni internazionali sottoscritte dallo Stato. Nei fatti il Governo ha disconosciuto che l’area concessa alla Oxy fa parte delle terre comunali di proprietà U’wa (Santa Rita e Bellavista), integrate nella riserva creata dal Re di Spagna nel 1661, e la cui documentazione che ne attesta la titolarità è in mano alle comunità indigene.

La Costituzione del 1991 riconosce il diritto alla differenza culturale e proibisce di sfruttare le fonti naturali quando ciò possa causare il deterioramento dell’integrità culturale, sociale ed economica dei popoli indigeni. In particolare l’art. 63 della Costituzione dichiara le terre comuni dei gruppi etnici e le terre delle riserve “inalienabili, imprescrittibili e inconfiscabili”. L’art. 286 considera i territori indigeni come ”entità territoriali” e l’art. 287 segnala, tra i diritti delle entità territoriali, “l’autonomia nella gestione dei propri interessi, l’amministrazione dei beni, lo stabilimento dei tributi necessari per lo svolgimento delle proprie funzioni e la partecipazione ai guadagni nazionali”. L’art. 330, inoltre, assegna, tra le funzioni delle autorità indigene nei loro territori, quelle di “vigilanza per la preservazione delle fonti naturali”. Lo stesso articolo stabilisce che nel caso in cui se ne preveda lo sfruttamento, ciò sarà realizzato senza “detrimento” dell’integrità delle comunità indigene e previa la partecipazione ai processi decisionali dei rappresentanti delle rispettive comunità.

<<Nonostante il riconoscimento ottenuto dai popoli indigeni nella Costituzione politica del 1991 dei propri diritti specifici, sia individuali che collettivi negli ultimi anni si è vissuto un franco regresso nell’applicazione e nell’esercizio di tali riconoscimenti>>, ha denunciato tuttavia la Defensoría del Pueblo, aggiungendo come tutti i decreti applicativi varati in questi anni sono stati elusi o apertamente boicottati dalle autorità di governo. <<Davanti alla mobilitazione nazionale dei popoli indigeni, nel luglio 1996, furono emessi il Decreti 1936 – con il quale fu creata la Commissione Nazionale dei Diritti Umani per i Popoli Indigeni e il Programma Speciale di Attenzione ai Popoli Indigeni – e il Decreto 1937, relativo alla creazione della Commissione Nazionale dei Territori Indigeni e il Tavolo Permanente di Concertazione con i Popoli e le Organizzazioni Indigene. A quattro anni dalla loro nascita, la Commissione dei Diritti Umani è stata convocata in pochissimi casi, il Programma di Attenzione non ha mai avuto vita, la Commissione dei Territori Indigeni si è ridotta a fare la distribuzione delle scarse risorse esistenti per risanare i territori indigeni, e il Tavolo di Concertazione, si è riunito poche volte>>[10].

Da parte sua, la Convenzione N. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), ratificato dalla Colombia lo stesso anno dell’approvazione della nuova Costituzione, ha riconosciuto tra i diritti fondamentali degli indigeni quello di essere consultati su tutte le questioni che li riguardano direttamente e di partecipare alle decisioni sullo sfruttamento delle risorse presenti nei loro territori. Anche queste norme sono state violate in modo palese e continuato. Senza avviare alcun procedimento consultivo, nel febbraio 1995 il Ministero dell’Ambiente ha concesso la licenza ambientale alla Oxy, perché iniziasse a realizzare le esplorazioni sismiche nel “Bloque Samoré”. In difesa dei diritti socioculturali ed economici della comunità U’wa, la Defensoría del Pueblo presentava opposizione di fronte al Tribunale Superiore del dipartimento di Cundinamarca ed una richiesta di nullità della risoluzione governativa davanti al Consiglio di Stato. Sia il Tribunale Superiore che, successivamente, la Corte Costituzionale hanno dichiarato che la consultazione preventiva non era stata  realizzata. Il Consiglio di Stato, invece, ha disatteso la richiesta di sospensione, e il 4 marzo 1997 ha dichiarato valida la risoluzione.

Il 6 agosto del 1999, un mese dopo la concessione della licenza di perforazione alla Oxy, ancora una volta senza che venissero consultati gli U’wa, il Consiglio di Stato dichiarava che “Gibraltar” non é parte del territorio U’wa <<perché sta fuori della Riserva e non é occupato permanentemente dagli U’wa>>. In realtà, il pozzo della Oxy era stato realizzato deliberatamente a 150 metri dal confine della riserva, ma le attività perforative si erano estese al sottosuolo della stessa, glissando così ogni eventuale norma che ne potesse restringere le operazioni.

La mancata tutela dei propri interessi da parte dell’organo istituzionale, costringeva gli U’wa ad intraprendere una serie di iniziative nonviolente e di disobbedienza civile. Come ha sottolineato Javier Giraldo, <<la difesa che fanno gli U’wa dell’altro valore del territorio, concepito integralmente senza escludere il sottosuolo; del suo valore in sé; del valore integrale che l’include con la sua storia, i termini ancestrali e il suo spirito; la difesa del valore sacro, non commercializzabile, ci pongono chiaramente di fronte al dis-incontro radicale tra le cosmovisioni che sostengono la loro posizione e quella della Oxy. Non esiste una piattaforma comune che permetta un dialogo. Si tratta di cosmovisioni assolutamente incompatibili>>.

Così, il 14 novembre 1999, 250 rappresentanti della popolazione U’wa decidevano di occupare l’area di “Gibraltar 1”. I partecipanti all’azione furono selezionati dagli werjayá nelle differenti comunità. L’occupazione si prolungò fino al gennaio 2000, quando il governo decise di inviare 5.000 militari nella zona, preventivamente dichiarata “area di riserva petrolifera” per autorizzare gli espropri e vietare la concessione di nuove titolazioni.

Quando morirà l’ultimo U’wa, resterà il governo, solo, a combattere contro l’oscurità e i temblori… il nostro territorio sarà distrutto, gli U’wa dormiranno in pace,… e non ci saranno più sofferenze, … e il governo avrà chi sfruttare … Noi, gli indigeni, difendiamo il sangue della terra che è ruiría, il petrolio, per il bene di tutti, inclusi i bianchi e i contadini che vivono in questo pianeta.

9. Repressione statale e lotta del popolo U’wa   

Il 25 gennaio 2000 l’esercito e la polizia sloggiavano con la forza gli U’wa dalle terre occupate. La popolazione decideva però di prolungare la mobilitazione e l’area di “Gibraltar” veniva rioccupata pacificamente il giorno successivo. Le forze di sicurezza rispondevano con maggiore violenza: il Cabildo Mayor denunciava la sparizione di 3 leader indigeni, avvenuta per mano di un reparto dell’esercito intervenuto durante lo sgombero di alcune aree del territorio ancestrale U’wa.

Un’ulteriore operazione militare si realizzava il successivo 11 febbraio. Unità miste esercito-polizia, senza alcun avviso, intervenivano contro la comunità utilizzando armi e gas lacrimogeni. I manifestanti erano costretti a lanciarsi nel río Cubujón. Drammatico era il bilancio finale dell’azione militare: tre bambini indigeni di 8, 9 e 10 anni, morivano affogati, mentre numerosi altri bambini e alcune donne rimanevano gravemente feriti. Otto manifestanti indigeni risultavano desaparecidos tra le acque del fiume. Dieci giorni dopo, 1.200 U’wa e 4.000 contadini rioccupavano ancora una volta il sito di Gibraltar, paralizzando i trasporti verso il pozzo petrolifero. Il 31 marzo, gli indigeni e i contadini della zona marciavano verso Cubará che occupavano sino al 23 aprile. Dopo una nuova pronuncia della Corte Costituzionale che inviava al Consiglio di Stato la domanda di nullità della licenza ambientale, il popolo U’wa rioccupava il 23 maggio la strada di Soberanía, nei pressi di Gibraltar.

Il 24 giugno 2000 si verificava una nuova azione di sgombero da parte della polizia antisommossa e dei militari della 18^ brigata dell’esercito. A seguito di alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dagli agenti, venivano feriti Rayoto Bakota, avvocato dell’Associazione del popolo U’wa (AsoU’wa) e Luis Antonio Morales, membro del Cabildo Mayor. Sono risultati gravemente feriti dal lancio dei gas lacrimogeni 28 donne e 15 bambini. Una casa del villaggio di Cubará che ospitava bambini minori di 5 anni veniva attaccata con i gas; una donna incinta subiva numerose lesioni mentre si trovava in preghiera in un luogo religioso.

La polizia tornava ad intervenire in forze nei due giorni successivi arrestando 70 indigeni, tra cui le autorità tradizionali werjayá. In particolare, nella giornata del 25 giugno, venivano eseguite 33 detenzioni arbitrarie di indigeni U’wa e di membri delle organizzazioni sociali di Arauca. Gli arrestati furono legati, bastonati e minacciati di morte dal capitano della Polizia Fabián Mauricio Infante, e successivamente imprigionati nel municipio di Cubará.

La risposta della società civile della regione non si faceva attendere e le organizzazioni contadine e sindacali, le giunte comunali, le organizzazioni di donne e giovani indicevano lo sciopero generale in solidarietà al popolo U’wa. Lo sciopero culminava con una grande marcia il 4 luglio a Saravena, mentre veniva deciso di prolungare il blocco stradale sino a quando il governo non s’impegnava a costituire un comitato che effettuasse la valutazione di impatto ambientale del “progetto Gibraltar 1”.

I pacifici manifestanti venivano pesantemente intimiditi dalle forze dell’ordine il 10 settembre successivo, alla vigilia dell’approvazione da parte del governo, dell’INCORA e dei grandi proprietari terrieri rappresentati dalla Fedegan, della “Zona di riserva petrolifera” a “Gibraltar”. Per protesta, le organizzazioni sociali regionali e le autorità indigene occupavano dal 13 al 16 settembre tredici sedi dell’Incora in tutta la Colombia. Sempre il 16 settembre 2000, il territorio indigeno veniva nuovamente occupato dalle forze di sicurezza, in concomitanza con l’annuncio degli U’wa di aver rinvenuto nell’Archivo de Indias la lettera con cui la Corona Spagnola concedeva loro il “Certificato reale di tutela territoriale indigeno del Nuovo Regno di Granata” e ne riconosceva il diritto al territorio. Nel corso del nuovo intervento militare veniva minata l’intera area sottoposta ad esplorazione petrolifera per impedire che gli indigeni bloccassero i programmi operativi della Oxy.

Nonostante la mobilitazione della società civile colombiana e la vasta campagna di solidarietà internazionale a favore degli U’wa, il Governo colombiano e la Oxy decidevano di accelerare le attività di ricerca petrolifera. Con un blitz a sorpresa, nella prima decade del novembre del 2000, 430 fra trattori e tir venivano trasferiti a “Gibraltar” dalla zona rurale di Toledo (Nord di Santander), sotto la protezione aerea degli elicotteri Black Hawk donati alle forze armate colombiane dagli Stati Uniti e di un migliaio di soldati delle brigate mobili e del “Battaglione Pizarro” dell’esercito nazionale. Il dispositivo militare ha impedito che durante il tragitto di 200 chilometri si verificassero azioni di blocco o di protesta da parte della comunità indigena e delle popolazioni locali. Il costo dell’intera operazione di trasferimento ha sfiorato i 10 miliardi di lire.

L’acutizzazione dello scontro con gli apparati di sicurezza dello Stato convinceva le autorità tradizionali indigene a concentrare gli sforzi per far conoscere nel paese e all’estero le ragioni del popolo U’wa. Si sono moltiplicate così le iniziative di protesta davanti alle sedi diplomatiche colombiane e agli uffici di rappresentanza della Oxy-Occidental, mentre numerosi osservatori internazionali si sono recati in visita del territorio ancestrale. Nel 2001 è stata anche lanciata una campagna di raccolta fondi, patrocinata in particolare dall’organizzazione Amazon Watch e da alcuni gruppi Verdi ed ambientalisti europei per permettere agli U’wa di acquistare dai coloni le terre più vicine all’impianto petrolifero di “Gibraltar 1” e quelle più colpite dai dissesti ambientali e avviare attività di risanamento del territorio e di ricostituzione degli equilibri pre-esistenti, secondo le tradizionali attività produttive.

Quanto accade oggi con la compagnia multinazionale Oxy e il governo è copia del modello di sempre; si tratta di integrazione all’illusorio sviluppo occidentale, di disconoscimento delle concezioni U’wa sullo sviluppo, sulla vita, la natura e la cultura, negazione del nostro diritto naturale e legale.

Se il governo accetterà che facciamo parte dello Stato e che abbiamo diritto a governarci secondo i nostri usi e costumi, le nostre credenze religiose, filosofiche e politiche; se ci riconoscono la differenza etnica e i nostri diritti, allora ci sarà possibile vivere; in caso contrario moriremo. E allora non ci saranno più gli U’wa a proteggere il mondo.

10. Le forze armate a difesa degli interessi dei signori del petrolio

La dura repressione esercitata dalle forze di sicurezza colombiane contro gli indigeni U’wa e le organizzazioni sindacali e campesinas di Arauca si è sviluppata parallelamente al processo di intensa militarizzazione del territorio del dipartimento. Su richiesta della Oxy, è stata installata a fine ’98 una base militare della “Forza d’intervento rapido” di fronte al “blocco Samoré”, dotata di una pista d’atterraggio per gli elicotteri da guerra in spola con le infrastrutture aeroportuali di Saravena ed Arauca. Numerosi posti di blocco sono stati insediati sulle principali vie di transito per impedire l’accesso al “pozzo Gibraltar 1” di Cedeño. Il governo ha poi letteralmente negoziato con la Oxy una presenza militare di 5.000 uomini e l’intervento delle truppe antisommossa per prevenire le azioni di protesta delle popolazioni indigene e delle organizzazioni sociali di Arauca e Boyacá.

Quanto è avvenuto in territorio U’wa è frutto dell’antico ed ambiguo rapporto forze armate – imprese petrolifere. Attualmente il 30% dei militari colombiani è utilizzato a difesa delle infrastrutture di proprietà delle multinazionali del greggio. In cambio queste imprese si assumono l’onere di coprire una parte delle spese logistiche delle guarnigioni militari, con apporti di denaro e beni materiali. La rivista “Oil & Gas Journal”, pubblicata dalla stessa Oxy afferma che le imprese petrolifere in Colombia destinano l’8% dei propri investimenti alla sicurezza quando invece nel resto dell’America Latina vi riservano appena l’1% del loro budget. Nello specifico, la Oxy ha ammesso di aver speso a Caño Limón quasi 11 milioni di dollari nel solo biennio 1996-97. Con questo denaro sono stati creati nel complesso petrolifero due gruppi di 80 militari e la società si è fatta carico delle spese di alimentazione e trasporto dei reparti dell’esercito.

Anche la British Petroleum, da parte sua, ha ammesso di aver consegnato all’esercito una somma equivalente per la difesa dei propri pozzi in Casanare, sotto forma di generi alimentari, vestiario, alloggio, trasporti e programmi sanitari. Nei fatti si è consolidato un sistema di “privatizzazione” delle forze armate, a cui la Costituzione assegna compiti di difesa dell’unità nazionale e delle istituzioni e che invece si trasforma in strumento armato delle imprese straniere per perpetuarne il monopolio del petrolio.

La monetizzazione a favore della sicurezza dei signori del petrolio ha fatto sì che le forze armate abbiano ampliato il loro intervento repressivo contro la popolazione e le organizzazioni sociali che si oppongono alle politiche di sfruttamento intensivo delle risorse naturali, rendendosi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Secondo quanto affermato dalle maggiori organizzazioni non governative, le violazioni più comuni commesse in Arauca dai reparti dell’esercito hanno visto l’utilizzo dei contadini come scudi umani durante le operazioni antiguerriglia, le intimidazioni e le minacce contro le persone fermate ai posti di blocco, le esecuzioni sommarie di guerriglieri catturati. In particolare nelle zone rurali di Arauquita, comune che ospita l’impianto petrolifero di Caño Limón, ci sono stati omicidi, detenzioni arbitrarie e casi di violenza sessuale imputati a militari dall’Esercito. Gli indigeni U’wa hanno ripetutamente denunciato come i reparti militari abbiano impedito, con pretesti e intimidazioni, gli spostamenti degli abitanti all’interno del territorio ancestrale. Minacce ed aggressioni verbali sono state esercitate contro gli U’wa residenti nel territorio di Cedeño, accanto all’impianto di perforazione della Oxy.

In occasione della visita degli osservatori italiani in Arauca nell’aprile 2001, gli indigeni di Cedeño hanno segnalato ripetute ed ingiustificate incursioni militari nel Resguardo: <<I militari irrompono nelle nostre abitazioni, calpestano le coltivazioni di verdura ed ortaggi, spaventano gli animali e offendono le nostre donne>>. Gli osservatori hanno potuto verificare di persona l’atteggiamento fortemente intimidatorio esercitato dai militari all’interno del Territorio sacro U’wa. Due mesi dopo, le stesse famiglie che risiedono accanto al pozzo della Oxy, hanno ricevuto due lettere da parte delle autorità governative in cui si annunciava la loro evacuazione per non documentati “rischi di frana” nell’area.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite operante in Colombia ha rilevato una grave violazione del diritto internazionale umanitario commessa da parte della forza pubblica ai danni del popolo U’wa, l’8 marzo del 2000. Ancora una volta a Cedeño, militari dell’esercito e della Polizia nazionale hanno bloccato per due ore per poi obbligarla a tornare indietro, un’ambulanza di una brigata di salute che si dirigeva verso un gruppo di abitazioni indigene per prestare assistenza medica ad alcuni malati[11].

Nell’ultimo decennio, non sono purtroppo mancati i massacri di cittadini inermi, i più gravi dei quali si sono verificati a Puerto Lleras, sulle sponde del fiume Arauca,  il 3 gennaio 1994, e ad Arauca nei primi giorni del dicembre 1998. Il primo evento tragico ha visto la morte di 10 pescatori durante un’incursione dell’esercito. Le necroscopie sui cadaveri, nella maggior parte dei casi, segnalarono la “distruzione della massa encefalica prodotta da numerosi colpi d’arma da fuoco”. In un comunicato emesso dal Comando Operativo n. 2 di Arauca si parlò di guerriglieri caduti durante un combattimento, ricostruzione che fu presto smentita dai testimoni oculari e dagli inquirenti della Procura generale della Nazione, che aprirono un procedimento penale contro 6 ufficiali e 3 soldati del “battaglione Revéiz Pizarro” di Saravena.

Il massacro sarebbe stato pianificato come ritorsione all’attentato subito a Saravena dallo stesso reparto militare, alle prime luci dell’alba del 3 gennaio, quando fu fatta esplodere una granata che causò la morte di 3 militari. Durante l’incursione dell’esercito a Puerto Lleras furono eseguiti numerosi arresti arbitrari, maltrattamenti contro la popolazione, furti e danneggiamenti di beni, saccheggio di alcune abitazioni. La stessa giornata della strage, nella piazza principale di Saravena un maggiore dell’esercito ordinò il fermo di un migliaio di persone per più di 8 ore; esse vennero fatte sfilare di fronte ad uomini incappucciati che decidevano chi arrestare. Altri uomini incappucciati occuparono i locali del municipio minacciando di morte alcuni funzionari locali[12].

Ad Arauca invece, nel corso di un insensato attacco aereo dell’Aeronautica colombiana contro la popolazione del municipio, morirono 20 persone, inclusi 6 bambini. Sulla vicenda è ancora in corso un’indagine per individuare i responsabili del bombardamento; i fascicoli dell’istruttoria però, sono stati trasferiti alla Procura militare, troppo spesso garante dell’impunità degli ufficiali rei di gravi crimini contro l’umanità.

Più recentemente, le maggiori organizzazioni sociali e sindacali di Arauca hanno denunciato che nel giugno del 1999 l’Esercito ha commesso una serie di eccessi contro la popolazione civile <<nel suo tentativo di perseguire la guerriglia, bombardando la zona e accusando i personeros municipali di essere difensori delle Farc-Ep>>. Il 18 giugno del 2000, inoltre, un reparto del “battaglione Rebeiz Pizarro”, comandato dal generale Eduardo Santos Quiñones, ha ferito a colpi d’arma da fuoco 10 persone, tra cui 2 minori, ad un check-point installato a Campo Alegre (Saravena). I militari hanno giustificato il loro intervento affermando di aver iniziato a sparare dopo che un veicolo aveva tentato di forzare il posto di blocco. Anche in questo caso la versione dell’esercito è stata smentita da testimoni oculari e dalla Personería municipale. Quest’ultima ha potuto accertare che  nel luogo della sfiorata strage non esisteva alcun segnale del blocco militare. <<Il fatto poi che si tratti di un rettilineo in cui è assicurata un’ampia visibilità – ha aggiunto la Personería – rende meno plausibile un errore nel far fuoco>>.[13]

11. La prevedibile comparsa dei gruppi paramilitari in Arauca

Contemporaneamente al processo di militarizzazione del territorio investito dai programmi petroliferi, è stato accertato il crescente attivismo del paramilitarismo. In realtà il fenomeno è di recente comparsa in Arauca. Solo a partire dalla seconda metà degli anni ’80 si sono avute notizie di minacce effettuate dal gruppo di estrema destra Muerte a Secuestradores (MAS) contro giudici o altri funzionari di giustizia del dipartimento.

Tuttavia, la violenza politico-sociale dei paramilitari inizia farsi pressante solo nel biennio 1993-94, quando nel municipio di Saravena vengono eseguiti una cinquantina di omicidi, assalti e stupri da parte di un gruppo autodenominatosi Autodefensas del Sarare. I crimini assumono subito i contorni della “guerra sporca” colombiana, dove le vittime sono accuratamente selezionate tra i dirigenti dei settori popolari e del movimento sindacale. E similarmente con gli eventi più noti del conflitto colombiano, anche in Arauca la commistione paramilitari-forze di sicurezza e il livello di protezione e impunità assicurato dalle istituzioni statali sono fatti più che appurati. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno raccolto importanti elementi sulla partecipazione agli eccidi paramilitari di alcuni elementi del “battaglione Revéiz Pizarro”’ e di civili che lavorano come informatori dell’esercito. Nessuno di loro è stato tuttavia perseguito penalmente o amministrativamente.

L’offensiva paramilitare si è fatta ancora più aggressiva negli ultimi due-tre anni, in concomitanza con l’avvio delle attività esplorative della Oxy in territorio U’wa. Il 21 dicembre 1998 a La Cubuya, municipio di Tame, un gruppo paramilitare ha eseguito la strage di 5 abitanti, orrendamente decapitati dopo essere stati sequestrati dalle loro abitazioni. Carlos Castaño Gil, riconosciuto capo del paramilitarismo colombiano e personaggio leader del narcotraffico, ha più volte minacciato a partire dell’aprile ’99 le autorità dipartimentali di Arauca, che hanno offerto la loro disponibilità ad ospitare la “zona di rispetto” per avviare il dialogo tra il governo e la guerriglia dell’Eln. Pesanti minacce di morte sono state profuse dallo stesso Castaño contro leader politici locali accusati di simpatizzare con gli insorgenti. In particolare nell’agosto 2000 le sue Autodefensas Unidas de Colombia hanno pesantemente minacciato il sindaco e il segretario di governo del municipio di Arauquita.

Qualche mese prima (gennaio 2000) erano tornati a farsi sentire gli uomini delle Autodefensas del Sarare, autori di un’incursione nella frazione di La Pesquera (Arauquita), dove è stato eseguito l’omicidio di un pescatore e lo stupro di due giovani donne. Forti timori di nuove incursioni sono stati espressi dai leader U’wa e dai coloni di Cubará a seguito dell’arrivo nella zona di persone sconosciute, presumibilmente responsabili di alcuni recenti omicidi commessi nell’area rurale. Va segnalato come in passato i paramilitari abbiano tentato di esercitare pressioni e minacce contro le autorità tradizionali U’wa. La vicenda più grave risale al giugno ’97, quando Berito Kuwaruwa, è stato minacciato nella sua abitazione da un gruppo di 7 uomini armati e incappucciati. Al leader indigeno venne ordinato di firmare un documento di conciliazione con le attività di esplorazione petrolifera. Al suo rifiuto motivato dal fatto di non saper leggere e scrivere, gli incappucciati risposero bastonandolo brutalmente.

12. Farc, Eln, conflitto sociale e violazione del diritto internazionale umanitario

L’inizio delle esplorazioni petrolifere in Arauca, in realtà, ha richiamato  l’attenzione di tutti gli attori del conflitto colombiano, comprese le organizzazioni della guerriglia, che a partire dal 1980 hanno fatto la loro comparsa nell’area avviando un’offensiva per il controllo delle principali vie di comunicazione.

Sono state le Farc le prime ad eseguire incursioni guerrigliere nel territorio. Il battesimo con il fuoco risale al marzo 1980 quando fu assaltato il municipio di Fortul; quindici mesi più tardi le Farc rapinavano il Banco Ganadero di Tame. Sempre nel 1981 fece la sua comparsa l’Eln, con l’assalto al posto di polizia di Betoyes, municipio di Tame. A partire dal 1982 iniziarono a verificarsi numerosi sequestri a Tame, Saravena ed Arauca, e le organizzazioni non governative denunciarono casi di violazione dei diritti umani da parte della guerriglia, come <<l’assassinio di presunti o reali collaboratori dell’Esercito, di donne che prestano servizi domestici a poliziotti e soldati o che mantengono con essi relazioni di amicizia o di amore>>[14].

Da allora sono stati oltre 600 gli omicidi di poliziotti, militari, contadini, insegnanti ed esponenti politici, tra cui due sindaci – uno di Arauquita e l’altro di Saravena -, eseguiti dagli appartenenti alle due organizzazioni guerrigliere. Nel settembre 1984 sono stati assassinati due antropologi della Spedizione Botanica; due anni più tardi i direttori dell’Incora, Héctor Eduardo Ruiz Rubiano e Manuel González; il 2 ottobre 1989 l’Eln si è resa responsabile della morte del vescovo di Arauca, monsignor Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, “giustiziato” per una presunta cattiva gestione del denaro pubblico destinato alle comunità indigene.

A questa lunga lista di omicidi si sono aggiunte le esecuzioni dei disertori delle proprie organizzazioni e di giovani sospettati di perpetrare reati o di essere tossicodipendenti abituali, durante vere e proprie campagne di limpieza social. Da parte loro, le comunità indigene Hitnus-Guahiba di San José de Lipa, hanno denunciato di essere state vittime di minacce e gravi intimidazioni da parte di elementi appartenenti alle organizzazioni insorgenti.

Numerose le violazioni del diritto internazionale umanitario commesse: Farc ed Eln si sono caratterizzate per il lancio di cilindri a gas contro villaggi e municipi, gli attentati esplosivi, la dispersione di mine nei campi, il sequestro a scopo estorsivo di donne e minori, l’uccisione di militari e prigionieri, il danneggiamento di linee telefoniche e antenne radio, persino il bombardamento di un ospedale e di una scuola.

Nel dipartimento di Arauca operano stabilmente i Fronti n. 10 e 45 delle Farc e il “Fronte Domingo Laín” dell’Eln. Le Farc fanno sentire particolarmente la loro presenza a Tame, Arauca e Aurauquita; l’Eln opera invece maggiormente a Cubará, Saravena, Arauquita, Cravo Norte e Puerto Rendón. Di complicata lettura è il rapporto tra queste due organizzazioni. In realtà le relazioni non sono mai state stabili e si sono alternate fasi di mutua collaborazione a veri e propri periodi di conflitto per l’egemonia politica e territoriale. A fine anni ’80 i fronti guerriglieri agivano comunemente condividendo gli obiettivi strategici delle loro azioni, all’interno del Coordinamento Nazionale Guerrigliero Simón Bolívar. Le prime evidenti divergenze iniziarono a presentarsi nel 1991 quando fu avviato il dialogo tra la guerriglia e il governo di César Gaviria, che ebbe come scenario iniziale proprio il villaggio araucano di Cravo Norte.

<<Durante questo periodo – scrive la Commissione Andina dei Giuristi  – l’Eln incrementò le sue azioni armate, mentre le Farc le ridussero. Inoltre, sorsero anche alcuni conflitti per il controllo del territorio, motivati dall’interesse economico nella zona. Tutto ciò contribuisce a creare un clima di violenza assai cruento e un gran numero di persone devono abbandonare la zona: leader politici, attivisti comunitari e agenti del governo>>[15].

In particolare, a creare divergenze e tensioni tra le due organizzazioni hanno pesato il loro distinto atteggiamento di fronte agli appuntamenti elettorali e, come vedremo successivamente, la posizione assunta con le compagnie di esplorazione dei giacimenti petroliferi. Determinante è stata la competizione per il riconoscimento e il consenso da parte dei forti movimenti popolari esistenti nel dipartimento di Arauca, in lotta per la promozione degli investimenti sociali delle rendite petrolifere nel deficitario settore dei servizi e dell’assistenza educativa e sanitaria.

Pur essendosi direttamente beneficiati del boom petrolifero, rafforzandosi economicamente attraverso l’estorsione alle compagnie petrolifere e il sequestro dei suoi funzionari, grazie al loro lavoro di massa Farc ed Eln hanno potuto accrescere il consenso tra vasti settori di lotta sociale, ottenendo perfino il controllo politico-militare di alcune aree del territorio.

Almeno sino alla prima metà degli anni ’90, l’Eln ha operato combinando gli elementi fortemente militari con il lavoro di propaganda ideologica, mentre le Farc si sono presentate come una guerriglia più legata ai movimenti sociali e meno radicale nelle sue azioni militari. Nella seconda metà del decennio, l’atteggiamento dell’Eln è mutato per ciò che riguarda il rapporto con i soggetti organizzati del mondo contadino e sindacale. Tra molti dei militanti di queste associazioni l’Eln è progressivamente riuscita a strappare alle Farc l’egemonia esercitata nel passato.

La perdita di leadership ideologica si è fatta palese in occasione del massacro compiuto il 12 giugno 1999 ad Arauca da parte di una colonna delle Farc-Ep di 6 leader sociali, tra i quali José Moreno, dirigente giovanile e José Diaz, noto esponente del mondo cooperativo. I responsabili del crimine furono denunciati proprio dall’Anuc (la forte Associazione dei Contadini), dalla centrale sindacale della Cut, dalla Federazione delle Giunte Comunali e dal Comitato Indigeno di Arauca, i quali si dichiarono <<sconcertati per la serie di violazioni e fatti di sangue realizzati dai membri dei Fronti n. 10 e 45 delle Farc>>.

Di contro le Farc hanno ottenuto legittimità e consenso tra le organizzazioni dei piccoli produttori di coca della regione, vittime delle sempre più violente campagne di fumigazione del governo e della pressione dei narcotrafficanti che monopolizzano i processi di trasformazione e l’esportazione della cocaina. La distinta posizione rispetto alla coltivazione della coca è stata causa di ulteriore frizione tra i due gruppi armati. Mentre l’Eln già da alcuni anni non permette che nella zona si sviluppi la coltivazione e il traffico della coca, nella zona di Arauquita e di Arauca, sotto il controllo delle Farc, si sono sviluppati piccoli appezzamenti e alcuni laboratori per la lavorazione della pasta base. Secondo il centro di ricerca Corpos (Corporación colombiana de proyectos sociales), nel 1988 le due organizzazioni guerrigliere si sarebbero riunite a San Miguel per stabilire limiti precisi sulle zone che dovevano essere destinate alla coltivazione di coca. Da allora l’accordo è stato in buona parte rispettato, ma gli squilibri socio-economici causati dal distorto modello di sviluppo dipartimentale e le successive ondate di colonizzazione dovute al deplazamiento per la violenza, hanno spinto sempre più contadini a seminare coca, contribuendo così alla crescita della spirale di violenza e di terrore in Arauca.

13. L’uccisione di tre indigenisti nordamericani

In questo complesso scenario di lotta per l’egemonia e il controllo del territorio era inevitabile che le organizzazioni guerrigliere si dovessero confrontare, entrando talvolta in conflitto, con il popolo U’wa in lotta contro la Oxy per la difesa del Territorio ancestrale. Il Cabildo Mayor ha più volte denunciato la crescente pressione esercitata dai gruppi armati, l’utilizzo del Resguardo per il loro occultamento e lo sviluppo delle operazioni, i tentativi sino ad ora inutili di reclutare giovani U’wa.

<<Chiediamo di vivere secondo le nostre regole – chiarisce Daris Cristancho, rappresentante del Cabildo U’wa. Siamo un popolo totalmente pacifico e non vogliamo violenza nel nostro territorio. Rispettiamo le culture e le filosofie diverse dalle nostre, anche quelle che fanno uso della violenza per combattere le proprie lotte ma, allo stesso modo, chiediamo il rispetto della nostra cultura di pace e che le armi ed i conflitti siano lasciati fuori dal Territorio Sacro. Così siamo distanti sia dalle Farc che dall’Eln perché distante e differente è la loro cultura e filosofia>>.

Tuttavia, alcune gravi vicende verificatisi negli ultimi tre anni hanno spinto le autorità tradizionali indigene ad assumere atteggiamenti distinti rispetto alle Farc ed all’Eln. Mentre con la prima organizzazione si è determinata la rottura di ogni relazione, con la seconda il dialogo è stato mantenuto aperto: il transito nel territorio U’wa delle colonne dell’Eln, ad esempio, non è apertamente osteggiato. Ci sono stati casi di espressione di simpatia da parte di adolescenti indigeni verso questa organizzazione armata, ma il forte controllo sociale esercitato dagli anziani proibisce loro l’ingresso nelle file della guerriglia, pena l’esclusione dalla comunità. Una certa tolleranza invece è concessa per le attività di guida nel Territorio, a condizione che non vengano violati i luoghi sacri della religione e della cultura U’wa.

Ciò che ha maggiormente influenzato i rapporti guerriglia-U’wa, danneggiando altresì irrimediabilmente a livello internazionale l’immagine delle Farc, risale al marzo 1999, quando una colonna di questa organizzazione sequestrava tre ricercatori indigenisti statunitensi in visita nel territorio U’wa: Terence Freitas, Ingrid Washinawatok e Lahe’ena’e Gay. Il primo di essi, era stato il redattore principale del pamphlet “Sangue della Nostra madre: il popolo U’wa, la Occidental Petroleum e l’industria petrolifera”, la cui divulgazione, in U.S.A. e in Europa, aveva accompagnato l’avvio della campagna internazionale a favore degli U’wa. Lahe’ena’e Gay ricopriva il ruolo di direttrice del Pacific Cultural Conservancy Internacional delle isole Hawai, mentre Ingrid Washinawatok era responsabile del Fund for Four Directions del Winsconsin. I tre ricercatori indigenisti avevano discusso con gli U’wa la possibilità di implementare alcuni progetti educativi popolari. Una decina di giorni dopo il sequestro, furono rinvenuti i loro corpi crivellati da colpi d’arma da fuoco alla frontiera con il Venezuela. Il Segretariato Generale delle Farc-Ep ha riconosciuto con un comunicato la responsabilità del Fronte n. 10, anche se fonti ufficiali del governo colombiano hanno attribuito il massacro al Fronte n. 45 comandato da Germán Briceño Suárez, detto Grannobles.

A quasi tre anni dall’eccidio, non è stato possibile comprenderne le motivazioni reali. Gli alti vertici delle Farc non hanno contribuito a chiarirne i contorni e tanto meno hanno fatto conoscere i risultati dell’indagine interna e se sono stati puniti i responsabili. Difficile credere che l’intenzione degli autori del sequestro degli indigenisti fosse quello di ottenere un lauto compenso economico per il loro rilascio. Altrettanto inverosimile la possibilità che le vittime siano state scambiate per spie del governo nordamericano, dato che era noto a tutti il loro impegno ambientalista in difesa dei diritti indigeni. Secondo il National Catholic Reporter che ha dedicato all’eccidio un ampio reportage, l’atteggiamento delle Farc potrebbe essere stato influenzato dalle tangenti pagate dalla Occidental, <<una pratica comune in Colombia da parte delle compagnie che fanno affari in aree sotto il controllo delle forze ribelli>>([16]). Una tesi sostenuta da molte organizzazioni internazionali, da alcuni dei portavoce U’wa e perfino da noti analisti militari colombiani che in una loro intervista al quotidiano El Tiempo, hanno fatto espresso riferimento a un “cambio di strategia” che risponderebbe alla necessità delle Farc di <<mutare l’immagine di “narcoguerriglia” che gli è stata ormai affibbiata dai mass media>>[17].

In quest’ottica le FARC avrebbero deciso di sostituire, alla vigilia del Plan Colombia, gli ingressi ottenuti con la coltivazioni della coca con la richiesta del pagamento di tangenti da parte delle industrie petrolifere. L’opposizione ai nuovi progetti di esplorazione sarebbe stato considerato in modo negativo, in quanto avrebbe potuto mettere in crisi il “nuovo” sistema di autofinanziamento, indispensabile in una fase di radicalizzazione del conflitto. Secondo questi commentatori, ciò spiegherebbe l’assassinio dei tre indigenisti nordamericani e le sempre più frequenti minacce delle Farc contro la popolazione U’wa. A prova di questo presunto “interesse” dell’organizzazione combattente a favore della Oxy, rappresentanti U’wa hanno affermato che l’arrivo dei macchinari della multinazionale per le perforazioni a Cedeño nei primi mesi del 2000, sarebbe stato “pacificamente” presidiato da elementi vicini alle Farc.

La tesi, pur se verosimile in prima battuta, è tuttavia di difficile dimostrazione; inoltre presenta almeno un’incongruenza. Perché la Occidental dovrebbe negoziare con le Farc un suo intervento a repressione di chi si oppone contro i nuovi progetti petroliferi, quando è possibile continuare a sperimentare con successo la strategia di finanziamento delle forze armate e di proliferazione dei gruppi “paramilitari”? E se pure fosse vera l’esigenza delle Farc di sottomettere ad estorsione la Oxy in cambio dell’’autorizzazione’ a proseguire nell’esplorazione, non è stato altrettanto contraddittorio l’atteggiamento dell’Eln rispetto alle compagnie petrolifere che operano nel dipartimento di Arauca? E sono poi realmente antitetiche le posizioni di Farc ed Eln rispetto al petrolio e le multinazionali che ne hanno monopolizzato l’estrazione?

14. L’offensiva guerrigliera ed i progetti stranieri di estrazione petrolifera

È un dato storicamente acquisito che le Farc abbiano reso sistematica la riscossione di tangenti dalle imprese petrolifere straniere operanti in tutto il territorio colombiano, così come risponde a verità che le stesse imprese abbiano accettato di sottostare all’estorsione, mentre contemporaneamente finanziavano lo sviluppo di organizzazioni armate di estrema destra per la lotta all’insorgenza e l’eliminazione selettiva dei leader politici e sindacali della sinistra. Ciò che invece è stato sottovalutato è come l’Eln, in particolare nelle regioni di Arauca e Boyacá, abbia analogamente sviluppato le proprie capacità di accumulazione finanziaria grazie all’estorsione e il sequestro di funzionari ed impiegati delle compagnie petrolifere ivi operanti. Si sospetta ad esempio, che il consorzio tedesco Mannesmann abbia pagato da solo, negli anni ’80, oltre 10 milioni di dollari all’Eln per proteggere i propri lavoratori e ingegneri, quando costruì l’oleodotto Caño Limón-Coveñas[18].

Ciò non ha impedito all’Eln di considerare i consorzi internazionali come obiettivo strategico delle proprie azioni militari in Arauca, giungendo a dichiarare ufficialmente lo “stato di guerra” per evitare che si portassero a termine i lavori di ricerca dei giacimenti. Per questo motivo, contro le imprese del settore petrolifero sono stati eseguiti attentati mediante il sabotaggio degli oleodotti e la distruzione di automezzi. La prima grande azione dimostrativa risale già al 14 luglio del 1986, quando ad appena un mese dall’inaugurazione dell’oleodotto Caño Limón-Coveñas, l’Eln ne fece esplodere un tratto. Nei 10 anni successivi l’Eln avrebbe realizzato 443 attentati all’oleodotto.

Nello stesso periodo le Farc hanno invece preferito evitare di partecipare alle distruzioni degli oleodotti, concentrando la loro attività nel controllo territoriale mediante un più intenso lavoro politico. Un’importante mutazione strategica ha avuto avvio nel 1997: ciò che sembrava essere una metodologia guerrigliera esclusiva dell’Eln inizia ad essere realizzata anche dalle FARC che, il 6 giugno, eseguono il loro primo attentato contro la struttura petrolifera. In quest’occasione lo stato maggiore delle Farc dichiara obiettivo militare l’oleodotto e “tutte quelle compagnie straniere che sfruttano le nostre risorse naturali”.

Da allora il numero degli attentati contro l’oleodotto sono stati maggiori per le Farc che lo hanno dinamitato 114 e 55 volte rispettivamente negli anni ‘98 e ‘99 mentre l’Eln ha eseguito 55 e 38 attentati nello stesso peridodo. A metà del 2000 il numero di attentati contro l’oleodotto è cresciuto a 760 con la semiparalizzazione dell’attività estrattiva della Occidental e con una quantità di petrolio versata nell’ambiente circostante superiore ai 2 milioni di barili di crudo (nel caso dell’incidente alla Exxon Valdéz i barili fuoriusciti furono 36.000). Siamo cioè di fronte ad una vera e propria tragedia ambientale, una delle più drammatiche vissute oggi in Colombia, di cui i due attori armati sono allo stesso modo responsabili e dove non è possibile distinguere differenze strategiche e metodologiche.

Una valutazione più oggettiva dei recenti fatti di cronaca sul conflitto in atto nella regione di Arauca, permette poi di verificare che pur nella forte dialettica ideologica ed egemonica tra Farc ed Eln, non sono mancati i momenti di collaborazione per la realizzazione di importanti azioni militari contro i complessi petroliferi e contro le stesse infrastrutture della Oxy. Il 16 dicembre 1999 ad esempio, guerriglieri delle Farc e dell’Eln hanno dinamitato congiuntamente tre pozzi del campo di Caño Limón, gestito da Ecopetrol e dalla Occidental. Due mesi più tardi (23 febbraio 2000), guerriglieri dei fronti n. 10 e 45 delle Farc e del Frente “Efraín Pabón Pabón” dell’Eln, hanno realizzato il blocco della strada che mette in comunicazione i municipi di Toledo e Pamplona, nella zona di Samoré, per impedire il transito dei tir verso il nuovo impianto Oxy. Sempre nella stessa regione del Norte de Santander, nel corso dello scorso anno, le due organizzazioni sono state impegnate congiuntamente in conflitti a fuoco con i militari della 3^ e della 18^ brigata dell’esercito.

L’acutizzazione del conflitto in Arauca, al centro di un progressivo ed asfissiante processo di militarizzazione, accanto alla comparsa dei nuovi attori armati del paramilitarismo, funzionali agli interessi egemoni del capitale nazionale ed internazionale, rende sempre più probabile il riavvicinamento tattico e strategico delle due organizzazioni guerrigliere. Segnali in questo senso giungono dagli Stati maggiori di Farc ed Eln che nell’aprile 2001 hanno annunciato l’apertura di fronti comuni in alcune aree strategiche del Paese (Sierra Nevada de Santa Marta, Valle del Cimit, Magdalena Medio), che dovrebbero estendersi in altre parti del territorio nazionale per contrastare l’offensiva delle forze armate, galvanizzate dagli aiuti del Plan Colombia, e delle organizzazioni criminali al soldo di Carlos Castaño[19].

La possibilità che nell’area di esplorazione della Oxy fosse stato trovato il petrolio e che si sarebbero presto avviate le attività di trivellazione ed estrazione, ha accentuato lo scontro guerrigliero con la compagnia petrolifera nordamericana. Il sequestro “dimostrativo” da parte dell’Eln di un centinaio di lavoratori dell’impianto di Caño Limón nei giorni successivi alla Pasqua del 2001 può essere letto in questa direzione. L’atteggiamento non è stato modificato dopo la sospensione delle attività di ricerca decretate dall’Oxy il successivo mese di agosto. L’occupazione paramilitare del dipartimento di Arauca, il sempre più dilagante processo di militarizzazione avviato con il Plan Colombia, hanno ridotto progressivamente ogni margine di dialogo con le organizzazioni guerrigliere, accentuandone la disposizione militare e l’intervento in azioni di sabotaggio e di attacco contro le infrastrutture simbolo della politica di sfruttamento delle risorse petrolifere del paese.

Noi U’wa abbiamo un modo assai particolare di controllare l’ambiente in cui viviamo; il nostro comportamento rispetto ad esso si spiega nei miti, nelle credenze, negli usi e nei costumi, antichi quanto il nostro mondo, il nostro popolo e la nostra cultura; la nostra missione in questa terra è quella di mantenere l’equilibrio dell’origine…

Siamo equidistanti dalle due divinità ancestrali, Kaba-Yaya e Thira; entrambi rappresentano e incarnano il delicato equilibrio tra gli estremi inferiore e superiore. Il nostro compito è, pertanto, mantenere questo equilibrio, e dobbiamo propiziare lo svolgimento opportuno e corretto dei processi che hanno luogo all’interno dell’universo mediante la celebrazione dei miti cantati e reggendo le nostre proprie vite sulle regole dell’equilibrio e dell’armonia.

Se questo equilibrio si rompesse, sopraggiungerebbe una situazione inversa all’ordine; Rojo (Kaba-Yaya) si sposterebbe verso l’alto e invaderebbe Blanco (Thirá) e ciò significherebbe la fine dell’universo.

Per noi esistono due mondi: uno in alto dove vivono le vite fisiche e un altro in basso, un mondo parallelo che sostiene la vita spirituale. I due mondi si equilibrano e si appoggiano l’uno all’altro. Qualsiasi azione realizzata in un mondo ha effetti sull’altro. Questo pensiero ci guida nella vita quotidiana definendo come e dove raccogliere, cacciare, pescare o interagire con la gente del mondo esterno (Riowa).

Per noi, parlare di territorio, legge, costumi, implica toccare la cosmovisione U’wa. Il nostro pensiero è tanto particolare che ci ha permesso per migliaia di anni di mantenerci in armonia con la natura e tra noi stessi.

Uno dei nostri principali pensieri sulla terra è che questa è un essere vivente e che è la madre. Ciò ha determinato le nostre pratiche agricole, le nostre attività culturali come la caccia, la pesca, la raccolta e il comportamento rituale; per questo quando lavoriamo, quando celebriamo i digiuni, i canti e i balli tradizionali, dobbiamo proteggere questo mondo, la terra nostra madre.

Nell’epoca conosciuta come AjReowa, noi U’wa digiunavamo, meditavamo e cantavamo l’esistenza del mondo. Ogni anno, durante AjReowa (tra giugno e agosto), in migliaia ci ritiriamo sulle montagne per mantenere i riti ancestrali, insegnando ai nostri figli le canzoni della storia e la creazione.

Noi U’wa non abbiamo una lingua scritta, però ogni U’wa che ha sentito cantare sua madre o i canti di suo padre, conosce a memoria le leggi che governano la nostra società.

Kajka, il territorio U’wa, è sacro. All’interno della nostra cosmovisione c’è un documento di proprietà sulla terra in cui nasciamo noi indigeni, è una proprietà di carattere collettivo, assegnata direttamente dai creatori del mondo. Rukwa (Sira) pensò: <<Il mio lavoro è già terminato. A chi lo consegno?>>.

E lo consegnò a Yagshowa,… allora fu lui che tirò fuori l’acqua, i fiumi, le lagune sacre, tutto ciò lo ha fatto lui… sopra il petrolio ci sono le lagune sacre e disse: <<Le comunità hanno bisogno di questo per nascere, per avere la vita…  e dopo pensò: <<A chi lo consegno?>>.

Così lo diede alle autorità tradizionali, ai Werjayas, ai Karekas e ai caciques… Disse: <<Questi sono coloro che proteggeranno e manterranno tutto ciò che ha fatto Yagshowa, i fiumi, le lagune, i boschi, gli animali…>>, e li consegnò nelle mani degli U’wa.

Il cuore di questo mondo creato da Rukwa o Sira e consegnato agli U’wa è quello che chiamiamo Kera Chicara, che non concorda con le mappe fatte dal governo sul resguardo… Yagshowa ci lasciò questo terreno come intoccabile, altri terreni potranno essere toccati, ma questo no.

Il comportamento U’wa, in tutte le attività, è di carattere religioso, i suoi digiuni, i canti e balli, assicurano la creazione del mondo, in essi si raccontano i codici tradizionali, si ricrea la vita e la cultura: Yagshowa consegnò un materiale per gestire la storia, il canto, il soffio, il digiuno, la preghiera, il pensiero, la politica,… per questo gli U’wa sostengono tutto ciò, il mondo.

La madre terra è un essere vivo come noi e le risorse naturali hanno spirito, hanno il loro modo di comportarsi, di richiamare la nostra attenzione perché lavoriamo in accordo alla tradizione, unico metodo che ha dimostrato una forma di sviluppo armonico con la natura.

Il nostro territorio è il cuore del mondo, è colui che gestisce tutto; per questo non è sfruttabile né violabile. Il petrolio è il sangue della terra, la madre di tutte le lagune sacre… egli sta lavorando; gli smeraldi, l’oro, il carbone, tutte queste risorse non sono utilizzabili; non possono essere toccati, sono vivi e anch’essi stanno lavorando.

Il sacro è la Legge tradizionale U’wa, ogni deviazione da questo fondamento causa gravi pregiudizi al mondo e all’uomo, però questa legge non è stata scritta da noi, al contrario, la narriamo, la cantiamo, la mettiamo in pratica, queste leggi sono i codici tradizionali, i pilastri della nostra cultura, i pilastri che sostengono il mondo.

La nostra legge è di non prendere più di ciò che è necessario, siamo come la terra che si alimenta di tutti gli esseri viventi, però non mangia troppo, perché altrimenti tutto finirebbe; dobbiamo curare non maltrattare, per noi è proibito uccidere con il coltello, il machete, a colpi d’arma da fuoco; le nostre armi sono il pensiero, la parola; il nostro potere è la saggezza; preferiamo la morte piuttosto che vedere i nostri luoghi sacri maggiori profanati.

Allegato 1

Colonialismo, neocolonialismo e violazione dei diritti sociali ed economici nel dipartimento di Arauca

Il dipartimento di Arauca si estende nella regione centro-orientale della Colombia e condivide una lunga zona di frontiera con il Venezuela, e ciò gli da un’importanza strategica ed economica nel contesto nazionale. Da qui, infatti, passano buona parte delle produzioni agricole e commerciali dei due paesi. In Arauca e nei confinanti dipartimenti di Casanare e di Boyacá esiste, inoltre, una riserva petrolifera di 2,5 miliardi di barili, una delle più importanti di tutta l’America Latina. Il dipartimento include i municipi di Arauquita, dove giace l’enclave petrolifero, con il complesso di Caño Limón; Saravena, dove si trovano i pozzi Arauca 1 e Arauca 2; Fortul e Tame.

Arauca prende il nome dagli indigeni Araukos che abitavano le sponde del fiume Arauca sino all’arrivo degli spagnoli in America. Si calcola che le pianure pre-ispaniche colombo-venezuelane erano occupate da 250.000 indigeni delle famiglie linguistiche Arawak, Sálivas, Guahìbos e Muisca; nel 1994 la popolazione indigena in Arauca non superava le 3.500 unità. Essi sono distribuiti in 645 famiglie delle etnie U’wa (a Saravena, Tame e Fortul), Guahibos (a Tame, Arauquita, Arauca e Cravo Norte), Macaguanes (a Tame e Fortul), Hitnú-Cuiba (a Tame, Arauca, Puerto Rendón e Cravo Norte) e Sálivas (a Cravo Norte).

La prima ondata colonizzatrice che investì gli indigeni fu intrapresa dagli spagnoli nel secolo 16°. Tra il 1536 e il 1538, il loro territorio fu conquistato dai tedeschi Jorge de Spira e Nicolás de Federmán. Nel secolo 17° la parte occidentale di quella che è oggi Arauca fu conquistata dal capitano spagnolo Alonso Pérez de Guzmán. Gli spagnoli piantarono coltivazioni di cotone con mano d’opera schiava; dal violento processo di sottomissione economica e culturale riuscirono in parte a salvarsi solo le comunità nomadi e seminomadi, come ad esempio il popolo U’wa.

Nel 17° secolo giunsero anche i gesuiti, che svilupparono l’agricoltura e l’allevamento, creando grandi aziende agricole, in opposizione all’istituzione dell’encomienda. Nel 1628 fu fondata Tame e nel 1772 Villa de Santa Bárbara de Arauca. Nel 18° secolo giunsero in Arauca altre missioni religiose costituite da domenicani, agostiniani e cappuccini; ad essi si affiancarono numerosi coloni provenienti dalle città di Barinas (Venezuela) e Pamplona in Colombia.

Nel 19° secolo, a seguito dell’espulsione dei gesuiti decretata dal governo colombiano, la maggior parte delle aziende agricole caddero in abbandono e gli indigeni furono costretti a spostarsi nella selva per accedere all’alimentazione. Successivamente, verso la fine dell’800, fu intrapreso un nuovo processo di colonizzazione da parte di gruppi mestizos provenienti dal Venezuela che intrapresero una sanguinosa campagna di sterminio delle comunità indigene, principalmente contro quelle che risiedevano nei pressi dei grandi fiumi che attraversano la pianura. Troppo spesso furono intraprese vere e proprie battute di caccia, alcune volte per impossessarsi e commerciare la loro pelle e altre per punire i responsabili dei ‘furti’ di bestiame al pascolo. Questi massacri presero il nome di ‘guahibiadas’ o ‘cuibiadas’, e contribuirono all’affermazione degli allevamenti estensivi, a danno delle attività produttive tipiche della cultura indigena (caccia, pesca, raccolta di frutta, coltivazioni rotatorie di mais, ecc.).

A partire dal 1942 si svilupparono differenti fronti colonizzatori verso le savane e la regione piedimontana di Arauca, in cui fu presto deforestato il patrimonio boschivo a favore di nuovi pascoli. La colonizzazione e la nuova immigrazione fu programmata direttamente dallo Stato, secondo la politica nazionale di ampliazione della frontiera agricola e di pacificazione delle pianure orientali, grazie all’importante sostegno finanziario del Banco Interamericano de Desarrollo (BID). Lo scoppio della Violencia bipartidista e successivamente del conflitto tra il governo e la guerriglia di sinistra, accentuò la spinta migratoria in Arauca di contadini provenienti dalle regioni maggiormente colpite dalla violenza.

La colonizzazione si accompagnò ad una nuova campagna di sterminio delle popolazioni indigene che ebbe tra le vicende più sanguinose il massacro di 16 indigeni Guahibos a La Rubiera, nel gennaio 1968. I coloni della regione pianificarono in ogni dettaglio l’efferato crimine. Fu così che furono invitate a un pranzo alcune famiglie che risiedevano accanto alle aziende agricole. Diciotto indigeni, tra cui numerosi bambini accettarono di parteciparvi. Quando gli invitati si sedettero al tavolo, furono assassinati a colpi di arma da fuoco e di machete. Solo 2 di essi riuscirono a fuggire. Gli assassini, dopo aver perpetuato il crimine, legarono i cadaveri degli indigeni sul dorso dei cavalli e li portarono in un luogo vicino, dove li cosparsero di benzina e diedero loro fuoco.

Verso la fine degli anni ‘70 inizia un periodo di rapido mutamento sociale caratterizzato dal fenomeno dell’urbanizzazione, in buona parte dovuto alla scoperta e allo sfruttamento del petrolio nella zona. Per la mancanza di una pianificazione e organizzazione da parte dello Stato, si generarono crisi e conflitti sociali, e nacquero forti movimenti di lotta per i diritti di cittadinanza e l’accesso ai servizi pubblici.

Nel 1991, con il varo della nuova Costituzione colombiana, Arauca acquisì la categoria giuridica di dipartimento. Grazie al riconoscimento del decentramento amministrativo, nelle casse della governazione locale iniziò a giungere una parte della rendite petrolifere derivanti dai contratti sottoscritti tra Ecopetrol e la Occidental per lo sfruttamento dei  giacimenti scoperti a Caño Limón (Arauquita) nel 1985. Così, negli anni ’90, al dipartimento e ai municipi sono state versate regalie petrolifere per una media annuale di 100 miliardi di Pesos, con la conseguenza che l’intera economia regionale é diventata sempre più dipendente dall’estrazione del crudo. Il denaro invece di essere investito per la promozione e la ridistribuzione dei servizi è stato destinato alla realizzazione di grandi infrastrutture viarie, accelerando gli squilibri e il depauperamento del territorio. La corruzione e il clientelismo sono divenuti gli assi portanti del sistema di gestione della vita politica ed amministrativa.

Il modello di “sviluppo” generato dal boom petrolifero, ha accentuato altresì i problemi relativi all’iniqua distribuzione delle terre e al loro sfruttamento intensivo per l’allevamento del bestiame. Le condizioni socioeconomiche dei coloni sono peggiorate rapidamente anche per il disordine creato dalla contraddittoria politica statale che da una parte ha attratto nuove migrazioni con il miraggio del petrolio, dall’altra ha rifiutato di riconoscere la titolarità delle terre esistenti nei pressi dell’oleodotto Caño Limón-Coveñas e dei campi di esplorazione e sfruttamento del crudo. Molti dei contadini sono stati sloggiati con la forza o sono stati vittime di persecuzioni, assassinii, detenzioni arbitrarie e distruzione di beni.

Contro di loro, le classi dirigenti locali si sono organizzate per opporsi legalmente e illegalmente ad ogni ipotesi di riforma agraria. Così i fenomeni di violenza si sono fatti più acuti e complessi. Da una parte sono aumentate le persecuzione dei coloni contro gli indigeni, dall’altra gli stessi coloni sono stati oggetto di aggressioni e repressioni da parte dell’esercito, inviato in Arauca per la “difesa” dei pozzi petroliferi. Infine nella regione si è acutizzata la disputa tra quest’ultimo e le guerriglie, per l’accesso, il controllo e la gestione delle risorse finanziarie che ruotano attorno allo sfruttamento del petrolio.

Nel 1994 la “Commissione Andina dei Giuristi” pubblica un rapporto approfondito sulle gravi condizioni affrontate dalle comunità indigene di Arauca. Tra le situazioni vi che vengono denunciate: il disconoscimento statale dei territori ancestrali, le cattive condizioni delle terre attribuite, la scomparsa di flora e fauna in alcuni territori a causa della scarsa vigilanza dell’‘Incora’ nelle zone destinate a riserve; l’accerchiamento da parte dei produttori di legname e dei nuovi coloni, le pressioni e le violenze degli attori armati, il fallimento dei programmi di allevamento implementati tra le comunità indigene, l’estinzione delle produzioni artigianali; gli allarmanti livelli di denutrizione e di salute, la precarietà delle abitazioni, il ‘desplazamiento’ forzato dai loro territori, la scarsa partecipazione alla vita politica del dipartimento; la disintegrazione sociale causata dall’estrema poverta, la diffusione della prostituzione tra la popolazione femminile ed infantile. <<In generale – scrive la Commissione – le comunità indigene non presentano un buon livello di conservazione della cultura tradizionale, hanno perso la lingua e i costumi, si sono assimilati e mescolati con non indigeni e lo stato di abbandono li ha condotti ad una mescolanza scomposta. Le loro attività economiche sono rudimentali e poco produttive e il livello educativo è minimo. Le attività di caccia e pesca si stanno riducendo a causa della deforestazione e della perdita dei territori ancestrali e le condizioni abitative e sanitarie sono assai precarie. Il processo di impoverimento di alcune comunità è stato vertiginoso, generando l’alcoolismo, la prostituzione e la mendicità>>. Ciò ne ha determinato l’esodo verso i maggiori centri urbani di Arauca, ampliando le contraddizioni sociali e i fenomeni di marginalità.

Allegato 2

Il petrolio di Arauca

Cronologia di due anni di violazioni ed attentati

Mentre sino all’inizio degli anni ’80 Arauca fu una regione tranquilla, nella seconda metà del decennio, e specialmente a partire del 1988, si è trasformata in una delle aree più violente del paese, una delle più menzionate per fatti che violano i diritti umani. Ciò ha coinciso con l’estensione della lotta guerrigliera e con la militarizzazione della zona da parte del governo nazionale.

Gli ultimi anni hanno visto il deterioramento della situazione del conflitto, con l’incremento degli attacchi a municipi e villaggi, dei conflitti a fuoco tra gli attori armati, degli omicidi e dei sequestri. Nei fatti l’intero dipartimento vive uno dei momenti più drammatici della sua storia. In breve, alcune delle vicende più gravi della recente cronaca di guerra.

21 dicembre 1998 – Paramilitari assassinano 5 persone nella frazione La Cabuya del municipio di Tame. Le vittime sono state prelevate dalle loro abitazioni e alcune decapitate.

29 gennaio 1999 – Guerriglieri del Fronte 45 delle Farc-Ep realizzano un’imboscata contro i membri di una pattuglia della polizia, a pochi chilometri dall’aeroporto del municipio di Cravo Norte. 4 poliziotti vengono uccisi mentre un’altro resta gravemente ferito.

4 febbraio 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano nella zona rurale del municipio di Arauca l’oleodotto Caño Limón-Coveñas. L’attentato causa un vasto incendio e la fuoriuscita di 7.000 barili di petrolio.

4 febbraio 1999 – Uomini armati attentano contro Julio Acosta Bernal, ex sindaco di Arauca ed ex rappresentante alla Camera per il Dipartimento, mentre sta per uscire dalla propria tenuta, accompagnato da 5 guardie del corpo. La vittima era stata oggetto di altri due attentati in anni precedenti.

18 febbraio 1999 – Durante il combattimento tra i guerriglieri dei fronti 10 e 45 delle Farc-Ep e delle Compagnie Simacota e Capitán Pomarese dell’Uc-Eln contro le truppe del 30° battaglione controguerriglia dell’Esercito, nella frazione El Oasis del municipio di Arauquita, muoiono 12 militari; altri 12 militari restano feriti insieme a 7 guerriglieri.

5 marzo 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep che operano nel dipartimento di Arauca assassinano tre cittadini nordamericani che lavoravano a difesa dei diritti umani della comunità indigena U’wa. Le vittime erano state fermate da questo gruppo guerrigliero il precedente 25 febbraio, sulla strada che collega i municipi di Cubará (Boyacá) e di Saravena (Arauca). I loro cadaveri vengono rinvenuti a Los Pajaros, nello Stato di Apure (Venezuela), con le mani legate, le teste coperte e con multipli colpi di arma da fuoco.

17 marzo 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln attivano una bomba al terzo piano dell’edificio del municipio di Tame, che ospita l’Alcaldía, l’ispezione di Polizia e altri uffici pubblici. Due agenti di polizia restano gravemente feriti.

18 marzo 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano con una bomba una pattuglia militare, causando la morte di un soldato.

23 marzo 1999 – Uomini armati feriscono a colpi d’arma da fuoco tre persone che stazionano nei pressi del palazzo municipale di Fortul. Tra le vittime Jorge Eliecer Navarro, sindaco del municipio.

24 marzo 1999 – Guerriglieri dinamitano al km. 46, l’oleodotto Caño Limón-Coveñas.

26 marzo 1999 – Duecento guerriglieri effettuano un’incursione nella zona urbana della cittadina di Puerto Rondón, attaccando il posto di polizia. Nel combattimento che ne segue e che durerà per più di 24 ore, muore un agente di polizia, mentre restano feriti altri 3 agenti e un civile. Le installazioni di Telecom, così come il posto di polizia rimangono completamente distrutte.

31 marzo 1999 – Guerriglieri dinamitano al km. 51, l’oleodotto Caño Limón-Coveñas.

4 aprile 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln uccidono un soldato nei pressi del municipio di Cubará (Boyacá). Nelle fasi di recupero del cadavere si verifica uno scontro a fuoco tra la polizia e i guerriglieri.

17 aprile 1999 – Guerriglieri dinamitano, un tratto dell’oleodotto Caño Limón-Coveñas, nel municipio di Arauca, lasciando minata la zona adiacente e impedendo così la sua pronta riparazione.

18 aprile 1999 – Guerriglieri del fronte n. 10 delle Farc-Ep attaccano la stazione di polizia del municipio di Cravo Norte.

22 aprile 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano di notte il posto di polizia del municipio di Cubará. Nell’attacco vengono danneggiati il palazzo municipale e alcune abitazioni vicine. I guerriglieri saccheggiano la Cassa Agraria e tagliano le linee telefoniche di Cubará, lasciando senza comunicazioni la popolazione.

27 aprile 1999 – Carlos Castaño Gil, capo paramilitare delle Auc, minaccia con un comunicato il Governatore del dipartimento di Arauca per aver offerto il territorio del dipartimento per un eventuale dialogo tra il Governo nazionale e la Uc-Eln.

18 maggio 1999 – Carlos Castaño torna a minacciare i consiglieri del municipio di Arauca con un comunicato in cui si legge: <<vi invitiamo a rispettare la Costituzione e la legge e a non servire da utili idioti queste organizzazioni delittive. Se non rispettano questo proposito, restate obiettivi militari delle Auc. Aspettiate sorprese…>>.

5 giugno 1999 – Durante un combattimento nel municipio di Arauquita tra i guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep, e i reparti del 24° battaglione controguerriglia ‘Héroes de Pisba’ della 10^ brigata, restano uccisi 2 guerriglieri.

9 giugno 1999 – Guerriglieri delle Uc-Eln dinamitano al km. 75, nel municipio di Saravena, l’oleodotto Caño Limón-Coveñas.

10 giugno 1999 – Durante un combattimento nel municipio di Cravo Norte tra guerriglieri delle Farc-Ep e reparti dell’Esercito e della Polizia, restano uccisi due guerriglieri.

11 giugno 1999 – Appartenenti alla Uc-Eln attaccano con granate e armi di grosso calibro una pattuglia della polizia a Tame. Durante l’attacco 5 passanti, tra cui tre minori di 4, 8 e 11 anni, vengono feriti dalle schegge.

12 giugno 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep uccidono nel dipartimento di Arauca 6 leader sociali, tra i quali José Moreno, dirigente giovanile e José Diaz, dirigente cooperativo. Il massacro viene denunciato dall’Anuc, dalla Cut, dalla Federazione delle Giunte Comunali e dal Comitato Indigeno di Arauca. La denuncia viene resa pubblica in occasione di uno sciopero civico realizzato nella regione del Sarare.

12 giugno 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln sequestrano a Pamplona (Norte de Santander) 4 persone (3 donne e una bambina di sei anni).

17 giugno 1999 – Guerriglieri si appropriano di 91 cilindri a gas di varie dimensioni per un valore di 5 milioni di lire, nel municipio di Pamplona (Norte de Santander).

23 giugno 1999 – Durante un combattimento tra reparti del 22° battaglione controguerriglia della 1^ brigata Mobile dell’esercito e i guerriglieri del Fronte ‘Domingo Laín Saenz’ della Uc-Eln, restano uccisi 5 guerriglieri. Lo scontro a fuoco avviene sul Monte Tabla (Tame), durante lo spiegamento della “operazione Némesis” realizzata dall’esercito colombiano.

1 luglio 1999 – Guerriglieri dinamitano un tratto dell’oleodotto Cano Limón-Cavañas, all’altezza del km. 42, alle porte del municipio di Arauquita. Ecopetrol decide di sospendere transitoriamente la fornitura di crudo da questa installazione.

11 luglio 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln attivano una carica esplosiva telecomandata nelle vicinanze di alcuni uffici bancari e della stazione di polizia del municipio di Tame. La carica esplode nello stesso istante in cui passa una pattuglia della polizia. Un agente viene ucciso, mentre altri 2 poliziotti restano gravemente feriti.

28 luglio 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln sequestrano due persone a La Cabuya, municipio di Pamplona. Le vittime vengono rilasciate successivamente in una zona rurale di Toledo.

5 agosto 1999 – Durante un combattimento tra guerriglieri del Fronte 45 delle Farc-Ep e reparti del battaglione di fanteria General Custodio García Rivera, nel municipio di Toledo, viene ucciso un guerrigliero. Durante l’azione, i guerriglieri dinamitano un pilone elettrico lasciando senza energia Toledo e il municipio di Labateca.

17 agosto 1999 – Due minori perdono la vita nel prelevare un pacco bomba collocato al lato di un palo della luce nel municipio di Tame. I due giovani si stavano dirigendo al collegio avventista ‘La Libertad’ dove studiavano. Quali autori dell’attentato vengono accusati i guerriglieri dei Fronti n. 10 e 45 delle Farc-Ep.

30 agosto 1999 – Reparti della Guardia Venezuelana uccidono un giovane e ne arrestano arbitrariamente altri due, sulle acque del fiume Arauca, nella zona La Victoria, Stato di Apure, alla frontiera con la Colombia. Secondo il sindaco di Araquita il fatto si è verificato “quando i giovani attraversavano il fiume per assistere ad una festa a La Victoria”. I due giovani sono stati successivamente rimessi in libertà dal Tribunale militare venezuelano.

7 ottobre 1999 – Guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep dinamitano nella zona rurale di Arauquita l’oleodotto Caño Limón-Coveñas. L’attentato distrugge le linee elettriche che alimentano i trasformatori dei municipi di Arauca e Arauquita, che restano senza energia. Successivamente si realizza un combattimento tra i guerriglieri e i reparti della 18^ brigata dell’esercito, che causa la morte di 4 soldati e il ferimento di uno. Durante la loro fuga, i guerriglieri minano la zona.

7 ottobre 1999 – Guerriglieri del Fronte N. 10 delle Farc-Ep, uccidono con alcuni colpi di arma da fuoco alla testa, due militari. Le vittime appartenevano al battaglione di fanteria General Serviez ed erano state private della libertà dalla guerriglia, il 23 settembre precedente, sulla strada che collega il municipio di Villavicencio (Meta) con Arauca, quando viaggiavano su un pullman pubblico, per raggiungere in licenza i propri familiari.

8 ottobre 1999 – Guerriglieri del Fronte Domingo Laín della Uc-Eln, minacciano di morte attraverso un comunicato i membri della chiesa evangelica di Saravena. In esso si proibisce di celebrare i propri riti e culti in luoghi differenti ai loro templi e i fedeli sono avvisati che non sarà permessa la costruzione di nuove sedi religiose nella regione.

15 ottobre 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep sequestrano un allevatore venezuelano nel municipio di Arauca, mentre questi viaggia su una canoa nell’omonimo fiume.

10 novembre 1999 – Truppe dell’esercito venezuelano minacciano la comunità di Puerto Contreras, nell’isola del Charo (Saravena). Secondo quanto denunciato dal personero municipale di Saracena: <<l’esercito del vicino paese sparò raffiche di fucile dalla sponda venezuelana del fiume Arauca contro le case dei pescatori, senza causare danni materiali o perdite umane>>.

6 dicembre 1999 – Guerriglieri dinamitano l’oleodotto Caño Limón-Caveñas nel municipio di Arauca, nei pressi della zona di frontiera con il Venezuela.

9 dicembre 1999 – Guerriglieri dinamitano in due opportunità l’oleodotto Caño Limón-Caveñas nel munipio di Arauca.

12 dicembre 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano il posto di polizia di Arauquita.

13 dicembre 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano il posto di polizia di Cravo Norte.

13 dicembre 1999 – Guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep, effettuano un’incursione nella zona urbana di Cubará, attaccando il posto di polizia. Durante il conflitto a fuoco muoiono 3 poliziotti, 11 restano feriti e vengono danneggiati un collegio e alcune abitazioni.

14 dicembre 1999 – Guerriglieri dinamitano l’oleodotto Caño-Limón-Coveñas, al km. 45 nel municipio di Arauca.

16 dicembre 1999 – Guerriglieri delle Farc-Ep e della Uc-Eln dinamitano tre differenti pozzi di un campo petrolifero di Caño Limón.

18 dicembre 1999 – Guerriglieri dinamitano l’oleodotto Caño Limón-Coveñas nel municipio di Arauquita.

19 dicembre 1999 – Durante un combattimento tra guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep e i reparti dell’Esercito nazionale, nella zona di Caño Negro (Arauca), muore un soldato mentre altri 4 restano gravemente feriti.

31 dicembre 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano un tratto dell’oleodotto Caño-Limón-Coveñas nel munipio di Saravena.

31 dicembre 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln attaccano il posto di polizia del municipio di Fortul.

31 dicembre 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln attaccano il posto di polizia del municipio di Arauquita.

31 dicembre 1999 – Guerriglieri dell’Uc-Eln attaccano il posto di polizia del municipio di Puerto Rondón.

7 gennaio 2000 – Appartenenti all’Eln hanno collocano due artifici esplosivi all’entrata dell’ospedale di La Esmeralda (Arauquita). L’esplosione danneggia gravemente la struttura e la popolazione resta priva di assistenza medica.

16 gennaio 2000 – Durante un combattimento nel municipio di Arauquita tra i reparti dell’Esercito appoggiati da aerei ed elicotteri dell’Aeronautica militare colombiana, e i guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep, restano feriti due guerriglieri mentre uno viene catturato dai militari.

24 gennaio 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano nella frazione di Brasilia (Arauquiita), l’oleodotto Caño Limón-Coveñas.

25 gennaio 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln bloccano la strada nella frazione di Santa Inés (municipio di Toledo, Norte de Santander) e intercettano 4 tir che trasportano macchinari della multinazionale Occidental de Colombia, che vengono poi lanciati in un burrone.

26 gennaio 2000 – Reparti dell’Esercito nazionale fanno sparire 3 leader indigeni, durante i fatti accaduti nelle aree di Santa Rosa e Bella Vista, ubicate a Gibraltar (Toledo). Il fatto avviene dopo che le forze militari hanno sloggiato gli indigeni dalle vicinanze del “pozzo Gibraltar 1”, presso il cosiddetto “Bloque Samoré”, causando il ferimento di alcuni di essi, per permettere l’inizio delle esplorazioni petrolifere da parte della Occidental.

30 gennaio 2000 – Paramilitari delle Autodefensas del Sarare, irrompono nella frazione La Pesquera (Arauquita), assassinando un pescatore e violentando due donne. Circa 30 uomini, con il volto coperto erano giunti nel luogo per dirigersi in un’abitazione dove era in corso una festa di compleanno; dopo aver costretto gli uomini a distendersi al suolo, uccidevano il contadino Armando Parra. Gli abitanti della zona denunciano che nelle ore dell’incursione: <<c’era personale militare nell’area e a pochi chilometri da essa persino due basi militari>>.

6 febbraio 2000 – Guerriglieri del “Fronte Efraín Pabón Pabón” dell’Uc-Eln bloccano la strada nella frazione La Carbonera (municipio di Pamplona). Durante l’operazione si verifica un combattimento con i reparti del 13° battaglione di fanteria. Un guerrigliero viene fatto prigioniero dai militari.

11 febbraio 2000 – Durante un’operazione di sgombero realizzata da membri dell’Esercito e della Polizia, nella frazione La Canoa di Gibraltar (municipio di Toledo), muoiono 4 bambini indigeni della comunità U’wa di età compresa tra i quattro mesi e i dieci anni. Durante l’operazione i membri della comunità sono costretti a lanciarsi nelle acque del fiume Cubujón e ciò causa il ferimento di numerosi bambini e donne. Gli indigeni si trovavano nel luogo per protestare ed impedire che l’impresa petrolifera Occidental PetroleumOxy, sfrutti la regione del blocco Samoré, territorio sacro per gli U’wa.

14 febbraio 2000 – Guerriglieri sequestrano il fratello della consigliere comunale di Pamplona Ludy Páez. La vittima viene liberata una settimana dopo sulla strada Pamplona-Saravena.

18 febbraio 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep lanciano un cilindro a gas, contro la base militare di La Esmeralda (Arauquita), colpendo invece l’ospedale San Ricardo, con la conseguente distruzione delle finestre e del tetto dell’edificio. L’esplosione si registra al lato delle abitazioni di 9 medici cubani che lavorano nel Centro per le Malattie Tropicali.

22 febbraio 2000 – Guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep effettuano un’imboscata contro una pattuglia della Polizia nazionale nella frazione La Lejía del municipio di Pamplona, causando la morte di un tenente e il ferimento di un agente.

23 febbraio 2000 – Guerriglieri dei fronti n. 10 e 45 delle Farc-Ep e del Fronte Efraín Pabón Pabón dell’Uc-Eln, realizzano il blocco della strada che mette in comunicazione i municipi di Toledo e Pamplona, nella zona di Samoré. Secondo quanto denunciato da alcune organizzazioni dei diritti umani, <<i guerriglieri dopo aver dichiarato il blocco armato nella zona, hanno gettato diversi litri di emulsionante asfaltico sulla strada, estratto dai veicoli che lo trasportavano nella regione, causando un grave danno ecologico nella regione selvatica circostante>>.

9 marzo 2000 – Durante un combattimento tra reparti dei battaglioni controguerriglia Los Guanes, García Rovina e Galán appartenenti alla 3^ brigata dell’esercito, affiancati dal 39° battaglione controguerriglia della 18^ brigata, contro i guerriglieri del Fronte Domingo Laín Saenz dell’Uc-Eln e del Fronte n. 45 delle Farc-Ep, vengono uccisi 4 guerriglieri. Lo scontro a fuoco si realizza a San Bernando de Bata, municipio di Toledo (Norte de Santander).

21 marzo 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano il ponte sul fiume Cobugón, ubicato nel municipio di Toledo.

25 marzo 2000 – Durante un combattimento tra guerriglieri del Fronte Domingo Laín dell’Uc-Eln e reparti del 36° battaglione controguerriglia dell’esercito, nella frazione Royata del municipio di Toledo, vengono uccisi 6 guerriglieri.

9 aprile 2000 – Guerriglieri della Compagnia Simacota dell’Uc-Eln uccidono un’infermiera nella frazione di San Bernando de Bata (Toledo). L’incursione sarebbe stata una risposta al fatto che l’intera popolazione della frazione, aveva partecipato il precedente 19 marzo, ad una giornata “civico-militare” organizzata dal battaglione García Rovira dell’Esercito.

25 aprile 2000 – Guerriglieri dinamitano l’oleodotto Caño Limón-Cavaña nel municipio di Saravena.

30 aprile 2000 – Il cadavere della funzionaria della Fiscalía di Arauca, María Doris Guayara Bonilla, che era stata sequestrata il precedente 14 aprile, viene ritrovato con segni di tortura e due colpi d’arma da fuoco alla testa, nella zona rurale di questo municipio.

1 maggio 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln s’impossessano di 5 camion e 3 camionette nella zona rurale del municipio di Arauca.

6 maggio 2000 – Durante un combattimento tra guerriglieri dei fronti n. 10 e 45 delle Farc-Ep, e reparti della 18^ brigata dell’Esercito nel municipio di Fortul (Arauca), muoiono 2 guerriglieri e un militare, mentre 4 soldati restano gravemente feriti.

11 maggio 2000 – Guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep attaccano una pattuglia dell’Esercito nazionale nella piazza principale del municipio di Arauquita, uccidendo 2 militari.

28 maggio 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano con cilindri a gas caricati con esplosivo, la sede del Battaglione del Genio Rafael Navas Pardo, nel municipio di Tame (Arauca).

10 giugno 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln realizzano un’imboscata contro un gruppo di poliziotti e militari che viaggiano su alcuni velivoli, attivando una carica esplosiva nel municipio di Arauquita. L’attentato causa la morte di un poliziotto e di un militare, e il ferimento di 2 soldati.

18 giugno 2000 – Appartenenti al “battaglione Rebeiz Pizarro”, della 2^ Divisione dell’Esercito nazionale, comandata dal generale Eduardo Santos Quiñones, feriscono a colpi d’arma da fuoco 10 persone, tra cui 2 minori, ad un posto di blocco installato a Campo Alegre (Saravena).

19 giugno 2000 – Durante un combattimento tra reparti del battaglione controguerriglia ‘Heroés de Pisba’ e guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep, restano uccisi 2 guerriglieri. Il conflitto a fuoco si realizza a Las Malvinas, nel municipio di Fortul.

7 luglio 2000 – Guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep attaccano con i cilindri a gas, la stazione di polizia di Arauca causando danni materiali di grossa entità.

13 luglio 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano un tratto dell’oleodotto Caño Limón-Coveñas, nel munipio di Cubará (Boyacá).

14 luglio 2000 – Guerriglieri del “Fronte Domingo Laín Saenz” dell’Uc-Eln, attaccano con i cilindri a gas le installazioni del battaglione di cavalleria ‘Reveiz Pizarro’ dell’Esercito nazionale a Saravena, causando il ferimento di 3 civili, tra cui un bambino di cinque anni. Alcune abitazioni civili restano gravemente danneggiate.

29 luglio 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep sequestrano a Tame, il sindaco del municipio Ramón Marquéz e la moglie Mirelba Vega, incinta di otto mesi. La donna fu liberata successivamente.

14 agosto 2000 – Paramilitari delle Auc minacciano di morte Cesar Armando, sindaco di Arauquita e Raúl Gerardo, segretario di governo dello stesso municipio.

21 agosto 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano con cilindri a gas il posto di polizia del municipio di Fortul. Nell’attacco restano feriti due agenti, un sottotenente e la moglie di quest’ultimo.

26 agosto 2000 – Guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep, s’impossessano sulla strada che da Arauca conduce a Caño Limón, di due veicoli della società Confedegas, che trasportano 270 bombole a gas.

26 agosto 2000 – Guerriglieri attaccano nella zona rurale di Puerto Rondón con cilindri a gas una pattuglia del 46° battaglione controguerriglia dell’esercito, uccidendo un militare e ferendone altri due.

28 agosto 2000 – Durante un combattimento tra guerriglieri delle Farc-Ep e reparti del 24° battaglione controguerriglia nella zona di Palo de Agua (Fortul), restano feriti 6 militari.

29 agosto 2000 – Guerriglieri dinamitano l’oleodotto di Caño Limón a Puerto Banadía, municipio di Saravena.

29 agosto 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano il posto di polizia di Arauquita.

29 agosto 2000 – Guerriglieri delle Farc-Ep attaccano il posto di polizia di Saravena.

29 agosto 2000 – Guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep attaccano con cilindri a gas il posto di polizia del municipio di Labateca (Norte de Santander). Nell’attacco restano uccisi 5 civili, tra cui 4 membri della famiglia Parada Zuniga, mentre altri 4 civili restano gravemente feriti.

3 settembre 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln bloccano la strada nei pressi di Caño de la Perra, nel municipio di Arauca, dando morte ad un autista venezuelano, nel dinamitare il tir che conduceva e che trasportava strumenti per l’esplorazione petrolifera della multinazionale Oxy.

4 settembre 2000 – Uomini armati fanno sparire il rettore dell’università di Pamplona Alvaro Gonzalez Joues, mentre viaggiava con un’altra persona su un autovettura sulla strada che mette in comunicazione Pamplona con Cùcuta.

10 settembre 2000 – Durante un combattimento nel municipio di Tame tra reparti della 18^ brigata dell’esercito e guerriglieri del Fronte n. 10 delle Farc-Ep, restano gravemente feriti un tenente e 2 guerriglieri.

25 settembre 2000 – Guerriglieri dell’Uc-Eln dinamitano a Caño La Perra (Arauca), un tir della multinazionale Oxy.

30 settembre 2000 – Durante un combattimento tra guerriglieri del Fronte n. 45 delle Farc-Ep e reparti del “battaglione García Rovina” della 5^ brigata dell’esercito, ad Alto del Viento, municipio di Chitaga (Norte de Santander), muoiono 2 guerriglieri.


[1] A. Osborne, Las cuatro estaciones, Banco de la República, Bogotá, 1995, pag. 242.

[2] Project Underground, Sangre de Nuestra Madre, Bogotá, 1999, p. 4.

[3] T. J. Cobaría, Cenni storici e sociali sul popolo U’wa, Relazione in occasione della IV Commissione Verde in Arauca, Cubará, gennaio 2001.

[4] R. Cobaría, Presidente Cabildo Mayor U’wa, Cuestionario para Comunidad Indígena U’wa, Cubará, 21 maggio 1997.

[5] T. Roa, Bosques, pueblos indígenas y petróleo, Censat Agua Viva, Bogotá, 2000.

[6] Comisión Andina de Juristas – Seccional de Colombia, Arauca, Carlos Marín Editor, Bogotá, 1994, pagg. 31-32.

[7] J Giraldo, Los U’wa. Por el derecho a no ser vendidos, Justicia y Paz, Revista de Derechos Humanos, Vol. 2, N. 5, Luglio-settembre 1997, pag. 27.

[8] Federazione dei Verdi Italiani (a cura), “Relazione politica della terza commissione di Osservatori di Diritti Umani sulla questione del  popolo indigeno U’WA”, Roma, dicembre 2000.

[9] J. F. Castro Caycedo, Cuatro años por los derechos humanos y la paz. Informe annual del Ciudadano Defensor del Pueblo al Congreso de la República 1999-2000, Bogotá, 2000, pag. 52.

[10] Ibidem, pag. 53.

[11] “Informe de la Alta Comisionada de la ONU para los Derechos Humanos sobre la Oficina en Colombia”. Distr. General E/CN.4/2001/15, Bogotá, 8 febbraio 2001.

[12] Comisión Andina de Juristas – Seccional de Colombia, “Arauca”, cit., pag. 67.

[13] Cinep & Justicia y Paz, ‘Noche y Niebla. Panorama de Derechos Humanos y Violencia Política en Colombia’, Aprile-giugno 2000, No. 16, pag. 179.

[14] Comisión Andina de Juristas – Seccional de Colombia, Arauca, cit., pag. 116.

[15] Ibidem, pag. 112.

[16] P. Jeffrey, U’wa vs. ‘Oxy’; native Colombian tribe U’wa opposes oil exploration by Occidental Petroleum, in “National Catholic Reporter”, 8 settembre 2000.

[17] El Tiempo, 14 novembre 1999.

[18] Revista Summa, n. 85, luglio 1994, pag. 14.

[19] Agencia de Noticias Nueva Colombia, Acercamientos entre Farc y Eln, 4 de abril 2001.

Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, “La lotta degli U’wa a difesa del sangue della terra“, terrelibere.org, 05 luglio 2001, http://www.terrelibere.org/doc/la-lotta-degli-uwa-a-difesa-del-sangue-della-terra