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Mysterium doloris

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ANCORA ROSA SHOCKING?

NO, QUESTA VOLTA

VI PARLO DELLA SOFFERENZA

Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perchè ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

di Nicola Peirce

Nicola PeirceSono stato accusato di scribacchiare solo cose “rosa” perché ho trattato, a più riprese, dell’amore ma non è assolutamente vero. Leggete ciò che ho scritto sulla morte o su altre bazzecole del genere e capirete che non è così. Pertanto ho deciso, per ripicca verso chi mi ha definito scrivano da soap-opera, di trattare un argomento brutale: la sofferenza ed in particolare quella che colpisce gli innocenti; anche perché mi è stato riferito che il mio censore scappa a gambe levate di fronte a questo tema; …così s’empara, il denigratore della mia scrittura rosé, che tra l’altro è il colore del miglior vino prodotto nelle sue terre.

Ovviamente scherzo, la mia è solo una goliardata da redazione. Tornando alle cose serie, la verità è che ho incrociato la sofferenza, faccia a faccia, inaspettatamente, così come mi era successo l’anno scorso di incrociare l’amore, quando ho iniziato le mie dissertazioni su quel tema. Sofferenza che leggo nel volto delle molte persone depredate e sfigurate dalla condizione d’indigenza nella quale questa devastante crisi economica le ha precipitate e che incontro ormai da alcuni mesi, da quando svolgo un certo tipo di servizio volontario. Sofferenza che è, purtroppo, anche lei, come la morte, una condizione inalienabile della vita umana che genera sempre, quando l’incontri o la vivi sulla tua pelle, la domanda: perché?

TKimg47ab377305d52Guardate cosa è successo a Lampedusa. Al netto delle demagogie politiche quella è stata un’evidenza di sofferenza assolutamente perfetta. Scusate questa definizione al limite del volgare ma è la realtà: uomini, donne e bambini, in tutto e per tutto uguali a me e a te che leggi, che fuggono da una sofferenza per cadere in un’altra ancora più grande; viaggi della speranza che si trasformano in viaggi della disperazione: che senso ha? Certo possiamo accollare la colpa di questa specifica sofferenza a chi fa di quel traffico di carne umana un lucro o possiamo incolpare, più genericamente, la società del consumismo e il suo egoismo indifferente, però, nella sostanza, se guardiamo alla storia di questo mondo non da un punto di vista particolare ma con una visione generale, la domanda è sempre quella: perché esiste la sofferenza? che ruolo ha nell’economia della nostra esistenza?

Una risposta convincente a questa questione io l’ho trovata. Certo è la risposta che viene dalla mia fede cristiana, ragionata, ma pur sempre fede: d’altronde non si può pretendere di rispondere a questo genere di interrogativi attraverso la scienza empirica. Quest’ultima può spiegarti il come della sofferenza, non certo il perché, ti spiega come muori e non perché muori. Comunque una volta che hai trovato questa risposta, accettarla, è ben altra cosa, è molto difficile, anche per me, anche alla luce della mia fede: anzi posso dire che è un’accettazione al confine dell’impossibile. Perché se l’accetti profondamente, nel tuo intimo mentre ti confronti con la sofferenza, vuol dire che sei in odore di santità, di quella santità eroica che ti “spara” dritto, dritto in paradiso ed è proprio per questo che accettarla quale verità è al limite dell’impossibile perchè entrare direttamente in paradiso non è certo cosa facile.

Perché? …perché due non fa tre.

Nella sofferenza dei bambini il "perchè?" si fa ancora più doloroso.

Nella sofferenza dei bambini il “perchè?” si fa ancora più doloroso.

Sono trascorsi poco meno di vent’anni da quando ho visto una bambina di otto anni morire per una malattia inguaribile, trasmessale dalla madre quand’era ancora nella sua “pancia”, e di cui lei, la bambina, non aveva certamente nessuna colpa. La madre che ne era affetta perché ex-tossicodipendente, morta, anche lei, poco tempo dopo sua figlia, scoprì di essere sieropositiva solo due mesi prima del parto. Una donna che aveva vissuto in maniera incosciente, con uno sguardo infantile e immaturo nei confronti del mondo, travolta dagli eventi della vita che l’avevano schiacciata: la donna era mia sorella e la bambina era mia nipote.

Quella bimba si è spenta poco alla volta, in un letto d’ospedale attaccata all’ossigeno e ai tubi che l’alimentavano, in una lunga agonia; ogni volta che andavo a trovarla la vedevo sempre più scheletrica, scarnificata dalla malattia che la corrodeva ma ciò che non potrò mai dimenticare è il suo sguardo, quegli occhi che spuntavano da dietro la maschera dell’ossigeno, nei quali c’era scritto, a lettere cubitali: «perché?». Come ho già scritto in altra occasione, non racconto questo episodio personale per “piangeria” o perché mi piace il palcoscenico alla Maria de Filippi ma perché è propedeutico per avere un termine di paragone con un fatto di sofferenza, analogo, che riguarda un’altra bambina di cui parleremo più avanti.

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia...

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia…

Mia nipote aveva superato da tempo il confine che separa la richiesta di aiuto, di sollievo, dalla rassegnazione che porta, inevitabilmente, con sè quella domanda che leggevo nei suoi occhi; immersa nel dolore e consapevole del suo destino, era arrivata, nonostante la sua tenera età, a chiedersi: perché? La stessa domanda che prima o poi tutti ci facciamo confrontandoci con la sofferenza. Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perché ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

Effettivamente, se ci pensate bene, è ridicolo il nostro modo di vivere indirizzato alla spasmodica ricerca della felicità in questa vita, sapendo perfettamente di doverla lasciare e che tutto ciò che noi facciamo è destinato a perire. Anche il nostro ricordo sbiadirà inesorabilmente. Sfido chiunque di voi a dimostrarmi, dati alla mano, che conosce nome e storia della sua famiglia dal trisnonno in su. Sono pochi quelli che sanno chi erano e cosa facevano – scusate l’arroganza, io sono uno di quei pochi – i propri antenati distanti meno di duecento anni che in termini storici equivalgono ad un batter di ciglia. Allora come è possibile che ricerchiamo la felicità duratura, inamovibile, qui ed ora, sapendo perfettamente di essere, invece, in una vita transitoria, evanescente, sia quella che viviamo corporalmente sia quella che vivremo nei ricordi, anche, di chi ci è consanguineo?

…aiuto: salvatemi dal dolore!

L'attentato a Giovanni Paolo II: l'inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell'anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

L’attentato a Giovanni Paolo II: l’inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell’anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

Scusate la divagazione “esistenzialista” e torniamo al nostro tema nudo e crudo: la sofferenza. Con una doverosa premessa: mi sono ispirato per questo scritto, saccheggiando a piene mani il testo, alla Lettera Apostolica di Papa Giovanni Paolo II: “Salvifici Doloris” del febbraio 1984. Che viene considerato, a buon titolo, il documento più esaustivo, dello specifico argomento, del magistero della Chiesa Cattolica proposto ai suoi fedeli ma anche a tutta l’umanità. Vorrei sottolineare come questo documento sia opera di un uomo che aveva sperimentato il dolore da giovane, con la morte della madre, e poi del padre e del fratello, ritrovandosi solo a 21 anni, e ancora la guerra e la dittatura comunista mentre da Papa, con l’attentato. Un uomo che ha chiuso il suo pellegrinaggio terreno con quell’agonia di dolore degli ultimi giorni, volutamente mostrata agli occhi del mondo quale ostensorio della sofferenza e che racchiude, a mio avviso, il vero messaggio del suo papato. Molti ricordano solo l’aspetto forte e dirompente, scenografico, di Karol Wojtyla, mentre, secondo me, il suo messaggio è proprio in quella sua lenta e prolungata “crocefissione” che si rispecchia nel titolo di questa sua Lettera, chiamando tutti a valutare la mondanità aleatoria alla luce del “salvifico dolore”.

E’ bene notare che il termine “salvifici” ha due radici: salus e facio e che il termine salus ha due significati: salute e salvezza, termine quest’ultimo che richiama l’architettura del pensiero cristiano riguardo il vero significato della nostra presenza su questa terra. Infatti, un primo aspetto che colpisce della sofferenza umana è quello di andare oltre il semplice confine della malattia fisica entrando anche nella dimensione morale del nostro essere. La medicina ha fatto passi da gigante nella cura della sofferenza fisica ma sono proprio i medici i primi a sostenere che anche il morale, cioè quella che viene chiamata laicamente la psiche del paziente, ha bisogno di sollievo per la buona riuscita di qualsiasi terapia: «…non si può, infatti, negare che le sofferenze morali abbiano anche una loro componente fisica, o somatica, e che spesso si riflettano sullo stato dell’intero organismo» (Salvifici Doloris). Questo, tra l’altro, è un indizio del fatto che l’uomo deve per forza di cose avere due dimensioni, una corporale e una non-corporale, diciamo “spirituale”, altrimenti si ridurrebbe tutto al solo dolore fisico. In questo senso possiamo dire che la forza morale, che per noi credenti è la perseveranza anche nella prova, si riversa sulla capacità di sopportare e giustificare il dolore e la sofferenza fisica.

L'ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

L’ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

Un altro aspetto della sofferenza che si può facilmente intuire è che c’è sempre una causa della sofferenza sia di quella fisica sia di quella morale: «…l’uomo soffre, allorquando sperimenta un qualsiasi male» (Salvifici Doloris), la cui intensità è diversa a secondo dell’esperienza di “male” che si subisce. Fisicamente è abbastanza ovvio che una sbucciatura al ginocchio è sicuramente meno dolorosa della frattura di un osso; mentre per quella morale o psicologica che dir si voglia, dipende dal tipo di attività psichica: tristezza, delusione, abbattimento o, addirittura, di disperazione, sviluppata dal singolo individuo ed è legata, per intensità, alla specifica sensibilità del soggetto sofferente ma anche in questo caso c’è sempre una causa legata ad un male: «…anche al centro di ciò che costituisce la forma psicologica della sofferenza si trova sempre un’esperienza del male, a causa del quale l’uomo soffre» (Salvifici Doloris). A questo punto credo sia abbastanza evidente, almeno spero lo sia anche per voi come lo è per me, che il vero interrogativo non è tanto perché soffro ma perché c’è il male che mi provoca la sofferenza, interrogativo che porta immediatamente alla necessità di capire: che cosa è il male?

Se c’è il male perché dovrebbe esserci anche Dio?

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Nella diatriba tra credenti e non credenti proprio il tema della sofferenza e del male che ne è la causa, è uno dei punti di maggior conflitto; il non credente usa proprio l’incomprensibilità del male per affermare la propria fede-atea, facendo sua la celebre sentenza di Epicuro, riportata da Lattanzio nell’opera De ira dei: «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?». Questo pensiero, che nel complesso è ragionevole, si basa però su una logica prettamente mondana, fatta, cioè, su misura per quell’illusoria mondanità di cui abbiamo parlato prima, perché esclude dall’economia della sofferenza qualsiasi possibile “risarcimento” futuro.

Già sento i soliti “noti” mormorare: «…ecco, ci siamo, ora inizia con la storiella della salvezza dell’anima ma io soffro qui, adesso, non so dopo cosa ci sia e neanche se ci sia qualcosa». Nulla da dire anche questa è un’obiezione giusta. Una delle possibili risposte davanti alla sofferenza, soprattutto alla sofferenza innocente dei bambini, è proprio quella della fuga, del rifiuto di Dio. Dostoevskij espresse chiaramente questo disagio nei Fratelli Karamazov: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza».

L’errore, anche nel caso di Dostoevskij, come in quello di Epicuro, è di cercare la risposta partendo da una negazione, quella di Dio, contestando a priori o dubitando dell’esistenza di una realtà diversa dalla mondanità che abbiamo davanti agli occhi, di ciò che possiamo vedere che, tra l’altro, è solo una piccola parte dell’esistente. Francamente penso che questa negazione nasca più per evitare di confrontarsi con la risposta cristiana al male che non per una vera e propria convinzione atea. Lasciatevelo dire da uno che ne ha viste parecchie e ne ha combinate più di Carlo in Francia: quella cristiana è la risposta più convincente che abbia mai trovato in tutta la mia vita al dilemma della sofferenza e del male. E’ la risposta che arriva direttamente dalla Parola di Dio, dalla Bibbia ed oltre ad essere esauriente è anche, sempre secondo me, decisamente logica, perché mette al centro non tanto il male quale “rappresaglia” di Dio ma il libero arbitrio dell’uomo, la sua libera scelta e dunque la responsabilità di questa scelta, invalidando così la visione negazionista di Dio quale presunto complice, o peggio, autore del male.

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

I capitoli della Genesi che riguardano la creazione chiamano in causa l’uomo e la sua libertà ed è innegabile che un’ampia porzione del male sparso nella storia ha una precisa origine umana. In quelle prime pagine della Bibbia c’è tutta la debolezza della visione atea di Epicuro e dei dubbi di Dostoevskij. Dio non ha voluto il male dell’uomo, la sua sofferenza: anzi, in quelle pagine si parla dell’armonia dell’uomo con Dio, con il suo simile, incarnato nella donna, “carne della mia stessa carne” e con le altre creature, gli animali. Sempre in quelle pagine, in antitesi a questo disegno di armonia, prende invece forma il proposito alternativo dell’uomo che decide di definire in proprio “la conoscenza del bene e del male”. Dio diventa un estraneo, relegato nel suo trascendente ed è, guarda caso, esattamente la stessa antitesi che c’è tra la visione trascendente del credente e quella illusoria mondana del non credente, centralizzata sull’io.

«La risposta cristiana ad esso (ndr: al tema della sofferenza) è diversa da quella che viene data da altre tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che l’esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi (ndr: come ad esempio nel Buddhismo). Il cristianesimo proclama l’essenziale bene dell’esistenza e il bene di ciò che esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L’uomo soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione del bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a motivo di un bene al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando « dovrebbe » aver parte nell’ordine normale delle cose a questo bene, e non l’ha» (Salvifici Doloris).

“…ma che colpa abbiamo noi!” (The Rokes – 1967)

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

E’ anche vero, però, che c’è un male che va oltre la responsabilità dell’uomo, sia questa individuale o collettiva, che trova ambito, nell’Antico Testamento, nel Libro di Giobbe, il celebre personaggio biblico che si scontra con un male assurdo, che non è frutto di sue deviazioni morali: anzi lui era uomo “giusto”, né può essere spiegato dalla tesi che gli “amici”, con cui lui discute sostengono. Questi gli obiettano, come spiegazione al suo stato di sofferenza, il giudizio divino davanti alla responsabilità peccaminosa dell’uomo, accusando Giobbe di essere comunque colpevole di qualcosa, anche se lui non ne è pienamente cosciente. Giobbe, si ribella, protesta e, alla fine, dichiara che non è sufficiente l’uomo a spiegare un certo tipo di male e così chiama in causa Dio nella spiegazione del suo “male” che supera la ragione. E Dio accetta di confrontarsi in questa sorta di processo al quale Giobbe lo ha convocato.

«Giobbe, tuttavia, contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza» (Salvifici Doloris)

Giobbe è l'uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

Giobbe è l’uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

C’è un aspetto del male che non può essere “razionalizzato”: il male grida, con tutta la sua mostruosità contro la mente razionale dell’uomo e questa sua mostruosità può diventare accecante fino al rifiuto di Dio. Ma Dio rivela a Giobbe che esiste un “progetto”, una razionalità trascendente, superiore. Giobbe che è immagine di tutti noi, è spinto verso la rivolta a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza di fronte allo “scandalo del male”, ma è spinto, dalla sua componente trascendente, anche verso la speranza. Alla fine si arrende e prorompe in quell’inno di lode, nell’ultimo capitolo del libro, a cui lo conduce la rivelazione divina, entrando in quella che per i mistici cristiani si chiama “contemplazione”. Una comprensione che va al di là della logica razionale e percettiva, per diventare conoscenza di fede: «Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t’interrogherò e tu istruiscimi. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 3b-5).

La verità, alla fine dei conti, è che non si può spiegare la sofferenza, ed in particolare quella dell’innocente, nel razionale perché non ha nulla di razionale. Analizzandola esclusivamente nella dimensione mondana rischiamo, come Epicuro o Dostojesvky, di limitarci ad incolpare Dio di questa sofferenza illudendoci così di eliminare il problema spostandolo su un altro soggetto, senza dare risposta all’interrogativo. Oppure di negare Dio per rimanere legati ad una sorta di irragionevole fatalismo ateo e nichilista. In realtà, questo incolpare Dio o addirittura negarlo, è solo una fuga davanti alla risposta che nel nostro intimo conosciamo che, se accettata, ci obbliga a confrontarci con Dio ed in particolare con il Dio cristiano, quello del peccato e della santificazione, del giudizio e della misericordia, dell’inferno e del paradiso. Mi sembra di vedere i peli dritti e la pelle d’oca dei soliti amici laicisti che digrignano i denti davanti a queste affermazioni ma ricordo loro che la fuga non è mai una soluzione resta solo un allontanamento dal problema che permane dentro di noi pronto a saltare fuori all’occasione successiva, tornando ad interrogarci.

Gira che ti rigira, sempre lì si finisce…

Isaia: ha parlato dell'enigmatica figura del "servo sofferente".

Isaia: ha parlato dell’enigmatica figura del “servo sofferente”.

Giobbe diventa consapevole di essere stato utile, con la sua sofferenza, nell’economia del disegno di Dio che è ovviamente molto più ampio rispetto a quello limitato dell’uomo. In particolare, proprio in relazione al male che viene commesso, è stato l’uomo con la sua decisione libera, anche se istigata dal demonio, a voler conoscere, illudendosi di poterlo controllare. Non è così, non è possibile perché il male è quel Mysterium Iniquitatis di cui ho parlato tempo fa, giocando in uno scritto precedente con in numeri e con la matematica. Quella descritta nel libro di Giobbe è il primo abbozzo della risposta che Dio, nel suo disegno trascendente, intende dare a quel male che affligge l’uomo. La risposta diventa quindi più evidente in quel “Servo del Signore”, annunciato nel libro di Isaia, che attraverso l’accettazione consapevole della sofferenza, del male, diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is. 53, 5).

La risposta trova realizzazione, nella pienezza dei tempi, con Gesù, cioè Dio che viene in prima persona a subire questo male per la definitiva sconfitta del male stesso, riparando a quella sconsiderata scelta dell’uomo che fece entrare il peccato e quindi il male, nella dimensione umana.

L'uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

L’uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

«Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al “mondo” per liberare l’uomo dal male, che porta in sé la definitiva ed assoluta prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola “dà” («ha dato ») indica che questa liberazione deve essere compiuta dal Figlio unigenito mediante la sua propria sofferenza. E in ciò si manifesta l’amore, l’amore infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del Padre, il quale “dà” per questo il suo Figlio. Questo è l’amore per l’uomo, l’amore per il “mondo”: è l’amore salvifico» (Salvifici Doloris)

Mi dispiace per il censore del mio filosofeggiare “rosa” ma qui si ritorna all’amore, a quella essenza divina fatta d’amore/donazione di cui ho ampiamente trattato che è la verità centrale della fede cristiana. E’ per amore che Dio s’incarna e assume in sé il nostro limite: la “carne”, così da redimerla dall’interno. In Cristo non si arriva alla giustificazione o alla comprensione dello scandalo del male secondo un metro ideologico o etico, prettamente umano; si ha, invece, la condivisione del soffrire per amore. Proprio perché Cristo non cessa di essere Dio, anche quando è nella condizione umana, assumendo il male, il dolore e la morte, lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza». L’amore divino non ci protegge “da” ogni male ma ci sostiene “in” ogni male facendocelo superare. L’esperienza del male, da noi voluta e scelta, è una prigione ma l’ingresso del Figlio di Dio in questa prigione segna una svolta, dimostra che le catene possono essere spezzate e così, pagando il riscatto del nostro peccato, ci apre un “oltre” ci fa superare il male che porta con se la morte.

L'illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

L’illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

Il colloquio con Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni, spiega esattamente ciò che ha significato nella storia dell’umanità, afflitta dalla sofferenza e dal male, la venuta di Gesù, svelandoci la sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv. 3, 17-18). Dio dà il suo Figlio unigenito, cioè se stesso, affinché l’uomo “non muoia” e il significato di questo “non muoia” viene precisato accuratamente dalle parole successive: «…ma abbia la vita eterna». L’uomo muore quando perde la vita eterna: anche di questo ho disquisito su queste pagine (la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo). Il contrario della salvezza non è la sola sofferenza temporale ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, da questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Per compiere la sua missione salvifica deve toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione di Gesù è quella di vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte e vince la morte con la sua risurrezione.

Questa obbedienza fino alla morte è il più grande atto d’amore che poteva essere fatto al Padre dal Figlio. Necessario perché solo attraverso un atto di incommensurabile e assoluto amore verso Dio si poteva sanare una ferita così profonda come quella inferta dal peccato originale che è il rifiuto primigenio di Dio. Per sanare l’odio, era necessario che l’amore rispondesse all’odio nel momento del suo estremo manifestarsi, cioè proprio su quella croce. È per questo che è venuto Dio stesso a compiere quest’atto perché nessun essere umano avrebbe potuto compiere un atto così enorme nella sua misura e nelle sue conseguenze: «…laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20).

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Ma ecco anche le note dolenti, quel “al limite dell’impossibile”, di cui ho parlato all’inizio, che rende l’accettazione totale di questa risposta al perché della sofferenza un atto che ci santifica e santifica il mondo. Cristo ha aperto la strada ma anche noi siamo chiamati a percorrere quella via a rispondere all’odio con l’amore, alla sofferenza con l’obbedienza, come direbbero i nostri amati (?) politici: “senza se e senza ma”, in totale sottomissione a ciò che la volontà di Dio nel suo disegno ha in serbo per noi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col. 1, 24).

«Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è compiuta la redenzione. E’ chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo». (Salvifici Doloris).

Due bambine, distanti nel tempo ma non solo…

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di "venerabile" e molti parlano della santità della sua breve vita.

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di “venerabile” e molti parlano della santità della sua breve vita.

Concludo riallacciandomi a mia nipote e alla sofferenza dei bambini in generale, con un richiamo ad un’altra bambina che mi sta a cuore, che l’amica Dorotea Lancellotti ha presentato, insieme ad altri, nel suo articolo sui santi bambini. Mi riferisco a Nennolina, al secolo Antonietta Meo. Sono andato varie volte sulla sua tomba nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, la sua parrocchia, a pochi passi da San Giovanni in Laterano e dalla Scala Santa. Ho un suo “santino”, preso lì, che tengo dentro la mia Bibbia, insieme ad altri. Tutte le mattine quando mi sveglio, dopo aver pregato, leggo e cerco di meditare, la Parola del giorno seguendo il lezionario della Chiesa. Però qualche volta mi capita anche di aprire a caso e leggere ciò che mi viene davanti agli occhi. Pochi giorni fa, aprendo a caso, sono “atterrato” sulla pagina dove c’è quel santino. Una foto, un ritratto di Nennolina, che ha uno sguardo fiero, dritto davanti a se che ti trapassa, con amore ma, vi garantisco, che trapassa, inesorabilmente, da parte a parte. Guardando quegli occhi mi sono ricordato dello sguardo di mia nipote dietro la maschera dell’ossigeno, uno sguardo spento dal dolore, annebbiato dalla sofferenza, confuso da quella domanda che non trovava risposta: perché?

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina è morta, tra atroci sofferenze per un tumore delle ossa (osteosarcoma), a soli sei anni e mezzo e ha lasciato alcune letterine, in parte dettate alla madre, in parte scritte da lei, che sono raccolte in un libro che ho. Sono tutte, sia quelle scritte prima di ammalarsi sia quelle scritte durante la malattia, un inno di ringraziamento al Signore. Questa bambina, nata il 15 dicembre del 1930, ebbe dalla famiglia un insegnamento e una testimonianza, profondamente cristiana: i genitori erano credenti, praticanti e impegnati anche nel terz’ordine francescano ma questo non basta a giustificare il suo modo di agire. Già a tre anni era dedita alla preghiera e “parlava” con Gesù rivolgendosi a Lui in termini molto amorevoli. A soli cinque anni le viene diagnosticata la malattia e dopo sei mesi da quella diagnosi (aprile 1936) le viene amputata la gamba sinistra, dove era iniziata la metastasi ossea. Lei continua, nonostante una protesi fastidiosa, a fare la sua vita normale e inizia anche ad andare a scuola e nell’ottobre del 1936 a cinque anni e dieci mesi, in una delle sue letterine scrive: «Gesù fammi la grazia di morire prima di commettere un peccato mortale». Intanto si prepara per la prima comunione che farà la notte di Natale del ’36 e alla successiva cresima che riceverà nel maggio del ’37. Sia l’incontro intenso con Gesù Eucarestia sia l’effusione dello Spirito Santo nella cresima la porteranno a scrivere cose molto profonde che sono state definite mistiche, nella loro semplicità. Sette giorni dopo la cresima inizia ad avere la febbre alta e la tosse e gli vengono riscontrate delle “ombre” nei polmoni, nuove metastasi che nelle settimane successive si espandono anche alla testa ad una mano e ad un piede, con cistiti dolorose e moniliasi (candida) alla bocca e alla gola. I dolori sono lancinanti e ancor più le terapie.

E’ in questo periodo, fino alla sua morte, che ha anche delle visioni che la madre cerca di sminuire ma che lei invece avverte come un aiuto di Gesù in questo calvario che sta attraversando. Quello che più mi ha colpito di questa bambina è che lei sin da piccolissima ha percepito il rapporto con Dio in maniera diretta, semplice, intuitiva. Un rapporto tutto incentrato sull’amore che da Dio proviene e che siamo chiamati a ricambiare mettendo in moto quello scambio d’amore che ci permette di vivere radicati nello Spirito Santo. Questa sua percezione era talmente forte che le ha permesso di superare la sofferenza e il dolore con la gioia nel cuore: sì, avete letto bene, con la gioia, beneficando di questa gioia anche tutti quelli che le erano vicini ed avevano rapporti con lei. Lo ripeto stiamo parlando di una bambina morta a sei anni e mezzo, il 3 luglio del 1937.

La bambina firmava "Antonietta di Gesù", segno di questa unione intima che sentiva con lui.

La bambina firmava “Antonietta di Gesù”, segno di questa unione intima che sentiva con Lui.

Prima di trascrivervi, esattamente come l’ha scritta lei, l’ultima lettera di Nennolina che da lì ad un mese sarebbe morta dopo 30 giorni di terribile agonia, vorrei segnalarvi una curiosità: Antonietta Meo fu battezzata il giorno della festa dei Santi Innocenti (ndr: i bambini uccisi da Erode nel tentativo di eliminare il Re preannunciato dalle scritture e cercato dai Magi) una sorta di presagio di ciò che sarebbe stata la sua vita:

“ 2 giugno 1937, ore 11:30 – Caro Gesù Crocifisso

Io ti voglio bene e Ti amo tanto

Io voglio stare sul calvario con te e soffro con gioia perché so di stare sul Calvario.

Caro Gesù. Io ti ringrazio che Tu mi hai mandato questa malattia perché è un mezzo per arrivare in Paradiso. Caro Gesù dì a Dio Padre che lo amo tanto anche Lui. Caro Gesù io voglio essere la Tua lampada e il tuo giglio caro Gesù, Caro Gesù dammi la forza necessaria per sopportare i dolori che ti offro per i peccatori (in questo momento fu presa dal vomito).

Caro Gesù, dì allo Spirito Santo che mi illumini d’amore e mi riempia dei suoi sette doni.

Caro Gesù dì alla Madonnina che l’amo tanto e che voglio stare insieme a Lei sul Calvario perché io voglio essere la Tua vittima d’amore caro Gesù.

Caro Gesù Ti raccomando il mio Padre Spirituale e falle tutte le grazie necessarie.

Caro Gesù Ti raccomando i miei genitori e Margherita.

Caro Gesù Ti mando tanti saluti e baci.

Antonietta di Gesù”

(sua firma autografa)

Date retta: “adda passà ‘a nuttata!”

Come dice l'Apocalisse, alla fine non ci sarà più morte né lamento.

Come dice l’Apocalisse, alla fine non ci sarà più morte né lamento.

Inspiegabile in una bambina di solo 6 anni e mezzo se non attraverso l’opera di grazia dello Spirito Santo che però devi accogliere, altrimenti ti scivola addosso come l’aria dell’asciugacapelli, invece di attraversarti come un vento caldo e benefico. La sofferenza, infatti, non può essere sublimata solo con una grazia dall’esterno ma deve essere accettata anche dall’interno, magari senza neanche cercare di comprenderla razionalmente, come ha fatto Nennolina. Tutte le sofferenze sono una sorta di crocifissioni ripetute nel tempo per continuare l’opera redentrice, in quella battaglia escatologica che passa attraverso la sofferenza di chi subisce senza bestemmiare, senza incolpare Dio di ciò che avviene. Perché siamo noi stessi con il nostro rifiuto che abbiamo scelto di vivere nella sofferenza e alla presenza della morte invece che alla presenza di Dio. Abbiamo scelto di conoscere: il bene e il male, dimenticando che già eravamo alla presenza del Bene supremo, mentre con la nostra scelta separatrice abbiamo preferito essere alla presenza del male, lontani dal bene.

Scusate, dimenticavo: il santino di Nennolina era nella terz’ultima pagina della Bibbia, quella dove inizia il capitolo 21 dell’Apocalisse, il penultimo. Dove viene descritto quale sarà il risultato finale di ciò che è venuto a fare Gesù, cioè Dio in persona, …scusate ma repetita iuvant: su questa terra e cosa hanno raggiunto tutti i martiri e i santi che lo hanno seguito per fede: «Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio, attraverso l’incarnazione del Figlio suo, ha deposto un seme di eternità e di salvezza. Credetemi, alla fine: “adda passà ‘a nuttata!”.

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Sulla Resilienza Cattolica e lo Spirito di Prontezza

La pazzia di Dio

preghiera
Pregate incessantemente e predicate la fedele Parola il più chiaramente possibile!
«Ergiti, o Dio, difendi la Tua causa!»
Quando la pazzia è sapienza
«Nessuno s’inganni. Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio; perché la sapienza di questo mondo è pazzia davanti a Dio» (1 Corinzi 3:18-19).
E’ folle ricercare l’approvazione della sapienza dell’uomo; si tratta di un obiettivo di per se incompatibile con l’integrità richiesta dalla Scrittura.
L’apostolo Paolo affrontò estesamente questo problema nella sua prima epistola ai Corinzi.
Consapevole del fatto che il inondo considera la verità biblica come i pura follia, Paolo scrisse: «La pazzia di Dio è più saggia degli uomini» (1 Corinzi 1:25).
Il solo parlare di “pazzia di Dio” è sconvolgente, ma Paolo usa questa espressione proprio per gettare luce sul conflitto che esiste tra la filosofia umana e la verità biblica.
La sapienza umana non sempre appare saggia dati punto di vista umano.
In un’epoca come la nostra, ciò che è vero può anche essere in contrasto con ciò che funziona e ciò che è giusto può anche differire profondamente da ciò che il mondo considera accettabile. Anzi, spesso è così!
Tuttavia, questo non significa che vi sia qualche difetto nel Vangelo. Piuttosto, è la deficienza della sapienza umana ad essere smascherata.

Paolo difendeva il Vangelo dall’accusa di essere inferiore alla sapienza del mondo. Non tentò mai di dimostrare l’intelletto del messaggio di Cristo, né ricercò l’apprezzamento e la stima dei cosiddetti sapienti di questo mondo.

 Riconobbe, invece, che il Vangelo è pazzia agli occhi della sapienza umana. Egli scrisse:

“Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana. Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti». Dov’è. il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella Sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati: tanto Giudèi quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, poiché la pazzia di Dio e più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, ne molti potenti, ne molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio ed è grazie a Lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore».
E io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunziarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e Lui crocifisso. Io sono stato presso di voi con debolezza, con timore e con gran tremore; la mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Corinzi 1:17; 2:5).

L’inferiorità della sapienza umana

filosofo
Ricordiamoci che Paolo si trovava a predicare in una civiltà che, ai tempi dell’imperialismo Greco, aveva avuto un passato glorioso e che adesso, sotto il governo Romano, stava godendo di un brillante risveglio culturale.
Gli antichi Greci consideravano la filosofia come la più alta delle attività, umane e attorno ad essa ruotò tutta la loro civiltà.
I colti greci consideravano la loro filosofia molto seriamente.
Alcune scuole filosofiche avevano una tendenza religiosa e spiegavano l’origine dell’uomo, la moralità, le relazioni sociali ed il destino umano, ricorrendo a miti varie loro divinità. Queste scuole filosofiche erano estremamente complesse ed influenzavano ogni rapporto sociale, economico, politico ed educativo ed erano completamente in contrasto con la verità. rivelata dalla Scrittura.
Evidentemente, ritenevano che la sapienza umana potesse aggiungere valore alla rivelazione divina, o migliorare ciò che già avevano in Cristo.
Il brano  riportato sopra, fu scritto da Paolo proprio per correggere questi credenti.
Paolo rivolse un ammonimento simile anche nell’epistola ai Colossesi: «Guardate che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vani raggiri secondo la tradizione degli uomini e gli elementi del mondo e non secondo Cristo» (Colossesi 2:8).
Ciò che gli premeva sottolineare, era che i cristiani non hanno nulla a che spartire con la sapienza umana. Essa, dal punto di vista spirituale, non può garantire niente di buono ai non credenti e non può aggiungere nulla a ciò che i credenti possiedono. La sapienza umana, infatti, non ha niente da offrire oltre alla confusione e alla divisione.
E’ importante notare come Paolo non condanni le realtà naturali o la verità razionale.
Egli non assume un atteggiamento insensato ed anti-intellettuale. Al contrario, Paolo stesso fa spesso appello alla mente dei discepoli: «Siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente» (Romani 12:2); «Rinnovati nello spirito della vostra mente» (Efesini 4:23); «Pensate alle cose di sopra» (Colossesi 3:2); «Siate ricolmi della profonda conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale» (Colossesi 1:9).
L’apostolo non era affatto anti-intellettuale!
Per Paolo, tutta la verità era oggettiva, stabilita, infallibilmente rivelata da Dio mediante la Bibbia. Per conoscere la verità occorreva studio e diligenza (2 Timoteo 2:15). Si trattava di comprensione, non di sentimento (1 Corinzi 14:14-20).
Paolo non sottovalutava l’importanza della mente.
L’apostolo non stava attaccando nemmeno la tecnologia e la scienza.
All’epoca di Paolo, proprio come oggi, la medicina, l’architettura, l’ingegneria, la matematica e le altre scienze, avevano fatto grandi passi avanti. Paolo non stava condannando nessuno di questi settori della conoscenza.
I cristiani possono e devono ringraziare Dio per tutte le benedizioni che derivano da queste scienze. Se usate in modo appropriato, cioè se non diventano base per speculare su Dio, su ciò che è giusto e sbagliato, sul bene e sul male o sul significato spirituale della vita, le vere scienze non rappresentano affatto una minaccia per la verità del Vangelo.
Ciò cui Paolo si opponeva era la sapienza umana che stava dietro alla filosofia mondana «Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?” (1 Corinzi 1:20).
Altrove, Paolo scrive: «Questo infatti, è il nostro vanto: la testimonianza della nostra coscienza di esserci comportati nel mondo, e specialmente verso di voi, con la semplicità e la sincerità di Dio, non con sapienza carnale ma con la grazia di Dio» (2 Corinzi 1:12).
Al contrario di Paolo, molti cosiddetti cristiani di oggi hanno elevato la sapienza umana, mondana e carnale, ad un ruolo che non le compete.
Troppo spesso questi cristiani, per andare dietro a queste cose, che sono incompatibili con la Bibbia e con la semplicità del Vangelo, sono stati disposti a torcere ed a rimodellare la verità divina per cercare di renderla più presentabile al mondo. In questo modo, migliaia di credenti hanno abbracciato la sapienza umana, perdendo il loro sincero attaccamento alla dottrina biblica.
Nello sforzo di perseguire questo falso obiettivo, la chiesa ha acquisito la mentalità del mondo, imitando tutte le sue mode e assumendo le sue mentalità. I cristiani che credono davvero nella Bibbia, quindi, hanno sempre dovuto sostenere una guerra spietata contro l’opinione comune degli uomini.
Questa volontà di combattere potrebbe, forse, venire meno oggi, quando un numero sempre crescente di chiese si conforma al mondo.
E’ prassi comune, fra i principali gruppi cristiani, quella di prendere a prestito dal mondo la psicologia e la metodologia.
Alcuni credono che sia sufficiente condire la Scrittura con considerazioni di ordine umano, per poter ribattezzare la sapienza mondana come sapienza “cristiana”. Paolo, al contrario, non aveva alcuna intenzione di mescolare la verità con la sapienza umana. Invece, l’attaccò frontalmente, come fosse un nemico odiato: “Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con. sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana” (1 Corinzi 1:17).
Il compito di Paolo, dunque, era quello di predicare la Parola di Dio!
Potrebbe essere opportuno, a questo punto, domandare se richiamarsi alla sapienza umana sia sempre sbagliato, anche nel contesto di un’evangelizzazione.
Se il nostro dovere è quello di raggiungere il mondo con il messaggio del Vangelo, perché non tentare di comunicarlo in modo tale da accattivare l’intelletto?
Paolo risponde a questa domanda sostenendo che un approccio del genere rende vana la croce di Cristo. Per due ragioni.
Prima di tutto, il messaggio della croce “è pazzia per quelli che periscono” (1 Corinzi 1:18). Non è possibile prescindere dal messaggio rimanendo fedeli al messaggio!
In secondo luogo, è impossibile esaltare la sapienza umana senza abbassare, allo stesso tempo, la verità di Dio.
La sapienza umana alimenta la superbia intellettuale e sociale, le concupiscenze carnali e il desiderio d’indipendenza da Dio.
La sapienza umana e il Vangelo sono due realtà costituzionalmente inconciliabili!
Secondo Paolo, se proverete ad unirle, annullerete il Vangelo e lo renderete vano!
La vera ragione per cui la gente ama la religione sofisticata e la moralità di tipo cerebrale, è che queste cose deliziano l’ego umano!
Allo stesso tempo, la sapienza mondana deride il Vangelo proprio perché questo ultimo sfida la vanità umana. Il Vangelo esige che gli uomini riconoscano il proprio peccato e la propria impotenza spirituale; li umilia, li convince e li chiama peccatori! Inoltre, presenta la salvezza come un’opera esclusiva della grazia di Dio e non come qualcosa che l’uomo possa ottenere, in qualche modo, mediante l’ausilio totale o parziale delle proprie forze.
La croce schiaccia la testa dell’orgoglio umano!

Il trionfo della sapienza di Dio

sapienza
La sapienza umana liquida la verità divina definendola “pazzia”.
Coloro che sono sapienti secondo il mondo, spesso descrivono il Vangelo ricorrendo ad espressioni come “semplicistico”, “irrilevante”, “ingenuo”, “rozzo” o anche “folle” ed è proprio così che appare ai loro occhi.
Il fatto che Cristo fu inchiodato ad un pezzo di legno su una collina lontana, in un’arida zona del mondo, duemila anni fa, come potrebbe avere una qualche rilevanza realistica per l’umanità oggi o per il nostro destino eterno?
E’ proprio vero che agli occhi di Dio la realizzazione personale, la bontà umana, la filantropia o i meriti religiosi non hanno valore?
Davvero Dio è così severo da punire i peccatori?
Siamo davvero dei peccatori così spregevoli?
Ecco come ragiona l’uomo decaduto.
Ecco perché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono.
Quando Paolo parla della “predicazione della croce”, sta certamente pensando al messaggio del Vangelo.
La croce è il centro di tutto ciò che noi crediamo e proclamiamo!
Ricordiamoci di come, prima che la gente iniziasse a fare della croce un oggetto di gioielleria e ad indossarla come ornamento, essa non fosse altro che un infame strumento di morte!
Era un mezzo di tortura per i peggiori criminali!
Cosa poteva esserci di più spregevole?
Il discorso di Paolo, tuttavia, non si limita a quella parte del messaggio che riguarda la croce, ma abbraccia tutta la verità salvifica di Dio. La croce, essendo il cuore della rivelazione di Dio, è l’oggetto principale del disprezzo umano, ma è la verità nel suo insieme ad essere considerata “pazzia” dal mondo e ad essere disprezzata dalla sapienza carnale.
Paolo aveva sfidato la sapienza umana nell’ Areòpago di Atene, proprio prima di giungere a Corinto (Atti 17:18-21).
I filosofi di Atene si fecero beffe di lui a proposito della risurrezione (Atti 17:32).
Eppure, come ben sapeva, a Corinto, città nota per il suo attaccamento alla filosofia mondana, ai piaceri terreni e agli appetiti carnali, avrebbe dovuto affrontare maggiori opposizioni.
Un esperto di marketing avrebbe suggerito a Paolo di modificare il suo approccio, di adeguare il messaggio, di non calcare troppo la mano sui punti caldi che avrebbero indispettito la gente, di parlar loro di cose più attinenti alla loro vita e ai loro interessi.
Tuttavia, l’apostolo si propose “di non sapere altro fra [loro] fuorché Gesù Cristo e Lui crocifisso” (1 Corinzi 2:2).
Non avrebbe mai modificato il suo messaggio per accontentare i Corinzi!
Di opinioni umane e di filosofia terrena ne avevano già a sufficienza, senza bisogno che Paolo ne aggiungesse ancora!
Ciò di cui i Corinzi avevano veramente bisogno, era il messaggio della croce, profondamente semplice, ma anche semplicemente profondo!
Sebbene la mente naturale trovi la croce scandalosa, “per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio”.
La croce è il culmine della sapienza divina e la prova della sua superiorità.
La sapienza di Dio è infinitamente migliore della sapienza umana sotto molti punti di vista.
La sapienza umana è effimera, la sapienza divina è eterna
“lo farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti”( Isaia 29:14).
In 1 Corinzi Paolo pone tutta una serie di domande allo scopo di ironizzare sulla sapienza umana: «Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazzia la sapienza di questo mondo?» (1 Corinzi 1:20).
In sostanza, Paolo sta chiedendo: «Dove sono quelli che hanno raffinato tanto la sapienza umana da potersi ritenere superiori a Dio?».
La sapienza umana è forse riuscita ad eliminare le guerre, la fame, il crimine, la povertà o l’immoralità?
Dove sono riusciti a condurre l’umanità gli Illuministi e gli oratori virtuosi?
La gente è forse migliore, o semplicemente più soddisfatta di se stessa e più gratificata, grazie ad essi?
La sapienza umana non ha cambiato nulla!
La vita è ancora piena di tutti quei problemi e di tutti quei dilemmi che hanno sempre afflitto l’uomo!
Le opinioni umane sono spesso contraddittorie, sempre mutevoli e, a volte, passano di moda per poi ricomparire nella generazione successiva. Avendo rigettato l’autorità divina, la sapienza “riciclata” di questo mondo non ha più alcuno scoglio al quale aggrapparsi saldamente.
La sapienza umana è debole, la sapienza divina è potente

potenza

Nei versetti 21-25, l’apostolo mette in evidenza come la sapienza mondana sia spiritualmente impotente. Essa non è in grado di migliorare la natura umana, ne di avvicinare gli uomini a Dio.

La chiesa di oggi ha un disperato bisogno di comprendere questa verità.
Tutti i filosofi, gli intellettuali, i sociologi, gli antropologi, gli psicologi, i politici e tutti gli altri sapienti messi insieme, non sono mai riusciti a trovare una soluzione al problema del peccato, né hanno mai portato l’umanità più vicina a Dio anche di un passo!
La nostra “razza”, infatti, è spiritualmente peggiore oggi di quanto non sia mai stata!
I tassi dei suicidi sono più elevati, la minaccia di una guerra nucleare, di epidemie, il livello di frustrazione, confusione, depressione e dissolutezza hanno raggiunto una vetta spaventosa.
La sapienza umana, ai nostri giorni, è fallita, proprio come tutte le filosofie dell’antica Corinto e, forse, ancor peggio!
La verità è che la sapienza e la filosofia umana peggiorano lo stato dell’uomo e non lo migliorano.
Problemi attuali come la guerra, il razzismo, l’alcolismo, il crimine, il divorzio, la tossicodipendenza e la povertà lo attestano. Tali realtà, universalmente considerate “mali”, continuano a svilupparsi e a diffondersi sempre di più, in modo sempre più grave, senza che si riesca a trovare alcun rimedio. Anzi, più il mondo si affida alla sapienza umana, più questi problemi si accentuano.
“E’ piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione”!
Questa parola enfatizza tanto il messaggio quanto il metodo che Dio ha scelto per essere lo strumento fondamentale nel salvare il peccatore: il semplice annuncio del Vangelo.
Lo strumento stabilito da Dio per la salvezza è, letteralmente, una pazzia agli occhi della sapienza umana. Eppure, è l’unico modo che abbiamo a disposizione.
«Per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio».
Coloro che rifiuteranno la sapienza umana in favore della pazzia di Dio, otterranno vita eterna.
Questa “pazzia” è la nostra sola speranza.
Il semplice Vangelo, in questo modo, provvede tutto ciò che la contorta sapienza umana ha sempre ricercato: «Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio» (1 Corinzi 3:18).
Notate come Dio non supponga nemmeno che gli uomini giungano ad una comprensione salvifica della verità, mediante il loro ingegno. No, è Lui a scegliere la pazzia della predicazione!
Questo è il Suo piano, stabilito secondo la “sapienza di Dio”.
Gli uomini non possono giungere a Dio percorrendo la via che a loro sembra migliore.
Paolo certo non incoraggiava una predicazione folle. Stava semplicemente mettendo in evidenza che la predicazione del Vangelo è pazzia per la sapienza del mondo.
Chi promuove i principi del marketing nel ministero pastorale, suggerisce che, se la gente non vuole la predicazione, allora dovremmo dare loro ciò che vogliono.
Qual era l’opinione di Paolo in proposito?
Inequivocabilmente: «I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia».
I Giudei vogliono un miracolo, perché non darglielo?
I Greci amano la filosofia, perché non presentare il Vangelo sotto forma dialettica filosofica? Dopo tutto, non fu lo stesso apostolo a dire: «Mi sono fatto ogni cosa a tutti»? Ma qui vediamo ancora una volta che, sebbene Paolo desiderasse diventare servo di tutti, non era disposto a modificare il Vangelo o ad alterare il piano stabilito da Dio per la sua predicazione. Egli non avrebbe mai appagato le preferenze della sapienza umana compiendo, platealmente, prodigi e miracoli per accontentare coloro che cercavano qualcosa di sensazionale, oppure presentando il messaggio sotto forma di confronto filosofico per piacere a coloro che avevano gusti più intellettuali!
Paolo, invece, predicò Cristo crocifisso, pietra d’inciampo per i Giudei increduli, pazzia per i Greci filosofi.
I Giudei volevano vedere la potenza, i Greci volevano ascoltare la sapienza, ma solo coloro che risposero alla pazzia della predicazione trovarono entrambe le cose: «Per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio».
Paradossalmente e tragicamente, ciò che la sapienza umana considera pazza e debole è proprio l’espressione più chiara possibile della potenza e della sapienza di Dio: «La [cosiddetta] pazzia di Dio è più saggia degli uomini, e la [presunta] debolezza di Dio è più forte degli uomini».
Paolo conosceva molto bene i membri della chiesa di Corinto. Per questo ricordò loro, che erano in pochi quelli che avevano raggiunto una buona posizione nel mondo: «Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti». Insistendo sul contrasto fra sapiente e pazzo e fra debole e forte, Paolo mette in evidenza che c’erano davvero pochi cristiani a Corinto ad essere colti, potenti, ricchi o famosi.
Di certo, quelli che lo erano, dovevano aver perso gran parte del loro prestigio sociale nel momento stesso in cui si erano convertiti.
La potenza di Dio si dimostra perfetta nella debolezza dell’ uomo (2 Corinzi 12:9).
Noi tendiamo a pensare che Dio debba usare gli intellettuali per conquistare altri intellettuali!
Il fatto è che nessuno si converte a causa dell’abilità o della profondità intellettuale!
Al contrario, quelli che hanno sondato le profondità della sapienza mondana e le hanno trovate vuote, non hanno bisogno di grandi ragionamenti per essere convinti del Vangelo.
Conosco degli accademici e dei docenti universitari che sono stati salvati dai bidelli e dalle donne delle pulizie.
Il Signore ha voluto che il Vangelo fosse tale “perché nessuno si vanti di fronte a Dio”.
La sapienza umana esalta l’uomo, la sapienza divina glorifica Dio

nullità umana
 «Ed è grazie a Lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia. santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: “Chi si vanta, si vanti nel Signore”. La salvezza è interamente opera di Dio: “In fatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio: Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera Sua”».
La sapienza umana vorrebbe escogitare una via di salvezza che dipenda, in qualche modo, dai meriti umani.
Se proprio non possono avere tutto il merito, ne potranno accumulare almeno un pò!
…ma secondo il piano di Dio nessuno di coloro che saranno salvati, potrà vantarsi!
Il motivo è che Dio compie tutto ciò di cui c’è bisogno affinché il peccatore sia salvato!
E il Signore che li sceglie, li chiama, lì attira e li rende capaci di credere!
Tutto è “opera sua”!
«Cristo Gesù…da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione»!
Dio, nella Sua volontà sovrana, ci unisce a Cristo, in modo tale che tutto ciò che Egli è diventa nostro!
Considerate la perfezione dell’opera salvifica di Dio.
Ogni tentativo di aumentare ciò che Dio ha fatto per noi, non fa altro che annullare la Sua grazia (Galati 2:21).
Ogni sforzo di aggiungere qualcosa al Suo dono perfetto, non fa altro che sminuirlo (Giacomo 1:17).
Ogni tendenza ad amplificare la sapienza divina con ragionamenti terreni, non fa altro che deturpare la sua armoniosa bellezza.
Come potremmo mai migliorare Cristo e la Sua Parola?
A differenza della sapienza umana, che esalta il peccatore, la sapienza divina glorifica Dio, Paolo scrive: «Non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la qua1e il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo» (Galati 6:14).
Non fa meraviglia il fatto che Paolo si propose di non sapere altro, fuorché Gesù Cristo crocifisso.
Perché avrebbe dovuto discutere di filosofia o di altri argomenti umani?
Tutte queste cose non hanno nulla da offrire!
Gesù Cristo, invece, il Salvatore crocifisso, risorto e redentore, offre la sola vera speranza per il mondo!
Il predicatore fedele, anzi, ogni vero discepolo, deve presentare ad un mondo incredulo Gesù Cristo come l’unica via, l’unica verità e l’unica vera vita (Giovanni 14:6).
Se cercheremo di conquistare i peccatori con l’intrattenimento, con ragionamenti brillanti, con le nostre credenziali accademiche o con la sapienza mondana, falliremo miseramente e finiremo con il perderli!
Paolo disse ai Corinzi: «La mia parola e la mia predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana, ma in dimostrazione di Spirito e di potenza, affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio».
Ricordate che Paolo era giunto a Corinto dopo essere stato picchiato ed incarcerato a Filippi, dopo aver dovuto fuggire da Tessalonica e da Berea e dopo esser stato schernito ad Atene (Atti 16:22-24; 17:10,13,14,32).
Sapeva che Corinto era una città moralmente corrotta, un centro di dissolutezza e di prostituzione. La città era la “quintessenza” dello stile di vita pagano. Paolo, forse, fu tentato di attenuare i suoi toni, di svolgere diversamente il suo ministero, di alleviare lo scandalo della croce. Tuttavia, egli afferma esplicitamene di aver determinato fermamente in se stesso di non fare niente di tutto ciò. La sua “parola e la [sua] predicazione non consistettero in discorsi persuasivi di sapienza umana”.
A lui non interessava cambiare il pensiero delle persone.
Voleva che Dio trasformasse la loro vita.
Non aveva alcun messaggio proprio da predicare.
Era stato chiamato a predicare il Vangelo e ciò rese potente il suo ministero!
Nella storia, Dio ha ripetutamente reso pazza la sapienza del mondo.
Tuttavia, la chiesa è stata più volte ammaliata dall’idea che la sapienza mondana abbia un certo valore, una sua utilità peculiare che dovremmo conoscere a fondo per avere un ministero efficace.
Paolo la pensava diversamente!
Gli uomini di Dio, nel corso dei secoli, l’hanno sempre pensata diversamente!
“La nostra fede non può fondarsi sulla sapienza umana, ma solo sulla potenza di Dio”
(1 Corinzi 2:5)
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Demoni: chi sono e cosa fanno?

Quando s’inizia a smascherare le tattiche del nemico come in questo studio  o quando le persone vogliono parlare con dei credenti e prendono un appuntamento spesso sentiranno nella loro mente messaggi come: “Non andare; lui non è in grado di aiutarti”, oppure avranno pensieri fastidiosi alla prima persona singolare come: “Non voglio andare” oppure “Ci ho provato e non ha funzionato”. Una persona ha scritto ad un missionario: “Ogni volta che tento di parlare con lei o anche al solo pensiero di parlare con lei, vado totalmente in crisi. Delle voci dentro di me gridano “No!”. Quindi vi dico che se siete interessati a questo studio non fatevi ingannare e non ascoltate quei pensieri che vi diranno: “Non continuare con questa lettura , sei stanco, guardalo la prossima volta ecc.”, perché se lo farete darete la vittoria al nemico che non vuole essere smascherato! Frasi del genere si possono trovare anche nella mente di credenti, e ciò non significa essere “indemoniati” o “pazzi”; nella mente di credenti ci possono essere pensieri scoraggianti del genere: “Non sono un credente forte!”; “Non conosco abbastanza la Bibbia”; “Sono ancora assillato da pensieri peccaminosi” oppure “Non ho molti doni spirituali”. Così invece d’essere credenti vittoriosi, produttivi e pieni di gioia, trascorreremmo faticosamente la vita sotto una nuvola cercando di resistere finché Gesù ritorna.
Per tutti coloro che non sono credenti lo scopo del diavolo è far sì che rimangano tali! Vuole nascondere più possibile l’opera di Cristo sulla croce; satana farà di tutto affinché le persone non ascoltino il VERO messaggio del Vangelo o almeno non gli diano importanza.
Lo scopo del diavolo per i credenti, invece,  è far sì che siano dei credenti carnali, che NON vivano una vita cristiana coerente, che siano sempre depressi, scoraggiati così non testimonino agli altri il Vangelo né con la vita né con le parole. Questo è ciò che satana vuol fare nella MIA e nella TUA vita! Visto che non può farci perdere la salvezza lo scopo del nemico è di abbatterci su ogni fronte! Giovanni 15:8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete mie discepoli.  Se non c’è frutto nella nostra vita, Dio non è glorificato e satana raggiunge il suo scopo!
 Sebbene satana e i suoi maligni seguaci facciano guerra in cielo, sembra che il loro sforzo principale sia quello di distruggere la fede nel mondo.

Molti credono che i demoni siano una “influenza” astratta

Spesso quando nelle chiese si parla della realtà delle tenebre, le persone rispondono: “Sì lo sappiamo che esistono i demoni e cose del genere”; ma una cosa è saperlo in teoria, tutt’altra cosa invece è trovarsi davanti a fatti del genere. Purtroppo i credenti d’oggi sono tristemente impreparati per affrontare il mondo oscuro del regno di satana, o per assistere coloro che ne sono schiavi.
La Parola di Dio invece afferma che essi sono esseri personali (Giudici 9:23; 1° Samuele 18:9-10). Per essere “persona” non è necessario possedere un corpo fisico, ma essere un’entità vivente, dotata di intelligenza, volontà, emozioni, sentimenti, desideri, capace di parlare, vedere e udire. I demoni hanno tutte queste prerogative, perciò essi sono a tutti gli effetti degli esseri personali. Essi:
  • hanno intelligenza (1° Timoteo 4:1; 1° Re 22:22-24; Atti 16:16) e una sapienza perversa, come quella di Satana. Sono in grado di formulare dottrine, per mezzo delle quali riescono a ingannare molti uomini e anche dei credenti.
  • possono vedere, parlare e udire (Marco 5:6-9): fanno sentire la loro voce attraverso la persona nella quale sono entrati.
  • hanno desideri e una volontà: “Ritornerò nella mia casa da dove sono uscito…”“E i demoni lo pregavano dicendo: `Se tu ci scacci, mandaci in quel branco di porci'” (Matteo 8:31), (Matteo 12:43-45).
  • hanno delle emozioni: “Gli spiriti immondi uscivano da molti indemoniati, mandando alte grida” (Atti 8:7), segno di forti emozioni di paura, terrore e angoscia. Un demone disse a Gesù: “Io ti scongiuro, in nome di Dio, di non tormentarmi” (Marco 5:7). Anche la sensazione del tormento è un’emozione. “Anche i demoni lo credono e tremano” (Giacomo 2:19).
  • Tra di loro esistono vari gradi di malvagità: “Allora… prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui…” (Matteo 12:45).
  • Tra di loro esistono vari gradi di potenza e di resistenza verso coloro che cercano di cacciarli: “Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera” (Marco 9:29). Non è sempre necessario pregare e digiunare a lungo per cacciare i demoni, ma soltanto quando ci si trova di fronte a una certa “specie di demoni”, quelli più forti e potenti.
Per descrivere i demoni, la Bibbia ricorre a immagini animalesche e mostruose: in Apocalisse 16:13, per esempio, si parla di “tre spiriti immondi, simili a rane”. È probabile che anche le creature descritte in Apocalisse 9:1-12 che escono dall’Abisso, guidate da un angelo decaduto chiamato Apollion, siano demoni. Esse sono chiamate “locuste” ma il loro aspetto è simile a quello di cavalli con facce umane, capelli da donna, denti come quelli del leone, corazze di ferro, ali e code come quelle degli scorpioni, ognuna con un pungiglione.
Gesù disse: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e su tutta la potenza del nemico; nulla potrà farvi del male” (Luca 10:19): “serpenti e scorpioni” qui indicano i demoni, che evidentemente somigliano nel carattere a tali animali.
I farisei e Gesù stesso chiamano Satana, capo dei demoni, “Belzebù”, che significa letteralmente “signore delle mosche” o “signore degli insetti” (Matteo 12:24,27). Ci sono infatti delle analogie tra i demoni e gli insetti, in quanto i demoni seminano disordine, impurità, malessere, malattie e morte, anche se ne ignoriamo spesso l’attività. Milioni di persone soffrono di malaria, ma per secoli ne era ignota la causa. Poi si è scoperto che questo flagello è provocato dalla puntura di una zanzara. I demoni sono come questi piccoli insetti che a volte ci pungono senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Diversi tipi di demoni e la loro opera

Alcuni pensano che tutti i demoni siano più o meno simili nel loro modo di agire, ma questo è errato. Come gli esseri umani, i demoni differiscono nelle loro capacità individuali, nelle abitudini e nella condotta, con la differenza che il loro obiettivo è sempre malvagio: essi cercano costantemente la rovina delle anime.
Per esempio, certi demoni affliggono i corpi delle persone: spiriti di mutismo, di sordità, di cecità, di epilessia… Questo tipo di spiriti non ha necessariamente il dominio sulla natura morale della persona. Altri sono orientati verso l’inganno e la seduzione. Ci sono spiriti di follia, di gelosia, di violenza, di odio, di omicidio, di autocommiserazione, di menzogna, spiriti cosiddetti “familiari” e tanti altri.
Vediamo ora quel che la Scrittura dice a proposito dei diversi tipi di spiriti.
Spiriti di mutismo, di sordità e di cecità
“Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non entrarvi più” (Marco 9:25). “Gli fu presentato un indemoniato, cieco e muto; ed egli lo sanò, di modo che il muto parlava e vedeva” (Matteo 12:22).
Uno spirito sordo paralizza il nervo acustico dell’orecchio cosí che cessa di funzionare; alcuni paralizzano anche le corde vocali, in modo che la persona è incapace di parlare. Quando lo spirito sordo e muto viene cacciato, la persona è in grado immediatamente di parlare e udire. Lo stesso accade quando è cacciato uno spirito di cecità che ha paralizzato il nervo ottico. Naturalmente, non ogni malattia agli occhi è causata da demoni.
Spiriti d’infermità
“Ecco una donna, che da diciotto anni era posseduta da uno spirito che la rendeva inferma, ed era tutta curva e assolutamente incapace di raddrizzarsi. Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: Donna, tu sei liberata dalla tua infermità… E costei, che è figlia di Abramo, e che Satana aveva tenuta legata per ben diciotto anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?” (Luca 13:11-12,16).
Spiriti di epilessia
“Uno della folla gli rispose: Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto; e quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido… Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando” (Marco 9:17-18,20).
Evidentemente lo spirito muto e sordo che Gesù scacciò era anche colpevole degli attacchi epilettici che affliggevano il fanciullo fin dall’infanzia.
Spiriti di follia, spiriti immondi (di nudismo e di esibizionismo) e spiriti di morte
“Quando egli fu sceso a terra, gli venne incontro un uomo della città: era posseduto da demoni e da molto tempo non indossava vestiti, non abitava in una casa, ma stava fra le tombe… Di continuo, notte e giorno, andava urlando fra i sepolcri e su per i monti, percuotendosi con delle pietre… Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione” (Luca 8:27; Marco 5:5,15).
In molti casi i demoni non si limitano a colpire i corpi delle persone, ma prendono il controllo delle loro menti. Quando ciò succede, ci troviamo di fronte a persone che presentano gravi segni di follia, come nel caso dell’indemoniato geraseno. Egli era abitato da una “legione” di demoni, cioè da moltissimi tipi di demoni, tra i quali c’erano certamente uno o più spiriti di follia.
Sono sicura che molti cosiddetti malati di mente ricoverati nelle case di cura o che vagabondano per le strade delle nostre città hanno piuttosto bisogno di essere liberate da demoni di follia. Ho letto la storia di una  credente finlandese (molto fragile psicologicamente e spiritualmente), che qualche anno fa fu rinchiusa nel manicomio criminale di Mantova con l’accusa (dalla quale fu in seguito scagionata) di aver ucciso il proprio figlio in circostanze misteriose.
Ella racconta che un giorno, mentre passeggiava in uno stanzone dove vagavano stralunate decine di persone, vide una donna con uno sguardo carico di odio, la quale sembrava intenzionata ad avventarsi contro di lei. La sorella in quel momento si ricordò dell’autorità che i credenti hanno in Cristo e disse in finlandese: “Nel nome di Gesù, ti ordino di allontanarti da me!” La persona che le stava di fronte, un’anziana italiana che certamente non aveva studiato lingue straniere, rispose in perfetto finlandese: “Gesù lo conosco, ma tu chi sei?”!
Dopo la liberazione operata da Gesù, il Geraseno fu visto “seduto e sano di mente”: poteva parlare e ragionare in maniera normale, senza più dare in escandescenze o farsi del male. Non era più agitato e tormentato dentro di se: aveva pace. Perciò non sentiva più l’impulso di correre e dimenarsi come aveva fatto in precedenza.
Notiamo inoltre che prima della sua liberazione “non indossava vestiti”, era completamente nudo, mentre ora è vestito. Sicuramente egli aveva degli spiriti “immondi” o “impuri” che lo spingevano a denudarsi. Io credo che molte persone che amano esibire la loro nudità o sono coinvolte con la pornografia (pornostars, spogliarelliste, attori e attrici di films erotici, nudisti, ecc.) siano in misura diversa sotto il controllo di spiriti di nudismo e di esibizionismo da cui hanno bisogno di essere liberati. Oggi masse enormi di persone vivono sotto il controllo di questo tipo di spiriti.
Il Geraseno aveva inoltre uno spirito di morte che lo costringeva a vivere nei sepolcri. Inutile dire che quando quello spirito se ne andò, perse ogni interesse per quei luoghi. Sono certamente spiriti di morte che ispirano i films d’orrore – spesso ambientati in cimiteri e pieni di cadaveri in decomposizione, morti viventi e zombies – che oggi vanno tanto di moda.
È scritto ancora che il Geraseno “era spinto dal demone nei deserti”. I demoni cercano di isolare le loro vittime, creando in loro un forte desiderio di solitudine, per poterle meglio tormentare e per impedire che siano aiutati. Non sempre però le spingono in luoghi deserti o isolati: molto spesso i demoni ispirano un forte senso interiore di isolamento e di chiusura verso il mondo esterno. Anche in una grande città, in mezzo a migliaia di persone, l’indemoniato può essere totalmente isolato. Molti barboni e vagabondi delle nostre città sono in queste desolanti condizioni.
Spiriti di suicidio 
“…e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell’acqua per farlo perire” (Marco 9:22).
Certi spiriti ispirano ossessionanti pensieri di suicidio, e credo che molti suicidi siano attribuibili proprio a tali spiriti. Anche la musica e i testi inneggianti al suicidio dei gruppi “heavy metal” e “dark”, che hanno già fatto molte vittime tra i giovani, sono sicuramente ispirati da spiriti maligni. D’altra parte, c’era da aspettarsi proprio questo da esseri malvagi, asserviti a colui che Gesù definisce “omicida fin dal principio” (Giovanni 8:44).
Spiriti di omicidio e di gelosia 
“Cosí Saul da quel giorno in poi guardò Davide con gelosia. Il giorno dopo un cattivo spirito, da parte di Dio, s’impossessò di Saul che si comportava come un pazzo in mezzo alla casa. Mentre Davide suonava l’arpa come gli altri giorni, Saul aveva in mano la lancia, e la scagliò dicendo: `Inchioderò Davide al muro!’. Ma Davide schivò il colpo per due volte. Saul aveva paura di Davide perché l’Eterno era con lui, mentre si era ritirato da Saul” (1° Samuele 18:9-12).
Quando il cuore umano è dominato da peccati come la gelosia e l’odio, la porta è aperta a demoni di omicidio. Prima dell’episodio sopra citato, il demone non aveva ancora una forte presa su Saul: quando Davide suonava i canti dell’Eterno, lo spirito cattivo si allontanava e il re si sentiva risollevato (1° Samuele 16:14-23). Ma successivamente, quando Davide divenne popolare in Israele dopo l’uccisione di Golia, Saul divenne tremendamente geloso. Uno spirito omicida entrò in lui cosí che tentò di uccidere Davide. In seguito Saul tentò addirittura di uccidere il proprio figlio Gionathan (1° Samuele 20:30-33).
Senza ombra di dubbio moltissimi omicidi – specialmente quelli compiuti da maniaci pluriomicidi come Ted Bundy (condannato a morte per aver violentato torturato e ucciso più di trenta ragazze) e Jeffrey Dahmer (colpevole di aver violentato, torturato e ucciso 17 ragazzi e di averne mangiato alcune parti dei cadaveri) – sono stati ispirati da demoni di omicidio.
Spiriti di menzogna e di seduzione
“L’Eterno disse: `Chi sedurrà Achab perché salga e perisca a Ramoth di Galaad?’ … Uno spirito si presentò davanti all’Eterno e disse: `Lo sedurrò io… sarò spirito di menzogna in bocca a tutti i suoi profeti’… Perciò ecco, l’Eterno ha posto uno spirito di menzogna in bocca a tutti questi tuoi profeti; ma l’Eterno pronuncia sciagura contro di te”(1° Re 22:20-23).
Tutti gli spiriti maligni sono bugiardi, ma alcuni sono specializzati in questo. Il profeta Micaiah ebbe una visione che gli permise di riconoscere che i profeti del malvagio re Achab erano ispirati da uno spirito di menzogna e non dallo Spirito Santo. Ma perché Dio mandò uno spirito di menzogna in bocca ai profeti per sedurre Achab? A quelli che, come lui, “non hanno aperto il cuore all’amore della verità per essere salvati, Dio manda una potenza d’errore perché credano alla menzogna; affinché tutti quelli che non hanno creduto alla verità ma si sono compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati” (2° Tessalonicesi 2:10-12). Dio aveva deciso di far morire quel re malvagio durante una battaglia, ma per raggiungere questo scopo egli doveva credere che avrebbe avuto la vittoria. Perciò Dio mandò uno spirito bugiardo che ingannasse i profeti nei quali egli confidava.
“Lo Spirito dice esplicitamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine di demoni” (1° Timoteo 4:1). Gli spiriti seduttori sono demoni che ideano false dottrine con lo scopo di portare i credenti a rinnegare la fede. Paolo ne fa due esempi nel v.3: dice che uomini ispirati da demoni “vieteranno il matrimonio” e “ordineranno di astenersi da [certi] cibi”. Come sappiamo, ci sono alcune chiese che vietano ai loro ministri di sposarsi, il che li porta spesso a cadere nell’immoralità e in varie deviazioni e perversioni. Altri gruppi insegnano che è un peccato mangiare la carne, obbligando i loro adepti a seguire una dieta vegetariana. Di costoro Paolo dice che “hanno l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza” (2° Timoteo 3:5).
Una caratteristica degli ultimi tempi e il pullulare di dottrine propagate da falsi profeti e falsi dottori, guidati da spiriti seduttori (Matteo 24:5,11,24; 2° Pietro 2). È saggio dunque tener sempre presente il consiglio di Gesù: “Guardate che nessuno vi seduca!” (Matteo 24:4), poiché sta scritto che “sedurranno molti” (24:11).
Gli spiriti seduttori sono molto intelligenti. Sono stati in grado di dar vita a tutte le religioni esistenti, con la sola esclusione di quella ebraica e del cristianesimo, che hanno avuto origine in Dio stesso. E credo personalmente che tali spiriti, facendo leva sulle differenze dottrinali, provocano anche molte delle divisioni tra i credenti.
Spiriti che compiono miracoli, guarigioni, segni e prodigi bugiardi
“E vidi… tre spiriti immondi, simili a rane. Essi sono spiriti di demoni capaci di compiere miracoli” (Apocalisse 16:13-14). “La venuta di quell’empio avrà luogo, per l’azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d’inganno e d’iniquità” (2° Tessalonicesi 7:9-10).
Non tutti i miracoli sono di origine divina. Anche Satana e i suoi demoni possono produrli per mezzo di maghi, guaritori, falsi profeti, satanisti, spiritisti, santoni e tanti altri. Quando Mosè fece cadere sull’Egitto le dieci piaghe, i maghi d’Egitto, grazie alla potenza di Satana e dei demoni, furono in grado di produrre gli stessi fenomeni: “I maghi d’Egitto fecero la stessa cosa con le loro arti occulte” (Esodo 7:22, 8:7), anche se non riuscirono a produrre tutte le dieci piaghe ma soltanto le prime due, mentre furono colpiti loro stessi dalle altre (Esodo 8:18; 9:11).
Mediante invocazioni, formule e riti, il mago mette in moto dei demoni che compiono miracoli, segni e prodigi bugiardi per ingannare le persone e allontanarle da Dio. Poco prima del ritorno di Cristo ci sarà un uomo che farà grandi prodigi, riuscendo cosí a sedurre gli abitanti della terra, portandoli ad adorare l’Anticristo (Apocalisse 13:11-15).
Nelle chiese sataniste ci sono manifestazioni apparentemente simili a quelle che avvengono nelle chiese cristiane: miracoli, guarigioni, profezie, parole di conoscenza, parlare in altre lingue; addirittura si “cacciano” i demoni. La differenza fondamentale è nella loro origine. Quelli dei satanisti non sono doni “dello Spirito” ma “degli spiriti” demoniaci.
Quel che ho detto può far sorgere una domanda legittima: Se i satanisti e i cosiddetti “maghi bianchi” – quelli che pretendono di togliere il malocchio e le fatture – “cacciano” i demoni, allora “Satana scaccia Satana, egli è diviso contro se stesso; come dunque potrà sussistere il suo regno?” (Matteo 12:26).
Satana non scaccia Satana. Se un demone (più debole) viene allontanato da una persona, è soltanto per far posto a un demone più forte. Chi si rivolge ai maghi o ai satanisti per risolvere i propri problemi cade ancora più fortemente sotto l’autorità dei demoni: si stabiliscono dei profondi legami spirituali che consentono loro di controllare la vita del malcapitato. In un primo tempo può anche sperimentare un senso di sollievo e di liberazione, ma poi il tormento interiore ritorna e diventa sempre più forte; possono insorgere disturbi e malattie strane e altri fenomeni di cui parlerò in seguito.
In numerosi brani della Bibbia, Dio vieta nella maniera più assoluta di rivolgersi a maghi, medium, guaritori, indovini, cartomanti, ecceteraNon avrai altri dèi davanti a me” (Esodo 20:3). Infatti rivolgersi ai maghi equivale a chiedere aiuto a Satana e ai demoni e ad adorarli, e chi lo fa “si contamina” (Levitico 19:31) e “si prostituisce” (Levitico 20:6). Chiunque, consciamente o inconsciamente, pecca in questo modo cade sotto l’autorità dei demoni e viene legato spiritualmente. (Deuteronomio 18:9-14; Levitico 19:26-31; Isaia 8:19-22). Coloro che disubbidiscono a questo divieto trasgrediscono il primo comandamento:
Spiriti di idolatria
  • “Essi non offriranno più i loro sacrifici ai demoni, dietro i quali essi si sono prostituiti” (Levitico 17:7).
  • “Hanno sacrificato ai demoni che non sono Dio, a dèi che non avevano conosciuto” (Deuteronomio 32:17).
  • “Si mescolarono fra le nazioni e impararono le loro opere; servirono i loro idoli… sacrificarono i loro figli e le loro figlie ai demoni, e sparsero il sangue innocente dei loro figli e delle loro figlie, che sacrificarono agli idoli di Canaan” (Salmo 106:35-39).
  • “Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa? Tutt’altro; io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demoni e non a Dio; or io non voglio che abbiate comunione con i demoni” (1° Corinzi 10:19-20).
Da questi brani risulta chiaro che dietro agli idoli ci sono i demoni. Quando i popoli pagani adoravano Horus, Moloch, Baal, Astarte, Zeus, Diana ecc., in realtà adoravano i demoni e a loro sacrificavano i loro figli. Ecco perché Dio comandò il completo sterminio delle popolazioni che abitavano la terra di Canaan (Deuteronomio 7:1-5) e la distruzione degli altari, dei templi, delle immagini e delle sculture utilizzate per il culto di quegli dèi.
La storia d’Israele è la storia di una lotta continua tra l’adorazione di Jahweh, l’unico vero Dio, e l’idolatria. La caduta di Satana fu provocata, oltre che dall’orgoglio, dal desiderio di essere adorato, e anche i demoni hanno lo stesso desiderio.
Sono anche assetati di sangue: desiderano ardentemente i sacrifici umani. Qualche anno fa vidi in TV un’intervista a un ex-sacerdote satanista americano, il quale fece l’agghiacciante affermazione  che negli USA ogni anno vengono sacrificate migliaia di persone prese dalla strada – prostitute, omosessuali, bambini lasciati soli, ragazzi fuggiti di casa, barboni, ecc. – i cui corpi sono poi fatti sparire tramite potenti inceneritori.
In India e in altri paesi orientali l’idolatria è fortissima, e per mezzo di essa milioni di persone sono tenute schiave dei demoni. Persino le mucche vengono adorate perché considerate sacre. In alcuni villaggi dell’India ci sono dei templi dedicati al “dio topo” nei quali vengono protetti e cibati migliaia di topi “sacri”. Anche il cobra, un rettile che uccide ogni anno circa 20.000 Indiani, viene adorato. Gli uomini ingannati dai demoni fanno cose assolutamente folli!
Il problema dell’idolatria, e quindi dell’adorazione dei demoni, resterà fino al ritorno di Cristo. Invano Dio tenterà di portare gli uomini al ravvedimento, colpendoli con i suoi giudizi: “Il resto degli uomini… non si ravvidero dalle opere delle loro mani, non cessarono di adorare i demoni e gli idoli… che non possono né vedere, né udire, né camminare” (Apocalisse 9:20).
Spiriti di divinazione 

“Mentre andavamo al luogo di preghiera, incontrammo una serva posseduta da uno spirito di divinazione. Facendo l’indovina, essa procurava molto guadagno ai suoi padroni” (Atti 16:16).

Già nel Vecchio Testamento, Dio aveva vietato la pratica della divinazione e di altre arti occulte (Deuteronomio 18:10), perché coloro che le praticano finiscono sotto il controllo dei demoni. “Non praticherete alcun genere di divinazione o di magia” (Levitico 19:26).
Come ci sono vari generi di magia (bianca, nera, rossa ecc.), cosí ci sono vari generi di divinazione: quello molto antico che si fa utilizzando le viscere degli animali; quelli più moderni che utilizzano i fondi del caffè, le carte, i tarocchi, la sfera di cristallo, il pendolino o semplicemente leggendo la mano. Gli indovini, mediante questi strumenti e grazie agli spiriti di divinazione, possono indovinare dei fatti che sono accaduti nel passato o le cose intime e segrete della persona che li ha interpellati e predire con esattezza certi eventi che devono accadere.
I demoni sono intorno a noi, anche se non li vediamo; ci tengono d’occhio e conoscono molti nostri segreti personali, che comunicano poi agli indovini. Per quel che riguarda le azzeccate previsioni del futuro, ciò è possibile perché sono i demoni stessi a far accadere le cose predette. La “fede” nella predizione da parte della persona che l’ha ricevuta fa il resto.

Spiriti “familiari” o che imitano i defunti

“Non si trovi in mezzo a te… né un medium che consulta spiriti… né chi evoca i morti” (Deuteronomio 18:11). “Non rivolgetevi ai medium e ai maghi; non consultateli, per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono L’Eterno, il vostro Dio” (Levitico 19:31).

Gli spiriti evocati durante le sedute spiritiche dai medium e dagli spiritisti non sono quelli dei defunti, ma demoni che li imitano. I medium parlano con una voce simile a quella della persona defunta e spesso rivelano particolari della sua vita o di quella dei parenti che nessun altro poteva conoscere. Come già detto, i demoni ci osservano, ci ascoltano e dopo la nostra morte possono imitarci per ingannare i vivi e tenerli legati a loro.
Gli spiriti dei defunti non possono presentarsi ai vivi quando vengono evocati: non è concesso loro di uscire dal luoghi in cui si trovano dopo la morte fisica: o nell’Ades/Inferno o in Paradiso con il Signore, in attesa del giudizio finale (Luca 16:19-31; 2° Corinzi 5:8; Apocalisse 6:9-11). L’unica eccezione si trova in 1° Samuele 28, dove Samuele si presenta a Saul dopo essere stato evocato dalla medium di En-Dor. Questo fatto sembra che si sia verificato per una straordinaria permissione divina, ma non si è mai più ripetuto. Fu un’eccezione assoluta, per il Vecchio Testamento, mentre poi da Cristo Gesù in poi le cose sono cambiate, perchè lo spirito dei figli di Dio torna al Padre ( Apocalisse 7,9 ).
Espressioni bibliche per descrivere l’attività demoniaca in una persona
Nel Nuovo Testamento vengono usate tre espressioni per indicare che una persona è tormentata, influenzata o controllata da un demone:
  • “Avere un demonio”. “Nella sinagoga si trovava un uomo che aveva uno spirito di demonio impuro” (Luca 4:33). “Gli venne incontro un uomo della città: aveva dei demoni” (Luca 8:27 lett.). Leggete anche Giovanni 7:20; 8:48; 8:52; 10:20).
  • “Avere uno spirito maligno” o “immondo”. “In quel momento si trovava nella loro sinagoga un uomo che aveva uno spirito immondo” (Marco 1:23 lett.). “Una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo… venne e gli si gettò ai piedi”“Uno della folla gli rispose: Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto” (Marco 9:17). “Avere un demone” o “uno spirito” significa essere sotto la sua influenza, ma non necessariamente in maniera totale o continua. Lo spirito si manifesta di tanto in tanto e tormenta la persona nella quale è entrato: “…Quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra” (Marco 9:18); “…a fatica si allontana da lui, dopo averlo straziato” (Luca 9:39) (Marco 7:25). . Gli indemoniati vivono periodi di relativa tranquillità, intervallati da crisi più o meno intense; poi tornano a essere calmi, tanto da far pensare che i demoni si siano allontanati… ma non è cosí. Sono ancora lí, in attesa di manifestarsi un’altra volta per riaffermare la loro influenza sulle vittime.
  • “Essere indemoniato”. “La sua fama si sparse per tutta la Siria; e gli presentarono tutti i malati, colpiti da varie infermità e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarí” (Matteo 4:24). “Poi, venuta la sera, gli presentarono molti indemoniati…” (Matteo 8:16). Questa terza espressione, la più importante, viene usata 13 volte nel Nuovo Testamento. Traduce il verbo greco daimonizomai, che significa “essere sotto l’influenza di un demone” o “essere abitato da un demone”. La demonizzazione è l’ultimo e il più grave stadio dell’attività demoniaca contro una persona perché comporta la presenza permanente di uno o più demoni nel suo corpo. Molte versioni lo traducono erroneamente con “essere posseduto”, ma questa espressione non ne rende bene il significato perché implica che la persona posseduta “appartenga” a un altro, cioè che uno o più demoni la controllino completamente.
    Consideriamo invece questi brani: “Mentre quei ciechi uscivano, gli fu presentato un uomo muto e indemoniato” (Matteo 9:32). “Allora gli fu presentato un indemoniato, cieco e muto; ed egli lo sanò, di modo che il cieco e muto parlava e vedeva” (Matteo 12:22). L’unico modo in cui il demonio influenzava i due uomini era di renderli entrambi muti e uno anche cieco. Quando il demone fu cacciato da Gesù, essi ritrovarono la parola e il secondo anche la vista. Sarebbe errato affermare che essi erano “posseduti” solo perché alcuni loro organi erano sotto il controllo dei demoni. Leggete anche Matteo 15:22; Marco 1:32; 5:15-18; Luca8:36,Giovanni10:21.
La morte e la risurrezione di Gesù trionfarono sui principati e sulle potenze del regno delle tenebre e li disarmarono. (Colossesi 2:15). Grazie alla croce, satana è un nemico sconfitto e non ha alcuna autorità su coloro che sono in Cristo. Affermare la verità della vittoria di Cristo e della sconfitta di satana, è il passo fondamentale per combattere con successo i tentativi del nemico di intimidirci e assalirci. Nella morte e risurrezione di Cristo ogni credente è vivificato con Lui ed è ora seduto con Lui nei luoghi celesti. Per resistere al diavolo, dobbiamo capire e fare nostra la posizione e l’autorità che abbiamo in Cristo. La libertà è la nostra eredità di cristiani. È nostra responsabilità esercitare autorità e resistere al diavolo. Dalla tua posizione in Cristo, devi resistere al diavolo, rinunciare e partecipare ai suoi progetti malvagi, confessare il peccato e perdonare chi ti ha offeso.
UNA COSA DEVE ESSERE CHIARA: SATANA NON FORZA NESSUNO, QUELLO CHE LUI FA E’ ATTIRARTI E FARE SI’ CHE TU VADA A LUI DI TUA VOLONTA’. Questa è la ragione per cui la Bibbia dice:

“Resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi” (Giacomo 4:7)

“fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo;  affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore; ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo”
(Efesini 4:13-15)
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La depressione….se si vuole si può uscirne

depressioneDEPRESSIONE …COS’E’?

Sono stata incoraggiata a trattare questo argomento, perché la depressione è forse la malattia più diffusa ai giorni nostri e, perchè credo, avendone avuto conferma in prima persona ,che se si crede veramente, si possa uscirne perfettamente. Parlo di “malattia”, perché la depressione è sì uno stato mentale, ma produce tutta una serie di patologie a livello fisico, quali l’emicrania, la gastrite, l’ulcera duodenale, l’asma, le allergie, l’orticaria, ecc… Per questa ragione, i medici affrontano la depressione, il più delle volte con degli psicofarmaci, perché non vanno solo a curare la causa mentale, ma tentano anche di risolvere le patologie correlate. Anche se gli psicofarmaci danno un certo sollievo, non riescono tuttavia a risolvere la causa più profonda, quella che nasce da un problema esistenziale o spirituale.
Può la depressione essere affrontata anche da un punto di vista cristiano, cioè andando a risolvere i problemi psicologici e spirituali che l’hanno generata? Molti sono convinti di sì, benché talvolta sia necessario appoggiare il proprio lavoro spirituale con delle cure mediche (nei casi in cui la depressione è profonda e duratura).

disturbiAndiamo innanzitutto a considerare l’etimologia della parola: il termine “depressione”  viene dal latino “depressio” che indica uno stato di abbattimento, di infossamento, di avvallamento. Se immaginiamo che la nostra vita sia una linea retta in piano o meglio in salita, la depressione ci porta a scendere, ad inoltrarsi in un infossamento, in una buca, dalla quale è molto difficile risalire. Quando cadiamo in una buca profonda è indispensabile che qualcuno ci tenda un mano, opponendo una forza nella direzione opposta a quella della terra. Solo così possiamo uscire dalla buca! Anche nel caso della depressione psicologica, è quasi impossibile per un uomo/una donna uscire autonomamente da questo stato di abbattimento; un intervento dall’esterno, sia nella persona di un curatore d’anime, o di uno psicologo, sono importanti per risalire la china ed uscire dallo stato di tristezza e prostrazione causato dal dolore.

Il dato allarmante sulla depressione arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanità: entro il 2020 la depressione sarà la patologia che per invalidità occuperà in tutto il mondo il secondo posto subito dopo le malattie cardiovascolari. Un’onda nera che rischia di avvolgerci tutti se non si deciderà di affrontarla in modo corretto e possibilmente fuori dalle pressioni del marketing delle case farmaceutiche che spesso si limitano a proporre antidepressivi come unica soluzione di tutti i mali. Non basta, insomma, una pillola per cambiare le cose. Non è un’esagerazione, quindi, affermare che la depressione è una delle malattie più diffuse al mondo.

La depressione è una condizione di “rallentamento” delle funzioni legate all’umore, che in questo caso diviene basso, triste, irritabile, spento (appunto “depresso”). I pensieri si fanno ripetitivi, monotoni e privi di novità o di creatività, di solito dominati da preoccupazioni. La visione del futuro è pessimistica, e evitare le difficoltà per rimanere a galla appare più importante che non tentare nuove strade per avere successo. Ci si sente poco capaci, non destinati a grandi cose, decaduti, ottusi. Le altre persone sembrano poter dare nel migliore dei casi conforto e sicurezza, ma nessun entusiasmo. Si hanno sentimenti di colpa, specialmente se prima della depressione c’era stata una fase di euforia, intraprendenza e impulsività.

C’è difficoltà di concentrazione, lentezza nel ragionare, fastidio nel dover portare a termine compiti intellettuali, fatica nel compiere quelli fisici. Il sonno è disturbato, e l’appetito si riduce. Il risveglio è tipicamente il momento più angoscioso, mentre alla sera vi può essere sollievo al pensiero che la giornata è finita, e dormendo si evita di pensare. Il piacere nelle cose di tutti i giorni o nelle attività preferite è perso. Al culmine del disturbo si arriva a perdere anche la speranza che le cose possano volgere la meglio, e si può pensare a suicidarsi.

Certo, spesso si abusa di questo termine, definendo depressione anche quella che depressione non è. Tuttavia il problema esiste e non va considerato in maniera superficiale. Tutt’altro. La depressione è una patologia dagli effetti devastanti. Comporta un vero e proprio “mal di vivere” e il malessere interiore spesso si traduce in un vero e proprio malessere fisico.

Mi sento stanco e svogliato
– Sono privo di energia
– Mi sento triste ed infelice più del solito
– Le cose che prima mi piacevano non mi piacciono più, ho perso ogni interesse
– Faccio fatica a concentrarmi
– Dormo troppo
– Dormo poco
– Mangio troppo
– Mangio poco
– Ho perso ogni interesse sessuale
– Non riesco a decidere
– Mi manca la fiducia in me stesso
– La vita non mi interessa più

– Voglio morire

Ogni anno, mediamente, dieci persone su cento si ammalano di depressione. Si ritiene che ne soffra circa il 15% della popolazione. Colpisce in particolare le donne, infatti il medici affermano che le donne sono afflitte maggiormente dalla depressione rispetto agli uomini per il 20% in più, ma ne può essere affetto chiunque e a qualunque età. L’adolescenza è foriera di depressione, ma lo sono anche la gravidanza o la menopausa e la vecchiaia: generalmente gli squilibri ormonali hanno una parte importante di colpa negli stati depressivi. Infatti molte donne sperimentano che durante il ciclo mestruale sono afflitte da instabilità emotiva, angoscia improvvisa e tristezza (questo stato viene riconosciuto come “sindrome premestruale”).  

Il costo della sofferenza in chi soffre di un disturbo depressivo è altissimo.

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I disturbi depressivi interferiscono col normale funzionamento nei vari ambiti di vita e causano dolore e sofferenza non solo in chi soffre, ma anche alle persone che sono intorno a loro. Depressioni gravi possono distruggere la vita di tutta la famiglia. La depressione è una malattia che coinvolge il corpo, l’umore e i pensieri. Influenza i sentimenti che la persona prova verso se stesso e il modo di vedere le cose.
Non si tratta di una tristezza passeggera e neanche di un segno di debolezza o di una condizione che può essere superata con la volontà. Chi soffre di depressione non riesce a “tirarsi su da solo” e stare meglio. Molte sono le cause scatenanti della depressione , può essere lo stress sul lavoro, a casa o a scuola. Persone con bassa autostima, le quali vedono costantemente se stessi e il mondo con pessimismo o sono già in condizioni di stress permanente, tendono alla depressione.

Inoltre, una grave perdita, difficoltà relazionali e problemi finanziari o qualsiasi cambiamento stressante nelle abitudini di vita possono scatenare un nuovo episodio depressivo. La depressione, però, può insorgere anche in seguito ad un leggero stress o in apparenza senza alcun motivo. Le persone che soffrono di depressione sono afflitte da un’invincibile tristezza e non riescono più a provare interesse per gli altri o per se stessi. Niente li attrae e niente li gratifica, neppure ciò che prima li entusiasmava. Sopraffatte da pensieri tenebrosi, si chiudono sempre più in se stessi, scivolando nell’apatia e nell’inedia. Generalmente trascorrono gran parte delle giornate sul proprio letto, senza però trovare un reale riposo. Ne consegue una condizione di affaticamento che spesso si traduce in un una ridotta capacità di concentrazione e in marcato rallentamento motorio oppure, in un evidente stato di agitazione e di irritabilità.
LE CAUSE Diverse possono essere le cause e le concause che determinano la “sindrome da depressione”. Di solito concorrono più fattori di ordine sociale e psicologico. Ne risulta comunque un profondo disagio interiore, che affonda le sue radici nel terreno delle relazioni interpersonali, soprattutto familiari e lavorative. Si comincia col manifestare una certa insofferenza verso l’ambiente nel quale si vive e si finisce poi con il detestare tutto e tutti, finanche la propria vita, e si finisce con lo svalutarsi e il colpevolizzarsi. Si prova un senso di impotenza e di inadeguatezza di fronte alla vita che appare come una condanna, un fardello troppo pesante da sopportare.Trascinati dal vortice del proprio malessere, in casi estremi, si può giungere a guardare al suicidio come ad un definitivo atto liberatorio. La carenza di informazione sul tema contribuisce a far sì che chi si sente depresso trovi nell’ambiente circostante, dopo un sostegno iniziale, un atteggiamento per lo più valutativo. Gli sforzi con cui in genere l’ambiente cerca di “scuotere” la persona dal proprio torpore rischiano purtroppo di ingenerare un effetto “boomerang”: piuttosto che sollecitarla ad agire, ne alimentano i sensi di colpa e la feroce autocritica. È difficile, però,  affrontare la depressione da soli, anzi è umanamente impossibile. Nei casi più drammatici, quando c’è il rischio di suicidio o di isolamento totale dalla realtà, sarebbe bene affrontarla con l’aiuto di medici specializzati, ed anche (come ultima istanza) con il ricorso agli psicofarmaci. I farmaci non risolvono il problema di fondo, ma possono aiutare nel risollevare il malato dal suo stato di prostrazione profonda, per permettere l’intervento di una persona competente e spiritualmente preparata. Al contrario, l’uso di psicofarmaci ai primi sintomi della depressione, può diventare un inganno che conduce il cristiano alla dipendenza, quando invece dovrebbe essere aiutato ad affrontarla con il dialogo cristiano e la cura d’anima. Bisogna assolutamente ricordare che l’uso di psicofarmaci produce sempre degli effetti collaterali devastanti, perché fa diminuire fortemente la capacità di reazione, e disturba fortemente la personalità.
Una cura con gli psicofarmaci che si protrae nel tempo lascerà sicuramente delle tracce nell’anima, che difficilmente potranno essere cancellate. Per questa ragione, penso che il cristiano/a debba fare ricorso al sostegno farmaceutico solo nei casi gravissimi!!!!

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL 

luceUn noto psichiatra italiano ha definito la depressione “un tunnel dal quale è difficile uscirne”. La definizione è certamente corretta, ma forse non pone a sufficienza l’accento sul fatto che non si tratta di un tunnel dal quale sia impossibile uscire definitivamente. Le difficoltà che si incontrano nell’affrontare questo genere di problemi sembrano a volte insormontabili e le soluzioni offerte dagli specialisti sociologi, psicologi o psichiatri che siano, sono tante e diverse fra loro. Da parte nostra, come cristiani “nati di nuovo”, possiamo dichiarare con assoluta certezza di conoscere la Persona in grado di risolverli in modo definitivo e radicale: Cristo Gesù, Colui che può ogni cosa.

E io, più di molti altri, posso affermare, in tutta sincerità, che questa è verità, visto che sono qui a scrivere per voi, pur essendo passata per tutti gli stadi peggiori della depressione e quando ogni piccolo male appariva insormontabile, quando non avevo più la gioia di vivere, quando il mio desiderio era solo quello di cessare di vivere, ecco che Dio ha steso la sua mano su di me, ha iniziato ad intervenire nella mia vita guarendo il mio cuore, e  ogni cosa è passata! Io sono guarita del tutto  e questo lo ha constatato stupefatto anche il dottore dal quale ero in cura. Bisogna, infine, però,  aggiungere che esistono delle depressioni cliniche  che non dipendono da questi fattori esterni all’uomo; esistono casi di depressione dovuti a squilibri chimici del nostro cervello che non possono essere risolte semplicemente con un approccio psicologico o spirituale,  in questi casi   esse devono  essere anche curate con farmaci adeguati.

Dio però può guarire questo tipo di depressione, così come guarisce l’uomo da altre malattie,  per questo voglio incoraggiare chiunque dovesse trovarsi come mi trovavo io, fino a qualche mese fa, a riporre tutta la propria fiducia in Dio, Lui solo può dove gli altri non possono, Lui solo può raggiungere le profondità del tuo cuore, dove nessuno può arrivare, dove nessun medico può leggere. Con questa breve testimonianza voglio che tutta la gloria vada a Colui che ha operato questo miracolo nella mia vita!
Ancora oggi, infatti, Egli non esita a chiedere a chi soffre:”Cosa vuoi che Io ti faccia?” (Marco 10:51). Si aspetta soltanto una esplicita dimostrazione di fiducia. La Sua pace e il Suo riposo sono ineguagliabili: “Venite a Me, voi tutti che siete travagliati e aggravati, ed Io vi darò riposo. Prendete su di voi il Mio giogo e imparate da Me, perché Io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo per le vostre anime. Perché il Mio giogo è dolce e il mio peso è leggero” (Matteo 11:28-30).

LA SOLUZIONE

Il depresso non ha pace, cerca pace, desidera realizzare pace. A volte trangugia farmaci che lo aiutino a dormire, a dimenticare, ma al risveglio, il suo cuore continua ad essere vuoto, la sua mente offuscata. Come liberarsi dall’opprimente peso di un’esistenza che appare priva di significato?
Gesù è la soluzione: “Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti” (Giovanni 14:27).

Anche ai credenti può capitare di essere assaliti dall’inquietudine e dallo scoraggiamento. Non a caso la Bibbia narra di personaggi che provarono un profondo turbamento interiore. Il profeta Elia è uno di questi. In una particolare circostanza, le forze gli vennero meno fino al punto da desiderare di morire: “S’inoltrò nel deserto una giornata di cammino, andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia vita, o Signore, poiché io non valgo più dei miei padri!». Poi si coricò, e si addormentò sotto la ginestra” (I Re 19:3-5).

Ma Dio stesso si preoccupò di fargli riacquistare sia le forze fisiche che quelle spirituali. Per ben due volte l’Angelo dell’Eterno, manifestazione del Figlio di Dio, gli provvide del cibo in modo che potesse raggiungere Oreb, il monte su cui incontrò Dio stesso (cfr. I Re 19:5-8).

Profondo fu anche lo scoraggiamento che assalì Mosè a causa del comportamento del popolo: “Io non posso, da solo, portare tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. Se mi vuoi trattare così, uccidimi, ti prego; uccidimi” (Numeri 11:15). Tuttavia Mosè continuò a guidare il popolo d’Israele per altri 38 anni nel deserto. E’ una dimostrazione del fatto che lo scoraggiamento non è necessariamente fatale.
Infatti, a proposito di Mosè, la Bibbia dichiara: “Mosè fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato” (Ebrei 3:5). Dio è sempre pronto a dare la serenità e le forze necessarie per proseguire il cammino e per continuare ad essere usati da Lui.

Allo stesso modo, Dio vuole prendersi cura di te

gioia

Forse sei in un profondo stato di depressione, ti senti solo, incompreso, trascurato, dimenticato. “Getta sull’Eterno il tuo peso ed Egli ti sosterrà” (Salmo 55:22). “Qualora mio padre e mia madre m’abbandonino, il Signore mi accoglierà” (Salmo 27:10). Puoi contare sull’Amore eterno ed immutabile di Dio: “Anche se i monti si allontanassero e i colli fossero rimossi, l’amore mio non si allontanerà da te, né il mio patto di pace sarà rimosso” dice il Signore, che ha pietà dite” (Isaia 54:10). Rivolgiti a Dio con tutto il tuo cuore, leggi la Bibbia che è la Parola di Dio, per comprendere e realizzare che Dio è al tuo fianco, che si interessa a te e che è pronto a risolvere ogni tuo problema. Scriveva il salmista:
Egli è pronto ad accoglierti fra le Sue braccia eterne e all’ombra delle Sue ali troverai rifugio. Allora anche tu potrai dire: “Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano. In pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare al sicuro” (Salmo 4:7,8).

Oggi voglio dire a tanti che si mostrano indifferenti a Dio, anche se ogni cosa e tutti ti deludono in questa vita, Dio non ti deluderà mai. Se ti affidi a Lui con fiducia, Lui porterà i tuoi pesi e sosterrà la tua vita sul palmo della Sua mano. Il primo e più importante passo per vincere la depressione è la fede in Gesù Cristo come  Salvatore ma specialmente come tuo Salvatore personale. Con tutto il rispetto dovuto alle capacità della vostra mente e della vostra volontà, non riuscirete mai ad evitare la depressione senza l’aiuto di Dio. Uno dei tragici errori della psicologia moderna, che propone vari metodi per sviluppare e migliorare la personalità umana, consiste nella presunzione che l’uomo non abbia bisogno di Dio per non cadere vittima della depressione. Eppure Gesù Cristo ha detto: “Senza di me non potete fare nulla” (Giovanni 15:5), e quindi se volete che la vostra vittoria sulla depressione sia definitiva, dovete cominciare con chiedere a Gesù  di aiutarvi, ma credendo profondamente che possa farlo Se avete fede quanto un granel di senape, direte a questo monte: “spostati da qui a là” ed esso si sposterà; e niente vi sarà impossibile” (Matteo 17:20).

Fate come me e accettate senza porvi domande la gioia che vi viene dall’accettare tutte le vostre debolezze, senza più condannarvi, come Lui ha fatto, andate con tutto il vostro cuore verso Gesù e chiedetegli aiuto,  Lui  vi ascolterà, così anche voi potrete dire come me “Sono guarito!”
 “Ho pazientemente aspettato il SIGNORE, ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Egli ha messo nella mia bocca un nuovo cantico a lode del nostro Dio. Molti vedranno questo e temeranno, e confideranno nel SIGNORE.”
(Salmo 40:1-3)

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Cinque passi per una nuova vita

lampada magicaTantissime persone coltivano nel proprio intimo desideri mai espressi, sognano di diventare qualcuno; si augurano di trovare la lampada magica per poter esprimere finalmente quel desiderio che hanno sempre sperato si avverasse.
Un giorno, un uomo, una persona comune, di fronte alla manifestazione straordinaria di una liberazione divina in favore dell’apostolo Paolo e di Sila, imprigionati per la fede, esclamò con grande spontaneità – dopo aver cercato di togliersi la vita – “cosa devo fare per essere salvato?”. Gli apostoli risposero prontamente: “Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua casa”. Non c’è risposta migliore alle necessità dell’uomo, anche quelle più impellenti. Quel carceriere invocò il perdono di Dio, fu battezzato e festeggiò nella sua casa insieme a Paolo, Sila e quanti alti per aver creduto in Gesù (cfr Atti 16).
Io spero che questo sia il desiderio di altri, quello, cioè, di essere salvati.
Di fronte alla prospettiva di una vita che non ha più senso:
– di fronte alle situazioni che precipitano e ci sfuggono di mano,
– di fronte ad un domani incerto,
– di fronte ad un’eterna di separazione da Dio.
..abbiamo bisogno di essere salvati! Le persone presenti al Tempio di Gerusalemme il giorno della Pentecoste chiesero: “Che cosa dobbiamo fare per essere salvati?”. Anche in quella circostanza la risposta fu immediata, pronta, risolutiva. Per bocca di Pietro, fu risposto:

“Ravvedetevi, e ciascun di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo” (Atti 2:31).
Ma che cosa significa? Per rispondere dobbiamo esaminare cinque importanti verità bibliche che rappresentano, idealmente, cinque passi da compiere verso il cielo…..
camminarePasso dopo passo…
PASSO n. 1:
Riconoscersi peccatori
Non saresti disposto ad accettare la salvezza se non fossi cosciente del tuo stato di perdizione. Allo stesso modo di come non andresti dal medico se non fossi malato. Non invocheresti l’aiuto di nessuno se tu non stessi affogando. Non puoi realizzare il bisogno che hai del Salvatore fintanto che non ti rendi conto della tua condizione di peccatore.

La Bibbia dice:
“Tutti hanno peccato e sono privi della gloria dì Dio (Romani 3:23).
Se “tutti” hanno peccato, allora tu sei incluso in questa lista. Infatti, la Parola di Dio dichiara: “Non c’è nessun giusto, neppure uno” (Romani 3.10).
Se non c’e alcun giusto, allora anche tu non sei giusto e quindi sei un peccatore. Dio afferma ancora:
“Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via… (Isaia 53:6).
Molti hanno un opinione fin troppo elevata dell’uomo, ma il peccato ha guastato la posizione di comunione con Dio che ognuno di noi aveva, ed i segni della degenerazione umana sono evidenti nell’umanità.
Dio vuole aiutarti, sei disposto a riconoscerti peccatore?……….
PASSO n. 2:
Ammettere che non si può meritare la salvezza
Dobbiamo, poi, riconoscere che non possiamo ottenere salvezza senza l’aiuto di Dio. Alcuni pensano che il battesimo possa salvare, altri credono che sia la religione a salvare l’uomo, altri ancora pensano di essere salvati perché il loro nome è scritto in qualche registro di chiesa o, addirittura, perché assolvono a tutti gli impegni religiosi. Non possiamo essere salvati neppure vivendo una vita irreprensibile e ubbidendo ai comandamenti.
Non sono le buone opere a salvare l’uomo, non possiamo ritenerci degni di meritarci il cielo neppure se fossimo le persone più integerrime del mondo. Le nostre buone opere o i nostri meriti sono come un abito sudicio, un panno sporco in confronto all’assoluta purezza e alla santità di Dio, dinanzi al Quale dovremo un giorno comparire.
La Parola di Dio afferma:
“Egli ci ha salvati non per opere giuste che noi avessimo fatto ma secondo la sua misericordia, mediante il lavacro della rigenerazione e si rinnovamento dello Spirito Santo” (Tito 3:5).
Questo è ciò che il Signore afferma nella Sua Parola. Egli non vuole punirci con il Suo giusto giudizio, piuttosto, come dice la Bibbia, rivelarci:
“L’immensa ricchezza della sua grazia, nella benignità che Egli ha avuta per noi in Cristo Gesù… Non è in virtù d’opere, affinché nessuno si glori (Efesini 2:6- 8).
Non sono quindi le opere, i meriti, i nostri sforzi a salvarci…
“Poiché e per grazia che voi siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio” (Efesini 2:8).
Il dono di Dio.. è la vita eterna in Cristo Gesù, non certo pe mezzo nostro! Se fossimo stati in grado di ottenere la salvezza da soli, la morte di Cristo sarebbe stata la più grande atrocità della storia. Non avremmo avuto bisogno del sacrificio vicario del Signore Gesù.
Noi non siamo in grado di salvarci da soli, ecco perché Dio ha mandato Cristo, Egli è venuto a morire sulla croce al posto nostro e ci ha offerto la salvezza eterna:
“Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato”(Giovanni 3:16-18).
Sei disposto ad ammettere umilmente che i tuoi sforzi, i tuoi presunti meriti, le tue opere non possono salvarti? Se è così, allora stai compiendo i passi giusti, sei sulla strada giusta.
Ma consideriamo insieme il prossimo passo da compiere, altrettanto importante, altrettanto fondamentale……….
PASSO n. 3:
Riconoscere che Gesù ha portato anche i nostri peccati
Cristo Croce“L’Eterno ha fatto cadere su lui l’iniquità di noi tutti” (Isaia 53:6).
E questo è avvenuto duemila anni fa sulla croce del Calvario.
“Egli stesso (Gesù) ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le cui lividure siete stati sanati” (I Pietro 2:24).
La punizione per il peccatore è la morte:
“L’anima che pecca è quella che morrà” (Ezechiele 18:20).
Il salario del peccato è la morte, la separazione eterna da Dio, ma il Signore è morto al posto nostro, si è fatto peccato per noi ed ha sperimentato sulla croce quella separazione dal Padre che Lo ha spinto a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Gesù è morto per noi e Dio ha abbattuto la barriera del peccato, quella barriera che separava l’uomo dal suo Creatore:
“All’ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabaetanì? il che, interpretato, vuoi dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? E alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Ecco, chiama Elia! E uno di loro corse, e inzuppata d’aceto una spugna, e postala in cima ad una canna, gli diè da bere dicendo: Aspettate, vediamo se Elia viene a trarlo giù. E Gesù, gettato un gran grido, rendé lo spirito. E la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. E il centurione ch’era quivi presente dirimpetto a Gesù, avendolo veduto spirare a quel modo, disse: Veramente, quest’uomo era Figliuol di Dio!” (Marco 15:34-39).
Veramente quell’uomo era il Figlio di Dio… la cortina del Tempio si squarciò in due dall’alto verso il basso, significando in questo modo la possibilità per l’uomo separato dal proprio Creatore di accedere a Dio, di riconciliarsi con Lui. Questo perché Gesù ha preso su di Sé i nostri peccati.
PASSO n. 4:
Credere che soltanto Gesù può salvare
“Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati” (Matteo 1:21).
Dio si è fatto uomo in Cristo Gesù per salvarci, è venuto Egli stesso fino a noi, si è fatto come uno di noi, si è identificato appieno con l’umanità:
“Non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente “, anzi, “umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce” (Filippesi 2:6,8).
Egli stesso ci ha provveduto la vita eterna e nessun altro, infatti la Scrittura afferma:
“In nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati” (Atti 4:12).
Nessun altro nome:
Maometto, Confucio, Budda, Mosè…
Nessun `altra religione:
Cattolico Romana, Protestante, Ebrea, Ortodossa…
Nessun altro uomo:
Pastore evangelico, sacerdote cattolico, rabbino ebreo…
Nessuna opera:
Riti, cerimonie, liturgie, pellegrinaggi, opere meritorie…
Ogni sistema di dottrine, ogni filosofia umana, ogni opera buona… tutto e tutti sono insufficienti, inadeguati, incapaci di salvare l’uomo peccatore. Soltanto Gesù può salvare:
“Io sono la via, la verità e la vita: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6).
La Parola di Dio lo rende estremamente chiaro, nessun altro può salvare l’uomo se non Cristo Gesù: “Perché il Figliuol dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 19:10).

Non dobbiamo affidarci agli uomini, non dobbiamo confidare in una religione, non dobbiamo appoggiarci su un sistema di dottrine, dobbiamo credere in Cristo, morto sulla croce per i nostri peccati, risorto per la nostra giustificazione, vivente per operare anche in te.
PASSO n. 5:
Ricevere Gesù Cristo come nostro personale Salvatore
Possiamo rifiutare o ricevere Gesù nella nostra vita. Il Vangelo di Giovanni così dichiara:
“A tutti quelli che lo hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio; a quelli, cioè, che credono nel suo nome” (1:12).
Gesù è venuto nel mondo, ma i Suoi non Lo hanno accolto, anzi è stato rifiutato, allontanato, condannato… Ma chi ha accolto Gesù, come per esempio il pubblicano, Zaccheo, è stato salvato ed è divenuto figlio di Dio.

“Io sto alla porta e busso… se uno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui…” (Apocalisse. 3:20).
Gesù è venuto a cercare anche te, sta bussando alla porta del tuo cuore, non resistere alla Sua dolce pressione, permettiGli di entrare nella tua vita, di renderti una nuova creatura, di trasformare completamente la tua esistenza.

Cosa farai? Dirai a te stesso: “Ci penserà domani”, oppure farai tue le parole del Signore che ci ricorda: “Oggi è il giorno accettevole, oggi è il giorno della salvezza” (II Corinzi 6:2). Se desideri accettare Gesù come tuo personale Salvatore, eleva a Dio una semplice preghiera, con parole tue; sia l’espressione sincera e sentita del tuo cuore, una vera invocazione, poiché: “Chiunque avrà invocato il nome del Signore, sarà salvato” (Romani 10:13). Questa è una promessa per te e se il tuo desiderio è quello di realizzarla, sappi che Gesù non caccia via nessuno di coloro che vanno a Lui.

Rifletti  ora, non perdere tempo, non sai quando Lui potrà tornare, e se tornasse ora, il tuo tempo non sarebbe più accettevole per te…pensa se ti dicessero di avere un male incurabile, ti affideresti con fiducia a dei medici e accetteresti tutto quello che ti direbbero di fare, eppure servirebbe, magari, solo a prolungarti di un pò di tempo la tua vita materiale. Invece Gesù si propone come medico della tua anima e ti offre una vita che nessuno potrà toglierti mai più, quella eterna, perchè allora, non ti affidi a Lui con tutto te stesso e fai di questo momento il tuo tempo accettevole?
 
“poiché egli dice: T’ho esaudito nel tempo accettevole, e t’ho soccorso nel giorno della salvezza. Eccolo ora il tempo accettevole; eccolo ora il giorno della salvezza!”
(2 Corinzi 6,2)

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Vincere il senso di colpa

colpaCome vincere i sensi di colpa
Spesso i credenti provano strani sensi di colpa. Ci si sente come oppressi dal giudizio di Dio e si continua a provare vergogna per quanto commesso in passato, anche dopo aver confessato i propri peccati e chiesto perdono alle persone che avevano offeso.  In realtà quei sentimenti sono un inganno, una trappola di Satana per renderci infelici e per annullare ai nostri occhi la grandezza del sacrificio di Cristo e l’effetto della croce nella nostra vita. Sappiamo che il diavolo è padre della menzogna, che è il grande accusatore dei fratelli e che si diverte ad ingannarci per renderci inefficaci e inoffensivi. Lui sa che il senso di colpa ci avvolge nella vergogna, ci impedisce di tornare a Dio, di sentirci “degni” di stare alla Sua presenza e di ricorrere alla purificazione del sangue di Cristo.
L’apostolo Paolo diceva: “Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi è colui che li condannerà? Cristo è colui che è morto, e inoltre è anche risuscitato; egli è alla destra di Dio, ed anche intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Romani 8:33-35).
Il senso di colpa quindi non ha senso di esistere nel cuore del credente: se abbiamo accettato Cristo come Salvatore e Signore delle nostre vite, non possiamo continuare a credere alle bugie del nostro avversario. Dio ha detto: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana” (Isaia 1:18).
E ancora: “Egli avrà nuovamente compassione di noi, calpesterà le nostre iniquità. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati” (Michea 7:19). La Parola di Dio non può mentire: Dio dimentica i nostri peccati, quando noi li confessiamo a Lui, chiedendo la purificazione del sangue di Cristo. “Io, proprio io, sono colui che per amore di me stesso cancello le tue trasgressioni e non ricorderò più i tuoi peccati” (Isaia 43:25).
 
prigioneUn famoso teologo del secolo scorso ha scritto che: “L’uomo è l’essere che è capace di diventare colpevole e capace di spiegare la sua colpevolezza”. Volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, il senso di colpa ci accompagna molto spesso lungo tutto l’arco della vita, scandendone i momenti più significativi. Provare rimorso è una caratteristica umana, che si acquisisce prevalentemente attraverso le relazioni interpersonali, caratterizzanti la vita di ciascuno fin dalla nascita. Da questo punto di vista il senso di colpa potrebbe essere inteso come un “male sociale”. L’esperienza del senso di colpa è collegata a modi comportamentali vietati e nasce in genere quando vengono compiuti tali atti; in realtà possiamo parlare di senso di colpa vero e proprio, come elemento disturbante e patologico, solo quando esso compare indipendentemente dalla minaccia immediata di una punizione esterna. Una delle tante ipotesi avanzate dagli psicologi riguarda lo squilibrio tra il proprio benessere e la sofferenza altrui. Secondo tale ipotesi, in altri termini, il senso di colpa nascerebbe allorquando si ritiene di aver avuto molto più degli altri, magari anche senza averlo meritato veramente. È quello che capita ai compagni di studio che si sottopongono allo stesso esame con esiti diversi: quello a cui è andato bene si sente irrazionalmente in colpa nei confronti dell’amico. Un esempio più drammatico potrebbe essere quello di chi sopravvive a un incidente in cui è scomparsa una persona cara e può conseguentemente sviluppare un lacerante senso di colpa, per il semplice fatto di essere rimasto vivo. Si parla in questo caso di senso di colpa “eterodiretto”, cioè nei riguardi del mondo esterno. Esiste anche un senso di colpa “autodiretto”, ovvero nei confronti di se stessi. Secondo tale prospettiva, il malessere nascerebbe dall’incongruenza tra un’immagine ideale di sé (socialmente desiderabile, integerrima, impeccabile, sempre all’altezza della situazione) e l’immagine reale che ciascuno possiede della propria persona. Questo succede a chi pretende molto da sé, per cui mantiene un atteggiamento di autocritica e di austerità: è l’eco delle critiche vissute in famiglia, da parte di genitori che si aspettavano successi dai figli e che reagivano con asprezza alle ineludibili delusioni. Tale senso di colpa è certamente l’esperienza più drammatica, in quanto condizionante, per l’equilibrio della persona. Inoltre il senso di colpa è, sempre secondo gli studiosi, all’origine delle nevrosi; produce, infatti, una condizione di impasse che presto si traduce nell’incapacità stessa di decidere e di agire in vista della realizzazione di un obiettivo, determinando in tal modo tristezza e frustrazione. Il dolore così diventa un buon rimedio alla sensazione di colpevolezza: attraverso la sofferenza si cerca di espiare la colpa commessa, non riuscendo a vivere il presente con maturità e consapevolezza. Il senso di colpa produce lentamente uno stato costante di insoddisfazione e infelicità tale da procurare danni al sistema immunitario, causando vere e proprie malattie organiche.
 
ALLA LUCE DELLA BIBBIA 
Nella Bibbia non troviamo mai riportata l’espressione “senso di colpa”, si parla piuttosto di colpa o di peccato. Dalla Scrittura deduciamo però che il senso di colpa si origina con la caduta dell’uomo nel peccato. Adamo ed Eva trasgredirono la legge divina ed immediatamente avvertirono il senso di colpa, nascondendosi dalla presenza del Signore: “La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Poi udirono la voce di Dio il Signore, il quale camminava nel giardino sul far della sera; e l’uomo e sua moglie si nascosero dalla presenza di Dio il Signore fra gli alberi del giardino. Dio il Signore chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto»”(Genesi 3:6-8). 
Da quel momento in poi ogni uomo sulla terra avrebbe dovuto fare i conti con la triste realtà del peccato e con il conseguente senso di colpa che ne deriva. Il popolo di Israele in seguito alle numerose trasgressioni e disubbidienze al volere divino arrivò ad affermare: “Signore, Dio d’Israele, tu sei giusto, e perciò oggi noi siamo ridotti a un residuo di scampati. Eccoci davanti a te a riconoscere la nostra colpa; poiché per essa, noi non potremmo resistere in tua presenza” (Esdra 9:15). I fratelli di Giuseppe furono anch’essi colpiti dal senso di colpa allorquando si trovarono di fronte a colui che avevano venduto senza pietà a degli stranieri (cfr. Genesi42:21). Il senso di colpa li portò perfino a temere per la propria vita, non riuscendo a far proprio il perdono accordato loro da Giuseppe: “I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: «Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?» Perciò mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre, prima di morire, diede quest’ordine: “Dite così a Giuseppe: Perdona ora ai tuoi fratelli il loro misfatto e il loro peccato; perché ti hanno fatto del male”. Ti prego, perdona dunque ora il misfatto dei servi del Dio di tuo padre!» Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse. I suoi fratelli vennero anch’essi, si inchinarono ai suoi piedi e dissero: «Ecco, siamo tuoi servi». Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso»” (Genesi 50:15-20).
VITTORIA SUL SENSO DI COLPA
Analizzando la Scrittura, ci appare chiaro che il senso di colpa è ben diverso da quello comunemente inteso. Sì, perché esso è il prodotto dell’opera dello Spirito Santo nel cuore dell’uomo (cfr. Giovanni16:9-11). Tale senso di colpa dopo aver causato quella “tristezza secondo Dio”, ci porta in un momento successivo a quel “ravvedimento che porta alla salvezza, del quale non c’è mai da pentirsi” (II Corinzi 7:10). È scritto di Giuda che “non trovò luogo a pentimento” ed il senso di colpevolezza lo spinse al suicidio. Questo nefasto sentimento può ucciderci nello spirito e nel corpo, ma il sacrificio espiatorio di Gesù Cristo il Signore è l’unico rimedio alla nostra colpevolezza. Egli solo “ha offerto se stesso puro d’ogni colpa a Dio” (Ebrei 9:14). Pilato poté ben dire di Gesù: “Non trovo colpa alcuna in quest’uomo” (Luca 23:4). Noi cristiani non disperiamo di fronte alle nostre debolezze, né riteniamo che la soluzione al problema sia dentro di noi. La Parola di Dio ci esorta ad andare al Padre per avere una coscienza pulita e nettata dal sangue prezioso di Gesù Cristo il Signore. Alcuni cristiani cadono vittime delle astuzie del nemico, l’accusatore dei fratelli ed anche se Dio, in Cristo, li ha perdonati, continuano ad essere schiacciati dal senso di colpa. Non riescono a realizzare ed a vivere pienamente il perdono di Dio nella loro vita, andando a “pescare” quei peccati del passato che Dio ha perdonato e dimenticato. Il famoso predicatore londinese Charles Spurgeon disse: “Dio ha preso i nostri peccati, li ha gettati in fondo al mare e ha messo un cartello con su scritto: divieto di pesca”.
Altri, invece, non vivono una vita cristiana vittoriosa ed esuberante, perché magari si sono traviati e non riescono a perdonare se stessi come Dio, invece, li ha perdonati. Necessita allora esercitare fede nella Parola di Dio dove si legge che “il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato” (I Giovanni1:7); è altresì scritto che: “se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo il Giusto” (I Giovanni2:1).
Conclusione 
Quando il nemico, dopo averci spinto a peccare o dopo averci indotto in tentazione, ci mostra dinanzi tutti i nostri sbagli e ci paralizza rendendoci incapaci di proseguire il cammino intrapreso, non scoraggiamoci, piuttosto afferriamo la mano del Signore: essa ci rialzerà e ci permetterà di proseguire umilmente sul nostro sentiero, avendo imparato a non confidare in noi stessi, ma in Dio e nel suo Figliuolo che ha detto: “Senza di me non potete fare nulla”. Se abbiamo peccato, ravvediamoci; e se il Signore ci ha perdonati, gioiamo riconoscenti per il grande amore che Egli ci ha manifestato nel suo Figliolo Gesù. Se il nemico ci accusa ingiustamente o se il nostro cuore ci condanna, ricordiamoci che: “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (I Giovanni 3:20). 
Il Signore vuole che siamo liberi e che non viviamo oppressi da alcun sentimento negativo; questi sentimenti ci portano sempre ad essere agitati, insicuri, tristi, cupi, nervosi, perché il nostro cuore ci condanna e non abbiamo perdonato noi stessi.
Il segreto della libertà è semplice: quando siamo sicuri di aver confessato le nostre colpe, dobbiamo credere che la Parola di Dio è vera, che il Signore ha cancellato per sempre i nostri peccati e che li ha dimenticati. Perché allora dovremmo continuare a ricordarli?
Il figlio di Dio che non perdona se stesso è come se avesse vinto una battaglia, per grazia di Dio, e fosse convinto di averla persa, perché crede ai suggerimenti bugiardi del suo avversario. Ma se ha costantemente davanti a lui la croce di Cristo e se rimira la bellezza del Salvatore, che ha donato la Sua vita per pagare il prezzo del suo riscatto, non può credere alle bugie del diavolo.
portaGesù si compiace a perdonare; è ricco in bontà e misericordia, lento all’ira ed è sempre pronto a farci sentire il Suo grande amore. Liberiamoci dunque di questa zavorra che ci impedisce di correre con Lui sul sentiero della vittoria!
Se crediamo alla Sua Parola, se ci appoggiamo fermamente sulle sue promesse, non possiamo più credere alle menzogne di Satana: allora saremo pronti ad esprimere la grande gioia di appartenere a Cristo, ci impegneremo nella testimonianza e porteremo un grande frutto nell’eternità.
Un uomo o una donna che sanno di essere liberi dalla colpa sono dei figli di Dio felici, liberi, efficaci, zelanti nell’opera del Signore
SCEGLI LA LIBERTA’!“Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati”

(Romani 8:37)

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Un sicuro rifugio

” Il SIGNORE è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Il SIGNORE è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura?” (Salmo 27,1)
Questo salmo ci parla di un luogo dove Davide, desiderava potersi rifugiare per scampare ai nemici, alle angosce, in effetti, il termine rifugio significa: “Luogo di scampo, luogo di riposo o di protezione” e nel suo caso questo luogo era la “casa dell’Eterno”.
Meditando su questo significato, però, non ho potuto fare a meno di pensare alla morte, o meglio a coloro che, braccati dai loro inseguitori: problemi: “Malattie, tradimenti, ingiustizie, oppressioni”, alla fine stanchi, esausti, depressi e delusi, per assurdo cercano rifugio (scampo, riposo e protezione), nella morte.Casi limite, potrà dire qualcuno, ma sempre più frequenti, e ci danno la misura del dolore e della sofferenza, che alcune persone vivono intimamente, angosce così insopportabili da indurre a cercare scampo nell’oblio della morte, pensando di trovare finalmente la pace.
Non voglio esprimere facili giudizi nei confronti di nessuno, specialmente di coloro che soffrono, ma prestiamo attenzione perché anche in questo caso la Parola di Dio c’insegna qualche cosa, essa, non afferma che tutti i morti saranno per forza beati, ma solo coloro che durante la loro vita hanno accettato Gesù Cristo come loro Signore e ne hanno fatto il loro rifugio e il loro Salvatore, “Beati coloro che muoiono nel Signore!”.
Vi sono anche persone che però non arrivano all’estremo limite del ricercare nella morte un luogo di scampo, ma si rifugiano a volte nell’alcool, nella droga, e chissà quante altre cose, lecite e meno lecite l’uomo è capace di inventare o di escogitare, illudendosi di scampare alle avversità, al peso delle responsabilità, alle sofferenze, l’anima stanca reclama e grida: “Ho bisogno di un rifugio!”   

I Rifugi umani

” Guai a quelli che scendono in Egitto in cerca di soccorso, e s’appoggian su cavalli; e confidano nei carri perché son numerosi; e ne’ cavalieri, perché molto potenti, ma non guardano al Santo d’Israele, e non cercano l’Eterno! “(Isaia 31:1)
La vita d’ogni giorno ci mette di fronte ad una vasta gamma di problemi, con i quali dobbiamo inevitabilmente confrontarci, le avversità, malattie, problemi di lavoro, sofferenze spirituali, nascono ansie e paure a volte incontrollabili, ci troviamo a ripetere le parole del Salmo 55:5-7, e quando ci troviamo in queste condizioni, quale rifugio ricerchiamo? Spesso questo rifugio è formato solo ed esclusivamente di risorse umane:
  • La nostra buona volontà

E’ il tipico atteggiamento di chi ha molta fiducia in se stesso. Sono coloro che cercano di reagire con le proprie forze, s’inventano mille soluzioni, stringono eroicamente i denti, alla fine stanchi anche loro a volte sono costretti a cedere.
  • L’aiuto del prossimo
Mi riferisco a coloro che avendo perso la fiducia in se stessi si rivolgono sempre agli altri, cercano rifugio nell’amico, nel fratello nella sorella, sperano di trovare forza e convinzione per vincere i loro problemi nelle capacità e nei consigli d’altri uomini.
  • L’autocommiserazione
Anche il vittimismo, chiudersi in se stessi avvolti nei propri pensieri, schiacciati dal peso dei problemi, può a volte diventare un rifugio, c’isoliamo, cerchiamo di proteggerci, per difenderci dal pericolo di dover affrontare l’ennesima, umiliante battaglia.
  • La religione
Nella sofferenza, ci si sente spinti a cercare un contatto con Dio, per trovare le forze la consolazione, ma il più delle volte si parte dal presupposto di ciò che noi dobbiamo fare per Dio, al posto di credere che Dio vuole fare qualche cosa per noi. Il rifugio allora diventa: cerimonie, difficili quanto inutili pratiche religiose, sacrifici e fioretti. Nel migliore dei casi nasce l’eroica convinzione che più sopportiamo le sofferenze, maggiore sarà la probabilità di entrare in contatto con Dio, e forse un giorno nel regno dei cieli.
Dio non gradisce simili atteggiamenti, e ci mette in guardia dal confidare nelle nostre risorse, che inevitabilmente risulteranno essere “rifugi” inefficaci. Il re Ezechia, consapevole di dover affrontare un nemico potente, prima di rivolgersi a Dio, cercò aiuto alleandosi con l’Egitto, ma al momento della difficoltà quest’alleanza si rivelò essere Una canna rotta che penetra la mano di chi vi si appoggia, e gliela fora.”(II Re 18:19-21). Nella Sacra Scrittura il Signore condanna con fermezza questo tipo di comportamento, (cfr.Isaia 31:1).
  • Le false teorie sul rifugiarsi in Dio 
Se le risorse dell’uomo non sono un rifugio sicuro, perché allora non rivolgersi a Dio? Molti lo fanno a causa dei loro problemi, spinti dall’ urgente necessità, ma presto si arrendono perché non ottengono ciò che vogliono, si arrabbiano con Dio e ritornano a disperarsi, ma il problema non è in Dio, ma in coloro che hanno frainteso il significato e lo scopo del rifugiarsi in Dio, in modo particolare su due punti:

  • Credere che Dio ci liberi dalle conseguenze dei nostri peccati e delle nostre scelte sbagliate

Non possiamo assolutamente pensare che Dio ci possa proteggere, liberare, se da parte nostra continuiamo a vivere nella disubbidienza e nel peccato. Il peccato di per se stesso genera sempre delle conseguenze spiacevoli, consideriamo invece il fatto che ubbidire saggiamente alla Parola di Dio ci può aiutare a scampare da determinati problemi, preoccupazioni e ansie, (cfr.Efesini 6:1-9), quello che ci viene proposto in questi versetti lo possiamo fare, è la nostra parte di responsabilità, ed è garanzia di serenità e prosperità spirituale, ci sono però delle battaglie che potremo vincere solo ed esclusivamente con l’aiuto e la protezione di Dio, Del rimanente, fortificatevi nel Signore..”( Efesini 6:10).
  • Pensare che il cammino di un cristiano sia privo di problemi

“Rifugiarsi in Dio”, non equivale all’avere stipulato una polizza assicurativa, il fatto che Dio ci possa proteggere, che veglia su di noi, non significa però, che non sperimenteremo più la malattia, la sofferenza, che non dovremo più incontrare difficoltà e problemi, Dio non ha creato una razza nuova di super uomini, ma ha fatto di coloro che credono nel suo Figliolo Gesù Cristo, delle nuove creature, che per l’incessante azione dello Spirito Santo, vivono, ubbidiscono alla sua Parola e camminano per fede, “giorno e notte”, quando c’è il sole, e anche quando c’è la tempesta, avendo la costante consolazione e speranza di una meta gloriosa già preparata per ogni credente vincitore in Cristo, e con la certezza ben radicata nel cuore dallo Spirito Santo, di essere un figliolo dell’Iddio vivente e vero, qualunque sia la situazione che stiamo vivendo.

“La casa dell’Eterno”, il vero e unico rifugio sicuro

Cosa significa “dimorare nella casa dell’Eterno?” Non è autoconvinzione, così come non si tratta di fare esaltanti proclamazioni di fede, non sono scaramantiche dichiarazioni buttate lì a caso, per convincere noi stessi e il nemico che noi siamo dalla parte di Dio, non si tratta del nostro rifugio, ma del rifugio di Dio, non lo dobbiamo costruire noi, ma esiste già, noi ci dobbiamo entrare e dimorare. Essere nel rifugio di Dio significa essere in una posizione diversa, prima eravamo esposti al pericolo, vulnerabili di fronte al nemico, ora siamo al coperto in un luogo sicuro, questo però non vuol dire che le circostanze di fuori siano obbligatoriamente cambiate, io sono convinta che Dio vuole essere per noi “un rifugio e una forza, un’aiuto sempre pronto nella distretta”, e che noi possiamo per grazia usufruire di questa protezione, ma se consideriamo lo scopo di un rifugio, dobbiamo anche considerare che non è creato per far cessare i bombardamenti in caso di guerra, o di fermare o fare cessare le intemperie, ma lo scopo è quello di proteggere dalle conseguenze. Dio ci ha posto “in Cristo”, il nemico potrà attaccarci, ma in Cristo siamo più che vincitori, ci potrà accusare, ma in Cristo siamo giustificati, potrà ruggire per spaventarci, ma noi possiamo resistergli stando fermi nella fede, forse a volte subiremo le conseguenze fisiche e materiali degli attacchi del nemico, e del peccato che ci circonda, ma spiritualmente non ci può vincere, e nulla e nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio. Consideriamo ora la struttura portante di questo rifugio, affinché possiamo entrarci, ripararci e restarci, e riposarci con fiducia, (cfr.Isaia 30:15).

Prima d’ogni altra cosa consideriamo cosa vi è scritto sulla porta:

“Ogni cosa coopera al bene di coloro che amano Dio”.  E’ così difficile crederlo fino a quando stiamo all’esterno di questa porta, come poteva Asaf, autore del Salmo 73, credere in un Dio giusto, buono e amorevole, se tutte le cose funzionavano al rovescio, coloro che ubbidivano e temevano Dio, erano oppressi, maltrattati e umiliati, aggiungiamo pure malati e poveri, mentre coloro che vivevano come se Dio non esistesse, prosperavano, erano ricchi e sani, “ma quale Dio…”, dicono ancora oggi, come anche Asaf, che era in difficoltà di fronte ad una simile contraddizione, tutto questo fino al momento che Dio stesso non gli fece vedere le cose da una prospettiva diversa, è entrato nel rifugio di Dio, e da lì ha potuto considerare la fine di queste persone! Fino a quando resteremo fuori dal rifugio di Dio, non solo resteremo vulnerabili, ma ci sarà impossibile comprendere il pensiero di Dio, e quand’anche i piani e il modo di agire, dettati dall’infinita sapienza di Dio rimangano per noi una visione appannata e frammentaria, sarà sicuramente cosa migliore accettare il riparo sicuro “In Cristo”, il luogo santissimo, il segreto del Suo padiglione, la Roccia elevata, piuttosto che perderci nelle nostre contraddizioni, questo rifugio ha una struttura particolare:
  • L’amore di Dio 

Che diremo dunque a queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?“(Romani 8:31)

Quando entriamo in questo rifugio siamo circondati dall’amore di Dio, un amore tenero e forte, tenace, che non si è fermato di fronte alle barriere della nostra malvagità, un amore che è costante nel tempo, un amore eterno, che non è stato promosso dalla nostra amabilità, e non sussiste per la nostra giustizia, ma per la volontà di Dio, il quale desidera amarci per la nostra felicità, per il nostro bene. Mi chiedo però se abbiamo ben compreso cosa significhi l’amore di Dio.
Quando parliamo di questo amore facciamo attenzione, perché non stiamo parlando di un nobile sentimento in virtù del quale l’uomo si dispone a fare qualunque cosa pur di vedere l’altro soddisfatto e contento, senza curarsi però del bene, dell’educazione morale e spirituale della persona amata. Cosa pensereste di un padre che per amore nei riguardi del figlio, per vederlo sorridere felice e contento lo riempie di regali, ma nello stesso tempo si disinteressa delle sue condizioni morali, lo lascia crescere indisciplinato, desiste dal correggerlo per non offenderlo, per paura di renderlo infelice, sicuramente mi direste che questo non è amore.
Dio non si comporta così con i suoi figlioli, il suo scopo e di farci felici, ma sa anche che la felicità non consiste nel riempirci di regali, permettendo che cresciamo indisciplinati, Dio non ci darà nulla che possa procurarci del male, né cose che non siano necessarie alla nostra maturazione spirituale, affinché noi possiamo entrare nella vita eterna, il Suo amore desidera il meglio per noi, perchè  ci vuole portare alla perfetta statura di Cristo, a volte questo ci spaventa, ma è il vero amore di Dio!  
“Colui che ha cominciato un’opera buona in voi, per certo la porterà a compimento”.

In quel rifugio sentiremo la testimonianza di Paolo, il quale era consapevole della potenza di Dio che operava in lui, ma sapeva che questotesoro era in vasi di terra”, lo sentiremo con grande fiducia proclamare la fedeltà di Dio, “Poiché noi siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti allo stremo, perplessi, ma non disperati, siamo perseguitati, ma non abbandonati, abbattuti ma non uccisi, portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti in noi”. Siamo circondati da tanti testimoni, e incoraggiati dalle meravigliose esperienze di coloro che hanno camminato con il Signore prima di noi. E cosa dovremmo dire delle nostre esperienze passate, quante volte il Signore è stato un potente liberatore, quante volte in passato ci ha consolato e cullato nel suo rifugio. Mi domando perché a volte ci ritroviamo a pensare che Dio ci abbia abbandonato, quando Egli stesso ci ha promesso di essere con noi tutti i giorni della nostra vita. Non dipenderà forse dal fatto che, a volte, cerchiamo di strumentalizzare la fedeltà di Dio, e, per tanto, ci sentiamo autorizzati a pensare che Dio sia costretto a fare tutto quello che noi gli chiediamo, e quando questo non accade siamo delusi?

  • La grazia di Dio

” Ond’è che può anche salvar appieno quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per intercedere per loro. “(Ebrei 7:25)La grazia di Dio è un rifugio sicuro contro gli attacchi del nemico, contro le sue accuse diffamatorie, che ci avviliscono e ci privano della forza e della dignità, “a che ti serve pregare, tanto il Signore non ti risponde a causa dei tuoi peccati, come puoi lodare il Signore con i tuoi fratelli se ancora oggi hai commesso quella azione così meschina, a cosa ti serve continuare a camminare con Dio, se tanto sei sempre lo stesso…”, queste sono le insidie del diavolo, ma nel rifugio di Dio possiamo contemplare la Grazia di Dio in Cristo Gesù, il quale c’è stato fatto da Dio sapienza giustizia santificazione e redenzione”. Siamo peccatori, è una realtà, e questo non significa che possiamo giustificare la nostra condizione, ma non potremmo cercare di reagire alle accuse del nemico fornendogli delle buone argomentazioni sulla nostra buona condotta, saremo sconfitti e sempre delusi di noi stessi. Sei stanco degli attacchi e delle accuse del nemico, entra nel rifugio della Grazia, contempla e vinci per  Gesù.

Come entrare nel rifugio:

Questa è la parte che compete a noi, tenendo in considerazione che non ci si entra automaticamente, o d’ufficio come si usa dire, ma è necessaria la nostra collaborazione.
  • Il desiderio. “una cosa ho chiesto…”

Non dobbiamo permettere ai nostri problemi di impedirci di cercare rifugio in Dio, qualunque sia la difficoltà, la prova, il combattimento, una cosa chiediamo al Signore, prima ancora della guarigione della liberazione, chiediamo di dimorare nella Sua casa, alla Sua presenza! Chiediamo a Gesù, come fece Pietro, di poter camminare sulle acque, in mezzo alle onde e alla tempesta, e di raggiungerlo: “Signore, se sei tu, comandami di venire da te sulle acque!”
  • La fede

Perché non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre infermità; ma ne abbiamo uno che in ogni cosa è stato tentato come noi, però senza peccare. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per esser soccorsi al momento opportuno. “(Ebrei 4:15-16)

Dobbiamo credere che quella porta è sempre aperta, e che li troveremo “soccorso al momento opportuno”, non possiamo avere dubbi, perché è Dio stesso che c’invita.
  • La preghiera

“Il Signore è vicino. Non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna; ma in ogni cosa siano le vostre richieste rese note a Dio in preghiera e supplicazione con azioni di grazie. E la pace di Dio che sopravanza ogni intelligenza, guarderà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.“(Filippesi 4:6-7

Il consiglio di Paolo è di togliere la nostra concentrazione dal problema in se stesso e affidarlo al Signore, ed ecco che potremo entrare nella pace di Dio, nota bene, non dice che avremo semplicemente un senso di pace e di sollievo, ma che la pace di Dio custodirà i nostri cuori, significa che saremo avvolti, circondati dalla pace di Dio.

Vuoi avere una vita vittoriosa?
Entra nel rifugio, non guardare alle circostanze attorno a te, non cercare di cambiare le circostanze attorno a te, ma entra alla presenza di Dio, e lascia che sia Lui a cambiare te. Vuoi essere vincitore, togli il problema dal centro dei tuoi pensieri e della tua attenzione, e sostituiscilo con l’amore, la fedeltà, la grazia di Dio, “Tutte le cose onorevoli, le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui c’è qualche virtù e qualche lode siano oggetto dei vostri pensieri… e l’Iddio della pace sarà con voi”, forse per il momento il tuo problema non si risolverà, vedrai ancora attorno a te cose che ti sconvolgono, che ti feriscono, che ti spaventano, ma fai come Abacuc, lui sapeva che doveva affrontare tempi difficili, ma sapeva anche in chi rifugiarsi ed era sicuro di trovare conforto e forza.

Ma io mi rallegrerò nell’Eterno, esulterò nell’Iddio della mia salvezza, l’Eterno è la mia forza e il mio rifugio, Egli renderà i miei piedi come quelli delle cerve, e mi farà camminare sui miei alti luoghi.”(Abacuc 3:19)

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L’ansia

ansia
 Ecco come definisce il termine ansia un dizionario della lingua italiana: “Agitazione dell’anima in attesa di un bene sperato o di un male temuto”.
Nessuno può dire di non essere mai stato coinvolto in uno stato d’ansia che, pur affondando le sue radici in motivazioni diverse, ci fa vivere in maniera esagitata, privandoci della serenità, senza la quale la qualità della vita risulta seriamente compromessa. Non si ignora, d’altronde, che per l’uomo diventa ogni giorno più difficile gestire equilibratamente le tensioni personali che scaturiscono dallo sforzo di inserirsi, in maniera qualificata, nel mondo in cui è chiamato ad operare.
In molti casi è costretto a soffocare i desideri profondi dell’io facendosi violenza, per rispondere adeguatamente alle continue e pressanti istanze sociali.
Neppure i mezzi di informazione di massa (giornali, televisione, radio, internet) contribuiscono ad allentare la tensione. Basti pensare alla rapidità con cui essi diffondono le notizie… purtroppo, il più delle volte, cattive notizie. Terremoti, omicidi, attentati, violenze, droga non aiutano certamente l’uomo ad avere fiducia nella vita e negli altri, anzi lo disorientano perché, come tutti sappiamo, ciò che potrebbe costituire una seria minaccia per la nostra integrità fisica, e che comunque sfugge al nostro controllo, ci rende ansiosi perché ci terrorizza.
L’ansia interessa la sfera emotiva della persona, è una condizione psichica fisiologica del tutto normale, anzi positiva, purché rimanga entro certi limiti. Infatti, non sarebbe mai considerato patologico lo stato ansioso in cui viene a trovarsi uno studente prossimo a sostenere un esame: al contrario egli trae beneficio da una simile tensione perché lo stimola a migliorare la sua preparazione ed il suo rendimento; ma è altrettanto indubbio che l’ansia può in qualche caso, se non controllata, sfociare in vere e proprie malattie quando il soggetto, sentendosi inadeguato a rispondere opportunamente alle varie sollecitazioni esterne, tende ad ingigantire i problemi, vivendoli in forma ossessiva, non percependoli più nella loro reale dimensione.
L’ansia non si identifica con il dolore, la malattia, le tentazioni, sebbene queste possono contribuire a determinarla. Man mano che gli studi progrediscono e migliorano la conoscenza del nostro organismo, diventa sempre più evidente come la mente (psiche) condizioni fortemente, anche in forma negativa, il corpo (soma): da qui il termine psicosomatico attribuito alle malattie che riconoscono questo meccanismo patogenetico.
Invisibili tensioni emotive della mente possono produrre sorprendenti cambiamenti visibili nel corpo, in alcuni casi anche gravi e fatali. Il centro delle emozioni, nel nostro cervello, è collegato, tramite fibre nervose, ad ogni parte dell’organismo e qualsiasi alterazione interessi questo centro si ripercuoterà inevitabilmente su tutto l’organismo.
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I sintomi che rendono manifesto lo stato ansioso sono di natura psichica e fisica. I più comuni sono: un senso di malessere generale, una sensazione di pericolo imminente, una paura immotivata di affrontare le situazioni, anche le più banali come guidare l’automobile nel traffico, stare tra la gente. Si direbbe che vi sia quasi paura di affrontare la vita. Ci sono anche la classica insonnia, la tachicardia, le mani fredde, una sudorazione abbondante, disturbi della digestione, bruciori di stomaco e, molto frequentemente, il mal di testa.
L’ansia ha, in alcuni casi, un peso non trascurabile nell’insorgenza di malattie: è comunque necessario tener presente che il fattore emotivo non è l’unica causa. L’ulcera gastro-duodenale riconosce certamente, tra i principali fattori determinanti, l’ansia, ma successivamente può aggravarsi per l’ingestione di certi cibi. Vi sono poi le malattie cardio-vascolari. L’ansia esercita sul cuore una tensione maggiore di molti altri stimoli, compresi l’esercizio e la stanchezza fisica. L’alta pressione arteriosa può essere conseguenza dell’ansia e, spesso, la conoscenza di essere ipertesi genera nuova ansia, innescando un circolo vizioso molto grave.
Si crede, e l’esperienza lo dimostra, che la maggior parte dei sintomi soggettivi associati all’ipertensione sono di origine psicogena (ossia emotiva) e ciò testimonia l’importanza dell’ansia nel provocare ed aggravare l’ipertensione. Situazioni stressanti prolungate possono stimolare eccessivamente la ghiandola tiroidea e determinare la comparsa di sintomi del gozzo tossico: nervosismo estremo, occhi sporgenti, accelerazioni del polso e affezioni cardiache anche mortali. Le ghiandole surrenali sono spesso bersaglio di tensioni emotive ed allora gli eccessi di secrezione possono provocare ancora un’elevata pressione arteriosa, artrite, malattie dei reni e arteriosclerosi. Anche il tono muscolare può essere influenzato dalla tensione emotiva e provocare irrigidimenti e dolori muscolari. Così pure la difficoltosa respirazione di chi soffre d’asma può provocare paura e tensione che di solito aggravano lo stato asmatico. E ancora l’ansia può causare la comparsa di manifestazioni allergiche cutanee. Da alcuni esperimenti è stato rilevato che l’ansia sarebbe responsabile di una riduzione delle difese immunologiche dell’organismo che provocherebbe una più facile aggressione da parte di agenti infettivi. La percentuale di pazienti che si rivolge ad un medico con sintomi e malattie fisiche causate da ansia è molto alta e sembrerebbe destinata ad aumentare.
farmaci
Lo psicologo interviene negli stati d’ansia più lievi, ma nei casi più gravi si ricorre alla somministrazione di psicofarmaci e più precisamente di ansiolitici. Questi preparati agiscono sul cervello riducendo i livelli di ansia e dando al paziente uno stato di relativa calma che lo aiuta ad affrontare la realtà con maggiore tranquillità, ma un uso prolungato e smodato di questi farmaci non è privo di effetti collaterali, anche gravi.
Non c’è dunque una soluzione ottimale per venir fuori dall’ansia? Considerato che i farmaci non risolvono il problema e non possono dare la pace, l’uomo è condannato per sempre ad essere sconfitto da questo”gigante”? Grazie a Dio non è così! La Bibbia, la Parola di Dio, è prodiga di consigli indispensabili per evitare di cadere nel tranello dell’ansia. Se si accettassero sinceramente e si facessero propri i principi e gli insegnamenti di Cristo, buona parte delle difficoltà, delle malattie e dei dispiaceri dell’umanità scomparirebbero, perché vivere nella volontà del Signore è garanzia di pace e di serenità, è vivere recuperando la propria dignità di uomini, compromessa molte volte inseguendo falsi ideali e apparenti successi. Gli inviti e le esortazioni di Gesù sono insistenti:  “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo”(Matteo 11:28).
RISPOSTA ALLA PREOCCUPAZIONE E ALL’ANSIA
lamorte
 Si racconta che la Morte stava andando verso una città quando un uomo la fermò e le chiese: “Dove vai?” La Morte rispose: “Vado in quella città a uccidere 10.000 persone”. La sera, lo stesso uomo incontrò nuovamente la Morte di ritorno dalla sua missione e le disse: “Mi avevi detto che avresti ucciso 10.000 persone e invece ne sono morte 70.000. Come mai?” E la Morte: “Io ne ho uccisi solo 10.000, la preoccupazione e il timore hanno fatto il resto”.
Quando parliamo di preoccupazione, timore o ansia, parliamo di emozioni. Queste hanno due facce: da una parte sono artefici di alcune delle azioni maggiormente degne di elogio di questo mondo, ma dall’altra delle peggiori tragedie.
L’ansia in sé non è cattiva. Quando è preoccupazione legittima che mi porta ad agire per il mio bene è la benvenuta (esempio: mi preoccupo che la sveglia sia puntata alle 5 del mattino per recarmi al lavoro).
Il timore
Il timore è una risposta emozionale cosciente e stimolata, generalmente, da un problema reale. Sappiamo in che cosa consiste il problema e ci sentiamo intimoriti per causa sua.
Se una macchina si sta dirigendo contro di noi ad alta velocità, avremo paura. Il timore, quindi, è una risposta protettiva legittima. Abbiamo bisogno di sperimentare il timore per essere protetti da pericoli e danni.
La preoccupazione
E’ uno stato fondamentalmente di timore, che può esser messo in relazione con una situazione specifica, sia reale che immaginaria.
Non c’è una chiara linea divisoria tra l’ansia e la preoccupazione. A volte si confondono, ma la parola “preoccupazione” significa essere irritato o condizionato in modo eccessivo da qualcosa.
La preoccupazione divide i sentimenti, per cui le emozioni mancano di stabilità. Divide la comprensione, per cui le convinzioni sono superficiali e instabili. Divide la percezione, per cui l’osservazione è difettosa e falsa. Divide la facoltà di giudizio, per cui le attitudini e le decisioni sono a volte ingiuste.
La preoccupazione attiva il potere della nostra immaginazione e può trasformare un problema, reale o percepito come tale, in qualcosa privo di ogni proporzione.
Fobie
La fobia è una conseguenza estrema della preoccupazione. E’ un timore incontrollabile, irrazionale e intenso, accompagnato da grande ansietà. Una fobia può incominciare come un timore razionale, ordinario, ma se poi degenera in forme irrazionali e incontrollabili diventa una fobia in piena regola (claustrofobia, pirofobia, idrofobia, zoofobia, ecc.).
Una bambina, per esempio, graffiata da un gatto avrà difficoltà a rimanere da sola in un appartamento con questo animale. Un giovane, rinchiuso per scherzo in un portabagagli della macchina, soffrirà probabilmente di claustrofobia.
L’ansia
L’ansia è un sentimento simile al timore. E’ Apprensione o nervosismo prodotto da una sensazione di pericolo che si avvicina e che non sempre procede da cause razionali.
Ci sono situazioni in cui qualcosa ci disturba e ci rende tesi, nervosi, insicuri, senza poterla, però, identificare. Le mani possono tremare, il cuore aumenta il ritmo dei suoi battiti, può apparire una certa sudorazione, senza, però, comprenderne il perché.
L’interesse
C’è differenza tra la preoccupazione e l’interesse o interessamento. L’interessamento fa sì che una certa cosa, situazione o problema, attiri la nostra attenzione.
Esempio: “Che succederà il prossimo anno quando mio figlio andrà alle superiori? Troverà una buona scuola? Come se la caverà con le nuove materie di studio?” Questo lo possiamo chiamare interessamento.
Ma quando queste stesse domande passano ripetutamente nella mente, possiamo parlare di preoccupazione.
Se a queste domande di puro interessamento se ne aggiungono altre, come: “Troverà dei compagni traviati, o tossicodipendenti? Riuscirà a non farsi influenzare da loro? Sarà ben accetto come cristiano?”, è facile cadere nella preoccupazione perché già si teme il peggio.
L’interessamento è positivo e porta ad azioni concrete di vera utilità.
Gli effetti della preoccupazione
In Habacuc 3:16 lo scrittore aveva sperimentato un timore così intenso da restare paralizzato.
In Proverbi 12:35 ci viene detto che se stiamo lottando sotto il peso della preoccupazione o della depressione, è come se stessimo portando un pesante carico e i nostri movimenti ne vengono impediti.
La preoccupazione può provocare disturbi fisici (Proverbi 15:15), limita la capacità d’azione, inibisce l’attività produttiva, soffoca l’iniziativa e fa venir meno il coraggio. Potremo perdere alcune delle migliori opportunità della vita per l’incapacità di rischiare a causa dei timori che ci assalgono.
Nelle relazioni con le persone, a volte, non vogliamo più correre il rischio di creare legami affettivi, perché nel passato questi ci hanno causato delle ferite. Dobbiamo accettare la possibilità di essere respinti e feriti, perché solo così potremo sperimentare la gioia che dà l’interscambio d’amore.
L’attività eccessiva può essere motivata dall’ansia. La sua incapacità di rilassarsi gli impedisce di godere delle maggiori benedizioni di Dio (Luca 10:38-40). La preoccupazione e l’ansia, infatti, hanno la tendenza a soffocare la crescita spirituale (Luca 8:14).
Quando ci preoccupiamo per un problema, questo aumenta. La preoccupazione impedisce di vedere le cose nella sua dovuta proporzione e in modo logico, perché riduce la capacità di riflessione a causa di certi cambiamenti fisiologici (secrezione di certe ghiandole). I problemi esigono decisioni e azione, ma la preoccupazione ci porta a dubitare e ad essere indecisi, fin quasi alla paralisi mentale.
La preoccupazione, causa di ciò per cui si teme
Giobbe 3:25-26 ci trasmette il concetto che è possibile, senza rendersene conto, dar compimento ai timori che ci assalgono. Se sei preoccupato di avere un incidente, le probabilità di causarlo aumentano automaticamente. La tua mente, infatti, è così occupata con l’idea dell’incidente che puoi facilitarlo.
La preoccupazione e l’immaginazione
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Che succede quando tuo figlio non è ancora in casa all’orario solito? Dieci minuti di ritardo e l’immaginazione spicca il volo, creando ogni tipo di situazione negativa.
Se tuo figlio arriva tardi, che cosa cambierai con la tua preoccupazione? Raccomandalo a Dio in preghiera, ma presenta a Lui anche le tue ansie. Se sai dove è andato e con chi è, telefona.
Quando poi arriva a casa, puoi reagire in modo eccessivo e dire indignato: “Ma dove diavolo sei stato?”, oppure puoi fargli un lungo discorso sulla sua irresponsabilità e sconsideratezza. Ma prima di farlo, informati e forse scoprirai che non ha potuto avvertire per cause di forza maggiore.
 
E’ giusto manifestare la nostra preoccupazione ad altri, ma sempre con toni ragionevoli.
Passi per vincere la preoccupazione
La prima cosa da fare è quella di identificare ciò che ci preoccupa.
Da studi fatti pare che il 40% delle preoccupazioni della gente si riferiscono a cose che non succedono mai.
Il 30% delle preoccupazioni si basano su cose passate, cioè già verificatesi, che non possono comunque essere cambiate: “Ah, se non avessi fatto questo o quello…”.
Il 12% delle preoccupazioni si riferiscono alla salute. Curiamo il nostro corpo, è la sola cosa buona che possiamo fare.
Il 10% delle preoccupazioni si riferiscono a cose per cui non vale proprio la pena inquietarsi e il restante 8% è costituito da situazioni che richiedono davvero un legittimo interesse.
La tensione è normale nella vita. Senza tensione non potremmo esistere, così come un violino non darebbe suono se le sue corde non fossero tese. La tensione creativa non è preoccupazione distruttiva.
La preoccupazione è come accelerare fino in fondo quando la macchina è in folle. La benzina, il rumore e il fumo non ci portano da nessuna parte. L’interesse legittimo è come mettere la macchina in prima e muoversi poco a poco. La macchina in movimento è usare il potere che Dio ci ha dato per affrontare la situazione che ci preoccupa.
I problemi non si possono risolvere in un attimo, ma in modo progressivo, graduale. Non si mette, infatti, subito la quinta, ma si passa per le marce intermedie.
Non preoccupiamoci
Prima di proseguire, deve essere chiarita una cosa: Cristo non disapprova né vieta di programmare il domani, o è contrario all’essere previdenti, ma vieta di preoccuparsi, di farsi vincere da quell’ansia che distrugge la vita, perchè vuole che per certe cose ci sia affidi a Lui.
In Filippesi 4:6-9 Paolo ci invita a smettere di preoccuparci e a far sapere a Dio ciò che ci manca, qualunque cosa essa sia. Dio ci promette la pace, se lo facciamo. Non dice che le circostanze cambieranno, ma che la pace entrerà nei nostri cuori.
Se seguiamo le indicazioni del versetto 8 e riempiamo mente e cuore con cose buone, non ci sarà spazio per la preoccupazione. L’applicazione di queste direttive richiede un impegno da parte nostra, uno sforzo, perché la nostra mente è, per natura, orientata diversamente. La fede nella sapienza di Dio e la volontà di vivere una vita equilibrata e serena ci spingeranno a perseverare nella Parola.
La preoccupazione ci porta, poi, in un circolo vizioso, perché più ci preoccupiamo e più difficile sarà smettere di farlo.
Gettiamo le nostre ansie su Dio

In 1 Pietro 5:7 l’apostolo ci dice ciò che dobbiamo fare e perché lo dobbiamo fare. La parola “gettare” da lui impiegata in questo versetto racchiude il significato di rinuncia nei confronti delle nostre sollecitudini e delle nostre ansie, con la conseguente azione di depositarle in Dio.
Non perdiamo la pazienza
Quando ci preoccupiamo è come se qualcosa ci rodesse dentro, con conseguente danno per il nostro corpo. Il Salmo 37:1,3-5,7 ci offre 4 principi fondamentali per opporci alla preoccupazione:
– Confidare nel Signore
– Prendere diletto nel Signore
– Rimettere la nostra sorte nel Signore
– Aspettare nel Signore.
Le parole “confidare” e “rimettere” implicano l’idea di liberarsi di un peso e gettarlo su Dio. Significa che andiamo da Dio e gli diciamo: “Signore, sono molto interessato in questa cosa, ma la metterò completamente nelle tue mani. Voglio riposare in Te, perché ho fiducia che Tu operari e toglierai questo peso dalla mia mente e dal mio cuore. Non conosco il risultato, forse sarà differente da quello che io mi aspettavo, ma la cosa certa è che a partire da questo momento io non porterò più questo peso sulle mie spalle”.

“Prendere diletto” significa rallegrarsi nel Signore, avere gratitudine nei suoi confronti, lodarlo e potergli dire: “Grazie per quello che mi succederà, anche se sarà qualcosa che non mi aspetto. Grazie, perché adesso posso gioire sapendo che sei con me in questo frangente”.
Nel momento in cui io rinuncio ad ottenere ciò che mi ero prefissato, smetto di usare tutte le mie risorse umane e lascio a Dio la possibilità di operare nella mia vita, gli lascio il controllo del mio essere. In questo modo il Signore potrà intervenire per cambiare la circostanza o per darmi la capacità di affrontare la situazione senza venirne distrutto o scosso.

“Prendere diletto” nel Signore significa non dover portare più da solo quel peso che mi schiaccia. Se cerchiamo di risolvere il problema in modo autonomo, in un certo senso dubitiamo che Dio abbia il potere, la capacità e la sapienza per risolverlo e così gli diamo una mano.
“Prendere diletto” nel Signore significa sapere che non esistono preoccupazioni, problemi o inquietudine così piccoli da non poterli sottoporre a Gesù. Lui sa ciò che succede nella nostra vita e vuole prendersi cura di noi anche nei minimi dettagli (non soddisfacendo ogni nostro minimo capriccio, ma intervenendo con la sua forza per permetterci di affrontare ogni situazione che si presenti nella nostra vita, anche la più insignificante).
“Prendere diletto” nel Signore significa anche gioire per ciò che Lui è e non solo per ciò che fa per noi.
Se lodiamo il Signore, la nostra mente si centrerà in Lui e, quindi, in tutte le cose buone che ci sono in Lui e dimenticherà o attenuerà i termini del problema.
“Riposare” nel Signore significa aspettare in silenzio ciò che Lui ordina. Rilassare i muscoli, stancare il corpo o digiunare sono strumenti che ci facilitano l’entrata nel riposo dello Spirito. La tensione corporale, infatti, ne è un impedimento.
La pace non dipende dalle circostanze

pace Molti pensano che se le circostanze della loro vita cambiassero, otterrebbero la pace interiore. Questo, però, non è ciò che insegna la Parola di Dio. Lui, infatti, non ci ha promesso circostanze ideali o assenza totale di prove e difficoltà, ma ci promette stabilità interiore malgrado le prove e le difficoltà (Proverbi 15:15).E’ necessario un atto di volontà per volgere continuamente la mente a Dio e allontanarla dai problemi. E’ necessario disciplina, ma il risultato è la pace interiore.Impariamo ad essere contentiIn Filippesi 4:11-12 Paolo ci fa sapere che ha imparato ad essere contento in ogni situazione della sua vita.Imparare implica l’idea di un processo e non di un’acquisizione immediata. Grazie alla sua relazione con Gesù Cristo ha imparato l’arte di essere contento nelle diverse circostanze che la realtà quotidiana gli propone. E se Paolo c’è riuscito, possiamo farcela anche noi.Impariamo a controllare i nostri pensieri

In Romani 12:2 ci viene detto che i pensieri, l’immaginazione e i ragionamenti dell’uomo possono venir cambiati per mezzo dell’opera dello Spirito Santo.

Malgrado la sua potenza, però, lo Spirito Santo non può fare quest’opera da solo, ma richiede la nostra collaborazione. La prima cosa da fare è prendere coscienza del potere che ci è stato concesso in Cristo Gesù, così che non c’è più ragione per lasciarsi dominare dai nostri pensieri.

Molti cristiani credono che confidare nello Spirito Santo significhi sedersi e lasciare che Lui faccia tutto, senza sforzo o impegno da parte loro. Le Scritture ci insegnano che abbiamo una responsabilità ben definita nel processo di controllo dei nostri pensieri (2 Corinzi 10:4-5 / 1 Pietro 1:13). Ci viene chiesto uno sforzo mentale.

Ogni pensiero che viene alla nostra mente deve venir valutato e rifiutato, se non è conforme alla volontà di Dio. Rifiutando ciò che è negativo, andiamo da Gesù per trovare la forza per distogliercene e per essere riempiti, di conseguenza, con i suoi pensieri positivi. L’accettazione del pensiero positivo di Gesù mi permetterà di disporre di quell’energia che mi consentirà di metterlo in pratica, togliendo in questo modo forza al pensiero negativo che altrimenti tornerebbe alla carica.

La mente non può restare in bianco, deve venir riempita con qualche cosa. Si richiede lavoro e sforzo da parte nostra per controllare i pensieri negativi e le preoccupazioni, perché sono stati con noi per tanti anni e ci sembrerà strano dover vivere senza di loro. Sono diventati quasi dei nostri amici inseparabili. Facciamoci, però, dei nuovi amici!

Se ci viene alla mente un pensiero negativo di critica nei confronti del nostro coniuge, pensiamo all’istante a tre sue caratteristiche positive. Lo stesso vale per altre situazioni.

Possiamo contrastare un pensiero negativo pensando anche a tutte le cose positive ricevute dal Signore o concentrandoci nella sua grandezza e bellezza o lodandolo per questo.

“Riposiamo nelle promesse di Dio” (Isaia 43:1-3 ; 41:10).

Tentativi umani di evitare l’ansia

Molti di noi consumano gran parte della propria energia psichica nel tentativo di evitare l’ansia. Siccome è doloroso sperimentare ansietà, facciamo tutto il possibile per non trovarci in situazioni che la possono produrre.Una persona che lavora in un ambiente che non gli piace e gli crea ansia, sta evitando di affrontare l’angoscia ben maggiore che gli creerebbe la disoccupazione e la difficoltà economica.Una donna di casa, a cui non piacciono i lavori domestici, si impegna ugualmente nei suoi doveri per evitare l’angoscia più forte che le creerebbe vivere in una casa sporca (giudizi del marito, di amici e amiche…).Un certo uomo rifiutava la vita di società. Da piccolo era timido e riservato, senza amici intimi con cui avere una relazione significativa. Ricordava una certa distanza con il padre e i fratelli maggiori. Anche in Chiesa non si sentiva a suo agio.Quando la moglie lo invitava ad uscire per stare con amici o nella società, rispondeva che era stanco, che voleva guardare una certa trasmissione televisiva o ascoltare della buona musica, che la gente lo annoiava con i suoi discorsi triviali e che c’erano poche persone intelligenti con cui avrebbe potuto veramente comunicare. In questi argomenti c’era sicuramente un po’ di verità, ma esprimevano la ragione di fondo del suo comportamento.Si scoprì, poi, che il suo vero problema era dovuto all’ansia del contatto personale con la gente, originatasi nella sua infanzia, che era causa di insicurezza e di un forte senso di inferiorità.
Razionalizzava però il suo problema, trovava cioè sempre delle ragioni per continuare a vivere in quel modo, accampando ogni volta delle scuse per evitare la situazione che gli produceva ansia.L’alcolizzato soffre di una profonda ansietà. Il suo problema principale non è il fatto che beva troppo, perché questo, infatti, non è che il sintomo di un’ansia intensa e di una profonda necessità. La sua tolleranza verso le situazioni che producono ansia è molto bassa e quando si sente minacciato in certe occasioni ricorre all’alcool per affrontare l’angoscia che ne deriva. Questo atteggiamento, però, aggrava il problema perché lo fa sentire colpevole e inferiore.L’alcool tende a paralizzare il centro superiore del cervello dove risiede la facoltà del giudizio. Chi beve smodatamente non è meglio preparato per affrontare la situazione di prima, infatti la sua capacità di agire scende ad un livello più basso. Ma proprio perché la sua capacità di valutazione si è offuscata, lui si sente più effettivo.

I sermoni, le minacce, la condanna, la critica e i rimproveri non fanno altro che aggravare la situazione, perché aumentano i suoi sensi di colpa e questi lo portano a bere ancora di più per sentirsene alleviato.

Facciamo ora degli esempi.
 
Un primo esempio pratico
Molta ansietà è il prodotto di ostilità repressa o soppressa.

Angela è un esempio che rientra in questo tipo di comportamento.Lei era un modello di virtù, una bambina ubbidiente in tutto. Dopo aver conseguito il diploma lavorò come maestra per qualche anno e poi si impiegò come segretaria privata.Il padre, verso cui sentiva sentimenti di amore e di odio, dominava la sua vita. Non aveva avuto mai molto successo nei suoi affari e Angela, nella sua generosità, versò alla famiglia per molti anni una porzione del suo stipendio.Viveva in casa sua molto modestamente e aveva una vita di società molto limitata, perché si sentiva in dovere di aiutare i suoi. Rifiutò per questa ragione anche molte proposte di matrimonio, finché prossima ai 40 anni si sposò.Il marito era una persona alquanto passiva e lei continuava a sostenere la sua famiglia. Incominciarono a manifestarsi considerevoli ansie. I suoi genitori andarono a vivere con lei, ma ciò non fece altro che intensificare il suoi conflitto interiore. Successivamente si ritirarono in un pensionato per anziani.Invece di migliorare, Angela peggiorò la sua condizione. Non era la presenza dei suoi genitori, né le loro richieste, che producevano la sua ansietà, ma il sentimento di autorigetto e di colpa che sperimentava a causa delle emozioni opposte di amore e di odio che provava verso i suoi genitori.

Era vagamente cosciente che questi suoi sentimenti di amore e di odio verso i genitori, ma soprattutto verso il padre, potevano essere la causa del suo malessere, ma si rifiutava di affrontare la situazione e non accettava consigli, se non provvisori e superficiali.

I sentimenti di colpa per aver abbandonato i genitori sposandosi le creavano ansia, e l’ansia è conflitto. Frequentava regolarmente una Chiesa, ma quando pregava era per chiedere sollievo ai suoi malesseri fisici, per liberarsi dai sintomi del suo problema, ma rifiutava di andare alla radice dei suoi guai.

L’ansia repressa, infatti, si scarica sul corpo e provoca ogni tipo di malessere. Angela, però, preferiva questi disturbi fisici piuttosto che affrontare la causa della sua ansietà.

Le emozioni influenzano sempre il nostro corpo, sia in modo positivo che negativo, e la Bibbia ce lo conferma: Proverbi 14:30 / Filippesi 4:6-7.

Un secondo esempio pratico

Una persona può non avere particolari preoccupazioni, ma sperimentare ugualmente una sensazione di ansietà diffusa. Può essere incominciata nell’infanzia, come risultato di aver avuto un padre o una madre autoritari, o per essersi visto imporre delle norme irrealizzabili, o per aver sviluppato dei sentimenti di rigetto, o perché da un bambino di 4 anni ci si aspettava che si comportasse come uno di 6, o per la richiesta di prestazioni sempre maggiori a scuola.Un simile bambino si rende conto che non otterrà mai l’approvazione completa da parte dei suoi genitori, che ciò che fa non è mai sufficientemente buono. Siccome non si sente mai completamente accettato, non riuscirà neanche ad accettare se stesso a meno che non raggiunga la perfezione.Questa sua esigenza di perfezionismo non è una sua filosofia di vita, ma gli è stata imposta nella sua infanzia tramite le pressioni dell’ambiente in cui è vissuto.Una madre, a cui era stato negato il successo come cantante, incoraggiò la figlia a intraprendere la stessa carriera. Lei aveva una voce gradevole, ma nulla di straordinario. Per 20 anni lottò per raggiungere una meta irreale e terminò ammalandosi emozionalmente e fisicamente, delusa dalla vita e totalmente frustrata.Un terzo esempio pratico

All’età di 4 anni un bambino molto attivo e un po’ disubbidiente, qualificato come “ribelle” dalla madre, veniva castigato e picchiato duramente fino ad ottenere la sua sottomissione. Diventò, così, un buon bambino, ma i genitori non riuscirono mai a capire perché non gli piacesse essere accarezzato e mostrasse quasi costantemente un’espressione di ostilità.Esteriormente era compiacente, ma nel suo intimo covava l’ostilità. Ribellarsi significava per lui la perdita dell’amore e l’abbandono, cosa che per un bambino rappresenta la distruzione totale.A scuola, ai primi segni di aggressività, ricevette lo stesso trattamento punitivo e imparò nuovamente a reprimere la sua ostilità.In seguito sviluppò una condotta antisociale, come il furto per esempio, finché il Signore fece breccia nel suo cuore e la sua vita cambiò.L’ambiente familiare rigido, autoritario e punitivo aveva sviluppato in lui sentimenti di ostilità, che aveva dovuto, però, sotterrare nel suo inconscio. Si sviluppò in lui una lotta tra l’amore e l’ubbidienza. Una parte di lui voleva amare ed essere amato, ma un’altra parte della sua natura sentiva rifiuto e ostilità.L’aggressività risultante, invasa dall’amore e dalla comprensione di Dio, si trasformò in lui in una forza positiva al servizio del prossimo, specialmente verso coloro con cui poteva identificarsi.

Un quarto esempio pratico

L’ansia è un conflitto interiore. Se un marito vuole andare allo stadio e la moglie al concerto, nasce un’ansia e un conflitto. Se uno si arrende controvoglia e finge una conformità compiacente, ciò crea ansia interiore. La necessità di amare e di soddisfare le proprie esigenze sono in conflitto. Solo una comprensione matura di se stesso e un genuino perdono e amore cristiano possono tenere lontana l’ostilità.L’ansia può assumere mille forme. Ad un certo bambino gli veniva concesso poco tempo per giocare, doveva sempre essere occupato in qualche cosa. I suoi genitori avevano un’attività frenetica ed erano sempre pieni di debiti. Questo loro stato perenne di ansia venne trasmesso al figlio.Questo, da adulto, divenne un lavoratore instancabile, che non si concedeva pause. Se si prendeva un giorno libero si sentiva colpevole e non andava in ferie, perché aveva troppo da fare.Anche i suoi genitori erano andati poche volte in vacanza. L’ambiente in cui era cresciuto lo aveva influenzato così profondamente da portarlo ad agire con riflessi condizionati.Per diventare una persona libera e sviluppare una propria personalità,  dovette acquisire coscienza dei suoi atteggiamenti, capire cosa li aveva originati e decidere di prendere le distanze da essi.Un quinto esempio pratico
L’ostilità repressa può essere a volte la causa di artriti. Una insegnante  di Scuola Domenicale aveva un’eccellente conoscenza della Bibbia, esprimeva autorità spirituale e grande dolcezza.Colpita da una grave forma di artrite, non si lamentò mai. Era cresciuta in un ambiente religioso rigido. Da piccola imparò che era un peccato esprimere risentimento e così divenne una bambina compiacente, seria e ubbidiente.Non espresse mai la tipica ribellione degli adolescenti e crebbe pensando di non albergare nel suo cuore la minima ostilità. Diceva: “Un cristiano non odia mai. Bisogna sempre vincere il male con il bene”.

Aveva una grande conoscenza teologica, ma non era cosciente delle sue emozioni. Aveva imparato a reprimere, negare e sotterrare ogni coscienza di ostilità, ma il conflitto interiore si manteneva vivo nella parte sotterranea della sua anima, creando ansietà, uno squilibrio metabolico e, per finire, una grave forma di artrite.Mai avrebbe pensato di mentire a qualcuno, ma da piccola le insegnarono a mentire a se stessa riguardo ai suoi sentimenti ed emozioni.
Una bugia è semplicemente la negazione, repressione, perversione o distorsione della verità. Non è la semplice conoscenza della verità che ci libera, ma la disposizione ad affrontare la verità di ciò che siamo.Sentimenti di odio e amore verso uno o entrambi i genitori sono spesso frequenti nei bambini. Se il senso di colpa che ne può derivare viene sotterrato nelle parti più profonde dell’anima, si può sperimentare uno stato di ansia e di tensione.La semplice conoscenza di questo conflitto interiore non è sempre sufficiente per ottenere la guarigione. Bisogna effettuare tre passi a questo riguardo: prendere coscienza della causa che lo ha prodotto, accettare queste emozioni come facenti parte della nostra natura e parlare intensamente di questi sentimenti in un ambiente appropriato.Rimedi contro l’ansia
Ci sono cinque maniere per sfuggire all’ansia:
– negarla,
– evitare i pensieri o sentimenti che la risvegliano,
– razionalizzarla,
– narcotizzarla,
– scoprirne la causa.Il primo metodo, cioè quello di negare l’ansia, è normalmente un processo inconscio. La persona è cosciente di certi sintomi emozionali o fisici, ma non dell’ansia che li genera.Una signora  chiese preghiera, perché, in seguito a forti palpitazioni, temeva un attacco cardiaco.
Questi sintomi si manifestarono per la prima volta poco dopo la morte dell’anziana madre, ma lei non vedeva relazione alcuna tra i due avvenimenti. Diceva di sentire solamente un intenso dolore per la sua morte, ma niente di più. Scavando in profondità nel suo cuore emerse un suo vecchio timore che la madre potesse morire, ma emerse anche un vecchio desiderio inconscio che morisse.Ma non si può desiderare la morte della propria genitrice e così nascose questo sentimento dalla sua mente cosciente. Avendo represso il desiderio che la madre morisse, non poteva ricevere il perdono per i sentimenti presenti nel suo cuore. E’ impossibile confessare a Dio ciò che non vogliamo confessare a noi stessi.Temeva anche, a livello inconscio, di poter lei stessa morire come castigo per il suo peccato. Il desiderio che la madre morisse era relazionato a certi ricordi dell’infanzia, che avevano suscitato in lei profonda ostilità. La madre, infatti, la minacciava di pesanti castighi, se non avesse ubbidito o fatto qualcosa di male.Il suo problema, quindi, non era un possibile attacco cardiaco, ma il senso di colpa, la paura e l’ansia. Quando riuscì ad affrontare i suoi veri sentimenti con onestà e umiltà, si sentì sollevata dai suoi sintomi fisici.Il secondo metodo, l’evasione dai sentimenti, situazioni o pensieri che provocano l’ansia, non è più efficace del primo.  U na madre temeva di poter far del male al suo bambino appena nato. Il timore e la colpa che derivavano da quei suoi pensieri l’avevano portata sull’orlo di una malattia psichica.Lei amava il suo bambino, come poteva albergare nel suo cuore pensieri così ostili? Indagando nel suo cuore, emerse che il suo odio non era rivolto al bambino, ma verso le responsabilità addizionali che non si sentiva capace di affrontare. Questa scoperta diminuì i suoi sensi di colpa e anche l’ansia se ne andò di lì a poco.L’aver affrontato questi sentimenti di ostilità, la portò a comprenderne la causa e a liberarsene.
Alcune persone hanno grandi difficoltà con quelli che vengono chiamati “cattivi pensieri”. Questi pensieri, che spesso hanno a che vedere con sesso e ostilità, arrivano alla mente spontaneamente.

Queste persone si sentono a disagio e piene di vergogna per albergare certi pensieri e cercano di espellerli dalla loro mente. Ma più si sforzano in questa direzione e più questi persistono. In una lotta tra volontà e immaginazione, infatti, generalmente vince l’immaginazione.

Piuttosto che parlare di “cattivi o buoni pensieri” parliamo di pensieri “distruttivi o costruttivi”. Quando certi pensieri, dunque, ci assalgono la mente, possiamo dirci: “Questo è un pensiero distruttivo, perché distrugge la mia pace mentale. Non so da dove viene, non l’ho invitato, non lotterò contro di lui e non mi sentirò colpevole per causa sua. Siccome è un ospite indesiderato, dirigerò la mia attenzione altrove senza sentirmi colpevole”.

Nel tempo questo processo di rinuncia ha molto più potere su questi pensieri non richiesti di tutta la forza di volontà che possiamo esercitare.

Un terzo metodo contro l’ansia è quello di razionalizzarla. Gli argomenti usati possono anche essere veri, ma non spiegano la realtà della situazione.

Un tale era seccato dalle interruzioni telefoniche che gli impedivano di svolgere il suo lavoro. L’ansia per il lavoro da fare, così, era costante in lui e cresceva in funzione delle interruzioni, considerate razionalmente la causa primaria di questa sua tensione crescente, giustificata dal lavoro che si accumulava.

Scoprì che l’ansia era prodotta dal suo sentimento di colpa e autocritica, se non avesse terminato una certa quantità di lavoro nella giornata e non dalla quantità di lavoro in sé. Questa sua richiesta interiore era sorta nella sua infanzia quando si sentiva accettato dai suoi genitori soltanto se terminava i suoi compiti bene e in tempo.

Adesso non c’erano più i suoi genitori a controllarlo, ma c’era “il padre interiore” che stabilisce le norme a cui dobbiamo attenerci.

La sua non era una colpa reale, ma solo fittizia, prodotta dalla sua coscienza accusatrice, condizionata nella sua infanzia. La razionalizzazione astuta aveva trasformato una realtà nevrotica in una virtù.

Il cambio in questa persona si verificò quando decise di lasciare all’adulto del presente le decisioni da prendere, invece che al “bambino interiore del passato”.

Un quarto metodo per affrontare l’ansia è quello di narcotizzarla. Questo si può ottenere per mezzo dell’uso di droghe, alcool o la dedicazione totale a qualche attività (attività sociali, per esempio, per combattere la solitudine, un senso di colpa, un senso di nullità, di inferiorità, di rigetto, ecc.).

Il quinto metodo, che rappresenta l’unica soluzione possibile, è quello di scoprire e togliere la causa dell’ansia.

Tentativi per proteggersi dall’ansia

In generale l’ansia ci porta ad evitare qualsiasi cosa che ci procuri queste spiacevoli sensazioni e ad evitare di pensare a quelle cose preoccupanti che ci rendono proprio ansiosi.Così facendo, non ci libereremo mai dall’ansia, perché non la affronteremo e questa continuerà ad essere presente in noi.Paola, dopo aver realizzato il suo sogno di possedere una casa, soffriva di insonnia ed era calata di peso. Sentiva una strana ansia e voleva trovare il modo per sbarazzarsene. Incominciò ad uscire più spesso di casa e a far visita ad amici, fece pregare in Chiesa per la sua situazione, si fece dare una cura a base di tranquillanti e si impegnò nella scuola domenicale, ma senza ottenere grandi risultati.In lei permaneva una sensazione di minaccia incombente e l’ansia non tendeva a diminuire. Giunse a pensare di rivendere quella casa e di rinunciare a quel suo sogno a lungo accarezzato.Il problema era che avevano acceso un mutuo abbastanza gravoso e lei temeva di non riuscire a far fronte a quell’onere.Carlo conosce una ragazza carina e si sente attratto da lei. Incominciano ad uscire insieme e lui si propone alla prima occasione di parlarle della sua fede in Cristo. Ma un giorno questa ragazza si esprime contro quei bigotti religiosi che frequentano le Chiese e sono poi i peggiori ipocriti. Carlo non ha più il coraggio di dirle che è cristiano, perché teme di perdere la sua amicizia, non vuole essere disapprovato o disprezzato e soprattutto rifiutato.

Maria voleva rinunciare a qualsiasi tipo di cura contro la sua sterilità. “E se non dà risultato?” diceva, “perdo così anche l’ultima speranza di poter concepire un figlio”.

Angela non invitava nessuno a pranzo e non accettava lei stessa inviti a pranzo, dovendo poi contraccambiare, perché non si sentiva capace come cuoca e temeva il rifiuto da parte dei suoi invitati, temeva la loro disapprovazione.

Alcuni, per la tensione che ciò produce, evitano di incontrare persone o conoscenti che li disapprovano o che sono arrabbiati con loro, o chi li ha offesi per paura che la circostanza si ripeta. Costoro escono di casa ansiosi, temendo questo eventuale incontro sgradito.Altri si allontanano da gente estroversa, che sa conversare in maniera brillante e simpatica, perché diventano il centro della festa e li fanno sentire inferiori, messi da parte e in ombra, cioè di poco valore.

Antonio mandava sempre la moglie a chiedere informazioni o a esporre lamentele, perché l’ansia di una risposta scortese o aggressiva, o di non agire come era loro gradito, lo mandava in tilt. Il fatto che la moglie accetti di prendere l’iniziativa gli dà un sollievo momentaneo, ma non lo libera dall’ansia, anzi gli sviluppa l’idea di essere un codardo, un fallito e lo fa sentire in colpa.

Luisa non voleva mai andare in vacanza per il timore che dei ladri svaligiassero l’appartamento o un incendio lo distruggesse.

Possiamo evitare le nostre ansie in due maniere, l’una fisica e l’altra mentale. Nel primo caso ci si mantiene lontani dagli oggetti temuti, come, per esempio, non salire mai su di un aereo, non partecipare mai a incontri di gruppo, evitare un esame, non visitare mai ricoverati in ospedali.

Nel secondo si evita di pensare a ciò che ci crea ansia., come, per esempio, avere sempre musica nelle orecchie, cambiare il tema della conversazione quando arriva su di un punto che dà inquietudine, saltare la pagina dei necrologi per non dover pensare alla nostra mortalità, frequentare una Chiesa dove il pastore mette l’accento solo sulle benedizioni di Dio per rifiutare il pensiero di una possibile sofferenza.

Uno dei passi per la vittoria sulle ansie è l’accettazione di ciò che ci crea tensione. Iniziamo col tollerare un po’ il sudore sulle palme delle mani, quel certo rossore sulle guance, il tremore delle ginocchia, la bocca secca, le palpitazioni, la tensione muscolare e l’apprensione mentale. Non pratichiamo l’evasione mentale, convincendoci di non pensare a ciò che ci sembra così terribile. Affrontiamo, invece, i rischi che ci siamo immaginati. Apriamo la nostra mente al peggio e portiamo avanti il ragionamento fino alle estreme conseguenze.La fede ci dice: “Se deve succedere il peggio, perderò tutto il mio denaro; se deve succedere una tragedia, una delle mie persone care può ammalarsi e morire; se è giunta la mia ora, posso soffrire e forse anche morire”. Se tutto questo deve succedere, possiamo uscirne vittoriosi, cioè non schiacciati, perché Gesù ci accompagnerà attraverso questi avvenimenti. Lui ci darà la fede e la forza sufficienti per continuare il nostro cammino.Gesù conosceva quali pericoli poteva correre l’uomo a causa dell’ansia e mise in guardia i suoi discepoli dicendo: “Non siate in ansia per la vostra vita… Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita? …Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro… Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:25-34).Il pensiero del domani avvelena spesso l’esistenza, ma la speranza in Dio ci porta ad affermare che Egli, che ci ha dato l’oggi, provvederà anche per il domani. Abbandoniamoci, dunque, fiduciosi tra le sue braccia eterne.
Colui che si preoccupa del domani non riesce a fare niente, perché è concentrato appunto sui problemi del futuro. Preoccuparsi è quindi come dondolarsi su una sedia a dondolo: si spreca tanta energia, ma non si va da nessuna parte. C’è sempre qualcosa che si può fare, invece, per i problemi di oggi: “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita, affinché la possiate sostenere” (1 Corinzi 10:13). Anche se non puoi cambiare nulla al di fuori di te stesso, grazie alla potenza di Dio, possono essere cambiati i tuoi atteggiamenti verso i problemi; anche se nient’altro dovesse cambiare, tu puoi. Dunque, c’è sempre qualcosa che puoi fare oggi.
Tuttavia, nessuno interpreti la fiducia in Dio come un invito alla passività e all’immobilismo. Gesù ci invita ad avere fiducia, ma aggiunge anche: “Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matteo 6:36).

Se non vogliamo essere vinti dall’ansia dobbiamo prima di tutto cercare attivamente di far parte del regno di Dio e di possedere la Sua giustizia.Il cercare dà l’idea dell’azione, del movimento, della decisione. Accettare Gesù come Salvatore personale ci garantisce l’appartenenza al Suo regno, ma ciò implica anche la nostra disponibilità a fare tutto quello che è necessario per appartenervi. In quanto alla giustizia, l’apostolo Paolo dice: “Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l’accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi” (Romani 5:1,2), ma aggiunge anche di prendere “…la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi dopo aver compiuto tutto il vostro dovere” (Efesini 6:13).
davidandgoliath Tutti abbiamo avuto e continueremo ad avere scontri con il gigante “ansia” e solo la fede in Dio potrà garantirci la vittoria su di esso. Quando il giovanetto Davide raggiunse il campo di battaglia e vide che il re Saul ed il suo esercito tremavano di fronte al gigante Goliath, fu scosso dalla mancanza di fede di Israele, rifiutò l’armatura che Saul gli offriva, perché gli era solo d’impaccio, e uscì contro il gigante armato di una potente fede nell’Eterno e di una fionda santificata. Aveva paura? Nel giorno della paura, io confido in te. In Dio, di cui lodo la parola, in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?” (Salmo 56:3,4). Ecco allora che si rivolse al gigante Filisteo e disse: “Tu vieni verso di me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo verso di te nel nome del Signore degli eserciti, del Dio delle schiere d’Israele che tu hai insultate” (I Samuele 17:45). Con premesse simili, l’esito della battaglia era garantito.
Davide vinse non solo il gigante Goliath, ma anche le tante difficoltà che incontrò nella sua vita. Nei nostri scontri quotidiani con grandi e piccole preoccupazioni, l’esercizio della fede è determinante per ottenere la vittoria. Se imiteremo Davide, con lui potremo affermare: “Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca. Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me… Certo beni e benignità m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del Signore per lunghi giorni” (Salmo 23).
“Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiera e suppliche, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”

(Filippesi 4:6-7)