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Mysterium doloris

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ANCORA ROSA SHOCKING?

NO, QUESTA VOLTA

VI PARLO DELLA SOFFERENZA

Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perchè ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

di Nicola Peirce

Nicola PeirceSono stato accusato di scribacchiare solo cose “rosa” perché ho trattato, a più riprese, dell’amore ma non è assolutamente vero. Leggete ciò che ho scritto sulla morte o su altre bazzecole del genere e capirete che non è così. Pertanto ho deciso, per ripicca verso chi mi ha definito scrivano da soap-opera, di trattare un argomento brutale: la sofferenza ed in particolare quella che colpisce gli innocenti; anche perché mi è stato riferito che il mio censore scappa a gambe levate di fronte a questo tema; …così s’empara, il denigratore della mia scrittura rosé, che tra l’altro è il colore del miglior vino prodotto nelle sue terre.

Ovviamente scherzo, la mia è solo una goliardata da redazione. Tornando alle cose serie, la verità è che ho incrociato la sofferenza, faccia a faccia, inaspettatamente, così come mi era successo l’anno scorso di incrociare l’amore, quando ho iniziato le mie dissertazioni su quel tema. Sofferenza che leggo nel volto delle molte persone depredate e sfigurate dalla condizione d’indigenza nella quale questa devastante crisi economica le ha precipitate e che incontro ormai da alcuni mesi, da quando svolgo un certo tipo di servizio volontario. Sofferenza che è, purtroppo, anche lei, come la morte, una condizione inalienabile della vita umana che genera sempre, quando l’incontri o la vivi sulla tua pelle, la domanda: perché?

TKimg47ab377305d52Guardate cosa è successo a Lampedusa. Al netto delle demagogie politiche quella è stata un’evidenza di sofferenza assolutamente perfetta. Scusate questa definizione al limite del volgare ma è la realtà: uomini, donne e bambini, in tutto e per tutto uguali a me e a te che leggi, che fuggono da una sofferenza per cadere in un’altra ancora più grande; viaggi della speranza che si trasformano in viaggi della disperazione: che senso ha? Certo possiamo accollare la colpa di questa specifica sofferenza a chi fa di quel traffico di carne umana un lucro o possiamo incolpare, più genericamente, la società del consumismo e il suo egoismo indifferente, però, nella sostanza, se guardiamo alla storia di questo mondo non da un punto di vista particolare ma con una visione generale, la domanda è sempre quella: perché esiste la sofferenza? che ruolo ha nell’economia della nostra esistenza?

Una risposta convincente a questa questione io l’ho trovata. Certo è la risposta che viene dalla mia fede cristiana, ragionata, ma pur sempre fede: d’altronde non si può pretendere di rispondere a questo genere di interrogativi attraverso la scienza empirica. Quest’ultima può spiegarti il come della sofferenza, non certo il perché, ti spiega come muori e non perché muori. Comunque una volta che hai trovato questa risposta, accettarla, è ben altra cosa, è molto difficile, anche per me, anche alla luce della mia fede: anzi posso dire che è un’accettazione al confine dell’impossibile. Perché se l’accetti profondamente, nel tuo intimo mentre ti confronti con la sofferenza, vuol dire che sei in odore di santità, di quella santità eroica che ti “spara” dritto, dritto in paradiso ed è proprio per questo che accettarla quale verità è al limite dell’impossibile perchè entrare direttamente in paradiso non è certo cosa facile.

Perché? …perché due non fa tre.

Nella sofferenza dei bambini il "perchè?" si fa ancora più doloroso.

Nella sofferenza dei bambini il “perchè?” si fa ancora più doloroso.

Sono trascorsi poco meno di vent’anni da quando ho visto una bambina di otto anni morire per una malattia inguaribile, trasmessale dalla madre quand’era ancora nella sua “pancia”, e di cui lei, la bambina, non aveva certamente nessuna colpa. La madre che ne era affetta perché ex-tossicodipendente, morta, anche lei, poco tempo dopo sua figlia, scoprì di essere sieropositiva solo due mesi prima del parto. Una donna che aveva vissuto in maniera incosciente, con uno sguardo infantile e immaturo nei confronti del mondo, travolta dagli eventi della vita che l’avevano schiacciata: la donna era mia sorella e la bambina era mia nipote.

Quella bimba si è spenta poco alla volta, in un letto d’ospedale attaccata all’ossigeno e ai tubi che l’alimentavano, in una lunga agonia; ogni volta che andavo a trovarla la vedevo sempre più scheletrica, scarnificata dalla malattia che la corrodeva ma ciò che non potrò mai dimenticare è il suo sguardo, quegli occhi che spuntavano da dietro la maschera dell’ossigeno, nei quali c’era scritto, a lettere cubitali: «perché?». Come ho già scritto in altra occasione, non racconto questo episodio personale per “piangeria” o perché mi piace il palcoscenico alla Maria de Filippi ma perché è propedeutico per avere un termine di paragone con un fatto di sofferenza, analogo, che riguarda un’altra bambina di cui parleremo più avanti.

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia...

Sappiamo di dover morire e che la felicità non ci appartiene: eppure, ogni volta, la sofferenza ci schiaccia…

Mia nipote aveva superato da tempo il confine che separa la richiesta di aiuto, di sollievo, dalla rassegnazione che porta, inevitabilmente, con sè quella domanda che leggevo nei suoi occhi; immersa nel dolore e consapevole del suo destino, era arrivata, nonostante la sua tenera età, a chiedersi: perché? La stessa domanda che prima o poi tutti ci facciamo confrontandoci con la sofferenza. Anche gli animali soffrono, però solo l’uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede la ragione e questa sofferenza aumenta se non riesce a trovare una risposta soddisfacente. L’interrogativo è, infatti, frutto dell’incapacità di capire lo stato di sofferenza perché è in antitesi esatta con quello stato di perenne illusoria mondanità, di cui nutriamo il nostro quotidiano, proiettati verso una parodia di felicità che possiamo definire “liquida”; si, è proprio liquida perché ogni volta che pensiamo di averla afferrata ci sgocciola via dalle mani, lasciandoci da pagare un “onorario” fatto di rimpianti.

Effettivamente, se ci pensate bene, è ridicolo il nostro modo di vivere indirizzato alla spasmodica ricerca della felicità in questa vita, sapendo perfettamente di doverla lasciare e che tutto ciò che noi facciamo è destinato a perire. Anche il nostro ricordo sbiadirà inesorabilmente. Sfido chiunque di voi a dimostrarmi, dati alla mano, che conosce nome e storia della sua famiglia dal trisnonno in su. Sono pochi quelli che sanno chi erano e cosa facevano – scusate l’arroganza, io sono uno di quei pochi – i propri antenati distanti meno di duecento anni che in termini storici equivalgono ad un batter di ciglia. Allora come è possibile che ricerchiamo la felicità duratura, inamovibile, qui ed ora, sapendo perfettamente di essere, invece, in una vita transitoria, evanescente, sia quella che viviamo corporalmente sia quella che vivremo nei ricordi, anche, di chi ci è consanguineo?

…aiuto: salvatemi dal dolore!

L'attentato a Giovanni Paolo II: l'inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell'anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

L’attentato a Giovanni Paolo II: l’inizio del suo calvario fisico. Ma quello dell’anima era iniziato già da bambino, con la morte della madre.

Scusate la divagazione “esistenzialista” e torniamo al nostro tema nudo e crudo: la sofferenza. Con una doverosa premessa: mi sono ispirato per questo scritto, saccheggiando a piene mani il testo, alla Lettera Apostolica di Papa Giovanni Paolo II: “Salvifici Doloris” del febbraio 1984. Che viene considerato, a buon titolo, il documento più esaustivo, dello specifico argomento, del magistero della Chiesa Cattolica proposto ai suoi fedeli ma anche a tutta l’umanità. Vorrei sottolineare come questo documento sia opera di un uomo che aveva sperimentato il dolore da giovane, con la morte della madre, e poi del padre e del fratello, ritrovandosi solo a 21 anni, e ancora la guerra e la dittatura comunista mentre da Papa, con l’attentato. Un uomo che ha chiuso il suo pellegrinaggio terreno con quell’agonia di dolore degli ultimi giorni, volutamente mostrata agli occhi del mondo quale ostensorio della sofferenza e che racchiude, a mio avviso, il vero messaggio del suo papato. Molti ricordano solo l’aspetto forte e dirompente, scenografico, di Karol Wojtyla, mentre, secondo me, il suo messaggio è proprio in quella sua lenta e prolungata “crocefissione” che si rispecchia nel titolo di questa sua Lettera, chiamando tutti a valutare la mondanità aleatoria alla luce del “salvifico dolore”.

E’ bene notare che il termine “salvifici” ha due radici: salus e facio e che il termine salus ha due significati: salute e salvezza, termine quest’ultimo che richiama l’architettura del pensiero cristiano riguardo il vero significato della nostra presenza su questa terra. Infatti, un primo aspetto che colpisce della sofferenza umana è quello di andare oltre il semplice confine della malattia fisica entrando anche nella dimensione morale del nostro essere. La medicina ha fatto passi da gigante nella cura della sofferenza fisica ma sono proprio i medici i primi a sostenere che anche il morale, cioè quella che viene chiamata laicamente la psiche del paziente, ha bisogno di sollievo per la buona riuscita di qualsiasi terapia: «…non si può, infatti, negare che le sofferenze morali abbiano anche una loro componente fisica, o somatica, e che spesso si riflettano sullo stato dell’intero organismo» (Salvifici Doloris). Questo, tra l’altro, è un indizio del fatto che l’uomo deve per forza di cose avere due dimensioni, una corporale e una non-corporale, diciamo “spirituale”, altrimenti si ridurrebbe tutto al solo dolore fisico. In questo senso possiamo dire che la forza morale, che per noi credenti è la perseveranza anche nella prova, si riversa sulla capacità di sopportare e giustificare il dolore e la sofferenza fisica.

L'ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

L’ultima immagine pubblica del Papa della sofferenza.

Un altro aspetto della sofferenza che si può facilmente intuire è che c’è sempre una causa della sofferenza sia di quella fisica sia di quella morale: «…l’uomo soffre, allorquando sperimenta un qualsiasi male» (Salvifici Doloris), la cui intensità è diversa a secondo dell’esperienza di “male” che si subisce. Fisicamente è abbastanza ovvio che una sbucciatura al ginocchio è sicuramente meno dolorosa della frattura di un osso; mentre per quella morale o psicologica che dir si voglia, dipende dal tipo di attività psichica: tristezza, delusione, abbattimento o, addirittura, di disperazione, sviluppata dal singolo individuo ed è legata, per intensità, alla specifica sensibilità del soggetto sofferente ma anche in questo caso c’è sempre una causa legata ad un male: «…anche al centro di ciò che costituisce la forma psicologica della sofferenza si trova sempre un’esperienza del male, a causa del quale l’uomo soffre» (Salvifici Doloris). A questo punto credo sia abbastanza evidente, almeno spero lo sia anche per voi come lo è per me, che il vero interrogativo non è tanto perché soffro ma perché c’è il male che mi provoca la sofferenza, interrogativo che porta immediatamente alla necessità di capire: che cosa è il male?

Se c’è il male perché dovrebbe esserci anche Dio?

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Lattanzio. Per lui Dio era impotente oppure ostile: altrimenti non ci sarebbe stato il male.

Nella diatriba tra credenti e non credenti proprio il tema della sofferenza e del male che ne è la causa, è uno dei punti di maggior conflitto; il non credente usa proprio l’incomprensibilità del male per affermare la propria fede-atea, facendo sua la celebre sentenza di Epicuro, riportata da Lattanzio nell’opera De ira dei: «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?». Questo pensiero, che nel complesso è ragionevole, si basa però su una logica prettamente mondana, fatta, cioè, su misura per quell’illusoria mondanità di cui abbiamo parlato prima, perché esclude dall’economia della sofferenza qualsiasi possibile “risarcimento” futuro.

Già sento i soliti “noti” mormorare: «…ecco, ci siamo, ora inizia con la storiella della salvezza dell’anima ma io soffro qui, adesso, non so dopo cosa ci sia e neanche se ci sia qualcosa». Nulla da dire anche questa è un’obiezione giusta. Una delle possibili risposte davanti alla sofferenza, soprattutto alla sofferenza innocente dei bambini, è proprio quella della fuga, del rifiuto di Dio. Dostoevskij espresse chiaramente questo disagio nei Fratelli Karamazov: «Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza».

L’errore, anche nel caso di Dostoevskij, come in quello di Epicuro, è di cercare la risposta partendo da una negazione, quella di Dio, contestando a priori o dubitando dell’esistenza di una realtà diversa dalla mondanità che abbiamo davanti agli occhi, di ciò che possiamo vedere che, tra l’altro, è solo una piccola parte dell’esistente. Francamente penso che questa negazione nasca più per evitare di confrontarsi con la risposta cristiana al male che non per una vera e propria convinzione atea. Lasciatevelo dire da uno che ne ha viste parecchie e ne ha combinate più di Carlo in Francia: quella cristiana è la risposta più convincente che abbia mai trovato in tutta la mia vita al dilemma della sofferenza e del male. E’ la risposta che arriva direttamente dalla Parola di Dio, dalla Bibbia ed oltre ad essere esauriente è anche, sempre secondo me, decisamente logica, perché mette al centro non tanto il male quale “rappresaglia” di Dio ma il libero arbitrio dell’uomo, la sua libera scelta e dunque la responsabilità di questa scelta, invalidando così la visione negazionista di Dio quale presunto complice, o peggio, autore del male.

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

Dostoevskij: perché esiste la sofferenza innocente?

I capitoli della Genesi che riguardano la creazione chiamano in causa l’uomo e la sua libertà ed è innegabile che un’ampia porzione del male sparso nella storia ha una precisa origine umana. In quelle prime pagine della Bibbia c’è tutta la debolezza della visione atea di Epicuro e dei dubbi di Dostoevskij. Dio non ha voluto il male dell’uomo, la sua sofferenza: anzi, in quelle pagine si parla dell’armonia dell’uomo con Dio, con il suo simile, incarnato nella donna, “carne della mia stessa carne” e con le altre creature, gli animali. Sempre in quelle pagine, in antitesi a questo disegno di armonia, prende invece forma il proposito alternativo dell’uomo che decide di definire in proprio “la conoscenza del bene e del male”. Dio diventa un estraneo, relegato nel suo trascendente ed è, guarda caso, esattamente la stessa antitesi che c’è tra la visione trascendente del credente e quella illusoria mondana del non credente, centralizzata sull’io.

«La risposta cristiana ad esso (ndr: al tema della sofferenza) è diversa da quella che viene data da altre tradizioni culturali e religiose, le quali ritengono che l’esistenza sia un male, dal quale bisogna liberarsi (ndr: come ad esempio nel Buddhismo). Il cristianesimo proclama l’essenziale bene dell’esistenza e il bene di ciò che esiste, professa la bontà del Creatore e proclama il bene delle creature. L’uomo soffre a causa del male, che è una certa mancanza, limitazione o distorsione del bene. Si potrebbe dire che l’uomo soffre a motivo di un bene al quale egli non partecipa, dal quale viene, in un certo senso, tagliato fuori, o del quale egli stesso si è privato. Soffre in particolare quando « dovrebbe » aver parte nell’ordine normale delle cose a questo bene, e non l’ha» (Salvifici Doloris).

“…ma che colpa abbiamo noi!” (The Rokes – 1967)

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

Gli amici colpevolizzano Giobbe. Lui, però, non ci sta e processa Dio.

E’ anche vero, però, che c’è un male che va oltre la responsabilità dell’uomo, sia questa individuale o collettiva, che trova ambito, nell’Antico Testamento, nel Libro di Giobbe, il celebre personaggio biblico che si scontra con un male assurdo, che non è frutto di sue deviazioni morali: anzi lui era uomo “giusto”, né può essere spiegato dalla tesi che gli “amici”, con cui lui discute sostengono. Questi gli obiettano, come spiegazione al suo stato di sofferenza, il giudizio divino davanti alla responsabilità peccaminosa dell’uomo, accusando Giobbe di essere comunque colpevole di qualcosa, anche se lui non ne è pienamente cosciente. Giobbe, si ribella, protesta e, alla fine, dichiara che non è sufficiente l’uomo a spiegare un certo tipo di male e così chiama in causa Dio nella spiegazione del suo “male” che supera la ragione. E Dio accetta di confrontarsi in questa sorta di processo al quale Giobbe lo ha convocato.

«Giobbe, tuttavia, contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza» (Salvifici Doloris)

Giobbe è l'uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

Giobbe è l’uomo di tutti i tempi che si interroga sul mistero del male.

C’è un aspetto del male che non può essere “razionalizzato”: il male grida, con tutta la sua mostruosità contro la mente razionale dell’uomo e questa sua mostruosità può diventare accecante fino al rifiuto di Dio. Ma Dio rivela a Giobbe che esiste un “progetto”, una razionalità trascendente, superiore. Giobbe che è immagine di tutti noi, è spinto verso la rivolta a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza di fronte allo “scandalo del male”, ma è spinto, dalla sua componente trascendente, anche verso la speranza. Alla fine si arrende e prorompe in quell’inno di lode, nell’ultimo capitolo del libro, a cui lo conduce la rivelazione divina, entrando in quella che per i mistici cristiani si chiama “contemplazione”. Una comprensione che va al di là della logica razionale e percettiva, per diventare conoscenza di fede: «Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo. Ascoltami e io parlerò, io t’interrogherò e tu istruiscimi. Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 3b-5).

La verità, alla fine dei conti, è che non si può spiegare la sofferenza, ed in particolare quella dell’innocente, nel razionale perché non ha nulla di razionale. Analizzandola esclusivamente nella dimensione mondana rischiamo, come Epicuro o Dostojesvky, di limitarci ad incolpare Dio di questa sofferenza illudendoci così di eliminare il problema spostandolo su un altro soggetto, senza dare risposta all’interrogativo. Oppure di negare Dio per rimanere legati ad una sorta di irragionevole fatalismo ateo e nichilista. In realtà, questo incolpare Dio o addirittura negarlo, è solo una fuga davanti alla risposta che nel nostro intimo conosciamo che, se accettata, ci obbliga a confrontarci con Dio ed in particolare con il Dio cristiano, quello del peccato e della santificazione, del giudizio e della misericordia, dell’inferno e del paradiso. Mi sembra di vedere i peli dritti e la pelle d’oca dei soliti amici laicisti che digrignano i denti davanti a queste affermazioni ma ricordo loro che la fuga non è mai una soluzione resta solo un allontanamento dal problema che permane dentro di noi pronto a saltare fuori all’occasione successiva, tornando ad interrogarci.

Gira che ti rigira, sempre lì si finisce…

Isaia: ha parlato dell'enigmatica figura del "servo sofferente".

Isaia: ha parlato dell’enigmatica figura del “servo sofferente”.

Giobbe diventa consapevole di essere stato utile, con la sua sofferenza, nell’economia del disegno di Dio che è ovviamente molto più ampio rispetto a quello limitato dell’uomo. In particolare, proprio in relazione al male che viene commesso, è stato l’uomo con la sua decisione libera, anche se istigata dal demonio, a voler conoscere, illudendosi di poterlo controllare. Non è così, non è possibile perché il male è quel Mysterium Iniquitatis di cui ho parlato tempo fa, giocando in uno scritto precedente con in numeri e con la matematica. Quella descritta nel libro di Giobbe è il primo abbozzo della risposta che Dio, nel suo disegno trascendente, intende dare a quel male che affligge l’uomo. La risposta diventa quindi più evidente in quel “Servo del Signore”, annunciato nel libro di Isaia, che attraverso l’accettazione consapevole della sofferenza, del male, diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is. 53, 5).

La risposta trova realizzazione, nella pienezza dei tempi, con Gesù, cioè Dio che viene in prima persona a subire questo male per la definitiva sconfitta del male stesso, riparando a quella sconsiderata scelta dell’uomo che fece entrare il peccato e quindi il male, nella dimensione umana.

L'uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

L’uomo della Sindone: trafitto per i nostri peccati.

«Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al “mondo” per liberare l’uomo dal male, che porta in sé la definitiva ed assoluta prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola “dà” («ha dato ») indica che questa liberazione deve essere compiuta dal Figlio unigenito mediante la sua propria sofferenza. E in ciò si manifesta l’amore, l’amore infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del Padre, il quale “dà” per questo il suo Figlio. Questo è l’amore per l’uomo, l’amore per il “mondo”: è l’amore salvifico» (Salvifici Doloris)

Mi dispiace per il censore del mio filosofeggiare “rosa” ma qui si ritorna all’amore, a quella essenza divina fatta d’amore/donazione di cui ho ampiamente trattato che è la verità centrale della fede cristiana. E’ per amore che Dio s’incarna e assume in sé il nostro limite: la “carne”, così da redimerla dall’interno. In Cristo non si arriva alla giustificazione o alla comprensione dello scandalo del male secondo un metro ideologico o etico, prettamente umano; si ha, invece, la condivisione del soffrire per amore. Proprio perché Cristo non cessa di essere Dio, anche quando è nella condizione umana, assumendo il male, il dolore e la morte, lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza». L’amore divino non ci protegge “da” ogni male ma ci sostiene “in” ogni male facendocelo superare. L’esperienza del male, da noi voluta e scelta, è una prigione ma l’ingresso del Figlio di Dio in questa prigione segna una svolta, dimostra che le catene possono essere spezzate e così, pagando il riscatto del nostro peccato, ci apre un “oltre” ci fa superare il male che porta con se la morte.

L'illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

L’illuminante colloquio di Gesù con Nicodemo.

Il colloquio con Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni, spiega esattamente ciò che ha significato nella storia dell’umanità, afflitta dalla sofferenza e dal male, la venuta di Gesù, svelandoci la sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv. 3, 17-18). Dio dà il suo Figlio unigenito, cioè se stesso, affinché l’uomo “non muoia” e il significato di questo “non muoia” viene precisato accuratamente dalle parole successive: «…ma abbia la vita eterna». L’uomo muore quando perde la vita eterna: anche di questo ho disquisito su queste pagine (la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo). Il contrario della salvezza non è la sola sofferenza temporale ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, da questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Per compiere la sua missione salvifica deve toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione di Gesù è quella di vincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte e vince la morte con la sua risurrezione.

Questa obbedienza fino alla morte è il più grande atto d’amore che poteva essere fatto al Padre dal Figlio. Necessario perché solo attraverso un atto di incommensurabile e assoluto amore verso Dio si poteva sanare una ferita così profonda come quella inferta dal peccato originale che è il rifiuto primigenio di Dio. Per sanare l’odio, era necessario che l’amore rispondesse all’odio nel momento del suo estremo manifestarsi, cioè proprio su quella croce. È per questo che è venuto Dio stesso a compiere quest’atto perché nessun essere umano avrebbe potuto compiere un atto così enorme nella sua misura e nelle sue conseguenze: «…laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20).

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Chiamati a portare tutti la croce di Gesù.

Ma ecco anche le note dolenti, quel “al limite dell’impossibile”, di cui ho parlato all’inizio, che rende l’accettazione totale di questa risposta al perché della sofferenza un atto che ci santifica e santifica il mondo. Cristo ha aperto la strada ma anche noi siamo chiamati a percorrere quella via a rispondere all’odio con l’amore, alla sofferenza con l’obbedienza, come direbbero i nostri amati (?) politici: “senza se e senza ma”, in totale sottomissione a ciò che la volontà di Dio nel suo disegno ha in serbo per noi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col. 1, 24).

«Ogni uomo ha una sua partecipazione alla redenzione. Ognuno è anche chiamato a partecipare a quella sofferenza, mediante la quale si è compiuta la redenzione. E’ chiamato a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni umana sofferenza è stata anche redenta. Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo». (Salvifici Doloris).

Due bambine, distanti nel tempo ma non solo…

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di "venerabile" e molti parlano della santità della sua breve vita.

Antonietta De Meo, conosciuta come Nennolina. Ha il titolo di “venerabile” e molti parlano della santità della sua breve vita.

Concludo riallacciandomi a mia nipote e alla sofferenza dei bambini in generale, con un richiamo ad un’altra bambina che mi sta a cuore, che l’amica Dorotea Lancellotti ha presentato, insieme ad altri, nel suo articolo sui santi bambini. Mi riferisco a Nennolina, al secolo Antonietta Meo. Sono andato varie volte sulla sua tomba nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, la sua parrocchia, a pochi passi da San Giovanni in Laterano e dalla Scala Santa. Ho un suo “santino”, preso lì, che tengo dentro la mia Bibbia, insieme ad altri. Tutte le mattine quando mi sveglio, dopo aver pregato, leggo e cerco di meditare, la Parola del giorno seguendo il lezionario della Chiesa. Però qualche volta mi capita anche di aprire a caso e leggere ciò che mi viene davanti agli occhi. Pochi giorni fa, aprendo a caso, sono “atterrato” sulla pagina dove c’è quel santino. Una foto, un ritratto di Nennolina, che ha uno sguardo fiero, dritto davanti a se che ti trapassa, con amore ma, vi garantisco, che trapassa, inesorabilmente, da parte a parte. Guardando quegli occhi mi sono ricordato dello sguardo di mia nipote dietro la maschera dell’ossigeno, uno sguardo spento dal dolore, annebbiato dalla sofferenza, confuso da quella domanda che non trovava risposta: perché?

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina nel giorno della sua Prima Comunione.

Nennolina è morta, tra atroci sofferenze per un tumore delle ossa (osteosarcoma), a soli sei anni e mezzo e ha lasciato alcune letterine, in parte dettate alla madre, in parte scritte da lei, che sono raccolte in un libro che ho. Sono tutte, sia quelle scritte prima di ammalarsi sia quelle scritte durante la malattia, un inno di ringraziamento al Signore. Questa bambina, nata il 15 dicembre del 1930, ebbe dalla famiglia un insegnamento e una testimonianza, profondamente cristiana: i genitori erano credenti, praticanti e impegnati anche nel terz’ordine francescano ma questo non basta a giustificare il suo modo di agire. Già a tre anni era dedita alla preghiera e “parlava” con Gesù rivolgendosi a Lui in termini molto amorevoli. A soli cinque anni le viene diagnosticata la malattia e dopo sei mesi da quella diagnosi (aprile 1936) le viene amputata la gamba sinistra, dove era iniziata la metastasi ossea. Lei continua, nonostante una protesi fastidiosa, a fare la sua vita normale e inizia anche ad andare a scuola e nell’ottobre del 1936 a cinque anni e dieci mesi, in una delle sue letterine scrive: «Gesù fammi la grazia di morire prima di commettere un peccato mortale». Intanto si prepara per la prima comunione che farà la notte di Natale del ’36 e alla successiva cresima che riceverà nel maggio del ’37. Sia l’incontro intenso con Gesù Eucarestia sia l’effusione dello Spirito Santo nella cresima la porteranno a scrivere cose molto profonde che sono state definite mistiche, nella loro semplicità. Sette giorni dopo la cresima inizia ad avere la febbre alta e la tosse e gli vengono riscontrate delle “ombre” nei polmoni, nuove metastasi che nelle settimane successive si espandono anche alla testa ad una mano e ad un piede, con cistiti dolorose e moniliasi (candida) alla bocca e alla gola. I dolori sono lancinanti e ancor più le terapie.

E’ in questo periodo, fino alla sua morte, che ha anche delle visioni che la madre cerca di sminuire ma che lei invece avverte come un aiuto di Gesù in questo calvario che sta attraversando. Quello che più mi ha colpito di questa bambina è che lei sin da piccolissima ha percepito il rapporto con Dio in maniera diretta, semplice, intuitiva. Un rapporto tutto incentrato sull’amore che da Dio proviene e che siamo chiamati a ricambiare mettendo in moto quello scambio d’amore che ci permette di vivere radicati nello Spirito Santo. Questa sua percezione era talmente forte che le ha permesso di superare la sofferenza e il dolore con la gioia nel cuore: sì, avete letto bene, con la gioia, beneficando di questa gioia anche tutti quelli che le erano vicini ed avevano rapporti con lei. Lo ripeto stiamo parlando di una bambina morta a sei anni e mezzo, il 3 luglio del 1937.

La bambina firmava "Antonietta di Gesù", segno di questa unione intima che sentiva con lui.

La bambina firmava “Antonietta di Gesù”, segno di questa unione intima che sentiva con Lui.

Prima di trascrivervi, esattamente come l’ha scritta lei, l’ultima lettera di Nennolina che da lì ad un mese sarebbe morta dopo 30 giorni di terribile agonia, vorrei segnalarvi una curiosità: Antonietta Meo fu battezzata il giorno della festa dei Santi Innocenti (ndr: i bambini uccisi da Erode nel tentativo di eliminare il Re preannunciato dalle scritture e cercato dai Magi) una sorta di presagio di ciò che sarebbe stata la sua vita:

“ 2 giugno 1937, ore 11:30 – Caro Gesù Crocifisso

Io ti voglio bene e Ti amo tanto

Io voglio stare sul calvario con te e soffro con gioia perché so di stare sul Calvario.

Caro Gesù. Io ti ringrazio che Tu mi hai mandato questa malattia perché è un mezzo per arrivare in Paradiso. Caro Gesù dì a Dio Padre che lo amo tanto anche Lui. Caro Gesù io voglio essere la Tua lampada e il tuo giglio caro Gesù, Caro Gesù dammi la forza necessaria per sopportare i dolori che ti offro per i peccatori (in questo momento fu presa dal vomito).

Caro Gesù, dì allo Spirito Santo che mi illumini d’amore e mi riempia dei suoi sette doni.

Caro Gesù dì alla Madonnina che l’amo tanto e che voglio stare insieme a Lei sul Calvario perché io voglio essere la Tua vittima d’amore caro Gesù.

Caro Gesù Ti raccomando il mio Padre Spirituale e falle tutte le grazie necessarie.

Caro Gesù Ti raccomando i miei genitori e Margherita.

Caro Gesù Ti mando tanti saluti e baci.

Antonietta di Gesù”

(sua firma autografa)

Date retta: “adda passà ‘a nuttata!”