In Belgio aboliti Natale, Pasqua e Ognissanti. Sostituiti da neutrali feste “laiche”

vignetta_cristo_europa_islamGià solo per questo io fuggirei a gambe levate dall’Europa. Grazie all’europeismo e ai suoi fans fanatici (di cui molti li ritroviamo persino in Italia), il vecchio continente sta perdendo la propria identità e la propria cultura, e tutto in nome di un presunto multiculturalismo e di una concezione distorta dell’uguaglianza, che fa tabula rasa della memoria storica e culturale di un popolo, per far spazio a presunte nuove culture, pronte, per loro conto, a conquistare e occupare gli spazi lasciati vuoti dalla vecchia, ormai rinnegata. È una regola sociale abbastanza comprensibile: le nuove culture rampanti, sicure di sé, con una forte componente integralista e identitaria, mai saranno disposte a rinunciare alla loro identità; e se qualcuno invece è disposto a rinunciare alla propria per riconoscere le prime, il gioco è fatto. La conquista socio-culturale (e politica) è inevitabile.

Ciò sta accadendo in Belgio, dove soprattutto le comunità islamiche sono piuttosto influenti e forti (sono persino organizzate in partiti politici), grazie soprattutto a un programma di progressiva e integrale laicizzazione della società, volta ad abbattere la cristianità e la memoria cristiana, progetto ben diverso dalla laicizzazione delle istituzioni statali. Non a caso, il laicismo europeo (di matrice prevalentemente socialista) ha tra le proprie (implicite) finalità il rinnegare le radici cristiane dell’Europa.

Così, in nome del politicamente corretto e della nuova fede ultralaica, le autorità belghe hanno deciso che le feste cardine della cultura europea e cristiana, come Ognissanti, Natale e la Pasqua, debbano essere sostituite dalle più neutre e anonime “Vacanze d’Autunno”, “Vacanze d’Inverno” e “Vacanze di Primavera”; questo per non urtare chi non è cattolico e per esaltare il culto laico che non ammette alcun segno identitario culturale e religioso che possa, in qualche modo, offendere chi non si riconosce in quella cultura e in quella identità. Come se chi diventa ospite di una società non abbia più il dovere e l’educazione di rispettare le sue regole e le sue usanze, ma abbia semmai il sacrosanto diritto di imporre le proprie!

La verità è che siamo al paradosso di uno Stato senza Nazione, in cui si sopprimono a colpi di leggi presuntivamente egalitarie, l’identità e la cultura di una data comunità. Ma è un paradosso che rischia di non durare abbastanza. Perché sembra essere destinato a finire nel momento in cui la cultura rampante e fortemente identitaria – che grazie a questi ampi spazi viene lasciata crescere in numeri e in influenza politica, senza che in cambio faccia alcuno sforzo per adattarsi e fare sua la cultura che la ospita (e semmai tentando di trasformarla e adattarla alle proprie esigenze e regole) – prenderà il sopravvento sulla vecchia identità, ormai relegata in una soffitta, e sul laicismo che l’ha demolita.

E tanto per confermare l’impressione, in Belgio le comunità islamiche plaudono la “geniale” iniziativa delle autorità belghe, che stanno consciamente o inconsciamente dissodando il terreno per le nuove culture destinate a dominare la scena sociale, anche compromettendo le conquiste fondamentali di secoli di lotta, a partire dall’illuminismo e dal concetto di democrazia e tutela dei diritti umani. Quando i fans dell’ultralaicismo si renderanno conto del madornale errore che hanno commesso, per gli europei e per i belgi in particolare, sarà troppo tardi.

Fonte: Mattinonline.ch

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Sulla Resilienza Cattolica e lo Spirito di Prontezza

Il test di una fede autentica

martiri
Il termine
Che cosa vuol dire la parola “martire”? Nel linguaggio comune la si usa in diversi modi. Esaminiamo alcune frasi:
“I martiri della libertà” sono coloro che, con alto spirito di sacrificio, hanno dato sé stessi completamente fino alla morte per la causa della libertà di un popolo. “I martiri del libero pensiero” sono coloro che hanno patito fino alla morte per difendere la libertà di opinione e di espressione.
“I martiri del lavoro” sono quelli che sul lavoro sono colti da infortuni o da malattie professionali, come nella frase: “L’apertura del traforo del Frejus fece molti martiri”, oppure “i martiri della scienza” coloro che hanno dato la loro vita per il progresso della scienza.
Per estensione si può dire di una persona: “è una martire afflitta da molte disgrazie… o da un marito manesco” per indicare chi è afflitta da lunghi tormenti o maltrattato ingiustamente.
Abbiamo così la parola “martirio”, che indica qualsiasi crudele pena e anche la morte sofferta per la fede o un alto ideale, come nelle frasi “affrontò il martirio senza battere ciglio”, o “subire il martirio”, ed è usata in senso attenuato in frasi come: “È un martirio per un bambino restare seduto tante ore in un banco”. Si dice poi anche di chi assume atteggiamenti da vittima: “Non fare il martire”
Il termine martire, però, ha avuto origine nel contesto della fede cristiana, e significa: “chi attesta fermamente di fronte agli oppositori la sua fede e per essa è pronto a subire persecuzioni e persino la morte”. Origene, padre della Chiesa, lo definisce così: “chi preferisce morire piuttosto che rinnegare la sua propria fede e vivere”.
In un’epoca come la nostra, dominata dal relativismo, priva di ideali se non molto vaghi e suscettibili di compromessi, priva di certezze e quindi fondamentalmente agnostica, la figura del martire, come quella dell’eroe, è molto lontana dai nostri orizzonti. Per alcuni, i martiri non sarebbero che gente sciocca, credulona e fanatica… Essi però considerebbero gli altri  come gente “senza spina dorsale”, decadente, opportunista, conformista, miserabile…
Martiri nella Bibbia
lapidazione
Il primo martire cristiano propriamente detto, che segue il Signore Gesù persino nella sofferenza e nella morte è Stefano, di cui ci parla il libro degli Atti al capitolo VII.
La Scrittura ci dice: “…intanto la parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche un gran numero di sacerdoti ubbidiva alla fede. Or Stefano, ripieno di fede e di potenza, faceva grandi prodigi e segni fra il popolo. E alcuni della sinagoga (…) si alzarono per disputare con Stefano; ma non potevano resistere alla sapienza e allo spirito col quale egli parlava. Allora istigarono degli uomini” con false accuse verso di lui, “…ed eccitarono il popolo, gli anziani e gli scribi; e, piombatigli addosso, lo trascinarono via e lo condussero davanti al sinedrio. Poi presentarono dei falsi testimoni (…) E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, avendo fissati gli occhi su di lui videro il suo volto simile al volto di un angelo”. Così lo interrogano e Stefano, testimoniando e dando ragione della sua fede, annuncia loro l’identità e la missione di Gesù Cristo, chiamandoli al ravvedimento ed alla fede. Questo però il sinedrio non lo vuole udire. “All’udire queste cose, essi fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma egli, ripieno di Spirito Santo, fissati gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio, e disse: Ecco, io vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. Ma essi, mandando alte grida, si turarono gli orecchi e tutti insieme si avventarono sopra di lui; e, cacciatolo fuori dalla città, lo lapidarono. (…) Così lapidarono Stefano, che invocava Gesù e diceva: Signor Gesù, ricevi il mio spirito. Poi, postosi in ginocchio, gridò ad alta voce: Signore, non imputare loro questo peccato. E, detto questo, morì” (Atti 7).
L’Apostolo Paolo, parlando della propria conversione a Cristo, scrive: “quando si versava il sangue di Stefano, tuo martire, anch’io ero presente, acconsentivo alla sua morte e custodivo le vesti di coloro che lo uccidevano” (At. 22:20).
In Apocalisse si parla brevemente della figura di un cristiano che dà la sua vita per Cristo. La comunità cristiana di Pergamo vive momenti difficili. Il Signore le dice: “Io conosco le tue opere e dove tu abiti, là dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me neppure nei giorni in cui il mio fedele testimone Antipa fu ucciso tra di voi, là dove abita Satana” (Ap. 2:13).
martiri cristiani
Ed è proprio l’autore dell’Apocalisse che ci parla più di tutti dei martiri: “io vidi sotto l’altare le anime di coloro che erano stati uccisi a motivo della parola di Dio e a motivo della testimonianza che avevano resa” (Ap. 6:9). Essa parla di una grande potenza futura che farà strage di cristiani: “E vidi la donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. E, quando la vidi, mi meravigliai di grande meraviglia” (Ap. 17:6). Essa parla del grande onore che i testimoni della fede riceveranno nel Regno di Dio: “Poi vidi dei troni, e a quelli che vi sedettero fu dato la potestà di giudicare, e vidi le anime di coloro che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano preso il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Costoro tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni” (Ap. 20:4).
morire per Cristo

Vorrei citare infine il famoso testo di Ebrei 11 che esaltando la fede dei popolo di Dio, comprendente quello dell’Antico Testamento dice: “…altri ancora subirono scherni e flagelli, e anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, tentati, morirono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, afflitti, maltrattati (il mondo non era degno di loro), erranti per deserti e monti, in spelonche e grotte della terra. Eppure tutti costoro, pur avendo avuto buona testimonianza mediante la fede, non ottennero la promessa, perché Dio aveva provveduto per noi qualcosa di meglio, affinché essi non giungessero alla perfezione senza di noi” (Eb. 11:36-40). “Anche noi dunque, essendo circondati da un così gran numero di testimoni, deposto ogni peso e il peccato che ci sta sempre attorno allettandoci, corriamo con perseveranza la gara che ci è posta davanti, tenendo gli occhi su Gesù, autore e compitore della nostra fede, il quale, per la gioia che gli era posta davanti, soffrì la croce disprezzando il vituperio e si è posto a sedere alla destra del trono di Dio” (12:1,2).

Il valore più grande

Cristo
Si, la storia del popolo di Dio, antico e moderno, è storia di martiri, cioè di testimoni fedeli e veraci, persone che, conoscendo il messaggio dell’Evangelo come prezioso ed insostituibile per la loro vita, conoscendo da vicino la preziosissima Persona del Signore e Salvatore Gesù Cristo, hanno investito in Lui ogni cosa che possedevano ed erano, e non l’hanno voluta svendere per nulla al mondo, neanche per la loro vita.

Sono come il mercante di perle di cui parla Gesù quando dice: Il regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di belle perle. E, trovata una perla di grande valore, va, vende tutto ciò che ha, e la compera” (Mt. 13:45,46). Il Signore Gesù diventa il valore massimo. Udite che cosa dice l’Apostolo Paolo come considera ciò che ha trovato in Cristo rispetto tutti i beni di questo mondo: “ma le cose che mi erano guadagno, le ho ritenute una perdita per Cristo. Anzi, ritengo anche tutte queste cose essere una perdita di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perso tutte queste cose e le ritengo come tanta spazzatura per guadagnare Cristo” (Fl.3:6-8).

Un impegno totale

Oggi per molti essere cristiano è un accessorio della vita. Sono tante altre cose prima e poi anche cristiani. Hanno tante cose da fare nella vita, e poi, se c’è tempo, anche per qualche pratica religiosa… Il loro cuore trova maggior piacere ed interesse per le cose di questo mondo alle quali non vogliono rinunciare. Sarebbero però pronti a rinunciare alla loro vita stessa pur di non rinnegare Cristo? Quale sarebbe il risultato di una rapida inchiesta fatta di risposte sincere? Se ci chiedessero: “Se non rinneghi la tua fede ti spogliamo ti espropriamo di tutto ciò che possiedi, …ti chiudiamo in un ospedale psichiatrico, …ti ammazziamo!”, che cosa sceglieremmo? È una domanda scottante che pure oggi viene fatta a cristiani in certe parti del mondo.
La Scrittura dice: “Or grandi folle andavano a lui, e Gesù si rivolse loro e disse: Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie e figli fratelli e sorelle e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chiunque non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo. Chi di voi infatti, volendo edificare una torre, non si siede prima a calcolarne il costo, per vedere se ha abbastanza per portarla a termine? Che talora, avendo posto il fondamento e non potendola finire, tutti coloro che la vedono non comincino a beffarsi di lui, dicendo: “Quest’uomo ha cominciato a costruire e non è stato capace di terminare”. (…) Così dunque, ognuno di voi che non rinunzia a tutto ciò che ha, non può essere mio discepolo” (Lu. 14:25-33).
Pensate: Gesù identifica il termine mio discepolo in colui o colei che Lo mette al primo posto nella sua vita, e per lui sarebbe pronto a rinunciare ai suoi famigliari, ai suoi amici, ad ogni cosa, alla sua vita stessa! Esagerato? Eppure questo diceva Gesù per chiunque fosse davvero qualificato a portare il Suo nome.
Gesù disse pure: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per causa mia, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi rovina se stesso e va in perdizione? Perché, se uno ha vergogna di me e delle mie parole, anche il Figlio dell’uomo avrà vergogna di lui, quando verrà nella gloria sua e del Padre e dei santi angeli” (Lu. 9:23-26).
Il Signore Gesù parla qui del seguirlo, della possibilità di perdere la propria anima eterna se non rinnega sé stesso e non porta la Sua croce. Che significa? Che significava la croce al tempo di Gesù? Significava un’unica cosa. La croce era lo strumento di tortura più atroce, di sofferenza e di morte. Cristo chiama alla più totale rinuncia di sé, alla totale rinuncia di vivere per compiacere sé stessi e per perseguire obiettivi egoistici, al punto da essere pronti a dare la propria vita per Cristo. Significa considerare la causa di Cristo più preziosa di qualsiasi altra cosa nella vita ed essere pronti a sacrificare l’intero proprio essere per amor suo. È una resa totale alla signoria ed all’autorità di Gesù Cristo sulla nostra vita!

Il Signore Gesù parlava di un tempo in cui: “…vi sottoporranno a supplizi e vi uccideranno; e sarete odiati da tutte le genti a causa del mio nome. Allora molti si scandalizzeranno, si tradiranno e si odieranno l’un l’altro. E sorgeranno molti falsi profeti, e ne sedurranno molti. E perché l’iniquità sarà moltiplicata, l’amore di molti si raffredderà; ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mt. 24:9-11).

Disponibilità?

Un atteggiamento disponibile al martirio è fondamentale per ogni genuina professione di fede. Coloro che professano essere seguaci di Cristo, ma che amano qualsiasi altra cosa o persona più di Cristo, ingannano solo sé stessi se pretendono di essere persone che hanno ricevuto da Dio il dono della salvezza.
Un cristiano scrisse: “Se non sei un martire, almeno potenzialmente, non puoi nemmeno essere un cristiano” (John Gerstner). Un cuore disposto alla rinuncia di sé stima le cose di questo mondo di gran lunga inferiori ai valori della fede e libera i sentimenti dall’essere troppo attaccati a qualunque cosa di quaggiù. Un altro cristiano scrisse: “Più dai valore ad una cosa più ti rattristi per la sua perdita; una donna che dia immenso valore al proprio figlio, quando dovesse perderlo è come se perdesse la sua vita stessa… allo stesso modo colui che … ama l’onore di questo mondo e la sua vita… allora questi diventano i suoi dei. Portategli via il suo dio e lui affonderà. Un cuore che sa rinunciare a sé stesso non attribuisce valore ultimo a queste cose; se ne vanno le ricchezze, è solo come un’ombra che svanisce; se la vita se ne va, non è per lui come una bolla di sapone che si dissolve” (Thomas Hooker). Perché mai affliggersi per la perdita di… spazzatura, così come il cristiano è chiamato a considerare le cose di questo mondo?

Vorrei concludere con le parole di un cristiano del passato che, dopo aver scritto un trattato sull’argomento del martirio, dice: “Per quale ragione io ho ritenuto di dover affliggere la testa dei miei lettori con un simile spinoso argomento come quello del martirio? Io rispondo: l’idea del martirio è inclusa nei più fondamentali principi del cristianesimo: amare Cristo più di noi stessi, la rinuncia a sé stessi o il rinnegare noi stessi. Chi mi fa questa domanda non merita migliore risposta che il silenzio, perché se non capisce questo, continuerà a pensare che simili argomenti siano troppo duri ed irragionevoli” (William Pink).

di Paolo Castellina
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” 
(Romani 8:35)
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La fabbrica della paura

paura

Una delle armi più efficaci di questi ultimi anni non è un missile armato con testata nucleare, e nemmeno sono le armi biologiche o chimiche. No, l’arma più efficace è la paura. Si, proprio la paura.

Pensateci un momento, amici. La paura di un attentato, la paura di una malattia, la paura di una tragedia sono i lasciapassare per ogni tipo di reazione o, come la chiamano oggi, di prevenzione.
Ad esempio, motivati dalla paura di subire attentati ecco che stanno spuntando leggi sempre più severe che ledono la nostra privacy, al punto che nessuno troverebbe più nulla da obiettare se andando dal barbiere si vedesse costretto a consegnare la propria carta di identità e i propri dati personali in un’apposita banca dati!
Nel libro della Rivelazione la Bibbia parla di un marchio che avrebbe identificato ogni essere umano il quale, senza tale sigillo, non sarebbe stato in grado di vendere né comprare (Apocalisse 13). Ebbene, cosa impensabile solo pochi decenni fa, ecco che sta diventando sempre più fattibile con la tecnologia in nostro possesso. Motivati dalla paura di un rapimento, infatti, alcune famiglie stanno lasciando che ai loro bambini venisse impiantato un microchip mediante il quale è possibile conoscerne la posizione, in qualunque parte del globo. Poco importa se la Bibbia ha da sempre sconsigliato tale strategia, la gente agisce lo stesso così sconsideratamente sulla base della paura dei rapimenti (è ovvio che il rovescio della medaglia è il possibile controllo da parte di un futuro dittatore che, mediante la stessa tecnologia, avrebbe la possibilità non solo di controllare la vita di ciascuno di noi, ma anche di costringere le persone ad agire in determinati modi, tramite anche la minaccia di dolore fisico a distanza).
Non importa che i nostri dati viaggiano ormai in centinaia di banche dati e non importa che qualcuno può, in qualunque momento, utilizzarli per qualsiasi fine anche illecito… ciò che oggi importa è la “sicurezza” e questo giustifica ogni azione.
Intercettazioni, video sorveglianze, inganni e pedinamenti sono ormai all’ordine del giorno, e il tutto fatto come risposta alla paura.

La paura è ormai la vera padrona della nostra generazione!
cavernaLa paura di attentati fa fare cose assurde alle persone, ci fa guardare con sospetto l’un l’altro e non permette che nessuno si occupi più del proprio prossimo perché quel tale “potrebbe essere un terrorista”. La paura del prossimo porta le persone a non salutarsi nemmeno, a ignorarsi e addirittura a denunciare come sospetto anche il più semplice comportamento che non coincida con il proprio.
E’ considerato ormai sospettoso l’essere cordiali con chi non si conosce, salutare il vicino o anche qualcuno che incontriamo nell’androne di un palazzo. Essere gentili e simpatici con i bambini che si incontrano, poi, è diventato addirittura pericoloso. Si rischia di essere scambiati per dei pedofili!
Non esiste cittadina al mondo che non abbia in se un “probabile obiettivo terroristico”, come lo definiscono. Praticamente ogni banca, scuola, stadio, bar centrale, supermercato, cinema, teatro o altro potrebbe essere un obiettivo sensibile, e con questa motivazione si portano le persone a vivere in una sorta di paura permanente. Ogni incidente ed ogni tragedia porta in se il primario sospetto di un attentato. Tutti hanno paura di qualcuno o qualcosa, e questa paura sta manovrando, giustificando e gestendo la vita di intere nazioni.
La paura porta l’opinione pubblica a giustificare ogni sorta di azione e di condotta, porta questa società e comportarsi in maniera insensata e, purtroppo, spinge la chiesa e i credenti a fare la stessa cosa. Il mondo è entrato nella Chiesa e, insieme al mondo, vi è entrata la Paura.
E la paura, credetemi, è il più grande affare per chi vuole controllare l’umanità intera!
Motivati dalla paura di subire malattie, ogni medicina ed ogni speculazione farmaceutica viene ormai tollerata. Quasi nessuno si preoccupa più degli effetti disastrosi dei vaccini autunnali che, anno dopo anno, vengono iniettati nelle persone rendendo nullo il loro sistema immunitario e facendone delle persone ormai totalmente dipendenti da questi “vaccini”. Ormai, gli effetti collaterali di questi vaccini hanno superato di gran lunga le conseguenze che sarebbero venute senza di essi, ossia dei semplici raffreddori o qualche influenza stagionale. Ma vedete, la cultura di oggi insegna che l’uomo non deve più soffrire nemmeno per un raffreddore, ed allora ecco che addirittura spuntano fuori medicinali che prevengono un eventuale raffreddore. Questo significa che, quando stai praticamente bene e senza alcun male, ti invitano ad assumere una medicina per… continuare a stare bene!
Ebbene, cosa spinge una persona dotata di buon senso a fare una cosa simile? Cosa spinge una persona a farsi iniettare anno dopo anno un vaccino contro l’influenza (l’influenza che, tra l’altro, il sistema immunitario umano è perfettamente in grado di contrastare)? E’ la paura.
Sì, la paura.
Paura di incappare in una influenza fuori dalla norma, in qualche sorta di malattia mortale.
Ricordate la suina o l’aviaria? Ricordate come le farmacie e i telegiornali ci presentarono il pericolo? Parlavano di migliaia e migliaia di morti possibili. Eppure pochi pensarono ad un fatto piuttosto evidente: come mai in Asia, dove il ceppo di questa aviaria dimorava, non vi erano migliaia e migliaia di morti? Le sole immagini che ci giungevano erano quelle di sporadici decessi (dovuti chissà a che cosa), ma che i media nazionali ampliavano ad uso e consumo delle case farmaceutiche. E’ stata instaurata una paura nazionale, una paura che ha spinto tanta brava gente a fare la fila per farsi iniettare un vaccino, naturalmente a pagamento o comunque sempre a spese dello Stato.
Fratelli e sorelle, usciamo da questa mentalità. Dobbiamo essere diversi dal mondo e non possiamo, non dobbiamo ragionare come ragiona il mondo. Non lasciamo che la nostra mente venga conquistata come lo è quella del mondo.
E, quel che più importa, non permettiamo che il mondo e la paura intacchino la nostra coscienza. Come l’apostolo Paolo consigliava, “manteniamo pura la nostra coscienza” (1^ Timoteo 3:9).
La paura,  mie icari , è il più potente deterrente esistente al mondo.
La paura porta le persone a fare cose che mai avrebbero fatto, a giustificare situazioni che mai avrebbero giustificato, a tollerare gesta che mai avrebbero tollerato.
E inoltre, la Bibbia dice che alle persone “succede quello che essi temono” (Giobbe 3:25)!
antitodoE allora, quale potrebbe essere l’antidoto a questa paura, a questa sorta di lasciapassare per giustificare ogni cosa?
E’ la fede.
La fede è il contrario della paura, e la fede crede il contrario di quello che la paura crede.
La fede non giustifica mai il male, ma risponde ad esso confidando in Dio.
La paura sta spingendo le persone a temere un assalto da parte del cattivo di turno, ma la fede porta a credere nella protezione di Dio.
A seconda di quello che scegliamo di avere – fede o paura – noi reagiremo.
Sto dicendo che non dobbiamo più prendere precauzioni? Ma ovviamente no, le precauzioni sono sempre necessarie e, quando utili, anche benvenute. Ma quello che voglio dire è che non dobbiamo permettere alla paura di condizionare il nostro ragionamento e costringere la nostra coscienza ad accettare compromessi che, in altre occasioni, non avremmo mai tollerato.

E’ più attuale che mai l’incoraggiamento e la verità dell’apostolo Paolo, che ha lasciato ai posteri quando, trattando proprio della paura, ha scritto: “Dio non ci ha dato uno spirito di paura…” (2 Timoteo 1:7). Se dunque Dio non ci ha dato la paura, e se la paura è presente anche nei credenti, chi è che l’ha data loro? Dio? No, la Bibbia dice che non è stato Dio. E allora chi è stato? Certamente qualcuno a cui fa comodo che le persone abbiano paura, perché è facendo leva su di essa che le persone avrebbero accettato i microchip nella pelle, le forzature farmaceutiche, le guerre e ogni sorta di male. Provate a pensare un pò da voi stessi chi può essere mai interessato a tutta questa paura… ma attenzione, se state pensando a qualche capo di Stato o a qualche essere umano in particolare allora state sbagliando direzione. Dovete cercare tra coloro che possono manovrare i capi di Stato e possono manovrare l’intera umanità che non si arrende a Cristo. E noi sappiamo che sono solamente due gli esseri in grado di operare in maniera soprannaturale e a livello globale. Uno, lo abbiamo detto, è Dio il quale però dice espressamente di non essere stato Lui a instaurare tutta questa paura. Rimane l’altro. Ecco, se si cerca in quella direzione, sono sicura che la risposta si trova.

ansia

1. La paura ha il potere di tormentare

L’apostolo Giovanni dichiara in 1Giov. 4:18: Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo.
Sì, la paura ha la potenza di tormentare: porta angoscia nel cuore e nella mente; tortura la mente con le sue ansietà e la sua confusione; rode la confidenza, il senso della felicità, della pace e della serenità.
L’uomo, creato da Dio con lo scopo di avere il dominio, viene invece tormentato da un tiranno interiore: il tiranno della paura, un’emozione umana incontrollata e mal diretta.

2. La paura ha una potenza attraente
Fu Giobbe che, dopo aver perduto la sua salute, la felicità, i suoi cari e la prosperità, si sedette sulla cenere in mezzo alla calamità e confessò: ” Non appena temo un male, esso mi colpisce; e quel che mi spaventa, mi piomba addosso ” (Giobbe 3:25).
Nel profondo della sua distretta svelò i segreti intimi del suo cuore e portò alla luce la paura che era già stata con lui in mezzo alla sua abbondanza e benedizione. Prima che questa calamità gli piombasse addosso, egli la temette… e lo colpì !
La paura si materializza; la paura attrae. “Secondo la tua paura ti sarà fatto” e, ugualmente, ” ti sarà fatto secondo la tua fede”.
La paura è fede invertita. Come la fede attrae e attua, così fa la paura.3. La paura si sviluppa in potenza e in virtùOgni qualvolta la paura s’impadronisce di noi, essa ci sospinge nell’instabilità mentale e nella malattia. Probabilmente incomincia con un pizzico di paura che attraversa la nostra mente, poi torna e ritorna. Ogni volta si presenta con maggiore forza e con tormenti più grandi. Infine ci rende completamente schiavi di sé. Se dunque noi conosciamo la Parola di Dio e la potenza del nome di Gesù ed impariamo i segreti della fede positiva, noi possiamo senz’altro resistere ad ogni paura, vincerla e cacciarla via da noi nel Nome di Gesù. Se noi accendiamo la luce della Verità, le tenebre della paura vengono fugate. Non avendo però la luce della fede e della verità si può diventare vittime della potenza tenebrosa della paura, che è fede mal diretta. Se la nostra fede è fissata saldamente sulla Parola di Dio, non potremo mai essere sviati, né cadremo in quella forma di paura. La fede cresce, si sviluppa e si fortifica mediante l’esercizio e la pratica. La stessa cosa per la paura che si rinforza sempre più, quanto più noi la pratichiamo nella nostra vita. Se non facciamo qualcosa contro le nostre paure, queste non diminuiranno, né scompariranno automaticamente, anzi aumenteranno la loro influenza sulla nostra mente e distruggeranno la nostra vita spirituale. Inoltre saremo privi di salute e prosperità.

DIO TI LIBERA
amore

Passiamo al lato positivo e costruttivo del nostro messaggio, osservando come Dio opera liberandoci dalle nostre paure.

1. Confessa le tue paure
La paura appartiene alle tenebre e in esse si sviluppa e cresce. La paura fugge davanti alla luce, pertanto, porta fuori le tue paure alla luce della verità. Apriti e parlane con un fratello veramente spirituale e soprattutto confessale a Dio.
Definiscile, ruba loro la segretezza che è la loro grande potenza Molte tue paure fuggiranno nel momento in cui farai questo. Esse fuggiranno via come gli insetti scappano quando tu capovolgi la vecchia pietra sotto la quale essi erano nascosti. Il primo passo verso la liberazione è quello di confessare la tua paura.
2. Affronta le tue paure con la Parola di Dio
La mente non familiarizzata con la Parola di Dio è un terreno adatto a coltivare la paura. La paura si nutre dell’ignoranza, delle tenebre, del dubbio e della confusione; invece la fede si nutre delle promesse buone, positive, sane e potenti della Parola di Dio, la Bibbia.
Le promesse di Dio sono un veleno mortale per la paura. La paura affrontata con la Parola di verità volta le spalle e fugge. Le promesse di Dio sono un nutrimento per la fede. Quando tu hai definito la tua paura, l’hai additata e confessata a Dio, quando l’hai tirata fuori dalle tenebre, il passo successivo è quello di fronteggiarla con la verità della Parola di Dio. Trova un versetto che si adatta al tuo bisogno.

Hai paura della tentazione? La Bibbia dice:”.. Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (I Corinzi 10:13).

Hai paura della malattia? Affronta tale apprensione con le numerose promesse di guarigione, di protezione e di vita in abbondanza (Giovanni 10: 10).

Hai paura della morte? Considera ciò che Dio dice in Ebrei 2:14,15 e in I Corinzi 15.

Hai paura della povertà? Filippesi 4:19 assesterà il colpo mortale a questa paura: Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù.

E così continua a rispondere con la Parola di Dio alle tue paure.. Sfidale con la verità. Esponile alla luce.
Non è ‘sufficiente parlare di esse: annientale! Sfidale con la verità della Parola di Dio !
3 . Esercita il credere positivo
Sfidare le tue paure con la Parola di Dio è solo l’inizio del tuo impegno. Dopo devi sviluppare l’abitudine di credere alla Parola di Dio. Devi praticare la fede giusta, cioè la fede conforme alla Bibbia. Avendo affrontato il tuo credere sbagliato (paura), devi esercitare le tue forze, devi verificare il credere positivo, cioè la tua fede in Dio e nella Sua Parola. Una volta accesa la luce della verità devi imparare a vivere e a camminare nella luce, giorno per giorno. Riempi il tuo cuore e la tua mente con le parole gloriose, viventi e liberatrici di Dio. Esse hanno vita e potenza in sé, hanno carattere e personalità. Satura la tua mente e il tuo spirito con quelle parole! Troverai Dio, nella Sua Parola, Egli vuole incontrarti nella Sua Parola. Ogni qualvolta tu eserciti la tua fede nella Parola di Dio, sperimenti la Sua presenza nella tua vita. Colma la tua mente con le verità bibliche. Gesù, nelle tentazioni del deserto, rispose al diavolo con la Parola di Dio: ” Sta scrìtto…”. In Efesini 6:17 ci è detto: “Prendete… la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio “. Tutta la potenza sottile e satanica della paura lascerà la tua vita quando tu ti eserciterai a brandire ” la spada dello Spirito “. Devi credere nella Bibbia e praticarla.

SII RIPIENO DELLO SPIRITO DI DIO

Sì, abbiamo bisogno di essere ripieni dello Spirito Santo. Lo Spirito di Dio fa un’opera nella nostra vita, quando siamo nati di nuovo, ma abbiamo bisogno ugualmente di ricevere la pienezza. Dobbiamo essere pieni e serbare la pienezza dello Spirito Santo. Questa è una grande sicurezza e garanzia contro la paura.
Il nostro versetto – 2 Timoteo 1:7  dice: ” Dio, non ci ha dato infatti uno spirito di timidezza, ma uno spirito di fortezza, d’amore e di sobrietà “.
Esaminiamo queste tre caratteristiche dello Spirito di Dio. Invertiremo l’ordine delle parole sopra citate.

1) Uno spirito di sobrietà (correzione, autocontrollo)
La paura ruba la nostra riflessione. Non stiamo calmi quando abbiamo paura e quando questa ci tormenta. Spesso siamo spinti dalla paura a fare delle cose irragionevoli e a pronunciare cose assurde. Ma lo Spirito Santo ci porta la sobrietà, una sana stabilità mentale. Lo Spirito Santo ci guida verso la Parola di Dio, ci corregge, ci illumina e porta pace e armonia nella nostra vita.
2) Uno spirito d’amore
La paura distrugge l’amore, ma come possiamo leggere in 1 Giovanni 4:18 “l’amore perfetto caccia via la paura ! “.
Quando amiamo Dio, amiamo pure il Suo popolo, la Sua creazione e i nostri stessi nemici, e non c’è posto in noi per la timidezza. Siamo padroni, siamo più che vincitori, perché l’amore di Dio è sparso nei nostri cuori. Quante volte scopriamo che la mancanza del senso di perdono, il risentimento, la critica, la durezza, la gelosia e simili agitazioni della vita nascono da una paura interiore e profondamente nascosta. Quando l’amore di Dio è introdotto nella nostra vita mediante lo Spirito Santo, ogni paura è cacciata via e i nostri sentimenti di amarezza, di critica, di gelosia, avendo perduto il loro genitore (che è la paura), subiscono semplicemente una morte naturale !
Lascia che lo Spirito di Dio ricolmi la tua vita.
Lascia che l’amore di Dio t’inondi il cuore.
3) Uno spirito di fortezza (potenza, forza)
In una vita vincolata alla paura non ci può essere la vera potenza, cioè la potenza di Dio. Lo Spirito Santo di Dio da forza, coraggio, franchezza. ” Riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi… ” (Atti 1:8).
Dio vuole che tu sia rivestito della potenza proveniente dall’alto (Luca 24:49). Egli vuole dare alla tua vita una nuova fonte di potenza. Vuole che tu sia ben caricato dell’energia dello Spirito Santo. Forza, amore e sobrietà: ecco le caratteristiche dello Spirito Santo, le quali sono contemporaneamente opposte alla paura !

Queste tre caratteristiche rappresentano l’integrità e la sanità in ogni senso.
La sobrietà dà la sanità mentale, sapienza, intendimento, conoscenza e intelligenza.
L’amore dà una vita emozionalmente sana.
La potenza da virtù, energia e attività.
Questi tre elementi esprimono una vita bilanciata, sana e all’immagine di Dio.
Quando manca uno di questi tre componenti la nostra vita precipita nella confusione e perde il suo equilibrio.
La sobrietà, la sanità mentale, la sapienza e la conoscenza, senza amore e senza potenza, possono generare orgoglio.
L’amore poi, senza la sapienza e la potenza, genera sentimentalismo ed instabilità.
La potenza, senza la sapienza e l’amore, può generare oppressione e tirannia.
Dio possiede tutti e tre questi fattori. L’uomo pure ne ha bisogno. Lo Spirito Santo li porta tutti e tre nella nostra vita: sobrietà (una mente sana), amore e forza. E’ maturità spirituale, è vita equilibrata, vittoriosa ed utile.

“E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! ».”
(Romani 8,15)

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I tranelli del diavolo

Impara a conoscere il nemico!” è un consiglio molto saggio in tempo di guerra. Chi non lo conosce, infatti, diventa facile preda dei suoi disegni.
Anche noi cristiani siamo coinvolti, volenti o nolenti, in una guerra. “Il nostro combattimento… non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti”. Cosí scriveva l’apostolo Paolo ai credenti dei suoi giorni (Efesini 6:12). E in un altro brano aggiunge: “…affinché non siamo raggirati da Satana; infatti non ignoriamo i suoi disegni” (2° Corinzi 2:11).
Anche oggi, se non vogliamo essere “raggirati” da questo nemico intelligente e astuto, è importante che siamo a conoscenza dei suoi obiettivi, delle sue armi e delle sue tattiche nei nostri confronti.
Mimetizzazione
Per vincere le battaglie, ogni esercito fa il possibile per cogliere di sorpresa il nemico. Veste i soldati in tute mimetiche, dipinge i carri armati e gli aerei con colori mimetici, e quando possibile cerca di attaccare di notte oppure alla prima luce, quando l’avversario può essere più facilmente colto impreparato.
Il nemico dell’umanità, Satana, è riuscito brillantemente ai nostri giorni in questa impresa. È riuscito addirittura a far credere alla maggior parte della gente che non esiste affatto! Non solo, ma perfino gran parte dei capi della religiosità ufficiale dichiara apertamente che Satana non esiste, che è solo una “personificazione del male” o il frutto dell’immaginazione di gente dalla “mentalità primitiva” (Gesù stesso, allora, era vittima di questa “mentalità primitiva”?!), e mettono in ridicolo chi lo prende sul serio. Cosí Satana può agire indisturbato per portare a termine i suoi disegni nefasti.
Non solo, ma riesce anche a far “addormentare” molti di coloro che continuano a riconoscere la sua esistenza e pericolosità. Molti cristiani effettivamente “ignorano” i suoi disegni (o, come meglio traducono la Riveduta e la Nuova Diodati, “le sue macchinazioni”). Quando incontrano difficoltà, disgrazie, tentazioni, depressioni, malattie, conflitti nella famiglia e nella chiesa, eccetera, l’ultima cosa cui pensano è una “macchinazione di Satana”. Cosí diventano facili vittime e spesso finiscono sconfitti.
Certo, non voglio dire che tutte le nostre difficoltà siano da attribuire a Satana. Oscilliamo facilmente tra due poli opposti: quello di ignorare le macchinazioni del diavolo, e quello di attribuirgli tutte le colpe, anche di cose in cui non c’entra affatto! Abbiamo tre nemici, non uno: il mondo, la carne e il diavolo, e ciascuno fa la sua parte. Certe volte siamo noi stessi il nostro peggior nemico: ci comportiamo in maniera stolta, incosciente o infantile (ed è a questo che si riferisce la Bibbia quando parla della “carne”), e poi ne diamo la colpa al diavolo: una scappatoia troppo comoda!
Tuttavia, è certo che esiste un nemico che vuole farci del male, sia perché odia con tutto il suo essere non solo Dio, ma anche i figli di Dio, sia per metterci “fuori combattimento” perché non danneggiamo e non saccheggiamo il suo regno. In questo articolo, dunque, esamineremo alcune delle sue tattiche.
Tentazioni
La tattica del diavolo più nota alla maggior parte dei cristiani è rappresentata dalle tentazioni; e proprio per questo, non le dedicherò molto spazio. Tutti conosciamo i racconti della tentazione di Eva nel giardino di Eden e quella di Gesù nel deserto. Anche a noi Satana manda i suoi messaggeri per suggerirci di fare del male, di disubbidire ai comandamenti di Dio, di negare e abbandonare la nostra fede. Talvolta ci parlerà anche dalla bocca dei nostri più cari e più fidati amici e fratelli nella fede, come a Gesù parlò dalla bocca di Simon Pietro (Matteo 16:22-23).
Non dimentichiamo però che non tutte le tentazioni vengono dal diavolo: egli ha un alleato dentro di noi, la nostra “carne” o vecchia natura adamica, che costituisce il suo appiglio e “pista di atterraggio”. La Bibbia infatti afferma che “ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, genera peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte” (Giacomo 1:14-15).
I leaders nella chiesa sono particolarmente bersagliati dalle tentazioni del diavolo, perché egli ben sa che se riesce a farli cadere nel peccato – possibilmente pubblico e scandaloso – danneggia tutta la chiesa e l’opera di Dio. Perciò la Parola di Dio stabilisce che un anziano nella chiesa deve avere “una buona testimonianza da quelli di fuori, perché non cada in discredito e nel laccio del diavolo” (1° Timoteo 3:7).
Le “classiche” tentazioni dei leaders nella chiesa sono tre: soldi, sesso e potere. “L’amore del denaro – ci avverte la Parola di Dio – è radice di ogni specie di mali” (1° Timoteo 6:10); e quando la chiesa prospera e diventa grande, inevitabilmente deve gestire notevoli somme di denaro che possono diventare un “laccio” per i leaders. Le tentazioni sessuali, poi, sono sempre in agguato, soprattutto per i pastori che devono occuparsi dei problemi delle donne della chiesa. Perciò è buona norma che essi non visitino né ricevano mai le sorelle della chiesa, o altre donne che cercano aiuto o consiglio, da soli, ma si facciano sempre accompagnare possibilmente dalla moglie, o in sua mancanza, almeno da un’altra sorella matura nella fede.
 Più subdole sono le tentazioni dell’abuso del potere. Dio ha dato ai Suoi ministri autorità sulla vita dei credenti, ma la tentazione è sempre presente di abusarne per appagare i propri desideri e ambizioni, anziché per la gloria di Dio e il bene del gregge. Quanti pastori si sono sviati dietro ambizioni di grandezza e di gloria personale, attaccandosi al potere e alla posizione nella chiesa invece di “pascere il gregge di Dio… volonterosamente secondo Dio; non per vile interesse… non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge” (1° Pietro 5:2-3).
Infine, bisogna riconoscere che la tentazione del diavolo per eccellenza – perché quella che ha prodotto anche la sua rovina – è quella dell’orgoglio. Anche questa è un pericolo cui sono particolarmente esposti i leaders nella chiesa: “Bisogna… che non sia convertito di recente, per timore che si gonfi di orgoglio e cada nella condanna del diavolo” (1° Timoteo 3:6). Ma anche i semplici credenti possono essere tentati alla stessa maniera. Ricordiamo l’esempio di Anania e Saffira: “Anania, perché Satana ha cosí riempito il tuo cuore da farti mentire allo Spirito Santo?” (Atti 5:3). Essi non morirono perché avevano tenuto per sé una parte del ricavato delle vendita del loro terreno: non avevano nessun obbligo di darne neanche una parte (v.4). Piuttosto, morirono perché avevano “mentito allo Spirito Santo”, cercando di fare bella figura davanti alla chiesa e apparire più consacrati di quanto non fossero realmente. Un peccato di orgoglio pagato a caro prezzo.
 Per combattere le tentazioni, dobbiamo non solo, come Gesù, sgridare il Tentatore in faccia (“Vattene via da me, Satana!”) e respingere i suoi suggerimenti con la “spada” della Parola di Dio (“Sta scritto… Sta scritto… Sta scritto…”), ma anche “rinunciare a noi stessi e prendere ogni giorno la nostra croce” per negargli ogni punto d’appoggio dentro di noi. Allora potremo “stare saldi contro [tutte] le insidie del diavolo” (Efesini 6:11).
Accuse
Oltre le tentazioni al peccato, comunque, il diavolo ha molte altre armi da usare contro di noi; e la maggior parte passa attraverso la nostra mente. È qui che si svolge la maggior parte dei nostri combattimenti.
Un’arma principale di Satana sono le accuse. Satana è infatti chiamato “l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusa davanti al nostro Dio” (Apocalisse 12:10). Invano, perché “noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto”, il quale è egli stesso “la vittima espiatrice per i nostri peccati”. Egli presenta il proprio sangue innocente davanti al trono di Dio a dimostrazione che nessuno può più “accusare gli eletti di Dio” perché “Dio è colui che li giustifica… e Cristo Gesù, colui che è morto e risuscitato è alla destra di Dio e intercede per noi” (1° Giovanni 2:1-2, Ebrei 9:12-14, Romani 8:33-34).
Ma, se Dio non ascolta le accuse di Satana, talvolta egli ottiene un migliore successo con noi. “Sei troppo cattivo per essere salvato”, egli sussurra al nostro orecchio. “Hai commesso il peccato imperdonabile, la bestemmia contro lo Spirito Santo”. “Questa volta l’hai fatta troppo grossa: Dio non ti perdonerà più”. “Sarà meglio abbandonare la lotta perché sarai sempre uno sconfitto”. Eccetera, eccetera…
“…essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della loro testimonianza”, dice la Scrittura (Apocalisse 12:11). Almeno per quel che riguarda le accuse che il diavolo rivolge a noi, l’arma vincente è propria questa: “la parola della nostra testimonianza”. “Sí, sono un peccatore che merita l’inferno, ma GESÙ HA PAGATO PER ME! Nulla mi potrà mai separare dall’amore di Dio, e di Gesù che ha dato se stesso per me!” Zac! La spada della Spirito mette in rotta l’avversario!
Si racconta che Martin Lutero una notte sognò che il diavolo venne a trovarlo portando sottobraccio un grosso libro. “Cosa c’è in quel libro?” domandò Lutero. “Vuoi vedere?” rispose pronto il diavolo. Subito aprí il libro e Lutero, con orrore, cominciò a leggere il catalogo di tutti i peccati che aveva commesso fin dall’infanzia. Alla fine: “Sono tutti qui?” domandò. “No, no, ce n’è ancora”, rispose Satana, tirando fuori altri libroni. Cosí continuò per parecchio tempo. Ma dopo molti volumi, quando il diavolo non aveva più nulla da mostrargli, Lutero prese una penna e l’inchiostro rosso e cancellò l’elenco dei suoi peccati, scrivendoci sopra: “PAGATO COL SANGUE DI GESÙ CRISTO”. Il diavolo se ne fuggí con la coda tra le gambe!
Minacce
Un’altra tattica che usa il diavolo è quella della minacce. “Il vostro avversario, il diavolo, gira come un leone ruggente, cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede…” (1° Pietro 5:8). Un leone ruggente! Sí, fa la voce grossa ma… porta la museruola!
Che dice la Scrittura infatti? “Noi sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: ma colui che nacque da Dio lo protegge, e il maligno non lo tocca” (1° Giovanni 5:18). A meno che non ci esponiamo con il peccato o la ribellione deliberata, uscendo cosí dalla protezione divina, Satana non può toccare neanche un capello della nostra testa, né nulla che ci appartiene. Cioè, non lo può fare senza prima andare a chiedere il permesso al nostro Padre celeste, come vediamo dal caso di Giobbe (Giobbe 1:6-12). Certo, ci sono delle occasioni in cui Dio, per le sua buone ragioni, gli concede questo permesso. Ma altrimenti Satana non ci può fare niente di quello che minaccia.
Dunque, non dobbiamo avere paura del diavolo. Infatti quando ha insinuato nella nostra mente paure, preoccupazioni e ansie, ci ha già sconfitti. Sí, perché queste sono le armi che ha a disposizione contro di noi. Ci sono credenti che sono paralizzati dalla paura: paura dei demoni, paura dei cimiteri, paura di perdere il lavoro, paure per i figli, paura di ammalarsi, paura che possa accadere loro un incidente stradale o aereo…
“L’Eterno è mia luce e mia salvezza; di chi temerò? L’Eterno è la roccaforte della mia vita; di chi avrò paura? Quando i malvagi, miei nemici e avversari, mi hanno assalito per divorare la mia carne, essi stessi hanno vacillato e sono caduti. Anche se si accampasse un esercito contro di me, il mio cuore non avrebbe paura; anche se scoppiasse una guerra contro di me, anche allora avrei fiducia” (Salmo 27:1-3). Cosí cantò Davide, il quale certamente ne sapeva più di noi di guerre e di eserciti nemici!
Piuttosto, sapete chi è che deve avere paura? La Scrittura dice: “Resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Giacomo 4:7). Se fugge, vuol dire che ha paura di noi. E deve aver paura dei figli di Dio! Siamo infatti autorizzati a usare contro di lui il Nome che è al di sopra di ogni altro nell’universo, davanti al quale ogni ginocchio deve piegarsi e ogni lingua confessare che Gesù Cristo è il Signore (Filippesi 2:10-11)!
Le minacce del diavolo, allora, sono tutte menzogne perché non può farci niente. E cos’altro c’è da aspettarsi dal “padre della menzogna”?
Oppressione
Un’altra tattica usata dal diavolo contro di noi è quella di giocare sulle nostre emozioni, producendo sensi di oppressione e di pesantezza. Ricordo bene un’occasione, all’inizio della mia vita cristiana, in cui questo mi è successo. Ero abituata a godere ogni mattina un tempo di lode, preghiera e comunione gioiosa col mio Padre celeste, ma un giorno, quando ho cercato di pregare, sembrava che le porte del cielo si fossero chiuse e Dio se ne fosse andato in vacanza. Una pesante cappa opprimeva il mio spirito. Il primo pensiero è stato: “Ho peccato, ecco perché c’è una barriera tra me e Dio”. Ma, per quanto chiedessi allo Spirito Santo di scrutare il mio cuore e di illuminare la mia coscienza, non veniva in mente nulla.
Finalmente ho capito il trucco: “È il diavolo che cerca di opprimermi e di rubarmi la gioia!” Allora ho cercato di sgridarlo, di mandarlo via, ma… niente. Solo quando ho cominciato a lodare Dio, gridando e cantando inni di trionfo, in pochi minuti l’oppressione se n’è andata. La lezione mi è rimasta impressa fino ad oggi.
Abbiamo bisogno di discernimento per comprendere la differenza tra il senso di pesantezza e di lontananza da Dio prodotto dal nostro peccato; quello che è invece il “peso del Signore” che ci spinge a intercedere per qualche situazione (magari a noi sconosciuta); e i trucchi del diavolo che vorrebbe rubarci la gioia che fa parte del nostro patrimonio di figli di Dio.
Conflitti
Infine, il diavolo cerca di provocare lotte e divisioni interne nelle nostre famiglie e nelle nostre chiese: una tattica vincente il qualsiasi conflitto. Egli sa bene che “un regno o una casa divisa in parti contrarie non potrà reggere” (Marco 3:24-25), per cui tenta in tutti i modi di provocare liti e spaccature. “Dividi e regna” è il suo motto.
È proprio in questo contesto che Paolo si riferisce alle “macchinazioni di Satana”: sta parlando di perdono e riconciliazione. “Or a chi voi perdonate qualcosa, perdono anch’io… affinché non siamo raggirati da Satana; infatti non ignoriamo i suoi disegni” (2° Corinzi 2:10-11).
Perciò, quando scoppiano inspiegabili litigi in famiglia, quando ci sentiamo stranamente irritati contro i nostri fratelli, non ignoriamo le macchinazioni di Satana! Riconosciamo che spesso c’è in mezzo la sua zampa, e combattiamolo con le armi spirituali. Soprattutto se siamo leaders nella chiesa, siamo esposti a questo tipo di attacco perché la nostra posizione è strategica per tutta l’opera di Dio nella nostra città, o qualunque sia la nostra sfera di influenza e di responsabilità. Quando il pastore è colpito, le pecore vengono dispersi (Marco 14:22), per cui siamo esposti “in prima linea” agli attacchi e ai tranelli del diavolo.
Un’altra tattica usata da Satana per provocare conflitti e divisioni è quella delle false dottrine: “Lo Spirito dice esplicitamente che negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine di demoni” (1° Timoteo 4:1-3). Diventa facile preda di questo tipo di inganno il credente che presuntuosamente rifiuta di riconoscere e di sottomettersi ai ministeri che Dio ha stabilito nella Chiesa e alla sapienza da essa accumulata nel corso dei secoli, piuttosto “affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale” (Colossesi 2:18).
Ai credenti di questo genere è facile che Satana si presenti “travestito da angelo di luce” (2° Corinzi 11:14) per impartire strabilianti “nuove rivelazioni” e “nuove dottrine” che non servono ad altro che a provocare divisioni, spaccature e guerre civili in mezzo al popolo di Dio, rendendolo inefficace nel combattimento contro il vero avversario.
Armatura
 
Certo, Satana ci può colpire solo se trascuriamo di indossare tutta l’armatura che Dio ha fornito per il nostra uso (Efesini 6:11-18). Non intendo trattare qui nel dettaglio tale armatura, certamente già nota alla maggior parte dei credenti. Voglio dire soltanto: Usiamola! Dio ci ha fornito tutto ciò che ci necessita per poter resistere e sconfiggere tutti gli attacchi e i tranelli del diavolo. Stiamo dunque saldi, combattiamo e saremo vittoriosi!
Non dimentichiamo infine che, quando Satana non riesce a sconfiggere la Chiesa con gli inganni, l’ultima carta che ha da giocare è quella dello scontro frontale, la persecuzione. “Allora il dragone si infuriò… e andò a far guerra a quelli che… osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù” (Apocalisse 12:17). L’apostolo Paolo non aveva dubbi che era Satana a suscitare opposizioni, minacce e violenze contro la predicazione del Vangelo (1° Tessalonicesi 2:18). Anche il misterioso “angelo di Satana” al quale fu consentito di “schiaffeggiare” Paolo affinché non insuperbisse (2° Corinzi 12:7), secondo molti commentatori fu uno spirito al servizio di Satana che suscitava persecuzioni contro di lui.

Anche oggi in molti paesi del mondo quali la Cina, il Pakistan, l’Iran e l’Arabia Saudita molti nostri fratelli cristiani sono duramente perseguitati: minacciati, gettati in prigione, torturati, addirittura uccisi per la fede in Gesù. Non dimentichiamo dunque che, se Satana non riesce a fermarci con l’inganno, probabilmente tenterà di farlo con le maniere forti: “Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2° Timoteo 3:12). Ma non temiamo, perché a tutti coloro che vinceranno, resistendo se necessario fino alla morte, è riservato una corona di vita. Non temiamo allora colui che può soltanto uccidere il corpo e poi non può fare più nulla contro di noi, ma piuttosto di mancare l’obiettivo di Dio per la nostra vita: “che portiate molto frutto, cosí sarete miei discepoli” (Giovanni 15:8).

«Non temerai i terrori della notte

né la freccia che vola di giorno
né la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che vaga a mezzogiorno» 
(Salmo 91: 5-6)
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Imparare a litigare da….”veri” cristiani

Mosè
Mosè veniva da un colloquio diretto con Dio, il quale l’aveva rassicurato dicendo che questa volta avrebbe manifestato il Suo potere in modo tale che il Faraone avrebbe finalmente lasciato andare gli Israeliti. E gli aveva messo in bocca anche le parole da riferire al maestoso sovrano.

Probabilmente Mosè pensò che quelle parole avrebbero talmente terrorizzato il faraone che non gli avrebbe più resistito, e che il Signore non avrebbe dovuto colpire tutti i primogeniti. Ma evidentemente le cose non andarono come si aspettava, perché la Bibbia riferisce che “Mosè, pieno d’ira, uscí dalla presenza del faraone” (Esodo 11:8). 

A noi tutti capita di trovarsi un giorno o l’altro a fare i conti con persone dure e ottuse che non vogliono prendere in considerazione le nostre parole. Forse non c’è nulla di più irritante. Chi, anche tra i credenti più consacrati ed esemplari, non ha fatto esperienze di questo genere negli uffici, con i vicini di casa o con il capo reparto? “Mosè era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra” (Numeri 12:3); ma questo non gli risparmiò le litigate con il Faraone, e più tardi non gli impedí di rompere le tavole di pietra scolpite da Dio.

L’ira fa parte dell’esperienza di ogni essere umano; ma non tutti sanno gestirla.Quante famiglie si sono distrutte perché genitori e figli, fratelli e sorelle hanno litigato, si sono feriti reciprocamente e non hanno saputo riconciliarsi? Quanti amici si sono odiati per il resto della vita per non aver saputo controllare le proprie parole in un momento d’ira? Quante lacrime, sofferenze, separazioni, amarezze, esaurimenti nervosi, malattie psicosomatiche, morti premature causate dai litigi e dalle loro conseguenze! E cosí l’ira finisce per ferire le relazioni umane, a volte in modo irrimediabile. Quante coppie si sono divise per i litigi coniugali di cui hanno perso il controllo?
Dobbiamo fare i conti con la nostra irascibilità se vogliamo avere relazioni umane, famigliari e fraterne solide e stabili. E come tutti, dobbiamo imparare a gestire le liti, lavorando in particolare su due sfere:
  1. Le sorgenti delle tensioni;
  2. Le tensioni stesse, la rabbia e l’ira. 
 Le sorgenti delle tensioni
1. Un temperamento focoso
 
Molte persone hanno un carattere che, se provocato, esplode in parole dure di contesa e di accusa che feriscono. Ma la Scrittura avverte: “La parola dura eccita l’ira” (Proverbi 15:1). Non saper controllare la propria lingua è come accendere un fiammifero in un pagliaio. E a questo proposito la Parola di Dio fa un’analisi interessante. Spiega che le persone che tendono la facoltà di provocare intorno a sé un clima rovente sono affette dall’orgoglio – “Dall’orgoglio non viene che contesa” (Proverbi 13:10) – oppure da odio, rabbia repressa, amarezze o altre cose del genere.
“L’odio provoca liti, ma l’amore copre ogni colpa” (Proverbi 10:12). In altre parole, chi odia non fa altro che alimentare accuse e discussioni. Le persone che hanno sofferto violenze e ingiustizie si ritrovano facilmente con tanta rabbia dentro, e nel momento in cui si sentono minacciate da accuse, rimproveri o richiami, scatta la valvola a pressione e tutta la rabbia repressa viene fuori. Le persone cosí non solo stanno male e vivono male, ma fanno stare male anche gli altri. Non dice forse il salmista: “Grande sdegno mi prende a causa degli empi…”? (Salmo 119:53).
La nostra società, e anche molti di noi credenti, devono ancora fare i conti con le ferite che altri hanno provocato loro, ferite che solo il Signore può guarire, anche se ciò non accade in modo automatico. Gesù affermava che il Padre lo ha mandato per guarire quelli che hanno il cuore rotto” (Luca 4:18). Ma ci sono delle condizioni perché questo avvenga. È necessario infatti:
  • riconoscere di essere malato e di aver bisogno di aiuto;
  • individuare il tipo di malattia o peccato di cui si è vittima;
  • volere davvero essere aiutato;
  • essere disponibili a fare quanto ci chiede Gesù.

E la terapia del Signore è semplice, ma qualche volta dura.

Egli inizia con un processo di umiliazione. Più sarà profonda, più rapida sarà la guarigione. “Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi.” “Pulite le vostre mani, o peccatori; e purificate i vostri cuori, o doppi d’animo! Siate afflitti, fate cordoglio e piangete! Sia il vostro riso convertito in lutto, e la vostra allegria in tristezza! Umiliatevi davanti al Signore, ed egli vi innalzerà” (Giacomo 4:8-10). 

Dio richiede che perdoniamo chi ci ha feriti, violentati o trattati ingiustamente. “…Non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?’ E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Cosí vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello” (Matteo 18:33-35). Infine ci invita: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi…” Dopo sincera umiliazione davanti al Signore, riconoscendo i nostri peccati di orgoglio, autocommiserazione, odio, rancore e risentimento, bisognerà dichiarare ad alta voce: “Signore, io rinuncio all’odio che ho nei riguardi del signor Bianchi, e da questo momento lo perdono con tutto il mio cuore”, ripetendo il procedimento per tutte le persone che ci hanno causato ferite o motivo di rancore. Alla conclusione confessare: “Signore, con le mie sole forze non posso farcela, ma da questo momento ricevo la tua grazia e la tua misericordia per tutte queste persone che ora benedico una per una, nel tuo nome. Signor Bianchi, ti benedico; fratello Rossi, ti benedico…”.

2. Mancanza di autocontrollo
Varrebbe la pena leggere tutto il capitolo 3 di Giacomo che evidenzia l’enorme difficoltà che tutti noi abbiamo di tenere a bada la nostra lingua. Essa viene definita “il mondo dell’iniquità” (v.6) che “nessun uomo può domare, un male continuo, pieno di veleno mortale” (v.8). E ciò riguarda anche noi credenti perché: “con essa benediciamo il Signore e Padre, e con essa malediciamo [diciamo male di o a] gli uomini che sono fatti a somiglianza di Dio” (v.9). Si conclude: “Fratelli miei, non dev’essere cosí!” (v.10).
Ma come fare allora, se nessun uomo la può domare? La soluzione di Dio è “la saggezza che viene dall’alto”, che “anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia” (v.17). La risposta dunque non è nell’uomo ma in Dio. Non è con un impegno di autocontrollo cerebrale che riusciremo a domare il nostro temperamento, ma piuttosto “contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria” (2° Corinzi 3:18).
Chi l’avrebbe detto? Contemplare la natura e la bellezza del Signore ci rende simili a Lui, “il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in bontà e fedeltà, che conserva la sua bontà fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione e il peccato ma non terrà il colpevole per innocente” (Esodo 34:6-7).
L’unico modo per crescere ad immagine del Signore è “cibarci” di Lui con la contemplazione, l’adorazione e l’ascolto, possibilmente ogni giorno o – perché no? – anche più volte al giorno! Non ci nutriamo forse con del cibo materiale più volte durante la nostra giornata? Senza dare a questa pratica tutta l’importanza che merita non riusciremo mai a controllare il “mondo dell’iniquità” che è in noi!
Cosí anche noi saremo definiti “lento all’ira”, proprio come il Signore, perché capaci di tenere a bada tutto il proprio temperamento. E…
  • “Chi è lento all’ira ha molto buon senso” (Proverbi 14:29)
  • “Chi è lento all’ira calma le liti” (Proverbi 15:18)
  • “Chi è lento all’ira vale più del prode guerriero” (Proverbi 16:32)
Io non sono sempre “lento all’ira”: ricordo con chiarezza le volte in cui ho perso il controllo della mia bocca o del mio temperamento. Ho detto cose che non ho mai pensato, ho fatto cose che non avrei mai voluto fare, ho preso a pugni il materasso del mio letto per non picchiare la persona che mi stava vicino. Siamo davvero deboli dal momento in cui smettiamo di pregare!

3. Diversità di veduteL’apostolo Paolo solleva il problema di chi non la pensa come noi. “Uno stima un giorno più di un altro; l’altro stima tutti i giorni uguali; sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente” (Romani 14:5). Coi minori limitiamo queste parole ,egli sostiene, che anche nella chiesa, e non solo fuori, c’è spazio per diversità di opinioni e di vedute. Non ha dunque alcun senso litigare per le opinioni diverse su questioni minori. Limitiamoci ad informare gli altri delle ragioni delle nostre vedute, lasciando loro la libertà di trarne le proprie conclusioni.

Certo, si può anche discutere e confrontarsi a lungo su di un argomento, purché non si giunga a litigare. Ma se le nostre convinzioni irritano gli altri: “Hai tu fede? Tienila per te stesso davanti a Dio; beato chi non condanna sé stesso in ciò che approva”. E poi ricordiamo che “il regno di Dio non consiste in [opinioni su] vivande e bevande, ma è giustizia, pace (!) e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14:17). Per cui “ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione. Infatti anche Cristo non compiacque a sé stesso…” (Romani 15:2-3).
Ci sono poi alcune buone norme di comportamento che, se applicate, prevengono l’irritazione e di conseguenze le litigate.

1. Ascoltare“L’uomo che ascolta potrà sempre parlare” (Proverbi 21:28). È buona educazione ed è norma del Regno di Dio ascoltare con attenzione quello che gli altri hanno da dire. C’è purtroppo nel nostro Paese una cattiva abitudine, un difetto che a me non difetta, diffusa a tutti i livelli della società: quella di interrompere il nostro interlocutore, non permettendogli di esprimersi in modo completo e senza equivoci. “Scusa, ma altrimenti dimentico” non è una ragione valida per non ascoltare fino in fondo.

2. Riflettere

“La riflessione veglierà su di te” (Proverbi 2:11). Nel giorno dell’avversità, rifletti!” (Ecclesiaste 7:14). Quando insorgono motivi di tensione, troppo spesso rispondiamo e agiamo d’impulso, senza riflettere troppo sulle possibili conseguenze. È invece buona norma imparare a riflettere.
Ho scoperto che parlare con il Signore delle difficoltà nelle relazioni aiuta a vedere le cose da una prospettiva diversa, quella di Dio! I nostri bollori tendono a calmarsi e riusciamo a riflettere con più obiettività sui problemi. Alla fine, i nostri interventi sono molto più moderati e spesso si concludono positivamente. Non bisogna avere vergogna di parlare con il Signore dei motivi di litigio tra noi e il nostro coniuge, i nostri figli, i nostri fratelli in Cristo o il nostro datore di lavoro. Il Signore è personalmente interessato ai nostri conflitti perché possano risolversi come a Lui piace. 

3. Cortesia sempre e… autocontrollo

cortesia“Le parole affabili [cordiali, cortesi] sono pure agli occhi di Dio” (Proverbi 15:26, Nuova Diodati). “Le parole gentili sono un favo di miele” (Proverbi 16:24). “Chi modera le sue parole possiede la scienza” (Proverbi 17:27). “Siate sempre pronti a rispondere… ma con rispetto…” (1° Pietro 3:15-16) 

Troppe volte, per il fatto di essere conoscenti, fratelli in Cristo, figli o genitori, ci prendiamo un’eccessiva confidenza, permettendoci di mancare di rispetto, di cortesia o di educazione nei riguardi delle persone che ci irritano. È straordinario apprendere che Dio si preoccupi di pesare perfino le nostre parole per “promuovere” solo quelle che sono affabili! Forse dobbiamo chiederGli di aiutarci a rivedere il nostro vocabolario per imparare a parlare educatamente anche in momenti di tensioni. Un piccolo accorgimento può essere, quando ci alteriamo, di continuare a parlare in italiano. Di solito i dialetti locali sono ricchi di parole che non si addicono ai discepoli del Signore!

Gestire le tensioni

La perdita di controllo

“Chi risponde prima di avere ascoltato mostra la sua follia” (Proverbi 18:13). Chi non riesce a controllare le proprie reazioni rischia di commettere azioni che Dio definisce “folli”! Chi si trova ancora in queste condizioni farà bene a seguire alcune indicazioni date da Gesù:

Imparare a gestire…

1. La cattiveria della gente

“Non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi vuol litigare con te e prenderti la tunica, lasciagli anche il mantello…” (Matteo 5:39).

Un fratello si è trovato aggredito con estrema veemenza da una persona la quale, se non fosse stata trattenuta dai presenti, gli si sarebbe avventata addosso. La “vittima”, conoscendosi, ebbe la prontezza di mettersi le mani dietro la schiena per evitare di reagire. È proprio questo ciò che intendeva dire Gesù… è meglio farsi schiaffeggiare e derubare se non si è sicuri di riuscire a tenere sotto controllo le proprie reazioni.

2. La nostra cattiveria

“Fa’ presto amichevole accordo con il tuo avversario” (Matteo 5:25) Se ti sei lasciato andare ad agire o reagire male, conviene correre ai ripari: contattare, visitare, rincorrere il più presto possibile l’avversario ferito, offeso e vilipeso per ristabilire la pace, prima che egli prenda delle misure o delle azioni che possano ledere il tuo buon nome, relazioni preziose con altre persone, i tuoi affari, il tuo lavoro.

3. Il nostro disordine economico“Metti in ordine i tuoi affari di fuori, metti in buono stato i tuoi campi, poi ti fabbricherai la casa” (Proverbi 24:27).

Ho visto un’altra cattiva abitudine che è spesso sorgente di litigi. Può capitare a tutti di dover chiedere prestiti a parenti, amici o fratelli in Cristo per risolvere un improvviso guaio. Ciò che irrita tanto è privarsi di un bene per aiutare qualcuno che, una volta risolto il suo problema, piuttosto che fare tutto il possibile per rimborsare il prestito, approfitta della mia bontà e si occupa tranquillamente degli affari suoi, senza pensare che possa avermi messo in difficoltà o che comunque mi sta causando un danno economico.
Un simile atteggiamento dimostra grande mancanza di rispetto nei confronti di chi si è disposto ad aiutare. Ogni discepolo del Signore deve usare la massima correttezza, senso di responsabilità e rispetto verso chi gli tende la mano. Questo passa prima di tutti gli altri interessi! Se poi si sono pattuiti dei termini precisi per la restituzione del prestito, bisogna essere di parola, costi quel che costi! “Il vostro parlare sia: `Sí, sí; no, no’; poiché il di più viene dal maligno” (Matteo 5:37). Troppe persone, anche in mezzo alle comunità, dopo essere state benedette da un prestito, fanno finta di niente. Il Signore vede queste cose e agisce di conseguenza!

4. I nostri errori“…Se ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lí la tua offerta sull’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello…” (Matteo 5:23).“Il sole non tramonti sopra la vostra ira” (Efesini 4:26).

La cosa più difficile di questo mondo è riconoscere di avere torto o di aver sbagliato. E in questo credo che tutti, nessuno escluso, abbiamo ancora tanto da imparare. Tante persone sanno di aver sbagliato, ma il loro orgoglio non permette loro di chiedere scusa.subito, appena ti viene in mente! Paolo esorta: “Il sole non tramonti…”! E, strano a dirsi, l’occasione più frequente in cui ci vengono in mente i nostri errori è quando preghiamo. Tuttavia, anche se avessimo ragione, ma nell’affermare tale ragione abbiamo ferito, offeso o amareggiato un fratello in Cristo – o chiunque altro – siamo tenuti a fare il primo passo verso di lui, foss’anche solo per chiedere scusa per il modo in cui ci siamo espressi. E questo non domani, fra una settimana o quando se ne presenterà l’occasione: Gesù dice

5. La lingua bugiardaLe bugie vengono usate per coprire la verità quando questa è scomoda o richiederebbe troppe spiegazioni. A volte siamo talmente abituati a dire bugie che non sappiamo più discernere cosa sia menzogna e cosa verità.

“Bandita la menzogna, ognuno dica la verità…” (Efesini 4:25). “Ai bugiardi verrà chiusa la bocca” (Salmo 63:11). “Il diavolo… è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).
La bugia, per quanto possa essere “piccola” e “a fin di bene”, proviene sempre dalla stessa fonte. Come può il prodotto del diavolo fare del bene? Prima o poi, saremo trovati “con le mani nel sacco” e perderemo la faccia. Perché non dire la verità? E se proprio la verità farebbe troppo male, perché dire una bugia? Spesso Gesù sceglieva la via del silenzio. Non siamo mai costretti a rispondere. Chi è negli affari, piuttosto che dire un bugia al cliente che si lamenta del ritardo della sua merce, potrà dirgli: “Le chiedo davvero scusa… non so cosa dire… ” piuttosto che inventare una bella bugia. Siamo figli di Colui che si definisce la Verità, ma spesso nella vita secolare preferiamo il linguaggio del suo peggiore nemico che è il bugiardo e padre della menzogna. Ha senso questo?

6. La presunzione e le pretese degli altriAbbiamo tutti subíto violenze, ingiustizie e soprusi da parte di qualcuno che approfitta del fatto di essere più forte di noi; alcuni hanno vissuto un vero inferno, uscendone piuttosto malconci. Ma non è detto che dobbiamo continuare a subire, anche se dobbiamo rimanere “disponibili” anche a questo (Efesini 4:2).

Ci sono alcuni accorgimenti per liberarci, almeno in parte, dalle pressioni che gli altri possono causarci.

a. Non fare la vittimaNo all’autocommiserazione! Amiamo lamentarci dei torti e delle ingiustizie subite. Ma meno ne parliamo, meno ci faranno soffrire. Impariamo a non farci caso più di tanto, ma se è necessario, parliamone con il Signore chiedendo a Lui come reagire. 

b. Mettersi al di sopra delle situazioniNon tenere troppo conto delle parole prive di senno, piene di calunnie e di accuse false. Gesù, “oltraggiato,non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente” (1° Pietro 2:23). 

c. Muoversi nella legalitàNon farsi pestare i piedi più del necessario. Cristiani sí, ma “fessi” no. Essere cristiani maturi significa avere una grande padronanza di sé e quella maturità che ci permette di capire da chi ci viene fatto il torto. Se è da una persona immatura, semplice, poco colta, possiamo anche lasciar perdere. “Perché non patite piuttosto qualche torto?” (1° Corinzi 6:7). Se invece è una persona matura, colta, che capisce, ed è evidente che è un abuso di potere, è legittimo seguire l’esempio di Gesù che rifiuta il segno ai suoi contestatori (Matteo 12:38-39) e contesta lo schiaffo datogli davanti al sommo sacerdote (Giovanni 18:19-23), oppure di Paolo che rivendica i propri diritti di cittadino romano quando questi vengono lesi (Atti 16:36-39).

d. Operare con la dignità dei figli di Dio
Siamo chiamati a rispondere al male facendo il bene: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12:21). “Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini” (Romani 12:18)
“La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.” 
(1 Corinzi 13:4,8)
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Sei disposto a vincere?

La Bibbia ne parla e il Signore stesso la promette ai suoi figlioli. Vittoria sulla malattia e sull’avversità, ma anche vittoria sulla persecuzione. Si vince sulla malattia quando la guarigione viene, così come si vince sull’avversità quando i problemi vengono risolti. Allo stesso modo, si ottiene vittoria sulla persecuzione quando, nonostante ciò, si continua a servire il Signore e non si viene ostacolati dalle ingiurie. Spesso, coloro che complottano il male contro i servitori del Signore, vengono da Egli stesso smascherati e costretti alla ritirata.
Iddio ama anche i persecutori, certamente, ma sa anche proteggere i Suoi ministri e sa bene in che maniera agire, per il bene di tutti.
Queste sono parte delle vittorie che Gesù e gli apostoli ci hanno assicurato.
“Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo” (I Cor. 15:57).
Vittoria… eppure, nonostante questa parola risuoni dolce, essa nasconde impegno e virtù che spesso vengono poco considerate.
Tutti i credenti vogliono vincere, certo, ma non tutti i credenti sono poi disposti a pagarne il prezzo.

Tutti i credenti desiderano avere la vittoria sulle prove e sulle circostanze negative della vita, ma poi non tutti sono disposti ad assumersi le responsabilità che queste vittorie comportano.

Ci sono vittorie alle quali tutti i credenti sono stati destinati, ma c’è anche un prezzo da pagare affinché queste vittorie si manifestino... un prezzo che tutti i credenti, in un modo o nell’altro, dovrebbero anche essere disposti a pagare.
Attenzione, non sto affatto dicendo che sia Dio a chiedere questi “prezzi”, no … sto semplicemente dicendo che però questi prezzi esistono, eccome.
E, in un modo o nell’altro, occorre affrontarli.
Ma quale sarebbe il prezzo da pagare?
 
Uno di essi è il saper rimanere fermi nella fede e non mollare, quando la malattia o l’avversità sembrano prevalere nella propria vita.
L’altro è camminare in amore e non cedere alle contese ed alle provocazioni.
Questo, a mio modo di vedere, è parte del prezzo da pagare.
Infatti, se è facile rimanere in fede quando le cose vanno bene, non lo è affatto quando invece le circostanze sono avverse e la soluzione sembra tardare.
Ma è proprio in quei momenti che la vittoria si costruisce.
Spesso, si pretende la vittoria ma poi non si ha la costanza di rimanere fermi durante i momenti di prova. Ma non possiamo ottenere la vittoria senza la radice che la determina!
La vittoria sui problemi e sui persecutori non viene all’improvviso, come fosse una sorta di magica soluzione, ma è il frutto di un cammino consigliato dal Signore e di una reazione in linea con le promesse di Dio.
Vedi, non si vince la battaglia quando le cose vanno bene, ma spesso, quando le cose vanno bene, è perché la battaglia è già stata vinta oppure perché non è ancora cominciata.
Ecco perché se le cose vanno male, non è detto che tu abbia perso la tua battaglia… il più delle volte, la stai combattendo proprio in quel momento!
Ma vuoi vedere come l’apostolo Paolo definisce la tua battaglia?

Ecco qua: “Combatti il buon combattimento della fede…” (I Timoteo 6:12).

Il combattimento, l’apostolo, lo chiama “buono”.
Ma perché?
Lo chiama buono perché lo abbiamo già vinto!
La Scrittura ci sta dicendo che se combattiamo il combattimento seguendo le regole che essa consiglia, la vittoria ci viene garantita.
Nota infatti che il nostro combattimento deve essere “combattimento della fede”, e non della carne, o della rassegnazione.
La differenza è tutta qua. Il combattimento della fede prevede… la fede!
E la fede prevede un tempo in cui, nonostante le circostanze siano avverse, il credente continua a credere in Dio e ad avere fiducia nella soluzione da Lui stesso promessa.
Pertanto, se stai affrontando una situazione difficile, non pensare di aver perso, perché probabilmente stai vivendo la tua battaglia proprio adesso.
Non mollare, ma rimani fermo nel Signore!
Molti mollano la presa proprio ora, non rendendosi conto che è invece in questo tempo di transizione che la vittoria si edifica. Alcuni si lasciano andare allo sconforto ed alla rassegnazione, mentre altri cedono alle contese ed alle dicerie, eppure non sono queste le reazioni che ci assicurano la vittoria.
Il combattimento, non dimentichiamolo, deve essere “della fede”, e non “della carne”.
Se solo riusciamo a non cedere e a continuare a rimanere in fede, la vittoria non può che manifestarsi anche nella nostra vita.
Non è affatto facile, lo so bene.
Lo stesso apostolo ha detto che non lo è.
Infatti, parlando del nemico che cerca di ostacolarci in ogni maniera, lui dice: “Resistetegli, stando fermi nella fede…” (I Pietro 5:9).
Non servirebbe “resistere” se non ci fosse qualcuno (o qualcosa) che tenti di farci mollare!
 
La vera battaglia, quindi, si combatte proprio quando siamo tentati di cedere e di rassegnarci, quando le cose sembrano andare per il verso sbagliato, la si combatte nella nostra mente quando il nemico ci sussurra che non esiste soluzione alcuna alla nostra sfida.
Sono questi i momenti in cui non dobbiamo mollare. Sono questi i momenti in cui dobbiamo continuare a lodare il Signore e a camminare nelle Sue vie, anche se non ci andrebbe di farlo. La Bibbia lo chiama “sacrificio di lode”
Sono questi i momenti in cui non dobbiamo dire: “La fede non funziona… va tutto storto… chi me lo fa fare…”, ma dobbiamo invece continuare a credere e a confidare nelle Sue promesse.
E inoltre, sono proprio questi i momenti in cui il nostro carattere viene formato e la nostra fede viene messa all’opera. E un carattere formato è un ottimo strumento che il Signore potrà usare con potenza, nel futuro… ma questo, è un altro discorso…
In effetti, la nostra carne è portata a lamentarsi e a desistere… alla nostra carne, in realtà, non piace affatto resistere nella fede… ma questo non è un problema di qualche singolo credente, no, questa è una triste caratteristica della nostra carne.
Grazie al cielo, un giorno avremo un corpo nuovo e la “carne” non sarà più un problema, ma fino a quel giorno l’avremo e pertanto dobbiamo imparare ad avere a che fare con essa.
Non è una passeggiata, e di questo ce ne siamo accorti tutti, ma qualcosa possiamo sempre farla. La nostra carne, sebbene sia stata detronizzata, continua però ancora a dire la sua, e lo fa con un gran chiasso!
La carne non possiamo eliminarla, ma possiamo però rifiutare di percorrere la strada che essa ci suggerisce.
Ecco perché l’apostolo Paolo ci ha consigliato di non seguire i consigli della carne, né i pensieri che essa ispira, proprio perché sono suggerimenti che inducono a “mollare la presa”.
E se molliamo la presa, la vittoria rimarrà solo un lontano e inavvicinabile miraggio.  
Siamo destinati a vincere, è vero.
Ma questo significa che siamo anche destinati a non mollare quando ci andrebbe di farlo.
E questo è il prezzo da pagare per la vittoria.
E’ la parte più impegnativa, ma è anche quella che ci porta dritti al trionfo per i meriti e l’aiuto di Cristo Gesù!
Solitamente, come ho accennato, sono due le grandi aree in cui i credenti affrontano le battaglie maggiori: l’area della prova e della tentazione, e l’area della persecuzione.
Le prove e le tentazioni sono una realtà, proprio come lo sono le persecuzioni, e la comune caratteristica di queste situazioni è quella di farci credere che siamo destinati a cedere e a perdere la battaglia. Quando le persecuzioni vengono, infatti, tutti noi siamo tentati di rispondere per le rime, ma se ci comportassimo in questo modo non faremmo altro che cadere al livello carnale dei nostri accusatori, anche se vi assicuro che non è facile resistere alle provocazioni.
In effetti, a nessuno di noi piace essere ingiuriati e maltrattati, ma questo fa parte del  nostro cammino e per quanto non sia piacevole, è una naturale conseguenza del nostro esporci a motivo della Parola e della verità che il Signore ha piantato in ciascuno di noi. Delle volte, sono solo le gelosie quello che portano gli altri ad accusare i figli di Dio, ma qualunque sia il motivo noi non siamo chiamati a rispondere per la carne.
No, non è così che la vittoria viene. La nostra vittoria deve venire da Dio, limpida e cristallina come solo Lui può portarla, ed è questa la vittoria che noi tutti desideriamo.
A volte occorre del tempo, è vero, ma se desistiamo dal fare la nostra giustizia, vedremo la vittoria di Dio.
Eppure, spesso i credenti impiegano male questo spazio di tempo… spesso, lo impiegano nel rancore e nella diceria, invece di lasciar operare il Signore.
Questo perché la nostra carne è sempre all’erta, e non si lascia sfuggire occasione di poter dire la sua.
Pertanto, rimanere fermi nella fede e continuare a camminare in amore deve essere la nostra risposta come figli dell’Iddio vivente.
Ma la carne “parla” anche durante la malattia… oh, se parla! Tra la malattia e la guarigione esiste un tempo, un tempo che andrebbe impiegato per credere in Dio e non per ascoltare le bugie che giungono alla nostra mente. Così facendo, sono sicura che molte infermità sparirebbero più in fretta che mai.
Non dico che per ogni malattia debba essere così  ma posso assicurarvi che gran parte di esse si risolverebbero semplicemente spendendo meglio questo “tempo” che intercorre tra la manifestazione dell’infermità e la guarigione vera e propria.
Quando il male avanza e la guarigione sembra non arrivare, la tentazione di mollare è forte.
Quando l’infermità è presente, non è affatto facile rimanere fermi nella fede e non cedere alla rassegnazione.
Del resto, resistere nella fede significa andare contro ogni circostanza naturale ed ogni evidenza fisica, e non si tratta di una battaglia facile.
Spesso, significa andare contro anche i propri cari e coloro che, seppur in buona fede, tendono a smontare la fede in Dio ed a scoraggiare il malato riguardo una risposta divina al suo problema.
Non è facile resistere in fede durante la malattia, certo. Se lo fosse, tutti lo farebbero. Eppure, la vittoria richiede proprio questo prezzo: resistere in fede e non mollare, e farlo proprio quando le cose vanno male.
Tutto questo non è facile, è vero, ma è possibile. Non è nemmeno sempre piacevole, eppure è quello che siamo chiamati a fare. Ma la ricompensa è la vittoria che il Signore promette!
Vittoria sulla malattia, vittoria sulle prove e sulle tentazioni, vittoria sulle persecuzioni.
E quando la vittoria viene, significa che la prova, la tentazione o la persecuzione non potrà in alcun modo ostacolarti o impedirti di compiere la volontà di Dio per la tua vita.
E allora, siamo ancora disposti a voler vincere? Considerando il prezzo che c’è da pagare, vogliamo davvero vincere?
Desideriamo veramente avere la vittoria sulle prove e sulle tentazioni, sulla malattia, sui rancori e sui nostri accusatori?
Se vogliamo davvero vincere, allora significa che siamo anche disposti a pagarne il prezzo. Un prezzo che si chiama “resistere nella fede” e “camminare in amore”.
Si, sembra facile, ma in realtà non lo è affatto. Se lo fosse, tutti lo praticherebbero, ma purtroppo non è così, ed anche chi scrive è conscio del fatto che deve fare ancora molto cammino prima di giungere a quella statura spirituale che il Signore Gesù ci esorta ad avere. Ma del resto, se fosse stato facile, il Signore nemmeno ci avrebbe assicurato il Suo personale aiuto!
Ma  il Signore nonostante i nostri difetti e le nostre debolezze, ci fa sempre trionfare e continua a prometterci la Sua assistenza dove ne abbiamo bisogno.
 “Lo Spirito”, scrive l’apostolo Paolo, “ci sostiene nelle nostre infermità…”. Il termine qui tradotto con “infermità” significa letteralmente “area in cui siamo deboli”, “area in cui manchiamo di forze”. Quando sembra che non abbiamo la forza per resistere nella fede e per camminare in amore, quando sembra che stiamo per mollare la presa e cedere alla prova, ecco che lo Spirito Santo è pronto a darci una mano.
Questa è una meravigliosa notizia, non trovi?! Non affrontiamo la battaglia da soli! Pertanto, continuare a camminare in amore e in misericordia, e non cessiamo di rimanere saldi nella nostra fede per la guarigione o per la soluzione ai nostri problemi, anche quando non ci andrebbe affatto di farlo.
Questo è parte del prezzo per la vittoria, un prezzo che però vale la pena di essere pagato.
Non è facile, ripeto, ma la notizia bella è che è possibile!
E se Gesù ha detto che è possibile, allora significa che in qualche modo, con il Suo aiuto, siamo stati equipaggiati per riuscire nell’impresa.
Un equipaggiamento che si chiama “Cristo in noi”!
“Per il resto, attingete forza nel Signore
e nel vigore della Sua potenza.
Rivestitevi dell’armatura di Dio,
per poter resistere alle insidie del diavolo.
La nostra battaglia, infatti, non è
contro creature fatte di sangue e di carne,
ma contro i principati e le potenze,
contro i dominatori di questo mondo di tenebre,
contro gli spiriti del male
che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio,
affinché possiate resistere
nel giorno malvagio
e restare in piedi
dopo aver superato tutte le prove.”
(Efesini 6:10-13)

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Qual’è il messaggio del Vangelo?

vuoto
In ogni uomo vi è l’inquietante sensazione di una mancanza: egli cerca continuamente qualche cosa di importante, che “dovrebbe possedere”, ma che non riesce mai a raggiungere. Spesso gli accade di osservare qualcuno che sembra aver ottenuto una posizione sociale invidiabile, o individui che hanno scalato “le vette del successo”, ed in questi momenti egli pensa di essere il solo ad avvertire quel “senso di vuoto” che talvolta si materializza in tormento ed angoscia. Si illude quindi che conquistando quelle mete il problema trovi una soluzione immediata. Ma ahimè! Una volta “arrivato”, magari dopo estenuanti sacrifici, rimane deluso e si rende conto che deve esserci qualcosa di più… qualcosa di inspiegabilmente superiore… e si ricomincia daccapo.
Questa condizione è comune a tutti gli uomini: ognuno vorrebbe un mondo migliore, più tranquillità e più pace. Possiamo affermare infatti che in tutte le epoche è stato così. Il consorzio umano, pur avendo raggiunto un notevole grado di sofisticazione, piena libertà politica, un tenore di vita alto, un avanzato livello tecnologico, continua ad avvertire un incolmabile vuoto interiore, al quale si addiziona la “preoccupazione” di un futuro dai contorni foschi e burrascosi.
La società attuale sembra guidata da una morale edonistica, la vita è ridotta in termini puramente materiali, e il suo unico scopo diviene la ricerca smodata del piacere. Tutto questo non fa che acuire e portare ad esasperazione l’insoddisfazione dell’uomo. E così la filosofia che prevale nel mondo è: “mangiamo e beviamo perché domani… chi sa?” Divertirsi, svagarsi, coltivare degli hobby, non basta più. Oggi si cercano emozioni forti, realtà eccitanti, cose nuove… che spezzino la noia e la monotonia. Ma il vuoto resta, anzi si esaspera, e la ricerca non finisce mai!
Un saggio affermava che il cuore dell’uomo è stato creato con una forma particolare: quella di Dio, e quindi solo Dio può riempire il vuoto del cuore. Peccato, tristezza e morte rappresentano il passato, il presente e il futuro dell’uomo. Ma è tutta qui la vita?Tu non sai da dove vieni, perché vivi, dove stai andando. Dare una risposta a queste domande significherebbe aver trovato la chiave per cambiare tutta la tua vita. Ma chi ti darà la risposta?

bibbiaLa Parola di Dio, la Bibbia, è l’unica chiave che penetra nel significato della vita, e mostra all’uomo come risolvere i suoi problemi esistenziali, etici, morali e spirituali. Soprattutto indica la soluzione al vero problema dell’uomo: il peccato. Alcuni credono che la Bibbia sia un libro storico, altri un libro di morale, altri ancora un libro sorpassato e noioso; noi vogliamo dirti che questo libro contiene il piano meraviglioso di Dio per la salvezza dell’uomo.

Il tema di questo libro meraviglioso è GESÙ CRISTO: Egli appare fin dal primo verso della Genesi e viene rivelato attraverso le pagine dell’Antico Testamento come il Messia che deve venire, presentato nei Vangeli come il Salvatore che è venuto a cercare e salvare i peccatori, nelle epistole del Nuovo Testamento come il Figliuolo di Dio coronato di gloria alla destra del Padre, nell’Apocalisse come colui che torna per regnare e giudicare i popoli. Vuoi conoscere Dio? Sapere chi è? Dov’è? Cosa fa? Leggi la Parola di Dio e credi in essa.

Alcuni dicono: Dio? Se Egli esiste davvero perché tanta violenza, guerre, odio, sofferenze, dolore, morte? Nazioni contro altre nazioni, razzismo, epidemie, corruzione, famiglie divise, figli abbandonati, egoismo? Perché non fa qualcosa? Perché non ferma tutto ciò?

Sono domande vecchie quanto il mondo, ma anche abbastanza superficiali e puerili.
È Dio il colpevole? Colui che ha fatto la terra, che ha dato all’uomo la vita, l’intelligenza, la capacità di scegliere e di volere; che cioè lo ha creato a Sua immagine e somiglianza dandogli dominio su tutto il creato, potrebbe desiderare il male o rimanere indifferente di fronte ai drammi dell’umanità?

No, Dio non può essere accusato se non dalla follia e dalla stoltezza! È l’uomo che potendo scegliere tra il bene e il male ha scelto il male. Ha scelto il PECCATO, cioè la ribellione contro Dio, per seguire le menzogne di satana. Allora tu domanderai: Ma è giusto che noi scontiamo gli errori dei nostri progenitori? Se loro hanno sbagliato, perché dobbiamo pagare anche noi? Il problema è che noi non siamo stati capaci di fare meglio. Adamo, Eva furono colpevoli, ma noi lo siamo quanto loro perché abbiamo continuato a peccare, a rifiutare le leggi di Dio, ad amare le tenebre più della luce.