Europei Under 21: un calcio al razzismo israeliano

296136_489616027773778_1794873477_nSegnalazione del Centro Studi Federici

“Se siamo critici con i cori razzisti contro i giocatori di colore in Europa, perché non critichiamo tutto il sistema razzista che lo stato di Israele ha creato e rafforzato contro i palestinesi?”
È il giugno del 2011 e 42 squadre di calcio palestinesi rivolgono a Michel Platini, presidente della UEFA, un appello: rivedere la decisione di tenere i campionati europei di calcio Under 21 in Israele il prossimo giugno (dal 5 al 18). Non è infatti accettabile che un paese che occupa militarmente la Palestina, non rispetta il diritto internazionale e viola sistematicamente i diritti umani ospiti un evento sportivo. Si andrebbe a premiare una condotta che ha superato il limite della legalità.
A seguito della richiesta presentata a Platini è nata la campagna ‘Cartellino Rosso al razzismo israeliano’ (RCIR) promossa dal movimento globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) lanciato dalla società civile palestinese nel 2005 che, ad ora, ha raccolto quasi 20mila firme online in protesta alla decisione della UEFA. “Se siamo critici con i cori razzisti contro i giocatori di colore in Europa, perché non critichiamo tutto il sistema razzista che lo stato di Israele ha creato e rafforzato contro i palestinesi?”, si chiede il coordinatore del RCIR Geoffrey Lee.
Non sono rimasti a guardare nemmeno circa 60 giocatori dei più importanti campionati europei che hanno deciso il dicembre scorso di firmare un appello di solidarietà in cui si chiedeva alla UEFA di rinunciare all’assegnazione a Israele dei campionati europei Under 21. Ma non solo: veniva richiesto alla comunità internazionale di mobilitarsi per proteggere i palestinesi che, malgrado il cessate il fuoco entrato in vigore dopo l’operazione militare Pillar of Defense, continuano a vivere sotto occupazione. Infine, si auspicava l’immediata scarcerazione del portiere della squadra olimpica palestinese Omar Abu Rois e il giocatore di Ramallah Mohammed Nimr, detenuti in Israele dal febbraio scorso senza prove né processo (un terzo calciatore, Zakaria Issa, è morto di cancro in prigione senza aver la possibilità di accedere ad alcuna cura).
L’appello è comparso sul sito personale di Kanoute, ex giocatore della Premier League e della Liga Spagnola, ed è stato firmato da diversi nomi noti. Tra i firmatari non risultano giocatori impegnati nel campionato italiano (fatta eccezione per Abdoulaye Baldé, militante nella squadra di I divisione AC Lumezzane), che ancora una volta hanno optato per un assordante silenzio. La UEFA, per bocca del suo presidente, ha risposto alla petizione ribadendo la presunta apoliticità dell’organizzazione e la democraticità del voto espresso per assegnare l’Europeo a Israele. Una risposta diversa è arrivata dalla FIFA (Fédération Internationale de Football Association), tramite il segretario generale Jerome Valcke: la federazione si impegnerà nella ricostruzione dello stadio di Gaza.
Gli stadi dove invece si svolgeranno le fasi finali dei campionati europei sono situati nelle città israeliane di Tel Aviv, Nethania e Petah Tikva. Città che in parte sono state costruite sulle macerie di villaggi palestinesi distrutti tra il 1948 e il 1949 durante la Nakba (catastrofe). I villaggi rasi al suolo furono in tutto 532, quasi 900.000 abitanti furono cacciati con la forza o fuggirono dalle loro case, e non pochi di loro vennero uccisi.
A Gerusalemme si giocherà nel Teddy Stadium, costruito accanto al villaggio palestinese di al-Maliha andato quasi totalmente distrutto il 15 luglio del 1948. Le poche case arabe rimaste sono ora abitate da coloni ebrei. Questo stadio è la sede della squadra israeliana Beiter Jerusalem i cui tifosi nel febbraio 2013, dopo l’annuncio dell’acquisto di due giocatori musulmani, hanno incendiato la sede amministrativa del club.
L’occupazione israeliana iniziata nel 1948 è tuttora in corso e colpisce direttamente anche (ma non solo) i giocatori della nazionale palestinese: gli atleti infatti non hanno libertà di movimento né all’interno dei Territori Occupati né verso l’estero. Allenarsi e gareggiare diviene dunque molto difficile. Non sono più fortunati i loro tifosi che a giugno non potranno entrare in Israele per assistere alle partite.
Occupazione, incarcerazione senza accuse e restrizioni alla libertà di movimento sono assolutamente incompatibili con i valori dello sport che devono essere rispettati quando si organizza un campionato internazionale di grande rilievo. Permettere a Israele di ospitare i campionati europei Under 21 rafforzerà il senso di impunità di un paese che non rispetta la legalità internazionale.

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Lo sport come contenitore di rabbia e integratore di diversità. Nel bene e nel male

Consigliata lettura articolo su Pier Paolo Pasolini, nemico storico della televisione, ucciso il 2 novembre 1975

“Io so”, chi sono i (tele)responsabili della distruzione antropologica degli italiani

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari – umiliati – cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” – che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale – diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

(Pierpaolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 9 dicembre 1973)

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L’imprenditore tessera P2 1816 che corruppe la cultura italiana, lo sport, il linguaggio, il costume con le sue televisioni asservite al potere mediatico. Una questione morale ed eversiva prima ancora che politica
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Mi scrive Matteo, un amico. Nei giorni scorsi abbiamo detto che la cultura e lo spettacolo sono molto importanti per imporre sulle masse nuovi modi di pensare e di vivere. Similmente, riveste un simile ruolo anche lo sport, in particolari modo il calcio che nel nostro Paese è seguito da milioni di persone. Il campionato italiano di calcio era fino a dieci-quindici anni fa il migliore del mondo, vi giocavano i più grandi campioni, era molto competitivo e le squadre italiane primeggiavano in campo internazionale. In seguito, le cose sono cambiate e, stagione dopo stagione, i migliori giocatori vanno all’estero, il livello dello spettacolo cala e la competitività è sempre minore. Quest’anno la Juventus ha vinto il suo secondo scudetto consecutivo, senza avere rivali, pur non mostrando il bel gioco e gli intensi ritmi dello scorso anno e, facendo qualche partita a dir poco indecente. Alcune big come l’Inter, ma in parte anche il Milan e la Roma, hanno condotto un campionato disastroso classificandosi in posizioni decisamente poco in linea con il loro blasone, meritandole sicuramente. Non è questo, tuttavia, il mistero, ma la causa di questo declino che non è la crisi economica o i limiti finanziari obbligatori. C’è dell’altro. Potremmo riparlare di Calciopoli che probabilmente non fu altro che figlia delle lotte intestine alla famiglia Agnelli e di Moratti e Tronchetti Provera che fino ad allora nulla erano riusciti a vincere, pur spendendo cifre folli, e qui staremmo giornate intere a districarci in quest’altro mistero.
Gli Anni Novanta furono l’apogeo del Campionato Italiano, le nostre squadre primeggiavano nel mondo ed erano composte da soli calciatori italiani. Accanto ad essi potevano essere schierati tre stranieri. Essendo la scelta limitata, questi tre uomini erano campioni di livello mondiale. Nel 1996 ci fu la Sentenza Bosman che stabilì che non ci potessero essere limitazioni al numero di calciatori comunitari. A quel tempo, essendo i calciatori europei i migliori al mondo, gli stranieri nel nostro campionato erano per di più di queste nazionalità. Ne seguì un aumento di stranieri comunitari che, però, si ridussero progressivamente. Qui comincia il mistero. Anno dopo anno, gli stranieri comunitari, quelli che la sentenza Bosman avrebbe dovuto far aumentare, si riducevano, mentre quelli extracomunitari crescevano a dismisura, ma non per una Legge comunitaria, ma per una misura che qualcuno aveva fatto sottobanco nel governo del calcio.
Il risultato è stato che oggi il 40% dei calciatori di A, B e C è extracomunitario o comunitario dei nuovi paese europei, un misero 2% è straniero comunitario, i restanti sono Italiani. I paesi di provenienza sono gli stessi da cui partono gli immigrati verso l’Italia. Intere squadre in serie A schierano quasi tutti extracomunitari.
La qualità di questi ultimi è al 90% piuttosto bassa, sebbene la stampa si affretti a gonfiarli.
Tra un Italiano ed un extracomunitario di pari valore, i media pubblicizzano più il secondo del primo. Spesso si preferisce l’extracomunitario all’Italiano anche nel caso in cui il secondo sia più bravo. E’ questa la causa del declino italiano e gli addetti ai lavori lo sanno molto bene. Di tanto in tanto, personaggi molto in vista denunciano questo mistero, ma il loro è un parlare al vento.
Non si riesce a capire il motivo di questo razzismo al contrario. Il perché sarebbe meglio un bidono estero a un buon giocatore italiano. Le conseguenze di questo disastro sono sotto gli occhi di tutti. L’Inter composto da soli stranieri è a metà classifica. La Juventus che è la squadra con meno stranieri, vince scudetti a ripetizione. La domanda è: a chi conviene una cosa simile? Secondo me ci sono cause estranee allo sport.
Potrebbero essere gli stessi promotori dei flussi migratori a promuovere questo fenomeno per far pubblicità ai loro progetti? Qual è il risultato dell’immigrazione? L’annientamento delle identità, dei legami familiari, della cultura e dei valori di chi arriva e di chi è già qua. La crescente intolleranza, fomentata dai media, che rischia di sfociare in disordini razziali. I movimenti migratori sono qualcosa di terribile, una delle cose peggiori del nostro tempo! Tutto ciò va a discapito di chi arriva e di chi accoglie. Pensiamo solo a quanti poveri disgraziati perdono la loro vita nel loro viaggio verso la speranza. Ma quale speranza? L’illusione di un mondo diverso. Vengono qua e trovano solo sfruttamento e miseria!
Il calcio a questo punto diventa un modo per fare pubblicità all’immigrazione. In tutto questo lo sport non c’entra proprio nulla!
Ti chiedo di indagare.
ps Ci sarebbero tanti temi da toccare. Tra questi la vicenda di Petrini è la più emblematica. Prima di tutto però, ti chiedo di partire da una domanda: perché una società di calcio che vuole vincere e che guadagna soldi, in teoria, a seconda dei risultati, preferisce acquistare allo stesso prezzo un giocatore scarso extracomunitario, piuttosto che un giocatore migliore italiano? Cui prodest?
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Caro Matteo, dopo che avrò finito di sviluppare il Dossier, se vale la premessa di Pasolini, potremmo dedurre senza tema di smentita che i giocatori italiani alla fine potrebbero essere pericolosi per il sistema, perchè appartengono antropologicamente alla cultura italica popolo di poeti, santi, navigatori, artisti, pensatori, scienziati, poeti e trasmigratori, e non sarebbero capaci di portare avanti fino in fondo l’omertà, la complicità, la corruzione senza prima o poi farsi prendere da qualche scrupolo. Penso ai vari Gattuso, ma anche ai Cordova, ai Petrini, al pentito Beppe Baresi, e a quelli che una volta abbandonato il calcio hanno preferito scomparire come Baresi, Maldini, Baggio. Penso a Totti e a Nesta che dopo il Mondiale del 2006 si sono ritirati dalla Nazionale. Quanti avrebbero voluto parlare, ma per l’ingaggio economico che percepivano e per le clausole contrattuali hanno dovuto tacere. All’estero uccidono, per cui alla fine sanno cosa vuol dire una minima trasgressione. Meglio arruolare chi conosce la vera miseria. Ed ecco che in Italia sono ingaggiati giocatori teoricamente “ignoranti” con piedi d’oro.
Arrivamo a noi.
Ricordi Lentini? Ebbene quello che dici, in Italia cominciò con l’acquisto da parte del Milan dal Torino un giocatore che vene pagato personalmente due soldi, ma che fece transitare una marea di soldi. Il tributarista consigliere di Berlusconi era Tremonti. L’acquisto del Milan fu ufficializzato contestualmente per 10 miliardi di lire.
Lentini allora frequentava la moglie di Scirea che da poco era morto. Finirono fuori strada con la sua Porsque. Ragione? Lentini lamentava che a fronte di 60 miliardi di lire lui ne aveva presi nemmeno 1 miliardo.
Potrei continuare parlando di Carlo Petrini, giocatore della Roma che denunciò: il Diavolo nel Calcio. O Zeman che a Guarinello disse: controlli la farmacia della Juve. Poi le smentite di Vialli e Mancini che avevano raddoppiato in pochi anni la circonferenza del petto e della coscia.
Parli di calcio e che dire del Ciclismo di Pantani e Armstrong?
E della Formula Uno che uccise il campione Airton Senna solo perchè aveva osato fondare il sindacato degli automobilisti?
Ok, sarà un lavoro lungo, ma mi metto di gran lena.
Mi affascina tutto questo lavoro, per chiarire gli effetti della immigrazione, del doping, del ludus circensis, della farmacia fuorilegge, della finanza, del mercato degli atleti, i vivai e l’indotto, delle scommesse legali e illegali, degli appalti, della mafia, della corruzione, del ricatto, del gossip; degli accordi fra i petrolieri (Pellegrini, Sensi, Moratti, Garrone, ecc.), sceicchi e venditori di armi; dell’associzionismo e doppia partita delle transazioni finanziarie e dei paradisi fiscali; poi c’è la Camorra, l’Ndrangheda, la Sacra Corona Unita e non solo ed il traffico degli atleti dal Terzo Mondo. Ci sono accordi sotto banco tra imprenditori ma anche con i politici: tra Berlusconi, Putin e Gheddafi e forse anche con Cameron, Sarkozy, la Merkel e l’universo arabo. Di Andreotti il giorno stesso in cui lasciava questo mondo di mortali, di disse: era accanito tifoso della Roma. Ma non era solo tifoso, lo sanno coloro che hanno la mia età. Tramite il calcio italiano, infatti, sono state finanziate le intifade e golpe in Paesi extra europei. E che dire delle new entry quali i cinesi; potrebbe essere un altro binario visto che Benkamp prenderà 60 milioni solo per curarne l’immagine; ma non dimentico le arrabbiature di Massimo Cellino, di Maurizio Zamparino, ed in particolare di Luciano Gaucci quando la Corea, grazie all’arbitro equatoreno narcotrafficante tale Moreno ci buttò fuori dalle semifinali del Mondiale di Corea-Giappone, con un atteggiamento in campo scandaloso quanto evidentemente concordato con la FIFA… Poi c’è la grande partita dei diritti televisivi. Si pensino agli imperi di Murdock ed Ecclestone con le loro Sky e F1. Poi ci sono gli stadi e l’edilizia sportiva che modificano le connotazioni delle città soprattutto in vista di Mondiali, Olimpiadi, grandi eventi; le briciole sono le griffe, i prodotti industriali, il marketing. Tra gli sport più ricchi il Calcio non è nemmeno al primo posto, perchè il Basket ed il Regby, sport americani, hanno giri di affari spaventosi.
E lo Sport, nonostante tutto, a livello mondiale, incide in media solo con il 2% del PIL, contro il PIL della industria Bellica e delle spese militari pari al 2,7%, e della Droga e Appalti in mano alla criminalità che si aggira (in corrispondenza) attorno al 7,7%, e quello garantito dai giochi legali intorno al 4%. Basti con questi dati pensare che in media nel mondo il PIL Industriale è del 17%, quello Turistico 9%, 3% dell’Editoria e quello Agroalimentare 15%. L’Edilizia produce solo l’11%.
Paradossalmente però, quello che modifica di più la cultura dei popoli è il rapporto che instauriamo con il mondo dello sport e l’immagine che viene data dalle TV, veri e propri contenitori capaci di produrre idoli, tendenze, consumi e costumi.
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Le corna del diavolo. Il Milan di BerlusconiIn sintesi
Potere mediatico e furbizie, fanatismo e complicità politiche, miliardi neri e grigi: la vera storia del Milan berlusconiano.
Febbraio 1986: come prendersi il Milan di Farina per due lire. Il Diavolo berlusconiano: elicotteri e miliardi, propaganda e censura. Lo scudetto miracoloso del campionato 1987-88, fra ombre e sospetti. La nebbia di Belgrado e la Coppa dei campioni. I rapporti di Berlusconi con gli ultrà, e il delitto del 4 giugno 1989. Il complotto della monetina, e la porcata del 21 marzo 1991 a Marsiglia. Il consigliere milanista Dell’Utri: legami mafiosi e pulcini rossoneri. Il grande imbroglio dell’affare Lentini, e la partita Torino-Milan del 25 aprile 1992. La montatura mediatica del capitano Baresi. La squadra-partito, e i giocatori propagandisti di Forza Italia. Il delitto dell’ultrà milanista a Genova del 29 gennaio 1995. Miliardi in nero ai giocatori milanisti, nascosti nei paradisi fiscali. Il decalogo padronale per l’allenatore Tabarez. Stagione 1998-99: il tentativo di partecipare alla Coppa Uefa senza averne diritto. Lo scudetto n° 16, e il sospetto su Udinese-Milan del 18 aprile 1999. Gli insulti berlusconiani contro il commissario tecnico Zoff. Il rifiuto dei giocatori milanisti di sottoporsi all’esame antidoping sangue-urina (facoltativo). Il Milan del presidente del Consiglio Berlusconi e del presidente della Lega calcio Galliani: un’orgia di potere e affari.
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Tutto ciò premesso, partiamo da un fatto apparentemente insignificante

lunedì, 4 marzo 2013 (giorno dell’anniversario di nascita e morte di Lucio Dalla)

Foto 123:50 – Un incendio di vaste proporzioni si è sviluppato nel complesso di “Città della Scienza”, aperto a Napoli negli anni ’90 dalla Fondazione Idis. Sul posto numerose squadre di vigili del fuoco. Per il momento non si hanno notizie sull’origine delle fiamme che si sarebbero sprigionate dopo l’orario di chiusura al pubblico.
Un vasto fronte di fuoco, stimabile in alcune centinaia di metri, sta devastando la struttura. Dal luogo dell’incendio si è levata una colonna di fumo nero visibile da buona parte della città. A giudicare dalle dimensioni del rogo, i danni si annunciano molto ingenti. Il lunedì, durante i mesi invernali, la struttura è chiusa al pubblico e quindi per ora si ritiene che il rogo non abbia coinvolto persone. L’opera di spegnimento si annuncia lunga e difficile per i vigili del fuoco.La “Città della Scienza” ha una media di 350mila visitatori l’anno. Oltre al museo interattivo, ospita un planetario, un centro congressi, un centro di alta formazione e un’area per mostre d’arte. Sorge in via Coroglio, di fronte al mare di Bagnoli, ed è tra i luoghi-simbolo dei progetti di bonifica e rinascita dell’ex area industriale Italsider.

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Il procuratore Colangelo: “Seguiamo tutte le piste”. Raccolti numerosi campioni e filmati da visionare per fare chiarezza su quanto accaduto

15:43 – Per l’incendio che ha distrutto a Napoli la Città della Scienza, l’ipotesi di reato attualmente “è quella di incendio doloso”. Lo ha detto il procuratore Giovanni Colangelo, che ha però aggiunto: “Per non trascurare alcun aspetto, seguiamo tutte le piste”. Gli investigatori intanto hanno acquisito una serie di campioni in numerosi punti di tutta l’area. I risultati si potranno avere già tra pochi giorni.

Al vaglio ci sono anche alcune immagini acquisite, come ha spiegato il questore Luigi Merolla. “Le esamineramo. Ma non sono molte”. Anche quando venisse confermata l’ipotesi dolosa resta più difficile capire chi potrebbe aver tratto vantaggio dal rogo: “Per ora è una risposta difficile da dare – ha continuato Merolla -, si impone cautela nel propendere per una ipotesi o per un’altra. E questa cautela impone un rigore investigativo che ci veda attenti a ogni possibile settore. Più andremo avanti negli accertamenti più si potranno individuare uno o più possibili moventi”.Il procuratore Colangelo non ha escluso che con il passare delle ore si potranno acquisire ulteriori elementi ancora più concreti “che ci consentiranno di indirizzare le indagini su una direzione più precisa”.

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Napoli, indagati 21 ex dirigenti della società “Bagnoli Futura” e di vari enti locali. La bonifica – solo “virtualmente effettuata” – delle zone dell’ex Italsider e dell’ex Eternit “ha inquinato di più”

foto Dal Web

09:39 – Le aree dell’ex Italsider e dell’ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli, sono state sequestrate dai carabinieri nell’ambito di un’indagine della Procura di Napoli che ipotizza una situazione di disastro ambientale. Indagati 21 ex dirigenti della società “Bagnoli Futura” e di vari enti locali. Il gip del capoluogo campano ha inoltre disposto “un dettagliato piano di interventi finalizzato a un’adeguata bonifica e messa in sicurezza“.

Gli esami tecnici disposti dagli inquirenti hanno accertato un notevole inquinamento dell’area. Gli interventi di bonifica, secondo la Procura, avrebbero aggravato la già difficile situazione ambientale. I pm hanno quindi chiesto e ottenuto dal gip in composizione collegiale (l’organico istituito in occasione dell’emergenza rifiuti nel Napoletano) l’emissione di un’ordinanza che dispone il sequestro preventivo di un’ampia area, compresa la cosiddetta “colmata” di Bagnoli.

La Procura di Napoli sostine che le vicende legate alla bonifica delle aree di Bagnoli sono avvenute “in un contesto generalizzato di conflitto d’interesse“. Secondo i pm, “tutti gli enti pubblici istituzionalmente preposti al controllo dell’attività di bonifica, quali Arpac, Comune e Provincia di Napoli, si sono venuti a trovare”. “L’interscambio dei ruoli tra controllori e controllati e il conflitto di interessi degli enti pubblici”, insieme al comportamento dei soggetti responsabili della vigilanza sulla salvaguardia ambientale hanno determinato ”il progressivo scadimento degli obiettivi di bonifica e dei controlli ambientali, causando – secondo l’ipotesi accusatoria – un disastro ambientale“. In particolare – sempre secondo l’accusa – gli organismi di vigilanza hanno avallato le scelte procedurali di Bagnolifutura, la società incaricata della bonifica delle aree.

La Procura di Napoli precisa che la bonifica di Bagnoli, costata 107 milioni di euro, non solo è stata solo “virtualmente effettuata”, ma ha di fatto “comportato una miscelazione dei pericolosi inquinanti su tutta l’area oggetto della bonifica con aggravamento dell’inquinamento dei suoli rispetto allo stato pre bonifica”. Alla luce dei rilievi dei consulenti tecnici, si ipotizza il reato di truffa ai danni dello Stato. Oltre ai reato di disastro ambientale e truffa ai danni dello Stato “in relazione all’illecita percezione di denaro pubblico”, vengono contestati anche il falso, in merito alle certificazioni di analisi e alle attestazioni di avvenuta bonifica, la miscelazione di rifiuti industriali in relazione all’avvenuto interramento di rifiuti industriali nell’area del Parco dello Sport, il favoreggiamento reale.

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Sequestro a Bagnoli, sospetti su scarti petroliferi e metalli nel sottosuolo del Parco dello Sport

12 Aprile 2013 Fabrizio Ferrante

La notizia del sequestro che ieri ha portato l’Autorità Giudiziaria a requisire le aree in cui un tempo sorgevano Italsider ed Eternit (clicca qui) continua a suscitare l’interesse dei cittadini flegrei. Tra i gruppi più attivi a Bagnoli, la zona in cui sorge l’ex polo industriale posto sotto sequestro, la locale Assise ha diramato un comunicato in cui si indice un convegno per i prossimi 11 e 12 maggio. Oggetto dell’incontro, organizzato assieme al comitato “Una spiaggia per tutti” col patrocinio del Comune, sarà il recupero ambientale dopo decenni di inquinamento e azioni omissive, perpetrate in particolare da giunte di centro-sinistra. Dall’inchiesta emergono particolari che, se confermati, sarebbero a dir poco allarmanti in merito alla definitiva compromissione della salubrità della zona.

Su Bagnoli aveva scommesso, e molto, anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Aveva promesso una rinascita, attesa da anni e oggetto puntuale di fantasmagoriche promesse durante tutte le campagne elettorali. Il risultato di inquinamento e politiche inefficaci che hanno dilapidato ingentissime risorse nel tempo, si è visto in tutta la sua drammaticità ieri, quando la magistratura ha ritenuto compatibile la morte di una giovane donna della zona, con l’ipotesi di disastro ambientale come causa del decesso. Un’accusa pesantissima che coinvolge i vertici di BagnoliFutura, la società creata nei primi anni ’90 proprio per favorire lo sviluppo di quello che sarebbe dovuto diventare un eldorado.

Il dato che sarebbe emerso dalle intercettazioni effettuate dai Carabinieri, che hanno portato al coinvolgimento anche del Ministero dell’Ambiente, è che BagnoliFutura avrebbe usufruito di fondi per la bonifica, distratti da tale scopo all’insaputa del Ministero coi rifiuti tossici smaltiti illegalmente nel suolo del Parco dello Sport. Sotto accusa non solo i vertici di BagnoliFutura ma anche gli uomini organici al Ministero che avrebbero dovuto vigilare sul corretto uso dei fondi che, a loro volta, sarebbero stati erogati dopo veri e propri raggiri, dato che dal 2005 la bonifica di Bagnoli era stata derubricata da esigenza residenziale a industriale-commerciale. Gli inquirenti, insomma, sospettano l’esistenza di una vera e propria “cricca” derivata anche dalle eccessive vicinanze e comunanze di interessi fra controllori e controllati, dove i primi erano sistematicamente soggiogati ai desiderata dei secondi. Nonostante le promesse incoraggianti risalenti ormai a oltre 20 anni fa e perpetratesi fino ai giorni nostri, dunque, la colmata è ancora lì, le aree ex industriali sono sequestrate – e come denunciato anche da queste pagine (clicca qui) potrebbero celarsi drammatiche verità fino a oggi taciute – non c’è più Città della Scienza e nessuna avveniristica cittadella né tanto meno impianti di compostaggio, sono finora sorti a Bagnoli. A parte la discussa Porta del Parco – e il già ricordato suolo di un Parco dello Sport che potrebbe nascondere di tutto, da scarti del petrolio a metalli ferrosi – Bagnoli non appare più ricca ma, anzi, decisamente depauperata rispetto a due anni orsono, quando de Magistris si è insediato a Palazzo San Giacomo.

Nonostante tutto, però l’Assise di Bagnoli ha indicato alcuni lati positivi nella vicenda che ha portato al sequestro delle aree ex Italsider e Eternit: ecco un estratto del comunicato di ieri, redatto da Massimo Di Dato: “il primo effetto positivo del sequestro è il blocco della procedura di vendita per i suoli ex Italsider siti lungo via Nuova Bagnoli, la cui asta scadeva il 22 aprile: una svendita attuata per sostenere economicamente la BagnoliFutura ma che avrebbe determinato l’ulteriore compromissione del patrimonio pubblico.Adesso, nell’attesa degli accertamenti giudiziari, è tempo che i cittadini riprendano la parola, la politica riassuma il suo ruolo e si apra una discussione pubblica sui destini dell’area di Bagnoli, fuori e dentro il Consiglio Comunale. Una discussione che deve bandire ogni posizione tesa a strumentalizzare l’attuale situazione per sabotare definitivamente gli obiettivi di utilità pubblica definiti dagli strumenti urbanistici: già infatti si sentono gli sciacalli di turno suonare la grancassa della speculazione edilizia, invocando il ridimensionamento della bonifica e delle attrezzature pubbliche, giudicate troppo costose, per fare spazio ad alberghi, case di lusso, porti e quant’altro ingrassi le loro tasche”.

Fabrizio Ferrante

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9 giugno 2012

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ESCLUSIVA – L’ex calciatore azzurro e della nazionale, Salvatore Bagni, ha concesso un’intervista in esclusiva a Napolisoccer.NET parlando di nazionale e dei possibili obiettivi di mercato della formazione azzurra.


Troppo volte il suo nome è stato accostato alla società di De Laurentiis. C’è mai stato qualcosa di più che un semplice contatto?
“Assolutamente no! Non c’è mai stato nulla di concreto. Mai sono stato vicino al Napoli”.

Il neo allenatore della Roma, Zeman, sembra avrebbe chiesto alla dirigenza giallorossa di acquistare Vargas. Non sarebbe il caso di cederlo in prestito, considerate le qualità del tecnico boemo nel valorizzare i giovani?
“Per quello che è stato pagato, Vargas dovrebbe già essere un calciatore di valore e quindi non penso ci sia bisogna di cederlo in prestito alla Roma. Mazzarri, se la passata stagione l’ha utilizzato poco, è perché evidentemente riteneva di fare la cosa giusta”.

Dopo la pesante sconfitta con la Russia, Prandelli sta pensando ad una difesa a tre. Paolo Cannavaro non avrebbe fatto comodo?
“Paolo nelle ultime annate è cresciuto tantissimo innanzitutto in sicurezza e merita qualcosa di più. Ha fatto degli ottimi campionati. Certo, con gli infortuni di Chiellini e Barzagli, poteva essere utile”.

Nasser Al Khelaifi al Paris Saint Germain, Khaldoon Al Mubarak al Manchester City, Abramovic al Chelsea. Il calcio europeo è in mano a sceicchi e petrolieri. Come si fa a contrastare queste potenze economiche?
“In effetti non si possono contrastare certe potenze economiche. Ormai sceicchi e petrolieri sono i padroni del calcio e investono sempre più per assicurarsi i giocatori migliori. Lo stesso Paris Saint Germain si è dimostrato l’unico club disposto a pagare la clausola per Lavezzi proprio in virtù dei mezzi economici a disposizione”.

Marco Fassone è passato dal Napoli all’Inter. A Torino è stato importante per il progetto stadio, mentre a Napoli non è riuscito nello stesso intento. Perché?
“Conosco Marco, una persona simpatica e disponibile venuta a Napoli con i migliori propositi. Nel dettaglio non posso rispondere perché sono problematiche che solo la società conosce”.

Per rendere competitiva per lo scudetto una rosa come quella del Napoli, indebolita dalla cessione di Lavezzi, quanti milioni servono?
“Importante non è quanto si spende, ma come si spende. I 10 milioni spesi per Vargas ne sono la dimostrazione. Il prossimo anno la squadra azzurra non avrà l’assillo della Champions e dovrà puntare decisamente allo scudetto. Per fare questo deve rinforzarsi. L’Inter avrà delle difficoltà. Il Milan è forte, ma è una squadra non più giovanissima. La squadra da battere sarà la Juventus”.

Zabaleta, Diarra e Tymoscuk. Il Napoli sembra orientare il suo mercato verso l’estero. In Italia non ci sono calciatori che potrebbero servire alla causa azzurra?
“Sono giocatori che hanno un ingaggio alto e non penso che alla fine arriveranno a Napoli. In Italia ci sono giocatori interessanti. Basta guardarsi intorno”.

Pandev ha firmato un contratto che lo legherà alla società di De Laurentiis fino al 2015. Il macedone ha accettato una riduzione dell’ingaggio pur di restare a Napoli. Non sempre le scelte dei giocatori dipendono esclusivamente dal fattore economico?
“Pandev ha fatto gli ultimi sei mesi alla grande. Ha trovato un ambiente favorevole nel quale si è trovato benissimo. Ha scelto di restare e ha fatto bene. Le scelte non dipendono solo dai soldi”.

Antonio Catapano – Redazione Napolisoccer.NET

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Il discorso di Lotito non fa una piega.

Una squadra (la lazio) scopre un giocatore semisconosciuto, lo ingaggia, contratto di cinque anni da 500,000 euro a stagione, lo sgrezza, lo allena, lo valorizza.

Poi arriva un’altra squadra, una di quelle che comprano tutto e tutti, di quelle che non c’è problema se fanno 150 milioni di euro di buco, contatta il giocatore e gli promette non 500.000 ma sei volte tanto, 3 milioni di euro.
Se si libera.

Chiaro che questo giocatore diventa svogliato, punta i piedi, vuole stracciare il contratto.

Poi (beffa incredible) fa causa alla società e la vince pure, e va gratis (a tre milioni di euro al mese) dalla squadra del petroliere, che passa per la stampa pure come una persona corretta, e contribuisce sin da subito ad ammazzare un campionato già morto e noioso per l’assoluta differenza dei mezzi economici messi in campo.

Così va il calcio oggi, e qualcuno pensa ancora che questo spettacolo, che si avvia ad essere finto come il Wrelsting per compiacere vuoi gli industriali cocainomani viziati, vuoi petrolieri miliardari di turno a trastullarsi con i loro “giocattoli” umani, sia regolare.

Stavolta è toccata alla Lazio, e non è che mi dispiace poi tanto, ma questo è un mondo in cui perfino Lotito riesce ad avere le sue sacrosante ragioni.

Mai come ora è attuale il detto “meglio uno scudetto da Lupi che cento da Agnelli”.

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Confalonieri: ‘Nel calcio è l’era dei petrolieri. E il nostro sceicco è Moratti’

(Foto: New Press / GETTY IMAGES)

14 maggio alle 12:40

Il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri parla di calcio: ‘Il Milan? Ci vogliono molti soldi. E’ un’epoca difficile. Un’epoca per petrolieri: non a caso investono gli sceicchi. E il nostro sceicco è Moratti’. Poi, sulla panchina rossonera: “Io avrei tenuto Leonardo. Ma Silvio sa scegliere gli allenatori. Sacchi lo prese dal Parma. Capello lo chiamavano il maggiordomo di Berlusconi, ora è il numero uno al mondo”. Infine, sulla finale di Champions League fra Inter e Bayern Monaco: “Io andavo a vedere il Milan di Nordhal, con Silvio e suo padre: tram fino a piazzale Lotto, poi a San Siro a piedi. Ho seguito il Milan in B, ho visto la Cavese espugnare il nostro tempio. E vuole che tifi Inter? Il tifo è anche gufare. Riconosco però che l’ultima campagna acquisti di Moratti è stata eccellente, e Mourinho è antipatico ma bravissimo’.
(Corriere della Sera)

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5 gennaio 2013di Giancristiano Desiderio

Johan Cruyff diceva: «Il calcio è due cose: saper passare il pallone e saper controllare il passaggio che fanno a te». Più i giocatori sanno «passare e controllare», più le partite sono intense. Ecco perché Walter Mazzarri dice che le partite durano novanta minuti, ma in serie A si gioca di più, perché il calcio è più potente, lo stop più preciso, la conclusione in rete più rapida. Con giocatori bravi aumentano le possibilità di gioco e gli elementi del calcio diventano più che mai la tecnica, la tattica, il tempo. Ma per avere i più bravi ci vuole un altro elemento: i soldi. Non è un’opinione. È storia. Silvio Berlusconi, in ventisei anni di Milan, ha speso oltre seicento milioni. Moratti idem per l’Inter (ma con risultati diversi). Franco Sensi è  riuscito a vincere uno scudetto alla Roma ma ha dovuto prosciugare il suo patrimonio. Della Juventus degli Agnelli non è il caso di parlarne. La regola non scritta del calcio, nota ma non detta, è questa: vince chi spende. Oggi c’è una sola eccezione. Quale? Il Napoli di Mazzarri.

Negli ultimi cinque anni il calcio è cambiato. Vincono i molto ricchi e la bravura consiste soprattutto nell’avere i soldi e nel saperli spendere. Lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani controlla, tra le tante cose, il Paris Saint Germain. Roman Abramovich è presidente del Chelsea. Soldi e diritti televisivi hanno cambiato il calcio più di quanto non siano riuscite a fare le due regole di Cruiff. Negli ultimi cinque anni i cartellini dei giocatori sono cresciuti vertiginosamente: i bravi si fanno pagare per restare, i meno bravi li imitano. Risultato: le squadre più forti sono in rosso. Mario Sconcerti illustra la storia di questi cinque anni che hanno cambiato la storia del calcio nel libro Il calcio dei ricchi (Dalai editore). Ne ha ricavato tre Postulati: 1. Se si vuole vincere, la cosa più importante sono i soldi. Vince solo chi spende molto; 2. I soldi sono condizione necessaria per vincere, ma non danno la certezza di vincere; 3. La bravura di una società conta solo per come investe i soldi e non per come ne fa a meno.

Una vergogna? Bah, gli sceicchi e i petrolieri hanno fatto saltare il banco, ma non hanno inventato nulla: è dal dopoguerra che i ricchi nazionali hanno fatto valere il colore dei soldi. Quando Beppe Savoldi arrivò a Napoli fu pagato due miliardi e si gridò allo scandalo. Era solo l’inizio. Poi vennero i cinque miliardi della Juve per Paolo Rossi e non ci si fermò più. Tuttavia, «c’è una sola società che in questo momento potrebbe mettere in difficoltà il Primo Postulato del calcio, che cioè non è possibile vincere restando in attivo nei bilanci. È il Napoli di Mazzarri-Cavani-Hamsik». Il Napoli, come il Verona del 1985 o la Samp del 1991 – altro mondo, in verità – è un esempio virtuoso, anche se è un’eccezione che conferma parzialmente la regola: due anni fa la società pagava 28 milioni di stipendi, l’anno scorso 41 e quest’anno 53. Nel giro di tre anni il monte-stipendi del Napoli raddoppierà. Per ora s’incassa il premio di una generazione pagata poco senza l’obbligo della vittoria. Ma risalendo la classifica, saliranno gli stipendi. Lo dimostra eloquentemente la cessione di Lavezzi al Paris Saint Germain dello sceicco e il rinnovo di Cavani che tocca il cielo stellato sopra di noi. Oggi Cavani, che se giocasse in un’altra squadra europea avrebbe già vinto il Pallone d’oro, vale una cifra stratosferica. Ed è questo il quarto Postulato del calcio moderno: se non si deve vincere, nel calcio spesso si guadagna.

(tratto da Liberal)

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17/08/2011 05:30

Petrolieri russi, sceicchi arabi, miliardari cinesi: sport stravolto dalle economie in espansione Dopo gli «scippi» al calcio nostrano, l’ultima frontiera sono i campioni del basket americano

Eto’o ha già accettato l’offerta dell’Anzhi e le ragioni sono presto spiegate: tre anni a Machakala, piccola capitale del Daghestan, frutteranno al camerunese la bellezza di 60 milioni di euro. Ora ai russi basta accontentare l’Inter: tra oggi e domani Kerimov formulerà l’offerta decisiva, vicina ai 30 milioni richiesti da Moratti, ed Eto’o raggiungerà la clinica romana di Villa Stuart per le rituali visite mediche. Segni di un calcio che cambia, seguendo inevitabilmente le oscillazioni dell’economia mondiale. Un tempo dominava l’Occidente, oggi soffia forte il vento dell’Est, con oligarchi russi e sceicchi arabi a dominare la scena. L’Inghilterra, come sempre, ha anticipato i tempi: tra fallimenti americani e petrolieri russi, con Abramovich in testa, tre anni fa la Premier League ha accolto la rivoluzione dello sceicco Mansour Bin Zayed Al Nahya. Tre mesi per ambientarsi a Manchester, sponda City, e poi il crack, con l’offerta-shock (oltre cento milioni di euro) per Kakà, comunque rifiutata dal brasiliano. Nel calcio moderno, però, il cuore non può resistere al fruscio dei petroldollari. E così, a suon di offerte galattiche, Mansour è riuscito a mettere in piedi la squadra sognata, con «El Kun» Aguero ultimo costosissimo tassello (43 milioni di euro). Il miliardario russo Kerimov ha osservato, preso nota e si è alfine lanciato, lo scorso gennaio, in un’impresa ancor più complicata, almeno all’apparenza. La ricetta vincente? Soldi, soldi e ancora soldi. Duecento milioni per il nuovo stadio, altrettanti per rinforzare la rosa. Poi, magari, ci vuole un po’ di pazienza: all’inizio bisogna accontentarsi dell’ex gloria Roberto Carlos, bloccato a 38 anni per 9 milioni di euro a stagione. Ora, però, Kerimov è pronto ad accogliere Eto’o e sfatare un altro mito: i soldi non convincono soltanto i giovani (vedi Zarate) o «gli anziani» (come Cannavaro, finito a fine carriera in Dubai), ma anche un fenomeno di 30 anni, nel pieno della maturità psicofisica. E se poi non ti chiami Anzhi, ma Paris Saint Germain, tutto è più facile. Per informazioni chiedere allo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani: in due mesi il nuovo proprietario del club francese, sostenuto secondo Libération dal tifoso Nicolas Sarkozy, è stato capace di spendere 85 milioni e saccheggiare l’Italia (Pastore, Menez, Sissoko e Sirigu). Un esempio seguito da Abdullah ben Nasser, 58 milioni investiti quest’anno per potenziare il Malaga. Il vento dell’est soffia sul calcio e il presidente della Fifa Joseph Blatter se n’è accorto, avallando (non senza polemiche e totale chiarezza) le candidature di Russia e soprattutto Qatar per i Mondiali 2018 e 2022. Ma il vento dell’est soffia anche sugli altri sport, come ad esempio il basket. Demirören, miliardario presidente del Besiktas, sta cercando di sfruttare appieno l’opportunità fornita dal lock-out della Nba: dopo Deron Williams (5 milioni a stagione, con possibilità di rescindere il contratto appena lo sciopero terminerà), il club turco ha tentato l’ingaggio di Kobe Bryant (5.5 milioni di euro per sei mesi) e ora tenta il colpo Kevin Durant. Lo stesso Bryant è corteggiato anche dalla Cina, dove gli offronto 1.5 milioni di euro al mese. L’Oriente avanza, l’Italia resta a guardare.

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Milan: il caso Lentini (1992)

Dr.Zoidberg Mercoledì 27 Giugno 2007 01:25
Galliani

Il 30 giugno 1992, l’attaccante del Torino, Gianluigi Lentini, passa dopo serratissima trattativa al Milan, con la Juventus battuta sul filo di lana. Ma circolano voci strane e si vocifera che Lentini fosse stato venduto al Milan già a marzo. Le insinuazioni, che man mano si fanno più concrete, vengono accompagnate dalle consuete smentite di via Turati. Dopo qualche giorno, alcuni giornali pubblicano i termini economici dell’affare: complessivamente, l’acquisto del calciatore sarebbe costato l’astronomica cifra di 60 miliardi di lire. Alla notizia le reazioni dell’ambiente pedatorio sono tra il meravigliato e lo sdegnato, con velati attacchi da parte di certa stampa moralizzatrice. La società rossonera, per bocca di Adriano Galliani, rende nota la sua versione dei fatti in un comunicato che è la summa perfecta dello stile-Milan. Negare l’evidenza e cercare di tirar dentro anche altre squadre:

L’unica cosa che voglio dire è che le cifre che abbiamo letto sui giornali sono molto lontane dal vero. Non esiste al mondo che il mercato del Milan sia immorale, come è stato detto. Siamo nei regolamenti (incredibile la faccia tosta, nda). Abbiamo concluso un’operazione di mercato molto importante senza costringere con la forza né il giocatore né il presidente del Torino. Vi ricordo che qualcun altro ha pagato, per un giocatore di cinque anni più vecchio di Lentini, cifre superiori.

Il calciatore di «cinque anni più vecchio» è Gianluca Vialli, appena passato alla Juventus, chiamato in causa da Galliani per mascherare la sua malefatta. Ma la bugia è doppia: il passaggio del blucerchiato in bianconero è costato circa 40 miliardi lordi tra acquisto ed ingaggio, quindi molto meno dei denari elargiti per Lentini; inoltre Galliani si picca di precisare che le cifre lette sui giornali «sono molto lontane dal vero», affermando che l’esborso ammonta a 14 miliardi, più altri 13,2 per l’ingaggio quadriennale (di nuovo mettendo in mezzo altre società, le quali avrebbero osato offrire cifre superiori: 25 miliardi l’Inter, addirittura 28 miliardi la Juventus). Ma, come stiamo per vedere, la realtà è molto diversa, e sta per venire a galla.
Il presidente granata Gianmauro Borsano (che di lì a poco cederà il Torino a Goveani) è in gravi difficoltà economiche con la Gima, la finanziaria a capo delle sue società. Borsano aveva cercato di rifugiarsi nelle pieghe dell’immunità parlamentare, facendosi eleggere deputato nelle file del Psi craxiano. Ma l’abile mossa si era rivelata insufficiente: la crisi del Psi e lo scandalo Tangentopoli travolgono tutto e Borsano ne viene coinvolto. L’accusa è di bancarotta fraudolenta e di truffa allo Stato per il mancato versamento dell’IVA.
Le indagini portano, l’11 ottobre 1993, allo scoppio dello scandalo “Piedi Puliti”. Borsano viene chiamato a deporre l’8 novembre. Gli viene contestato il reato di falsa fatturazione e falsa comunicazione in bilancio relativamente alla compravendita di calciatori per il Torino Calcio, con particolare riferimento all’affare Lentini. Berlusconi comincia a sentire puzza di bruciato e si affretta a negare tutto con la consueta sfacciataggine: «Galliani mi ha rassicurato e garantito che la situazione è chiara. Escludo che esistano fatti non alla luce del sole: per Lentini abbiamo pagato un prezzo elevato, 14 miliardi poi saliti a 18 e mezzo, solo in seguito alla concorrenza di un’altra società (tirare in ballo gli altri sempre…, nda). Ci hanno criticato per questo affare ma ricorderete tutti la mia perplessità sul prezzo (francamente no, nda)».
Borsano, che sente odore di condanna, spera di ottenere una pena ammorbidita vuotando il sacco davanti ai giudici: le dichiarazioni sono clamorose e confermano i sospetti dell’anno precedente. Non solo il presidente granata aveva ricevuto denaro in nero, ma la trattativa era cominciata a marzo, cioè molto prima dell’apertura del mercato ufficiale:

Raggiungemmo l’accordo per la vendita di Lentini a 14 miliardi e mezzo, e si stabilì che Galliani versasse subito un anticipo di 4 miliardi, ovviamente in nero, perché il contratto non poteva essere ancora ufficializzato e perché la somma mi serviva in nero per pagare, tra l’altro, sempre in nero, i premi ai giocatori del Torino.
Il calciatore però non ha intenzione di andare al Milan (“io preferivo andare alla Juve perché sarei rimasto nella città di Torino”) così Borsano e Galliani decidono di ridiscutere l’accordo: Il “bianco” passò così da 14 miliardi e mezzo a 18 miliardi e mezzo; il “nero” da 4 a 6 miliardi e mezzo, o forse a 8 e mezzo, non ricordo bene.

Si scopre che i circa 7 miliardi extra sono stati pagati dal Milan con queste modalità: 1,5 miliardi con dei Cct e 5 miliardi con un versamento effettuato da una banca del Liechtestein su un conto di Borsano alla filiale di Lugano della Banca Popolare di Novara. L’affare è sporco, talmente sporco che non si cerca nemmeno di coprire l’esborso con fatture di comodo come nel caso del falso in bilancio e dei fondi neri ai calciatori: i soldi per Borsano sono stati infatti versati direttamente senza alcuna giustificazione. L’anticipo dei tempi rispetto al periodo consentito per le trattative di mercato è testimoniato dallo stesso Lentini che dichiara:

A un certo punto i dirigenti del Torino, mi pare nel mese di maggio, mi hanno comunicato di avermi venduto al Milan […] Per convincermi a firmare, quelli del Milan non mi hanno detto niente di particolare. Mi dicevano che il Torino mi aveva già ceduto a loro, e che quindi il mio trasferimento al Milan sarebbe stato più semplice, perché fra Torino e Juventus non c’era niente di scritto (e meno male…, nda) […] Posso dire che quando esponenti del Milan sono venuti a contattarmi, nel maggio 1992, mi hanno detto che era già stato sottoscritto un accordo tra le due società.

Il calciatore, davanti al giudice, fa direttamente i nomi dell’amministratore delegato Galliani e del presidente Berlusconi:

Nel corso delle trattative ho incontrato Galliani, e una volta Silvio Berlusconi quando mandò a prendermi con un elicottero. In elicottero mi portarono a Arcore: Berlusconi voleva sapere perché non volevo andare al Milan. Io gli spiegai il mio punto di vista. Io gli spiegai il mio punto di vista, e Berlusconi mi disse che esisteva già un accordo fra Torino e Milan.

Ma emerge un fatto ancora più grave: in vista dell’esborso illegale, il Milan ha chiesto una garanzia a Borsano in modo che, nel caso l’affare fosse saltato, il presidente del Torino si trovasse costretto a restituire i miliardi ricevuti in anticipo. A copertura, Borsano propone in pegno le azioni della Gima ma Galliani e Berlusconi rifiutano, pretendendo in cambio quelle del Torino Calcio:

Le azioni del Torino Calcio, nella misura della maggioranza, furono depositate in pegno presso un notaio di Milano, scelto da Galliani. Io mi recai da questo notaio, di cui ora non ricordo il nome. La mancanza di azioni in mano mia è attestata dal mancato deposito delle azioni presso la sede sociale prima di un’assemblea. Dal notaio venne redatta una scrittura, non so se a scriverla fu il notaio, o Galliani, o l’avvocato Cantamessa (sempre lui, nda) che era con noi presente. Questa scrittura dava atto del deposito delle azioni. Ma quella scrittura faceva le veci della garanzia reale. Forse, anzi, era proprio una procura a scrivere il pegno sulle azioni. L’episodio avvenne, se ben ricordo, nel marzo 1992. Presenti alla riunione furono Morimondo, Cantamessa e Galliani. (Durante il processo, alla richiesta di spiegare queste affermazioni di Borsano, Galliani si è avvalso della facoltà di non rispondere, nda)

Quindi, per quasi metà campionato 1991/92 Berlusconi è padrone di due squadre, fatto che per la giustizia sportiva costituisce grave illecito e che dovrebbe portare alla revoca dello scudetto e alla retrocessione in serie B. Specchio di questa situazione anomala, che tutti avevano subodorato ma che nessuno aveva osato mettere in discussione, è il patetico pareggio per 2-2 tra Torino e Milan, le “due squadre” berlusconiane, che si affrontano il 25 aprile 1992. Padovan, sul Corriere dello Sport del giorno seguente scrive: «Quella che è stata spacciata per una partita di calcio, era invece un allenamento o una prova generale o un fastidioso inghippo da rimuovere».
Nei primi mesi del 1994 la magistratura rende note le reali dimensioni dell’affare Lentini: al Torino sono andati 18,5 miliardi (più i 6 in nero precedentemente versati), mentre al giocatore sono stati concessi 8 miliardi lordi all’anno per 4 anni più un’una tantum di 5 miliardi netti. Una follia.
Inoltre, si scopre che in Lega erano stati depositati due contratti: il primo, che accorda 4 miliardi a stagione al giocatore, è stato misteriosamente sostituito con un altro, dove lo stipendio scende a 1,5. La riduzione, stranamente accettata da Lentini, si spiegherebbe con il versamento in nero della differenza. Qualche giornale comincia timidamente a risollevare la questione ma, con il Milan lanciato verso lo scudetto e Berlusconi impegnato ad organizzare il suo ingresso in politica, non ci si può esporre più di tanto. Galliani interviene immediatamente, utilizzando per la prima volta la scusa che diventerà poi la colonna portante dell’apparato politico del Cavaliere: «è un attacco elettorale contro Berlusconi». Immediatamente tutti i calciatori del Milan si allineano alla versione ufficiale della società, con l’intento di difendere la “discesa in campo” del loro Presidente.

Passano quattro interminabili anni finché, nel maggio 1998, vengono rinviati a giudizio Berlusconi, Galliani e l’avvocato Berruti che aveva seguito con loro la trattativa. Il processo avanza con scandalosa lentezza fino a quando, a metà 2001, il secondo governo Berlusconi riesce a far passare la famigerata legge sul falso in bilancio, la quale permette alla nomenklatura milanista di farla franca per l’ennesima volta: il reato non è punibile per sopraggiunta prescrizione. La giustizia sportiva finge di non capire (era stata aperta un’inchiesta farsa nel luglio ’92, durata tre mesi, che aveva prosciolto tutti): lo scudetto 1992, conquistato a suon di fondi neri, omaggi pecuniari ai calciatori, maquillage di bilanci e trattative di mercato fuori tempo consentito, è regolare.
L’assoluzione completa degli imputati arriva il 5 novembre 2002. La notizia è accompagnata da polemiche che però trovano pochissimo spazio sui media del Biscione. Leggiamo da Repubblica di quel giorno:

Oggi la seconda sezione penale del Tribunale di Milano ha respinto l’eccezione di legittimità costituzionale della legge del falso in bilancio, avanzata, come in altri processi, dal pm Gherardo Colombo. Secondo i giudici infatti né la Corte di Giustizia europea né la Corte Costituzionale possono riscrivere le leggi penali. […]
Secondo indiscrezioni la procura della Repubblica di Milano sarebbe orientata a impugnare la sentenza: questa sezione del tribunale è stata finora l’unica a contrastare la linea dei pm che, nei vari processi che riguardano il premier o persone a lui vicine, avevano finora ottenuto dai collegi giudicanti l’invio degli atti all’Unione Europea con la richiesta di dichiarare la nuova legge italiana contraria ai principi comunitari.

La Procura di Milano valuta realmente la presentazione del ricorso ma deve arrendersi senza poter fare nulla. È il 13 dicembre 2005 quando il caso Lentini, 13 anni dopo il suo inizio, trova definitiva conclusione. A comunicare la chiusura della vicenda provvede un freddo lancio dell’agenzia Adnkronos:

Milano, 13 dic. 2005 – La Procura generale ha rinunciato all’appello nell’ambito del processo avviato sulla compravendita del giocatore Gianluigi Lentini del Milan. E per Silvio Berlusconi rimane il verdetto di prescrizione disposto dal tribunale al termine del processo di primo grado. Nell’ambito di questo procedimento il presidente del Consiglio era stato accusato di falso in bilancio per l’acquisto, appunto, del giocatore del Milan di cui il leader di Forza Italia era presidente. Al termine del processo di primo grado l’accusa, rappresentata in aula dal pm Gherardo Colombo, aveva presentato appello. Ma la nuova legge sul falso in bilancio ha portato la Procura generale a rinunciare al processo. Così questa mattina il sostituto pg ha formalmente dichiarato in aula questa intenzione e per i giudici della Corte d’appello non è rimasto che dichiarare la validità del verdetto dei colleghi in primo grado.

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Esploderà la bomba Lavitola? B. ottenne le dimissioni di Prodi con il trucco

Mercoledì 09 Maggio 2012 08:06

NAPOLI – «Operazione Libertà». Che significa? Banale. L’opportunità di fare delle compravendite di parlamentari. E Berlusconi è un maestro di compravendite. Lo ha fatto prima di entrare in politica, nel calcio,  con l’affare Lentini, con la nascita di Forza Italia, con il reclutamento dei suoi impiegati nel suo movimento politico (Dell’Utri, Ghigo, Galan, Miccicchè, Sciascia, Berruti, la moglie di Fede, ecc.) cone le coscelunghe Nicole Minetti, Barbara Matera, Annagrazia Calabria, Maria Rosaria Rossi, Francesca Pascale de Meno male che Silvio c’è, Miki Biancotto e tante altre nei congili regionali, provinciali e comunali. Silvio si è presa la libertà di prendere in giro gli italiani. E c’è riuscito. Adesso si raccolgono i cocci del suo malgoverno, del suo sporco populismo di bassa lega che ha portato l’Italia sull’orlo della bancarotta. Ecco bisognerebbe processare Silvio Berlusconi per i danni che ha causato all’Italia e all’Europa. Il govenro avrà difficoltà a far uscire il Paese dalla crisi violenta in cui l’hanno fatto precipitare Berlusconi, Tremonti e Umberto Bossi. Ecco quanto scritto su La Stampa da Guido Ruotolo sul buon Lavitola che per cercare di difendersi dalle accuse dei pm napoletani, parla a ruota libera (n.d.r.)

L’ex editore dell’Avanti ai pm: “Un milione per De Gregorio”. No, sorrido perché De  Gregorio, poverino, è, come penso che voi sappiate altrettanto bene, uno che ha fatto talmente tanti di quei “casini” dal punto di vista economico che io credo che quel milione (di euro, ndr) che ha avuto da Berlusconi se l’è fumato come fosse un mozzicone di sigaretta, perché De Gregorio aveva una capacità di spesa che era superiore a quella di Tarantini…».

Foto di gruppo a Panama Giugno 2010 (da destra): Berlusconi, il presidente panamense Martinelli e Lavitola
È il 25 aprile e Valter Lavitola, ex editore dell’Avanti, faccendiere spericolato iscritto alla P2, viene sentito dai pm napoletani che lo vanno a trovare nel carcere di Poggioreale, per il suo primo interrogatorio investigativo. Lavitola ha appena rivelato che Berlusconi ha pagato un milione per comprarsi il senatore Sergio De Gregorio, eletto il 7 giugno del 2006 presidente della Commissione Difesa di palazzo Madama dal centrodestra, lui che era stato eletto con l’Idv di Antonio Di Pietro.

E parlando del suo «amico fraterno» De Gregorio, Lavitola racconta di essere stato il promotore di «Operazione Libertà», la compravendita di senatori dello schieramento avversario, che poi ha condotto insieme al senatore Romano Comincioli. Non ha difficoltà a riconoscere i suoi «meriti», come l’essere riuscito a convincere il senatore calabrese Pietro Fuda (eletto nello schieramento di centrosinistra): «Questo fu uno dei miei meriti, sempre insieme al senatore buonanima Comincioli (deceduto nel 2011, ndr). Io svolgevo una funzione di, tra virgolette, consigliere del senatore Comincioli…».

L’ex editore dell’Avanti parla della «Operazione Libertà»: «Tenga presente – si rivolge al pm – gli altri soldi li avrebbero dovuti dare a Dini, a Mastella e a Pallaro». Si apre un piccolo siparietto tra i pm e Lavitola, sulle spinte ideali che portano senatori di uno schieramento a passare all’altro. Risponde l’indagato: «Ma perché Dini e Mastella erano ideologicamente orientati a sinistra? Dini e Mastella erano di centrodestra sempre, Dini è stato con Berlusconi prima, Mastella pure».

Prova a rispondere, a convincere della sua buona fede, Lavitola. Tutti i suoi guai, in realtà, nascono da un desiderio mai represso di avere un ruolo politico. Sfortunato, Lavitola, perché aveva contro Gianni Letta e Niccolò Ghedini, nonostante i buoni auspici di Silvio Berlusconi. E, dunque, alla fine, non è stato mai candidato dal Pdl, così avrebbe voluto.

Si giustifica sui finanziamenti all’Avanti, parla del suo rapporto di consulente di Finmeccanica a Panama, e di aver incontrato l’allora numero uno della holding pubblica, Pier Francesco Guarguaglini.

E ammette di aver presentato il generale della Finanza, Emilio Spaziante all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per caldeggiare la sua carriera: «In quel momento, si stava discutendo la legge per la nomina del Comandante generale interna al Corpo della Guardia di Finanza, allora, in quella fase siccome chi si occupava di tutta questa storia era il famoso Marco Milanese, dissi al Presidente Berlusconi che se ne doveva occupare lui e gli chiesi di incontrare il generale».

I pm gli chiedono di precisare il suo ruolo di procacciatore di affari e commesse a Panama. Lui ribadisce di essere stato un consulente di Finmeccanica: «Abbiamo stipulato quei contratti noti, quello dei sei elicotteri, quello dei radar e quello del telerilevamento, della mappatura del territorio di Panama. Sostanzialmente il mio ruolo si sarebbe esaurito avendo io un contratto di un anno.. facemmo un contratto e mi versarono una prima tranche di centosessantamila euro…».

Che sia rimasto socialista, un craxiano di ferro (lui ha raccontato anche di aver portato i soldi di Berlusconi ad Hamammet, a Bettino Craxi), Valter Lavitola non lo nasconde. I pm gli chiedono come mai i suoi interessi di lavoro sono tutti all’estero: «Io in Italia, dottor Woodcook, io non so se gliel’ho già detto, ma non vorrei divagare, ma dopo le vicende di tangentopoli, che mi hanno visto solo spettatore, io in Italia mi sono messo nei “casini” senza fare altre attività, io in Italia non voglio fare assolutamente niente!… E, e, e adesso ancora meno, visto che mi sono tolto l’Avanti, grazie a Dio».

Guido Ruotolo – LA STAMPA – 9 maggio 2012

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Lavitola ai pm di Napoli: “De Gregorio negoziò con Berlusconi incarico al Senato”

L’ex direttore dell’Avanti racconta anche del dossier che preparò per l’allora presidente del Consiglio sulla casa monegasca riferibile all’allora presidente della Camera Fini. Agli inquirenti l’imprenditore riferisce anche la mancata promessa di Berlusconi per la costruzione di un ospedale a Panama

‘”Sergio De Gregorio negoziò con Berlusconi l’incarico di presidente della commissione Difesa del Senato”. Ha raccontato anche questo l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, nel corso del lungo interrogatorio investigativo reso lo scorso 25 aprile ai pm di Napoli Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock. L’episodio, riferisce Lavitola che è stato latitante per mesi prima di decidere di rientrare in Italia, risale ai giorni immediatamente successivi all’elezione di De Gregorio al Senato nella lista dell’Italia dei Valori. A presidente della Commissione Difesa, afferma il giornalista, “era stata candidata dalla sinistra una senatrice, notoriamente pacifista, di cui non ricordo il nome, ed era uscito anche sui giornali che gran parte, diciamo così, delle Forze Armate erano contrarie a questa cosa”.

Nel frattempo, prosegue Lavitola, De Gregorio “che è uno intraprendente, che mica aspettava me per fare le cose, si era già messo in contatto con alcuni del gruppo di Forza Italia, dell’epoca, e precisamente, non perché ora è morto, pace all’anima sua, e quindi non può dirlo, con il senatore Comincioli, Romano Comincioli, se non sbaglio, il quale era uno dei fedelissimi del presidente Berlusconi, e andò a negoziarsi la nomina a presidente della commissione Difesa… De Gregorio votò con il centro destra e fu eletto presidente alla Commissione Difesa, ed in quel caso sicuramente io, ma ritengo anche il senatore Comincioli, gli creammo un link con il presidente Berlusconi, link che poi fu determinante per il suo passaggio a Forza Italia”.

De Gregorio, chiarisce Lavitola, votò dunque con il centro destra. Al pm che gli chiede che cosa ottenne in cambio il senatore, Lavitola risponde: “De Gregorio disse a Berlusconi che lui non intendeva entrare in Forza Italia ma intendeva fare un suo movimento politico soprattutto all’estero, per fare…, eccetera, eccetera, e che aveva ovviamente necessità di sostegno; il presidente gli disse: non ti preoccupare, non ci sono problemi; ma non si entrò nei dettagli”.

Lavitola parla anche del dossier sulla presunta casa monegasca di Gianfranco Fini. Non in cambio di denaro, ma “per mantenere un rapporto di carattere politico con il presidente Berlusconi”. L’obiettivo dell’imprenditore  era quello di riuscire a ritagliarsi “uno spazio politico” nel partito dell’ex premier. “Rispetto alla vicenda Fini, tenga presente che in questo caso penso che non ci sia nessuna ipotesi di andare a verificare che abbiamo avuto pagamenti in epoche successive e, quindi, sicuramente no… ho puntato, per quanto riguarda Fini, sempre all’ennesimo obiettivo io ho cercato di fare di tutto in quegli, in questi anni per mantenere, come si vede dalle intercettazioni, per mantenere con il presidente Berlusconi un rapporto di carattere politico… rispetto a questa cosa di Fini, come ho detto più volte l’obiettivo più che la ricompensa era quello di riuscire a ritagliarmi uno spazio politico all’interno del, del… soprattutto del partito, io ho tentato col Parlamento, non ci sono riuscito, ho tentato con il Governo, non ci sono riuscito, volevo tentare di andare al partito e neanche ci sono riuscito, quella era la, diciamo così, la ricompensa di cui le parlavo”.

Lavitola racconta anche un altro episodio. L’ex presidente del Consiglio promise di costruire un ospedale a Panama se alcune imprese italiane si fossero aggiudicate l’appalto per la costruzione della metropolitana; per settimane i giornali panamensi ne parlarono, ma l’ospedale non fu mai costruito e il presidente Martinelli fece una figuraccia: “L’Italia doveva fornire prima due cose, ovverosia l’accordo a trattare a doppia tributazione e le navi, peraltro queste navi erano vecchie navi che poi sono state rimesse in lifting da Finmeccanica che ha speso credo dieci, quindici milioni, una cosa del genere; la terza cosa, siccome c’era una gara per la metropolitana, alla quale partecipavano delle aziende italiane” come “Astaldi, Impregilo”. Secondo Lavitola “queste ditte promisero al governo di Panama: se noi facciamo la metropolitana ti costruiamo un ospedale; Berlusconi con la sua solita verve è andato dal palco ha detto che lui anche regalava l’ospedale, dove si realizzava, nella provincia di Veraqua che è la provincia di origine del presidente Martinelli e tutti i giornali di Panama riportarono per settimane che Berlusconi regalava l’ospedale a Veraqua, un ospedale pediatrico in una zona poverissima; siccome nel piano… a seguito di questa cosa, nel piano ospedali fatto dal governo di Panama non hanno previsto l’ospedale pediatrico a Veraqua, provincia di origine del presidente Martinelli il quale si è fatto… ha fatto una figuraccia ovviamente per questa cosa”.

Il Fatto Quotidiano – 8 maggio 2012

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Valter Lavitola: “Da Berlusconi un milione per comprare senatore De Gregorio”

Secondo l’imprenditore ittico ed ex direttore dell’Avanti, che dice di voler collaborazione con gli inquirenti napoletani, nell'”Operazione Libertà” per far cadere il governo Prodi sarebbero stati coinvolti anche Lamberto Dini e l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella

Valter Lavitola ha spedito un suo emissario da Silvio Berlusconi mentre si trovava in latitanza con un messaggio preciso: “Silvio sono nella cacca, aiutami”. E’ una delle rivelazioni contenute nel verbale di interrogatorio del 25 aprile scorso reso dall’ex editore dell’Avanti, recluso a Poggioreale con l’accusa di corruzione internazionale nei confronti del governo di Panama in relazione all’affare carceri e di truffa sui contributi al giornale l’Avanti. I pm Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock e Francesco Curcio lo hanno incalzato con decine di domande e Lavitola non si è risparmiato.

Imperdibile il passaggio nel quale Lavitola arriva quasi a chiedere a Woodcock e compagni di mettersi in società con lui nel commercio del pesce: “Ci sono i broker… se tu vuoi andare a comprare i gamberi in Argentina hai tre posti, non è che ne hai quaranta e, quindi, in quei tre posti devi andare; se tu vuoi andare a comprare la coda di rospo in Sudafrica…. Senta dottore, ma è possibile organizzare una roba, una trasferta in cui io vi porto in Argentina e vi faccio vedere uno per uno tutta questa gente, o in Brasile? Non lo so…”.

Davanti agli occhi divertiti del difensore di Lavitola, Gaetano Balice, si svolge una partita a scacchi. Appena i magistrati si avvicinano al nocciolo del problema, cioè il rapporto con il Cavaliere e i soldi, Lavitola si fa sfuggente come un’anguilla. Il capitolo più interessante dell’interrogatorio è quello nel quale i pm lo incalzano sul ruolo di Carmelo Pintabona, presidente del Fedisur, che raccoglie le associazioni dei siciliani in Argentina, già candidato alle elezioni del 2008 con il movimento Mpa di Raffaele Lombardo nella circoscrizione estera.

Il suo nome emerge quando i pm chiedono a Lavitola perché il Cavaliere sarebbe dovuto essere così generoso con lui, Valterino replica: “Lo conosco molto bene e quando uno sta nei guai soprattutto a causa sua, se lui può lo aiuta”. A questo punto Lavitola, su richiesta dei pm spiega il ruolo di Pintabona: “Credo che lui conosca Berlusconi perché lui è stato candidato e lui lavora anche con me per la questione del pesce ed era venuto qui a Roma per incontrarsi con Neire Cassia Pepe Gomez (la mia ex fidanzata) io dissi a Pintabona: ‘vedi se tu riesci a contattare a Berlusconi per conto mio e digli che sono nella cacca, vedi se lui è disponibile a darmi una mano; lui mi ha detto che non è riuscito a contattarlo… aveva provato ad andare a casa sua, non so se questo è vero oppure mi abbia raccontato una sciocchezza, lì a Roma, ed è stato fermato da un funzionario di polizia, non so se quando è entrato o quando è uscito, e gli hanno detto pure: lei lo sa che aiutare un latitante è favoreggiamento?”.

L’ex editore dell’Avanti mostra di sapere molte cose anche sulla cosiddetta compravendita dei senatori che fece cadere il governo Prodi nel 2007. Lavitola la chiama “Operazione libertà” e ha raccontato di avere avuto un ruolo determinante al fianco del defunto senatore Romano Comincioli convincendo un manipolo di senatori a cambiare casacca. Poi ha parlato della contrattazione che portò Sergio De Gregorio ad abbandonare il centrosinistra.  L’imprenditore ittico, parlando della campagna acquisti dei parlamentari, mette nel calderone anche l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini nelle operazioni   per far in modo che il governo Prodi cadesse. Manovre che Lavitola chiama appunto “Operazione Libertà”. E racconta agli inquirenti: “Tenga presente che gli altri soldi li avrebbero dovuti dare a Dini, a Mastella e a Pallaro, che stiamo parlando, insomma, seppure glieli avesse dati non glieli ha dati per tramite… Sono persone che si sono trovate messe al margine dal centrosinistra nonostante si dica… Berlusconi che è uno che sa tra virgolette vendersi e gli ha garantito l’economia del movimento, ognuno di loro ha fatto un movimento, quando si è fatta la fondazione del Pdl insieme a Fini, ci stavano pure, alla pari, De Gregorio, Caldoro, Dini, insomma, là ci sta la fotografia con tutti questi qua magari con voti più degli altri…”.

Appena eletto con Di Pietro, secondo Lavitola, Sergio De Gregorio ”che è uno intraprendente e mica aspettava me per fare le cose, si era già messo in contatto con alcuni del gruppo di Forza Italia dell’epoca, e precisamente, non perché ora è morto, pace all’anima sua, e quindi non può dirlo, con il senatore Romano Comincioli, uno dei fedelissimi del presidente Berlusconi, e andò a negoziarsi la nomina a presidente della commissione Difesa… De Gregorio votò con il centro destra e fu eletto presidente alla Commissione Difesa, e io, ma ritengo anche il senatore Comincioli, gli creammo un link con il presidente Berlusconi”. Secondo Lavitola, De Gregorio però non gli fu riconoscente: “Sorrido perché De Gregorio, poverino, è uno che ha fatto talmente tanti di quei ‘casini’ dal punto di vista economico che io credo che quel milione che ha avuto da Berlusconi se l’è fumato come fosse un mozzicone di sigaretta, perché De Gregorio aveva una capacità di spesa che era superiore a quella di Tarantini“.

Lavitola puntava sull’ex premier: “Ho avuto la promessa del Presidente Berlusconi di essere candidato al Parlamento in quella occasione”, una prospettiva poi saltata per l’opposizione di Gianni Letta e Nicolò Ghedini. A quel punto, sempre per ingraziarsi Berlusconi e guadagnare peso politico, sostiene Lavitola, l’ex direttore de l’Avanti preparò il dossier sulla casa monegasca di Fini. “Per mantenere un rapporto di carattere politico con il presidente Berlusconi”. I veri guadagni Lavitola però li intravede con Finmeccanica.  ”Ho fatto innanzitutto il consulente di Finmeccanica a Panama… Abbiamo stipulato quei contratti noti, quello dei sei elicotteri e quello dei radar e quello del telerilevamento della mappatura del territorio di Panama, e sostanzialmente il mio ruolo – prosegue Lavitola –  si sarebbe esaurito avendo io un contratto di un anno… la mia idea era di mettere assieme cinque o sei contratti di valore intorno ai 100 mila euro…». Il suo sponsor era il dirigente Paolo Pozzessere “ma incontrai pure Guarguaglini (presidente di Finmeccanica fino all’anno scorso, ndr) una volta e tutti quanti dicevano sì, ma poi non si faceva niente”. A parte la mediazione (poi sfumata) per la vendita degli elicotteri Agusta a Panama, che valeva milioni di euro in commissioni per lui, Lavitola ha rivelato di aver incassato 160 mila euro dalla controllata Telespazio per mappature del territorio.

Sulla mediazione per far incontrare Berlusconi con il generale delle Fiamme Gialle Spaziante afferma invece: “Ci incontrammo per parlare della legge e io dissi al presidente Berlusconi: guardi che, a mio avviso, nel momento in cui passa la legge per la nomina interna alla Guardia di Finanza, per la nomina del comandante generale interno alla Guardia di Finanza, Spaziante potrebbe correre per fare il numero due e non il numero uno, in quanto per anzianità lui potrebbe fare il vicecomandante, punto… questo fu la cosa che io dissi a Berlusconi e Berlusconi sinceramente mi rispose e disse: chi se ne frega, tanto…”.

I pm stanno indagando anche sull’uccellino che avrebbe avvertito Lavitola dell’imminente arresto permettendogli di fuggire all’estero. Quando gli chiedono: “A lei chi gliel’ha detto che doveva essere arrestato?” Lavitola replica un po’ confusamente: “Me l’ha detto una ex collega di Libero (quando la notizia dell’inchiesta era già uscita, ndr) mi ha telefonato a Panama, verso le undici di sera io stavo a Sofia… tutte le agenzie, io, per la verità, stavo lavorando a un’altra cosa, e prestai poca attenzione a questa cosa… dopo una sett… lei, questa qua mi richiama, non mi ricordo, l’agenzia, a me quasi mi piglia un colpo, e fu poi la sera che io telefonai al presidente Berlusconi, che fu la telefonata registrata e dissi al presidente: che devo fare? lo ero ‘incazzatissimo’ per questa cosa qua, rientro, lui mi disse: vattene in vacanza”.

Marco Lillo – Il Fatto Quotidiano – 9 maggio 2012

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Lavitola: “I 5 milioni chiesti a Berlusconi? Aveva un debito di riconoscenza con me”

Dal carcere, l’ex direttore de l’Avanti ha risposto alle domande dei pm durante il suo interrogatorio di garanzia e ha ricostruito i propri rapporti con l’ex premier e con il senatore Sergio De Gregorio, che si è fatto dar soldi “da tutti gli usurai della campania”

lavitola interrogatorio di garanzia

Il suo rapporto con Silvio Berlusconi, Gianpaolo Tarantini e Sergio De Gregorio, le proprie disavventure giudiziarie e quelle del suo ex giornale, la vita ‘gaudente’ dell’ex premier e del presidente di Panama. Non solo. Anche i fondi neri con i soldi dei contributi pubblici all’editoria, la latitanza e tanto altro. Valter Lavitola ha parlato davanti ai magistrati che lo hanno interrogato in carcere e ha ricostruito molti particolari delle vicende che lo vedono coinvolto. A partire dai cinque milioni di euro chiesti a Berlusconi. Quei soldi, secondo l’ex direttore de l’Avanti gli erano ‘dovuti’ perché l’ex premier aveva “un debito di riconoscenza” nei suoi confronti. “Numero uno – ha spiegato Lavitola – fino a ieri ho fatto sette mesi di latitanza per avere dato i soldi a Tarantini per conto suo e… come ha detto il pm Drago, per una presunta falsa testimonianza resa da Tarantini. Quindi io mi sono fatta la latitanza, a me è stato chiuso il giornale, se non fosse stata quella roba di Tarantini”.

Proprio per questo motivo, Lavitola ha negato di aver mai ricattato l’ex premier. “Per essere precisi – ha detto – è dovuto a un debito di riconoscenza amplificato dal fatto che se lui dà centoventimila euro a Longhettina, come si chiama lei, e quindi gliene ha dati trenta volte tanto a Black, e ha dato un milione e dispari a Tarantini che li usa per andare al ristorante e che io, altro che estorsione, come credo lei avrà letto delle estorsioni, a me Berlusconi, solo per fare da badante a quei due disgraziati, a parte il vantaggio avuto dalle interlocuzioni piacevoli con… Insomma – ha concluso il faccendiere – che sono state parzialmente compensate, ma a me soltanto, voglio dire, tenere a bada a quei due, guardi ma erano cose da pazzi…”.

Nell’interrogatorio di garanzia, inoltre, l’ex direttore de l’Avanti ne ha avute anche per il senatore Sergio De Gregorio. Al al gip di Napoli che gli chiedeva di spiegare il perché parte delle somme ottenute dall’International Press (la società editrice de l’Avanti, ndr) come contributo pubblico per l’editoria, siano finite al senatore o a persone a lui riconducibili, o comunque in conti all’estero, Lavitola ha pesantemente attaccato il parlamentare del Pdl. ”Il suo problema è uno – ha detto – ed è l’usura: De Gregorio si è fatto prestare soldi credo da tutti gli usurai della Campania. Io non so quante centinaia di migliaia di euro ha pagato in usura. E’ finito, e glielo dico per certo al cento per cento, sotto usura decine di volte…per cui De Gregorio arrivava sempre con l’acqua sopra al naso per poter pagare a questi qua”.

Per spiegare chi è il senatore del Pdl, Lavitola tira in ballo Tarantini. La differenza tra i due, mette a verbale, è che “Tarantini è un vigliacco…no, non un vigliacco, un pusillanime, uno che ha poco animo. De Gregorio invece è uno, diciamo così, che osa, però tutti e due spendono il triplo, il quadruplo di quello che possono spendere”. Questo, però, per De Gregorio, almeno secondo Lavitola, non era un problema. “Mi diceva sempre: ‘Valter, tu ti sbagli, non bisogna ridurre le spese, ma aumentare le entrate’. Lui aumentava le entrate facendosi prestare i soldi”. E così facendo, “presentandosi con la macchina buona, con l’autista, con quello, con quell’altro, si rendeva credibile”. Poi però “si è fatto prestare i soldi credo da tutti gli usurai della Campania: non so quante centinaia di migliaia di euro ha pagato in usura. Questo io sono pronto a giurarlo”. E, “ovviamente, non mi ricordo il nome degli usurai, perché non voglio finire sparato pure io!”.

Il faccendiere, poi, è tornato anche sul suo rapporto con l’ex premier. “Io ha dato a Tarantini – ha detto ai magistrati – un milione e passa di euro, a fondo perduto. E a me a titolo di prestito, siccome Berlusconi sa benissimo che se io dico prestito è prestito, me li avrebbe potuti prestare. Anzi le dico ancor di più, io mi sarei aspettato in tutta onestà che Berlusconi si fosse fatto vivo lui, per tramite terze persone, e mi avesse detto: ‘che cavolo vuoi?’”.

Lavitola, inoltre, ha raccontato di aver fatto da interprete tra l’ex presidente del Consiglio e il presidente del Pananama Ricardo Martinelli in occasione della visita di Berlusconi nel Paese sudamericano; in quella circostanza, il giornalista rilevò che entrambi amano una vita “gaudente”. Secondo il racconto dell’ex direttore de l’Avanti, l’incontro tra la delegazione italiana e i vertici del Paese centro americano si svolse su un treno: “Non è che era un treno privato, era un treno dove sostanzialmente la delegazione di quelli che avevano partecipato, imprenditori, funzionari, andavano su questo treno dove era stato allestito anche un vagone ristorante, un corso di musica”. Il pm a questo punto ha scherzato: “Un treno chiamato desiderio!”. Lavitola ha confermato: “Eh, guardi, proprio così, era una cosa nata… Un treno chiamato desiderio. E ci sono poi, ho notato anche delle foto che mi ritraggono in questo treno nelle quali io, Berlusconi e Martinelli stavamo scherzando. Tenendo presente che io parlo diciamo fluentemente lo spagnolo, Berlusconi no, facevo… Martinelli neanche parlicchia l’italiano, io facevo un po’ da interprete, poi insomma tutti e tre abbiamo… Insomma a loro due piace un pò la vita”. Il pm ha chiesto: “Gaudente?”. Anche in questo caso Lavitola ha confermato: “Gaudente, a me un po’ meno, però neanche mi dispiace del tutto, sinceramente, e quindi si facevano apprezzamenti o scherzi anche rispetto alle bellezze locali”.

Il Fatto Quotidiano – 26 aprile 2012

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I misteri della Banca Arner con i depositi di Berlusconi e figli

E spunta anche un bonifico per la villa di Antigua
di WALTER GALBIATI

I misteri della Banca Arner con i depositi di Berlusconi e figliBarca Arner, sede di Lugano

MILANO – Che la signora Teresa Macaluso e il premier Silvio Berlusconi abbiano i conti correnti presso la stessa banca non dovrebbe creare nessun problema. Ma se la banca si chiama Banca Arner, commissariata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti su indicazione della Banca d’Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di riciclaggio, e la signora risulti essere la moglie di Francesco Zummo, costruttore di Palermo, considerato dalla procura vicino alle cosche mafiose, le cose si fanno un po’ più complicate.

Anche perché, come rivelato dalla puntata di Report trasmessa ieri, il premier ha depositato presso la sede milanese della piccola banca elvetica qualcosa come 60 milioni di euro, divisi tra un conto corrente personale (il numero uno della banca), sul quale giacciono circa 10 milioni, e conti riconducibili a società della sua famiglia, le holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, amministrate da Marina e Piersilvio Berlusconi, sui quali si trovano altri 50 milioni. La signora Macaluso, tuttavia, non è da meno perché da sola può vantare un deposito di ben 13 milioni. Quei soldi se fossero in Unicredit o in Banca Intesa, le due più grandi banche italiane con migliaia di sportelli, passerebbero inosservati, ma siccome si trovano presso la piccola Banca Arner, una sede a Lugano e tre filiali tra Milano, Nassau e Dubai, e rappresentano un quarto degli attivi della banca, destano un po’ di scalpore. Anche perché Arner è stata da sempre il crocevia di alcune operazioni sospette riconducibili alla galassia Berlusconi e di recente è di nuovo piombata al centro delle cronache giudiziarie per l’arresto di Nicola Bravetti, amministratore e membro della direzione generale della banca, nonché dirigente dell’Organo di contatto per la lotta contro il riciclaggio di denaro dell’Ufficio di controllo del Dipartimento federale delle finanze elevetiche. Con lui, a maggio 2008, sono finiti ai domiciliari, gli imprenditori Francesco e Ignazio Zummo, padre e figlio, tutti con l’accusa di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall’aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti secondo l’accusa dagli affari della mafia. Il tramite tra gli Zummo e Bravetti, sarebbe stato l’avvocato milanese Paolo Sciumè.

Come Berlusconi, tuttavia, ci sono anche altri nomi celebri ad aver rapporti fiduciari con la banca. Qui hanno i conti correnti Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, la famiglia dell’avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest. Qui vengono gestite due società anonime, la Centocinquantacinque e la Karsira Holding, che a cascata controllano due società amministrate dalla famiglia Acampora, quella dell’avvocato Giovanni Acampora condannato con Previti sempre per il Lodo Mondadori. E qui vengono gestiti i soldi della Flat Point, una immobiliare che sta costruendo ville ad Antigua e tra i cui acquirenti ci sarebbe anche Silvio Berlusconi. Report ieri ha parlato di un bonifico da 3,367 milioni del premier indirizzato proprio alla Flat Point.

La ragione del fitto intreccio tra Banca Arner e il mondo Fininvest sta nella storia stessa della banca. Uno dei fondatori della Arner, infatti, è un uomo di fiducia di Berlusconi, Paolo Del Bue, un romano trasferitosi in Svizzera, dove insieme con Nicola Bravetti, Giacomo Schraemli e Ivo Sciorilli Borelli ha dato vita a una fiduciaria che nel 1994 si è trasformata in Banca Arner. Non si sa se Del Bue, che ha lasciato la carica di amministratore nel 2005 è ancora tra i soci, ma era di certo in Arner quando, secondo la ricostruzione fornita agli inquirenti dall’ex presidente del Torino Gianmauro Borsano, la società panamense New Amsterdam, amministrata fiduciariamente da Arner, versò in nero 10 miliardi di lire al Torino per il passaggio del calciatore Gianluigi Lentini al Milan.

Ma l’importanza di Del Bue si capisce solo dalle carte del processo Mills, l’avvocato inglese condannato in appello per essersi fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi del premier. Nelle motivazioni della condanna il tribunale spiega che Mills si fece pagare per nascondere ai giudici italiani che le società offshore Century One e Universal One erano riconducibili non ai manager della Fininvest, ma “direttamente a Silvio Berlusconi”. I conti esteri di quelle due società erano gestiti proprio da Del Bue, che da quei conti prelevava anche ingenti somme in contanti. In tre anni Del Bue ha trasformato in moneta sonante ben 100 miliardi di lire.

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/banca-arner/banca-arner/banca-arner.html

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L’ultima soddisfazione di Petrini: da morto, ha vinto la causa contro Moggi

L’ex direttore generale della Juventus aveva querelato il “grande accusatore” per gli attacchi contenuti all’interno dei suoi libri. Il Tribunale di Milano ha però dato ragione all’ex giocatore, morto il 16 aprile scorso dopo una lunga malattia

L’ultima soddisfazione di Petrini: da morto, ha vinto la causa contro Moggi

Carlo Petrini fu implicato nel calcio scommesse 1980 e poi divenne il fustigatore del “dio pallone” attraverso parecchi libri editi dalla Kaos Edizioni. E’ morto il 16 aprile del 2012 in seguito a una lunga malattia. Nel suo ultimo libro (Lucianone da Monticiano), dedicato ancora una volta al suo acerrimo nemico Luciano Moggi, aveva scritto: “A differenza del mio compaesano Lucianone, io non sono il tipo che infierisce sulla gente in difficoltà, e oggi il signor Moggi è in disgrazia: radiato dal calcio, e con una raffica di condanne sul gobbo (per la Gea, per minacce, per Calciopoli), sia pur non ancora definitive. Però l’assurdità della querela che mi ha mandato, il potere che ancora mantiene a livello mediatico, la faccia di bronzo che continua a esibire in giro, e la capacità dell’opinione pubblica di dimenticare, mi hanno convinto della necessità di dedicargli in queste pagine”.

Ebbene, pochi giorni fa il tribunale di Milano ha emesso la sentenza per la causa civile intentata a lui e alla Kaos Edizioni da Luciano Moggi. Troppo tardi però, perché Carlo Petrini potesse godersi questa vittoria che, come lui stesso scriveva, era prima di tutto storica: “Voglio che fra trenta e quarant’anni la generazione dei miei nipoti possa […] leggere le gesta – quelle vere e senza censura, cioè quelle delinquenziali accertate dai carabinieri a proposito della sua associazione a delinquere – del mio celebre compaesano”.

Si dà il caso infatti che Petrini fosse di Monticiano, Siena, e abitasse a pochi metri da Moggi. Calcisticamente parlando, invece, la sua fu una carriera romanzesca sempre vissuta ai limiti. Dopo aver fatto largo uso di doping e aver taroccato le partite, divenne il capro espiatorio dello scandalo del 1980 e pagò oltremisura. Scappò all’estero braccato dalla malavita. Una volta rientrato fu colpito da una brutta malattia che per prima cosa lo rese cieco. A quel punto decise di dedicare il poco tempo che gli restava per denunciare ciò che i media non mostrano: il marcio del calcio. Scrisse molti libri, mischiando a ricordi personali notizie cui i giornali davano poco spazio, o su cui stendevano il velo dell’omertà. Ma non lo fece per togliersi il solito sassolino dalla scarpa, né per sostenere la retorica del “così fan tutti”. Lo fece per spiegare quei meccanismi, psicologici e non, che portano uno sportivo a doparsi o truccare le partite. Ossia quella forza del male che ti può trascinare nel fango del Dio pallone. Per questa sua crociata fu anche convocato dal procuratore Guarniello quando indagava sul doping.

Naturalmente “Big Luciano” era uno dei protagonisti delle sue storie e dei suoi libri. Ma stranamente, invece di pensare a difendersi dai processi che intanto lo travolgevano, l’ex “grande burattinaio” del calcio italiano se la prese con Petrini. In particolare non gli perdonò alcune frasi inserite nel libro Calcio nei coglioni. Frasi del tipo: “Ci sono voluti i carabinieri per fermare il boss Luciano Moggi”, “il potere delinquenziale dell’amico Lucianone ha permesso al caro Marcello… (Lippi, ndr)”, “la banda Moggi”. Dunque la querela non entrava solo nel merito delle accuse e dei contenuti, ma era anche per i termini usati.

Comunque sia il tribunale ha deciso che queste frasi non sono diffamatorie. Erano semplicemente desumibili dal rapporto steso dai Carabinieri durante l’indagine Off-Side del 2005, tra l’altro ampiamente riportato dai giornali. Dal quale si evinceva pure “l’influenza di Luciano Moggi sulla gestione della Nazionale italiana di calcio”. Ma non solo. “Boss”, “banda” e “delinquenziale” sono la “mera trasposizione dei gravi fatti-reato descritti nella denuncia di polizia”. Nulla di più e nulla di meno, insomma. E per di più Luciano Moggi dovrà pagare le spese processuali.

Purtroppo Petrini non riceverà mai quei soldi. Né avrà la soddisfazione di aver ottenuto giustizia. Vengono in mente le parole di Arthur Koestler, che in Buio a mezzogiorno scriveva: “Chi risulterà di avere avuto ragione? Lo si saprà solo più tardi. In attesa egli è tenuto ad agire a credito e a vendere la sua anima al diavolo, nella speranza dell’assoluzione della storia”. Certo, si obietterà che Carlo Petrini non ambiva all’assoluzione della storia (leggi l’intervista di Malcom Pagani e Andrea Scanzi). E l’anima al diavolo l’aveva venduta tempo fa. Però la sentenza del tribunale di Milano gli avrebbe dato una soddisfazione immensa. Per la verità storica, ovviamente. E non per infierire.

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Denis Bergamini, la vedova di Carlo Petrini: “Su di lui troppa omertà”

Pubblicato il 17 maggio 2013 08.54

di Redazione Blitz

ROMA – Nel giorno della svolta nelle indagini sulla morte di Donato “Denis” Bergamini, il calciatore del Cosenza ritenuto suicida almeno fino a ieri 16 maggio, Isabella Internò, ex fidanzata del calciatore, dovrà infatti rispondere del reato di concorso in omicidio volontario.

A quasi 24 anni di distanza da quel tragico 18 novembre 1989, la famiglia di Bergamini torna a sperare in una verità definitiva. Di questa verità parla Adriana, vedova di Carlo Petrini autore del libro “Il calciatore suicidato”, che per primo aveva parlato di omicidio.

Durissima la versione dei fatti della signora Petrini: “Non è possibile come diceva Carlo – le parole di Adriana Petrini a Il Messaggero -, dopo essere stato travolto da un camion pieno di quintali di mandarini, arance, il corpo del ragazzo (Bergamini, ndr) rimane intatto per 60 metri. Carlo ha sempre detto che nel calcio esiste troppa omertà. Il calcio è un brutto mondo…”

Per ascoltare l’intervista di Adriana Petrini a Il Messaggero clicca qui

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Antonio Cassano malore: il doping Milan, Carlo Petrini e il rifiuto di Gattuso di fare l’esame del sangue

Martedì 1 Novembre 2011

Nel 2005 Antonio Gattuso si rifiutò di sottoporsi a un esame incrociato sangue-urine. Carlo Petrini racconta il doping nel calcio: ai suoi tempi come oggi.

milan-sala-coppe.jpgQuesto non è un post di accuse. Non sono un medico e neanche vorrei esserlo. E sono sinceramente dispiaciuto da ciò che è accaduto (o sta accadendo) ad Antonio Cassano. Così come mi ha fatto pena vedere Gennarino Gattuso in conferenza stampa qualche settimana fa. Sono qui per mettere insieme un po’ di notizie che ho cercato in rete. Tutte relative al Milan, ma non solo.

Sono partito dal post del mio amico Silvio, che per primo ha osato associare la parola doping ai malesseri dei due rossoneri. Intendiamoci, anche lui è ben lungi dall’accusare qualcuno. Ha solo dato voce ai sussurri che si sentono in questi giorni. E ha fatto bene. Qualcuno doveva farlo. Non troverete – e chissà per quanto tempo – nulla che possa ricondurre il doping ai malesseri di Cassano e Gattuso. Sia che si tratti di verità, sia che siano soltanto allusioni forzate.

Sapete perché non troverete nulla? Perché il Milan fa della comunicazione una delle sue eccellenze. Non filtrerà nulla di più del bollettino medico sulle condizioni di Fantantonio, per rispetto della privacy e perché lui , Antonio Cassano da Barivecchia, è un personaggio pubblico. Oltre che un Nazionale.

Ma vi siete domandati perché è praticamente sceso il silenzio sul reparto di neurologia del Policlinico di Milano? Un bollettino medico potevano redigerlo in 48 ore. Gli esami Cassano li avrà fatti tutti ormai. I medici sapranno qual è stata la causa del malessere. Però, nulla filtra.

E allora, tocca fare cronaca sul (quasi) nulla. E andare negli archivi della rete. Sapete che nel 2005, dopo Roma-Milan, proprio Gattuso e Pancaro si rifiutarono di sottoporsi all’esame del sangue antidoping? Perfettamente legittimo, per carità: non c’è alcun obbligo. Fecero solo l’esame delle urine. Le polemiche si zittirono poco dopo. Anche perchè il presidente Silvio Berlusconi ne disse una delle sue: “Il doping è un’invenzione della sinistra”.

Sapete chi era Carlo Petrini? Un calciatore, coinvolto nello scandalo calcioscommesse del 1980, che dieci anni prima era transitato dal Milan di Nereo Rocco. E che dopo ne ha dette di tutti i colori, pubblicando pure un libro, “Le corna del Diavolo”. Petrini parla di doping, di omertà, di partite truccate. Si scaglia contro la sua ex squadra, contro la Juventus di Agricola e Moggi. E dice alcune frasi toccanti nel video (di repertorio) che allego: “I calciatori non sono padroni neanche del loro corpo”. Speriamo che per Cassano e Gattuso, entrambi con problemi neurologici, non c’entri niente l’abuso di farmaci o di sostanze dopanti. Petrini ha un tumore al cervello, diagnosticato qualche anno fa, è ormai quasi completamente cieco e purtroppo, come tanti altri calciatori, sta per morire.
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Antonio Cassano malore: l’Ansa parla di ictus ischemico.

Antonio Cassano malore: si parla anche di labirintite virale.

Antonio Cassano malore: “Ora sta meglio”.

Ecco il bollettino ufficiale: Cassano sarà operato al cuore.

Che cos’è il Forame Ovale Pervio e come si interviene.

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L’omicidio massonico 2  – Il caso Pantani e il caso Fois
A cura del Prof. Paolo Franceschetti – 21 aprile 2008 – http://paolofranceschetti.blogspot.com 

Premessa
In questo articolo approfondiamo alcuni degli argomenti trattati nel precedente articolo sull’omicidio massonico e chiariamo alcuni dubbi che l’articolo aveva suscitato specialmente in merito al caso Pantani.
In primo luogo l’articolo precedente terminava con una domanda. Mi chiedevo cioè il motivo dell’immenso numero di persone “suicidate” (come si dice in gergo) mediante impiccagione, e facendo toccare alla maggioranza di esse le ginocchia per terra.
Voglio poi rispondere alle molte domande che mi vengono spesso rivolte: come si distingue l’omicidio massonico? E perché dico che Pantani fu sicuramente ucciso?

Impiccagioni e avvelenamenti, overdose
In primo luogo un lettore mi ha inviato la sua spiegazione. Il “suicidio in ginocchio” rappresenta “l’omicidio consacrato” cioè la morte per “volere divino”… cosi come si viene investiti degli onori alla vita, cosi si viene investiti degli onori alla morte.
Mi è pervenuto inoltre uno scritto, tratto dal libro di un esoterista che ha, appunto, trattato questo argomento che riportiamo. Il libro è di Lino Lista e si intitola: “Raimondo di Sangro. Il principe dei veli di pietra”. In forma romanzata vengono rivelati alcuni aspetti del ritualismo massonico che hanno quindi dato una risposta alla mia domanda sul motivo dei tanti impiccati.
La corda e l’impiccagione sono i simboli di Giuda e del tradimento di Cristo.
Ma il lavoro di Lino Lista svela anche un altro mistero. Un’altra modalità frequente di uccisione, tanto frequente da gettare più di un sospetto, ad esempio, è quella dell’avvelenamento da overdose, in cui sono incappati, per fare qualche nome, il ciclista Pantani, poi di recente un altro componente della sua squadra, il ciclista Valentino Fois, e a Viterbo il medico Manca, ovvero il medico che pare abbia curato il boss mafioso Bernardo Provenzano.

Muoiono poi avvelenati anche molti testimoni di processi importanti. Morì avvelenato in carcere Sindona. E poi molti “malori” improvvisi, talvolta nell’anticamera di un giudice, in un tribunale, o nella buovette di Montecitorio come capitò al generale Giorgio Manes.
Voglio citare integralmente il passo del libro di Lino Lista:
La corda…(omissis)…è il segno dominante, che mai deve mancare, di una vendetta massonica. Con riferimento alla leggenda di Hiram, volendo spandere un maggior numero d’indizi, convenientemente si potrebbero lasciare accanto al cadavere del giustiziato, seppur di veleno: dell’acqua, in ricordo della fontana alla quale il Vendicatore smorzò la sete; un osso spezzato di cane, in onore dell’Incognito che si mutò in tal bestia; un abito nero, in memoria del lutto per Padre Hiram. Volendo eccedere, ma mai una società segreta dovrebbe eccedere perchè troppi indizi talvolta sono considerati alla stregua di una prova, si potrebbe collocare sulla salma del traditore un mattone, simbolo muratorio.

Queste morti da overdose, quindi, non sono un caso. Anche l’avvelenamento è una modalità “massonica” perché simboleggia la morte per mano del serpente, simbolo dell’infedeltà e dell’inganno.
Ecco quindi perché Pantani morirà dopo aver ingerito diverse dosi di coca.
Perché sostengo che sia un omicidio? Perché ogni qualvolta l’incidente, o il malore, o il suicidio, sono provocati, e sono quindi un omicidio, immancabilmente partono, a seguito del fatto, i depistaggi e gli occultamenti che solo un potere come quello massonico è in grado di fornire: sparizione dei fascicoli dai tribunali, morte dei testimoni, la pervicace volontà degli inquirenti nell’ignorare determinate prove (per collusione, paura, o per la mancata conoscenza del problema), le irregolarità procedurali, ecc…

Il caso Pantani
Esaminiamo il caso Pantani, così come ce lo descrive un giornalista, Philippe Brunel, in un recente libro “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” su cui ci basiamo per la nostra ricostruzione.
E’ noto che Pantani morirà all’hotel Le rose di Rimini per una presunta overdose da cocaina.
Anche qui troviamo tutti gli elementi di un omicidio massonico, ovverosia le firme, nonché tutti le modalità procedurali investigative che gli inquirenti seguono quando il delitto è massonico.

Ad esempio troveremo:
– testimoni che cambieranno versione;
– gli inquirenti che ignorano particolari fondamentali nell’indagine: ad esempio nel cestino dei rifiuti della stanza dell’hotel verranno rivenuti resti di una cena presa da un ristorante cinese. Ma Pantani non mangiava cibo cinese. Allora chi c’era con lui quell’ultima notte?
– Sul corpo compaiono segni di colluttazione ma nessuno accerterà mai se, ad esempio, sotto le unghie compaiano o meno dei resti di DNA altrui per verificare se Pantani fu forzato a ingerire cocaina (v. pag. 278).
– Errori e omissioni varie nelle autopsie;
Una volante della polizia, con due agenti, interverrà sul luogo dell’incidente, ma non redigerà mai il verbale relativo. Perché questa irregolarità nelle procedure?
– Le varie perizie medico legali fanno una gran confusione sull’ora della morte che collocano tra le 11,30 (la perizia del dottor Fortuni) e le 19 (il medico Toni).
– Il medico legale che dopo l’autopsia si accorge di essere seguito.
– La camera fu trovata in disordine come se ci fosse stato un corpo a corpo.

Poi ci sono le domande irrisolte.
– Perché Pantani, volendosi suicidare, prende una stanza in un albergo a pochi chilometri dalla casa dove abitava?
– Perché prima di suicidarsi ci resta qualche giorno? Cosa lo fa rimanere in una stanza di albergo quando aveva la sua abitazione lì vicino?
– Uno degli inquirenti dichiara al giornalista di avere avuto pressioni dal Ministero dall’interno per concludere in fretta l’indagine. Ma il ministero non dovrebbe avere fretta di concludere; casomai dovrebbe avere la volontà di accertare la verità senza lasciare dubbi. Curioso poi che il Ministero si disinteressi del fatto che dopo decenni non sia mai venuta fuori la verità per stragi come Ustica, o per il sequestro Moro, e improvvisamente abbia fretta di concludere per un personaggio come Pantani. Difficile pensare che sotto ci sia una voglia di arrivare velocemente alla verità, dato che l’occultamento della verità è sistematico nella storia giudiziaria italiana. Mai abbiamo sentito un politico affermare che nel programma elettorale c’era la volontà di scoprire la verità sulle tante stragi impunite per dare giustizia alle migliaia di morti e alle decine di migliaia di famiglie delle vittime delle stragi. Mai. Anzi, in compenso alcuni degli autori di crimini assurdi, come l’ex terrorista D’Elia, hanno addirittura avuto incarichi istituzionali (sottosegretario alla camera nel governo Prodi). Personaggi che hanno avuto pesanti responsabilità in vicende come il sequestro Moro verranno addirittura fatti presidenti della Repubblica (Cossiga). Nessuna fretta di scoprire chi ha abbattuto l’aereo di Ustica, nessuna fretta di arrivare alla verità sul Moby Prince, nessuna fretta di scoprire chi c’è dietro ai delitti del Mostro di Firenze, dietro ai Georgofili, dietro a Piazza Fontana, dietro alla strage di Bologna. Ma una gran fretta di chiudere il caso Pantani. Curioso no?

Tutte queste contraddizioni, depistaggi, ecc., sono sempre l’indizio sicuro della presenza della massoneria.
In alternativa può ipotizzarsi che si tratti di incuria o superficialità nell’indagine.
Ma si tratta di incuria e superficialità troppo ricorrenti per essere casuali.
Poi ci sono le firme. Quelle firme che chi non si è mai occupato di massoneria non riesce a vedere. Ma immediatamente visibili per chi vive in mezzo a queste vicende.
Anzitutto Pantani muore all’hotel Le Rose, il cui nome potrebbe non essere casuale ma essere la firma della Rosa Rossa. D’altronde anche i suoi amici diranno che la morte di Pantani in quell’hotel non deve essere un caso, ma forse voleva lasciare un messaggio a qualcuno perché lui era un uomo che non faceva nulla a caso (pag. 52). Forse, aggiungo io, non era lui che voleva lasciare un messaggio, ma chi l’ha ucciso.

E poi viene trovato accanto al corpo un biglietto con una frase apparentemente senza senso: Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata.
Non sono in grado di capire il senso di questo biglietto; ci vorrebbe un esperto e pochi in Italia sono in grado di capire questi messaggi. Ma indubbiamente sembra un messaggio in codice.
Probabilmente c’è un significato anche nel fatto che sia morto a San Valentino, giorno in cui tradizionalmente si regalano rose alla fidanzata.
Qualcuno ipotizza che abbia un senso anche la data della sua morte: 14/02/2004, data la cui somma fa 13, che nelle carte dei tarocchi non a caso è la carta della morte.
Nonostante non sia in grado di decodificare tutti i particolari è evidente però che Pantani fu in qualche modo costretto ad andare in quel preciso albergo affinché poi il delitto fosse firmato.

Ovviamente dire che dietro un delitto c’è la Rosa Rossa significa poco. Essendo la Rosa Rossa un’organizzazione internazionale, e contando centinaia di affiliati in Italia, è come dire che si tratta di un delitto di mafia o di camorra. Cioè significa affermare una cosa talmente generica da essere pressoché inutile a fini investigativi, e tuttavia dovrebbe essere un buon indizio perlomeno per non archiviare la cosa come suicidio.
D’altronde che gli attacchi a Pantani provenissero da ambienti massonici risulta evidente dal fatto che qualche anno prima ebbe un incidente anomalo nella discesa di Superga. Un auto entrò nella zona vietata al traffico e investì Pantani e altre due persone.
Un incidente casuale? Difficile, da pensarsi, perché sulla collina di Superga sorge quella cattedrale omonima, che venne costruita nel 1717, anno in cui venne ufficialmente fondata la massoneria. Una basilica e una collina, insomma, che hanno un particolare significato per la massoneria. Per chi sa anche solo poche cose sulla massoneria si tratta di una firma manifesta, specie alla luce delle stranezze di quell’incidente (inspiegabile ad esempio è come avesse fatto la macchina a inserirsi nella zona vietata, tanto che Pantani fece causa alla città di Torino per questo fatto).

La parola ai testimoni
Per chi conosce le vicende delle stragi italiane gli incidenti stradali per rottura dei freni o dello sterzo, non sono una novità, I testimoni di queste stragi, i personaggi scomodi, muoiono sempre così: non solo impiccati e avvelenati, ma anche in incidenti banali in cui l’auto (o la moto) escono di strada all’improvviso per un malfunzionamento.
Qualcuno ogni tanto si salva.
Ricordo a memoria – tra gli scampati – il carabiniere Placanica (implicato nei fatti del G8), il giudice Forleo (ma non così fu per i genitori, che morirono in un incidente analogo senza ovviamente che gli inquirenti volessero indagare).

Persino il famoso Enrico Berlinguer disse di aver avuto un incidente da cui si era salvato per miracolo, durante un suo viaggio in Bulgaria nel 1973, in cui morirono però altre due persone; disse che l’incidente era voluto, ma nessuno gli credette.
Di recente Fabio Piselli, scampato al rogo della sua auto, più volte nominato nei miei articoli.
Ma in tanti hanno avuto “incidenti anomali” e non si sono salvati. Ne abbiamo parlato in precedenti articoli e non voglio ripetermi.
Voglio invece ricordare alcuni morti del mondo dello sport e dello spettacolo.
Ayrton Senna, cui fu montato male lo sterzo della sua Formula 1.
Per non parlare del Torino Calcio; l’aereo ebbe un guasto imprecisato e si schiantò contro – guarda tu che caso – la collina di Superga.

Il cantante Rino Gaetano che ebbe due incidenti identici, con la stessa auto; nel primo incidente si salvò; nel secondo morì, anche perché 5 ospedali si rifiutarono (misteriosamente) di prenderlo in cura. Il cantante morì il 2 giugno 1981 nello stesso identico modo in cui muore il protagonista di una sua canzone, La ballata di Renzo. Statisticamente le probabilità che un cantante descriva la morte di qualcuno perché viene rifiutato da 5 ospedali, e che poi muoia nello stesso identico modo sono…. nulle.
E statisticamente, le probabilità che qualcuno svolga veramente delle indagini sono le stesse di questi incidenti: nulle.

Mass Media e delitti
Molta strana è anche la morte del ciclista Valentino Fois, della squadra di Pantani. Anche lui muore per cause da accertare, ma alcuni giornali parlano di overdose. E già questo fa venire qualche sospetto, in quanto probabilmente muore nello stesso modo del suo ex amico.
Occorre a questo punto fare una considerazione di ordine generale sui mass media in Italia.
In Italia muoiono per omicidio circa 2500 persone all’anno. E altrettante ne muoiono suicide. Giornali e Tv si disinteressano di questi fatti, selezionando accuratamente solo le notizie che piacciono e sono funzionali al sistema.

Quando però su un fatto scatta l’attenzione dei media, in genere questo è un segnale che sotto c’è dell’altro.
Quindi viene spontanea la domanda. Perché i giornali si interessano alla morte di un ciclista poco conosciuto come Fois?
E perché poi, nei pochi secondi che i TG dedicano alla notizia, occorre precisare che era implicato in un furto di portatili? Quand’anche si voglia dar risalto alla morte di un uomo, non c’è alcuna necessità di informare il pubblico che costui – forse – aveva rubato dei PC. In primo luogo perché la notizia è generica e posta in forma dubitativa. In secondo luogo perché non si capisce quale collegamento possa sussistere tra un furto di PC e una morte per overdose.

Il sospetto che sia un omicidio, e che la televisione abbia volutamente voluto riportare l’immagine di una persona drogata e dedita al furto, è molto forte. Il messaggio che si vuole trasmettere è questo: è morto un ladro e per giunta drogato e depresso.
Ma chi invece ha capito come funziona l’informazione in Italia capisce chiaramente un altro messaggio: probabilmente si tratta di un omicidio e c’è sotto qualcosa.
E allora il pensiero corre al fatto che qualche prima avesse rilasciato un intervista alle Jene (intervista che trovate a questo indirizzo:

http://it.youtube.com/watch?v=RRvhdi1gHqk

Aggiungiamo poi una cosa. Chi frequenta a livello professionistico il mondo dello sport sa che il doping è un fenomeno assolutamente diffuso, nel senso che probabilmente non è possibile partecipare a qualsiasi tipo di sport senza doparsi.

Nella mia esperienza del passato, per anni ho praticato Body Building e ho seguito corsi per diventare istruttore di questa disciplina. E il doping era una materia di studio assolutamente ufficiale, nel senso che nella preparazione atletica di uno sportivo professionista non si poteva prescindere dal doping. Il problema era solo come eludere i controlli, stare attenti ai tempi di eliminazione della sostanza ecc…
C’è quindi il forte sospetto che Fois sia morto in questo modo per aver “tradito”, come Pantani, e che i due abbiano pagato con la vita la loro maggiore pulizia e onestà intellettuale rispetto al resto dell’ambiente in cui vivevano.

Considerazioni finali
C’è anche (non il sospetto ma) la certezza, che la verità non verrà mai a galla. Anzi, a dire queste cose, purtroppo, si rischia di passare per matti o visionari.
La cosa che mi dà tristezza, in tutta questa vicenda, non è la gravità delle collusioni istituzionali a tutti i livelli, né la scarsa preparazione di molti inquirenti in materia che si traduce in una mancata tutela del cittadino. Questo ho imparato ad accettarlo, perché viviamo in una democrazia troppo giovane perché sia veramente una democrazia. Le mentalità e i costumi di secoli non possono cambiare in pochi anni. L’oligarchia mascherata in cui viviamo, in fondo, un giorno dovrà finire per dare spazio ad una nuova era.
Ciò che mi dà tristezza è pensare che la maggior parte delle famiglie di queste vittime non saprà mai la verità.

La maggior parte muore senza che i familiari sospettino un omicidio. Io stesso dopo il primo incidente che mi capitò pensai ad un caso. E dopo il secondo pensavo che ce l’avessero con la mia collega  e che avessero manomesso contemporaneamente sia la mia moto che la sua per maggior sicurezza di fare danni a lei.  In altre parole; potevo morire senza sapere neanche perché e pochi avrebbero sospettato qualcosa. Solo dopo qualche tempo mi spiegarono chi ce l’aveva come me e perché. Ora, perlomeno, so che mi potrebbe succedere qualcosa e so anche il perché. Ogni volta che prendo l’auto sono consapevole che lo sterzo potrà non funzionare, che un auto che viene in senso inverso all’improvviso potrà sbandare e venire verso di me, o magari che potrò avere un malore nell’anticamera di una procura come è successo al capo dei vigili testimone della Tyssen Krupp. Ma all’epoca dei primi incidenti, non avevo neanche il sospetto di essere stato “condannato a morte”. Perché non ero consapevole di quale colpa avessi commesso e di quale peccato mi fossi macchiato.
Mi domando se Senna sapeva il destino che lo aspettava, se i familiari avranno capito. I familiari del Torino Calcio cosa penseranno di quell’incidente terribile? E i genitori di Fois? E la Forleo, cui scrissi “una lettera aperta” dalle pagine di questo blog… avrà capito esattamente cosa le è successo oppure penserà che il suo incidente d’auto sia stato casuale?
I familiari delle vittime di via dei Georgofili, di Ustica, del Moby Prince, hanno capito. Lì sono troppo grosse le collusioni, troppo evidenti gli omicidi e i depistaggi perché qualcuno non capisca.

Ma gli altri?
I familiari dei testimoni di processi apparentemente normali, come quelli della Tyssen Krupp, o del Mostro di Firenze, che apparentemente sembra un normale caso di un serial Killer? E i familiari di tutte quelle persone che parevano condurre una vita normale, perché il delitto è maturato in un luogo ove nessuno sospetterebbe l’ingerenza così pesante dei cosiddetti poteri occulti, come il mondo sportivo?
Ho telefonato ai genitori di Pantani prima di scrivere questo articolo. Dal loro silenzio successivo al mio fax presumo che abbiano pensato che io sia un folle, magari un mitomane in cerca di pubblicità.
E’ normale che lo pensino, come è normale che la maggior parte delle persone che leggeranno queste righe le prendano per un delirio.

Allora voglio ricordare le parole dell’onorevole Falco Accame, a proposito degli incidenti anomali (come quello capitato ai genitori del giudice Forleo) o dei suicidi dei vari testimoni di processi importanti. Parlavamo dell’incidente capitato al giudice Forleo, e mi disse “inizialmente, quando mi occupai di queste cose, credevo al caso. Non volevo credere che fosse una cosa voluta perché mi pareva fantascienza. Poi, quando mi accorsi che i testimoni morivano tutti, sistematicamente, ho capito… E’ una cosa che è difficile da accettare.”
Questo articolo, come il precedente, è scritto per tutti i familiari di persone suicidate, impiccate, morte in incidenti inspiegabili che hanno sempre capito che la versione ufficiale data dagli inquirenti non quadrava, affinché perlomeno loro sappiano la verità. Oramai sono troppe le vittime sparse per la penisola, perché non si cominci a sospettare. E sono troppi i sopravvissuti perché qualcosa prima o poi non venga fuori.

Oramai parlo con tante persone esperte e mi confronto. Molti, tanti, hanno capito. Un mio amico medico legale, a cui ho raccontato le mie “scoperte” mi ha lasciato di stucco quando mi ha detto “si Paolo, lo sapevo. Lo sapevo perché da medico legale mi rendo conto quando ci prendono in giro in TV e sui giornali. Tutti quei suicidi in carcere per soffocamento con buste di plastica sono impossibili dal punto di vista di medico legale. Analizzando alcuni dei più importanti casi dal punto di vista medico legale mi sono accorto che ci prendono in giro. E poi sono un appassionato di esoterismo, e quindi i loro simboli e messaggi io li vedo. Vedi? L’esoterismo è un linguaggio. Se non lo conosci è come camminare per strade di una nazione straniera; vedi la gente, vedi le scritte, ma non ti dicono nulla; in certi casi potrebbero sembrarti innocui disegnini. Ma se invece lo conosci allora riesci a leggere oltre la superficie e capire i messaggi profondi che vengono lanciati e gli innocui disegnino diventano frasi precise. Capisci tutto, ma con la maggior parte delle persone non puoi parlare perché ti prendono per matto. E il problema principale, quando capisci il sistema, è continuare a fare la vita di sempre senza impazzire”.

Questo, signori, è il sistema in cui viviamo ma con un po’ di studio e di intuito si può imparare a capirlo. Il paradosso è che non sono mai stato un appassionato né di gialli, né di spionaggio, né di esoterismo; ma credo che neanche la più fervida fantasia di qualsiasi scrittore abbia mai immaginato un sistema del genere. La realtà, per chi la vuole vedere, supera sempre di gran lunga la fantasia. Anche quella di Stephen King, che forse non a caso ha scritto una serie di telefilm che si intitola The Red Rose, e che forse per i suoi libri non si è ispirato alla sua sola fantasia (ad es. nei “Lupi del Calla”, occorre proteggere una sola rosa rossa che sta in una Torre nera; e se la Rosa venisse distrutta per qualche motivo la Torre cadrebbe insieme alla Rosa).

PS finale. Quando facevo il quarto ginnasio rubai tre biscotti al mio miglior amico, Daniele. Voglio precisare, in caso di suicidio da parte mia, che i due fatti non sono collegati, al fine di evitare che i media mi facciano lo scherzo di Fois e che riportino la notizia e facendomi passare per un ladro di biscotti. Peraltro confessai il mio crimine a Daniele, il quale dopo 25 anni non manca mai di ricordarmelo.


Pag. 13 de “Il Giornale“, martedì 15 gennaio 2008

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L’ex PM: “Volevo arrestare Maradona, comprava molta cocaina”

Scritto da: – sabato 15 settembre 2012
L'ex PM:

La stagione 1990/91 fu quella che chiuse la carriera di Diego Armando Maradona al Napoli. Il 17 marzo 1991 il numero 10 argentino venne sottoposto ad un controllo antidoping al termine di un Napoli – Bari 1-0 e venne trovato positivo alla cocaina, sostanza stupefacente che assumeva in grosse quantità, ma quell’uscita clamorosa dal calcio italiano poteva essere ancora peggiore. Lo spiega Luigi Bobbio, all’epoca giovane PM della Procura di Napoli, oggi sindaco di Castellammare di Stabia che ha “confessato” di aver chiesto l’arresto di Maradona, provvedimento negato da Vittorio Sbordone, procuratore capo.

La scelta di Sbordone, legittima come ricorda lo stesso Bobbio, aveva anche ragioni di “opportunità”. In sostanza si temeva che l’arresto di Maradona avrebbe portato ad una “rivolta” dei tifosi partenopei, a quel punto si decise di proseguire le indagini con il calciatore a piede libero, ma l’ex PM è convinto che l’inchiesta avrebbe fatto passi avanti più rapidi se il giocatore fosse stato privato della sua libertà.

Il nome di Maradona spuntò fuori in un’inchiesta sul clan camorrista che faceva capo al boss Iovine, il giocatore acquistava grossi quantitativi di cocaina, per sé e per le sue frequentazioni con donne di malaffare con le quali si incontrava all’Hotel Paradiso. Secondo Bobbio Maradona non fu soltanto salvato dall’arresto per via della sua popolarità, ma veniva in qualche modo coperto dalla Federazione, una convinzione che portò lo stesso PM a disinteressarsi del calcio giocato da lì in avanti.

Da quelle indagini emerse un Maradona diverso, dedito in maniera assidua alla droga. Ma non fu solo quello che mi sorprese. C’era dell’altro. Un elemento che ha contribuito ad allontanarmi dal calcio. Perché fino a quel momento ero un tifoso acceso del Napoli e un innamorato del pallone. Poi mi sono completamente disinteressato a questo sport: quasi negli stessi giorni Maradona venne sottoposto a test antidroga da parte nostra e da organismi calcistici. Noi lo abbiamo sempre trovato positivo alla cocaina, la commissione antidoping no.

Certo, andrebbero confrontate le date, ma se si parla del 1991 Maradona c’avrebbe messo poco ad essere pizzicato anche dal antidoping del calcio. Da quel momento in avanti la sua carriera finì in una parabola discendente senza freni: il Mondiale di Usa 94, con l’ennesimo controllo che lo trovò positivo all’efedrina, la chiuse di fatto definitivamente.

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Craxi, Fininvest e Berlusconi: storia di un impero televisivo

Giovedì 12 Novembre 2009

craxi_berlusconi.gifNell’ottobre del 1984 tre pretori “spensero” le reti Fininvest, ma Craxi rimise tutto a posto

Il 16 ottobre di 25 anni fa tre pretori (da Milano, Roma e Pescara) disposero il sequestro del sistema che permetteva alle reti Fininvest di trasmettere in contemporanea a livello nazionale. Dal 1981 infatti, Berlusconi iniziò ad utilizzare la propria rete di emittenti locali come se fosse un’unica emittente nazionale: registrava con un giorno d’anticipo il palinsesto e le pubblicità, dopodiché partivano da Segrate venti cassette registrate che i venti capizona mettevano in onda in simultanea. Un aggiramento della legge che diventò presto una miniera d’oro, infatti se nel 1980 il fatturato Fininvest ruotava per il 60 % intorno al settore edilizio, 4 anni dopo la situazione era ribaltata: l’85% del fatturato arriva dalle tv.

Un fatturato miliardario in contrasto anche con le sentenze della Corte costituzionale che aveva più volte bocciato l’ipotesi che un soggetto privato potesse acquisire il controllo di una televisione nazionale perché, visti gli spazi limitati a disposizione, si sarebbe trattato di una lesione al diritto di libertà di manifestazione del proprio pensiero garantito dall’art. 21 della Costituzione. Sempre in difesa di questo principio la Corte nel 1976 aveva ammesso anche un sistema plurale di molteplici reti distribuite sul territorio a livello esclusivamente locale a fianco della concessionaria pubblica. Berlusconi reagì e denunciò l’”oscuramento” deciso dai pretori. Fece la vittima e organizzò la serrata scommettendo sul populismo. Fece leva sugli orfani dei Puffi e delle telenovele, dei quiz e dei film. A rimettere tutto a posto ci pensò dopo quattro giorni, il 20 ottobre 1984, il governo di Bettino Craxi che intervenne emanando un decreto legge in grado di rimettere in attività il gruppo. Ma il 28 novembre il Parlamento, invece di convertirlo in legge, lo rifiutò giudicandolo incostituzionale. Craxi varò quindi il 6 dicembre 1984 un nuovo decreto (detto Berlusconi-Agnes), ponendolo al Parlamento tramite la questione di fiducia e ottenendone l’approvazione. Nell’archivio di Craxi fu trovata anche una lettera: “Caro Bettino grazie di cuore per quello che hai fatto…Spero di avere il modo di contraccambiarti….Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio”.

Nel 1990 fu la Legge Mammì (dal nome del ministro delle Poste e Telecomunicazioni Oscar Mammì, repubblicano, che amava ripetere “la politica è morta, viva la pubblicità”) a stabilizzare le situazione stabilendo che non si poteva essere proprietari di più di tre canali. Una legge che si limitava a fotografare l’esistente e sancire il duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti (cinque ministri del Governo Andreotti si dimisero per protesta) e che fu ritenuta incostituzionale dalla Corte Costituzionale che richiamò la necessità di porre limiti più stretti nella concentrazione di possedimenti in campo mediatico. Sentenza che non ha ancora prodotto i suoi frutti visto che dal 2006 Rete4 avrebbe dovuto migrare sul satellite mentre le frequenze sarebbero dovute passare al vincitore legittimo della gara d’appalto: Francesco Di Stefano, proprietario di Europa 7. Con la legge Gasparri del luglio 2006 invece Rete4 ha potuto continuare a trasmettere in chiaro, legge tra l’altro bocciata dall’Unione Europea, che ha chiesto all’Italia di cambiare le regole sulla tv, altrimenti scatterebbe una multa di 350.000 euro al giorno (130 milioni l’anno) con validità retroattiva.

Questa è la storia dell’impero televisivo berlusconiano, nato nel segno dell’illegalità e della protezione politica da parte di chi, Craxi, puntava a rompere il monopolio democristiano sulla cultura televisiva regalando uno strumento strategico ad un imprenditore privato. Questa vicenda infatti, oltre che un legame mai visto fra un governo e un singolo imprenditore, mostra un’impreparazione totale da parte dei partiti e del Parlamento rispetto alla grandissima portata strategica dell’operazione Fininvest dal punto di vista politico e culturale. Lo stesso Partito Comunista non comprese che in quei giorni si stava giocando una partita fondamentale che proiettava l’Italia verso la società delle telecomunicazioni in cui la televisione avrebbe assunto il ruolo di unico partito di massa e avrebbe modificato l’agire sociale e la cultura di intere generazioni. L’Italia ha tutt’ora davanti a sè un futuro in mano agli interessi di un network televisivo e di un imprenditore che fa del proprio ruolo pubblico uno strumento di consolidamento delle proprie aziende e una riproposizione di ciò che Licio Gelli e la sua P2 avevano capito prima di tutti: “Dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna” diceva il Venerabile. Da quei primi anni ottanta si va avanti con situazioni illegali, monopoli selvaggi e ritardi.

La guerra delle tv è un capitolo della storia italiana mai chiuso, neppure, colpevolmente, dai governi di centrosinistra.

Franco Marino

tratto da Senza Soste n.42 (ottobre 2009)

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La Troika usa Balottelli per imporci 50 milioni di immigrati

Gli Immigrati che si riverseranno in Europa passando dall’Italia e Grecia…..
Le uniche porte di accesso dei clandestini in europa,
Sono 50 milioni nei prossimi anni….
La Boninino assicura che è ciò che vuole l’europa….
Una vera invasione…in stile Conquistadores !
Il re Euro ha bisogno di togliere terra e diriti ai popoli….
Sostituendoli con disperati sottopagati ( 400 € al mese circa )
Cifre che non sono compatibili con la spesa minima di cittadinanza della popolazione residente europea……
Le città saranno invase e da questa merea umana verranno estradati x la Germania e Francia solo il meglio di ciò che ci arriva….
al peggio ci dovremo pensare noi, la pattumiera del Sud Suropa…
non so come, ma nel nostro già grande caos quotidiano…..fatto di problemi esistenziali e tasse da pagare di gente disperata e imprenditori che si suicidano, ci voleva proprio anche questa tremenda notizia…
Dove metteranno tutta questa gente?
Beh se vi ricordate bene la Chiesa non paga l’IMU, lo hanno fatto per avere l’occasione di mettersi in evidenza…….x poter a ospitare questi sconosciuti e farli propri con cure compassionevoli……verranno beatificati tutti, chiedendovi di fare altrettanto, ( gratis, come dice la bibbia! ).
La solita propaganda Gesuitica…..
Ma voi continuerete a pagare le tasse come, e + di pirma, a differenza dei preti !
In questo delirio di Carità progressista di sinistra….i problemi restano problemi e i suicidi pure!
un processo inarrestabile, in cui qualcuno lascierà il suo posto, fisicamente….. non x volonta sua, ma per le conseguenze collaterali, di politici collusi e boia !

Appendice:
Dopo che ci avranno invaso….è necessario fare una separazione tra immigrati di tipo Intergrati e di tipo candidati all’integrazione…con livelli diversi di trattamento
Gli immigrati che vivono qua da anni e con lavoro fisso attireranno l’attenzione di quelli appena arrivati come esempio di integrazine felice ( è la replica del modello Cony Island, con gli imigrati europei nel 1890 a New York )…
ed è qui che mancava l’ultimo schiaffo al diritto di cittadinanza…..
Che questi….si preoccupano che il diritto di citt. sia acquisito + da loro, gli immigrati, che non da noi residenti nativi o come vi volete chiamare (siete sempre spazzatura! ricordatevelo )…
Diritto al Suolo !
Ius Soli…..per tutti ! e anche e soprattutto x quelli che non l’hanno mai chiesto !
Ovvero la maggioranza !
Perchè a loro non conveniva affato chiederlo….avevano infatti + benefici a fare gli immigrati, che a pagare le tasse al fisco italiano !
Ius Soli ??
Ipocriti !

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