webmaster, 23.04.2011

Presentata una risoluzione all’Assemblea Legislativa regionale

15 aprile Cesenatico Il decreto legislativo che attua nel nostro Paese la Direttiva Europea relativa ai servizi nel mercato interno (cosiddetta Bolkestein, nata per avvantaggiare imprese e consumatori attraverso la riduzione di molti passaggi burocratici) pone alcune difficoltà alle piccole e piccolissime imprese locali, poco competitive su mercati troppo vasti e rischia di mettere in crisi il commercio ambulante e su aree pubbliche, che conta 500.000 addetti in Italia e più di 160.000 imprese, di cui 10.000 in Emilia-Romagna. In Provincia di Forlì-Cesena se ne contano circa un migliaio.

È quanto si legge in una risoluzione presentata dai Consiglieri regionali del Gruppo PD (primo firmatario Tiziano Alessandrini) che pone l’accento sull’importanza di questo settore, sia per l’animazione e riqualificazione dei centri urbani dove normalmente si svolge, sia per il servizio di distribuzione che assicura in tante frazioni e centri minori.

“Il problema è, in particolare, una norma del decreto che fissa paletti troppo rigidi per il rilascio e il rinnovo della concessione dei posteggi per l’esercizio del commercio su aree pubbliche, di fatto criteri impossibili da rispettare per imprese individuali ed a conduzione familiare come sono quelle degli ambulanti” spiega il Consigliere regionale Damiano Zoffoli.

“I mercati ambulanti rappresentano infatti un’attrattiva per chi soggiorna nelle località turistiche, oltre ad essere un servizio per le comunità disagiate nei piccoli centri di collina e di montagna e un’opportunità per diversificare e qualificare l’offerta commerciale nei nostri centri storici. – continua Zoffoli – La nostra Regione, in questi anni, ha investito rilevanti risorse pubbliche per qualificarli, attraverso un grosso coinvolgimento dei commercianti. È quindi chiaro come l’espulsione dai mercati degli operatori attualmente presenti arrecherebbe gravissime conseguenze non solo in termini occupazionali, ma anche in termini di dequalificazione del servizio da rendere ai cittadini e alle nostre comunità”.

“Con la risoluzione presentata chiediamo che nella definizione dei criteri per il rilascio e il rinnovo della concessione dei posteggi per l’esercizio del commercio su aree pubbliche si applichino le deroghe previste e si escludano da qualsiasi procedimento di evidenza pubblica tutte le concessioni nei Comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti. Chiediamo infine che le Regioni possano stabilire le nuove norme per il rilascio e il rinnovo delle concessioni di posteggio sulla base del criterio prioritario della professionalità e dell’anzianità, e che la durata delle concessioni/autorizzazioni sia di 12 anni” conclude il Consigliere Zoffoli.

È possibile scaricare il testo della RISOLUZIONE cliccando qui.

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sono un operatore del centro italia e precisamente opero in provincia di roma,non si possono pensare soluzioni diverse da quelle proposte da Voi,l’investimento in attrezzature vedi camion market ,sarebbe di difficile ammortamento.
Per quanto riguarda le risorse naturali tanto sbandierate dalla legge comunitaria,non riguardano in nessun modo le Ns concessioni, in quanto insistono sul territorio il breve tempo di mezza giornata a settimana per quanto rigurda i mercati settimanali.
Noi operatori su aree pubbliche dobbiamo uscire fuori dalla BOLKESTEIN.

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Cos’è la Direttiva Bolkestein?

Una Direttiva è un atto giuridico comunitario che vincola gli Stati membri ad un risultato da raggiungere entro un dato termine, lasciando alla loro discrezione la scelta dei mezzi per farlo.

Per produrre effetti sull’ordinamento interno di uno Stato, ogni direttiva deve essere recepita nella legislazione nazionale.

La Direttiva in questione, che prende il nome dall’ex Commissario Europeo per la Concorrenza e il Mercato Interno Frits Bolkestein, è stata approvata dalla Commissione Europea lo scorso 13 gennaio, e quindi sottoposta a udienza del Parlamento Europeo l’11 novembre, per essere successivamente posta al vaglio del Consiglio dei Ministri, presumibilmente entro gennaio 2006.

Si tratta, in sostanza, di una bozza di legge comunitaria volta alla creazione in ambito europeo di un libero mercato dei servizi. Obiettivo è, in sintesi, realizzare la certezza giuridica necessaria per garantire, ai fornitori quanto ai beneficiari di servizi il rispetto delle due libertà fondamentali di stabilimento e di circolazione dei servizi e di creare un quadro giuridico in grado di abbattere le barriere e gli ostacoli che ancora si frappongono alla libertà di stabilimento dei prestatori di servizi ed alla libera circolazione di servizi tra gli Stati membri.

I sindacati europei, anche se hanno sempre adottato un atteggiamento favorevole alla creazione di un mercato interno, sono oggi contro il progetto di diret-tiva della Commissione poiché alcuni suoi aspetti minacciano direttamente i diritti dei lavoratori e dei consumatori dell’Unione, anziché salvaguardare e raf-forzare la crescita, l’occupazione e la coesione sociale in Europa.

I punti maggiormente criticati della direttiva in questione riguardano:

1) Ha un campo di applicazione troppo ampio; rischiano infatti di confluire nella liberalizzazione anche una serie di Servizi d’interesse generale, sottraendo cosi alla sovranità degli Stati membri il controllo di larga parte delle poli-tiche sociali e dei servizi

2) Entra in conflitto con altre disposizioni e strumenti comunitari (ad esempio: Direttiva 96 sul distacco; Regolamento 1408 sui regimi di sicurezza sociale)

3) Anticipa altre iniziative comunitarie future, sulla mobilità dei pazienti e dei sistemi sanitari, sui servizi d’interesse generale, sui lavoratori temporanei, ecc.

4) Le norme concernenti il distacco dei lavoratori proibiscono, di fatto, di assoggettare i fornitori di servizi a determinati obblighi sociali (autorizzazione, registrazione, dichiarazione e così via): il progetto renderebbe inoperante, in sostanza, l’ispezione condotta dallo Stato membro, rendendo inefficace la direttiva 96/71

5) Il principio del paese d’origine, secondo cui le imprese e i lavoratori che offrano servizi in un altro Paese membro possono essere sottoposti unicamente alle leggi del paese di provenienza

6) La totale esclusione delle parti sociali e delle Regioni dalla negoziazione dei dispositivi (in molti Stati membri le Regioni sono titolari di misure legislative in settori di attività coperti dal progetto

(Gennaio 2005)

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Recepita in Italia la Direttiva Bolkestein: ecco cosa cambia per il commercio

Pubblicato il 14 Maggio 2010 da pieronuciari.it

bolkestein.jpg L’8 Maggio 2010 è entrato in vigore il D.Lgs. n. 59/2010 avente come oggetto “Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno”; una norma “impegnativa” per l’Italia, destinata in un prossimo futuro a creare non pochi problemi sia al Governo che alle regioni.

La Direttiva  2006/123/CE mira (almeno negli intenti)  ad apportare benefici alle imprese e a tutelare i diritti del consumatore, riducendo e in alcuni casi eliminando l’elevato numero di ostacoli burocratici che impediscono ai prestatori di servizi di espandersi oltre i confini nazionali al fine di sfruttare appieno il mercato unico, in un’ottica di maggiore competitività ed equilibrio dei mercati.

La novità introdotta dalla Bolkestein è  il principio della “libertà di prestare servizio”, che prevede il divieto per gli Stati di imporre al prestatore di servizi di un altro Stato membro, ulteriori requisiti burocratici rispetto a quelli richiesti ai propri operatori, che non siano giustificati da ragioni di pubblica sicurezza, protezione della salute e dell’ambiente.

Nella versione finale della Direttiva, tale principio ha (per fortuna) sostituito l’iniziale “principio del paese d’origine”, molto contestato in vari paesi europei,  in base al quale il prestatore di servizi era soggetto alle disposizioni dello Stato membro di provenienza.

In linea teorica gli scopi della Direttiva potrebbero anche essere buoni, visto che tende  a  realizzare l’ armonizzazione dei regimi normativi di accesso ed esercizio delle attività di servizi, abbattendo gli ostacoli alla prestazione nel mercato interno;  in realtà, però, a giudicare dai problemi che sicuramente creerà in tutti i settori della nostra economia, tra qualche anno sarà sicuramente etichettata come l’ennesima norma europea che ha contribuito a rovinare  l’economia italiana.

A chi riguarda il D.Lgs. n. 59/2010

Il comma 1, dell’articolo 1, del D.Lgs. n. 59/10, stabilisce che ”le disposizioni del presente decreto si applicano a qualunque attività economica, di carattere imprenditoriale o professionale, svolta senza vincolo di subordinazione, diretta alla scambio di beni o alla fornitura di altra prestazione anche a carattere intellettuale”.

All’articolo 2  vengono individuate le attività nei confronti delle quali il decreto non si applica:

a) alle attività connesse con l’esercizio di pubblici poteri, quando le stesse implichino una partecipazione diretta e specifica all’esercizio del potere pubblico e alle funzioni che hanno per oggetto la salvaguardia degli interessi generali dello Stato e delle altre collettività pubbliche;

b) alla disciplina fiscale delle attività di servizi;

c) ai servizi d’interesse economico generale assicurati alla collettività in regime di esclusiva da soggetti pubblici o da soggetti privati, ancorché scelti con procedura ad evidenza pubblica, che operino in luogo e sotto il controllo di un soggetto pubblico.  Le disposizioni del decreto non si applicano, inoltre, nei casi previsti negli articoli da 3 a 7  e precisamente:

• servizi sociali (art. 3);
• servizi finanziari (art. 4);
• servizi di comunicazione (art. 5);
• servizi di trasporto (art. 6);
• servizi di somministrazione di lavoratori forniti dalle agenzie per il lavoro, autorizzate ai sensi del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
• servizi sanitari e a quelli farmaceutici forniti direttamente a scopo terapeutico nell’esercizio delle professioni sanitarie, indipendentemente dal fatto che vengano prestati in una struttura sanitaria e a prescindere dalle loro modalità di organizzazione, di finanziamento e dalla loro natura pubblica o privata;
• servizi audiovisivi, ivi compresi i servizi cinematografici, a prescindere dal modo di produzione, distribuzione e trasmissione, e i servizi radiofonici;
• gioco d’azzardo e di fortuna comprese le lotterie, le scommesse e le attività delle case da gioco;
• servizi privati di sicurezza;
• servizi forniti da notai (art. 7).

Cosa cambia in materia di somministrazione e commercio

Con gli artt. dal 64 al 72, il D.Lgs. n. 59/2010 ha apportato diverse significative modifiche alle normative relative al commercio e alla somministrazione.

Per prima cosa è da dire che sono stati unificati i requisiti di onorabilità e professionalità  necessari per l’accesso al commercio  su tutto il territorio nazionale.

Relativamente all’apertura degli esercizi di vicinato e delle altre forme speciali di vendita (spacci interni ‐ apparecchi automatici‐vendita per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione ‐ vendite presso il domicilio dei consumatori) al posto della comunicazione è stata prevista la dichiarazione di inizio attività “DIA”, ad efficacia immediata , che consente l’avvio dell’attività contestualmente all’invio della comunicazione al Comune competente per territorio.

Un notevole passo in avanti visto che la previdente normativa prevedeva, come si ricorderà, l’obbligo per l’aspirante commerciante di attendere trenta giorni dalla presentazione della comunicazione.

Per gli esercizi di somministrazione, considerata la necessità di garantire particolari di viabilità ed ordine pubblico, nonché di tutela di zone di pregio storico ed artistico,  il decreto ha confermato la necessità del provvedimento di autorizzazione nel caso di apertura.

Per completezza di informazione si evidenzia che il Ministero dello Sviluppo Economico, nella Circolare n. 3635/C, del 6 maggio 2010, ha chiarito che il procedimento di rilascio dell’autorizzazione in questione è soggetto a silenzio assenso per la previsione dell’art. 20 della legge 7 agosto 1990, n. 241 e che l’autorizzazione per l’attività mantiene la natura di licenza di polizia ai fini dell’art. 86 del T.U.L.P.S., come disposto dall’art. 152 del R.D. n. 773/1931, modificato dal D.P.R. n. 311/2001, e successivamente precisato dal parere del Ministero dell’Interno del 23 maggio 2007, n. 557/PAS.1251.12001.

In caso di trasferimento di sede e di titolarità e di subingresso (gestione dell’attività), la norma ha previsto due tipi di DIA: ad efficacia differita a trenta giorni e immediata.

Le novità relative all’ambulantato

La novità che negli ultimi mesi ha suscitato in assoluto più proteste nel settore del commercio ambulante è che dall’8 Maggio 2010  l’autorizzazione per il commercio su aree pubbliche potrà essere rilasciata, oltre che a persone fisiche e a società di persone, anche a società di capitali regolarmente costituite o a società cooperative (art. 70, comma 1).

Se da un lato una tale scelta potrà andare incontro ai consumatori che potranno usufruire di prodotti venduti a prezzi inferiori, dall’altro danneggerà inevitabilmente i piccoli ambulanti.

Con il recepimento della Bolkestein, infatti, le licenze per il commercio ambulante  non saranno più esclusivo appannaggio delle imprese familiari, come accade oggi, ma potranno essere rilasciate anche alle S.p.A. e alle S.r.l. con il conseguente ingresso sul mercato dei colossi della grande distribuzione.

Sarà quindi concreto il rischio della costruzione di veri e propri monopoli o cartelli, a discapito dei piccoli commercianti,  come del resto è avvenuto negli ultimi anni per piccoli negozi a conduzione familiare.

Sicuramente verranno messi a repentaglio decine di migliaia di posti di lavoro in tutta Italia.

La norma ha inoltre previsto che l’autorizzazione all’esercizio dell’attività di vendita sulle aree pubbliche esclusivamente in forma itinerante dovrà essere rilasciata, in base alla normativa emanata dalla Regione, dal Comune nel quale il richiedente, persona fisica o giuridica, intende avviare l’attività.

E’ da evidenziare che tale autorizzazione abiliterà anche alla vendita al domicilio del consumatore nonché nei locali ove questi si trovi per motivi di lavoro, di studio, di cura, di intrattenimento o svago (art. 70, comma 2).

Altre novità

Agli articoli dal 65 al 69 del Decreto legislativo viene stabilito – come anticipato in premessa – che non saranno più soggette  a “comunicazione”, ma a dichiarazione di inizio di attività – da presentare allo sportello unico per le attività produttive del comune nel quale l’esercente ( persona fisica o giuridica), intende avviare l’attività:

a) L’apertura, il trasferimento di sede e l’ampliamento della superficie di un esercizio di vicinato, come definito dall’articolo 4, comma 1, lettera d), del D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 114 (art. 65);

b) La vendita di prodotti a favore di dipendenti da enti o imprese, pubblici o privati, di militari, di soci di cooperative di consumo, di aderenti a circoli privati, nonché la vendita nelle scuole e negli ospedali esclusivamente a favore di coloro che hanno titolo ad accedervi, di cui all’articolo 16 del D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 114 (art. 66);

c) La vendita dei prodotti al dettaglio per mezzo di apparecchi automatici di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (art. 67);

d) La vendita al dettaglio per corrispondenza, o tramite televisione o altri sistemi di comunicazione, di cui all’articolo 18 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 (art. 68);

e) La vendita al dettaglio o la raccolta di ordinativi di acquisto presso il domicilio dei consumatori (art. 69).

Il Decreto Legislativo ha inoltre  riformulato i requisiti per l’esercizio dell’attività di vendita e di somministrazione, oltre a quelli relativi all’esercizio in qualsiasi forma di un’attività commerciale alimentare e di somministrazione di alimenti e bevande, anche se effettuate nei confronti di una determinata cerchia di persone, come:

a) al domicilio del consumatore;

b) negli esercizi annessi ad alberghi, pensioni, locande o ad altri complessi ricettivi, limitatamente alle prestazioni rese agli alloggiati;

c) negli esercizi posti nelle aree di servizio delle autostrade e nell’interno di stazioni ferroviarie, aeroportuali e marittime;

d) negli esercizi in cui la somministrazione di alimenti e di bevande viene effettuata congiuntamente ad attività di trattenimento e svago, in sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari ed esercizi similari;

e) nelle mense aziendali e negli spacci annessi ai circoli cooperativi e degli enti a carattere nazionale le cui finalità assistenziali sono riconosciute dal Ministero dell’interno;

f) esercitata in via diretta a favore dei propri dipendenti da amministrazioni, enti o imprese pubbliche;

g) in scuole; in ospedali; in comunità religiose; in stabilimenti militari, delle forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco;

h) nei mezzi di trasporto pubblico.

Conseguentemente sono stati abrogati i commi 2, 4 e 5 dell’articolo 5, del D. Lgs. n. 114/1998 e l’articolo 2 della legge n. 287/1991 (art. 71).

Conclusione

Anche se di primo acchito potrebbe sembrare che la Direttiva Bolkestein e il conseguente Decreto Legislativo di recepimento, abbiano come scopo principale il miglioramento dell’attività economica europea, l’azzeramento di vincoli burocratici e la maggior tutela dei consumatori, nella realtà, come troppo spesso abbiamo riscontrato negli ultimi anni nel nostro Paese e in Europa, le cose non sono quello che sembrano.

I reali obiettivi che la Direttiva Bolkstein intende perseguire appaiono chiari non appena si prova a trasporre nella realtà il testo della stessa, spogliandolo della maschera di falsi buoni propositi che l’hanno accompagnato durante tutte le fasi della sua definitiva approvazione.

Guardandolo con occhio diverso, è così possibile scoprire  come fra le pieghe di frasi spesso presentate come slogan quali “l’incentivazione all’espansione transfrontaliera delle imprese” la “riduzione degli oneri amministrativi” “la riduzione dei prezzi attraverso lo stimolo alla concorrenza” “la sequela infinita di vantaggi per il consumatore” e molte altre che non si riporta, si celi invece una realtà destinata a parlare un linguaggio per molti versi contraddittorio.

Ad un’ attenta analisi del testo, infatti, gli ostacoli che la proposta intende veramente smantellare, in Europa e, soprattutto, nel nostro Paese, riguardano la tutela del consumatore, la trasparenza nelle procedure, le garanzie sociali ed ambientali, la qualità dei servizi, la possibilità di prendere decisioni da parte delle autorità locali, etc. a vantaggio delle solite onnipresenti lobby economiche, poteri talmente forti da condizionare pesantemente la politica, l’economia e, di recente, anche la salute dei cittadini europei.

Ma siamo proprio sicuri di averci guadagnato nell’entrare in Europa?

Piero Nuciari
www.pieronuciari.it

Il testo del decreto legislativo di recepimento della Direttiva Bolkestein
dlgs_59_2010.zip

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Mercatini a km 0: il biologico costa meno del supermercato, ma la differenza con il prezzo all`ingrosso è ancora troppo alta

Pubblicato da il 20 gennaio 2012

Km 0 è il nome più comune per la vendita diretta, una pratica commerciale che negli ultimi anni ha trovato sempre più spazio tra le aziende agricole, soprattutto nel mondo bio. Per questo motivo sono ormai numerosi i punti vendita collettivi (Farmer Market) o aziendali che riscontrano un crescente successo.

Ai consumatori il km 0 piace sia per motivi ecologici – meno trasporto equivale a meno produzione di CO2 – sia perché c’è un evidente risparmio sui prezzi (meno intermediari e quindi meno rincari lungo la filiera). Ma ci sono anche aspetti meno conosciuti che modificano un po’ lo scenario.

La vendita diretta è disciplinata in Italia dalla Legge 296/06 e dal D.lgs. 273/98. Il testo prevede che sulle bancarelle dei Farmer Market ogni produttore debba vendere almeno il 51% di prodotto proprio, mentre la rimanente quota del 49% può essere acquistata da altre aziende agricole, e non necessariamente a Km 0.

Inoltre, queste piccole imprese agricole non sono tenute ad avere un meccanismo di controllo interno (il sistema HACCP, cioè un insieme di procedure che permettono di controllare con una certa periodicità i punti più critici della filiera produttiva, che potrebbero essere facilmente la causa di problemi sanitari). Si tratta di una deroga alle norme igienico-sanitarie adottata dalla Comunità Europea per le piccole aziende e quando è il produttore in prima persona a effettuare la vendita, senza intermediari (lo scopo è evitare la creazione di strutture e di procedure complesse che invece risultano indispensabili nelle grandi imprese).

Ma quanto risparmia un consumatore comprando nei Farmer Market? Per fare questo calcolo abbiamo utilizzato i dati pubblicati mensilmente dall’Istituto Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA), confrontando prezzi all’origine e al dettaglio della frutta biologica rilevati nei Farmer Market e nei supermercati.

– Frutta di stagione biologica:

Mele Stark biologiche nel mese di novembre 2011 il prezzo medio pagato da grossisti e catene di supermercati era di 0,65 €/kg. Il listino delle stesse mele nei mercatini ambulanti a km 0 lievitava fino a 1,95 €, con un rialzo pari al 225%, presso supermercati il rincaro era del 485%.

Pere Abate biologiche nel mese di novembre 2011: prezzo di acquisto presso il produttore 0,70 €/kg; 1,45 €/kg sulle bancarelle (aumento del 107%), presso supermercati il rincaro era del 455%

– Olio biologico in bottiglia:

– Costo all’origine 9,25 € al litro, prezzo sulle bancarelle 12,0 €/l, con un accrescimento del 30% circa.

Certo, il risparmio rispetto ai prezzi del supermercato è sempre assicurato. Ma forse la vendita diretta potrebbe proporre lisitini più abbordabili, visto che i prezzi di intermediazione sono praticamente eliminati.

Il consumatore attento per valutare la convenienza dell’acquisto può:

1) Controllare il costo all’origine e all’ingrosso utilizzando il servizio gratuito SMS 47947 del Ministero dell’Agricoltura che fornisce i valori medi. Per il momento  il servizio è SMS temporaneamente sospeso  anche se prevede un ripristino a breve. Si può però  accedere alle stesse informazioni attraverso il portale http://www.smsconsumatori.it/ dove è possibile  anche simulare la spesa e scaricare l’applet per I Phone.

2) Controllare sull’etichetta la provenienza della frutta biologica e degli altri prodotti sulla bancarella, per assicurarsi che provenga dalla stessa azienda ed essere certi che l’acquisto sia veramente a Km 0, o comunque locale.

3) Comprare la frutta biologica presso i Farmer Market è vantaggioso, anche se i rincari della filiera, sia a km 0 che quella dei supermercati, risultano sempre troppo elevati.

Alessandra Rossi

Prezzi novembre 2011 €/kg
 Ingrosso
Farmer Market
 Supermercato
Mela Stark 0,60 1,95 3,51
Mela Golden 0,55 1,95 3,51
Pera Abate 0,70 1,45 3,89
Pera Conference 0,60 1,20 3,89
Incremento % della vendita Farmer Market  e supermercato
 Farmer  Market 2010
 Supermercato 2010  Farmer  Market 2011  Supermercato 2011
 Mela Stark 200 440 225 485
Mela Golden 200 440 255 538
 Pera  Abate 7 188 107 456
Pera Conference 14 270 100 548

Nostra elaborazione su dati ISMEA

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Attenzione, il Km 0 in Italia significa prodotto entro un raggio di 70 chilometri, non sotto casa e comunque non significa biologico.
Inoltre, biologico, in Italia significa ben poco.
Quando va bene ed il produttore è onesto e corretto vuole dire soltanto che il prodotto è stato coltivato con tecniche cosiddette di Agricoltura biologica, che in Italia sono fumose e dal 2007 comprendono anche pratiche discutibili.
Perchè una azienda sia autorizzata a dire biologica la sua produzione, ormai, bastano pochissimi anni, se non erro dai precedenti 5 anni ora ne bastano solo 2, che non sono sufficienti a risanarere un terreno nè a garantire la produzione. L’abbassamento dei tempi è stato causato dalle pressioni delle organizzazioni agricole…
prodotto da Agricoltura biologica non vuol dire prodotto da una pianta che riproduce da sè i nuovi semi.
C’è ancora molto da fare ed il consumatore diventare più responsabile in generale. Il prodotto davvero biologico e da seme biologico è davvero più buono ed ogni giorno ricerche di nucchia ne riscoprono il valore. Però è difficile trovarlo e le grandi catene alimentari lo hanno addomesticato a proprio vantaggio. Il futuro probabilmente sta nella filiera corta, gestita direttamente da giovani agricoltori che lo sanno fare, ma deve passare anche attraverso la crescita del consumatore, un indebolimento degli intermediari, un aumento dei controlli, una diminuzione della corruzione generale di questo mercato ed una maggiore equità  sociale.

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il Biologico, NON esiste!
http://it.wikipedia.org/wiki/Agricoltura_biologica
Quando riusciremo a controllare l’atmosfera, allora forse potremmo iniziare a parlare di biologico. Ma sino a quando piove alla stessa maniera su un campo di insalata convenzionale e su un campo di insalata biologica, otterremo, forse, un’insalata peggiore ed una meno peggiore; Considera inoltre che esistono vari disciplinari. Un mio Amico che produce olio Biologico, per ben due anni non ha superato i test! Ha cambiato disciplinare (e questo secondo è molto quotato) non prevede l’esame di un parametro, per magia ha il ottenuto il biologico !
Quindi per me, ma come dico sempre, è solo un mio parere, coltivare con coscienza e onestà è l’unico metro di misura che alla fine paga!
So che Luigi mi disapprova, va bè¨, pazienza, ma vorrei chiedergli perchè è contento che le Aziende di tre ettari devono scomparire? Luigi, non fare il Marchionni dell’Agricoltura, che sono le piccole Aziende che portano avanti la filiera agricola, la grande distribuzione vuole solo : conto, profitti e perdite. Il piccolo Agricoltore invece, ci mette l’anima nella terra, e non solo quella!

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Salve io produco miele nel trevigiano e vi pongo qesta mia perplessita’ in fatto di bio ,avendo bisogno di acquistare cera per far si’ che le mie api vadano a deporre poi il miele ,o dovuto spendere circa 6 euro al kilo per la cera bio ,rispetto a quella tradizionale ,risultato fine anno produttivo ,analizato il favo ci sono delle micro particelle di antibiotici .Il miele e’ commestibile perche’ mi anno detto che non a un livello tale che danneggi lo stesso ,premetto pero’ che il mio apiario e stabile in montagna lontano da fonti inquinanti, paradossale ,vero.
? la ditta che mi vende la cera fa passare cera bio ,anche quella che bio non e’
probabilmente non si sa ‘ nemmeno cosa sia il significato BIO grazzie per questo mio sfogo.

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La Ue bacchetta l’Italia: concessioni balneari per 30 anni sono fuorilegge

L’accordo bipartisan Pd-Pdl preso in Parlamento per salvare gli stabilimenti in Riviera non rispetta le leggi europee. Il Pdl: “Non capiscono niente. Non è un rinnovo, ma una proroga. In Spagna e Portogallo si è fatto”

La Ue bacchetta l’Italia: concessioni balneari per 30 anni sono fuorilegge

Nuova bacchettata dell’Europa ai tentativi italiani di sorvolare sull’evidenza pubblica per le concessioni balneari in scadenza nel 2015. Dalla Commissione Ue arriva un sonoro “no” dopo che l’emendamento al decreto legge Sviluppo, presentato nella commissione Industria di palazzo Madama dai relatori Simona Vicari (Pdl) e Filippo Bubbico (Pd), ha chiesto un’ulteriore proroga di 30 anni alle concessioni. Proroga o rinnovo automatico, evidentemente per l’Ue cambia poco. “Un rinnovo automatico di 30 anni non sarebbe compatibile con quanto prevede il diritto comunitario”, ha detto nelle ultime ore Stefaan De Rynck, portavoce del commissario Ue per il Mercato unico Michel Barnier. “Le concessioni degli stabilimenti balneari– ha scandito De Rynck- dovrebbero essere accordate per un periodo di tempo appropriato e limitato e non dovrebbero essere aperte a rinnovi automatici né dare alcun altro tipo di vantaggio al gestore la cui autorizzazione è scaduta”. E dato che “un’estensione di 30 anni di tutte le concessioni attuali sarebbe incompatibile con le leggi Ue”, la Commissione invita l’Italia “ad adottare regole compatibili con la direttiva Servizi”.

In Italia è ripreso l’esame del dl Sviluppo in commissione Industria al Senato con l’obiettivo di licenziare il testo in tempi molto stretti, se entro stasera o domani mattina al massimo dipenderà dagli ultimi pareri attesi dalla commissione Bilancio. Il governo è intenzionato a mettere la fiducia sul decreto: la proposta di proroga potrebbe essere inserita in un maxi emendamento, ma alla luce delle parole di De Rynck i giochi sembrano fatti. Attacca l’Europa il deputato del Pdl riminese Sergio Pizzolante, il quale sostiene che a Bruxelles “non hanno capito niente: non è un rinnovo, ma una proroga e non c’è alcun automatismo. L’Italia ha diritto di tutelare 30mila imprese ed un intero comparto economico, deve salvaguardare le funzioni di pubblica utilità che esse garantiscono”.

Da parte loro i bagnini continuano ad inveire contro il governo (la bozza del ministro Piero Gnudi è partita con concessioni da sei a 25 anni) e a citare il caso della Spagna, che sta cercando di ottenere proroghe fino a 75 anni a quanto pare con qualche successo. “È evidente la disparità di trattamento fra le imprese turistiche italiane con quelle operanti negli altri Paesi europei che hanno una durata ben più lunga dei sei anni concessi in Italia (in Portogallo 75 anni, in Spagna 30 anni, in Croazia sino a 99 anni) così come è evidente il rischio di contenzioso per il venir meno di istituti giuridici quali il diritto di insistenza sui quali le imprese italiane hanno sin qui fatto affidamento”, sostiene il presidente Sib-Confcommercio Riccardo Borgo.

La Commissione europea aveva aperto nel 2008 una procedura d’infrazione contro l’Italia per il suo sistema di rinnovo automatico delle concessioni, considerato un ostacolo al libero mercato. Il 13 maggio 2011, con Michela Vittoria Brambilla del Pdl ministro del Turismo, il governo aveva lanciato l’idea di un decreto che introduceva il cosiddetto “diritto di superficie” su coste e litorali per 90 anni, innescando un certo disappunto da parte di Bruxelles. Se i 90 anni non sono mai passati, l’articolo 11 della legge comunitaria adottata il 30 novembre 2011 ha consentito a Bruxelles di chiudere la procedura d’infrazione verso l’Italia eliminando il rinnovo automatico delle concessioni. Rinnovo automatico-proroga che, dunque, continua ad essere tirato fuori. Con l’unico risultato di incassare severe reprimende.

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Con la Bolkestein viene sconvolto il mondo della pesca

23 marzo 2013

Goro, la direttiva non fa chiarezza sul settore acquacoltura. La Coldiretti propone percorsi innovativi per dare una svolta.

GORO. Dopo il workshop organizzato da Coldiretti Impresa Pesca ieri in municipio ha avuto luogo una giornata di approfondimento sul tema riguardante le concessioni demaniali per la pesca e l’acquacoltura alla luce delle recenti evoluzioni normative legate alla direttiva Bolkestein sui “servizi” organizzata dall’Alleanza delle cooperative italiane per il settore pesca.

La direttiva europea 123 del 2006 (nota come direttiva Bolkestein), potrebbe applicarsi secondo alcune intrepretazioni anche alle concessioni di zone di mare demaniali per la produzione di vongole. Ma i motivi per confutare questa lettura della norma esistono e poggiano su solide considerazioni di norma e di diritto. La Bolkestein, nell’ottica di fare chiarezza e trasparenza, stabilisce l’obbligo di bandi di concorso e il divieto del rinnovo automatico delle concessioni demaniali. Un tema che può provocare, se non correttamente applicato per il settore della pesca e soprattutto dell’acquacoltura (attività non di servizi, cui la direttiva principalmente è rivolta), un forte cambiamento in tutto il sistema della produzione di vongole. Secondo Coldiretti e dopo quanto emerso nell’incontro di ieri le istituzioni devono chiarire in tempi strettissimi se la direttiva va applicata o no all’acquacoltura e soprattutto in che modo, mettendo mano anche ai criteri di assegnazione delle aree demaniali, che oggi vedono contrapposte cooperative che possono utilizzare aree più produttive con altre che hanno in uso porzioni più povere. Per la Coldiretti occorre una proroga fino al 2020 come è già avvenuto per il settore balneare.

«Il sistema può cambiare profondamente – ha detto il vicepresidente nazionale e presidente regionale di Coldiretti, Mauro Tonello – ed è importante capire come cambierà, dando ai pescatori il tempo di affrontare meglio il futuro». Coldiretti è per la trasparenza e proprio per questo è necessario, nell’attesa dell’eventuale applicazione della normativa».

Secondo Coldiretti andranno definiti modalità e tempi delle assegnazioni per consentire una gestione più imprenditoriale. «Bisogna inoltre sostenere il rinnovamenti di tutto il sistema – afferma Coldiretti – assicurando un’ampia partecipazione, eliminando gli ostacoli che condizionano e scoraggiano gli imprenditori dall’effettuare gli investimenti necessari per la salvaguardia dell’ambiente e della produzione nella Sacca».

«Un sistema economico e sociale di assoluto rilievo, che anche a parere di Sergio Gulinelli, presidente provinciale di Coldiretti Ferrara, deve trovare una diversa rappresentatività, rispetto alla quale Coldiretti è disponibile a mettere in campo tutta la sua potenzialità e progettualità. Quello che possiamo e desideriamo mettere in campo per questo settore è di mettere al loro servizio tutta la gamma dei nostri servizi». (m.bar.)

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Etichettatura dei prodotti Made in Italy

Pubblicato il 4 Maggio 2010 da pieronuciari.it

madeinitaly.jpg Sulla G.U. n. 92 del 21/04/2010 è stata pubblicata la legge 8 Aprile 2010 n. 55, meglio conosciuta come  “legge del Made in Italy”.
Finalmente per il consumatore esistono regole certe grazie alle quali potrà avere la sicurezza circa la provenienza del prodotto acquistato.
Finiscono quindi i tempi in cui le calzature o i prodotti tessili, realizzati completamente all’estero sfruttando la manodopera a basso costo dei paesi extracomunitari, potevano essere spacciati per italiani solo perché il confezionamento finale avveniva nel nostro Paese.

Una prassi comune all’80% delle aziende calzaturiere italiane, attirate all’estero dai bassi costi della manodopera locale; una scelta di mercato molto discutibile perché a fronte di un incremento iniziale degli introiti dovuto al basso costo della manodopera e delle materie prime, ha visto successivamente una consistente perdita di utili dovuta alla qualità dei prodotti, neanche lontanamente paragonabili  con quelli realizzati interamente in Italia con manodopera e materie prime italiane.
Come si ricorderà, l’iter legislativo della tutela dell’etichettatura  del Made in Italy  ha inizio nel 2003  con la legge n. 350, modificata successivamente dalla legge del 23 luglio 2009 n. 99,  che ha modificato in parte anche l’articolo 517 del Codice Penale ( vendita di prodotti industriali con segni mendaci).
In seguito la legge 350/2003 – all’articolo 4, comma 49 – è stata integrata con i commi 49 bis e 49 ter  e convertita nella legge n.166/2009, integrata con le nuove specifiche previste all’articolo 16.

Un percorso tortuoso ma tutto sommato ben fatto, che ha visto l’intervento a più riprese del legislatore italiano, impegnato su più fronti alla risoluzione delle varie problematiche dovute al mercato e all’economia nonché alle richieste provenienti dalle associazioni dei consumatori.

In sintesi i principali contenuti della nuova legge le cui regole entreranno in vigore da Ottobre:

1) La denominazione “Made in Italy” potrà essere usata esclusivamente per prodotti finiti le cui fasi di lavorazione hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio italiano ovvero se almeno due delle fasi di lavorazione sono state eseguite nel territorio italiano e se per le rimanenti è verificabile la tracciabilità;

2) Tutti i prodotti che non potranno essere marchiati come “Made in Italy” dovranno essere etichettati obbligatoriamente con l’indicazione dello Stato di provenienza;

3) L’etichetta consentirà la tracciabilità, indicando non dove il prodotto è stato finito ma dove sono state eseguite le lavorazioni; inoltre dovrà essere apposta su tutti i prodotti, evidenziando il luogo di origine di ciascuna delle fasi di produzione.

Sempre sull’etichetta  dovranno essere inserite indicazioni relative alla conformità dei processi di lavorazione alle norme vigenti in materia di lavoro, la certificazione di igiene e di sicurezza dei prodotti, l’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, il rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali in materia ambientale.

Per i contravventori la legge 55/2010 prevede sanzioni molto pesanti.

La mancata o scorretta etichettatura dei prodotti e l’abuso della denominazione “Made in Italy” saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro; è inoltre previsto che nei casi più gravi la sanzione è aumentata fino a due terzi, mentre nei casi meno gravi è invece  diminuita nella medesima misura.
Nell’ipotesi di reiterazione delle violazioni è prevista la reclusione da uno a tre anni, mentre se le violazioni sono commesse attraverso attività organizzate, si applica la pena della reclusione da tre a sette anni.
La merce è sempre oggetto di sequestro e confisca.

Piero Nuciari
www.pieronuciari.it

Legge 8 aprile 2010 , n. 55:
Disposizioni concernenti la commercializzazione di prodotti
tessili, della pelletteria e calzaturieri

Art. 1  Etichettatura dei prodottie «Made in Italy»

1. Al fine di consentire ai consumatori finali di ricevereun’adeguata informazione sul processo di lavorazione dei prodotti, aisensi dell’articolo 2, comma 2, e dell’articolo 6, comma 1, delcodice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005,n. 206, e successive modificazioni, e’ istituito un sistema dietichettatura obbligatoria dei prodotti finiti e intermedi,intendendosi per tali quelli che sono destinati alla vendita, neisettori tessile, della pelletteria e calzaturiero, che evidenzi illuogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e assicuri latracciabilita’ dei prodotti stessi.

2. Ai fini della presente legge, per «prodotto tessile» si intendeogni tessuto o filato, naturale, sintetico o artificiale, checostituisca parte del prodotto finito o intermedio destinatoall’abbigliamento, oppure all’utilizzazione quale accessorio daabbigliamento, oppure all’impiego quale materiale componente diprodotti destinati all’arredo della casa e all’arredamento, intesinelle loro piu’ vaste accezioni, oppure come prodotto calzaturiero.

3. Nell’etichetta dei prodotti finiti e intermedi di cui al comma 1, l’impresa produttrice deve fornire in modo chiaro e sinteticoinformazioni specifiche sulla conformita’ dei processi di lavorazionealle norme vigenti in materia di lavoro, garantendo il rispetto delleconvenzioni siglate in seno all’Organizzazione internazionale dellavoro lungo tutta la catena di fornitura, sulla certificazione diigiene e di sicurezza dei prodotti, sull’esclusione dell’impiego diminori nella produzione, sul rispetto della normativa europea e sulrispetto degli accordi internazionali in materia ambientale.

4. L’impiego dell’indicazione «Made in Italy» e’ permessoesclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi dilavorazione, come definite ai commi 5, 6, 7, 8 e 9, hanno avuto luogoprevalentemente nel territorio nazionale e in particolare se almenodue delle fasi di lavorazione per ciascun settore sono state eseguitenel territorio medesimo e se per le rimanenti fasi e’ verificabile latracciabilita’.

5. Nel settore tessile, per fasi di lavorazione si intendono: lafilatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute nelterritorio italiano anche utilizzando fibre naturali, artificiali osintetiche di importazione.

6. Nel settore della pelletteria, per fasi di lavorazione siintendono: la concia, il taglio, la preparazione, l’assemblaggio e larifinizione compiuti nel territorio italiano anche utilizzandopellame grezzo di importazione.

7. Nel settore calzaturiero, per fasi di lavorazione si intendono:la concia, la lavorazione della tomaia, l’assemblaggio e larifinizione compiuti nel territorio italiano anche utilizzandopellame grezzo di importazione.

8. Ai fini della presente legge, per «prodotto conciario» siintende il prodotto come definito all’articolo 1 della legge 16dicembre 1966, n. 1112, che costituisca parte del prodotto finito ointermedio destinato all’abbigliamento, oppure all’utilizzazionequale accessorio da abbigliamento, oppure all’impiego quale materialecomponente di prodotti destinati all’arredo della casa eall’arredamento, intesi nelle loro piu’ vaste accezioni, oppure comeprodotto calzaturiero. Le fasi di lavorazione del prodotto conciariosi concretizzano in riviera, concia, riconcia, tintura – ingrasso -rifinizione.

9. Nel settore dei divani, per fasi di lavorazione si intendono: laconcia, la lavorazione del poliuretano, l’assemblaggio dei fusti, iltaglio della pelle e del tessuto, il cucito della pelle e deltessuto, l’assemblaggio e la rifinizione compiuti nel territorioitaliano anche utilizzando pellame grezzo di importazione.

10. Per ciascun prodotto di cui al comma 1, che non abbia irequisiti per l’impiego dell’indicazione «Made in Italy», resta salvol’obbligo di etichettatura con l’indicazione dello Stato diprovenienza, nel rispetto della normativa comunitaria.

Art. 2  Norme di attuazione

1. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concertocon il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro perle politiche europee, da emanare entro quattro mesi dalla data dientrata in vigore della presente legge, previa notifica ai sensidell’articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 98/34/CE del Parlamentoeuropeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, sono stabilite lecaratteristiche del sistema di etichettatura obbligatoria e diimpiego dell’indicazione «Made in Italy», di cui all’articolo 1, nonchè le modalita’ per l’esecuzione dei relativi controlli, ancheattraverso il sistema delle camere di commercio, industria,artigianato e agricoltura.

2. Il Ministro della salute, di concerto con il Ministro dellosviluppo economico e previa intesa in sede di Conferenza permanenteper i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, adotta, entro tre mesi dalla data di entrata invigore della presente legge, un regolamento recante disposizionivolte a garantire elevati livelli di qualita’ dei prodotti e deitessuti in commercio, anche al fine di tutelare la salute umana el’ambiente, con cui provvede, in particolare:
a) all’individuazione delle autorita’ sanitarie competenti per icontrolli e per la vigilanza sulla qualita’ dei prodotti e deitessuti in commercio, anche attraverso l’effettuazione di analisichimiche, al fine di individuare la presenza negli stessi di sostanzevietate dalla normativa vigente e ritenute dannose per la saluteumana;
b) al riconoscimento, attraverso l’introduzione di disposizionispecifiche, delle peculiari esigenze di tutela della qualita’ edell’affidabilita’ dei prodotti per i consumatori, anche al finedella tutela della produzione nazionale, nei settori tessile, dellapelletteria e calzaturiero;
c) all’individuazione dei soggetti preposti all’esecuzione deicontrolli e delle relative modalita’ di esecuzione;
d) a stabilire l’obbligo della rintracciabilita’ dei prodottitessili e degli accessori destinati al consumo in tutte le fasi dellaproduzione, della trasformazione e della distribuzione.

3. Il regolamento di cui al comma 2 e’ aggiornato ogni due annisulla base delle indicazioni fornite dall’Istituto superiore disanita’.

4. All’attuazione dei controlli di cui al presente articolo leamministrazioni interessate provvedono nell’ambito delle risorseumane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigentee, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 3  Misure sanzionatorie

1. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque violi ledisposizioni di cui all’articolo 1, commi 3 e 4, e’ punito con lasanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro. Nei casi di maggiore gravita’ la sanzione e’ aumentata fino a due terzi. Nei casi di minore gravita’ la sanzione e’ diminuita fino a due terzi. Si applicano il sequestro e la confisca delle merci.

2. L’impresa che violi le disposizioni di cui all’articolo 1, commi 3 e 4, e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 30.000 a 70.000 euro. Nei casi di maggiore gravita’ la sanzione e’ aumentatafino a due terzi. Nei casi di minore gravita’ la sanzione e’diminuita fino a due terzi. In caso di reiterazione della violazionee’ disposta la sospensione dell’attivita’ per un periodo da un mese aun anno.

3. Se le violazioni di cui al comma 1 sono commesse reiteratamentesi applica la pena della reclusione da uno a tre anni. Qualora leviolazioni siano commesse attraverso attivita’ organizzate, siapplica la pena della reclusione da tre a sette anni.

Art. 4  Efficacia delle disposizioni degli articoli 1 e 3

1. Le disposizioni di cui agli articoli 1 e 3 acquistano efficacia dal 1° ottobre 2010.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana.
E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farlaosservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addi’ 8 aprile 2010

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Nuove regole per la commercializzazione delle uova

Pubblicato il 23 Maggio 2010 da pieronuciari.it

uova.jpgSulla Gazzetta Ufficiale del 14/05/2010 n. 111, è stato pubblicato il Decreto 11 dicembre 2009, che disciplina la commercializzazione delle uova, ai sensi dei regolamenti (CE) n. 1234/2007, del Consiglio e n. 589/2008, della Commissione e del decreto legislativo 29 luglio 2003, n. 267.

La nuova norma riporta al suo interno i contenuti del D.M. 13/11/2007, ora abrogato, ed introduce contestualmente delle interessanti novità volte a tutelare i consumatori.

Innanzi tutto è da dire che la norma prevede che  i centri di imballaggio debbono essere autorizzati dalla  Regione e dalle province autonome competenti per territorio.
Ad ogni centro di imballaggio viene attribuito dal Mipaaf (Ministero politiche agricole e forestali) un codice identificativo costituito dalla sigla IT seguita dal codice ISTAT della provincia (costituito da tre numeri) e da un numero progressivo per ciascuna provincia, anch’esso di tre cifre.

Il codice viene comunicato alle regioni interessate che, dopo aver effettuato i dovuti accertamenti, trasmetteranno gli esiti al Mipaaf al fine di tenere aggiornata la lista dei centri di imballaggio sul sito nazionale http://www.politicheagricole.gov.it.

Di particolare interesse per i consumatori e per gli addetti ai controlli commerciali è il contenuto dell’articolo 7.

Viene infatti stabilito che “le uova devono essere ritirate dal commercio sette giorni prima del termine minimo di conservazione indicato sull’imballaggio”.

Il successivo art. 8 stabilisce che l’indicazione della quantità netta  del prodotto può essere indistintamente espressa in peso o in numero di uova.

L’articolo 10 prescrive le modalità di indicazione  del sistema di allevamento e delle diciture da apporre sugli imballaggi e sulle uova.
Vengono previste diciture obbligatorie sugli imballaggi  (Uova da allevamento all’aperto, a terra, in gabbia e biologiche) e la sigla del codice di allevamento stampigliata sulle singole uova (1IT…, 2IT…, 3IT.., 0IT..).

La nuova normativa prevede anche la possibilità di inserire, sulle uova e sugli imballaggi, anche diciture facoltative relative all’origine delle stesse e al tipo di alimentazioene degli animali.

L’art. 14 tratta dell’uso della dicitura “extra”.

Viene previsto che i centri di imballaggio delle uova possono apporre sugli imballaggi la dicitura «Extra» o «Extra fresche», a condizione che sull’imballaggio stesso venga indicata in maniera visibile:
a) la data di deposizione e,
b) il termine di nove giorni dalla predetta data di deposizione.

E’ da evidenziare che la data di deposizione deve essere indicata anche sulle uova e può essere apposta direttamente dal produttore.
In base all’art. 14 del regolamento (CE) n. 589/2008, le diciture “Extra” e/o “Extra fresche” possono comparire sulle confezioni (imballaggi) delle uova di categoria “A” fino al nono giorno successivo alla data di deposizione.

Dopo tale periodo, le uova debbono essere ritirate dagli scaffali di vendita al pubblico oppure deve essere rimossa la dicitura “Extra”.

La vita legislativa delle uova: una vita travagliata!

Relativamente a questo prodotto, è da dire che negli ultimi anni si sono succedute  diverse direttive europee e normative italiane al fine di disciplinare il settore.

Nel 2003 viene promulgato il D.Lgs. 29 luglio 2003 n. 267, avente come oggetto “Attuazione delle direttive 1999/74/CE e 2002/4/CE, per la protezione delle galline ovaiole e la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamento”.

Nel 2004 il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, ha pubblicato la Circolare 19 gennaio 2004, n.1, avente come oggetto “Regolamento (CEE) n. 1907/90 del Consiglio, del 26 giugno 1990, sulla commercializzazione delle uova e del regolamento (CE) n. 2295/2003 della Commissione, di applicazione”.

Nel 2005 lo stesso Ministero ha emanato il Decreto 4 marzo 2005, avente come oggetto “Modalità per l’applicazione di disposizioni comunitarie in materia di commercializzazione delle uova, concernenti l’uso di particolari diciture, ai sensi del regolamento (CE) n. 2295/2003 della Commissione del 23 dicembre 2003 e del decreto legislativo del 29 luglio 2003, n. 267”.

Come tutti avranno notato, dal 1° gennaio 2004, sulle uova poste in vendita dalla grande distribuzione negli esercizi commerciali del settore alimentare e, dal 1° luglio 2005, anche su quelle poste in vendita dai piccoli allevatori, sono stampate delle sequenze di lettere e numeri.
Queste “stampigliature” sono il frutto di un obbligo di legge europeo definito “tracciabilità o rintracciabilità” (Regolamento CEE 2295 del 2003).

Anche se d’acchito  può sembrare che queste due parole abbiano lo stesso significato, in realtà indicano due concetti molto differenti.

Per tracciabilità si intende il percorso da monte a valle e cioè  la possibilità di seguire il processo produttivo delle materie prime fino al prodotto finito.

Rintracciabilità significa, invece, avere la possibilità di ripercorrere il processo produttivo a ritroso, da valle a monte e cioè dal prodotto finito, all’origine della materia prima; nel nostro caso, grazie alle stampigliature, sarà possibile risalire alla storia dell’uovo fino alla gallina che lo ha deposto.

Il significato del codice stampigliato sul gusciouova1.jpg
Va sottolineato che, oltre alle indicazioni sul codice stampigliato sull’uovo, debbono essere riportate altre informazioni anche sulle confezioni.
Per legge devono obbligatoriamente apparire la data di consumo preferibile, la categoria di qualità e di peso, il numero di uova confezionate, il nome e la ragione sociale o il marchio commerciale del centro di imballaggio, le modalità di conservazione.
Sulle confezioni, inoltre,  le aziende possono inserire anche alcune informazioni facoltative, come evidenziato all’inizio dell’articolo: dalla data di deposizione a quella di imballaggio, dal tipo di allevamento all’alimentazione fornita alle galline.Dal momento che la normativa è valida solo per i Paesi dell’Unione Europea, per quanto riguarda la produzione da parte dei Paesi terzi, la dicitura sugli imballaggi è la seguente: “sistema di allevamento indeterminato”.

Un esempio di rintracciabilità delle uova

Tutte queste indicazioni prescritte dalle normative europee e nazionali hanno di fatto un unico scopo: semplificare la rintracciabilità dei prodotti in caso di emergenza per poter risalire al produttore nel più breve tempo possibile.
A tal proposito riporto un caso pratico, forse l’unico reperibile in internet, pubblicato su “Il Venerdì” di Repubblica del 18/06/2004.
Questo esempio è importante perché permette di capire come funziona la rintracciabilità alla luce delle normative sopra descritte.

L’uovo oggetto dell’operazione di rintracciabilità,  era stato comprato a Roma ed aveva stampigliata questa sigla: 2IT059VT673.
”Secondo la COOP che ha fornito i dati, questo è il percorso dall’uovo alla gallina:
allevato a terra, italiano, Comune di Viterbo, Provincia di Viterbo, fattoria di Raffaella Gaggi in Grotte Santo Stefano. Questo dice il codice.
Successivamente la COOP, sempre seguendo la filiera, è riuscita a fornire anche i seguenti dati:
i pulcini del gruppo che ha prodotto l’uovo sono stati acquistati a Coccolato D’asti, sono nati il 16 Gennaio 2003, di razza HY-LINE Brown, sono stati consegnati il 17 gennaio allo svezzatore (Canotti, a Savignano sul Rubicone), sono stati nutriti con mangimi <<senza OGM>> della M.B. Mangimi di Longiamo (Forlì-Cesena).
Hanno subito un esame per salmonellosi il 3 maggio, con esito negativo. Sono stati quindi “accasati” da Raffaella Gaggi a 111 giorni di vita.
Qui sono stati nutriti con mangimi Superstella di Forcole Amelia (Terni), con alimenti esclusivamente vegetali, senza Ogm.
Nel resoconto c’è anche il lotto del mangime, prodotto il 18 maggio alle 9.58, il silos di stoccaggio (n. 47), un nuovo esame per la salmonella. Poi la data di deposizione (2 giugno 2004). L’uovo è stato selezionato a Sant’Angelo di Mescole (PG), imballato il giorno stesso ed inviato all’interporto di Roma, via Collatina (verso le 22.30).
Smistato con automezzo (Tg. CC821CL) fino all’Ipercoop casilina la mattina del 3 giugno. Lì è stato comprato”.

Come è possibile constatare dall’esempio sopra riportato, in caso di emergenze sanitarie, il codice è fondamentale per le aziende strutture sanitarie allo scopo di avere informazioni dettagliatissime.
Nell’ipotesi di salmonellosi, ad esempio, tramite il codice è possibile risalire in tempi brevissimi al produttore dell’uovo, al capannone dal quale è uscito e al gruppo degli animali sospetti che  lo ha prodotto.

Il sistema di allevamento
Come scritto precedentemente, il Decreto 11 dicembre 2009  prevede che sulle confezioni delle uova le imprese in possesso dell’autorizzazione a funzionare quali centri d’imballaggio, debbano apporre sugli imballaggi delle uova della categoria “A”, una delle seguenti diciture atte ad individuare il sistema di allevamento: “Uova da allevamento all’aperto”, “Uova da allevamento a terra”, “Uova da allevamento in gabbie”,”Uova da agricoltura biologica”.

Uova vendute sfuse

Nel caso di uova vendute sciolte, non classificate o di uova sfuse originariamente contenute in un grande imballaggio, dovranno essere indicate in modo chiaro e ben visibile, con apposito cartello, le seguenti informazioni:

1) categoria di qualità;
2) categoria di peso;
3) numero distintivo del produttore, con relativa spiegazione del significato;
4) numero di identificazione del centro di imballaggio;
5) data di durata minima;
6) modalità di conservazione dopo l’acquisto;
7) Prezzo.

Queste indicazioni, dal 1° luglio 2005, sono obbligatorie anche per i piccoli produttori

La classificazione delle uova

In base alla Circolare del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali  del 19 gennaio 2004, n.1, avente come oggetto “Regolamento (CEE) n. 1907/90 del Consiglio, del 26 giugno 1990, sulla commercializzazione delle uova e del regolamento (CE) n. 2295/2003 della Commissione, di applicazione”, dal 1° gennaio 2004, le uova sono classificate dai centri d’imballaggio solamente in due categorie di qualita’:
uova «A» (o «uova fresche»), destinate al consumo umano;
uova «B», destinate alle industrie alimentari e non alimentari.
Scompare quindi la categoria «C» che e’ ora ricompresa nella categoria «B».

Un metodo empirico per valutare la freschezza durante l’acquisto

La grande mole di normative che disciplinano la produzione e la vendita di questo prodotto alimentare, testimonia  l’importanza che esso riveste nell’alimentazione umana e il pericolo che potrebbe costituire per la salute pubblica nel caso in cui  dovessero essere commercializzate senza il rispetto della normativa vigente.
Durante l’acquisto è quindi consigliabile controllare prima di tutto la data di scadenza, tenendo conto, come evidenziato precedentemente, che il Decreto 11 dicembre 2009 ha previsto che le uova debbono essere ritirate dai banchi di vendita sette giorni prima di detta data. Se le uova sono vendute sfuse, è possibile provare a verificarne la freschezza (naturalmente col metodo del campione).

Si suggerisce:  di controllare visivamente la superficie del guscio , la quale  deve apparire opaca e non lucida; di scuotere  l’uovo e fare attenzione a  non avvertire alcun movimento all’interno.

Ancora sulle normative succedutesi nel tempo

Altra modifica legislativa da segnalare riguardo a questo prodotto, è che dal 1° luglio 2007 è andato in pensione il regolamento (CEE) n. 1907/90 che disciplinava la commercializzazione delle uova.

Come si ricorderà, il suddetto regolamento, considerato dagli allevatori europei come una delle principali normative di riferimento del settore,  disciplinava le modalità di commercializzazione delle uova, fissando precise regole nell’interesse dei produttori, dei commercianti e dei consumatori.
Dall’anno della sua adozione (1990), il regolamento aveva subito ben sei modifiche e/o integrazioni che avevano contribuito a renderlo poco chiaro e di difficile lettura.

Considerato che la semplificazione della normativa comunitaria è un elemento centrale per la politica agricola  e la legiferazione in materia, il 28 Febbraio 2006 la Commissione UE, con una proposta di regolamento del Consiglio, aveva dato il via alla discussione del nuovo Regolamento conclusasi con la pubblicazione dello stesso (Regolamento CE n.1028/2006) sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 19 Giugno 2006.

Il nuovo regolamento entrato in vigore il 26 Giugno 2006, per le previsioni contenute nell’articolo 13, ha iniziato a far valere i suoi contenuti il 1° Luglio 2007; nella stessa data è stato abrogato il previgente regolamento (1907/90) che aveva dato vita alla tracciabilità delle uova attraverso le famose stampigliature sui gusci.

Facendo un rapido confronto delle due normative, il nuovo Regolamento CE 1028/2006 appare di fatto come una riscrittura di quello del 1990, con leggere modifiche che consentono un’agile lettura dello stesso evitando potenziali equivoci interpretativi presenti invece nel vecchio testo.
E’ da evidenziare che per maggior chiarezza il legislatore europeo ha anche inserito – alla fine del provvedimento – un allegato contenente una “tavola di concordanza” tra la vecchia e la nuova normativa che consente al lettore di muoversi agevolmente tra gli articoli.

Piero Nuciari
www.pieronuciari.it

Il testo del Decreto 11 dicembre 2009 

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Mangiare a km zero
Coldiretti ha avviato una serie di iniziative per consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto che non inquinano e salvano il clima: dall’introduzione dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza dei cibi in vendita alla disponibilità di spazi adeguati per gli alimenti locali nella distribuzione commerciale, dall’offerta di prodotti regionali in mense scolastiche ed ospedaliere alla promozione delle vendita diretta degli agricoltori e dei farmers market, fino alla promozione di agriturismi e osterie con menu a “km zero”.

Cosa sono i menu a km zero
I “menu a km zero” sono menu composti da piatti preparati con alimenti prodotti sul territorio provinciale o regionale. L’espressione “km zero”, ideata da Coldiretti, indica il fatto che devono percorrere solo una breve distanza prima di giungere sulla tavola del locale.

Perché i menu a km zero
La distribuzione commerciale dei prodotti alimentari, con i lunghi trasporti e le inefficienze di natura logistica, è tra le principali responsabili dell’emissione di gas ad effetto serra su scala globale. Scegliere alimenti prodotti sul proprio territorio significa dunque contribuire a ridurre l’inquinamento. Secondo un’analisi della Coldiretti, una famiglia può arrivare a risparmiare fino a una tonnellata di anidride carbonica (CO2) all’anno.

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Mercati contadini: il Km zero fa il boom

Fagioli del purgatorio e aglio di resia: mai sentiti? E’ ora di frequentare di più i mercati locali, occasioni per comprare frutta e verdura a prezzi equi.

Pubblicato il 04/02/11

verdura

verdura 280Verdure tecnologiche: arrivano con un messaggio

Ordinare verdure fresche con il cellulare? Da oggi si può, grazie all’imprenditorialità agricola di due donne convertitesi alla vita bucolica.

Eco ritmo

video 280Musica rap: anche il biologico ha il suo video virale!

Contadini-modelli che animano la campagna e due rapper che cantano i benefici dell’agricoltura biologica: è il nuovo tormentone pubblicitario.

I mercati contadini vincono sulla crisi: nel 2010 i cittadini italiani hanno fatto salire del 28% gli acquisti di prodotti locali. Ben 8,3 milioni hanno scelto il mercato invece della grande distribuzione.

L’ottimo risultato è stato presentato da Coldiretti, in occasione della prima assemblea nazionale degli Agrimercato di Campagna Amica.
In tutto il territorio italiano sono attivi 705 mercati contadini riconosciuti, per 16mila imprenditori agricoli, che nell’anno passato hanno fatturato complessivamente 320 milioni di euro.
Le prime regioni per numero di farmers market sono Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Puglia e Toscana.
Il presidente di Coldiretti, Sergio Marini, ha commentato il successo: “dai mercati viene una risposta ad un nuovo stile di vita e ad un modello di consumo più sostenibile che si sta affermando tra un numero crescente di cittadini”.
Tra i motivi che spingono gli italiani a scegliere i mercati locali spiccano essenzialmente 3 fattori: il desiderio di mangiare sano, di acquistare un bene al giusto prezzo e di sostenere economicamente il proprio territorio, tagliando intermediazioni e manipolazioni sul cibo che si mette in tavola.
In quest’ottica si privilegiano i produttori locali, che rispettano le tradizioni e, negli anni, hanno saputo conservare specie di frutta e verdura che, nelle regole di mercato della grande distribuzione, non avrebbero avuto scampo.
Un esempio? L’aglio di resia del Friuli Venezia Giulia, la patata blu del Trentino Alto Adige o i fagioli del purgatorio, tipici del Lazio.
Mai sentiti? Forse è giunta l’ora di frequentare di più i mercati contadini.
Per trovare la mappa dei mercati regionali della Fondazione Campagna Amica: http://www.campagnamica.it

Marta Mainini

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I mercati contadini

I mercati contadini, o farmers’ market, sono i mercati degli agricoltori, dove la filiera del mercato viene accorciata e si ha l’incontro diretto tra produttore e consumatore. Dapprima sviluppatisi in Stati Uniti e Gran Bretagna, i mercati contadini si stanno diffondendo anche in Italia, rivalorizzando il senso del territorio e del mangiar sano.

Qui, i produttori agricoli vendono direttamente ai consumatori senza passaggi intermediari: in questo modo il consumatore può venire a conoscenza della provenienza di ciò che compra, della qualità dei prodotti che intende acquistare e di come vengono coltivati e poi raccolti i prodotti che acquista. Si possono trovare frutta , verdura, formaggi, miele, salumi e carni, tutti prodotti biologici e di produzione propria.

Con questa iniziativa, si vuole portare il concetto di mercato verso un ambito più culinario, dove i consumatori sono in grado di reperire le materie prime necessarie ad un’alimentazione corretta e sana, entrando anche in contatto con il territorio di provenienza di ciò che viene acquistato.

Con l’acquisto di prodotti naturali direttamente dal coltivatore, il consumatore può sostenere attivamente il territorio e la produzione locale, evitando intermediazioni di mercato e manipolazioni sui prodotti che andranno poi sulle tavole.

I mercati contadini sono luoghi perfetti di convivialità, dove i consumatori hanno occasione di dialogare coi produttori, consumando un pasto accompagnato da del buon vino in compagnia, e dove i produttori possono scambiare tra di loro informazioni relative a tecniche innovative di coltivazione, nuovi mezzi, andamento dei raccolti, ecc.

Fare la spesa qui non è più un atto riduttivo, che impedisce il dialogo e la socialità ma diventa un’occasione di scambio e di rapporto col territorio e con le persone.

Il consumatore riscopre, inoltre, il piacere della stagionalità perché acquista prodotti freschi tipici della stagione, riscoprendo il gusto del consumo di cibi variabili e prestando attenzione alla “salute” del territorio, in quanto il prodotto fuori stagione comporterebbe un consumo eccessivo di energia.

In Italia, i mercati contadini attivi sono circa 705 riconosciuti, con 16 mila imprenditori agricoli che, l’anno scorso, hanno fatturato quasi 320 milioni di euro.

Secondo un recente rapporto della Coldiretti, dal 2010 gli italiani hanno fatto salire del 28% la vendita di prodotti locali dei mercati contadini, con circa 8,3 milioni di italiani che hanno scelto il mercato al posto della grande distribuzione.

In questo modo, vengono privilegiati anche i produttori locali, perché hanno saputo conservare specie di frutta e verdura che sarebbero state schiacciate dalle regole della grande distribuzione.

I mercati contadini diventano un’occasione per approcciarsi ad uno stile di vita più naturale e sensibile al rispetto dell’individuo e del territorio, dove mangiare diventa un atto di responsabilità verso noi stessi e l’ambiente.

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Agricoltura a Km zero: i vantaggi di fare la spesa dal contadino

Scritto da Vinia Bosio
Creato 13 Gennaio 2010
Piu’ informazioni su: km zero filiera corta farmers market

agricoltura_KM_zeroL’agricoltura a Km zeroè una filosofia di consumo ecosotenibile: le aziende agricole aprono le porte ai consumatori permettendo loro di acquistare i propri prodotti senza dover passare attraverso intermediari. Tale fenomeno noto anche sotto il nome di “Farmers Market“, come abbiamo visto in diverse occasioni, sta prendendo sempre più piede in Italia e nel mondo.

E’ in controtendenza con la globalizzazione poiché i prodotti a Km zero per definizione non possono “viaggiare” molto, e, per essere tali, non possono superare i 70Km dal luogo dove sono stati prodotti.

L’istituzione di tale forma di distribuzione commerciale è oggetto, proprio in questi giorni di legislazione, anche se molte Regioni come, ad esempio, il Veneto, hanno già approvato la legge che regola i cibi a km zero. I vantaggi di questa forma di mercato sono molteplici:

economici: l’assenza di intermediari ed il mancato trasporto su ruote fanno scendere i prezzi dei prodotti di almeno il 30%.

ambientali: i packaging ridottissimi e il mancato trasporto rendono le emissioni di CO2 praticamente nulle, inoltre aumenta la sicurezza stradale per il minor numero di mezzi in circolazione;

maggior qualità dei prodotti: non dovendo esser impacchettati, etichettati e distribuiti vengono venduti ancora freschissimi con la certezza che si tratti di cibi nazionali, anzi regionali, cosa ormai piuttosto rara, soprattutto per quanto riguarda frutta e verdura che spesso provengono dall’altro capo del mondo;

sostenibilità, in termini di sostegno alle comunità locali.

Esiste poi anche un interessante aspetto culturale: l’avvicinamento del consumatore alla realtà contadina permette un contatto diretto con la natura, gli animali, la terra e le conoscenza dei prodotti che ci offre, dando più senso allo scorrere delle stagioni che ci offrono frutta e ortaggi sempre differenti.

Purtroppo non è facile fare una spesa “completa” secondo i nostri canoni di consumatori viziati abituati ad avere tutto e sempre: molti prodotti agricoli sono legate alle zone climatiche ed al territorio, però i molteplici canali di distribuzione dell’agricoltura a Km 0, invogliano ed aiutano tutti gli interessati. E’ così possibile reperire i prodotti presso le aziende agricole, i mercati di paese (es. tutti i sabati presso il mercato di Cusago la Cascina Roncaglia vende nel proprio banchetto uova, cotechini salmi e formaggi di propria produzione), i distributori meccanici a gettone (es i distributori di latte crudo alla spina), i mercati appositamente creati (es. i Farmers Market che vengono organizzati a Roma e il nuovo farmer market metropolitano di via Ripamonti a Milano,) o infine, rivolgendosi ai GAS, i gruppi di acquisto solidale.

Vinia Bosio

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DIRETTIVA BOLKESTEIN, WELFARE SOTTO SCACCO

Deregolamentazione del mercato del lavoro, privatizzazione dei servizi. Tutto ciò che si nasconde dietro il provvedimento che sta per essere varato in Europa

DI RAOUL MARC JENNAR

La Commissione europea ha annunciato una nuova Direttiva tesa a «ridurre i vincoli alla competitività» (IP/04/37, 13 gennaio 2004). Dietro questi propositi si nasconde un nuovo attacco irresponsabile della Commissione contro quel che resta del «modello europeo», agonizzante dopo le privatizzazioni che si sono succedute e le ripetute rimesse in causa dei diritti sociali. Si tratta di un progetto di Direttiva “relativa ai servizi per il mercato interno”, preparato dall’ultraliberista commissario europeo Bolkestein. Il testo del progetto, il comunicato stampa e una valutazione generale della Direttiva si trovano sul sito: http://www.europa.eu.int/comm/internal_market/fr/services/services/index. htm. L’obiettivo è imporre ai 25 Stati membri dell’Unione le regole della concorrenza commerciale, senza alcun limite, in tutte le attività di servizio che non sono già coperte da altre normative europee. Ciò significa che la logica del profitto s’imporrà ovunque. Chi ha familiarità con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e dell’Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs/Gats), riconoscerà in questo progetto di Direttiva i principi e le procedure già stabilite da quegli accordi. Ancora una volta l’Unione europea non protegge dalla globalizzazione neoliberista; ne prende, anzi, la guida.

Oggetto della Direttiva

Il progetto di Direttiva stabilisce «un quadro giuridico generale per eliminare gli ostacoli alla libertà di insediamento dei fornitori di servizi e alla libera circolazione dei servizi in seno agli Stati membri». La Direttiva definisce (art. 4) i servizi come segue: «Ogni attività economica che, secondo l’art. 50 del Trattato istitutivo, si occupa della fornitura di una prestazione oggetto di contropartita economica». Chiaramente sono presi in considerazione tutti i servizi eccetto quelli erogati direttamente e gratuitamente dai poteri pubblici: l’istruzione e la cultura, la sanità e le cure sanitarie.

Un promemoria della Commissione (Memo/04/03, 13 gennaio 2004) presenta una lista incompleta dei servizi presi in considerazione dalla Direttiva, che vanno dai servizi giuridici alle professioni artigianali, l’edilizia, la distribuzione, il turismo, i trasporti, i servizi sanitari e di copertura delle cure sanitarie, i servizi ambientali, gli studi di architettura, le attività culturali, il collocamento.

Gli “ostacoli”

Gli “ostacoli” sono rappresentati dalle legislazioni e regolamenti nazionali, considerati dalla Commissione europea «arcaici, obsoleti e in contraddizione con la legislazione europea». Occorre «riformare» per «modernizzare». Ma questi “ostacoli” sono spesso disposizioni prese dai poteri pubblici per la migliore prestazione del servizio dal punto di vista dell’utilizzo dei fondi pubblici, dell’accesso di tutti, delle garanzie fornite per la sua qualità, del diritto al lavoro, delle tariffe, della trasparenza. Gli “ostacoli” presi di mira dalla Commissione europea sono dunque decisioni che i poteri pubblici hanno preso per evitare che il settore dei servizi diventi una giungla. Ecco perché la Commissione europea intende rimettere in causa «il potere discrezionale delle autorità locali» (IP/02/1180 del 13 luglio 2002), ossia delle istituzioni elette e controllate democraticamente. La Direttiva proposta è una vera e propria aggressione portata da un gruppo di tecnocrati al servizio delle imprese private contro le scelte operate in passato dalle istituzioni votate a suffragio universale.

Modus operandi

1. Il principio del Paese d’origine (art. 16) Allo scopo di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi, il progetto rinuncia a una pratica consolidata nella costruzione europea, quella dell’armonizzazione, assurta quasi a principio fondatore. Per comprendere questo cambiamento radicale, occorre avere presente l’importanza dell’ingresso dei nuovi dieci stati membri, le cui legislazioni fiscali, sociali e ambientali sono quelle proprie dello “Stato minimo”. L’armonizzazione non risponde più necessariamente all’interesse delle imprese private e, dal momento che ciò ora serve, viene sostituita dal “principio del Paese d’origine”. Secondo questo principio, un fornitore di servizi è sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l’impresa, e non a quella del Paese dove fornisce il servizio. Ci si trova di fronte a un vero e proprio incitamento legale a spostarsi verso i Paesi dove le normative fiscali, sociali e ambientali sono più permissive, con il risultato che il nuovo principio, una volta diventato norma europea, eserciterà una forte pressione sui Paesi i cui standard fiscali, sociali e ambientali proteggono di più l’interesse generale. Con il “principio del Paese d’origine”, la Direttiva viola l’art. 50 del Trattato istitutivo della Comunità europea, secondo cui «il fornitore di servizi può esercitare a titolo temporaneo la sua attività nel Paese in cui fornisce la prestazione alle stesse condizioni che questo Paese pratica alle imprese nazionali». La regola del “Paese d’origine” diventerà pertanto una facile scappatoia per le imprese erogatrici di servizi.

2. Regimi di autorizzazione (artt. da 9 a 15)

Per facilitare la libertà di insediamento, gli Stati dovranno limitare le condizioni poste all’autorizzazione di insediamento di un’attività di servizio. Queste condizioni dovranno essere non discriminatorie, obiettivamente giustificate da ragioni imperative di interesse generale, adeguate a tali ragioni, precise e non equivoche, obiettive e rese pubbliche in anticipo. Nel caso in cui i poteri pubblici non rispettino queste condizioni, il fornitore privato di servizi potrà ricorrere in giudizio.

Gli Stati non potranno più: esigere la nazionalità del Paese di insediamento da parte del fornitore, del suo personale, dei detentori del capitale sociale, dei membri degli organi di gestione e di sorveglianza; esigere la residenza nel territorio del Paese di insediamento da parte delle stesse persone; subordinare l’autorizzazione all’insediamento all’esistenza di un bisogno economico o alla domanda di mercato; subordinare l’autorizzazione alla valutazione degli effetti economici attuali o potenziali dell’attività prevista; subordinare l’autorizzazione all’armonizzazione dell’attività; obbligare il fornitore a costituire o partecipare a una garanzia finanziaria o a sottoscrivere un’assicurazione presso un altro fornitore o organismo esistente sul territorio in cui egli opera; obbligare il fornitore a essere stato iscritto a un registro o ad aver esercitato quell’attività per un periodo minimo di tempo. Gli Stati dovranno modificare le proprie legislazioni per eliminare ogni caratteristica considerata “discriminatoria” nelle condizioni sotto specificate, in modo da giustificarne la ragion d’essere e per provare che tali esigenze non vanno oltre quanto necessario a raggiungere l’obiettivo: limiti quantitativi o territoriali basati sulla popolazione o su una distanza geografica minima; obbligo di costituirsi sotto una forma giuridica particolare; esigenze legate alla detenzione di capitale: obbligo di disporre di un capitale minimo per certe attività o avere una qualifica personale particolare per detenere il capitale sociale o gestire certe società; imposizione di un numero minimo di dipendenti; tariffe obbligatorie (minima e massima) che il prestatore deve rispettare; divieti e obblighi in materia di vendita a perdere e di saldi; obbligo da parte del fornitore di dare accesso a servizi forniti da altri; obbligo da parte del fornitore di servizi di fornire, insieme al suo, altri servizi specifici.

Sarà la Commissione europea, di cui si conosce la “devozione” verso le imprese private, a verificare che la legislazione degli Stati membri si adegui alle nuove disposizioni. Questo progetto sottrae ai poteri pubblici qualsiasi diritto di indirizzare l’organizzazione dell’attività economica del proprio Paese.

3. La sanità (art. 23)

La Direttiva non prevede norme particolari per nessun settore dei servizi, tranne che per le cure sanitarie. Se un fornitore di cure sanitarie dello Stato A vuole stabilirsi nello Stato B, quest’ultimo non può subordinare l’autorizzazione dell’insediamento alla presa in carico delle cure sanitarie da parte del forniture di cure dello Stato A sulla base del sistema di sicurezza sociale dello Stato B (quello dove egli si vuole stabilirsi). Un fornitore di cure che si stabilisca in un Paese, non è quindi tenuto a rispettare il sistema di sicurezza sociale del Paese ospite. Ci si trova in presenza della volontà deliberata da parte della Commissione europea di togliere agli Stati il potere di decidere della loro politica sanitaria. Così facendo, la Direttiva viola il principio di sussidiarietà previsto dall’art. 152-5 del Trattato secondo cui «nella sanità pubblica l’azione della Comunità rispetta pienamente la responsabilità degli Stati membri quanto a organizzazione ed erogazione di servizi sanitari e cure mediche».

4. L’armonizzazione commerciale (art. 29)

La Commissione riscopre le virtù dell’armonizzazione quando si tratta di decidere l’abrogazione di una norma etica: l’interdizione della pubblicità commerciale per le professioni regolamentate, che viene considerata “desueta e sproporzionata” (IP/04/37 del 13 gennaio 2004). L’abrogazione deve permettere per esempio ai medici o agli architetti per esempio di entrare pienamente nella competitività commerciale e fare uso delle regole della concorrenza a scapito delle riserve che impone loro la deontologia.

L’impatto

Le conseguenze di questa Direttiva, se adottata, sarebbero considerevoli.

1. La nuova definizione dei servizi è molto ampia e apre la strada alla privatizzazione e alla messa in concorrenza di quasi tutte le attività di servizio, compresa la quasi totalità dell’insegnamento, la totalità della sanità e delle attività culturali.

2. Il “principio del Paese d’origine” permette di deregolamentare e privatizzare totalmente i servizi che non sono forniti direttamente e gratuitamente dai poteri pubblici.

3. Il “principio del Paese d’origine” consente di destrutturare e smantellare il mercato del lavoro nei Paesi in cui è organizzato e protetto: un’impresa polacca che distacchi dei lavoratori polacchi in Francia o in Belgio, ad esempio, non dovrà più chiedere l’autorizzazione alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l’autorizzazione dalle autorità polacche e a quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca. Inoltre se l’impresa polacca utilizza personale che proviene, ad esempio, dalla Ucraina (Paese che non fa parte dell’Unione), solo la legislazione polacca verrà applicata a questi dipendenti. Infine il principio consentirà alle imprese ad interim di distaccare lavoratori interinali negli altri Stati membri senza la minima restrizione, alle condizioni salariali del Paese d’origine.

4. La scomparsa delle restrizioni nazionali all’insediamento apre la strada allo “Stato minimo”, e cioè a uno Stato che ha perso il diritto di fare le scelte fondamentali nella politica dell’istruzione, della sanità, della cultura e dell’accesso di tutti ai servizi essenziali.

La Direttiva e il Gats

Il progetto di Direttiva si può applicare a quattro modalità di fornitura dei servizi, che il Gats così definisce. Prima modalità: i servizi transfrontalieri, come quelli provenienti dal territorio di un Paese membro e destinati a un altro Paese membro; ad esempio, la trasmissione telematica di consulenze di avvocati del paese A al paese B senza spostamento fisico di una delle due parti. Seconda modalità: il consumo transfrontaliero o quello all’estero, come l’affitto da parte di un turista del paese A di una macchina all’estero. Terza modalità: la sistemazione di un fornitore di servizi di uno Stato membro sul territorio di un altro Stato membro. Quarta modalità: il distacco temporaneo di persone, come ad esempio operai edili del paese B occupati provvisoriamente nel paese A, nel quadro di un contratto edile eseguito da una impresa del paese B. Il Gats riguarda tutti i servizi di tutti i settori, con una sola eccezione, i servizi pubblici forniti nell’esercizio del potere governativo a condizione che non lo siano su base commerciale (devono essere gratuiti), né in concorrenza con altri fornitori. La Direttiva sarà applicata a tutti i servizi forniti alle imprese e ai consumatori, eccetto quelli erogati gratuitamente e direttamente dai poteri pubblici. La direttiva e il Gats poggiano su principi comuni. La regola della trasparenza vale a dire l’obbligo di fornire informazioni sui servizi. L’accesso al mercato che implica che i Paesi aprano il loro mercato ai fornitori di Paesi terzi e che questi ottengano il diritto di fornire quei servizi sul loro territorio. Il trattamento nazionale quello in base al quale lo Stato membro deve riservare ai fornitori stranieri di servizi lo stesso trattamento riservato ai fornitori nazionali, con l’aggravante – rispetto al Gats – che, nel caso della Direttiva, lo Stato non può imporre le proprie leggi ai fornitori stranieri. Nel quadro del Gats questi principi devono essere esplicitati per ogni settore e sono possibili delle restrizioni; non è così nella Direttiva. Essa prevede che gli Stati membri non possano subordinare l’accesso a una attività di servizio e alla sua fornitura ad un particolare regime di autorizzazione come ad esempio test di necessità economica, salvo: se l’obiettivo perseguito non può essere realizzato attraverso una misura meno restrittiva; se il regime di autorizzazione non è discriminatorio verso un altro fornitore di servizi; se la necessità di un tale regime si giustifica per motivi vincolanti di interesse generale. Il Gats riconosce invece che i Governi possono intervenire con la regolamentazione pubblica purché essa abbia un fondamento scientifico e non esista un’altra regolamentazione meno distorsiva della concorrenza. Il progetto di Direttiva appare chiaramente per quel che è: una trasposizione del Gats, in chiave ancora più neoliberista.

La Direttiva e l’allargamento

Questa Direttiva, una volta adottata dal Parlamento europeo, si applicherà a tutti i 25 Stati membri dell’Unione. Bisognerebbe essere ingenui per credere a una coincidenza tra la presentazione di questo progetto e l’allargamento dell’Europa. Il “principio del Paese d’origine” diventa interessante solo perché l’allargamento crea due spazi in seno all’Europa: uno formato dai Paesi che ancora conoscono le regole di diritto in campo fiscale, sociale e ambientale; e un altro spazio che, in seguito alle intense pressioni del Fmi, della Banca mondiale e dell’Unione europea, è stato “riformattato” secondo i principi neoliberisti prima dell’ingresso nell’Unione dei Paesi che vi appartengono. Con questa Direttiva, viene legalizzato il dumping fiscale, sociale e ambientale.

Raol Marc Jennar
Ricercatore presso Oxfam Solidarité (Bruxelles) e Urfig (Parigi). Dossier tratto dal trimestrale “Quarto Stato”
Fonte.www.liberazione.it
2.11.04

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Petrella – Sindrome Bolkestein

Ci furono degli anni in cui l’Europa – il processo d’integrazione politica, sociale ed economica – rappresentò per la grande maggioranza dei cittadini dell’Europa occidentale la volontà e la speranza di costruire una società più democratica, capace di superare le derive dei nazionalismi distruttori, e più giusta socialmente, grazie a un welfare europeo dove i lavoratori, e non solo, gli imprenditori, i mercanti, i finanzieri, avrebbero trovato maggiori opportunità di benessere anche grazie alla libertà di movimento e di un «mercato» del lavoro unico e a una politica di sviluppo territoriale e sociale mirante all’eliminazione delle disuguaglianze regionali e sociali. Da una trentina di anni, le classi dirigenti europee, compresa una parte importante, in molti paesi, di quelle dette di sinistra e progressiste, hanno spappolato il sogno, ne hanno distrutto le ragioni di essere promuovendo una concezione dell’Europa fondata sulla dis-integrazione politica e sociale a favore di un’integrazione mercantile e finanziaria ispirata dalle logiche dell’economia capitalista mondializzata, liberalizzata, deregolamentata, privatizzata e competitiva. Prova ne é il fatto che dopo quasi cinquanta anni di «integrazione» le due sole realtà espressione dell’integrazione europea sono il mercato unico (senza politiche economiche e sociali comuni) e la moneta unica (senza una politica monetaria e finanziaria comune esercitata dal potere politico ma dalla indipendente Banca centrale europea, istituzione separata dalle istituzioni dell’Unione europea.
L’Europa non fa più sognare, anzi le classi dirigenti europee son riuscite a far sì che si diffonda fra le popolazioni dell’Europa, anche nei paesi di fresca integrazione, una crescente ostilità e paura nei confronti dell’Unione europea.

La Direttiva Bolkestein é l’esempio più eclatante dell’ostilità e delle paure. Se approvata, tradurrà in termini forti il principio che la società é soprattutto un mercato, un insieme di transazioni di scambio tra individui per l’accesso ai beni e ai servizi considerati essenziali alla vita, dove ciascuno ha la legittimità di perseguire l’ottimizzazione della sua utilità individuale. Sparisce cosi il concetto stesso di interesse generale, di benessere comune e quindi del vivere insieme. Sparisce la nozione stessa di servizio pubblico. Per la prima volta nella storia europea, i servizi pubblici che sono nati e si sono sviluppati attorno ai diritti umani e sociali, universali, , sono sottomessi ai meccanismi di rivalità e quindi di esclusione. Che regressione sociale maggiore! C’è da domandarsi se i dirigenti europei che oggi dominano l’Unione europea si rendono conto di quel che stanno facendo.

La Direttiva Bolkestein, altresì, demolisce la democrazia nazionale ed europea perché toglie agli stati membri il potere di decidere cos’é un servizio pubblico trasferendo alla Commissione europea il potere esclusivo di decisione in materia di servizi, di tutti i servizi in tutti i campi, nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio. Essa demolisce altresì la democrazia locale e regionale.
È grazie ai servizi pubblici che sono state costruite da noi la partecipazione dei cittadini, la coesione sociale e la solidarietà territoriale. La mercificazione e la privatizzazione dei servizi pubblici distruggeranno un patrimonio sociale e umano irripetibile, risultato di una grande storia di lotte politiche per la giustizia, l’uguaglianza, la libertà e la fraternita. Non dobbiamo avere alcun desiderio dell’Europa alla Bolkestein.

Riccardo Petrella
Fonte:www.ilmanifesto.it
15.10.05

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Allarme Bolkestein

L’11 novembre la Commissione Europea per la Concorrenza e il Mercato Interno passera’ al vaglio la direttiva Bolkestein, che, presentata come un provvedimento per “diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitivita’ nei servizi per il mercato interno”, si prefigura, proprio in virtu’ dei concetti in essa inseriti, primo di tutti “il principio del paese d’origine” cosi’ come per la sua “orizzontalita’”, quale ulteriore e pericoloso attacco al modello sociale europeo. Contro questa direttiva sabato 15 ottobre, si terra’ in mattinata un Convegno Nazionale degli Enti Locali Stop Bolkestein, nel pomeriggio una manifestazione nazionale.

14-10-2005 – Verdi manifestano sabato a Roma contro direttiva Bolkestein di albion
14-10-2005 – Re: Allarme Bolkenstein di un ponte per…
14-10-2005 – Stop Bolkestein di indymedia
14-10-2005 – Appello ai Comitati Acqua per la manifestazione del 15 Ottobre di Coordinamento regionale acqua pubblica lazio
18-06-2005 – [ATTAC] INFO 139 – COPYLEFT, EUROPA ALTERNATIVA di ATTAC Italia
14-10-2005 / La proposta di direttiva Bolkestein (che prende il nome dall’ex-commissario europeo per la concorrenza ed il mercato interno della commissione Prodi) sta per approdare al voto a Strasburgo. E’ forse l’esempio piu’ lampante della direzione nella quale l’Unione Europea intende muoversi nel prossimo futuro, attraverso una strada lastricata dalla sistematica soppressione dello stato sociale, dei diritti dei lavoratori e della liberta’ individuale.

Con il proposito di ridurre gli intralci burocratici che soffocano la competitivita’ europea o di creare crescita e nuovi posti di lavoro, la direttiva si manifesta fin da subito come un flagello in grado di smantellare definitivamente lo stato sociale, i diritti dei lavoratori e gli equilibri salariali.

Innescandosi sulla situazione attuale gia’ profondamente compromessa da privatizzazioni, recessione economica e disoccupazione in continua ascesa, la direttiva Bolkestein si propone di stabilire un quadro giuridico applicabile, salvo rare eccezioni, a tutte le attivita’ economiche di servizi, perseguendo un approccio orizzontale e rifiutando a priori ogni sforzo di armonizzazione con le legislazioni dei paesi membri. Per rendere l’idea di quanto vasto sia il settore di applicazione della proposta, basti pensare che i servizi in essa contemplati rappresentano oltre il 50% dell’intera attivita’ economica dell’UE.

Dietro a formule come la “riduzione degli oneri amministrativi”, “l’incentivazione all’espansione transfrontaliera delle imprese”, “la riduzione dei prezzi attraverso lo stimolo alla concorrenza”, la sequela infinita di vantaggi per il consumatore, la Direttiva Bolkestein pare, invece, perseguire altri obiettivi.

Gli ostacoli da smantellare sono la tutela del consumatore, la trasparenza nelle procedure, le garanzie sociali ed ambientali, la qualita’ dei servizi, la possibilita’ di prendere decisioni da parte delle autorita’ locali, nonche’ i pochi paletti che ancora si frappongono ad una privatizzazione selvaggia dei settori pubblici dell’istruzione e della sanita’, il tutto perseguendo l’isolamento ed il disarmo incondizionato delle organizzazioni sindacali.

Nucleo della direttiva e punto attraverso il quale si puo’ apprezzare in maniera piu’ evidente il reale spirito che la anima e’ l’art. 16, articolo nel quale si introduce il “Principio del paese di origine”. In base a questo principio, sovvertendo la legislazione finora in vigore, un qualsivoglia fornitore di servizi e’ tenuto a rispettare solo e solamente la legislazione del paese nel quale ha sede la propria impresa, potendosi cosi’i’ permettere d’ignorare le leggi dei vari paesi nei quali fornisce il servizio. Appare immediatamente in tutta la sua evidenza, come una norma di questo genere, che si va ad innescare su una molteplicita’ di stati sovrani ben lontani dal rappresentare un’omogeneita’ legislativa a livello sociale, fiscale ed ambientale, sia causa immediata di una serie di conseguenze che anche un ottimista non esiterebbe a definire catastrofiche.

In primo luogo le imprese risulteranno fortemente incentivate al trasferimento delle proprie sedi sul suolo di quei paesi la cui legislatura meno tutela i lavoratori ed il sociale. In secondo luogo si creera’ una sperequazione sociale fra lavoratori operanti nello stesso Stato, con conseguente progressivo appiattimento verso il basso dei diritti e delle retribuzioni di coloro che lavorano nei paesi che fino ad oggi sono stati piu’ attenti alla tutela del lavoro e dei diritti. Piu’ in generale s’introduce una cacofonia legislativa che da un lato deregolamenta completamente il mondo dei servizi e dall’altro esautora le organizzazioni sindacali e gli enti locali da ogni possibilita’ d’intervento.

La direttiva Bolkestein non va considerata un semplice errore di percorso o come qualcosa di avulso dal contesto nel quale l’UE si sta muovendo da anni con risolutezza. L’Europa del futuro, che si sta tratteggiando nella Costituzione appena bocciata da francesi ed olandesi, rischia di caratterizzarsi per il progressivo regresso delle conquiste sociali che i suoi cittadini avevano ottenuto negli ultimi 50 anni.

Se cosi’ fosse si profilerebbe un domani nel quale sopravvivere in un mondo del lavoro precarizzato, dove lo stato di diritto e quello sociale sono diventati retaggi del passato. Un’Europa sempre piu’ schiacciata sul modello sociale made in USA: succube della competizione sfrenata, dove il valore dell’individuo, del mercato e della concorrenza prevalgono sull’interesse generale. Difficile non concludere che Bolkestein e la sua direttiva siano il risultato voluto e difeso dell’ex-presidente della commissione europea Prodi, ora candidato alle primarie dell’Unione.

Marco Cedolin  Stefano Minguzzi  Letizia Tavani
Fonte:http://newbrainframes.org
Link:http://newbrainframes.org/journal/art.php?id=872

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IL PASSATO PESANTE DI ROMANO PRODI

01/06/2006

DI LEILA

Un passato pesante : CIA, Bilderberg, Bolkestein, OGM, Israele, relazioni con la NATO, colpo di stato contro Chavez. Povera sinistra! Cosa hanno scelto gli italiani, la peste o il colera?

Per mettere fine al regno di Berlusconi, la sinistra antiliberista (sic!, NdT) italiana ha plebiscitato (con le votazioni primarie) l’ex presidente della Commissione Europea, Romano Prodi ed ha accettato di affidargli la missione di guidare l’opposizione alle elezioni legislative del 9 e 10 aprile 2006.
Romano Prodi è uno dei mistificatori dell’Europa sociale. E’ il più alto responsabile della strategia di Lisbona adottata nel 2000, per una durata di dieci anni. Questa strategia ha accentuato il carattere neoliberista dell’Unione Europea e ha sottoposto alla più alta competitività e alle ” leggi ” del mercato le politiche sociali (istruzione, pensioni, ecc.) e ambientali.

Il leader della sinistra italiana ha proposto e sostenuto il progetto della ” direttiva sui servizi “, la cosiddetta Bolkestein, dal nome del liberalissimo ex Commissario Europeo Olandese, che aveva elaborato questo testo.

Nel 2003, quando il signor Prodi era a capo della Commissione Europea, ha rimosso la moratoria sugli OGM, autorizzando con ciò la commercializzazione e la coltivazione delle piante transgeniche.

Ha qualificato come ” molto ragguardevole ” il progetto di ” riforma ” sull’assicurazione-malattie del governo francese, un progetto che aggrava in modo considerevole le ineguaglianze in materia di accesso alle cure.

E’ stato uno dei promotori del Trattato Costituzionale Europeo. Questo Trattato ha l’obiettivo di incidere nel marmo le politiche ultraliberiste. Il signor Romano Prodi e altri ultraliberisti hanno posto la libera concorrenza al di sopra del progresso sociale, lasciando la porta aperta al dumping sociale e fiscale. Costoro hanno pianificato una guerra economica permanente, senza fine, posizionando i cittadini europei nelle condizioni di stato di allerta continuo. Hanno voluto fare dell’Europa una giungla dove il monopolio della violenza (economica o di altra natura) non appartiene, e ne’ può appartenere, che al più forte.

Essendo un cattolico convinto, il leader della sinistra laica pensa che le religioni devono giocare un ruolo importante nello sviluppo dell’Unione Europea. Prodi ha istituito il GOPA (Group of policy advisers to the president – Gruppo dei consiglieri politici del Presidente), un organismo incaricato in particolare delle questioni religiose e del quale la maggior parte dei membri sono cattolici praticanti.

In una lettera indirizzata a ” La Repubblica “, Romano Prodi si rammarica per l’assenza di riferimenti alle radici cristiane nella nuova Costituzione Europea, quindi collegandosi alle posizioni papali, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI : “La domanda comune di tutte le Chiese di un riconoscimento esplicito nel preambolo della Costituzione del ruolo storico del cristianesimo non è stata accettata. Io penso che questo aspetto rappresenta veramente un anello mancante”…”Oggi, l’Unione Europea vede alle sue frontiere orientali la Russia, l’Ucraina, e la Bielorussia, e a sud-est la Turchia; con l’ingresso di Cipro e di Malta, l’Unione Europea è in contatto diretto con il Medio Oriente. In presenza di questa nuova situazione geografica, l’Europa ha una nuova responsabilità internazionale, in quello che concerne il diritto, la giustizia, la pace, ma questa responsabilità non potrà essere esercitata se la questione della sua identità, con il riconoscimento delle sue radici cristiane, non diverrà dirimente”…”Le religioni presenti storicamente in Europa, in particolare il cristianesimo (…) possono apportare un contributo essenziale, in quanto fattori di integrazione e di fraternità, elementi culturali che superano e trascendono il significato etnico di patria, e quindi contribuiscono ad una nuova stagione dell’europeismo e alla vocazione universale dell’Europa”… “La nuova Europa porta in sè i valori che hanno fecondato per due millenni l’essenza del pensiero e del modo di vivere, di cui il mondo intero è stato beneficiario. Il cristianesimo occupa un posto privilegiato fra questi valori”: questo ha dichiarato Prodi.

Il libro bianco della Commissione sui principi del governo, che il cantore dell’ultraliberismo ha presentato nel 2001, è uno strumento ideologico per una politica dello Stato minimo, uno Stato dove l’amministrazione pubblica ha per missione non più quella di servire l’insieme della società, ma di fornire beni e servizi ad interessi settoriali e a clienti-consumatori, con il rischio di aggravare le ineguaglianze fra i cittadini e le regioni Europee.

La sinistra antiliberista italiana ha dimenticato che il signor Romano Prodi :

– è appartenuto a quella rete stay-behind, una rete che sta nel retroscena, messa in piedi dagli americani dopo la seconda guerra mondiale per combattere l’influenza comunista.

– è stato membro del comitato di direzione del Gruppo Bilderberg, l’architetto della mondializzazione liberale: “Qualcosa deve rimpiazzare i governi e il potere privato mi sembra l’entità adeguata per farlo”, ha dichiarato David Rockefeller, fondatore del Bilderberg

– era d’accordo per consegnare alla CIA informazioni confidenziali su cittadini europei che si recavano negli Stati Uniti,

– si è felicitato per il colpo di stato militare del 2002 contro il Presidente Hugo Chavez, un presidente eletto democraticamente e il cui governo ha lanciato tutta una serie di riforme sociali in modo che il Venezuela possa divenire un paese più giusto e meno denso di ineguaglianze,

– ha condannato il 59% dei cittadini europei che hanno posto Israele alla testa dei paesi che minacciano la pace. Per Prodi i sondaggi “mostrano l’esistenza continua di un pregiudizio che deve essere condannato” e “nella misura in cui questo potrebbe indicare un pregiudizio più profondo e più generale nei riguardi del mondo ebraico, il nostro disgusto è ancora più radicale”,

– non ha mai mancato un’occasione per promuovere la lingua inglese e di imporla come lingua unica dei negoziati per l’allargamento europeo. E la lista sarebbe lunga…

Cosa pensano i cittadini della sinistra antiliberista italiana, membri o no di un partito, di un sindacato, o di un’associazione, e che come noi si battano, senza molto contare, per mettere in scacco i principi neoliberisti che Romano Prodi e i suoi accoliti ci predicano come ineluttabili? Si sentono, o no, traditi?

Leila
Fonte: http://www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2006-04-06%2011:02:44&log=invites
Visto su: http://it.altermedia.info/
12.04.06

Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova

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Il coraggio della Lega della Terra

Segnalazione di Luca Castellini

Sarà perché rappresentiamo la novità associativa italiana del momento, sarà per la sensibilità verso il mondo agricolo nazionale sta di fatto che le nostre mail e i nostri telefoni sono stati letteralmente presi d’assalto da persone che vogliono conoscere i principi e tutte le attività che svolgiamo.

La LEGA DELLA TERRA è, unica del suo genere, una giovane, per non dire
giovanissima, Associazione italiana apartitica senza fini di lucro impegnata nel rilancio e nella valorizzazione dell’agricoltura italiana.
La nostra molteplice attività la possiamo così riassumere:

1. Costituzione di una Associazione di Consumatori nella città di Roma onde poter favorire un rapporto commerciale interessante tra gli agricoltori locali, le piccole-medie industrie alimentari e il consumatore finale in difficoltà economica. Per la prima volta viene creata una interazione tra l’agricoltore che ha la necessità di vendere il suo prodotto ed essere adeguatamente remunerato, tra la piccola-media industria alimentare a cui si assicura lavoro evitando l’inevitabile chiusura e tra il consumatore finale che, trovandosi in difficoltà economica, può acquistare prodotti alimentari di alta qualità a km zero non deperibili a prezzi vantaggiosi e con semplice modalità;

2.Realizzazione del primo Piano Agricolo Nazionale da oltre novantanni ad oggi per proporre idee e proposte concrete per un forte rilancio del comparto agricolo (banche, giovani, imprenditoria femminile, consorzi
agrari, ecc…);

3.Promozione, condivisione e sottoscrizione del Piano Agricolo Nazionale da parte di politici locali impegnati nelle varie tornate
amministrative;

4.Promozione via web di messaggi positivi atti a favorire un cambiamento delle errate abitudini alimentari dei consumatori;

5.Promozione via web di determinati messaggi onde modificare la spesa alimentare dei consumatori italiani a sostegno del consumo di prodotti locali e quindi dell’economia locale;

6.Promozioni delle iniziative “Aperitivi Km Zero” e “Cene a Km Zero” rivolte ai giovani italiani;

7.Partecipazioni a incontri e a convegni, di forze politiche e non, per la diffusione del Piano Agricolo Nazionale;

8.Realizzazione di banchetti informativi in fiere agroalimentari locali;

9.Promozione dell’iniziativa “Costruiamo insieme il Piano Agricolo della nostra Italia”. Per la prima volta nella storia repubblicana è
stato chiesto a tutto il mondo agricolo di suggerire idee concrete per definire un Piano Agricolo Nazionale in modo che le forze politiche disposte a sottoscriverlo possano introdurlo nel loro programma elettorale.

L’Associazione Lega della Terra è in continua crescita a livello locale e nazionale sia in termini di contatti sia in termini di collaborazioni:
1 sito nazionale, 50.000 persone raggiunte settimanalmente su facebook,
11 pagine facebook, 2 twitter, continue pubblicazioni di locandine e
vignette oltre ad articoli settimanali.

Tra noi amici / collaboratori vige un motto semplice ma che riassume tutta la nostra filosofia: “chi crede nell’agricoltura crede nella nostra Italia”.

Continuate a seguirci in tutta la nostra attività perché noi non vendiamo chiacchiere, non parliamo di sogni ma di realtà e di idee
concrete.

Dr. Nicola Gozzoli
Vice Presidente Lega della Terra

Seguiteci sulle nostre pagine ufficiali FB.

Lega della Terra
http://www.facebook.com/pages/Lega-della-Terra/149851391838294#

Cordiali saluti!
Lega della Terra
Ufficio Stampa e Comunicazione
Dario Calligaro


Lega della Terra
Sede Legale: Via Cappuccini, 15
88900 Crotone (KR)
C.F. 91047050793
PEC: legadellaterra@pec.it
Nr. Fax: +39 0962 1800019

Il coraggio della Lega della Terra

Segnalazione di Luca Castellini

Sarà perché rappresentiamo la novità associativa italiana del momento, sarà per la sensibilità verso il mondo agricolo nazionale sta di fatto che le nostre mail e i nostri telefoni sono stati letteralmente presi d’assalto da persone che vogliono conoscere i principi e tutte le attività che svolgiamo.

La LEGA DELLA TERRA è, unica del suo genere, una giovane, per non dire
giovanissima, Associazione italiana apartitica senza fini di lucro impegnata nel rilancio e nella valorizzazione dell’agricoltura italiana.
La nostra molteplice attività la possiamo così riassumere:

1. Costituzione di una Associazione di Consumatori nella città di Roma onde poter favorire un rapporto commerciale interessante tra gli agricoltori locali, le piccole-medie industrie alimentari e il consumatore finale in difficoltà economica. Per la prima volta viene creata una interazione tra l’agricoltore che ha la necessità di vendere il suo prodotto ed essere adeguatamente remunerato, tra la piccola-media industria alimentare a cui si assicura lavoro evitando l’inevitabile chiusura e tra il consumatore finale che, trovandosi in difficoltà economica, può acquistare prodotti alimentari di alta qualità a km zero non deperibili a prezzi vantaggiosi e con semplice modalità;

2.Realizzazione del primo Piano Agricolo Nazionale da oltre novantanni ad oggi per proporre idee e proposte concrete per un forte rilancio del comparto agricolo (banche, giovani, imprenditoria femminile, consorzi
agrari, ecc…);

3.Promozione, condivisione e sottoscrizione del Piano Agricolo Nazionale da parte di politici locali impegnati nelle varie tornate
amministrative;

4.Promozione via web di messaggi positivi atti a favorire un cambiamento delle errate abitudini alimentari dei consumatori;

5.Promozione via web di determinati messaggi onde modificare la spesa alimentare dei consumatori italiani a sostegno del consumo di prodotti locali e quindi dell’economia locale;

6.Promozioni delle iniziative “Aperitivi Km Zero” e “Cene a Km Zero” rivolte ai giovani italiani;

7.Partecipazioni a incontri e a convegni, di forze politiche e non, per la diffusione del Piano Agricolo Nazionale;

8.Realizzazione di banchetti informativi in fiere agroalimentari locali;

9.Promozione dell’iniziativa “Costruiamo insieme il Piano Agricolo della nostra Italia”. Per la prima volta nella storia repubblicana è
stato chiesto a tutto il mondo agricolo di suggerire idee concrete per definire un Piano Agricolo Nazionale in modo che le forze politiche disposte a sottoscriverlo possano introdurlo nel loro programma elettorale.

L’Associazione Lega della Terra è in continua crescita a livello locale e nazionale sia in termini di contatti sia in termini di collaborazioni:
1 sito nazionale, 50.000 persone raggiunte settimanalmente su facebook,
11 pagine facebook, 2 twitter, continue pubblicazioni di locandine e
vignette oltre ad articoli settimanali.

Tra noi amici / collaboratori vige un motto semplice ma che riassume tutta la nostra filosofia: “chi crede nell’agricoltura crede nella nostra Italia”.

Continuate a seguirci in tutta la nostra attività perché noi non vendiamo chiacchiere, non parliamo di sogni ma di realtà e di idee
concrete.

Dr. Nicola Gozzoli
Vice Presidente Lega della Terra

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Lega della Terra
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Esclusivo. L’ex commissario UE Bolkestein: “L’euro ha fallito. I Paesi del Nord battano moneta complementare”.

In una lettera a De Volkskrant, ( http://www.volkskrant.nl/vk/nl/3184/opinie/article/detail/3520193/2013/10/02/De-euro-is-een-slaappil-gebleken-die-de-tekortlanden-heeft-laten-dromen.dhtm ) l’ex Commissario olandese dell’Unione Europea, Frits Bolkestein, ha dichiarato in modo perentorio che:

“l’unione monetaria ha fallito“. Per questo motivo, secondo Bolkestein, i paesi della zona euro che hanno ancora conservato la tripla A sul mercato dei debiti sovrani dovrebbero introdurre una moneta propria parallela all’euro.

L’ unione monetaria avrebbe dovuto promuovere l’amicizia tra i popoli. Invece , la cancelliera Merkel s’e’ comportata come Hitler coi paesi in deficit. Olanda sta nuotando in una trappola e non trova la via del ritorno

Scenarieconomici.it ha tradotto l’intervento.

Frederik “Frits” Bolkestein ( http://it.wikipedia.org/wiki/Frits_Bolkestein ) e’ un economista e politico Olandese, aderente al partito liberale Olandese, nonche’ ministro, ed infine ex-Commissario Europeo per il Mercato Interno, la Tassazione e l’Unione Doganale nella Commissione Prodi. E’ quindi una persona che ha vissuto in pieno la nascita dell’Euro, perfettamente all’interno della cerchia di establishment che ne ha deciso l’adozione.

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FRANCIA E GERMANIA: DIVERGENZE INSANABILI

Unione europea e monetaria (UEM ) è stata creato per l’intercessione di Germania e Francia. Ma questi due paesi hanno cercato obiettivi che entrambi non hanno colto, scrive Frits Bolkestein .

Il Cancelliere Helmut Kohl voleva un’unione politica europea ed era disposto a rinunciare al Marco; alla fine l’Unione Politica non e’ stata creata e non verra’. L’obiettivo francese era – e rimarrà sempre – l’influenza politica sulla Banca centrale europea . Questo era inaccettabile per la Germania e l’Olanda. Entrambi i protagonisti non hanno ottenuto cio’ che cercavano.

Francia e Germania hanno opinioni diverse su cio’ che l’Unione monetaria dovrebbero essere.

I francesi vogliono che le importanti decisioni economiche vengano fatte con interventismo centrale e con la conseguenza pratica che vi siano politiche redistributive.

La Germania – sostenuta da Paesi Bassi – crede che le decisioni economiche fondamentali si trovano nel trattato stesso: una BCE indipendente con la priorità della stabilità dei prezzi, bilanci in pareggio e no bail -out, punizioni per i paesi in deficit.

In breve : il Nord Europa vuole solidità , l’Europa mediterranea vuole solidarietà, cioè il denaro.

IL DIFETTO DI NASCITA DELL’UNIONE EUROPEA

Così l’ unione monetaria soffre del difetto di nascita che l’euro e’ la medesima valuta per due gruppi di paesi con differenti culture economiche. Il dibattito finale sulla UEM in Parlamento ha avuto luogo il 15 aprile 1998. Venne posto il problema del Debito enorme dell’Italia. Io ero contro l’adesione di Italia . Tra l’altro tale adesione ha avuto l’effetto disastroso di portare alla successiva adesione della Grecia.

Ho deciso il mio contributo a quel dibattito, sottolineando i rischi dell’Unione Monetaria: in Primo luogo abbiamo iniziato con un grande gruppo eterogeneo di paesi, in secondo luogo, sarebbe stato difficile mantenere il patto di stabilità, in terzo luogo, avevo paura che l’unione monetaria avrebbe comportato trasferimenti di reddito all’interno dell’Unione. Questo è esattamente quello che è successo . Il governo olandese, al pari degli altri si schierarono per l’Unione Monetaria in modo frivolo e superficiale. Il Senato ha approvato il trattato di Maastricht.

PATTO DI STABILITA’: UNA “PROMESSA” DISTRUTTA PROPRIO DA FRANCIA E GERMANIA

Il Patto di stabilità si basava su una Promessa, una dichiarazione solenne da parte degli Stati contraenti da rispettare rigorosamente. Contro i criteri di tale patto, tuttavia, la Francia e la Germania hanno deciso nel 2003 di non farlo.

Ora, se una dichiarazione solenne dopo pochi anni finisce nella spazzatura, conseguentemente, successivamente l’accordo europeo ha perso qualsiasi affidamento. Ciò è particolarmente vero per il Patto di stabilità, che a tutti gli effetti era stato violato. La promessa e’ divenuta inutile.

Herman Van Rompuy , presidente del Consiglio europeo , ha tracciato un percorso per una federazione fiscale all’interno della zona euro all’inizio di dicembre 2012. Questo percorso si compone di tre fasi: Unione Bancaria, contratti fiscali e quindi una vera unione fiscale con le proprie tasse. La domanda da porsi e’ quale possa esse il controllo democratico nelle riforme in materia di governance economica in Europa per combattere la crisi economica?

DEBITI: L’IPOTESI DEGLI EUROBOND

Preoccupante e’ l’ipotesi elaborata dal Consiglio Europeo sulle Politiche di Bilancio. I bilanci degli Stati membri dovrebbero essere determinati dalla Commissione Europea, e quindi anche le politiche, gli orientamenti, le priorita’ di bilancio. Il Consiglio di Stato ha affermato che la possibilità di modifica o di rigetto di tali politiche per gli Stati membri sara’ decisamente limitata.

Alla fine del processo si arriverebbe all’ unione fiscale europea, con le proprie tasse, e con gli Eurobond. Tutti i membri della unione monetaria vedrebbero finire i loro debiti in un “grumo” e quella montagna di debito sara’ finanziata attraverso un interesse europeo. L’Olanda pagherebbe più interessi sul proprio debito pubblico di oggi, mentre quei paesi in deficit non hanno alcun incentivo a ristrutturare. Fortunatamente, i governi olandese e tedesco hanno chiaramente respinto questo sfortunato piano.

L’UNIONE EUROPEA IN TRANSIZIONE PERMANENTE

L’ unione monetaria ha fallito. L’ euro è stato un sonnifero per i paesi in deficit , che hanno coltivato sogni di un dolce far niente invece di preoccuparsi per la propria competitività . Il risultato è un’unione in cui e’ permanente la transizione.

LA CANCELLIERA MERKEL COME HITLER

L’ unione monetaria avrebbe dovuto promuovere l’amicizia tra i popoli. Invece , la cancelliera Merkel s’e’ comportata come Hitler coi paesi in deficit. Olanda sta nuotando in una trappola e non trova la via del ritorno .

LA SOLUZIONE: FAR USCIRE E POI RIENTRARE NELL’EURO I PAESI POCO COMPETITIVI DOPO UNA SVALUTAZIONE oppure INTRODURRE MONETE PARALLELE COMPLEMENTARI NEI PAESI FORTI

Cosa fare? L’economista tedesco Hans-Werner Sinn ha proposto che i paesi con insufficiente competitività escano e poi rientrino nell’Euro dopo una svalutazione e riforme strutturali (Financial Times, 23 luglio, 2013). Certo sarebbe meraviglioso, ma complesso.

Io stesso ho proposto di preservare l’euro, ma anche per introdurre nei paesi a tripla A. Monete Complementari. Certo sarà difficile, ma continuare sulla strada attuale non porta ad una soluzione sostenibile.

GPG Imperatrice
Fonte: wwwscenarieconomici.it
4.10.2013

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