L’ombra lunga di Sigonella

È di questi giorni la notizia dell’incremento delle attività militari Usa nella base di Sigonella, designata come avamposto della guerra contro il terrorismo e da cui sarebbe partito il raid che ha portato alla cattura di Al Libi. E proprio questa notte è ricorso l’anniversario di quella che è passata alla storia come la “crisi di Sigonella”, il caso diplomatico che nell’ottobre 1985 coinvolse Italia, Usa, Israele, Egitto, Tunisia e OLP. Tutto era in realtà cominciato lunedì 7 ottobre, quando un commando di quattro attivisti palestinesi, dichiaratisi esponenti dell’OLP, presero in ostaggio la nave italiana Achille Lauro che si trovava in acque egiziane. In meno di un giorno il presidente del Consiglio Bettino Craxi, dopo aver dato via all’operazione Margherita che vide la mobilitazione di elicotteri, paracadutisti e incursori, riuscì a mettere in piedi una trattativa con i membri del commando che coinvolse il governo Egiziano e il leader OLP Yassir Arafat. Si raggiunse un accordo, grazie anche al mediatore Abu Abbas incaricato direttamente da Arafat, secondo cui gli attivisti palestinesi si sarebbero dovuti arrendere al governo egiziano con la promessa di una via di fuga diplomatica, attraverso un Boeing 737 e gestita direttamente dal Governo italiano, verso la Tunisia. Ma la gestione da protagonista della politica mediterranea da parte dell’Italia, l’accordo immediato con le nazioni arabe, il contatto diretto con l’OLP non piacquero ai due grandi supervisori della scena globale che erano stati tagliati fuori: Usa e Israele. Il presidente statunitense Reagan minacciò dapprima l’intervento armato contro la nave per poi tentare di intercettare il Boeing con a bordo i dirottatori servendosi di quattro F-14 Tomcat e delle informazioni di coordinamento dei servizi israeliani. L’intercettazione aerea avvenne la sera del 10 ottobre, senza avvertire il governo italiano che aveva gestito l’intera faccenda. Fu quindi scelto di far atterrare l’aereo dirottato nella base di Sigonella. L’incarico di avvertire Craxi della scelta già avvenuta fu dato al consulente Cia Michael Ledeen. L’atterraggio avvenne poco dopo la mezzanotte. Ma ancora una volta il governo italiano decise di rendersi protagonista: sulla pista giunsero carabinieri e militari dell’Aeronautica Militare che circondarono l’aereo. A loro volta i militari italiani furono circondati da militari del Navy Seal guidati dal generale Stiner, atterrati a luci spente e senza l’autorizzazione da parte della torre di controllo. Ma altri carabinieri accorsero circondando a loro volta gli americani che furono costretti a cedere, come anche il governo americano che fu costretto a cedere di fronte alla ferma posizione del governo italiano che prese in consegna i quattro dirottatori. I membri dell’intelligence egiziana insieme al mediatore palestinese Abu Abbas, che fu trattato come ospite da entrambi i governi italiano ed egiziano, furono fatti risalire sul Boeing.

Dopo questo casus diplomatico che fece riemergere l’Italia come protagonista del Mediterraneo insieme ai paesi arabi “non allineati” e che fu un duro scacco per gli Usa, i destini dei protagonisti vissero un curioso intreccio che continua tutt’ora. Bettino Craxi, protagonista assoluto della vicenda, finì nell’occhio del ciclone di tangentopoli finendo per essere di fatto l’unico capro espiatorio. Suo più grande accusatore fu Antonio Di Pietro, che proprio in quegli anni aveva avuto e avrebbe continuato ad avere contatti con quel Michael Ledeen che nel frattempo era stato espulso dall’Italia – dietro pressioni dello stesso Craxi – e indagato per i depistaggi nella strage di Bologna. Tangentopoli avrebbe poi dovuto fare da apripista alla politica di smantellamento dell’Italia tramite la privatizzazione dei principali asset strategici e la loro svendita gestita dai maggiori consulenti Goldman Sachs in Italia. Politica che saltò con la scesa in campo di Berlusconi ma che è improvvisamente tornata in auge in questi ultimi due anni, grazie ai governi Monti, ex consulente Goldman Sachs, e al governo Letta, ex consulente Goldman Sachs. Questi ultimi due anni hanno poi visto il ritiro dell’Italia dalla politica del Mediterraneo con conseguente perdita da parte dell’Eni di tutti gli accordi e piani energetici fatti con i paesi arabi vicini. Nonché l’attacco a tutti i paesi arabi “non allineati” come Libia, Tunisia, Egitto e Siria da parte degli Usa, servitisi fra tutte proprio della base di Sigonella. Si potrebbe concludere col notare che il presidente della Camera ai tempi di tangentopoli fu Giorgio Napolitano, allora tra i principali fautori della lotta contro Craxi e ora presidente della Repubblica e sponsor principale dei governi Goldman Sachs, quel Napolitano che fu il primo dirigente del PCI a fare visita negli Usa, il “comunista preferito da Kissinger” e ammiratore dell’Aspen Institute, istituto di geopolitica con sede a Washington e di cui fanno parte proprio Monti e Letta. Ma questo, per chi ci crede, può essere un caso. Proprio come gli altri.

Carlomanno Adinolfi
Fonte: www.noreporter.org
11.10.2013

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Il Signore dell’Anello

Che cos’è l’ANELLO? Sono in pochi a saperlo. La maggior parte delle persone, una volta stimolate, devono fare un giro sul web per trovare qualche piccolo articoletto, i media ne hanno parlato poco e non ne parlano più.
Servizi segreti ufficiali e servizi segreti non ufficiali? l’ANELLO appartiene alla seconda categoria e va associato alla MASSONERIA. Per meglio comprendere è necessario riassumere alcuni fatti, come quelli che rientrano nella strategia del terrore o STRATEGIA DELLA TENSIONE (un metodo tutto massonico). POBLEMA e SOLUZIONE. In questa STRATEGIA, rientra il GOLPE BORGHESE.
Valerio Borghese era un generale di alto livello, esperto di guerriglia. Dopo un anno dalla strage di PIAZZA FONTANA, la notte dell’8 dicembre, migliaia di uomini si mossero (agli ordini del generale) alla conquista dei centri decisionali di Roma. Se fossi davanti ad una platea, direi: “Chi sa di questo COLPO DI STATO, alzi la mano?
L’allora senatore Pino Romualdi (msi), aveva confidato a Marco Pannella: “Borghese mi ha chiesto di aderire (al golpe), io gli domandai se c’era qualcuno sopra di lui, non rispose…” Di chi fu la brillante idea del GOLPE italiano? Fu dell’allora presidente (americano) Nixon. Si disse che fu l’ambasciatore americano Graham Martin, su pressione di Nixon a promuovere la loggia massonica P2, su immagine della (defunta) loggia americana PKK (ora Società del Teschio e delle Ossa).
Esiste un parallelo tra il GOLPE BORGHESE e la strage delle TORRI GEMELLE? Entrambi i fatti rientrano in quella che i giornalisti italiani, in un momento di confusione dei vertici, hanno chiamato LA STRATEGIA DELLA TENSIONE.
Numerose sono le vicende legate al difficile periodo, che va dal dopo sessantotto fino alla prima metà degli anni ottanta. Alcuni fatti cruenti, come la strage di Piazza Fontana, necessitavano di una spiegazione, bisognava trovare un capo espiatorio e si cercò di dare la colpa ai comunisti, i quali (si diceva) destavano preoccupazione agli americani, che pensavano di intervenire in caso la situazione fosse degenerata. Così nacquero gruppi di intervento super segreti. Uno di questi si chiamava GLADIO. Si disse che quest’ultimo fosse pronto ad intervenire nel caso che i comunisti avessero preso il potere e questa è ancora la versione ufficiale.
La STRATEGIA DELLA TENSIONE si basa su una logica molto semplice. Creare una situazione di panico, di terrore, di paura sociale e civile che può indurre la popolazione a sostenere e ad appoggiare il governo e le sue istituzioni. Questo è quello che è successo con le stragi fasciste e delle BRIGATE ROSSE negli anni ’70. Dopo l’assassinio di Moro la gente aveva paura, così (con i loro voti) chiesero aiuto al governo democristiano, si fecero i famosi governi di unità nazionale (il primo presieduto da Andreotti): con un unico obbiettivo, risolvere il contingente problema del terrorismo. La STRATEGIA DELLA TENSIONE se bene orchestrata alla fine porta a sostenere un governo nazionale in crisi. Le istituzioni italiane, con l’aiuto americano hanno creato delle occasioni, con lo scopo di detenere il potere. Una di queste occasioni, fu il rapimento di Aldo Moro. Negli anni 60, Aldo Moro stava lavorando alla creazione di un partito alternativo alla Democrazia Cristiana. Un partito che guardava con meno sospetti e con più collaborazione i comunisti. Alla Democrazia Cristiana non piaceva l’inciucio con le Forze di Sinistra voluto da A. Moro, così nacque GLADIO e ai comunisti non piaceva l’inciucio di Berlinguer con la Democrazia Cristiana. Così nacquero le BRIGATE ROSSE. I due gruppi avevano un obiettivo comune, far fuori Aldo Moro, l’uomo del possibile dialogo e del rinnovamento. Ma questa non è tutta la verità. C’è di mezzo la MAFIA e la MASSONERIA. La STRATEGIA DELLA TENSIONE è ben esposta nei PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION, documento scomodo, che tutti cercano di minimizzare.

Mafia e Massoneria

Che centrava la MAFIA, con un colpo di stato? Nel 1984, BUSCETTA, (lui stesso coinvolto nel GOLPE) raccontò a FALCONE, che il progetto, appoggiato dagli americani, coinvolgeva molti boss di COSA NOSTRA.
Intorno alla mezzanotte, il capo dei servizi segreti (Miceli), fu ufficialmente informato (da Federico Gasca Qeirazza, allora vice-capo dei servizi) che gli insorti avevano occupato il Viminale. “Non prendere alcuna iniziativa, penserò io a informare chi di dovere” Rispose Miceli. In realtà fece passare più di due ore prima di telefonare al Ministro dell’Interno. Così i golpisti ebbero il tempo di defluire. Il GOLPE BORGHESE fallì, si disse per la presenza di cacciatorpediniere nel mediterraneo. Fallito il GOLPE, qualunque capo di servizi segreti sarebbe stato rimosso, ma Miceli rimase al suo posto. Nel marzo 1971, Miceli fu interrogato dalla magistratura. Ci pensò il procuratore, Carmelo Spagnuolo (massone di vecchia data 1947) a tirarlo fuori dai guai. dietro tacito accordo di lasciare fuori la MASSONERIA che invece aveva coinvolto numerosi esponenti. “Fu un gesto sconsiderato“, si disse “compiuto da un pugno di nostalgici…
Fu lo stesso Gran Maestro della loggia P2 (Licio Gelli) ad ammettere, di aver iniziato 400 alti ufficiali, dicendo che era meglio un governo di colonnelli piuttosto che un governo di comunisti.
Alla loggia avevano aderito 3 ministri della repubblica, il capo di stato maggiore della difesa, tutti i capi dei servizi segreti, 31 generali delle 3 armi, magistrati, prefetti, diplomatici, alti funzionari, parlamentari, banchieri, professori universitari e giornalisti (compreso l’allora direttore del Corriere della Sera), ma anche attori, cantanti e uomini di spettacolo. La loggia P2 divenne inevitabilmente un centro di potere privilegiato per ogni strategia politico-militare e finanziaria.
Sul primo numero di Osservatorio Politico del 1979, compare un articolo, firmato da Mino Pecorelli, poi assassinato dalla MAFIA, di quel delitto, G. Andreotti fu accusato di esserne il mandante.


Dal primo numero dell’Osservatorio Politico del 1979
Secondo i nostri esperti in Italia il novanta per cento dell’alta dirigenza dello Stato, i vertici industriali e bancari, la magistratura appartengono alla massoneria e il pontefice massimo, il genio criminale che tutto muove è Gelli.

A proposito di Gelli, non la pensava cosi l’ex presidente Cossiga, che aveva detto di aver appreso della loggia massonica P2, solo nel 1976, preciserà alla seconda Corte d’Assise a Roma (1993): “La P2 e’ d’importazione americana (su immagine della PKK, oggi vedere Società del Teschio e delle Ossa). Non c’e’ dubbio che Gelli non fosse il vero capo della loggia. Vi pare che generali arrivati ai massimi vertici, potessero rispondere a uno come lui?” (Fonte l’Espresso). Ma Cossiga il nome, di chi stava al vertice, non lo ha mai fatto.
C’e’ chi ha pensato (come cima della piramide) alla super loggia di Montecarlo, ma con tutta probabilità il suo livello era solo quello di una sotto-sezione, anche se tale loggia era molto potente.


Intervista di Ennio Remondino a Richard Brenneke, ex collaboratore della CIA (Fonte TG1 luglio 1990)
I soldi della CIA andavano alla loggia P2 per diversi fini, uno dei quali era il terrorismo. Un altro scopo era quello di ottenere il suo aiuto per trafficare droga negli USA e in altri paesi. Ci siamo serviti della P2 per creare situazioni favorevoli all’esplodere del terrorismo in Italia e in altri paesi europei negli anni Settanta.

Quelle che sembrano affermazioni incontrollate, divengono credibili, se si esaminano le liste degli appartenenti alla loggia P2, in effetti vi erano generali che dirigevano il SUPERSID, che era il centro direzionale dei nuclei che agivano dietro le linee.

Metamoforsi delle società segrete

Le vicende che hanno investito l’ambito politico, sono un preludio per inquietanti scenari che sfociano nel satanismo. Quando una Società Segreta non è più utile, viene sostituita. Si può vederne un esempio nella storia di GLADIO. Quando non servì più, quest’ultima fu rivelata. Fu lo stesso Giulio Andreotti, a darla in pasto ai media, dopo che l’ANELLO ne aveva preso il posto. Le Società Segrete che detengono la conoscenza, sono soggette a metamorfosi. Quando una Società è logora, la si lascia morire, il posto della prima viene preso da una nuova, che erediterà la conoscenza della prima e continuerà nei suoi intenti. Questo è il passaggio che avviene anche tra le religioni che detengono il sapere, Gnostici, Pauliciani, Bogomili, Templari, ecc.. sino alle moderne Società Segrete. Bisogna distinguere le religioni che detengono il sapere dalle “religioni prigione”. Queste ultime sono messe in atto per il “controllo mentale” di massa, vedi: PROTOCOLLI DEI SAVI ANZIANI DI SION. Quando la verità detenuta, corre il pericolo di essere divulgata, si cerca rimedio. Le Società cambiano, i traditori muoiono e non sempre per cause naturali. Quello detenuto dalle attuali Società Segrete è il SAPERE DEL SERPENTE. L’antico Sapere dei Naga (Sanscrito), di Nahash (Ebraico – il serpente biblico), degli Anunnaki (Cuneiforme), ecc..
Tuttavia sia GLADIO che l’ANELLO non devono esser considerate Società Segrete, ma l’esercito segreto della, MASSONERIA.

L’esercito segreto

Da una dichiarazione di Francesco Cossiga, apprendiamo che egli stesso, nel 1948, faceva parte di “una formazione armata, come ce n’erano tante in Italia: una formazione di giovani democristiani armati dai carabinieri“.
Una testimonianza viene anche dalla destra estrema: “nella sede centrale del MSI, campeggiava una mitragliatrice Breda 37, dotata di adeguato munizionamento e servita da tre reduci della Repubblica Sociale. L’arma era stata fornita dall’esercito italiano sulla base dei piani di difesa e di offesa previsti per il giorno delle elezioni. Un’altra dello stesso tipo figurava anche nella sede della DC a piazza del Gesù. Qui di esperti non ce n’erano però e allora De Gasperi chiese personalmente ad Almirante di prestargli tre esperti, capaci di sparare e determinati a farlo, uno di questi era Giuseppe Pugliese” (militante di gruppi armati di destra, condannato per concorso nell’omicidio del giudice Vittorio Occorso).
Testimonianza di Scelba, ministro degli interni: “già nei primi mesi del 1948 era stata messa a punto un’infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale
Il riferimento era ad un apparato interno, posto sotto la responsabilità personale di Scelba medesimo, che si sarebbe eventualmente servito di navi italiane e alleate presenti nel Mediterraneo, al fine di attivare un sistema di comunicazione alternativo qualora i promotori di un eventuale colpo di stato si fossero impadroniti delle centrali telefoniche e delle stazioni radio o le avessero rese inutilizzabili.
Dunque un apparato appoggiato logisticamente a mezzi navali americani e di altri paesi occidentali, che potrebbe far pensare a un embrione della struttura “Stay behind” che solo molti anni dopo venne indicata come GLADIO.
Sulla sudditanza italiana nei confronti degli Stati Uniti. Ragazzi non dobbiamo meravigliarci. Dopotutto l’Italia veniva da una condizione nella quale aveva dichiarato guerra agli U.S.A. (seconda guerra mondiale) con il fascismo, siamo stati culo e camicia (perdonatemi la scurrilità del termine) con i nazisti, abbiamo approvato le leggi razziali e deportato ebrei e messo al confino gli oppositori politici, dichiarato guerra all’Inghilterra, alla Grecia, alla Jugoslavia, all’Unione Sovietica e siamo stati battuti vergognosamente su tutti i fronti, persino quello assai scadente sul piano militare della Grecia. Che cosa si pensava? Che gli Americani venissero in Italia a giocare? Che si facessero ammazzare così per niente? E’ evidente che venivano a imporre il loro sistema di vita e di commercio come poi è stato.

GLADIO è divenuta di dominio pubblico dopo che si è creato l’ANELLO. E’ esistita anche un’organizzazione misteriosa, conosciuta come NOTO SERVIZIO, probabilmente fu il gruppo di congiunzione tra GLADIO e ANELLO.
Nei processi Moro e Andreotti è uscito fuori che:

Dal Libro nero della prima Republica (Fazi Editore)
La strategia degli apparati Stay Behind (GLADIO, NOTO SERVIZIO e ANELLO) consisteva nell’istigazione alla violenza tra opposte fazioni di destra e di sinistra, attraverso azioni provocatorie, rappresaglie e attentati che nell’intento degli ideatori, doveva creare una situazione d’instabilità.

Un unico BURATTINAIO dunque, che dirigeva più BURATTINI.

Dal Libro nero della prima Repubblica
Il Generale Dalla Chiesa, cominciò a sospettare che esistesse una centrale vera e propria che coordinasse le varie azioni terroristiche, pur di diversa tendenza.

I giudici di Brescia, riaprendo le indagini su Piazza della Loggia, scoprirono uno strano episodio. Il brigatista Arialdo Bentrami, si era rivolto al neofascista Ermanno Buzzi, per ottenere una Carta d’Identità falsa.

Dal libro nero della prima Repubblica
Possibile, si erano chiesti i giudici, che tra terroristi rossi e neri, ci fosse una tale mutua assistenza?

Durante quell’indagine, dagli archivi del Ministero degli Interni, a sorpresa, spuntò un documento, che parlava di un ORGANIZZAZIONE SUPER-SEGRETA, di cui nessuno aveva mai sentito parlare, si trattava del NOTO SERVIZIO.
Visto che le Brigate Rosse (come il terrorismo nero) erano sovvenzionate dagli apparati Stay Behind, dobbiamo pensare, che quella di GLADIO, nata come organizzazione contro il comunismo è una balla. Dopo il rapimento Moro, GLADIO aveva ormai perso la sua segretezza, non serviva più allo scopo (tanto c’era il NOTO SERVIZIO), ma bisognava in qualche modo giustificarla. Quella dei comunisti fu un ottima scusa.
Le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro, ma queste eseguivano solo un ordine. Si c’era un mandante. Di questo ne erano sicuri il Generale Dalla Chiesa e il giornalista Mino Pecorelli, entrambi morti assassinati.
Potremmo anche entrare ancor più nei dettagli, ma la morale non cambia. Quando leggiamo gli eventi che hanno fatto la storia d’Italia (dal dopo guerra a oggi), sembra di leggere le teorie (messe in pratica) esposte nei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, che tutti si affannano ad indicare come falsi.
In via Fani, dopo la strage, furono recuperati 92 bossoli, 39 di questi bossoli (quelli calibro 7,65), provenivano da uno stock di munizioni, di cui pochissimi avevano l’accesso. In un appunto della questura di Roma è scritto:

Appunto datato 27 settembre 1978
Dagli esami effettuati dai periti, risulta che le munizioni usate provengono dall’italia settentrionale, le cui chiavi sono in possesso di sole sei persone.

Era un deposito GLADIO. In Via Gradoli (covo delle Brigate Rosse) furono ritrovati proiettili dello stesso tipo di quelli usati, sia in via Fani, che in via Tacito per uccidere Mino Pecorelli. Il delitto Pecorelli, fu attribuito alla mafia e Andreotti fu accusato di esserne il mandante (dunque, Brigate Rosse e mafia avevano accesso alla stessa armeria). Il movente per cui Andreotti fu accusato, ha una risposta nel rapimento Moro. Un memoriale mai ritrovato, se non in forma censurata. Sembra che il memoriale (quello integrale) fosse stato ritrovato (nel carcere di Cuneo) dal Generale Dalla Chiesa, su informazioni ricevute da Pecorelli e che quest’ultimo stesse per pubblicarlo. Non fece in tempo, lo stesso giorno (in cui ricevette il plico) fu ucciso e il memoriale Moro, fu consegnato ad un estraneo e da quel momento non se ne seppe più nulla.
Questa GLADIO, dava aiuto a troppe persone (terrorismo rosso, terrorismo nero, mafia), per essere un’organizzazione nata (solo) per prevenire il comunismo.
Il vero compito di GLADIO e quello di tutti gli altri apparati Stay Behind era di creare destabilizzazione, sovvenzionando il terrorismo di tutti i colori politici e perfino la mafia.

Fonte: http://www.credere.org

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Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

Giulio Andreotti giovane

Ai tempi di Pio XII era definito “il soldato del papa”. Poi l’incontro con De Gasperi che gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. E in pochi anni lo vuole come braccio destro nel governo. La prima base elettorale in Ciociaria, lo scandalo Wilma Montesi usato per tagliar fuori gli avversari. Poi la prima corrente nella Dc: “Primavera”. E l’accordo (pesante) con il fanfaniano Salvo Lima

di Peter Gomez | 6 maggio 2013

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez

Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”.

«Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana.

E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia.

Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.

IL SOLDATO DEL PAPA – L’Andreotti politico muove i primi passi subito dopo il liceo. Appena diciottenne entra a far parte della Fuci, la federazione degli universitari dell’azione cattolica. Qui trova come guida un giovane monsignore: Giovan Battista Montini, poi salito al Soglio pontificio con il nome di Papa Paolo VI. La Fuci, tollerata a fatica dal regime, era allora il centro dell’antifascismo culturale appoggiato dalla chiesa. Nel 1938, durante un convegno tenuto da Giorgio La Pira, Andreotti vede Adriano Ossicini prendere la parola per sostenere che compito del cristiano “é quello di combattere il fascismo con tutte le forze concrete”. Giulio, seduto in prima fila, rimane sbalordito e a fine intervento lo avvicina chiedendo: “Vorrei capire bene che cosa hai detto”.

I due diventano amici. Cominciano a discutere sulla conciliabilità di marxismo e cristianesimo, a scriversi e a giocare a ping-pong: interminabili tornei cui partecipavano oltre a Ossicini, futuro capogruppo degli indipendenti di sinistra, Luciano Barca, futuro responsabile economico del Pci, e Franco Rodano, l’uomo che più di ogni altro spingerà Enrico Berlinguer verso il compromesso storico. Qualche mese dopo l’incontro con Ossicini, Andreotti conosce anche Alcide De Gasperi, perseguitato dai fascisti e ospitato dal Vaticano per evitargli il carcere. Non é un colpo di fulmine, ma poco ci manca. Giulio entra nella biblioteca della Santa Sede alla caccia di volumi che gli dovevano servire per una tesina sulla marina pontificia. Il bibliotecario, un uomo di mezza età dalla faccia ossuta, lo guarda storto e gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. Era De Gasperi.

Sarà lui ad offrire a Andreotti la possibilità di collaborare con il “Popolo”, il giornale clandestino che sarebbe poi diventato l’organo ufficiale della Dc. Così nel 1940 Andreotti si trova catapultato alla testa della Fuci, diventandone però ufficialmente presidente solo nel febbraio del ‘42. Prende il posto di Aldo Moro che, più vecchio di tre anni, deve partire militare. Andreotti invece non va in guerra. Per insufficienza toracica è assegnato ai servizi sedentari e poi riesce a farsi trasferire in Vaticano come “guardia palatina”. In pratica è un soldato di Pio XII.

Con Moro sotto le armi, Andreotti ha il campo libero. Papa Eugenio Pacelli apprezza la sua pacatezza. Giulio può andare da lui senza appuntamento e restare nel suo studio per ore. Pio XII lo utilizza come un occhio sul mondo cattolico e gli chiede notizie sui ragazzacci della sinistra cristiana che intrattenevano segretamente rapporti con i pericolosi comunisti.

Adesso per loro in Vaticano tira una gran brutta aria. Andreotti fin che può cerca di proteggerli, poi li abbandona al loro destino. Ormai ha quasi 25 anni. De Gasperi per coptazione gli affida incarichi sempre più importanti. Prima lo mette al vertice dei “Gruppi di studio e propaganda della Dc”, poi lo fa nominare delegato al congresso nazionale della democrazia cristiana. Accanto a sé adesso Giulio ha un nuovo amico, Franco Evangelisti, destinato a diventare il suo braccio destro.

IL DOMENICANO VENUTO DA WASHINGTON – In Italia tutto sta cambiando. Il fascismo é sconfitto. Gli alleati sono sbarcati nella penisola. Sul finire della guerra l’Oss, l’antenata della Cia, aveva preso a finanziare segretamente, in funzione antifascista e anticomunista, la neonata Dc. Dopo i primi contatti con don Luigi Sturzo, l’ex leader dei popolari, un agente segreto americano aveva aperto un canale anche con De Gasperi. Con i fondi di Washington s’inaugura così a Roma il centro universitario Pro Deo, la cui direzione è affidata a un domenicano. Si chiama padre Felix. A. Morlion. Si devono a lui i rapporti sulla situazione italiana che a partire dal ’44 arrivano a Washington. Morlion é, di fatto, una spia. E come scriverà lui stesso accanto a sé “ad assisterlo nella pubblicità c’é un giovane mandatogli da De Gasperi di nome Giulio Andreotti”. Da quel momento gli americani cominceranno ad inviare fondi allo scudocrociato. Nel corso degli anni, secondo il Congresso Usa, arriveranno in Italia circa 100 milioni di dollari.

Sempre i servizi segreti americani, come é pacificamente documentato dai dispacci dell’Oss, per risolvere la questione del fronte sud e riuscire finalmente a sbarcare in Italia, avevano preso accordi con Cosa Nostra. Nel ‘42 avevano trattano con Lucky Luciano organizzando uno sbarco di agenti prima e di truppe alleate poi nella Sicilia occupata dai nazisti. I primi mafiosi e i primi 007 arriveranno nell’isola nel gennaio e nel febbraio del ‘43. Dopo la liberazione gli amministratori locali legati al vecchio regime saranno sostituiti da uomini d’onore. A guerra finita molti di loro diventeranno democristiani e formeranno la base elettorale dei Dc seguaci di Bernardo Mattarella. La vicenda è fondamentale per comprendere i fenomeni successivi rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima (pupillo proprio di Mattarella).

Nell’aprile del ‘45 gli anglo-americani dilagano nell’Italia settentrionale. E in maggio, con l’aiuto delle brigate partigiane, costringono i tedeschi a capitolare. L’Italia é finalmente libera. Il 2 giugno del 1946 Andreotti viene eletto deputato all’assemblea costituente. Un anno prima si era sposato con Livia Danese, figlia di un funzionario delle ferrovie. I rapporti con De Gasperi, presidente del consiglio dal ‘45 al ‘53, e gli americani sono sempre più intensi. Tanto che quando il 10 giugno del ‘47 De Gasperi, dopo un viaggio negli Usa, pone fine al periodo dei governi di “Unità antifascista”, Giulio Andreotti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il suo grande sponsor, l’uomo che spinge per la nomina è Giovan Battista Montini. Andreotti ha 28 anni. Ricoprirà l’incarico fino al gennaio del 1954.

Per conto di De Gasperi Andreotti svolge missioni delicate. Quando nel ‘48 il governo italiano si trova tra le mani il documento costitutivo del Cominform, l’ufficio d’informazione creato un anno prima dai paesi del blocco sovietico, Andreotti va a Parigi e consegna il carteggio al governo francese perché lo faccia pubblicare. Il rapporto sul Cominform provoca sdegno in Italia e assieme all’emozione causata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia contribuisce alla vittoria della Dc nelle elezioni del successivo 18 aprile.

ARCHIVI E MINI-ASSEGNI – Il giovane Andreotti, insomma, comincia da subito a imparare l’importanza degli archivi, dei servizi segreti e della stampa. De Gasperi gli affida in custodia l’elenco segreto degli intellettuali italiani che erano stati, finanziati dal Miniculpop, il ministero della cultura popolare fascista. Le potenzialità ricattatorie di quei documenti sono evidenti.

Ma non basta. Andreotti, con l’ormai inseparabile Evangelisti, si occupa anche di propaganda elettorale. E’ un mago della politica clientelare a tutti i livelli letta, a suo dire, con l’ottica della carità cristiana. E’ lui per esempio a decidere a chi intestare buona parte delle migliaia di assegni da 2000 lire inviati come sussidio dalla presidenza del Consiglio nei primi anni della Repubblica a famiglie di elettori bisognosi. E sarà lui ad organizzare periodicamente ricevimenti per dipendenti pubblici sulla via della pensione che potranno tornare a casa vantandosi di essere stati “invitati da Andreotti”.

Nasce così in Ciociaria la sua prima base elettorale. A Frosinone, la fabbrica di materassi Permaflex apre una propria succursale. La dirigerà, a partire da metà degli anni ’50 un ex fascista, il futuro capo della P2 Licio Gelli. La Permaflex gode dei finanziamenti della Cassa per il mezzogiorno. Sul finire degli anni ’60, Gelli consegnerà ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58 a Frosinone, Gelli diventerà amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato.

Fedele alla chiesa e agli americani Andreotti negli anni ’50 guarda a destra per allargare l’elettorato. Mentre in parlamento e sui giornali infuria la polemica sulla legge truffa (un premio di maggioranza del 15 per cento dei seggi che doveva essere garantito al partito che superasse il 50 per cento dei consensi), Andreotti tiene un comizio ad Arcinazzo in Ciociaria dove, equipaggiate di cestini merenda forniti dall’organizzazione, accorrono 5000 persone. Tra di loro c’é anche l’ex maresciallo d’Italia, il repubblichino Rodolfo Graziani. Il maresciallo, che proprio ad Arcinazzo qualche mese prima aveva organizzato un campo di simpatizzanti missini (definito “paramilitare” dalla stampa), davanti ad Andreotti, dice “se qualcosa abbiamo ottenuto in questa valle, l’abbiamo avuto da quando De Gasperi é al governo”. I due al termine del discorso si abbracciano. Scoppia lo scandalo.

Giulio é dunque un conservatore. E non solo in politica, dove si colloca decisamente più a destra di De Gasperi. Anche nel mondo della cultura. Nelle sue vesti di sottosegretario presidenza del Consiglio con delega alla Spettacolo e allo Sport, non si limita a ricostruire il cinema italiano, ma tenta anche di condizionarlo. Nel ‘52 manda una lettera a Vittorio De Sica in cui critica il pessimismo di “Umberto D”, la storia di un orfano, e gli chiede di far brillare “un raggio di sole in più”. Secondo i giornali ad Andreotti non piace il neorealismo perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Lui, come spesso é accaduto, negherà di aver pronunciato la frase.

SCANDALI E RICATTI – La sua abilità, i suoi contatti, la sua capacità di raccogliere decine di miglia di preferenze, la sua giovane età, gli attirano addosso odi e malumori. Anche nel suo partito molti lo vorrebbero fare fuori. L’occasione sembra arrivare nel ‘53, quando con De Gasperi malato, nella Dc si scatena la guerra per la successione. In pole position c’é l’ex segretario della Dc Attilio Piccioni, vice-presidente del Consiglio in carica. L’11 aprile del ’53, però, sulla spiaggia di Torvaianica viene trovata morta – senza né calze, né reggicalze – una ragazza poco più che ventenne: Wilma Montesi. Inizialmente si parla di disgrazia. Poi salta fuori una storia oscura, fatta di festini e cocaina, che sembra coinvolgere direttamente un figlio del vice-primo ministro. Emergono una serie di coperture politiche democristiane attivate per soffocare lo scandalo. Piccioni esce di scena distrutto.

Ancor oggi non é chiaro chi abbia manovrato l’intera vicenda. Tutti gli storici sono comunque concordi nell’asserire che l’affaire fu utilizzato da correnti interne alla Dc per evitare che Piccioni succedesse a De Gasperi. Molti puntano il dito su Amintore Fanfani. Andreotti dal canto suo ha dimostrato di sapere benissimo come andarono realmente le cose. E nel marzo del ‘74, quando si vedrà minacciato dal primo scandalo dei petroli, dirà in un’intervista all’amico giornalista Lino Jannuzzi: “Se veramente ci fosse qualcuno che mi vuole tirare dentro […] ha sbagliato i suoi calcoli. Proprio in questo periodo stavo cercando di ricostruire come nacque veramente l’affare Montesi, e chi lo manovrò”. L’abitudine di andare a rivangare il passato e di minacciare, quando attaccato, rivelazioni clamorose sarà una costante della sua vita. All’epoca dello scandalo Montesi risale anche il primo grande mistero della storia della Repubblica.

E’, infatti, il 1954 quando Fanfani diventato presidente del consiglio, nomina Andreotti ministro degli Interni in un governo destinato a durare, proprio a causa della vicenda Montesi, solo 23 giorni. Il 9 febbraio, 24 ore prima, che Fanfani rassegnasse le dimissioni Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, viene ucciso in carcere da un caffè avvelenato. Con sé Pisciotta porta tutti i suoi segreti. Durante un processo aveva ammesso di aver ucciso Giuliano (smentendo così la versione ufficiale che voleva il bandito morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri), e aveva sostenuto di aver contrattato l’uccisione direttamente con il ministro siciliano degli Interni, Mario Scelba. La Dc, infatti, secondo Pisciotta, voleva morto il bandito perché Bernardo Mattarella e i deputati monarchici Alliata e Leone di Marchesano, lo avevano coperto ed erano stati mandanti di una serie di delitti politici da lui commessi.

Dopo la morte di Pisciotta sarà proprio Scelba ad andare al governo tenendo per sé ad interim anche la carica di ministro degli Interni. Il giovane Andreotti invece resta fuori. In giugno parte per gli Stati Uniti e al ritorno fonda una corrente tutta sua. Si chiama “Primavera”. E’ collocata su posizioni di destra, ma ha seguito solo nel Lazio e nel mondo del Vaticano. Gli andreottiani, infatti, saranno, per anni destinati ad essere una forza minoritaria della Dc, finché nel ’69 non viene stretto un accordo con il fanfaniano Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, figlio di un uomo d’onore e citato 149 volte nelle conclusioni della commissione antimafia. Nel 1956 Carlo Alberto Dalla Chiesa, ancora colonnello, aveva parlato per la prima volta di lui in un’intervista a Giorgio Bocca “La mafia non c’è”, aveva detto con amara ironia, “Ci sono solo delle strane combinazioni. Per esempio c’è un tale Salvatore Lima. Lo hanno votato in massa tutti i dipendenti dell’azienda tranviaria diretta da un amico di Vassallo. Non conosce Vassallo? Faceva il carrettiere, poi ha costruito mezza Palermo”.

(1/4 – continua)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/06/andreotti-potere-e-misteri1-sponsor-vaticani-portano-giovane-giulio-in-alto/584922/

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Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”

Quando nel 1972 il “Divo” diventa finalmente presidente del Consiglio, il rapporto con il fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati è già saldissimo. E dopo il crac, il nome del curatore fallimentare freddato da un killer non comparirà mai sui diari del leader Dc, neppure il giorno della sua morte. Ma non è l’unica vicenda oscura del trentennio politico 1950-1980

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: ecco la seconda delle quattro puntate sulla storia e i segreti del Divo raccontati dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.

LOTTA AGLI EVASORI – “E pensare che quando ero all’università l’unico 18 che presi in quel periodo fu proprio in scienza delle finanze”. Nel luglio del ’55 quando Andreotti torna al governo con Antonio Segni presidente del consiglio, cerca di buttarla sul ridere. Segni gli ha affidato il ministero delle Finanze e in Italia se ne sentono quasi subito gli effetti. Andreotti a Milano conosce i grandi imprenditori lombardi. Gli speculatori. I maghi della borsa. Il conte Marinotti, patron della Snia-Viscosa, gli presenta durante una riunione della camera di commercio Michele Sindona, un fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati. Andreotti resta colpito dalla sua “genialità”.

Rientrato a Roma il neo-ministro introduce una postilla all’articolo 17 della legge Tremelloni, voluta dal suo predecessore per tentare di limitare l’enorme evasione fiscale e le speculazioni azionarie troppo spericolate. La legge, tra le polemiche, viene così vanificata. I raiders ringraziano. Poi Andreotti esenta dalle tasse i diplomatici italiani presso la Santa Sede. I beneficiati dalla norma sono solo tre. Due di loro vantano parentele importanti. Sono i nipoti di Papa Leone XIII e di Papa Pio XII, il primo grande protettore di Andreotti.

Ma non è finita. Il ministro non si accorge nemmeno dei debiti miliardari accumulati da Giambattista Giuffré, un ex impiegato di banca di Imola, che raccoglieva risparmi promettendo interessi oscillanti tra il 70 e il 100 per cento. La Guardia di Finanza indaga, è vero. Ma Giuffré, legatissimo alle gerarchie ecclesiastiche, ha qualche santo in paradiso. I rapporti delle Fiamme Gialle, corredati dagli interrogatori in cui il banchiere si difende affermando che gli alti interessi promessi erano frutto di “un miracolo della divina provvidenza”, restano lettera morta. Tutta la faccenda rimane segreta. A portarla in parlamento ci penserà il socialdemocratico Luigi Preti, successore di Andreotti alle Finanze. Giulio è nella bufera. Verrà scagionato da una commissione d’inchiesta.

Il caso Giuffré, che Andreotti, esattamente come farà con lo scandalo Montesi, andrà a rivangare nel 1980 quando si troverà coinvolto nel secondo scandalo petroli, è comunque un’avvisaglia. E’ la bandierina che segna per il Paese l’inizio di una stagione fatta di mazzette, corruzione, e lotte sotterranee di potere. Alla base del malcostume sempre più spesso c’è la pratica della raccomandazione in cui Andreotti è un vero maestro. Quando scoppia lo scandalo delle banane (una truffa che, in barba alle gare d’asta, permetteva di assegnare ad imprese amiche la commercializzazione di questo tipo di frutta), si scopre che l’amministratore delegato dell’azienda monopoli banane è un suo raccomandato.

Andreotti non si scompone. Dalle colonne della sua rivista “Concretezza”,  dopo aver ricordato l’esempio di Enrico Di Nicola che mai ne aveva fatta una, spiega che quello dei deputati come lui è un “nobile interessamento” e una “routine pesante non priva di incomprensioni e amarezze”. “Onore a Di Nicola”, dunque, “ma onore anche a quanti servono il prossimo in un modesto contatto umano […]”.

LA DIFESA DI ANDREOTTI – Non basta. Dopo la commissione d’inchiesta sul caso Giuffré, Andreotti finisce al sotto i riflettori di una seconda commissione. E’ quella per il cosiddetto scandalo di Fiumicino, l’aeroporto di Roma costruito sui terreni acquitrinosi di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, autorevole esponente di una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia vaticana. L’area, acquistata al prezzo di 754.000 lire all’ettaro, non sembrava particolarmente indicata, ma, secondo la stampa dell’epoca, per interessamento di Andreotti, i sondaggi stratigrafici erano stati egualmente eseguiti rapidamente. Nel 1961 tre mesi prima dell’inaugurazione la pista numero uno però sprofonda. Si scopre così che la ditta cui era stata appaltata l’edificazione dell’aerostazione aveva anche costruito la sede della Dc all’Eur. E che, fatto ancor più grave, la direzione dell”Ufficio Progetti” per Fiumicino era stato affidato al colonnello Giuseppe Amici, già condannato per collaborazionismo.

Sospeso dal servizio Amici era diventato un consulente di ditte edili. Aveva, infatti, buone entrature in Vaticano. Era amico del presidente dell’Azione Cattolica, era intimo di monsignor Angelini e soprattutto era organizzatore del centro Pio XII “Per un mondo migliore”. La commissione finirà per criticare Andreotti. Giulio in qualità di ministro della Difesa aveva ordinato accertamenti sul passato del colonnello ex collaborazionista. In senato però aveva riferito “affrettatamente” i risultati delle indagini coprendo le responsabilità di Amici. Alla fine l’aeroporto costò decine di miliardi più del previsto. Indro Montanelli commenta: “Fiumicino è il classico pasticciaccio in cui è sempre destinata a sprofondare un’amministrazione tergiversante e spezzata da interessi di ogni genere, dove i funzionari non sono sicuri che la legge conti più del ministro […]”.

Durante gli anni che Andreotti trascorre alla Difesa, un ministero chiave che lo mette al riparo dagli agguati e gli attentati politici organizzati contro di lui da altre correnti democristiane, accadrà però molto di peggio. Sono gli anni delle schedature di oltre 150.000 italiani da parte del Sifar. E’ il periodo in cui il generale Giovanni De Lorenzo minaccia un golpe e un piano di deportazione degli avversari di sinistra. E’ il periodo in cui Pietro Nenni di fronte al rischio del colpo di stato accetta, a malincuore, di entrare nel secondo governo Moro. I servizi segreti lavorano a pieno ritmo. Persino su Mario Scelba, “reo” di avere un’amante. L’ex potentissimo ministro degli Interni, infatti, per usare le parole del suo biografo, Corrado Pizzinelli, “è fuori dubbio che tra il ‘63 e il ’65 fosse minacciato da un ricatto”.

Pizzinelli racconta: “Una mattina qualcuno ha telefonato a casa di Scelba chiedendogli se poteva ricevere al più presto due ufficiali dell’Arma. I due […] riferiscono di aver ricevuto l’ordine di condurre indagini su di lui… Nel pomeriggio Scelba, in Transatlantico, vede Andreotti e, davanti a testimoni, gli chiede se è vero che sta facendo un’inchiesta su di lui. Il ministro della Difesa nega[…] Scelba se ne va credendo più ai colonnelli che a lui”. Fatto sta che Scelba, il quale aveva deciso di schierare i suoi centristi contro il governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro, cambia improvvisamente idea. Prima, il 13 settembre, annuncia in parlamento che lui e i suoi non daranno a Moro la fiducia.  Poi, il giorno dopo, legge un duro attacco dell’Osservatore Romano. E si riunisce con la sua corrente. Si sente Scelba gridare: “Il signor Papa, il signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”. Tutti urlano. Protestano. Ma alla fine decidono di obbedire. Il voto arriva.

Andreotti, che pure era il responsabile politico dei servizi, dichiarerà sempre di non aver saputo nulla dell’attività di De Lorenzo e del Sifar. Pietro Nenni nei suoi diari si chiede: “E allora, a chi faceva capo il Servizio?”.

In quel periodo Andreotti, come gli americani e il Vaticano, è ormai approdato su posizioni favorevoli al centro-sinistra. Il progetto politico è quello di staccare sempre più il Psi dal Pci. I tempi, rispetto al comizio di Arcinazzo, sono insomma cambiati. Anche il ministero della Difesa può ormai essere abbandonato. Nel gennaio del ’66, Giulio trasloca all’Industria. Le cronache dell’epoca raccontano che per trasportare nei nuovi uffici il suo archivio vengono utilizzati sei camion militari.

ANDREOTTI, IL PRESIDENTE – Nel 1972 Giulio Andreotti riesce finalmente a diventare presidente del Consiglio, prima con un monocolore Dc che non ottiene la fiducia delle Camere e poi, dopo le elezioni, con il tripartito Dc-Psdi-Pli. Ma, l’esperienza, almeno dal punto di vista giudiziario, non sarà delle migliori. La pratica del sottogorverno fa aumentare gli scandali e le ruberie in maniera esponenziale.

Un coraggioso vice-direttore generale del Tesoro, Amos Carletti, sventa una truffa da 50 miliardi e spiega come grazie a pratiche irregolari sponsorizzate dalla classe politica un gruppo d’importanti imprese avesse cercato di farsi rimborsare falsi danni di guerra. Tra chi sollecitava i pagamenti, come dimostrerà una lettera sequestrata nel corso delle indagini, c’era anche il neopresidente del Consiglio.

I rapporti tra Andreotti, il resto della classe politica e le imprese diventano sempre più incestuosi. Tra il ’66 e il ’73 la maggioranza approva una lunga serie di provvedimenti a favore dei petrolieri. E questi allungano, in cambio, tangenti a piene mani. Nel giro di sei anni almeno 13 miliardi finiscono al sistema dei partiti. Tra i leader beneficiati c’è anche Andreotti, il cui nome in codice (Andersen), sarà ritrovato in alcuni appunti sequestrati nel corso dell’indagine. La vicenda però non avrà seguito. Così come sarà archiviata dall’inquirente una denuncia per interesse privato in atti d’ufficio presentata contro di lui dai magistrati di Torino in occasione del secondo scandalo petroli.

LO SCANDALO PETROLI NUMERO DUE – Nel 1974, il generale Raffaele Giudice é scelto dal Governo come comandante della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni successivi Giudice, che aveva un figlio al vertice di una raffineria di petrolio a Civitavecchia, renderà di fatto impossibile ogni indagine su un vastissimo contrabbando di combustibili che causò evasioni fiscali per 2000 miliardi.

Per sponsorizzare la sua nomina una cordata di importanti petrolieri aveva organizzato una colletta. Nel luglio del ‘74 centocinquanta milioni erano arrivati alla segreteria politica del Psdi che allora, attraverso Mario Tanassi, controllava il ministero delle Finanze. Quattrocentocinquanta milioni erano invece andati nel ‘73 a Dc e Psi.  Andreotti, allora, era di nuovo ministro della Difesa. E in quelle vesti aveva concordato con il responsabile delle Finanze la nomina di Giudice.

L’ex allievo di De Gasperi come risulterà, dalle inchieste, riceve una serie di lettere di raccomandazione da parte del cardinale Ugo Poletti. E assieme a Tanassi si da fare per inserire il nome del generale nella terna dei candidati papabili. Giudice, non ha i titoli necessari per aspirare a qull’incarico. Durante il consiglio dei ministri, però, Salvo Lima, sottosegretario alle Finanze, e proconsole di Andreotti in Sicilia, si batte per lui come un leone. E ottiene ovviamente ragione. Immediatamente il neocomandante dichiara guerra al colonnello, Salvatore Florio, capo dello’ufficio I della Finanza, colpevole di aver condotto un’indagine sulle attività di Licio Gelli. Tra i due volano parole grosse, poi Florio muore in un incidente stradale.

Subito dopo la nomina di Giudice, Andreotti cambia di nuovo poltrona. Nel novembre del ’74 é ministro del Bilancio. Ma il suo arrivo è immediatamente salutato dalle dimissioni da membro del comitato tecnico scientifico del ministero di Paolo Sylos Labini. Lo stimato economista protesta perché Andreotti ha scelto Lima come sottosegretario anche nel suo nuovo dicastero. Sylos Labini scrive una lettera nella quale sostiene che «l’operato dell’onorevole Lima nella gestione del comune di Palermo è stato tale da attirare ripetutamente l’attenzione del giudice penale» e «da indurre la Camera ad accordare per ben quattro volte l’autorizzazione a procedere». Racconterà poi l’economista: «Prima di affrontare in modo così risoluto la questione, avevo tentato di conseguire lo stesso risultato attraverso altre vie. Avevo chiesto a Nino Andreatta di fare intervenire l’onorevole Aldo Moro. Andreatta, dopo qualche giorno, mi disse che aveva posto il problema a Moro e che questi aveva confessato la propria impotenza commentando che Lima “era troppo forte e pericoloso”».

Il caso Giudice-Lima, complice l’inquirente, si risolve in una bolla di sapone. In quel periodo, del resto, per una certa politica era assolutamente normale favorire l’imprenditoria privata ricevendo in cambio tangenti e finanziamenti illeciti. Lo dimostra la vicenda dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Francesco e Camillo), i tre palazzinari romani che nel 1975 ottengono prestiti dall’Itlacasse per 209 miliardi di lire.

Intimi di Andreotti e elemosinieri della sua corrente, i Caltagirone, il 4 giugno del ‘77 festeggiano la nomina di loro fratello Gaetano a Cavaliere della Repubblica con un ricevimento cui vengono invitati oltre all’amico Andreotti, Franco Evangelisti, il ministro del lavoro Vincenzo Scotti, quello del tesoro Gaetano Stammati e ovviamente il comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice. A quell’epoca Gaetano Caltagirone dichiara 68 milioni di reddito e tra case all’estero, barche e casinò conduce una dispendiosissima vita da nababbo.

Le sue aziende sono però in crisi. E Gaetano non è quindi in grado di onorare gli impegni. La situazione viene più volte segnalata dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, che attacca frontalmente Andreotti e l’Italcasse, noto feudo democristiano. Pecorelli è un caterpillar. Si prepara a pubblicare le fotocopie di una serie di assegni a suo dire “consegnati brevi manu” direttamente al presidente del Consiglio, Evangelisti lo blocca dandogli 30 milioni ricevuti proprio da Caltagirone. Poi candidamente racconta, in un’intervista, che dai Caltagirone arrivavano soldi a palate. Gaetano chiedeva “a Fra’ che te serve” e apriva i cordoni della borsa.

LE BOBINE TAGLIATE – Quando, il 12 marzo del ’74, Giulio Andreotti ridiventa, dopo otto anni, ministro della Difesa, il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid sta lavorando ormai da un anno su tutti tentativi eversivi ( a partire dal golpe Borghese) avvenuti tra il 1970 e il 1974. Andreotti lo incoraggia ad andare avanti. A fine giugno Maletti gli consegna un rapporto di 56 pagine. In ottobre il ministro riferisce al Parlamento gli esiti dell’inchiesta. E spiega che le conclusioni sono state inviate alla magistratura. La sua immagine di ne esce ovviamente rafforzata. Mino Pecorelli però prende di nuovo ad attaccarlo. Parla di “malloppo” e di “malloppino” lasciando chiaramente intendere che il rapporto di Maletti era stato alleggerito.

Non aveva torto. Almeno a sentire le dichiarazioni rese anni dopo alla magistratura milanese dal capitano del Sid Antonio Labruna, l’ufficiale che, nel corso dell’inchiesta di Maletti, aveva registrato una serie di conversazioni con i più stretti collaboratori di Valerio Borghese. Secondo l’agente segreto nel tentato golpe Borghese, oltre alla mafia, era coinvolto anche Licio Gelli, numero uno della Loggia P2, in quel periodo in grande espansione. E tra gli aspiranti golpisti compariva anche uno stretto collaboratore di Andreotti: un altro piduista, l’avvocato Franco De Jorio, direttore del settimanale “Politica e strategia”.

Fatto sta che il nome di Gelli e degli altri complici, tutti alti ufficiali dei carabinieri, dell’esercito e della marina, più molti professionisti e magistrati militari, scompaiono dai nastri. Nel corso di una riunione tenuta nel proprio studio, a fine luglio del ‘74, é Andreotti in persona a stabilire che cosa tagliare discutendone con il comandante generale dell’Arma, Enzo Mino, col capo del Sid, l’ammiraglio Mario Casardi. L’ex allievo di De Gasperi copre dunque la P2 e i suoi adepti. Ma il Paese se ne renderà conto solo qualche anno dopo in occasione del crac di Michele Sindona.

SINDONA, LA MAFIA E I FRATELLI DI LOGGIA – “Povero Sindona avvelenato con un caffè..” sospira un falso Amintore Fanfani dall’angolo destro di una vignetta di Alfredo Chiappori. Da quello sinistro un’altrettanto falso Andreotti lo guarda e considera: “più lo mandava giù e più si tirava su”. Era il 20 marzo del 1986 e il finanziere di Patti, il grande elemosiniere della Dc (2 miliardi come sovvenzione al referendum contro il divorzio più 15 milioni al mese di bustarelle) era appena morto suicida (così ha stabilito la magistratura) nel carcere di Voghera.  Il vero Andreotti poteva tirare un sospiro di sollievo. Tra tutti gli esponenti Dc, era, infatti, lui quello che aveva avuto i rapporti più intensi con il bancarottiere.

Sindona protagonista prima di una travolgente ascesa nel mondo della finanza internazionale e poi di un’altrettanto repentina cauta, aveva tentato di salvarsi rivolgendosi contemporaneamente ai confratelli della P2, alla mafia e alla Democrazia Cristiana. Ma non ci era riuscito.

A costo della propria vita gli si era opposto Giorgio Ambrosoli, il curatore fallimentare dei suoi istituti di credito italiani, che, solo nella lotta, aveva trovato ad appoggiarlo un coraggioso vice direttore generale della Banca d’Italia: Marco Sarcinelli. Sindona negli anni ’50 si era impiantato a Milano in via Turati conquistandosi una buona fama di fiscalista. Tra i suoi clienti, accanto ai maggiori industriali lombardi c’era più di un uomo d’onore. Nel ‘57 Cosa Nostra lo aveva scelto come consulente. Stessa cosa avrebbe fatto dopo qualche anno il Vaticano dove era stato introdotto da Massimo Spada, il responsabile dell’Istituto di Opere Religiose, la banca del Papa.

Proprio per questo i rapporti tra Sindona e Andreotti saranno particolarmente buoni. Nel ‘73, 12 mesi prima che venga spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura nei suoi confronti per bancarotta fraudolenta, Sindona invita Andreotti a un pranzo di gala organizzato a New York al Woldorf Astoria.  L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Egidio Ortona, consiglia al politico democristiano di non andare, facendogli capire, sia pure con parole prudenti e misurate, che Sindona è un delinquente.  Andreotti risponde che il suo è un viaggio da libero cittadino, e che farà quello che vuole. Entra così al Woldorf Astoria dove, tra il pubblico, come testimonieranno i presenti, c’è il gotha della mafia italoamericana. Davanti a loro Andreotti celebra Sindona come “il salvatore della lira”.  Il banchiere lusingato ricambia finanziando la campagna referendaria Dc contro il divorzio.

Sindona, in quei mesi, è ancora sicuro di sé. Crede davvero di potersi tirare fuori dai guai. Ma gli andrà male. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa nega la propria autorizzazione all’aumento di capitale della Finambro, una delle società di Sindona. E’ il crac.

Inseguito dalla magistratura italiana il bancarottiere si rifugia negli Usa. Qui, prima elabora un piano di salvataggio che, se approvato, verrebbe a costare al contribuente 257 miliardi dell’epoca, poi inizia a ricattare la Dc.

Nel 1976, quando Andreotti diventa nuovamente presidente del consiglio, Sindona è dunque un latitante a tutti gli effetti. Ma è tranquillo, perché, come racconterà il massone italo-americano Philip Guarino, amico di Licio Gelli, a uno degli avvocati del bancarottiere, il primo ministro “aveva assicurato il suo completo interessamento” per evitare l’estradizione.

In settembre Sindona scrive ad Andreotti una lettera. Lo ringrazia “dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici” e gli illustra la sua strategia partendo dalle “pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo”. Sindona vuole la “revoca della liquidazione” delle sue banche. E, con gentilezza, butta lì un primo avvertimento: “Farò presente con le opportune documentazioni che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”.

Il 5 ottobre dello stesso anno Andreotti parte per un viaggio di tre giorni negli Usa dove, secondo quanto racconterà proprio il banchiere, incontra di nuovo il suo vecchio amico siciliano. Nei diari di Andreotti il nome di Sindona comparirà una volta sola. Sul fatto che Andreotti appoggi il piano di salvataggio ideato da Sindona non esistono però dubbi. Nel ‘78 Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, incontra anche lui a New York il latitante Sindona. Poi i rapporti con il bancarottiere vengono tenuti attraverso il presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Roma, Fortunato Federici e, l’avvocato Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. Avvengono decine di riunioni.

Guzzi, agende alla mano, ricorda di aver parlato per telefono con Andreotti tre volte. Andreotti, interrogato, nega. “Forse era Noschese” dice tirando in ballo il popolare imitare di voci. Noschese, morto suicida da qualche mese, non può smentire. Andreotti in ogni caso informa dell’esistenza del piano il ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati, il quale effettua sondaggi in Banca d’Italia. Il direttore generale, Carlo Azelio Ciampi, dice che l’operazione non è possibile. Stessa risposta ottiene Evangelisti dal vice direttore Sarcinelli. Anche un altro piduista, il numero uno del banco ambrosiano, Roberto Calvi si fa portavoce del fratello di loggia Sindona, presso Andreotti. Ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non si sblocca. Il curatore Ambrosoli e la Banca d’Italia, nella persona di Sarcinelli, sono irremovibili.

Nel ‘79, però qualcosa cambia. In marzo, a Roma, il giudice di destra Antonio Alibrandi arresta Sarcinelli “per pretestuose imputazioni” (così scrivono i magistrati milanesi) e l’11 luglio un killer della mafia uccide Ambrosoli. Sulle sue agende aveva annotato, tra l’altro: “…Andreotti è il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso” e ancora, “Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”.

Nei diari di Andreotti, invece, Ambrosoli non verrà mai citato. Nemmeno il giorno dell’omicidio. L’assassinio in ogni modo è stato un errore. Da quel momento Sindona è davvero indifendibile.

Il banchiere organizza allora un falso sequestro. Finge di essere stato rapito da un gruppo terroristico e sbarca in Sicilia ospitato dal ghota di Cosa Nostra. Da lì tenta un ennesimo ricatto: paventa il rischio che venga resa pubblica la lista dei 500 esportatori di valuta che aggirando la legge avevano utilizzato le sue banche per portare denaro all’estero. Gli va male. I magistrati che tengono sotto controllo i telefoni dell’avvocato Guzzi svelano il trucco. E quando processeranno il banchiere per l’omicidio di Ambrosoli sosterranno a chiare lettere che quella morte non sarebbe avvenuta se Andreotti non avesse appoggiato il suo piano di salvataggio.

Il 4 ottobre del 1984 si apre in parlamento il dibattito sulle responsabilità politiche di Andreotti. L’aula è semideserta. Il Pci decide di astenersi. Giulio Andreotti, ministro degli Esteri nel governo Craxi, non è costretto a dimettersi.

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Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi

Tra i documenti sequestrati a Castiglion Fibocchi i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato a Gelli. In quel periodo, i rapporti con Craxi erano pessimi: il leader socialista ce l’aveva con il numero uno Dc per l’affare Eni-Petromin Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti sequestrati, sanno tutto del retroscena: una tangente da 100 miliardi

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Clicca qui per leggere la prima puntata.

I SOLDI DELL’ENI – Il 17 marzo del 1981, nell’ambito dell’inchiesta Sindona, i magistrati milanesi Turone e Colombo ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli. Scoprono così gli elenchi della loggia P2. Elenchi (962 persone) incompleti, come accerterà la commissione d’inchiesta, Sono presenti ministri, alti ufficiali dell’esercito e della Guardia di Finanza, dei carabinieri. 10 parlamentari della Dc, i dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, giornalisti e editori che riescono a condizionare nelle scelte anche una testata prestigiosa come quella del Corriere della Sera. Definita “un’associazione per delinquere dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli era più verosimilmente un’associazione segreta che si riproponeva di gestire in maniera occulta interi settori della vita economico-politica italiana. I suoi appartenenti erano tutti accomunati dalla fedeltà all’alleato americano e, molti di loro, nel nome dell’anticomunismo e del tornaconto personale utilizzavano la loggia per condurre affari illeciti di ogni tipo.

Della loggia in Italia i giornali avevano cominciato a parlare a partire dal ’74. Nel ’76, in occasione delle indagini sull’omicidio del giudice Occorsio, gli articoli su quotidiani e settimanali si erano moltiplicati. In parlamento tra il ‘76 e il ‘77 erano anche state presentate una serie d’interpellanze. Marco Pannella, nel ‘77, aveva rivolto un’interrogazione direttamente a Andreotti per sapere se il 15 dicembre avesse ricevuto Gelli a palazzo Chigi e se avesse avuto con lui un colloquio durato ore nella sede dell’ambasciata argentina. Nonostante ciò Andreotti ha sempre sostenuto di aver scoperto la P2 solo in seguito alla caduta del governo da lui presieduto nel 1979. Davanti alla commissione Anselmi ha detto di aver conosciuto Gelli solo di vista, durante l’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone e, ha aggiunto, di essere poi rimasto sorpreso ritrovandolo in Argentina alla festa d’insediamento del presidente Peron. Andreotti, come dimostra il caso delle bobine di La Bruna, mente. Ed è anche smentito da molti testimoni, Gelli compreso.

Se tra le carte sequestrate a Castiglion Fibocchi sono stati ritrovati i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato da Andreotti a Gelli nel quale il politico, in buona sostanza, ricordava al capo massone come l’uccellino che si posa sul ramo troppo debole rischia sempre di cadere, agli atti della commissione sono invece finite decine di testimonianze sull’intensità delle loro relazioni. Giovanni Fanelli, capo gruppo P2 e collaboratore dell’ufficio affari riservati del Viminale, diretto dal prefetto D’Amato, ha per esempio affermato di aver accompagnato personalmente Gelli a vari appuntamenti con Andreotti e Francesco Cossiga. Clara Canetti la vedova di Roberto Calvi, ha invece ricordato che suo marito gli spiegò che il vero numero uno della loggia era Andreotti. E anche l’avvocato Fortunato Federici ha di detto aver appreso, da un importante confratello come Ezio Giuchiglia, che Andreotti, soprannominato “il babbo” o il “gobbo”, era al vertice della P2. Una tesi, quella di Andreotti capo della loggia, fatta propria (senza però mai nominarlo) anche da Bettino Craxi, in un celebre editoriale intitolato Belfagor e Belzebù.

In quel periodo tra Giulio e Bettino tirava una gran brutta aria. I due non si parlavano da mesi. E a un certo punto persino Gelli aveva tentato di farli arrivare a una riappacificazione. Il gran capo piduista aveva bussato alla porta dello studio del leader del garofano e gli aveva detto: “Posso essere utile per molte relazioni, interne e internazionali: se lei vuole incontrare Andreotti..”. Niente da fare. Craxi gli aveva risposto a muso duro: “Guardi se lo voglio incontrare alzo il telefono e lo chiamo”. Per la pace sarebbe insomma stato necessario attendere qualche anno. Craxi, infatti, ce l’aveva con Andreotti per l’affare Eni-Petromin, un contratto miliardario concluso dal nostro paese per ricevere petrolio dall’Arabia Saudita. Quando era stato raggiunto l’accordo Andreotti era presidente del Consiglio e aveva personalmente avallato il pagamento a una società panamense di una commissione del 7% in teoria diretta ai mediatori arabi. In realtà era una tangente di 100 miliardi. Un grosso mazzettone che, secondo quanto scrivevano i giornali dell’epoca, era anche in parte destinata alla corrente di sinistra del Psi, facente capo a Claudio Signorile, e in parte agli stessi andreottiani  Stando alle più attendibili ricostruzioni, con quei soldi gli uomini di Signorile avrebbero voluto scalzare Craxi dalla sua poltrona di segretario Psi e arrivare anche al controllo del “Corriere della Sera”.

Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti e le carte sequestrate, sanno tutto del retroscena dell’affare. Craxi invece capisce solo che qualcuno lo vuole fregare. Rino Formica, ministro craxiano delle Finanze, in parlamento fa il diavolo a quattro. Ma le prove dell’avvenuta corruzione, come sempre, non saltano fuori.

IL CIARRA – Nei primi anni ’90 era difficile trovare un andreottiano più andreottiano di lui. Ciociaro, amico dello scomparso leader MSI, Giorgio Almirante e lui stesso fascista non pentito, Giuseppe Ciarrapico, era (ed è) sempre al fianco di Andreotti. La stima del capo se l’è guadagnata negli anni ’80 seguendo da vicino, per conto del leader Dc, due affari importanti. Il primo, andato male, è il tentato salvataggio del Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi. Il secondo è la guerra di Segrate, tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, conclusa con la consegna (in odor di tangenti secondo le ipotesi della Procura di Milano) della Mondadori nelle mani del futuro leader di Forza Italia. Ciarrapico, con l’attuale presidente del Perugia Calcio Luciano Gaucci, e il defunto leader degli andreottiani romani, l’ex fascista Vittorio Sbardella detto “lo squalo”, è la punta di diamante della schiera di strani e da sempre discussi personaggi ammessi alla corte di re Giulio.

Proprietario di aziende produttrici di acque minerali e di tipografie (Evangelisti gli raccomandò Pecorelli per fargli stampare il suo giornale), l’oggi pluricondannato e pluriprocessato Giuseppe Ciarrapico, è sempre vicino ad Andreotti nei periodi di bufera. Tra i suoi dipendenti  annovera anche il giornalista Guido Giannettini, un ex agente del Sid condannato in primo grado per la strage di piazza Fontana. Assolto in appello e in cassazione, Giannettini, nel corso delle inchieste dalla magistratura fu coperto dai servizi segreti (che lo fecero anche fuggire all’estero). Quando i magistrati chiesero notizie su di lui, i servizi opposero agli inquirenti il segreto di Stato e spiegarono di averlo fatto perché una richiesta in tal senso era stata avanzata da una serie di politici Dc, tra i quali Giulio Andreotti. L’ex allievo di De Gasperi rispose che non era vero. Ma il contenuto della sua deposizione, resa durante il dibattimento di primo grado, spinse i giudici a chiedere inutilmente alla commissione inquirente l’apertura di un procedimento per falsa testimonianza.

Nel 1996, l’ordinovista Edgardo Bonazzi, ha sostenuto davanti ai pm di Milano, di aver saputo da Giannettini che la strage era stata favorita da Andreotti.  Giannettini infatti avrebbe spiegato all’amico che l’attentato (non ideato per fare delle vittime) si andava ad inquadrare in un progetto golpistico inizialmente appoggiato, in funzione anticomunista dal leader Dc e dagli Stati Uniti. Bonazzi ha anche aggiunto di essersi convinto della veridicità del racconto di Giannettini quando questi, uscito dal carcere, andò a lavorare per Ciarrapico. Il “re delle acque minerali”, del resto, deve molto al potentissimo Giulio. Soprattutto dal punto di vista economico. Buona parte delle sue fortune nascono dal lavoro di mediatore svolto presso Roberto Calvi per conto di Andreotti nel primi anni ‘80.  Nei mesi precedenti al crac del Banco Ambrosiano, infatti, Ciarrapico s’incontra  a ripetizione con il banchiere e con la sua famiglia e riesce a farsi imprestare  circa 39 miliardi poi utilizzati per acquistare l’Ente Terme Fiuggi. Clara Canetti, la vedova Calvi, racconta, di aver visto Andreotti a Roma proprio con Ciarrapico (e con l’agente segreto-faccendiere Roberto Pazienza). E dice che a quel faccia a faccia ne erano seguiti altri direttamente tra Calvi e il leader Dc.

A un certo punto però tra suo marito e Andreotti erano scoppiati profondi contrasti sul modo con cui gestire la crisi (il rischio era il coinvolgimento del Vaticano nell’insolvenza). Ricorda la vedova: “Mio marito mi parlò esplicitamente di minacce di morte ricevute direttamente dall’onorevole Andreotti”. Anche Calvi verrà ucciso dalla mafia. Sarà invece Ciarrapico a dire a Clara Canetti: “Quando vede Craxi gli ricordi che 30 miliardi non sono uno scherzo”. Un riferimento esplicito ai finanziamenti dati dal banco Ambrosiano al Psi. Andreotti, invece, parlando di Gelli, le dice: “Pensi, quel matto vuole vedermi a Hong Kong”.

In quegli anni, dunque, Giulio Andreotti frequenta personaggi di ogni tipo. Tra i più singolari c’è il massone coperto Francesco Pazienza, collaboratore esterno del gruppo deviato e piduista del Sismi, diretto dal generale Giuseppe Sansovito. Andreotti nega di conoscerlo. Ma Pazienza, amico di molti boss della mafia italo-americana, invece, è certo del contrario. Nel 1986, Pazienza racconta ai giudici di Bologna, “di essere stato incaricato da Sansovito di condurre un’operazione segretissima, denominata Ossa, una sigla che significava Onorata Società Sindona e Andreotti”. In pratica Pazienza doveva incontrare Sindona negli Stati Uniti e convincerlo a non parlare. Il nome di Andreotti è stato ritrovato, assieme ad alcuni numeri di telefono, nelle agende dell’anno 1981 della segreteria del faccendiere.

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Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia

Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All’interno, la conferma dell’esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l’ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso

Giulio Andreotti e Aldo Moro

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez.

MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti.

Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra.

Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.

Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.

SENATORE A VITA –  Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta.

L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista.

Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.

MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.

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Imposimato: “Andreotti, insieme a Cossiga, fu il carnefice di Aldo Moro”

imposimatoGiulio Andreotti e Francesco Cossiga sono «i carnefici di Aldo Moro», ha affermato il giudice Ferdinando Imposimato.
Andreotti e Cossiga «hanno impedito un blitz coordinato dal generale dalla Chiesa e dal questore Santilli per liberare Moro dal covo di via Montalcini, favorendo la sua uccisione da parte delle Br, perche volevano la sua morte».
Fonte: www.articolotre.com – tratto da www.signoraggio.it“Imposimato a “La Zanzara”: “Dietro a strategia della tensione la regia del gruppo Bilderberg, ne ho parlato anche con Grillo”
http://www.nocensura.com/2013/04/imposimato-la-zanzara-dietro-strategia.html

“Alessandrini, il magistrato (ucciso) che nel 1970 indagava su Bilderberg e stragi di stato”

http://www.nocensura.com/2013/01/alessandrini-il-magistrato-ucciso-che.html

Ferdinando Imposimato: “Dietro le Stragi di Stato, il Gruppo Bilderberg”

http://www.nocensura.com/2013/01/ferdinando-imposimato-dietro-le-stragi.html


“Marra: Monti chiarisca: Imposimato dichiara: Bilderberg dietro stragi e governo invisibile del mondo.”

http://www.nocensura.com/2013/02/marra-monti-chiarisca-imposimato.html

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Vedi anche: Una raccolta di articoli per capire le origini della crisi e la situazione internazionale…

sabato 11 maggio 2013
****** SE SEI STANCO DI ESSERE PRESO IN GIRO DAI MASS MEDIA, INFORMATI… DI SEGUITO VI PROPONIAMO UNA SERIE DI DOCUMENTI E ARTICOLI PER CAPIRE COSA BOLLE IN PENTOLA: non prendete per buono ciò che vi è scritto… bensì CERCATE RISCONTRO, INFORMATEVI ULTERIORMENTE CERCANDO SUL WEB, LEGGETE ANCHE LA DISINFORMAZIONE DI CHI NEGA CERTE REALTA’ PER “INTORBIDIRE LE ACQUE” E CREARE CONFUSIONE NELL’OPINIONE PUBBLICA: il signoraggio bancario – come dice l’avv. Marra – “è più difficile da credere che da capire”… ma se vi informate a fondo potrete fare le vostre valutazioni, liberamente.
“DOSSIER: Ecco quando è iniziata la crisi dell’Italia; era il 1992 sul panfilo Britannia”
http://www.nocensura.com/2012/02/dossier-ecco-quando-e-iniziata-la-crisi.html

“L’ITALIA VITTIMA DI UN COMPLOTTO E LE PROVE CHE MONTI è COMPLICE”
(Chi è Mario Monti; di quali poteri è espressione; circa il Golpe2012; approfondimenti per capire la situazione italiana e internazionale; approfondimenti vari)
http://www.nocensura.com/2012/06/litalia-vittima-di-un-complotto-e-le.html“I drammatici effetti del “Fiscal compact” sulle nostre vite spiegati in modo semplice”
http://www.nocensura.com/2012/07/i-drammatici-effetti-del-fiscal-compact.html* ALTRI ARTICOLI E DOCUMENTI SUL PANFILO BRITANNIA:“La storia del panfilo Britannia”
http://www.nocensura.com/2012/05/la-storia-del-panfilo-britannia.html“Panfilo Britannia, 1992. L’inizio della fine dell’Italia…”
http://www.nocensura.com/2013/03/panfilo-britannia-1992-linizio-della.html“Le privatizzazioni degli anni ’90 (decise sul ‘Panfilo Britannia’)”
http://www.nocensura.com/2013/02/le-privatizzazioni-degli-anni-90-decise.html
* CIRCA IL ”MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA” (MES o ESM)

“Quello che devi sapere sul “MES” e le altre leggi dittatoriali dell’Unione Europea”
http://www.nocensura.com/2012/06/quello-che-devi-sapere-sul-mes-e-le.html“LA TRAPPOLA NASCOSTA DEL MES: P A S S A P A R O L A ! ! !”
http://www.nocensura.com/2012/07/la-trappola-nascosta-del-mes-p-s-s-p-r.html“Perché il “MES” non è un “patto di stabilità” qualsiasi ma una dittatura”
http://www.nocensura.com/2012/03/perche-il-mes-non-e-un-patto-di.html“IL TRATTATO DEL MES CHE PORTERA’ MISERIA E DISPERAZIONE”
http://www.nocensura.com/2012/12/il-trattato-del-mes-che-portera-miseria.html
*** ALTRI APPROFONDIMENTI PER CAPIRE LA SITUAZIONE (e per trarre le conclusioni alla luce del fatto che NESSUN PARTITO, SINDACATO, GIORNALE/TV NE PARLA…)

Incredibile: l’ex Presidente Cossiga smascherò Mario Draghi in TV!
http://www.nocensura.com/2012/12/incredibile-lex-presidente-cossiga.htmlMultinazionali, banche, gruppi di potere, alta finanza: tentacoli dello stesso mostro (L’articolo contiene link a molti altri approfondimenti)
http://www.nocensura.com/2012/07/multinazionali-banche-gruppi-di-potere.html“Il mondo in mano ad una casta: il “Club Bilderberg” + video intervista a Estulin”
http://www.nocensura.com/2012/04/il-mondo-in-mano-ad-una-casta-il-club.html

“Il club Bilderberg – La storia segreta dei padroni del Mondo. di Daniel Estulin”
http://www.nocensura.com/2012/03/il-club-bilderberg-la-storia-segreta.html
“Imposimato a “La Zanzara”: “Dietro a strategia della tensione la regia del gruppo Bilderberg, ne ho parlato anche con Grillo”
http://www.nocensura.com/2013/04/imposimato-la-zanzara-dietro-strategia.html“Alessandrini, il magistrato (ucciso) che nel 1970 indagava su Bilderberg e stragi di stato”
http://www.nocensura.com/2013/01/alessandrini-il-magistrato-ucciso-che.htmlFerdinando Imposimato: “Dietro le Stragi di Stato, il Gruppo Bilderberg”
http://www.nocensura.com/2013/01/ferdinando-imposimato-dietro-le-stragi.html“Marra: Monti chiarisca: Imposimato dichiara: Bilderberg dietro stragi e governo invisibile del mondo.”
http://www.nocensura.com/2013/02/marra-monti-chiarisca-imposimato.htmlUE: Borghezio dopo le accuse di Imposimato: “Montii chiarisca legami con Bilderberg”
http://www.nocensura.com/2013/01/ue-borghezio-dopo-le-accuse-di.htmlStragi di stato e Bilderberg: la magistratura dovrebbe far luce
http://www.nocensura.com/2013/01/stragi-di-stato-e-bilderberg-la.htmlMarra ha presentato, oggi 1.2.2013, denunzia contro il Bilderberg e Monti
http://www.nocensura.com/2013/02/marra-ha-presentato-oggi-122013.html
“Che cos’è il signoraggio bancario”
http://www.signoraggio.it/che-cose-il-signoraggio/“Eurogendfor, la nuova polizia europea con poteri illimitati”
http://www.nocensura.com/2011/11/eurogendfor-la-nuova-polizia-europea.htmlImposimato a Pandora TV: “11 settembre: sinora nessun processo, nessuna verità. Noi ci proviamo”.
http://www.nocensura.com/2013/01/imposimato-pandora-tv-11-settembre.html“BELLISSIMO ARTICOLO SUL SIGNORAGGIO BANCARIO DI MAGDI ALLAM”
http://www.nocensura.com/2012/07/bellissimo-articolo-su-signoraggio.html
“L’importanza della sovranità monetaria: Giappone, debito 240% e nessun problema!”
http://www.nocensura.com/2012/07/limportanza-della-sovranita-monetaria.htmlParla di Bilderberg, Trilaterale, MES, signoraggio: CENSURATO da “LE IENE” ?
http://www.nocensura.com/2013/04/parla-di-bilderberg-trilaterale-mes.html“DOSSIER COMPLETO CHI CONTROLLA IL MONDO (ebook in formato PDF)”
http://www.nocensura.com/2013/04/dossier-completo-chi-controlla-il-mondo.html“Paola Musu: sovranità monetaria o guerra civile”
http://www.nocensura.com/2013/03/paola-musu-sovranita-monetaria-o-guerra.html“Le “bellissime” promesse di Berlusconi: ecco cosa c’è dietro… EDITORIALE”
http://www.nocensura.com/2013/04/le-bellissime-promesse-di-berlusconi.html
Km di programmi, proclami, promesse, CAZZATE quando basterebbero 2 parole: SOVRANITA’ MONETARIA.
http://www.nocensura.com/2013/02/km-di-programmi-proclami-promesse.htmlLe vere cause della crisi e la grande manipolazione globale
http://www.nocensura.com/2012/11/le-vere-cause-della-crisi-e-la-grande.htmlIL DEBITO PUBBLICO è UNA TRUFFA!!!
http://www.nocensura.com/2013/02/il-debito-pubblico-e-una-truffa.htmlLA GRANDE TRUFFA: FATELA CONOSCERE A TUTTI
http://www.nocensura.com/2012/12/la-grande-truffa-fatela-conoscere-tutti.html“I colossi dell’alta finanza: “L’Italia dovrà chiedere aiuti e sarà commissariata”
http://www.nocensura.com/2012/11/i-colossi-dellalta-finanza-litalia.html“Chi e’ veramente Mario Monti e qual e’ il suo obiettivo”
http://www.nocensura.com/2012/10/chi-e-veramente-mario-monti-e-qual-e-il.html“Altro che fallimento L’euro sta provocando ciò per cui è stato progettato dall’oligarchia”
http://www.nocensura.com/2012/07/altro-che-fallimento-leuro-sta.html“Italia in saldo: svendere il paese per 20 miliardi l’anno”
http://www.nocensura.com/2012/07/italia-in-saldo-svendere-il-paese-per.html“Monti? Molto bravo e professionale. Nel fare gli interessi di Bilderberg e company…”
http://www.nocensura.com/2012/07/monti-molto-bravo-e-professionale-fare.html“Si chiama ERF l’ultima trappola degli eurocrati per arrivare alla nostra riserva aurea”
http://www.nocensura.com/2012/06/si-chiama-erf-lultima-trappola-degli.html

“Colpo di spread: Nulla è stato casuale: tutto architettato da lontano e per tempo.”
http://www.nocensura.com/2011/11/colpo-di-spread-nulla-e-stato-casuale.html“Ecco chi manovra i “famosi” mercati che condizionano ogni decisione”
http://www.nocensura.com/2012/08/ecco-chi-manovra-i-famosi-mercati-che.html“Le grandi famiglie che dominano il mondo”
http://www.nocensura.com/2012/06/le-grandi-famiglie-che-dominano-il.html“HENRY KISSINGER E IL GRUPPO BILDERBERG DIETRO ALL’OMICIDIO DI ALDO MORO”
http://www.nocensura.com/2012/06/henry-kissinger-e-il-gruppo-bilderberg.html“Chi è Mario Monti. Quel che viene taciuto per evitare una sommossa”
http://www.nocensura.com/2012/05/chi-e-mario-monti-quel-che-viene.html“HENRY KISSINGER E IL GRUPPO BILDERBERG DIETRO ALL’OMICIDIO DI ALDO MORO”
http://www.nocensura.com/2012/06/henry-kissinger-e-il-gruppo-bilderberg.html“Chi è Mario Monti. Quel che viene taciuto per evitare una sommossa”
http://www.nocensura.com/2012/05/chi-e-mario-monti-quel-che-viene.htmlDOSSIER GOLDMAN SACHS: tutto sulla “superbanca” da 1 trilione di dollari
http://www.nocensura.com/2011/11/dossier-goldman-sachs-tutto-sulla.html
“DOSSIER: La famiglia più potente del mondo: i ROTHSCHILD”
http://www.nocensura.com/2012/02/dossier-la-famiglia-piu-potente-del.html“A SETTEMBRE SI SVENDONO L’ITALIA”
http://www.nocensura.com/2012/08/a-settembre-si-vendono-litalia.htmlAgenzie di rating, ecco chi controlla “le tre sorelle”
http://www.nocensura.com/2012/01/agenzie-di-rating-ecco-chi-controlla-le.html“DIARIO DI UN SACCHEGGIO: ECCO COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA”
http://www.nocensura.com/2013/04/diario-di-un-saccheggio-ecco-cosa-vuole.html“Il passato scomodo di Monti, dirigente FIAT nel periodo di tangenti a Craxi”
http://www.nocensura.com/2012/03/il-passato-scomodo-di-monti-dirigente.html
“Conoscete l’Aspen Institute Italia?”
http://www.nocensura.com/2012/03/conoscete-laspen-institute-italia.html“THE CORPORATION – documentario ITA”
http://www.nocensura.com/2012/06/corporation-documentario-ita.html

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Staff nocensura.com

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Andreotti e l’Anello: le rivelazioni di Gelli e il dopo-Silvio

Scritto il 26/2/11

«Giulio Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della Loggia P2? Per carità… io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». L’Anello? «Sì, ma ne parleremo la prossima volta». Con poche parole, clamorose, l’ex venerabile Gelli individua per la prima volta nel senatore Andreotti il referente di un’organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino che possibile anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale “Oggi”, che pubblica l’intervista a Gelli nel numero in edicola il 24 febbraio, ha chiesto un commento ad Andreotti, che ha fatto sapere di non voler commentare.

«L’Anello (o, più propriamente, il cosiddetto “Noto Servizio”)», spiega su “Oggi” lo storico Aldo Giannuli, già consulente della Commissione Stragi, «fu Licio Gelliun servizio segreto parallelo e clandestino, scoperto solo di recente nel corso della nuova inchiesta sulla strage di Brescia». Fondato nel 1944 dal generale Roatta per i “lavori sporchi” che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi, subì diverse trasformazioni, scissioni e nuove entrare, per sciogliersi definitivamente intorno al 1990-91. «La storia di questo servizio – continua Giannuli – si incrocia con molte delle vicende più oscure della storia del nostro paese: da piazza Fontana al caso Moro al caso Cirillo». Il termine Anello non compare in alcun atto ma è citato da alcuni appartenenti all’organizzazione che si attribuiscono il ruolo di anello di congiunzione tra i servizi segreti – usati in funzione anticomunista – e la società civile.

Nell’intervista a “Oggi”, Gelli dice anche che «se avessi vent’anni di meno mobiliterei il popolo, bloccherei ferrovie e autostrade per protestare contro l’ingerenza dell’Europa. Per bloccare chi vieta di esporre il Crocifisso negli edifici pubblici». Sulla P2 dice: «La rifarei, anche se tanto del mio “Piano di rinascita” è stato realizzato. Mi sarebbero bastati altri quattro mesi. Solo quattro. E avrei cambiato il sistema politico senza colpo ferire». L’ex venerabile boccia Berlusconi: «La sua politica non mi piace. Si è dimostrato Giulio Andreottiun debole, ha paura della minoranza e non fa valere il potere che il popolo gli ha dato. Oggi il Paese è in una fase di stallo. Molto pericolosa».

Per Licio Gelli, «Berlusconi è stato troppo goliardico, avrebbe dovuto dedicare più tempo ad altri incontri, ad altre cene». Duro il giudizio su Gianfranco Fini: «È un uomo senza carattere». Alla domanda se ci siano suoi documenti segreti, magari all’estero, Gelli risponde sibillino: «Non me lo ricordo… I servizi segreti italiani hanno pagato per avere un mio archivio, falso, nascosto a Montevideo». Gelli “ricorda” un budget pronto uso da 400 milioni di vecchie lire, nonché «una valigia piena di cartacce, giornali, inutili fogli». E nega «nel modo più assoluto» di conservare dossier su personaggi politici.

Potrebbe essere una «transizione morbida» l’obiettivo celato dietro l’inusuale necessità di intervenire pubblicamente che ha colto da qualche tempo Licio Gelli. Ne è convinto Giuseppe De Lutiis, tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, al quale i segnali che circolano da qualche tempo – come le rivelazioni dello stesso Gelli sull’Anello, una struttura segreta e parallela che il Venerabile ha collegato a Giulio Andreotti – non sono sfuggiti. Neppure quelli che sembrano indicare nella fase attuale una certa similitudine con quella attraversata dal paese tra il ’92 e il ’94. «È inevitabile pensare – spiega, intervistato dal “Riformista” – che quello che Giorgio Galli chiama “il governo invisibile” stia lavorando a un dopo-Berlusconi meno caratterizzato dal muro contro muro».

I segnali sono tanti: c’è una concatenazione di eventi che suggerisce che qualcosa, dietro le quinte del potere, stia accadendo, al riparo dal clamore delle cronache. Prima lo strappo di Gelli sul cosiddetto scandalo P3, per prendere le distanze da quel «sodalizio di affaristi». Poi, a gennaio, una sibillina intervista pubblicata dall’“Espresso” nella quale il prefetto Bruno Rozera, pezzo pregiato della massoneria, parla anche di Gelli, ricordandone significativamente l’attività nel periodo precedente agli anni tra il 1992 e il 1994. Infine, continua “Il Riformista”, due interviste consecutive dell’ex Giuseppe De Lutiiscapo della P2, una al “Tempo” e una ad “Oggi”, nelle quali Gelli sembra prendere in modo deciso le distanze da Berlusconi.

«Non è casuale – osserva De Lutiis – se in poche settimane Gelli abbia espresso in più sedi le sue valutazioni e lo abbia fatto con interviste di quel tenore. D’altra parte, non credo neppure che quella del prefetto Rozera, che ha informazioni paragonabili a quelle in possesso di Gelli, sia una decisione casuale. E questo è possibile attribuirlo al fatto che l’era di Berlusconi sembra terminata, sia perché lo stesso interessato ha contribuito molto ad accelerarne la fine, sia per la durata che si avvicina al ventennio. E forse anche per altre ragioni che noi non conosciamo».

Insomma, mentre la vita politica sembra avvitata da mesi in una picchiata molto pericolosa, «potrebbe essere – continua De Lutiis – che queste interviste servano a preparare il terreno ad un cambio di gestione sia del potere palese che di quello più o meno occulto». Dunque, la promessa di Gelli, il quale ha annunciato altre rivelazioni, «potrebbe aiutarci, se mantenuta, a comprendere molti aspetti della difficile gestione di questo paese che è stato definito efficacemente come “una portaerei nel Mediterraneo” e che ora vede al comando una persona che anche a livello internazionale non viene più ritenuta affidabile».

Mistero fitto, intanto, sulle “rivelazioni” riguardanti l’Anello, presunta struttura segreta coperta per decenni dal silenzio. «La semplificazione prospettata da Gelli – conclude De Lutiis – dovrebbe essere suffragata da qualche prova». Quello che sappiamo, ragiona l’analista, è che Andreotti operò per disvelare (e quindi rendere inservibile) la Gladio, che invece fu difesa da Cossiga. «Ancora oggi negli ambienti eredi del servizio segreto militare, che era quello che gestiva Gladio, Cossiga è popolarissimo, quasi venerato, mentre verso Andreotti permane un sentimento, per così dire, di avversione». Dopo mezzo secolo, «forse le autorità politiche potrebbero ammettere gli storici a consultare almeno una parte delle carte, a meno che il maestro Venerabile non ci aiuti a caprine di più come ha promesso» (info: www.ilriformista.it, www.oggi.it).