Un fiore per gli Zuavi

ZuaviSegnalazione del Centro Studi Federici

I corpi degli ufficiali e dei soldati pontifici caduti durante le diverse battaglie (Castelfidardo 1860, Agro Romano 1867, difesa di Roma 1870) furono sepolti nelle città e nelle nazioni di provenienza. Alcuni invece riposano a Roma e in altre località del Lazio, in tombe abbandonate e dimenticate.

IN OCCASIONE DEL PROSSIMO 20 SETTEMBRE INVITIAMO A PORTARE UN FIORE SULLA TOMBE DEI CROCIATI DI PIO IX, CADUTI PER LA LA CHIESA E IL PAPATO.

NELLE ALTRE CITTA’ SI POTREBBE POSARE UN FIORE IN OGNI CIMITERO DAVANTI ALLA CROCE PRINCIPALE CON LA SCRITTA “AI CADUTI PONTIFICI”.

I dati che seguono sono stati tratti da “L’Avant-Garde”, bollettino dei Discendenti degli Zuavi Pontifici francesi, nn. dal 1997 al 2002.

LE TOMBE DIMENTICATE

Il gen. Hermann Kanzler (del Baden-Württemberg, 28/3/1822 – Roma 5/1/1888), Comandante in capo delle truppe pontificie e Pro-Ministro delle Armi, dopo il 20 settembre volle rimanere a Roma. E’ sepolto in una cappella al Cimitero del Verano (la prima della fila sotto la Rupe Caracciolo, dietro la chiesa del cimitero), insieme alla moglie Laura dei Conti Vannutelli e al figlio, Rodolfo. Accanto vi è una cappella con la tomba di Madame de Charette, moglie di Athanase de Charette, comandante degli Zuavi.

Nelle immediate vicinanze vi sono delle tombe di alcuni militari (tutti francesi):

Paul Saucet, sergente degli Zuavi, nato il 16/11/1842, morì di malattia a Roma il 22/11/1861; partecipò alla battaglia di Castelfidardo, dove salvò la vita al suo capitano, Athanase de Charette.

Zuavo Achille de Bligny, nato 11/6/1826, si arruolò il 21/2/1861, morì all’ospedale militare di Marino il 27/8/1861; una magnifica scultura raffigurante uno zuavo sovrasta la sua tomba.

Zuavo Henri Foucault des Bigottières, 9/4/1827, si arruolò il 30/9/1867, fu assassinato un mese dopo a pugnalate da un sicario garibaldino il 25/10/1867 a Trastevere.

Adéodat e Emmanuel Dufournel. Adèodat, nato il 18/8/1838, si arruolò nel 1860. Capitano degli Zuavi, partecipò alla battaglia di Castelfidardo e alla campagna militare del 1867. Morì il 5/11/1867 in seguito alle ferite riportate. Emmanuel, nato il 22/2/1840, si arruolò col fratello nel 1860. Sottotenente degli Zuavi, morì il 20/10/1867 a Valentino, in seguito alle ferite riportate il giorno precedente nella battaglia di Farnese.

Delle tombe di soldati papalini si trovano anche in altre cittadine laziali, dove si svolsero le battaglie del 1867. L’elenco delle località secondo i redattori de L’Avant-Garde:

Agnani: nella chiesa di Sant’Antonio.

Albano: nel cimitero. Ceprano: nella chiesa cattedrale.

Frascati: nella cattedrale e nel cimitero.

Marino: nella cripta della cattedrale.

Monterotondo: al cimitero. Il Comune a fine ‘800 ha posto una lapide con la scritta: “i mercenari del Papa”.

Palombara: nella chiesa dei Cappuccini.

Piverno: nel cimitero.

Prossedi: nella chiesa collegiata di sant’Agata.

Sezze: nel convento (di san Francesco?).

Subiaco: nel cimitero.

Velletri: nella chiesa di santa Lucia.

Veroli: nella chiesa santa Maria Salomè.

Viterbo: nel cimitero di san Lazzaro.

VIVA IL PAPA-RE!

http://federiciblog.altervista.org/2013/09/11/un-fiore-per-gli-zuavi/

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Lincoln Unionista e l’Unità d’Italia in Abruzzo, quando i mondi si scontrano: vinse il Nord

“Nessuna mente umana ha congegnato né alcuna mano mortale ha elaborato queste grandi cose. Esse sono i doni generosi dell’Altissimo Dio, il quale, mentre ci tratta con ira per i nostri peccati, si è nondimeno ricordato della sua misericordia”(Abraham Lincoln, 1863). Lincoln, il kolossal di Steven Spielberg, è un coraggioso manifesto culturale politico universale per la Libertà. L’Unità degli Stati americani (1861-65) fu conquistata a caro prezzo. L’Unità d’Italia avrebbe diluito i costi (in vite umane e mancato sviluppo economico del Mezzogiorno) nei successivi 150 anni. Due mondi, due rivoluzioni per la Libertà. In Abruzzo le cose presero subito una brutta piega farcita di compromessi, illusioni popolari e scariche dei plotoni d’esecuzione “nordisti” contro i patrioti “briganti” sudisti. Nel 1856 morì il vescovo Pasquale Taccone, principe della chiesa aprutina dal 1849. Dopo tre anni di vicariato, tenuto lodevolmente dal canonico Cantarelli (“Storia della Provincia di Teramo dalle origini al 1922”, C. Cappelli, R. Faranda, 1980) gli successe il domenicano Monsignor Michele Milella, barese, dottore “in utroque iure” e professore di filosofia a Perugia. Eletto Priore del Convento di S. Maria sopra Minerva in Roma (vicina al Pantheon ed all’attuale Parlamento) dove aveva vestito l’abito del suo Ordine (dei Padri Predicatori di San Domenico da Guzman), egli aveva provveduto ai restauri di quella chiesa, divenendo più tardi Prefetto della Biblioteca Casanatense e professore nell’Università. Preconizzato da Pio IX vescovo di Teramo, entrò quattro mesi dopo, il 31 Ottobre 1859, nella sua diocesi e vi rimase per un trentennio, salvo che nel periodo 1861-1866. Nelle ore cruciali della Guerra di Secessione americana e della “sbornia” laicista sardo-piemontese i cui tragici effetti molti ancora oggi ignorano. La nobilissima e fedelissima fortezza di Civitella del Tronto, che mai alcun regista italiano europeo ha osato immortalare in una pellicola cinematografica degna del genio e della grazia di Steven Spielberg, si arrese il 21 Marzo 1861, alla vigilia della tragedia americana. Sindaco Vincenzo Irelli, successo nel mese di Luglio a Serafino Cerulli, il plebiscito del 21 Ottobre, che proponeva o il ritorno dei Borbone sul trono o l’annessione al regno d’Italia, si concluse, per la provincia aprutina con 15.113 “SI” e con soli 165 “NO” a favore del regno d’Italia. La città di Teramo rispose con 3.600 votanti su 4.000 iscritti e un solo voto a favore dei Borbone (www.realcasadiborbone.it/). Il 18 Febbraio una legge votata dal primo Parlamento italiano attribuì a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d’Italia. Ma gli entusiasmi giovanili del primo momento furono immediatamente seguiti da gravissime difficoltà, dovute alle condizioni di miseria e di ignoranza degli abitanti della regione Abruzzo. Una terra sfruttata per secoli, alla mercé dei potenti di turno, sospettosa, forte e gentile ma, specialmente nelle campagne, legata alle tradizioni borboniche. Oggi diremmo, al credo popolare e semplice delle cose Hobbit che crescono. Il 2 Dicembre 1860 i contadini di Penne si rivoltarono per questioni granarie ed espulsero dalla città il Sottointendente Domenico De Blasiis. Non fu certo l’unico episodio di protesta, taciuto nelle celebrazioni ufficiali del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, le cui radici affondano nella povertà pressoché generale dei sudditi italiani del Nord e del Sud d’Abruzzo, nella reazione sobillata dai Borbone e soprattutto dalla diffidenza accumulatasi nei secoli contro ogni nuovo “padrone”, rivelatosi sempre peggiore del precedente. È cambiato qualcosa dopo 150 anni? Tema impegnativo e doloroso fu quello rappresentato dal fenomeno del “brigantaggio”, l’insurrezione dei patrioti sudisti italiani. Fu una strage. Fu la nostra prima guerra civile dei tempi moderni. Fu la nostra prima “secessione”, certamente non all’Americana. La nobiltà gravitante sulla Corte borbonica, i contadini ignoranti diffidenti, gli sbandati militari borbonici e la real Corte, misero in atto ogni possibile tentativo (disperato) per far tornare le cose allo stato legittimo e precedente. I nobili per ovvi motivi di tradizione, casta e privilegi. I contadini perché rimasti economicamente come o peggio di prima, costretti a pagare le tasse, contrariamente alle promesse “nordiste” ed alle loro attese. I loro giovani figli sarebbero stati chiamati alla leva obbligatoria, costretti a lasciare le campagne per un “impegno” di cui non avrebbero voluto saperne. I soldati e gli ufficiali borbonici sopravvissuti perché incapaci di fare altro che non fosse il mestiere delle armi. Rastrellati ed arrestati ma non accetti all’esercito sardo-piemontese ora italiano, i cui effettivi trattavano con disprezzo i meridionali e davano loro dei “vili” e dei “ladroni”. Sentimenti non dissimili negli States nei confronti dei Confederati. D’altro canto, Francesco II e la sua Corte, ospiti del Papa a Roma, nel Palazzo Farnese, non erano assolutamente disposti a rinunciare al trono di Napoli. Il Minghetti, il “barone di ferro”, non poteva certo tollerare la cosa e gli fu giocoforza facile schierare la controguerriglia, messa in atto dalla Guardia Nazionale, dai Carabinieri e dall’Esercito regolare italiano. La partita, o meglio la guerra fratricida, fu giocata all’ultimo sangue e durò, come la Guerra di Secessione americana, fino al 1865. Ufficialmente. Fu cioè contemporanea alla guerra scatenata il 12 Aprile 1861 dai Sudisti confederati contro i Nordisti unionisti, a Charleston, nella Carolina del Sud, con il bombardamento di Forte Sumter. Tutto è connesso. Episodi di crudeltà si verificarono di frequente in un campo e nell’altro e costituirono anch’essi il contributo prezioso da versare per l’Unità d’Italia e degli Stati Uniti d’America. L’obiettività scientifica intellettuale, storica, culturale e cinematografica del 150mo anniversario della nostra unità nazionale, è certamente venuta meno. I fatti lo dimostrano, con le dovute eccezioni che coraggiosamente hanno riaffermato la forte e determinata volontà di non far passare sotto silenzio la Storia vera. Quella non insegnata nelle scuole e nelle università di ogni ordine e grado. Quei cosiddetti “briganti”, da un certo punto di vista sociale e istituzionale, furono e sono i Patrioti del legittimo Re di Napoli. È altrettanto assurda, d’altro canto, la tesi, più volte invocata, della connivenza con i “briganti” di una parte del clero che pur aveva seguito con simpatia e spesso fiancheggiato i movimenti liberali, mazziniani e unitari dal 1814 in poi. Gli ecclesiastici prestano soccorso a tutti, indistintamente. Tra coloro che erano stati vittime della galere borboniche e il clero, certamente non poteva correre buon sangue e non rari furono – come evidenziano il Palma, il Cappelli e il Faranda – i casi di violenze e di manifestazioni clamorose di empietà civile e religiosa. Anche negli States. Gli studi del domenicano padre Benedetto Carderi, aiutano a comprendere il significativo caso del vescovo Milella. Il 16 Marzo 1861 scrive l’Harper’s Weekly, il Journal of Civilization, il settimanale di New York (Vol. V, N. 220), citando il Moniteur e il Giornale di Roma, dopo aver celebrato la prima Inauguration presidenziale di Abraham Lincoln che aveva giurato il 4 Marzo sulle fondamenta del Campidoglio in costruzione a Washington: “The King and Queen of Naples arrived at Rome on the 14th. Their Majesties alighted at the Quirinal, where his Highness Pope Pius IX paid them a visit on the 15th. It appears that the bombardment of the 11th and 12th was of extreme violence, rendering the rifled cannon useless. From the demand to surrender to the moment the capitulation was signed, the Piedmontese threw 50,000 shells into the fortress. The king passed the Neapolitan troops in review before leaving, who wept on presenting arms to him. An immense crowd was assembled, and the population shed tears. Royal honors were paid to Francis II as he embarked. As the vessel left, a salute of 21 guns was fired, and the flags were lowered, while the garrison shouted “Long live the King!” though in presence of the Piedmontese, already in possession”. L’Harper’s Weekly descrive poi la “sensation at Rome”. E cioè: “in Rome the fall of Gaeta has caused immense excitement. The people are greatly agitated, and the national movement increases in strength. On Thursday last a strong popular demonstration took place, the crowd shouted “Victor Emanuel and the unity of Italy forever!” and even some priests joined in the cheering. The French general offered no opposition to these proceedings, but the crowd finally dispersed at the request of some French patrols. It is thought the Papal government will be unable to resist the movement. The Giornale di Roma denies that there has been any arrangement between the Holy See and Piedmont. The departure of Mgr. Sacconi, Papal Nuncio to the Court of the Tuileries, is postponed. The position of his Holyness becomes daily more isolated”. Secondo il Faranda e il Cappelli, il vescovo Milella, pur avendo fatto celebrare nella cattedrale di Teramo il Te Deum per l’ingresso di Garibaldi a Napoli, la notte tra il 24 e il 25 Agosto fu tratto in arresto a Giulianova dal Tripoti, “senza tanti complimenti”, ed accompagnato in vettura a Napoli. Dove gli furono proposte tre sedi per il suo esilio. Milella scelse Genova dove trascorse alcuni anni, confinato nel Convento di S. Maria di Castello, in clausura. La ragione dell’arresto del vescovo di Teramo “era stata che in Giulianova egli aveva ricevuto parecchi ecclesiastici, noti per simpatie borboniche, quali il domenicano frate Tommaso Tinti ascolano e il conventuale frate Leonardo Zilli. Si aggiungevano vaghe accuse, per la verità mai provate, di condotta di vita immorale e, principalmente, l’aver egli come confidenti i canonici Spinozzi, Forcina, Savini e Cimini, notoriamente legati all’antico regime”. I più agguerriti mangiapreti gioirono. “In sua assenza e su designazione sua, nel Luglio 1864 era stato eletto arcidiacono, in sostituzione del defunto can. Giuseppe Piercecchi, il can. teologo Luigi Michitelli, in fama di liberale e gradito ai mangiapreti. La circolare del Ricasoli (22 Ottobre 1866) dispose il rientro in sede dei prelati esuli, ad esclusione di quelli che si erano rifugiati a Roma”. Così il Milella rientrò a Teramo dove “a parziale compenso del torto subito, fu proposto per la nomina a commendatore, ma non se ne fece poi nulla. In seguito egli fu a Roma per il Concilio Vaticano del 1869 e quindi nel 1878 per l’incoronazione di Papa Leone XIII”. Mentre gli Americani si ammazzavano nella loro guerra civile, la provincia aprutina fu coinvolta nel triste fenomeno della cruenta repressione nordista del “brigantaggio” sudista (G. De Caesaris, Pagine di storia abruzzese. Il brigantaggio (1860-1868), Teramo 1935, IX-XII). Non mancarono episodi notevoli nei paesi di montagna. Durante l’assedio della fortezza di Civitella “i gendarmi borbonici si unirono ai briganti per compiere una sanguinosa razzia in Campli né molto valse l’intervento della Guardia Nazionale al comando di Trojano Delfico: anzi gli assedianti dei generali Pinelli e Mezzacapo furono minacciati alle spalle dai contadini di quei luoghi”. Nei primi mesi del 1861 “dallo Stato pontificio passavano a frotte, incoraggiate da quel governo e finanziate dai Borbone, intere bande che taglieggiavano e terrorizzavano il Chietino, l’Aquilano e il Teramano, sulle cui colline, nell’agosto, il comandante dei Cacciatori, Antonio Tripoti, riuscì a catturare e a mandare al patibolo alcune centinaia di malfattori, mentre nel territorio di Penne il De Caesaris arrestava nove banditi e li faceva fucilare”. Che la guerra anche in Italia fosse per davvero “civile” (tutti contro tutti) lo provano i fatti. “Appoggiato dalla Curia, imperversava nella zona lo Stramengo che aveva la sua base nei pressi di Civitella. A Colledara facevano irruzione i banditi, costringendo l’abate Romani a rifugiarsi in Montorio”. A reprimere questo ed altri tentativi insurrezionali furono impiegati gli effettivi del 40mo e del 43mo Reggimento. È del 1863 l’assalto al “forte” di Fano Adriano, “portato dallo Stramengo con 100 suoi compagni, mentre nello stesso anno, ad ingrossare le file dei rivoltosi, riuscivano ad evadere dalle carceri di Teramo ben 55 detenuti, seguiti nel 1864, da altri 23”. Con la Convenzione di Cassino del 24 Febbraio 1865, “stipulata tra Stato e Pontefice, che disponeva la reciproca estradizione dei briganti, il fenomeno triste e vergognoso del brigantaggio si indebolì definitivamente”. Uccisi o dispersi o deportati negli States, i “patrioti” sudisti italiani furono sconfitti. Quei pochi “capimassa” italiani e stranieri sopravvissuti, furono costretti alla resa. Nel 1868 rimanevano piccoli gruppi piuttosto dispersi, come quello di Antonio Angelini da Valle Castellana e l’altro di Giovanni Antonio Palombieri da Alvi, “ambedue in quell’anno messi a tacere per sempre”. Nel Giugno 1862 il Generale Garibaldi avrebbe mosso per la sua seconda “risalita” della penisola, come meta Roma, ma, come sappiamo, venne fermato sull’Aspromonte dalle truppe italiane. La Questione Romana si sarebbe risolta nel 1870. “Bisogna agire!”. Gli Americani e gli analisti politici l’hanno capita la “morale” dell’Address inaugurale del Presidente Barack Hussein Obama. “Giuro solennemente che adempirò fedelmente all’incarico di Presidente degli Stati Uniti, e preserverò, proteggerò e difenderò, al meglio della mia capacità, la Costituzione degli Stati Uniti”. Nel pronunciare il giuramento, amministrato dal Chief Justice John G. Roberts jr, il Presidente Obama ha manifestato l’apparente forte e determinata volontà di governare gli Americani e il Mondo libero sui valori che furono di Abraham Lincoln. Il Giuramento sulla Bibbia appartenuta a Lincoln e l’Address (“We the People of the United States…”:www.whitehouse.gov) del Presidente Obama per l’Inauguration Day del suo secondo mandato alla Casa Bianca, il 21 Gennaio 2013, contengono tuttavia una serie di sostanziali contraddizioni valoriali sotto gli occhi di tutti. Perché Lincoln fu il primo Presidente repubblicano conservatore innovatore riformista unionista a difendere, in nome del Popolo e di Dio, la Libertà, l’Unione degli Stati Americani continentali, la Famiglia fondata sul Matrimonio di un uomo e di una donna, i diritti civili di eguaglianza alla nascita di ogni persona, la Proprietà, l’Impresa, la Patria. Durante la guerra civile (1861-65) il Presidente Abraham Lincoln (il kolossal di Steven Spielberg, per la fotografia di Janusz Kaminski, è nelle sale italiane dal 24 Gennaio 2013) proclamò la Giornata Nazionale del Ringraziamento e di lode religiosa. Lincoln, eletto il 6 Novembre 1860 e insediatosi il 4 Marzo 1861, fu il primo repubblicano a conquistare la carica presidenziale americana ed a battersi strenuamente per l’Unione degli States. “L’anno che si avvia alla fine – dichiarò il Presidente Lincoln nella National Thanksgiving Proclamation del 1863 – è stato ricolmo della benedizione di campi fruttuosi e di cieli salubri. A queste munificenze, di cui godiamo così costantemente da essere portati a dimenticare la loro fonte, se ne sono aggiunte altre di natura così straordinaria da non poter che penetrare e addolcire anche i cuori abitualmente insensibili alla Provvidenza sempre vigile di Dio Onnipotente. In mezzo a una Guerra civile di ineguagliata portata e severità, che talvolta è sembrato invitare e provocare l’aggressione degli Stati stranieri, è stata preservata la pace con tutte le nazioni, è stato mantenuto l’ordine, sono state rispettate e obbedite le leggi ed è prevalsa l’armonia ovunque tranne che nel teatro del conflitto militare; mentre quel teatro si è grandemente ristretto con l’avanzare degli eserciti e delle marine dell’Unione. La necessaria deviazione della ricchezza e delle forze dai campi dell’industria pacifica alla difesa nazionale non hanno arrestato l’aratro, le navette o le navi; l’ascia ha allargato i confini dei nostri insediamenti e le miniere, di ferro come di carbone e dei metalli preziosi, hanno prodotto ancora più abbondantemente di prima. La popolazione è aumentata costantemente, nonostante le spoliazioni sul campo, l’assedio e il campo di battaglia; e al Paese, che gioisce nella consapevolezza di un aumento di forza e vigore, è permesso aspettarsi che continuino gli anni di grande aumento della libertà. Nessuna mente umana ha congegnato né alcuna mano mortale ha elaborato queste grandi cose. Esse sono i doni generosi dell’Altissimo Dio, il quale, mentre ci tratta con ira per i nostri peccati, si è nondimeno ricordato della sua misericordia. Mi è sembrato giusto e appropriato che essi fossero riconosciuti con solennità, riverenza e gratitudine, con un sol cuore e una sola voce, dall’intero Popolo americano. Invito pertanto i miei concittadini in ogni parte degli Stati Uniti, e anche coloro che si trovano in mare e che soggiornano in terre straniere, di designare e osservare l’ultimo giovedì di novembre prossimo, come giornata di ringraziamento e Lode al nostro Padre benefico che abita i Cieli”. Nessuno dei presidenti in carica negli Usa dai tempi di Lincoln ha più omesso di emettere il Proclama annuale di Ringraziamento. Barack Obama ha giurato sulla voluminosa Bibbia di Lincoln su cui giurò già nel Gennaio 2009. Ma anche su un libricino piccolo che era la Bibbia da viaggio di Martin Luther King usata nei suoi primi viaggi come predicatore. È stata la First Lady Michelle a tenere i due volumi su cui il Presidente Obama ha appoggiato la mano sinistra sollevando la destra per giurare. La Bibbia di Lincoln era stata acquistata espressamente per la cerimonia di giuramento del 4 Marzo 1861. Nel suo “Address” (Discorso Presidenziale di Inaugurazione) dopo il giuramento, il Presidente Obama ha ricordato che i Patrioti americani del 1776 “non combatterono per rimpiazzare la tirannia di un re, o i privilegi di pochi senza regole. Ci consegnarono una Repubblica, un governo, del popolo, che viene dal popolo e agisce per il popolo”. Questa ultimo pensiero riprende chiaramente il celebre passaggio del famoso “Gettysburg Address”, uno dei discorsi più conosciuti del Presidente repubblicano unionista Lincoln che abolì la schiavitù, pronunciato il 19 Novembre 1863, mentre infuriava ancora la guerra civile. “Oggi continuiamo un viaggio che non avrà mai fine – dichiara oggi Obama – la storia ci dice che la Libertà ci viene da Dio, ma che tocca agli uomini sulla terra difenderla e metterla al sicuro. Ciò che unisce la nostra Nazione non è il colore della nostra pelle o l’origine dei nostri nomi, ma che tutti gli uomini sono creati uguali ed hanno diritti inalienabili. La prosperità della nostra Nazione si deve fondare sul lavoro di una classe media forte. Gli Stati Uniti hanno obblighi verso il resto del mondo e sosterranno sempre la democrazia, dall’Asia, all’Africa, dalle Americhe al Medio Oriente. Sosterranno i diritti delle persone più umili, la libertà. Fratelli e sorelle gay devono avere gli stessi diritti. Un decennio di guerra sta terminando. La ripresa economica è iniziata. È il nostro momento e sapremo sfruttarlo, a patto che lo sfrutteremo insieme. Non possiamo fare errori di principio, non possiamo fare dibattiti senza fine. Dobbiamo agire e andare avanti sul percorso di una reale ricerca della felicità. Anche se sappiamo che le nostre decisioni sono spesso imperfette. Noi crediamo che la prosperità dell’America deve essere fondata su una classe media che prospera. Ma il nostro Paese non può avere successo quando un gruppo sempre più ristretto sta molto bene ed un gruppo sempre maggiore ce la fa a stento. Perché noi sappiamo che l’America cresce quando ogni persona può trovare indipendenza ed orgoglio nel proprio lavoro. Dobbiamo fare le scelte difficili per ridurre i costi della sanità e la dimensione del nostro deficit. Rifiutiamo però l’idea che si debba scegliere tra prendersi cura della generazione che ha costruito il Paese e gli investimenti per la generazione che costruirà il futuro”, ha detto il Presidente Obama, sottolineando che “alcuni programmi sono inadeguati, per questo bisogna portare nuove idee e tecnologie per ridare slancio al Governo, al codice fiscale, per la riforma della scuola e dare possibilità ai cittadini che hanno capacità di lavorare, imparare e arrivare più in alto”. Ogni frase di Obama è stata intercalata da uno squillante “We the People of United States” che ha fatto sicuramente breccia nei cuori degli Americani. Un esempio, a parte le contraddizioni valoriali con Lincoln, per i politici italiani europei che non parlano mai di “Noi il Popolo…” e non ringraziano mai Dio. Sempre autoreferenziali nella difesa dei loro interessi particolari di bottega che offendono Dio, la persona, la famiglia, la proprietà, la libertà, il lavoro, l’impresa. I “peccati originali” politici e culturali che ereditiamo dal nostro Risorgimento incompiuto, violato e sepolto sotto una spessa coltre di polveri ideologiche. La fitta trama dell’apparato mediatico risorgimentale non si lascia bucare tanto facilmente. Ne è convinto lo storico Oscar Sanguinetti che mette in luce le schermaglie tra l’accademia e i “guerriglieri” culturali indipendenti. Quali sono state le conseguenze del 17 Marzo 1861 sulla storia successiva? Che cosa rimane oggi nella memoria pubblica e privata in cui affonda le radici la nostra convivenza nazionale? È buona norma cercare di capire la prudenza degli storici. La storia è analisi, è anamnesi, non è amnesia. Il 17-20 Marzo 1861 si compie in gran fretta lo sforzo plurisecolare di edificazione di un organismo politico ed amministrativo unitario in Italia, sostituendo istituzionalmente la visione civico-religiosa di nazione (fondata sulla cultura cattolica tradizionale dei popoli della Penisola) con i “semi” laici delle libertà promesse dalla Rivoluzione francese. Che da ideale si era tradotta in res gestae (istituzioni, stati, eserciti, scienza, riforme del diritto, costume) nel ventennio di Napoleone Bonaparte. Il secolo dei risorgimenti nasce in Francia ma i fenomeni popolari di resistenza divampano ovunque in tutto il mondo, tant’è che nel periodo fra il 1792 e il 1814 prendono il nome di insorgenza. L’Italia era già federale da secoli (cf. Petrarca e Cattaneo). La contrapposizione fra l’Italia delle minoranze progressiste, ideologizzate e rivoluzionarie da una parte, e l’Italia del senso comune popolare fondato sulla Religione e la Tradizione dall’altra, fu inevitabile. Idem tra il Paese legale e il Paese reale. Il fatto stesso che ancora oggi dopo 150 anni ne discutiamo, dimostra la mole di lavoro necessaria sul territorio per completare l’Unità nazionale dei cittadini del nord, del centro e del sud Italia, fondata sull’obiettiva volontà di unire interessi, progetti, valori, ideali comuni in un Paese che, in piena decadenza economica e demografica, invecchia troppo in un mondo che cambia altrettanto velocemente e che rischia di fagocitarci. Bisogna cristallizzare le memorie dei nostri Padri della Patria. E bisogna farlo in fretta. Il fatto risorgimentale è più importante del fatto unitario? Pur di attuare il Risorgimento, le forze che lo animarono sarebbero state disponibili anche a soluzioni federali, non unitarie o, al limite, dispotiche pur di spazzare via l’antico regime? Agli Italiani non fu imposta la Repubblica Romana del 1849. Fu imposta una nuova cultura nazionale trasmessa dai sardo-piemontesi grazie all’autorità dello Stato, attraverso una mitografia nazionale e letteraria (cf. i romanzi:“Pinocchio” di Collodi e “Cuore” di De Amicis) che insegnava un nuovo senso comune, nuovi valori in cui credere, nuovi pensieri, nuovi stili di vita anche per il Pater familias (e il Maestro elementare). Il quale avrebbe dovuto rinunciare alla forza lavoro dei suoi figli maschi offrendoli allo Stato per la lunga leva. Eppure, fin dai tempi di Giotto, San Francesco, San Domenico, Santa Caterina, Petrarca e Dante, l’Italia aveva già conosciuto una svolta antropologica senza precedenti in Europa. Cristallizzata nel Rinascimento. Nacque la nuova cultura nazionale italiana forgiata da geni del calibro di Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Galileo Galilei, che avevano scosso il pensiero occidentale influenzando Cartesio, la modernità umanistica e razionalistica. Grandi scienziati italiani furono e sono esponenti della Religione e della Chiesa. La cultura laica e individualistica francese enfatizzò con la Rivoluzione del 1789 (altro flop fu la mancata festa del Bicentenario, vissuta a Parigi e testimoniata direttamente dal sottoscritto, poche settimane prima del crollo del muro di Berlino!) la cultura delle libertà come valori assoluti e non come condizioni, allo scopo di annientare l’influsso del Cattolicesimo sulla cultura europea e sugli statuti dei popoli, Italia compresa. Per rimuovere Regni, Tradizioni e ogni altra cultura nazionale pre-unitaria, per ridurre all’emarginazione ed all’insignificanza il fatto religioso e prodigioso del Divino nella vita pratica dei sudditi non ancora cittadini. Nacque così il secolarismo che continua a inquinare fasce sempre più ampie della società e delle culture. Queste sono le basi etiche dell’Unità d’Italia? La smania di novità (“rerum novarum cupido”, la definisce Papa Leone XIII) è cultura della modernità che ha sostenuto, secondo alcuni storici, la decadenza civile dell’Italia fin dal Medioevo, annichilendo il prezioso tesoro classico (costumi, esperienze, pratica religiosa, buon senso e famiglia italiani) accumulato nei secoli da generazioni di Patres, di nostri antenati, colti ed analfabeti ma già Italiani. Tutto fu dilapidato? I più liberi, gaudenti e spregiudicati che sostituirono le vecchie aristocrazie con altre oligarchie, continuarono a spargere veleno e i loro emuli oggi non possono festeggiare nulla se non la parabola del loro fallimento e il prologo di una nuova tragedia internazionale nel Mediterraneo. Il modo di pensare sempre più secolarizzato, naturalistico, darwiniano, cinico, materialistico, moralmente superficiale, ambiguo ed ambizioso del giovane nipote Tancredi Falconieri che magistralmente Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) contrappone nel suo romanzo “Il Gattopardo”, alla mentalità tradizionale del principe Fabrizio Salina, è l’Italia burocratica del 17 Marzo 1861. Alla quale si oppose strenuamente la fedelissima fortezza di Civitella resistendo, non invano, all’invasore. Se solo Steven Spielberg sapesse! Come oggi l’Italia reale dei cittadini (non sudditi) resiste ai venti di guerra di chi nelle segrete stanze di oscure “cancellerie” ha già deciso una nuova catastrofe mondiale in nome dell’umanitarismo. Nell’Ottocento fu la “nuova” Italia sabauda a creare e ad alimentare la Questione Meridionale che porterà alla crisi dello stato liberale, delle dottrine politiche, della scienza e del foro, fino alla morte della Patria nel fascismo. L’Italia laicista e incompiuta che costringerà la Chiesa (espulsa da canoniche, conventi, corti, università, tribunali e società) a clericalizzarsi, ad arroccarsi in autodifesa. Una Chiesa che seppe resistere senza abdicare al suo alto magistero evangelico, non solo tra i ceti più umili, annunciando il Vangelo grazie ai cristiani laici italiani ed alle numerose fraternità francescane e domenicane che difesero la cristianità in mezzo alla tempesta rigida ed aggressiva del laicismo pubblico, la nuova religione civile. La novità assoluta del 17 Marzo è l’affermazione dello Stato moderno, un unico organismo amministrativo e politico italiano che si espande per la prima volta in tutta la società raggiunta dalla conquista. Una società lontana anni luce dal progresso americano di quegli anni. La leva obbligatoria è il primo contatto dei giovani con l’autorità dello Stato che assume il ruolo da protagonista assoluto nella vita degli Italiani. Anche il mondo della scienza apparentemente ci guadagna. Lo Stato non è più solo un contenitore di difesa e regolazione della vita pubblica e privata, ma diventa l’architetto di ogni italiano. Nascono le grandi Società scientifiche alle dirette dipendenze dello Stato. Muta però l’ethos civile. Per la prima volta i cenacoli letterali ed esoterici del Rinascimento, le sette religiose del Seicento e le logge massoniche del Settecento e dell’Ottocento, sono costretti a cedere la missione etica e maieutica all’organo politico supremo, al Re Padre della Patria. Che nella visione idealistica del liberalismo italiano (cf. l’hegeliano teatino Bertrando Spaventa, 1817-1883) diventa il principale artefice del cambiamento sociale, la più potente leva del progetto unitario concepito non dalle masse (altrimenti sarebbe stato federale) ma da minoranze illuminate per instaurare un nuovo ordine sociale secolare, cosmopolitico, ugualitario e plebiscitario quanto basta, a misura di italiano borghese e colto. Il 17-20 Marzo 1861 alla Nazione italiana plurisecolare fondata su ben altre possenti colonne portanti culturali che oggi incredibilmente, senza la comicità di alcuni geni, facciamo fatica a ricordare e valorizzare, fu inferto il colpo ferale per aprire la via non alla vittoria sull’analfabetismo ma allo stato pedagogo fascista ed all’ingresso dell’ideologia internazionalista comunista nella politica italiana. Fu vera gloria quell’indipendenza e quell’unità attuata a prezzo di non poche rinunce, compromessi, sacrifici, problemi, questioni, delazioni, tradimenti e vendette? Quella “Italia dei notabili” fra il 17 Marzo 1861 e il 4 Novembre 1918, oltre a smentire la leggenda rosa risorgimentale, presenta al mondo un Paese diviso su tutto, dove le libertà individuali appartengono a pochi eletti ed elettori (che poi sono sempre gli stessi!) di quel ceto borghese laico e liberale dominato dalla figura del Re. L’Italia del 17 Marzo 1861 è omologata a una morale scettica e relativistica ispirata ai dettami delle massonerie europee. È un Paese-Stato che, sconfitto il Papato, discrimina i preti, i frati e i laici cristiani in ogni ambito della vita sociale. Come ultimi della classe degli stati nazionali, bisognava recuperare il tempo perduto: l’Italia assume subito (grazie a Cavour fin dal 1855) un ruolo attivo ed aggressivo nelle relazioni internazionali. Destra e Sinistra storiche dovranno vedersela con le opposizioni reali al governo del Paese: cattolici, repubblicani e socialisti contesteranno il sistema con ogni mezzo, non solo all’interno del Parlamento nazionale ma come “anti-Stato” alla consorteria laica al vertice del Paese. Il divario tra Nord e Sud Italia cresce ma non degenera in un conflitto stile secessione americana. Per un sacco di buone ragioni. L’inutile strage (Benedetto XV, 1914-1922) della Prima Guerra Mondiale fu per noi italiani l’evento clou dell’Unità nazionale. Fu la nostra Quarta Guerra d’Indipendenza, ben più efficace di tante bande e fanfare propagandistiche di tanti miti risorgimentali, liberali e festaioli della retorica patriottarda. La Grande Guerra per la Vittoria del 4 Novembre 1918 riuscì laddove avevano fallito i politici, amalgamando fra loro i Comuni d’Italia che la storia aveva forgiato come tante Legnano. Nella comune disgrazia, nel medesimo dolore, nel lutto, tra le trincee fangose e putride, tra i gas asfissianti del nemico, sui monti, tra le valli e nei fiumi, tra scariche di mitraglia, nell’assalto all’arma bianca, il 4 Novembre nasce la Nazione Italiana moderna. Un titolo da poter vantare fra le altre potenze mondiali. Quello che la consorteria laica del Re non era riuscita a realizzare pacificamente ma che una certa impietosa casta militare poté soddisfare grazie all’aiuto dell’industria militare. Oggi diciamo giustamente che ne è valsa la pena. I nostri Caduti che onoriamo nel Tricolore sono i nostri Patres dell’Italia unita di oggi. Guai a noi se lo dimentichiamo. Ma che sia di monito a tutti quei popoli che vogliono giustamente conquistare la libertà e la democrazia. Da soli. Noi Italiani non abbiamo mai goduto di una “no fly zone” né di una risoluzione Onu né di un bombardamento preventivo! Non abbiamo mai gioito o sparato fuochi d’artificio dopo aver perso battaglie e guerre! Certo che ne è valsa la pena: l’Unità d’Italia non si tocca, neppure nel contesto euro-mediterraneo. Il suolo patrio è sacro e va difeso da qualunque invasione per mare, per cielo e per terra. Ma l’Unità d’Italia non fu figlia di una risoluzione sovranazionale né di un disegno opaco che avrebbe dovuto magicamente concludersi nella soluzione di problemi ancora oggi aperti dopo 150 anni e stranamente irrisolti. Se quell’Unità del 17 Marzo fosse stata largamente condivisa e partecipata da tutti gli Italiani, avrebbe potuto benissimo condurci per primi sulla Luna e su Marte, molto prima dell’America e dell’ex Unione Sovietica. Ma così non è stato. I romanzi di J. Verne rimangono sulla carta. Dovevamo dedicarci alle guerre coloniali per tenere il passo. L’analfabetismo completò l’opera e impedì a quell’Unità di schiudere orizzonti sconfinati di progresso e opportunità uniche, reali e improcrastinabili per il Paese. Iniziò la fuga dei cervelli verso altri Stati come l’America (il grande Meucci, l’inventore del telefono!) e si aggravarono le condizioni del Sud depredato. Iniziarono le politiche dell’assistenzialismo. I piatti della bilancia costi-benefici di quell’Unità sono l’altro tabù che per decenni ha costretto storici e sociologi alla prudente dottrina del silenzio. Guai a mettere in discussione le scelte fatte e i traguardi conquistati; guai a non parlarne se non in termini entusiastici. Ma se oggi non possiamo ancora disporre in ogni ospedale d’Italia di un dispositivo non invasivo per la prevenzione e cura dei tumori di tutti i cittadini in tempo reale, sappiamo di chi fu la colpa. Di chi ha frenato la scoperta e la ricerca nucleare nel nostro Paese! Così nel 1911, nel 1961 e nel 2011 abbiamo celebrato la retorica. Chi può dire tra 48 anni chi saremo e cosa faremo? Il Bicentenario verso cui navighiamo a vista, è ancora lontano. La “rivoluzione” risorgimentale che alcuni oggi vorrebbero importare in Italia e in Europa direttamente dalle coste Nord Africa, magari in versione arabesca tra palme, cammelli, datteri e dune, si affievolì molto presto all’indomani del 17 Marzo 1861. Certamente i dieci anni successivi furono un capolavoro politico-diplomatico. Non mancarono le annesse stragi di civili, di ex ufficiali borbonici, di contadini e di intellettuali (cf. Il Sangue del Sud, di Giordano Bruno Guerri che rilegge il Risorgimento e il Brigantaggio come la Storia d’Italia). Quella “prima” Unità invece di offrire a tutti gli Italiani un unico scudo istituzionale, per diverse ragioni lascia fuori porzioni non trascurabili di nazione italiana: la Corsica, Nizza, il Ticino svizzero, ampie zone adriatiche e Malta. Fra il 1912 e il 1918 il Regno d’Italia annette vivaci minoranze etniche: albanesi, aostani, greci del Dodecaneso, tedeschi del Tirolo meridionale, slavi dell’Istria e delle città adriatiche. Non si riesce a compensare la grande fuga (emigrazione) dei ceti italiani più umili, che aumentata dal 1876. Un flusso mai visto nella storia d’Italia. Questi nostri Italiani privano il Paese del loro lavoro e del loro genio a favore di altri stati d’Europa e d’America. È l’Italietta giolittiana che segna il passo verso la più grande tragedia della nostra storia (1915-1945), la Guerra civile europea. Dei trent’anni. Le famigerate leggi razziali fasciste. L’Olocausto, la Shoah. A quell’Italietta dobbiamo ancora oggi lo stereotipo dell’Italiano all’estero tutto pizza e mandolino, mistico, libertino, mammone, cuoco, sarto, profumiere e latin lover. Lo Stato unitario fu l’opera dell’intelligente capolavoro strategico e politico di Camillo Benso Conte di Cavour, sotto la pressante emergenza della rivolta meridionale e della Questione Romana. Fra il 1861 e il 1870 furono bruciate tutte le tappe per varare rapidamente un ordinamento territoriale statuale mai esistito prima e destinato a seguire, nel bene e nel male, il futuro del popolo italiano frammentato politicamente (culturalmente e spiritualmente già unito da secoli) e dell’intero continente europeo. Quella felice “fretta”, per alcuni colpa e superficialità, che caratterizza anche il lavoro dei media odierni dimentichi delle conseguenze dell’operazione risorgimentale nel Sud Italia, ci risparmiò lutti e distruzioni ben peggiori. Con la forza della ricchezza, delle baionette e dei cannoni, salì al potere una classe burocratica insensibile al grido di dolore del popolo italiano ed alle Questioni aperte: romana, cattolica, federale, repubblicana, meridionale. Furono demolite d’ufficio le istituzioni pre-esistenti, gli ordinamenti e gli assetti sociali, gli organismi politici e i codici. Stipendi e rendite furono annullati, esautorando e licenziando moltissime persone, razziando le risorse finanziarie e le industrie del Sud. Antiche città capitali della gloriosa storia plurisecolare d’Italia, furono ridotte a capoluoghi di provincia, a luoghi di villeggiatura. Il popolo fu tradito. Il sistema economico unitario creò forti squilibri fra le varie regioni del Paese esposte all’azione delle “lobby” di famiglie e clientele, alla miseria che costringerà milioni di persone all’espatrio. Nel 1861 l’uniforme ordinamento sabaudo porrà fine alle autonomie territoriali e dei sistemi di autogoverno (vero antidoto ai fascismi) con l’accentramento totale dell’amministrazione nella figura del Prefetto napoleonico. Gli espropri dei “beni nazionali”, la soppressione degli ordini religiosi, la riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico sul principio di rigida separazione fra Stato e Chiesa, la guerra giacobina contro i cristiani, contro la stessa vita spirituale dei fedeli, contro la pratica religiosa pubblica, terranno lontani dalla vita pubblica e istituzionale un’intera fetta sociale della nascente nazione. Sessant’anni di lotta contro il cristianesimo romano, desteranno dal sonno milioni di italiani e muteranno sensibilmente la poetica risorgimentale e il destino dell’Italia. Scuola e leva obbligatoria diventano i “tabernacoli” civili della nuova religione di Stato, i luoghi dell’uniformazione linguistica, politica e culturale, sotto lo sguardo vigile del Re. Il quadro è quello storico, talmente oggettivo da destare curiosità e meraviglia tra gli americani. Come si sarebbero comportati i Sudisti d’oltreoceano? Garibaldi e i suoi Mille con chi si sarebbero liberamente alleati, con i Nordisti o con i Sudisti americani? Cinquant’anni fa gli americani celebrarono il generalissimo e il primo centenario dell’Unità d’Italia, azzardando una risposta ambigua: con il primo presidente degli Stati Uniti, il massone George Washington. Ma forse la verità non la sapremo mai. Quei “peccati” originali non ci fanno certo rimpiangere gli “ordini” pre-unitari dell’antico regime, ma scatenano naturalmente una serie di interrogativi sulle loro mancate nocive conseguenze che il nuovo regime costituzionale di Vittorio Emanuele II seppe scongiurare. La nostra Storia fu diversa da quella del Nord America. In Italia i Savoia misero in campo capillarmente tutto il loro potenziale liberale, accentratore, d’ordine pubblico e di potere che trova i suoi prestigiosi “simboli” in istituzioni, opere ed eventi altrove sconosciuti: la figura mitica del Carabiniere e del Maestro Elementare; la Terza guerra d’indipendenza del 1866 contro l’Austria; le varie spedizioni coloniali per scimmiottare le capacità belliche e strategiche delle altre potenze; la scuola pubblica nel romanzo “Cuore” e il senso del dovere nel romanzo “Pinocchio”; negli organi di stampa (dove i Borbone avevano fallito) sempre più determinanti per plasmare l’opinione di chi sapeva leggere ed ascoltare; l’Inno di Mameli. Anche il ruolo del clero fu paradossalmente determinante per evitare una guerra civile disastrosa tra Nord e Sud Italia, addolcendo l’amara pillola dei sudditi cattolici. La guerra tra Stato e Chiesa combattuta nelle alte sfere, si smorza non tanto nelle Guarentigie quanto piuttosto grazie all’azione capillare e diretta di preti, frati e laici cristiani tra le masse disperate. Nelle parrocchie, nei santuari, nelle chiese, nelle cappelle e nei conventi d’Italia, ardono e risplendono le nuove fiaccole della civiltà cristiana italiana che oggi celebriamo come Nazione. Gli italiani rinacquero intorno alle figure di santi come il giovane passionista abruzzese san Gabriele dell’Addolorata (Isola del Gran Sasso). La rivoluzione risorgimentale si smorza. Ogni velleità militare, ogni disagio, ogni conflitto trova in questi luoghi sacri la sua valvola di sfogo. Ma non di rassegnazione. La Chiesa locale svolge così la sua funzione educatrice quale fattore di coesione e di equilibrio sociale. Vengono smentiti clamorosamente dalla storia gli anticlericali che accusavano il Papa di sobillare le masse. A conferma del fatto inequivocabile che gli italiani pre-esistevano all’Unità del 1861. Come altrimenti la Chiesa avrebbe potuto ammortizzare lo tsunami militare, politico, sociale e costituzionale del nuovo ordinamento sardo-piemontese? Non solo la Chiesa, ma anche clan e famiglie si adoperarono per spegnere sul nascere qualsiasi tentativo di rivoluzione delle masse contro lo Stato sabaudo, giocando poi un ruolo non secondario all’indomani dell’8 Settembre 1943. Quando lo Stato venne meno al suo dovere e si ritirò improvvisamente abbandonando gli italiani che misero a nudo “il meglio” della costituzione materiale incarnata ben prima del 1861. In America quelle nostre Questioni avrebbero probabilmente fatto saltare l’intero continente, facendo da detonatore a una guerra civile ben più sanguinosa. In Italia, invece, incredibilmente quelle Questioni tennero unita una Nazione durante la tragedia della guerra civile 1943-45, dell’azione partigiana contro l’invasore e dell’indiscriminata guerriglia internazionalista comunista anti-italiana ed anti-nazionale. Queste sono le realtà della storia, fatti che gli Usa non hanno mai conosciuto né prima né dopo (solo nei due film fantastici “Red Dawn”) la loro Guerra civile. In Italia questa trama plurisecolare di istituzioni e culture “associate” – sottolinea lo storico Oscar Sanguinetti – “misconosciute se non schiacciate dall’ordine postunitario”, insieme a questa “assunzione di responsabilità per senso dell’onore e per amore del bene comune”, garantiscono dopo eventi catastrofici “la tenuta e la ripresa dell’organismo nazionale di fronte al disastro” e della sovrastruttura istituzionale, ponendo le basi alla riforma costituzionale repubblicana (cf. discorsi del Presidente Repubblica, dei Presidenti di Camera e Senato, e del Presidente del Consiglio dei Ministri, sul tema del 150mo Anniversario dell’Unità d’Italia). Le antiche e tenaci strutture familistiche e religiose del popolo italiano, fanno la differenza tra l’ordine e il caos: pur contestando politicamente il regime, salveranno sempre lo Stato unitario. Dunque, ne è valsa la pena grazie a Cavour. L’Unità politica, l’unica allora possibile, è stata necessaria e feconda per l’Italia. Come ci ricorda il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, “altrimenti saremmo stati spazzati via dalla storia” e dalle vigorose pressioni secolarizzatrici e omologanti del laicismo. Che oggi minacciano l’Europa sempre meno cristiana. È un fatto storico: l’Unità d’Italia non poteva avvenire diversamente, nel senso che non poteva essere più rinviata per l’ingresso nel concerto degli Stati moderni. Il dato storico è ciò che conta: non ha alcun senso contestarlo se non per attirare attenzione e “audience”, immaginando scenari cinematografici fantastici di realtà alternative (stile “Wild West”, anche se la lotta al brigantaggio trasformò il Meridione d’Italia in un “Far West” ancora sconosciuto al grande cinema!) di uno Stato federale italiano ottocentesco controllato da geniali agenti speciali al servizio del Presidente! La Storia come la Natura non procede per “remake”. Duole riaffermalo con forza, convinzione e determinazione ma bisogna riconoscere che nel XIX Secolo l’Italia non poteva nascere diversamente: senza la conquista militare da parte del “meno italiano” degli Stati; senza imporre il suo Re Padre della Patria e il suo ordinamento istituzionale; senza annientare quel che c’era prima e senza litigare con il Papato e la Chiesa. Ferite oggi rimarginate (cf. discorso del Cardinale Bagnasco). Quel che conta è che l’Italia istituzionale (cornice) nacque il 17 Marzo 1861, tre giorni prima della resa della fortezza borbonica di Civitella del Tronto. Ma la Nazione (il quadro) subì “un processo di alterazione dei suoi paradigmi etici” che “ne ha intaccato profondamente la salute morale e civile”. Quella radiazione ionizzante del 1861 cercò di modificarne il Dna, il nucleo vitale, ma fu il popolo italiano (in patria ed all’estero) a cambiare le istituzioni. Non viceversa. Questa è la nostra ricchezza che nessun altro popolo potrà emulare. Gli Italiani, le masse popolari, non accettarono mai il compromesso al ribasso, mai si piegarono ai principi anti-cristiani e ambigui della modernità, potenzialmente dirompenti e che oggi minano alle fondamenta non solo l’Italia e l’Europa ma il mondo intero. Si possono indossare tanti “abiti” politici e costituzionali, nella divisione dei poteri e nella vita sociale, ma non si può tradire l’Italianità. Politologi e sociologi ne sono convinti. La classe politica li ascolta? La costituzione materiale prevale sempre su quella formale. Anche oggi siamo in piena emergenza democratica e politica: l’inverno demografico e produttivo affligge l’Italia cristiana del terzo millennio. La frammentazione, la devitalizzazione, la senescenza precoce, la perdita d’identità e di cittadinanza attiva, caratterizzano la nuova “agonia” dell’Italia. Ci risiamo. La storia vuole metterci di nuovo alla prova. I politici ignorano i fatti sotto i loro occhi prima e dopo il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, fantasticando su scenari impossibili, tra brindisi, cene e fuochi d’artificio inverosimili, mentre l’universo mondo e la natura sembrano annunciare un tragico: basta! Altro che rivoluzione dei gelsomini! Chissà se si apriranno davvero i nostri occhi sulla realtà vera. Non si possono ignorare queste emergenze internazionali che sono di ordine politico e naturale. Esse sembrano alimentarsi delle sofferenze diffuse e quasi empaticamente sincronizzate, che mettono a rischio non solo il sistema della protezione civile planetaria, ma anche gli ordinamenti democratici. Quante guerre “per la libertà e la democrazia” possiamo sostenere? Quante emergenze naturali alleviare? Quante catastrofi sismiche e nucleari evitare? Siamo liberi? Mai nella sua storia, l’Italia unita e oggi finalmente “federale” si scopre così determinante per i futuri assetti democratici sulla Terra, non solo nel Mediterraneo. Il raggiungimento di un così alto e nobile “magistero” è costato molto sangue fin dall’antichità. Né possiamo e dobbiamo permettere che altrove, magari a pochi chilometri dall’Italia, scoppi la pentola a pressione delle masse disperate d’Africa. L’Unità nazionale si va perfezionando non solo nelle missioni all’estero ma all’interno dell’Unione Europea e del concerto internazionale. Abbiamo il dovere, come Italiani, di “contaminare” le Istituzioni e gli strumenti operativi politici, culturali e militari su base democratica, con questi nostri valori e diritti autenticamente risorgimentali e cristiani. Occorre farlo nella misura in cui sapremo fare dell’Italia il principale attore ed artefice del sogno di Giuseppe Mazzini: gli Stati Uniti d’Europa. Non un mito, ma un progetto politico vero. Non siamo mica fessi. Non siamo schiavi delle “sette sorelle” né di un’Europa burocratica neutra, esotica, ideologica, relativistica e nichilista, predisposta al Gran Califfato islamico! La Nato è un dispositivo di difesa e non di attacco e conquista. L’Onu si assuma le sue responsabilità. L’Italia può oggi impedire la Terza Guerra Mondiale e la fuga di milioni di profughi da tutte le zone del pianeta controllate da regimi non democratici. L’Italia ha il dovere di contrastare con ogni mezzo questi pericoli che in passato, senza quell’Unità, ci avrebbero sommersi. Eppure sembriamo ancora divisi e vulnerabili. Cristianesimo, romanità, germanesimo, ebraismo, sono le nostre colonne portanti. Anche in Inghilterra e negli Stati Uniti (un po’ meno in Francia) lo hanno capito: il travaglio della (post)modernità è indecifrabile quando la storia si compie. È l’identità nazionale (non il nazionalismo patologico) che salva. Guai a noi se perderemo la nostra identità in nome di ambigue “limitazioni di sovranità” ad uso e consumo affaristico e commerciale. L’identità previene lacerazioni, guerre civili, dittature, ideologie e la fine della civiltà. L’Unità d’Italia del 1861-1918 che festeggiamo a cominciare dal 17 Marzo e dal 4 Novembre di ogni anno, poggia sulle fondamenta solide dell’identità del Popolo italiano, sulla sua storia plurisecolare cristiana ed ebraica. Non sulle sovrastrutture burocratiche, consumistiche e imperiali che non sono democratiche. L’Europa ne sia cosciente e consapevole perché non possiamo, non vogliamo e non dobbiamo abdicare alla nostra natura di Italiani Europei. L’Onu, la Nato e l’Unione Europea, sono strumenti di civiltà e di governo mondiale per la Pace. Non sono dogmi dell’Unanimità né i beni supremi né la panacea di tutti i mali. Sono un mezzo per esaltare i Popoli liberi, le loro identità e culture, per un ordinamento costituzionale mondiale unitario che non può ignorare l’Italia, la sua storia, la sua identità, il suo sacrificio, il suo ordinamento costituzionale e i suoi Caduti per la libertà. Per conseguire il bene comune, nel rispetto dei diritti e dei doveri della Persona, abbiamo rinunciato ai baciamano ed agli inchini di comodo ai dittatori della storia. Questo dimostra, al di sopra di ogni ragionevole dubbio o sospetto, la nostra capacità di discernere gli eventi, di non seguirne più la corrente infausta e, soprattutto, di sapere “risorgere” dalle macerie (sempre) grazie a quelle radici plurisecolari italiane, uniche e vitali. Quale tesoro per l’Onu, la Nato, l’Europa e i Popoli liberi del mondo. I “complessi” dell’Unità 1861 sono stati superati. Ora spetta all’Europa democratica degli Stati Uniti Federali fare altrettanto per liberarsi delle pesanti zavorre imperiali del nichilismo. Dunque, correttamente interpretando il pensiero di Abraham Lincoln, il Presidente repubblicano conservatore innovatore riformista dell’Unione degli Stati Americani (il nostro Cavour), non è il Presidente Barack Hussein Obama, giurando sulla Bibbia appartenuta ad Abraham Lincoln quel 4 Marzo 1861, e dichiarando di voler espressamente esportare la democrazia nel Mondo rivoluzionando i diritti civili della persona e della famiglia, a poter essere una sicura garanzia di Pace. L’Europa unita degli Stati Uniti continentali, se ne faccia un’amichevole ragione.

© Nicola Facciolini

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La parola Comandini che si trova tra parentesi quadre in calce ad alcune notizie di questa cronologia significa che il testo è stato tratto da Alfredo Comandini – L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900) giorno per giorno illustrata. Questo eccezionale repertorio cronologico è stato digitalizzato dall’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma che lo ha reso cortesemente disponibile agli utenti di questo sito. Lo pubblichiamo benché non sia ancora corretto (la correzione è in corso). Chi volesse consultare gli anni precedenti al 1861 può riferirsi al sito dell’Istituto per la Storia del Risorgimento di Roma: http://www.risorgimento.it
Firmata a Parigi la “Convenzione di settembre”

• Alle 15 è sottoscritta a Parigi la Convenzione che porrà fine all’occupazione francese di Roma iniziata nel 1849. Le truppe di Napoleone III abbandoneranno la città entro due anni. In cambio l’Italia s’impegna a difendere i confini dello Stato pontificio, a permettere l’arruolamento di un esercito del Papa e ad accollarsi parte del debito degli antichi stati della Chiesa. Hanno firmato l’ambasciatore Costantino Nigra, il marchese Gioacchino Pepoli e, per la Francia,il ministro degli Esteri Édouard Drouyn de Lhuys. [Leggi anche qui]

Un trattato atteso da tempo
• La Convenzione corona la lunga trattativa diplomatica iniziata da Cavour nel 1861. Fin dalla proclamazione del Regno d’Italia è stata preoccupazione del Parlamento affrontare la questione di Roma occupata dai francesi nel luglio 1849. Il voto alla Camera del 27 marzo 1861 era stato chiar Roma doveva essere resa all’Italia. Cavour si era messo subito al lavoro per preparare un accordo con la Francia, ma la sua morte, il 6 giugno 1861, aveva interrotto le trattative. Lo scorso anno l’Italia ha chiesto di riaprire la discussione e dopo una lunga attesa finalmente quest’estate sono ripresi gli incontri che hanno portato alla firma di oggi.
Nigra sulla Convenzione

• «L’articolo primo fu conservato quale era (nel) primitivo progetto Cavour. L’articolo secondo contiene l’impegno della Francia di ritirare le sue truppe da Roma gradatamente e di mano in mano che l’esercito pontificio andrà costiuendosi; ma fissa il termine dell’evacuazione in due anni. L’articolo terzo è quale si trova nel progetto Cavour, salvo che invece di fissare la cifra delle forze che devono formare l’esercito pontificio, si stabilì che queste forze non debbano degenerare in mezzo d’attacco contro il governo italiano. Furono aggiunte inoltre le parole: “tranquillità sulla frontiera”, per indicare l’obbligo del governo pontificio d’impedire che la sua frontiera diventi riparo al brigantaggio. Il quarto articolo è pure simile al progetto Cavour». [Costantino Nigra, Op. 25/10/1864]

• In una lettera da Parigi al ministro Visconti Venosta a Torino, Nigra riepiloga dal luglio 1863 ad oggi le fasi per le quali si è arrivati col governo francese all’odierna Convenzione. Questa non deve nè può significare nè più, nè meno di quanto essa dice: l’Italia si obbliga a rinunziare a qualsiasi mezzo violento, a rispettare ed a far rispettare il non-intervento. [Comandini]

Si avvicina la soluzione della questione romana

• La Convenzione di settembre sembra essere la soluzione della “questione romana”. Dopo averlo imposto all’Austria con l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859) ora anche la Francia deve rispettare il principio del non intervento, lasciando Roma agli Italiani. [Op. 19/9/1864] La Convenzione «determina nettamente la nostra posizione politica con la Francia, e sanziona anche per Roma il principio del non intervento». [G. Rgne. 20/9/1862]

• La convinzione che Roma sarà finalmente italiana è viva anche tra i più conservatori. Perfino il Monitore di Bologna scrive a chiare lettere che «lo sgombero dei francesi da Roma, e l’unione di questa al Regno d’Italia sono, a nostro modo di vedere, sinonimi». [Mon. Bo. 18/9/1864]

No a Roma capitale nel Protocollo per ora segreto

• La clausola sul trasferimento della capitale è contenuta in un Protocollo separato che segue la Convenzione (e che resta per qualche giorno segret sarà il quotidiano La Stampa a raccogliere il 18 settembre la voce di questo accordo). «La traslazione della capitale del Regno nella località che sarà ulteriormente determinata da Sua detta Maestà (…) dovrà essere effettuata entro il termine di sei mesi».

• Per la Francia il Protocollo è una garanzia per il potere temporale del Papa. Il trasferimento della capitale d’Italia può essere annunciato come la rinuncia definitiva alla conquista di Roma. L’idea è stata di Giacchino Pepoli che lo ha proposto per sboccare le trattative. Il governo del Re ha preferito inserire la clausola in un protocollo separato per celare la pressione che è venuta su questo punto dalla Francia. [Berselli 1988] «Con questa formula si volle dimostrare che tale misura era per noi un fatto di politica essenzialmente interna che non poteva avere altra connessione colla convenzione». [Costantino Nigra, Op. 25/10/1864] Il dibattito sulla Convenzione monopolizzerà nei prossimi giorni la stampa. [Leggi qui]

• Il Re assiste a grande manovra al campo di San Maurizio. [Comandini] • A Mantova la polizia sfratta, con effetto entro due ore, il paleografo milanese Giovanni Zucchetti, reggente a Milano l’archivio civico, e proveniente con un suo figlioletto da Trento, dove, con regolare passaporto era stato a visitare altro suo figlio colà dimorante.[Comandini]

• Il principe Umberto accompagnato dal gen. Di Revel, dal ministro d’Italia, marchese D’Azeglio parte da Duncaster, per York, dove visita la basilica, poi per Matton e Driffield. A Beverdy visita le scuderie e il libro dell’ allevamento di sir Giorgio Holmes. [Comandini]

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L’’ Archivio segreto vaticano ci apre i suoi bunker «Dan Brown? Mai entrato»

Dom, 08/01/2012

La lettera, protocollo 1354-00317229, reca la data 23 febbraio 1942. A rivolgersi al Vaticano è un ragazzo di 19 anni: «Spettabile Ufficio, trovandosi mio padre il maggiore di fanteria Carlo Alberto Pasolini (di Argobasto, nato a Bologna il 26-6-1892) a Gondar, il giorno della caduta di codesta città, e non avendo noi ricevuto notizie da parte sua, fin da quattro giorni innanzi tale caduta, mi sono rivolto a Voi per ottenere, attraverso Vostre ricerche, notizie il più presto possibile. Ossequi». Firmato: «Pier Paolo Pasolini». Segue indirizzo: «Via Nosadella 48 – Bologna». L’anno seguente il futuro scrittore finirà a sua volta arruolato.
Quando Luca Carboni (che non è il cantautore) decide di esibire un documento originale, ci riesce sempre. «Vuole la prova che Pio XII durante la seconda guerra mondiale aiutò tutti, ma proprio tutti?». Compulsa un volume, poi alza la cornetta del telefono: «Per favore, mi porti la 531 dell’Ufficio informazioni». Pochi minuti ed ecco materializzarsi sulla sua scrivania una cartellina giallognola: «Segreteria di Stato di Sua Santità». Dentro, la lettera autografa con cui Adelaide Dorè «si pregia chiedere che suo figlio Pintor Luigi del fu Giuseppe, nato a Roma il 18 settembre 1925, sia chiamato a prestare l’opera sua in cotesto Ufficio Informazioni; e devotamente ringrazia». Desiderio esaudito il 20 febbraio 1944. La vedova aveva appena perso il primogenito Giaime, straziato da una mina durante una missione partigiana. Nel fascicolo c’è una seconda lettera in cui Silvia Pintor ringrazia la Santa Sede per l’assunzione del fratello comunista, che 25 anni dopo sarà tra i fondatori del Manifesto. E una terza lettera in cui lo zio Fortunato Pintor, con grafia minuta, testimonia: «Durante molti anni passati in uffici pubblici, mai ho visto un interessamento così fervido e illuminato. C’era da togliere un ragazzo al tormento di dover schierarsi contro una causa alla quale suo fratello ha sacrificato la vita; e da conservare almeno un figlio alla sventurata madre. Vostra Eccellenza questo ha fatto, superando difficoltà per altri insormontabili».
È privilegio solo degli uomini lasciare una traccia scritta del loro passaggio terreno. Carboni, segretario generale dell’Archivio segreto vaticano, custodisce il mazzo di chiavi che spalanca le porte su 1.200 anni di storia. Santi e peccatori, credenti e atei, pontefici e sagrestani, ortodossi ed eretici, imperatori e vassalli, re e straccioni, crociati e maomettani, artisti sublimi e poveri sconosciuti, presidenti democratici e dittatori feroci sopravvivono a se stessi in queste stanze blindate e inaccessibili. Ecco la pergamena, lunga 60 metri, del processo istruito da Clemente V che nel 1312 contribuirà allo scioglimento dell’Ordine dei Templari. Ecco una supplica di Francesco Petrarca a Clemente VI per ottenere vari benefici per sé, per gli amici e per il chierico Iohannis Petracchi, suo figlio illegittimo. Ecco la dispensa papale di Innocenzo VI a Giovanni Boccaccio per accedere agli ordini minori dopo una vita dissoluta. Ecco una lettera autografa indirizzata ad Alessandro VI da Lucrezia Borgia, la figlia che il pontefice ebbe da Vannozza Cattanei quando ancora era cardinale. Ecco le bolle di condanna e scomunica di Martin Lutero. Ecco gli intrallazzi di Enrico VIII per ripudiare la moglie Caterina d’Aragona e convolare a nuove nozze con Anna Bolena, che costarono la testa al cancelliere Thomas More e sfociarono nello scisma anglicano. Ecco la lettera con cui Michelangelo, estromesso dalla fabbrica di San Pietro alla morte di Paolo III, informa il suo amico vescovo di Cesena che «decta fabrica» è da «circa tre mesi senza provigione nessuna» e lo prega: «Per amor di santo Pietro mi consigli quello che ò a fare». Ecco gli incartamenti del processo contro Galileo Galilei. Ecco la testimonianza autografa di suor Bernadette Soubirous a Pio IX, con le parole pronunciate dalla Madonna nella sedicesima apparizione di Lourdes: «Je suis l’Immaculée Conception». Ecco il Trattato del Laterano tra la Santa Sede e l’Italia firmato nel 1929. Ecco la minuta di una lettera di Pio XI, datata 30 dicembre 1934, all’«Illustri et honorabili viro Adolpho Hitler», anziché al «dilecto filio», formula che veniva utilizzata di solito per gli statisti cristiani.
L’Archivum secretum vaticanum è un labirinto di cinque depositi che si estende per due piani nelle viscere del più piccolo Stato del mondo e per altri otto fuori terra. Da quando Paolo V lo istituì – il 31 gennaio 1612, esattamente 400 anni fa – ha continuato ad allargarsi come ha potuto e dove ha potuto in tutte le direzioni, tra il Palazzo Apostolico dove abita il Papa e i Musei vaticani, fino a raggiungere la Torre dei Venti, il punto più alto della Città del Vaticano dopo il Cupolone di San Pietro, nel cui pavimento è incastonata la meridiana che nel 1582, complice un raggio di sole a mezzodì, convinse definitivamente Gregorio XIII che nel calendario giuliano l’equinozio di primavera era in ritardo di dieci giorni rispetto a quello astronomico, donde la riforma che introdusse il calendario gregoriano. Pio XII fu costretto a utilizzare persino il sottotetto sopra la Galleria delle carte geografiche dei Musei, i cosiddetti Soffittoni. Paolo VI dovette far progettare 31.000 metri cubi di bunker nel sottosuolo del Cortile della Pigna.
Immaginate 85 chilometri lineari di scaffalature fisse o rotanti su se stesse. Non basta una giornata per percorrere tutti gli strettissimi corridoi fra l’una e l’altra: quelli con i ripiani in ferro costruiti all’epoca di Pio XI misurano 140 metri, quasi quanto il Duomo di Milano. Due sale a temperatura e umidità relativa costanti sono riservate alle pergamene, 81 delle quali con sigilli in oro zecchino, distese dentro cassettiere scorrevoli su binari. L’atto di sottomissione con cui Filippo II di Spagna nel 1555 giurò fedeltà a Paolo IV, riconoscendo al pontefice i diritti sulla Sicilia, vanta il sigillo più magnificente: 8 etti d’oro. «Ma va tenuto conto che erano in pieno corso le importazioni di metallo prezioso procurato dai conquistadores nel Nuovo Mondo e che il regno di Filippo II segnò l’apogeo della potenza spagnola in Europa», chiosa Carboni.
Il segretario generale non può dire quanti reperti siano presenti nell’Archivio segreto vaticano, per il semplice motivo che nessuno l’ha mai saputo. «Parliamo di 650 fondi diversi». Ogni fondo è un complesso di documenti con carattere di unitarietà, accumulato da un ufficio, da una famiglia o da una persona: archivi della Sede apostolica (Segreteria di Stato, congregazioni, tribunali e decine di altri organismi di curia); archivi dei Concilii; archivi di ordini e istituti religiosi; archivi di 75 rappresentanze diplomatiche della Santa Sede nel mondo; archivi di casati legati allo Stato pontificio, come i Boncompagni-Ludovisi, i Borghese, i Ruspoli, i Rospigliosi. Ne offrirà un piccolo assaggio la mostra Lux in arcana, che resterà aperta a Roma, presso i Musei Capitolini, da febbraio a settembre: 100 pezzi originali esposti per la prima volta al grande pubblico.
L’Archivio segreto vaticano fa onore al proprio nome fin dall’ingresso, nel Cortile del Belvedere: né targhe né iscrizioni. Carboni, 43 anni, romano, sposato, due figli, laureato in scienze politiche e diplomato alla Scuola vaticana di paleografia, diplomatica e archivistica, lavora qua dentro dal 1998. «Ero precario all’Isfol, l’Istituto di ricerca italiano che si occupa di formazione professionale e mercato del lavoro. Venni a conoscenza che cercavano una persona. Sostenni tre colloqui. La mia vita cambiò, senza lettere di raccomandazione o santi in paradiso», e del resto l’unico che avrebbe potuto dargli una spintarella, suo padre Marino, sindacalista che fu presidente nazionale delle Acli e poi senatore della Dc, era morto quando lui aveva appena 11 anni. Il segretario generale fu nominato da Giovanni Paolo II nel 2003, primo laico prescelto per un incarico che in precedenza non esisteva. La sua giornata di lavoro comincia alle 7.30.
Davvero non sa dirmi di quanto materiale disponete complessivamente?
«Ricercare in un archivio non è cosa semplice, non basta inserire un nome come si fa con Google in Internet. Bisogna conoscere la storia delle istituzioni che hanno prodotto le carte, delle dispersioni, delle diverse modalità di organizzazione della memoria. I documenti di epoca medievale e moderna sono tutti manoscritti, per lo più in latino, ricchi di abbreviazioni. Non è facile decifrarli. Custodiamo migliaia di buste ancora chiuse. Un collega ha appena inventariato la Curia Savelli, un tribunale minore romano: le filze originali conservavano ancora la tipica corda annodata, che caratterizza appunto il nome del pezzo archivistico da infilzare. Ciò significa che per 400 anni nessuno le aveva mai aperte. Col passare del tempo la mole cartacea s’ingigantisce: oggi abbiamo superato di dieci volte la produzione dei primi dell’800. Il pontificato di Papa Wojtyla è racchiuso in 15.000 faldoni, ognuno dei quali contiene in media un migliaio di carte: almeno 15 milioni di fogli per il solo archivio della Segreteria di Stato. E, se non ho sbagliato a contare, con Benedetto XVI siamo al 265° pontefice legittimo».
Quante persone si dedicano all’archivio papale?
«Fra archivisti, restauratori, legatori, informatici, fotografi, amministrativi, assistenti e ausiliari, in ruolo siamo 54. Tutti con l’obbligo, anche gli addetti alle pulizie, di conseguire il diploma in archivistica».
È l’archivio più grande del mondo?
«No, se confrontato con gli archivi statali di Washington, Parigi e Mosca. Ma nessun altro archivio può vantare la stessa continuità cronologica. Partiamo dal Liber Diurnus, un libro di formule della cancelleria pontificia che risale a 12 secoli fa, all’epoca di Carlo Magno. Dopodiché copriamo otto secoli ininterrotti di storia documentaria a cominciare da Innocenzo III, cioè dal 1198 in poi, e oltrepassando i confini di quello che un tempo era l’orbis christianus. Per esempio disponiamo di un salvacondotto che è il più antico documento scritto in mongolo: gli Ilkhan mongoli di Persia e la Chiesa all’epoca avevano un nemico comune, che erano i mammelucchi d’Egitto. Recentemente la Svezia ha censito circa 40.000 documenti medievali sulla propria storia: la metà di essi si trova nell’Archivio segreto. In altre parole possediamo più documenti medievali sulla storia di quel Paese che il Paese stesso. Da quando Leone XIII nel 1881 decise di rendere consultabile l’Archivio segreto, riceviamo ogni anno 1.500 richieste da parte di studiosi di circa 60 nazionalità».
Accettate chiunque?
«L’unico requisito è il possesso di un diploma di laurea e l’accreditamento da parte di un’università o di altro istituto culturale, senza alcuna distinzione di credo politico o religioso o di etnia».
Le risulta che all’Università Al Azhar del Cairo, cuore dell’Islam, facciano altrettanto?
«Non lo so. Qui non abbiamo mai respinto chi era in possesso dei titoli richiesti. E questo nonostante Dan Brown, in Angeli e demoni, faccia dire al suo investigatore che nessuno studioso americano non cattolico era stato ammesso nell’Archivio segreto vaticano prima di lui».
Se fosse pervenuta una richiesta dal romanziere, l’avrebbe accolta?
«Dubito che Brown sappia ricercare qualche documento d’archivio o sia interessato a farlo. Ho subito chiuso Angeli e demoni quando ho visto che scambiava gli archivisti per bibliotecari».
Constato che nei bunker l’aria non è rarefatta come si vuol far credere in quel polpettone: ossigeno in abbondanza.
«E 20 gradi fissi di temperatura».
Brown è sicuro che custodiate le prove che Gesù Cristo ebbe un figlio.
«Non penso che lui ci creda veramente. Fa solo il suo lavoro, che è quello di scrivere prodotti di fantasia e di venderli. Il guaio è che la gente scambia i romanzi per libri di storia».
Ma perché i complottisti ritengono che l’Archivio segreto occulti una caterva di inconfessabili enigmi?
«Quale luogo più intrigante del Vaticano, che esiste da secoli e da secoli preserva il patrimonio della cristianità? Sul Web vi sono interi blog sul cronovisore, un dispositivo immaginario che servirebbe a captare immagini e suoni provenienti dal passato, e altri sproloqui su macchine del tempo, Ufo, extraterrestri, Sacro Graal, papessa Giovanna, templari redivivi, i cui dossier sarebbero nascosti in queste stanze. Anni fa una nota trasmissione pseudoscientifica voleva riprendere alcuni ambienti dell’Archivio segreto per una puntata su Adamo ed Eva. Alla richiesta di spiegazioni sul perché avessero scelto proprio questa location, la risposta fu disarmante: “Perché fa audience”. Logicamente negammo l’autorizzazione».
Non crede che l’aggettivo «segreto» contribuisca ad alimentare l’alone esoterico? Non basterebbe chiamarlo Archivio vaticano?
«Come diceva il maestro dell’archivistica italiana, Eugenio Casanova, “rari sono in Italia e altrove, coloro i quali sappiano che cosa sia un archivio; rarissimi, coloro i quali discernano a che veramente serva”. La parola segreto in realtà è la testimonianza dell’epoca storica in cui l’archivio nacque, il Seicento, quando esso era considerato instrumentum regni, archivio del principe, da qui secretum col significato di privato, cioè Archivio privato del Papa. Il Vaticano è da sempre, nell’immaginario collettivo, il luogo che nasconde chissà quali misteri. E non da oggi. Già Jack London in un suo romanzo fantapolitico del 1908, Il tallone di ferro, narra di una confessione il cui testo venne poi nascosto nell’Archivio segreto vaticano. Cambiargli nome? Io credo che nel mondo d’oggi sia necessario più che mai continuare a insegnare che dietro ogni parola c’è un significato, che dietro ogni avvenimento ci sono delle motivazioni. A voler tutto semplificare, si finisce per analfabetizzare. Non insegnare la capacità di analisi equivale a dire che tutto ciò che non si reperisce su Internet non esiste».
Qualcuno è arrivato a ipotizzare che in queste stanze vi siano le prove dell’appoggio segreto dato dalla Santa Sede ad Adolf Hitler.
«Fantastoria. Cioè storia fatta da pseudostorici che cercano lo scoop, senza uno straccio di prova. Usano una tecnica narrativa spregiudicata: prendono un singolo documento, lo decontestualizzano, poi inseriscono un evento fantastico e subito dopo riprendono con un argomento storicamente accertato. Il lettore legge tutto di seguito ricavandone il convincimento che anche la più assurda delle leggende corrisponda a verità. Uno specialista del ramo, Eric Frattini, docente di giornalismo all’Università di Madrid, spaccia come prova del presunto aiuto che la Santa Sede avrebbe fornito al criminale nazista Adolf Eichmann per la fuga in Argentina un documento del 1950 “expedido por el Vaticano”, ma di questa spedizione non fornisce alcuna traccia. Fra le note storiche Frattini è arrivato a inserire citazioni tratte da romanzi, come se fossero fonti attendibili. Ma la bellezza dei documenti archivistici è che sono spesso conservati sia nell’archivio del mittente che in quello del destinatario, per cui quello che si crede perduto da una parte spunta dall’altra. Aveva ragione Racine: “Non ci sono segreti che il tempo non riveli”».
Quali atti suffragano l’opposizione di Papa Pacelli al nazionalsocialismo?
«Guardi, su Pio XII e il nazismo e sull’accusa di silenzio davanti allo sterminio degli ebrei mi limito a riportare l’interrogativo dello storico, prim’ancora che giornalista, Paolo Mieli, certamente non tacciabile di clericalismo: com’è possibile che sia stato spesso lodato e pubblicamente ringraziato dagli ebrei suoi contemporanei, testimoni dell’immane tragedia, e poi, di colpo, anni dopo la morte, dipinto come il Papa antiebraico complice di Hitler e della Shoah? Senza contare che il Führer considerava il Vaticano suo acerrimo nemico e progettava addirittura di occuparlo».
Come spiega il livore contro Pio XII?
«Sui diritti umani oggi per fortuna vi è una sensibilità diversa rispetto a 50 anni fa. Ma a leggere il passato con gli occhi del presente si rischia di giudicare la storia senza comprenderla, come quando gli storiografi marxisti interpretavano le vicende dell’antica Roma in base agli schemi della lotta di classe. Se non c’immedesimiamo nella mentalità dell’epoca, non capiremo mai perché Adolf Hitler vinse le elezioni, perché Benito Mussolini governò col consenso popolare per almeno un decennio, perché coloro che si ribellarono all’infamia delle leggi razziali rimasero un’esigua minoranza, perché solo una dozzina di professori universitari rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo nel 1931».
Quali sono i documenti più preziosi dell’Archivio segreto vaticano?
«Parlare di documenti più preziosi non ha senso. Per loro natura l’archivista e l’archivio sono avalutativi. Ogni documento è importante. Cesare Guasti diceva: “L’archivista non sceglie, non illustra, non confronta, inventaria tutto: i diplomi e le bolle come le più inutili carte… Serve alla storia, non si appassiona per nulla e, finito un registro, ne prende un altro”».
Si metta nei miei panni: faccio il giornalista, non l’archivista.
«Si riferisce a documenti di personaggi che non ci si aspetterebbe di trovare in un archivio ecclesiastico? Vediamo. Garibaldi che offre a Pio IX “queste braccia con qualche uso delle armi”, ma siamo nel 1847, ben prima di “O Roma o morte”. Voltaire che nel 1745 invia una lettera di elogi a Benedetto XIV, non proprio in linea col motto “Écrasez l’infâme”, schiacciate l’infame, che aveva coniato contro la Chiesa cattolica. Alessandro Manzoni che nel 1810 supplica Pio VII di autorizzarlo a leggere i libri proibiti dall’Indice. Giacomo Leopardi che nel 1825 chiede d’essere assunto nell’Amministrazione pontificia. Abramo Lincoln, presidente degli Stati Uniti, che nel 1863 si rivolge a Pio IX chiamandolo “great and good friend”, grande e buon amico. Il nunzio apostolico in Belgio che nel 1924 informa la Segreteria di Stato della “morte religiosa” di Giacomo Puccini, “affetto da un cancro alla gola”, avvenuta a Bruxelles, dove il compositore della Turandot era giunto “dietro consiglio dei medici italiani, affine di sottoporsi alla cura del radio, che viene praticata, si pretende, con qualche successo, in una clinica di questa capitale”».
Posso vedere il fascicolo del processo che condannò al rogo Giordano Bruno?
«Perduto, purtroppo. S’è salvato solo il summarium del processo, un compendio stilato nel 1598. Qui ci tocca parlare di Napoleone, che è stato la causa della maggior distruzione subita dall’Archivio segreto negli ultimi cinque secoli. Quando il Bonaparte nel 1809 arrestò Pio VII, tenendolo prigioniero fino al 1814, puntava a realizzare il sogno di un grande archivio dell’Impero e per questa ragione trasportò a Parigi anche gli archivi papali. Solo tra il 1815 e il 1817 fu possibile organizzarne il ritorno a Roma. Nell’andirivieni molta documentazione si smarrì. Abbiamo le relazioni che parlano di carri precipitati nei fiumi col loro prezioso carico. Migliaia di registri perduti per sempre».
È vero che molti vennero venduti ai negozianti parigini come carta per avvolgere il pesce e le verdure?
«Riportare l’enorme massa di documentazione a Roma aveva costi proibitivi. Allora il prefetto Marino Marini scrisse alle diverse congregazioni perché gli comunicassero quali fossero le carte importanti da trasferire in Vaticano, in modo da distruggere tutte le altre. Il Sant’Offizio gli notificò che poteva disfarsi degli atti relativi ai processi, eccetto una decina ritenuti più importanti, fra cui quello a Galileo, che infatti ritornò integro. Il prefetto fece ridurre “in minuti pezzi” sotto i suoi occhi oltre 4.000 fascicoli processuali e poi vendette i coriandoli a un fabbricante di carta parigino. Altre migliaia di documenti furono macerati nell’acqua, in modo da far scomparire ogni traccia di scrittura, e ceduti ai pizzicagnoli. Non c’era il senso storiografico di oggi. Dei processi si riteneva di dover conservare solo gli atti più recenti, nel caso fossero ancora vivi il reo e i suoi eredi».
Perché la documentazione relativa a un pontefice non è consultabile prima che siano trascorsi 75 anni dalla sua morte?
«Una norma precisa in tal senso non esiste. Diciamo che il rispetto della privacy in Vaticano vige da sempre. Se io sapessi che un mio documento, magari di natura politica, venisse letto da uno storico fra dieci o vent’anni, forse lo scriverei in maniera diversa o addirittura eviterei di scriverlo. Perciò Leone XIII nel 1881 fissò la data limite per la consultazione al Congresso di Vienna del 1815, non oltre. Ed era il Papa che insegnava: “La Chiesa non deve aver paura della verità”. Ma questo resta pur sempre l’archivio privato del Santo Padre, il quale di volta in volta decide per quali epoche va rimosso l’embargo sugli atti pontifici. A oggi la documentazione dell’Archivio segreto è consultabile fino al febbraio 1939, data della morte di Pio XI».
Appena deceduto il Papa che accade?
«Le carte relative al suo pontificato vengono protette da una grata chiusa a chiave».
Gli atti di Giovanni Paolo II quando saranno disponibili?
«Dopo che sarò andato in pensione, o forse defunto. Consideri che è ancora in corso il riordinamento dei documenti di Pio XII e che esso non finirà prima del 2015».
E se Benedetto XVI, in vista della santificazione di Karol Wojtyla, vi chiedesse d’accelerare?
«Siccome di mezzo c’è anche il non breve pontificato di Paolo VI, servirebbero almeno 30 anni di lavoro. È una corsa contro il tempo, sempre segnata da un angoscioso interrogativo: a che cosa dare la precedenza? Per digitalizzare e salvare un registro vaticano, cioè un registro di lettere papali medievali da maneggiare con cura, a un bravo fotografo servono due giorni di lavoro, il che significa due o tre registri a settimana. Se togliamo ferie, festività e malattie, in un anno arriverà nel migliore dei casi a 80-90. I registri vaticani sono oltre 2.000. Ergo, in 25 anni il fotografo avrà salvaguardato solo uno dei 650 fondi d’archivio, e neppure il più grande. Però, lo scorso autunno, tre dicasteri della Curia romana e due rappresentanze pontificie – un niente, rispetto all’esteso organigramma vaticano – hanno versato in archivio oltre 3.000 pezzi. In tre mesi hanno cioè prodotto più materiale di quello salvato e digitalizzato da un fotografo nell’arco di una vita lavorativa. Mi creda, nell’Archivio segreto vaticano ogni giorno è una sfida. Sono un uomo molto fortunato».
(577. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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USA e Santa Sede. Il lungo cammino

di Jim Nicholson

Non vi era bisogno di alcun permesso per la nomina di un vescovo

Era il 1788 quando il papa, Pio VI, inviò un emissario a Parigi per incontrare il diplomatico appena assegnatovi dalla nuova Repubblica nel Nord America, gli Stati Uniti. Il diplomatico era Benjamin Franklin, e la richiesta che il Papa gli fece fu semplice e concisa: sarebbe stato d’accordo il presidente George Washington che il Papa nominasse un vescovo nel nuovo Stato? Ligio al dovere Franklin riportò la domanda al presidente Washington, e ciò che tornò a dire al Papa era che egli avrebbe potuto nominare qualunque vescovo avesse voluto per gli Stati Uniti, poiché quello che la rivoluzione aveva portato alle colonie era proprio la libertà, inclusa la libertà religiosa. Il papa prontamente designò un gesuita, padre John Carroll, a divenire il primo vescovo cattolico d’America. Il Papa, da allora, ha costituito la gerarchia della Chiesa negli Stati Uniti libero da ogni interferenza del governo. Questo incontro con Franklin diede inizio a un rapporto che alla fine condusse a piene relazioni diplomatiche, che però non furono tali fino al 1984, 196 anni più tardi.
Qualcuno si chiede perché ci sia voluto così tanto tempo. Altri si chiedono: per quale motivo deve esistere questo rapporto? Un inviato speciale del presidente, Henry Cabot Lodge, era solito rispondere a questi interrogativi narrando una storia. Lodge, il quale rappresentava il presidente Nixon in Vaticano, raccontava di un suo amico, un diplomatico musulmano presso la Santa Sede. Lodge aveva chiesto al suo amico perché il suo governo aveva ritenuto che valesse la pena mantenere una missione così grande «in un posto che non sembrava interessargli molto». Il diplomatico, in modo appropriato, rispose: «Noi non vogliamo trascurare nulla»1.
Dopo un anno come ambasciatore americano alla Santa Sede, ho visto tanto e spero di non aver trascurato nulla. Il Vaticano è un alveare di idee, di informazioni, di intrighi, di collaborazioni e di attività diplomatiche a livello mondiale. Alla nostra ambasciata noi non vendiamo merce o rilasciamo visti, ma assieme a questo piccolo Stato con un campo d’azione mondiale noi lavoriamo per risolvere i grandi problemi del nostro tempo. Sia la nostra ambasciata che la Santa Sede hanno una visione generale del mondo; i nostri obiettivi comuni sono di grande portata e spesso richiedono soluzioni di lungo termine. Gli Stati Uniti e la Santa Sede qualche volta possono anche essere in disaccordo sui mezzi per raggiungere questi obiettivi, ma siamo invece totalmente d’accordo sugli obiettivi finali: libertà, pace e creazione di opportunità. Quando il nostro primo ambasciatore, William A. Wilson, presentò le proprie credenziali a papa Giovanni Paolo II nell’aprile del 1984, egli disse: «I principi su cui fu fondata la nostra Repubblica e che continuano a guidare la nostra condotta nazionale, sono principi strettamente paralleli a quelli della Santa Sede». E dal momento che è stata indubbiamente percorsa una lunga strada per arrivare alle piene relazioni diplomatiche di cui godiamo oggi, l’edificio delle nostre attuali fruttuose relazioni riposa sopra questa fondazione di principi comuni, condivisione di valori e spirito di buona volontà.
Ci abbiamo messo molto tempo per arrivare dove siamo ora. Non abbiamo sempre avuto le relazioni dinamiche e versatili che abbiamo al presente. Nel XVIII secolo, la missione americana presso la Santa Sede (lo Stato Pontificio) è stata insediata con lo scopo primario di proteggere gli interessi commerciali statunitensi. Non molto tempo dopo la ratifica della Costituzione, gli Stati Uniti iniziarono a riconoscere la necessità di una rappresentanza consolare americana a Roma che, in quel tempo, era anche la capitale dello Stato Pontificio. Il primo console americano nello Stato del papa fu Giovanni Sartori, designato dal presidente John Adams nel 1797. Sartori fu uno degli 11 consoli a rappresentare gli interessi dell’America a Roma tra il 1797 e la caduta dello Stato Pontificio del 18702. Nonostante il loro status di rappresentanti consolari, il governo pontificio garantiva loro ciò che uno di questi consoli descrisse come «inusuali privilegi e favori». Infatti, continuava, «essi erano ricevuti a tutte le cerimonie formali allo stesso livello con cui erano ammessi i diplomatici rappresentanti delle altre nazioni»3.
Oltre a proteggere gli interessi commerciali e a occuparsi delle necessità degli americani all’estero, l’ufficio consolare offrì una postazione unica per dare conto dell’agitazione rivoluzionaria che si diffondeva in tutta Europa nel XIX secolo. Ad esempio, in un cablogramma inviato a Washington nel 1831, il console Felix Cicognani riferisce la presenza delle truppe austriache nello Stato Pontificio e dei progettati tentativi di papa Gregorio XVI di fuggire in Spagna4. Roma era un centro di raccolta di preziose informazioni e divenne chiaro che la legazione nello Stato Pontificio era un eccellente “punto di ascolto”, non soltanto sulla Santa Sede ma su tutta l’Europa.

Alla corte di Pio IX,
primo papa sul suolo americano
Nel giugno 1846, Giovanni Maria Mastai Ferretti divenne papa col nome di Pio IX. Egli fu giudicato da alcuni storici un dogmatico reazionario. L’elezione di Pio IX e le conseguenti riforme liberali inizialmente gli giovarono una grande popolarità negli Stati Uniti, e nell’ambito dei sommovimenti politici della metà del XIX secolo furono una forte spinta a stabilire piene relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Agli americani che si trovavano a Roma l’allargamento delle relazioni diplomatiche sembrava naturale, ma c’erano ancora resistenze nell’opinione pubblica americana e da parte del Congresso degli Stati Uniti. Nel giugno 1847, alti funzionari del Vaticano manifestavano il loro discreto sostegno all’espandersi delle relazioni tra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Ignorando i suoi critici, il presidente Polk elevò la qualifica del funzionario americano da “console” a “chargé d’affaires”. Nel dicembre 1847, rivolgendosi al Congresso, Polk disse che egli percepiva che i recenti eventi nello Stato Pontificio, vale a dire l’elezione di Pio IX, garantivano l’espansione delle relazioni5. Nonostante l’osservazione di Polk occupasse soltanto un paragrafo seppellito in un lungo discorso al Congresso, fu un segno espressivo della ricettività dell’amministrazione Polk nei confronti di un sommesso invito da parte di Pio IX per stabilire piene relazioni diplomatiche.
Il 21 marzo 1848 il Senato degli Stati Uniti discusse un disegno di legge di bilancio che stanziava fondi per il chargé d’affaires nominato da Polk alla Corte del papa. Gli argomenti in favore dell’elevazione di livello della missione a Roma seguirono due linee di ragionamento. Il senatore Lewis Cass, ad esempio, rallegrato del sostegno che il Papa stava mostrando per i moti popolari contro il governo corrotto in Italia, si espresse in favore dell’invio di un ambasciatore vero e proprio nello Stato Pontificio, in base al fatto che la Santa Sede esercitava un «potere temporale morale». Cass sperava che rapporti più stretti con la Santa Sede avrebbero consolidato le riforme liberali di Pio IX e avrebbero contribuito allo sviluppo di un governo più democratico nello Stato Pontificio. Nel suo discorso nell’aula del Senato, Cass proclamò: «Gli occhi della cristianità sono sul suo sovrano. Egli ha dato il primo colpo al dispotismo e il primo slancio verso la libertà. Molto ci si aspetta da lui… La diplomazia d’Europa troverà pieno impiego alla sua Corte, e i suoi inviati più esperti saranno lì in Vaticano. Anche il nostro governo dovrebbe esservi rappresentato»6.
In sostegno a Cass, il senatore Edward Hannegan dello Stato dell’Indiana espresse la necessità di relazioni diplomatiche poiché Roma fungeva da «emporio dell’intelligence d’Europa»7. Come avvenne per l’immagine coniata da Cicognani di “punto di ascolto”, la concezione di Hannegan della legazione romana sarebbe riecheggiata ancora, quando le relazioni diplomatiche sarebbero state di nuovo chiamate in causa nel 1867 e nel 1984.
La seconda, maggiore, argomentazione in favore delle relazioni formali sottolineava i benefici commerciali di un rapporto più ampio con lo Stato Pontificio, e il primo esponente di questa tesi fu il senatore John Dix dello Stato di New York. Mentre altri senatori, finanche quelli favorevoli all’invio di un incaricato d’affari a Roma, giudicavano lo Stato Pontificio ininfluente dal punto di vista commerciale, Dix, al contrario, argomentò: «A dispetto della depressa condizione dell’industria dello Stato Pontificio, non c’è Paese capace di una più ricca e varia produzione; e se le misure della riforma in atto saranno portate avanti, e la condizione sociale, così come quella politica, della popolazione sarà migliorata dall’abrogazione delle cattive leggi, io non conosco nessuno Stato della stessa grandezza che possa sperare in una maggiore prosperità»8.
Sorprendentemente, le obiezioni di carattere religioso all’instaurarsi delle relazioni diplomatiche furono appena espresse durante il dibattito del 1848. Soltanto pochi di coloro che argomentarono contro l’invio di un chargé d’affaires a Roma protestarono che una tale missione sarebbe servita a istituzionalizzare la Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Il senatore Andrew Butler della Carolina del Sud, ad esempio, asserì che non riusciva a trovare un motivo valido per inviare un rappresentante a Roma. Egli sostenne che «il nostro è un governo che non ci permette di legiferare circa la religione, e io non voglio indirettamente dare appoggio a una missione per motivi religiosi»9. Il senatore Cass fu, nondimeno, pronto nel fare l’importante distinzione che gli Stati Uniti avrebbero inviato un rappresentante al papa nella sua qualità di sovrano ma non nella sua veste spirituale di capo della Chiesa cattolica romana. La distinzione operata da Cass nel 1848 è ancora uno dei principi su cui si fonda l’ambasciata americana presso la Santa Sede.
Infine il disegno di legge di bilancio del Senato del 1848 fu approvato e quello stesso anno il presidente Polk designò Jacob L. Martin primo chargé d’affaires alla Corte del papa. Nonostante gli Stati Uniti avessero goduto di relazioni consolari ufficiali con lo Stato Pontificio già dal 1779, con questa legge del 1848 l’America riconobbe formalmente la Santa Sede come membro a tutti gli effetti della comunità delle nazioni. Ma anche mentre Jacob Martin si accingeva a partire per Roma, persistevano preoccupazioni sui conflitti di interesse religioso. Il segretario di Stato James Buchanan istruì esplicitamente Martin di «evitare attentamente di interferire anche minimamente nelle questioni ecclesiastiche, anche se queste avessero riguardato gli Stati Uniti o qualsiasi altra parte del mondo»10. Questo ordine, da allora, è stato ripetuto da quasi tutti i segretari di Stato.
All’inizio della carica di Martin, un’ondata di nazionalismo investì l’Italia sulla scia di un moto avvenuto poco prima in Francia in quello stesso anno. Martin era preoccupato che i rivoluzionari romani, essendosi schierati dalla parte degli ideali americani di libertà e indipendenza, cercassero il suo appoggio. Riconoscendo i suoi obblighi verso la Santa Sede, egli, prudentemente, decise che in qualità di rappresentante presso il governo pontificio non avrebbe potuto offrire sostegno alle fazioni politiche italiane11.
Jacob Martin morì a Roma nel giugno 1848 e il 6 gennaio del 1849 gli successe Lewis Cass Jr. (il figlio del senatore Cass). Al tempo della nomina di Cass, papa Pio IX era stato costretto dal governo rivoluzionario a lasciare Roma. Presto i seguaci del Papa furono coinvolti in una violenta lotta per il potere contro i rivoluzionari repubblicani.
Intanto, l’anno 1849 segnò la prima volta che un papa mise piede in territorio americano.
Il singolare incontro avvenne appena dopo che Pio IX ebbe abbandonato il fervore rivoluzionario di Roma per avere salvezza a Gaeta. Sembra che qui, mentre il Papa era in visita al re Ferdinando II del Regno delle Due Sicilie e alla regina, l’incaricato d’affari statunitense a Napoli, John Rowan, si presentò al palazzo. All’incirca in questo stesso periodo, capitava che la “USS Constitution” avesse ormeggiato nel porto di Gaeta. Il re Ferdinando espresse il desiderio di visitare la fregata e Rowan si sentì in dovere di invitare anche il Papa a partecipare alla visita.
Il Re e il Papa furono accolti a bordo dal comandante, il capitano John Gwinn.
All’insaputa di entrambi i capi di Stato, Gwinn aveva ricevuto un ordine scritto di non accogliere i due uomini a bordo perché entrambi stavano difendendo i loro troni contro i rivoluzionari, e gli Stati Uniti volevano mantenere una stretta neutralità. In realtà, la “USS Constitution” non era semplicemente un simbolo degli Stati Uniti d’America ma, secondo la legge della marina militare, era suolo statunitense extraterritoriale.
Il Papa passò tre ore a bordo andando a trovare i marinai, regalando corone di rosari ai cattolici dell’equipaggio e anche impartendo una benedizione. Alla fine il Papa ebbe il mal di mare, si ritemprò nelle cabine del capitano e poi si allontanò salutato da 21 colpi di cannone. Per il suo ruolo nell’incidente, il capitano Gwinn fu mandato alla corte marziale. Ma prima che alla corte marziale potesse darsi esecuzione, Gwinn morì di emorragia cerebrale. Pio IX fece ritorno a Roma nel 1850 e visse tanto da diventare il Papa con il pontificato più lungo della storia12.


La riparazione di un incidente diplomatico
Il Congresso elevò il rappresentante a Roma al rango di rappresentante (minister) residente nel 1854, e nel luglio 1858 John Stockton succedette a Cass a Roma in tale qualità. Stockton, come Cass, ereditò una situazione politica non facile in Italia. Il movimento per l’unificazione stava guadagnando di nuovo consensi nel popolo italiano. Come Cass, John Stockton mantenne la tradizione di usare il suo punto di osservazione alla Santa Sede per fare rapporto sulla instabile situazione politica in Italia.
I successivi rappresentanti a Roma mantennero l’incarico ognuno per un breve periodo. Per primo Rufus King, un eminente repubblicano e già editore di un quotidiano di Milwaukee, succedette a Stockton nell’aprile del 1861. Durante il mese di agosto tuttavia, un generale di brigata dell’esercito federale fu nominato per rimpiazzare King prima ancora che questi avesse il tempo di prendere il proprio posto13. Ma presto anche lui si dimise. Seguendo una raccomandazione di King, che sembrava ancora interessarsi alla questione, Alexander W. Randall fu nominato rappresentante residente. Trovando che la sua paga era troppo bassa e il protocollo troppo soffocante, anche lui presto si dimise14. Il successore, Richard M. Blatchford, fu nominato chargé, ma non volendo apparire come l’eccentrico della situazione, rassegnò le dimissioni nell’ottobre del 1863. Infine l’incarico tornò a Rufus King, che lo ricoprì fino a quando la missione, nel 1867, fu chiusa.
In tutto questo tempo di viavai di inviati a Roma, la situazione politica in Italia rimase turbolenta. Nell’ottobre 1863 King assunse l’incarico a Roma e iniziò a svolgere l’ufficio di quello che sarebbe stato l’ultimo minister statunitense presso lo Stato Pontificio. King rese il suo servizio in un periodo di sfida sia per gli Stati Uniti, che erano immersi nella guerra civile, sia per lo Stato Pontificio, che si trovava ad affrontare le crescenti opposizioni all’autorità temporale della Santa Sede.
Un incidente in questo periodo mise a dura prova le relazioni diplomatiche tra l’America e il Papa. Nel 1863, durante il momento più confuso della guerra civile americana, Pio IX inviò una lettera agli arcivescovi di New York e di New Orleans suggerendo che dovesse essere fatto ogni sforzo per la causa della pace. Il presidente confederale Jefferson Davis rispose a questa lettera. Pio IX a sua volta rispose a Davis, rivolgendosi a lui nei seguenti termini: «All’illustre e onorabile Jefferson Davis, presidente degli Stati confederati d’America». A molti nordisti questa intestazione parve un riconoscimento da parte del Papa del governo confederale. Il segretario di Stato del Vaticano Giacomo Antonelli contestò ciò insistendo che il Papa in nessun modo aveva inteso fare una dichiarazione politica nel rivolgersi a Davis15. Alcuni americani furono soddisfatti della dichiarazione di neutralità della Santa Sede; altri mantennero dei sospetti sulle intenzioni di questa. La Santa Sede avrebbe avuto, più tardi, l’opportunità di fare ammenda.
Nel 1865 un americano di nome John Surrat si arruolò nell’esercito del papa. All’insaputa della Santa Sede, Surrat era accusato insieme a John Wilkes Booth dell’assassinio del presidente Abraham Lincoln. A causa dell’assenza di un trattato di estradizione tra Stati Uniti e Stato Pontificio, gli Stati Uniti avevano una ridotta capacità legale di far leva sul governo papale per richiedere l’estradizione di Surrat, al fine di processarlo per il suo ruolo nell’assassinio. Il governo pontificio, comunque, fu pronto nel dimostrare la sua buona volontà e trattenne quindi Surrat fino a quando questi potesse essere riconsegnato alle autorità americane. Rufus King scrisse al segretario di Stato William Seward che «ciò era stato fatto con il solo scopo di mostrare la pronta disponibilità delle autorità pontificie ad accondiscendere all’attesa richiesta del governo americano»16. Questo significativo atto di cortesia diplomatica rispecchiava il rapporto di cordialità che era stato coltivato tra consoli e minister degli Stati Uniti e la Santa Sede, e il desiderio della Santa Sede di intrattenere buone relazioni con il governo americano dopo la guerra civile.


«Il Papa stesso si sente offeso»
Ma nonostante questi gesti di amicizia, negli Stati Uniti ritornava ad aumentare l’ostilità alla missione a Roma. I critici finalmente l’ebbero vinta nel 1867 quando il Congresso ritirò tutti i finanziamenti per la legazione a Roma. La motivazione di facciata fu una diceria relativa alla libertà religiosa dei protestanti nello Stato Pontificio. Fin dall’inizio della legazione a Roma, le autorità pontificie avevano permesso la celebrazione delle funzioni religiose protestanti a casa del rappresentante americano. Quando aumentò l’affluenza a queste funzioni, per accogliere i partecipanti esse furono trasferite in un appartamento affittato, sottoposto all’autorità della legazione americana. Le notizie che circolavano a Washington e che furono riportate dal New York Times dicevano che il Papa aveva costretto la comunità protestante fuori dalle mura di Roma. Questo, secondo lo stesso Rufus King, il rappresentante americano, era del tutto falso17. Nel febbraio del 1867, King toccò con mano la gravità della diceria negli Stati Uniti che ormai stava dilagando. Il 18 di quello stesso mese egli scrisse un cablogramma al segretario di Stato Seward nel quale delineava, secondo la sua opinione, le ragioni per cui la missione a Roma era essenziale per la diplomazia degli Stati Uniti e perché non era vantaggioso, a quel punto, chiuderla. Il giorno dopo, in un ultimo tentativo di screditare tale diceria, King scriveva urgentemente al Dipartimento di Stato affermando laconicamente: «Non c’è nulla di vero nella riferita chiusura della cappella americana a Roma»18.
Nonostante tutti gli sforzi di King di mantenere la missione a Roma, il 28 febbraio 1867 il Congresso infine approvò la legge che proibiva di stanziare fondi per qualunque futura missione diplomatica degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Il Congresso non pose realmente fine alle relazioni diplomatiche, ma smise semplicemente di finanziare la missione presso la Santa Sede. Alla fine, comunque, questa distinzione avrebbe fatto poca differenza. Ironia della sorte, King puntualizzò in un cablogramma finale inviato a maggio al segretario Seward, che, allontanando il rappresentante americano da Roma, gli Stati Uniti, in sostanza, avevano costretto i protestanti americani a celebrare le loro funzioni fuori Roma, poiché queste non potevano più essere tenute sotto la sovrana autorità della legazione americana19. In uno sviluppo degli eventi ancora più confuso, Rufus King fu lasciato senza indicazioni su come spiegare il suo allontanamento ai funzionari vaticani. Lasciò Roma senza una lettera di dimissioni, la doverosa nota diplomatica che spiega la partenza del rappresentante. Infatti King scrisse al segretario Seward: «Il Papa stesso si sente offeso dall’azione affrettata e apparentemente senza fondamento del Congresso e pensa che sia uno scortese e ingeneroso contraccambio per la buona volontà che egli ha sempre manifestato verso il governo e il popolo americano»20.
Col senno di poi si capì che il taglio dei fondi per la missione a Roma era stato politicamente guidato, e aveva meno a che fare con la diceria sulla cappella americana a Roma quanto piuttosto col desiderio del Congresso di assestare una sconfitta politica all’appena nominato presidente Andrew Johnson21. Ancora, probabilmente, il pregiudizio religioso influenzava le azioni del Congresso.
Mentre gli auspici sotto i quali il rappresentante americano lasciò Roma erano sfavorevoli, settanta anni di scambi consolari e diplomatici si erano dimostrati fecondi. L’ufficio di Roma aveva avuto successo sia nella sua missione di proteggere i cittadini americani dello Stato Pontificio sia nel mantenere cortesi relazioni con il Papa, e nel riferire sulla situazione politica europea. Ciononostante, la rappresentanza americana presso la Santa Sede sarebbe rimasta solamente un ricordo fino al 1940.

La Chiesa americana, il New Deal e il “radio-prete”
Dal 1867 in avanti gli Stati Uniti ebbero soltanto i più informali e irregolari contatti con la Santa Sede. Tuttavia l’interazione tra la Santa Sede e la gerarchia americana continuò a crescere. Per tutto il XIX secolo e l’inizio del XX la Chiesa americana crebbe in numeri, potere, influenza e ricchezza. Con il flusso di immigrati da Paesi prevalentemente cattolici negli ultimi anni del 1800, gli Stati Uniti divennero un Paese di una importanza così grande che la Santa Sede non aveva nessun desiderio di ignorarli. Durante questi anni gli scaltri e politicamente avvertiti vescovi, arcivescovi e cardinali americani mantennero stretti legami con gli organi vitali del nostro governo federale, dando vita a canali informali di comunicazione diplomatica tra il governo degli Stati Uniti e la Chiesa cattolica.
Nel 1892 papa Leone XIII designò l’arcivescovo Francesco Satolli a delegato apostolico presso la gerarchia cattolica americana. Al fine di ridurre le controversie ed evitare ulteriori risentimenti pubblici contro la Chiesa, fu studiato un piano secondo il quale Satolli sarebbe venuto negli Stati Uniti con il pretesto di rappresentare il Papa alla Columbian Exposition di Chicago del 189222. Le ragioni della Chiesa per inviare un delegato negli Stati Uniti ebbero più a che fare con il desiderio di avere un rappresentante sul posto, che si occupasse di mediare tra le lamentele dei preti contro i loro vescovi e risolvesse i problemi concernenti le scuole parrocchiali, piuttosto che con l’intrattenere relazioni diplomatiche con il governo. Nonostante le continue controversie sulla presenza di Satolli in America (la maggior parte delle critiche proveniva dalla stessa gerarchia americana) egli vi rimase per circa quattro anni. Le relazioni tra le due parti furono ulteriormente messe a dura prova durante la Prima guerra mondiale, quando il cardinale James Gibbons di Baltimora, che rappresentava la gerarchia americana, combatté per promuovere la pace in Europa, scontrandosi allo stesso momento con l’amministrazione del presidente Woodrow Wilson, un uomo riservato con nette tendenze anticattoliche.
Nel 1929 la Santa Sede e l’Italia firmarono il Trattato Lateranense, che garantiva effettivamente la sovranità dello Stato della Città del Vaticano e la personalità internazionale della Santa Sede.
Secondo il Trattato, «l’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva e assoluta giurisdizione sovrana sul Vaticano, come è attualmente costituito», un’area geografica di 108,7 acri. Il Trattato affermava anche la speciale personalità internazionale della Santa Sede e il suo diritto di entrare in relazione con altri Stati. Il Trattato Lateranense, dapprincipio, non influenzò immediatamente le relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede ma ebbe importanti conseguenze per il futuro stabilirsi di legami formali.
Nella metà degli anni Trenta, il periodo della Grande depressione in America, questioni interne di mutuo interesse per la Chiesa cattolica e l’amministrazione Roosevelt portarono i potenti membri del governo e le gerarchie della Chiesa ad uno stato di crescente collaborazione. La crociata del presidente Roosevelt contro la disoccupazione, le ingiuste pratiche di lavoro, la discriminazione e la povertà erano problemi che anche la gerarchia cattolica americana stava tentando di affrontare con uguale vigore. Fu una relazione che Roosevelt fu più che felice di incoraggiare.
Roosevelt trovò un amico devoto e un sostenitore nel potente cardinale George Mundelein, arcivescovo di Chicago e zelante riformatore sociale. I primi cento giorni della presidenza Roosevelt furono segnati dal felice esito dell’attuazione dei programmi di recupero destinati a fronteggiare la Grande depressione. Nei mesi in cui Roosevelt usava energicamente il suo potere di governo, il cardinale Mundelein scrisse al presidente lodando il suo «notevole record di risultati»23. Ciò si sarebbe rivelato l’inizio di una lunga amicizia tra questi due illustri personaggi.
Continuando ad attuare il suo programma sociale, il New Deal, Roosevelt ebbe l’appoggio di eminenti prelati in tutta la Chiesa americana ma si guadagnò anche critiche aspre e sonore nel clero. Un prete della diocesi di Detroit, di nome Charles Coughlin, divenne una costante spina nel fianco di Roosevelt. Coughlin, all’inizio, fu un sostenitore di Roosevelt, ma gli voltò le spalle perché percepiva il fallimento delle riforme del New Deal. Le critiche alla fine si trasformarono in paranoia da quando Coughlin prese a strigliare ripetutamente Roosevelt nel suo programma radiofonico settimanale. Lo show radiofonico di Coughlin vantava la più ampia diffusione, con circa un terzo della nazione sintonizzata. Egli accusò Roosevelt di simpatie comuniste e denunciava il governo nelle sue filippiche antisemite. La Chiesa americana ebbe un momento di difficoltà nel controllare il “radio-prete”, in parte a causa dei conflitti interni alla gerarchia cattolica e in parte per l’enorme popolarità di Coughlin, che intanto stava erodendo la popolarità politica di Roosevelt.
Imperterrito Roosevelt andava avanti con le sue riforme del New Deal. Lo storico cattolico Gerald Fogarty ha scritto: «Le affinità tra l’insegnamento sociale cattolico e la legislazione del New Deal dettero vita a uno dei legami più stretti tra la Chiesa e il governo»24. Il vincolo trovò rinnovate energie negli emergenti leader cattolici come Francis Spellman, vescovo ausiliare di Boston dal 1932 e successivamente cardinale arcivescovo di New York. Fu infatti Spellman che coordinò la visita negli Stati Uniti del cardinale segretario di Stato Eugenio Pacelli nell’autunno del 1936.
Spellman era diventato amico e protetto di Pacelli quando lo accompagnò in una visita a Roma durante la seconda metà degli anni Venti. Non deve sorprendere che sia stato Spellman, con l’assistenza di Joseph Kennedy, a organizzare un incontro tra Pacelli e Roosevelt alla fine del giro, durato un mese, che il cardinale fece nella nazione. I due uomini si incontrarono nella casa della madre del presidente in Hyde Park, a New York, il 6 novembre, il giorno dopo che il presidente Roosevelt era stato rieletto. Entrambi erano figure di forte carisma e si ritiene che abbiano beneficiato immensamente della vicinanza reciproca.
Noi possiamo solo immaginare che l’argomento delle relazioni diplomatiche fra i loro due Stati venisse fuori più di una volta durante la permanenza di Pacelli. Anche John Cornwell in un libro del 1999 su Pio XII ci suggerisce che i due uomini raggiunsero un accordo di «tacito quid pro quo» per stabilire rapporti formali25. Cornwell asserisce che Roosevelt richiese il silenzio di padre Coughlin in cambio delle rinnovate relazioni diplomatiche. Di contro si crede che Pacelli abbia desiderato le relazioni diplomatiche con l’America come garanzia dell’amicizia degli Stati Uniti di fronte agli abusi sovietici nell’Europa dell’Est26. Mentre alcune fonti indicano che la questione Coughlin emerse nei colloqui tra importanti prelati durante la visita di Pacelli negli Stati Uniti, l’idea che un accordo di “quid pro quo” sia stato stretto con implicazioni diplomatiche appare essere infondata. Piuttosto, l’incontro tra Pacelli e Roosevelt probabilmente gettò i semi di un’amicizia e di una fiducia che sarebbero maturati quando l’Europa entrò in guerra, assumendo Pacelli il papato.
Alla fine, gli affabili rapporti di Roosevelt con i leader della gerarchia americana, insieme alla sua crescente fiducia in Pacelli, concorsero a fare delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede un proposito possibile, ragionevole e interessante. Quando iniziò a crescere l’aggressione tedesca e italiana in Europa, Roosevelt mantenne una posizione neutrale con l’intento di tenere gli Stati Uniti fuori dalla guerra. Il suo obiettivo principale era la restaurazione della pace nel mondo, scopo al quale la Santa Sede era completamente dedita. Il comune interesse alle questioni interne del welfare sociale portò Roosevelt ad avvicinarsi alla gerarchia della Chiesa americana, e una crescente preoccupazione per la pace e per la stabilità politica in Europa lo condusse ad intrecciare rapporti più stretti con la Santa Sede. La sua già ben avviata amicizia con i prelati americani che avevano forti legami con Roma rese il nuovo rapporto molto più produttivo.
Tuttavia, la crescente presa di coscienza delle atrocità umane che accadevano in Europa mise presto in chiaro che gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere un maggiore ruolo nelle vicende europee se si voleva conseguire la pace. Sia Roosevelt che il Vaticano ebbero sempre maggiore interesse nello stabilire relazioni diplomatiche come mezzo per aumentare il flusso di informazioni tra l’America e l’Europa e, ciò che è più importante, come mezzo per coordinare e rafforzare i programmi di soccorso per le vittime di un’Europa straziata dalla guerra.

Pio XII è papa. L’audacia del cardinale Spellman
Quando papa Pio XI morì nel febbraio 1939, il cardinale Pacelli fu eletto a succedergli, prendendo il nome di Pio XII. La coronazione di Pacelli ebbe luogo il 12 marzo, e il presidente Roosevelt inviò come suo rappresentante personale l’ambasciatore degli Stati Uniti nel Regno Unito, Joseph Kennedy. Questo rappresentante di alto profilo sarebbe davvero stato un buon tramite per testare l’opinione pubblica sulla questione delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede27. Subito dopo la coronazione di Pio XII, il vescovo di Boston Spellman fu promosso all’arcidiocesi di New York, una carica di visibilità internazionale e di prestigio. Grazie agli stretti legami di Spellman con Roosevelt e a quelli ancora più stretti con Pio XII, egli sarebbe diventato uno strumento cruciale di comunicazione tra il governo degli Stati Uniti e la Santa Sede. La sua nomina fu indicazione non ambigua della volontà del Vaticano di infittire il dialogo con l’amministrazione Roosevelt.
Nell’estate del 1939 tra alcuni membri dell’establishment politico degli Stati Uniti stava crescendo l’interesse per rinnovate relazioni diplomatiche con la Santa Sede. In luglio il segretario di Stato Cordell Hull ricevette una lettera dal membro del Congresso Emanuel Celler, un rappresentante ebreo della città di New York, che chiedeva la restaurazione dei legami diplomatici con la Santa Sede. Nella sua lettera Celler puntualizzava: «Gli eventi all’estero indicano senza alcuna incertezza la grande scommessa che la religione deve tentare nel preservare la democrazia contro le selvagge e spietate incursioni di fascismo, nazismo e comunismo». In un accorato appello egli insisteva: «Un ristabilimento delle relazioni con la Santa Sede servirebbe, in maniera sensazionale, a ricordare al mondo che l’intolleranza, l’odio religioso e il fanatismo qui non possono attecchire. Ciò accenderebbe nei nostri cuori la compassione per le migliaia di sfortunati che sono stati puniti, torturati e annientati a causa dell’odio insano e della malvagità di un dittatore». La lettera va avanti ad elogiare la Santa Sede per aver sempre riposto «un alto valore nella giustizia e nella carità per quel che riguarda le relazioni tra gli uomini e tra le nazioni». In particolare Celler plaude a Pio XII e ai suoi sforzi di dare conforto all’Europa in guerra, concludendo: «Aiutiamolo nella sua gloriosa missione di pace mandando a lui il nostro delegato»28. Sembra che la lettera suscitò il dibattito all’interno del Dipartimento di Stato, dato che il 1° agosto il sottosegretario di Stato Sumner Welles inviò una missiva al presidente Roosevelt dicendo che lui e il segretario Hull avevano discusso del «vantaggio che poteva trarre questo governo [degli Stati Uniti] se avesse intrattenuto relazioni diplomatiche dirette con il Vaticano». «Io penso» continuava Welles «che sia fuori discussione che il Vaticano abbia molte fonti di informazione che noi non possediamo, in modo particolare per quanto riguarda ciò che accade in Germania, Italia e Spagna»29. Welles andò avanti indicando che il Dipartimento di Stato sarebbe stato lungimirante nel ricercare queste informazioni attraverso i canali diplomatici. Inoltre Welles inviò a Roosevelt una copia della lettera del rappresentante Celler in favore del riallacciamento delle relazioni.
L’idea di inviare un rappresentante presso il Vaticano iniziò a guadagnare terreno, spingendo Roosevelt ad invitare l’arcivescovo Spellman a pranzo alla Casa Bianca il 24 ottobre per discutere delle relazioni con il Vaticano. Tuttavia Roosevelt riconobbe che mandare un ambasciatore presso la Santa Sede era ancora una questione controversa e avrebbe, inevitabilmente, destato opposizione. Egli spiegò a Spellman che una missione presso la Santa Sede avrebbe dovuto assumere un carattere umanitario per evitare le controversie e l’opposizione politica. Roosevelt espresse anche il suo desiderio di inviare non un ambasciatore ma un “rappresentante personale”, eludendo così il problema dell’approvazione del Senato. E poiché un rappresentante speciale non sarebbe stato retribuito, la nomina non sarebbe entrata in conflitto con la legge di bilancio del 1867.
Spellman, sollecitamente, riferì il discorso di Roosevelt al cardinale segretario di Stato Luigi Maglione. Il delegato apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Amleto Cicognani, rispose: «Il Santo Padre è venuto con piacere a conoscenza delle notizie e spera che Vostra Eccellenza come anche io facciamo le opportune aperture al presidente, così che lui possa dar compimento alla sua proposta»30 . Spellman pensò che la lettera di Cicognani fosse di sostegno ma non sufficientemente enfatica. Così egli, con un atto di considerevole audacia, riscrisse la missiva e la consegnò a Roosevelt. La lettera diceva così: «Il Santo Padre ha ricevuto con grande soddisfazione l’informazione che il presidente desidera designare una missione presso la Santa Sede per contribuire alla soluzione del problema dei rifugiati e per trattare altri problemi di reciproco interesse… Il Santo Padre ingiunge a Vostra Eccellenza di comunicare al presidente Roosevelt l’espressione del più profondo apprezzamento da parte sua e di riferire che crede e prega che la ripresa delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede sarà massimamente propizia, specialmente nel momento attuale, quando entrambe le parti si stanno impegnando in sforzi paralleli per la pace, per alleviare le sofferenze e per altri propositi caritatevoli e umanitari. Vi è inoltre richiesto di far presente al presidente Roosevelt che, secondo il giudizio del Santo Padre, il prossimo adempimento dei suoi benevoli propositi contribuirà in grandissima misura al benessere di un mondo tristemente lacerato da incomprensioni, malvagità e conflitti».

Myron C. Taylor, il rappresentante personale del presidente

Sentendo che il tempo era maturo, il presidente Roosevelt prontamente si decise a nominare un rappresentante speciale. La vigilia di Natale del 1939 inviò gli auguri alla Santa Sede condividendone le speranze per la pace e annunciando la nomina di Myron C. Taylor come rappresentante personale del presidente presso la Santa Sede. Pio XII ricevette la notizia con piacere. Quella sera il Papa annunciò la nomina al Sacro Collegio dicendo: «Queste notizie non potevano renderci più felici…»31. Myron Taylor fu una scelta logica per quella mansione. La sua fede protestante mitigava ogni conflitto d’interesse religioso. In passato era stato anche un eminente presidente della U. S. Steel Corporation con ampi legami professionali e di famiglia in Italia.
Per ragioni di salute Taylor differì il suo viaggio a Roma fino al febbraio del 1940. Prima che egli partisse ci fu una controversia sull’esatto titolo e il rango che egli avrebbe assunto. Per due volte Taylor contattò il Dipartimento di Stato lamentandosi che la lettera di nomina del presidente non faceva menzione del suo status come “ambasciatore” e che egli «attribuiva considerevole importanza alla suddetta menzione»32. L’incarico fu presto cambiato includendo le parole «con il rango di ambasciatore». Fu così, come rappresentante speciale del presidente degli Stati Uniti presso la Santa Sede con il rango di ambasciatore, che Taylor partì alla volta di Roma nel febbraio del 1940. Ma fu con la cerimonia “piena” riservata agli ambasciatori che Taylor fu ricevuto dal Vaticano.
In una lettera a Roosevelt appena dopo l’arrivo di Taylor, Pio XII scrive: «Noi confessiamo di essere stati favorevolmente colpiti e di avere scorto davanti a noi il vostro rappresentante portare avanti una nobile missione di pace e di salvezza…»33. Taylor si trovò in un ambiente diplomatico pieno di sfide. Prima della sua partenza il presidente gli aveva assegnato un certo numero di compiti. La maggior parte di essi aveva a che fare con i continui sforzi per ristabilire la pace in Europa, altri riguardavano il problema dei rifugiati e la cura dei prigionieri di guerra. Ma Roosevelt aveva anche obiettivi religiosi per la missione. L’ingerenza del presidente negli affari religiosi è una specie di tabù ed è stata attentamente evitata in tutte le relazioni intrattenute con la Santa Sede, passate e presenti. Nondimeno, Roosevelt aveva richiesto a Taylor di cercare il sostegno del Vaticano per la censura di padre Coughlin. Inoltre Roosevelt si spinse così lontano da chiedere a Taylor di comunicare il proprio appoggio affinché il vescovo ausiliare Bernard Sheil di Chicago occupasse la sede vacante di Washington D.C. Il Vaticano apparentemente si mostrò d’accordo nell’interessarsi alla faccenda di Coughlin, ma respinse sommariamente l’idea di Roosevelt che il presidente degli Stati Uniti dovesse dare un qualsivoglia input alla promozione dei vescovi.
Nei mesi seguenti Taylor operò in modo decisivo come intermediario tra il presidente e il Papa quando gli Stati Uniti si batterono senza successo per trattenere l’Italia dall’entrare in guerra. Fedele al profilo umanitario che Roosevelt sin dall’inizio aveva imposto alla missione, Taylor lavorò a stretto contatto con il Vaticano per nutrire i rifugiati che si riversavano ai confini dell’Europa, per fornire aiuti materiali alle vittime di guerra dell’Europa orientale e per aiutare i prigionieri di guerra alleati. La missione divenne un punto di smistamento per migliaia di lettere provenienti dalle famiglie americane desiderose di avere notizie che i loro cari fossero sani e salvi. Ma meno di un anno dopo aver assunto l’incarico, la salute di Taylor si deteriorò ed egli fu costretto a ritornare a casa.

Gli Stati Uniti in guerra, la Santa Sede no.
Le bombe su Roma. La liberazione
Mentre Taylor stava rimettendosi in forze in America, il Vaticano stava ancora fronteggiando una crisi politica a causa dell’imminente entrata in guerra dell’Italia. Dall’aprile del 1941 Taylor rimase lontano dal suo incarico per quasi sei mesi. Alcune lettere dicono che anche dagli Stati Uniti egli continuò a tenersi al corrente degli sviluppi all’estero. In aprile l’ambasciatore francese Wladimir Ormeston scrisse a Taylor lamentandosi delle sofferenze sopportate dal popolo francese e chiedendo a Taylor di fare ciò che era in suo potere per incoraggiare Roosevelt ad intervenire in Europa. Egli disse che uno dei più grandi timori della Francia era che «il popolo americano decida di non intervenire nella guerra finché la guerra in realtà non sarà persa». Proseguì dicendo: «Ho difficoltà a capire, devo confessare, perché gli Stati Uniti, che sono intervenuti nella guerra del 1917 per così nobili motivazioni, debbano ancora esitare nel dare il loro massimo impegno in questa guerra… ti garantisco che non è una frase vuota dire che la civiltà è in gioco»34.
Al fine di mantenere regolari contatti diplomatici con il Vaticano durante l’assenza di Taylor, il Dipartimento di Stato designò Harold H. Tittman, un consigliere dell’ambasciata americana di Roma, come assistente del rappresentante personale del presidente degli Stati Uniti presso sua santità il papa. Tittman era già stato de facto l’osservatore del Dipartimento di Stato per gli affari del Vaticano sin dal suo arrivo a Roma come segretario all’ambasciata in Italia, e aveva agito come assistente di Taylor in veste informale sin dalla nomina di Taylor nel 1940. Adesso si trovava a ricoprire un ruolo-guida nell’amministrare i sempre più importanti interessi degli Stati Uniti presso la Santa Sede.
L’11 dicembre 1941 Italia e Germania dichiararono guerra agli Stati Uniti. Durante questo periodo Taylor si era ritemprato ed era pronto a ritornare in Italia, ma a causa della guerra tra America e Italia era quasi impossibile farlo rientrare nel Paese. In una lettera al Dipartimento di Stato il presidente Roosevelt scrisse: «Io sono d’accordo che sarebbe veramente utile per Myron Taylor ritornare in Vaticano per due o tre settimane. Ma come possiamo riuscire a farlo entrare?»35. Tittman, frattanto, si trovava ancora in Italia a tenere il resoconto degli affari vaticani. Lui e la sua famiglia si rifugiarono all’interno dei confini della Città del Vaticano, dove gli altri diplomatici accreditati presso la Santa Sede avevano già trovato riparo. Tittman, tuttavia, non era assegnato alla Santa Sede ma era soltanto l’assistente del rappresentante del presidente. Il Vaticano si preoccupò del fatto che dare asilo a lui, un americano non accreditato, sarebbe stata una provocazione agli occhi del governo di Mussolini, che in qualsiasi momento avrebbe potuto revocare la sovranità accordata alla Santa Sede. Secondo Gerald Fogarty «il 16 dicembre Welles scrisse a Roosevelt rilevando che Hull aveva accolto la proposta che Tittman fosse nominato chargé d’affaires, “poiché è di fondamentale importanza che Tittman rimanga nella Città del Vaticano così da poter continuare suo tramite ad avere contatti con la Santa Sede”»36.
Infine, nel settembre del 1942, gli Stati Uniti furono in grado di assicurare a Myron Taylor un passaggio sicuro per tornare in Italia per una breve visita alla Santa Sede. Taylor ribadì l’impegno dell’America per conseguire una completa vittoria sulle forze dell’Asse, obiettivo che non corrispondeva ai ripetuti richiami della Santa Sede per l’immediata cessazione delle ostilità. In una lettera al presidente, Taylor riportò che egli aveva parlato per «convincere assolutamente il Papa e le autorità vaticane che noi proseguiremo la guerra fino a che Hitler e il nazismo saranno distrutti o resi inoffensivi»37.
Il segretario Hull discusse delle sue preoccupazioni per le tendenze conciliatorie del Vaticano in un memorandum a Taylor proprio prima dell’udienza di questi con il Papa. Egli scrisse: «Finché sei a Londra… tu potresti assicurarti di quale è stata la reazione del Foreign office alle recenti voci che il Vaticano sarà usato dall’Asse nel prossimo futuro per sostenere le proposte di pace».
Taylor tornò in America alla fine di settembre quando i problemi diplomatici stavano iniziando ad aumentare per l’imminente bombardamento alleato su Roma. Gran parte del nord dell’Italia aveva già subito pesanti bombardamenti da parte degli Alleati nel tentativo di allontanare i nazisti, e la Santa Sede stava disperatamente tentando di mediare un’esenzione per la Città eterna. Per ovvie ragioni essi erano preoccupati per il benessere e la salvezza del popolo di Roma, per non parlare della salvezza delle chiese romane, di grande valore artistico e spirituale. In una lettera all’arcivescovo Spellman, ma ultimamente diretta al presidente Roosevelt, Enrico Galeazzi, un laico e uomo di fiducia di vecchia data di Pio XII, ammoniva che un bombardamento americano su Roma «avrebbe suscitato una reazione nociva nell’intero mondo cattolico». Egli continuava dicendo: «Senza pregiudicare l’efficace esecuzione dei suoi piani politici e militari, il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe trascurare l’opportunità di imporre al comando alleato una più generosa condotta di guerra avendo riguardo del popolo italiano, che ha sempre nutrito cordiali sentimenti di amicizia per il popolo americano, specialmente perché gli attacchi aerei così come sono condotti oggi, sostanzialmente non danno risultati rilevanti e forse servono soltanto a modificare queste attitudini di amicizia e a creare in Italia un eroico clima di resistenza disperata»38. Queste dichiarazioni e inermi minacce non furono ascoltate, le Forze alleate sganciarono le bombe su Roma, causando meno danni di quanto ci si fosse aspettato, liberando infine la città dall’insidiosa stretta dei nazisti.
Il 4 giugno del 1944 le Forze alleate entrarono a Roma. Mentre gli americani stavano prendendo d’assalto le coste della Normandia, Harold Tittman e i suoi colleghi diplomatici furono finalmente in grado di uscire dal Vaticano dopo mesi di asilo. Ma i problemi non erano finiti per la Chiesa, o per gli Stati Uniti. Con la caduta del nazismo, un’altra forza egualmente minacciosa stava assumendo il dominio nell’Est. Il comunismo aveva costituito una minaccia alla Santa Sede anche prima dell’ascesa di Hitler. Secondo una nota scritta nel 1941 da Myron Taylor circa una conversazione che egli aveva avuto con l’arcivescovo Tardini, allora segretario della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari, Tardini affermò: «Al momento l’Europa si trova di fronte a due grandi pericoli: il nazismo e il comunismo. Entrambi si oppongono alla religione, alla civiltà cristiana, alla libertà personale, alla pace». Tardini disse a Taylor: «Se la guerra ora in atto significasse la fine di entrambi i pericoli, un periodo di tranquillità sarebbe possibile per l’Europa. Se anche uno di questi mali, il comunismo ad esempio, rimanesse una forza attiva, l’Europa, in pochi anni, si troverebbe in una situazione identica a quella in cui si trova oggi. Infatti, il comunisüo, una volta vittorioso, non troverebbe nessuna ulteriore resistenza nell’Europa continentale… Conseguentemente, nello spazio di pochi anni si avrebbe un enorme blocco comunista, il cui inevitabile destino sarebbe di provocare una guerra con l’Inghilterra e l’America». Tardini proseguiva: «È bene tenere a mente… che il comunismo non può rinunciare alla sua lotta contro la religione e la civiltà cristiane poiché ritiene come suo principio fondamentale che il capitalismo deve essere distrutto e che la religione non è che l’oppio con il quale il capitalismo ha drogato il proletariato»39.
Tardini non sapeva quanto previdenti fossero le sue parole. Sarebbero passati molti anni prima che gli Stati Uniti, di comune accordo, con rinnovati e consolidati legami diplomatici con la Santa Sede, liberassero finalmente il mondo e la Chiesa dal giogo dell’oppressione comunista. Ma l’intesa tra il presidente Reagan e il papa Giovanni Paolo II era ancora di là da venire. Nell’aprile del 1945 il presidente Franklin Roosevelt morì. Per pochi anni ancora Myron Taylor portò avanti la sua missione, facendo occasionali visite alla Santa Sede per discutere argomenti di rilevanza politica e umanitaria.
In America, frattanto, i sentimenti anticattolici si erano riaffacciati, e il Vaticano era sempre più infastidito dal fatto che Taylor non fosse ancora un diplomatico pienamente accreditato presso la Santa Sede. Nonostante il ruolo importante giocato da Taylor nella diplomazia della Seconda guerra mondiale, la volubile opinione pubblica presto montò contro la sua missione. Dopo molti anni di distinto servizio, Myron Taylor era invecchiato e si meritava il riposo della pensione, che avrebbe dovuto concedersi molti anni prima. Quindi egli rassegnò le dimissioni come rappresentante personale del presidente degli Stati Uniti d’America presso sua santità il papa, il 18 gennaio del 1950.
Myron Taylor lasciò un segno indelebile nella storia delle nostre relazioni con la Santa Sede, guidando la diplomazia della nostra nazione attraverso gli anni turbolenti della Seconda guerra mondiale. Insieme agli inestimabili contributi quotidiani di Harold Tittman al lavoro della missione, non sarebbe esagerato dire che l’amicizia di Taylor ed i suoi legami diplomatici si estendevano al di là dei confini e oltre il regno politico della Santa Sede, facendo di lui sotto diversi profili un ambasciatore dell’America a tutto campo per la causa della pace in Europa.
Anche Taylor ebbe consapevolezza del suo storico compito, consapevolezza che è evidente nella cura che mise nel conservare immacolati i documenti che sono la nostra più grande fonte di informazione sulla missione degli Stati Uniti presso il papa negli anni della guerra. Taylor tenne tutte le sue carte, le lettere e i documenti importanti rilegati in volumi, e li inviò alle biblioteche e agli archivi di tutti gli Stati Uniti. Nei volumi ci sono lettere che quasi impudentemente riguardano la produzione di tali documenti storici. Al tempo in cui l’America era impegnata in duri combattimenti nel Pacifico ed in cui le truppe della Germania stavano attraversando il Nord Africa, Myron Taylor inviò la seguente lettera a Grace Tully, la segretaria del presidente: «Tra i vari scritti che ho consegnato al presidente c’era una lettera personale a lui che egli stesso mi disse m’avrebbe rimandato in copia per i miei documenti riservati. Mi rendo conto che la pressione degli eventi possa aver fatto sì che, contrariamente alla consuetudine, ciò gli sia sfuggito, ma io ti chiedo, senza farlo diventare un problema, di spedirmi copia di quella lettera»40. Non c’è bisogno di dire che in quel periodo tenere aggiornata la corrispondenza di Myron Taylor non era propriamente una priorità per il presidente. Ma in fin dei conti noi siamo in debito con Taylor, non solo per il suo lavoro diplomatico svolto in quegli anni difficili, ma proprio perché grazie alla sua meticolosità egli ci ha fornito un incomparabile colpo d’occhio su questa importante epoca del nostro passato.


La meteora Mark W. Clark

Il presidente Truman desiderava continuare le relazioni amichevoli con il Papa e nell’ottobre del 1951 nominò il generale Mark W. Clark a rappresentare gli Stati Uniti presso la Santa Sede. Egli volle che il generale Clark agisse non solamente come suo speciale rappresentante presso la Santa Sede, ma come un ambasciatore straordinario e plenipotenziario. Truman capì che intrattenere relazioni diplomatiche con il Vaticano «avrebbe contribuito al coordinamento degli sforzi per combattere la minaccia comunista»41. Entro un giorno dall’annuncio presidenziale lettere e telegrammi si riversarono alla Casa Bianca. Il presidente stesso, in una lettera ad un sostenitore episcopaliano, scrisse: «Non c’e dubbio che la questione è controversa»42.Truman fu sostenuto da molti, uno dei quali fu il reverendo Robert Kevin, un professore di seminario, che scrisse: «Caro presidente: sebbene io sia protestante e lo sia davvero… mi congratulo con lei per la nomina del generale Mark W. Clark come ambasciatore presso lo Stato del Vaticano»43.
Lo storico Arthur Schlesinger Jr. scrisse in The Atlantic Monthly del 1952: «Il chiasso attorno alla nomina continua ad apparire un caso esemplare di molto rumore per nulla». E continuava: «Il Vaticano è costantemente impegnato nel prendere decisioni politiche. Queste decisioni influenzano una grande massa di persone. Un elementare buon senso ci obbliga a fare ciò che possiamo per essere sicuri che queste decisioni sostengano piuttosto che ostacolino la nostra politica estera»44. Earl Godwin, speaker della National Broadcast Company e amico di Truman, espresse al meglio i sentimenti dei sostenitori del presidente quando scrisse al suo segretario dicendo: «Ho appoggiato la posizione del presidente in questa vicenda dell’ambasciatore al Vaticano sebbene io sia un protestante e un massone… Comunque, io penso potrebbe esser cosa saggia, per alcuni di noi che condividiamo il punto di vista del presidente, essere informati su qualcuna delle ragioni in favore di questa ambasciata. Tutte le informazioni che ho sono di senso contrario»45.
In effetti, la maggior parte della posta ricevuta esprimeva critiche acerbe e indignazione per la nomina, o, come Truman affermò, le lettere contenevano «più calore che luce»46. Le missive, specialmente quelle della comunità battista americana, descrivevano la nomina come «una minaccia alla nostra libertà» e come «dirompente per la nostra vita nazionale». Un ministro adirato recriminò che la nomina di Clark avrebbe condotto «a una possibile divisione del Paese». Nel complesso, le lettere di protesta furono eccessivamente drammatiche e apocalittiche. La povertà di contenuto degli argomenti riposava sulla credenza che nominare un ambasciatore presso la Santa Sede costituisse una violazione del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Lo slogan usato dagli oppositori alla nomina era “separazione tra Stato e Chiesa”.
Ciò che molti oppositori non seppero riconoscere fu, prima di tutto, che la Costituzione non reclama la incondizionata non interazione tra lo Stato e le organizzazioni religiose. Invece, la Costituzione decreta che «il Congresso non emanerà alcuna legge relativa alla istituzionalizzazione di una religione». Un ambasciatore presso la Santa Sede non istituisce certo la fede cattolica come religione di Stato. In secondo luogo, il Vaticano non è semplicemente un ente religioso, come i critici osservarono, ma anche uno Stato sovrano sottoposto a leggi internazionali, in grado di inviare e di ricevere ambasciatori e di stipulare trattati.
Alla fine, comunque, Truman non poté ignorare le proteste dell’opposizione. La reazione critica fu schiacciante. La Casa Bianca ricevette 1.069 lettere contro la nomina di Clark e solo 186 a favore47. Nel gennaio del 1952 Clark ritirò la sua candidatura e Truman decise di non tentare un’altra nomina. Schlesinger, che più tardi sarebbe divenuto assistente speciale del presidente John Kennedy, scrisse sarcasticamente della decisione di Truman: «Quando un presidente inizia a sottrarsi dal prendere sagge decisioni perché queste irriteranno una parte della popolazione, potrebbe ben dimettersi»48.
Alcuni congetturarono che Truman avesse intenzione di far fallire la nomina, e che fu semplicemente per tener fede a una promessa personale a Pio XII che alla fine della guerra volesse nominare un ambasciatore presso la Santa Sede. Sapendo che il costituirsi delle relazioni con il Vaticano sarebbe stato un disastro politico, è possibile che Truman scelse Mark Clark, un uomo inviso alla Commissione affari esteri del Senato e che si diceva non volesse neanche l’incarico, per far fallire la candidatura. In questo modo le controversie politiche di lungo termine sarebbero state minime, contemporaneamente mantenendo la promessa a Pio XII. A prescindere dalle intenzioni di Truman, la candidatura fallì. Essa naufragò con così tanto clamore che il presidente Dwight Eisenhower non tentò neanche di toccare la questione delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede, anche quando gli Stati Uniti entrarono nei giorni più rigidi della Guerra fredda, momento in cui la Santa Sede avrebbe potuto essere un alleato prezioso e leale.
Nonostante il non coinvolgimento con la Santa Sede sembrasse essere la politica del governo degli Stati Uniti, sarebbe fuorviante dire che la collaborazione tra il Vaticano, la gerarchia cattolica americana e l’establishment della politica estera americana fosse giunta alla fine. Infatti, nel corso degli anni seguenti, Spellman, che nel 1946 fu nominato cardinale, lavorò a stretto contatto con il Vaticano e i funzionari del Dipartimento di Stato per contrastare il comunismo in America e in Europa. Ad esempio, la gerarchia americana e il Vaticano collaborarono con il Dipartimento di Stato per evitare la vittoria dei comunisti alle elezioni italiane del 1948, 1953 e 195849.
John Kennedy fu attento a non creare
una “questione cattolica”
Con la candidatura a presidente del senatore John F. Kennedy la questione dei rapporti tra Stati Uniti e Vaticano tornò ancora ad essere in primo piano nel dibattito pubblico. Kennedy proveniva da un’eminente famiglia cattolica e suo padre, Joseph Kennedy, fu un amico di Spellman e il primo agente diplomatico del presidente Roosevelt presso la Santa Sede. Egli fu scelto per rappresentare gli Stati Uniti all’investitura di papa Pio XII nel 1939. Negli anni successivi, il politicamente potente Joseph Kennedy insieme ad un esplicito cardinale Spellman furono i due più inflessibili campioni della spinta americana a stabilire relazioni più forti con la Santa Sede. Per ragioni politiche, tuttavia, il figlio John Kennedy si oppose al riconoscimento della Santa Sede da parte degli Stati Uniti.
In veste di primo presidente cattolico degli Stati Uniti, Kennedy dovette procedere con cautela. Al tempo della sua candidatura molti americani temevano che, nel caso in cui fosse stato eletto, avrebbe preso ordini dal Papa. Kennedy attenuò questi timori nel 1960 quando parlò alla Greater Houston Ministerial Association. Nel suo discorso egli disse: «Io credo in un’America dove la separazione tra Stato e Chiesa è assoluta, dove nessun prelato cattolico potrebbe dire al presidente (anche nel caso in cui fosse cattolico) come agire… dove a nessuna Chiesa o scuola religiosa è concesso alcun finanziamento pubblico o preferenza politica… dove nessun pubblico ufficiale chiede o accetta indicazioni dal papa sulla politica pubblica… dove nessun ente religioso cerca di imporre direttamente o indirettamente la sua volontà sul popolo in generale o sugli atti pubblici dei suoi funzionari».

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30 settembre 2011
Fonte: http://www.conflittiestrategie.it
27 settembre 2011 * articolo a cura di Luigi Longo

1.Il Vaticano di papa Joseph Ratzinger con la guerra di aggressione alla Libia si è adeguato alla nuova strategia americana di Bill Clinton-Barack Obama che è, per quanto riguarda le relazioni con il Vaticano, la continuazione della strategia di George W.Bush.

Il Vaticano di papa Karol Wojtyla aveva avanzato una timida opposizione alla guerra contro il terrorismo della nuova strategia di George W. Bush (2001-2002) e assunto una posizione favorevole alla guerra giuridicamente camuffata dall’intervento umanitario nella ex Yugoslavia (24 marzo1999 guerra di aggressione NATO con comando USA e ruolo servile importante del Presidente del Consiglio Massimo D’Alema. E’ una grande maestrìa americana quella di far fare il lavoro sporco ai propri scherani: l’Italia nel 1999, Francia e Inghilterra nel 2011 contro la Libia) finalizzata all’accerchiamento territoriale con basi militari della ri-nascente potenza mondiale Russa ( geopolitica). In altre occasioni lo stesso Vaticano ha assunto la posizione di opporsi alla guerra di aggressione all’Iraq (1991 e 2003), le cui ragioni sono da ricercare nella georeligione del Vaticano (1), rompendo la convergenza e l’alleanza con la strategia di Ronald Reagan ( soprattutto nella metà degli anni ottanta del secolo scorso) nel combattere l’”impero del male” rappresentato dal cosiddetto comunismo dell’ex URSS.

Nella guerra di aggressione contro la Libia il vescovo di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli, è stato lasciato praticamente solo (2). Il Vaticano non si è opposto alla guerra di aggressione alla Libia, ma si è preoccupato soltanto dell’aspetto umanitario della crisi senza entrare nel merito della guerra stessa.

Il cambio di politica estera vaticana è iniziato con la morte del papa Karol Wojtyla e la data simbolica del cambiamento è stata proprio quella del suo funerale. Così scrive Massimo Franco:<< Dunque, il vero significato dell’omaggio collettivo reso dalle personalità statunitense a Roma ( ai funerali del papa erano presenti tre presidenti George Bush, George W. Bush e Bill Clinton, precisazione mia) è stato quello di un investimento dell’America di Bush sull’alleanza con la Santa Sede; di più, di un salto di qualità nelle relazioni politico-diplomatiche, impensabile prima del papato wojtyliano. Forse perché l’Amministrazione repubblicana scommette su una sintonia che riguarda tutto lo spettro di questioni che << la chiesa considera sinonimo  di “santità di vita”, dalla ricerca sulle cellule staminali all’aborto e all’eutanasia >>; confida e forse un po’ si illude, che si riducano le resistenze vaticane sulle teorie unilateraliste della Casa Bianca e del Pentagono. Ma dietro si avvertiva il vago timore che la convergenza fra i due “imperi paralleli” orfani di Giovanni Paolo II potesse essere, se non rimessa in discussione, allentata >>.

Il cardinale Camillo Ruini, allora presidente della CEI e grande elettore di Benedetto XVI, così conferma << Esiste nel mondo, e in particolare negli Stati Uniti >> ha spiegato a proposito dell’alleanza tra Benedetto XVI e i neoconservatori USA << un movimento di rinascita cristiana che va al di là delle frontiere delle Chiese, e che sottolinea un afflato cristiano del quale non si può non tenere conto >>.

L’influente teologo americano Michael Novak sull’”Herald Tribune” così dichiarava << …Benedetto XVI sarà l’uomo della guerra dei valori del nuovo millennio, che indicherà “la cultura necessaria a preservare le società libere dai pericoli che le minacciavano dall’interno…”: un alleato di fatto della crociata Bush. La presenza della nomenklatura statunitense a piazza San Pietro era dunque una novità ad occhi esterni, non a quelli smaliziati della Curia >>.

Infine <<Esponenti dell’establishment vicini al Pentagono come Luttwak tendono a rimuover Giovanni Paolo II come una parentesi irripetibile e tutto sommato fuorviante; e a sottolineare preventivamente il profilo di Ratzinger come pontefice del “ritorno alla realtà” di una Santa Sede confinata in un ruolo non politico; e soprattutto innocua, non concorrenziale rispetto alle strategie di Washington ( corsivo mio) >> (3).

2.Riprendendo l’analogia storica dei cotonieri del Sud degli USA nell’800 in combutta con la potenza predominante di allora ( Gran Bretagna) avanzata da Gianfranco La Grassa per leggere, oggi, il ruolo dei nostri decisori subordinati agli interessi del paese predominante (USA), definiti da Gianfranco La Grassa come GF e ID (Grande Finanza parassitaria e Industria Decotta delle passate ondate della rivoluzione industriale) (4), riporto alcuni stralci di due libri sul ruolo del Vaticano nella guerra di secessione degli Stati Uniti d’America (1861-1865).

3.Una precisazione. La religione ha un ruolo importante nel legame sociale della produzione e riproduzione della formazione sociale data. Le sue istituzioni svolgono un ruolo significativo nelle varie strategie degli agenti strategici dominanti in tutte le sfere sociali ( soprattutto economiche-finanziarie). Gli stralci dei racconti riportati vanno letti sia nella logica gramsciana della religione e cioè il ruolo della religione e delle sue istituzioni vanno visti tenendo conto della logica dell’insieme della società:<< Nello sviluppo di una classe nazionale, accanto al processo della sua formazione nel terreno economico, occorre tener conto del parallelo sviluppo nei terreni ideologico, giuridico, religioso, intellettuale, filosofico, ecc.: si deve dire anzi che non c’è sviluppo sul terreno economico, senza questi altri sviluppi paralleli. >> (5); sia nella logica lagrassiana del tutto torna ma in maniera diversa :<< Il gioco del conflitto capitalistico ha sue regole generali, ma è condotto da giocatori “individuali” ( gruppi sociali) che le interpretano e le modificano, venendosi così a trovare in un “nuovo mondo”, di cui si ha in genere una comprensione alla fine del periodo storico di trapasso. Da qui nasce l’esigenza della memoria storica, della comprensione del nostro passato ( “il tutto torna”), servendoci però d’essa al fine di apprestare nuovi orientamenti utili nella presente epoca, in cui tutto si manifesta in forme differenti>> (6).

4.Primo libro. Massimo Franco, Imperi paralleli. Vaticano e Stati Uniti: due secoli di alleanza e conflitto 1788-2005, Mondadori, Milano,2005.

Capitolo III. QUANTE GAFFES, SANTITA’.

Paragrafo: Quando Pio IX sposò la causa sudista ( pp.36-37).

…Tutto sembrava congiurare per il fallimento dei rapporti diplomatici fra i due stati ( Stato pontificio e Stati Uniti, precisazione mia), in quel periodo. In una fase di transizione traumatica, qualunque atto assumeva caratteri che risvegliavano risentimenti, diffidenze, incomprensioni. Proprio nel 1863, con la guerra civile americana all’apice dell’incertezza, Pio IX pensò bene di scrivere ai cardinali di New York e New Orleans, uno geograficamente “nordista” e l’altro “sudista”, per rivolgere loro un appello teoricamente ecumenico affinché si adoperassero per la pace. Era la tipica impostazione vaticana, tesa a non prendere posizione rispetto ai due contendenti. Ma l’iniziativa coincideva con un atteggiamento della Chiesa cattolica americana, di prudenza estrema nella controversia sull’abolizione della schiavitù. Monsignor Spalding, che in seguito sarebbe diventato arcivescovo di Baltimora, fra l’aprile e il maggio di quell’anno aveva scritto una relazione a Propaganda Fide, proponendo la neutralità rispetto allo schiavismo dei neri del Sud. A suo avviso, gli abolizionisti avrebbero portato gli Stati sudisti alla rovina economica e gli schiavi alla rovina morale, perché secondo i vertici ecclesiastici erano impreparati alla libertà. << Spalding definiva “atroce proclama” l’atto di emancipazione del presidente Lincoln”.

Ma pesavano altre ragioni, a cominciare dall’ostilità degli immigrati irlandesi in USA

Nei confronti dei neri, visti come pericolosi concorrenti sul mercato del lavoro; e ancora, l’alleanza fra gli abrogazionisti e i protestanti, soprattutto quei nativi pronti ad attaccare qualsiasi simulacro di ingerenza vaticana. E poi, al fondo c’era la realtà di una gerarchia americana conservatrice; spaventata da qualunque sovvertimento dell’ordine costituito e dunque dalla prospettiva che la fine della schiavitù aprisse le porte a una rivoluzione. Per questo quando il presidente sudista Jefferson Davis rispose alla lettera di Pio IX, si intuì una larvata scelta di campo da parte del pontefice: soprattutto perché il papa replicò con un’altra missiva rivolta “ All’illustre e onorabile Jefferson Davis, presidente degli Stati confederati d’America”. Per i nordisti era una scelta di campo, sebbene il segretario di Stato Giacomo Antonelli si sforzasse di negare qualunque intento politico. La situazione americana era così tesa, e la posizione dei vescovi locali così ambiguamente neutrale, da offrire spazio a tutti i sospetti. E il guaio, per la Santa Sede, era che quella lettera sembrava schierare Pio IX dalla parte più retriva della società americana; e soprattutto, di quella perdente. Il risultato fu di mantenere unito il clero americano; ma al prezzo di connotarsi come chiesa conservatrice, lasciando ai protestanti la bandiera del progresso e dell’emancipazione degli ex schiavi. Non era una macchia da poco. Si sarebbe rivelata di lì a quattro anni uno dei motivi inconfessati della rottura di fatto delle relazioni diplomatiche tra Washington e la Roma papalina.

Paragrafo:Il killer di Lincoln è una guardia papalina! (pp.37-39).

In fondo, anche l’incidente successivo va inquadrato in questa cornice di ostilità contro il Vaticano, per reazione ai sospetti di aver larvatamente appoggiato la causa sudista durante la Guerra di secessione. D’altronde, Roma offrì un nuovo pretesto a dir poco ghiotto. Si scoprì infatti che nel 1865 un americano di nome John Surrat si era arruolato nell’esercito papalino. E’ vero che quell’armata era una sorta di pia “legione straniera”, nella quale affluivano soldati da un po’ tutta Europa e anche da altre parti del mondo. Ma si presumeva che ci fosse un qualche controllo sull’origine dei soldati pontifici. Si può indovinare quale fu la reazione dell’opinione pubblica d’oltre Atlantico quando filtrò la notizia che Surrat, accusato insieme con John Wilkes Booth e altri dell’assassinio del presidente Abraham Lincoln, era uno dei soldati zuavi della guardia papalina: una fotografia della Biblioteca del Congresso USA lo ritrae con la divisa, il volto affilato e un paio di baffi lunghi e sottili. In qualche misura, il suo arruolamento improvvido, del quale il Vaticano giurava di non sapere nulla, faceva quadrare il cerchio dei sospetti e dei pregiudizi. La Santa Sede prosudista veniva scoperta mentre non solo sembrava proteggere uno degli assassini di Lincoln, uomo-simbolo degli Stati Uniti democratici, antischiavisti e vincenti del Nord; ma addirittura lo arruolava nelle proprie file. Uno dei killer del “Great Emancipator”, il Grande Emancipatore, aveva trovato rifugio, protezione, salario e armi alla corte di Pio IX.

…per Pio IX si trattava di un incidente che rischiava di mandare all’aria decenni di faticosi tentativi di legittimazione; e di moltiplicare le difficoltà delle gerarchie cattoliche americane. In più, Surrat era protetto dall’assenza di un qualsiasi trattato di estradizione fra Vaticano e Stati Uniti; dunque, formalmente non poteva essere processato in America.

…Rufus King, “ministro” USA a Roma, capiva che le relazioni fra i due Stati si stavano rapidamente deteriorando…Così cercò di spiegare a Washington che la reazione del Vaticano indicava la volontà di non lasciare andare in malora i rapporti con l’Amministrazione. Il fatto che Surrat fosse stato bloccato a Roma aveva << il solo scopo di mostrare la pronta disponibilità delle autorità pontificie ad accondiscendere all’attesa richiesta del governo americano >>, scrisse King al segretario di Stato William Steward. Ma dietro rimaneva l’ipoteca pesante della politica vaticana negli anni della guerra civile americana. E i nemici della prospettiva di un Paese infettato dal gesuitismo e dalle manovre papaline, insidiato nel sacro principio della divisione fra Stato e Chiesa, ripreso una forza alla quale era difficile resistere (corsivo mio).

Secondo libro. Eric Frattini, L’Entità. La clamorosa scoperta del servizio segreto vaticano: intrighi, omicidi, complotti degli ultimi cinquecento anni, Fazi editore, Roma, 2008.

Capitolo: IL TEMPO DELLE SPIE ( 1823-1878) [ pp. 181-185].

A causa della situazione di smantellamento che viveva lo Stato della Chiesa, le comunicazioni tra l’Entità (7) a Roma e i suoi uomini sparsi per il mondo erano quasi inesistenti, per cui lo spionaggio pontifico fu incapace di prevedere la guerra che si avvicinava negli Stati Uniti.

Nel 1861, gli Stati Uniti d’America, che erano “uniti” da poco più di ottant’anni, furono scossi da una guerra civile. Era una nazione in cui si sviluppavano due società, ognuna con un proprio modello sociale, politico ed economico; in quattro decenni aveva visto ampliato il suo territorio in più occasioni grazie all’acquisto della Louisiana dalla Francia, della Florida dalla Spagna, all’annessione del Texas e alla guerra con il Messico, svoltasi tra il 1846 e il 1848.

La politica statunitense era condizionata da una parte dall’interesse dei sudisti per le loro piantagioni di tabacco, zucchero e cotone, e dalla loro volontà di mantenere a tutti i costi i quasi tre milioni e mezzo di schiavi; dall’altra dall’orientamento degli unionisti, inclini al commercio e alla navigazione, più interessati alle questioni finanziarie e ai dazi doganali. Da un lato stavano i capitalisti del Nord, creditori, e dall’altro gli agricoltori del Sud, debitori.

… Durante la guerra civile, dal 1861 al 1865, l’Entità contò su Louis Binsse, console papale a New York. I suoi rapporti come spia erano, in realtà, piuttosto curiosi e per niente interessanti.

…Se si studiano i rapporti di Binsse, si nota che l’agente dell’Entità si focalizzava sull’informazione politica del momento, ricavandola soprattutto dai giornali, piuttosto che dedicarsi al complesso lavoro di spia. Tuttavia la sua attitudine non gli impedì di ottenere informazioni importanti. Una di queste fu quella scoperta nel giugno del 1861, quasi per caso.

Louis Binsse era stato inviato a New York a un ricevimento di politici e militari organizzato per raccogliere fondi per la causa unionista. Durante la festa, alcune signore gli si avvicinarono ignorando che fosse in realtà un agente dello spionaggio papale, e gli chiesero cosa pensasse di Giuseppe Garibaldi. Di certo le signore non sapevano che Garibaldi era un nemico di papa Pio IX e, per tanto, anche del suo console a New York. L’agente dell’Entità, utilizzando tutto il suo charme, riuscì a sapere dalla moglie di un generale dell’Unione che il presidente Abraham Lincoln aveva invitato Giuseppe Garibaldi per istruire i suoi generali sulle tattiche di guerra.

L’agente Binsse comunicò all’Entità a Roma e al segretario di Stato Giacomo Antonelli le intenzioni del presidente unionista. La notizia scatenò presso la Santa Sede uno scandalo di grandezza tale che Lincoln fu costretto a ritirare la sua offerta a Garibaldi e a presentare scuse formali a papa Pio IX.

…Altra cosa fu la posizione del Vaticano e dell’Entità a favore di una delle due fazioni in conflitto. Le prime pressioni arrivarono al papa e al segretario di Stato arcivescovo di New York, John Hughes, dieci mesi dopo l’attacco a Fort Sumter. Hughes disse a Pio IX e al cardinale Antonelli che il suo compito era servire la Chiesa e non gli interessi particolare di una nazione, ma in realtà l’arcivescovo di New York era un agente sotto copertura e un propagandista di Washington. Il suo stipendio era pagato dal governo di Lincoln e i suoi rapporti venivano letti dal segretario di Stato William Seward.

La missione affidata all’arcivescovo John Hughes consisteva nell’andare a Roma per ottenere pubblicamente l’appoggio di papa Pio IX alla causa unionista. Perciò, Hughes si presentò a sorpresa presso la Santa Sede, affermando che durante il suo lavoro per l’Entità aveva scoperto che la Confederazione aveva pianificato di attaccare il Messico e le isole cattoliche dei Caraibi.

Ma le simpatie di Pio IX e del suo segretario di Stato per il Nord cominciarono a diminuire quando l’Entità dal maggio del 1863 iniziò a ricevere rapporti da un’altra fonte. Si trattava di Martin Spalding, arcivescovo di Louisville, nello Stato confederato del Kentuchy, favorevole alla secessione. Spalding, come Hughes dal governo Lincoln, riceveva in segreto dal governo di Jefferson Davis somme di denaro per ottenere l’appoggio del papa alla causa della Confederazione. Il principale interlocutore di Spalding era Judah Benjamin, segretario di Stato della Confederazione.

L’arcivescovo Spalding nel suo rapporto all’Entità assicurava che l’emancipazione degli schiavi neri era in realtà un movimento politico guidato da protestanti abolizionisti e che la gente del Sud rappresentava il vero cattolicesimo. Monsignor Martin Spalding affermava in un rapporto che << i neri erano per natura troppo inclini alla vita licenziosa e non erano pronti per la libertà. Inoltre, la loro emancipazione poteva provocare disordini sociali che avrebbero compromesso il lavoro missionario della Chiesa >>.

I rapporti di John Hughes e Martin Spalding per l’Entità dimostrarono che i vescovi non erano immuni alla causa politica  e che a volte la loro lealtà verso l’Unione o la Confederazione era superiore a quella verso il papa e la Santa Sede. Le cattive informazioni ricevute dagli agenti del servizio di spionaggio pontificio durante il conflitto mise in evidenza una seria debolezza delle relazioni tra Roma e Washington, sede dell’Unione, e tra Roma e Richmond, sede della Confederazione.

Pio IX manifestò prima le proprie simpatie alla causa del Nord, poi a quella del Sud e infine di nuovo a favore degli unionisti. Fu probabilmente a partire dal 1865, quando la guerra si concluse con la vittoria del Nord, che i responsabili dello spionaggio vaticano capirono che bisognava formare degli agenti professionisti, se l’Entità del futuro voleva diventare uno strumento capace di aiutare il pontefice a prendere la decisione migliore di fronte a una specifica situazione politica.

NOTE

  1. Lo storico Andrea Riccardi ha osservato:<< la Chiesa cattolica, per istinto profondo, non ha mai amato l’impero unico…In fondo, si considera un impero. Ma, come spiegò Pio XII in un discorso del 1946, non un impero nel senso di imperialismo ma in quello di essere a casa fra tutte le genti, di non essere assorbita da nessuna civiltà >>, citato da Massimo Franco, Imperi paralleli. Vaticano e Stati Uniti: due secoli di alleanza e conflitto 1788-2005, Mondadori, Milano,2005, p.199.
  2. Si rimanda fra le tante interviste al vescovo Giovanni Martinelli a Alberto Bobbio, Libia i dubbi del vescovo di Tripoli in www.famiglicristiana.it (20/3/2011); Bernardo Cervellera, Vescovo di Tripoli: spero ancora in una riconciliazione in www.asianew.it (23/8/2011).
  3. Massimo Franco, Imperi paralleli, op. cit., pp. 199, 201, 203, 211.
  4. Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008, pp. 25-39.
  5. Antonio Gramsci, Il Vaticano e l’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 58.
  6. Gianfranco La Grassa, Tutto torna ma diverso. Capitalismo o capitalismi?, Mimesis edizioni, Milano, 2009.
  7. Nell’anno del Signore 1566, papa Pio V decise di dar vita al primo servizio di intelligence in forma ufficiale e organizzata, con la finalità di lottare contro il protestantesimo rappresentato dall’erede al trono d’Inghilterra Elisabetta I. Il nuovo servizio segreto pontificio venne battezzato col nome di Santa Alleanza.

Nei seguenti 387 anni, la Santa Alleanza visse momenti di luce e di ombra sotto il nome che gli dette Pio V. Nel 1953, durante il pontificato di Pio XII, l’allora direttore dell’appena nata CIA, Allen W. Dulles, decise di rinominare in via ufficiosa la Santa Alleanza con l’appellativo di “Entità”, nome con cui ora è conosciuto il servizio segreto di spionaggio vaticano nella comunità internazionale dei servizi segreti di intelligence in Eric Frattini, L’Entità. La clamorosa scoperta del servizio segreto vaticano: intrighi, omicidi, complotti degli ultimi cinquecento anni, Fazi editore, Roma, 2008, p. VIII ( Nota dell’editore).

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I primi ministri di Sua Santità. Controstoria dei Segretari di Stato vaticani da Rampolla a Parolin

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Un secolo di segretari di stato, da Leone XIII a papa Francesco. Dalla Segreteria di Stato sottomessa al Sant’Uffizio prima di Pio XII a quella incorporata dal papa con Pio XII ; dalla dittatura del segretario di Stato con Paolo VI alla fine della dittatura con papa Francesco. Il quale rispolvera l’assolutismo più o meno illuminato del pontefice.Una controstoria degli uomini che hanno governato la curia all’ombra dei papi, e spesso sono finiti col governare i papi all’ombra della curia, servendosene invece che servirli. Una storia di uomini in rosso, fra il grigio e il noir.

di Antonio Margheriti Mastino

1001458_10200579178534774_422173223_nIeri mons. Pietro Parolin, nominato da due mesi da papa Francesco, ha trascorso il suo primo giorno da segretario di Stato vaticano . Ed è allora questa l’occasione per fare una panoramica dei segretari di Stato degli ultimi 100 e più anni e di come dal 1900 ad oggi è cambiata la segretaria di Stato (e come cambierà), quanto a importanza, priorità, tendenze politiche, strutture. I segretari di Stato del XX e XXI secolo e i “loro” papi, dunque.

Da Mariano Rampolla del Tindaro, segretario di Stato sotto Leone XIII e primo per il XX secolo a Tarcisio Bertone e Pietro Parolin che continuano l’ufficio nel XXI secolo. Passando per Rafael Merry del Val, Pietro Gasparri, Eugenio Pacelli-PioXII, Luigi Maglione, Giovanni Battista Montini e Domenico Tardini, Angelo Dell’Acqua, Amleto Giovanni Cicognani, Jean Villot (e Giovanni Benelli), Agostino Casaroli e Angelo Sodano.

IL PAPA NON ELETTO: RAMPOLLA

Mariano Rampolla del Tindaro

Mariano Rampolla del Tindaro

Il primo fu Mariano Rampolla del Tindaro, un aristocratico siciliano, gran signore di censo e di fatto. Servì Leone XIII negli anni della sua estrema vecchiezza, divenendo il vero e solo deus ex machina della politica della Santa Sede. Cosa che gli diede prestigio, certo, considerato e trattato da tutti come il papa in pectore, e si spinse davvero, morto l’ultranovantenne Leone, nel 1903, a un solo gradino dal Soglio. Purtroppo proprio tutto questo sarà anche la sua rovina: in pieno conclave, quando ormai quasi tutti erano decisi a votare Rampolla, si alzò al momento giusto il cardinale di Cracovia Puzyna, e pronunciò il veto dell’Imperato austro-ungarico alla sua elezione: la scusa era per via della sua politica “filofrancese”, la realtà è che di nient’altro che d’un capriccio imperiale si trattò, un giocare al gatto col topo, per svagarsi e dimostrare a se stesso chi era il gatto. Fu la fine per Rampolla. Poco dopo, per grazia di Dio, sarà anche la fine dell’impero Austro-Ungarico.

IL RAGAZZO DI PORPORA E D’ORO: MERRY DEL VAL

Rafael Merry del Val y Zulueta

Rafael Merry del Val y Zulueta

In quello stesso drammatico conclave, dopo che i voti erano confluiti sul santo patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto (che appena eletto, guarda caso, abolì per sempre l’esecrabile ufficio del “diritto di veto” in conclave dell’infida casa Asburgo), fece un gesto che a suo modo era tradizionale: vestendosi da pontefice, si tolse lo zucchetto purpureo da cardinale e lo impose sulla testa di un giovanissimo e azzimato prete, segretario del conclave, destinato a grandi cose da quel momento: quel gesto significava la promessa della berretta cardinalizia per il fortunato. Era il 38enne Rafael Merry del Val, che di lì a qualche giorno sarà il segretario di Stato del neoeletto Pio X. Aristocratico sino al midollo, nelle sue vene scorreva una mistura di sangue blu elettrico delle più blasonate famiglie iberiche, mitteleuropee e scandinave. Fedele come un mastino al suo Padrone, diventerà l’ammirato e odiato, energico e combattuto, controverso in ogni caso, “braccio armato” del suo papa.

Specialmente nel tentare di sgominare la sediziosa eresia modernista che stava prendendo il sopravvento dentro la Chiesa: purtroppo senza spegnerla davvero; covò come fuoco sotto la cenere e divampò durante il Concilio Vaticano II, e oggi è appitonata su quasi tutte le cattedre degli atenei ecclesiastici, e secondo i suoi criteri deviati ha formato e forma il clero odierno e futuro.

Oggi è aperto il processo di beatificazione per Merry del Val, unico caso fra i segretari di Stato.

IL “PECORARO”: GASPARRI

Pietro Gasparri

Pietro Gasparri

A questi due squisiti diplomatici aristocraticissimi, successe il “Pecoraro”: di nome, di fatto e di modi; a ricordare che la Cattolica se non può essere una democrazia, al contempo è, naturaliter, l’istituzione più democratica del mondo, dove un contadino, un figlio di pecorari marchigiani può diventare, al pari degli altri con natali nobilissimi e perfetti, un “re”, un “principe” e un “primo ministro”… cose che, proprio in quegli anni, nello Stato savoiardo dei notabili liberali, laicista e massone, che non conoscevano il popolo e ne provavano intimamente ribrezzo, sarebbe stata a dir poco inimmaginabile.

E davvero figlio di pecorari e contadini marchiciani era il brusco, linguacciuto, sgarbato, trasandato, talora persino maleducato cardinale Pietro Gasparri: cambiò status, ma non spirito, né dentro né fuori, rimanendo il “pecoraro” di sempre, come dicevano i suoi detrattori, ma anche gli ammiratori dallo stomaco forte che al momento opportuno si tappavano le orecchie, gli occhi anche. “Con gli abiti eternamente spiegazzati e la berretta cardinalizia sudata, unta e bisunta” lo ricordava ancora decenni dopo un suo allora giovane allievo diventato ormai segretario di Stato: Domenico Tardini. Ma il cervello era sopraffino, da far impallidire fior fiore di diplomatici ecclesiastici dai natali rivestiti di pezze onorevoli e triplice cognome, che egli guardò sempre, a sfida, dall’alto in basso, e ove possibile maltrattò – il complesso del pecoraro gli faceva tenere in gran dispitto i signoroni in talare.

Marchigiano, certo. Ma noterete spesso che è definito “abruzzese”: forse gli si dava dell’”abruzzese” perché, essendo nato in prossimità del confine con l’umbria, i suoi modi erano simili a quelli dei pastori umbri che erano a propria volta simili a quelli dei pastori montani abruzzesi: rudi, con una pronuncia chiusa e dura, arrogante, che suscita immediata antipatia in chiunque l’ascolti. Quando entrò nell’aristocratica casa del giovane e promettente studente dell’Accademia Ecclesiastica, Eugenio Pacelli, vide che questi stava dilettandosi a suonare un violino seduto davanti al caminetto. Si aspettava forse un complimento dal cardinale Gasparri, il quale invece lo interruppe bruscamente con un “non mi piace quel che vedo, ancora meno quel che sento”: non si riferiva alla musica in sé, si riferiva al “musicista”: non gli sembravano virili certi passatempi… e di certo non lo erano come galoppare, la sua passione. Un pecoraro, non v’è dubbio!

Scarpe grosse e cervello fino, dunque: non è un caso che restò ininterrottamente segretario di Stato di due papi, Benedetto XV e Pio XI (altro carattere spinoso e più ancora iracondo: famigerati i suoi pugni sul tavolo che mandavano in frantumi parecchie cose, e le urla da scaricatore di porto, non esenti da qualche parolaccia); neppure per caso sarà lui il vero regista dei Patti Lateranensi.

Dopo che fu morto, furono ritrovati e illecitamente pubblicati i suoi diari privati: dove ne aveva per tutti, con giudizi ed epiteti a dir poco, in taluni casi, vergognosi. È stato il più pratico, efficiente, caparbio e politico dei segretari di Stato. Il più fuori le righe anche.

L’ERA DELL’AUTOCRATE: PIO XII, SEGRETERIO DI STATO FAI DA TE

Eugenio Pacelli, poi Pio XII

Eugenio Pacelli, poi Pio XII

Quindi a succedergli ritornò un aristocratico, un altro diplomatico, fine finissimo anche stavolta, ma senza scarpe grosse: raffinato, anche nei modi, al contrario del suo maestro Gasparri. Gli succede nel periodo più procelloso della storia, all’affermarsi delle grandi dittature, quella hitleriana compresa, e dalla nunziatura tedesca veniva Eugenio Pacelli, che tenne la segreteria di Stato per tutto il pontificato di Pio XII, venendo eletto egli stesso pontefice. E restando comunque, psicologicamente ma direi anche di fatto, il segretario di Stato di sempre, il diplomatico di sempre anche nell’avvelenata politica internazionale di quegli anni. Non staccò mai da quella funzione di “primo ministro “ del papa, neppure quand’era egli stesso il papa, essendo tagliata su misura per lui – specie sotto un pontefice iracondo e turbolento come Pio XI, tendente pericolosamente ad agire d’impulso.

Luigi Maglione

Luigi Maglione

Prova ne sia che appena eletto nominò sì un segretario di Stato, il napoletano Luigi Maglione: fu quasi solo un breve interregno nominale fra una segreteria di Stato Pacelli e l’altra. E infatti vedi che appena questi fu morto, pochi anni dopo, Pio XII non ne nominò alcun altro. Divenendo segretario di Stato di se stesso sino alla fine. Del resto, solo Pacelli corrispondeva all’ideale di “primo ministro del papa” che aveva in testa Pio XII, nel suo mirabile efficiente autocratico cesarismo. E finché ebbe fiducia solo di se stesso, molti guai gli furono risparmiati, in effetti.

Si limitò a nominare solo due sostituti della segreteria di Stato, nelle persone dei monsignori Giovanni Battista Montini, bresciano, e Domenico Tardini, romano de Roma e trasteverino ruspante: una diarchia di personaggi decisamente diversi tra loro, uniti da poche cose e separati da troppe, che dovevano semplicemente rispondere al suo imperativo “non ho bisogno di collaboratori ma di esecutori”, senza fare comunella tra loro.

Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI

Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI

Tuttavia, invecchiando Pio XII, complicandosi la situazione internazionale, aumentando gli impegni del papa, aumentò anche la rilevanza e il ruolo del duo Tardini-Montini. E anche una certa autonomia del Montini, le cui azioni “riservate” (ossia non comunicate al papa) spesso non coincidevano affatto con le intenzioni del pontefice. Quando Pio XII s’accorse di questi margini d’autonomia che s’era ritagliato il sostituto Montini (futuro Paolo VI), che nel frattempo erano sforati in un pericoloso arbitrio, e che costui senza avvisare il papa aveva avviato una sua trattativa diplomatica con i comunisti sovietici (che non pochi danni e vittime avrebbe fatto), affranto e addolorato per questa sorta di “tradimento”, Pio XII si trovò nella spiacevole situazione di doverlo allontanare dalla segreteria di Stato e dal Vaticano: con un promoveatur ut amoveatur che fece scalpore, lo spedì arcivescovo a Milano nel 1954.

Angelo Dell'Acqua

Angelo Dell’Acqua

Non indisse da allora alcun concistoro, osserva qualche maligno – nonostante ce ne fosse bisogno, perché il Sacro Collegio era ridotto a una sempre più sparuta pattuglia di cardinali superstiti che languivano nella loro estrema senescenza –, non indisse mai più concistori, dicevo, per non dover dare la berretta cardinalizia all’arcivescovo di Milano. E ridurre così al minimo il rischio di vederselo succedere al Soglio. Nel frattempo, Montini era stato rimpiazzato dal devotissimo papolatra mons. Angelo Dell’Acqua: un rurale del milanese di modestissime origini, che tanta era la sua venerazione per il pontefice Pio XII che quando questi lo chiamava al telefono per le faccende d’ufficio, Dell’Acqua non solo balzava in piedi davanti la cornetta e si segnava, ma subito dopo ascoltava tutta la telefonata stando in ginocchio, chiunque ci fosse, suscitando non poche ilarità nei corridoi di curia. Ce ne fossero ancora di preti così in Vaticano… Per la verità non ci sono manco più papi così. E forse, qualcuno celia, non ci sono manco più papi.

IL ROMANACCIO E IL DIPLOMATICO: TARDINI E CICOGNANI

Domenico Tardini

Domenico Tardini

Morto che era, nel 1958, Pio XII, il nuovo papa, non appena che fu eletto elevò immediatamente al rango di segretario di Stato l’antico sostituto, uno del Duo, mons. Domenico Tardini. Che con la sua prosaica assennatezza, la trasandata compostezza, l’alacre pigrizia che per lo più era romanesco scetticismo, la simpatica vena trasteverina palpabile anche nella cadenza, mantenne sino alla morte l’incarico, avvenuta all’improvviso nel 1961.

Papa Giovanni lo sostituì con un antico diplomatico a tutto tondo, uno dei due fratelli Cicognani, entrambi nunzi e cardinali, il vecchio Amleto Giovanni Cicognani, che senza infamia e senza lode, con rigoroso spirito burocratico mantenne quell’ufficio per tutto il restante pontificato di Roncalli e per parte di quello di Montini, passando per tutto un Concilio Ecumenico, mantenendo dritta la barra o inclinandola secondo i voleri del papa, nonostante i venti contrari, le fronde e i veri e propri deliri all’interno di quella controversa Assise.

Sì, perché nel frattempo l’antico ex sostituto Montini era diventato papa Paolo VI, con il compito di portare a termine un Concilio che avrebbe scosso (e purtroppo anche trasfigurato… quando non proprio sfigurato) la Chiesa fin dalle fondamenta. Con Cicognani alle costole, ereditato dal precedente papa, ma da buon diplomatico malleabile al punto giusto chiunque fosse stato il padrone, pronto ad attaccare l’asino ove questi l’avesse desiderato.

Ma da questo punto di vista, papa Montini che nella curia ci aveva vissuto, era un po’ come Pio XII, a suo perfetto agio all’interno, come un feto nel suo liquido amniotico, tanto da considerarla nient’altro che il prolungamento della sua stessa persona, di modo che, qualsiasi terzo incomodo avrebbe avuto un ruolo importante ma tutto sommato decorativo, foss’anche un segretario di Stato come Cicognani: Montini – come Pacelli – era la curia! La segreteria di Stato nient’altro che la sua longa manus!

Amleto Giovanni Cicognani

Amleto Giovanni Cicognani

Sotto la segreteria di Stato Cicognani avvenne dunque il cambiamento più grosso, epocale se vogliamo, all’interno della Curia; cambiamento che, col senno di poi, alla luce dei fatti anche odierni, sarà all’origine di molti guai a venire. Per la Curia e la Chiesa tutta.

Fino a quel momento lì, infatti, e da secoli la supremazia e quasi l’egemonia all’interno della Curia Romana l’aveva detenuta il Sant’Uffizio, del quale prefetto era il papa, coadiuvato da un cardinale segretario. Segno di una Chiesa che, specie dopo il concilio tridentino, aveva al centro delle sue preoccupazioni prima ancora che le questioni geopolitiche e la bassa cucina politica di casa propria, la salvaguardia del Deposito della Fede, la verità cristiana da preservare con decisione da qualsiasi inquinamento, interno prima che esterno, e questa era la priorità della curia.

Papa Montini, invece, aveva altre priorità, la sua indole era squisitamente politica; dirà infatti di lui Cossiga: «Montini si considerava il segretario naturale della Democrazia Cristiana; da papa si avvertì sempre come il mancato segretario della DC; spesso volle agire come fosse il segretario ombra del Partito». La politica prima di tutto.

L’EMINENZA GRIGIA: VILLOT

(Riforma della curia e dittatura della segreteria di Stato)

Jean Villot

Jean Villot

Da qui la nefasta riforma montiniana della Curia, che relegava a un ruolo puramente tecnico e di secondo piano il Sant’Uffizio (del quale muterà financo il nome, per reciderne la storia portentosa e controversa, edulcorandolo in – proprio a sottolinearne la burocratizzazione castrante – Congregazione per la Dottrina della Fede), di fatto subordinandolo alla segreteria di Stato.

Segreteria di Stato che da questo momento assumerà una supremazia praticamente assoluta su tutta la Santa Sede. Sottomessa solo al papa… e non sempre… e col tempo, sempre meno: certe volte, talora riuscendoci, in qualche modo ha tentato di sottomettere gli stessi papi alle sue esigenze. Di fatto, quindi, Paolo VI fa della segreteria di Stato una potere dispotico e onnisciente all’interno del Vaticano, che tutto voleva vedere, sapere, autorizzare, decidere. Che tutti gli altri organismi vaticani esige carponi alle sue calcagna, cedevoli alle sue inderogabili esigenze, politiche specialmente. A cominciare dall’Ex Sant’Uffizio.

A capo di tutto questo, nel 1969, Paolo VI mise un’eminenza grigia (nel senso più letterale del termine) francese, Jean Villot: un personaggio strano, insipido, spento, indecifrabile, freddo… anzi: glaciale. Forse era del tutto privo di passioni umane, di emozioni persino, con quell’aria eternamente scettica e annoiata: un pigro senza rimedio e senza il minimo zelo apostolico, recuperato dall’arcidiocesi di Lione, da dove chiese di essere trasferito nella Curia Romana, perché “non capace di guidare una diocesi”, ovverosia perché non gli interessava farlo e s’annoiava. Ma del resto in Vaticano poi passò buona parte della giornata lavorativa tra il letto, la poltrona e la tavola.

Siamo alla dittatura delle segreteria di Stato, quindi. Ma era qualcosa che Montini e solo Montini poteva permettersi: ogni organigramma della nuova curia era un pezzo di una formidabile macchina montata su misura di Paolo VI, e ai suoi soli voleri e comandi rispondeva. Ogni esponente di spicco della segreteria di Stato e di ogni ulteriore ufficio, altro non era che alter ego di Montini.

Giovanni Benelli

Giovanni Benelli

Tale era anche il vero dominus della curia montiniana, ossia il sostituto della segreteria di Stato, il brusco e tirannico toscanaccio mons. Giovanni Benelli, “il Fanfani del Vaticano” (almeno così lo chiamo io), versione cattiva di Montini. Era lui e non Villot il vero signore della segreteria di Stato, e a sua volta era Paolo VI e non Benelli il vero padrone: la segreteria di Stato era il corpo mistico di Montini, lui che a guardarlo, pura essenza apostolica come appariva, non sembrava neppure averne uno di corpo… che non fosse politico o spirituale.

Proprio questa osmosi quasi mistica fra il corpo politico della Santa Sede e il corpo di Montini, questa sorta di luigino “le Secrétariat… d’Etat c’est moi!”, renderà questo ambiente impervio e disseminato di trappole per i suoi successori al Soglio; in ogni caso un abito tagliato su misura del precedente proprietario e adesso o troppo largo o troppo stretto per gli eredi. Talora – ad esempio sotto il pontificato di Benedetto XVI – così stretto da rasentare una camicia di forza… che si è strappata solo dopo aver stritolato il papa su cui era stata indossata come una cappa di piombo.

L’UOMO DEI CINISMI ARRENDEVOLI DELLA DIPLOMAZIA VATICANA: CASAROLI

Agostino Casaroli

Agostino Casaroli

Nei primi mesi del papa polacco, Giovanni Paolo II, siccome quasi subito, all’inizio del 1979, morì d’infarto il segretario di Stato Jean Villot ereditato da Montini e Luciani, in un momento delicatissimo di rapporti di forza tra chiesa polacca e regime comunista, fu chiamato alla segreteria di Stato un diplomatico di carriera, un dottor sottile con tutti i cinismi arrendevoli della diplomazia montiniana che navigava da decenni nelle procellose acque dell’oceano rosso dei paesi dell’Est: mons. Agostino Casaroli. Chiamato ad assecondare i voleri del suo padrone polacco, a sfidare senza sfidarlo davvero, giocando sulla forza dell’inerzia apparente, sulla diplomazia e il mercimonio sotterraneo, il putrescente e impopolare comunismo polacco e di riflesso in tutti i paesi satelliti dell’ancora più marcia URSS.

Proprio lui, quel Casaroli che, fin pochi anni prima, nunzio nei paesi dell’Est comunista, era stato l’architetto della desolante Ostpolitik, ossia della rinuncia della Santa Sede a denunciare il comunismo e spesso anche a difenderne le vittime, fossero anche preti e cardinali: in nome di un presunto male minore che presto si rivelerà una crudele ipocrisia ai danni del clero e dei cattolici che sperimentavano sotto le tirannidi rosse il loro martirio quotidiano.

Si arrivò sino alla vergogna di accondiscendere da parte della segreteria di Stato alla nomina di arcivescovi che erano palesemente agenti del Kgb e della Stasi, degli infiltrati nel clero, i quali poi denunciavano al regime preti e fedeli in odor di anticomunismo, facendoli arrestare, torturare e giustiziare. Lui, il Casaroli che insieme alla segreteria di Stato di Paolo VI che poi era Paolo VI stesso, aveva propinato la consegna del “silenzio” a tutti gli eroici vescovi dell’Est che alzavano la voce contro il lupo rosso che faceva strazio delle loro greggi; la stessa consegna del “silenzio” che era stata data a tutti i giornali cattolici, per cui in tutto il periodo montiniano gli fu vietato finanche solo scrivere la parola “comunista”, specie se era per dirne male o denunciare qualcosa.

Prima ancora che, proprio negli anni di Casaroli (ma già da prima), un vasto strato della cloaca pretesca, vescovi, cattedratici, religiosi, preti e laici impegnati, fuori tempo massimo, col solito risibile anacronismo clericale, si schierassero apertis verbis col comunismo stesso, ovunque morente ma che immaginavano come il sole nascente dell’avvenire, non solo secolare ma anche chiesastico. Ed è anche la ragione, il movente per il quale i vari Montini, Villot, Benelli e soprattutto Casaroli in quegli anni si erano mossi in modo tanto passivo, quando non complice, verso i regimi comunisti: erano davvero convinti, anche loro al pari degli intellettuali a cottimo marxisti, che il comunismo “scientifico” avesse vinto, ed era prossimo al trionfo definitivo, e tanto valeva adeguarsi.

Fossero stati meno quegl’uomini di poca fede di evangelica memoria quali erano – come quel Pietro che sulla barca di Gesù nella tempesta pensa al peggio, non fidandosi delle rassicurazioni di Gesù – avrebbero non solo ricordato il “non praevalebunt” di Cristo, ma gli sarebbero giunti all’orecchio anche le prime circolari riservate dei servizi segreti di quei regimi, del Kgb e della Stasi – quelli che davvero avevano il polso della situazione e dei regimi comunisti erano il sistema nervoso –, che avvisavano i vari Breznev che la situazione era per niente buona per il comunismo internazionale e il suo futuro era incerto, e anzi man mano sempre più “segnato”, e forse era meglio prepararsi in anticipo al “peggio”, e studiare una probabile “smobilitazione e cambio della guardia”, in previsione di un collasso imminente del regime sovietico.

Ma da quell’orecchio lì, Casaroli e tutti i suoi padroni e servi non ci sentivano. Più tardi, quando tutto fu compiuto, e la storia non diede affatto “ragione” alla Ostpolitik, che semmai collassava insieme al comunismo, vollero millantare, caduto il muro, una “profezia silenziosa” quale sarebbe stata, a loro dire, la Ostpolitik, mentre fu solo un cedimento vile e orbo, quando non una complicità piena di ipocrisie che chiamarono “diplomazia”: unilaterale, in cambio di una captatio benevolentiae da parte dei despoti comunisti, la quale fu limitata solo ai titoli dei giornali e a quella parte del clero che si era disarmata della sua missione e magari pure era passata al servizio, lautamente ricompensato, del nemico.

Questo, tutto questo, solo più tardi, alla fine della sua vita, Casaroli lo volle chiamare “martirio della pazienza”. La sua. Mentre invece fu solo il martirio della solitudine e della disperazione di quei cattolici che la Roma della dittatura della segreteria di Stato aveva abbandonato al loro destino, in nome di una diplomazia che era soltanto resa incondizionata. Se la Segreteria di Stato non combatté allora la sua buona battaglia, quei poveri cristi ovunque dispersi nell’oceano rosso dell’Est mantennero almeno la fede. Certa diplomazia, forse, neppure quella: anche perché per perderla la fede prima bisognava almeno averne avuta una.

Come dirà il santo ed eroico cardinale ucraino Josyp Slipyj, prima perseguitato da Mosca e poi “esiliato” e condannato al “silenzio” in Vaticano: «In ogni momento penso agli anni della persecuzione che ho subito da parte dei comunisti, ricordo il carcere e le torture, sento ancora addosso la fatica e il freddo dei lavori forzati in Siberia, la mia condanna a morte l’ho sempre davanti agli occhi. Ma, credetemi, dietro le Mura Vaticane ho passato momenti peggiori».

LA DIPLOMAZIA VATICANA “LEBBRA DELLA CHIESA” E IL SUO SATRAPO: SODANO

Angelo Sodano

Angelo Sodano

Il secondo segretario di Stato di Giovanni Paolo II sarà Angelo Sodano. Una carriera tutta interna alle nunziature dell’America Latina, nei momenti politicamente più difficili di quel continente, tra spinte marxisteggianti che calavano da Mosca e contraccolpi golpistici di militari antimarxisti, foraggiati da Washington. Uomo d’apparato con tutti i cinismi e le amoralità degli uomini d’establishment vaticano, moltiplicatore di ectoplasmi suoi consimili e portati più alla mondanità spirituale che allo zelo apostolico e, in una parola, a funzionari in carriera che han scambiato la Chiesa per un ministero: scarsi di cultura ecclesiale, abbondanti di clericalismo, digiuni di scrupoli, prepotenti sul versante politico, impotenti e sostanzialmente indifferenti su quello spirituale.

Sodano gestirà con pugno d’acciaio tutta la lunghissima fase calante del pontificato polacco, con un papa sempre più reso impotente dalla malattia degenerativa. Potente per istinto e prepotente per abitudine, sarebbe stato anche onnipotente non fosse che dovette condividere con malumore e a costo di continui scornamenti la sua monocrazia istintiva con una corte di pretoriani, che moltiplicava e fortificava il suo ascendente man mano che si rimpiccioliva e depotenziava il romano pontefice infermo. Il traffichino segretario del papa mons. Dziwisz, la suora cattiva card. Giovanni Battista Re, il benemerito Camillo Ruini vicario di Roma e presidente della Cei. Quest’ultimo soprattutto, fornito di una sottigliezza politica che al rubicondo, rude segretario di Stato Sodano mancava.

Una segreteria di Stato la sua che da quegli anni di decadenza (inversamente proporzionale alla sua influenza) diventerà onnipotente gestore di ogni traffico, moltiplicatore di pani e pesci carrierizi, affaristici, da sottobosco politico e familistico. Santa Patrona di ogni mediocrità e demerito come trampolino di lancio verso magnifiche sorti e personalistiche; Protettrice di ogni nefandezza, Custode del silenzio colpevole su ogni scandalo, come panacea di ogni male, nell’illusione che basti tacerne e possibilmente ignorarlo, magari assecondarlo, per limitarne i danni. Difficile stabilire in questa gara di amoralità e ipocrisie chi vincesse la partita fra la corte della segreteria di Stato montiniana e questa. Probabilmente questa: perché all’amoralità aveva aggiunto anche la mediocrità, quell’aurea mediocritas che, almeno questa, non può essere imputata ai Casaroli e ai Benelli. I quali eccellevano comunque. Anche nell’indecenza. Se i i primi erano intelligenti e ambiziosi, questi ultimi erano semplicemente ambiziosi. Semmai furbi e ambiziosi.

Quando nel 2005 fu morto Giovanni Paolo II, si sostenne che la diplomazia vaticana era diventata la “lebbra della Chiesa”. E nel conclave che elesse Benedetto XVI si disse che andava “estirpata”. Più facile a dirsi che a farsi. Benedetto attese due anni, che trascorsero senza scosse. Poi decise di cominciare a esautorare la corte sodaniana: da quel momento partirono gli “scandali” e svolazzarono i “corvi” sul papa direttamente telecomandati dalle Sacre Stanze. Le stesse dove da decenni avevano fatto il nido le cucciolate di Sodano, sotto le sue ali di chioccia. Chi ha vinto quella partita ora lo sappiamo: Benedetto XVI ha lasciato, i sodaniani sono tornati ai posti di comando. E Sodano sta sempre lì, a bearsi del suo capolavoro, dopo che l’ha “fatta vedere” al papa che aveva osato pensare di essere più forte di lui.

PASTICCIONE E CAPRO ESPIATORIO: BERTONE

Poi, asceso al soglio Benedetto XVI, dopo un po’ fu la volta del salesiano Tarcisio Bertone, che al contrario di quanto si crede non era affatto digiuno di esperienze curiali, avendo già passato diversi anni in segreteria di Stato. Non aveva però la necessaria abilità manovriera né l’acume politico per gestire i rimasugli curiali imbastarditi ereditati dal precedente lunghissimo pontificato e a quello, di fatto, funzionali; mentre mano a mano andavano sclerotizzandosi e perdevano il contatto e il controllo della realtà.

Bertone è partito con le migliori intenzioni, ma ha presto capito di dover fare i conti con quella realtà torva che lo aveva preceduto e che non aveva alcuna intenzione né di sloggiare né di fargliela passare liscia, sentendosi usurpata. Questo pover’uomo si è così trovato a dover gestire questo coacervo di poteri resi anarchici e anche arroganti, autoreferenziali, dalla lunga permanenza al potere, un potere che a troppi cominciò a sembrare al di là del bene e del male: il primo a doverne pagare le conseguenze sarebbe stato proprio il papa, sino all’atto scioccante dell’abdicazione; vittima in un certo senso sarà anche Bertone, quantunque a molti fuochi aveva egli stesso dato alimento facendoli divampare, anzitutto selezionando un personale che definire equivoco è poco. Ma su tutto e tutti si estendeva ancora l’ombra sinistra di Sodano, mentre si respirava permanente aria di regolamento di conti e di torbidi: emblematico di ciò che stava per avvenire al cambio della guardia, fu il fatto di Sodano segretario uscente che per lunghissimo tempo si rifiuta di cedere le sue stanze al segretario entrante, Bertone. Quasi a dire “ti faccio vedere io chi è che comanda!”.

Ma forse il giudizio più equanime su Bertone me lo diede il giornalista cattolico Renato Farina, che mi disse: «E’ facile essere ingiusti, ma Benedetto, eletto già anziano, aveva deciso sin dal primo momento di concentrarsi sull’essenziale e rinunciare alla gestione pratica della curia e della sua politica, delegando tutti questi affari mondani al suo segretario di Stato. E Bertone, dunque, ha avuto sulle spalle un carico pesantissimo che a nessun altro predecessore era toccato».

Sbagliare, cozzare contro i torbidi altrui era quanto mai facile. Il bilancio di quella segreteria di Stato, da tutti i punti di vista, resta il più grande fallimento della storia di quell’istituto. Sebbene, come il papa stesso ebbe modo di dire, quella cancrena non riguardasse solo la segreteria di Stato, ma anche la curia; ma questo a sua volta era il riflesso condizionato di un male che attanagliava tutta la Chiesa. E il mondo. Era un problema prima ancora che umano o di strutture, un problema di fede. Il male stava alla radice; tutto il resto altro non era che la moltiplicazione dei frutti marci.

LA FINE DELLA DITTATURA DEL SEGRETARIO DI STATO: PAROLIN

Pietro Parolin

Pietro Parolin

Appena fu data notizia della nomina del nuovo Segretario di Stato vaticano scrissi qualcosa, così… all’acqua di rose… nella giusta misura ossequiosa e codina, sul nuovo venuto, l’“uomo di papa Francesco” come qualcuno pateticamente volle definirlo; persino l’“uomo nuovo”. Ma per piacere!

Diciamoci la verità: Pietro Parolin non è affatto “uomo” di papa Francesco, essendo che per sua stessa ammissione il papa lo ha incontrato per pochi minuti “solo una volta”. Men che meno è un uomo “nuovo”. È in realtà un prodotto purissimo delle inveterate dinamiche interne alla diplomazia vaticana e alla Segreteria di Stato, all’interno della quale, fin da giovanissimo, ha passato venti anni, tutti vissuti comodamente in quell’ambiente al quale ha imparato a somigliare. Anzitutto diffidando di tutti.

Esponente di punta della cucciolata sodaniana, quella che – come dicevamo e apposta ribadiamo – l’ha “fatta pagare” a Benedetto XVI per essere stata a suo tempo esautorata, e ha così cesellato il contesto per la Gran Rinuncia neutralizzando con un cordone sanitario l’azione di Ratzinger; ha poi coltivato l’humus perfetto per l’elezione del “Sudamericano”… e dunque, come da disegno, è ritornata in pista, in tutte le postazioni di comando. A prescindere dalla sua amoralità, dalle amicizie particolari, dalle protezioni infami, dall’essere la regista di ogni scandalo vero (insabbiato) o artificiale (gonfiato) da almeno venti anni a questa parte. Ed è così che la cordata sodaniana “vincente” che in un mese ha favorito il doppio colpaccio, la Rinuncia di Benedetto e l’elezione di Francesco (per motivi che nulla c’entrano con questioni teologiche o religiose… tutt’altro!), l’ha al momento opportuno tirato fuori dalla nidiata. Il Parolin.

Parolin da giovane

Parolin da giovane

Non ci stresseremo qui a ricostruire una biografia comunque “grigia”, tutta da addetto ai lavori com’è quella di Pietro Parolin: tutti ne sanno assai poco, e del resto c’è poco da sapere. Ma quel poco, più o meno ricamato, quando non inventato di sana pianta per eccesso di zelo codino, lo possiamo trovare su ogni giornale. Certe volte troveremo sui giornali anche il suo “futuro” e quello che “farà”: tutto pattume che ha la stessa credibilità del Nobel per la pace preventivo ad Obama. Cazzate, in pratica. La verità è questa: che nessuno sa una beata mazza di mons. Pietro Parolin, e il primo che inventa qualcosa fa opinione, e passa di bocca in bocca diventando leggenda metropolitana, per i laici; legenda aurea per i baciapile. Patetica nell’uno e nell’altro caso.

A noi interessa, in due parole, rispondere alla domanda: perché il papa Francesco ha nominato proprio Pietro Parolin alla carica di segretaria di Stato che, mutatis mutandis, corrisponderebbe a quella di primo ministro del Vaticano? Che sta a significare la sua nomina? Saremo brevi.

Un’ulteriore trasformazione della segreteria di Stato e della curia tutta, questo significa, e un’ennesima ridistribuzione dei poteri e dei rapporti di forza. Un avvicendamento di supremazie, anche se, come un po’ tutto in questo pontificato, non è chiaro con cosa si sostituisce cosa.

Una sola cosa appare sicura, ma già ce n’era sentore non appena il papa annunciò si sarebbe stabilito a Santa Marta. E lo fece non per le ragioni demenziali addotte dai giornali (“umiltà”… “povertà” e bla bla bla: anche perché occupa l’intera lussuosa suite del secondo piano), ma proprio per sfuggire al controllo, alle prassi e anche alle trappole della Curia che nei Sacri Palazzi ha fatto il nido, e il predecessore ancora ne portava le ecchimosi sulla pelle: lo ha fatto per scampare alla dittatura de facto della segreteria di Stato, e ai suoi famigerati “filtri” che frapponeva fra il papa e le comunicazioni che gli giungevano dall’esterno e soprattutto dall’interno; per sottrarsi all’autoreferenzialità di una istituzione che aveva smesso di essere al servizio dei papi, per ormai servirsene.

Presentazioni

Presentazioni

Ed è questa la cosa sicura: il papa vuole mettere la parola fine agli equilibri di potere vigenti da mezzo secolo e nati dalla riforma montiniana della Curia, che diede da allora il via alla dittatura della segreteria di Stato sulla Curia e su ogni suo organigramma, e alla veloce, nevrotica, incontenibile e infine sclerotica burocratizzazione della Santa Sede, imbrigliando così anche l’attività apostolica.

La figura del segretario di Stato, dunque, non sarà più quella del dittatore del Vaticano, ma una figura fra le tante delle congregazioni curiali, non necessariamente la più importante ma neanche la più insignificante. Semplicemente, nominando un nunzio giovane e tutto sommato “periferico” si vuol ridurre la segreteria di Stato all’ufficio suo proprio: né più né meno che occuparsi della politica estera delle Santa Sede, ossia governare i nunzi apostolici; sbrigare le faccende più strettamente politico-istituzionali interne.

Nell’uno e nell’altro caso, di quelle parti delle quali il Santo Padre non si vorrà occupare direttamente, e già ha fatto intendere che i nunzi apostolici li vuol ricevere, ascoltare, interrogare e comandare direttamente lui.

Anche nei compiti specifici del proprio ufficio, dunque, la segreteria di Stato si vede ridotto all’osso il suo ruolo, stante la tendenza accentratrice e monocratica del papa Francesco. Quindi, il segretario di Stato cessa la sua lunga attività extra-ordinaria ed è ricondotto all’ordinaria amministrazione del suo officio.

Tutto questo lo abbiamo capito. Come abbiamo capito che il papa vuole essere il nuovo despota più o meno illuminato del Vaticano. Ma a parte questo, oltre al papa, ci sarà qualche altro a comandare nella Curia? Ci sarà un corpo intermedio che si frappone fra il papa e il popolo fedele? Tra il papa e il clero e l’episcopato tutto? Tra il papa e Dio? Ecco, questo è quello che nessuno ha ancora capito.

Avendo qui a che fare con un gesuita, è probabile che no, che nel suo dispotismo neppure troppo illuminato, tanto da rasentare l’assolutismo non abbia bisogno né voglia “primi ministri del re” tra i piedi. Che, come Pio XII, cesaristicamente non senta il bisogno di collaboratori “ma di esecutori”. E qui nasce l’altro dubbio, la domanda senza risposta: “eseguire” cosa di preciso? Perché fin qui neppure il suo programma di “governo” è chiaro. Ammesso e non concesso ce ne sia uno preciso, oltre al ridimensionamento di segreteria e segretario di Stato.

Ad ogni modo, per tutto e per tutti, in ogni tempo e luogo valga quel detto per cui non si governa un impero col pelo sullo stomaco. Tantomeno solo “colli paternostri”.