L’ORRIDA ATTUALITÀ DELLA SCALATA ANTICRISTICA IN VATICANO

Anticristo-OrvietoL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Come riconoscere con certezza la realtà presente dell’occupazione del Luogo Santo da parte di chierici invasati dallo spirito anticristico se non dall’inversione del mandato di conversione dato da Gesù Cristo?

Il fatto è che essi hanno allestito una «nuova coscienza» per la Chiesa, che induce alla generale apostasia modernista e ecumenista. Ed essa è ormai dominante in nome dell’autorità romana!

Ora, è inerente alla Religione che l’anima spirituale umana, immortale, va formata per guidare il pensiero, che a sua volta deve governare il corpo mortale nella sua vita in questo mondo. Altrimenti, saranno i piaceri e impulsi della vita mondana a guidare il pensiero, di modo a motivare le idee per la scelta della religiosità opportuna, della porta larga, che tutto assolve con una nuova visione di bontà e di felicità «aperte al mondo in cammino» e al globalismo di moda!

(ecco il letale morbo antropocentrico inoculato da Roncalli a Bergoglio)

In sostanza, questa perfida inversione consisteva nella sciagurata «apertura» che ha minato la Chiesa e la vita civile nel mondo. Si trattava del «morbo spirituale» sparso dagli «untori» del Vaticano 2º, ora sparso senza pudore dal conciliare di turno. Perciò molti cattolici hanno descritto e continuano a descrivere questa demolizione partita da iniziative sconvolgenti del nuovo Vaticano sotto i «papi conciliari». Esposizioni fondate su fatti accaduti nel mondo del nostro tempo che ho narrato in alcuni articoli su questo sito, i cui titoli ora passo a seguire.

La fallibilità letale del conclave conciliare fu vettore dell’attuale «disordine metafisico» politico-religioso, manifestatosi anche nell’assalto tramato contro la famiglia cristiana, avendo eletto il modernista filo-massone Roncalli, il cosiddetto «papa buono». Ma può essere «bontà pastorale» affermare che la chiesa non ha nemici e lasciar credere che l’inferno non esiste, contrariando peraltro la testimonianza della visione di Fatima?

E nel 13 giugno 1962, iniziò la «nostra aetate» conciliare per mutare la fede sulla necessità di conversione di tutti a Cristo, che causò una crisi fatale nell’Europa aliena al Sacro Cuore. Il fatto è che l’aggiornamento conciliare dell’«inferno» e del «giudizio» portò a un degrado umano senza pari e demolì le difese della Chiesa cattolica. Tutto senza una giusta resistenza cattolica, fiaccata dalla «patetica» decadenza della posizione più tradizionale verso l’autorità apostolica.

Fu il dominio della gnosi spuria iniettata nel «pensiero ecumenista conciliare», piegato pure al culto della democrazia con i suoi frutti nefandi (vedi la collegialità anticattolica conciliare). La scelta della gnosi ecumenista fu diretta a conciliare il nuovo Vaticano con i piani dell’ONU e del nuovo ordine mondiale, NWO, con le ambiguità programmate nel Vaticano 2º, confessate ora senza ambiguità anche da Kasper, poiché si trattava di una colluvie di errori ed eresie già condannate dal magistero cattolico sopravvissuto alle congiure illuministiche.

E un’ingovernabilità “metafisica” fu lanciata con l’assalto alla Santa Sede dei modernisti del Reno e oltre, che si estende nel mondo per opera di altri festeggiati ciechi messi per guidare ancora altri ciechi in guerre e rivoluzioni senza senso né fine! Tutto all’insegna di un odio talmudico che, anche quando si espande con i suoi complotti sionisti, finisce per testimoniare Gesù Cristo più dell’ipocrita ecumenismo conciliare, operatore di cupe contraffazioni nella Fede.

Il significato virtuale della visione profetica del Segreto di Fatima è ormai una realtà storica: il Pastore romano fu colpito e il gregge è disperso a causa della sede rimasta vacante (vedi l’authenticité du secret publiée l’année 2000): mistero culminante della storia di un mondo scristianizzato guidato da nani (quale Andreotti), fautori di un’universale «trahison des clercs». Un mondo politico succube del messianismo americanista per il nuovo disordine mondiale, che ora dispone pure dei «papi conciliari», che frequentano l’ONU, per meglio «manovrare» Roma della «bella addormentata» (sede della grande apostasia).

Eppure, il primo principio del papato è l’amore di Gesù Cristo crocifisso, che si riconosce nella fedeltà alla vera teologia della Santa Messa del Sacrificio perpetuo. Ma la «chiesa conciliare» consegnando la Liturgia cattolica agli eretici, pone i suoi sacerdoti fedeli sul lastrico e espone i suoi fedeli alle angherie del braccio secolare diretto dal NWO ecumenista.
Il vero papa guiderebbe alla difesa, mai all’apertura al mondo nemico – ma Bergoglio è uno che lo predilige e ora lo rincorre burlescamente per l’animazione del suo democratismo globale! Per farlo non si risparmia baci e abbracci con i potenti come la presidente Dilma del Brasile, che era pronta a firmare tre giorni dopo la sua partenza una forma subdola di aborto nel Paese.

Perciò ci vuole un esorcismo sempre più urgente di queste false autorità in questo orrido trapasso storico. Potrebbe essere ciò legato alla conversione della Russia dove almeno si manifesta qualche reazione morale attraverso la politica affidata alla rimanente genialità russa di Dugin-Putin che nel dibattito sul NWO con il pensatore brasiliano Olavo de Carvalho svela il dovuto orrore verso quest’Occidente liberale, decadente e scristianizzato?
Esso si avvicina a quell’atroce crac dei poteri mondialisti che, come vuole il potere anticristico, fanno terra bruciata di quanto resta dell’Ordine cristiano nelle famiglie, come sono volute dal Creatore. Ed è chiaro che tutto ciò non sarebbe possibile se non a causa dell’assenza decennale del Papa nella Sede spirituale di Roma, scelta da Dio per il governo di tutti i popoli, e la a presenza li degli anticristi vestiti da vicari di Cristo.

Come riconoscere con certezza la realtà della grande apostasia?

Dopo tutti i fatti conosciuti, che rendono evidente l’oscura realtà religiosa descritta e che continua da più di mezzo secolo, la mancata reazione del popolo cattolico, salvo alcuni pochi rimasti isolati e accusati proprio perché resistono, indica un crollo generale nella fede. E tale crollo rende evidente le sue enormi dimensioni nell’onorare perfino con festivo entusiasmo quanti hanno operato l’inversione dottrinale abusando del nome della stessa Chiesa.

Come sarebbe possibile difenderLa se nemmeno si identificano gl’impostori che La deturpano? Ma anzi, costoro vengono onorati come inviati del Signore con supremi poteri per cambiare le i pilastri fondamentali della Fede, il suo Culto liturgico e perfino la sua morale; tutto quello già insegnato in modo ben definito dal Magistero precedente per la conversione è deriso. Per rispetto ai «papi conciliari», si disprezza la missione seguita dai Papi cattolici d’ogni tempo. Insomma, si tratta di un’apostasia che, se non versa
su tutti i punti della dottrina ortodossa della Chiesa, si manifesta nello scambiare l’Autorità divina che La regge, e perciò riveste il vero Pontefice apostolico romano del potere unico dell’infallibilità, con il potere dell’«altro»!

Si abbandona in massa la Fede nell’ordine sacro, ma anche logico dell’unicità della Chiesa di Dio per seguire quelli che diffondono la sua confusa pluralità. Eppure, La Chiesa non può essere messa accanto ad altre credenze e religiosità senza insultare la sua integrità e purezza divina.

Una vera persecuzione contro la Fede mascherata da nuova libertà religiosa. E a questo punto lasciamo che siano le parole di un Papa a descriverla.

Papa Pio VII, con la lettera apostolica «Post tam diuturnas» (29 aprile 1814), insegnava che la nuova Costituzione in Francia feriva la religione cattolica: «si permette la libertà di culto e di coscienza…; per ciò stesso si confonde la verità con l’errore, e si pone al pari delle sette eretiche, e anche della perfidia giudaica, la Sposa santa e immacolata di Cristo, la Chiesa, fuori della quale non vi è salvezza… Insomma: ‘Sotto l’uguale protezione di tutti i culti, si nasconde la più pericolosa persecuzione, la più astuta che sia possibile immaginare contro la Chiesa di Gesù Cristo, e, purtroppo, la meglio attrezzata per lanciarvi la confusione e anche distruggerla, se fosse possibile, con il prevalere delle forze dell’inferno contro la Chiesa».

Tale persecuzione sotto l’aspetto di apertura della Chiesa al liberalismo umanista, dando libero corso a ogni errore ed eresia, che rovina profondamente l’unica barriera religiosa e morale di fronte a quanto va contro la verità della legge naturale e divina, da chi è oggi promossa? Da chi se non dalle false autorità del Vaticano 2º con la perversione del Magistero con dichiarazioni quale la «Dignitatis humanae», che dichiara la libertà religiosa e di coscienza di fronte a Dio, e si presenta approvata proprio in Nome di Dio?

Se le perfidie indotte da Satana nell’animo delle «autorità apostate» non trovano limiti e riescono a ingannare un intero mondo una volta cattolico, vuol dire che la maschera pontificale usata a questo scopo ha un potere d’inganno diabolico, «per quanti – e sono oggi moltitudini – non hanno abbracciato la verità con amore»: perciò credono nella menzogna! (cf. IITs 2, 10)

La nostra speranza è tutta nel Signore attraverso gli occhi maternali di Maria, sempre rivolti verso i figli dispersi nello spaventoso marasma civile e religioso attuale a causa dei falsi profeti e falsi Cristi, poiché il vero pastore, il katéchon evangelico, è stato «levato di mezzo».

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Normalmente non è mia briga scendere in campo per difendere i diritti di chi è stato usurpato con una “non dichiarata” guerra, ma passato alla storia come un dovere degli Stati usurpatori contro la Stato della Chiesa per creare l’Unità d’Italia. Sta di fatto che non tollero la menzogna quanto l’ignoranza.

E’ bene dunque porre un minimo di ordine. La Chiesa nella sua veste di Potere Temporale, non rubò come principio, ma ricevette in donazioni, eredità, come atti notarili assegnazioni di territori che mettevano a rendita con attività remunerative e lavoro per il contado e le famiglie. Era di per sè una ver e propria economia affidataria, dove la Chiesa attraverso la Sua Gerarchia che arrivava fino al più piccolo dei fedeli, manteneva una buona amministrazione delle cose, delle proprietà e del Creato. Si voglia accettarlo o no, era il miglior sistema in vigore allora e lo sarebbe anche oggi, con tutti i suoi difetti, limiti, abusi.

Ma quello che accadde nel 1870 fu un vero e proprio abuso, privo di giustificazioni, un attacco come accade oggi in Libia, in Siria, in Iraq ed in ogni parte del mondo dove la campagna propagadandistica di stampo massonico mette le mani, per l’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale.

Fu così che piano piano tutto il patrimonio Vaticano che manteneva lo stato sociale in un equilibrio inalterato da secoli, venne depredato con Leggi Nazionali e con l’inganno, per creare la precarità, la carenza, l’austerità che mai finora era stata così violenza al punto da annoverare questi tempi come quelli dell’Apocalisse, del Marchio della Bestia e dei 4 Cavalieri: carestia, pestilenza, guerre, cataclismi.

La “politica della carenza” non ha nulla a che vedere, dunque, con le spese del Vaticano. E’ un fattore strutturale del Nuovo Ordine Mondiale che tiene molto ben nascosto i fattori che lo determinano e gli obiettivi, per poi lasciare liberi i detrattori di accanirsi contro le uniche vere istituzioni che potrebbero avere a cuore il genere umano. Ovviamente, senza aver avuto anche la cura di penetrarle con loro addetti.

Ecco perchè diventa intollerabile leggere quanto segue:

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SPOLVERANDO UN PO’ DI STORIA

Breccia di Porta Pia dal tetto di villa Patrizi

La Breccia di Porta Pia

A destra della Porta Pia, verso piazza Fiume, un tratto di Mura appare evidentemente restaurato, inoltre si erge di fronte (dal 1895) una colonna sormontata da una statua della Vittoria: è il monumento che ricorda la Breccia di Porta Pia, oggi invaso da auto parcheggiate.

Nel 1870 grandi difficoltà sul fronte prussiano costrinsero la Francia a ritirare il proprio presidio militare che proteggeva Roma e il papa dal 1949. Cavour decise rapidamente l’intervento. I piemontesi entrarono nello Stato Pontificio e, come tutti gli invasori di Roma negli ultimi due millenni, si presentarono davanti al settore settentrionale delle Mura Aureliane, tra il Castro Pretorio e Porta Pinciana. Pio IX, che disponeva ancora di un piccolo esercito di romani, svizzeri e francesi, non volle cedere alla forza e fece chiudere le Porte in segno di resistenza.

I piemontesi furono costretti ad usare la forza e dopo aver piazzato i cannoni nella vigna Capizzucchi tra Porta Pia e Porta Salaria iniziarono a cannoneggiare le mura, danneggiando entrambe le porte ma concentrando il tiro su una punto delle mura che sembrava più debole. fotoIl 20 Settembre riuscirono ad aprire una breccia tra le due porte, in corrispondenza di Villa Paolina. Le truppe del papa non fecero alcuna resistenza all’ingresso dei Bersaglieri e la resa da parte dello Stato Pontificio fu firmata nello stesso anno nella vicina villa Albani, acquistata da pochi anni dal principe Torlonia.

Dopo più di mille anni di storia, con l’assalto dei Bersaglieri sulla Breccia di Porta Pia scompariva lo Stato Pontificio. Anche se, nonostante gli enormi sforzi del nuovo Regno Sabaudo, con annessi sventramenti, monumenti giganteschi, intitolazione di strade, trasferimento dell’apparato amministrativo e politico a Roma, non scomparve certo la presenza del Papa e della gerarchia ecclesiastica a Roma, con annessi patrimoni immobiliari (salvo la parentesi delle confische appena post-unitarie) e la rappresentatività sulla scena mondiale: la città rimase la sede del Papa e la testimone di un antico Impero.

Da quel giorno lo sviluppo della città fu impetuoso. Talmente impetuoso e redditizio per tutti (nobiltà romana che vendeva le proprietà e costruttori piemontesi che edificavano) che qualcuno afferma che il 20 settembre non ci fu un episodio militare ma l’inizio di una enorme speculazione edilizia. A conferma di ciò sembra che il contratto stipulato dal principe Ludovisi Boncompagni con imprenditori piemontesi per la lottizzazione della sua villa fosse stato firmato prima del 20 settembre.

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Porta Pia, il lacismo fa breccia

del Prof. Franco Damiani (lettera al Mattino di Padova)

Signor direttore,

Gilberto Muraro scrive sul “Mattino di Padova” del 20 settembre l’articolo “Porta Pia, il laicismo fa breccia”, in cui inneggia al messaggio di Benedetto XVI a Napolitano per la ricorrenza di Porta Pia, messaggio che, udite udite, “sana le residue fratture culturali”. Bene, tutto o a posto allora: passati i tempi del Sillabo, del “non expedit”, delle scomuniche… Il tutto, manco a dirlo, “nello spirito di Giovanni XXIII”, che “aiuta …a cercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide” (e se “ciò che divide” è Nostro Signore Gesù Cristo, peggio per lui!) e nel solco di quel “lungo periodo di riavvicinamento, con don Sturzo, la Resistenza, De Gasperi, e tanti cattolici sinceramente convinti della bontà dello Stato liberale come casa comune dei credenti di tutte le fedi e dei non credenti”. “Sinceramente convinti”, quei cattolici, però contro il Magistero, che ha sempre condannato, anche prima di Pio IX, con Gregorio XVi, e dopo di lui, con Leone XIII, quello “Stato liberale”, e più tardi, con S. Pio X, Pio XI e Pio XII il democristianesimo, come traduzione politica del modernismo dottrinale.

Piacerebbe sapere se l’Italia di oggi sia “più cattolica” di quella del 1870: ma no, è evidentemente vero il contrario, dal momento che nemmeno i notabili massoni dell’Ottocento si sarebbero mai sognati di introdurre il diovorzio e men che mai l’infamia dell’aborto. Ci dev’essere dunque un’altra ragione del tono conciliante di Benedetto XVI: che sia anche lui un massone? Che, nonostante le apparenze, non sia il vero successore di quei Papi? Poniamoci almeno la domanda.

Il prof. Muraro sa certamente il fatto suo, ma quando scrive “la rottura tra Stato e Chiesa è stata ampiamente sanata con il Concordato del 1929, convalidato dalla Costituzione repubblicana del 1948, con l’effetto, tra l’altro, di abolire il XX settembre come festa nazionale”, gli sfugge (ah, queste amnesie…) un piccolo dettaglio: che quel Concordato è stato annullato e sostituito da quello del 18 febbraio 1984 (noto come accordo Craxi-Casaroli) che, proprio per mettere i rapporti stato-Chiesa in sintonia con la “Costituzione repubblicana”, toglie alla religione cattolica la condizione di religione di Stato. Quando poi egli scrive che quel cattivone di Pio IX. ostinato chissà perché a non voler cedere lo Stato della Chiesa ai piemontesi, “chiamò i francesi a chiudere nel sangue di tanti patrioti italiani la breve ma gloriosa epopea della repubblica Romana”, commette un’altra piccola amnesia, dimenticando quegli altri “patrioti”, colpevoli di essere rimasti fedeli al Papa, che furono tolti di mezzo dagli “ammazzarelli” di Mazzini durante quella “gloriosa epopea”, a rendere la quale ancor più “gloriosa” sicuramente contribuirono anche  le chiese profanate, le reliquie e le immagini sacre calpestate, le messe nere celebrate nei segreti convegni di via della Lungara, i confessionali frantumati e dati alle fiamme tra le bestemjie da Ciceruacchio e soci. Nonché, soprattutto, la “Nuova Pasqua” celebrata in San Pietro da un apostata, con al fianco il papa…Mazzini, sacrilega commedia combinata al fine di persuadere i Romani che si poteva fare a meno del Papa vero. Precedenti sicuramente ben presenti alla mente di Benedetto XVI, quando inneggia alla “concordia”, e che il prof. Muraro potrà valutare se possano o no rientrare in quella categoria del “laicismo” (brutta parola, atta a turbare i pacifici sonni degli Italiani), di cui egli dichiara in sostanza l’inesistenza, pereferendole quella sicuramente più paciosa e tranquillizzante di “laicità“. magari “sana” e “positiva”, come tanto piace al bersagliere Joseph Ratzinger.   Per concludere con un festante abbraccio di pace lì, sulla storica breccia di Porta Pia.

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La maschera e il volto del 20 settembre del 1870

di Piergiorgio Seveso, Luca Fumagalli, Roberto Marcante

Oggi è il 20 settembre e la solita retorica italiota ci mostrerà le solite immagini delle celebrazioni per l’anniversario della breccia di Porta Pia, la distruzione e l’annichilamento dello stato pontificio. Ma cosa ci sarà da festeggiare? Per il Fronte Indipendentista Lombardia, com’è naturale,  Porta Pia rappresenta la vera fine delle antiche e vere patrie della penisola italiana: più che l’invasione del Regno delle Due Sicilie o i vari plebisciti truffa, quello fu il suggello e il marchio di fabbrica di un’operazione che veniva da lontano.

Le forze che infatti volevano Roma, non la volevano certo per farne la capitale di un mediocre staterello mediterraneo in balia delle potenze (quale è stato l’Italia, malgrado tentativi “imperiali” nella prima metà del Novecento) ma la volevano per continuare un’intensa opera di scristianizzazione e laicizzazione della società. A questo assalto Pio IX saggiamente rispose con la denunzia della sua prigionia e con il “Non expedit”, ovvero con tutte le misure adeguate di arroccamento e profilassi.

L’assedio continuò anche dall’interno, prima attraverso un acquiescente clero liberaleggiante e incline alla “Conciliazione” negli anni ottanta e novanta del diciannovesimo secolo (ricordiamo gli episcopati di Bonomelli, Scalabrini, Nazari di Calabiana e altri ancora), poi attraverso il sottile veleno dell’invasione modernista negli anni dieci (sempre attraverso episcopati ora deboli, ora compiacenti come quelli, ad esempio, di Maffi, Radini Tedeschi o Ferrari a Milano), poi ancora attraverso una seconda ondata neomodernistica degli anni quaranta e cinquanta del Novecento (tipica di un certo episcopato francese, tedesco e genericamente mitteleuropeo), intronizzatasi stabilmente negli anni Sessanta in Vaticano.

Da 142 anni a questa parte è quindi come se vivessimo sulla nostra pelle un eterno 20 settembre 1870: ogni giorno siamo invasi e sottomessi dall’invasore italiota, le nostre tradizioni, la nostra Religione sono schiacciate e quasi annientate (cos’avranno da festeggiare i bersaglieri onorari Ratzinger e Bertone?), ogni giorno ai nostri figli a scuola viene insegnata una storia infarcita di falsità. Tutto è rimasto come allora. Allora gli invasori non ebbero pietà dei vinti e poi vennero premiati e pluridecorati. Ancora oggi succede lo stesso: pensiamo all’agenzia delle entrate per esempio e al suo strapagato ed elogiato presidente Befera, oppure a come vennero trattati quindici anni or sono i Serenissimi.

Noi vogliamo la fine di questa falsa Italia per riavere la vera Italia, quella delle vere e libere patrie preunitarie, quella cattolica innanzitutto e quindi quella veramente unita, perchè il cattolicesimo era l’unico vero collante che univa i diversissimi popoli della penisola, quella splendida dell’arte, della musica, delle scienze, in contrapposizione a quella tutta decadente e corrotta, massonizzata e cloroformizzata, che il 20 settembre 1870 ci ha lasciato in eredità.

Fonte: http://www.lindipendenza.com/xx-settembre-pia/ 20/09/2012

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 76/12 del 20 settembre 2012, Sant’Eustachio

Pio IX e il 20 settembre 1870

Nell’infausto anniversario del 20 settembre, pubblichiamo alcune pagine tratte dall’opera in tre volumi di Mons. Giuseppe Sebastiano Pelczar, “Pio IX e il suo pontificato”.

Alcune ore dopo, alle 5,15 del 20 settembre, una prima palla dei Piemontesi colpiva le mura di Roma dando principio ad una vera grandine di proiettili lanciati da 60 cannoni, a cui rispondevano appena 18 pezzi dell’artiglieria pontificia. Il nerbo dell’attacco era rivolto contro Porta Pia, Porta Maggiore e contro le caserme del Macao, che porgevano più facile accesso; ma si sparava pure contro le porte Salaria, S. Pancrazio, S. Giovanni e S. Sebastiano.
Al rombo dei cannoni i cardinali Patrizi, Antonelli, Berardi, Bonaparte ed altri come pure tutti i membri del Corpo Diplomatico allora presenti in Roma s’affrettarono al Vaticano indossando le uniformi di gala.
Il Papa celebrò secondo il solito la S. Messa alle ore 7,30; il Corpo Diplomatico ebbe l’onore di assistervi, e verso le ore 9 fu introdotto in presenza di S. S. nella sala della biblioteca privata., le cui finestre mettono sulla piazza di S. Pietro. Il S. Pietro incominciò con ringraziare gl’illustri rappresentanti delle Potenze estere per essersi raccolti alla sua presenza in occasione così penosa, indi soggiunse continuando più a modo di conversazione, che di discorso:

Il Corpo Diplomatico si riunì anche un’altra volta intorno  a me: ciò fu al Quirinale nel 1848. (…) io ho scritto al re: non so se egli ha ricevutola mia lettera: gliel’ho mandata coll’indirizzo del suo Ministro degli affari esteri. Penso che gli sarà pervenuta, ma non ne so nulla…
Bixio, il famoso Bixio, è là con l’armata italiana. Ora è generale; ma fin da quando era repubblicano, aveva fatto il progetto di gettare nel Tevere il Papa e i cardinali, quando entrasse in Roma. In inverno sarebbe stato poco piacevole, in estate sarebbe forse un’altra cosa 
(Nota dell’Autore: Bixio morì di colera nel 1873 mentre viaggiava verso le Indie, ed il suo corpo sepolto nella sabbia fu messo a brandelli dai selvaggi d’Aczyno)
Egli è là alla porta S. Pancrazio: questo lato è più esposto. Vi sono delle case che soffriranno; fra le altre quella del Torlonia. I ricordi del Tasso corrono molto rischio coi liberatori d’Italia; ma questa gente se se cura poco… (…). Gli alunni del Collegio Americano mi hanno chiesto di prendere le armi, ma li ho ringraziati e detto che si unissero a quelli che assistono i feriti… Ecco che ora Roma è circondata, e si comincia a mancare di molte cose. I muratori non hanno più pozzolana per lavorare e neppure tufo per le fabbriche. I viveri ancora cominciano a divenire cari, e il popolo potrebbe agitarsi…
Ieri nel ritorno dalla Scala Santa ho visto le tante bandiere che hanno messo in Roma per proteggersi. Ve n’erano inglesi, americane, tedesche ed anche turche. Il principe Doria ne ha messa una inglese, non so perché. Quando ritornai da Gaeta, vidi ancora sul mio passaggio molte bandiere che erano state poste in mio onore. Oggi è differente; non le hanno messe per me.
Non è il fior fiore della società che accompagna quegl’Italiani che attaccano il Padre dei cattolici…

In questo punto un ufficiale di stato maggiore da parte del generale Kanzler portò la nuova, che le brecce erano accessibili. I membri del Corpo Diplomatico si tennero in disparte, lasciando il S. Padre a deliberare col card. Antonelli. Indi a pochi istanti il Papa li fece chiamare, e con le lagrime agli occhi disse oro queste parole:

Signori io do l’ordine di capitolare: a che serve difendersi più oltre! Abbandonato da tutti, dovrei tosto o tardi soccombere, ed io non debbo far versare sangue inutilmente. Voi mi siete testimoni, Signori, che lo straniero non entra qui che con la forza; e che se egli sforza la mia porta, lo fa rompendola; ciò basta, il mondo lo saprà, e la storia lo dirà un giorno, a discolpa dei Romani miei figli… non vi parlo di me, o Signori, non è per me ch’io piango, ma sopra quei poveri figli che sono venuti a difendermi come loro padre. Voi vi occuperete ciascuno di quelli del vostro paese. Ve ne sono di tutte le nazioni, soprattutto Francesi. Vi prego di pensare ancora agli Inglesi ed ai Canadesi, i cui interessi non sono qui rappresentati da nessuno. Io ve le raccomando tutti, perché li preserviate dai maltrattamenti, che altri ebbero tanto a soffrire alcuni anni fa.
Sciolgo i miei soldati dal giuramento fattomi per lasciarli in loro libertà. Per le condizioni della capitolazioni bisogna vedere il generale Kanzler, bisogna intendersi con lui.

Il Corpo Diplomatico si partì dal Papa, e andò prima dal Pro-Ministro delle armi, poi dal generale Cadorna in Villa Albani.
Frattanto imperversava sulla città una vera pioggia di palle e granate dei cannoni piemontesi. Il generale Bixio, protetto da vigne e vigneti erasi avanzato fino a porta S. Pancrazio, ma qui vi un gruppo di papalini opposergli strenua difesa. Anche alle porte S. Sebastiano e a S. Giovanni, ove dirigeva la difesa l’intrepido de Charette, ferveva una mischia disperata; però le difese di S. Giovanni Laterano e di Santa Croce furono assai danneggiate dalle batterie dell’Angioletti. La lotta fu decisa dal generale Cadorna, che fissato il quartier principale a Villa Albani, diresse il fuoco di alcune decine di cannoni su Porta Pia.
Alle nove e un quarto fu aperta una breccia nel muro di villa Bonaparte, ma gli zuavi, facendo un vivo muro dei loro petti, resistevano a quel fuoco cantando l’inno di Pio XI. Colpiti dai proiettili, morivano eroicamente. Niel e Brondeis, vicini ad esalare l’anima, raccolsero l’ultimo fiato per gridare ancora una volta: Viva Pio IX!
Lo zuavo Burel, non potendo parlare, poiché una pallottola lo aveva colpito in faccia, vergò colla mano che s’irrigidiva fra le agonie mortali queste parole: “Quanto posseggo lascio al Santo Padre”. Quando Pio IX ricevette quello scritto intriso di sangue, lo bagnò di calde lagrime e lo conservò con venerazione.
Allora il Cadorna spinse il 39° reggimento fanteria ed il 35° bersaglieri all’assalto. Questi corrono spavaldi al grido di Viva Savoia, mentre le file pontificie gridano in coro Viva Pio IX. Quand’ecco, accorre un ufficiale, coll’ordine del Kanzler, di cessare il fuoco; gli zuavi depongono dolenti le carabine, ed il tenente Maudit infigge sulla breccia la bandiera bianca; ciononostante il distaccamento piemontese, contro le norme guerresche, s’intromette in città. Già prima il Papa aveva ordinato al colonnello Azzanesi d’inalberare la bandiera bianca sulla cupola di S. Pietro, ma ciò non trattenne il gen. Bixio dal continuare il bombardamento. Solo 10 minuti dopo le ore dieci cessò il fuoco su tutta la linea.
Così dunque la rivoluzione riuscì vittoriosa. Non potendo entrare in Roma sotto la guida di Mazzini, vi entrò guidata da Vittorio Emanuele, innalzandovi la croce sabauda contro la croce di Cristo. Un rampollo di famiglia cattolica, da cui erano usciti dei santi, si fece strumento; ed essa, demoralizzando una parte del popolo italiano e disseminando per quelle terre l’agitazione e l’insurrezione, lo aiutò ad effettuare l’annessione. Grazie al concorso della rivoluzione, all’appoggio di Napoleone III, alla massoneria ed al liberalismo europeo (…)
Verso le ore 11, prima ancora che fosse conclusa la capitolazione, mentre però la bandiera stava alzata a Porta Pia, al Quirinale e sulla cupola di S. Pietro, un distaccamento italiano s’intrometteva in città; e con esso introducevansi alcune migliaia di emigranti e rivoluzionari di professione a fine di preparare uno splendido ricevimento all’esercito che sarebbe entrato nel pomeriggio. (…) frattanto la plebaglia abbandonavasi alle più infami violenze, specialmente contro i sodati ed altri di più notorietà fedeltà al Papa: di che avvisato il generale Cadorna, cinicamente rispose: Lasciate che il popolo si sfoghi!
L’esercito pontificio si ritirò al di là dal Tevere. I valorosi zuavi passarono l’intera notte sotto il porticato di S. Pietro; al mattino, schieratisi in ordine sotto le finestre del Vaticano, il colonnello Alet alzò la spada gridando: Viva Pio IX, Papa e Re. Il Pontefice si affacciò a benedire per l’ultima volta il suo esercito, che presentò l’arme. La scena era così commovente, che il Papa se ne ritrasse cogli occhi lagrimosi e quasi svenuto. Ma non tardò a rimettersi in calma, ed allora prese ad informarsi con vivo interesse dalla moglie del gen. Kanzler sullo stato dei feriti. Poveri figli, disse allora, che il Signore ne li compensi. Fu certo un gran delitto, ma esso ricadrà sui suoi autori.
In quel giorno l’esercito pontifico, a fronte alta ed al grido di Viva Pio IX!, sfilò dinanzi all’esercito piemontese, depose le armi e fu diretto a Civitavecchia, donde poi ciascuno fu rimandato al proprio paese (Nota dell’Autore: nell’esercito trovansi 4800 italiani e 4500 stranieri. NdR: molti prigionieri provenienti dagli Stati italiani pre-unitari furono internarti in campi di concentramento allestiti in Piemonte, dove diversi morirono).
Tre giorni dopo il Papa disciolse la guardia palatina, così che in Vaticano rimasero un 300 o 400 uomini. Siccome la Città Leonina era indifesa, così un’orda rivoluzionaria vi si riversò il 21 settembre, svillaneggiando il S. Padre, saccheggiando la caserma Serristori (la caserma fu colpita da un attentato terroristico nel 1867 che causò la morte a 25 zuavi della banda musicale e ad alcuni passanti, tra cui una bimba di sei anni, NdR) ed avanzandosi poscia fino al colonnato di S. Pietro, ove erano stati acquartierati gli zuavi. I più forsennati vollero anzi profanare la basilica, ma ne trovarono chiuse le porte. V’era il pericolo che la bordaglia s’avventasse sul Vaticano tanto più che due assalitori e due soldati pontifici caddero colpiti dagli spari; pertanto il card. Antonelli si vide costretto ad invocare l’aiuto dell’esercito piemontese, che s’affrettò ad occupare quel quartiere fino alle porte del Vaticano, occupando pure ben tosto il castello S. Angelo. Pio IX rimase prigioniero nel proprio palazzo.

Tratto dal libro: Pio IX e il suo pontificato. Sullo sfondo delle vicende della Chiesa nel secolo XIX, di Giuseppe Sebastiano Pelczar, vol. II, pagg. 556-560, Torino 1910, Libreria G.B. Berruti.

VIVA IL PAPA RE PIO IX!
VIVA I CROCIATI DELL’ESERCITO PONTIFICIO!

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Bertone rinuncia esplicitamente alla Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo

La partecipazione di Bertone alle celebrazioni ufficiali, un regalo ai massoni e ai radicali:

PRESA DI PORTA PIA, VIA ALLE CELEBRAZIONI

BERTONE: “ROMA E’ CAPITALE INDISCUSSA”

Roma – Con le note del silenzio si sono aperte, nella capitale, le cerimonie ufficiali per i 140 anni della presa di Porta Pia. Venti settembre 1870: una data entrata nella storia. Con “Roma capitale” si realizzò, infatti, il disegno dell’unità d’Italia. Eppure, a più di un secolo di distanza, questa data continua a dividere. C’è infatti chi non gradisce l’ostentato sentimento di riconciliazione che emerge quest’anno. Sono i radicali, ma non solo, ad alzare la voce per rivendicare la laicità di questa data. Ricordando che il XX Settembre è e deve restare una data simbolo della separazione tra Stato e Chiesa.

La cerimonia Hanno partecipato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il presidente della regione Lazio, Renata Polverini e quello della provincia di Roma Nicola Zingaretti. Napolitano, terminato il silenzio, ha posto una corona di fiori ai piedi del monumento che ricorda il sacrificio dei soldati morti per aprire la storica breccia. Dopo l’intero gruppo si è trasferito all’interno della restaurata Porta Pia per visitare il Museo storico dei Bersaglieri.

Bertone: Roma capitale, verità indiscussa Il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone ha detto oggi, in occasione della celebrazione del 140esimo anniversario della presa di Roma da parte dello stato italiano, che la Chiesa riconosce “la verità indiscussa” di Roma capitale d’Italia. “Un gesto d’onore e altamente simbolico… per raccogliere il messaggio che viene dalla Breccia di Porta Pia”, ha definito Bertone l’inedita presenza vaticana alla celebrazione, di fatto, della fine del potere temporale della Chiesa, che oggi governa solo su una piccolissima porzione della città. “Da decenni Roma è l’indiscussa capitale dello stato italiano”, ha detto il cardinale davanti al presidente della Repubblica e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Il prelato, sottolineando comunque il ruolo di “centro del cristianesimo” di Roma, ha detto che “la comunità civile e quella ecclesiale desiderano praticare una vasta collaborazione a vantaggio della persona umana”.

Contestazione dei radicali  “Vaticano e partitocrazia, serve una nuova Porta Pia”. È questo lo slogan scandido da un gruppo di dieci esponenti radicali all’uscita dal museo dei Bersaglieri. Ed è stato proprio il cardinal Bertone a commentare per primo quanto accaduto: “Le contestazioni fanno parte della vita”. Il Giornale, 20/09/2010

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20 settembre 1870 – 2011: viva il Papa-Re!

A cura del Centro Studi Federici

1) I caduti papalini del 20 settembre 1870
Nella battaglia del 20 settembre 1870, l’esercito italiano ebbe 4 morti e 9 feriti tra gli ufficiali, 45 morti e 132 feriti tra la truppa. I pontifici, invece, registrarono solamente 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco l’elenco dei caduti pontifici:
Zuavi:
Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
Altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Carabinieri:
Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Dragoni:
Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Artiglieria:
Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.
(Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994,
pagg. 672-673; nel testo del Vigevano i nomi di battesimo sono stati italianizzati).

2) Esercito pontificio: paesi d’origine degli ufficiali e della truppa nel primo semestre del 1870
… Metà all’incirca di questa forza era italiana, l’altra metà era formata da individui di diverse nazionalità: la Francia vi figurava con circa 3000 uomini, il Belgio con 700 uomini, l’Olanda con circa 900, la Germania e l’Austria con 1200, la Svizzera con 1000, il Canada con 300; vi erano poi inglesi, russi, spagnoli, portoghesi, americani del nord; si aggiunsero infine le così dette rarità rappresentate da 3 turchi, 4 tunisini, 3 siriaci, un marocchino, 2 brasiliani, un peruviano, un messicano; l’estremo artico della terra v’era raffigurato da 2 svedesi del capo nord e l’estremo sud da un nativo della Nuova Zelanda (tutti di fede cattolica).
(A. Vigevano, op.cit., pag, 123)

3) Paesi d’origine relativo al solo Corpo degli Zuavi Pontifici nel secondo semestre 1870
… Quando il 21 Settembre 1870 il reggimento si trovò per l’ultima volta riunito a piazza San Pietro, nei suoi ranghi militavano: 1.172 olandesi, 760 francesi, 563 belgi, 297 tra canadesi – inglesi irlandesi, 242 italiani, 86 prussiani, 37 spagnoli, 19 svizzeri, 15 austriaci, 13 bavaresi, 7 russi e polacchi, 5 provenienti dal Baden, 5 degli Stati Uniti, 4 portoghesi, 3 essinai, 3 sassoni, 3 wuttemburghesi, 2 brasiliani, 2 equadoregni, 1 peruviano, 1 greco, 1 monegasco, 1 cileno, 1 ottomano, 1 cinese.
(Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re. Il Risorgimento italiano visto attraverso la storia del Reggimento degli Zuavi Pontifici – 1860/1870, Esperia Editrice, Perugia 2004, pag. 27).

4) L’esercito pontificio in gran parte italiano. I romani a difesa di Pio IX
In più luoghi del citato libro del generale Cadorna si dice che il Papa era schiavo della volontà dei papi delle sue truppe estere.
Ebbene: chi comandava la zona militare di Trastevere e della Città Leonina? Il colonnello Azzanesi, romano. Chi comandava il forte S. Angelo? Il tenente colonnello Pagliucchi dello stato maggiore di piazza, romano. Chi comandava la sotto zona da Porta Portese a Porta S. Pancrazio (Trastevere)? Il tenente colonnello dei Cacciatori cav. Sparagana, frosinonese. Chi comandava la sotto zona da porta S. Pancrazio a Porta Angelica? (in questo perimetro è compreso il Vaticano) Il tenente colonnello di linea cav. Zanetti, bolognese. Quali truppe guernivono la zona Azzanesi?
I difensori della zona era presidiato dai sedentari (veterani) quasi tutti italiani; il Vaticano e la persona stessa del Sommo Pontefice erano tutelati da una sezione d’artigliera nei giardini, dai Volontari di riserva e dalle Guardie Palatine, cioè da tutti romani, più la Guardia Nobile e Svizzera.
Ecco la pretesa schiavitù di Pio IX durante l’assedio del 1870! Ma ecco, a maggior rincalzo, la situazione ufficiale dell’esercito pontificio in data 18 settembre 1870:
Gendarmi 1.863 tutti italiani, molti romagnoli. Artiglieria 996 tutti italiani, eccettuati ben pochi. Genio 157 tutti italiani, non pochi romani. Cacciatori 1.174 tutti italiani, moltissimi romani. Linea 1.691 tutti italiani, molti romani. Zuavi 3.040 esteri, con un buon numero d’italiani, fra cui non pochi romani. Legione Romana o d’Antibo 1089 con molti italiani, specialmente di Corsica e Nizza, e molti savoiardi. Carabinieri esteri 1.195 con un certo numero di italiani. Dragoni 567 quasi tutti italiani, non pochi romani. Treno 166 tutti italiani, non pochi romani. Sedentari (Veterani) 544 in maggioranza italiani. Infermieri 119 italiani, meno pochi esteri. Squadriglieri 1.023 tutti italiani, e, nella maggior parte della provincia romana. Totale 13.624. Gli italiani superavano di circa quattromila gli esteri.
A questo quadro dell’esercito, dirò così, di linea, sono da aggiungersi anche i seguenti Corpi, i quali, quantunque addetti a servizi speciali, avrebbero concorso (e concorsero difatti in più incontri) all’azione militare attività:
a) Guardia Nobile di Sua Santità, tutta formata di gentiluomini dello Stato Pontificio; in circa 70 uomini, comandati dai due Principi romani, un Barberini ed un Altieri.
b) La Guardia Palatina d’onore, circa 500 uomini, reclutata in tutte le classi della borghesia romana e tra i proprietari, i negozianti e capi d’arte.
c) I Volontari Pontifici di riserva, tutti italiani, anzi quasi tutti romani; circa 400 uomini tra cui molti patrizi, e poi negozianti, impiegati e professionisti. Era un battaglione formato da 4 compagnie, comandato dal capitano Fischietti del 1. linea. I quattro capitani erano i principi di Sarzina e Lancellotti, il Duca Salviati e il Marchese Giovanni Naro Patrizi Montoro, Vessillifero ereditario (tenente generale) di Santa Chiesa.
d) La Guardia Svizzera (120 uomini, circa).
e) Gl’Invalidi, con quartiere ad Anagni.
f) La compagnia di disciplina, che, ottenute dal comandante Papi le armi, si battè eroicamente insieme ai zuavi, gendarmi e finanzieri nel fiero attacco dato dal Cadorna a Civitacastellana.
La Guardia di polizia, la piccola marina, il corpo di finanza e quello degli ufficiali di amministrazione, composti tutti d’italiani. E questi quattro corpi presero attivissima parte alle campagne del 1867 e 1870, e gli ultimi due anche campagne e fatti d’armi del 1859 e 1860.
(Antonmaria Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d’Italia e i suoi precedenti, Libreria della Vera Roma, Roma 1895, parte II, pagg. 42-45).

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Conciliare l’inconciliabile: dalla dis-unità d’Italia ai giorni nostri

In mostra a palazzo Giustiniani

Centocinquant’anni d’Italia e dell’«Osservatore»

Una sintesi di storia dei rapporti tra Stato e Chiesa dall’apertura della Questione Romana nel 1860, passando per i Patti Lateranensi del 1929, fino alla revisione definitiva del Concordato del 1984 e alle sue conseguenze attuali. Tale è l’argomento della mostra «Stato e Chiesa in Italia dal Risorgimento ai nostri giorni. A 150 anni dall’Unità d’Italia e dalla fondazione de “L’Osservatore Romano”» a cura dell’Archivio del Senato Italiano e con la collaborazione del nostro giornale; mostra che viene solennemente inaugurata a Roma mercoledì 7 marzo nella Sala Zuccari di palazzo Giustiniani.Il Capo provvisorio dello Stato italiano Enrico De Nicola accompagnato dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi al termine della visita ufficiale in Vaticano del 31 luglio 1946 in una foto dell’Archivio de «L’Osservatore Romano» (Fondo Giordani) È prevista la presenza di altissime autorità della Repubblica italiana e della Santa Sede a cominciare dal presidente Giorgio Napolitano e dal segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. L’esposizione presenta numerosi inediti — manoscritti, stampe e fotografie — custoditi in massima parte nei fondi dell’Archivio del Senato e propone altresì all’attenzione del visitatore diverse annate complete de «L’Osservatore Romano». A cominciare dalla prima e più antica che reca in apertura la data del 1° luglio 1861: una nascita, quella del nostro giornale, che fu risposta diretta alla proclamazione del Regno d’Italia del precedente 17 marzo. Vi sono poi naturalmente le annate del 1929 e quella del 1984, ma per esempio anche quella del 1919 aperta sulla notizia delle elezioni e relativa anche alla parabola ascendente del Partito popolare di don Luigi Sturzo; o per esempio l’annata 1947 che espone la pagina relativa all’approvazione dell’articolo 7 all’epoca della Costituente. Tra le altre spicca la storica edizione illustrata e realizzata nel 1961, in occasione del centenario del quotidiano vaticano, sotto il pontificato di Giovanni XXIII e nel pieno della fase preparatoria al concilio Vaticano II.

Il pregio maggiore della mostra è nondimeno rappresentato da una serie di preziosi originali provenienti dagli archivi della Segreteria di Stato della Santa Sede: sono encicliche famose quali la Ubi nos del 1871 nella quale Pio IX rifiuta la Legge delle Guarentigie, la Rerum novarum (1891) sulla questione sociale di Leone XIII o Il fermo proposito (1905) di Pio X, enciclica sull’Azione cattolica. Documenti esposti per la prima volta al pubblico come del resto gli originali di due celebri testi del concilio Vaticano II recanti entrambi la firma autografa di Paolo VI: la costituzione pastorale Gaudium et spes (1965) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e la dichiarazione Dignitatis humanae (1965) sulla libertà religiosa. Vi è poi a coronamento della mostra l’originale della Caritas in veritate (2009) firmato da Benedetto XVI.

L’esposizione si sviluppa seguendo un percorso lineare tracciato da undici pannelli esplicativi nei quali si intendono focalizzare le tappe salienti di un lungo processo sorto da un conflitto drammatico di portata epocale che se da un lato portò alla formazione dello Stato unitario col nascente Regno d’Italia, dall’altro segnò il tramonto di quel potere temporale dei Papi che per più di mille anni era stato baluardo della libertas Ecclesiae.

Dalle fasi di quel conflitto, aperto di fatto con la battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, e che raggiungerà il momento più drammatico dopo dieci anni e due giorni, il 20 settembre 1870 con la breccia di Porta Pia, si mettono in risalto circostanze in cui emerge la posizione ferma e intransigente della Santa Sede di fronte al torto subito nella violenza. E inascoltati dalla Santa Sede resteranno gli appelli da parte di cattolici — laici ed ecclesiastici — che pure avrebbero visto con favore la rinuncia del Pontefice al potere temporale.

Il Vicario di Cristo non cessa comunque di guardare alla Chiesa e ai suoi rapporti col mondo. Così Papa Leone XIII spingerà i cattolici a partecipare alla vita civile là dove, come in Germania o in Francia, le condizioni lo permetteranno. Ma per i cattolici in Italia resta in vigore, e perfino si accentua, il non expedit — non convenienza introdotto da Pio IX fin dal 1868. Per un’attenuazione della disposizione pontificia si dovranno attendere il pontificato di Pio X e le elezioni del 1913. Una prima svolta importante si avrà, in coincidenza con la Grande Guerra, sotto Benedetto XV di cui è noto lo sforzo immane contro l’«inutile strage», e il costante, e spesso incompreso, impegno per la pace; ma è con lui che di fatto il non expedit viene meno e la cosa renderà possibile la formazione del Partito popolare di don Luigi Sturzo.

Con l’elezione di Pio XI che nel suo programma insiste con vigore sull’impegno del laicato cattolico inteso come «sacerdozio regale» di fedeli partecipi all’apostolato gerarchico e accarezza l’idea di riaprire il concilio Vaticano i interrotto dopo Porta Pia, si ripropone con forza il problema della condizione anomala in cui la Santa Sede versava da più di mezzo secolo. Così dopo l’Anno Santo del 1925, l’anno seguente le trattative con l’Italia subiranno un’improvvisa accelerazione anche per il fatto che il regime fascista avverte l’occasione di poter cogliere un successo prestigioso: così l’11 febbraio 1929 si chiudeva la questione romana.Chirografo di Pio XI al cardinale Gasparri circa un telegramma da inviare al Re d’Italia in occasione della ratifica dei Patti Lateranensi I Patti Lateranensi ricostituirono nell’espressione minima dello Stato della Città del Vaticano il potere temporale quale supporto della sovranità del Pontefice e regolarono le relazioni tra Stato e Chiesa in Italia. Al termine della seconda guerra mondiale con la fine dello Stato monarchico e la nascita della Repubblica l’assemblea Costituente riconoscerà la validità dei Patti del Laterano.

Ma la situazione gradualmente sarà poi destinata a evolversi ulteriormente quando s’imporrà il concetto del pluralismo confessionale di cui anche il concilio Vaticano II avverte urgenza particolare. Basti pensare alla costituzione Gaudium et spes, approvata dal concilio il 7 dicembre 1965 che ribadì la distinzione fra la sfera politica e la dimensione religiosa. L’altro testo decisivo fu la dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, anch’essa promulgata alla fine del quarto periodo del concilio Vaticano II con la quale la Chiesa non rivendicò, come da sempre aveva fatto, solo la libertas Ecclesiae, ma anche la libertà di ogni essere umano a seguire la propria religione. Il processo di revisione del Concordato che non per nulla si avvia nel 1967, subirà rallentamenti negli anni Settanta anche in seguito all’intreccio del dibattito sulla revisione con il confronto sul divorzio in Italia, culminante con il referendum del 1974. Poi dal 1976 all’aprile del 1983 il lavoro congiunto di revisione sarebbe proseguito fino alla firma dell’accordo del 18 febbraio 1984. «Strumento di concordia e non di privilegio» commenterà in quell’occasione il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli. Una concordia e una armonia che si confermano fino a oggi ai livelli più alti.

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Edilizia e ambiente, ecco dove si può creare lavoro

Il nuovo governo ha dichiarato di volersi impegnare a fondo allo scopo di creare lavoro. Nel perseguire tale proposito dovrà compiere diverse scelte, alcune che gli sono note perché presenti da tempo nella discussione su questo tema, altre pressoché ignorate ma non di minore importanza. Il suo problema è quindi duplice: evitare di fare le scelte sbagliate tra quelle note, ma anche individuare scelte originali, attinenti a situazioni di cui al momento sia il governo sia i commentatori che lo spronano ad agire per creare lavoro sembrano ignorare.

Prima di toccare queste ultime, è opportuno un cenno a una scelta che sarebbe sbagliata, ma ha già fatto capolino in alcuni interventi del presidente Enrico Letta. Consisterebbe nel rispolverare l’idea che la flessibilità dell’occupazione – tradotto: una maggior facilità di licenziare, o di assumere tramite contratti di breve durata – serva a creare un maggior numero di posti di lavoro. La flessibilità è un ritornello diffuso dall’Ocse quasi vent’anni fa, con l’ausilio di un marchingegno chiamato Epl (acronimo inglese che sta per “legislazione a protezione dell’occupazione”). Quanto più elevato l’indice Epl osservato in un paese, dicevano i rapporti Ocse a metà degli anni Novanta, tanto più alto il suo tasso di disoccupazione. Circa dieci anni dopo, dietrofront: un altro rapporto Ocse diceva che gli studi empirici condotti su tale correlazione portavano a risultati contrastanti, e per di più la loro solidità era dubbia. Altri rapporti apparsi in tempi più recenti hanno concluso che il rapporto tra rigidità della protezione dell’impiego e il tasso di disoccupazione è assai ambiguo. Ad onta della sua inconsistenza, il ritornello dell’Ocse ha fatto presa in molti paesi e un risultato lo ha sicuramente avuto. Con il rapporto Virville in Francia, le leggi Hartz in Germania, le riforme del mercato del lavoro italiane del 1997, 2003 e 2012, tutte effettuate all’insegna della flessibilità, o sono stati creati milioni di precari, oppure quelli che erano già precari sono stati mantenuti in tale stato. Parrebbe dunque giunto il momento di congedare definitivamente l’idea di flessibilità.

La situazione che impone oggi nuove scelte sul fronte dell’occupazione e delle politiche economiche è la sostituzione del lavoro umano con le tecnologie elettroniche.

È in corso da decenni, ma negli ultimi tempi ha fatto registrare sia una straordinaria accelerazione, sia una prepotente espansione in settori lavorativi e professionali che sembravano esserne immuni. Si sa qual è l’obiezione: la tecnologia crea tanti posti di lavoro quanti ne distrugge. Su tale assunto chi scrive ha espresso dubbi in un testo di quindici anni fa. Quel che sta succedendo con la diffusione dell’elettronica mostra che esso non regge più. Recenti studi americani (per esempio Ford 2009, MacAfee e altri 2011) arrivano alla stessa conclusione: la tecnologia continua a creare posti di lavoro, ma ne sopprime molti di più. La differenza l’hanno fatta microprocessori sempre più potenti e minuscoli, e programmi (o software) sempre più complessi e intelligenti. Per cui da un lato il lavoro umano continua a venire espulso dalle fabbriche perché le auto, le lavatrici e i televisori li fabbricano oramai i robot, controllati da computer costruiti da altri computer. Dall’altro, la novità è che sia mansioni impiegatizie di medio livello, sia attività professionali di fascia alta sono sostituite da macchine. Non scompaiono soltanto l’impiegata

del check-in all’aeroporto, il bigliettaio in stazione, la cassiera del supermercato, perché una macchinetta permette (o impone) al cliente di fare da solo, ovvero il libraio o il negoziante soppiantato dalla vendita in rete. Scompare anche il praticante con laurea e master di uno studio da avvocato, perché adesso c’è un software che in pochi secondi trova qualunque articolo di qualsiasi legge; il giovane architetto che trasformava in un dettagliato disegno tecnico lo schizzo del maestro, perché un computer lo fa meglio di lui; il matematico che disegnava complicati algoritmi per le transazioni di borsa computerizzate, perché ora che la sua banca ha acquistato un nuovo programma, di matematici gliene bastano due in luogo di dieci; l’insegnante delle medie che perde il posto insieme a metà delle colleghe, perché la sua materia gli studenti adesso la imparano con un sistema di e-learning che assegna pure i voti e fornisce consigli per studiare meglio. Risultato: senza scelte originali un tasso di occupazione intorno o al disotto del 5 per cento, il meno che si possa chiedere a una società decente, al posto dello scandaloso 12 per cento di oggi, l’Italia non lo rivedrà neanche fra trent’anni. Con i suddetti sviluppi della tecnologia non siamo affatto dinanzi alla fine del lavoro, quale preconizzava Jeremy Rifkin dieci anni fa. Siamo dinanzi alla necessità di concepire in modo radicalmente diverso la creazione di occupazione e l’allocazione di questa a differenti settori produttivi.

L’obiettivo primario dev’essere quello di creare posti ad alta intensità di lavoro. C’è soltanto da scegliere. Ci sono gli acquedotti che dalla sorgente al rubinetto perdono metà dell’acqua che convogliano e i beni culturali che cascano a pezzi. Ci sono milioni di abitazioni ancora costruite in modo da consumare energia in misura cinque o dieci volte superiore a quella necessaria per assicurare lo stesso livello di comfort e le scuole da mettere a norma per evitare che caschino in testa agli studenti. Ci sono migliaia di chilometri di torrenti e fiumi, e decine di migliaia di chilometri quadrati di boschi e terreni da sistemare affinché ogni volta che piove non ci scappi il morto e siano distrutte case e officine. C’è la metà almeno di ospedali da ristrutturare perché oggi terapie e degenze richiedono spazi organizzati in modo diverso rispetto a quando furono costruiti, mezzo secolo fa, e forse la metà degli edifici esistenti, in mezza Italia, che dovrebbero venire protetti dal rischio sismico con le tecniche oggi disponibili.

Tutto ciò significa milioni di posti ad alta intensità di lavoro, e qualifiche professionali che vanno dal manovale al perito all’ingegnere, che aspettano di venire creati a vantaggio dell’intero paese. Ci si potrebbero impegnare migliaia di piccole imprese, di cooperative, di artigiani, in parte forse coordinate da imprese pubbliche o private più grandi.

E qui cade una seconda scelta originale che il governo dovrebbe decidersi a fare. È inimmaginabile che un’attività del genere si possa avviare con qualche riduzione d’imposta o qualche incentivo alle imprese che assumono e simili. È necessario un piano. Un piano che miri a collegare la creazione rapida di occupazione alla necessità di effettuare una transizione regolata di masse di lavoratori verso settori produttivi diversi da quelli tradizionali, dove essi saranno sempre di meno, e perché no a una idea un po’ più alta del paese in cui si vorrebbe vivere.

Luciano Gallino
Fonte: www.repubblica.it
10.05.2013

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«È necessario un piano»
E chi paga?
Non te l’hanno detto che siamo in Europa, o meglio nell’Euro, e che dobbiamo rientrare nei parametri del debito pubblico, con lacrime e sangue?
E tu, “giornalista”, hai scoperto l’acqua calda, che lo stato dovrebbe spendere, quindi debito pubblico, dimenticando che non siamo più uno stato sovrano?
A repubblica non vi fanno corsi di aggiornamento?
SIAMO NELL’EURO, NON c’è più la lira, dobbiamo morire per Maastricht, non hai letto il libro del nipote di Letta?

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Posto anche qui le mie considerazioni riguardo all’articolo di Gallino, personaggio da me molto apprezzato in passato ma che ha avuto in questo uno scadimento intellettuale che mi ha spinto a intitolare il mio topic Il pidinismo di Gallino.
Con le sue ipotesi subalterne all’eurocentrismo e comunque volte non solo a fare di questo paese un esempio di arretratezza e di incapacità di stare al passo coi paesi avanzati ancora più di quanto non sia, ma sopratutto a mettere in saldo persone e professionalità sull’altare di un’occupazione purchessia, non fa altro che regalarsi al PD.
Se lo fa ritiene evidentemente che sia opportuno, secondo la nota tendenza degli “intellettuali” de noantri a svendersi al primo venuto che gli garantisca una posizione di maggiore visbilità o ritorno economico.
I contenuti della proposta di Gallino, anacronistica, microcefala, di visuale limitata e totalmente assente di propositività, la assimila al più puro clichè PD.
Deto ciò reitero le mie valutazioni riguardo allo specifico di quell’articolo.

Caro prof. Gallino, ho apprezzato molte volte i suoi interventi ma stavolta trovo mio malgrado la sua posizione improntata a ostinazione e ignavia nel voler trascurare a ogni costo un elemento basilare del problema.
A prima vista si potrebbe immaginare che esse si debbano, non me ne voglia, a una forma di ristrettezza della sua visuale del problema nel suo complessivo, che sembrerebbe renderla non in grado di individuare quali sono i suoi termini reali. Personalmente ritengo invece che lei riesca a inquadrarli correttamente ma per questioni di opportunità preferisca astenersi dal farvi riferimento.
Tuttavia, se di quell’elemento non si tiene conto, ogni soluzione sarà sempre e solo parziale, oltreché di un’efficacia opinabile, che oltretutto non potrà che dispiegare i suoi magri effetti in un lasso di tempo ridotto.
Quell’elemento è sempre lo stesso, stiamo parlando del profitto.
A parte il fatto che il restauro degli acquedotti e la manutenzione dei beni culturali è specifica del nostro paese ma soprattutto opera necessariamente a termine, completata la quale si sarà al punto di partenza, è ben poco producente affannarsi a inventare nuovi lavori e nuove occupazioni, attività che comunque ha un costo, per via del fatto che il progredire della tecnologia ne rende via via obsoleto un numero sempre maggiore.
In primo luogo perché, ammesso e non concesso che ci si riesca, qualora perduri la situazione attuale di assenza di una volontà politica e sociale ampiamente condivisa volta a garantire la garanzia concreta della piena occupazione, si dovranno rispettare le leggi economiche riguardanti l’effettiva convenienza delle nuove professionalità destinate a sostituire quelle entrate in fase di obsolescenza.
Ma soprattutto perché, stante il continuo progredire della tecnica, fatalmente dopo qualche anno, ci si ritroverà punto e daccapo.
Non credo che, siccome i software destinati agli studi legali divengono sempre più potenti e raffinati, ci si debba ingegnare a scoprire e a mettere in atto sempre nuuve forme di reati, truffe e raggiri che siano tali da esularne le potenzialità.
Inoltre, poiché l’evoluzione tecnologica è caratterizzata da un’accelerazione permanente, soluzioni come quella da lei prospettata non potranno che avere vita sempre più breve, e quindi costi sempre più elevati. Sia in termini economici che delle risorse intellettive e materiali che sarà necessario devolvere allo scopo.
Così facendo, peraltro, non si potrà fare altro che affannarsi a rincorrere la soluzione del problema, per poi dover osservare con rassegnazione che si allontana sempre più.
Dunque la soluzione non può che essere un’altra, oltretutto molto più semplice dal punto di vista cognitivo, anche se più ardua da affermare sotto il profilo politico.
Si tratta molto semplicemente di suddividere tra tutta la cittadinanza i profitti generati dall’applicazione della tecnologia ai processi produttivi e all’effettuazione di servizi.
Solo in questo modo sarà possibile neutralizzare quelle che ci costringiamo da noi stessi e ci ostiniamo a valutare quali ricadute negative del progresso tecnologico.
In tal modo non solo si risolverà il problema, ma parallelamente se ne cancelleranno molti altri.
Se un tempo era necessario impiegare 100 persone al reparto presse di un’industria automobilistica per produrre diciamo 250 carrozzerie al giorno, si otteneva che dopo pochi anni quegli addetti erano del tutto “consumati” dalla gravosità delle mansioni e dai ritmi di produzione cui erano sottoposti, nonché dall’insalubrità dell’ambiente in cui tale lavorazione si doveva necessariamente svolgere. Effetti dei quali era poi la collettività a doversi far carico, per mezzo dei servizi sanitari e previdenziali, senza considerare il danno fisico e mentale, in gran parte irreversibile, causato a quei lavoratori dall’averli costretti a operare in condizioni simili.
La sostituzione di quelle maestranze con impianti robottizzati non ha fatto altro che porre in obsolescenza quei lavoratori, che solo in parte si sono potuti riciclare su altre mansioni e occupazioni, mentre la maggioranza di essi è stata semplicemente espulsa dal sistema produttivo. Di questi, solo alcuni hanno potuto godere dell’applicazione dei cosiddetti ammortizzatori sociali, di durata limitata, per gli altri non si è voluto far altro che abbandonarli a sé stessi.
Pertanto, a fronte di un vantaggio oltremodo cospicuo per l’imprenditore o la società a capo di quell’azienda automobilistica, che ha potuto produrre un maggior numero di scocche nell’unità di tempo con costi vivi molto inferiori, da cui un aumento esponenziale dei suoi profitti, privati, il danno sociale è stato enorme ed è stato scaricato pressoché integralmente sulle spalle della collettività.
Questo esempio ci fa capire come a poco o a nulla valga la buona volontà che consiste nell’inventare nuove possibilità occupazionali per dei lavoratori portati all’obsolescenza dall’avanzare della tecnologia.
Non si può dimenticare che in primo luogo quei lavoratori sono persone e non pezzi di ricambio o ingranaggi intercambiabili e riposizionabili a volontà da una postazione produttiva al’altra. Il volersi concentrare su attività ad alta intensità lavorativa, poi, per quanto possa essere ritenuto in una prima fase e comunque da un punto di vista superficiale quale soluzione al problema, in realtà implica il rassegnarsi a lavorazioni gravose fisicamente, poco profittevoli ma soprattutto arretrate, che non faranno altro se non aumentare un gap tecnologico, intellettivo ed economico con gli altri paesi avanzati che già oggi è abissale. Cosa che quindi non potrà far altro che relegarci in posizioni perdenti già in partenza. Se è questa la soluzione che lei prefigura, egregio professor Gallino, figura che dovrebbe essere di avanguardia culturale e non solo nel nostro paese, mi sento in dovere di dissentire con la massima determinazione. E poi costretto a prendere atto di una situazione che, se questi sono i presupposti, fa temere fortemente sia giunta all’irreversibilità.
La cosiddetta tecnologia è in grado di produrre vantaggi enormi in termini economici, che non ci si decide a riconoscere una volta e per tutte debbano essere necessariamente condivisi tra tutta la collettività. Fino a che non lo si farà, sarà soltanto la corsa del criceto dentro la sua ruota.
Teorizzata magari da grandi luminari, ma tale resterà e non potrà essere null’altro.

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E già, siamo disoccupati perchè non c’è abbastanza lavoro nell’industria aerospaziale, al top della tecnologia, nel frattempo non asfaltiamo le strade, non raccogliamo la rumenta, in attesa dell’assunzione alla Nasa.

Parole in libertà, per quello che servono.

Guarda che il Tizio le cose le sa e lo dice anche, traendo però le conclusioni sbagliate, o meglio, giuste secondo il sogno piddino.

Senti cosa dice:
«Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”. »

Capito? Sa che
«“Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera.»
però
«le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle.»

e questo, io, lo classifico come o:
1- un idiota che mi crede un cretino, incapace di valutare le sue stesse parole
2- un venduto che, per contratto, deve continuare a vendere il Sogno, negando le implicazioni conseguenti a quello che lui stesso ha scritto, “noi non disponiamo di una moneta sovrana”, omettendo di dire che non abbiamo la podestà di spendere nulla, visti i vincoli impostici.
3- un incapace totale, che pur capendo quali sono i problemi, o meglio il problema, l’Euro, non è in grado di capirne la soluzione. D’altronde la dimostrazione della sua apertura mentale è data da quanto dichiara: “e non vorrei minimamente essere accostato a quelle.”

Per la serie “tengo famiglia” ?

Di questi tizi, dei quali non ho bisogno di consigli, men che meno di analisi a cazzo, ne faccio proprio a meno.

Basta col buonismo, basta cercare di interpretare quello che, forse, ma dai, non voleva proprio dire così, in fondo, sa io la stimo, però mi permetta di dissentire, solo su un punto però, tutto per non dire che uno è un cretino totale ( ipotesi numero 4)

Basta con i falsi suggeritori, gli spacciatori di sogni, ormai abbiamo imparato a riconoscerli, uno per uno, per cui, fuori dai confini, ora.

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La voce del padrone, da Bava Beccaris a Bini Smaghi

Galileo? Un cretino: in effetti non è la Terra a orbitare nello spazio, ma il Sole. Ergo, «l’austerità non è una scelta dettata dalla Banca Centrale Europea». Del resto, lo sanno tutti: Bruxelles e Francoforte sono istituzioni umanitarie. Se ora si è passati alla frusta, la responsabilità è tutta dei governi e della loro incapacità di «introdurre le riforme strutturali capaci di aumentare il potenziale di crescita delle loro economie». A sostenenerlo non è un umorista, ma il fiorentino Lorenzo Bini Smaghi, banchiere centrale europeo fino al 2011 e ora “visiting scholar” ad Harvard e presidente di Snam Rete Gas, nel libro “Morire d’austerità. Democrazie europee con le spalle al muro”. Come dire: Tolomeo rivisitato nel 2013 e doppiato dalla voce del mitico generale Fiorenzo Bava Beccaris, l’uomo che a Milano nel 1898 non esitò a sparare sulla folla degli affamati, facendo a pezzi più di 500 persone. Colpa loro, probabilmente, anche in quel caso.

L’austerità? Mai stata imposta dalla Bce. Tutta quella robaccia – inasprimento fiscale fino al rigor mortis cristallizzato dal Fiscal Compact – Barricate a Milano prima della strage del 1898non viene dagli oligarchi che trattano i governi come loro servi, bensì dai governi stessi, incapaci di «prendere decisioni al momento giusto». E cioè: radere al suolo il sistema di protezioni sociali costruito dal welfare democratico a partire dai decenni del dopoguerra. Eppure, Bini Smaghi sembra considerare la Banca Centrale Europea una sorta di succursale della Croce Rossa: «Tutte le volte che la Bce ha preso misure per alleviare la crisi, ha dovuto assistere a un allentamento dell’impegno dei governi», dice l’ex banchiere in un’intervista a “La Stampa” ripresa dal blog di Gad Lerner. Si dà sempre per scontato un dettaglio evidentemente trascurabilissimo: da quando sono entrati nella trappola dell’Eurozona, i governi non sono più abilitati a investire a favore delle rispettive comunità nazionali tramite la funzione sovrana della spesa pubblica, che ancora caratterizza i paesi appartenenti al mondo libero.

Per corroborare la sua tesi, riferisce il blog di Lerner, Bini Smaghi sottolinea un passaggio della crisi centrale nella storia recente del nostro paese, il famoso diktat contenuto nella lettera della Bce al governo Berlusconi. «In quei mesi di tensioni sui mercati internazionali, Francoforte stava comprando una mole significativa di bond italiani e aveva chiesto al nostro esecutivo di prendere chiari impegni di riforme per continuare nella sua iniziativa di politica monetaria non convenzionale». Politica “generosa”, «che aveva sollevato aspre critiche in particolare dalla Bundesbank tedesca», contraria a qualsiasi forma di “elargizione” destinata ai sudditi italiani. «Se guardiamo la lettera che la Bce scrisse al governo italiano nell’agosto 2011 – afferma l’ex collaboratore di Jean-Claude Trichet – le riforme strutturali stanno al primo posto: la stretta al bilancio viene dopo, però in sostanza è stata realizzata soltanto quella». Già, infatti: gli italiani se Lorenzo Bini Smaghine sono accorti. «L’intervento ha dovuto essere molto doloroso», “rivela” Bini Smaghi, «poiché si era indugiato troppo».

Non ci fosse di mezzo la tragedia economica e sociale nella quale l’Italia sta sprofondando grazie ai boss della finanza che manovrano i tecnocrati europei, ci sarebbe da ridere. «La fiducia dei mercati – sostiene Bini Smaghi – la si sarebbe potuta riconquistare anche con meno tasse e con più riforme». Vale a dire: svendendo definitivamente quel che resta dello Stato? Neolingua orwelliana: le più selvagge privatizzazioni diventano graziose “liberalizzazioni”, per la casta dei globalizzatori neoliberisti. Mercato del lavoro, salari, pensioni, sanità, scuola, giustizia: tutto deve cadere, sotto la falce dell’ideologia totalitaria del pensiero unico, quello di Harvard, peraltro appena smentito – molto clamorosamente – dall’università del Massachusetts che ha sbugiardato pubblicamente il guru Kenneth Rogoff e la sua delirante teoria, divenuta rovinosamente dogma: tagliare il debito pubblico fa volare la crescita. Per lo “scholar” Bini Smaghi, il governo Berlusconi ha evitato di adottare le mostruose “riforme strutturali” «perché in un primo momento sono ancora più impopolari delle tasse». Ma, mentre le tasse «aggravano la recessione», le “riforme strutturali” «creano i presupposti per tornare a crescere».

Lo stesso Bini Smaghi non manca di rammaricarsi per la decisione del governo Monti, in fondo non abbastanza duro. Meglio, dice, sarebbe stato accettare il “soccorso” finanziario del Fmi, detto anche “il bacio della morte”, sul modello della Grecia. «Prima delle elezioni di febbraio ci avrebbe dato più sicurezza un accordo fra tutti i partiti sulle misure principali da prendere dopo». Per fortuna invece non c’è stato nessun accordo, e c’è chi auspica che la pattuglia grillina in Parlamento si decida a sintonizzarsi con la rabbia di greci, spagnoli e portoghesi, furibondi per le manovre lacrime e sangue, care a Bruxelles. Sta crollando un intero orizzonte ideologico, scardinato da Premi Nobel come Krugman e Stiglitz, ma Bini Smaghi non demorde: «I nodi strutturali dell’Italia – sostiene – sono la bassa crescita e un eccesso di spesa pubblica: finché non li si affronta con decisione, l’umore dei mercati può Elsa Fornerosempre cambiare». Peccato che, secondo gli economisti democratici, la “fiducia” nella crescita dipenda proprio dalla spesa pubblica, unico vero “motore” economico con potenzialità risolutive, purché sostenibile a costi accettabili, cioè con moneta sovrana.

Per l’economista fiorentino, semplicemente, il futuro non esiste: siamo costretti a restare in eterno sotto la gogna dell’euro, cioè il sistema aberrante e fallimentare che sta devastando l’Europa. «La crisi dell’euro non finirà finché l’ipotesi di una sua rottura rimarrà sul tavolo», proclama l’ex banchiere centrale. Le minacce di uscire dalla moneta unica? Pessime: aggravano la sfiducia. Inoltre, è vano sperare che possa essere modificato il mandato della Bce, o che si possano istituire gli eurobond: non serve a nulla chiedere all’Europa di risolvere problemi che, secondo Bini Smaghi, «derivano dall’incapacità dei sistemi politici nazionali di modernizzare le economie». L’Italia? «Si è chiusa economicamente e culturalmente al resto del mondo, si è messa in difesa di fronte alla globalizzazione: è questa tendenza che occorre invertire». Come? Ad esempio, con veri e propri attentati alla pace e alla sicurezza sociale come la “riforma” Fornero, che «garantirà l’equilibrio del sistema previdenziale solo se la crescita economica sarà almeno dell’1% all’anno, altrimenti saranno necessari nuovi sacrifici». Con tanti saluti a quel dilettante di Bava Beccaris.

(Il libro: Lorenzo Bini Smaghi, “Morire di austerità. Le democrazie europee con le spalle al muro”, Il Mulino, 197 pagine, 14 euro).

Fonte: www.libreidee.org
11.05.2013

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La necessità di campi di lavoro purchè democratici

(COSTRUIAMO UNA NUOVA EUROPA SULLE VECCHIE BASI ETICHE )
Per costruire una nuova società non è necessaria una rivoluzione, basta credere a delle riforme e prenderne coscienza e poi attuarle decisamente anche con l’aiuto dell’esercito o della polizia agli inizi. Perché fare le rivoluzioni significa fare una giustizia momentanea, sommaria, magari avendo alla base gli stessi istinti della casta e delle sette partitiche che stanno predando il popolo.
La giustizia determinata dagli istinti, non è giustizia ma vendetta. Non serve eliminare momentaneamente una classe parassitaria che decide tutto in nome di teorie economiche molto discutibili; eliminarla temporaneamente arrivando a un default sociale molto dannoso per il bene comune del popolo; non serve portare giustizia al popolo sostituendo una classe con un’altra come è avvenuto in maniera appena incruenta in Italia dal dopoguerra ad oggi con l‘arrivo al potere dei partigiani che non hanno fatto altro che sostituirsi ai vecchi privilegiati del regime con la scusa della democrazia, anzi condividendo il potere con loro in molti casi. Tralasciando tutte le riforme necessarie da fare e gli obiettivi da raggiungere, vogliamo indicare i fini e i mezzi per raggiungere questi scopi. Lo stato è lo sviluppo dei nuclei familiari e lavora per il loro benessere, per la loro indissolubilità, per il bene comune dei nuclei familiari in un determinato territorio. Queste famiglie sono aggregate in luoghi geografici chiamati borghi, villaggi, città, megalopoli, eccc. . Chi non ha una famiglia o non può averla, fa parte lo stesso della grande famiglia che è lo stato sociale e lavora non per imporre i diritti dei singoli e della persona umana alla società, cioè il proprio egoismo sociale, ma per migliorarla eticamente dando un contributo col proprio lavoro alla coesione sociale ed educativa. Anzi proprio questi possono avere una sensibilità maggiore alla realizzazione del bene comune perché sono più svincolati da rapporti umani e interessi particolari… La prima cosa da fare partendo da zero è aprire molti campi di lavoro, minimo uno in ogni regione …… purchè siano democratici!!!! In questi campi è esclusa ogni pena di morte e ogni tipo di coercizione fisica perché il loro fine e sia educativo, sia leggermente espiatorio. Questi campi saranno le scuole di convivenza per capire e insegnare la politica del bene comune a tutti. Prima della ricerca scientifica e tecnica, prima della ricerca letteraria e linguistica o cinematografica o comunicativa, vengono i valori per cui conviviamo assieme, perché senza di quelli c’è solo guerra e divisione politica sociale ed economica. Non è necessaria la pena di morte in questi campi perché loro servono più a educare e a capire lo sviluppo della vita sociale convivendo insieme come in un collegio. Ognuno deve mantenersi con un lavoro e dare il proprio contributo sociale. In queste comunità- scuole della società civile si fa uso della tecnica ma il fine è quello di educare al bene comune mettendo al centro dei valori legislativi che permettono la vita comune . Onestà , lavoro , giustizia producono la dignità sociale . La dignità non è un diritto acquisito dalla nascita , ma si acquista vivendo nella norma questi valori. Chi vive senza rubare, chi vive senza prostituirsi, chi vive nel suo ruolo senza disgregare i nuclei familiari, questi è nobile, degno e socialmente utile. Chi possono essere i primi destinatari abitatori temporanei di questi campi di lavoro democratici? Tutta l’attuale classe politica, letteraria e chiunque sia iscritto a un partito politico con funzione dirigenziale anche locale, chiunque abbia una tessera e sia sospetto di logge massoniche, specialmente se magistrato o facente parte del clero. Per questi ultimi è previsto invece il carcere e la pena di morte, una pena capitale se colpevoli di reati gravi, mentre per i sospetti di mafia, traffico di droga, prostituzione, furto e altri generi di reati gravi ci saranno campi particolari temporanei come soluzione provvisoria al problema che, senza escludere la pena capitale, una volta eliminato il problema, non saranno necessari nemmeno i campi di lavoro sociale. La società civile si caratterizza per una legge scritta, razionale, che cerca di conformarsi il più possibile al valore della giustizia che non è un valore umano. L’ uomo non nasce giusto, ma nasce uomo razionale che legge dentro se stesso e fuori di sè dei valori che sono oggettivi ma non sono suoi, anche se è stato costruito in base a quei valori oggettivi e razionali come ente autonomo. In tutti i campi della sua attività da quello economico a quello civile e sanitario, attua quei valori di giustizia anche se non vede subito nell’ immediato dei risultati in quanto essi operano quanto più sono condivisi e attuati ampiamente dal popolo  L’ eccellenza si vedrà alla fine, ma il bene comune si otterrà anche subito perché il fine di questa giustizia oggettiva è appunto il bene comune compreso quello della persona umana .
BY aFFUS

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La sanità pubblica muore

E’ notizia di oggi, ma anche di ieri e dell’altro ieri…la sanità pubblica muore, e neanche tanto lentamente, muore sotto i tagli dei vari governi di sinistra e destra, muore per la spending review del premier Monti, muore per gli sprechi , muore perché gestita male e diretta peggio…muore perché la politica ne ha fatto terra di conquista e l’ha plasmata a sua immagine e somiglianza sino a renderla un coacervo di interessi trasversali che con l’assistenza e la salute pubblica non hanno nulla a che vedere.

Rimbalzano sui video le immagini di uno degli ospedali più importanti del sud Italia, il Cardarelli, dove per assistere i malati c’è necessità di utilizzare anche le scrivanie…i tagli dei posti letto, il blocco del turn over, il bisogno di una sempre più vasta area di persone di rivolgersi all’assistenza pubblica, per il diffondersi di patologie legate all’inquinamento e a condizioni di vita più che difficili, fanno emergere con forza le carenze di un sistema sanitario pubblico letteralmente divorato da una classe dirigente incompetente ed incapace.

La limitazione delle risorse economiche, conseguenza anche degli spaventosi buchi di bilancio che provenivano dal pozzo senza fondo che la sanità, utilizzata da politici e faccendieri per riempirsi le tasche di milioni senza alcun controllo, costituiva, invece di colpire sprechi e corruzioni, ha finito per rendere l’assistenza ai malati inadeguata e spesso scandalosa.

Manager posti ai vertici delle aziende sanitarie più per raccomandazioni politiche che per veri meriti e competenze, disattendendo, nei fatti, quanto previsto dal decreto legge 716/79 che stabiliva concorsi pubblici per l’assegnazione di determinate cariche, appalti di manutenzione, guardiania e pulizie sproporzionati riguardo alla qualità dei servizi resi, sprechi per “progetti” mai neanche cominciati, acquisti di macchinari lasciati a morire nei depositi…

Vittorio Russo, presidente dell’Anpo, già commissario straordinario dell’Asl Napoli 3, che ha più volte affrontato, dall’interno, le questioni che riguardano la spesa per l’assistenza sanitaria, ha più volte denunciato quelle “disfunzioni” che hanno generato le enormi ed ingiustificate perdite e che, mai rimosse, continuano a pesare e a creare quei problemi che poi ricadono, tutti, sui cittadini.

La cifra dedicata alla sanità, benché inferiore a quella che in altri paesi viene investita, sarebbe sufficiente se dedicata esclusivamente all’assistenza sanitaria e venissero, del tutto, cancellati quegli sprechi che non sono direttamente correlati con la salute pubblica.

Gli appalti per la vigilanza, le pulizie, la manutenzione dei macchinari e l’informatizzazione del servizio sanitario fanno riferimento a contratti quasi sempre onerosi per la pubblica amministrazione e sbagliati riguardo ai reali servizi che poi vengono forniti.

Milioni di euro sono stati spesi per creare un anagrafe degli assistiti e dei dipendenti, senza che tutt’oggi ci sia alcun risultato serio e reale, così come vengono spesi milioni di euro per la vigilanza degli ospedali e per le aziende di pulizia, milioni che non finiscono di certo nelle tasche dei lavoratori, sottopagati, sfruttati e usati, spesso, come arma di ricatto nei confronti dell’ente pubblico.

Il principio di irresponsabilità amministrativa, vigente nel nostro paese, permette che nessuno debba mai giustificare l’approvazione di contratti spropositati nel merito e nel quantum, spesso inutili per il buon svolgimento delle attività sanitarie.

Nei fatti la sanità pubblica è stata, e viene, usata come bacino di voti dalla politica e come fonte di arricchimento per industriali senza scrupoli, controllata da “baroni” della medicina che decidono carriere ed assunzioni, chi curare e chi “sfruttare”…esempi di pazienti “cavie” operati solo per interessi personali hanno riempito le cronache degli ultimi anni.

Non sono le leggi a mancare, è la volontà di ristabilire quel giusto equilibrio tra spesa e assistenza pubblica, eliminando sprechi ed ingiustizie, ridando il giusto valore al merito e cancellando raccomandazioni e collusioni, che manca a chi dice di voler guidare il nostro paese fuori dalle sacche di una crisi che proprio questa gestione dissennata della cosa pubblica ha generato.

Fonte: www.ilpasquino.net
10.05.2013

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L’acefalia romana prevista da Gesù a Fatima

di Arai Daniele

La causa della crisi della Chiesa del Vaticano II chiaramente non può essere che nel suo distacco dal potere del Magistero che conferma la Parola divina.

Ora, da mezzo secolo fedeli alla Tradizione hanno rivolto delle suppliche alla Santa Sede per riavere proclamazioni magisteriali in linea di continuità con quelle dell’infallibile Chiesa dei 260 Papi e dei 20 Concili ecumenici.

Tali suppliche, in questo lungo tempo, sono rimaste senza risposta altra che quella dell’irreversibilità del corso dello spirito del Vaticano 2.

Si pone allora la questione: siamo davanti all’erezione di una chiesa che vuol avere tutti i segni divini della Chiesa di Cristo, ma non sussistere più come unica? Ma se non è «la unica» come può avere tutti i suoi segni e i pontificali poteri infallibili nella verità per salvare?

Ecco che già in quest’ambiguità si svela una crisi d’identità che porta la Chiesa che segue l’ambiguo spirito del Vaticano 2 alla rottura definitiva con l’infallibile Chiesa di Gesù Cristo, quindi a un’”auto-decapitazione” tacita cui può solo seguire la sua fatale perdizione.

Si tratta di un fatto talmente inaudito da non essere nemmeno percepito dal gran mondo e che lascia innumerevoli consacrati incapaci di capire la crisi: Ci può essere una Chiesa con due anime, con due dottrine, ma una testa?

O ci sono due chiese di guide diverse sotto una stessa testa?

Quale delle due guida, però, nella Parola divina che salva?

Il fatto è di tale gravità epocale che può essere fronteggiato solo con l’adesione ai preziosi mezzi e segni della grazia divina, dopo aver percorso la via delle certezze perenni riguardo alla Fede della Chiesa e la sua Legge.

Vedremmo inizialmente il risultato di questo percorso cattolico alla ricerca di certezze legate alla nostra Religione, attraverso iniziative recenti dirette a sapere se le risposte avute dal vertice vaticano svelano la vera Chiesa in crisi o la crisi irreversibile dell’instaurazione di un simulacro di Chiesa per sostituire la vera di fronte al mondo, in base all’ipotesi dell’«unica testa»?

Il primo dato sull’identità di questa nuova istituzione, tralasciando il fatto che da mezzo secolo evita di chiarire tale questione, sarebbe la rinuncia a definizioni dogmatiche, inequivoche nel linguaggio, certe nel contenuto, obbliganti nella forma, come il fedele si aspetta almeno nel magistero imperativo che segue gli insegnamenti di un Concilio ecumenico.

Invece, da mezzo secolo i fedeli costatano che il Vaticano 2 è pieno di asserzioni vaghe, equivoche, interpretabili in modi difformi, alcune delle quali in sicuro contrasto col precedente magistero della Chiesa cattolica. E quest’ambiguo linguaggio pastorale ha aperto la strada a un’idea di Chiesa “percorsa da mille dottrine e centomila nefandi costumi”, anche nella sua Sacra Liturgia e nei suoi mancati chiarimenti in materia di fede e di morale.

La demolizione del papato conciliare si dimostra irreversibile?

Che fare per risolvere questa tragica incertezza riguardo alla presenza della Chiesa di Gesù Cristo, dotata dalla sua divina infallibilità nella Fede?

Sulla sua continuità si dovrebbe cominciare per il significato tra le formule “è” e “sussiste nella”, poiché è quest’ultima a trovarsi nei testi conciliari. Ora, la nuova congregazione per la dottrina della fede nell’estate del 2007, afferma che “il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente”. Scuse vane poiché contro i fatti dei grandi cambiamenti ecumenici, non vi sono argomenti.

Quanto alla dichiarazione “Dignitatis humanæ” (Dh) sulla libertà religiosa, Benedetto XVI in persona ha spiegato che se essa si è distaccata da precedenti indicazioni “contingenti” del magistero (relativo), lo ha fatto proprio per “riprendere nuovamente il patrimonio (relativo) più profondo della Chiesa”. Il discorso nel quale lui ha difeso l’ortodossia della Dh è quello da lui rivolto alla curia vaticana alla vigilia del primo Natale del suo tempo, il 22.XII.2005, per sostenere che tra il V 2 e il precedente magistero della Chiesa non c’è rottura ma “riforma nella continuità (relativa)”.

Continuità? Ebbene le lezioni sul relativismo del «filosofo Ratzinger», professore ecumenista, fa ridere pure i polli per non dire l’applaudito Eco. Ma se il sommo relativismo è quello di fronte alla Religione di Dio, la cui Rivelazione non può essere relativizzata secondo le credenze umane delle varie religioni! Cosa vuole riformare costui, la logica o il vocabolario? Ben inteso, la Religione vera non c’entra più nei discorsi di un mezzo hegeliano.

Naturalmente proprio il punto cruciale riguardo al Magistero petrino che dovrebbe far luce sia sullo stato di quanti si ritengono in scisma, sia su quanti malgrado ogni enormità di Ratzinger lo ritengono inviato da Dio per salvare nell’unica Chiesa di Gesù Cristo, è la nota dell’infallibilità divina.

La prova dei fatti di fronte a quanti bypassano i lefebvriani

Su di essa dovrebbe convincere persone come i vescovi e Mons. Gherardini, ma soprattutto il più deciso e libero di loro, il Prof. Enrico Maria Radaelli, che si firmano ancora suoi figli “obbedientissimi in Cristo”.

La proposta che fa Radaelli supera quella fatta di recente – a partire da giudizi critici altrettanto duri – da un altro stimato cultore della tradizione cattolica, Romano Amerio. Seguiamolo nel suo “Iota unum”, dove fa l’elenco delle alterazioni del V 2. Per esempio nella nota del 2.05.1995:

“La autodemolizione della Chiesa deprecata da Paolo VI nel famoso discorso al Seminario Lombardo dell’11 settembre 1974 diviene ogni giorno più palese. Già nel Concilio il cardinale Heenan (Primate d’Inghilterra) lamentava che i vescovi avessero cessato di esercitare l’officio del Magistero, ma si confortava osservando che tale ufficio era conservato pienamente nel Pontificato Romano. L’osservazione era ed è falsa. Oggi il Magistero episcopale è cessato e quello papale anche. Oggi il Magistero è esercitato dai teologi che hanno ormai improntato tutte le opinioni del popolo cristiano e squalificato il dogma della fede. Ne ho avuto una dimostrazione impressionante ascoltando ieri sera il teologo di Radio Maria. Egli negava impavidamente e tranquillissimamente articoli di fede. Insegnava […] che i Pagani, cui non è annunciato il Vangelo, se seguono il dettame della giustizia naturale e si studiano di cercare Dio con sincerità, vanno alla visione beatifica. Questa dottrina dei moderni è antichissima nella Chiesa ma fu sempre condannata come errore. Ma i teologi antichi, mentre tenevano fermo il dogma di fede, sentivano però tutta la difficoltà che il dogma incontra e si studiavano di vincerla con escogitazioni profonde. I teologi moderni invece non avvertono le difficoltà intrinseche del dogma, ma corrono diritti alla ‘lectio facilior’ mettendo in soffitta tutti i decreti dottrinali del Magistero. E non si accorgono di negare così il valore del battesimo e tutto l’ordine soprannaturale, cioè tutta la nostra religione. Anche in altri punti il rifiuto del Magistero è diffuso. L’inferno, l’immortalità dell’anima, la risurrezione dei corpi, l’immutabilità di Dio, la storicità di Cristo, la reità della sodomia, il carattere sacro e indissolubile del matrimonio, la legge naturale, il primato del divino sono altrettanti argomenti in cui il Magistero dei teologi ha eliminato il Magistero della Chiesa. Questa arroganza dei teologi è il fenomeno più manifesto dell’autodemolizione”.


Da questa sua analisi fortemente critica applicata al Vaticano II, Amerio ricavava quello che Enrico Maria Radaelli, suo fedele discepolo e curatore delle sue opere chiama il “gran dilemma giacente al fondo della cristianità d’oggi”. Il dilemma è se tra il magistero della Chiesa prima e dopo il Vaticano II via sia continuità o rottura. Nel caso di una rottura, se questa fosse tale da “perdere la verità” anche la «Chiesa» andrebbe perduta. Ecco allora l’iniziativa di una supplica a Benedetto XVI: Supplicano il papa di condannare “ex cathedra” gli errori del Concilio Vaticano II.

Il nuovo libro di Romano Amerio, quello di Mons. Guerardini, presentato da due vescovi, tutto insieme dovrebbe ridare forza alla loro supplica. Ma come può essere Benedetto XVI d’accordo col contrario di quanto predica?

Il suo «anti relativismo» viene alla luce: è contrario a quanto non sia abbastanza relativamente conciliare, ecumenista e illuminista!

La vera Chiesa non perde mai la verità e quindi se stessa, perché assistita indefettibilmente dalle promesse del Signore: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei (Mt 16, 18) e Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli” (Mt 28, 20). Ma la convinzione di molti e anche del bravo Radaelli è nella sua ampia postfazione a “Zibaldone” di Amerio – che tale riparo assicurato da Cristo alla sua Chiesa vale solo per le definizioni dogmatiche “ex cathedra” del magistero, non per gli insegnamenti incerti, sfuggenti, opinabili, “pastorali” del Concilio Vaticano II e dei decenni successivi. Se è così, però, alle porte dell’inferno bastava sopprimere per un tempo tali definizioni “ex cathedra”, anzi, a occupare tale cattedra, come previsto (II Ts 2) dopo aver “tolto di mezzo”, decapitando, l’ostacolo a questi scempi conciliari, come è nella visione del Terzo Segreto di Fatima.

Sì, perché l’unica conclusione cui si può arrivare dopo il silenzio in questioni di Fede di quella Santa Cattedra per mezzo secolo, davanti all’apertura della Chiesa a “mille dottrine e centomila nefandi costumi”, anche nella Sacra Liturgia, è che la vera Chiesa sia ormai vuota di un vero rappresentante di Gesù Cristo perché ci sono «degli anticristi in Vaticano».

Così lo diceva e pensava il valente Arcivescovo che, alla domanda di alcuni suoi sacerdoti più seri, su cosa dicesse nella Consacrazione, rispondeva: “Quand je célèbre la messe je dit UNA CUM VERO SUCCESSORE PETRI”. Evitava così quell’infido «una cum» anticristi!

Era tutto profetizzato per i nostri tempi

Il Signore è con la Sua Chiesa “fino alla fine dei secoli” e contro di Lei non prevarranno le porte dell’altra, ecumenista. illuminista e massonizzante!

La “decapitazione” papale fu predetta dal Signore in una comunicazione da Suor Lucia al suo Vescovo nell’agosto 1931: “Fa sapere ai miei ministri che siccome essi hanno seguito l’esempio del Re di Francia nel ritardare l’esecuzio­ne della mia domanda, lo seguiranno nel­la disgrazia.

La piena accoglienza di Fatima è mancata da parte dei pastori.

In questa luce vanno considerati i tre papi di Fatima, dal 1917 al 1958.

I Papi cattolici del secolo XX si sono impegnati nella difesa della fede con documenti talvolta mirabili, in campo secolare, però, hanno fatto ricorso a una politica diplomatica che, salvo nel caso di San Pio X, ha indebolito la testimonianza cattolica, pericolo già segnalato da gravi messaggi mariani.

E con Benedetto XV (1914 – 1922) inizia la politica del compromesso reale e del galleggiamento virtuale, continuata da Pio XII.

Infatti, Papa Pacelli aveva accanto a sé niente meno che il modernista Montini, «cultore dell’uomo» che lo tradiva. Quando lo capì nel ‘54, Pio XII allontanò Montini dalla Segreteria di Stato, stranamente nominandolo arcivescovo di Milano. Così, la sua “cerchia”, alla morte di papa Pacelli, manovrò abile ed efficacemente nel Conclave per l’elezione di un Papa “di transizione”, il modernista filo-massone Angelo Roncalli, Giovanni 23.

Ecco l’errore che ha gravemente pagato tutta la Chiesa, e che conferma le contraddizioni stridenti di un Papa che annaspando nella palude, ha aperto le porte ai falsi papi della palude, creatori della nuova chiesa conciliare.

L’unica supplica possibile di segno cattolico

Invitiamo i cattolici a meditare sulla serie di pubbliche dichiarazioni dei vescovi Lefebvre e Castro Mayer che, contro ogni convenienza personale, prestarono testimonianza sulla realtà della Chiesa senza «mente cattolica».

Ciò, anche se mancò allora aver messo nell’intenzione della Santa Messa la libertà e l’esaltazione della Santa Madre Chiesa da questa palude: «Supplici, Domine, humilitate deposcimus: ut sacrosanctae Romanae Ecclesiae concedat Pontificem illum tua immensa pietas; qui et pio in nos studio semper tibi placitus, et tuo populo pro salubri regimine sit assidue ad gloriam tui nominis reverendus. Per Dominum nostrum».

Che d’ora in poi questa supplica al Signore per il bene della Sua Sposa e del mondo degli uomini per la cui redenzione è morto, possa essere ripetuta sia nelle Sante Messe, sia nei Rosari, finché la Santa Madre sia liberata dal infetto regime conciliar-ecumenista, controllato dagli anticristi.

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IL «FONDAMENTALISMO ALTRUI» NEI TEMPI MODERNI

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

Come si sa, o si dovrebbe sapere, fondamentalismo è un termine adattato alle idee di chi lo usa, poiché nessuno lo assume in proprio, ma per individuarlo in altri; è spesso «parolaccia» a servizio di un’indefinita accusa che racchiude ampia gamma colorita di concetti civili e religiosi: da becero devoto ignorante a fanatico assassino; a volte serve a evitare il nome del fanatismo, come nel caso del «fondamentalista» Baruch Goldstein, celebrato ogni anno per il suo valore: entrare in una moschea con un mitra per ammazzare 29 musulmani in preghiera. Tale fondamentalismo giudaico, contrario al principio di uguaglianza degli uomini, specialmente verso i non ebrei, svolge un ruolo essenziale nei confronti della guerra contro i palestinesi e si oppone a qualsiasi ritiro dai territori occupati. La confisca della terra appartenente agli arabi sarebbe in realtà un atto di santificazione, mai un furto, poiché quella terra sarebbe redenta passando dalla sfera satanica a quella divina. Si tratterebbe della Terra di Israele data da Dio agli ebrei per sempre. Il rabbino Israel Ariel, fondamentalista storico, pubblicò un atlante dei territori che appartenevano agli ebrei e che vanno liberati. Perciò il rabbino Shlomo Aviner ha affermato: “Dobbiamo vivere in questa terra pur a costo della guerra. Anche se ci fosse la pace,
dobbiamo istigare la guerra di liberazione per riprendere i Territori”.

Come si vede, per parlare di fondamentalismo fanatico, non si può che iniziare da quello che ha incendiato il Medio Oriente e sta per estendersi oltre, dato che esercita un’influenza politica decisiva sui poteri del mondo con una mitologica carica d’odio e di disprezzo verso i non ebrei, spesso più forte verso gli ebrei oppositori dei loro deliri. Esso è stato il movente dell’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin.

Tornando alla parola fondamentalismo, per i dizionari costretti a definirla più o meno (obbligo ormai abbandonato dai chierici modernisti e conciliari – nel caso, di Ratzinger),  sarebbe una dottrina, forse una religione, che impone la fedeltà a una interpretazione assoluta, fondamentale di testi sacri. Inoltre, fondamentalismo può essere anche detto di un atteggiamento di rigida intransigenza nell’ubbidienza a determinati principi o precetti, che porta a una smisurata violenza. Insomma: esso va dalla fedeltà assoluta a testi fondamentali, all’ubbidienza nella violenza senza limiti.

Una definizione di fondamentalismo nel nostro tempo, la troviamo all’interno del protestantesimo nord-americano, contrapposto alle teorie del liberalismo politico.

Per esso, qualsiasi attaccamento o intenzione di ritorno a un ordine mistico, basato sul rifiuto della modernità, si applica il termine
fondamentalismo, usato come “sinonimo di fanatismo religioso o di violenza sacra, accompagnata da un controllo sociale in nome di una società fondata sulla religione; su di un ordine in chiave conservativo di una società chiusa e ristretta, che difende il suo esclusivismo, isolamento, antagonismo, atteggiamento anche aggressivo nei confronti dei non allineati, non solo di appartenenti ad altre fedi o confessioni, o di agnostici o atei, ma anche nei confronti di quelli dello stesso gruppo che hanno comportamenti
aperti al compromesso nella verità religiosa”.

Sarà completa e veritiera questa definizione? Ma se il protestantesimo è nato proprio da un liberalismo teologico. Nel suo essere genericamente inteso come tentativo arcaico e intollerante di un ritorno al passato, alle origini di un credo incompatibile con il mondo moderno, il fondamentalismo protestante potrebbe essere visto in altre grandi religioni mondiali, nelle chiese come nelle sette ideologiche con caratteri tribali sopravissuti nella società contemporanea, quando si può estendere perfino a movimenti, organizzazioni e gruppi di lotta armata.

Sotto questa luce le teologie di liberazione sono più vicine al fondamentalismo del protestantesimo originale che al vero cattolicesimo (v. Boff).

Rimanendo, allora nel piano religioso, cosa potrebbe apparentare o distinguere il fondamentalismo dal conservatorismo, tradizionalismo o integrismo per uso della grande comunicazione?

L’integrismo sarebbe una corrente di pensiero e reazione del cattolicesimo verso l’Illuminismo e la Rivoluzione francese dell’Ottocento. Esprimerebbe l’esigenza di riconquista della funzione centrale della religione in una società come quella moderna che pretende di decretare la «morte di Dio» o di funzionare «come se Dio non esistesse». Per far valere questa esigenza l’integrismo tiene la dottrina della Chiesa cattolica come un repertorio di principi fondamentali che debbano essere applicati a ogni sfera del vivere
sociale, rifiutando l’idea dell’autonomia relativa nelle sfere dell’agire umano. L’impegno politico da parte dei cattolici integralisti sarebbe, di conseguenza, volto a restaurare una società cristiana e uno Stato la cui legge e ordine si basi nel diritto naturale e divino, oggi visto da molti semplicemente come lo Stato teocratico. E qui siamo a un tradizionalismo che, più che una corrente di pensiero, è una generica tendenza che troviamo in molte religioni e che si esprime generalmente con l’idea che la linea di credenza consolidatasi nel tempo su quanto rivelato della natura umana, non debba o possa essere mutata, pena il deperimento dello stesso essere umano
spirituale.

In senso simile va il conservatorismo, che si esprime soprattutto nel timore della perdita d’influenza sociale di un’idea religiosa universale.

In tutte queste manifestazioni può mancare sia l’assolutizzazione del Libro sacro sia il mito che una società delle origini debba essere riprodotta nel tempo presente, ma non deve mancare la nozione della Tradizione come fondamento originale.

Se ciò rientra nell’accusa di fondamentalismo, come vorrebbe il mondo liberale, allora è inutile trovare punti d’accordo con gli onnipresenti teocon, perché per i veri cattolici si tratta semplicemente del Cattolicesimo di sempre, fondato sulla Tradizione. Senza di essa su cosa si può fondare la Chiesa dopo due mila anni? Sul modernismo della stirpe Roncalli-Montini, o sulle inversioni conciliari nella continuità delle idee ecumeniste wojtyliane o ratzingeriane?

Roba pastorale! Ma chi ha detto che non sono diventate obbligatorie?

Il massiccio nuovo pro segretario per la fede conciliare, Gerhard Ludwig Müller, ha già affermato che «la dottrina del Vaticano 2º implica questioni dogmatiche, come sono: la dichiarazione sulla libertà religiosa, il giudaismo, i diritti umani, che non possono essere rifiutate senza compromettere la fede cattolica”.quindi, la salvezza! (“Sueddeutsche Zeitung”). Ecco il terrore fondamentalista pro modernismo, che più retrivo non si può! Un ricorso alla minaccia dell’inferno a cui non credono!

Eppure si vorrebbe che solo il modernismo religioso sia esentato dall’accusa di fondamentalismo quando ci sono punti comuni al variato liberalismo modernista che lo indica. Uno di questi è la rilevanza del momento politico come evoluzione ineluttabile della storia, cui ci si deve per forza aggiornare con un fondamentale compromesso storico. Un altro è la congestione di elementi tradizionalisti a scelta, tra moderni e antichi, come si vede nella Massoneria, il cui fondamentalismo è moderno perché
interpreta i limiti stessi della modernità, ed è antico perché il modello di valori che propone si rifà a tempi passati; è piramidale!

Questa rifondazione si mostra tanto ambiziosa quanto artificiosa: riportare al centro delle società moderne il primato di una tradizione ermetica. Elaborata a misura dei potenti, per cui chi oserebbe dire che vi è un fondamentalismo di marca massonica?

Eppure, tra l’assolutizzazione dei loro principi e una vera e propria militanza, non vi è discontinuità: sono convinti della bontà assoluta dei loro principi, validi in ogni caso e in tutte le sfere della vita, soprattutto in quella sociale e politica, e si sforzeranno di applicarle nel mondo con ritualità, luoghi mistici e di culto con forte ricorso alla simbologia per coinvolgere il momento emozionale collettivo. Sono tutti elementi cardine della manifestazione concreta del fondamentalismo massonico.

Da qui, si passa all’importanza della figura del Nemico. Solitamente ben chiaro e riconoscibile. La massima estremizzazione di questa ideologia, infatti, si ha quando il fondamentalismo imbraccia le armi, come nel caso delle grandi rivoluzioni, i cui «ideali» sono oggi rovesciati. Infatti, il fondamentalismo continua ad avere sempre più campo – soprattutto in società interessate dal fenomeno migratorio e dalla presenza di diverse fedi e confessioni, come la francese, con frange più irrequiete dell’islamismo. Lo
spirito rivoluzionario è trasferito a fenomeni più generali: è possibile cogliere elementi di fondamentalismo in ogni religiosità nella resistenza nei confronti della secolarizzazione, del razionalismo, del globalismo, ma anche del relativismo ideologico e religioso. Perché no, anche della «grande alienazione ecumenista» (sul senso della parola alienazione vedere articolo).

Cattolicesimo fondamentale o fondamentalista?

Ora la posizione confessionale propria de cattolico è contraria alla cultura liberale dell’Età dei «diritti», sviluppata nel diciannovesimo secolo, e il percorso storico-politico del Risorgimento – impostato su un forte anticlericalismo in funzione dell’unificazione nazionale – portatore di una progressiva riduzione del ruolo e del potere papale sulla sfera civile e politica. Ciò ha avuto il suo culmine con l’unità d’Italia e la Breccia di Porta Pia, e conseguente fine dello Stato pontificio nel 1871, contestuale
al Concilio Vaticano I. Ecco allora la costituzione dogmatica Pastor Aeternus, che proclama il dogma dell’infallibilità pontificale nel
pronunciamento ex cathedra del Pontefice: “Richiamandoci fedelmente alla tradizione, come l’abbiamo assunta dalle prime epoche del Cristianesimo, noi insegniamo, ad onore di Dio, nostro Salvatore, per gloria della Religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio, e dichiariamo quale dogma rivelato da Dio: ogni qualvolta il Romano Pontefice parla ex cathedra, vale a dire quando nell’esercizio del Suo Ufficio di pastore e Maestro di tutti i cristiani, con la sua somma Apostolica Autorità dichiara che una dottrina concernente la fede o la vita morale dev’essere considerata vincolante da tutta la Chiesa, allora egli, in forza dell’assistenza divina conferitagli dal beato Pietro, possiede appunto quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle munire la sua Chiesa nelle decisioni riguardanti la dottrina della fede e dei costumi.
Pertanto, tali decreti e insegnamenti del Romano Pontefice non consentono più modifica alcuna, e precisamente per sé medesimi, e non solo in conseguenza all’approvazione ecclesiastica. Tuttavia, chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica. Dato in Roma, in solenne pubblica assemblea nella Basilica Vaticana, nell’anno del Signore 1870, il 18 Luglio, nel venticinquesimo anno del nostro pontificato.”

A questo dogma viene fatto risalire il punto di partenza dell’integralismo cattolico, secondo il parere di alcuni, anche se già nel 1864, il Sillabo di Pio IX è l’elenco degli 85 “principali errori del nostro tempo”, documento dottrinale che è un manifesto della fede integrale di fronte agli errori moderni verso la secolarizzazione e al pluralismo religioso, al fine di promuovere un modello politico, sociale e dottrinario contrario al modello cristiano, rimasto immutato nel tempo.

Ecco il «male assoluto» che andava ribaltato negli anni Sessanta dalla nuova Chiesa conciliare il cui primo «fondamentalismo» da sanare col sordo «mein kampf» dei chierici modernisti venuti dal Reno a Roma per protestantizzarla, sarebbe quello della Tradizione cattolica.

Serviva allora il genio hegeliano dell’antifondamentalismo clericale.

Be­ne­det­to 16 nel cor­so del suo viag­gio in Li­ba­no ha accusato il fondamentalismo, senza pensare di definirlo, almeno più di quanto ha fatto col «relativismo», di cui, come «papa ecumenista», è proprio il campione, impregnato come è fino al midollo della sua fede ecumenista conciliare. Per essa, verità e salvezza è roba relativa ad ogni religione! E sul fondamentalismo egli pontifica: “la fede autentica (non fondamentalista) non può con­dur­re alla mor­te”. “per­ché la fede vis­su­ta con­duce inevitabilmente all’amo­re”, frase tradotta da giornali (Repubblica): “Il cre­den­te autentico non può dare la mor­te”.

Vie­ne da chie­der­si se questa sentenza riguarda la pena di morte, perché al­lo­ra a «dare la mor­te» sa­reb­bero dei fal­si cre­den­ti; una
«scomunica a ritroso» sia di leggi ritenute necessarie anche da Santo Tommaso, sia dei suoi boia, anche quelli lodati da de Maistre! Eppure, Santo Tom­ma­so è an­co­ra oggi il dot­to­re del­la Chie­sa più ci­ta­to dai Catechismi cattolici: se il magistero ecclesiastico avesse come pi­la­stro un maestro di fede falsa, c’è da aspettarsi che Be­ne­det­to 16 presto debba chiedere scusa anche per questi «strumenti della giustizia» di una volta, oggi superata dalla bontà dei pastori moderni.

Dire che “la fede autentica non può con­dur­re alla mor­te”, sarebbe una perspicacia d’«alta sede» pro le campagne dei radicali, che i
va­ti­ca­ni­sti possono non aver colto, occupati con l’altra frase: “Il fondamentalismo è sem­pre una falsificazione del­la religione. Va con­tro l’es­sen­za del­la religione, che vuo­le riconciliare e crea­re la pace di Dio nel mon­do”; acutezza del Ratzpensiero di respiro ben più ampio e generale, per cui “sen­za l’aper­tu­ra al trascendente, che per­met­te di tro­va­re ri­spo­ste agli interrogativi del cuo­re sul sen­so del­la vita e sul­la ma­nie­ra di vi­ve­re in modo mo­ra­le, l’uomo di­ven­ta incapace di agi­re se­con­do giu­sti­zia e di rimpegnarsi per la pace”.

Ci si chie­de, però, di qua­le im­pe­gno e di quale pace parli riferendosi a «te­sti sa­cri aper­ti al trascendente»? Alla Bib­bia, al Co­ra­no o al
Talmud? Sì, poiché in essi sono richisti im­pe­gni dai cre­den­ti in direzioni op­po­ste tra loro riguardo alla pace.

La domanda conclusiva per questa breve dissertazione è: può il cattolico confondere quello che è fondamentale per la difesa della Fede, come è il Sillabo, con l’accusa velata di fondamentalismo da parte di quanti intendono annullarlo?

Ebbene, si può verificare che quest’ultimo è il pretesto usato dai chierici che hanno promosso il Vaticano 2º d’accordo con i poteri del mondo anticristiano.

Di tale manovra è titolare e in modo nemmeno tanto velato, Joseph Ratzinger che professa la necessità per la Chiesa di ricuperare valori fondamentali dei duecento anni di illuminismo: scopo confessato nell’intervista di Ratzinger a Vittorio Messori del 1984 e ribadita altre volte, anche per convincere i mussulmani di tale necessità «religiosa» (disc. del 22 dicembre 2006). “È necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione. Come nella comunità cristiana c’è stata una lunga ricerca circa
la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte. Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà. In questo senso, i due
dialoghi di cui ho parlato si compenetrano a vicenda”.

Se il Magistero di Papa Pio IX potessi essere aggiornato a causa del suo «piglio» integrista o anti illuminista, fondamentalista secondo i modernisti, allora Benedetto 16 potrebbe di nuovo domandare, come ha fatto ad Auschwitz, dov’era Dio che ha permesso tali errori in nome della sua Chiesa infallibile?

Ecco il culmine del «fondamentalismo altrui», quello che interpella niente meno che l’autorità che rappresenta Dio, presentandosi nel Suo stesso Nome!

Che il Signore ci scampi e liberi da tali anticristi.

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La Troika sembrerebbe avere i giorni contati. Chi piangerebbe ai suoi funerali?

Che fosse nell’aria era cosa certa. Leggerlo in un report ufficiale fa una sostanziale differenza.

Riportiamo un eccellente articolo, che inviteremmo a leggere con cura. Con molta cura.

Tuttavia non si cita il Convitato di Pietra.

Che c’é anche se non se ne parla, e soprattutto non se ne vuole parlare.

Shanghai Cooperation Organisation, Sco, alleanza militare, politica, economica, sociale e culturale, di cui quattro stati membri dispongono anche di armamento nucleare.

Certamente l’attuale potenziale militare, finanziario ed economico dello Sco non sembrerebbe ancora a livello di quello della Nato, ma potrebbe essere soltanto questione di tempo, ed il tempo passa velocemente.

Se il politicuccio ha la durata del proprio mandato come orizzonte temporale, chiunque avesse la mentalità da statista guarderebbe ben oltre, almeno sull’arco di qualche decennio. Se non altro in termini di potenziale demografico.

Ed in quest’ottica il Fondo Monetario Internazionale non solo ha già perso la sua potenzialità strategica, ma sta iniziando ad essere più di impaccio che di utilità.

Si consideri inoltre quanto nel passato l’Fmi abbia saputo rendersi inviso ai paesi che formalmente avrebbe “salvato“, che lo guardano con l’affetto con cui si considera lo strozzino da cui si è stati taglieggiati. Assieme alla Banca Mondiale ha formato il centro di dominio finanziario esercitato dall’enclave occidentale sul mondo. E questo dominio vacilla da tempo. Certo, in questo particolare momento di depressione non è che lo Sco sia in ottima salute, ma altrettanto certamente l’Occidente é in situazione ben peggiore.É strategicamente battuto.

L’era in cui WB era appannaggio degli Usa ed il Fmi dell’Europa é finito: se ne prenda atto e ci se ne dia una ragione.

Si faccia attenzione: le foreste crescono lentamente, ma quando sono cresciute sono pur sempre foreste.

Un ultimo quesito messo lì.

Talora, anche se non sempre, la gallina che canta ha fatto l’uovo.

A nessuno sfuggono gli stranissimi mercimoni tedeschi con i paesi membri dello Sco, anche nel settore militare. Che la Germania stia per diventare un prossimo Dialogue Partners? Chissà cosa ne penserebbe Bernd Lucke.

Giuseppe Sandro Mela
Fonte: wwwrischiocalcolato.it
10.05.2013

Yahoo Finanza. 2013-05-10. Asmussen: Europa si liberi dal FMI. E’la fine della Troika?

“Prima o poi l’Europa dovrà affrancarsi dal Fondo Monetario Internazionale nei suoi interventi di salvataggio finanziario dei Paesi membri”. E’quanto affermato dall’esponente tedesco del Comitato esecutivo della Bce, Joerg Asmussen, durante un suo intervento al Parlamento europeo.

La soluzione, per Asmussen, sarebbe quella di tornare “ad un sistema totalmente europeo, che possa render conto di fronte all’Europarlamento, e dove al centro sarebbe la Commissione europea”. Una soluzione che sarà possibile però – ha continuato – soltanto quando l’Esm, il nuovo Fondo salva Stati europeo, “sarà interamente una entità comunitaria, laddove attualmente ha la forma di un’ istituzione intergovernativa”, creata per tamponare in mancanza di uno strumento ad hoc per la gestione delle crisi finanziarie.

E’ la fine della Troika? Sembrerebbe di sì. Dopo la notizia della vigilanza bancaria alla Bce, Asmussen si propone di cambiare quell’assetto – Fmi, Bce e Ue – che per anni ha dettato legge nel periodo di crisi, sollevando critiche da parte di economisti e dell’opinione pubblica. Anche se l’uscita del Fmi dal triumvirato potrebbe far ricadere tutto il peso su quei Paesi ricchi, come la Germania, che hanno posto quest’istituto con sede a Washington il centro nevralgico della risoluzione e della gestione dei crolli finanziari, per la sua capacità ed esperienza.

Un organizzazione forse sovrastimata, se si va a guardare l’esito di Paesi in crisi come Grecia, Portogallo e per ultima Cipro: le misure “lacrime e sangue” applicate nella vita economica e sociale di questi Stati, che hanno comportato però ulteriore recessione, hanno attirato le iree dei burocrati e dell’opinione pubblica, convinti dell’inefficacia e della negligenza della Troika, una denuncia che le tre istituzioni rifiutano e si rinfacciano con veemenza.

Così, dopo il salvataggio di Cipro, Asmussen aveva dichiarato che la fine del regime della Troika si sarebbe realizzato solo quando l’ESM si sarebbe trasformato in una effettiva istituzione dell’UE. Ed è proprio in occasione di questo salvataggio che il Meccanismo Europeo di Stabilità ha garantito un finanziamento di 9 miliardi di euro, mentre solo uno proviene dal Fondo Monetario Internazionale. Un accordo che ha causato scalpore in tutta Europa perché ha violato norme comunitarie in materia di prelievo forzoso dai depositi bancari e previsto lo smembramento della Bank of Cyprus, la più importante banca della Repubblica. Un “caso” che secondo l’uomo della Bce porta a riflettere sulla necessità di una serie di norme “pre” e “post” crisi e sulle misure di intervento.

Certo, per Asmussen abbandonare di colpo la Troika, con alcuni piani di salvataggio internazionali ancora attivi, sarebbe una pessima idea, perchè l’Europa comunque non dispone ancora di strumenti adeguati per affrontare il problema della crisi dell’Eurozona da sola. Però è convinto che un futuro Meccanismo europeo di risoluzione della crisi dovrebbe mettere la Commissione europea, il braccio esecutivo della UE, “al suo centro“, piuttosto che continuare ad essere uno dei tre membri.

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Dimissioni del Papa. Sullo sfondo l’ombra dei Bilderberg!

12 febbraio 2013

In queste ore, dopo l’annuncio delle dimissioni del Papa, molti si stanno chiedendo freneticamente cosa è successo. Già, cos’è successo? E cosa succederà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane? Cosa c’è dietro un atto così grave?

Tolta di mezzo la banalità della salute, a cui non crederebbe neanche un bambino, e il finto stupore del popolo vaticano e dei politicanti al palo per la prossima lizza elettorale, ci si interroga su altri e ben più gravi motivi.
 Il flash dell’Ansa di ieri ha fatto in pochi minuti il giro del mondo. Tutti l’hanno rilanciato prima che arrivasse la conferma del Vaticano. Migliaia i tweet che hanno fatto la spola dall’Europa all’Asia, passando per il Medio Oriente. (a destra, foto tratta da it.123rf.com)
Le campane, per Papa Ratzinger, risuonarono giusto un anno fa, quando scrivemmo di questa ipotesi (Dimissioni del Papa? Misteri e rivelazioni). Allora un Cardinale sudamericano si lasciò beccare mentre annunciava dalla Cina che Ratzinger non sarebbe durato ancora un anno.
Il famigerato “pizzino” del Cardinale Castrillon che, riferendo le parole di un altro prelato,l’Arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, attribuiva al Pontefice non più di 12 mesi di vita. Una storia subito smentita da Romeo. In quei giorni si pensò all’annuncio di un attentato o a un delitto politico. Ci fu anche chi ipotizzò condizioni di salute malferme di Benedetto XVI. Per non parlare di chi, come noi, guardava alle trame politico ecclesiastiche all’interno delle mura vaticane.
Oggi, con il senno del poi, si potrebbe affermare che, allora, che eravamo davanti a un licenziamento con poco più di 365 giorni di preavviso. Una data, se così si può dire, che Papa Ratzinger ha scrupolosamente rispettato…
Ci si interroga sulla sequenza temporale che si prospetta dopo il clamoroso passo indietro del Pontefice. I maligni sussurrano che, nei sacri Palazzi Apostolici, sanno far bene i conti politici. Le dimissioni del Santo Padre scatteranno una settimana dopo le elezioni. Così i Cardinali potranno scegliere il successore di Papa Ratzinger con calma e con piena cognizione di causa.
Gli interrogativi che si rincorrono sono tanti. E’ l’ultimo colpo di scena del nuovo ordine mondiale?
Via Ratzinger, al suo posto si prepara l’ascesa delCardinale Angelo Bagnasco (nella foto a destra, tratta da formiche.net), il potente presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), molto vicino a Mario Monti e profondo conoscitore della causa filosionista? La Chiesa cattolica apostolica romana, dopo duemila anni, si inchina alla Menorah, il candelabro a sette bracci, uno dei simboli più antichi della religione ebraica? Ci sono di mezzo i Protocolli dei Savi di Sion? O, forse, c’entra anche la profezia di Malachia? O, ancora, quella di Fatima, della quale ricorre il tredicesimo anniversario?
Domande che chiamano altre domande. Quello che sta succedendo è, forse, l’antipasto politico del potere temporale dell’accoppiata Monti-Bersani alla guida del nostro Paese? Goldman Sachs che cancella di colpo l’unico Stato, l’Italia, ancora non allineato nella scia del Nuovo Ordine del Bilderberg?
Tante domande che si inseguono e ci inseguono. Interrogativi per ora senza risposta. La battaglia finale per il dominio del mondo potrebbe essere in pieno svolgimento. O alle battute finali. Chissà. La Storia siamo noi. Riflettiamo e preghiamo, perché si approssima l’era della schiavitù totale alla finanza.
 Il Papa Ratzinger non era certo uno stinco di santo, si badi bene, ma era comunque un baluardo del vecchio ordine, questo sì. Ed è l’ennesima vittima, costretta alle dimissioni antistoriche da un mondo di poteri e di potenti che vuole controllare tutto: tutto.
Le dimissioni del Papa sono un fatto storico di enorme importanza. Prima di lui quattro casi in duemila anni, tutti molto chiacchierati. Certo, un Papa è il garante di certi equilibri del potere imperiale-cattolico, un enorme potere mondiale. Se si dimette è perché viene costretto da qualcosa o da qualcuno. Se va via è perché l’equilibrio che garantiva è crollato.
L’ultima volta è accaduto con Celestino V, il Papa dei templari che voleva rivoluzionare la Chiesa portandola via da Roma, innalzandola su un cristianesimo mistico e profondo. Per passare dalla corruzione del potere – la “ecclesia carnalis” – ad un cristianesimo aperto, pieno di veri valori spirituali sul modello del Cristo: l’ “ecclesia spiritualis”.
Ora cosa succede? Mai nella storia un Papa si è dimesso per banali quanto umanamente comprensibili motivi di salute. Mai e poi mai ce ne è stato bisogno e l’avevamo detto già nell’aprile 2011 proprio su questo giornale.
Papa Giovanni Paolo II secondo era ridotto al lumicino negli ultimi anni. In condizioni di gran lunga peggiori di Benedetto XVI. Ma non si è dimesso.
Oggi una serie di operazioni, su tutti i livelli, non solo materiali, sembra sia stata condotta per far compiere un gesto così estremo al Papa. Un passo della Chiesa cattolica in direzione di un futuro oscuro avvolto nel mistero.
Di questa storia inquietante qualcosa abbiamo visto lo scorso anno: qualcosa che è sembrato un gioco dei ricatti incrociati. La memoria torna al maggiordomo e al fiume di carte vaticane riservate che potrebbero aver preso il largo verso l’estero. Verso dove? Magari verso la Germania. O verso gli Stati Uniti d’America. Chissà.
Se poi le profezie diventano storia, beh, allora siamo diretti verso il baratro e non verso la salvezza. Quel processo, questa è stata la sensazione, è stato chiuso tappando tanto bocche… In cambio di cosa? Quali ‘giochi’ hanno portato allo scenario attuale? La Chiesa era ancora in parte un ostacolo al raggiungimento del super Stato Mondiale? Centrano forse i protagonisti del gruppo di Bilderberg?
La sensazione è che, in questa storia, aleggi un potere oscuro e senza volto. Quasi una mossa di scacchi, pensata e ripensata. Un grande passo, forse risolutore, prima che il movimento del risveglio di coscienza travolga la Chiesa di Roma?
Da tempo uomini in nero si muovono astutamente nelle strade della Capitale del cattolicesimo. Mentre un vortice di esseri oscuri ne avvolge il Cielo. Appena qualche mese addietro, a Roma, centrotrenta potenti del mondo, coloro che decidono le sorti dell’economia e della finanza mondiale, si sono incontrati nella Citta Eterna. Era il 13 novembre del 2012. Si tratta proprio del cosiddetto Gruppo di Bilderberg, le cui riunioni sono sempre avvolte dal massimo della segretezza.
L’incontro avrebbe dovuto tenersi all’Hotel Russie ma, per maggiore riservatezza – data la concomitanza con il festival del Cinema – è stato spostato in Campidoglio. I bene informati pensavano che il meeting si dovesse tenere alle 18,00 di quel giorno, ma è stato invece spostato di qualche ora dopo che gli ospiti stranieri si sono riversati in piazza del Campidoglio.
Alle 19.45 abbiamo visto entrare Ignazio Visco, governatore della Banca Centrale; un quarto d’ora dopo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, seguito dal presidente del Consiglio, Mario Monti, avvistato intorno alle 20.30. Tra i ministri del Governo tecnico erano presenti anche Corrado Passera (delega allo Sviluppo Economico) e Francesco Profumo, titolare del dicastero all’Istruzione. Tra gli altri invitati Mauro Moretti, ex sindacalista della Cgil, oggi al vertice delle Ferrovie; quindi anche Angelo Cardani, presidente di Agcom; poi Fulvio Conti dell’Enel; Anna Maria Tarantola, presidente della Rai; Federico Ghizzoni, amministratore delegato di Unicredit; Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni; Franco Barnabè di Telecom Italia, Alberto Nagel amministratore delegato di Mediobanca, Enrico Cucchiani di Mediaintesa e Rodolfo de Benedetti del Gruppo Cir.
Dall’estero sono invece arrivati Tom Enders, Ceo della Eads, Marcus Agius di Barclays, il canadese Edmund Clark, nume tutelare della Td Bank, Kenneth Jacobs, numero uno di Lazard e l’americano capo dell’ Alcoa, Klaus Kleinfeld. Quel 13 novembre erano presenti anche il francese Henri Castries, presidente del gruppo Axa, il tedesco Josef Ackermann, presidente del consiglio di amministrazione del Gruppo Executive Committee Deutsche Bank, lo statunitense Keith Alexander, comandante dell’Us Cyber Command e direttore dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, lo spagnolo Joaquin Almunia, Commissario per la concorrenza della Commissione Europea, lo statunitense Roger Altman, presidente della Eversore Partners, il portoghese Luis Amado, presidente del Banco Internacional do Funchal, il norvegese Johan Andresent, proprietario e amministratore delegato della Ferd, il finlandese Matti Apunen, direttore Finish Businness and Policy Forum Eva, il turco Ali Babacan, vice primo ministro per gli Affari economici e finanziari, il portoghese Francisco Pinto Balsemao, presidente e Ceo di Impresa ed ex primo ministro, il francese Nicolas Baverez Partener della Gibson Dunn & Crutcher LLP, il francese Christophe Béchu senatore e presidente del Consiglio Generale del Maine et Loire e il turco Enis Berberoglu editore del quotidiano Hurriyet.
Tutti i nomi presenti sono personaggi abitualmente chiamati a partecipare, anche quando i vertici si tengono in altre nazioni, agli incontri del Bilderberg, di cui nessuno può negare l’esistenza e la tenebrosa presenza internazionale. A questi si aggiungono altri personaggi i cui nomi restano segreti, nonostante gli insiders provino in tutti i modi a stanarli.
Di cosa si è discusso in questo vertice mondiale di governanti e banchieri di tutte le specie? Sicuramente dell’andamento economico del globo, dell’eurozona e degli andamenti economici di nazioni che non ce la fanno a stare al passo con la tabella di marcia imposta dai mercati, tra cui il nostro. Indiscrezioni raccontano, però, che, oltre a euro-questioni, durante l’incontro siano state affrontate anche tematiche legate alla politica italiana e alla “spina” vaticana.
Secondo indiscrezioni, si sarebbe parlato anche di un eventuale commissariamento dell’economia dei Paesi più deboli della zona euro tra i quali, oltre alla Grecia e alla Spagna, guarda caso figura proprio l’Italia. Sarebbe stato puntualizzato come la questione della presenza della Chiesa cattolica, nel cuore delle questioni italiane, non sarebbe stata più rinviabile.
Insomma: per dirla brutalmente, chi governa il mondo deve avere il proprio Papa. Infatti, che la questione fosse tutta italiana è indicato dal fatto che l’incontro è stato organizzato proprio a Roma, dove i potenti del mondo hanno chiesto garanzie politiche ed economiche proprio ai banchieri di casa nostra, sempre disponibili e asserviti nei confronti delle lobby mondiali.
Tutto questo, però, potrebbe portare al disastro per l’Italia. Il primo passo della conquista totale del potere temporale è asservire il potere vaticano al nuovo ordine mondiale. Un grande passo da compiere nel cuore della capitale politica italiana. Una tesi portata avanti anche dal giornalista russo, Daniel Estulin, grande conoscitore del sistema di potere del gruppo di Bilderberg.
Ecco che, allora, il discorso si concentra sull’Italia. Parlando dell’Italia, Estulin ha svelato un piano che, se vero, non ci riserverebbe nulla di buono. Sono parole premonitrici:“Qualunque Governo che cercherà di ripagare il debito distruggerà il proprio Paese. Tutto quello che finora si è fatto è stato obbligare i cittadini a pagare il debito pubblico gonfiato dagli interessi usurai della finanza internazionale e aggravato nell’eurozona, dall’impossibilità di ricorrere, a costo zero, all’ossigeno della moneta sovrana. Dal momento che non possiamo pagare e non può farlo nemmeno il Governo, allora ci si rivolge alle istituzioni finanziarie internazionali”. Chiunque tenta di opporsi distruggerà il proprio Paese.
Il nuovo Papà? Secondo questo progetto mondiale dovrebbe essere proprio un italiano. Forse il già citato Cardinale Angelo Bagnasco? Sarà cosi? Vedremo se anche questa volta siamo stati chiaroveggenti come un anno fa.
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