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Non riesco a pensare e parlare di Resiliena Cattolica senza pensare a Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food. Cosa c’entra con l’apocalisse? E’ un piccolo Noè, e sebbene non si sbilanci raccontando cosa pensa del cattolicesimo, si comporta da uomo di azione. E questo gli fa onore. Soprattutto perchè ha dedicato 30 anni della sua vita a individuare i presìdi delle produzioni alimentari, partendo dal Creato, per passare ai campi, alle tipicità locali, e quindi le specificità, il genio loci, la cucina, la conoscenza e la promozione della qualità, della efficacia, della sicurezza, della soddisfazione del palato. Saperi, sapori, bauli di identità e rarità; prodotti e raccolti che stanno scomparendo e che lui ha cominciato a catalogare, difendere, diffondere, spiegare… Un vero mito del territorio che è stato apprezzato in tutto il mondo al punto di essersi guadagnato fama, prestigio, stima fino ad essere stato addirittura suggerito dal mondo della cultura come un ideale Presidente della Repubblica.

Quando penso a Carlin, penso agli Orti, ai Presìdi, alle Condotte dell’Arca della Bellezza. Slow Food come il FAI sono tra le poche strutture con cui avrei piacere di collaborare. Di certo sono un modello da imitare e da portare dentro i Borghi Eucaristici di Xenobia.

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Slow Food Story, l’avventura di Carlo Petrini diventa un film

La ricostruzione di Stefano Sardo presentata a Roma
di Luciano Pignataro
Un gruppo di amici che vivono di passioni, politica vino e cibo. È la storia
raccontata nel film «Slow Food Story», diretto da Stefano Sardo e presentato a Roma, che racconta la storia di Carlo Petrini, inventore e fondatore di Slow Food e Terra Madre. La pellicola, presentata all’ultimo Festival di Berlino, è prodotta da Indigo Film e Tico Film, e uscirà nelle sale il prossimo 30 maggio.
«Slow Food Story» è la storia di un gruppo di amici di provincia, Carlo, Giovanni e Azio, che vivono di passioni politiche, vino e cibo, affrontando ogni cosa con un approccio ironico, divertito e divertente, vero e verace.Tutto inizia negli anni Settanta in terra piemontese con la voce libera di Radio Bra, dove Carlo, detto Carlìn, scopre che la politica del potere non era interessante; poi ancora ‘Cantè ìeuv’, Cantare le uova, un vecchio rito contadino riesumato. L’avventura cultural-gastronomica di Carlo Petrini è appena cominciata: nascono gli ‘Amici del Barolò e negli anni Ottanta, proprio quando scoppia lo scandalo Metanolo, Carlìn fonda l’associazione ‘Arcigolà, anticamera di ciò che nacque tre anni dopo.Senza mai lasciare la sua Bra, Petrini lancia Slow Food, un movimento internazionale nato come resistenza al fast food, che oggi esiste in 150 paesi, dando inizio a una rivoluzione che va avanti da 25 anni e non dà cenno di volersi fermare, trasformando per sempre la gastronomia.

«L’impegno che abbiamo profuso in questi anni – dice Carlo Petrini – di riscattare la gastronomia da un circuito autoreferenziale, merita ancora di essere consolidato a livello internazionale. La soddisfazione che ho in questi ultimi tempi è vedere come i giovani stiano interpretando la nostra filosofia iniziale attraverso un percorso di vita: il ritorno alla terra, all’agricoltura, alla produzione del cibo, cose che solo dieci anni fa erano impensabili ora li vede protagonisti attivi. Io credo che il bello debba ancora arrivare, quando questo concetto di gastronomia, come scienza complessa e multidisciplinare, diventerà buona pratica».

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Slow Food Story Carlo Petrini Stefano Sardo Indigo documentario

La rivoluzione Slow di Carlo Petrini

Stefano Sardo presenta la rivoluzione ‘Slow’ di Carlo Petrini, dalla nascita a Bra alle ultime evoluzioni, di portata internazionale e globale.

slow food,carlo petrini,stefano sardo,indigo film,berlinale08/05/2013 – Mattia Pasquini

Slow Food Story di Stefano Sardo è uno dei pochi – e meritori – documentari italiani ad avere l’onore della distribuzione in sala; questo sicuramente grazie anche al tema. In un momento nel quale la cucina e la gastronomia impazzano su tutte le reti televisive, l’italia si riscopre un paese di cuochi e tutti idolatrano questo o quello chef, tornare a volgere l’attenzione sul movimento Slow Food trova sicuramente terreno fertile.

Dal 30 maggio, quindi, tutti – almeno a Roma, Milano, TOrino, Genova, Udine e poche altre cittadine del Nord – potranno vedere al cinema la storia di Carlo ‘Carlin’ Petrini, creatore di un fenomeno ormai più che ventennale, ma che oltre a intrecciarsi profondamente con le cronache italiane si propone come modello anche per il prossimo futuro, su scala planetaria.

Il documentario di Stefano Sardo – da sempre nel movimento, anche per tradizione familiare – ripercorre la genesi della rivoluzione ‘lenta’ iniziata da Petrini e dai suoi compagni a Bra alla fine degli anni ’70 con le radio libere, le ‘questue delle uova’ e le mille iniziative seguite, dall’ArciGola a Terra Madre.
Il tono è quello della celebrazione, la figura del demiurgo quasi messianica, ma la narrazione coinvolge. Merito di tanti interventi ben calibrati, e inseriti con i tempi e gli apporti giusti, e dei tanti contributi d’archivio, che mostrano una Italia che è andata cambiando davanti ai nostri occhi, e dentro i nostri piatti.

Ma quella del ‘Carlin’ è una ‘scommessa culturale’ non una scuola di cucina; una lente attraverso la quale trovare “nuovi paradigmi” e avviare “nuove riflessioni” utili per il mondo di oggi… “Niente piu del cibo ci porta a considerare quanto, per troppi anni, sia stata vincente l’insensatezza di chiedere sempre di più alla nostra terra”, dice il Patron Di Slow Food, “il nodo centrale è cambiare il paradigma ‘produttivistico’ che distrugge terra e mercato”. Perché la “gastronmia non è solo l’aspetto ‘ricettistico’ che tanto va di moda” e che fa sì che “ovunque, in qualsiasi momento, c’è sempre qualcuno in tv che delira” di cucina… La gastronomia è anche nella difesa di terre e culture che vengono abbattute dal profitto e dall’impoverimento, dal ‘Landgrabing’ – non a caso definito “una nuova forma di colonialismo, ancora più violento di quello classico” – che porta tanti giovani a esser trattati da schiavi per l’esproprio delle proprie terre.

“Un mare difficile da navigare” definisce la complessità della situazione moderna, una complessità della quale “bisogna avere consapevolezza”, invece di dormire “sull’autoreferenzialità di una gastronomia da Masterchef”, ma comunque “senza perdere di vista l’orizzonte del piacere”, centrale nella vita e nell’opera mostrata.

Un aiuto in questa missione verrà sicuramente anche da questo film, relegato a un pubblico di nicchia dalla trasmissione su Doc3 della Rai, ma anche – coraggiosamente – portato in sala dalla Indigo Film e Tucker, dopo esser stato presentato allo scorso Festival di Berlino nella sezione Kulinarischen Kino, dedicata a cinema e cibo.

“Portare un documentario in sala è una impresa complessa – dice Nicola Giuliano, tra i fondatori della Indigo – ma noi crediamo che questa fosse una storia che andava raccontata, ma anche che andasse vista”.  E aggiunge: “Non ci aspettiamo i numeri di Iron Man, ma crediamo che sia un gesto necessario in un Paese che perde la memoria come il nostro. Questi sono gesti di resistenza. Qualcosa di cui essere orgogliosi“. Nonostante i rifiuti raccolti da chi poteva decidere di trasmetterlo per il grande pubblico, per i soliti motivi… “C’è l’Auditel, lo share”, si sfoga il produttore, “l’unica legge è ‘quante persone lo vedranno’, e quante pubblicità potrà raccogliere”.

All’estero il film è già stato venduto in varie nazioni, dall’Irlanda (anche coproduttrice) alla Polonia, la Croazia e altri, ma è l’Italia la vera spina nel fianco. “C’è un gravissimo problema, nel nostro Paese, di politica culturale“, continua Giuliano, che ricorda un dato raggelante: “Siamo una delle nazioni con il maggior tasso di ‘analfabetismo funzionale’, che significa che il 47% delle persone che legge un testo, non lo capisce”. “Questa è la tragedia nazionle. Una tragedia che esula dal dibattito politico, ma passa anche da qui, dal disastro della scuola e di un Paese che non forma più”.

Se un modo per mettere a fuoco una situazione che ci riguarda, e migliorare la miopia che ci attanaglia, può nascere anche dai nuovi progetti di Carlo Petrini, sarà un nuovo successo, non solo per Slow Food.

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Berlino 2013, Slow Food Story: il lato “politico” del fondatore

Il documentario italiano, presentato al festival, non è incentrato solo sulla storia dell’associazione ma soprattutto sulla figura del suo fondatore di Carlin Petrini. Forse il più grande volto politico nascosto del nostro Paese. La pellicola fornisce anche chiave di lettura non banale della nostra attuale situazione

Berlino 2013, Slow Food Story: il lato “politico” del fondatore

Arrivato alla Berlinale 2013 nella sezione Culinary Cinema, Slow Food Story è un documentario italiano che non racconta tanto la storia dell’associazione del titolo quanto quella del suo fondatore, Carlo Petrini. Nonostante sia un documentario biografico (e per larga parte agiografico) molto convenzionale, Slow Food Story fornisce involontariamente anche una chiave di lettura non banale e soprattutto inedita sulla situazione politica italiana.

Che Slow food, come Il gambero rosso, la Guida dei vini italiani e tutte quelle attività che l’hanno preceduto temporalmente, siano state partorite dal brodo culturale della sinistra è fatto noto. Nate sulle pagine del manifesto o in coda alle feste dell’Unità le celebrazioni dei prodotti tipici si sono fatte sempre più articolate e complesse, strutturandosi con gli anni in vere associazioni, capaci ora di dare vita a convegni e di avere sedi in 50 paesi diversi, una vera potenza economica, prima che gastronomica, fondata sul più condivisibile dei principi, “quello del piacere”, come lo definisce lo stesso Petrini.

Eppure a guardare la maniera in cui è girato, montato e pensato Slow Food Story si comprende bene come la politica non sia solo la base ma anche la lettura secondaria di tutta l’impresa Slow food e di quello a cui ha dato vita. Non che Petrini ne faccia mistero, anzi rivendica sempre il substrato politico delle proprie azioni, ma i bambini baciati in piazza, le visite in Africa, i convegni gestiti come comizi, le foto con i potenti del pianeta e ancora gli incontri con Carlo d’Inghilterra, le strategie di riqualificazione e i piccoli colloqui con gli attivisti imbarazzati di fronte al grande capo, dicono molto di più, creano una precisa iconografia, anzi ne ricalcano una, quella del leader carismatico e riconosciuto. Il documentario, involontariamente, svela il Petrini politico. Anche se non si presenta, non sta in parlamento e non ha rapporti diretti con alcun partito, quello che fa Petrini non solo è politica, ma è forse anche l’unica politica seria di questi anni.

Se da tempo abbiamo smesso di dividerci tra persone di destra, di sinistra e cattolici (le denominazioni sono rimaste per comodità ma tutti sanno che dietro quelle definizioni non c’è che un’ombra di quel che una volta significavano), è sempre più evidentemente che siamo costantemente divisi tra progressisti e conservatori, senza che però queste due categorie siano attribuite univocamente a destra e sinistra come una volta. Da Slow food story emerge con chiarezza disarmante come Petrini, uomo storicamente e fieramente di sinistra, sia infatti il leader maximo del conservatorismo, un movimento che parte dal cibo ma si allarga alle tradizioni in senso lato e quindi alla mentalità refrattaria al mutamento. Non a caso incontrando diverse simpatie e stima dall’estrema destra, felici di essere uniti sotto una bandiera inattaccabile.

Quello di Slow food è uno scopo con cui non si può non concordare: migliorare la qualità degli alimenti che compriamo e mangiamo, dargli il valore e la dignità che meritano. Nella maniera in cui è condotta la sua battaglia (a partire dal nome) è però compresa la lotta al suo opposto, inteso come fast food ma anche come integrazione e mescolanza di diverse realtà, contaminazione con culture altre per dare vita a qualcosa di nuovo che inevitabilmente prende il posto di quello che c’è adesso. Il progresso, non tecnologico ma umano, economico e sociale, si realizza anche attraverso la morte di ciò che era per fare spazio al nuovo. Il nuovo, di contro, non è mai accettato come migliore del vecchio. Mai. Eppure il progresso è l’unica cosa che conti.

Ecco perché il documentario Slow Food Story, nato per essere un’agiografia di Carlin Petrini, non fa che svelarne la natura di leader politico del movimento conservatore più radicato e di successo che ci sia, il nocciolo duro della mentalità anti progressista del paese e il suo volto più splendido e presentabile, quello con cui tutti concordiamo.

A cura di Gabriele Niola

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Slow Food e Terra Madre: lettera a Carlo Petrini

4 ottobre 2012

In attesa della tre giorni del Salone del Gusto / Terra Madre, che si terrà a Torino, e del presidio di controinformazione e protesta contro l’allevamento “sostenibile” organizzato per domenica 28 ottobre, pubblichiamo qui la lettera che abbiamo inviato a Carlo Petrini, presidente di Slow Food, come Progetto BioViolenza.

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Egr. Carlo Petrini,

a nome degli attivisti animalisti che in questi anni si stanno occupando dell’analisi di quella che noi definiamo “bio-violenza” o “happy meat” (vedi www.bioviolenza.blogspot.it/), vorrei ricordarle alcune questioni di cui abbiamo discusso sia con lei direttamente che con alcuni rappresentanti di Slow Food.

Al Salone del Gusto di Torino di due anni fa, gli animalisti hanno distribuito per tre giorni migliaia di volantini per denunciare la mancanza di un punto di vista etico diverso dal vostro in un evento che fa dell’etica il suo cavallo di battaglia. Con un blitz all’assemblea finale di “Terra Madre”, davanti a migliaia di delegati e giornalisti da tutto il mondo, alcuni attivisti si erano conquistati anche lo spazio per evidenziare quella posizione, tutta antropocentrica, di chi discetta di etica, benessere e sostenibilità, mentre nello stesso tempo non riesce ancora a fare a meno dello sfruttamento e dell’uccisione di altri viventi senza porsi problemi di coscienza, per’altro in sintonia con fette importanti di popolazione “sensibile” e di realtà produttive “sostenibili”, sia per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori, lo sviluppo locale e la tutela dell’ambiente, ma non ancora, purtroppo, nei confronti della sofferenza degli animali.

Abbiamo contestato “Slow Fish” a Genova. Se i mammiferi sembrano meritare almeno un abbozzo di discussione sulle modalità con cui dovrebbero poter condurre la loro breve vita, è evidente che i pesci non godono nemmeno della minima considerazione. L’unico problema che Slow Food considera sono i danni agli ecosistemi, all’ambiente, alla quantità di fauna marina disponibile. Della sofferenza dei pesci non interessa nulla a nessuno, neppure ai vostri “esperti” biologi marini che negano ancora, nonostante i molti studi di etologi illustri sull’argomento, che il sistema nervoso dei pesci sia sensibile al dolore in modo paragonabile a quello dei mammiferi (nel caso volesse approfondire, abbiamo una registrazione -che possiamo spedirle- con il Presidente del Comitato Scientifico, dott. Silvio Greco, che durante il colloquio con una nostra delegazione a “Slow Fish” anacronisticamente sosteneva una differenza qualitativa della sofferenza tra pesci e altri animali terrestri – sic).

In queste circostanze ci avete detto che il dialogo con gli animalisti è auspicabile, che dovrebbe essere incentivato e ci avete spronato ad un confronto, e siamo qui a ribadire e rinnovare la nostra disponibilità.

Molte persone che gravitano intorno a Slow Food sono anche animaliste: lo dimostrano, oltre alla quantità dei vostri associati vegetariani e vegani, gli applausi che hanno accompagnato le parole di protesta a favore della “liberazione” animale durante il blitz di cui sopra. Anche per questo riteniamo doveroso proporre la discussione etica sull’importanza della vita dei singoli individui animali al centro del vostro/nostro dibattito.

Chiediamo quindi di partecipare alla prossima edizione del Salone del Gusto di Torino con un intervento corposo e non occasionale, fortuito o strappato con la furbizia. Vorremmo dunque concordare con lei direttamente (o con uno degli organizzatori principali dell’evento) le modalità di un nostro intervento, in occasione della Conferenza finale di “Terra Madre”. Vorremmo dare voce agli ospiti muti che, loro malgrado, parteciperanno alla fiera, nella speranza di aprire un dibattito serio e costruttivo sull’utilizzo degli animali nella produzione, mettendo in discussione anche il concetto – per noi ambiguo – di “benessere animale”. Uno spazio ufficiale con pari dignità rispetto agli altri potrebbe dimostrare che, almeno sul piano del dibattito, il tema dei soggetti animali ha analoga considerazione rispetto agli altri importanti temi etici di cui Slow Food si è fatta carico in questi anni. Siamo certi che, a differenza di come è stato in passato, si possa reciprocamente considerare il dibattito sul tema come un’importante opportunità di confronto.

Bio-violenza

http://www.bioviolenza.blogspot.it

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Carlo Petrini (gastronomo)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Carlo Petrini al congresso Identità Golose Milano nel 2010

Carlo Petrini conosciuto come Carlin (Bra, 22 giugno 1949) è un gastronomo, giornalista e scrittore italiano, fondatore dell’associazione Slow Food.

Biografia

Carlo Petrini nasce da una famiglia ove la madre è un’ortolana cattolica ed il padre un ferroviere comunista[1]. La sua nascita è degna di nota, poiché nasce in casa da una levatrice che era chiamata Madama Gola. In estate frequentava le colonie estive presso Laigueglia in Liguria, terra che lo ospiterà anche più tardi, nel periodo della leva militare, alla quale adempirà alla Caserma Turinetto di Albenga presso l’ 89esimo reggimento.[2] Anni dopo tornando a Laigueglia dichiarerà:

« Il turismo del futuro? Parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla capacità di essere felici, dalla loro cura verso la terra che abitano. I turisti arriveranno di conseguenza[3] »

Carlo Petrini conduce i propri studi in sociologia presso l’Università degli studi di Trento e partecipa attivamente all’attività politica, venendo eletto consigliere comunale per la lista del Partito di Unità Proletaria a Bra.

Si occupa di enogastronomia dal 1977 sui principali periodici e giornali italiani e partecipa attivamente alla nascita del Gambero Rosso, inizialmente inserto mensile del Manifesto.

In questo periodo, tramite l’Arci, collabora con il Club Tenco ed è lo scopritore, nel 1980, delle Gemelle Nete.

Fonda la “Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo”, che diventerà nel luglio 1986 Arcigola, mantenendo forti legami col Gambero Rosso e con la rivista La Gola. È ideatore di importanti manifestazioni ormai di rilievo internazionale come Cheese, il Salone del Gusto di Torino e la recente manifestazione Terra Madre, giunta nel 2010 alla quarta edizione, che si svolge a Torino in contemporanea al Salone del Gusto.

Il 9 dicembre 1989 a Bra viene fondato il Movimento Internazionale Slow Food. Ha curato l’edizione della Guida ai Vini del Mondo ed è stato curatore della Guida ai Vini d’Italia, tra le più prestigiose in materia[senza fonte]. Come giornalista ha collaborato tra le altre testate con l’Unità e La Stampa; dal 2007 è una firma di Repubblica.

È in prima linea in una battaglia contro gli OGM[4], trovandosi spesso in disaccordo con esponenti del mondo scientifico, favorevoli alla produzione degli Organismi geneticamente modificati[5].

Il 23 maggio 2007 viene nominato tra i 45 membri del Comitato promotore nazionale per il Partito Democratico.[6] Nell 2008 il quotidiano inglese Guardian lo posiziona tra le 50 persone che potrebbero salvare il pianeta. [1]

Viene indicato da Michele Santoro nel 2013 come probabile ministro per un governo.[7]

Riconoscimenti

  • 2000 Viene insignito del premio Communicator of the Year Trophy (istituito dalla IWSC, International Wine and Spirit Competition)
  • 2002 Riceve il Premio Sicco Mansholt, indetto dall’omonima fondazione olandese, per l’attività intrapresa da Slow Food a supporto e difesa di un nuovo modello di agricoltura sostenibile.
  • 2004 Viene inserito da «Time Magazine» tra gli “eroi del nostro tempo” nella categoria «Innovator».
  • 2010 Vince il Premio Nazionale Cultura della Pace[8].
  • 2013 Vince il Premio Fionda di Legno perché si è fatto promotore di battaglie importanti contro gli ogm, in difesa del territorio e della dignità del lavoro.[9]

Nutrire il pianeta

Carlo Petrini è in Italia uno dei convinti sostenitori di una agricoltura maggiormente “compatibile”, individuando in essa anche una modalità di maggiori rese[10]. In contrapposizione a questo assunto vi sono coloro, come il premio Nobel Norman Borlaug, il padre della rivoluzione verde, o l’agronomo Antonio Saltini, che prevedono invece un futuro in cui si assisterà ad un nuovo drammatizzarsi del problema delle carenza di derrate alimentari[11] a causa dell’esaurirsi delle potenzialità delle scoperte e dei mezzi tecnici che hanno consentito in cinque decenni di triplicare le produzioni cerealicole del globo.

Bibliografia

  • Carlo Petrini, Buono, Pulito e Giusto. Principi di una nuova gastronomia, Einaudi
  • Carlo Petrini, Slow Food Revolution, Rizzoli.
  • Carlo Petrini, Slow Food. Le ragioni del gusto, Laterza.
  • Carlo Petrini, Atlante delle vigne di Langa. Barolo e Barbaresco, Slow Food Editore.
  • Carlo Petrini, Gigi Garanzini, In Francia con l’Italia, Baldini e Castoldi Dalai.
  • Carlo Petrini, Marisa Radaelli, Carlo Leidi, La morra nel cuore del Barolo. Storie e immagini di una delle capitali del vino, GRH.
  • Carlo Petrini, Terra madre. Come non farci mangiare dal cibo (con DVD), Giunti editore, 2009 ISBN 978-88-09-74436-3

Note

  1. ^ a b Carlo Petrini. URL consultato in data 14 aprile 2013.
  2. ^ . URL consultato in data 14 aprile 2013.
  3. ^ Il turismo del futuro. URL consultato in data 14 aprile 2013.
  4. ^ Ogm – Perché dico dieci volte no
  5. ^ Vedi: Rapporti, articoli scientifici e giornalistici che difendono l’uso degli OGM (Organismi Geneticamente Modificati)
  6. ^ Pd, è nato il comitato dei 45 Prodi: “Nessuna egemonia Ds o Dl”, La Repubblica, 23 05 2007. URL consultato in data 24 marzo 2012.
  7. ^ Michele Santoro candida Carlo Petrini di Slow Food ministro delle Politiche Agricole. URL consultato in data 14 aprile 2013.
  8. ^ «Carlo Petrini vince il Premio Nazionale Cultura della Pace – Città di Sansepolcro X Edizione, consegnato dall’Associazione Cultura della Pace e dal Comune di Sansepolcro il 4 Dicembre 2010, per aver saputo, con la sua azione ed il suo impegno in Slow Food, creare nei cittadini e negli operatori del settore agroalimentare, la consapevolezza di essere protagonisti nella lotta per la riaffermazione delle specifiche diversità e tipicità. Questa stessa consapevolezza va a contrastare l’azione omologante, seriale e poco naturale portata avanti dalle grandi multinazionali del cibo trasformando l’atto del consumo in una scelta innovatrice e politica, attenta alla conservazione del giusto equilibrio tra Uomo e Terra, contribuendo a costruire, in tal modo, una nuova convivenza pacifica dei tanti diversi che condividono la medesima umanità». Premio Premio Cultura della Pace – Città di Sansepolcro a Carlo Petrini, in Associazione Cultura della Pace. URL consultato il 07-12-2010. Cfr. anche Anna Maria Citernesi, A Carlo Petrini di Slow Food il premio «Cultura della pace». La Nazione, 17 novembre 2010, e Corinne Minore, Premio “Cultura della pace” a mister Slow Food. Il Nuovo Corriere Aretino, 17 novembre 2010.
  9. ^ Albenga, consegnata la “Fionda” a Carlo Petrini: “Con le fiondate vorrei fermare chi distrugge il paesaggio dell’Italia”. URL consultato in data 14 aprile 2013.
  10. ^ slowweb
  11. ^ Confronta: Antonio Saltini La fame del Globo (1986-2008)

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Petrini: il prossimo obbiettivo è la lotta al degrado dell’ambiente

mercoledì 8 maggio 2013

E’ una rivoluzione quella di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, immense realtà, ormai presenti in tutto il mondo, che, a partire dai valori etici del cibo, integrati alle produzioni di qualità tramandati dalla tradizione, hanno messo in discussione i sistemi di produzione e consumo delle grandi economie di mercato.

E’ bastato ricreare quelle suggestioni, tipiche dell’Italia rurale, fatte di sapori genuini e produzioni tipiche locali, per innescare un generale ritorno ai veri sapori di una volta, talmente forte da arrivare alla tavola di Obama (l’orto di Michelle è ispirato proprio a Slow Food). La rivoluzione di Carlo Petrini è diventata il soggetto di un film, nelle sale il 30 maggio, intitolato appunto “Slow Food Story”. Un documentario diretto da Stefano Sardo, che racconta il percorso dell’organizzazione no profit che oggi ha un università e 85mila soci in 130 Paesi.

Slow Food ha dimostrato che la gastronomia non è solo ricette e chef: ”In realtà dietro la gastronomia – dice Petrini a La Stampa –  c è agricoltura, zootecnia, chimica, fisica, antropologia e economia politica. Questa visione allargata della gastronomia ha fatto si che potesse diventare anche espressione di un movimento politico, che non è solo Slow Food oggi, ma è molto di più nel mondo”. Ma per Petrini c’è ancora tanto da fare. “La sfida che abbiamo davanti più importante – dice – è la lotta al degrado dell’ambiente, che in buona parte è da imputare a una produzione del cibo massiva e a un concetto di spreco che non ha pari nella storia”.

Inutile ricordarlo ma il consumo di selvaggina, il richiamo alle tradizioni venatorie e l’impegno dei cacciatori nel preservare ambienti altrimenti lasciati in stato di abbandono, sono tutti punti in sintonia con il movimento di Petrini, su cui sarebbe necessario puntare maggiormente anche per affermare i principi di sostenibilità ambientale della caccia.
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La storia di Slow Food

1986 – Si costituisce nelle Langhe (Piemonte) l’associazione Arcigola.
1988 – Primo congresso nazionale di Arcigola in provincia di Siena. Esce la prima edizione di Vini d’Italia, che diverrà la più venduta guida enologica in Italia.
1989 – Nasce all’Opéra Comique di Parigi il Movimento Internazionale Slow Food e ne viene sottoscritto il Manifesto.
1990 – Primo congresso a Venezia di Slow Food. Con la pubblicazione di Osterie d’Italia, nasce Slow Food Editore.
1992 – Slow Food Deutschland apre la propria sede in Germania.
1993 – Slow Food Svizzera apre la propria sede a Zurigo.
1994 – Slow Food organizza la manifestazione Milano Golosa, banco di prova per quello che diventerà il Salone del Gusto a Torino.
1996 – Ad aprile esce in italiano, inglese e tedesco il primo numero di Slow, messaggero di gusto e cultura, la rivista internazionale di Slow Food. A fine novembre la prima edizione del Salone del Gusto a Torino, dove è presentato il progetto dell’Arca del Gusto.
1997 – Il convegno Dire fare gustare sancisce l’inizio del progetto di educazione alimentare e del gusto di Slow Food. A Bra si svolge Cheese – Le forme del latte, prima edizione della rassegna internazionale dedicata ai formaggi. A Orvieto, secondo congresso internazionale di Slow Food.
1998 – A Torino, durante il secondo Salone del Gusto, si tiene un congresso internazionale straordinario per concludere i lavori di Orvieto 97′.
1999 – Slow Food lancia la raccolta di firme in difesa del patrimonio enogastronomico italiano per chiedere la revisione del regolamento europeo Haccp. In occasione del Congresso di Slow Food Australia, è introdotto il concetto dell’associazione come movimento eco-gastronomico.
2000 – Prende il via il progetto dei Presìdi, interventi mirati sul territorio per salvaguardare o rilanciare piccole produzioni artigianali a rischio di estinzione. Slow Food USA apre la propria sede a New York. A Bologna, prima edizione del Premio Slow Food per la difesa della biodiversità. Terza edizione del Salone del Gusto.
2001 – Si inaugurano i nuovi siti internet di Slow Food (in italiano e inglese): http://www.slowfood.it e http://www.slowfood.com. Slow Food lancia la campagna No gm Wines, contro la commercializzazione in Europa di viti transgeniche, e stila il Manifesto in difesa dei formaggi a latte crudo. Avvia un nuovo progetto educativo per adulti: il Master of Food.
2002 – A Torino, terza edizione del Premio Slow Food e quarta del Salone del Gusto, con 138 000 visitatori e la presentazione dei primi 30 Presìdi internazionali.
2003 -Si costituisce la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, che sostiene i Presìdi e l’Arca del Gusto. Nasce Slow Food France, con sede operativa a Montpellier, che organizza la prima edizione di Aux origines du goût, mostra-mercato biennale dei terroirs di Francia e non solo. A Napoli si svolge il quarto Congresso Internazionale Slow Food, con delegati da oltre 50 Paesi.
2004 – La Fao riconosce ufficialmente Slow Food come organizzazione no profit con cui instaurare un rapporto di collaborazione. Si inaugura la rinnovata Agenzia di Pollenzo (Cn) che ospita la prima Università di Scienze Gastronomiche, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Genova ospita la prima edizione di Slow Fish, rassegna dedicata alla pesca e al pesce sostenibile. A Yufuin, in Giappone, congresso di fondazione di Slow Food Japan. Contemporaneamente al quinto Salone del Gusto, a Torino si svolge la prima edizione di Terra Madre, con la partecipazione di circa 5000 delegati da 130 Paesi.
2005 – Si riuniscono in Sicilia gli Stati Generali dei Presìdi Slow Food italiani per lanciare una grande campagna a favore delle produzioni artigianali eccellenti che rischiano di scomparire. Si inaugura il Salao das Comunidades do Alimento, primo grande evento organizzato da Slow Food in Brasile.
2006 – Slow Food compie 20 anni, celebrandoli in occasione del VI Congresso Nazionale di Slow Food Italia (Sanremo, 9-11 giugno). Slow Food Usa costituisce il Terra Madre Relief Fund, fondo speciale per aiutare le comunità del cibo della Louisiana colpite dall’uragano Katrina. Apre a Ludlow la sede nazionale di Slow Food Uk. Sesto Salone del Gusto.
2007 – Slow Food aderisce alla coalizione ItaliaEuropa – Liberi da ogm, la quale riesce a raccogliere attraverso un referendum popolare più di tre milioni di voti. A Brasilia si svolge la prima edizione di Terra Madre Brasile. A Montpellier Slow Food organizza la prima edizione di Vignerons d’Europe, meeting di vignaioli da tutto il continente. Dall’8 all’11 novembre in Messico il quinto Congresso internazionale di Slow Food riunisce 600 delegati da tutto il mondo.
2008 – La rete di Terra Madre organizza meeting in Olanda e Irlanda. A San Francisco, Slow Food Usa organizza Slow Food Nation. Per la prima volta a Bologna si tiene Slow Food on Film, festival internazionale di cinema e cibo. La settima edizione del Salone del Gusto a Torino stabilisce il record di 180.000 visitatori. Parallelamente si svolge la terza edizione di Terra Madre. Slow Food e la Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus inaugurano a Montevarchi (Toscana) i Mercati della Terra, rete mondiale di mercati contadini.
2009 – Si svolgono Terra Madre Tanzania, Argentina, Bosnia, Norvegia e Austria. A novembre a Tours (Francia) si tiene la prima edizione di Eurogusto, la biennale europea del gusto e dell’alimentazione. A dicembre si svolge in Toscana la seconda edizione di Vignerons d’Europe. Il meeting ha riunito 1000 vignaioli da tutto il continente. Il 10 dicembre (ventennale di Slow Food) si tiene in tutto il mondo la prima edizione del Terra Madre Day, uno dei più importanti eventi collettivi di celebrazione del cibo buono, pulito e giusto. Più di 1000 appuntamenti in 150 Paesi hanno coinvolto oltre 2000 comunità del cibo e circa 200 000 persone.
2010 – A maggio si svolge il VII Congresso Nazionale di Slow Food Italia. A settembre al Festival del Gusto di Ustikolina (Bosnia Erzegovina) si sono riuniti i Presìdi dei Balcani. L’ottavo Salone del Gusto batte di nuovo il record di visitatori: 200 000. Contemporaneamente quarta edizione di Terra Madre. Nel mondo si svolgono sette edizioni nazionali di Terra Madre. In ordine cronologico: Brasile, Argentina, Balcani, Georgia, Corea, Kazakistan, Azerbaijan. Il 10 dicembre si tiene il secondo Terra Madre Day: oltre 1100 eventi in 160 Paesi. L’obiettivo dell’iniziativa è stato raccogliere fondi per la realizzazione di 1000 orti in Africa.

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Progetto Orto in Condotta

Orto in condottaconta in Italia 435 orti e quasi 100 condotte Slow Food coinvolte.

A metà degli anni Novanta nasce a Berkeley (California) il primo School Garden di Slow Food, pensato e “coltivato” da Alice Waters, vice-presidente Slow Food Internazionale.

In Italia l’Orto in Condotta prende avvio nel 2004 divenendo lo strumento principale delle attività di educazione alimentare e ambientale nelle scuole.

Insieme agli studenti, gli insegnanti, i genitori, i nonni e i produttori locali sono gli attori del progetto, costituendo la comunità dell’apprendimento per la trasmissione alle giovani generazioni dei saperi legati alla cultura del cibo e alla salvaguardia dell’ambiente. Tutti questi soggetti hanno la possibilità di fare rete tra di loro e di scambiarsi idee e esperienze anche a distanza grazie alla piattaforma virtuale Grow the Planet.

Slow Food festeggia gli Orti in Condotta a livello nazionale l’11 novembre, giorno della festa di San Martino, data tradizionalmente dedicata alla messa a riposo dei campi.

Ogni anno il progetto Orto in Condotta ha un tema attorno al quale ruotano le attività fatte dalle scuole in campo e in aula. Nell’anno scolastico 2012/2013 l’argomento scelto è la FRUTTA.

Tutte le scuole che hanno risposto correttamente alle domandone sulla frutta, poste in occasione della festa dell’11 novembre, hanno vinto la pubblicazione, a turno, sul nostro sito di un lavoro fatto dai ragazzi sul tema dell’anno. Segui la rubrica “La frutta raccontata da…

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Filosofia

La filosofia di Slow Food attraversa i campi dell’ecologia, della gastronomia, dell’etica e del piacere. L’associazione si oppone al processo di standardizzazione dei gusti e delle culture e dello strapotere dell’industria agroalimentare.

Tutti hanno diritto al piacere, quindi bisogna difendere le culture, le tradizioni e i saperi che rendono possibile questo piacere.

La nostra associazione promuove una neogastronomia che abbraccia tutta la complessità del mondo del cibo che coinvolge le nostre vite e le vite di tutti in un intreccio di saperi e sapori che non riguardano soltanto il cibo, ma che da esso sono strettamente dipendenti.

Le finalità di Slow Food sono:

  • Educare al gusto, all’alimentazione, alle scienze gastronomiche.
  • Salvaguardare la biodiversità e le produzioni alimentari tradizionali ad essa collegate: le culture del cibo che rispettano gli ecosistemi, il piacere del cibo e la qualità della vita per gli uomini.
  • Promuovere un nuovo modello alimentare, rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione, creando una rete virtuosa di relazioni internazionali e una maggior condivisione di saperi.

Co-produttori
Tutti noi con le nostre scelt e alimentari possiamo cambiare le modalità di produzione di cibo. Noi preferiamo chiamare in consumatore consapevole e informato co-produttore per sottolineare il suo ruolo attivo come parte integrante del processo di produzione del cibo.

Identità locale
Siamo impegnati nella salvaguardia di un cibo tradizionale, sostenibile e di qualità. Per questo operiamo per tutelare la biodiversità agroalimentare e culturale. Conservando le specificità del cibo locale e delle tradizioni contadine, i saperi delle comunità possono giocare un ruolo fondamentale per proteggere gli ecosistemi e per promuovere una produzione sostenibile.

Scarica il Manifesto della qualità alimentare secondo Slow Food

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Carlo Petrini all’ONU il 14 maggio

Comunicato stampa. Il presidente internazionale e fondatore di Slow Food interviene al Forum Permanente dell’ONU sulle questioni indigene. Per la prima volta è invitato a parlare un esponente della società civile non appartenente alle popolazioni indigene.

Diritto al cibo, sovranità alimentare e salvaguardia della biodiversità. Questi alcuni dei temi affrontati da Carlo Petrini, presidente internazionale di Slow Food, nel discorso in programma il 14 maggio al Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle questioni indigene. Per la prima volta nei dieci anni di storia del Forum interverrà un esponente della società civile non appartenente alle popolazioni indigene. Nei precedenti incontri, infatti, le relazioni sono state affidate a rappresentanti delle popolazioni indigene, dei governi o a funzionari delle stesse Nazioni Unite.

Il presidente di Slow Food sarà affiancato da Olivier De Schutter, Special Rapporteur per il diritto al cibo, da esponenti della FAO (Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura), delle popolazioni indigene e dei governi.

«Stiamo attraversando un periodo difficile, e saper guardare indietro alle nostre tradizioni e a sistemi alimentari più sostenibili non è stupida nostalgia. La reintroduzione di produzioni alimentari locali è la risposta per nutrire il pianeta, è l’attivazione della vera democrazia, la partecipazione di tutti per il bene comune» afferma Petrini. «Per troppo tempo la produzione del cibo ha voluto estromettere o limitare i saperi delle donne, degli anziani e degli indigeni, relegandoli al fondo della scala sociale. Ma il monito della Natura è ben più grave della crisi finanziaria, ci chiama a riflettere su un destino tragico per l’esistenza stessa dell’umanità, se non si cambiano marcia e percorso. E proprio “gli ultimi” saranno quelli che indicheranno la strada giusta. Avremo bisogno della sensibilità delle donne e del loro pragmatismo, della saggezza degli anziani e della loro memoria, ci accorgeremo che i popoli indigeni hanno la chiave per un approccio più sostenibile al diritto al cibo, perché da sempre praticano l’economia della natura».

A invitare Carlo Petrini al Forum, Phrang Roy, direttore dell’Indigenous Partnership per l’agrobiodiversità e la sovranità alimentare delle popolazioni indigene, di cui Slow Food fa parte. La Partnership riunisce le comunità indigene impegnate nella difesa del loro diritto al cibo e nella promozione di pratiche ambientali sostenibili, in stretta collaborazione con ricercatori ed esperti che ne condividono i principi.

Da tempo Slow Food collabora con le comunità indigene, sia attraverso i progetti della Fondazione per la Biodiversità – Onlus che con la rete di Terra Madre, che riunisce al suo interno agricoltori, pescatori, cuochi ed esperti da tutto il mondo. Nel 2011 Slow Food ha organizzato il suo primo Terra Madre Indigenous People in Svezia, mentre il prossimo sarà in India nel 2014.

E come ricorda ancora Petrini: «Un vecchio detto dei nativi americani recita: “Insegna ai tuoi figli che la Terra è nostra madre, tutto ciò che accade alla Terra accadrà ai figli della Terra. Se gli uomini sputano in terra, sputano su sé stessi. Questo noi sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, ma è l’uomo che appartiene alla Terra. La Terra vale più del denaro e durerà per sempre”. Tutta l’umanità è in debito con i popoli indigeni che hanno saputo nella pratica quotidiana mantenere questi principi».

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Soltanto sabato prossimo conosceremo la lista dei candidati del PD al Parlamento. Tra di loro spunta il nome del creatore di Slow Food
Autore originale dell’articolo:

Dovremo aspettare sabato 5 gennaio per sapere quali saranno i nomi in lista del PD per il Parlamento, Camera e Senato. L’attesa è interessante perché tra i possibili candidati spiccano alcuni nomi importanti del mondo dell’enogastronomia italiana: Oscar Farinetti e Carlo Petrini. Il primo è l’ideatore di Eataly, catena di negozi delle tipicità italiane che sta avendo un grande successo in Italia e all’estero, e il secondo è, come tutti sanno, fondatore di Slow Food e, più recentemente, ideatore di Terra Madre, la grande rassegna mondiale dedicata all’agricoltura e agli agricoltori.
Lo scrive oggi sul suo sito web la cronaca di Torino de La Repubblica, ricordando che “il patron di Eataly, Oscar Farinetti, farebbe parte di una lista consegnata dal sindaco di Firenze Matteo Renzi a Bersani con dentro anche Carlin Petrini e Alessandro Baricco. Nessuno di questi però sembra intenzionato a scendere in campo. Circola anche il nome del noto mediconutrizionista Giorgio Calabrese, primo escluso al Senato nel 2008.
Non intendiamo certo entrare nel dibattito interno al PD sulle candidature, ma non possiamo fare a meno di prendere spunto da queste indiscrezioni (sabato conosceremo l’esito di questa interessante vicenda politica) per riflettere sul fatto che sarebbe importante che in Parlamento, sia alla Camera e sia al Senato, sedessero, tra le file dei vari partiti che ne faranno parte, personaggi che hanno a cuore alcuni temi importanti per l’economia del nostro Paese. Temi che, anche alla luce dei recenti dibattiti sulle “entrate” o “salite” in campo, non hanno trovato spazio sufficiente, ma che invece sono strategici per disegnare un futuro per il nostro Paese innovativo sul piano della crescita sostenibile e della creazione di nuovi posti di lavoro.
L’agricoltura, l’enogastronomia, le economie delle produzioni tipiche, dell’olio e del vino, dei paesaggi e dell’ambiente che di queste produzioni sono i custodi naturali, sono argomenti che sfuggono colpevolmente dal dibattito politico a destra come a sinistra, e anche al centro, tanto per non scontentare nessuno.
Perciò sarebbe importante che i ogni lista vi fosse un Carlo Petrini, ovvero personaggi che conoscono bene le istante dei territori, delle economie locali che si fondano sulle produzioni tipiche e sull’agricoltura, che conoscano il valore dell’associazionismo e l’importanza delle reti locali, affinché questi argomenti possano trovare sempre più spazio nelle norme e nelle leggi che il Parlamento sarà chiamato ad approvare.
Proviamo ad elencare alcune questioni: la tutela dei prodotti tipici nazionali in sede europea e mondiale contro le contraffazioni; la salvaguardia degli ambienti agricoli di alto pregio paesaggistico e culturale (ed esempio coltivazioni antiche, vigneti storici, ecc.); la ripresa della proposta di legge per mettere fine al consumo del suolo agricolo; l’incentivazione della produzione di forme di energia alternativa e rinnovabile; il sostegno alle produzioni biologiche; sgravi fiscali per chi assume in agricoltura; finanziamenti per la ricerca e l’innovazione tecnologica a sostegno dell’agricoltura e delle produzioni tipiche di qualità; la tutela – condivisa con gli agricoltori – dei paesaggi agricoli; la salvaguardia di forme antiche di produzioni agro alimentari ed enoligiche; il sostegno allo sviluppo delle strade dei vini dei sapori rifinanziando la legge che le ha istituite nel 1998; un maggiore coordinamento tra le azioni di tre Ministeri chiave: agricoltura, ambiente e turismo. L’elenco potrebbe continuare ancora.
Non sappiamo se Carlo Petrini sarà candidato, stando alle indiscrezioni dell’articolo già citato, sembra reticente ad accettare tale proposta; certo è che occorre che in Parlamento siedano persone che abbiamo – nelle loro diverse competenze – certi temi ai primi posti della loro azione politica. Così come le forze politiche che ancora stentano a far conoscere cosa intendono fare, ad esempio, per sostenere l’agricoltura italiana che, assieme all’enogastronomia e all’ambiente, alla cultura e alla storia, costituiscono – se messe assieme in modo strategico e coordinato – la nostra vera grande “industria” del futuro.
Carlo Petrini fa parte di un movimento che appartiene e conosce bene l'”associazionismo” ed il suo valore nella rinascita dell’attenzione su un’agricoltura di qualità e su territori di qualità; per questo il suo contributo sarebbe davvero importante.

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20 marzo 2013

Cari soci,
Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le notizie (su quotidiani e siti) circa un mio possibile ruolo come futuro Ministro dell’Agricoltura. Non so dirvi se sono solo ipotesi dei quotidiani o se corrispondono a effettive intenzioni di qualche soggetto politico, tuttavia poco importa. Quando anche questa ipotesi dovesse essere concreta, non è mia intenzione ricoprire in alcun caso un ruolo in qualsiasi futuro Governo. Penso semplicemente che non sia il mio mestiere e penso di poter servire l’agricoltura del nostro Paese molto di più e molto meglio se proseguo nel mio impegno con Slow Food e Terra Madre. A queste due realtà, e all’Università di Scienze Gastronomiche, ho dedicato tutta la mia vita e sento il bisogno di portare a termine questa missione. E’ lo stesso motivo per cui in passato ho declinato più volte la proposta di candidarmi a sedere in Parlamento. Non è spocchia o scarsa considerazione delle istituzioni, che anzi più che mai oggi hanno bisogno dell’impegno delle migliori forze del Paese. E’ coscienza del limite e senso di responsabilità verso ciò che mi sono già impegnato a fare. Quello che Slow Food propone, non solo al nuovo Governo ma al Parlamento tutto, l’abbiamo scritto durante la campagna elettorale e chiunque può fare proprie le nostre proposte. Lasciamo a quelli che abbiamo delegato attraverso il nostro voto il compito di dare un Governo e delle buone leggi al nostro Paese.

Carlo Petrini

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Carlo Petrini, Terra Madre

Carlo Petrini,

Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo,

Slow Food Editore, Bra 2009, pp. 175

di Dario Bevilacqua

Terra Madre nasce nel 2004 da una brillante idea di Carlo Petrini – fondatore e presidente di Slow Food, nonché dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo e del Salone del Gusto che si tiene ogni due anni a Torino – e consiste in un grande meeting delle comunità del cibo, ossia di individui, associazioni e altri gruppi sociali che «pur molto eterogenei, [sono] tutti caratterizzati dalla condivisione di alcuni valori e soprattutto dal fatto di mettere il cibo al centro delle proprie vite» (p. 41). Come si nota dalle parole usate dallo stesso Petrini non è agevole definire in modo compiuto tali comunità: queste sono un insieme variegato ed eterogeneo, che non può essere racchiuso o ridotto nelle categorie dei consumatori o produttori. Da qui l’idea dell’introduzione del concetto di “co-produttore” (pp. 41-43) a sottolineare il ruolo attivo nel determinare la produzione alimentare da parte di consumatori consapevoli e, al contempo, l’importanza del fatto che chi produce è, in primo luogo, un consumatore finale dei suoi prodotti.

Di ancor più difficile definizione, però, è l’entità Terra Madre: che cosa è, infatti, Terra Madre? È solo un incontro? Niente più che un meeting di contadini, produttori, consumatori, cuochi, gastronomi e studiosi? In realtà è molto di più. Già nell’Introduzione, che riporta il discorso di apertura di Terra Madre tenuto da Petrini all’Assemblea Plenaria il 23 ottobre 2008, lo stesso fondatore di Slow Food la definisce «una delle più grandi reti al servizio del Pianeta» (p. 4). Terra Madre come rete, dunque. Il concetto di rete sta assumendo un’importanza decisiva nella cultura presente1, caratterizzata da interconnessione, transnazionalità, velocità dei traffici commerciali e comunicativi e interdisciplinarità. La società post-moderna, sempre più caratterizzata come una costellazione post-nazionale2 e sempre meno organizzata secondo un disegno gerarchico, tende a  svilupparsi come una rete, come un network, ancora indefinito e incompleto in cui i diversi attori si collegano in una posizione orizzontale, scambiandosi informazioni, dati e dando vita a forme di dialogo o a conflitti. In tale rete, tuttavia, non tutti i soggetti riescono ad essere connessi col sistema. Ecco perché la graduale diminuzione – peraltro prevalentemente formale – di un apparato piramidale e gerarchico non faccia venire meno esclusioni, marginalizzazioni e iniquità3. Tale fenomeno è ben visibile con riferimento all’agricoltura e al cibo: in tale ambito, alcune categorie sottorappresentate – come i contadini, i consumatori e i Paesi del Sud del mondo – sono tenute fuori dai processi comunicativi che si svolgono nelle reti globali. Sono quindi lontane dai centri di decisione e finiscono così per subire decisioni prese altrove. Per affrontare tale problematica, per restituire connettività alle comunità del cibo, per unirle – superando le barriere dei confini statuali, dei pregiudizi e della mono-disciplinarietà – e far sentire la loro voce, Terra Madre costituisce una nuova rete, o un insieme di più reti che, incontrandosi e integrandosi, modificano la cultura e la politica delle nazioni e del mondo. In questo modo Terra Madre costituisce un perfetto esempio di glocalismo (p. 17), perché connette su scala globale le realtà locali e in tali sedi favorisce lo sviluppo della democrazia partecipativa4, dandole però un’importanza universale. È da questa rivoluzione culturale, scrive Petrini, che potrà nascere la «terza rivoluzione industriale, che partirà dai nostri villaggi, dalle vostre aziende, dalle vostre campagne. […] La terza rivoluzione industriale sarà quella dell’energia pulita e sostenibile e partirà dalle campagne, perché l’agricoltura costituisce l’unica attività umana basata sulla fotosintesi» (p. 11).

Dopo aver raccontato la storia e l’idea di Terra Madre, Petrini ne mette in luce la «poetica e la politica», insistendo sul fatto che Terra Madre non è una spettacolare parata terzomondista, né un nostalgico richiamare a valori nobili e dimenticati, come la campagna e i ritmi lenti (p. 28). Al di là del suo aspetto esteriore – coloratissimo, ipnotico ed entusiasmante – Terra Madre è, come in parte anticipato, anche politica perché ridà voce a quei contadini che sono stati estromessi dal processo democratico per opera di un’altra politica – che traduce le istanze del mercato e il pensiero dominante del capitalismo moderno. È un inno ai saperi e una condanna al consumismo. È un’esaltazione delle virtù e delle conoscenze, ma anche un atto d’accusa contro superficialità, omologazione culturale e filosofia del successo facile. Per questo Terra Madre si limita a far prendere consapevolezza alle comunità del cibo che, come scrive l’Autore, «non devono inventarsi nient’altro di più di ciò che stanno già facendo quotidianamente nei loro territori». È nei saperi e nell’intelligenza dei contadini, profonda e sedimentata da tradizioni secolari, che si trova una risposta alle sfide che la nostra epoca ci presenta. È dal cibo – a patto che esso sia buono, pulito e giusto – che può nascere un nuovo umanesimo in grado di dare vita a una rivoluzione delle idee che possa superare ogni crisi. Petrini lo ribadisce anche nel secondo Capitolo “Le comunità del cibo”, supportando il proprio discorso con esempi, dati e racconti (p. 39 e sg.).

Nel terzo capitolo, “Superare contraddizioni e paradossi”, l’Autore insiste nuovamente sulla filosofia ispiratrice di Slow Food e della stessa Terra Madre, respingendo critiche e luoghi comuni a questi indirizzati: «se voglio mangiare bene sono un elitario, se rispetto la tradizione sono ancorato al passato, se seguo regole di buona ecologia sono noioso, se guardo all’importanza del mondo rurale sono in cerca di bucoliche sensazioni» (p. 59). È facile cogliere l’ironia di queste parole, che pure trasmettono perfettamente il senso dell’imbarbarimento della sub-cultura dominante, resa arida e gretta dal consumismo e dalla meccanizzazione del capitalismo, per cui atteggiamenti naturali, ragionevoli, persino istintivi, sono oramai visti come stranezze, atteggiamenti reazionari o elitari, o come eccentricità. Come riporta acutamente Petrini, in questa condanna del piacere vi è un sostegno incondizionato al sistema agro-industriale mondiale: «la negazione del piacere infatti nega l’abilità dei nostri sensi, quindi anche la facoltà di capire e scegliere di conseguenza. Così finiscono per essere demandate a terzi, molto potenti, la produzione, la trasformazione e la distruzione del nostro cibo […]. E tutto questo favorisce l’omologazione, figlia del tentativo di rendere industriale ciò che industriale non può essere per natura: l’agricoltura» (pp. 63-64). Ecco perché, come correttamente sostiene l’Autore, il piacere è «democratico», perché la «sua ricerca, se responsabile, ci permette di leggere la realtà con il riacuirsi dei nostri sensi e del nostro intelletto» (p. 64).

Nel continuare la propria critica al sistema agroindustriale, Petrini dedica il quarto capitolo al cibo, ormai considerato mero prodotto commerciale e non più alimento e fonte di energia e benessere. Ecco perché un cibo connaturato da omogeneizzazione, produzione seriale, insostenibilità e iniquità non può che “mangiare” chi lo produce e chi lo consuma (p. 75 e sg.).

Contro un sistema alimentare in cui la produzione di cibi finisce per fagocitare tutti coloro cui è diretta, cioè l’intera popolazione mondiale, occorre insistere sull’importanza della sovranità alimentare. Questa è definibile come il «diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole e alimentari»5. Petrini suggerisce quindi principi e buone pratiche tese a garantire in modo effettivo la sovranità alimentare (p. 104 e ss.). A cominciare dall’agricoltura sostenibile che, come riporta il “Manifesto sul futuro del cibo” del 2006, può essere efficiente, altamente produttiva e remunerativa.

L’ultimo capitolo, prima delle conclusioni, è dedicato all’Economia locale, intesa come economia della natura e della tradizione, che ha un impatto inquinante ridotto, propone una visione olistica della natura e favorisce la creazione di circoli virtuosi tra le diverse comunità e tra le generazioni (p. 131 e sg.).

Che cos’è, dunque, Terra Madre? «Terra Madre è una rete, è fatta di comunità ed è fatta di persone. Gente reale, che lavora con il cibo e per il cibo, che lo mette al centro della propria vita […]. Terra Madre è democrazia partecipativa ed economia reale, locale, della natura. […] Terra Madre è un soggetto politico, esprime una poetica e un’estetica che sono la celebrazione dell’umanità […]. È un insieme di passi lenti, ma decisi, verso un nuovo umanesimo, un rinascimento che, proprio come il vecchio rinascimento, parte dal bello. Un bello che sta nel buono, pulito e giusto» (p. 165).

“Terra Madre” è un libro piacevole e di facile lettura. In un intento divulgativo – peraltro condivisibile – l’autore rinuncia a dare profondità scientifica al suo lavoro, che non possiede sufficiente forza illuminante per accostarlo, ad esempio, a “Buono, pulito e giusto”, uscito nel 2005. Tuttavia, nell’intento di Petrini, di mantenere Terra Madre libera da condizionamenti e lontana dalla politica attiva, così che essa possa rimanere «un laboratorio creativo» (p. 166), c’è un’occasione persa. Non perché Terra Madre debba necessariamente “sporcarsi le mani” con la politica, ma perché quello che Terra Madre crea, ogni due anni, rischia di non avere uno sviluppo, di perdere peso concreto, di lasciarsi diluire in un lento processo culturale con troppi nemici ad avversarlo. Terra Madre è un soggetto. Come tale ha la possibilità di essere attivo, di partecipare ai processi decisionali chiave della politica mondiale sul cibo, non solo di diffondere una necessaria cultura alternativa che si faccia strada nei territori locali. Questa può non bastare lì dove, come noto, la politica è sempre meno faccenda degli Stati o delle realtà locali e sempre più appannaggio di organizzazioni sovranazionali che, sensibili alle pressioni di multinazionali e Stati industrializzati, dettano standard più o meno vincolanti, adottano linee guida e raccomandazioni, permettono la diffusione del sistema agro-industriale.

Terra Madre, nel portare la voce di milioni di persone – tra contadini, allevatori, cuochi e consumatori –, ha l’onere di interloquire con le istituzioni della globalizzazione e ha le capacità per sfruttare gli strumenti giuridici che, già oggi, permettono di intervenire nei procedimenti decisionali internazionali. Se le società multinazionali fanno pressione su chi prende le decisioni, lo stesso dovrà fare Terra Madre. Le prime sosterranno i propri interessi economici, la seconda quelli del mondo. Le prime cercheranno di manovrare nell’ombra, la seconda racconterà a tutti cosa sta accadendo. Le prime utilizzeranno le decisioni politiche per adeguare le proprie strategie commerciali, la seconda per rendere più consapevoli le comunità locali. La sfida è ardua e rischiosa, e il percorso è difficile. Ma la nuova rivoluzione delle idee ha bisogno di tanti strumenti.

[1] Sul tema si veda, inter alia, A. Predieri e M. Morisi (a cura di), L’Europa delle reti, Giappichelli, Torino, 2001. Nelle discipline giuridiche, ad esempio, si nota l’utilizzo di sistemi a rete per realizzare nuove strutture di regolazione e amministrazione non più impostate secondo il disegno piramidale, visibile nell’organizzazione dei ministeri che hanno un vertice politico e si strutturano come una piramide, ma in senso orizzontale, seguendo cioè una struttura reticolare, in cui i vari soggetti sono posti in collegamento reciproco. Ciò è ancor più evidente in ambito globale, sul quale si veda S. Cassese, La crisi dello Stato, Bari-Roma, Laterza, 2002, p. 35: « al mondo degli Stati, retti dalla gerarchia, si sostituisce quello delle reti transtatali, rette dall’interdipendenza ». Sempre in ambito giuridico si rinvia a C. Franchini, Le relazioni tra le agenzie europee e le Autorità amministrative nazionali, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 1997 e a T. Benner, W.H. Reinicke e J.M. Witte, Multisectoral Networks in Global Governance: Towards a Pluralistic System of Accountability, in D. Held e M.K. Archibugi (a cura di), Global Governance and Public Accountability, Oxford, Blackwell Publishing, 2005. Sulla visione sistemica della vita e sul concetto di interdipendenza tra i soggetti si veda F.Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano 2008 (11° ed.) p.222 e P.Hawken, A.Lovins, L.H.Lovins, Capitalismo naturale, Edizioni Ambiente, Milano 2001, p. 55: “Il prossimo passo della distribuzione dell’intelligenza è quello dei sistemi che si autoorganizzano, in ogni campo. I sistemi di controllo gerarchico hanno un capo centralizzato (una persona o un computer) che dice a ognuno cosa fare e fa rispettare gli ordini attraverso le diverse stratificazioni dell’autorità. L’intelligenza distribuita, invece, usa molti decisori decentrati con pari poteri che interpretano la realtà secondo regole comuni, interagiscono e imparano l’uno dall’altro, controllano i loro comportamenti collettivi attraverso l’interazione delle diverse decisioni locali, in modo molto simile a quello che accade in un ecosistema”.

[2] J. Habermas, Die Postnationale Konstellation, Suhrkamp, Frankfurt 1996; trad. it. La costellazione postnazionale, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 135

[3] « Stiamo vivendo la transazione di una società verticale, che avevamo preso l’abitudine di chiamare società di classe, con gente in alto e gente in basso, a una società orizzontale, dove è importante sapere se si è al centro o in periferia. In passato le classi subalterne erano convinte di poter ribaltare la società in nome di un altro modello (…). Il problema oggi non è più quello di essere up or down, ma in or out, quelli che non sono in vogliono esserlo, altrimenti sono nel “vuoto sociale”, in altri termini sono senza diritti », A. Touraine, Face à l’exclusion, in Esprit, gennaio 1991, pp. 7-14, citato da A. Garapon, I custodi dei diritti. Giustizia e democrazia, a cura di A. Cremagnani, Milano, Feltrinelli, 1997 (trad. it. da Le Gardien des Promesses. Justice et démocratie, 1996), p. 105.

[4] La democrazia partecipativa si basa sulla partecipazione diretta dei governati ai processi decisionali di governo. Sul tema si rinvia a P. Ginsburg, La democrazia che non c’è, Torino, Einaudi, 2006, passim e a D. Held, Models of  Democracy, tr. it. U. Livini, Modelli di democrazia, Bologna, Il Mulino, 1997. Essa si richama inoltre al concetto di democrazia dibattimentale, che si rifà al filosofo tedesco J. Habermas, altresì denominata « deliberative democracy » o « procedural legitimacy », è basata sulla delibazione, sulla trasparenza dell’attività, sull’intervento partecipativo dei destinatari degli atti e sui principi del giusto procedimento. Secondo tale teoria, come evidenziato da J. Elster parafrasando gli elementi fondamentali del pensiero di Habermas e Rawls sulla democrazia, « political choice, to be legitimate, must be the outcome of deliberation about ends among free, equal, and rational agents » , Introduction, in J. Elster (a cura di), Deliberative Democracy, Cambridge Univ. Press, Cambridge 1998. Sul tema si veda anche J. Habermas, Fatti e norme: contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia; a cura di Leonardo Ceppa. – Milano, Guerini, 1996, p. 298 ss. e Id, Postscript to between facts and norms, in M. Deflem, Habermas, modernity and law, Thons and Oaks CA, Sage Publications, 1996. Per un approfondimento, si veda, dello stesso autore, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, ed. it. a cura di L. Ceppa, Milano, Feltrinelli, 2008. Sulla democrazia partecipativa in generale si rinvia a L. Bobbio (a cura di), Amministrare con i cittadini. Viaggio tra le pratiche in Italia, Rubbettino, 2007; J. La Palombara e G. Poggi, I gruppi di pressione e la burocrazia in Italia, in Rassegna italiana di sociologia, ottobre-dicembre, 1960; C. Pateman, Partecipation and Democratic Theory, Cambridge, 1970; M. Pianta, Globalizzazione dal basso. Economia mondiale e movimenti sociali, manifestolibri, Roma, 2001;

[5] A.A. Desmarais, La vìa Campesina. La globalizzazione e il potere dei contadini, JacaBook Terra Terra, Milano, 2009, p. 49.

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Carlo Petrini di Slow Food pone alcune domande alla Mc Donald’s e al Ministro Zaia sul nuovo panino McItaly.

«Se c´è mai stato un segno della bancarotta morale del governo di Silvio Berlusconi, è la vista di un grembiule McDonald´s avviluppato attorno alla snella figura del ministro dell´Agricoltura, Luca Zaia, che ha aiutato a lanciare la nuova linea di hamburger “McItaly”».

Ecco servita la prima risposta internazionale al tentativo di «globalizzare il gusto italiano» da parte della sorprendente accoppiata Zaia-McDonald´s. Il patrocinio ufficiale del ministero alla catena di fast food più famosa del mondo, per il lancio della nuova linea di prodotti con solo ingredienti italiani, è addirittura visto da Matthew Fort, editorialista del Guardian, come il più «mostruoso atto di tradimento nazionale», ben peggio di tante altre ombre del governo, minuziosamente elencate nell´articolo in questione.

È vero che l´apertura dello stesso McDonald´s in cui è stata scattata la foto promozionale con Zaia, quello di Piazza di Spagna a Roma, fu una delle cause della nascita di Slow Food, ma io voglio essere meglio disposto di Matthew Fort o di altri, resistere al mio scetticismo e dare una qualche chance al “McItaly”.

Dunque apriamo un dibattito. Nella campagna si sottintende che il nuovo hamburger è più buono di quelli “convenzionali”, fa parte della nuova strategia degli archi d´oro che mira ad accontentare i gusti nazionali (parlare di “locale” mi sembra però esagerato) e forse tutto questo è già una piccola ammissione sulla vera qualità del prodotto storico, come se avesse un po´ segnato il passo. Forse è così, il “McItaly” è più buono e asseconda il gusto italiano. Resta un dubbio, perché le parole dello slogan «Quando il gusto inconfondibile di McDonald´s incontra gli ingredienti tipici della nostra tradizione» suonano come minimo strane, ma fidiamoci e parliamone perché io voglio chiedere un po´ di cose ai protagonisti.

Prima di tutto a McDonald´s. Non discuto le vostre scelte di marketing, ma vorrei sapere se siete in grado di garantire la qualità delle materie prime di cui usate il nome. Parlo di caratteristiche organolettiche che non hanno nulla a che fare con il «gusto inconfondibile di McDonald´s»; caratteristiche che peggiorano con certi trattamenti, certi trasporti, certe trasformazioni. E, cosa più importante, siete disposti a dichiarare quanto pagate i contadini e gli artigiani che le producono? Perché i prodotti italiani sono già ampiamente presenti nei circuiti della grande distribuzione, ma non è che ne escano tanto bene in termini di redditività. Anzi, sono sviliti, mai storicamente pagati così poco, tanto che in molti casi i contadini non rientrano neanche dai costi di produzione; tanto che i consorzi più grandi, che hanno esasperato quantità e omologazione a scapito di qualità e ricchezza in diversità, disperati, sono quasi costretti ad affidarsi a questi nuovi canali, gli unici in grado di assorbire le eccedenze. Se il McItaly fosse soltanto una nuova via per sfruttare i contadini, pagandoli poco, imponendo un´ulteriore standardizzazione produttiva che non può far altro che impoverire uomini, gusto e tradizione, allora sarebbe una bella presa in giro. Chiediamo soltanto un po´ di trasparenza, per capire meglio: non voglio sapere cifre aggregate, il totale dei soldi che si muoveranno e mai sapremo in che tasche finiranno. Per favore dichiarate a quanto acquistate la materia prima, il prezzo al chilo dei singoli prodotti, così forse avremo un´idea migliore del contributo che state dando all´agricoltura italiana.

Il ministro Zaia, «grato a McDonald´s che si è prestata a questa grande operazione culturale» ha dichiarato che «questo nuovo panino ha grandi ambizioni, a partire da quella di movimentare mille tonnellate di nostri prodotti in un mese per un controvalore di 3,5 miliardi di euro». Non so se movimentare prodotti è ciò che i nostri contadini si aspettano, e avrei consigliato un po´ più di cautela al ministro prima di sposare una causa in cui affida un marchio importante come l´Italia a una multinazionale che fa del proprio marketing un credo, la condizione per la sua proliferazione. Ma fidiamoci anche in questo caso, e discutiamo un po´ sulla speranza di Zaia di «globalizzare il gusto italiano», di far sì che «le nuove generazioni possano così avere una memoria gustativa d´impronta italiana».

Credo che globalizzare un gusto significhi soprattutto omologarlo, fino a impoverirlo o farlo scomparire. Il gusto, come l´identità, ha valore soltanto quando esistono differenze, perché ha valore in funzione delle differenze. Infatti possiamo tranquillamente sostenere che l´identità gustativa italiana non esiste – si metta il cuore in pace chi ha inventato McItaly – perché ci sono centinaia, migliaia di identità italiane diverse. Vivono e sono praticate a tavola in ogni regione, in ogni territorio, in ogni paese, in ogni casa: è questa diversità che ha fatto e potrà far grande in futuro il nostro comparto agro-alimentare. Ho paura che la dichiarata «svolta identitaria» – secondo le parole di Zaia – che l´operazione McItaly porterà all´agricoltura italiana possa rivelarsi né più né meno che una cancellazione d´identità in favore dell´omologazione. Una standardizzazione che va invece verso l´identità di un solo marchio, un brand sovranazionale noto a tutti, con il suo “gusto inconfondibile” che infatti riconosciamo benissimo anche senza dover entrare in un fast food, perché è sufficiente avvicinarcisi, a Roma come a Parigi, a New York come a Shangai. Anche se servono il McItaly, il McGreek, il McLobster o il McHuevo. Del resto, le catene multinazionali di pizzerie ci insegnano bene che pur producendo e vendendo pizza non veicolano nulla di italiano, se non un nome vuoto, alla faccia di chi sa fare buone pizze su tutto il territorio nazionale.

Se il cercare «i modi giusti per avvicinare milioni di ragazzi che frequentano i centri commerciali» si esplicita con questa strategia, temo che qui si stia parlando di una dichiarazione di impotenza, e di scegliere la soluzione più comoda e semplicistica a un problema molto complesso. Voglio almeno sperare che il patrocinio del ministero dell´Agricoltura a quest´iniziativa sia completamente gratuito, perché di fronte al latte pagato 27 centesimi al litro e alle arance anche 6 centesimi al chilo, il veder pagare una multinazionale per promuovere il “gusto italiano” suonerebbe peggio di un insulto ai contadini italiani.

Ma in attesa di risposte e di vedere come andrà a finire (dopo le elezioni regionali ci sarà anche il McVenice?), per il momento fidiamoci rinunciando a pregiudizi e legittimi sospetti.
Carlo Petrini

Fonte: Repubblica

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Allarme di Carlo Petrini per la piega che ha preso la Politica Agricola Comunitaria

Pubblicato il 29/01/2013

Allarme di Carlo Petrini per la piega che ha preso la Pac (Politica Agricola Comunitaria). Nelle votazioni del 23 e 24 gennaio la Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo ha deciso di bloccare, impoverire o cancellare la maggior parte delle misure volte a rendere più sostenibile il nostro sistema di produzione del cibo, come il “greening”, la rotazione delle colture, il mantenimento dei pascoli e di aree con funzione ecologica, ai quali sarebbero state costrette anche le aziende più grandi. Invece con gli emendamenti votati l’altro ieri hanno reso “flessibile” il greening: in pratica l’hanno smontato pezzo per pezzo e hanno ideato così tante scappatoie per esserne esentati da renderlo inutile. Altri passaggi importanti per poter correggere la linea ci saranno a febbraio e l’11-14 marzo (Repubblica)

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Quote latte: multe salatissime per esponenti leghisti

Pubblicato il 29/01/2013

Quote Imagelatte: pesantissima condanna pecuniaria nei confronti dell’ex senatore ed europarlamentare della Lega Robusti e di altri animatori dei Cobas del latte, che crearono cooperative come le sei Cooperative Savoia al fine di “dribblare” il pagamento delle multe. La sezione di Torino della Corte dei Conti ha condannato infatti Robusti in prima persona a risarcire l’erario di 182,4 milioni di euro per mancato versamento delle multe dal 1998 al 2006; in totale la sanzione per gli esponenti leghisti è 203,2 milioni di euro (Sole)

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QUOTE LATTE – l’agricoltura (e i consumi) che devono cambiare: grandi, medie e piccole aziende agricole, unite ai consumatori, accomunate dallo stesso obiettivo: dare priorità alla qualità, alla salute (e al recupero del rapporto intimo e sacro con gli animali e la terra)

di

L’Alpeggio – Il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi o altri alimenti di grande qualità, e legati al territorio ed alle tradizioni locali

Cerchiamo di spiegare cosa sono le quote latte. Tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso l’orientamento delle politiche agricole europee si é invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività. Prima, nei decenni dell’immediato dopoguerra c’era, in Europa, “FAME” nel senso vero della parola (carenza di produzione agricola e di consumo per le persone): dagli anni settanta c’è stato il problema della sovraproduzione agricola che rischiava, a sua volta di far morire l’agricoltura dei paesi europei per troppa produzione (e di conseguenza prezzi al mercato irrisori: la legge della domanda e dell’offerta non sempre funziona in modo virtuoso; o non la si fa funzionare in modo virtuoso).

Dal che sono nate nel 1984 le QUOTE LATTE: cioè si è previsto il controllo e la limitazione su quelle produzioni (di latte) commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Le quote nazionali sono state (e tuttora vengono) ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa altra quantità di latte. Superata la propria soglia coperta dalle quote in possesso, bisogna però versare un contributo proporzionale all’eccedenza, che così, in modo discutibile, erroneo, viene chiamato MULTA (questo contributo).

Nel 1984 é stato, dunque, introdotto il sistema delle quote latte con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e così garantire una buona redditività agli allevatori: è vero che i consumatori pagavano di più il prodotto; ma è pur vero che così si garantiva, almeno nelle intenzioni, la sopravvivenza di forme agricole di qualità, come quella di montagna (il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche di grande qualità) e in genere quelli allevamenti in zone svantaggiate, magari molto lontane dalla commercializzazione (senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente gli allevamenti in queste aree geografiche “difficili” sarebbero sopravissuti).

Pare che l’errore di fondo nelle quote assegnate all’Italia (per limitare le eccedenze) lo abbia fatto l’Istat, o forse gli agricoltori-allevatori stessi, che nel censimento del 1981 (preso a base dalla Comunità Europea) l’Italia risultava non avere eccessi interni di produzione di latte, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale. Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che è stata sottostimata la produzione effettiva (è probabile che tale rilievo di sottoproduzione, e non di eccesso rispetto al fabbisogno, è dovuto alla tradizione italica di “fare in nero”, cioè non dichiarare mai “il giusto”). Sta di fatto che per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno. Tutto questo meccanismo delle quote latte viene qui assai bene spiegato nei primi due articoli che seguono ripresi dal sito-newsletter www.Lavoce.info .

Resta comunque che il sistema di limitare le eccedenze produttive voluto con le quote latte, non ha funzionato, in Italia (anche, come abbiamo detto, per difetto di “dichiarazione della produzione” all’origine), ma anche in Europa. L’agricoltura europea è in difficoltà in molti paesi. E in Italia è emblematico che proprio il settore del latte era (ed è) nel pieno di un decadimento con un numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi. Una razionalizzazione eccessiva, abnorme: le piccole stalle si riducono sempre più, e gli allevamenti intensivi si confrontano con le difficoltà di regolamenti (peraltro secondo noi corretti, imposti dall’UE) di limitazione (nei campi) dello smaltimento dei liquami (bisognerebbe tornare ad aie, ora tecnologiche, di smaltimento per ciascuna azienda).

E la qualità del latte è sempre più scadente, “depurato” com’è il prodotto della parte migliore per fare altri prodotti (yogurt etc). E spesso con gli animali trattati a mo’ di lager (cosa che dovrebbe farci di più riflettere sul nostro rapporto con il mondo animale, e conoscere meglio la provenienza di quel latte che consumiamo). E gli allevamenti in montagna, i più “naturali” (anche per gli animali) e con un prodotto alimentare migliore, a poco a poco soccombono pure loro all’abbandono totale di ogni forma agricola nelle aree di montagna e mezza montagna.

Quel che sembra far resistere l’agricoltura italiana è la sua caratteristica di essere ancora in presenza di aziende medio-piccole, ancora ben legate al territorio (altri stati, che han preso a modello l’agricoltura e l’allevamento intensivo di tipo americano, un’agricoltura da poter fare, come sembrava, “senza contadini” ora  stanno peggio).

Ma l’attuale caduta vertiginosa dei prezzi agricoli all’ingrosso fa pensare che, se il sistema agricolo non “cerca la qualità”, stringendo un patto forte con i consumatori per prodotti sani e buoni (e qui il biologico, i prodotti tipici, etc. sono un marchio e un obiettivo per la qualità…), solo così potrà avere un futuro in grado di reggere senza problemi alla globalizzazione industriale dei prodotti, che ha il suo elemento adesso dominante nella diffusione della ricerca chimico-scientifica in agricoltura per specie nuove appettibili al mercato e a basso costo (come sono gli OGM, organismi geneticamente modificati, vera cultura di derivazione delle farmers americane per un’agricoltura capitalistica “senza contadino”).

E’ pur vero che la tentazione del facile profitto sta trasformando zone agricole italiane in aree ad alto tenore tossico, di inquinamento inusitato: vigneti, in aree pregiate per il marchio di origine, dove si distribuiscono anticritogrammici in gran quantità con elicotteri (con le popolazioni, i contadini, i bambini, tutti, che se li respirano… e la terra sempre più sterile perché avvelenata e “usata” a dismisura).

E il contadino deve tornare ad essere tra quelle categorie di mestiere che “hanno in mano” la nostra salute, collettiva e personale. E che “produzione agricola” e “consumo alimentare” dovranno essere inscindibili; con un agricoltore in grado di seguire la filiera del prodotto dalla terra alla tavola.

Se è bene che l’Europa si coordini nelle politiche dei prodotti agricoli e da allevamento (come il latte), e che ci sia (a macchia di leopardo, dove geograficamente conviene) possibilità di sviluppi agricoli multipli, non monocolture; dall’altra è necessario che l’agricoltura e i suoi prodotti-alimenti così indispensabili alla vita (come è appunto il latte) siano la priorità assoluta delle nostre comunità.

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO EUROPEO

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 05.08.2010

– In Italia vi sono oggi circa 40.000 produttori di latte sparsi su tutto il territorio nazionale, ma con forti concentrazioni nella Pianura Padana

I NUMERI DEL LATTE

In Italia la produzione di latte ammonta ad oltre 10,8 milioni di tonnellate ed il suo valore si aggira intorno ai 5.019 milioni di euro (dati Ismea). Quando si parla di latte, però, non bisogna pensare solamente alla materia prima: la filiera produttiva è, infatti, costituita anche da migliaia di aziende che operano nei sottosettori del burro, del formaggio e dello yogurt. Con 14.380 milioni di euro di fatturato l’industria lattiero-casearia si colloca al primo posto nel settore alimentare italiano (con il 13% dei ricavi totali).
La produzione di latte, come quella di molti altri prodotti agricoli, è stata oggetto di regolamentazione da parte dell’Unione Europea attraverso varie leggi emanate all’interno dell’Organizzazione Comune dei Mercati (OCM). L’obiettivo di questi interventi era contenere la produzione ed evitare squilibri tra domanda ed offerta (1).

Se, infatti, inizialmente l’obiettivo della Politica Agricola Comune (PAC) negli anni cinquanta e sessanta era favorire la crescita delle aziende agricole degli Stati membri, nei decenni successivi l’orientamento si è invertito a causa dell’eccesso di offerta generato dai miglioramenti delle tecniche colturali e i conseguenti incrementi di produttività (2).

La domanda di prodotti lattiero-caseari ha, inoltre, subito spesso una contrazione dovuta al rallentamento della crescita della popolazione e al suo progressivo invecchiamento che hanno modificato i consumi alimentari provocando una diminuzione, ad esempio, degli acquisti di latte. La comparsa dell’olio d’oliva nei mercati dell’Europa settentrionale e una migliore educazione alimentare hanno, invece, inciso negativamente sul consumo di burro.

UN MECCANISMO CONTORTO

Già alla fine degli anni sessanta risultava evidente che il settore era caratterizzato da squilibri di produzione. Negli anni settanta sono stati introdotti un regime di premi per la non commercializzazione del latte e la riconversione delle mandrie bovine, nonché un prelievo di corresponsabilità gravante in maniera uniforme su tutti i quantitativi di latte consegnati alle latterie.

Queste misure si sono però dimostrate onerose ed inefficaci. Il sistema del prelievo di corresponsabilità è stato abbandonato in favore del sistema delle quote latte, che prevede un prelievo supplementare gravante solamente su quelle produzioni commercializzate in eccesso rispetto ad una quota individuale di riferimento assegnata ad ogni produttore. Nel 1984 é stato, dunque, introdotto, con il convinto sostegno di molti paesi (tra i quali spicca la Francia), tale sistema con l’obiettivo di contenere la produzione, invertire la tendenza al ribasso del prezzo del latte e garantire una buona redditività agli allevatori.
Come spesso accade con la PAC, gli interessi degli agricoltori sono stati anteposti a quelli dei consumatori i quali, con una politica di restrizioni dell’offerta, hanno pagato dei prezzi tenuti artificialmente elevati. L’unico possibile beneficio per i consumatori é rappresentato dalla tutela degli allevamenti in montagna e nelle zone svantaggiate i quali, senza l’incremento dei prezzi attribuibile al regime delle quote latte, difficilmente potrebbero sopravvivere.

Dato che il latte prodotto in montagna presenta delle caratteristiche organolettiche superiori e viene spesso utilizzato per la produzione di formaggi (ad es. l’Asiago) o altri alimenti di grande qualità e legati al territorio ed alle tradizioni locali, si sostiene che una pressione al ribasso del prezzo del latte causato dall’abolizione delle quote nel 2015 (3) rischierebbe di far scomparire alcune produzioni di pregio.
A tal riguardo, però, non risulta difficile immaginare misure di sostegno alternative e mirate specificatamente ad alcuni produttori svantaggiati o ad alcuni prodotti di particolare pregio. In particolare, la politica delle denominazioni dei prodotti agricoli, se ben attuata, può, da un lato, garantire sostegno alle produzioni di qualità senza, dall’altro lato, introdurre meccanismi regolamentari invasivi nella formazione dei prezzi e nell’incentivazione degli investimenti. In sostanza, le denominazioni incidono sul funzionamento del mercato, ma solo nell’ottica di correggere un fallimento del mercato stesso dovuto all’elevata asimmetria informativa esistente tra produttori e consumatori.

IL CASO ITALIANO

Con il Regolamento (CE) 856/1984 ad ogni Stato membro é stata assegnata una quota nazionale, calcolata sulla base dei censimenti del 1981 ed aumentata dell’1 per cento. Sfortunatamente per l’Italia, però, nel 1981 il nostro Paese era l’unico all’interno della Comunità Europea a non registrare alcun eccesso di produzione, essendo l’offerta pari a circa il 60 per cento del fabbisogno nazionale.

Molti produttori hanno contestato l’attendibilità delle cifre relative alla produzione di latte nel 1981 sostenendo che queste hanno ampiamente sottostimato la produzione effettiva. Difficile sapere quale possa essere stato il margine d’errore dal momento che il settore del latte era (ed é) nel pieno di un processo di razionalizzazione che ha portato il numero di allevamenti da oltre 200.000 nel 1980 ai circa 40.000 di oggi.

Molti allevamenti avevano in realtà non più di cinque vacche e vendevano i propri prodotti nel mercato nero (4). Di questo non si può certo incolpare l’Istat che, inoltre, ha incrociato i dati delle proprie rilevazioni con quelli sulla consistenza del bestiame in possesso dei veterinari. Se, dunque, la produzione effettiva è stata quasi certamente sottostimata nel 1981, con ogni probabilità non lo è stata di molto, essendo stati censiti tutti i grandi allevamenti.
Ad ogni modo, per trent’anni l’Italia è stata vincolata a produrre meno latte di quanto richiesto dal mercato interno, il tutto per rispettare un regolamento volto a contenere gli squilibri imputabili agli altri Paesi dell’Unione. Questo sistema si è, pertanto, rilevato del tutto inefficiente perché ha impedito la libertà di iniziativa economica dei produttori di latte, conservando lo status quo della produzione di latte in Europa ai valori del 1981 (salvo le piccole modifiche alle quote nel corso degli anni), e ha danneggiato sensibilmente i consumatori europei.

(Stefano Castriota e Marco Delmastro)

(1)Obiettivo principale del regime è ridurre il divario tra l’offerta e la domanda nel mercato del latte e dei prodotti lattiero-caseari e le conseguenti eccedenze strutturali per conseguire un migliore equilibrio del mercato”, pag. L 270/123, comma (3) del Reg. (CE) 1788/2003. Il regolamento é consultabile a questo sito internet.
(2) Dal 1957 al 1968 gli obiettivi perseguiti dalla PAC erano: (1) aumentare la produttività nell’agricoltura; (2) garantire un livello di vita e reddito equo agli agricoltori; (3) stabilizzare i prezzi; (4) garantire la stabilità degli approvvigionamenti; (5) garantire prezzi ragionevoli ai consumatori. Negli anni successivi il peso attribuito al primo obiettivo è diminuito a vantaggio del secondo ed a danno del quinto.
(3)Il regime delle quote é stato istituito nel 1984 e prorogato varie volte, l’ultima delle quali con il Regolamento (CE) 1788/2003 per ulteriori 11 anni. L’orientamento prevalente oggi è di non prorogare più il sistema delle quote. Dunque, salvo sorprese dell’ultima ora, nel 2015 il mercato del latte dovrebbe essere finalmente liberalizzato.
(4)A pag. 14 della Relazione 3/2002 della Corte dei Conti è riportato quanto segue: “In effetti, all’inizio degli anni ’80 l’Italia presentava un sistema zootecnico estremamente frammentato e contraddistinto da una forte dicotomia strutturale, con un numero di aziende efficienti – con dimensione economica paragonabile ad altri sistemi zootecnici della Comunità – ed una frangia numerosissima di piccoli allevamenti con una consistenza di vacche inferiore alle cinque unità. Ne derivava una sostanziale difficoltà a conoscere in maniera precisa e sistematica i dati sulla evoluzione delle produzioni e delle strutture produttive, considerando anche che soprattutto le piccole imprese ricorrevano a forme di vendita diretta, senza alcuna contabilità e con la tendenza a sottostimare la reale entità della produzione commercializzata per evitare che la rilevazione dei dati statistici fosse eventualmente impiegata a fini fiscali”. La Relazione è consultabile su questo sito internet.

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QUOTE LATTE: UN PASTICCIO NOSTRANO

di Stefano Castriota e Marco Delmastro, da www.Lavoce.info del 5/8/2010

Il sistema delle quote latte, stabilito dall’UE, ha come obiettivo ridurre lo squilibrio tra domanda e offerta. Nel corso degli ultimi 25 anni molti produttori italiani hanno consapevolmente superato il tetto massimo delle quote assegnategli dall’UE. Solo una minima parte delle multe sono state effettivamente pagate dagli allevatori. I contribuenti italiani hanno, invece, già pagato 1,87 miliardi di euro per i prelievi relativi al periodo 1984-1996. I restanti 2,5 miliardi devono essere pagati dai coltivatori, a meno di non voler far scattare una procedura d’infrazione da parte dell’UE.

Le quote nazionali, modificate periodicamente dall’UE, vengono ripartite tra gli allevatori su base individuale ed a titolo gratuito. Gli allevatori possono poi comprare o affittare da altri produttori le quote che danno diritto a produrre una certa quantità di latte. Superata la propria soglia bisogna versare un prelievo proporzionale all’eccedenza.

Questo contributo, che molti definiscono “multa”, si chiama in realtà “prelievo supplementare” (1): infatti, le aziende possono produrre il quantitativo che vogliono, ma se eccedono il limite stabilito devono pagare un differenziale tale da scoraggiarne la produzione. Chi ha prodotto eccedenze, dunque, lo ha probabilmente fatto nella piena e totale consapevolezza: alcuni non hanno mai comprato le quote latte, altri le hanno sistematicamente superate. Chi ha commesso piccoli errori deve pagare poche migliaia di euro, ma è difficile trovare giustificazioni convincenti per produttori che devono versare allo Stato italiano svariati milioni di euro.

LE “MULTE”: UN PROBLEMA QUASI ESCLUSIVAMENTE ITALIANO

Il problema dello sforamento delle quote è quasi esclusivamente italiano: nel 2008, l’80 per cento delle “multe” ha riguardato il nostro Paese (2). Se si sommano tutti i prelievi supplementari dovuti dagli allevatori italiani dal 1984 ad oggi si giunge alla sbalorditiva cifra di 4,4 miliardi di euro, una parte dei quali (1,87 miliardi relativi al periodo 1984-1996) (3) pagati dai contribuenti italiani in deroga alle disposizioni comunitarie, gli altri pagati dagli allevatori, oggetto di contenzioso presso i tribunali amministrativi oppure ancora semplicemente da “riscuotere” da parte di Agea o degli Organismi Pagatori regionali deputati a prelevare il dovuto.
Qual è la ragione di questa peculiarità italiana? Dal 1984 al 1992, come ha notato la Corte dei Conti, il problema principale è stato la sostanziale disapplicazione della regolamentazione comunitaria: si è trattato di “un mancato adeguamento alla normativa comunitaria politicamente asseverato dal Governo Italiano e motivato in sede comunitaria facendo leva sulla complessità del sistema che, in Italia, aveva in effetti evidenziato ed accentuato carenze, difficoltà e disomogeneità nella gestione amministrativa del settore” (4). Per quanto riguarda gli anni successivi, sempre citando la Corte dei Conti, “comportamenti pragmaticamente dilatori di Governo e Parlamento hanno in effetti accompagnato, asseverato, fornito spesso nuova linfa alle aspettative dei produttori”. In altre parole, chi fino ad allora aveva superato le quote ha ritenuto di potere continuare a farlo.

CHI DEVE PAGARE

I regolamenti comunitari sono sempre stati molto chiari in proposito: il prelievo supplementare è una misura che persegue l’obiettivo di contenere la produzione e ristabilire l’equilibrio tra domanda ed offerta e deve, dunque, essere pagato dagli allevatori (5). Qualsiasi tipo di accollo da parte dello Stato dell’onere del prelievo si configura come sostanziale elusione non solo della regolamentazione comunitaria, ma altresì di quegli obiettivi (condivisibili o meno) di politica economica della Pac.

Il fatto che all’Italia furono assegnate quote inferiori al consumo interno doveva ovviamente essere oggetto di contrattazione in ambito comunitario, ma non può in alcun modo giustificare il superamento delle produzioni consentite.
Ogni pagamento da parte delle amministrazioni pubbliche é considerato un aiuto di Stato e comporta l’apertura di una procedura d’infrazione, con le conseguenti salatissime multe a carico dei contribuenti. Peraltro, una prospettiva del genere sarebbe uno schiaffo a tutti quei produttori onesti che hanno comprato le quote e rispettato i limiti ed a quelli che hanno deciso di pagare i prelievi supplementari, con o senza rateizzazione (6).

COSA RISCHIA L’ITALIA

La difesa del migliaio di “irriducibili” trasgressori da parte dello Stato sarebbe una strategia di politica agricola senza senso che aggiungerebbe all’inefficienza dell’intero sistema comunitario ulteriore inefficienza a livello di contesto nazionale con conseguenze paradossali.

In primo luogo, si creerebbe una situazione di aiuto di Stato a vantaggio non già dell’intera categoria, ma solo di uno sparuto gruppo di imprenditori che non hanno rispettato le regole. In secondo luogo, si scaricherebbe di nuovo il peso di questo intervento sui contribuenti, che oltre a pagare prezzi dei prodotti lattiero-caseari al di sopra dei livelli concorrenziali dovrebbero remunerare in prima persona il costo di comportamenti fraudolenti.

La politica, come spesso accade in Italia, continuerebbe a far pagare le proprie colpe, connesse a mancati interventi di rinegoziazione comunitaria delle quote latte, ai consumatori che, a differenza dei produttori, rappresentando un gruppo di interessi eterogeneo, non riescono a coalizzarsi in lobby. Il danno che si creerebbe sarebbe, inoltre, riferibile anche a quegli allevatori, la stragrande maggioranza, che in questi anni hanno speso ingenti somme, si stimano circa 1,85 miliardi di euro (dati Coldiretti), per acquisto o affitto di quote, sacrificando così parte degli investimenti all’interno dell’azienda.
In definitiva quello delle quote latte appare un doppio pasticcio: un meccanismo europeo che chiaramente danneggia i consumatori ed i produttori più efficienti, su cui si innesta un sistema nazionale che ha favorito uno sparuto gruppo di imprenditori inefficienti o disonesti a danno dell’intera collettività.

(Stefano Castriota e Marco Delmastro)

Tabella 1: prelievi supplementari da pagare e pagati (milioni di euro)
Totale da pagare 4.400 Pagamenti
1.870 Pagati dallo stato italiano (periodo 1984-1996)
220 Pagati direttamente dagli allevatori senza rateizzazione
350 Rateizzati con legge Alemanno (interessi 0% in 14 anni)
730 Rateizzazione potenziale con legge Zaia (interessi al 7% in 30 anni)
980 Presso i tribunali per contenziosi non ancora chiusi
250 Persi per incuria di chi doveva riscuotere, o per fallimenti o decessi

Fonte: Coldiretti. Dati espressi in milioni di euro. Gli 1,87 miliardi ed i 220 milioni di euro sono stati già pagati rispettivamente dallo Stato italiano e dagli allevatori, mentre dei 350 milioni rateizzati in 14 anni ne sono stati pagati in sei anni poco meno della metà, in linea dunque con il piano di rimborso. I 730 milioni rateizzabili in base alla legge Zaia sono in attesa di essere pagati, mentre i 980 milioni oggetto di contenzioso devono attendere l’esito dei processi nei tribunali.

(1)    É stato altresì istituito un meccanismo di compensazione che consente di sfruttare i quantitativi non utilizzati da taluni produttori per ridurre, ovvero  eliminare del tutto, le sanzioni a carico dei produttori che viceversa risultano aver prodotto in più rispetto alla propria quota; il tutto comunque nell’ambito del quantitativo nazionale di riferimento. Le sanzioni ai trasgressori non sono dunque l’obiettivo ultimo, bensì uno strumento per evitare che un paese nel suo insieme produca più di quanto gli sia consentito.
(2)   Nel 2008 la UE ha deciso di aumentare le quote dei vari paesi dell’1% all’anno per cinque anni fino al 2015. Con un provvedimento ad hoc l’Italia ha potuto usufruire in una volta sola dell’aumento del 5% della propria quota, sicché il 2009-2010 è stato il primo anno in cui l’Italia non ha superato il limite assegnatole.
(3)   La Corte dei Conti, con sentenza n. 11 del 15 novembre 1996, ha poi osservato che effettivamente i Ministri convenuti in giudizio avevano volontariamente dato disposizioni nel senso di non osservare la normativa comunitaria. La Relazione Speciale 3/2002 della Corte dei Conti é consultabile sul sito internet

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/.

6 della Relazione. Lo Stato italiano é stato, però, condannato dalla Corte di Giustizia Europea a pagare le “multe” non potendo uno Stato membro addurre come motivazione le difficoltà amministrative interne.
(5)   “Il prelievo è interamente ripartito … tra i produttori che hanno contribuito a ciascun superamento dei quantitativi di riferimento nazionali … I produttori sono debitori verso lo Stato membro del pagamento del contributo al prelievo dovuto”, art. 4 del Reg. (CE) 1788/2003. Ogni Stato ha il compito di riscuotere annualmente i tributi dalle aziende e versarli all’UE. Se non lo fa entro un certo termine, l’UE trattiene il dovuto dai contributi all’agricoltura che annualmente corrisponde agli Stati membri. Dal momento che gli allevatori italiani hanno accumulato un debito cronico con lo Stato italiano, ne consegue da anni i nostri contributi comunitari all’agricoltura vengono corrisposti in misura ridotta.

(6)   Più di 15.000 produttori hanno beneficiato della legge 119/2003 dell’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno per rateizzare i pagamenti spalmando i prelievi su 14 anni ad interessi zero, per un totale di 350 milioni di euro. Altri allevatori hanno invece deciso di pagare subito tutto senza rateizzazione, per un totale di 220 milioni di euro. Si veda Tabella 1.

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RISO AMARO

A.A.A. GIOVANI CONTADINI CERCANSI 

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 7/7/2010

Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all’ ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni.

Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura? Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato trai 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent’ anni fa, quando ne costava 25. Solo nell’ ultimo quinquennio ha perso il 30% circa.

E nel mezzo c’ è stata l’ inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell’ 89 alle attuali 43 mila circa.

Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso. Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all’ ingrosso sono diminuiti rispetto all’ anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l’ uva e il trend quest’ anno non sembra migliorare, anzi.

Una volta i contadini dicevano che il riso era l’ unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell’ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30. Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l’ incredibile ricarico del 1100 per cento.

Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro. È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un’ evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro “adattarci localmente”.

Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l’ idea che si possa produrre cibo senza contadini.

Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione. Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d’Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8.

Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l’ andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta.

L’altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì. Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive?

Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c’è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare.

È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture “moderne” e “competitive” saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne.

I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come “poesia” la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali.

Senza contadini sparirà anche il “made in Italy” agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti. I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest’ oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione.

Se “mangiare è un atto agricolo” – e dobbiamo prenderne tutti coscienza – anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l’agricoltura, s’instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire.

Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione.

Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri “compagni” la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione.

Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l’informazione, la tracciabilità dei prodotti, l’educazione alimentare, sostenere l’agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente.

A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l’unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi. Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità.

Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni “possibiliste” dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno.

Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d’inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d’inverno.

Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché “mangiare è un atto agricolo”, allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori.

Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell’ ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose.

Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all’opposizione.

Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un’agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall’agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà. (Carlo Petrini)

Per saperne di più:     www.slowfood.it   –     www.politicheagricole.it  

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TERRITORIO ZERO

Manifesto per una società a emissioni, rifiuti e chilometro zero.

Territorio ZERO è una operazione semplice e complessa allo stesso tempo. L’idea è semplice: programmare una società che tenda verso entropia zero. Il lavoro per arrivarci è complesso perchè implica nuovi paradigmi mentali, nuovi modelli formativi nuove strategie industriali, nuove strutture amministrative che prevedano ad esempio il superamento degli assessorati all’energia, allo sviluppo economico, all’ambiente, all’agricoltura, in favore di dipartimenti ai beni comuni o alle risorse del territorio.

Allora come e da chi fare scrivere una prefazione a tutto questo, che fosse all’altezza dei contributi del massimo livello già previsti a completamento del Manifesto?

La risposta è arrivata dopo che abbiamo contribuito al corso in “Energy and Systemic production” del Master in “FOOD CULTURE AND COMMUNICATIONS: Human Ecology and Sustainability” dell’Università in Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

La prefazione la poteva benissimo scrivere quel gruppo internazionale di studenti competenti ed entusiasti che Territorio Zero hanno mostrato non solo di averlo capito, ma di averlo dentro. Da sempre. Da quando hanno deciso di venire a studiare in Italia, all’Università fondata da Carlo Petrini, per meglio assimilarne i valori e trasmetterli nella loro futura vita professionale.

E così dopo un primo scambio di opinioni su un apposito gruppo creato su Facebook, gli studenti del Master, Kendall Gustavson (Canada), Maia Hirschbein e Kimberly Robinson (Usa), Ana Caballero Potthast (Honduras), e Martina Sibioli (Italia), coordinati dal prof. Franco Fassio, ci hanno fatto questo regalo: una prefazione a Territorio Zero che rende evidenti i legami fra gli insegnamenti di Petrini, Rifkin, Connett e li mette in una prospettiva nuova.

Questa prefazione, riesce ad unire i puntini fra problematiche apparentemente distante fra loro ,quali la conservazione della biodiversità e degli ecosistemi, la negazione del consumismo esasperato, la denuncia della ricerca parossistica del profitto, la riconquista di valore del cibo del lavoro e dell’ambiente, le nuove relazioni sociali basate su modelli collaborativi anziché competitivi e la lotta alla finanza speculativa e alla virtualizzazione dell’economia. E comincia a fare intravedere i contorni di una nuova era basata sulla fotosintesi, la termodinamica, la tecnologia che valorizza l’ambiente e, soprattutto, la centralità del lavoro dell’uomo. Territorio Zero comincia qui.

Ottobre 2012

Livio De Santoli
Angelo Consoli

NUOVI MODELLI DI CONSUMO FONDATI SUL RISPETTO DELLA BIODIVERSITA’
La biodiversità è il fondamento della stabilità tra ecosistemi e culture ed è la base per la sicurezza alimentare. Oggi, tuttavia, la varietà delle forme di vita biologiche e dei modi di vivere delle comunità, è minacciata dal pericolo di un’omologazione diffusa. L’elenco delle esternalità negative e, per certi versi, dei crimini del moderno sistema produttivo passano necessariamente attraverso il problema della generazione e gestione di “materia ed energia”, che sono oramai centralizzate nelle mani di pochi. Dinamiche economiche e imprenditoriali accentratrici condizionano una finta panacea democratica che crea, in nome del progresso e dell’innovazione, una cultura standardizzata volta ad una massimizzazione che non tiene conto di tutte le variabili implicate nel sistema mondo, oltre il puro mercato. Si concepiscono bisogni per garantire la continuità della produzione, si alimenta un “consumo di sostituzione” per oltrepassare la barriera della saturazione della domanda, e s’istruisce l’uomo a metabolizzare velocemente le merci per creare nuovi bisogni e nuovi, maggiori margini di profitto. Queste “monoculture della mente” cancellano la percezione della diversità uniformando modelli di consumo, stili di vita, strategie politiche, economie e favoriscono il fatto che il potere decisionale converga nelle mani di chi spesso non considera l’equilibrio tra uomo e natura.
Se si analizza, ad esempio, il sistema produttivo agricolo attuale, è possibile notare che il miglioramento delle sementi impiegate per la generazione di materie prime in quantità elevate, è fondato sulla distruzione della biodiversità. L’agricoltura è intesa come un’industria che si focalizza su coltivazioni selezionate e in un certo senso standardizzate, per le quali un paese offre alcuni vantaggi competitivi (da quelli climatici a quelli economici), sull’incremento dei raccolti grazie alle biotecnologie e sull’aggregazione delle unità produttive in lotti sempre più allargati. Grandi compagnie industriali beneficiano di questo processo, usando la leva del libero mercato e di maggiori efficienze di scala, appropriandosi delle risorse agricole e anteponendo la produzione per l’esportazione ai diritti alimentari delle popolazioni locali.
Questa globalizzazione dell’agricoltura sta conducendo alla marginalizzazione dei piccoli contadini, che non riescono a competere con i prezzi dei grandi gruppi, e a una conseguente riduzione della sicurezza alimentare per tutti i consumatori. Standardizzare e ridurre il numero di specie coltivate significa infatti ridurre il numero di alternative disponibili in caso di insorgenza di nuovi insetti nocivi, malattie o cambiamenti climatici, sottoponendosi ad un maggior rischio di crisi alimentare.

Uniformità e diversità, infatti, non sono solo modi diversi di gestire la terra, bensì modi diversi di pensare e vivere. Quanto più la complessità e la biodiversità degli agro-ecosistemi si allontanano dagli ecosistemi naturali, tanto più i sistemi territoriali agricoli diventano instabili e insostenibili ecologicamente. Quanto più i mercati e i prodotti saranno omologati, tanto più i problemi associati a tali produzioni (rifiuti, intolleranze alimentari, consumi di energia e acqua, emissioni, etc.), diventeranno difficilmente risolvibili.

1 – V. Shiva, Monoculture della mente, Bollati Boringhieri, 1995

DAL PARADIGMA “PREZZO” AL PARADIGMA “VALORE” DEL CIBO
Ecco dunque che la produzione di beni e servizi nel mondo contemporaneo occupa un ruolo primario nelle scelte politiche ed economiche di un Paese, influenzando il sistema di valori di riferimento della società civile. Logiche lineari di processo e di sviluppo condizionano la percezione di una realtà organizzata in compartimenti stagni, che difficilmente dialogano tra loro. Il “prodotto” continua ad essere il fulcro di un paradigma di valori e comportamenti quali il benessere economico e il desiderio di appartenenza a uno status sociale. Questi valori di carattere temporaneo, riescono tuttavia a vincolare le dinamiche di consumo, facendo leva sul sistema psicologico dell’acquirente, sui suoi desideri e sulla sua volontà d’identificazione incentrata sul possesso, rendendolo incapace di scegliere consapevolmente. In questo scenario dominato dalla comunicazione, che spinge a desiderare uno stile di vita apparentemente alla portata di tutti, il degrado ambientale, il disorientamento sociale, la mancanza di risorse e la crisi del mito dello sviluppo illimitato, ci portano a riconsiderare il ruolo dell’uomo nella società e nel sistema pianeta. E’ ormai evidente la necessità di un repentino cambio di paradigma, di un nuovo sistema valoriale in cui l’uomo non sia inserito in un superbo antropocentrismo come figura dominante rispetto a quanto lo circonda, ma come elemento che interagisce con molteplici e ugualmente importanti fattori, quali il contesto ambientale, sociale, etico e culturale tipico di un territorio. L’ambiente non è dunque una variabile indipendente e le norme destinate alla sua tutela implicano, come conseguenza, la ricerca di continui compromessi in funzione delle risorse materiali, umane e delle conoscenze scientifiche e tecnologiche disponibili. In ambito progettuale, tanto industriale quanto sociale o politico, è davvero indispensabile fare ricorso a un nuovo umanesimo reale e culturale. Una visione che rimetta in primo piano le relazioni e interconnessioni alle quali siamo intimamente e quotidianamente sottoposti. Senza quest’umanesimo rinnovato sarà molto difficile riuscire a indurre cambiamenti importanti in uno stile esistenziale che sta letteralmente consumando la Terra.

COMUNITA’ INTEGRATE NEGLI ECOSISTEMI NATURALI CHE NE REGOLANO LE RELAZIONI
Ecco perché il “prodotto”, in questo scenario, diviene soltanto l’ultimo dei valori da mettere in gioco: la produzione di beni materiali, oggetti, perde quasi di significato se messa in relazione a quanto essi siano realmente necessari all’esistenza. Dando forza e sostanza ai valori connessi all’essere anziché all’avere, cambieranno le priorità di relazione e di valutazione in ambito sia sociale che produttivo. Si darà il benvenuto a una Terza Rivoluzione Industriale in cui umanità e sistema naturale co-evolveranno e in cui un insieme strutturato di input produttivi, si co-adatteranno agli ecosistemi, come un tutto armonico. Agire come pensa la natura, in modo olistico, è senz’altro la via maestra per la stabilità futura del “sistema Terra” e imitarla, significa per l’uomo riconoscere con umiltà la propria dipendenza da essa ed il proprio ruolo non prevaricante nella rete della vita, in cui egli interagisce come specifica singolarità con l’immenso numero di sistemi viventi. E’ necessario dedurre da essa l’efficienza dei materiali, dei processi ma, soprattutto, la complessità dell’agire considerando le connessioni sottostanti. Il pensiero olistico si fonda dunque, sul riconoscimento di una realtà fatta di qualità spesso non quantificabili, di legami apparentemente invisibili ma indispensabili alla vita, non “prodotti” ma sistemi di relazioni che danno concretezza a ciò che osserviamo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Atomi, molecole, cellule, tessuti, organi, specie viventi, comunità, ecosistemi, ognuno di essi è un sistema complesso che esiste grazie alle relazioni tra i suoi elementi interni, e che vive in base alle connessioni con altri sistemi paritari, che rispondono reciprocamente rispetto alla situazione specifica che li lega. Noi siamo le nostre relazioni.

LE RISORSE NATURALI USATE SECONDO MODELLI COLLABORATIVI E NON COMPETITIVI
“Territorio Zero” significa quindi emulare la natura. Non conoscere, ad esempio, la parola “rifiuto” poiché in essa, ogni eccedenza è metabolizzata dal fluire dinamico nei cinque regni: piante, animali, funghi, alghe, batteri. Nei quali ogni output (scarto) di un sistema si trasforma in un input (risorsa) per un altro. Significa produrre energia attraverso processi termochimici puliti, rinnovabili, distribuiti e non centralizzati, come la fotosintesi; si tratta dunque di abbandonare la combustione di risorse limitate e inquinanti, che accelerano i processi entropici del pianeta: la natura non brucia nulla. Allo stesso modo essa, ci suggerisce la possibilità di costruire un’economia reale basata su un modello più collaborativo che competitivo; che agisca localmente e che faccia evolvere congiuntamente tutti i soggetti legati ad uno stesso territorio, riducendo l’utilizzo di energia e materie prime; dove i rifiuti che non possono essere evitati diventano risorse; a bassa intensità di capitale monetario ma con un’elevata partecipazione sociale e di forza lavoro a livello locale. Il territorio, di conseguenza, vivrà un nuovo rinascimento, una neocrescita, come definita dagli autori del manifesto, che scoraggerà le forme d’investimento speculativo, ottimizzando l’esistente e tutelando l’ambiente.
Per far si che ciò accada è necessario rimodellare le premesse dell’agire umano, rifondando ogni disciplina scientifica e umanistica alla luce di un approccio olistico e comprensivo, aperto al riconoscimento della miriade di connessioni e relazioni presenti tra sistemi organizzativi legati all’uomo ed alla natura. Si tratta di allontanarsi dall’individualismo spinto e dalla logica del profitto a tutti costi, che si dimostrano efficienti solo in un’ottica di breve periodo e che rischiano di mettere in serio pericolo la stabilità di lungo termine del sistema pianeta, risultato di tutte le interconnessioni tra uomo e ambiente. Le nuove generazioni, l’aria, gli animali, le foreste hanno diritto ad un futuro e ad un sistema diverso, fondato su dinamiche collaborative, che abbiano come scopo il ri-bilanciamento degli interessi in gioco, offrendo a tutti i tasselli di questo complicato mosaico una prospettiva di esistenza sostenibile e dignitosa, condizionata esclusivamente dall’infinita intelligenza e delicatezza della vita.

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UN GRIDO DI DOLORE CONTRO IL CONSUMO DI TERRITORIO DI CARLO PETRINI

Pubblicato il 18 gennaio 2011 da

Vi propongo la lettura di quest’articolo di Carlo Petrini apparso oggi sulla Repubblica molto interessante perché rinforza la nostra idea che i comuni non devono più consumare il suolo libero perché come dice “ se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.”  

Buona lettura.

Basta con le ruspe salviamo l’Italia

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l’equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un’accelerazione. Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi di CARLO PETRINI

Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell’Italia, un’enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l’avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l’equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005.Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un’area equivalente sei volte a Piazza Duomo a Milano.

E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d’Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all’agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po’ per l’Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall’articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l’installazione d’impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal “Movimento Stop al Consumo del Territorio”. In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici – quelli mangia-agricoltura – essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall’alluvione che l’ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l’equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d’importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l’osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un’indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un’impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l’Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s’impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l’ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall’oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un’energia pulita anche da noi nell’ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d’Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell’eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento “Stop al Consumo del Territorio”, tra i più attivi, e subito salta agli occhi l’elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l’obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l’Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E’ come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s’incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l’agricoltura da un po’ di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell’Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: “I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa”. Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l’agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell’Agricoltura, quello dell’Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d’accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l’urlo di milioni d’italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un’ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c’è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l’anima, tutti i giorni.   (18 gennaio 2011)

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