Caso Moro, italiani brava gente

di Marco Buticchi – 15 Ottobre 2013
La lista di strani accadimenti, depistaggi, falsi indizi e pericolose commistioni tra apparati deviati dello Stato, servizi stranieri, malavita comune e terrorismo potrebbe diventare infinita. Ma a noi piace, forse per comodità, credere che i fatti si siano svolti così come ci hanno raccontato, almeno sino a che un preparato giornalista straniero, come Steve Peczenik, non rimette in discussione ogni particolare di una vicenda tenebrosa.

Lo scorrere del tempo, invece di cancellarli, fa emergere i contorni degli avvenimenti mostrandoli con tratti sempre più precisi. Lungi da me affermare che siamo prossimi alla verità su vicende complesse e misteriose. Ma l’esercizio sviluppa l’organo così come il ragionamento aiuta la comprensione.
Il fenomeno del terrorismo italiano è stato liquidato come uno scellerato prosieguo dei moti studenteschi del ’68: risolutezza, freddezza, fedeltà e pianificazione capillare sono state le caratteristiche delle organizzazioni terroristiche che hanno insanguinato la Nazione e gran parte dell’Europa. Contraltare del fenomeno rosso fu il terrorismo nero: inferiore il numero di aderenti, ma uguale risoluta freddezza. E così, dopo anni di terrore per l’Italia tutta, i gruppi armati furono debellati grazie alle prime diserzioni, ai primi pentimenti e al successo degli infiltrati nelle organizzazioni terroristiche. Impegnati come eravamo nel gioire per la fine di un incubo, pochi di noi si soffermarono a riflettere sui contorni meno chiari della vicenda. Appagati dalla rinnovata tranquillità, nessuno andò a scavare sui risvolti misteriosi di un fenomeno assai più complesso di come poteva apparire. E quei pochi che ci ficcarono il naso non fecero una bella fine. Oggi quelle voci guadagnano nuovamente le prime pagine dei giornali, arricchendosi di particolari che in un primo tempo erano sfuggiti agli inquirenti.

Infiniti sono gli interrogativi che la rilettura del fenomeno terroristico accende oggi e impossibile sarebbe cercare di far luce sulla vicenda in poche righe. Ritengo sia sempre importante, però, instillare un dubbio nel lettore e quindi, dopo aver a lungo studiato alcuni aspetti del terrorismo per la stesura del mio ultimo romanzo, elencherò di seguito le prime incongruenze che mi vengono in mente.
Vi siete mai chiesti per quale motivo il capo delle Brigate Rosse, Mario Moretti, riuscì a sfuggire più volte alla cattura a causa dei comportamenti maldestri degli inquirenti? Per quale motivo, nello stesso palazzo del covo brigatista di via Gradoli, alcuni appartamenti erano di proprietà di società facenti capo ai servizi segreti? Come mai nel covo di via Gradoli, manoscritto da Moretti, viene rinvenuto il numero telefonico 659127, utenza intestata a Savelia Spa, società di copertura del servizio segreto civile italiano? Come mai, contemporaneamente alla scoperta “pilotata” del covo di via Gradoli, viene diffuso il comunicato numero 7 delle BR. Un comunicato palesemente falso, ma giudicato autentico dagli inquirenti. Il comunicato nr.7 è disseminato di mezze frasi e minacce. Lì compare per la prima volta “la duchessa” come luogo che custodisce il corpo di Aldo Moro. Il falso comunicato fu stilato da Toni Chicchiarelli, falsario di professione e legato a doppio filo con servizi, delinquenza romana e con la Banda della Magliana in particolare. Probabilmente, in cambio della prestazione resa ai suoi misteriosi committenti, Chicchiarelli riceve i piani per portare a termine la rapina del secolo all’agenzia di custodia valori Brink’s Securmark (di cui è socio Michele Sindona): senza sparare un sol colpo, i rapinatori – erroneamente identificati come brigatisti – si portano via 35 miliardi di lire in contanti, e gioielli e opere d’arte per un valore mai stimato. Chicchiarelli sarà freddato poco dopo da un professionista. E ancora un professionista sarà quello che ammazzerà a pistolettate il giornalista Mino Pecorelli nello stesso giorno in cui Pecorelli firma un articolo in cui sostiene che, per trovare la verità sul caso Moro, bisogna rivolgersi a una “duchessa”, in un palazzo custodito da leoni…

Ancora non esiste una visione chiara delle fasi e dei ruoli ricoperti dai brigatisti nel corso dell’agguato a Moro e alla sua scorta. In particolare le deposizioni sono fumose e contraddittorie quando i terroristi depongono in merito al gruppo di fuoco: i quattro killer appostati dietro una siepe che indossavano divise dell’Alitalia. In via Fani viene scaricato un volume enorme di fuoco. In un paio di minuti i terroristi lasciano a terra 91 bossoli (oltre ai 2 provenienti dalla pistola d’ordinanza da un membro della scorta di Aldo Moro). 46 di quei colpi vengono esplosi dalla stessa arma, utilizzata da un terrorista preciso e freddo che i testimoni oculari non esitano a soprannominare Tex Willer per la calma e la precisione con cui compiva la mattanza. Ancora oggi Tex Willer non è stato identificato, nonostante pentimenti, dissociazioni e confessioni fiume. Ancora poco convincenti appaiono le modalità dell’omicidio dell’onorevole Moro, così come verbalizzate durante gli interrogatori dei terroristi. Il Presidente viene chiuso in una cesta, trasportato nel garage di un condominio e fatto sdraiare nel bagagliaio di una Renault 4. Prima di aprire il fuoco con una pistola PPK, i terroristi adagiano una coperta sopra al prigioniero. Esplodono due colpi e la pistola con silenziatore s’inceppa. L’assassino imbraccia allora una mitraglietta Skorpion 7,65 e crivella il corpo di Moro di colpi: una raffica assordante esplosa all’interno di un garage di un condominio abitato. Il presidente non morirà immediatamente, ma dopo una decina di minuti di agonia. Con un moribondo nel bagagliaio di una R4 rossa, dopo aver fatto un bel trambusto, i terroristi si mettono tranquillamente in viaggio e attraversano Roma compiendo un tragitto di 7 km. Ricordiamo appena che Roma e l’Italia intera, proprio a causa del rapimento del presidente democristiano, sono in stato d’assedio e disseminate di posti di blocco. Un comportamento superficiale che poco si confà a un terrorista attento come Mario Moretti e ai suoi uomini. Unico scopo di tale avventatezza è quello di lasciare l’auto a mezza strada tra la sede del PCI e quella della DC, in via Caetani. Davanti al palazzo della “duchessa” Caetani di Sermoneta, dove due leoni di pietra sono posti a guardia del passo carraio…

Quale ruolo giocava la scuola di lingue parigina Hyperìon, fondata da co-fondatori delle BR e frequentata da Mario Moretti? Perché la scuola di lingue Hyperìon apre una succursale, solo per la durata del sequestro Moro, nei pressi di via Veneto in un palazzo dove molti appartamenti risultano, come per via Gradoli, di proprietà di società collegate ai Servizi? Chi era il grande Vecchio delle Br che raccolse gli interrogatori di Moro? Che fine hanno fatto i verbali integrali degli interrogatori? Quali segreti contenevano le borse prelevate dai terroristi in via Fani?
Come mai Enrico Sbriccoli (in arte Jimmy Fontana) dichiara di aver venduto una mitraglietta Skorpion 7,65 regolarmente posseduta a un funzionario di polizia che negherà ogni addebito? Quella mitraglietta, nelle mani dei brigatisti, uccise almeno 5 innocenti: due giovani simpatizzanti del MSI in via Acca Larentia, il professor Ezio Tarantelli, l’ex sindaco di Firenze Lando Conti e il senatore DC Roberto Ruffilli.
La lista di strani accadimenti, depistaggi, falsi indizi e pericolose commistioni tra apparati deviati dello Stato, servizi stranieri, malavita comune e terrorismo potrebbe diventare infinita. Ma a noi piace, forse per comodità, credere che i fatti si siano svolti così come ci hanno raccontato, almeno sino a che un preparato giornalista straniero, come Steve Peczenik, non rimette in discussione ogni particolare di una vicenda tenebrosa. In fondo anche Mino Pecorelli e altri si cimentarono nel medesimo intento, senza riuscirci. Le loro voci rimasero inascoltate. E c’è poco da stupirsi: non fummo forse pronti a credere – e ancor oggi quella è la versione ufficiale – che a indicare il nome Gradoli agli inquirenti sia stato uno spiritello onnisciente che, venuto dall’aldilà, ha sussurrato ad alcuni potenti la chiave del mistero brigatista nel corso di una seduta spiritica? Italiani, brava gente…

http://www.cadoinpiedi.it/2013/10/15/caso_moro_italiani_brava_gente.html

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Sono nato nel 1962 e di Andreotti spevo quasi tutto. La morte di Moro ha fatto subito pensare ad Andreotti; la morte di Ambrosoli, Pecorelli, del generale Dalla Chiesa e Sindona pure. Anche quella di Calvi e in seguito quella di Albino Luciani. Di Andreotti sio diceva che non c’era azione della Mafia che si compisse senza che Giulio volesse. Poi ho scoperto che non esisteva solo un Andreotti degli anni a cavallo tra il 1970 ed il 1980, ma che esisteva anche un Andreotti post bellico, quello dei Portella della Ginestra; ed un Andreotti delle Stragi. Ho capito che a lui erano stati assegnati i segreti di Angleton, Donovan, Truman, Montini, Borghese, De Gasperi, Morlion, ecc. Ma anche quelli della Trattativa Stato-Mafia che ha raggiunto l’apice con l’uccisione di Falcone e Borsellino

Segreti di Stato è un film del 2003, la pellicola ricostruisce i fatti riguardanti la strage di Portella della Ginestra.Per la ricostruzione del film il regista si è avvalso di una serie di consulenze, con cui sono stati visionati i documenti USA recentemente desecretati, riguardanti l’argomento.

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La lunga notte della Repubblica

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Ecco chi ha ucciso Aldo Moro

di Gianni Lannes

In Italia qualcuno se n’è accorto? O meglio a qualcuno interessano democrazia, libertà e indipendenza politica? Steve Pieczenik inviato in missione da Washington, dopo 30 anni ha vuotato il sacco:

«Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. I brigatisti avrebbero potuto cercare di condizionarmi dicendo “o soddisfate le nostre richieste e lo uccidiamo”. Ma la mia strategia era “No, non è così che funziona, sono io a decidere che dovete ucciderlo a vostre spese”. Mi aspettavo che si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro. E questa sarebbe stata una grossa vittoria per loro».

Pieczenik, assistente del sottosegretario Usa nel 1978, psichiatra, specialista in “gestioni di crisi”, esperto di terrorismo, visse – secondo quanto ha rivelato in un libro-intervista pubblicato nel 2008 “Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra” edito in Italia da Cooper e curato da Nicola Biondo e passato stranamente inosservato – gomito a gomito con Francesco Cossiga la parte cruciale dei 55 giorni. Era lui, “l’esperto nordamericano del Dipartimento di Stato U.S.A. che indirizzò e gestì l’azione dello Stato italiano con le Br. La sua presenza al Viminale è stata interpretata, da molti, negli scorsi anni, come una sorta di “controllo” Usa sulla vicenda che coinvolgeva un Paese all’epoca decisivo negli equilibri Est-Ovest.

L’inviato della Casa Bianca, Pieczenik spiega e rivendica la scelta di aver finto di intavolare una trattativa con le Br quando invece «era stato deciso che la vita dello statista era il prezzo da pagare». L’esperto Usa va anzi oltre nelle sue rivelazioni: da un certo punto in poi tutta la sua azione mirò a far sì che le Br non avessero altra via d’uscita che uccidere Moro, fatto questo che avrebbe risolto la gran parte dei problemi che rischiavano di far conquistare all’Italia libertà, sovranità e indipendenza dagli Stati Uniti d’America.

«La mia ricetta per deviare la decisione delle Br era di gestire – spiega nel libro lo psichiatra – un rapporto di forza crescente e di illusione di negoziazione. Per ottenere i nostri risultati avevo preso psicologicamente la gestione di tutti i Comitati (del Viminale n.d.r.) dicendo a tutti che ero l’unico che non aveva tradito Moro per il semplice fatto di non averlo mai conosciuto».

Nel libro del giornalista francese Emmanuel Amara si spiega che il momento decisivo arrivò quando Moro dimostrò di essere ormai disperato. Su quella base si decise l’operazione della Duchessa, ossia il falso comunicato delle Br, scelta questa presa nel Comitato di crisi. «I brigatisti non si aspettavano di trovarsi di fronte ad un altro terrorista che li utilizzava e li manipolava psicologicamente con lo scopo di prenderli in trappola. Avrebbero potuto venirne fuori facilmente, ma erano stati ingannati. Ormai non potevano fare altro che uccidere Moro. Questo il grande dramma di questa storia. Avrebbero potuto sfuggire alla trappola, e speravo che non se ne rendessero conto, liberando Aldo Moro. Se lo avessero liberato avrebbero vinto, Moro si sarebbe salvato, Andreotti sarebbe stato neutralizzato e i comunisti avrebbero potuto concludere un accordo politico con i democristiani. Uno scenario che avrebbe soddisfatto quasi tutti. Era una trappola modestissima, che sarebbe fallita nel momento stesso in cui avessero liberato Moro».

Pieczenik spiega che Cossiga ha approvato la quasi totalità delle sue scelte e delle sue proposte. «Moro, in quel momento, era disperato e avrebbe sicuramente fatto delle rivelazioni piuttosto importanti ai suoi carcerieri su uomini politici come Andreotti. E’ in quell’istante preciso che io e Cossiga ci siamo detti che bisognava cominciare a far scattare la trappola tesa alle Br. Abbandonare Moro e fare in modo che morisse con le sue rivelazioni. Per giunta i carabinieri e i servizi di sicurezza non lo trovavano o non volevano trovarlo».

Pieczenik traccia un bilancio di questa sua strategia: «Ho messo in atto la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Moro al fine di stabilizzare la situazione dell’Italia. Mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento di Aldo Moro in Italia».

Pieczenik raggiunse tre obiettivi: eliminare Moro, impadronirsi dei nastri dell’interrogatorio e del vero memoriale dello statista italiano, costringere le Br al silenzio.

Un passo indietro: durante il viaggio negli Stati Uniti del settembre 1974 Kissinger minaccio pesantemente Moro, come ha ricordato in un’aula giudiziaria il suo portavoce Corrado Guerzoni. Ed è bene non dimenticare la testimonianza della moglie di Moro, che riferì alla Commissione parlamentare che cosa dissero al marito esponenti della delegazione americana: “… Lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei pagherà cara, veda lei come la vuole intendere”.

Dunque, niente più misteri, però ancora un bel po’ di carte inaccessibili nei palazzi del sottomesso Stato tricolore.

Com’è possibile che il Presidente della Repubbblica Napolitano riceva con gli onori riservati ad un capo di Stato il criminale internazionale Henry Kissinger?

Auguriamoci che il primo ministro Enrico Letta in palese conflitto di interessi, affiliato al Bilderberg Group, alla Trilateral Commission ed all’Aspen Institute, vale a dire ad organizzazioni mafiose e terroristiche di stampo mondiale, eviti qualche commemorazione di Moro.

Toc toc: c’è almeno un giudice a Berlino, non dico a Maglie o perfino a Roma che possa riaprire le indagini ed avanzare qualche rogatoria internazionale su questa ennesima operazione di guerra terroristica del Governo nordamericano?

I reati di strage (via Fani) e di omicidio premeditato non vanno mai in prescrizione. O valgono sempre i trattati segreti ed incostituzionali?

Link: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/05/ecco-chi-ha-ucciso-aldo-moro.html[/i]

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In morte di Giulio Andreotti 6/5/2013

Una volta l’ho accompagnato ad ammirare il Teatrino Siciliano, in giro per l’Ambasciata d’Italia in Francia, Rue de Varenne. Era in disgrazia allora, sotto processo per mafia, abbandonato da troppi clienti e dai tanti adulatori interessati che prima lo circondavano. D’altra parte già da anni, specie dopo che fu ucciso Piersanti Mattarella, capitava a noi giornalisti di sentire da democristiani siciliani, certo al riparo di una conversazione privata e confidenziale, che proprio Andreotti era il capo vero della Mafia. Belzebù!  Io, tuttavia, non ho mai creduto alla storia del bacio sulla bocca che gli avrebbe dato Totò u curtu, né alle parole di certi pentiti dell’ultima ora. Una volta credo di averlo detto anche al titolare dell’inchiesta, a Giancarlo Caselli, il quale, se la memoria non mi tradisce, rispose che l’azione penale è obbligatoria. Che con tutte quelle chiamate in correità, non si poteva non procedere.

La mia tesi era, invece, che per i mafiosi, e dunque per i pentiti, fosse da tempo naturale considerare Giulio Andreotti come uno di casa, un politico di cui ci si fida, insomma uno “zio”. Perché in realtà, presidente del Consiglio nel  lontano 1972, dopo la rivolta fascista di Reggio Calabria e il fallito golpe (con sostegno mafioso) del principe Borghese, la Democrazia Cristiana nel panico, a Cosa Nostra, anzi ai Corleonesi, un favore  doveva averlo chiesto davvero. Di farsi i fatti loro, lasciando stare la politica siciliana e le amicizie americane. Fatto sta che come d’incanto tanti voti  di Catania e di Palermo fuggiti  nel 71 verso il Movimento Sociale, già nel 72 erano tornati in casa Dc.

Se lo fece Andreotti, fu per ragion di Partito (e siccome già allora la cosa non sembrava diversa) di Stato. Anche se a lui restò attaccata, in dono, la famiglia più mafiosa di Sicilia, quella di Salvo Lima e dei cugini Salvo. Fa differenza? Sempre di mafia e di politica stiamo parlando? Per me sì.

Non ho mai creduto, infatti, che si possa delegare al lavoro (spesso serissimo) dei magistrati la ricostruzione delle pagine oscure della storia patria. Verità giudiziaria e verità storico – politica non sempre coincidono. I giudici seguono una pista, cercano prove e testimonianze che reggano al dibattimento, costruiscono tesi sulla base di elementi probatori e testimonianze processuali. Lo storico e il politico hanno un compito più facile (tutti già nel 47 sapevano che la strage di Portella della Ginestra sarebbe servita alla Dc), ma anche molto più difficile. Perché combattere il potere a viso aperto, in piazza o in campagna elettorale, non è come sparare sui giornali brani di sentenze e soffiate della procura.

Andreotti è stato protagonista, non marginale, della nostra Storia. Aveva metodo. Ricordo la sua risposta impeccabile a un intervento in aula, alla Camera, di Lucio Magri. Citò Alice nel Paese delle Meraviglie. Non a caso.

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GIAN CARLO CASELLI

Un magistrato scomodo

di Nicola Ricchitelli
Il rapporto tra la mafia e il mondo politico si concretizzò all’indomani del secondo conflitto mondiale, con l’infiltrazione di rappresentanti delle cosche mafiose nel potere locale e in seguito anche nazionale.

In quegli anni la mafia visse un’ulteriore trasformazione, diventando un’organizzazione ramificata ed efficiente: oltre a controllare un ampio serbatoio elettorale, utilizzato per ottenere dai politici locali e nazionali attenzioni e favori, estese la propria sfera d’influenza ad altre attività, come appalti e concessioni edilizie, usura, mercato di manodopera, consorzi, dopo che in tempo di guerra aveva monopolizzato il contrabbando e la gestione delle forniture militari.

Dopo aver concesso uno strumentale sostegno al separatismo siciliano, in funzione essenzialmente antistatale, la mafia scese in campo con il centro politico nazionale, interpretando efficacemente il ruolo anticomunista che gli veniva assegnato sull’isola.

La mafia fu infatti in prima linea nella repressione violenta delle proteste contadine e dell’attività delle organizzazioni politiche dell’opposizione e sindacali; sua fu ad esempio l’organizzazione della strage di Portella delle Ginestre (1947), attuata dagli uomini di Salvatore Giuliano, che causò undici morti sessantacinque feriti tra i braccianti riuniti per festeggiare il Primo maggio.
Il Caso Caselli – Andreotti

Ha fatto sicuramente discutere la vicenda di Caselli, giovane magistrato che istruisce il processo Andreotti. Vicenda che è ben narrata nel libro dello stesso magistrato “Un Magsitrato fuorilegge”.

Dall’analisi del magistrato viene messo in luce che l’ Italia è l’unico paese in cui quando la magistratura attacca i poteri forti, la stessa magistratura viene delegittimata. Negli USA l’impero economico di Bill Gates è stato demolito a colpi di sentenze, lo stesso Bill Clinton ha subito sette processi, di cui da sei riesce ad uscire non colpevole e per l’ultimo viene condannato , ma era un processo personale e non riguardava fatti istituzionali. In Israele, il figlio di Sharon, più che potente uomo politico, un mito per quella nazione, viene condannato per corruzione.

Ma a nessuno degli inquisiti è mai passato per la testa la possibilità di prendersela con i giudici. In Italia questo non avviene. E si sa,quando una menzogna viene ripetuta centinaia di volte, e tra l’altro da persone di potere e quindi per loro stessa definizione credibili, questa menzogna passa e per alcuni può diventare la verità.

Quando poi queste menzogne vengono avallate anche dai Ministri della Giustizia ecco quindi che il magistrato che indaga facendo il proprio dovere può diventare fuorilegge. Compito del Ministro della Giustizia è invece quello di difendere i magistrati, riportare nel cittadino la fiducia nella giurisdizione. Invece il messaggio che passa, e questo vale anche per il giovane magistrato, è che attaccare i poteri forti alla fine non paga. Bisogna mettere in conto un attacco massiccio, da parte dei media, da parte dei politici, da parte di altri colleghi e da parte del Ministero.

Quindi l’Italia è davvero in una situazione anomala. Se a ciò si aggiunge che in Italia la giustizia non funziona, si può dire che il cerchio è completo. Il Governo Berlusconi ha effettuato tali e tanti tagli che molti tribunali saranno costretti a chiudere per mancanza di fondi. I processi si allungano all’infinito e molti reati cadono in prescrizione. Illuminante è proprio il caso Andreotti, riconosciuto colpevole per i reati attribuitigli, tuttavia non è condannato, poichè anche se è dimostrato che fino al 1980 ha fatto e ricevuto favori da cosa nostra, per la lunghezza del processo, persosi in centinaia di migliaia di cavilli, reinvii, lo statista, forse il più grande uomo politico italiano non è stato condannato poichè i reati sono caduti in prescrizione.

Da quel momento è partita una massiccia campagna di riabilitazione dell’uomo politico , passata attraverso la pubblicità di un noto fornitore di servizi telefonici e culminata nel 2006 dove per poco Giulio Andreotti non è stato eletto Presidente della Camera dei Senatori. Ma questa delegittimazione, questo senso di sfiducia, riflette Caselli, alla fine porterà tutti sotto un cumulo di macerie, destra, centro e sinistra. Un cittadino ha il diritto di sapere se ha torto o ragione.

Per forza di cose il mestiere del giudice scontenta il cinquanta per cento dell’ utenza. Se due persone hanno un incidente d’auto e si recano da un giudice perchè entrambi ritengono di avere ragione , quando il giudice emette la sentenza, necessariamente scontenterà uno dei due. La certezza del diritto è un elemento fondamentale della democrazia. Quindi se un giudice scontenta una parte dei poteri forti, sta all’ altra parte difendere i giudici. Spesso ciò non avviene e ne è testimonianza la recente vicenda del caso Previti. Primo collaboratore del Premier Berlusconi, condannato per corruzione, è stato additato come persona degnissima in quanto si è fatto arrestare “con dignità”.

Il fatto che non sia scappato, come in altri tempi ha invece fatto un altro capo di Governo incriminato, il socialista Bettino Craxi, fa di lui una persona degna. Il fatto che due dei collaboratori di Berlusconi, Previti e Dell’ Utri siano stati condannati per corruzione e associazione a delinquere passa in secondo piano e i giudici assumono delle sembianze di mostri che “osano” arrestare un ultra sessantacinquenne (che tra l’altro potrà beneficiare degli arresti domiciliari).

Questa anomalia, questa sensazione che un ladro di polli venga messo in galera e che la chiave venga gettata nel fiume e che invece chi viene condannato per reati di alta finanza venga trattato con i guanti bianchi, potrebbe scoraggiare qualsiasi magistrato dal compiere il proprio dovere fino in fondo. Questo è il risultato della severa campagna contro la magistratura italiana. Ma il quadro non è così nero, ci sono nugoli di magistrati che non si lasciano intimidire e che continuano a fare il loro dovere, consapevoli di ciò che li attende.
Abbiamo assistito alla presentazione del libro ,giovedì 15 dicembre 2005 alla Casa della cultura di Milano. Presenti con l’autore, il senatore Nando Dalla Chiesa, il magistrato Armando Spataro e il giornalista Mario Portanova, che ha collaborato alla stesura del libro. Ecco una sintesi degli interventi.

“Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore nazionale antimafia”. Questo si legge nella quarta di copertina dell’ultimo saggio di Giancarlo Caselli, “Un magistrato fuori legge”.

Dalla Chiesa

“La magistratura è considerata un nemico dagli attuali governanti. Non sempre, solo quando si permette di indagare sui potenti. Alla base c’è una concezione malata della politica, ispirata al principio del princeps legibus solutus. Secondo tale concezione, chi è eletto dal popolo deve essere sottratto al controllo di legalità. La responsabilità penale e il principio di uguaglianza non devono valere per chi è stato votato. Ecco perché la rimozione di un magistrato come Caselli diventa necessaria: per ristabilire il primato della politica sulla legge, il magistrato che non guarda in faccia nessuno deve essere additato come un male.

Lo dicono esplicitamente: il processo Andreotti è la colpa di Caselli.

Ma Andreotti non è stato assolto in quanto innocente, se l’ è cavata solo grazie ala prescrizione (e che cavolo, li salva proprio tutti questa prescrizione?). E le sentenze documentano fatti inquietanti, che dovrebbero suscitare un dibattito serio. Ma l’accertamento della collusione fra la politica (al suo più alto livello) e le organizzazioni criminali non può essere accettato dal ceto politico dominante. Ecco allora che scatta una scientifica mistificazione: Andreotti viene beatificato come vittima della malagiustizia, mentre Caselli viene additato come un nemico.”

Spataro

“Ci lasciamo alle spalle anni tormentati, abbiamo il dovere di ricordare tutto ciò che è accaduto. Tra le vergogne civili che abbiamo dovuto subire, c’è anche la legge contro Caselli.

Nessuno, sia chiaro, ritiene che la magistratura sia immune da pecche. Ma l’accanimento del potere politico contro i magistrati che hanno fatto il proprio dovere senza timori reverenziali: questo è l’elemento essenziale.

Parlare di Caselli significa parlare della mia stessa vita professionale. Lo conobbi un anno dopo il mio arrivo a Milano. Erano gli anni del terrorismo, le prime indagini si concentrarono a Torino, contro le brigate rosse. Fu inevitabile studiare il lavoro di Caselli e del pool di cui faceva parte. Il lavoro di squadra diede il colpo decisivo ai terroristi. Come pure la scelta di contestare il reato di concorso esterno, anche morale, negli atti terroristici, per colpire l’intera organizzazione, compresi gli strateghi e i fiancheggiatori. Una scelta, quella del lavoro in pool e dell’imputazione del concorso esterno, che ha assicurato risultati anche contro la criminalità organizzata.

Devo riconoscere che, senza Caselli, dopo gli assassini dei colleghi Galli e Alessandrini, non avrei retto.

Negli anni di Palermo, Caselli con i colleghi della procura della Repubblica ha saputo ridare slancio alla lotta alla mafia, dopo la tragica estate degli attentati a Falcone e Borsellino. Anche in questo caso la rimozione è necessaria: le centinaia di ergastoli inflitti agli uomini delle cosche devono essere dimenticati.”

Caselli

L’addebito che mi si fa è di non aver rispettato determinati santuari. Ma il rispetto dei santuari non fa parte dei doveri del magistrato, che al contrario è chiamato ad applicare la legge in modo indiscriminato. E’ davvero vergognoso che uno sia costretto a difendere il proprio lavoro, un lavoro pubblico, misurabile con criteri oggettivi, un lavoro che qualche risultato lo ha ottenuto.Contro di me è stata approvata una legge ad hoc.

Ed è un fatto che per certi aspetti può anche rendermi orgoglioso, ma lascia cicatrici di sofferenza per lo stravolgimento delle regole di cui quella legge è segno. Il discorso va oltre la mia persona, e per questo motivo ne parlo. Se si estirpa per legge un magistrato “nemico” viene stravolta l’idea stessa di democrazia costituzionale.

La nostra Costituzione disegna una democrazia pluralista, con poteri in equilibrio fra loro. L’emarginazione dei poteri di controllo (giustizia e informazione) intende affermare un modello diverso, incentrato sul primato della maggioranza politica del momento: un modello autoritario, contrario allo spirito della Costituzione. Ecco il contesto nel quale si iscrive il caso che mi ha riguardato. Numerosi fatti rivelano questa concezione: le invettive dei portavoce governativi, per esempio, si sono scagliate non solo contro i Pubblici Ministeri, ma via via contro tutte le corti di Giustizia che hanno preso provvedimenti sgraditi, dal Tribunale di Milano alla Corte di Cassazione. Tutte “toghe rosse” o “golpisti” o “criminali”. Siamo di fronte a una concezione profondamente pericolosa, in quanto limita il controllo di legalità e insieme ad esso il controllo dell’opinione pubblica sui pubblici poteri.
Una concezione che in definitiva mette in pericolo i diritti delle minoranze.

Solo estirpando le “teste storte” che ancora hanno come punto di riferimento la Costituzione , ci si convince di avere ragione. Ma in questo modo si tende a cancellare la linea di confine fra lecito e illecito, fra morale e immorale. Un rischio terribile per una società.

Il “caso Andreotti” può esser letto come il detonatore del modo di trattare l’informazione e la giustizia da parte di certa politica. Già una volta è capitato che il presidente della Corte di Appello di Palermo, il dott. Scaduti, avvertisse il dovere di smentire una dichiarazione del presidente della Commissione Antimafia, l’on. Centaro, sull’asserita persecuzione ai danni del senatore Andreotti.

E ora si replica, con la relazione di cui parlava Dalla Chiesa. A lui propongo di allegare alla relazione di minoranza un recente saggio del collega Livio Pepino, dedicato all’analisi delle sentenze del processo Andreotti.

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Muore oggi la Prima repubblica. Questa volta definitivamente

Aveva 94 anni. La sua biografia in parallelo con quella della Repubblica

Muore oggi la Prima repubblica

Se n’è andato l’uomo che più di ogni altro ha rappresentato, nel bene e nel male, per averla attraversata tutta sempre con responsabilità di livello, la cosiddetta Prima repubblica. Ne ha rappresentato, in particolare, l’intreccio dei poteri, in particolare fra lo stato e la curia romana. Anche le stanze delle istituzioni dello stato per Andreotti avevano le caratteristiche ovattate e leggermente oscure delle Curie. La qualità dell’intreccio la conosceva bene anche se si rifiutava di descriverla.

Si narra che un giorno Enrico Cuccia parlasse della differenza della geografia politica italiana in questo modo: se due uomini di potere litigano a Milano non si parlano più per un bel pezzo, a Bologna la sera del giorno dopo il litigio prendono un aperitivo insieme, a Roma già il giorno dopo sono a tavola insieme. In questo senso Andreotti era un tipico uomo di potere romano.
I tre episodi più significativi della sua lunga esperienza politica sono sicuramente la vicenda Moro, la partecipazione da protagonista alla Cig di Maastricht del 1991 e il lungo processo riguardante il suo presunto legame con la mafia.

La vicenda Moro: negli anni difficili della solidarietà nazionale fu Moro a chiedere a Enrico Berlinguer (ne ha parlato il presidente Tullio Ancora presso la cui abitazione si svolse l’incontro fra i due) di sostenere la presidenza del Consiglio di Giulio Andreotti “perché di lui gli americani si fidano”. In effetti quell’operazione politica così complessa e ardita per quel tempo richiedeva una certa, seppur implicita, copertura da parte degli Stati Uniti oltreché della Chiesa italiana e Andreotti era la persona giusta per rassicurare entrambi questi ambienti. Fu poi il suo governo, con ministro dell’interno Francesco Cossiga, a dover gestire quei terribili 55 giorni che hanno sicuramente segnato se non cambiato la storia della repubblica. Se un residuo di misteri accompagna ancora quella tragedia la scomparsa di Andreotti se li è definitivamente portati via.

Maastricht: Andreotti era il Capo del governo, bollato nel 1991 come il governo del “tirare a campare”, che trovò nell’occasione offertagli dal Cancelliere Kohl e dai presidenti Mitterrand e Delors, nella prima Conferenza Intergovernativa dopo la caduta del muro di Berlino, l’opportunità di uscire dall’ombra giocando un ruolo di protagonista. In Europa, in effetti, la Dc italiana continuava ad esercitare un rilievo importante, nel Parlamento la sua delegazione era numericamente seconda solo alla foltissima rappresentanza parlamentare della CDU–CSU e nella Commissione la vicepresidenza di Filippo Pandolfi godeva di un prestigio straordinario. Se l’Italia avesse voluto avrebbe potuto fermare il progetto dell’euro, ma Andreotti e Guido Carli decisero di appoggiarlo con molta forza.

L’accusa di coinvolgimento con la mafia siciliana emersa dopo l’assassinio del parlamentare europeo andreottiano Salvo Lima: accusa più infamante non poteva colpire un uomo politico, in particolare un democratico cristiano. Appena venne formulata dagli inquirenti, dopo esser stata adombrata nella Commissione parlamentare antimafia, il sistema democratico italiano venne squassato. Andreotti affrontò quella vicenda drammatica, con dignità e responsabilità politica. Non fuggì, non chiese particolare protezione al Parlamento, non perdette una seduta del processo manifestando un rispetto istituzionale oggettivamente non frequente. Ma ne fu personalmente segnato e colpito per il resto della vita. Ricordo ancora quando nel 1997 in Campidoglio ricevendo i maggiori esponenti politici europei per la celebrazione del 40° del Trattato di Roma, a tutti quelli che gli chiedevano come stesse rispondeva con la stessa frase: “il faut sourvivre”. In effetti quella della sopravvivenza fu la missione che si dette allora e negli anni successivi, non certo per il piacere di vivere ma per il desiderio di ascoltare la sentenza finale del suo processo, da vivo.

Andreotti è stato un personaggio anche al di fuori dei ruoli di responsabilità che ha ricoperto. Si è sempre detto, a ragione, che in lui si identificasse il cosiddetto “generone” romano, che attraversava vari strati sociali, dal borgataro, al taxista al funzionario ministeriale. Era diventato personaggio anche grazie alle sue battute spesso fulminanti, alla frequentazione di ambienti allora non consueti per l’“aristocrazia politica” come gli stadi e gli ippodromi, alla memoria sconfinata e ai suoi archivi descritti come depositari dei più impensabili segreti. Aveva relazioni internazionali estesissime e anche singolari relazioni interne con alleati e soprattutto avversari politici come i comunisti, a conferma della sua innata attitudine al dialogo e alla real politik; ecco, per lui, la politica era soprattutto real politik.

Qualche anno fa, quando già aveva diradato le sue presenze al Senato e si raccontava di periodi anche lunghi di stanchezza intellettuale, gli chiesi una testimonianza sugli anni della Costituente per un numero speciale de “Il Popolo” in occasione della mostra–evento: “Quando si faceva l’Italia”, dedicata al contributo della Dc all’Unità d’Italia. La testimonianza, molto breve, conteneva un “dettaglio storico” poco indagato che voglio qui riprendere perché ritengo meriti ulteriori approfondimenti da parte degli studiosi: “Sottolineo un aspetto che non è quasi mai considerato. Inserendo nella Costituzione i Patti Lateranensi, si allontanò definitivamente l’ipotesi di una garanzia internazionale alla Santa Sede, per la quale avevano fatto sondaggi in Segreteria di Stato tanto il governo americano che quello irlandese (con un esito per loro non incoraggiante da parte di Mons. Montini)”. Si intuisce il valore di questa affermazione che serve a capire perché in quel cruciale articolo 7 si fossero verificate, sia pure all’ultimo momento, convergenze politiche impensate per quei tempi. Andreotti era così, sembrava trattare questioni focali e questioni periferiche con la stessa nonchalance, ma le une e le altre a ben vedere in genere non erano banali.

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Foto 1

E’ una leggenda politica. Un mito archivistico. Il “grande armadio” della Prima repubblica. Per ora è ancora chiuso, tranne particolari autorizzazioni, alla consultazione pubblica e ci vorrà ancora del tempo anche perché Giulio Andreotti ha continuato ad “alimentarlo” quotidianamente e a consultarlo per i suoi libri, interventi, discorsi. E’ l’archivio più temuto e ambito della Repubblica depositato nel caveau blindato dell’Istituto Don Sturzo dove tutti i principali esponenti della Dc hanno lasciato le loro carte. Sono oltre 3.500 grandi faldoni conservati in due grandi archivi a scomparti mobili che hanno occupato due stanze dei sotterranei dell’Istituto che già accoglie le 1.400 buste di Luigi Sturzo, l’intero archivio della Dc.

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I segreti di Andreotti in seicento metri di carta

Tutto l’archivio del leader democristiano donato all’Istituto Sturzo. Con un desiderio particolare: renderlo accessibile da subito al pubblico

I segreti di Andreotti in seicento metri di carta

Nel luglio del 2007 il presidente Andreotti, che da sempre era stato tra i sostenitori dell’attività dell’Istituto Sturzo, decise di affidarci il suo archivio personale custodito fino a quel momento in un grande appartamento nel centro storico di Roma. L’archivio funzionava come un grande centro di documentazione per l’attività del presidente, che contribuiva alla definizione della sua struttura attraverso precise strategie di tipo conservativo, selezionando la documentazione e identificando l’oggetto, il tema o il nome di riferimento, apposto in forma autografa sulle carte.

In quell’estate l’Istituto si assunse il compito di portare tutto il materiale nei locali di Palazzo Baldassini per custodirlo e riordinarlo. Il presidente Andreotti pose come unica condizione che l’archivio fosse aperto immediatamente alla consultazione, senza attendere ulteriori riordini, sorprendendo tutti noi che pure di archivi ci occupiamo da molti anni. Il presidente legittimava in questo modo il lavoro, che l’Istituto Sturzo aveva fatto e faceva, di raccolta degli archivi della tradizione del cattolicesimo politico italiano, aggiungendosi ai più di settanta archivi personali e ai tre archivi di partito già custoditi.

L’archivio è costituito da tremilacinquecento buste, pari a circa seicento metri lineari di documentazione. Un archivio straordinario dunque, quando si pensi che la media dell’archivio di un politico di statura nazionale di solito oscilla tra i quattrocento e i seicento faldoni.

Su quell’archivio hanno lavorato ormai più di cento studiosi. Fino a poco tempo fa ogni richiesta di consultazione veniva inviata al presidente Andreotti, che nel giro di ventiquattr’ore la restituiva, approvandola.

I due custodi indicati dal presidente, due personalità a lui legate da una lunga e profonda amicizia – il senatore Nicola Signorello e l’avvocato Mario Barone – hanno in tutti questi anni collaborato fattivamente con l’Istituto, promuovendo una serie di attività per la valorizzazione dell’archivio e riuscendo anche a digitalizzare l’intera raccolta degli scritti, circa seimila testi pubblicati sul sito dell’Istituto.

La consistenza e la varietà delle tipologie documentarie, oltre alla ricchezza dei contenuti, offrono ampia testimonianza della storia italiana – e non solo – di tutta la seconda metà del Novecento, e rendono questo complesso documentario sicuramente unico nel panorama degli archivi personali contemporanei.

L’archivio conserva documentazione relativa alla sfera sia privata che pubblica del presidente Andreotti dalla metà degli anni Quaranta ai nostri giorni e permette di ripercorrere in modo continuativo e significativo la sua lunga attività di uomo di governo e di partito, di studioso, di giornalista e di saggista. Le carte testimoniano attraverso un percorso impostato sia sulle vicende biografiche, sia sulle esperienze politiche, culturali e professionali, il ruolo istituzionale, come ministro e presidente del Consiglio, con particolare riguardo alla politica estera e comunitaria, all’attività nel partito della Democrazia cristiana, ma anche ai rapporti con istituzioni e personalità della Chiesa, della cultura, dell’arte e dello sport, sia a livello nazionale che internazionale.

L’apporto di Giulio Andreotti si riflette anche nella logica di aggregazione della carte, di tipo prevalentemente tematico, e nel modo in cui nel tempo sono state strutturate alcune pratiche, concepite come dei veri e propri dossier documentari, con documenti che coprono un arco temporale anche molto ampio, che può andare dalla fine degli anni Quaranta fino ai nostri giorni.

Come segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo, a fianco del presidente Franco Nobili, amico da sempre del presidente Andreotti, il mio compito fu allora ed è stato per tutti questi anni quello di custodire, assicurare il riordino e la valorizzazione di queste straordinarie memorie. È davvero corretto dire che la prima repubblica finisce con la morte di Giulio Andreotti.

* Flavia Nardelli è stata segretario generale dell’Istituto Luigi Sturzo fino al febbraio scorso, quando è stata eletta alla camera dei deputati nelle liste del Partito democratico

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Giulio Andreotti: “Giorgio Ambrosoli se l’è cercata”

martedì, 7 maggio 2013

Giulio Andreotti: "Giorgio Ambrosoli se l'è cercata"

Oggi Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, ha preferito non partecipare al ricordo del Consiglio regionale della Lombardia dedicato alla scomparsa di Giulio Andreotti. Uno dei motivi di questa scelta risiede anche in questa intervista del sette volte presidente del Consiglio dei ministri, che disse in un’intervista a “La Storia siamo noi” che Giorgio Ambrosoli se l’era andata a cercare.

Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 — Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività aveva ricevuto incarico di indagare.
Andreotti, in questa intervista rilasciata per la trasmissione “La Storia siamo noi”, alla domanda “secondo lei perchè Ambrosoli è stato ucciso?” risponde: “Era una persona che, in termini romaneschi, se l’andava cercando”.

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Andreotti morto, Ambrosoli esce dall’aula: “Istituzioni facciano conti con coscienza”

Il figlio del commissario liquidatore del Banco Ambrosiano ucciso nel 1979 non ha ascoltato la commemorazione del senatore a vita letta dal presidente del consiglio regionale della Lombardia: ”Ho una storia personale che si mischia” coi lati oscuri di quella di Andreotti “ma non è il caso di fare polemiche: è giusto che le istituzioni ricordino gli uomini delle istituzioni”

Umberto Ambrosoli

Umberto Ambrosoli non ce l’ha fatta e mentre il consiglio regionale della Lombardia commemorava Giulio Andreotti, morto ieri, è uscito dall’aula del consiglio regionale della Lombardia. L’avvocato, candidato del centrosinistra alla poltrona di governatore conquistata da Roberto Maroni, non ha partecipato alla cerimonia e al minuto di silenzio rispettato per ricordare l’uomo politico più controverso e discusso della storia repubblicana italiana.

Tutti i consiglieri, compreso il segretario della Lega Maroni, hanno ascoltato in piedi il discorso del presidente Raffaele Cattaneo. Ma non Umberto, figlio di Giorgio il commissario liquidatore della Banco Ambrosiano assassinato nel 1979 dai sicari di Michele Sindona. Interpellato, il suo staff ha spiegato che non ha voluto fare “polemiche né commenti per rispetto alla morte di una persona”, ma che non ha voluto condividere la commemorazione. Il discorso per ricordare il senatore a vita è stato ascoltato in silenzio e in piedi dai consiglieri di maggioranza e di opposizione.

”Ho una storia personale che si mischia” coi lati oscuri di quella di Andreotti, “ma non è il caso di fare polemiche: è giusto che le istituzioni ricordino gli uomini delle istituzioni, ma chi ne fa parte faccia i conti con la propria coscienza” ha detto ai giornalisti Ambrosoli. “E’ comprensibile – ha argomentato è il coordinatore dei gruppi di centrosinistra al Pirellone – che in occasione della morte di persone che hanno ricoperto ruoli istituzionali di primo piano le istituzioni le commemorino. Ma le istituzioni sono fatte di persone, ed è legittimo che queste facciano i conti con il significato delle storie personali”.

Il figlio dell’eroe borghese, come venne definito in un libro di Corrado Stajano, non è entrato nei dettagli della vicenda drammatica che ha coinvolto la sua famiglia né nei rapporti che vari procedimenti giudiziari hanno rintracciato fra Andreotti e Sindona (quest’ultimo condannato come mandante dell’assassinio), e senza citare quella definizione data dallo statista Dc a proposito del padre, uno “che in termini romaneschi se le andava cercando”.

Era il 2010 quando, in una puntata de “Lastoria siamo noi”, Andreotti rispose così sul perché, secondo lui, Giorgio Ambrosoli era stato ucciso: “Questo è molto difficile, io non voglio sostituirmi né alla polizia né ai giudici”, rispose il senatore a vita guardando a un tempo in cui ricopriva cariche di governo al massimo livello. “Certo – aggiunse subito Andreotti – era una persona che in termine romanesco direi se l’andava cercando”. Una frase che, insieme ai rapporti personali fra il sette volte presidente del Consiglio e il banchiere Sindona, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, è sicuramente ben presente nei pensieri del figlio Umberto.

Ai giornalisti l’avvocato, che ha fatto della pacatezza la sua cifra di espressione, ha ribadito che “ci sono lati oscuri della vita di Andreotti verso i quali ciascuno ha la sua sensibilità” al di là del rispetto per una persona deceduta: “Questi elementi – ha concluso Ambrosoli – continuano anche nel momento del ricordo, pur senza polemiche”.

Il presidente del consiglio lombardo Cattaneo ha ricordato l’ex premier democristiano sottilineando che “il suo percorso politico e istituzionale si radica nella sua formazione culturale maturata sull’impronta di un cattolicesimo popolare e fedele alla tradizione che ha rappresentato per tutta la vita il riferimento del suo agire dentro e fuori le istituzioni”. “Al di là delle opinioni differenti che legittimamente si possono avere sulle ombre e sulle vicende giudiziarie che ne hanno segnato la vita negli ultimi anni – ha proseguito -, sono comunque esemplari la temperanza, il rispetto delle istituzioni (inclusa la magistratura) e l’umiltà con cui ha affrontato il giudizio dei tribunali”. Dunque, ha concluso il presidente del Consiglio regionale lombardo prima di chiedere il minuto di silenzio alla memoria di Andreotti, “con la sua scomparsa se ne va un pezzo della storia italiana, dunque qualcosa che appartiene a tutti, amici e avversari politici”.

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largo-giorgio-ambrosoliSapevo da tempo, l’intitolazione era infatti avvenuta durante le precedenti amministrazioni, della dedica di una piazza all’interno della villa Paganini, piccolo e bel parco pubblico sulla via Nomentana a Roma a Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese che non si era piegato ai poteri collusi con la malavita internazionale. Solo due giorni fa ho potuto vedere che i viali del giardino sono dedicati a illustri uomini che hanno combattuto anche a prezzo della loro vita la malavita organizzata.

Il primo viale che si incontra è dedicato a Massimo D’Antona ucciso nel 1999 dalle Brigate Rosse.

viale-massimo-dantonaLa dedica dice “Giuslavorista – Vittima del terrorismo”. Ancora: Marco Biagi “Giuslavorista – Vittima del terrorismo (1950 – 2002)”. Con grande sorpresa in un piccolo slargo compare la dedica a Giorgio Ambrosoli. La dedica è però molto stringata: “Avvocato (1933 – 1979)”. Incredibile! Sulla vita di uno dei migliori servitori dello Stato italiano è stata operata una micidiale censura. Non si come è stato ucciso, né da chi.

Per ragionare sui motivi che hanno portato a questa vergognosa censura occorre partire dal mandante dell’omicidio Ambrosoli. L’omicidio fu commesso, come noto, da un killer –William Joseph Aricò- pagato con 115 mila dollari, mentre nel 1986 Michele Sindona, il potente finanziere siciliano, fu condannato all’ergastolo quale mandante dell’esecuzione. Sulla dedicazione questo fatto acclarato poteva essere ricordato. E invece nulla.

viale-marco-biagiEra pericoloso avventurarsi su questi percorsi, devono aver pensato nell’amministrazione comunale romana, perché se si conosce il punto di partenza non è certo il punto di conclusione. Michele Sindona nel 1968 acquisisce il controllo della Società Generale Immobiliare, la potentissima società di proprietà del Vaticano protagonista della realizzazione di grandi quartieri residenziali in particolare a partire dal 1950. Nel 1969 Sindona inizia ad aver profondi rapporti con lo Ior, l’istituto di credito della Santa Sede e sono noti i legami con il banchiere Guido Calvi. Nel 1984, a seguito dell’azione della Banca d’Italia, Giorgio Ambrosoli fu nominato commissario liquidatore dell’istituto di credito sindoniano, la Banca privata italiana. Nel 1987 c’è la dichiarazione di fallimento della Società Generale Immobiliare. Il mandante dell’omicidio ha dunque profonde radici all’interno del potere vaticano.

E’ noto che Giorgio Ambrosoli pagò con la vita l’inflessibile rigore –nonostante i tentativi di accomodamento sollecitati da Giulio Andreotti e dai suoi uomini- con cui affrontò la questione della liquidazione della Banca privata italiana. La piccola villa Paganini dista meno di due chilometri in linea d’aria dalle mura vaticane che custodiscono gelosamente i grandi segreti della recente storia italiana. Meglio non urtare suscettibilità, avranno pensato i furbetti dell’amministrazione comunale. Un silenzio forse utile per consentire brevi carriere politiche. Non per ricostruire il profilo etico di una nazione smarrita. E quella targa dedicatoria andrà prima o poi completata con la verità.

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Qualcuno, non ricordo chi, ha detto che gli anziani esprimono sempre quello che pensano.

Deve essere capitato anche a Giulio Andreotti, intervistato da Giovanni Minoli per lo speciale su Giorgio Ambrosoli. Alla domanda su come si spiegava l’uccisione del commissario liquidatore della banca del finanziere mafioso Michele Sindona, il senatore (ahimè) a vita ha risposto: “E’ una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando“. Una frase disgustosa, oscena, immorale, offensiva non solo della memoria di un avvocato integerrimo che ha servito lo Stato, consapevole che avrebbe pagato con la vita ( è stato ucciso da un sicario di Sindona l’11 luglio del ’79 a Milano) e della sua famiglia, ma anche di tutti coloro che credono nei valori della legalità. Quello che si è lasciato scappare Andreotti, insolitamente incauto, è comunque coerente con quello che ha rappresentato per il Paese. Nonostante le riverenze di destra e di sinistra, nonostante i festeggiamenti in Parlamento, Andreotti – è bene ribadirlo – è stato riconosciuto dai giudici di Palermo colpevole di associazione mafiosa fino al 1980. Reato prescritto. La sentenza è della Corte d’appello, confermata in Cassazione.

Per fortuna questa volta la reazione alle sue parole c’è stata, compresa quella del più giovane dei figli di Ambrosoli, Umberto, anche lui avvocato: “La sua frase si commenta da sola. Il ruolo di Andreotti è già stato chiarito in ben due sentenze: la prima su Sindona e la seconda a Palermo. Il suo operato è sotto gli occhi di tutti”. Ma il sette volte presidente del Consiglio, dotato di grande furbizia, di fronte alle sacrosante polemiche di queste ore, si è trasformato in coccodrillo che piange dopo aver fatto il guaio. E’ pure diventato un po’ come Berlusconi, quando dice di non essere stato capito: “Sono molto dispiaciuto che una mia espressione di gergo romanesco abbia causato un grave fraintendimento sulle mie valutazioni delle tragiche circostanze della morte del dottor Ambrosoli. Intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto”. In realtà ai tempi della P2 si schierò con Sindona definito “il salvatore della lira” e contro Ambrosoli. Il suo quindi non sembra tanto un fraintendimento quanto un lapsus freudiano. Insomma questo è l’ennesimo episodio che rende Andreotti indegno dell’onorificenza di senatore a vita. Un riconoscimento che non avrebbe mai dovuto avere e che invece è stato negato, per esempio, al “padre” del pool antimafia di Palermo (capo di Falcone e Borsellino), il giudice Nino Caponnetto, nonostante le migliaia di firme raccolte.

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L’archivio segreto di Andreotti: ecco tutte le sue raccomandazioni (inviate e ricevute)

Dalla richiesta di Togliatti di favorire il trasferimento di un militare, alla preghiera a Craxi affinché mantenga il finanziamento per una rivista

07/05/2013

L'archivio segreto del Divo Giulio: ecco tutte le sue raccomandazioniGiulio Andreotti

La cosa che in molti temevano e forse ancora temono di Giulio Andreotti è il suo leggendario archivio. Una sorta di armadio della Prima Repubblica in cui sono riposti, si immagina ben ripiegati, i segreti più o meno confessabili del Divo Giulio. Quasi tutto il materiale archiviato, ovviamente, non è accessibile al pubblico. Il vice direttore di Libero Franco Bechis è però in grado di rivelare qualche chicca. Sia chiaro: niente a che fare con i grandi misteri d’Italia, tipo i rapporti con Cosa Nostra, la strage di Ustica, il rapimento di Aldo Moro e così via.

La richiesta di Togliatti – Si tratta invece di alcune lettere attraverso cui Andreotti chiedeva, e riceveva, richieste di raccomandazione. Provenienti e inviate a persone tra le più insospettabili. In una di queste, ad esempio, Palmiro Togliatti chiedeva ad Andreotti il suo impegno a far trasferire un sottotenente dall’Aquila, dov’era in servizio, a Palermo o Messina. (E’ la foto che accompagna l’articolo).

E quella di Andreotti a Craxi – Bechis ne ha poi in mano una in cui è invece Andreotti ad inviarne una niente poco di meno che a Bettino Craxi, chiedendogli di non interrompere il finanziamento ad una rivista che gli stava particolarmente a cuore. Insomma, lettere che trattegiano la storia di un arcitaliano qual’era Andreotti. Niente di deprecabile per uno che, a proposito di raccomandazioni, sosteneva che essa è utile se la persona è competente e in gamba.

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Cicchitto su Andreotti: “Mediò con la mafia tradizionale, ma combatté quella dei corleonesi”

Il politico del Pdl mette così in risalto le doti diplomatiche del Divo. “Per lui la mediazione era l’essenza della politica”, ha quindi aggiunto

06/05/2013

Il Pdl Cicchitto al veleno: "Andreotti mediò con la mafia classica"

Sono stati in tanti, tra i politici, a commentare la morte di Giulio Andreotti, scomparso oggi lunedì 6 maggio. E non poteva essere altrimenti visto che parliamo di una personalità che, piaccia o meno, ha avuto una forte influenza sulla politica italiana per oltre cinuant’anni. Un coro unanime di dichiarazioni che ha evidenziato, in modo particolare, la sua abilità da mediatore, il suo aver saputo trasformare l’arte del compromesso in virtù governativa. Questa sua caratteristica, che forse è stato il suo tratto distintivo, è stata sottolineata, tra gli altri, anche da Fabrizio Cicchitto, dirigente del Pdl tra i più illuminati con trascorsi da socialista craxiano, che a proposito di Andreotti ha dichiarato: “Per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci ai grandi gruppi economico finanziari agli alleati politici fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese”. Parole, quelle riferite alla mafia, che di certo non mancheranno di far discutere.

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“Fece il bene del popolo”

Morte Andreotti, Licio Gelli: “Un vero uomo porta i segreti nella tomba”

Il commento del “venerabile” della P2 dopo la scomparsa del Divino Giulio: “Al suo confronto tutte mezze calzette”

06/05/2013

Gelli: "Andreotti? Un vero uomo porta i segreti nella tomba"Licio Gelli

Muore Giulio Andreotti. Nel diluvio di commenti di cordoglio ne spiccano due. Uno per l’idiozia, quello della grillina Giulia Sarti, che scrive “MAFIA”, rigorosamente in maiuscolo, da vera adepta del credo pentastellato. L’altro è quello sibillino di Licio Gelli, ex Venerabile della P2. “L’unico al mondo che ha diritto di chiamarsi uomo e statista – dice di Andreotti -. Sono pochi gli italiani che lo ricordano. Io ho un ricordo magnifico. Un uomo di quella statura lì non nasce più, oggi sono tutti mezze calzette”. Poi Gelli sottolinea: “Era un politico altamente preparato e onesto, all’altezza dei compiti che gli venivano affidati. E’ stato capo di Stato e un capo di Stato deve tenere i segreti che gli vengono affidati. Andreotti – rimarca Gelli – ha fatto il suo dovere, ha usato i segreti per dare il benessere al popolo. I segreti li aveva, e se li è portati con sè. Chi è un uomo se li porta dietro…”.

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Aveva 94 anni, per decenni fu al centro della vita politica italiana. Per 7 volte primo ministro

15:47 – Si è spento alle 12.25 nella sua casa di Roma il senatore Giulio Andreotti. Lo hanno reso noto i suoi familiari, aveva 94 anni. Per decenni al centro della vita politica italiana, ha guidato il governo per sette volte.

E’ stato il politico italiano più blasonato: sette volte alla guida del governo, innumerevoli volte ministro, campione delle preferenze nelle liste della Dc. Ma per i suoi nemici è ricordato come “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, ama coltivare.In più di mezzo secolo di vita pubblica, più di ogni altro governante, Giulio Andreotti è stato identificato come l’emblema di un potere che nasce e si alimenta nelle zone d’ombra.

Il sarcasmo, la sua dote migliore – Andreotti era nato a Roma il 14 gennaio 1919. “Quell’anno sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io”, si gloriava ultimamente. Da giovane, era un ragazzo religioso, studioso, molto serio, la schiena già lievemente incurvata e le idee chiare sul suo futuro. Unici divertimenti le partite della Roma (al vecchio stadio di Testaccio) e le corse dei cavalli all’ippodromo delle Capannelle.

Il debutto al governo a 28 anni – Nel 1946, a 28 anni, era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con una delega particolare per lo spettacolo. Il giovane Giulio si occupava del cinema a trecentosessanta gradi: dai tagli della censura ai copioni poco rispettosi della morale cristiana ai finanziamenti pubblici per sostenere le produzioni italiane. Di quegli anni si ricorda la polemica con Vittorio De Sica, accusato dal giovane sottosegretario di aver reso “un pessimo servizio all’Italia” con il suo pessimistico film “Umberto D”.

Nel 1954 divenne ministro – Nel 1954 fece il salto e diventò ministro. Il suo feudo elettorale era la campagna a sud di Roma, da dove proveniva la sua famiglia: Fiuggi, Anagni, Alatri, antichi possedimenti delle nobili famiglie capitoline, diventarono centri della sua rete elettorale e clientelare. Politicamente rappresentava l’ala più conservatrice e clericale della Dc, i suoi avversari interni erano i fautori del centrosinistra, come Moro e Fanfani. Ottime le sue entrature in Vaticano, estesissima la sua rete di contatti internazionali.

Nel ’72 debutto da premier – Fu nel 1972 che riuscì ad arrivare alla presidenza del Consiglio. Lo scelsero con scarsa convinzione, per dar vita a un governo di centro dalle scarse prospettive. E infatti fu il governo più breve della storia repubblicana: solo 9 giorni, dalla fiducia alle dimissioni.

Le sue massime storiche – Già allora sapeva che “il potere logora chi non ce l’ha” e che “a pensare male si fa peccato ma di solito ci si indovina”. Queste due massime rappresentano la sintesi perfetta del pensiero politico andreottiano e sono ormai espressioni comuni. Per una di quelle curiose alchimie della politica che caratterizzavano la prima repubblica, fu lui, l’uomo della destra Dc, a essere chiamato a guidare i governi di solidarietà nazionale, alla fine degli anni settanta, con l’appoggio esterno del Pci. I leader della Dc avevano capito quale era la sua più grande dote: conciliare gli opposti, smussare gli angoli, digerire le difficoltà.

L’emblematico rapporto con Craxi – Il leader socialista non lo vedeva di buon occhio e fui lui a coniare il soprannome di Belzebù. Andreotti era “la volpe che finirà in pellicceria”. Ma qualche anno dopo dopo, di nuovo a Palazzo Chigi, Andreotti strinse un patto di ferro proprio con Craxi : erano gli anni del “caf” (dalle iniziali di Craxi , Andreotti e Forlani) e l’opposizione di sinistra lo considerava come il peggio del peggio della politica italiana. Il film “Il Divo” di Sorrentino lo ritrae come responsabile o complice di mille nefandezze. Lui stava per querelare, ma poi preferì lasciar correre: era pù’ andreottiano così, forse anche perché, altra sua perla di cinica saggezza, “una smentita è una notizia data due volte…”.

Il sospetto più infamante: la mafia – Tanti i dubbi e i sospetti che hanno accompagnato la sua vicenda politica: il più infamante, quello di essere sceso a patti con la mafia. Per qualcuno bastava già la lunga amicizia con Salvo Lima, suo luogotenente in Sicilia, morto ammazzato nel 1992 a ridosso delle elezioni politiche che sancirono il crollo della Dc, per considerare Andreotti come un politico disposto al compromesso con Cosa Nostra.

Il presunto bacio con Riina – Poi arrivò Buscetta a raccontare la storia del bacio a Toto’ Riina. I colpevolisti erano di gran lunga più numerosi. Ma Andreotti sfidò i giudici andando a tutte le udienze del processo che lo vedeva imputato, la testa china sui suoi appunti, contestando l’accusa fino alla sentenza definitiva di assoluzione.

Camera ardente a casa, funerali privati – Per Giulio Andreotti niente camera ardente al Senato ma nella sua amatissima casa-studio di corso Vittorio e funerali privati presso la Chiesa di san Giovanni dei Fiorentini a Roma. Lo hanno reso noto i suoi più stretti parenti. Le esequie sono previste per domani pomeriggio.

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Caselli: Andreotti ebbe rapporti con la mafia

Parla Giancarlo Caselli: c’è una verità definitiva della Cassazione, Andreotti ebbe rapporti con la mafia

Giancarlo Caselli, procuratore della Repubblica di Torino, è stato il capo della Procura di Palermo dal 15 gennaio 1993 (giorno della cattura di Totò Riina) al 1999. Ed è il magistrato-simbolo del processo palermitano a Giulio Andreotti: è lui che nel 1993 lo ha iscritto nel registro degli indagati per associazione mafiosa.

Adesso che Andreotti è morto, Caselli dice: “Sul piano umano la morte di tutti, di qualsiasi persona, merita rispetto. E io non ho titolo né ruolo per parlare di Andreotti politico”. Ma subito il magistrato entra nel cuore di una stagione che ha segnato la vita non solo di uno dei politici più significativi, e potenti, dell’Italia repubblicana. Ma della intera politica italiana.
“Posso parlare del processo di Palermo- dice Caselli-. L’inchiesta durò un anno, fu brevissima e l’accusa per Andreotti era di associazione con Cosa Nostra. Il processo di primo grado, il 23 ottobre 1999, si concluse con l’assoluzione. Poi in Corte di appello, il 2 maggio 2003, ci fu una parziale riforma della sentenza: fino al 1980 fu provata la responsabilità di Andreotti per aver commesso il delitto, per gli anni successivi fu confermata la sentenza di primo grado. Il reato commesso fino al 1980 fu dichiarato prescritto, per cui la Corte d’appello non potè far seguire formale condanna”.

“Ma è evidente che non si può parlare di assoluzione. In particolare, come scrivono i giudici, furono provati due incontri con mafiosi del calibro di Stefano Bontate per discutere di Piersanti Mattarella, il Presidente dc della regione siciliana ucciso (il giorno della Epifania del 1980, ndr.) dalla mafia mentre si recava a messa con la propria famiglia. Di questi incontri ha parlato, per avervi assistito, Francesco Marino Mannoia, uno dei principali collaboratori di giustizia che si pentì con Giovanni Falcone”.
“Inoltre dopo la sentenza d’appello- tiene a precisare Caselli- ci fu ricorso in Cassazione non solo del pubblico ministero perché fosse riconosciuta la responsabilità anche dopo il 1980. Ma anche di Andreotti per cancellare la sentenza fino al 1980. E io non ho mai visto in cinquanta anni di carriera che un imputato ricorre contro la propria assoluzione. Ad ogni modo la sentenza di corte d’Appello fu confermata dalla Cassazione il 15 ottobre”.

Chiuso. Con un cruccio. “ La sentenza della Cassazione vuol dire che abbiamo una verità definitiva. Eppure molte volte occultata e stravolta da politici e media”.

Però molti, e molto, hanno sottolineato il comportamento di Andreotti durante il processo: sempre presente alle udienze, ligio, attento, rispettoso. Cosa dice Caselli? “Fermo restando la responsabilità fino al 1980 per rapporti con la mafia, bisogna dire che va riconosciuta che è stata scelta la linea della difesa non “dal” processo ma “nel” processo”.

http://www.huffingtonpost.it/2013/05/06/parla-giancarlo-caselli-ce-una-verita-definitiva-della-cassazione-andreotti-ebbe-rapporti-con-la-mafia_n_3223317.html?utm_hp_ref=italy

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L’anomalia italiana

Giulio Andreotti ha rappresentato, per una lunga fase storica dalla Costituente, sino a quel conclusivo giugno 1991 in cui venne nominato senatore a vita, la più spiccata anomalia italiana: la normalità della coesistenza di vizi e virtù pubbliche in capo ad uno stesso rappresentante delle istituzioni, inconcepibile in un altro paese soggetto al controllo di una decente opinione pubblica. In un altro paese non avrebbe nemmeno avuto una storia giudiziaria come quella che l’ha coinvolto perché, specie dopo l’affare Sindona, le vicissitudini di Baffi e Sarcinelli, l’omicidio di Giorgio Ambrosoli e il forte legame con la Sicilia di Lima, sarebbe uscito di scena e sarebbe stato dimenticato, almeno dalla cronaca.

E invece ne è uscito sempre rafforzato, tanto da essere nominato senatore a vita e poter poi dire con molta nonchalance che Ambrosoli “se l’era cercata”, con relativa fastidiosa alzata di spalle generale e trasversale verso i pochi che protestavano per tanta protervia.

Non c’è dubbio che il potere andreottiano in Sicilia è stato pervasivo e che i suoi luogotenenti locali, Lima in primis, erano interamente calati in quell’area grigia funzionale agli interessi mafiosi. Che fosse mafioso o meno, almeno secondo il codice penale, lo si può desumere da una sentenza passata in giudicato che ha “spacchettato” in due parti la sua compromissione con l’organizzazione criminale: fino ad un certo periodo sì, no per il resto dei suoi giorni. Che Lima non fosse mafioso in senso tecnico-giuridico era convinzione profonda di Giovanni Falcone ed è da presumere che la stessa convinzione l’avesse, di conseguenza, per Andreotti, tanto da risolvere rapidamente il caso di un millantatore spedito in carcere per calunnia per averlo indicato come mandante di un omicidio politico eccellente.

E’ certo comunque che la mafia faceva grande affidamento su Lima e le sue connessioni romane, tanto da fargliela pagare quando la sentenza della Cassazione chiuse inesorabilmente il primo maxi processo con lunghe condanne e molti ergastoli.

Rimane, però, in tutta la sua valenza politica ancorché priva di conseguenze giudiziarie, quella compromissione che tanti lutti e tanta sofferenza ha inflitto alla società siciliana e alle istituzioni.

La giustificazione formale di questa santa alleanza, per un lungo periodo, è stata la guerra fredda, la difesa dal comunismo, la fedeltà del Pci all’Urss e, quindi, la necessità di accogliere nel proprio campo un ampio pezzo di borghesia che inglobava anche gruppi criminali. Peccato che sparavano, ma erano effetti collaterali ineliminabili e non si poteva andare troppo per il sottile se si volevano salvare i valori dell’occidente democratico: in buona sostanza, seppur protetta dalla lupara, era pur sempre una democrazia da preservare. Una tal giustificazione pelosa non poteva più reggere dopo l’acquisizione formale e sostanziale del Pci al campo occidentale, con l’accettazione dell’ombrello atlantico come garanzia per la tenuta democratica e buona parte della Dc ne trasse le conseguenze con decise prese di posizione contro la mafia. Il meccanismo, però, era abbastanza collaudato e altri pezzi della politica, delle istituzioni, dell’imprenditoria, della finanza continuarono, e continuano, a farlo marciare a costo di abbattere quanti, come Piersanti Mattarella, volevano cambiare.

Emblematica è stata la battaglia di Pio La Torre che aveva compreso sino in fondo la forza distruttiva di questo meccanismo di potere, l’intima relazione tra mafia, affari, istituzioni, controllo del territorio con la militarizzazione: non ci poteva né ci può essere democrazia senza la pace e con la mafia.
Affievolitosi fino all’irrilevanza il potere andreottiano, ne è rimasto il modello come lascito pesante su una società costretta a farci i conti. Intendiamoci, questo è il vero pericolo e non si può semplicisticamente puntare il dito contro i singoli Andreotti, Lima o Ciancimino per poi, comodamente, assolvere tutti gli altri: del resto si è visto come, scomparsi questi attori primari, prontamente ne è stata raccolta l’eredità dai nuovi gruppi che hanno prontamente riempito i vuoti. Da una breve fase di distacco strategico, dovuto alla rivolta morale e politica prodotta dalle stragi del ’92, si è passati ad un presente fatto di compromissioni palesi, di accettazione dell’intermediazione mafiosa in tutti i campi degli affari e della finanza, di contiguità rivendicate come irrilevanti o addirittura virtuose – lo stalliere di Arcore eroe – che fanno della mafia un potere ancora più forte e della compromissione con la stessa un modello tuttora vincente.
Morto Andreotti, ora bisogna liberarci dell’andreottismo.

Giuseppe Di Lello
Fonte: www.ilmanifesto.it
7.05.2013

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Morto Giulio Andreotti, il racconto di Roberto Rotondo, vicedirettore del mensile 30 giorni: “È stato cosciente e vigile fino alla fine” (FOTO TWEET)

Pietro Salvatori, L’Huffington Post | Pubblicato: 06/05/2013 15:02

Andreotti

“Un maestro di vita”. Così Roberto Rotondo definisce quel che è stata per lui la persona di Giulio Andreotti. Che, oltre alla sua nota vita politica, è stato anche per quasi vent’anni direttore del mensile 30 giorni, del quale Rotondo è stato vicedirettore. Vent’anni nei quali tra i due è nato un rapporto che va al di là della vita professionale. “Negli ultimi mesi si era ritirato ad una vita riservatissima – racconta Rotondo – e ho avuto modo di comunicare con lui solo attraverso messaggi cartacei, ma fino all’ultimo si │ interessato alla vita del giornale e di chi ci lavorava”.

Come ha appreso della sua morte?
Mi hanno chiamato i suoi familiari pochi minuti dopo che era successo. Non so ancora bene cosa dire.

Qual è stata la causa del decesso?
La situazione era stabile. I problemi respiratori che aveva erano noti, quelli per i quali era stato ricoverato circa sei mesi fa. Aveva un’assistenza infermieristica 24 ore su 24, era tenuto costantemente sotto controllo. Stamattina ha avuto quella che sembrava essere una piccola crisi respiratoria. Hanno chiamato il medico ma si è spento poco dopo.

Addio a Giulio Andreotti, la notizia sui siti stranieri
Era vigile in quest’ultimo periodo?

È stato cosciente e vigile fino alla fine, per quanto l’età e i problemi di salute glielo consentissero.

Che ricordo le lascia?
Quello di un grande direttore, uno che dava fiducia a quelli che lavoravano con lui, pur rimanendo sempre attento a seguire ciò che lo interessava, ma valorizzando i giornalisti senza mai censurare nulla. Un uomo appassionato, che apriva strade e delineava orizzonti.

Quali temi privilegiava?
Era particolarmente attento ai temi della politica estera e delle crisi internazionali. Dalla Palestina alla ex Jugoslavia, passando per la Russia e la Cina, con i travagli della Chiesa locale. Grande era il suo interesse per il Tezo mondo. Ogni anno il suo editoriale del mese di gennaio era puntualmente dedicato al Messaggio sulla pace del Pontefice.

Era noto anche il suo interesse per la storia.
Negli ultimi anni aveva il forte desiderio di offrire una lettura storica di determinati eventi che restasse nel futuro.

Quali in particolare?
Il processo che portò alla formazione della Costituzione, i primi anni della Prima repubblica, le figure di Pio IX e Pio XII, il rapporto tra Paolo VI e la politica italiana.

Era una persona fredda come la descrivevano alcuni?
In molti l’hanno descritto così, distante, quasi fosse un mandarino. Aveva un carattere riservato, ma non freddo, viveva la vita consapevole che qualunque problema poteva essere affrontato, sapeva dare alle cose il posto che meritavano. Mi ricordo un episodio.

Ce lo racconti.
Era il giorno della seconda sentenza del processo di Palermo. Eravamo entrambi a Roma, io in redazione, lui probabilmente a casa. Prima della sentenza mi arrivò un fax. Era una notizia sulla scuola cattolica, non ricordo cosa in particolare. Sotto la sua calligrafia recitava: “Tema da approfondire, urgente”. Rimasi stupito che in un giorno così particolare dedicasse le sue attenzioni a cose del genere, ma questo era Andreotti.

Il ricordo più caro che conserva di lui?
Ce ne sarebbero tanti. Non mi scorderò mai come fu felice un giorno nel 2007. Successe che per il compleanno del Papa chiedemmo ad una trentina di cardinali di scrivere un breve omaggio a Benedetto XVI. Il giornale uscì, e poco dopo vi fu un pranzo tra il Pontefice ed alcuni degli estensori di quelli scritti. Benedetto ringraziò i cardinali, citando il giornale. Lui continuava a insistere: “Ma ti rendi conto, un Papa che cita il nostro giornale”.

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GIULIO, ERA TUTTI LORO

Italia DI MARCO TRAVAGLIO
ilfattoquitidiano.it

Uno straniero atterrato ieri in Italia da un paese lontano durante la lunga veglia funebre per Andreotti a reti unificate, vedendo le lacrime e ascoltando le lodi dei politici democristi e comunisti, berlusconiani e socialisti, ma anche dei giornalisti e degli intellettuali da riporto di tutte le tendenze e parrocchie, non può non pensare che l’Italia abbia perso un grande statista, il miglior politico di tutti i tempi, un padre della Patria che ha garantito al Paese buongoverno e prosperità, e ciononostante fu perseguitato con accuse false da un pugno di magistrati politicizzati, ma alla fine fu riconosciuto innocente e riabilitato agli occhi di tutti nell’ottica di una finalmente ritrovata pacificazione nazionale. La verità, naturalmente, è esattamente quella opposta. Non solo giudiziaria. Ma anche storica e politica.

È raro trovare un politico che ha occupato tante cariche (7 volte premier, 33 volte ministro, da 13 anni senatore a vita) e ha fatto così poco per l’Italia: nessuno – diversamente che per gli altri cavalli di razza Dc, da De Gasperi a Fanfani a Moro – ricorda una sola grande riforma sociale o economica legata al suo nome, una sola scelta politica di ampio respiro per cui meriti di essere ricordato.

Andreotti era il simbolo del cinismo al potere, del potere per il potere, fine a se stesso, del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il primo responsabile, per longevità politica, dello sfascio dei conti pubblici che ancora paghiamo salato. Un politico buono a nulla, ma pronto a tutto e capace di tutto. Il principe del trasformismo, che l’aveva portato con la stessa nonchalance a rappresentare la destra, la sinistra e il centro della Dc, a presiedere governi di destra ma anche di compromesso storico, a essere l’uomo degli Usa ma anche degli arabi. Un politico convinto dell’irredimibilità della corruzione e delle collusioni, che usò a piene mani senza mai provare a combatterle, perchè – come diceva Giolitti e come gli suggeriva la natura – “un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito”.

Eppure, o forse proprio per questo, era il politico più popolare. Perchè il più somigliante a quell’“ italiano medio” che non è tutto il popolo italiano. Ma ne incarna una bella porzione e al contempo la tragica maschera caricaturale. Se però Andreotti spaccava gli italiani, affratellava i politici, che han sempre visto in lui – amici e nemici – il proprio santo patrono e protettore.

La sua falsa assoluzione, in fondo, era anche la loro assoluzione. Per il passato e per il futuro.

Per questo, quando le Procure di Palermo e Perugia osarono processarlo per mafia e il delitto Pecorelli, si ritrovarono contro tutto il Palazzo. Il massimo che riusciva a balbettare la sinistra era che, sì, aveva qualche frequentazione discutibile, ma che stile, che eleganza in quell’aula di tribunale dove non si era sottratto al processo (il non darsi alla latitanza già diventava un titolo di merito). Fu parlando del suo processo che B. diede dei “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” a tutti i giudici. Fu quando si salvò per prescrizione che Violante criticò l’ex amico Caselli per averlo processato e la Finocchiaro esultò per l’inesistente “assoluzione”. Anche i magistrati più furbi e meno “matti”, come Grasso, si dissociarono dal processo e fecero carriera.

Oggi le stesse alte e medie e basse cariche dello Stato che l’altroieri piangevano la morte di Agnese Borsellino piangono la morte di Giulio Andreotti. Ma non è vero che fingano sempre: piangendo Andreotti, almeno, sono sincere.

Enrico Letta, alla notizia che la Cassazione aveva giudicato Andreotti mafioso almeno fino al 1980, si abbandonò a pubblici festeggiamenti: “Quante volte da bambino ho sentito nominare Andreotti a casa di zio Gianni. Era la Presenza e basta, venerata da tutti. Io avevo una venerazione per questa Icona!”. E giù lacrime per l’“ingiustizia” subìta dalla venerata Presenza anzi Icona, fortunatamente “andata a buon fine” tant’è che “siamo tutti qui a festeggiare” (un mafioso fino al 1980).

L’altro giorno Letta jr. è divenuto presidente del Consiglio. È stato allora che il Divo ha capito di poter chiudere gli occhi tranquillo.

Marco Travaglio
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
7.05.2013

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Andreotti, una vita di misteri: Moro, Sindona, P2, Riina

Di Claudio Brigliadori

“La situazione era un po’ più complessa”. E’ un finto Andreotti a sintetizzare in poche parole il senso di una vita spesa per la politica. La vita di Giulio Andreotti, quello vero. In uno dei passaggi più intensi del Divo, il contestato (dallo stesso Andreotti) film-biografia di Paolo Sorrentino interpretato da Toni Servillo, il leader della Dc si trova di fronte al direttore di Repubblica Eugenio Scalfari.
Che in un faccia a faccia tesissimo gli snocciola tutti i misteri di cinquant’anni di storia italiana intrecciata a quella del Divo Giulio: la mafia, la morte del generale Dalla Chiesa e quella di Aldo Moro, il suicidio fasullo del banchiere Roberto Calvi, l’assassinio per avvelenamento in carcere di Pisciotta e Sindona, la presenza della P2 e degli uomini di Licio Gelli nei gangli della macchina-Stato. “Delle due l’una: o lei è il più grande scaltro criminale di questo Paese, perché l’ha sempre fatta franca. Oppure è il più grande perseguitato della storia d’Italia”.

Golpe De Lorenzo – Detto che Andreotti non ha mai apprezzato la ricostruzione di Sorrentino (“una mascalzonata”, l’aveva definita alla prima visione, salvo poi fare parziale marcia indietro), in pochi minuti si susseguono uno dopo l’altro tutti i “gialli” di una stagione politica tra le più “complesse” della nostra storia. Questi, e altri. Passato più o meno indenne, negli Anni 50, tra il delitto Montesi e lo scandalo Giuffrè, tra scabrose trame private dei notabili Dc dell’epoca e truffe finanziarie, Andreotti tra Anni 60 e 70 consolida il proprio status di “Divo”, al centro di tutto. Nel bene e nel male. Tira aria di golpe militare, al 1964 risalgono il “Piano Solo” e le trame del generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, con azione di dossieraggio da parte del Sifar su centinaia di politici e sindacalisti. Nello stesso periodo, Andreotti era al Ministero della Difesa. Cambia decennio, non lo scenario.

Calvi, Sindona, P2 e Moro – Negli Anni 70 è il turno della P2, con il capo della Loggia Licio Gelli che incontrò più volte Andreotti. E alla P2 sono legati altri due grandi misteri degli Anni di Piombo: la morte di Giorgio Ambrosoli, assassinato nel 1979 da un sicario di Michele Sindona, sulla cui Banca Privata Italiana Ambrosoli stava indagando da commissario. E quindi l’avvelenamento in carcere dello stesso Sindona, avvenuto nel 1986. Un complesso intreccio che ha toccato di volta in volta mafia, servizi segreti deviati, alta finanza, Ior. E in mezzo, sempre lui: il Divo Giulio. Come nella tragedia di Aldo Moro, suo compagno di partito (e avversario). Qualcuno lo accusò di aver usato l’intransigenza contro le Brigate Rosse per disfarsi di un pericoloso rivale interno. Lui rispondeva ricordando che, all’epoca, aveva fatto anche il voto di rinunciare al gelato, sua unica grande passione oltre alla politica e alla moglie, pur di riavere l’amico a casa.

Pecorelli, Dalla Chiesa, Chinnici – Gli Anni 80 sono quelli della mafia. Intesi come lotta a Cosa Nostra e come strategia delle stragi e degli assassini mirati che di lì a pochi anni colpirà duramente proprio uno degli uomini più vicini ad Andreotti, il suo “referente” in Sicilia Salvo Lima (assassinato nel 1992). E ancora, gli assassini mafiosi del giornalista di OP Mino Pecorelli (durissimo con Andreotti), del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del magistrato Rocco Chinnici. Tre fatti di sangue messi sul conto di Andreotti: tutto mai provato, o smentito, nonostante le accuse di un pentito come Giovanni Brusca.

Il bacio a Riina – Il boss Balduccio Di Maggio rivelò di aver visto Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, baciare “rispettosamente” Andreotti, nel 1987 a Palermo. “Se fossi andato davvero in Sicilia ad incontrare Riina in piena luce del giorno, non dovrebbero chiudermi in galera, ma in un manicomio”, si difendeva con la consueta autoironia. Quel rapporto fu al centro della più devastante vicenda politico-giudiziaria dell’ultima stagione politica del 7 volte presidente del Consiglio. Processato per associazione per delinquere a Palermo, Andreotti è stato assolto in primo grado nel 1999 quindi, il 2 maggio 2003, assolto in Appello per i fatti successivi al 1980. La prima parte della sentenza, però precisava che Andreotti aveva “commesso” il “reato di partecipazione all’associazione per delinquere” “concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980”, reato “estinto per prescrizione”. Andreotti mafioso, dunque? Oppure le cose sono un po’ più complesse?

Fonte:http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1236538/Andreotti–una-vita-di-misteri–da-Moro-a-Sindona–dalla-P2-al-bacio-di-Riina.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/05/andreotti-una-vita-di-misteri-da-moro.html

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Quando Andreotti mi raccontò della Cia in Italia

In un colloquio mi spiegò del ruolo della Cia, che spiava e combatteva molti democristiani come i comunisti. E sui fascisti disse: manovrati.

di Gianni Cipriani

Pochi ricordano che Giulio Andreotti, tra i mille incarichi che ha avuto, da senatore a vita fu componente della commissione Mitrokhin, ossia quel carrozzone voluto da Silvio Berlusconi per indicare nei comunisti e nel Kgb i responsabili di tutti i mali, nonché far passare Romano Prodi come una spia al soldo dei sovietici.

Andreotti, all’epoca, aveva una posizione di “terzietà” rispetto ai fronti contrapposti: da un lato Guzzanti e i suoi (tra cui il mitico Scaramella) che fabbricavano teorie; dall’altro Ds, Margherita e altri gruppi di sinistra che replicavano. In mezzo Andreotti, che osservava quasi divertito una partita che in teoria non avrebbe dovuto interessarlo troppo, ma che politicamente chiamava in causa il ruolo della Democrazia Cristiana: sostenere che l’Italia fosse stata per 50 anni o giù di lì nelle mani dei comunisti e dei sovietici (tesi cara a Berlusconi e ai suoi) era troppo perfino per lui che era stato parte organica di uno schieramento che i comunisti aveva combattuto, non sempre con mezzi ortodosossi, come quelli che si sono occupati della storia d’Italia da Portelle della Ginestra in poi sanno bene.

Tant’è che rimase celebre – nella commissione – una sua tagliente battuta fatta al presidente della Commissione, Paolo Guzzanti, che invocava “luce sui misteri”. “Con troppa luce – disse Andreotti – ci si abbaglia…”. Come dire: occhio che state prendendo cantonate a ripetizione.

Fu in quella occasione che ebbi il mio primo e ultimo colloquio con Andreotti. All’epoca ero consulente della Commissione, quindi partecipavo alle sedute senza diritto di parola, ovviamente, ma con il ruolo che avevano i consulenti: suggerire ai parlamentari le domande da fare, le obiezioni da porre e “tradurre” le risposte dei vari testi. Sempre con fogliettini scritti al volo o frasi sussurrate in un orecchio del parlamentare che si sedeva al nostro fianco.

Al termine di una di quelle audizioni, non so perché, il senatore Andreotti si avvicinò a me e a Francesco Maria Biscione, anche lui consulente, e attaccò bottone. Se ben ricordo si trattò di una battuta a commento di una audizione particolarmente penosa, come spesso capitava.

Poi attaccò a raccontare, ricollegando qualche episodio di cui si era discusso a vicende accadute quando lui era il “potente” Andreotti, grande conoscitore di tutti i misteri italiani. Cominciò con il raccontare la figura controversa (chi si è occupato di misteri d’Italia la conosce bene) di padre Morlion, un domenicano belga a capo della Pro Deo, ente religioso chiacchierato perché sospettato di essere una emanazione della Cia. Morlion era una sorta di grande vecchio. Il suo nome saltò fuori sia durante il caso Moro che nelle indagini sull’attentato al Papa. “Ma certo che lavorava per gli americani – disse Andreotti con nostra grande sorpresa – del resto durante una mia visita negli Stati Uniti mi furono mostrate delle carte. Così capii che tutto quello che avevo detto a Morlion durante i nostri incontri era stato immediatamente trasformato in un rapporto, poi inviato a Washington. Lui aveva quell’incarico, ossia vigilare sulla politica”.

Andreotti era stato colui che, con grande disappunto di Cossiga, aveva avviato l’iter perché si ammettesse l’esistenza di Gladio. Fu così che gli chiedemmo del ruolo della Cia in Italia, visto che lui aveva cominciato a parlarne. Non ricordo le parole esatte (a differenza di quelle su Morlion) e quindi non mi azzardo a fare virgolettati. Ma il senso di quelle parole fu che loro, i democristiani, dovevano fare una specie di slalom per tenere insieme la loro politica nell’ambito del guinzaglio stretto imposto dalla guerra fredda. E che molti di loro erano spiati e invisi a Washington non meno dei comunisti. Anche il neofascismo, altra cosa che mi colpì, era uno strumento utile a una stabilizzazione del potere contro possibili fughe in avanti.

In due parole, tutto quello che i ricercatori di sinistra che per anni avevano studiato documenti e atti processuali (non gli altri che sproloquiano di cose che non conoscono nel merito) avevano sempre sostenuto, non senza andare incontro a una qual certa ostilità o accusa di estremismo.

Ricordo come fosse ieri che, dopo una decina di minuti di piacevoli racconti rivelatori, subito dopo esserci salutati mi girai verso Francesco Biscione commentando: “E meno male che i dietrologi eravamo noi. Peccato non aver avuto il registratore”.

Dal mio punto di vista, da anni quei misteri non sono più misteri. Ma, per dirla alla Pasolini, verità conclamate. Mi fece solo piacere sentire dalla viva voce di Andreotti quello che in tanti avevamo sempre sostenuto. Peccato che quelle vicende non siano più patrimonio condiviso della sinistra: gli eredi del Pci, nell’ansia di diventare una forza politica affidabile agli occhi di Washington, si sono affrettati a dimenticare, ridimensionare, revisionare. Ma questa è un’altra storia e, magari, la racconteremo a tempo debito.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=43765&typeb=0

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Storia e presente: un terribile primo maggio

giornalebord[1]Primo Maggio. Un tempo bastava la parola ad evocare un mondo: l’esposizione universale a Parigi, le mille società dei lavoratori che acquistavano coscienza di sé, discutevano di diritti da conquistare, modalità di lotta, coscienza di classe e cultura operaia. Da alcuni anni tutto questo sembra svanito nel nulla. Nessuno ricorda e il Primo ha perso il suo significato profondo. E’ stato giorno di lotta e non di rado di lutto, ma in questo tempo senz’anima e senza storia s’è ridotto al “concertone” romano ed è ormai una strana festa del lavoro: senza lavoro, senza memoria e senza verità. Quante scuole quest’anno hanno ricordato l’uno maggio del 1947, festeggiato a Portella della Ginestra, nel pianoro che si stende tra San Cipirello, San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi? Chi le ricorderà domani le migliaia di persone raccolte attorno alle bandiere rosse, e i sogni, le speranze della neonata repubblica stroncati sul nascere dal fuoco aperto sui contadini inermi? Chi li ricorderà i morti e i feriti fatti dai padroni quel giorno?
I libri di storia soffrono ormai di preoccupanti vuoti memoria, confusi e generici si son fatti i programmi di studio e ci si può giurare: nel trionfo apologetico della bontà dei “datori di lavoro”, quando se andrà via la generazione dell’ormai lontano Sessantotto, si perderà persino la memoria di un’antica tradizione della zona. A Portella della Ginestra, infatti, i lavoratori si adunavano in festa per il Primo Maggio fin dai giorni entusiasti e terribili dei Fasci siciliani, quando Nicola Barbato, apostolo del primo socialismo, parlava ai contadini, ritto in piedi su una roccia che diverrà poi il “sasso di Barbato“. L’antico organizzatore sindacale pagò col carcere dell’Italia liberale la sua passione socialista, ma non fu mai cancellato dalla memoria popolare, come accade oggi, mentre un nuovo regime autoritari cancella la storia del movimento operaio e chi si ostina a parlarne o è un patetico nostalgico o, peggio ancora, un pericoloso sovversivo comunista. Presto purtroppo nessuno ricorderà che, caduto il fascismo, non solo quell’antica tradizione era stata ripresa, ma il primo maggio del 1947 i contadini si riunirono nel pianoro per festeggiare, assieme alla festa del lavoro, la sinistra vittoriosa sul fronte padronale, guidato dalla Democrazia Cristiana, alle prime elezioni regionali che si erano tenute il 20 aprile, dopo una campagna elettorale segnata dalla crescente violenza mafiosa. I segnali di trame occulte, intese inconfessabili, rapporti oscuri tra politica e malavita organizzata, che conducono difilato ai processi in corso sulle connivenze tra Stato e mafia, erano chiari sin da quei giorni lontani: Il 4 gennaio, infatti, era stato ucciso Accursio Miraglia, dirigente del PCI e animatore delle lotte contadine; di lì a poco, il 17 gennaio, era caduto il comunista Pietro Macchiarella e nei Cantieri Navali di Palermo erano stati impunemente esplosi colpi d’arma da fuoco. S’era votato in un clima così minaccioso, che ai comizi noti esponente della mafia avevano potuto pubblicamente minacciare gli elettori.
I fermati non furono mai arrestati, si escluse subito l’intreccio politica-mafia e le indagini si concentrarono sulla banda Giuliano. Il quadro dell’inchiesta diventò ben presto quello tipico della storia della repubblica quando in discussione sono state e sono le relazioni tra malavita organizzata e colletti bianchi. Indagini chiuse rapidamente, omissioni, perizie balistiche inesistenti, vittime sepolte senza autopsia, attenzione rivolta ai killer. Ai mandanti non pensa nessuno e gli imputati si riducono al “bandito” Salvatore Giuliano – un ex agente dei servizi segreti di Salò – e gli uomini della sua banda. Cinque anni dopo la “giustizia” si ferma lì: ergastolo per Giuliano, al quale s’era intanto chiusa la bocca per sempre dopo un conflitto a fuoco, e per gli undici componenti della sua banda.
Fu chiaro a tutti, anche ai giudici, che lo scrissero nella sentenza: la strage intendeva colpire i comunisti, impegnati nelle aspre lotte per i diritti dei contadini; i giudici facevano cenno a una forma di “supplenza”: i “banditi”, di fatto, avevano operato come una sorta di “polizia di riserva”. Ciò che non poteva consentirsi lo Stato al servizio dei padroni, era stato compiuto dai mafiosi.
Il Primo maggio del 1947 non è solo la prova storica che una sinistra vera è ugualmente pericolosa per gli interessi dei padroni e delle cosche mafiose, ma ricorda a chi vuole capire che il padronato ha sempre remato contro l’Italia nata così come vollero gli antifascisti. Se il Paese avesse memoria storica e coscienza di se stesso, sentirebbe fino in fondo la violenza che sta subendo dal governo Letta. Un governo che ignora il risultato delle urne, rivendica pubblicamente la sua collocazione storica nell’area che fu della DC, pilastro, con Scelba, della reazione antifascista, e di fatto, riconduce indietro le lancette della storia. Questa memoria non c’è. La scuola è stata piegata, l’università è in ginocchio e manca un’autentica sinistra di classe. O si trova modi di organizzarla rapidamente contro questa sorta di golpe o è bene dirselo chiaro: crisi della finanza e crisi della democrazia sono ormai un treno che procede spedito sullo stesso binario. Alla prima sosta, attende paziente, ma minaccioso, il fascismo del nuovo millennio.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 maggio 2013 e su “Liberazione.it” il 2 maggio 2013 col titolo Passato e presente. Un terribile primo maggio

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Andreotti, uomo-simbolo della prima Repubblica

I suoi nemici dicevano: “È troppo bravo e noi siamo stati  abbastanza asini da lasciarlo sedere su quella dannata poltrona”. Guzzanti: La sua politica estera Il commentoFoto Le frasi celebri

  • 06-05-201317:50

Andreotti, uomo-simbolo della prima Repubblica

Giulio Andreotti in una immagine del 05 aprile 2006.

di Sabino-labia

Esattamente sessant’anni fa l’Italia si apprestava ad andare al voto. La legge elettorale con la quale gli italiani si dovevano cimentare non era il Porcellum ma la Legge Truffa, quando si dice i ricorsi storici. Un giovane Giulio Andreotti, numero due nella lista della Democrazia Cristiana nel Lazio, si apprestava ad affrontare la campagna elettorale per i piccoli comuni del frusinate. I manifesti attaccati ai muri di Sora annunciavano per la sera che a chi si fosse presentato al comizio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sarebbe stato garantito un servizio completo: pagnottelle gratuite, birra a metà prezzo e la visione sul palco della diva cinematografica Silvana Pampanini, in carne e ossa, accompagnata da alcune ballerine. Gli abitanti di Sora la sera si precipitarono in massa per assistere allo spettacolo. Quando tutto sembrava dovesse andare per il meglio ecco l’imprevisto. La birra cominciava a dare i suoi effetti e il palco fu preso d’assalto, il buon Giulio immediatamente riuscì a mettersi al riparo lasciando la povera Pampanini urlante in preda alle mani dei sorani.

Questo è uno dei numerosissimi aneddoti del Divo Giulio. Una carriera iniziata a soli 27 anni con l’elezione all’Assemblea Costituente; a 28 fu nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio grazie al suo mentore, Alcide De Gasperi, conosciuto casualmente nel 1942 nella biblioteca Vaticana. Ma la vera scalata al potere iniziò negli anni Settanta. Questo perché proprio quando, sempre nel 1953, bisognava raccogliere l’eredità di De Gasperi, avvenne quello che mai avrebbe immaginato. Lo statista decise di puntare su Amintore Fanfani, colui che sarebbe diventato il suo nemico.

Le elezioni avevano visto la DC perdere consenso e la destra prendere 3 milioni e mezzo di voti. Fanfani proponeva un’alleanza con i socialisti, Andreotti era per considerare i voti di destra: “La lotta anticomunista dev’essere l’atto preminente, se non esclusivo del partito democristiano, e per condurla con successo non si possono escludere alleanze di ordine tattico, ovunque possano trovarsi”. Al congresso di luglio del ’54, De Gasperi, che di lì a un mese sarebbe scomparso, dimostrò di credere più in Fanfani ritenendolo più capace in quel momento. Fanfani divenne padrone del partito e Andreotti fu costretto all’esilio.

Nel 1968 arriva il suo momento peggiore, l’allontanamento dalla corrente dei dorotei della quale faceva parte. La decisione fu comunicata tramite il suo luogotenente Franco Evangelisti per telefono: “dovresti dire a Giulio di non venire più alle nostre riunioni… tu devi capirci”. Per la prima volta, dopo 22 anni, nacque un governo senza la presenza di Andreotti al suo interno, nessun incarico di ministro o di sottosegretario, questo avevano chiesto gli alleati della DC. Come magra consolazione gli fu assegnata la nomina di presidente del gruppo parlamentare alla Camera. Sembrava di assistere all’inizio della fine politica di uno che sembrava promettere tanto.

E, invece, come l’araba fenice, eccolo risorgere dalle sue ceneri. Nel luglio del 1970 la prima chance; l’Italia viveva uno dei suoi momenti più difficili con il Principe Junio Valerio Borghese che si apprestava a tentare il colpo di Stato. Saragat decide di affidare l’incarico di formare il governo proprio ad Andreotti. Quando tutto sembra andare per il meglio ecco che il partito del Capo dello Stato, il PSDI, giudica il suo programma troppo vago e decide di negargli la fiducia. Andreotti non demorde, in silenzio raccoglie le carte e abbandona senza polemiche. Ma la riscossa è ormai vicina. Il centrosinistra è in piena crisi, il rischio di elezioni anticipate sempre più concreto; Andreotti dal suo ufficio in via della Missione decide di mettersi al servizio del partito, riceve tutti, anche quelli che fino a quel giorno lo avevano avversato. Con grande abilità riesce a ricucire la situazione e l’apoteosi arriva nel dicembre del ’71 con le elezioni alla Presidenza della Repubblica. Candidato ufficiale dello Scudo Crociato è Amintore Fanfani, il suo acerrimo nemico. Tutto il partito si affida compatto a lui e Andreotti da grande tessitore parlamentare, dopo 23 scrutini, il 24 dicembre fa eleggere Giovanni Leone (l’unico vero amico all’interno del partito e con il quale condivideva la passione per le icone greco-ortodosse). La vendetta a Fanfani è servita. Passano pochi mesi e Leone ricambia il favore affidandogli l’incarico di formare il nuovo governo nel febbraio del 1972. Le elezioni seguenti furono un successo per la DC e per la corrente andreottiana.

Unico incarico che non ha mai voluto ricoprire è stato quello di segretario del partito. Sapeva benissimo che erano solo guai e le inchieste per tangenti che si sono succedute negli anni, dallo scandalo INGIC, al caso del banchiere Giuffrè, dalla vicenda della costruzione dell’aeroporto di Fiumicino per finire con Tangentopoli, gli hanno dato ragione.

I suoi nemici dicevano: “E’ troppo bravo e noi siamo stati abbastanza asini da lasciarlo sedere su quella dannata poltrona, davanti alla scrivania di Giolitti, accanto alla bandiera”.

Il resto è storia.

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Con gli Usa, contro gli Usa: la politica estera di Andreotti

Nato filoamericano l’ex senatore a vita ha passato gi ultimi anni della sua vita a rimpiangere il mondo bipolare. Il politico, l’uomo Giulio I processi : I miei 11 anni da imputato

Nacque filoamericano, l’uomo di fiducia degli Stati Uniti, e visse l’ultima parte della sua vota rimpiangendo il mondo bipolare: gli americani da una parte e i sovietici dall’altra. Ma credo che provasse più tenerezza per i secondi che per i primi. Come guida della politica estera italiana fu un filo arabo con le mani sempre in pasta nel campo petrolifero. Di conseguenza era guardato con sospetto e con dispetto da Israele che vedeva in lui un amico dei nemici dello Stato ebraico. Fu lui il vero protagonista dell’episodio di Sigonella, 11 ottobre del 1985, durante il quale i carabinieri della base militare della Nato circondarono col mitra imbracciato i marines (anche loro col mitra imbracciato) i quali circondavano a loro volta l’aereo con dentro i terroristi di Al Fatah che avevano sequestrato la nave Achille Lauro e avevano barbaramente ucciso il cittadino americano Leon Klinghoffer colpevole di essere anche ebreo ed handicappato. Il colonnello Oliver North intercettò l’aereo con i terroristi cui il governo italiano di Bettino Craxi aveva concesso un salvacondotto che violava la condizione chiesta dagli americani: che non fosse stato versato sangue americano.

Craxi era capo del governo, ma Andreotti era il ministro degli Esteri. Gli americani se la legarono al dito e si disse poi che le disgrazie di Andreotti, la sua incriminazione per mafia in particolare, fossero una vendetta a stelle e strisce, cosa che reputo assolutamente falsa ma che dà egualmente l’idea del livello dello scontro che opponeva Andreotti al mondo americano. In una intervista ad Elkan Andreotti disse di essere rimasto impressionato dal modo diretto e brutale con cui Craxi si era rivolto al presidente Reagan rimproverandogli i suoi rapporti col dittatore cileno Augusto Pinochet. Lo ricordava con grande ammirazione: “Reagan restò quasi paralizzato e lo pregò di non parlarne nella conferenza stampa che si sarebbe tenuta di lì a poco”.

Nella Commissione Mitrokhin, di cui io ero il Presidente e lui un membro (è stata la prima e unica volta che partecipasse a una Commissione d’inchiesta) faceva da spalla ai post comunisti ridicolizzando la questione di cui si discuteva e divertendosi a interrompere i lavori per raccontare aneddoti peraltro molto divertenti. Era l’idolo degli uomini che venivano dal Pci e anche degli uomini che venivano dall’Unione Sovietica. Non a caso il ministro degli esteri libico Trekki mi aveva raccontato del dolore che Andreotti manifestò quando l’Unione Sovietica si dissolse per volontà di Eltsin, mentre Andreotti si trovava in visita a Tripoli: “Un mondo è finito, disse. Il nuovo mondo non sarà più bilanciato fra due grandi potenze, ma sarà soltanto americano”. La cosa non gli  faceva affatto piacere. Ebbe sempre questa ambiguità: si considerava un occidentale talmente impegnato nel dialogo con i nemici dell’Occidente, da innamorarsene, o almeno da sostenerne le ragioni ogni volta che poteva. Non amava Israele e mostrava la sua preferenza per il mondo palestinese e aravo in genere.

Questa predilezione incarnava una tendenza fondamentale all’interno della Democrazia Cristiana. I palestinesi, anche per decisione di Aldo Moro, godevano in Italia di una libertà enorme e illegale, in cambio di una polizza di assicurazione contro eventuali attentati. I servizi segreti si uniformavano a questo credo, che non era tanto ideologico quanto pratico: i paesi arabi portavano petrolio mentre gli israeliani portavano soltanto guai, dal suo punto di vista pragmatico e anzi cinico. In Europa non amava i tedeschi. Celebre la sua battuta: “Amo talmente i tedeschi che di Germanie ne vorrei avere sempre almeno due”. Si riferiva alla imminente riunificazione fra la Germania occidentale e quella orientale. Non gli piaceva e la sua diffidenza nasceva dal periodo dell’occupazione nazista a Roma che lo vide fuggiasco nei conventi romani dove incontro Alcide De Gasperi che ne colse immediatamente la qualità superiore, la marcia in più.

Era un uomo privo di ideologie anche in politica estera. Sminuzzava i teatri di guerra come sminuzzava le questioni politiche nazionali. Era un  frammentatore  determinato e meticoloso. Non parlava le lingue, salvo un po’ di francese scolastico e parlava sempre attraverso gli interpreti durante i suoi lunghi viaggi all’estero. All’estero lo ricordano benissimo e la notizia della sua morte è stata una “breaking news” in questi tutti i telegiornali del mondo. Di lui si diceva che aveva governato più di Enver Oxa, il dittatore albanese che restò sul trono per mezzo secolo.

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Le frasi celebri di Giulio Andreotti

“Il potere logora chi non ce l’ha” ed altre freddure del politico morto oggi a 94 anni

  • 06-05-201314:11

Le frasi celebri di Giulio Andreotti

Giulio Andreotti in un’immagine dell’epoca con Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini (Credits: archivio Ansa)
– “Il potere logora chi non ce l’ha”- “Nella sua semplicità popolare, il cittadino non sofisticato, passando davanti al Parlamento o ai ministeri, è talora indotto a porre il dubbio che sia proprio lì che si governa l’Italia”- “Se fossi nato in un campo profughi del Libano forse sarei diventato anch’io un terrorista”- “A parte le guerre puniche mi viene attribuito veramente di tutto”- “L’umiltà è una virtù stupenda, ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi”- “Amo talmente la Germania che ne vorrei due”- “I miei amici che facevano sport sono morti da tempo”- “Aveva uno spiccato senso della famiglia, al punto che ne aveva due ed oltre”- “I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”- “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”- “Essendo noi uomini medi le vie di mezzo sono per noi le più congeniali”- “La cattiveria dei buoni è pericolosissima”- “Non basta avere ragione, serve avere anche qualcuno che te la dia”- “Assicuro la mia collega che tra un pranzo e l’altro non prenderò cibo” (a Franca Rame che stava facendo lo sciopero della fame)- “Clericalismo? La confusione abituale tra quel che è di Cesare e quel di Dio”

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«La politica del dialogo, dalla Palestina alla perestrojka»

Gianni De Michelis racconta l’epoca di Andreotti alla Farnesina: l’«equivicinanza» tra arabi e israeliani, la fine della Guerra fredda, il ruolo dell’Italia nella riunificazione delle due Germanie

«La politica del dialogo, dalla Palestina alla perestrojka»

Tra i tanti primati macinati da Giulio Andreotti c’è anche quello della permanenza alla Farnesina. Ci rimase dall’agosto 1983 al luglio del 1989. Più a lungo di chiunque altro, nella storia della repubblica italiana. Furono, quelli, anni di intenso trambusto sulla scena internazionale: la perestrojka di Gorbaciov, gli euromissili della Nato, il sequestro dell’Achille Lauro e lo scatto in avanti dell’allora Comunità economica europea, che avrebbe portato al Trattato di Maastricht nel 1992. Lo firmò Andreotti, da presidente del consiglio. Dopo l’esperienza da ministro degli esteri, “il Divo” andò infatti a presiedere il governo e da Palazzo Chigi, dove restò fino al 1992 (sesto e settimo governo da lui guidati), ebbe modo di continuare a occuparsi in prima persona, con la sponda di Gianni De Michelis, il suo ministro degli esteri, dei grandi fatti della politica continentale e mondiale. Crollo del Muro, riunificazione tedesca, guerre in Iraq e Jugoslavia.

Ma che tipo di visione aveva, Andreotti, in politica internazionale? Lo abbiamo chiesto proprio a De Michelis. Partendo dal concetto più gettonato e ricorrente, nelle cronache giornalistiche e nelle memorie, della sua linea internazionale: l’equivicinanza nel conflitto arabo-israeliano. Eppure la valenza di questo principio, vale a dire una “calda neutralità”, è stata spesso soppiantata dall’idea che Andreotti pendesse dalla parte degli arabi. «Non è così. L’essere a favore dei diritti dei palestinesi, come lo era Andreotti, non significava affatto esprimere una posizione ostile verso Israele. Né tanto meno sostenere la causa araba. È vero che c’era una certa sensibilità verso quest’ultima. Tuttavia non metteva in discussione scelte necessarie, come lo fu la guerra in Iraq, dove l’Italia diede il suo contributo», spiega De Michelis, aggiungendo che «la posizione di Andreotti, come quella di Craxi e di una larga parte del gruppo dirigente della prima repubblica, era volta a cercare il dialogo e aprire varchi utili alla pace».

Andreotti sposava questo approccio anche sul fronte della Guerra fredda, dove esplorò strade nuove, sempre rispettando, però, l’istantanea fornita dai rapporti di forza e dagli equilibri Est-Ovest. «Durante tutto quell’arco di tempo si contrapposero due linee, a Washington e di riflesso in tutto il campo occidentale. L’una tendeva al contenimento dei sovietici, l’altra alla mediazione e alla distensione. Andreotti, come una parte degli ambienti vaticani a cui era legato, era favorevole a quest’ultima. E sosteneva la perestrojka di Gorbaciov, perché era a suo modo la versione sovietica dell’opzione mediatrice. Questo, ovviamente, non snaturava minimamente l’atlantismo, a cui Andreotti fu sempre fedele e che fu uno dei fattori unificanti della Democrazia cristiana».

E sulla riunificazione tedesca? Come andò? C’è una frase celebre del 1984 – «amo talmente la Germania che ne preferivo due» – che porta a credere che la cosa non convincesse più di tanto il sette volte presidente del consiglio. In realtà Andreotti ha caldeggiato l’unificazione tedesca. «Ricordo – rammenta De Michelis – che quando dopo il crollo del Muro di Berlino si tenne il vertice straordinario della Cee, all’Eliseo, Helmut Kohl si trovò in forte difficoltà. La Thatcher e Mitterand erano molto prudenti, se non scettici, sull’unificazione. Con Andreotti riuscimmo a sbloccare la situazione, formulando una proposta mediatrice, che apriva alla fusione tra le due Germanie, in un contesto di maggiore integrazione europea». Perché Andreotti, come tutta la classe dirigente della prima repubblica, vide nell’Europa una scelta strategica e irrinunciabile.

Ma la frase incriminata del 1984, allora? È stato lo stesso ex senatore a vita, su 30Giorni, il mensile che ha diretto per un ventennio, a spiegare che nel 1984, non essendoci ancora Gorbaciov a Mosca, ogni ipotesi di riunificazione era non solo prematura, ma potenzialmente destabilizzante per l’Europa e per i rapporti Est-Ovest. Da qui quelle parole. «Funzionarono talmente bene, anche letterariamente, da diventare lo slogan di una certa posizione contraria all’unificazione e la cosa mi fu rimproverata più volte», ragionò Andreotti.

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Da Noschese al Trio, gli Andreotti della tv

Ogni decennio ha avuto il suo Giulio televisivo

Da Noschese al Trio, gli Andreotti della tv

Giulio Andreotti è stato uno dei politici più facili da imitare e imitati della televisione italiana. Si può dire che ogni decennio abbia avuto il suo Andreotti.

Ecco il grande Alighiero Noschese (da Formula due, 1973)

Ecco il Giulio di Enrico Montesano (Quantunque io, 1977)

Ecco Oreste Lionello con il vero Andreotti a Biberon (1988)

E gli indimenticabili tre figli di Andreotti del trio Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi (Sanremo, 1989)

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Siamo tutti andreottiani!

di Paolo De Gregorio, 7 maggio, 2013

E’ Enrico Letta il responsabile della dipartita di Andreotti. Il vecchio navigatore di lungo corso non ha retto alla felicità di vedere di nuovo un democristiano doc alla Presidenza del Consiglio, in un governo che liquiderà quel poco che resta della sinistra, dopo avere ottenuto dal PD il tradimento dei suoi elettori, per un futuro governo che riunisca finalmente tutti gli ex-democristiani, migrati sia a destra che a sinistra.
Resterà un partitino di sinistra del peso massimo del 10%, residuale come il Partito Socialista che, dopo gli scandali e le ruberie, non ha più superato l’un per cento, malgrado avesse il blasone del più antico partito della sinistra italiana.

In realtà tutta la politica italiana dal dopoguerra ad oggi ha prodotto personaggi come Andreotti, perché le sbandierate identità dei maggiori partiti erano tutt’altro che granitiche. Si aveva a che fare con falsi cattolici, falsi comunisti, falsi liberali, pronti a spartirsi sottobanco tutto il bottino, dalla RAI ai lavori pubblici.Attività di depredazione della cosa pubblica durata 40 anni, e principale responsabile del debito che oggi grava sulla nostra economia, dove il consenso sociale veniva ottenuto con sprechi come le pensioni di invalidità fasulle, le pensioni d’oro ai dirigenti statali, l’assistenza a industrie decotte, la Cassa del Mezzogiorno, le opere infrastrutturali iniziate e mai finite.
E’ veramente insopportabile sentire parlare di questo personaggio post morte come di un grande statista, di fronte alle evidenze storiche dell’appartenenza ad un partito pieno di ladri e mafiosi, ad insaputa di Andreotti naturalmente, che finì sciolto dai magistrati, per poi riciclarsi in Forza Italia. Infatti in Italia risulta un grande statista chi si è comprato il consenso sociale depredando le casse pubbliche e ha portato il suo partito al dissolvimento.

Non ho letto da nessuna parte che l’abnorme periodo in cui questo personaggio è stato al potere, con i risultati che oggi vediamo, sarebbe stato limitato, e con esso anche il danno, da quella lungimirante regola di salute pubblica che è l’ineleggibilità dopo due legislature, che impedisce alla democrazia di diventare monarchia assolutista, come ha dimostrato il regno andreottiano.
Il messaggio razionale e obiettivo da dare agli italiani è che la eterna vita politica di Andreotti, con la sua sempre più estesa rete di rapporti con servizi segreti, dossier. ricatti incrociati, non ci ha consegnato un politico esperto e professionale, ma una zecca attaccata al potere per il potere, un cinico che sosteneva sfrontatamente che “il potere logora chi non ce l’ha”.
I tipi come Andreotti, e il suo replicante Berlusconi, hanno bisogno di sudditi ignoranti per continuare a esistere, seppelliamoli con i 20 punti del programma 5stelle, che possono trasformare i cittadini consapevoli e informati in protagonisti di una democrazia senza precedenti.
Paolo De Gregorio

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Quanti equilibristi, sulla bara di Andreotti

Eufemismi? Già definirli così, quelli che hanno invaso i media non appena si è diffusa la notizia della morte di Andreotti, è a sua volta un eufemismo.

L’atteggiamento generale, infatti, è stato di estrema cautela, dando fondo al repertorio delle espressioni ambigue. Non è che si neghi l’esistenza dei (moltissimi) lati oscuri del personaggio, cosa che sarebbe impossibile e che renderebbe palesi le omissioni, ma allo stesso tempo ci si guarda bene dal pervenire a un giudizio complessivo. Formula tipica: luci e ombre. Esempio concreto: le parole di Napolitano, secondo il quale «Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico».

A posto. Perché qualcuno si azzardi a tirare le somme, sulla lunga esperienza eccetera eccetera, bisognerà aspettare chissà quanto. E comunque, dopo una così lunga attesa, l’impatto sarà per forza di cose attenuato: le cronache, specialmente se giudiziarie, riguardano il presente e hanno qualche probabilità di influenzarlo; la Storia, soprattutto quando viene scritta a distanza di tempo, si colloca, e quasi sempre si rinchiude, nel passato. In teoria sono ricostruzioni. All’atto pratico, archiviazioni.

La prima domanda che bisognerebbe porsi, invece, riguarda ciò che rimane, nell’Italia odierna, dell’enorme dispositivo di potere allestito dallo stesso Andreotti. Quella gigantesca cattedrale, chiamiamola così, si trasformerà d’incanto, o addirittura si era già trasformata ante mortem, nel suo mausoleo?

In altri termini, meno metaforici: che fine fanno, adesso, le spaventose reti di interessi che sono state ordite, lungo gli oltre sessant’anni dell’intera esistenza dell’Italia repubblicana, dal cosiddetto “divo Giulio”? I grandi media non si sognano nemmeno, di metterla in questi termini. Al massimo, anche nei casi migliori, si concentrano sull’incerta moralità dell’individuo, ormai scomparso, anziché sulle trame nazionali e internazionali in cui egli stesso rientrava, e che di sicuro non sono scomparse affatto. Ma semmai si sono aggiornate.

Ovviamente, in un Paese come il nostro che non ha memoria di nulla, se non delle formazioni delle grandi squadre di calcio (Sarti-Burgnich-Facchetti) e di analoghe quisquilie, ci sarebbe ben poco da aspettarsi anche se la questione fosse stata posta correttamente e affrontata fino in fondo. Tuttavia, constatare un difetto, quand’anche genetico, non significa rassegnarsi. Né, ancora meno, fare finta di nulla.

La diagnosi è il presupposto della cura. La messa a fuoco dei vizi della società in cui viviamo è un obbligo permanente, e della massima urgenza, per tutti quelli che intendono opporsi al degrado generale. Serve una ricognizione incessante. Un inventario, come si dice, dalla a alla zeta.

La “a” di Andreotti.

Federico Zamboni
Fonte: www.ilribelle.com
7.05.2013

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7 maggio 2013

Che Andreotti abbia avuto quella accusa poi prescritta, mi lascia del tutto indifferente, poiché chi si stupisce ignora la storia della nostra presunta liberazione in chiave mafiosa. Ignora anche come si tengono e si sono tenuti a bada tutti i primi ministri e le cariche importanti delle nostre istituzioni dal dopoguerra a tutt’oggi. Ignora infine che Andreotti ebbe anche una politica pro araba che non piacque agli americani. E che si barcamenò quindi al meglio in un dato contesto, quello di un’occupazione chiamata liberazione, quella di una corruzione chiamata liberalismo, quello di un indebitamento di massa chiamato boom economico, quello di una democrazia ipocritamente basata su mafia, logge, stay behind, stragi di stato e menzogne. N. Forcheri

Fonte: http://www.claudiomoffa.info/2013/05/andreotti-chi-era-costui-cosititolava.html

di Claudio Moffa

martedì, maggio 07, 2013

“Andreotti, chi era costui?”: così titolava ironicamente un articolo della cronaca teramana de il Tempo nel lontano 2005, anno di fondazione del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente. Era accaduto che un avvocato di Chieti che avrebbe voluto iscriversi al corso di studi, aveva incrociato telefonicamente qualcuno della segreteria della Facoltà di Scienze Politiche, che gli aveva risposto:” il Master Mattei? Andreotti? Non ne so nulla …”. In realtà quell’impiegato era un po’ miope e non solo per i manifestini che già annunciavano l’arrivo dell’ex premier e ministro degli esteri a Teramo per la prolusione del corso di studi. Andreotti sarebbe in effetti entrato in un’aula delle conferenze gremita, piena di studenti, di cittadini abruzzesi e di vecchi democristiani, il 6 febbraio 2006. C’era anche Tancredi padre, che mi aveva offerto 500 euro in cambio del logo della sua Banca sulle iniziative del Master e per le quali, rifiutandole, lo avevo educatamente ringraziato. Andreotti parlò di Mattei, della sua strordinaria comprensione e anticipazione di certi eventi internazionali a quel momento quasi sconosciuti in Italia , della sua passione per la pesca, dell’equidistanza tra Palestinesi e Israeliani … Ma quel moderato intervento a un Master in odore di eresia fin dal giorno della scadenza delle iscrizioni, non piacque a tutti. Il Corriere pubblicò proprio quel 6 febbraio un editoriale di Panebianco contro il rischio del ritorno dell’andreottismo in politica estera, citando Hamas, su cui andava già sproloquiando sulla testata di via Solferino Magdi Allam, oggi come noto uno dei maitre-à-penser de Il Giornale di Berlusconi.

Di persona, in vista della sua lezione a Teramo, lo avevo incontrato due volte, la prima nel suo ufficio di Piazza San Lorenzo in Lucina, la seconda volta al Senato: lì gli accennai a una mia scoperta sul suo processo, quella di cui alla fine di questo articolo, e lui mi rispose di ricordare qualcosa …

Poi l’anno successivo il Preside Pepe, spalleggiato attivamente dall’ eroe dell‘ ‘antifassismo’ Bernardini impose – con un cambio di posizione repentino, come se avesse ricevuto un input esterno – la chiusura del Master. Il Master ripartì immediatamente a Roma, e a dicembre, all’inaugurazione del corso di studi in gestione IEMASVO, Andreotti era di nuovo presente, assieme a Ilan Pappé e ad altri illustri ospiti nella sede dell’ISIAO. Politica e accademia a ruoli rovesciati: la prima, nella persona di Giulio Andreotti, trova il coraggio di rispondere all’arroganza e alla violenza della Lobby italiana. La seconda piega il capo..

In gioventù non mi pare che Andreotti sia stato tale e quale a quello degli ultimi trent’anni della sua vita. Nel libro presentato all’ISIAO – gli atti del convegno “Enrico Mattei il coraggio e la storia” contestato al grido di “basta con la DC “da Pepe, maggio 2006 – erano pubblicati interventi che mettevano in evidenza l’ormai accertata causa della morte di Mattei: un attentato (PM Calia, 2005). Andreotti aveva invece guidato l’inchiesta parlamentare sulla morte del presidente dell’ENI, che aveva concluso i suoi lavori con una tesi rimasta in piedi per più di trent’anni: incidente aereo.

Uomo di potere, dunque. Ma Andreotti – che comunque operava dentro una DC da sempre attenta a buoni rapporti con il mondo arabo – cambiò nei primi anni Ottanta: in un mio vecchio articolo trovo una sua frase ai margini di una iniziativa culturale a Formia, nella seconda metà dell’83: “Più si invecchia e più si diventa liberi e se uno non approfitta di questi ultimi anni per dire quel che pensa veramente, è un meschino”. Così non fu certo meschino a Sigonella, a fianco di Craxi. Nell’estate 1986 il ministro degli Esteri litigò con il segretario di Stato Shultz durante una visita a Washington. Il motivo era la mancata consegna di medagliette di una cerimonia USA agli italo-americani, ma dietro l’episodio c’era la polarizzazione crescente tra la linea euromediterranea del governo italiano, sempre più marcata (a giugno comunisti, demoproletari e ‘franchi tiratori’ democristiani avevano riconosciuto l’OLP come legittimo rappresentante del popolo palestinese) e un’amministrazione Reagan che aveva bombardato Tripoli nel 1985 – sia pure non riuscendo in quel che sarebbe riuscito nel 2011 a Sarkozy e Berlusconi – e che era ormai anch’essa – nonostante la tradizione isolazionista dei repubblicani – ben infiltrata dal sionismo, non solo attraverso Shulz ma anche grazie alla neonata banda dei neocons dentro la Casa Bianca.

Poi l’ondata tangentopolista eterodiretta da Luttwak (Ruggero Guarini, Il Tempo, 10 agosto 2012), e un eccesso avventurista di realismo di Andreotti e Craxi: il primo imbarca Guido Carli negli ultimi due suoi governi, eppure Carli è personalità stracoerente con il nemico numero uno del premier, il partito-Repubblica; entrambi partecipano poi alla prima aggressione all’Iraq del 1991, esaltata da Tullia Zevi in Italia e voluta dalla Lobby del congresso USA (Siegmund Ginzberg, Radio città aperta) contro le titubanze di Bush padre e del suo segretario di Stato James Baker, nemico dichiarato dei sostenitori dell’estremismo israeliano negli Stati Uniti .

Il realismo non paga: nell’aprile 1992 la DC perde le elezioni, a maggio l’attentato a Falcone taglia le gambe alla corsa per il Quirinale (Cossiga si è stranamente dimesso con diverse settimane di anticipo) di Andreotti. E’ il partito-Repubblica a segnare il destino dell’ex premier: un editoriale di Eugenio Scalfari, dopo aver alluso alle collusioni tra il leader proarabo e la mafia, emette il suo diktat per i parlamentari, imbelli e privi di dignità. Basta! – dice il direttore del quotidiano di De Benedetti – dovete scegliere il Presidente tra due nomi: o Spadolini o Scalfaro. Fu Scalfaro, la copia in salsa religiosa di Spadolini. Tutte e due ultrasionisti, tutti e due legati al carro tangentopolista – come da cronache successive del Quirinale – e protetti dall’ondata reazionaria che avrebbe distrutto il CAF, il “regime” di Sigonella e del riconoscimento trasversale dell’OLP.

Questa è la sostanza del chi è stato Andreotti ,e della partita che si è giocata attorno a lui. Una partita che lo ha visto ‘vincitore’ nei processi subiti – verrà assolto, anche dall’accusa di concorso in associazione mafiosa – ma sconfitto dal Primo potere che si è aggiunto ai tre classici della repubblica dagli anni Ottanta in poi, i mass media. L’assoluzione-vittoria arriverà nel 1999. Ma la sua sconfitta, l’emarginazione dall’arena politica, è segnata già il giorno di apertura del suo processo, con il Giorgio Bocca ex Il Giorno di Mattei entusiasta e pimpante sulla prima pagina di Repubblica, e un curioso editoriale di spalla di Eugenio Scalfari. E’ la cosa strana cui accennavo poco fa ….
La data di inizio del processo è il 26 settembre 1995. Scalfari annuncia nel colonnino di destra – occhiello “I vent’anni di “Repubblica” – Titolo “COMINCIA UNA NUOVA STAGIONE” – la novità nel ventesimo anniversario del quotidiano da lui diretto. Il processo ad Andreotti? No, “l’introduzione del colore” nel quotidiano, come han già fatto i “confratelli” (sic) di altre testate straniere. Ecco l’incipit di quel commento in prima pagina, nel giorno dell’inizio del processo Andreotti

Con l’introduzione del colore nella nostra prima pagina e all’interno negli spazi destinati alla pubblicità, Repubblica inaugura oggi una nuova stagione, giusto allo scadere dei vent’anni che avverrà il prossimo 14 gennaio.

“Giusto”? Il “prossimo 14 gennaio”? “Giusto” in italiano vuol dire “esattamente”, “proprio”: come è possibile usare questo termine in un articolo pubblicato quasi 4 mesi prima dell’anniversario della fondazione del giornale? Per risolvere il rebus c’è solo un modo, andare in cerca di calendari altri che quello cristiano: il 26 settembre 1995 è il secondo giorno di Tichrì, il capodanno giudiaico del 5757, che come sempre inizia la sera del giorno precedente (1). Andreotti paga Sigonella e il riconoscimento dell’OLP: con l’esultanza del popolo di sinistra che non capisce che la lotta alla corruzione – peraltro non provata nel caso di Andreotti – non può essere garantita da magistrati corrotti al disprezzo della politica.

(1) Da Jacques Gutwirth, Vie juive traditionelle, Les Edition de Minuit, p. 224: “l’anno giudaico inizia il primo giorno di Tichri che secondo l’anno … I due primi giorni di Tichri sono quelli del Nuovo Anno, Roche-Choune. Una settimana più tardi, è il giorno del gran perdono, lo Yom-Kippur”

L’EDITORIALE DI PANEBIANCO SUL CORRIERE DEL 6 FEBBRAIO 2006
IL PREGIUDIZIO FILO-HAMAS

È una coincidenza che dice molto sulla storia dei rapporti fra i palestinesi e l’ Europa. Più o meno nello stesso momento in cui una banda armata legata ad Al Fatah attaccava la sede dell’ Unione Europea nei territori palestinesi per protestare contro le vignette satiriche, i dirigenti di Hamas reiteravano a Bruxelles la richiesta di non interrompere i finanziamenti alla Palestina. Senza nemmeno prendersi la briga di scusarsi per il comportamento dei loro compatrioti. Quando si dice che Hamas ha vinto le elezioni perché Al Fatah era corrotta, si dimentica di aggiungere che per quella corruzione l’ Europa porta pesanti responsabilità. La sua principale colpa è di avere indirizzato per anni giganteschi flussi di denaro verso l’ Autorità palestinese senza chiedere conto di come veniva usato, senza mai minacciare la chiusura dei finanziamenti davanti alle appropriazioni personali dei capi (Arafat per primo) e dei sottocapi, la moltiplicazione delle squadracce armate, l’ organizzazione delle azioni terroriste (per non parlare delle trasmissioni televisive e dei libri scolastici impregnati di antisemitismo). Chi finanziava senza preoccuparsi di cosa stava finanziando non è corresponsabile? Questa storia di sostegno acritico dell’ Europa ai palestinesi (che ha finito poi per danneggiarli) e di pregiudizio antisraeliano viene da lontano: data almeno dal blocco petrolifero del 1973, anche se in certi ambienti comincia prima, con la guerra dei Sei giorni del 1967 e la rottura delle relazioni diplomatiche fra Urss e Israele. Molte ne furono le ragioni ma la più importante fu il calcolo secondo cui conveniva assecondare i regimi arabi che controllavano il petrolio e si fingevano difensori dei palestinesi. Questo atteggiamento, diffuso in Europa, si tradusse, nel caso dell’ Italia, in una politica filoaraba (di cui a lungo Giulio Andreotti fu simbolo e, in parte, artefice), fortemente squilibrata, nel conflitto israeliano-palestinese, a favore dei palestinesi: fu il frutto di una mistura di realpolitik, convenienze commerciali e ostilità ideologica per Israele coltivata da ambienti cattolici e dalla sinistra un tempo di osservanza sovietica. E si protrasse, inerzialmente, negli anni Novanta. Un merito del governo Berlusconi in politica estera è di avere interrotto quella tradizione, di avere chiuso con l’ epoca del sostegno acritico ai palestinesi e del pregiudizio antisraeliano. Ci si augura che questa acquisizione non vada perduta in caso di vittoria del centrosinistra, che il nuovo rapporto dell’ Italia con Israele non faccia la fine della legge Biagi e di altre cose che la sinistra vuole smantellare. Ci sono state, nei mesi scorsi, importanti dichiarazioni di Fassino e di Rutelli. Ma c’ è anche qualche segnale poco incoraggiante. In una intervista seguita alla vittoria di Hamas, Massimo D’ Alema (di cui si parla come possibile ministro degli Esteri) ha scaricato ogni responsabilità sugli israeliani, senza nessuna parola di censura per i palestinesi (o per l’ Europa). Sembrava un’ intervista del passato: le responsabilità degli israeliani, che pure ci sono, venivano ingigantite, quelle dei palestinesi o dei governi arabi minimizzate. È lecito sperare che l’ andreottismo non torni più ad essere la cifra della politica italiana in Medio Oriente?

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24 giugno 2013

Fonte: http://www.libreidee.org/2013/06/potevano-liberare-moro-ma-una-telefonata-fermo-il-blitz/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=feed+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

Scritto il 23/6/13
Il giorno prima di morire, Aldo Moro era a un passo dalla salvezza: le forze speciali del generale Dalla Chiesa stavano per fare irruzione nel covo Br di via Montalcini, sotto controllo da settimane. Ma all’ultimo minuto i militari furono fermati da una telefonata giunta dal Viminale: abbandonare il campo e lasciare il presidente della Dc nelle mani dei suoi killer. E’ la sconvolgente rivelazione che Giovanni Ladu, brigadiere della Guardia di Finanza di stanza a Novara, ha affidato a Ferdinando Imposimato, oggi presidente onorario della Corte di Cassazione, in passato impegnato come magistrato inquirente su alcuni casi tra i più scottanti della storia italiana, compreso il sequestro Moro. Prima di passare il dossier alla Procura di Roma, che ora ha riaperto le indagini, Imposimato ha impiegato quattro anni per verificare le dichiarazioni di Ladu, interrogato nel 2010 anche dal pm romano Pietro Saviotti.

Decisive, a quanto pare, le testimonianze degli ex “gladiatori” sardi Oscar Puddu e Antonino Arconte, l’allora agente del Sismi che tempo fa rivelò di teste di cuoioaver ricevuto da Roma la richiesta di contattare in Libano i palestinesi dell’Olp per favorire la liberazione di Moro, ben 14 giorni prima che lo statista venisse effettivamente rapito. Secondo il brigadiere Ladu, all’epoca semplice militare di leva nei bersaglieri, la prigione romana di Moro, in via Montalcini 8, era stata individuata dai servizi segreti e da Gladio e controllata per settimane. Non solo: «L’8 maggio del 1978 – scrive Piero Mannironi su “La Nuova Sardegna” – lo statista Dc che sognava di cambiare la politica italiana doveva essere liberato con un blitz delle teste di cuoio dei carabinieri e della polizia, ma una telefonata dal Viminale bloccò tutto, e il giorno dopo Moro fu ucciso. Il suo cadavere fu fatto ritrovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani. In quel momento – continua Mannironi – la storia italiana deragliò da un percorso progettato da Moro e dal suo amico-nemico Berlinguer, tornando nello schema ortodosso della politica dei blocchi e incamminandosi poi verso un tragico declino morale».

Il giudice Imposimato, ora avvocato, conobbe il super-testimone Giovanni Ladu soltanto nel 2008: «Si presentò nel suo studio all’Eur insieme a due colleghi, autorizzato dal suo comandante». Il brigadiere delle Fiamme Gialle aveva scritto un breve memoriale, nel quale sosteneva di essere stato con altri militari a Roma, in via Montalcini, per sorvegliare l’appartamento-prigione in cui era tenuto il presidente della Dc. Un appostamento cominciato il 24 aprile 1978 e conclusosi l’8 maggio, alla vigilia dell’omicidio di Moro. Perché Ladu ha atteso ben trent’anni anni prima di parlare? «Avevo avuto la consegna del silenzio e il vincolo al segreto – ha detto a Imposimato – ma soprattutto avevo paura per la mia incolumità e per quella di mia moglie. La decisione di parlare mi costa molto, ma oggi Ferdinando Imposimatospero che anche altri, tra quelli che parteciparono con me all’operazione, trovino il coraggio di parlare per ricostruire la verità sul caso Moro».

Ladu ha raccontato che il 20 aprile del 1978 era partito dalla Sardegna per il servizio militare. Destinazione: 231° battaglione bersaglieri Valbella di Avellino. Dopo tre giorni, lui e altri 39 militari di leva furono fatti salire su un autobus, trasportati a Roma e alloggiati nella caserma dei carabinieri sulla via Aurelia, vicino all’Hotel Ergife. Furono divisi in quattro squadre e istruiti sulla loro missione: sorveglianza e controllo di uno stabile. A tutti i militari fu attribuito uno pseudonimo, e Ladu diventò “Archimede”. Lui e la sua squadra presero possesso di un appartamento in via Montalcini che si trovava a poche decine di metri dalla casa dove, dissero gli ufficiali che coordinavano l’operazione, «era tenuto prigioniero un uomo politico che era stato rapito». Il nome di Moro non venne fatto, ma tutti capirono.

Il racconto di Ladu è ricco di dettagli: controllo visivo 24 ore su 24, micro-telecamere nascoste nei lampioni, controllo della spazzatura nei cassonetti. Per mimetizzarsi, i giovani militari di leva indossavano tute dell’Enel o del servizio di nettezza urbana. Così controllarono gli spostamenti di “Baffo”, poi riconosciuto come Mario Moretti, che entrava e usciva sempre con una valigetta, o della “Miss”, Barbara Balzerani. Vestito da operaio, un giorno Ladu fu inviato con un commilitone a verificare l’impianto delle telecamere all’interno della palazzina dove era detenuto Moro. Invece di premere Moro nelle mani delle Brl’interruttore della luce, il brigadiere sardo si sbagliò e suonò il campanello. Aprì la “Miss” e Ladu improvvisò con prontezza di spirito, chiedendo se era possibile avere dell’acqua.

Un racconto agghiacciante nella sua precisione, continua il reporter della “Nuova Sardegna”. Nell’appartamento sopra la prigione di Moro erano stati piazzati dei microfoni che captavano le conversazioni. La cosa che stupì Ladu era che il personale addetto alle intercettazioni parlava inglese. «Scoprimmo in seguito – ricorda – che si trattava di agenti segreti di altre nazioni, anche se erano i nostri 007 a sovrintendere a tutte le operazioni». Altri particolari: era stato predisposto un piano di evacuazione molto discreto per gli abitanti della palazzina ed era stata montata una grande tenda in un canalone vicino, dove era stata approntata un’infermeria nel caso ci fossero stati dei feriti, nel blitz delle teste di cuoio, le unità speciali antiterrorismo dei carabinieri di Dalla Chiesa.

«L’8 maggio tutto era pronto – dice ancora Ladu – ma accadde l’impensabile. Quello stesso giorno, alla vigilia dell’irruzione, ci comunicarono che dovevamo preparare i nostri bagagli perché abbandonavamo la missione. Andammo via tutti, compresi i corpi speciali pronti per il blitz e gli agenti segreti. Rimanemmo tutti interdetti perché non capivamo il motivo di questo abbandono. La nostra impressione fu che Moro doveva morire». Ladu ha raccontato di aver sentito dire da alcuni militari dei corpi speciali che tutto era stato bloccato da una telefonata giunta dal ministero dell’interno. Mentre smobilitavano, un capitano intimò al brigadiere sardo: «Dimenticati di tutto quello che hai fatto in questi ultimi 15 giorni». Successivamente, seguendo una trasmissione in tv, Ladu avrebbe riconosciuto uno degli ufficiali che coordinavano l’operazione: il Antonino Arcontegenerale Gianadelio Maletti, ex capo del controspionaggio del Sid, che i militari in quei giorni avevano soprannominato, per la sua pettinatura, “Brillantina Linetti”.

Imposimato è rimasto inizialmente perplesso e diffidente: il racconto di Ladu sconvolge tutte le esperienze investigative precedenti, ne annulla tutte le certezze e, soprattutto, pone un problema terribile: bloccando il blitz, qualcuno avrebbe quindi decretato la morte di Aldo Moro. «Per quattro anni, così, quel racconto rimase sospeso, in attesa di conferme e riscontri», aggiunge Mannironi. «Fino a quando non comparve il “gladiatore” Oscar Puddu». Grazie all’ex agente della “Gladio”, il quadro di quei giorni drammatici del 1978 è parso completarsi, trovando una nuova credibilità. Nel frattempo, lo stesso Imposimato aveva conosciuto altri ex “gladiatori” sardi Antonino Arconte e Pierfrancesco Cancedda e ascoltato i loro sconvolgenti racconti sul caso Moro: «Confermavano che nel mondo dei servizi segreti si sapeva dell’imminente sequestro di Moro». Arconte, in particolare, ricorda di aver personalmente consegnato, a Beirut, l’ordine di contattare l’Olp per stabilire un contatto con le Br, prima ancora del sequestro Moro. L’uomo a cui all’epoca Arconte consegnò il dispaccio, il colonnello Mario Ferraro, del Sismi, anni dopo poi trovato morto nella sua Carlo Alberto Dalla Chiesaabitazione romana, in circostanze mai chiarite.

«Giovanni Ladu, poi, non aveva e non ha alcun interesse a risvegliare i fantasmi che popolano uno dei fatti più oscuri della vita della Repubblica», osserva il giornalista della “Nuova Sardegna”. «Lui, soldato di leva in quel 1978, venne proiettato in un universo sconosciuto del quale sapeva poco o nulla». Ma perché il Sismi per una missione così delicata scelse di utilizzare quel manipolo di ragazzi inesperti? «Vista l’età, erano meno visibili, meno sospettabili da parte dei terroristi». Inoltre, non erano soli: secondo Ladu, erano controllati dal generale Musumeci, dai suoi uomini e da 007 che parlavano inglese. Resta da capire chi avrebbe fatto quella telefonata dal Viminale che, secondo questa ricostruzione, avrebbe condannato a morte Aldo Moro. A fermare Musumeci, conclude Mannironi, potevano essere solo Cossiga, ministro dell’interno, o Andreotti, presidente del Consiglio. Secondo Oscar Puddu, il generale Dalla Chiesa insistette per il blitz, ma fu bloccato da Andreotti e Cossiga. «Lo convocarono a Forte Braschi, la sede del Sismi, e lo redarguirono duramente». Come si sa, Dalla Chiesa fu poi trasferito a Palermo, dove fu ucciso in un attenato dinamitardo organizzato da Cosa Nostra.