S. Alfonso Maria de Liguori e la dottrina cattolica: “della setta di Maometto”

image001[1]di Carlo Di Pietro

Storia delle eresie” di Sant’Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, Cap. VII – Eresie del secolo VII, ART. I. “Della setta di Maometto”. “Nascita di Maometto e principj della sua falsa religione”. “Del suo Alcorano pieno di bestemmie e d’inezie”.

In questo secolo settimo uscì l’empia setta Maomettana. L’istoria di Maometto già mi trovo di averla scritta nella mia opera della Verità della Fede; ma non voglio qui tralasciare di darne un breve saggio. Maometto fondatore di questa setta micidiale, che ha infettata la maggior parte del mondo cristiano, nacque nell’Arabia all’anno 568, secondo il Fleury, da famiglia illustre.

Morto il padre, fu applicato da un suo zio alla mercatura. Essendo poi in età di 28 anni, fu preso prima per fattore e poi per marito da una vedova nobile e ricca, chiamata Kadia. Fu educato nell’idolatria; ma avanzato nell’età deliberò di mutar religione, e di farla mutare a tutti gli arabi, ch’erano idolatri, con propagare, come dicea, la religione antica di Adamo, di Abramo, di Noè e de’ profeti, fra’ quali annoverava anche Gesù Cristo.

Finse per molto tempo di aver colloquj familiari coll’arcangelo s. Gabriele nella grotta d’Hira, situata poco distante dalla Mecca, ov’egli spesso si ritirava. Nell’anno poi 608, essendo Maometto di 40 anni, cominciò a dichiararsi profeta ispirato da Dio, e per tale si fece tenere a principio da’ suoi parenti e domestici; quindi cominciò a predicare in pubblico nella Mecca, riprovando l’idolatria.

La gente in quei principj poco gli dava orecchio, richiedendo da lui qualche miracolo in prova della sua missione. Rispondeva egli ch’era mandato da Dio non a far miracoli, ma solo a predicar la verità. Con tutto ciò l’impostore nel suo Alcorano vanta d’aver fatto un miracolo, ma molto ridicolo; dicendo che, essendo caduto un pezzo della luna nella sua manica, egli avea saputo racconciarlo: e perciò poi l’imperio dei Maomettani ha l’impresa della mezza luna.

Maometto avea pubblicato che Dio gli avea imposto precetto di non forzare gli uomini a tenere la sua religione; ma trovandosi appresso perseguitato da’ Meccani, dichiarò che Dio gli avea comandato di perseguitare gli infedeli coll’armi, e così propagar la fede; e di poi visse perciò sempre in guerra.

Quindi gli riuscì di farsi signore della Mecca; ed ivi piantò le sede della sua setta, ed ebbe l’intento prima di sua morte di vedere tutte le tribù dell’Arabia fatte sue seguaci.

Maometto compose poi l’Alcorano (Alcoran, cioè la lettura, o come diciamo noi, la scrittura) coll’aiuto, come dicesi, di un certo monaco chiamato Sergio. L’Alcorano è un miscuglio di precetti della legge giudaica e della cristiana, e di altri da esso inventati, confuso poi con molte favole e false rivelazioni.

Egli ammettea la missione di Mosè e di Gesù Cristo. Ammetteva ancora molte parti della nostra sacra scrittura; ma dicea che la sua legge perfezionava e riformava la giudaica e la cristiana. Ma in verità ella discrepava dall’una e dall’altra.

Credeva Maometto esservi un Dio; ma dicea poi nel suo Alcorano molte cose indegne di Dio, mischiate con mille contraddizioni, che si possono leggere nella mentovata mia opera della Fede. Dicea che ogni giudeo o cristiano si salva osservando la sua legge, benché lasciasse una legge per un’altra. Dicea che gl’infedeli staranno per sempre all’inferno; ma che quelli che credono ad un solo Dio, vi staranno solo per qualche tempo e non più di mille anni, e che poi tutti anderanno alla casa della pace, cioè del paradiso.

Ma il paradiso che promettea Maometto, era tale, com’egli se lo figurava, che si vergognerebbero di starvi anche le bestie; poiché questo suo paradiso altri piaceri non dava che sensuali e sozzi. Lascio di scrivere altre inezie dell’Alcorano, che possono leggersi nella citata mia opera.

I Maomettani si radono il capo, come si sa, e vi lasciano una chiocchetta di capelli, e sperano che per quella Maometto potrà cavarli dall’inferno, anche dopo che alcuni di loro vi fossero caduti.

La legge di Maometto permette più mogli sino al numero di quattro, e comanda che almeno se ne prenda una, e concede il ripudio per due volte. Proibisce poi il disputare sopra l’Alcorano e le scritture sacre; e questo fu un ritrovato molto efficace del demonio per fare e seguire a fare una perpetua strage di tante povere anime, acciocché le misere vivessero sempre nella loro ignoranza e così restassero per sempre accecate e perdute.

Finalmente nell’anno 631 morì Maometto in età di 63 anni, avendone regnati nove in circa, dopo aver conquistata quasi tutta l’Arabia, e steso il suo dominio per 400 leghe lontano da Medina tanto a levante, quanto a mezzo giorno.

Lasciò poi Aboubecro uno dei suoi primi discepoli, che fece altri acquisti. Succedettero indi altri capi della setta, chiamati Califfi, che rovinarono l’imperio de’ persiani, e conquistarono la Siria e l’Egitto.

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Verità della Fede” di Sant’Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa, Parte III, Cap. IV. “Non può esser vera la religione maomettana”.

Vediamo in primo luogo le qualità di Maometto, che stabilì questa religione, diciam meglio questa infame setta che ha mandate tante anime all’inferno. Egli ebbe qualche dote naturale; fu di bello aspetto, d’ingegno penetrante, cortese nel tratto, liberale e grato ai beneficj. Ma all’incontro fu dominato dal vizio della libidine, e perciò tenne da 15 mogli, e più di 24 concubine, fingendo di avere avuto in ciò il permesso da Dio, poiché agli altri non concedeva egli più di quattro mogli; e quindi poi nel suo Alcorano ripose nelle sozzure della carne la massima parte della felicità eterna.

Fu dominato ancora dalla superbia, che lo fece talvolta diventar crudele. Basti sapere che una volta ad alcuni che si avean presi certi suoi cammelli, fece tagliar le mani e i piedi, e cavare gli occhi con un ferro rovente, e poi li fece lasciar così, finché spirassero l’anima.

Vediamo ora che cosa sia l’Alcorano di Maometto, e quali dogmi e precetti ivi s’insegnino.

Alcorano significa lezione, o sia libro di lezione. I titoli del libro sono varj secondo le varie edizioni. Si divide in Sure, o sieno Azoare 114, e le Sure dividonsi in Ayat, cioè segni di diversa lunghezza, che contengono attributi di Dio e precetti o giudizj di cose mirabili, e questi segni terminano col ritmo corrispondente al verso precedente.

L’Alcorano è scritto in lingua pura araba e con eleganza di parole, affettando un modo profetico. Vi sono giudizj, istorie ed esortazioni.

A’ giudizj spettano le leggi così per le cose sacre, preci, pellegrinaggi e digiuni, come per le cose politiche, tribunali, matrimonj ed eredità.

Alle istorie spettano molte narrative, parte prese da’ libri sacri, ma corrottamente, e parte finte, o pur ricavate da’ libri apocrifi e specialmente del Talmud de’ giudei.

Alle esortazioni poi si riferiscono gl’inviti alla nuova religione, alla guerra per difesa di quella, alle preci ed alle limosine, minacciando le pene dell’inferno a’ trasgressori, e promettendo le delizie del paradiso agli osservanti.

Talvolta si finge Dio, o l’angelo che parla: talvolta poi parla lo stesso Maometto o ai Meccani o a’ giudei, o a’ cristiani. Altre volte parlano i beati del paradiso ovvero i dannati dell’inferno: sicché l’Alcorano è una specie di dramma, in cui sono diversi che parlano.

Dicono i Maomettani che l’Alcorano non è composto da Maometto, né da altri, ma solamente da Dio, e da Dio è stato dato a Maometto. In quanto poi al modo e tempo, dicono mille inezie. Altri dicono che l’Alcorano è stato eterno, sempre presente al trono di Dio in una certa tavola, ove stavano scritte tutte le cose passate, presenti e future. Altri dicono che in una certa notte del mese romadan, in cui suppongono che Dio dispone tutte le cose, scese questo libro dal trono divino. Altri dicono che l’arcangelo Gabriele rivelò a Maometto tutto quello che sta scritto nell’Alcorano. Altri dicono che Maometto ricevea da quando in quando alcuni versi, ed egli li facea conservare in una cassa: altri dicono altri spropositi.

Del resto oggi negli esemplari che noi abbiamo dell’Alcorano vi sono molte lezioni varie che variano sentenza. I nostri scrittori dicono che l’Alcorano fu composto da Maometto o tutto da sé, o coll’aiuto di un certo monaco Sergio, o d’altri. Chi poi volesse intender più cose dell’Alcorano circa la sua scrittura, legga Marraccio nel prodromo all’Alcorano (Part. 4. c. 27).

Parlando poi della teologia dell’Alcorano, dee sapersi che questo libro è ripieno d’una farragine confusa di favole, di precetti e di dogmi tutti inetti, fuori di quelli che son presi dalla legge ebraica e cristiana.

Maometto riconoscea per divina la missione così di Mosè, come di Gesù Cristo, come anche riconoscea per legittima l’autorità delle nostre sacre scritture, almeno in più parti, dicendo che le altre sono state corrotte; ond’egli colla sua pretesa religione (che dicea esser la stessa che tennero Mosè e Gesù Cristo) volea riformare e perfezionare così la religione giudaica, come la cristiana. Ma in verità altro non fece che formare una setta che discrepava dall’una e dall’altra.

Maometto credea esservi un Dio, e dalla Sura 4. vers. 17. si ricava che credesse anche la Trinità delle persone nella natura divina: “Neque dicant tres (Deos), Deus enim unus est”.

Credeva esser di fede esservi gli angeli, ma dicea che essi hanno corpo, e sono anche di diverso sesso; Sura 2. e 7.

Diceva ancora essere assegnati due angeli custodi a ciascun uomo, e questi mutarsi ogni giorno.

Dicea di più che vi sono angeli e demonj di diverse specie, chiamati genj, i quali mangiano e bevono, ed anche si propagano e muoiono, ed anche son capaci della futura salute e dannazione.

Vi sono poi nell’Alcorano molte cose indegne di Dio. Ivi si dice (come bestemmiano ancora gli ebrei talmudisti) che Dio fu costretto a dire una bugia, per metter pace tra Sara ed Abramo. Ivi s’induce Dio che giura per li venti, per gli angeli ed anche pei demonj; quando che Dio solo per sé può giurare, non già per le creature.

Di più nella Sura 43 s’induce Dio che prega per Maometto: “Cum Deus et angeli propter prophetam exorent”.

Nella Sura 56 dice Maometto che Dio gli permise di violare un giuramento.

E nella Sura 43 che gli permise di potersi mischiare con qualunque donna anche maritata e consanguinea. Dice poi molte bugie.

Nella Sura 17 scrive che Dio comandò agli angeli che adorassero Adamo, e che tutti gli ubbidirono, fuorché Belzebub.

Dice nella Sura 13 che Maria madre di Gesù è adorata da noi per Dio.

Nella Sura 27 dice ch’egli fu rapito da Dio in cielo per essere ammaestrato de’ misterj.

Nella Sura 25 dice che Iddio ha creato il demonio da un fuoco pestifero. Vi sono poi nell’Alcorano mille contraddizioni.

Nella Sura 11 chiama Gesù Cristo spirito di Dio e suo messo: “Iesus Mariae filius nuntius suusque spiritus”; e poi nega essere Dio, e dice che non è stato crocifisso, ma in suo luogo fu crocifisso uno simile a lui.

Nella stessa Sura 11 dice che ognuno, sia giudeo o cristiano, e benché lasci una legge per un’altra, se adora Dio, ed opera bene sarà amato da Dio, e si salverà; e poi nella Sura 3 dice che i Maomettani si dannano se lasciano la loro legge.

Nella Sura 20 dice che niuno dee sforzarsi alla fede; e poi nella Sura 9 dice che gl’infedeli debbono essere uccisi.

Nella Sura 2 dice che ciascuno può salvarsi nella sua religione, sia giudeo, cristiano o sabaita: “Qui crediderint et iudaei et christiani et sabaitae in Deum, et fecerint bonum, ipsis erit merces apud Dominum”; e poi nella Sura 3 dice il contrario: “Et qui secutus fuerit aliam religionem praeter istam (cioè la maomettana), ipse in futuro seculo erit pereundus”.

I maomettani confessano queste contraddizioni, ma dicono che Dio stesso è stato quello che si è rivocato.

Dicono di più i maomettani che dopo morte nel sepolcro da due persone Moncker e Hakir hanno da essere pesate le opere di ognuno in due coppe di bilancia, che eguagliano la superficie del cielo e della terra.

Dicono poi che vi è il ponte Sorat, dal quale i peccatori cadranno nell’inferno, dove gl’infedeli staranno per sempre; ma quelli che avranno creduto ad un Dio, vi staranno per qualche tempo, ma non più di mille anni, e poi passeranno alla casa della pace; ma prima d’entrare in questa casa beveranno l’acqua della piscina di Maometto perciò i maomettani si radono il capo, e vi lasciano una ciocchetta di capelli, sperando che per quella Maometto potrà cavarli dall’inferno.

Essi sperano che almeno nel giorno del giudizio Maometto colle sue preghiere salverà tutti i suoi seguaci.

Il paradiso poi che promette l’Alcorano, è un paradiso di cui si vergognerebbero anche le bestie: è un paradiso ove non vi sono altri piaceri che sensuali. Dice che ivi sono due orti ornati di alberi, fonti e pomi e donne, e che ciascuno avrà in cielo tante mogli, quante ne avrà avute in questa terra, e l’altre poi saranno concubine.

Ecco come si scrive nella Sura 86 ed 88: “Ubi dulcissimas aquas, pomaque multimoda, fructus varios et decentissimas mulieres, omneque bonum in aeternum possidebunt”. Avicenna maomettano, vergognandosi di tal promessa per la vita eterna, dice che Maometto in ciò avea parlato allegoricamente; ma l’Alcorano in niun luogo ammette questa spiegazione sognata da Avicenna.

In quanto poi ai precetti naturali, l’Alcorano insegna: principalmente la legge della natura; scusa non però coloro che l’offendessero per causa di timore. Ammette (come già si è detto) l’avere più mogli, sino a quattro, purché possa conservarsi la pace con tutte, altrimenti ordina che se ne prenda almeno una, e concede il ripudio per due volte.

Proibisce poi il disputare sopra l’Alcorano e le scritture sacre; e ciò asserisce nelle Sure 22 e 29 essere precetto divino. Per altro con molta accortezza da questo impostore fu dato un tal precetto; giacché tutta la forza della sua legge è nell’ignoranza.

Vi sono di più altre leggi positive di purificazioni, orazioni e limosine: di più del digiuno nel mese romadan e del pellegrinaggio alla Mecca. Si narra da un buono autore che Maometto mettea del grano dentro del suo orecchio, e che avea avvezzata una colomba a venire a beccarlo, affin da far credere agli altri che egli per tal mezzo era ispirato da Dio circa le cose che insegnava. Ed in conferma di ciò due maroniti presso Bayle dicono trovarsi nella Mecca alcune colombe, che dai turchi son rispettate come sacre, credendo essi che discendano da quella che parlava a Maometto.

Sicché non può esser vera la religione de’ gentili, non quella de’ giudei, non quella de’ maomettani: dunque la cristiana è l’unica vera.

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Appendice (in nota 1 ibid.). Maometto fu arabo di nazione, nacque nella Mecca nell’anno 571. Fu oriundo di famiglia nobilissima. Dopo la morte del padre fu applicato alla mercatura da’ suoi parenti, attesoché prima fu educato in casa del suo avo e poi di un certo suo zio, dal quale di anni 13 fu condotto nella Siria. Ma di là ritornato nella patria d’anni 25, fu preso nella sua età d’anni 28 da una certa vedova nobile e ricca, chiamata Kadia, per suo fattore.

Posto egli in questa condizione più alta cominciò a meditare di mutare e far mutar religione a tutta la sua patria, intendendo di liberare gli arabi dall’idolatria, nella quale egli era stato educato, e di restituire al mondo, come diceva, la religione primiera di Adamo, di Noè, di Abramo, di Mosè ed anche di Cristo, in somma di tutti i profeti del vero Dio; e perciò finse di aver colloquj coll’angelo Gabriele nella grotta d’Hira, che non era molto distante dalla Mecca, dove spesso si ritirava.

Essendo poi d’anni 40, ed essendo stato sino a quel tempo idolatra, si assunse l’officio di profeta, e per tale si fece tenere prima dalla sua moglie e da certi suoi parenti e domestici e poi da un certo Abubekero uomo di grande autorità, coll’aiuto del quale acquistò molti potenti paesani della Mecca. Dopo tre anni adunò in un convito 40 persone con Aly suo cugino, ed allora aprì la sua missione divina, come diceva. Ma da tutti, fuorché da Aly, fu allora deriso.

Egli nulladimanco, non perdendosi d’animo, costituì Aly suo vicario, e cominciò a predicare in pubblico nella Mecca, dove fu a principio udito da’ suoi paesani; ma quando poi si pose a riprovare i loro dei, lo perseguitarono a morte, e solo un certo Abotaleb colla sua autorità e prudenza lo liberò; ma i meccani stabilirono di non avere più commercio né con Maometto, né co’ suoi aderenti.

Egli non però avendo in questo tempo composta già parte dell’Alcorano, spesso provocava i suoi avversarj a formare alcuna parte simile, dicendo che non avrebbero mai potuto comporne un solo capitolo. E richiedendo coloro alcun miracolo della sua missione, rispondea ch’egli era stato mandato da Dio non a far miracoli, ma solo a predicar la verità.

Dicono per tanto i maomettani che il miracolo del legislatore è stata la propagazione della loro legge fatta nella massima parte del mondo. Ma a ciò si risponde che non può dirsi miracolo il vedere abbracciata una legge, per cui si vive più secondo il piacere de’ sensi, che secondo la ragione. Oltreché questa propagazione fu fatta nell’Arabia, ove la massima parte era di gentili, vi erano pochi cristiani, e gli altri erano giudei o eretici ariani e nestoriani, fuggiti colà per gli editti degl’imperatori, ed in tutti poi regnava una somma ignoranza. Un tal miracolo bensì è avvenuto nella propagazione del vangelo, che insegna una legge opposta agli appetiti carnali. Con tutto ciò Maometto pure vantava di aver fatto un gran miracolo (ma miracolo d’un buffone per la scena): diceva nell’Azoara 64 del suo Alcorano, che essendo caduto un pezzo di luna nella sua manica, egli ebbe l’abilità di racconciarlo: che perciò poi l’imperio de’ turchi porta l’impresa della mezza luna.

Indi, essendo morti la sua moglie Kadia e l’amico Abotaleb, Maometto nell’anno decimo della sua finta missione si vide abbandonato quasi da tutti; onde fu costretto a ritirarsi dalla Mecca in Tayef, luogo distante 60 miglia. Ma dopo un mese tornò alla Mecca, e si pose sotto la protezione di Al-Notaam Abn-avi.

Nell’anno duodecimo cacciò fuori la favola del suo viaggio notturno in Gerusalemme e di là in cielo; ma questa favola parve così ridicola, che sarebbe rimasto affatto abbandonato da tutti, se un certo Abu-ker non avesse detto ch’egli non poteva negare la sua fede a Maometto. E nello stesso duodecimo anno si strinsero con giuramento a Maometto molti della città di Medina, e tra questi il principe della tribù detta Avos.

Maometto avea dichiarato di non aver altro comando da Dio, che di predicar la verità, ma non di forzare gli uomini a crederlo; ma essendo di poi fuggito da Medina per evitar la morte macchinatagli dai meccani, dichiarò egli il precetto di perseguitare colle armi gl’infedeli, e colle vittorie propagar la fede, e d’indi in poi visse sempre in guerra, alle volte perdendo, ma più spesso vincendo.

Andò appresso con 1400 soldati alla Mecca, ed ottenne una tregua co’ nemici, ma col patto che gli concedessero il potersi con esso arruolare quei che voleano seguirlo.

Scrisse poi lettere al re di Persia, dell’Etiopia e di Roma, e gl’invitò ad abbracciare la sua religione. Indi si fece signore della Mecca: donde avendo scacciata l’idolatria, piantò la sua setta; e nell’anno seguente ricevette gli ambasciatori da tutte le tribù dell’Arabia, le quali, vedendo soggiogata la tribù più potente di tutta la nazione, abbracciarono l’Alcorano.

Finalmente Maometto nell’età di sessentatré anni morì, e si dice morto di veleno.

Pubblicazione a cura di Carlo Di Pietro (clicca qui per leggere altri studi pubblicati)

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Modernismo eresia minore

Il 15 luglio pubblicammo la prima parte di questo articolo che è possibile leggere qui: http://www.agerecontra.it/public/pres30/?p=12056

Ora l’autore ci invia la seconda ed ultima parte del suo lavoro:

di Frà Leone da Bagnoregio

Dopo aver analizzato ancorché sommariamente la strategia modernista, nella precedente parte dell’articolo, seguendo l’insegnamento di papa Sarto, è pure necessario seguirlo relativamente alle condanne e ai mezzi per scoprirlo, nonché ai principi ispiratori di tale nocumento.

Sicuramente ci sarebbe stato da aggiungere, quanto i modernisti dicono del culto, del ruolo del laicato nella Chiesa e di molti altri aspetti circa la struttura e l’istituzione ecclesiastica, ma purtroppo, lo spazio è tiranno e non ci consente di elaborare fino in fondo quanto essi hanno rovinato all’interno della Chiesa Cattolica.

I modernisti hanno in odio principalmente la scolastica sia in campo filosofico che in campo teologico. Come abbiamo evidenziato all’inizio la filosofia scolastica è lo strumento più idoneo per smascherare i modernisti, la filosofia dei principi immutabili cozza con la loro dottrina fondata sul sentimento, sull’immanenza e sulla fenomenologia. San Pio X chiarisce quali siano gli ostacoli che i modernisti vogliono togliere di mezzo: “Degli ostacoli, tre sono i principali che più sentono opposti ai loro conati: il metodo scolastico di ragionare, l’autorità dei Padri con la tradizione, il magistero ecclesiastico. Contro tutto questo la loro lotta è accanita”. I modernisti, infatti, non vogliono mai una discussione aperta con i fautori della scolastica, perché ne uscirebbero sconfitti. La loro tecnica è quella di denigrare l’avversario. Ogni qualvolta i modernisti conciliari entrano in discussione con il tradizionalismo vengono smentiti e non fanno altro che chiudersi in un apriorismo concettuale che blocca ogni conversazione.

Dopo aver dipinto i cattolici che difendono il dogma e la tradizione, nonché il magistero ecclesiastico come ignoranti e questo è il titolo più decoroso che usano comunemente!

Sentiamo ancora San Pio X su questo argomento: “Venerabili Fratelli, qual meraviglia se i cattolici, strenui difensori della Chiesa, sono fatti segno dai modernisti i somma malevolenza e di livore? Non vi è specie d’ingiurie con cui non li lacerino: l’accusa più usuale è quella di chiamarli ignoranti ed ostinati. Che se la dottrina e l’efficacia di chi li confuta dà loro timore, ne incidono i nervi colla congiura del silenzio. E questa maniera di fare a riguardo dei cattolici è tanto più odiosa perché nel medesimo tempo e senza modo né misura, con continue lodi esaltano chi sta dalla loro; i libri di costoro riboccanti di novità accolgono ed ammirano con grandi applausi; quanto più alcuno si mostra audace nel distruggere l’antico, nel rigettare la tradizione e il magistero ecclesiastico, tanto più gli danno vanto di sapiente; e per ultimo, ciò che fa inorridire ogni anima retta, se qualcuno sia con dannato dalla Chiesa non solo pubblicamente e profusamente lo encomiano, ma quasi lo venerano come martire della verità”. Così sta capitando ora mentre tutto viene distrutto dalla furia iconoclasta di Francesco, chi lo contraddice o contraddice il nuovo corso di neomodernismo diventa ignorante, ipocrita, obsoleto e “dulcis fundo” pure “pelagiano” che detto da un gesuita fa quasi sorridere! (Era l’accusa lanciata dai domenicani ai gesuiti fautori delle teorie sulla grazia di Molina nel XVII secolo).

Ritorniamo, quindi, al punto iniziale, la metafisica scolastica e precipuamente quella insegnata da San Tomaso d’Aquino, è l’unico rimedio contro la dissoluzione della metafisica che vogliono i modernisti: “Ciò che conta anzi tutto è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso di Aquino: intorno alla quale tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno vigore, e se è bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ciò trascurato, toccherà ai Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi, che il discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno”. Con questo non bisogna fossilizzarsi, bisogna analizzare e combattere tramite la scolastica le nuove filosofie che hanno deturpato l’umanità, bisogna cercare in ogni modo di portare in pubblica discussione i modernisti di sconfessarli pubblicamente usando i mezzi della ricerca scientifica, della metodologia scolastica della conoscenza ed infine, del magistero ecclesiastico, mettendo in imbarazzo davanti a tutti i sostenitori del nuovo corso ecclesiale, della falsa povertà evangelica e della falsa modestia di stampo tipicamente farisaico.

Sicuramente le prescrizioni circa la vigilanza dei Vescovi su scritti, esame dei candidati al sacerdozio e altre attività connesse al loro ufficio, oggi giorno, non è nel potere di chi resiste a questa crisi essendo tutti i vescovi ordinari collusi se non affetti dalle dottrine moderniste.

Sicuramente è necessario ora rivedere le dottrine neomoderniste alla luce del Decreto “Lamentabili”, qui si riscontrano non poche affermazioni care ora al nuovo corso ecclesiale.

La “nouvelle theologie” condannata da ultimo da Pio XII i cui principi ispiratori non sono altro che le proposizioni condannate da San Pio X proprio nel decreto “Lamentabili” la cui proposizione n. 22 così recita:“I dogmi, che la Chiesa presenta come rivelati, non sono verità cadute dal cielo, ma l’interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana si è data con travaglio”. L’assunto di questa affermazione è stata più volte pronunciata e scritta da alcuni cardinali della “chiesa conciliare” come Ravasi e Kasper. Come quella seguente che ormai è diventata quella normale nell’insegnamento della teologia: “La verità non è immutabile più di quanto non lo sia l’uomo stesso, poiché si evolve con lui, in lui e per mezzo di lui”. (Prop. 58).

Questo nuovo corso giunge a negare la validità di alcuni libri sacri e del Magistero precedente al Vaticano II. Il Decreto “Lamentabili” già annoverava tra le opinioni da proscrivere anche questo modo di pensare dei modernisti e portato avanti ora dai neo modernisti della “chiesa conciliare” al punto 31 così recita: “La dottrina su Cristo, tramandata da Paolo, Giovanni e dai Concili Niceno, Efesino e Calcedonense, non è quella insegnata da Gesù, ma che su Gesù concepì la coscienza cristiana” . I modernisti giungono a conclusioni che neppure Lutero giunse a sostenere, infatti l’eresiarca tedesco negò solo l’autenticità della lettera di San Giacomo definendola spuria tra i libri sacri del Nuovo Testamento.

L’atteggiamento di Bergoglio che ha del primato petrino, continuando a definirsi Vescovo di Roma invece di Sommo Pontefice, (che poi è quello che ne uscì dai documenti del Vaticano II portato a suo compimento) è stato condannato proprio nel decreto “Lamentabili”, infatti, la proposizione n. 56 così pronuncia: “La Chiesa Romana diventò capo di tutte le Chiese non per disposizione della Divina Provvidenza, ma per circostanze puramente politiche”.

Veniamo quindi alla ormai comune credenza che gli Ebrei siano i fratelli maggiori dei cristiani, già questo argomento era stato escogitato dai modernisti al tempo di San Pio X ed ecco che l’ormai più volte citato decreto “Lamentabili” condanna una proposizione che conduce a questa nuovo pensiero sulla religione giudaica: “La dottrina cristiana fu, nel suo esordio, giudaica; poi divenne, per successive evoluzioni, prima paolina, poi giovannea, infine ellenica e universale”. (Prop. 60)

Sentiamo ora San Pio X nel “Motu Proprio” “Sacrorum Antistitum”: “Uomini che approfittano del loro ministero per lanciare l’esca avvelenata dell’amo per accalappiare gli incauti, diffondendo una parvenza di dottrina in cui si trova il compendio di tutti gli errori”. Questo sta facendo Bergoglio parla di preghiera e poi diffonde l’americanismo spingendo i sacerdoti fuori dalle parrocchie alla ricerca di fedeli che si sono discostati dalla fede, non comprendendo che soltanto Cristo Nostro Signore converte a prescindere dalle capacità comunicative del sacerdote, è la grazia che salva non il ministro. Mi pare che il pelagiano sia proprio Bergoglio.

Il modernismo è diffuso a piene mani proprio dall’episcopato, lungi da essere fedeli alle direttive di papa Sarto elogiano e diffondo libri che un tempo la Sacra Congregazione dell’Indice avrebbe proscritto.

Alcuni ritengono che in realtà il modernismo sia da ritenersi “un’eresia minore” perché non è mai stato ufficialmente condannato come tale. Ed insistono nello scrivere che il Protestantesimo e il Giansenismo, come prima di loro altre eresie furono condannate dai Sommi Pontefici e/o dai Concili Ecumenici, mentre non si trova un documento papale che lo condanni ufficialmente e dichiari eretici i suoi sostenitori. Questo è sbagliato, infatti, il “Motu proprio” “Praestantia Scriptuarae” condanna in maniera inequivocabile i modernisti con la scomunica: “Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Apostolica autorità, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l’anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti, e decretalmente dichiarando che chiunque ardirà sostenere, il che Dio non permetta, alcuna delle proposizioni, opinioni e dottrine riprovate
nell’uno o nell’altro dei documenti suddetti, sarà soggetto ipso facto alla censura del Capo Docentes della Costituzione “Apostolicae Sedis”, che è la prima delle scomuniche latae sententiae riservate”
simpliciter al Romano Pontefice”.

Molto ci sarebbe ancora da trattare sull’argomento non basterebbe un articolo seppur diviso in due parti. A conclusione di questo breve studio è chiaro comunque un fatto, che un’autorità e una gerarchia talmente collusa con simili errori può ancora definirsi cattolica, può ancora produrre i frutti di grazia che Nostro Signore ha dato in potere alla sua Chiesa?

Il Signore ci illumini.

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Episcopolandia. Il fantastico mondo dei vescovi all’italiana

BIANCO

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Un’inchiesta per comprendere alla radice l’elezione di Bergoglio

“C’è un Concilio che non è mai stato raccontato: quello che si è svolto lontano dai riflettori, nei vertici segreti di vescovi e cardinali, negli incontri diplomatici, nelle redazioni dei giornali, nelle sezioni dei partiti e persino tra gli 007 […] Ci sono schiere di spie, russe, polacche, inglesi, americane e naturalmente italiane, che si mimetizzano tra prelati e uditori, redigono dossier e riescono persino ad influenzare il conclave che elegge Paolo VI. Saltano fuori anche le lettere riservate dei sacerdoti che chiedono a Montini di abolire il celibato dei preti. C’è un teologo che denuncia, con coraggio, lo scandalo della pedofilia nella Chiesa, ma il suo grido d’allarme resta, colpevolmente, inascoltato…”Comprendere un evento così innovativo e paradigmatico come fu il Concilio ecumenico Vaticano II, e farlo attraverso una lettura non ufficiale ma radicata in testimonianze e documenti spesso inediti, significa avere l’opportunità di andare alla radice di ciò che oggi sta avvenendo nella Chiesa cattolica. Il gesto rivoluzionario di Benedetto XVI, il papa dimissionario che, rinunciando al trono, si fa vescovo tra i vescovi e porta a compimento quello spirito collegiale che aveva profondamente attraversato il Vaticano II; l’elezione “a sorpresa” di Papa Francesco, primo vescovo proveniente dal Sudamerica della storia della Chiesa a guidare il popolo di Cristo, predicatore di un rinnovamento spirituale nell’umiltà e nella povertà, figura strategica in una Chiesa che sembra aver perso il suo centro nella vecchia Europa ma che si riscopre viva e fertile nel “sud del mondo”, sono tutti sviluppi di motivi la cui origine è ampiamente riconoscibile in quell’evento senza precedenti che ha segnato la vita della Chiesa universale a cavallo dei pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI.Scoprire motivazioni, sensibilità e spesso conflitti di potere che hanno caratterizzato l’ultimo concilio ecumenico, ricostruire i temi e le ragioni di fondo di quell’evento, consente all’osservatore curioso e attento di ripercorrere il filo rosso che unisce il presente al passato, la moderna storia della Chiesa con le attuali vicende che scuotono il Vaticano. Ci si accorgerà così che Vatileaks, la macchia nera degli abusi sessuali ad opera di consacrati, il dibattito sullo IOR, le sorprendenti dimissioni di Joseph Ratzinger, i temi che hanno caratterizzato le folte discussioni preparatorie del conclave appena chiuso e l’elezione di un papa d’Oltreoceano, sono il portato delle questioni, spesso irrisolte, e delle suggestioni riformatrici che nel triennio 1962-’65 infiammarono l’assise ecumenica e che ancora oggi animano il dibattito teologico e pastorale della Chiesa.“Che cosa raccontare oggi del Concilio a chi non ne ha mai sentito parlare? E’ utile descrivere quello che accadde sul “palco”, ma è altrettanto importante svelare cosa è successo dietro le quinte. Non per il gusto del retroscena fine a se stesso, ma perché solo così si possono decifrare le ragioni di molte scelte e, soprattutto, si può scoprire che i nodi irrisolti di allora sono questioni aperte ancora oggi. Il Concilio di ieri, insomma, ci aiuta ad anticipare la Chiesa del domani”. – See more at: http://www.ignazioingrao.it/il-concilio-segreto_pagina_2.htm#sthash.OhkQmcg4.dpuf
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Un combattente implacabile contro il modernismo: Padre Guido Mattiussi

30 aprile 2013

anonstmichael

Per ricordarci da dove viene l’attuale crisi ecclesiale –per la sua ampiezza senza precedenti- in ogni suo aspetto, e in seconda battuta la crisi della cultura occidentale, propongo alcuni passi dalle lezioni di “Apologia della religione” di padre Guido Mattiussi S.J. (1852-1925), attivissimo antimodernista al tempo del grande Papa San Pio X.

In questi passi, come del resto in tutta la sua opera intellettuale ed umana, padre Guido si scaglia con l’ardore del grande apologeta certissimo nella sua Fede contro l’eresia, anzi contro la “sintesi di tutte le eresie”, cioè il modernismo.

E’ infatti sempre da ricercarsi nel gran moto modernista di inizio novecento l’origine prossima di tutta la crisi ecclesiale e anche intellettuale odierna: cento anni fa tutte le derive tremende che noi viviamo quotidianamente e nella Chiesa e nella società era già presenti e praticate.

Con la differenza che allora l’ Autorità vigilava sul gregge e si adoperava in ogni maniera per soffocare gli errori, così da far trionfare la Verità.

Il modernista ha i suoi principi filosofici; anzi quelli assume come dottrina fondamentale, per adattarvi tutto il resto che pensa, anche in materia religiosa. E in filosofia ha raccolto i frutti del mal seme kantiano, ed è venuto all’agnosticismo. Professa dunque di non saper nulla di tutto ciò che passa i fenomeni; non sa nulla dell’anima e della vita avvenire, nulla di Dio. Se nomina Iddio nomina alcunché d’ignoto; non solo quanto al riconoscerne l’infinito eccesso, e nel grado e nel modo, su gli umani pensieri (che sarebbe giusto); ma ancora quanto al non sapere se sia semplice, se sia anima del mondo, se sia distinto dall’universo: checché voglia dire, né pur ne conosce la propria esistenza, ed è vero ateo.

(…)

(Esponendo il modo di ragionare dei modernisti) Che se chicchessia, qualunque cattolico conservatore, la gerarchia della Chiesa, il Pontefice Romano, si ostinino alle formole una volta sancite, certamente è lodevole il loro zelo costante; ma è da disprezzare il pensiero fisso in quelle formole, quasicchè in esse fosse posta la religione. Non sono che simboli, da adattare ai tempi, ai paesi, ai popoli; sono essenzialmente mutabili secondo le condizioni di coloro che vogliono essere religiosi; debbon giovare agli uomini per elevarsi in alto, e per questo debbon seguirli nel loro modo di pensare e di sentire. Che se la Chiesa vorrà ostinarsi a ritenere ciò che valeva pei tempi antichi, il mondo andrà innanzi senza di lei; ovvero essa vivrà miserabile con il rifiuto della umanità, e più non avrà l’assenso di nessuna anima evoluta.

Così essi. E poi hanno voluto applicare l’esposta dottrina al cristianesimo. Gesù di Nazareth, anima squisita, e potente nella sua soavità a influire sugli altri, ebbe l’esperienza religiosa della divina paternità che ha cura di tutte le cose e gli uomini particolarmente. Questo suo sentimento egli comunicò a’suoi discepoli, nei quali perciò si formò il sentimento che quel medesimo Gesù fosse una manifestazione dell’inconoscibile. E perché come giudei avevan pure il pensiero d’un Messia che verrebbe, questo incarnarono in Gesù; egli così diventò oggetto religioso e sacro sotto la forma messianica. Poi quel sentimento di fraternità, sotto la cura del Padre celeste, che è l’essenza del cristianesimo, passò alle regioni ove fioriva la cultura di Grecia; né per esprimere la superiorità di Gesù e l’elemento divino onde pareva dotato, si potè pensare ad altro di meglio che il concetto platonico del Logos, da noi tradotto nel Verbo. Centro della Chiesa diventò Roma, e qui predominava la ragione giuridica, e non si credette di poter onorare Gesù meglio che dicendolo figlio di Dio. In cotali idee si fissò al tradizione cristiana: ma pei nostri tempi, liberi da quei pregiudizi, e portati a concepir tutto con un senso più reale, dicono di voler esaltare Gesù, la più grande figura sorta finora, anzi consentono a chiamarlo Dio, nel senso che egli meglio di tutti si elevò a sentire il divino e ad operare quasi divinamente. – Il filosofo e lo storico rimane certo che Gesù non fu diverso dagli altri mortali; il credente pensa che in lui qualche speciale relazione con l’Inconoscibile ci fosse; il teologo modernista raccoglie che, per chi ci crede, è Gesù un simbolo del divino, simbolo foggiato secondo umani pensieri. Quindi verità simboliche tutti i dogmi di là derivati; quindi riti simbolici quelli che noi diciam sacramenti. E le profezie, varie impressioni dei credenti, riferite all’avvenire; e i miracoli, altre impressioni riferite a fatti storici traviati; e la Chiesa, l’adunanza di quelli che partecipano alle impressioni portate dal Cristo, come i buddisti partecipano l’esperienza interna dell’antico Gotamo Budda,

(…)

Contro l’errore fondamentale che i dogmi dipendano dall’umana filosofia, e che il mantenimento della divina rivelazione sia affidato allo studio e all’ingegno umano, con la conseguenza che deve mutarsi e svolgersi d’età in età, eran già fulminati gli anatemi del Concilio Vaticano, e ora è volto il quarto punto del giuramento (antimodernista). Qui si giura,

1. di ritenere immurata con lo stesso senso delle parole e con lo stesso pensiero, quella dottrina di fede, che dagli Apostoli pei Santi Padri ci fu tramandata;

2. di respingere l’eretica sentenza, che afferma l’evoluzione dei dogmi intesa così che questi passino da uno ad altro senso, facendo mutevoli nel significato le espressioni usate nella Chiesa;

3.di respingere ugualmente l’eresia che invece della santa Chiesa pone a custode della rivelazione, e lo studio filosofico, e la coscienza che l’uomo da sé si va formando, con progresso indefinito.

Tutto questo esplicitamente era già stato detto dal Concilio Vaticano; e soltanto ora (col giuramento antimodernista) si aggiunge quel cenno della coscienza, mentre una volta pareva che con i dogmi avesse da fare solo la scienza. Particolarmente notevole era l’ultimo canone:

Si quis dixerit fieri posse ut dogmatibus ab Ecclesia propositis aliquando, secundum progressum scientiae, sensus tribuendus sit alius ab eo quem intellexit et intelligit Ecclesia, anathema sit.;con il quale è dannata l’intima essenza del modernismo.

(Padre Guido Mattiussi s.j. Apologia della religione. Appunti alle lezioni del p.G.M. s.j. tenute nella scuola sociale cattolica. Bergamo 1911. Bergamo stabilimento tipografico s. Alessandro 1912 .pagine 159, 161, 162, 164, 165.)

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Modernismo teologico

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il modernismo teologico fu un’ampia e variegata corrente del Cattolicesimo[1], sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento volta a ripensare il messaggio cristiano alla luce delle istanze della società di inizio Novecento. Fra i temi del modernismo cattolico vi furono la comprensione e l’esposizione dei contenuti della fede, l’esegesi biblica, la filosofia cristiana, gli studi di storia del cristianesimo e della Chiesa, l’esperienza religiosa.

La crisi modernista

Il pontefice Pio X

La crisi modernista rappresentò la fase più acuta del confronto plurisecolare del cristianesimo con il moderno, inteso soprattutto come istanza di autonoma determinazione dell’uomo nella vita individuale e collettiva, come emancipazione da ogni prospettiva e sistema di valori compiuto e di carattere assolutistico, e come affermazione delle scienze legate alle metodologie sperimentali e al vaglio della critica.

Il modernismo teologico subì, agli inizi del XX secolo, una serie di censure da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

A una prima condanna di sessantacinque affermazioni tratte da pubblicazioni di autori ritenuti modernisti, emanata dal Sant’Uffizio con il decreto Lamentabili Sane Exitu (3 luglio 1907), approvato da papa Pio X, fece seguito la condanna del modernismo come eresia o meglio “sintesi di tutte le eresie” da parte di Pio X, con l’enciclica Pascendi Dominici gregis (8 settembre 1907).[2] In tale documento il papa offrì una sistematica e articolata descrizione del modernismo, quale non si ritrovava in alcuno degli scritti dei principali protagonisti del riformismo religioso cattolico. Dopo la condanna del modernismo fu avviata una sistematica repressione dei suoi esponenti, anche attraverso l’organizzazione del Sodalitium Pianum di monsignor Umberto Benigni. Le figure principali furono quindi colpite con la scomunica o sospesi a divinis, mentre molti altri preti, religiosi o laici cattolici accusati di modernismo furono sollevati dall’insegnamento nelle università cattoliche e nei seminari, dalle responsabilità pastorali, dagli incarichi organizzativi nelle associazioni ecclesiali.

Le principali tesi oggetto di condanna

Le principali tesi dei modernisti condannate da Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis erano[3]:

  • la Rivelazione non è davvero parola di Dio e neppure di Gesù Cristo, ma un prodotto naturale della nostra sub-coscienza;
  • la Fede non è un fatto oggettivo ma dipende dal sentimento di ciascuno;
  • i Dogmi sono simboli dell’esperienza interiore di ciascuno; la loro formulazione è frutto di uno sviluppo storico;
  • i Sacramenti derivano dal bisogno del cuore umano di dare una forma sensibile alla propria esperienza religiosa, non furono istituiti da Gesù Cristo e servono soltanto a tener vivo negli uomini il pensiero della presenza del Creatore;
  • il Magistero della Chiesa non ci comunica affatto la verità proveniente da Dio;
  • la Bibbia è una raccolta di episodi mitici e/o simbolici, e comunque non si tratta di un libro divinamente ispirato;
  • gli interventi di Dio nella storia (quali miracoli e profezie) non sono altro che racconti trasfigurati di esperienze interiori personali;
  • il Cristo della Fede è diverso dal Gesù della storia; la divinità di Cristo non si ricava dai Vangeli canonici;
  • il valore espiatorio e redentivo della morte di Cristo è frutto della teologia della croce elaborata dall’apostolo Paolo;

Diffusione e reazione

Alfred Loisy, biblista e storico francese

Il modernismo ebbe una diffusione in tutta Europa. Tra i principali esponenti vengono ricordati gli italiani Salvatore Minocchi (1869–1943), Romolo Murri (18701944), Ernesto Buonaiuti (1881-1946); l’irlandese George Tyrrell (1861-1909); gli inglesi Maude Petre (18631944) e Friedrich von Hügel (1852-1925); i francesi Alfred Loisy (18571940) e Lucien Laberthonnière (18601932).

La reazione ufficiale della Chiesa contro il modernismo fu particolarmente ferma: grazie all’attività di una rete di informazione ad hoc, il Sodalitium Pianum, numerosi scritti che sostenevano tesi ascrivibili al modernismo furono posti all’indice e con il motu proprio Sacrorum antistitum, emanato nel 1910, fu imposto a tutti i laureandi delle università cattoliche un giuramento antimodernista[4] in cui, tra le altre affermazioni, si confermava che i miracoli erano segni sensibili adatti a tutte le intelligenze e che i dogmi non subivano modifiche a seconda dei tempi. Negli anni sessanta l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sostituì il giuramento antimodernista con la recita del Credo e, nel 1966, fu definitivamente abrogato da papa Paolo VI, durante il Concilio Vaticano II.

Il modernismo milanese

Soprattutto gli ambienti intellettuali cattolici milanesi, che si erano espressi nella rivista Rinnovamento, furono accusati di modernismo. Gli stessi ambienti erano favorevoli al superamento politico della Non expedit e a una conciliazione tra istanze cattoliche e lo stato liberale, posizioni condannate da anni dalla Mirari Vos e dalla Quanta cura e, soprattutto, dal Sillabo. Lo stesso cardinal Ferrari, arcivescovo di Milano dal 1894 al 1921, fu perseguitato dall’accusa di appoggiare il modernismo.

La successiva separazione tra istanze in campo teologico e quelle in campo politico, permise quel clima che rese possibile il successivo Patto Gentiloni che portò all’avvicinamento tra cattolici e posizioni liberali. Nello stesso tempo rimasero emarginate le posizioni del cattolicesimo sociale che erano state fatte proprie dall’Opera dei Congressi.

Il contrasto del modernismo: la costituzione dell’Azione Cattolica

Romolo Murri

La scomunica del modernismo ebbe una significativa premessa a livello delle organizzazioni laicali cattoliche. All’interno di alcune di esse, nel corso degli anni, le tesi teologiche del modernismo avevano coagulato degli orientamenti e si era così formata una fazione, che aveva finito per assumere un identificabile carattere non solo dottrinale ed ecclesiale, ma anche politico. All’interno di tali organizzazioni laicali del mondo cattolico ne erano perciò derivati endemici contrasti e schieramenti e, in un primo momento, l’azione papale fu volta a sanare tali contrasti. Ben presto fu però chiaro che una soluzione di compromesso non era né possibile né auspicabile.

Giovanni Giolitti, politico liberale e più volte presidente del Consiglio

Tra le organizzazioni cattoliche più permeate dal modernismo vi era in particolare l’Opera dei Congressi. Questa organizzazione era diventata la roccaforte del modernismo ed era contigua alle tesi sostenute dalla Democrazia Cristiana Italiana di Romolo Murri e da altri cattolici intransigenti nell’avversare il Risorgimento, dopo la perdita del potere temporale del papa. Dal punto di vista politico, il gruppo di Murri e questi cattolici intransigenti sostenevano la necessità di preferire l’accordo tattico con i socialisti piuttosto che appoggiare la Monarchia e i liberali. Un diverso orientamento era espresso da altri, come il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, che fu poi uno dei primi dirigenti dell’Azione Cattolica, presidente dell’Unione cattolica romana e del comitato regionale marchigiano. Costoro si schieravano con la Monarchia e con il Governo per parare la minaccia socialista, marxista e anarchica volta non solo verso i liberali, ma anche verso tutta o buona parte del patrimonio di valori tradizionali del mondo cattolico. Ottorino Gentiloni ebbe dal papa la direzione di un’organizzazione contigua all’Azione Cattolica, l’Unione Elettorale Cattolica Italiana, UECI. Nel panorama politico italiano di allora, a pochi anni di distanza dalla scomunica del modernismo, proprio questa organizzazione ebbe un ruolo di primo piano. Nel 1912, nonostante non fosse ancora stato revocato il non expedit decretato da papa Pio IX (beato), il conte Gentiloni, quale massimo responsabile della UECI, concluse con Giovanni Giolitti il Patto Gentiloni. Con esso venivano perciò a saldarsi il filone risorgimentale più istituzionale e il filone cattolico largamente maggioritario nel paese sulla base di un orientamento cattolico, monarchico e tradizionalista. Nello stesso anno (1912) ed in seguito a tale patto il conte Gentiloni fu, insieme a Giovanni Giolitti, il fondatore del Partito liberale del periodo pre-fascista, partito precursore del PLI. Nelle Elezioni politiche italiane del 1913 (le prime della storia italiana a suffragio universale maschile), il Partito Liberale ottenne uno schiacciante successo. Favorendo l’elezione di quei candidati che si fossero impegnati a rispettare gli accordi del cosiddetto Patto Gentiloni, il conte Ottorino Gentiloni (che rimase uno dei massimi dirigenti dell’Azione Cattolica) ribaltò di colpo la sudditanza politica del cattolicesimo in Italia prodottasi dopo l’unificazione nazionale.

Note

  1. ^ Cfr. Arturo Carlo Jemolo: “Il modernismo è nome che copre movimenti diversi, con scarsi legami tra loro”. Introduzione a Pellegrino di Roma di Ernesto Buonaiuti, Bari, Editore Laterza, 1964.
  2. ^ Enciclica Pascendi Dominici Gregis.
  3. ^ AA.VV. – Dizionario… op. cit.
  4. ^ testo del giuramento antimodernista

Bibliografia

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  • Ilaria Biagioli, Alfonso Botti, Rocco Cerrato (a cura di), Murri e i murrismi in Italia e in Europa, Urbino, QuattroVenti, 2005.
  • Ilaria Biagioli, François Laplanche, Claude Langlois (a cura di), Autour d’un petit livre. Alfred Loisy cent ans après, Paris, Brepols, 2007.
  • Alfonso Botti, La Spagna e la crisi modernista. Cultura, società civile e religiosa tra Otto e Novecento, Brescia, Morcelliana, 1987.
  • Alfonso Botti e Rocco Cerrato (a cura di), Il modernismo tra cristianità e secolarizzazione, Urbino, QuattroVenti, 2000.
  • Pierre Colin, L’audace et le soupçon. La crise moderniste dans le catholicisme français (1893-1914), Paris, Desclée de Brouwer, 1997.
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  • Roberto de Mattei, Modernismo e antimodernismo nell’epoca di Pio X, in Don Orione negli anni del modernismo, Milano 2002, pp. 29-86.
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  • Maria Cristina Giuntella. La FUCI tra modernismo, Partito Popolare e Fascismo, Roma, Studium, 2000, p. 200.
  • Maurilio Guasco, Modernismo, Paoline, 1995.
  • E.E.Y. Hales, Pio Nono: A Study in European Politics and Religion in the Nineteenth Century (Doubleday), 1954.
  • E.E.Y. Hales, The Catholic Church in the Modern World (Doubleday), 1958.
  • C. Izquierdo, Blondel y la crisis modernista. Análisis de « Historia y dogma ». Pamplona. Ed. Univ. De Navarra 1990.
  • Darrell Jodock (a cura di), Catholicism Contending with Modernity (Cambridge University Press), 2002.
  • Thomas Michael Loome, Liberal Catholicism, Reform Catholicism, Modernism: A Contribution to a New Orientation in Modernist Research[1].
  • Gino Malaguti, Sul modernismo della rivista “La Ghirlandina”. Nonantola 1906-1907, Modena, Artestampa, 2011.
  • Paolo Marangon, Il modernismo di Antonio Fogazzaro, Bologna, Il Mulino, 1998. ISBN 88-15-06834-1.
  • Sergio Moravia Filosofia – dal Romanticismo al pensiero contemporaneo, Le Monnier, 1990. ISBN 88-00-45393-7.
  • Michele Nicoletti, Otto Weiss (eds.), Il modernismo in Italia e in Germania nel contesto europeo, Bologna, Il Mulino, 2010.
  • Marvin O’Connell, Critics on Trial: An Introduction to the Catholic Modernist Crisis, Catholic University of America Press, Washington DC, 1994; recensione di Fr. John Parsons.
  • Émile Poulat, Histoire, dogme et critique dans la crise moderniste. Tournai. Casterman. 1979.
  • Michele Ranchetti, Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo, Einaudi, Torino, 1963.
  • Gino Vicarelli, Aspetti del movimento modernista in Umbria nel quadro del modernismo italiano, 1965-66.
  • R. Virgoulay, Blondel et le modernisme. La philosophie de l’action et les sciences religieuses (1896-1913). Paris, Le Cerf, 1980.
  • Otto Weiß, Der Modernismus in Deutschland. Ein Beitrag zur Theologiegeschichte, Regensburg, F. Pustet, 1995.
  • Hubert Wolf, Judith Schepers (hrsg.), „In wilder zügelloser Jagd nach Neuem.“ 100 Jahre Modernismus und Antimodernismus in der katholischen Kirche, Paderborn-München-Wien-Zürich, Schöning, 2009.

Voci correlate

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SAN PIO X
santo anche nella dura lotta
per difendere la Chiesa
dagli errori dei modernisti



SACRA RITUUM CONGREGATIO
SECTIO HISTORICA

S. Hist. n. 77

ROMANA
BEATIFICATIONIS ET CANONIZATIONIS
SERVI DEI
PII PAPAE X
DISQUISITIO
CIRCA QUASDAM OBIECTIONES
MODUM AGENDI SERVI DEI RESPICIENTES
IN MODERNISMI DEBELLATIONE
UNA CUM
SUMMARIO ADDITIONALI
EX OFFICIO COMPILATO

TYPIS POLYGLOTTIS VATICANIS
1950

1907 – 8 settembre – 2007

centenario dell’Enciclica di San Pio X
Pascendi Dominici gregis
sugli errori del Modernismo

La redazione di Flos Carmeli
ringrazia
Quirino Bortolato,
studioso della figura di San Pio X,
ed i suoi collaboratori della
Associazione Culturale “Tempo e Memoria”
di Salzano,
che curano il sito
Museo San Pio X
per averci fornito i testi della Disquisitio

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[Premessa]

III

1. Le difficoltà

IV

2. Le ricerche fatte dalla Sezione Storica

VIII

3. Il Sommario addizionale e la documentazione addotta

IX

4. I risultati che scaturiscono dal Sommario addizionale

1) Osservazioni previe

XIII

2) La stampa nella lotta modernista e la linea di condotta del Servo di Dio

XV

3) Il Modernismo a Milano e il caso del Card. Ferrari

XX

4) Il Servo di Dio e il Sodalitium Pianum di Mons. Benigni

XXII

5) Atteggiamento del Servo di Dio con varie persone sospette di Modernismo

XXV

5. Conclusione

XXX

 

 

SUMMARIUM ADDITIONALE

PARS PRIMA

EXCERPTA EX PROCESSIBUS

PROCESSO ORDINARIO ROMANO

 

 

 

1. Mons. Giuseppe Pescini

3

2. Dott. Giuseppe Fornari

5

3. Card. Pietro Gasparri

6

4. P. Girolamo Bianchi

11

 

 

PROCESSO ORDINARIO TARVISINO

 

 

 

1. S. Ecc. Mons. Ferdinando Rodolfi

12

 

 

PROCESSO APOSTOLICO ROMANO

 

   
1. Mons. Giovanni Bressan

16

2. S. Ecc. Mons. Ernesto Ruffini

17

3. Mons. Guido Anichini

18

4. On. Giovanni M. Longinotti

18

5. P. Antonio Soirat

25

6. Conte Giuseppe Della Torre

25

7. Dott. Guido Aureli

26

8. P. Giulio Saubat

30

9. P. Enrico Jeoffroid

43

10. Mons. Giuseppe Pescini

43

11. Mons. Carlo Respighi

45

12. Sac. Paolo de Töth

48

   

PROCESSO APOSTOLICO DI VENEZIA

 
   
1. S. Ecc. Giovanni Jeremich

50

   

PROCESSO APOSTOLICO DI TREVISO

 
   
1. Mons. Lodovico Parolin

51

   

PARS ALTERA

DOCUMENTA

CAPITOLO I – Pio X di fronte al giornalismo cattolico (pp. 55-128)

 
   

§ I

 
Il Card. Maffi e la Santa Sede nella questione del giornalismo cattolico

56

1. Lettera del Card. De Lai al Card. Maffi, 19 genn. 1909

57

2. Lettera del Card. Maffi al Card. De Lai, 20 febbr. 1909

57

3. Lettera del Card. Maffi al Card. De Lai, 10 febbr. 1911

59

4. Lettera del Card. De Lai al Card. Maffi, 19-23 febbr. 1911

64

5. Biglietto del Servo di Dio al Card. De Lai, 26 febbr. 1911

77

6. Lettera del Card. Maffi al Card. De Lai, 25 febbr. 1911

77

7. Biglietto di Pio X al Card. De Lai, 28 febbr. 1911

80

8. Lettera del Card. Maffi al Card. De Lai, 18 marzo 1911

80

9. Lettera del Card. Maffi al Card. De Lai, 31 luglio 1912

81

10. Lettera del Card. De Lai al Card. Maffi, 14 agosto 1912

92

11. Lettera del Card. Merry del Val al Card. Maffi, 13 ag. 1912

98

12. Lettera di Pio X a Mons. Mistrangelo, 23 febbr. 1910

100

   

§ II

 
Il Servo di Dio e L’Unità Cattolica di Firenze

101

1-15. Lettere del Servo di Dio a Mons. Mistrangelo (1907-1911)

103

16. Appendice. Lettera di Mons. De Töth all’Avv. Ferrata, 4 aprile 1950

113

   

§ III

 
Elementi intorno alla stampa cattolica

116

1. Lettera del Servo di Dio a Don Manzoni, 19 marzo 1911

117

2. Lettera di Pio X a Mons. Archi, 15 maggio 1911

118

3. Lettera apostolica Ista quanti sit all’Episcopato Lombardo, 1 luglio 1911

119

4. Lettera del Card. Merry del Val al sac. Boccardo, 30 giugno 1912

121

5. Lettera di Pio X al Prevosto di Casalpusterlengo, 20 ottobre 1912

123

6. «Avvertenza» della Santa Sede a proposito dei giornali detti di penetrazione, 2 dicembre 1912

125

7. Lettera di Mons. Della Chiesa al Card. De Lai, 5 dic. 1912

127

   

CAPITOLO II

L’atteggiamento del Servo di Dio nella controversia fra i Fratelli Scotton e il Card. Ferrari sui Modernismo a Milano (pp. 129-195)

 

   
[Introduzione generale]

129

   
§ 1 – I personaggi in questione

130

§ 2 – Il Modernismo a Milano

132

§ 3 – Atteggiamento di Pio X nella controversia Scotton-Milano

133

1. Relazione dei Card. Ferrari sul Modernismo, 10 genn. 1909

135

2. Verbale della Commissione di Vigilanza, 18 dic. 1908

139

3. Lettera del Card. De Lai al Card. Ferrari, 30 genn. 1909

143

4. Lettera di Pio X al Card. Ferrari, 27 febbr. 1910

144

5. Il sac. Fontana rifiuta il giuramento antimodernistico, 14 dicembre 1910

146

6. Trafiletto della Riscossa, 17 dicembre 1910

147

7. Reazione a Milano e lettera del Card. Ferrari al Card. De Lai, 4 gennaio 1911

148

8. Risposta del Card. De Lai al Card. Ferrari, 9 genn. 1911

152

  9. Sviluppo della controversia Scotton-Milano, 9 gennaio -12 febbraio 1911

157

10. La Santa Sede impone silenzio, 12 febbraio 1911 

162

11. Ulteriore sviluppo, 12 febbraio-1 marzo 1911

163

12. Lettera del Card. De Lai al Card. Ferrari, 1 marzo 1911

168

13. Fase transitoria della controversia, 1-28 marzo 1911

171

14. Intervento di Pio X e conclusione, 28 marzo-13 maggio 1911

176

a) Lettera di Pio X al Card. Ferrari, 28 marzo 1911

177

b) Risposta del Card. Ferrari al S. Padre, 3 apr. 1911

180

c) Estratto del discorso del Card. Ferrari ai Seminaristi di Milano, 14 aprile 1911

183

d) Lettera di Pio X al Card. De Lai, 4 maggio 1911

188

e) Lettera del Card. De Lai al Card. Ferrari, 5 maggio 1911

189

f) Lettera del Card. Ferrari al Card. De Lai, 9 maggio 1911

192

g) Lettera di Pio X al Card. De Lai, 12 maggio 1911

192

h) Lettera del Card. De Lai al Card. Ferrari, 13 maggio 1911

194

15. Conclusione della controversia

194

   

CAPITOLO III

L’atteggiamento dei Servo di Dio di fronte all’attività del Sodalitium Pianum di Mons. Umberto Benigni (pp. 196-297)

 
   
[Introduzione generale]

196

§ I – Mons. Umberto Benigni (1862-1934)

197

§ II – Il Sodalitium Pianum

204

1. Origine del Sodalitum Pianum

206

2. Idea primitiva

207

3. Funzionamento concreto

208

1) Roma: direzione, dieta, segreteria

208

2) Fuori: membri, collaboratori, Conferenza S. Pietro

209

3) Servizio ordinario e straordinario

213

4) Attività collaterali

214

5) Secreto, cifrario, il «complotto» modernista, il «controcomplotto»

225

6) Indiziati, denunziati

231

7) Finanziamento

233

8) Amici e fautori

234

9) Avversari e accuse

234

4. Riassunto e giudizio complessivo

237

5. S. Pio X e il Sodalitium Pianum

238

   

[Documenti]

 
   
 1. Autografo di Pio X in favore del SP, 5 luglio 1912

239

 2. Secondo autografo di Pio X in favore del SP, 8 luglio 1912

240

 3. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, 19 dic. 1912

240

 4. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, 28 dic. 1912

241

 5. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, 21 genn. 1913

243

6. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai con «specimen» dei cambiamenti nel SP, 23 gennaio 1913

244

7. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, 29 genn. 1913

246

 8. Lettera di Mons. Benigni ai Card. De Lai, 5 febbr. 1913

248

 9. Biglietto di Mons. Benigni al Card. De Lai, 19 febbr. 1913

250

10. Previa approvazione dell’idea generale del SP da parte di Pio X, 25 febbraio 1913

250

11. Avviso di Mons. Benigni ai membri del SP per notificare l’approvazione, 25 febbraio 1913

252

12. Lettera della Direzione del SP al Card. De Lai, 26 feb. 1913

253

13. Attergato del Card. De Lai al programma e allo statuto del SP, 1 marzo 1913

254

14. Avviso del SP ai membri per indicare giorni di preghiere, 12 marzo 1913

255

15. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, con foglio d’informazione, 22 novembre 1913

256

Appendice. Altro foglio d’informazione, luglio 1914

259

16. Statuto e Programma del SP, ottobre 1913

260

17. Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai, 25 marzo 1914

266

18. Terzo autografo di Pio X in favore dei SP, 6 luglio 1914

268

19.  

a) Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai per notificare lo scioglimento del SP, 22 agosto 1914

268

b) La Direzione del SP comunica ai membri lo scioglimento 22 agosto 1914

269

20.  

a) Lettera di Mons. Benigni al Card. De Lai per la ricostituzione del SP, 24 giugno 1915

270

b) Statuto modificato del 1915

271

21. Minuta di biglietto del Card. De Lai a Mons. Benigni, 3 luglio 1915 

272

22. Minuta di biglietto del Card. De Lai a Mons. Benigni, 14 luglio 1915

273

23. Comunicazione del Card. De Lai a Mons. Benigni, 3 ag. 1915

274

24. Atto di omaggio di Mons. Benigni al Card. De Lai, 8 ag. 1915

275

25. Estratto da un esposto di Mons. Benigni al Card. De Lai, 2 gennaio 1917

276

26. Inchiesta circa il SP da parte della S. Congregazione del Concilio, 10 novembre 1921

279

27. Risposta ufficiale di Mons. Benigni all’inchiesta, 16 novembre 1921

281

28. Risposta confidenziale di Mons. Benigni al Card. Sbarretti, 16 novembre 1921

291

29. Comunicazione del Card. Sbarretti a Mons. Benigni, 25 novembre 1921

291

30. Comunicazione dello scioglimento del SP, 1 dicembre 1921:  

a) al Card. Sbarretti

296

b) ai sodali

296

RINGRAZIAMENTI

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Il GREC, scandalo “modernista” nella “nuova San Pio X”…

domenica 28 aprile 2013

Commenti settimanali di
di S. Ecc. Mons. Richard Williamson
Vescovo della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Questi commenti sono reperibili tramite il seguente accesso controllato:
http://www.dinoscopus.org/italiano/italianiprincipale.html
 https://escogitur.files.wordpress.com/2013/03/1.jpg?w=640&h=480

GREC – IV

Un Una signora che ha letto il primo “Commenti Eleison” sul GREC (CE 294 del 2 marzo), ha scritto per lamentarsi che io ho travisato il GREC, il gruppo parigino di cattolici fondato alla fine degli anni 1990 per riunire tradizionalisti e cattolici ufficiali, perché potessero pensare e discutere pacificamente tra loro per il bene di Madre Chiesa. Sono contento di correggere gli errori materiali da lei segnalati. Non ho alcun problema ad ammettere i miei difetti personali che lei ha evidenziati. Tuttavia, su un punto importante devo dissentire da lei.

Per quanto riguarda gli errori materiali, il Sig. Gilbert Pérol fu ambasciatore di Francia presso il governo italiano, e non in Vaticano. Non fu neanche un “collaboratore laico”, ma un amico personale di Padre Michel Lelong, un Padre Bianco. Il GREC non fu avviato “nei salotti di Parigi”, ma nell’appartamento della vedova dell’Ambasciatore, la Signora Huguette Pérol, la quale, mi è stato detto, si assume tutta la responsabilità per aver fondato il GREC, semplicemente per aiutare la Chiesa, con l’aiuto di persone “competenti e interessate a restare fedeli al Vangelo e alla Tradizione”.

Per quanto riguarda i miei difetti, lei ha scritto che io sarei “pieno di me” e “ignorante”, che mancherei di modestia e di diplomazia, che avrei dimostrato insufficiente rispetto per il morto e che avrei scritto con un tono sarcastico che non si addice né ad una persona istruita né ad un sacerdote. Oh, Signora, come sarei felice se fossero questi i peggiori difetti di cui dovrò rispondere al tribunale di Dio! Preghi per il mio giudizio particolare.

Tuttavia, per il sarcasmo confesso che quando ho preso in giro la nostalgia dei cattolici odierni per il cattolicesimo degli anni ’50, non pensavo personalmente all’Ambasciatore Pérol, ma alla moltitudine dei cattolici di oggi che, non rendendosi conto perché per prima cosa Dio abbia permesso al Vaticano II di separare la Chiesa ufficiale dalla Tradizione cattolica, desidera tornare a quella fede sentimentale del decennio precedente, quella che ha portato direttamente al Vaticano II ! Mia cara Signora, il punto cruciale non ha niente a che fare con persone soggettive, ha tutto a che vedere con l’oggettiva dottrina.

Ecco perché devo dissentire da Lei circa la competenza delle persone che hanno aiutato la Signora Pérol a fondare il GREC. Che un diplomatico di professione come l’Ambasciatore Pérol abbia pensato di poter ricorrere alla diplomazia per risolvere i grandi problemi dottrinali, è cosa sbagliata, ma comprensibile. Che un prete conciliare come Padre Lelong abbia potuto incoraggiare una simile impresa diplomatica, è cosa più grave, ma ancora comprensibile, visto come il Vaticano II ha minato l’intera dottrina, ufficializzando il soggettivismo nella Chiesa. Ciò che invece è molto meno facile da accettare è “la competenza e la preoccupazione per il Vangelo e la Tradizione” riferita a dei sacerdoti formatisi sotto Mons. Lefebvre proprio per comprendere e combattere il disastro dottrinale del Vaticano II. Questi sacerdoti non avrebbero neanche dovuto incoraggiare, figuriamoci prendere parte attiva, ad uno sforzo essenzialmente diplomatico volto a risolvere un disastro essenzialmente dottrinale, per quanto buone fossero state le intenzioni alla base di questo sforzo.

E tuttavia, anche nel loro caso in qualche misura si applica il proverbio francese: “Comprendere tutto significa perdonare tutto”. Monsignore era di una generazione più vecchia e più sana. Essi sono tutti figli del mondo scombussolato da due guerre mondiali. Merito a loro per essere ricorsi alla di lui persona per la loro formazione sacerdotale, poiché quand’era in vita egli ci ha risollevati tutti. Ma loro non hanno mai veramente assimilato la sua dottrina, e così, una volta morto, nel giro di pochi anni hanno cominciato a cedere. Ma mentre lui era nel giusto, loro, e il GREC — mi perdoni, cara Signora, — sbagliano.
Voglia Iddio che possano rivenire al giusto.

Kyrie eleison.

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Pascendi: l’enciclica che condannò il Modernismo

“L’antico parroco di campagna, nella sua imperizia facile preda dei raggiri gesuitici, ha manifestato fin da principio la volontà risoluta di calpestare ogni prete reo di volere il progresso della spiritualità del cattolicesimo”. 1
“…Ha aperto l’era delle discordie atroci fra noi e ha lasciato che tutti i lanzichenecchi della pretesa ortodossia, come cani in una partita di caccia, si mettessero sulle orme del cosiddetto modernismo e gettassero i latrati dei loro insulti volgari e dei loro colpi velenosi contro quanti cercano di compiere nella Chiesa opera di illuminazione e di rinnovamento”. 2
“…Questo modesto patriarca della laguna, balzato, come in un brutto sogno estivo, sulla sede che occuparono un dì Gregorio VII e Innocenzo III”. 3
“…Tutta la grettezza d’animo degli infimi strati sociali (…) tutta la ignoranza della più vecchia generazione clericale, cresciuta e alimentata fra gli anatemi al movimento di modernità; tutto l’astio degli incolti contro gli uomini della scienza; tutto il disprezzo incolto di chi non sa, per lo sviluppo e la ricchezza dell’intelligenza; dominano nell’animo di questo buon parroco di campagna, strappato da un singolare colpo di fortuna alle occupazioni piccine e alle conversazioni, innaffiate di un buon vino e di facili barzellette, della solitaria canonica, e portato a reggere il governo della più grande organizzazione religiosa”.4
“…Dicono che Pio X abbia un cuore d’oro, e che alle deficienze insanabili del suo intelletto, supplisca la tenerezza del sentimento … posso dire che questa è una pietosa menzogna…Anche l’uomo più egoista può a volte, elargire briciole cadute dal banchetto del suo benessere, senza per questo dar prova di una bontà iniziale di animo”. 5
“L’ex-patriarca di Venezia, salito al pontificato, lanciò il motto di un grandioso programma: Instaurare omnia in Christo. Ma, poverissimo di idee, tardo nei propositi, fiacco e incoerente nell’azione, la sua magna instauratio si è ridotta a ordinare quella visita apostolica che ha gettato lo scompiglio nelle diocesi italiane, e quelle riforme amministrative delle congregazioni romane, a beneficio del bilancio economico del Vaticano”. 6
“…Se tu sapessi qual solco di disgusto, di malessere, di risentimento hanno scavato nell’animo del giovane clero e del giovane laicato cattolico le condanne di Pio X”. 7Queste frasi così calunniose nei confronti di San Pio X, scritte da Enrico Buonaiuti, uno dei capifila del Modernismo italiano, rispecchiano lo stato d’animo dei modernisti nei confronti del Pontefice. Per comprendere questo odio dobbiamo fare un passo in dietro, tratteggiando, seppur brevemente, le origini del Modernismo e il ruolo assunto da San Pio X per combatterne la propagazione nella Chiesa.LE ORIGINI DEL MODERNISMO
Di fronte alle spinte rivoluzionarie del “cattolicesimo liberale”, che pretendeva riformare la Chiesa a partire da una sintesi tra la dottrina cattolica e il pensiero moderno, Leone XIII il 4 agosto 1879 pubblicò l’enciclica Aeternis Patris, 8 esortando “a rimettere in uso la sacra dottrina di San Tommaso”, che avrebbe dovuto ritornare a essere la base di ogni insegnamento filosofico, per evitare quei sistemi filosofici “che in alcuni paesi hanno contaminato la mente degli stessi filosofi cattolici”. Leone XIII infatti aveva individuato nel tomismo il freno alle tendenze più pericolose: sulla scia del documento (che provocò critiche accese soprattutto in Germania e in Francia) si formò il cosiddetto “neotomismo”. Malgrado l’enciclica, la critica protestante e razionalista, il pensiero fenomenologico e kantiano, continuarono a diffondersi tra i ranghi cattolici, attraverso il clero liberale che aveva un concetto distorto di quello che avrebbe dovuto rappresentare il neotomismo; divennero così focolai di insegnamento distorto le facoltà teologiche di Strasburgo, Monaco, Tubinga, l’Università di Lovanio con monsignor Mercier (che si prefiggeva “di ripensare i problemi e le soluzioni tomiste alla luce delle preoccupazioni moderne”) 9, l’Istituto Cattolico di Parigi, dove insegnavano Duschesne e Loisy sotto la direzione di D’Hulst (“sostenitore, al pari di Mercier, di un tomismo decisamente progressista, che doveva armonizzarsi con le scienze sperimentali e porsi in costante confronto con la filosofia moderna” ). 10
Furono evidentemente le Università e i Seminari romani le roccaforti dell’ortodossia, attraverso della grandi figure come il gesuita Louis Billot (1846-1931), professore all’Università Gregoriana, creato poi cardinale da S. Pio X per i suoi meriti contro il Modernismo; il padre Pio de Mandato, tenace avversario del protestantesimo quando questi dilagò a Roma in seguito all’occupazione del 1870; il cardinale Camillo Mazzella (1833-1900), dapprima professore alla Gregoriana e poi prefetto della Congregazione degli Studi. Quest’ultimo di distinse per la dura critica a Mercier e all’impostazione filosofica da lui data all’Università di Lovanio.
L’adesione sempre più incondizionata alla filosofia moderna, col parallelo disprezzo della teologia tradizionale, da parte di intellettuali cattolici liberali, portarono alla nascita del Modernismo. Scriveva Arnaldo Cervasato, nell’introduzione al libro del modernista irlandese George Tyrrell (1861-1909), Il Papa e il modernismo: “modernismo significa insistenza sulla modernità come principio, vale a dire il riconoscimento, da parte della religione, dei diritti del pensiero moderno, del bisogno di una sintesi non indistintamente tra il vecchio e il nuovo, ma fra quello che mediante l’analisi critica è giudicato buono nel vecchio [pressoché nulla, n.d.r.] e nel nuovo [pressoché tutto, n.d.r.]”. 11
Evidentemente la Chiesa non poteva rimanere indifferente davanti a queste persone che pretendevano “ristudiare” i dogmi, la gerarchia e il culto con lo stesso metodo con cui un fisico analizza il mondo delle scienze naturali! Leone XIII aveva già condannato, con la lettera Testem benevolentiae del gennaio 1899, l’Americanismo del padre Isacco Hecker (morto nel 1888) che metteva in discussione l’immutabilità del dogma. Il Tyrrell tesseva l’elogio a questi precursori d’oltre oceano, affermando che “educati ai principi democratici (…) tenessero a invertire la piramide gerarchica (…) per riportarla nuovamente sulla sua larga base, come cosa che poggi su fondamenta terrestri e non sembri caduta a capofitto dagli spazi aerei”. 12
Il pensiero dell’eresiarca irlandese riassume il Modernismo: ridurre la religione rivelata, la cui ortodossia è stata affidata alla Gerarchia della Chiesa, a un immanentismo religioso, la cui continua evoluzione è osservata da una struttura ecclesiale democratica. Il pensiero modernista, oltre che con le opere di Tyrrell, si diffuse in tutta Europa con gli scritti dei francesi Loisy, Houtin, Laberthonnière, Sabatier, Le Roy, del tedescho Schell, dell’austriaco von Hügel. In Italia il movimento modernista conoscerà tra i suoi esponenti più rappresentativi Enrico Buonaiuti, Romolo Murri, Antonio Fogazzaro. Un pò ovunque sorsero delle riviste d’indirizzo modernistico, che circolavano discretamente ma efficacemente tra il clero giovane italiano, come Il Rinnovamento, Battaglie d’oggi, Nova et vetera, La cultura moderna, Coenobium (quest’ultime due con la redazione in Ticino, ma ben conosciute nelle diocesi italiane).
La figura di Romolo Murri (1860-1944) è legata alla “democrazia cristiana”, applicazione politica del Modernismo, soggetto troppo complesso per essere trattato nel presente articolo. Basti comunque ricordare che il partito democristiano dell’epoca, la “Lega Democratica Nazionale”, di cui Murri fu uno dei principali esponenti, fu decisamente sconfessata da San Pio X, il quale colpì con la sospensione a divinis gli ecclesiastici che ne avessero fatto parte, per porre “un argine efficace a questo fuorviare di idee e a questo dilatarsi di spirito d’indipendenza”. 13
Sul problema dell’indipendenza del laicato cattolico dalla Gerarchia, condannando la “democarzia cristiana” del movimento francese del Sillon, S. Pio X scriverà che “è bene che la milizia sacerdotale si conservi superiore alle associazioni laiche, seppure le più utili e animate dal migliore spirito”. 14L’AZIONE DI SAN PIO X
San Pio X, fin dal primo anno del suo pontificato, svolse un’azione energica per debellare il Modernismo, mettendone all’Indice i libri, colpendo con sanzioni disciplinari i rappresentanti più pericolosi, favorendo la stampa antimodernista dei cosiddetti “cattolici integristi”, che troveranno di lì a poco nell’azione di monsignor Benigni la massima collaborazione tra la Santa Sede e questa pubblicistica integrista. Un mese dopo l’elezione, nell’enciclica E supremi apostolatus, Papa Sarto metteva in guardia i vescovi affinchè “i membri del clero non siano tratti dalle insidie di una certa nuova scienza e fallace che si adorna con la maschera della verità e si studia, con l’ausilio di ragionamenti ingannatori e perfidi, di aprire un varco alle vedute del razionalismo e del semirazionalismo”. 15
Tra il 1903 e il 1907 la Congregazione dell’Indice condanna 32 libri, in particolare le opere dei francesi Loisy, Houtin, Laberthonnière e Le Roy. Nell’aprile del 1906 è la volta di Antonio Fogazzaro (1842-1911) col suo romanzo Il Santo, espessione della sua adesione al Modernismo (nel 1902 scriveva all’amico mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, esponente di spicco dei cattolici liberali in Italia, che le “letture di Loisy, di Houdin, di Tyrrell (…) mi hanno scosso, illuminata, qualche volta pure, se vuole, turbata l’anima; turbata di quel turbamento (…) che non è che una febbre di sviluppo”. 16
Enrico Buonaiuti (1881-1946), che si aggiungerà presto all’elenco, nell’ottobre del 1906 viene destituito dall’insegnamento, mentre nello stesso periodo Loisy viene sospeso a divinis. Nell’aprile del 1907 è il turno di Romolo Murri. Di fronte all’azione di San Pio X gli esponenti più importanti del Modernismo italiano decidono di organizzare un convegno segreto, scegliendo la località di Molveno, nel Trentino. All’assise modernista prende parte il fior fiore dell’etedorossia italiana: Fogazzaro, Fracassini, Buonaiuti, Mari, Murri, Piastrelli, Gallari Scotti, Casati; si dibatte per stabilire un coordinamento capace di far fronte all’azione sempre più incisiva della Santa Sede. Ma ormai era troppo tardi. Infatti, poche settimane dopo il convegno, il 17 luglio 1907 veniva pubblicato sull’Osservatore Romano, con la data del 3 luglio 1907, il decreto Lamentabili sane exitu della Sacra Romana e Universale Congregazione, con un elenco di 65 proposizioni moderniste da considerare “reprobatae et proscriptae” riguardanti l’autorità del Magistero della Chiesa, l’ispirazione e il valore delle S. Scritture, le nozioni di Rivelazione, dogma e fede, l’origine e lo sviluppo della dottrina, la costituzione della Chiesa. Il documento non citava nessun autore delle tesi incriminate, ma lo stesso Loisy rivendicò la paternità di 53 proposizioni, contenute principalmente nelle due opere L’Évangile et l’Église e Autour d’un petit livre. 17
Alla fine dell’estate, il 16 settembre (data ufficiale l’8 settembre) giungeva l’enciclica Pascendi: “precisa e spietata analisi delle dottrine moderniste. Se il decreto era stato soltanto un elenco di proposizioni, l’enciclica si presentava come un vero trattato sistematico, una sintesi meticolosa di tutte le posizioni che erano state espresse negli ultimi anni”. 18
Tra i collaboratori di San Pio X per la stesura dell’enciclica figurarono, per la parte dottrinale, il padre Giuseppe Lemius (1860-1923), procuratore generale degli Oblati di Maria Immacolata a Roma e consultore di diverse Congregazioni (e forse anche il p. L. Billot, futuro cardinale), mentre per la parte morale il cardinal José Vives y Tuto (1854-1913), cappuccino spagnolo, creato cardinale nel 1899 e prefetto della Congregazione dei religiosi nel 1908, uno tra i cardinali più acerrimi oppositori al Modernismo insieme al card. Gaetano de Lai (1853-1928), prefetto della Congregazione Concistoriale.LA PASCENDI, CAPOLAVORO TEOLOGICO
Veniamo al contenuto dell’enciclica, ispirandoci in massima parte alla eccellente sintesi fatta dal padre Francesco Maria Bauducco, nel Dizionario Ecclesiastico dell’UTET. 19
Il documento, dopo aver ricordato l’ufficio del Sommo Pontefice di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede, offre l’esposizione degli errori, delle cause e dei rimedi del Modernismo.
I) Gli errori.
La prima parte, più diffusa, ci presenta il modernista sotto sei aspetti: di filosofo, credente, teologo, storico-critico, apologeta, riformatore. a) Il modernista filosofo professa due dottrine: una “negativa”, l’agnosticismo, per cui la ragione umana attinge solo il fenomeno; l’altra “positiva”, l’immanenza, la quale vorrebbe spiegare la cognizione e ogni fenomeno vitale con una ragione determinante intrinseca all’uomo, come il “bisogno”; così si spiegano la fede, la religione, la rivelazione. Il dogma, mentre di fronte alla fede è “simbolo” – cioè espressione inadeguata, immagine di verità – per il credente è “strumento”, veicolo di verità; esso è mutabile (evoluzione dei dogmi).
b) Il modernista credente è costituito dall’esperienza del sentimento religioso; dal che deriva che ogni religione è vera. Comunicare agli altri tale esperienza è la “tradizione”. Tra scienza e fede è separazione quanto all’oggetto, fenomeno per la prima, realtà divina per la seconda; però la fede è soggetta alla scienza.
c) Il modernista teologo ammette, dipendentemente dalla filosofia modernista: il simbolismo (= le rappresentazioni della realtà divina sono semplicemente simboli), l’immanenza (= esperienza privata), la permanenza del divino (= esperienza trasmessa per tradizione). Secondo lui: la dottrina dei “bisogni” spiega l’origine non solo della fede, ma del dogma, culto, Sacramenti, S. Scrittura (= raccolta delle esperienze straordinarie avute in ogni religione), la Chiesa (=frutto di due bisogni: uno, nel credente, di comunicare ad altri la propria fede; l’altro, di associarsi, nella collettività, dopo che la fede si è fatta comune a molti. La Chiesa è parte della “coscienza collettiva” da cui scaturiscono e dipendono le 3 autorità: disciplinare, dogmatica, culturale. Essa è separata per il fine dallo Stato, da cui però dipende nelle cose temporali). L’evoluzione invece di tutte queste cose risulta dal conflitto di due forze: una progressiva, che sta nelle coscienze individuali, ed è costituita dai bisogni; l’altra conservatrice, che sta nelle Chiesa, consiste nella tradizione ed è esercitata dall’autorità religiosa.
d) Per il modernista storico-critico, sempre dipendente dal filosofo: – L’agnosticismo bandisce Dio e ogni fatto divino dalla storia, e – solo contento dei fenomeni – attribuisce alla fede la “trasfigurazione” e lo “sfiguramento” dei fatti, opponendo così il Cristo, la Chiesa, i Sacramenti “della storia” nel loro elemento umano, al Cristo, alla Chiesa e ai Sacramenti “della fede” nel loro elemento divino; – L’immanentismo vuole spiegare le origini e dividere i documenti secondo i “bisogni”, che esso suppone immanenti nella Chiesa; l’evoluzionismo presume chiarirne i rivolgimenti e le vicende: storia e critica aprioristiche.
e) Il modernista apologeta, volendo ingenerare nell’incredulo l’esperienza del Cattolicesimo apre due strade: una oggettiva, con l’applicazione dell’agnosticismo, per cui sotto i fenomeni di vitalità della Chiesa vuol provare l’esistenza di qualcosa d’incognito, inconoscibile o divino; l’altra soggettiva con l’applicazione dell’immanenza, per cui pretende dimostrare immanente in noi l’esigenza del soprannaturale, del cattolicesimo stesso.
f) Il modernista riformatore vuol modificare l’insegnamento e la dottrina, il culto, il governo, la morale, lasciando nulla d’intatto. L’enciclica definisce quindi il modernismo “sintesi di tutte le eresie” e lo confuta nei punti essenziali.
II. Le cause La seconda parte espone le cause “morali” (curiosità e superbia) e quelle “intellettuali” (ignoranza e nominatamente difetto di filosofia scolastica); denunzia la tattica di opposizione contro il metodo scolastico, la Tradizione e i Padri, il magistero ecclesiastico, i Cattolici difensori della Chiesa; svela la propaganda attraverso svariati artifizi.
III. I rimedi La terza parte assegna i rimedi: formazione filosofico-teologica secondo il metodo scolastico, congiunta in saggia misura alla teologia positiva e agli studi profani; scelta dei rettori e docenti nei seminari e istituti cattolici; provvedimenti contro la lettura, vendita, stampa di libri infetti di Modernismo; precauzioni circa i congressi di sacerdoti; consiglio di vigilanza in ogni diocesi; relazione triennale imposta ai vescovi e superiori generali degli Ordini religiosi.
L’enciclica si chiude con l’assicurazione che la Chiesa non è nemica della scienza e del progresso e invocando l’aiuto di Gesù Cristo e della Vergine.
Circa il valore dogmatico, l’enciclica deve ammettersi almeno come un documento dottrinale, strettamente obbligatorio, del magistero ordinario pontificio.LA REAZIONE ALL’ENCICLICA
Tra i ranghi degli innovatori, che accecati dall’orgoglio si consideravano intoccabili, l’enciclica seminò al contempo sgomento e rabbia. Scrive il prof. Guasco, in un libro edito dalle Paoline due anni fà: “Il tono usato era incredibilmente duro, potremmo dire offensivo; e coloro che si sentivano colpiti, non potevano non reagire alle accuse di doppiezza, ipocrisia, orgoglio” . 20
Buonaiuti scrive la sera stessa della pubblicazione dell’enciclica all’amico Piastrelli: “Questa sera esce l’enciclica ed è terribile. Non ne ho potuto vedere tutto il testo, ma a quanto ne ho saputo basta per capire che è la condanna definitiva di quel che noi riteniamo con maggior fermezza nel campo filosofico e critico”. 21 E a Gallarati Scotti scriveva: “Per mio conto, vi trovo la riproduzione delle mie convinzioni scientifiche e filosofiche più irremovibili”. 22 In Inghilterra Tyrrell (già sospeso a divinis) reagì con ogni mezzo a sua disposizione, sia attraverso le colonne di alcuni quotidiani come il Time e il Giornale d’Italia (dove “ritornò più volte a ribadire l’incalcolabile danno che la Pascendi aveva arrecato al movimento di ripresa della spiritualità cattolica nel mondo”) 23, sia pubblicando il pamphlet Mediovalismo. Risposta al card. Mercier, “nel quale ribadiva le critiche formulate dai riformatori alle dottrine della Chiesa”. 24
Buonaiuti, nella sua veste ufficiale di direttore della Rivista storico-critica delle scienze teologiche dichiarava di attenersi alle disposizioni dell’enciclica, scegliendo poi l’anonimato per criticare duramente l’enciclica. Infatti fu l’autore principale del libello anonimo Programma dei modernisti. Risposta all’enciclica di Pio X “Pascendi dominici gregis”, datato 8 dicembre 1907. Dopo aver ricordato come i modernisti si erano “immersi con amore sull’anima moderna per studiarne le aspirazioni, condividendo con caloroso entusiasmo il suo ideale di fratellanza universale, scoprendo nei suoi sussulti i sintomi d’una magnifica rinascita religiosa” 25, sentenziava che “la Chiesa non può e non deve pretendere che la Somma di San Tommaso risponda alle esigenze del pensiero religioso del XX secolo” 26. Quindi pretendeva confutare punto per punto la Pascendi col principio usato da tutti gli autori modernisti: la S. Sede non aveva capito la complessità e la ricchezza del Modernismo, dimostrando i limiti intellettuali del pontificato di S. Pio X. Poco dopo la sua diffusione, il S.Uffizio colpì con la scomunica gli autori “anonimi” del libello. Il tormentato Buonaiuti non tardò a pubblicare un’altra opera di apologia del modernismo (sempre nascondendosi dietro l’anonimato), Lettere di un prete modernista, “il documento più radicale, il più lontano dalla ortodossia cattolica che abbia prodotto il modernismo italiano”. 27
Il Murri pubblicò un libello, La filosofia nuova e l’enciclica contro il modernismo, nel quale affermava di non considerarsi coinvolto dall’enciclica, anche se la criticava “per i sospetti e le diffidenze che aveva gettato in tutto un movimento di pensiero e di ricerche vastissimo” . 28 Anche in Francia Loisy e gli altri seguaci del Modernismo diffusero alcuni scritti. In seguito alla pubblicazione di uno di questi, nel gennaio del 1908 la Santa Sede intimò al Loisy una dichiarazione di sottomissione. L’eresiarca rispose con la pubblicazione di altre opere in cui ribadiva le sue posizioni moderniste: fu allora scomunicato il 7 marzo 1908, festa di S.Tommaso d’Aquino, simbolica rivalsa dell’ortodossia scolastica. Dopo la condanna continuò a percorrere la strada dell’eresia, giungendo a considerare “la Società delle Nazioni come possibile surrogato dell’amministrazione carismatica ed ecclesiale nella vita associata degli uomini”, anticipando così l’attuale posizione di ossequio e di collaborazione della Chiesa conciliare nei confronti del Mondialismo promotore della società multirazziale e multireligiosa. 29
Nel settembre 1910 San Pio X, dopo soli tre anni dalla Pascendi, col Motu proprio Sacrorum antistitum ribadiva la condanna al Modernismo, sollecitando nuovamente l’episcopato a mettere in pratica le norme di vigilanza indicate nell’enciclica del 1907; per rendere più sicura la difesa della Chiesa dall’infiltrazione modernista disponeva poi che tutto il clero si sottoponesse a un giuramento antimodernista.
La fermezza di San Pio X portò a decimare le file dei maestri del Modernismo, dopo la già menzionata condanna di Loisy. Romolo Murri venne sospeso a divinis nel 1907; dopo essersi candidato alle elezioni politiche del 1909 con l’appoggio dei socialisti e dei democristiani della “Lega nazionale”, fu colpito dalla scomunica maggiore nel marzo 1909. Salvatore Minocchi (1869-1943), sospeso a divinis nel gennaio 1908, si spretò pochi mesi dopo. Anche Buonaiuti morì scomunicato: colpito da una prima scomunica nel 1921 si era apparentemente sottomesso, ma col persistere a sostenere le dottrine eterodosse, fu scomunicato una seconda volta nel ’24, alla quale non seguì più una riconciliazione con la Chiesa. Tyrrell, espulso dalla Compagnia di Gesù nel 1906 e sospeso a divinis nello stesso anno, fu scomunicato nell’ottobre 1907.L’ATTUALITÀ DELLA PASCENDI
Gli eventi che seguirono la morte di San Pio X dimostrano che la Provvidenza volle ispirare al santo pontefice la Pascendi non per fermare definitivamente il Modernismo, ma per denunciarlo, esaminandolo scientificamente. Infatti Benedetto XV, salito al trono pontificio dopo la morte di San Pio X, non seppe continuare la linea di fermezza intrapresa dal suo predecessore, sia per le tragiche vicende della prima guerra mondiale, sia per la moderazione sciagurata dell’ala liberale dell’episcopato. La storia dovrà poi fare luce sul ruolo del card. Gasparri, segretario di Stato di Benedetto XV e di Pio XI, e in particolare sui suoi legami con gli ambienti massonici. Il card. Gasparri preparò la soppressione del Sodalitium Pianun diretto da monsignor Benigni, una sorta di servizio segreto candeggiato da San Pio X per contrastare efficacemente l’infiltrazione dei modernisti nella Chiesa. La condanna al Modernismo, seppur ribadita da Benedetto XV con l’enciclica Ad beatissimi Apostolorum Principis del 1° novembre 1914, era così destinata a diventare puramente teorica, perdendo lo strumento concreto del Sodalizio di Benigni (difeso con ogni mezzo dal card. de Lai dopo la morte di San Pio X).
Quindi, malgrado le condanne dei padri storici del Modernismo, gli anni venti videro la riorganizzazione delle fila moderniste che portò alla scalata del potere culminata col Concilio Vaticano II, quando la setta riuscì a far spacciare per magistero cattolico l’ideologia modernista.
La Pascendi rimane allora un vero e proprio manifesto di ortodossia del cattolicesimo romano voluto dalla Provvidenza per armare dottrinalmente le coscienze cattoliche poste a scegliere tra l’adesione agli errori di oggi o alla verità di sempre. In questo senso la Pascendi, e l’intero magistero di San Pio X, diventano un preziosissimo e insostituibile strumento di discernimento, capace di non limitare l’opposizione al neomodernismo ad un semplice aspetto emotivo, bensì di imporla, alla luce dell’insegnamento di Pietro, come l’unica posizione per chi vuole rimanere veramente cattolico.
Con lo studio della Pascendi cresce così l’amore per la Chiesa e in particolare per il Primato del Romano Pontefice (esercitato dai legittimi successori di San Pietro sino a Pio XII), primato messo in discussione da posizioni apparentemente divergenti ma sostanzialmente identiche quanto al fondamento dottrinale (collegialità vaticanosecondista, episcopalismo gallicano, democratismo carismatico, ecc.).
Non ci resta che invocare San Pio X per perseverare nell’autentica Fede cattolica, ricordando le parole dello stesso Papa: “… i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti”. 30Note
1) “Anonimo” (E.Buonaiuti), Lettere di Prete Modernista, Libreria Editrice Romana, Roma 1908, pag. 80 2) “Anonimo”, op. cit., pag. 80 3) “Anonimo”, op. cit., pag. 81 4) “Anonimo”, op. cit., pag. 82 5) “Anonimo”, op. cit., pag. 84 6) “Anonimo”, op. cit., pag. 85 7) “Anonimo”, op. cit., pag. 86 8) Aeternis patris, in Lettres Apostoliques de S. S. Leon XIII, Maison de la Bonne Presse, Paris, t. I, pp. 42 ss. 9) D.Saresella, Modernismo, Editrice Bibliografica, Milano 1995, pag. 8. 10) D.Saresella, op. cit., pag.8. 11) A. Cervasato, introduzione a G.Tyrrell, Il Papa e il modernismo, Edizioni Enrico, 1912, pag. IX-X 12) G. Tyrrell, Da Dio agli uomini, 1907, pag. 90. 13) M. Guasco, op. cit., pag. 145. 14) Condamnation du “Sillon”, in Actes de S. S.Pie X, Maison de la Bonne Presse, Paris, t.V, pag. 140. 15) Tutte le encicliche dei Sommi Pontefici, dall’Oglio editore, Milano, pag. 526. 16) A. Fogazzaro, Lettere scelte, a cura di T. Gallarati Scotti, Mondadori, Milano 1940, pag. 498. 17) A. Loisy, Simple réflexion sur le Décret du Saint Office “Lamentabili sane exitu” et sur l’Encyclique “Pascendi dominici gregis”, Ceffonds, Paris 1908. 18) M.Guasco, Modernismo. I fatti, le idee, i personaggi, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo 1995, pag. 157. 19) Dizionario Ecclesiastico, UTET, Torino 1958, voce Pascendi, pag. 90. 20) M. Guasco, op. cit., pag. 163. 21) P.Scoppola, Crisi modernista e rinnovamento cattolico in Italia, Il Mulino, Bologna 1961, pag. 245. 22) A. Zambarieri, Il cattolicesimo tra crisi e rinnovamento, pag. 399. 23) D. Saresella, op. cit., pag. 77. 24) D.Saresella, op. cit., pag. 77. 25) (E.Buonaiuti), Le programme des modernistes. Réplique à l’encyclique de Pie X: “Pascendi Dominici Gregis”, Paris 1908, Librairie Critique, pag. 8. 26) (E.Buonaiuti), op. cit. pag.10. 27) M. Guasco, op. cit., pag. 169 28) D. Saresella, op. cit., pag. 76. 29) D. Saresella, op. cit., pag. 79. 30) “Notre charge apostolique”, lettera di San Pio X all’episcopato francese, del 25 agosto 1910.
di don Ugo Carandino
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I veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti. (San Pio X, Lettera Apostolica “Notre charge apostolique”)

San Pio X contro i teologi modernisti nei seminari

sabato 23 marzo 2013
Ma qui già siamo agli artifici con che i modernisti spacciano la loro merce. Che non tentano essi mai per moltiplicare gli adepti? Nei Seminari e nelle Università cercano di ottenere cattedre da mutare insensibilmente in cattedre di pestilenza. Inculcano le loro dottrine, benché forse velatamente, predicando nelle chiese; le annunciano più aperte nei congressi: le introducono e le magnificano nei sociali istituti. Col nome proprio o di altri pubblicano libri, giornali, periodici. Uno stesso e solo scrittore fa uso talora di molti nomi, perché gli incauti sieno tratti in inganno dalla simulata moltitudine degli autori. Insomma coll’azione, colla parola, colla stampa tutto tentano, da sembrar quasi colti da frenesia. E tutto ciò con qual esito? Piangiamo pur troppo gran numero di giovani di speranze egregie e che ottimi servigi renderebbero alla Chiesa, usciti fuori dal retto cammino. Piangiamo moltissimi, che, sebbene non giunti tant’oltre, pure, respirata un’aria corrotta, sogliono pensare, parlare, scrivere più liberamente che non si convenga a cattolici. Si contano costoro fra i laici, si contano fra i sacerdoti; e chi lo crederebbe? si contano altresì nelle stesse famiglie dei Religiosi. Trattano la Scrittura secondo le leggi dei modernisti. Scrivono storia e sotto specie di dir tutta la verità, tutto ciò che sembri gettare ombra sulla Chiesa lo pongono diligentissimamente in luce con voluttà mal repressa. Le pie tradizioni popolari, seguendo un certo apriorismo, cercano a tutta possa di cancellare. Ostentano disprezzo per sacre Reliquie raccomandate dalla loro vetustà. Insomma li punge la vana bramosia che il mondo parli di loro; il che si persuadono che non sarà, se dicono soltanto quello che sempre e da tutti fu detto. Intanto si dànno forse a credere di prestare ossequio a Dio ed alla Chiesa; ma in realtà gravissimamente li offendono, non tanto per quel che fanno, quanto per l’intenzione con cui operano e per l’aiuto che prestano utilissimo agli ardimenti dei modernisti.
[Brano tratto dall’Enciclica “Pascendi Dominici gregis” di San Pio X]
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Niente celebrazioni ufficiali per il centenario della “Pascendi”. Bruciano i “metodi indegni” con cui si combatté quella battaglia. Ma le questioni al centro di quello scontro sono tuttora aperte. E il libro “Gesù di Nazaret” ne è una prova

di Sandro Magister


ROMA, 23 ottobre 2007 – L’anniversario è scivolato via in silenzio, in Vaticano, senza commemorazioni ufficiali. Ma le questioni affrontate cento anni fa dall’enciclica “Pascendi Dominici Gregis” di san Pio X “sugli errori del modernismo” sono giudicate tuttora attuali. Il riserbo è dovuto piuttosto alle modalità pratiche con cui si mosse la Chiesa di un secolo fa: modalità ritenute sbagliate dalle autorità della Chiesa di oggi.

Questo ha detto il nuovo direttore dell'”Osservatore Romano”, il professor Giovanni Maria Vian, nella prima importante intervista rilasciata dopo la sua nomina:

“Pio X fu un grande papa riformatore, che sulla questione modernista capì benissimo quale era la posta in gioco e i pericoli per la fede della Chiesa. Purtroppo la sua fama è ora legata per lo più ai modi con cui il modernismo venne combattuto, spesso con metodi indegni della causa che si intendeva difendere”.

E questo dicono i due unici articoli sulla “Pascendi” usciti nelle ultime settimane su organi di stampa controllati dalla gerarchia della Chiesa: “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti di Roma stampata con l’autorizzazione previa delle autorità vaticane, e “Avvenire”, il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana.

Su “Avvenire” il teologo Corrado Pizziolo ha sottolineato la perdurante attualità delle questioni centrali affrontate dall’enciclica.

Su “La Civiltà Cattolica”, invece, lo storico gesuita Giovanni Sale, nel ricostruire la genesi e gli sviluppi di quel documento, ne ha evidenziato gli elementi ritenuti più caduchi: lo schema troppo “dottrinario”, il tono troppo “duro e censorio”, la successiva applicazione “eccessivamente integralista e intransigente”.

* * *
Padre Sale smentisce che dei gesuiti siano stati gli effettivi scrittori della “Pascendi”. Ne indica gli autori materiali nel cardinale Vivès y Tuto, cappuccino, e in padre Lemius dei missionari di Maria Immacolata. Conferma però che “uno dei maggiori ispiratori dal punto di vista teologico e culturale” dell’enciclica fu proprio un gesuita della “Civiltà Cattolica”, padre Enrico Rosa.

A giudizio di padre Rosa – e di Pio X – il modernismo era “un cristianesimo nuovo che minacciava di sopprimere l’antico”. Per contrastarlo bisognava colpirlo nella sua radice filosofica, nell’errore dal quale derivavano tutti gli altri errori nella teologia, nella morale, nella cultura, nella vita pratica. L’errore fondamentale attribuito ai modernisti era di negare alla ragione la capacità di conoscere la verità; per cui tutto – anche la religione, anche il cristianesimo – si riduceva a esperienza soggettiva.

Padre Sale fa notare, però, che i modernisti non accettarono mai questo schema interpretativo:

“Secondo essi il movimento di riforma delle scienze religiose, come era chiamato da loro, non era iniziato partendo da determinate teorie filosofiche, bensì dalla critica storica e dalla nuova esegesi della Sacra Scrittura. Essi cioè ponevano a fondamento della loro svolta non la filosofia, bensì la storia, o meglio la storia sacra, liberata dalle adulterazioni e restituita alla sua genuinità originaria, attraverso il nuovo metodo storico-critico”.

Inoltre, padre Sale scrive che la tendenza modernista non si estese mai alle masse popolari come invece temevano padre Rosa e Pio X:

“Il movimento dei ‘novatori’ (almeno quello dottrinale e teologico) rimase confinato entro cerchie ristrette di studiosi cattolici, per lo più giovani preti o seminaristi”.

Ciò però non trattenne “alcune forze conservatrici cattoliche”, negli anni successivi alla “Pascendi”, dallo scatenare dentro la Chiesa “una violenta polemica antimodernista, spesso con pochi scrupoli”. Il più attivo in questa campagna fu un prelato della curia vaticana, monsignor Umberto Benigni, che si mosse – annota padre Sale – “con l’approvazione e benedizione dello stesso papa”.

Su Benigni e sul “Sodalitium Pianum” da lui creato – una sorta di centrale spionistica nella Chiesa dell’epoca, correntemente chiamata “la Sapinière” – ha scritto studi fondamentali lo storico francese Émile Poulat.

* * *
Diverso è l’approccio alla “Pascendi” che don Corrado Pizziolo, professore di teologia e vicario generale a Treviso, la diocesi natale di san Pio X, fa su “Avvenire”.

Egli richiama l’attenzione soprattutto su due questioni che erano al centro dello scontro tra Pio X e i modernisti. Per mostrare quanto esse siano ancora attuali.

La prima questione riguarda l’esegesi biblica. Secondo i modernisti, in particolare Alfred Loisy, l’esegesi scientifica applicata alla Bibbia è la sola che accerta cose sicure e verificabili. La lettura di fede, invece, “non è reale: è una lettura puramente soggettiva, frutto del sentimento religioso”.

Scrive Pizziolo:

“La condanna decretata dal magistero antimodernista concerne non l’esegesi scientifica in quanto tale, ma la dichiarata opposizione, professata dal modernismo, tra la fede e la storia, tra l’esegesi teologica e l’esegesi scientifica”. Tale opposizione “continua a proporsi ancor oggi come una questione con cui fare i conti. Non si spiegherebbe altrimenti perché, cento anni dopo, Benedetto XVI dedichi la premessa del suo recente libro su Gesù di Nazareth proprio a ricordare il valore e i limiti del metodo storico-critico, insistendo sulla necessità di un’esegesi scientifica illuminata dalla fede”.

La seconda questione riguarda la rivelazione divina. I modernisti identificavano tale rivelazione in un’esperienza puramente interiore, nel sentimento religiose o mistico.

L’enciclica “Pascendi” ribadì invece che la rivelazione viene da Dio, è Dio che parla all’uomo. E con ancor più forza il Concilio Vaticano II, nella costituzione “Dei Verbum”, sottolineò che tale comunicazione si identifica nella persona di Gesù Cristo.

“Tuttavia – scrive Pizziolo – tale apparente ovvietà non è affatto da dare oggi per scontata. La sensibilità della cultura anche religiosa attuale tende ad equiparare tutte le religioni esistenti, ponendole tutte sullo stesso piano. Non riappare forse l’idea che la religione – ogni religione, quindi anche il cristianesimo – non sia altro che il prodotto dello spirito umano? Che la cosiddetta ‘rivelazione’ non sia altro che una generica e inesprimibile esperienza del trascendente, esclusivamente frutto del sentimento religioso?”.

Conclude Pizziolo:

“Alla luce di questi brevi cenni si può comprendere l’importanza dei temi toccati dall’enciclica ‘Pascendi’. Essa affronta i fondamenti della fede cattolica, in un momento storico in cui apparivano messi seriamente in discussione. Va certamente detto che i problemi sollevati dagli autori accusati di modernismo erano problemi reali: il rapporto tra fede e storia e tra fede e scienza; la relazione tra coscienza umana e rivelazione di Dio; il rapporto tra il linguaggio umano del dogma e la verità soprannaturale che esso esprime; il senso di un’autorità nella Chiesa… Ma va anche affermato che molte delle soluzioni che venivano prospettate non erano compatibili con la fede cattolica. Di qui la doverosa necessità di un intervento del magistero.

“Possiamo anche aggiungere che il magistero del tempo non disponeva di una teologia adeguata per affrontare le questioni che la nuova cultura moderna suscitava. In questo senso l’intenzione dell’enciclica non fu quella di risolvere tutti i problemi in questione, ma quella di ribadire l’identità e l’integralità della fede cattolica, riassegnando alla teologia il compito di ripensare le tematiche in questione. Un frutto di questa rinnovata riflessione possiamo certamente riconoscerlo nel Concilio Vaticano II, senza però pensare che tutti gli interrogativi sorti nel periodo modernistico abbiano trovato adeguata e definitiva soluzione. Essi rimangono, in buona parte, ancora molto attuali e richiedono nuovi sforzi di riflessione. Si tratterà però, alla luce dell’insegnamento della ‘Pascendi’, di uno sforzo che dovrà compiersi nel pieno rispetto dell’identità della fede e della tradizione di quel popolo di Dio che è la Chiesa”.

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L’enciclica di Pio X “Pascendi Dominici Gregis” dell’8 settembre 1907, nella versione italiana ufficiale:

> “L’officio di pascere il gregge del Signore…”
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L’articolo di Giovanni Sale su “La Civiltà Cattolica” del 6 ottobre 2007:

> A un secolo dall’enciclica contro il modernismo
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L’articolo di Corrado Pizziolo su “Avvenire” del 5 settembre 2007:

> Modernismo, quale eredità? A cento anni dall’enciclica “Pascendi”
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L’intervista di Giovanni Maria Vian a “30 Giorni”, citata nel servizio:

> Vian: “Il confronto delle idee è sempre positivo”

Vian, nuovo direttore dell'”Osservatore Romano”, è professore di filologia patristica e specialista della storia del papato contemporaneo. Suo nonno, Agostino Vian, era molto amico di Pio X, il papa della “Pascendi”.
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Il Modernismo fu un’eresia, sì, e il suo erede è il Progressismo
Rino Cammilleri, su Il Giornale 9 gennaio 2008

Mise la coscienza al centro di tutto. E fece della fede non più l’assenso dell’intelletto alla verità rivelata da Dio ma un cieco sentimento religioso.

È praticamente passato sotto silenzio, lo scorso settembre, il centenario dell’enciclica “Pascendi Dominici gregis” con cui il papa San Pio X condannava il modernismo definendolo «sintesi di tutte le eresie». Eppure, rileggendola oggi nelle edizioni Cantagalli (pagg. 134, euro 13,50), ci sarebbe ogni motivo per un ampio dibattito, dal momento che il modernismo, scomunicato cent’anni fa, ha conquistato gran parte del clero (e dei vescovi) con il nuovo nome di progressismo.

In appendice al testo dell’enciclica sono riportati il decreto “Lamentabili” (che condannava 65 proposizioni moderniste) e il «giuramento antimodernista» che quel papa impose nei seminari. Il vescovo di San Marino, Luigi Negri, nella prefazione così si esprime: «Sono rimasto quasi sgomento; le proposizioni fondamentali, tutte chiaramente in contrasto con la dottrina cattolica, hanno costituito in questi ultimi vent’anni il contenuto anche esplicito di tante pubblicazioni teologiche ed esegetiche e hanno sicuramente influenzato l’insegnamento in facoltà teologiche e in seminari».

La “Pascendi Dominici gregis” venne addirittura elogiata, «per la sua potenza filosofica e la sua coerenza» (come ricorda lo storico Roberto De Mattei nell’introduzione), dai due massimi esponenti del pensiero laico del tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Era, infatti, un «affare interno» della Chiesa, che così isolava i suoi nemici più pericolosi e subdoli, il cui obiettivo era trasformare il cattolicesimo «da dentro» lasciandone intatto l’involucro strutturale.

Così, infatti, si esprimeva uno dei loro esponenti di spicco, il sacerdote Ernesto Buonaiuti, riferendosi alla Chiesa nella sua opera “Il modernismo cattolico”: «Diventerà un protestantesimo; ma un protestantesimo ortodosso, graduale, e non uno violento, aggressivo, rivoluzionario, insubordinato; un protestantesimo che non distruggerà la continuità apostolica del ministero ecclesiastico né l’essenza stessa del culto». Un altro famoso modernista, il romanziere Antonio Fogazzaro, quando vide una sua opera messa all’Indice fece atto (esteriore) di pentimento ma si giocò il Nobel, che gli antipapisti del comitato assegnarono all’anticlericale Carducci.

Non era facile, in effetti, cogliere esattamente l’eresia modernista, dal momento che essa non si opponeva a questa o a quella delle verità rivelate. Ma Papa Sarto ne individuò il punto centrale nel mutamento della nozione stessa di «verità», che per il modernismo era in evoluzione; così anche i dogmi. In tal modo la coscienza diventava il centro di tutto, la regola universale, l’autorità suprema. Perciò, la fede non era più assenso dell’intelletto alla verità rivelata da Dio, bensì una specie di cieco sentimento religioso. Ma non fu facile la lotta al modernismo, proprio per l’evanescenza del suo insegnamento: ci vollero dieci lunghi anni prima che Buonaiuti venisse sospeso a divinis. Negli anni Quaranta il modernismo riemerse con la cosiddetta “Nouvelle théologie”, che ebbe tra i suoi ispiratori Maurice Blondel e fu condannata da Pio XII con l’enciclica “Humani generis” del 1950. Tra i suoi eredi successivi, il panteismo cosmico-mistico del gesuita-archeologo Pierre Teilhard de Chardin e la svolta razionalista del teologo, celebre negli anni Sessanta, Karl Rahner.

La trasformazione del vecchio modernismo nel progressismo odierno si ebbe al tempo del concilio Vaticano II; soprattutto dopo, quando il cosiddetto «spirito del concilio» convertì molto clero a «quell’ermeneutica della rottura» che l’attuale pontefice non si stanca di condannare: il Vaticano II – dice in sostanza Benedetto XVI – va letto in continuità con tutta la tradizione precedente, e non costituisce affatto una «rottura» con il cattolicesimo definito sprezzantemente «pacelliano» o «preconciliare». Infine, una vera e propria leggenda nera è stata artatamente creata attorno al prete Umberto Benigni, che affiancò San Pio X nella lotta al modernismo con il “Sodalitium Pianum” (Sodalizio San Pio V, creato nel 1909 e sciolto nel 1921) e l’agenzia di informazioni Corrispondenza romana.

Come nota De Mattei, certa storiografia contemporanea «ha ripreso le accuse di “delazione” e “spionaggio” già lanciate dai modernisti contro il prelato romano». Il che costituisce un’ulteriore conferma dell’odierna egemonia culturale del progressismo. Ma si dovrebbe, del pari, ricordare il clima del tempo, e soprattutto quello che lo storico Lorenzo Bedeschi definiva il «multiforme e fervido lavorio segreto» dei modernisti, che costituivano «un reticolo inafferrabile e variegato» diffuso nelle principali città italiane. La lotta antimodernista di San Pio X ebbe anche l’appoggio di un santo come don Orione, che aveva compreso come il modernismo, sganciando l’uomo da ogni realtà oggettiva posta al di fuori di sé e della propria coscienza, preparasse il terreno al nichilismo.

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LA “PASCENDI”, DON ORIONE E IL MODERNISMO

1. L’importanza dell’Enciclica (Aurelio Fusi)

2. L’atteggiamento di Don Orione verso il modernismo (Flavio Peloso)

3. Don Orione parla di Pio X

L’IMPORTANZA DELL’ENCICLICA

Aurelio Fusi

L’enciclica di Pio X “Pascendi” è un documento fondamentale del magistero della Chiesa e fra tutti gli atti di Pio X resta “il monumento più insigne del suo pontificato”. Questo importante documento venne preceduto dal decreto Lamentabili e fu seguito, qualche anno dopo, dal giuramento antimodernista Sacrorum antistitum , che ne costituiva il compimento.

Anche se lo scopo del modernismo (movimento di pensiero cattolico operante tra la fine dell’ Ottocento e i primi del Novecento) poteva sembrare positivo in quanto cercava una conciliazione tra la filosofia e scienza moderne con la teologia cristiana , di fatto, per le sue posizioni contro la tradizione e i dogmi, venne condannato dall’enciclica papale che subito, fin dalle prime righe, chiarisce i suoi obiettivi: “L’officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede trasmessa ai santi, ripudiando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome”.

Il termine “modernismo” fu coniato dai critici di questa corrente filosofico-teolocica e fu utilizzato anche nella enciclica; in seguito, venne usato come dispregiativo del moderno.

In concreto l’enciclica del Papa nella sua prima parte condannava:

1) il rifiuto delle prove classiche tradizionali sull’esistenza di Dio che si è fatto conoscere all’uomo con una rivelazione esterna, obiettiva, espressa mediante formule intellettuali;

2) la riduzione della rivelazione ad una esperienza religiosa personale;

3) la concezione dei dogmi come strumenti per comunicare agli altri le proprie esperienze religiose e quindi ridotti a semplici strumenti in divenire;

4) la separazione radicale tra scienza e fede, dove quest’ultima è ridotta ad un atto irrazionale e ad un’adesione cieca;

5) il metodo esegetico della “demitizzazione”.

Nelle tesi principali del modernismo, il cristianesimo è ridotto ad una fede puramente soggettiva, che rifiuta ogni prova di carattere esterno e sociale. Il pensiero moderno riteneva unico criterio di verità l’esperienza interiore personale, per fondare su di essa l’affermazione di Dio trascendente.

La seconda parte dell’enciclica contiene varie disposizioni da attuarsi soprattutto nella formazione del clero: vigilanza sui professori dei seminari e dell’università, selezione rigorosa degli ordinandi, limitazione della frequenza alle università statali, aggravamento della censura, istituzione di una commissione speciale in ogni diocesi per indagare su eventuali indizi di modernismo, con l’obbligo di inviare periodiche relazioni a Roma.

I modernisti negarono di riconoscersi nelle proposizioni condannate, affermando che il movimento, quale era presentato nell’enciclica, era un’ipotesi assurda. Protestarono subito di non essere stati compresi. Buonaiuti pubblicò, sotto il velo dell’anonimato, Il programma dei modernisti. Dichiarava che il loro pensiero era stato travisato, pur ammettendo che “in fondo queste sono le nostre idee sull’origine della religiosità”.

Al contrario, il documento fu inaspettatamente elogiato per la sua potenza filosofica e la sua coerenza dai due principali pensatori laici dell’Italia del tempo: Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Il primo, dopo la pubblicazione dell’enciclica, scrisse un articolo sul Giornale d’Italia del 13 ottobre 1907, dal titolo Insegnamenti cattolici di un non cattolico. Benedetto Croce a Salvatore Minocchi , in cui concludeva ponendo ai modernisti l’alternativa: “O andare innanzi o tornare indietro. Ossia, o ricongiungersi ai pensatori non confessionali o, dopo essersi dibattuti vanamente per qualche tempo, ricadere nel cattolicesimo tradizionale”.

L’opera antimodernista di san Pio X fu coronata dal Motu proprio Sacrorum antistitum del 1 settembre 1910 e dal giuramento che esso imponeva. In particolare questo giuramento respingeva la concezione modernista che vedeva nella dottrina cristiana una “creazione della coscienza umana” che si sarebbe formata con lo sforzo degli uomini e avrebbe dovuto perfezionarsi all’infinito. La Chiesa ribadiva, invece, che la “dottrina della fede” è stata “trasmessa dagli apostoli e dai Padri ortodossi” come un “deposito divino” e non come un prodotto umano, frutto del pensiero o della coscienza dell’uomo. Infine l’ultimo articolo, fondendo la dottrina del concilio Vaticano I e quella dalla Pascendi ricorda che la fede non è “un cieco sentimento religioso che irrompe dalle oscurità del subcosciente”, ma che essa è “un vero assenso dell’intelletto” alla verità rivelata da Dio.

 2. L’ATTEGGIAMENTO DI DON ORIONE VERSO IL MODERNISMO

Flavio Peloso

Quale fu la posizione di san Luigi Orione che al tempo della promulgazione dell’enciclica era un sacerdote ormai maturo e godeva la piena fiducia del Papa? Non dimentichiamo che l’anno successivo si verificò il terremoto calabro-siculo e Don Orione, dopo i primi soccorsi, venne nominato, dallo stesso Papa Sarto, vicario generale della diocesi di Messina, pur avendo solo 36 anni. La risposta a questo interrogativo la troviamo nel prestigioso volume “Don Orione negli anni del modernismo” . Modernista o filomodernista Don Orione certamente non fu. Antimodernista? Lo fu a modo suo. Il suo, infatti, non fu un antimodernismo per così dire “primario”, ma la logica e amorosa conseguenza di una “schietta fede papale” apertamente vissuta, professata e proclamata.

La fedeltà al Papato e alla Chiesa di Roma, infatti, è al centro del sentire ecclesiale di don Orione e costituisce il fine precipuo della Piccola Opera della Divina Provvidenza da lui fondata. Proviene, si badi, da un atto di fede teologica e non da una ideologia o calcolo strategico. Don Orione coglie l’importanza della dimensione istituzionale del Papato che egli afferma, difende e promuove non solo di fronte al modernismo, ma anche in altri momenti storici di fronte ad altre questioni che toccano l’unità della Chiesa, ruotante attorno al suo “cardine nel mondo”, il Romano Pontefice. Quindi, anche la sua attitudine di fronte al modernismo e ai “modernisti” non fu tanto per “separare” onde evitare confusioni e minacce – opera pur necessaria – quanto piuttosto quella di “unire”, sul piano di una calorosa umanità-carità di cui era campione, nel massimo di comunione possibile, premessa per ulteriori e imprevedibili sviluppi di unità, come avvenne in molti casi quali quelli di Casciola, Murri, Federici e altri.

Don Orione ebbe la fiducia della Santa Sede, che mai dubitò della sua ortodossia, e contemporaneamente si guadagnò la fiducia degli “erranti” che si affidarono alla sua “sconfinata e pronta al soccorso bontà” come disse di lui Buonaiuti. Questa opera di dialogo fu intenzionalmente voluta da Don Orione, permessa e talvolta incoraggiata da Pio X, che, come ricorda Gallarati Scotti , ebbe in lui piena fiducia “lasciandogli tutte le libertà nei suoi rapporti con queste anime turbate”.

Fu la superiore tensione interiore – che possiamo anche chiamare carità o santità – a permettere al discreto ed efficace “tessitore di rapporti” di trovare il delicato punto di equilibrio tra il rigore dottrinale e la carità verso il prossimo, altrimenti risolvibile in compromesso, daltonismo psicologico o dissociazione interiore.

La chiave esistenziale dell’atteggiamento di Don Orione negli anni del modernismo sta nel “Veritatem autem facientes in Charitate” (Ef. 4, 15) di san Paolo, a proposito del quale Don Orione scrive: “Vivere la verità nella carità, operare cioè sempre secondo gli insegnamenti della fede, che contiene la verità rivelata, sotto l’impulso della carità, fedeli alla verità, ma in una volontà e spirito di santo amore, di carità”. Per questo, poi esorta: “Anche quando ti alzerai paladino di rettitudine e della verità, segui l’ammaestramento dato da san Paolo ai cristiani di Efeso: Facere veritatem in charitate. E perché? Perché Deus charitas est ”.

Nella figura di Don Orione si riflette, come in un prisma, quella della Chiesa stessa che “nella sua manifestazione di uomini e di azioni è magistra inflessibile fino alla durezza nella custodia della verità consegnatale e, insieme, mater fiduciosa che non abbandona i propri figli attraverso l’azione di altri suoi figli”.

 DON ORIONE PARLA DI PIO X

Appunti d’una conferenza su Pio X tenuta in Argentina il 22 giugno del 1936

 Pio X fu uno de’ più amati in vita e dopo morte. Nessuno di quanti lo videro può dimenticare l’onestà e pia dolcezza del suo bel viso popolano e maestoso, e quella fronte su cui in certi momenti pareva risplendere un raggio di predestinazione.

Pio X, il ragazzo di umilissimi natali, che salì, nella santa luce della fede e del silenzio, tutti i gradi della gerarchia della chiesa: da cappellano di Tombolo a parroco di Salzano, da cancelliere della di Curia di Treviso a Direttore spirituale del Seminario di Treviso, da Canonico a Vicario generale, a Vescovo di Mantova, a Patriarca, a Sovrano Pontefice. In ogni grado, in ogni stato, in ogni paese lasciò dietro di sé il rimpianto, la memoria d’una bontà intelligente e operante, d’una fermezza che sapeva essere umana anche nella severità, d’una dottrina sicura che si nascondeva sotto la semplice, ma vincente parlata evangelica.

Colui che per ispregio fu proverbiato dai nemici della chiesa … come «pretucolo di campagna» appare ormai uno de’ più grandi e santi Papi che lo Spirito Santo ha posto sulla sedia di Pietro.

« Da noi altri italiani – dirà un giorno Pio X – la fede è come un dono di natura »

Le prove sono evidenti. Percorrete il Veneto: l’assistenza alle funzioni, il numero dei bambini (famiglie patriarcali), le croci di fianco alle strade, le immagini della Vergine e dei Santi che decorano i muri delle case… vi dicono la fede del paese. Domandate, per esempio, a un vecchio o ad una vecchia quant’anni hanno. Avrete soltanto questa risposta, che è bella: « Poco manca andar a casa », alla Casa paterna, dove sta è il gran Padre che sta nei cieli.

La Exhortatio ad Clerum (Haerent animo) – scritta tutta di proprio pugno – uscì il 4 agosto 1908 in occasione del suo giubileo sacerdotale. La lettera è uno stupendo trattato: fu l’ultimo sigillo di fuoco apposto alla lunga serie di esortazioni della sua vita di pastore.

Tutta la politica di Papa Sarto consistette nel salvaguardare i sacrosanti diritti della Chiesa, difendendone la libertà e l’indipendenza e procurare la più sapiente concordia fra l’Autorità civile e l’Autorità religiosa.

Ecco il segreto della Santità di Pio X: Egli è stato un gran sacerdote, un gran prete, il gran prete padre. Riferendogli gli insulti di uno scrittore modernista, il Papa si accontentò di rispondere: “ Via! dopo tutto, non ammise che sono un buon prete? Di tutte le lodi è l’unica che io abbia mai apprezzata ”.

Questa fede fu il fondamento, il sostegno, il movente del suo grande zelo che gli rendeva giocondo ogni lavoro: « lavorare è godere »; lo sostenne nelle sue battaglie memorabili per la riforma del clero e del popolo, la restaurazione del regno di Cristo nelle anime e nella società, la rivendicazione dei diritti di Dio e della Chiesa sua, la difesa del deposito della fede contro il modernismo, da lui definito la sintesi di tutte le eresie.

Il Papa della restaurazione d’ogni cosa in Cristo. Pio X, salvando l’Azione Cattolica da pericolosi deviamenti ha sapientemente preparato il terreno agli statuti di Pio XI. Pio X poi, aprendo prudentemente ai cattolici italiani il terreno politico per la difesa sociale, ha preparato quella Conciliazione che era nei voti ardenti del suo cuore e che l’undecimo Pio, coi nuovi tempi e i nuovi indirizzi, poteva realizzare, «restituendo Dio all’Italia e l’Italia a Dio».

Carità è midolla dall’Evangelo sintesi del Cristianesimo. “Se parlassi tutte le lingue …”. Charitas Deus est , il sovrano dei cuori. Anime e Anime! Dio è amore alle anime. Egli fu un uomo veramente di fede.

Chiamato a diventare Pastore di tutti i fedeli si sentì subito l’anima pervasa da quella che S. Paolo chiama la sollecitudo omnium ecclesiarum .

Instaurare omnia in Christo ut sit omnia et in omnibus Christus . E cominciò da Roma l’opera riformatrice, anzi dalla stessa Curia pontificia.

Modernismo: defensor fidei . « Ora bisogna agire da Papa» «Tutto il mondo si svegliò ariano».

Modernisti ancora ne esistono, ma il loro sistema è spezzato. Fu detto che Pio X salvò l’anima della Chiesa come nella lotta contro la Francia laica ne salverà, per così dire, il corpo. Basterebbe questo per annoverarlo fra i più grandi Pontefici vindici della fede.

È stato detto che ci fu chi abusò del suo nome per scovare modernisti anche dove non c’erano. Ma è pur vero che il Papa fu sempre pronto a prendere le difese degli accusati appena veniva scoperta l’infondatezza delle accuse come ad accogliere con paterna benevolezza la pecorella smarrita.

Il 20 agosto 1914, il telegrafo, uso da settimane a trasmettere notizie di armamenti e di massacri, con la rapidità della folgore ne diffondeva una che parve di tutte la più luttuosa: Sua Santità Pio X s’era spento santamente all’1 e 15 di quella notte, in seguito a bronco-polmonite.

È morto un Santo. Marchiafava, il suo vecchio e buon amico, conferma che l’orribile guerra scoppiata in Europa era stata fatale per Pio X. Ripeteva: “ Milioni e milioni di miei figli che muion ”. Dal 18 al 19 s’aggravò rapidamente. Presto sarò in Paradiso dove pregherò per voi.

Le grotte vaticane si sono aperte al gran cuore di colui che volle tutto instaurare omnia in Christo .

* * *

In una minuta senza data

Il Papa parla e la sua è parola precisa e pratica, soave e forte: vi è tutto Lui Pio X.

Il Papa parla nella Exhortatio ad Clerum (Haerent animo) ai Vescovi d’Italia con una Enciclica gravissima di sapore veramente apostolico, ispirata a un grande, solenne proposito, quello di volere che il Clero sia degno della sua divina missione, che nutra le anime e mantenga intatto il patrimonio della fede e della morale.

La parola del Papa è condanna severa e terribile di tutto ciò che è modernismo, brutta parola di più brutte cose…

Auguriamo che pel bene della Chiesa e delle anime, pel vero miglioramento sociale ed intellettuale del popolo d’Italia, la parola del Papa, che è verbo di Dio, trovi in tutti umiltà di figli e fedeltà di soldati.

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“Massoneria cattolica”, ovvero il Modernismo riciclato

Diverse iniziative hanno rievocato nel 2007 il centenario dell’enciclica Pascendi, con la quale Papa san Pio X condannava il modernismo. All’epoca molti esultarono per la disfatta di questa “sintesi di tutte le eresie”, dichiarando la sua morte. Il modernismo, però, si era solo mimetizzato in attesa di tempi migliori.


Da quando venne eletto al soglio pontificio, nell’agosto 1903, san Pio X dimostrò una paterna sollecitudine nel custodire il dogma della Fede, insidiato fin dalle fondamenta da molteplici correnti riformatrici, poi caratterizzatesi come “modernismo”.

La lotta di un Papa in difesa della Verità

Nell’enciclica E supremi apostolatus, pubblicata appena due mesi dopo l’elezione, Papa Sarto già ammoniva contro «le insidie di una certa nuova e fallace scienza, che in Cristo non s’insapora, e che con larvati e subdoli argomenti si studia di dar passo agli errori del razionalismo e semi razionalismo».
Ancora due mesi, e il Sant’Uffizio metteva all’Indice quattro libri di Alfred Loisy, capofila del modernismo, nonché un’opera di Albert Houtin, inaugurando una serie di analoghe misure che colpirono i principali promotori dell’eresia in Europa e negli Stati Uniti.

Nell’Enciclica Pieni l’animo, del luglio 1906, il Pontefice torna a censurare le dottrine moderniste deplorando che settori del clero ne siano infettati: «Purtroppo un’atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni. (…) Che tale spirito penetri fino nel santuario e infetti [il clero] è cosa questa che Ci ricolma l’animo d’immenso dolore».

Nell’allocuzione al Concistoro del 17 aprile 1907, san Pio X denunciava ancora «questo attacco che costituisce non solo una eresia, ma la sintesi, la velenosa essenza di tutte le eresie».
Il 3 luglio, il Sant’Ufficio pubblicava il decreto Lamentabili sane exitu, contenente 65 proposizioni moderniste condannate. Finalmente, l’8 settembre il Pontefice pubblica l’enciclica Pascendi Dominici gregis, nella quale qualifica il Modernismo “la sintesi di tutte le eresie” (“omnium haereseon conlectum”), e i modernisti «i più perniciosi nemici della Fede».

Morte del Modernismo?

La prima reazione dei modernisti fu di… negare l’esistenza del Modernismo!
Le publicazioni filo-moderniste dell’epoca abbondano in sarcasmi contro «la troppo fertile immaginazione dei campioncini dell’ortodossia», «il delirio di cervelli refrattari», «i fanatici dell’Inquisizione» che avrebbero «fabbricato di sana pianta questa sintesi di tutte le eresie».
Paul Naudet, leader dei cosiddetti abbés démocrates, ironizzava: «Il problema del Modernismo è che… nessuno vi si riconosce! Nessuno vuol essere modernista. D’altronde in perfetta buona fede».

Perfino l’utilizzo del termine “Modernismo” veniva contestato. «Non crediamo ci sia bisogno di un appellativo nuovo per definire il nostro atteggiamento religioso, che vuol essere semplicemente di cristiani viventi in armonia con lo spirito del loro tempo», scriveva Ernesto Buonaiuti.
Ma il colpo era stato troppo devastante, le loro dottrine esposte in modo troppo preciso, le conseguenze tratte in maniera troppo rigorosa e, quel che è peggio, negli atti disciplinari i nomi erano stati fatti. Per i modernisti non c’era scampo. Nonostante qualche vano tentativo di reazione, dovettero arrendersi.

Nell’ottobre 1909, Loisy riteneva dover parlare dei suoi compagni come dei “morti”. Un mese prima, egli ammetteva che il Modernismo «è in piena ritirata e sarà presto annientato». Dall’altra sponda, lo scrittore tradizionalista Hillaire Belloc proclamava che «il colpo della Pascendi è stato mortale (…) Il Modernismo è morto!». Purtroppo sia l’uno che l’altro si ingannavano.

Lungi dal lasciarsi prendere dallo sgomento, i duri e puri facevano strane profezie: «Quando mi guardo attorno – scriveva George Tyrrell nell’agosto 1908 – sono costretto ad ammettere che l’onda di resistenza modernista si è esaurita, e che ha dato tutto ciò che poteva dare per adesso. Dobbiamo aspettare il giorno in cui, grazie ad un lavoro silenzioso e segreto, avremo guadagnato alla causa della libertà una porzione più grande dei fedeli».
Un lavoro silenzioso e segreto? A cosa si riferiva il modernista inglese?

“Massoneria Cattolica”

Aveva sempre fatto parte del carattere modernista un pronunciato vezzo per la segretezza. In parte dovuto alla paura di incorrere in sanzioni ecclesiastiche, in parte perché, tutto sommato, erano ancora una minoranza, i modernisti funzionavano in pratica come una setta semi-clandestina.
Già prima della Pascendi, il mensile Unità cattolica parlava di «un complotto contro i cattolici ‘papalini’ (…) una trama per isolare il Dolce Cristo in terra (…) ordita da sette e conventicole ribelli». Nel condannare i modernisti, lo stesso san Pio X osservava che «essi sono tanto più perniciosi quanto meno sono in vista (…) [quanto più] inculcano le loro dottrine velatamente».

Per niente pentiti, dopo la Pascendi i modernisti si nascosero ancor di più, formando ciò che Antonio Fogazzaro definì “Massoneria Cattolica”. Nel romanzo teologico Il Santo, in realtà un libro programmatico, il Senatore del Regno (simpatizzante del Modernismo ma sottomessosi alla Pascendi), indicava ai confratelli la strategia a seguire per aggirare la condanna e continuare i lavori: «Noi vogliamo comunicare nel Cristo vivente quanti sentiamo ch’Egli prepara una lenta ma immensa trasformazione religiosa, la quale si opererà con sacrificio, con dolore, con divisione di cuori. (…) Comunicare, vogliamo, tutti, di ogni paese, ordinare la nostra azione. Una Massoneria Cattolica? Sì, la Massoneria delle Catacombe! (…)».

«Prima dunque di iniziare questa frammassoneria cattolica, io credo che vi converrebbe intendervi circa le riforme. Dirò di più; io credo che anche quando fosse fra voi un pienissimo accordo nelle idee, io non vi consiglierei di legarvi con un vincolo sensibile. La mia obbiezione è di una natura molto delicata. Voi pensate certo di poter navigare sicuri sott’acqua come pesci cauti, e non pensate che un occhio acuto di Sommo Pescatore o vice Pescatore vi può scoprire benissimo e un buon colpo di fiocina cogliere. Ora io non consiglierei mai ai pesci più fini, più saporiti, più ricercati, di legarsi insieme. Voi capite cosa può succedere quando uno è colto e tirato su. E, voi lo sapete bene, il grande Pescatore di Galilea metteva i pesciolini nel suo vivaio, ma il grande Pescatore di Roma li frigge».

Ma “l’occhio acuto del Sommo Pescatore” vegliava. Nel 1910, san Pio X pubblicava il Motu Proprio Sacrorum antistitum, nel quale denunciava che i modernisti si stavano raggruppando in una lega clandestina (clandestinum foedus) e che «non hanno abbandonato il loro intento di perturbare la pace della Chiesa». Al fine di chiudere definitivamente le porte, egli istituì il celebre “giuramento anti-modernista”, richiesto ai vescovi e sacerdoti, nonché ai professori di teologia.

Un clima diverso

Il grande Papa morì nell’agosto 1914, amareggiato dalla Guerra che egli aveva strenuamente cercato di impedire. Il suo successore Benedetto XV riaffermò le condanne, specialmente nell’enciclica Ad beatissimi (1914), nella quale denunciava «i mostruosi errori del Modernismo».
Alcuni, però, interpretarono il suo appello a «sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici» come un implicito richiamo a cessare la lotta anti-modernista. L’allontanamento di Mons. Umberto Benigni, che si era distinto nella lotta contro l’eresia, benché dovuta ad una vecchia differenza personale col nuovo Papa, fu anch’essa interpretata come un cambio di indirizzo.

Rievocando il cambiamento di clima dopo la morte di san Pio X, il teologo Marie Dominique Chenu, allora un giovane seminarista, rileva alcuni aspetti del nuovo pontificato: «Il pontificato di Benedetto XV rappresentava una tendenza diversa. (…) [Il cardinale] Merry del Val [Segretario di Stato di S. Pio X] fu sostituito dal cardinale Gasparri. Una vera rivoluzione di palazzo! Gasparri rimise nelle loro cattedre molti dei giovani sacerdoti e teologi che, sospettati di simpatie moderniste, erano stati condannati».

Una simile impressione si desume da una lettera di Giovanni Genocchi a Paul Sabatier, uno dei leader del movimento in Francia: «Stiamo già sentendo alcuni effetti positivi del nuovo clima. Non c’è più il furore iconoclasta del vecchio Pontefice. Stiamo respirando più comodamente. (…) Diverse vittime della follia e del fanatismo sono già state reintegrate, ed altre sono in cammino».

Dal modernismo al progressismo

Così, mentre il fragore dei cannoni copriva la polemica teologica, la setta modernista cominciò a riorganizzarsi. I duri e puri, però, erano ormai fuori dalla Chiesa e, di conseguenza, non avevano più influenza fra i fedeli.
Ma questi erano solo l’avanguardia di un più vasto movimento che, restando nel gregge di Cristo, poté portare avanti il “lavoro silenzioso e segreto” proposto dal Tyrrell. Erano i cosiddetti “progressisti” o “modernizzanti”. Coincidendo genericamente con i modernisti, avevano tuttavia evitato con cura qualsiasi enunciato eterodosso, sfuggendo in questo modo alla condanna.

Spesso protetti dalle mura di note istituzioni religiose, i progressisti continuarono a lavorare, collocando le fondamenta delle correnti teologiche che tanto male hanno fatto alla Chiesa nel secolo XX. «Costretti ad una sorta di vita clandestina – spiega P. Albert Besnard – i modernisti continuarono ad operare in modo segreto ispirando successivamente la maggior parte delle contestazioni religiose che oggi vediamo nella Chiesa».
Ma questo è ormai tema per un altro articolo.

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Il Papa alle suore: «Siate madri e non zitelle»

Incontro con 800 religiose: «La castità deve essere feconda e generare figli spirituali»

Il Papa in piazza San Pietro (foto Reuterers)Il Papa in piazza San Pietro (foto Reuterers)

ROMA – «Che cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza! Grazie!». Prima dell’udienza generale in piazza San Pietro (100 mila fedeli presenti), Papa Francesco incontra nell’Aula Nervi più di 800 suore che partecipano a Roma all’Assemblea dell’Unione delle Superiori Generali. «La consacrata – ha affermato il Pontefice – è madre, deve essere madre e non zitella! Scusatemi, parlo un po’ così…» ha detto suscitando l’applauso delle suore presenti.

ICONE DELLA CHIESA – Il Papa ricorda alle religiose che la castità deve essere «feconda» per «generare figli spirituali». «Questa gioia della fecondità spirituale animi la vostra esistenza. Siate madri – ha aggiunto – come figure della chiesa madre, non si può capire Maria e la Chiesa senza la maternità, e voi siete icona di Maria e della Chiesa».

Una religiosa fotografa il Papa (Ansa)Una religiosa fotografa il Papa (Ansa)

LA CASTITA’ – Il Pontefice ha parlato alle religiose della castità «come carisma prezioso, che allarga la libertà del dono a Dio e agli altri, con la tenerezza, la misericordia, la vicinanza di Cristo». «La castità per il Regno dei Cieli – ha spiegato – mostra come l’affettività ha il suo posto nella libertà matura e diventa un segno del mondo futuro, per far risplendere sempre il primato di Dio». Ecco dunque la necessità di «una castità feconda che genera figli spirituali nella Chiesa!».

Il saluto ai bambini (Ap)Il saluto ai bambini (Ap)

COPPIE NON SPOSATE – E prima delle parole accorate alle suore, nell’omelia della messa alla Domus Santa Marta diffusa da Radio Vaticana, Papa Francesco ha affrontato un argomento di grande attualità: la convivenza. «Ricordo quando da bambino si sentiva dire nelle famiglie cattoliche, e anche nella mia: ‘No, a casa loro non possiamo andare, perchè non sono sposati per la Chiesa, o perchè sono socialisti o atei!’. Era come una esclusione. No, non potevi andare!» ha detto il Pontefice. «Adesso, grazie a Dio – ha aggiunto- non si dice quello, no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti». «Il cristiano che vuol portare il Vangelo deve andare – ha sottolineato – per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perchè non si dice più quello».

Il saluto ai 100 mila fedeli (foto Afp)Il saluto ai 100 mila fedeli (foto Afp)

UDIENZA GENERALE – Circa 100mila fedeli partecipano in piazza San Pietro all’Udienza Generale del mercoledì . In prima fila c’è anche Ignazio Marino, candidato a sindaco di Roma per il Pd, che è stato salutato da Papa Francesco che compiva il consueto giro in jeep scoperta di piazza San Pietro, prima dell’Udienza. Il candidato ha così consegnato al Pontefice un pacchetto bianco. Carlotta De Leo
@carlottadeleo8 maggio 2013 | 13:59

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Il Liberismo è Incompatibile con la Retta Ragione, ma è Connaturale all’Americanismo Teoconservatore

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L’individualismo antipolitico è un’ideologia innaturale

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Natura e politica[1]

Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero (fatto per conoscere il vero ed amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono entrambi una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale, essendo stato l’uomo elevato all’ordine soprannaturale da Dio) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto per evitare un male maggiore, mai volere per principio. Lo insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa[2]. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica[3].

Una delle finalità della Chiesa oltre la conversione delle singole anime è la dilatazione del Regno di Dio su tutta la terra.Questo Regno è “principalmente spirituale, ma secondariamente anche di ordine politico o temporale” (Pio XI, Quas primas, 1925). Quindi la libertà religiosa è contro la finalità della Chiesa come Cristo l’ha voluta, non solo è contro-natura, ma anche contro la Rivelazione. L’apostasia delle Nazioni da Dio, che era stata propugnata dai laicisti e dagli anti-cristiani, purtroppo oggi ha invaso le menti anche degli uomini di Chiesa (v. Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965). L’ideale o la meta apostolica alla quale tutti (laici e chierici) siamo chiamati è la instaurazione del regno di Dio già sulla terra, pur se imperfettamente, per ottenerlo perfettamente in Paradiso. Quindi prima dobbiamo convertirci veramente e vivere abitualmente in Grazia di Dio e poi potremo portare Cristo nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e nella Società civile. Questo è l’ordine da seguire per “instaurare omnia in Christo” (S. Pio X). “Nemo dat quod non habet“: se non si è cristiani interiormente e veramente non si può restaurare la Cristianità. “Politique d’abord” (Charles Maurras) significa iniziare a costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta perché, se si conquista il potere del Governo e si fanno leggi cristiane, ma il Governante non è cristiano e neppure i cittadini, la “restaurazione” è solo esteriore e superficiale e quindi dura come un fuoco di paglia. La Polis è un insieme di famiglie e di uomini: prima viene l’individuo che unito ad altri forma una famiglia, la quale assieme ad altre famiglie forma un villaggio e più villaggi uno Stato. La Civitas o Polis sarà cristiana e ordinata nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono ordinati e cristiani. Solo poi lo Stato ha il dovere di mantenere l’ordine e proteggere la vita virtuosa. Ma non si può cominciare con la fine, sarebbe una contradictio in terminis o un “contro-senso”, “il principio = il principio; la fine = la fine; il principio ≠ la fine”. Aristotele (Politica) e San Tommaso (De regimine principum) insegnano che “la politica è la virtù di prudenza applicata alla Società”, mentre la ‘prudenza individuale’ si chiama “monastica” e quella ‘familiare’ si dice “economia”. Leone XIII insegna che i primi e veri cristiani “fecero in pochissimo tempo penetrare il Cristianesimo non solo nelle loro famiglie, ma nell’esercito, nel senato e perfino nel palazzo dell’Imperatore”[4]. Non si è cominciato dal Palazzo imperiale, ma dal singolo cristiano per giungere al Palazzo.

La modernità (N. Machiavelli[5] + 1527, T. Hobbes[6] + 1679, J. Locke[7] + 1704) ribalta la dottrina sulla natura socievole dell’uomo e lo presenta come un individuo “a”/ o addirittura “anti-politico”, “a”/ o “anti-sociale”. Quindi l’ordine sociale e politico non è più un dato naturale, ma un qualcosa di artificiale e soggetto a manipolazioni umane.

La concezione aristotelica ha influito su pensatori come S. Tommaso d’Aquino e sulla ‘Seconda Scolastica’ soprattutto spagnola del Cinque-Seicento (Francisco de Vitoria, Juan Mariana, Roberto Bellarmino, Francisco Suarez e Gabriele Vasquez). Si può affermare, senza timore di esagerare, che la filosofia politica aristotelica contiene una concezione completa dell’uomo e della Società civile, la quale prolunga sino alla Rivoluzione francese o alla modernità la sua influenza, tanto da poter essere considerata la “filosofia politica comune e ufficiale dell’Europa pre-rivoluzionaria”[8]. Infatti secondo Aristotele l’ordine politico o di relazioni sociali (lo Stato), cui gli uomini e le famiglie danno origine, parte dall’unione iniziale tra maschio e femmina “in vista della riproduzione e della conservazione della specie umana”; da qui nasce la famiglia, che è una Società imperfetta, la quale si cura dei “bisogni quotidiani”, e che unendosi ad altre famiglie forma un “villaggio, il quale ha di mira i bisogni non-quotidiani”[9] e giunge a formare una Comunità o Società civile, che è una Società perfetta, la quale consente pienamente di “vivere in modo felice e buono, ossia secondo virtù”[10]. Questa è la finalità interna per natura all’uomo, che tende così naturalmente alla formazione della famiglia e della polis o Stato per poter vivere virtuosamente[11]. Solo nella Società civile o politica e non da solo o isolatamente l’uomo perviene alla realizzazione piena e perfetta delle sue potenzialità. Onde l’uomo è “animale socievole per natura[12] e lo Stato è Società civile perfetta, mentre la famiglia è ancora imperfetta e deve unirsi ad altre famiglie per formare un ‘villaggio’ e assieme ad altri villaggi uno Stato. Il fine dello Stato è il “vivere virtuosamente bene”[13]. Onde “il buon governo è quello in cui si bada al vivere virtuosamente o bene, mentre il cattivo governo è quello in cui si vive malamente o viziosamente[14].

Secondo Machiavelli, invece, la politica è una tecnica per conquistare e mantenere il potere (nel senso deteriore del termine) e non è più come per l'”aris/tomismo” la virtù di prudenza applicata alla vita sociale o civile[15]. La politica con Machiavelli cessa di essere una virtù e diventa un “vizio”, ossia la ricerca o la brama di successo, di potenza, di ‘potere’ nel senso deteriore del termine mediante la “simulazione e dissimulazione”[16]. Secondo la modernità, “natura” dice “conflitto” e “non-socievolezza” o “non vita in società comune”. Politica, invece, dice “ordine individuale e comune”. Quindi l’uomo, secondo la filosofia pratica o morale sociale della modernità, non è per natura socievole o politico, ma naturalmente ‘a-sociale’ o ‘anti-sociale’ e conflittuale, rivale, nemico o bellicoso e solo per un patto aliena la sua individualità e libertà, che lo rende assolutamente indipendente, conferendola ad un’Autorità, affinché lo aiuti a vivere fisicamente al riparo dall’aggressività altrui.

Da questo principio machiavellico derivano due scuole di pensiero. La Prima Scuola, insistendo per eccesso o radicalmente sul carattere individualistico, bellicoso e ‘a-sociale’ dell’uomo, postula uno ‘Stato assoluto’ o Leviatano (T. Hobbes + 1679) oppure uno ‘Stato etico’ (W. F. Hegel + 1831[17]), il quale è necessario per far vivere gli uomini assieme, eliminando con la forza ogni conflittualità insita nella natura di ciascuno (“homo homini lupus“, Hobbes). Questa Scuola di pensiero concede poco spazio all’individuo e tutto o moltissimo allo Stato (Statolatria), ma sempre antropocentricamente per assicurare l’assoluta indipendenza dell’Individuo soprattutto da Dio e dalla Legge naturale-divina oggettiva ed immutabile.

LaSeconda Scuola insiste per difetto (tendendo a ridimensionare la distruttività della conflittualità umana) sull’individualismo liberale e fa dello Stato una mini-entità solamente utile (utilitarismo) e non naturale né necessaria (come era lo ‘Stato assoluto’ di Hobbes o lo ‘Stato etico’ di Hegel) al vivere in comune (Locke + 1704). Essa concede il massimo spazio all’individuo e il minimo allo Stato, sempre antropocentricamente per la dignità assoluta dell’Individuo, che viene fatto coincidere con la Divinità.

Come si vede ciò che accomuna l’iper-statismo (di Hobbes e Hegel) e il mini-statismo (di Locke + 1704, Mises + 1973, Hayek + 1992, Notzick + 2002 e Friedman + 2006) è la filosofia antropocentrica, secondo cui “la natura umana è indipendente da qualsiasi relazione”[18] con Dio o gli altri uomini. Da questo errore teoretico sulla natura dell’uomo come Individuo assoluto (da “ab-solutus“, sciolto da) e bastante a se stesso segue l’errore pratico sulla filosofia politica, che presenta l’uomo non naturalmente in relazione con gli altri o non-socievole. Quindi l’individuo è perfetto in sé indipendentemente dalla famiglia e dalla Società civile, la quale è necessaria (Hobbes-Hegel) oppure solo utile (Locke) per mantenere il ‘semplice vivere’ fisico-materiale o l’ordine pubblico e non per completare la natura umana al fine di ‘vivere virtuosamente’[19] ed ottenere il benessere comune temporale intellettuale-morale subordinatamente a quello spirituale. L’uomo allora diventa un Ego-ista pratico (e non è più un animal naturaliter socialis), al quale è necessario (Hobbes-Hegel) o conveniente (Locke + 1704; von Mises + 1973; von Hayek + 1992; R. Notzick + 2002; M. Friedman + 2006) organizzare uno Stato per raggiungere la sicurezza in ordine al ‘semplice vivere’ e sopravvivere fisicamente e materialmente. Per la modernità (sia pan-statista sia individualista) l’uomo è realmente tale se è “sciolto” (“ab-solutus“) dalla volontà altrui, anche da quella di Dio, e solo il proprio interesse, comodo o necessità di sicurezza per la sopravvivenza o il semplice ‘vivere fisico’ lo spinge a legarsi ad altri in uno Stato. L’uomo è il padrone di se stesso e concede allo Stato (tramite un “patto” e non per natura) un potere su di sé solo per assicurarsi la libertà dalla violenza altrui, che gli permetta di sopravvivere. La Società civile è un’invenzione o artefatto dell’uomo (e non un dato di natura) per la tutela della propria libertà e proprietà personale e per il mantenimento di relazioni disciplinate con gli altri[20]. Quindi non bisogna equivocare e pensare che il ‘pan-statismo’ di Hobbes e lo ‘Stato etico’ di Hegel siano una negazione dell’antropocentrismo, dell’Individuo assoluto e dell’individualismo. No! Essi sono soltanto una creazione dell’Individuo, per mantenere la sicurezza del suo vivere o sopravvivere, della sua proprietà privata e per essere tutelato dagli altri. Soltanto l’hegelismo di sinistra o collettivismo materialista marxista ha negato la proprietà privata dell’individuo, ma sempre pensando di renderlo libero dall’Altro, cioè da Dio e ogni Autorità che partecipa finitamente e creaturalmente quella divina. Il principio e fondamento teoretico della politica o prassi moderna è l’Antropocentrismo Integrale che è Ateismo Radicale, in maniera esplicita in Marx ed implicita in Machiavelli (ateismo camuffato da “pragmatismo” machiavellico), Hobbes (ateismo mascherato da “agnosticismo-utilitaristico”) ed Hegel (ateismo mascherato da “panteismo-spiritualistico”).

Il Fine Dello Stato – per la modernità – non è la ‘vita virtuosa’ come per Aristotele[21] e San Tommaso, ma il vivere sic et simpliciter, ossia fisicamente e materialmente. La Società civile è la creazione dell’uomo per mezzo della quale egli realizza un “ordine” artificiale (‘massimo’ per Hobbes ed Hegel e ‘minimo’ per Locke) in cui l’Individuo possa essere difeso dal disordine naturale o dall’aggressività bellicosa intrinseca all’uomo. Insomma la Società è un male in quanto limita la libertà assoluta dell’Individuo, ma è un male assolutamente necessario (Hobbes-Hegel) oppure solamente conveniente (Locke), poiché senza di essa non sarebbe possibile organizzare una convivenza pubblica e civile. La modernità ha decretato il divorzio teoretico tra natura e grazia, tra ragione e fede e il divorzio pratico tra natura e politica. L’avversione per la politica o il concepirla come “innaturale” è il segno distintivo della modernità e dell’antropocentrismo individualistico. Invece la Filosofia Classica e la Teologia Scolastica concepiscono l’uomo come naturalmente socievole o politico. Quindi esse non avversano la politica, che è una virtù.

Autorità e Società

Per Aristotele e San Tommaso non sussiste Società politica o religiosa senza un’Autorità. LaSocietàè formata dalle quattro cause: materiale (le famiglie), efficiente (Dio autore della natura), finale (bene comune temporale subordinato a quello spirituale), formale (la volontà insita nella natura umana di unirsi per vivere assieme). L’Autorità è una proprietà o accidente necessario della Società, come la “risibilità” o capacità di ridere è una proprietà necessaria dell’uomo. Quindi come l’uomo, pur se non ride sempre in atto, non può mancare della capacità di ridere, così nella Società deve esserci un’Autorità, la quale, pur se non agisce sempre in atto, ha sempre in atto o formalmente la capacità di dirigere e governare le famiglie, che si sono unite nella Società.

SAN TOMMASO D’AQUINO scrive: “se […] è naturale per l’uomo vivere in società, è necessario che ci sia un’Autorità [in atto o formalmente] che governi gli uomini. […] Qualora non vi fosse [in atto o formaliter] qualcuno che si occupasse del bene comune, il popolo [o i fedeli] si frantumerebbe nei suoi componenti. […]. Quindi è necessario che oltre ciò che spinge al bene di ciascuno, vi sia [in atto o formalmente] qualcosa che si occupi del bene comune”[22].

Il Marxismo[23] o l’Anarchismo socialista[24] affermano che l’Autorità è sempre negativa e portatrice di sfruttamento. Il Liberalismo Moderato (Locke) e l’Anarchismo Liberale Radicaleo mini-archismo (F. A. von Hayek + 1992[25], L. von Mises + 1973[26], R. Notzick + 2002[27], Milton Friedman + 2006) asseriscono che l’Autorità è un male in quanto limita la libertà dell’Individuo, ma è un male assolutamente necessario, poiché senza di essa non sarebbe possibile organizzare una convivenza pubblica e civile.

In principio non erat Auctoritas nisi a Deo“. Poi,secondo la concezione politica moderna, è il popolo che dà l’Autorità a chi è eletto come suo rappresentante. Quindi l’Autorità non viene più da Dio, il quale o è negato esplicitamente (ateismo marxista) oppure implicitamente (agnosticismo liberal-democratista). Il soggetto dell’Autorità è il popolo, che trasmette all’eletto solo l’esercizio dell’Autorità della quale il popolo mantiene il possesso o proprietà, come un proprietario che affitta una casa di cui mantiene il possesso o la proprietà e concede all’affittuario solo l’uso o l’esercizio. Secondo la modernità (sia liberale che comunista[28]) la democrazia moderna o democratismo (essenzialmente diversi dalla “democrazia” classica o “politia“) è l’unica e migliore forma di governo, mentre la monarchia e l’aristocrazia sono cattive in sé.

La Democrazia classica invece ritiene che la Società è opera di ragione e volontà naturale e non di istinti sub-razionali (utilità o necessità cieca). I governanti ricevono l’Autorità da Dio, anche se sono stati scelti dal “popolo” (che non è mai la “massa”, ma la “sanior pars Societatis“). Il fine dell’Autorità è quello di dirigere la Società civile e i suoi membri (famiglie e cittadini) verso il benessere comune temporale subordinato a quello spirituale (“vivere virtuosamente”). Invece per il liberalismo l’Autorità e la Società hanno una finalità minima: garantire la pace tra gli uomini (che in sé sono bellicosi), la sicurezza, l’ordine, la proprietà privata, la libertà e la ‘vita non-virtuosa ma puramente fisica’. Attenzione! anche lo Statalismo esagerato hegeliano (di destra e di sinistra) concede allo Stato molto potere, ma sempre per favorire e garantire la massima libertà dell’Individuo, che è il creatore, il centro e il fine dello Stato (antropocentrismo radicale). Questo è il “peccato originale” della modernità, dal quale derivano due correnti o rami principali: il democratismo liberale (Locke +1704: Hayek +1992, Mises +1973, Milton Friedman + 2006, R. Notzick + 2002) e lo pan-Statalismo hegeliano (Hobbes-Hegel: Marx e Gentile).

Prossimamente vedremo la Dottrina Politica di Aristotele, S. Tommaso e della ‘Seconda e Terza Scolastica’[29] riprese e rilanciate da Pio XII, il quale ha tentato di raddrizzare la via storta che stava prendendo l’umanità dopo la modernità (verso la fine della seconda guerra mondiale) e alle soglie della post-modernità o nichilismo filosofico (iniziato nel dopo-guerra ed esploso religiosamente nel 1962-65 e socialmente e culturalmente nel Sessantotto). Papa Pacelli ha cercato di far riprendere all’uomo la strada tracciata dai princìpi immutabili della filosofia aristotelico/tomistica e del Magistero tradizionale della Chiesa, ma purtroppo l’uomo contemporaneo ha preferito la filosofia del “nulla” e la teologia della “morte di Dio” alla filosofia dell’essere e alla voce del Pastore.

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d. Curzio Nitoglia

http://doncurzionitoglia.net/2013/05/25/386/

http://doncurzionitoglia.wordpress.com/2013/05/26/722/


  1. [1])Come manuale di base cfr. Raimondo Spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, Bologna, ESD, 1992.
  2. [2])Cfr. S. Gregorio Nazianzeno (+ 390), Hom. XVII; S. Giovanni Crisostomo (+ 407),Hom. XV super IIam Cor.; S. Ambrogio (+ 397), Sermo conta Auxentium; S. Agostino (+ 430), De civitate Dei (V, IX, t. XLI, col. 151 ss.); S. Gelasio I (+ 496), Epist. ad Imperat. Anastasium I; S. Leone Magno (+ 461), Epist. CLVI, 3; S. Gregorio Magno (+ 604), Regesta, n. 1819; S. Isidoro Da Siviglia (+ 636), Sent., III, 51; S. Nicola I, Epistul. Proposueramus quidam (865); S. Gregorio VII (+ 1085), Dictatus Papae (1075), I epistola a Ermanno Vescovo di Metz (25 agosto 1076), II epistola a Ermanno (15 marzo 1081); Urbano II (+ 1099), Epist. ad Alphonsum VI regem; S. Bernardo Di Chiaravalle (+ 1173), Epistola a papa Eugenio III sulle due spade; Innocenzo III (+1216), Sicut universitatis conditor (1198), Venerabilem fratrem (1202), Novit ille (1204); Innocenzo IV (+ 1254), Aeger cui levia (1245); S. Tommaso D’Aquino (+ 1274), In IVum Sent., dist. XXXVII, ad 4; Quaest. quodlib., XII, a. 19; S. Th., II-II, q. 40, a. 6, ad 3; Quodlib. XII, q. XII, a. 19, ad 2; Bonifacio VIII (+ 1303), Bolla Unam sanctam (1302); Cajetanus (+ 1534), De comparata auctoritate Papae et Concilii, tratt. II, pars II, cap. XIII; S. Roberto Bellarmino (+ 1621), De controversiis; F. Suarez (+ 1617), Defensio Fidei catholicae; Gregorio XVI (+ 1864), Mirari vos (1832); Pio IX (+ 1878), Quanta cura e Syllabus (1864); Leone XIII (+ 1903), Immortale Dei (1885), Libertas (1888); S. Pio X (+ 1914), Vehementer (1906); Pio XI (+1939), Ubi arcano (1922), Quas primas (1925), Pio XII (+ 1958), Discorso ai Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953.
  3. [3])Pio XII, Discorso al V Convegno Nazionale dell’Unione Giuristi cattolici italiani, 6 dicembre 1953.
  4. [4]) Immortale Dei, 1885.
  5. [5])N. Machiavelli, Opere di Niccolò Machiavelli (1631-1632 postume), Editore Salerno, Roma, 2006. Cfr. L. Strauss, Pensieri su Machiavelli (1958), tr. it., Milano, Giuffrè, 1970.
  6. [6])T. Hobbes, Leviatano (1651), tr. it., Bari-Roma, Laterza, 2001, VII ed.
  7. [7])J. Locke, Due Trattati sul governo e altri scritti politici (1690), tr. it., Torino, Utet, 1982, III ed.
  8. [8])G. Bien, La filosofia politica di Aristotele (1973), tr. it., Bologna, Il Mulino, 2000, p. 339.
  9. [9])Aristotele, Politica, Libro I, 1251a – 1252b.
  10. [10])Aristotele, Politica, Libro III, 1281a.
  11. [11])Aristotele, Politica, Lib. I, 1253a.
  12. [12])Aristotele, Politica, Lib. I, 1253a.
  13. [13])Aristotele, Politica, Lib. III, 1281a.
  14. [14])Aristotele, Politica, Lib., III, 1280b.
  15. [15])Aristotele, Etica nicomachea, Lib. VI, 1140a, 24 – 1140b, 10. Civile viene dal latino civis ossia il cittadino membro di una civitas o Stato. Civile è tutto ciò che ha raggiunto un certo grado di sviluppo sociale, intellettuale, morale, economico e tecnologico, mentre incivile è ciò che manca di tutto questo (N. Zingarelli). Lo stesso si può dire del termine “politico” e “a-politico”, “sociale” e “a-sociale”.
  16. [16])N. Machiavelli, Il Principe, in Opere di Niccolò Machiavelli, cit., vol. I, tomo 1, pp. 82-83.
  17. [17])W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (1821), tr. it., Roma-Bari, 1987; Id., Scritti politici (1798-1831), tr. it., Torino, Einaudi, 1972.
  18. [18])C. B. Macpherson, Libertà e proprietà alle origini del pensiero borghese. La teoria dell’individualismo possessivo da Hobbes a Locke (1962), tr. it., Milano, Isedi, 1973, II ed.,p. 303.
  19. [19])Secondo l’aristotelismo tomistico il fine dello Stato non è la ‘semplice vita fisica’ (come per l’Individualismo), ma la vita moralmente e virtuosamente buona, ossia la vita morale, intellettuale e spirituale.
  20. [20])Cfr. L. Strauss, Diritto naturale e storia (1953), tr. it., Venezia, Neri Pozza, 1957, pp. 200-245.
  21. [21])Aristotele, Etica nicomachea, Lib. VI, 1141b, 24-35.
  22. [22])S. Tommaso D’Aquino, De regimine principum, Lib. I, cap. 1.
  23. [23])K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca (1932 postumo), tr. it., Roma, Editori Riuniti, 1958; Id., Manifesto del partito comunista (1848), tr. it., Milano, Rizzoli, 2004, IIIa ed.; V. Lenin, Stato e rivoluzione (1917), tr. it., Roma, Editori Riuniti, 1970, IIa ed.; F. Engels, Antidühring (1878), tr. it., Roma, Editori Riuniti, IIa ed., 1971; Id., L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), tr. it., Roma, Editori Riuniti, 1963; K. Marx, Per la critica dell’economia politica, (1859), tr. it., Roma, Editori Riuniti,1957.
  24. [24])M. Bakunin, Rivolta e libertà, tr. it., Roma, Editori Riuniti, 1973.
  25. [25])F. A. von Hayek, Legge, legislazione,libertà. Una nuova enunciazione dei principi liberali della giustizia e dell’economia politica (1973), tr. it., Milano, Il Saggiatore, 1986; Id., La società libera, (1960), tr. it., Formello, Seam, 1998.
  26. [26])L. von Mises, Problemi epistemologici dell’economia, tr. it., Roma, Armando, 1988; Id., La mentalità anticapitalistica, Roma, Armando, 1988; Id., Socialismo. Analisi economica e sociologica (1922), tr. it., Milano, Rusconi, 1990.
  27. [27])R. Notzick, Anarchia, Stato, utopia (1974), tr. it., Milano, Il Saggiatore, 2005. Vi sono autori ultra liberali che oltrepassano anche la teoria dello “Stato minimo” di Notzick e asseriscono la totale anarchia liberale, libertaria, liberista e libertina, cfr. Murray N. Rothbard, L’etica della libertà (1982), tr. it., Macerata, Liberilibri, 1996; Id., Per una nuova libertà. Il manifesto libertario (1974), tr. it., Macerata, Liberilibri, 2004.
  28. [28])I regimi comunisti si sono chiamati “Repubbliche democratiche popolari socialiste” sovietiche o cinesi. Volendo significare che l’unica vera democrazia è quella repubblicana e socialista o popolare, mentre per il liberalismo la vera democrazia è quella individualista e libertaria.
  29. [29])La “Terza Scolastica” è nata con Leone XIII e il rilancio del neo-tomismo tramite l’enciclica Aeterni Patris (1879). Essa è stata continuata da San Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII. I filosofi che si sono contraddistinti in quest’epoca sono: Gaetano Sanseverino, Matteo Liberatore, Giovanni Cornoldi, Serafino Sordi, Luigi Taparelli-D’Azeglio, Tommaso Zigliara, Felice Cavagnis, Giovan Battista Franzelin, Felice Cappello, Alfredo Ottaviani, Reginaldo Garrigou-Lagrange, Francesco Olgiati, Sofia Vanni-Rovighi, Tomas Tyn, Cornelio Fabro, Battista Mondin, Dario Composta, Alfonso Maria Stickler, Reginaldo Pizzorni, Tito Sante Centi, Pietro Parente, Antonio Piolanti e Brunero Gherardini.

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Tradizione o modernità? Questo è il problema (del non cattolico)

di Redazione

Da qualche settimana, dopo un periodo di riposo e di preghiera, ha iniziato una collaborazione con Agerecontra.it, il giornalista Carlo Di Pietro. Le riflessioni di Di Pietro sono rivolte soprattutto ad un lettore che non è già Cattolico fedele alla Tradizione (ossia integralmente cattolico) e le ospitiamo con piacere perché possono essere utilissimi spiragli di luce in questa grave situazione di crisi.

di Carlo di Pietro

Cosa intendiamo per tradizione? Perché il termine viene così ricusato in alcuni ambienti? E perché la (T)tradizione apostolica e patristica è tema così caro al cattolico?

Queste sono domande tutto sommato non difficili, molto attuali, ma alle quali è d’obbligo comunque fornire una risposta anche breve, ben motivata e che non lasci spiragli o possibilità di repliche, salvo assistere ad inutili e ripetitive contro-teorie, e molte le conosciamo, sempre più risibili, inconsistenti dal punto di vista ecclesiologico e già bollate come dottrine eretico perniciose da Concilii e Papi.

Ogni trasmissione nel tempo di idee, credenze, costumi, teorie, eccetera … può essere considerata tradizione. Ora, le tradizioni possono avere comunque innumerevoli sfaccettature e svilupparsi in diversi contesti, quindi noi cercheremo di concentrare le nostre attenzioni su quella tradizione cristiana che, come ci insegna il Catechismo, è la trasmissione della Verità rivelata nell’ambito della Chiesa e nel corso dei secoli passati.

Useremo d’ora in avanti la T maiuscola in Tradizione.

La Tradizione può essere studiata in 2 differenti rami o sensi: “senso passivo – oggettivo” e “senso attivo”.

Il cosiddetto depositum fidei o deposito della fede, ad esempio, rientra nella tradizione “passivo oggettiva”, e rappresenta il complesso di tutte le verità di fede insegnate da Gesù agli Apostoli e Discepoli, i quali le trasmisero poi oralmente al “collegio dei Vescovi” in quanto questi erano i loro legittimi successori nel Magistero.

Come sappiamo, quindi, la Rivelazione termina con il decesso dell’ultimo Apostolo, da qui abbiamo certezza che non ci è consentito aggiungere alcunché, pena “abbandono volontario del cattolicesimo” (eresia pertinace o apostasia), alle verità da Essi tramandate mediante insegnamenti e successivi (anche di pochi anni) scritti “divulgativi”.

Infatti è dottrina certa che “l’opera del Magistero ecclesiastico deve limitarsi a trasmetterle (le verità) e spiegarle rilevandone tutte le implicazioni teoriche e pratiche” [Dizionario del Cristianesimo, P. Zoffoli, Sinopsis, p. 529].  Le verità varie compongono la Verità unica e lo vedremo. A tal proposito ricordiamo che il Concilio Vaticano I, affermando l’infallibilità del Sommo Pontefice,  ha così definito Universalmente: “Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché manifestassero, per la sua rivelazione, una nuova dottrina, ma perché con la Sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la Rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della Fede” [Concilio Vaticano I, Denzinger,  n. 3070].

E’ giunto il momento, sebbene brevemente, di spiegare anche il “senso attivo” della Tradizione. Parliamo di chi è effettivamente deputato, persona o “Società”, a tramandare o trasmettere la Verità che è stata rivelata, in maniera inequivocabile e quindi immodificabile.

Il senso proprio del depositum fidei può essere fatto conoscere e divulgato per il tramite dell’essere umano in prima istanza; l’uomo, composto sostanziale (anima e corpo) ed essere comunque macchiato dal peccato originale, può limitarsi solo a vivere il deposito ed a tramandarlo comprendendo vita e scritti di Pardi, Scrittori ecclesiastici, uomini di provata fede, catechisti esemplari, esempi di santità e virtù, esegeti uniti dall’unanimità di consenso, mistici, eccetera … In questo contesto, nel “senso attivo umano”, non può esservi alcuna infallibilità, proprio perché questo attributo è appartenente (ancora solo) al Creatore e non all’uomo, dunque la circostanza sulle prime potrebbe complicarsi, eppure troveremo una soluzione più semplice del previsto, così come Cristo ha comandato, e risolveremo anche l’ “ancora solo”.

Cristo ci parla di genere divino ed infallibile (“senso attivo” con indefettibilità) della trasmissione della Tradizione – San Pietro in veste di Dottore universale e Sovrano primo Pontefice e non in quanto uomo Simone e pescatore di pesci – quindi giungiamo al senso proprio del Magistero universale, ordinario e solenne della Chiesa cattolica. Lo stesso Magistero che è si “organo vivo”, ma assolutamente non prevede alcunché di invenzione nuova, di parere d’uomo, di innovazione che contrasti con la Tradizione precedente, che è di Dio stesso. Possiamo quindi affermare con certezza che ogni singolo atto di Magistero è esso stesso un atto tradizionale (di Tradizione) perché è “trasmissione di un contenuto” una volta e per l’eternità.

Come ha origine la nostra e vera Religione? Tutti noi sappiamo che traiamo la verità rivelata dalla Bibbia, però il Testo Scaro è sì parola di Dio ma non è stata scritta da Dio, da qui la certezza che furono mani di uomini a scrivere il Testo ed riportare la Parola, spesso fu fatto anche usando generi letterari che meglio rendevano comprensibile all’uomo il grandioso Mistero che ancora doveva rivelarSi. Partendo da questa ovvia considerazione, ci viene in aiuto risolutivamente e certissimamente il subordine in “senso attivo” alla Tradizione, ossia “la stessa Autorità della Chiesa”, autorità di Pietro in qualità di Vicario di Cristo e di Capo universale degli Apostoli e della Chiesa stessa, Chiesa vera intesa quale Società visibile e gerarchica fondata da Cristo.

Gli agiografi, difatti, poterono riconoscere gli insegnamenti divini e tramandarli ai posteri, escludendo ogni errore (inerranza), traducendo in forma scritta gli insegnamenti del Maestro, ma lo fecero bene solo ed esclusivamente poiché la Parola scaturiva dalla Chiesa detta Docente e l’operato degli stessi era subordinato alla Tradizione, al Magistero della Chiesa, il solo in grado di identificare e discernere l’origine divina e certissima del Messaggio medesimo.

Da qui ne viene anche la certezza stessa che nessuna rivelazione privata o presunta “illuminazione esegetica post moderna” potrà mai intaccare o modificare i canoni.

Abbiamo appreso, adesso, il perché la Tradizione non può essere in alcun modo alterata ed il perché qualora ciò dovesse accadere, ne risentirebbe il danno l’ecclesiologia stessa, quindi è evidentemente palese che non potrebbe trattarsi (la variazione) di dottrina certa originata dal bene, pertanto sarebbe dottrina adulterata, ovverosia non autentica, di fonte non cattolica, pertinace ed inefficace.

La Tradizione, possiamo dire, precede la Scrittura stessa perché è da Dio, ne fissa il canone garantendone divina ispirazione ed inerranza (esente da errori – dogma), la completa poiché non ne è semplicemente la sintesi e la interpreta correttamente per evitarne derive protestanti (libero esame, sola scriptura, millenarismi, ecc…).

La Costituzione dogmatica Dei Verbum (8-9) del  18 Novembre 1965 ci dice “Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (cfr. 2 Ts 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre. Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all’incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede”.

“Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega. È questa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l’intero canone dei libri sacri e nella Chiesa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre Scritture”.

La Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e di conseguenza l’una e l’altra, Tradizione prima e Scrittura poi, devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza. [cfr. Decr. De canonicis Scripturis, Denzinger, n.  783].

La quaestio finale sorge spontanea: e allora perché accade ciò che sembra accadere? E quale è il limite fissato da Dio?

Come sempre invito il lettore alla preghiera ed alla vicinanza ai Sacramenti, altresì faccio un appello alla riflessione ed allo studio della materia!

Questo discorso, mare tumultuoso ed “infinito” negli scritti dell’eresiarca, ha invece nel Sapiente una fine breve e certa. Chiudo quindi con Galati I 6,10 “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!”

http://www.agerecontra.it/public/pres30/?p=11449

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L’infallibilità della Chiesa e del Papa: Magistero Universale e Ordinario

image001[1]di Carlo Di Pietro

«Il Magistero ecclesiastico è quello principalmente orale affidato da Cristo, “Parola-Incarnata”, alla Chiesa nei suoi ministri, per comunicare il contenuto della Rivelazione pubblica quanto alle verità da credere ed ai doveri da compiere in ordine alla salvezza eterna. Alle origini, il Magistero degli Apostoli inaugura la Tradizione della “Parola di Dio”, che poi, essendo stata scritta, ci ha dato i libri del Nuovo Testamento.

Duplice è la forma del Magistero ecclesiastico: solenne ed ordinaria. La prima è esercitata personalmente dal Papa quando parla ex cathedra, e dal Concilio ecumenico che sentenzia sotto la sua presidenza. La seconda consiste nel Magistero dell’episcopato cattolico disperso nel mondo, che svolge la sua missione in sintonia col Vescovo di Roma» [Dizionario del cristianesimo, Synospis, 1992, v. Magistero].

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«Poiché l’uomo dipende totalmente da Dio, suo Creatore e Signore, e la ragione creata è sottomessa completamente alla verità increata, quando Dio si rivela, dobbiamo prestargli, con la fede, la piena soggezione dell’intelletto e della volontà. Quanto a questa fede —inizio dell’umana salvezza— la Chiesa Cattolica professa che essa è una virtù soprannaturale, per cui, sotto l’ispirazione di Dio e con l’aiuto della grazia, crediamo vere le cose da lui rivelate.

Con fede divina e cattolica deve credersi tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o tramandata, e che è proposto dalla Chiesa come divinamente rivelato sia con giudizio solenne, sia nel suo Magistero ordinario universale.

Poiché senza la Fede è impossibile piacere a Dio e fare parte dei suoi figli, senza di essa nessuno può essere mai giustificato, come nessuno conseguirà la vita eterna, se non persevererà in essa fino alla fine. Perché poi potessimo soddisfare al dovere di abbracciare la vera Fede e di perseverare costantemente in essa, per mezzo del Figlio suo Dio istituì la Chiesa, provvedendola delle note di una istituzione divina, perché potesse essere conosciuta da tutti come la Custode e la Maestra della parola rivelata.

La stessa Chiesa, anzi, con la sua ammirabile propagazione, con la sua eminente santità, con la sua inesausta fecondità in ogni bene, con lo spettacolo della sua unità e della sua incrollabile stabilità, è un grande, perenne motivo di credibilità ed una irrefragabile testimonianza della sua missione divina.

Per cui, non è affatto uguale la condizione di quelli che attraverso il celeste dono della Fede hanno aderito alla Verità Cattolica e di quelli che, mossi da considerazioni umane, seguono una falsa religione. Quelli, infatti, che hanno ricevuto la Fede sotto il Magistero della Chiesa non possono mai avere giustificato motivo di mutare o di dubitare della propria Fede. Stando così le cose, rendiamo grazie a Dio Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei suoi Santi nella luce e non trascuriamo una così abbondante salvezza; ma, guardando all’autore della Fede e al suo perfezionatore, Gesù, teniamo forte la confessione della nostra speranza». [Concilio Vaticano Primo — Definizione della dottrina della fede cattolica e del primato e dell’infallibilità Papale — SESSIONE I, 8 dicembre 1869; Denzinger, 3008 e succ.].

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«[…] i padri del concilio Costantinopolitano IV, seguendo le orme dei predecessori, emisero questa solenne professione: “Prima condizione per la salvezza è quella di custodire la norma della retta Fede. E poiché non si può trascurare la espressione del Signore Nostro Gesù Cristo, che dice: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, questa affermazione si verifica nei fatti, perché nella Sede Apostolica la Religione Cattolica è stata sempre conservata pura e la dottrina santa tenuta in onore. Non volendo separarci affatto, perciò, da questa Fede e dottrina, speriamo di essere nell’unica comunione che la Sede Apostolica predica, nella quale è la intera e vera solidità della Religione cristiana.

[…] aderendo fedelmente ad una tradizione accolta fin dall’inizio della Fede cristiana, a gloria di Dio, nostro salvatore, per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del Santo Concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato che il Romano pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e maestro di tutti i cristiani, in virtú della sua suprema autorità apostolica definisce che una dottrina riguardante la Fede o i costumi dev’essere ritenuta da tutta la Chiesa, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotata la sua Chiesa, allorché definisce la dottrina riguardante la Fede o i costumi. Quindi queste definizioni sono irreformabili per virtú propria, e non per il consenso della Chiesa.

Se poi qualcuno —Dio non voglia!— osasse contraddire questa nostra definizione: sia anatema». [Ibid. – SESSIONE IV, 18 luglio 1870; ibid.]

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«In entrambe le forme, il Magistero, contenuto nei limiti di un’interpretazione autentica della parola di Dio in materia di Fede e costumi e valido per tutti i credenti, non può non essere infallibile in quanto continua l’opera illuminante del Verbo, suprema e assoluta Fonte di verità e di certezza.

Se per assurdo tutta la Chiesa (Pastori e fedeli) cadesse in errore per un solo momento, l’opera redentrice del Cristo risulterebbe vana, e menzognere dovrebbero ritenersi le sue promesse di assistenza» [Dizionario del cristianesimo, Synospis, 1992, v. Magistero].

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«L’infallibilità di tutta la Chiesa

Dio stesso, dunque, l’assolutamente infallibile, ha voluto dotare il suo Popolo nuovo, che è la Chiesa, di un’infallibilità partecipata, circoscritta alle cose riguardanti la Fede e i costumi […]. “L’universalità dei fedeli, che hanno l’unzione ricevuta dal Santo (cf. 1Gv. II,20 e 27), non può ingannarsi nel credere, e manifesta questa sua singolare proprietà mediante il soprannaturale senso della Fede di tutto il popolo, quando ‘dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici’ (S. Agostino, De Praed. Sanct. XIV,27) esprime l’unanime suo consenso in cose riguardanti la fede e i costumi”. […] Cristo ha stabilito in Pietro “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità di Fede e di comunione” […] “il Magistero dei Vescovi è, per i credenti, il segno e il tramite che consente loro di ricevere e di riconoscere la parola di Dio”.

L’infallibilità del Magistero della Chiesa in sintesi

Gesù Cristo, nell’affidare ai Pastori l’incarico di insegnare il Vangelo a tutto il suo Popolo e all’intera famiglia umana, volle dotare il loro Magistero di un adeguato carisma di infallibilità in cose riguardanti laFede e i costumi. […] Nell’esercizio della loro funzione i Pastori della Chiesa sono convenientementeassistiti dallo Spirito Santo; e questa assistenza raggiunge il vertice, quando ammaestrano il Popolo di Dio in modo tale che, per le promesse di Cristo a Pietro e agli altri Apostoli, il loro insegnamento è necessariamente immune da errore.

Questo si verifica quando i Vescovi dispersi nel mondo, ma in comunione di Magistero col Successore di Pietro, convergono in un’unica sentenza da ritenersi come definitiva. Lo stesso avviene ancora in modo più evidente, sia quando i Vescovi con atto collegiale —come nel caso dei Concili ecumeniciunitamente al loro Capo visibile definiscono che una dottrina dev’esser ritenuta [certa, cattolica], sia quando il Romano Pontefice “parla ex cathedra, quando cioè, nell’adempimento dell’ufficio di pastore e dottore di tutti i cristiani, con la sua suprema potestà apostolica definisce che una dottrina sulla fede o sui costumi dev’esser tenuta dalla Chiesa universale” […]. Secondo la dottrina cattolica, l’infallibilità del Magistero della Chiesa si estende non solo al deposito della Fede, ma anche a tutto ciò che è necessario perché esso possa esser custodito od esposto come si deve.

Fondandosi appunto su questa verità, il Concilio Vaticano I definí qual è l’oggetto della Fede cattolica: “Si devono credere con fede divina e cattolica tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o trasmessa, e che dalla Chiesa, con solenne giudizio o nel Magistero ordinario e universale, sono proposte a credere come divinamente rivelate”. Di conseguenza, l’oggetto della fede cattolica —che specificamente va sotto il nome di dogmi— come necessariamente è ed è sempre stato la norma immutabile per la fede, altrettanto lo è per la scienza teologica» [Congregazione per la Dottrina della Fede,DICHIARAZIONE CIRCA LA DOTTRINA CATTOLICA SULLA CHIESA PER DIFENDERLA DA ALCUNI ERRORI D’OGGI, Prefetto Francesco Card. Seper, 24.06.1973, Ratifica e conferma Paolo VI, 11.05.1973).

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«L’indefettibilità è la proprietà per la quale la Chiesa, nonostante i limiti dei suoi membri e l’ostilità delle circostanze, è capace di reagire, propagarsi e compiere la sua missione, come le è stato assicurato dal suo Fondatore e la storia finora ha dimostrato ampiamente (cf. Mt XVI,18)» [Dizionario del cristianesimo, Synospis, 1992, v. indefettibilità].

«Infallibilità è quella prerogativa personale goduta dal Papa quando parla “ex cathedra”, cioè si rivolge a tutti i fedeli quale loro Pastore e Dottore universale, interprete della Rivelazione in materia di Fede e costumi, indipendentemente dal consenso della Chiesa.

L’infallibilità spetta pure al Concilio ecumenico, se d’accordo col Papa che ne approva le decisioni…, e al Magistero universale-ordinario quando —sempre in materia di Fede e morale— si svolge sotto la tacita approvazione del Vicario di Cristo. L’infallibilità pontificia è dogma di fede, solennemente definito da Pio IX nel Concilio Vaticano I, il 18 luglio 1870 [Denzinger, 3074].

Da notarsi che: a) l’infallibilità non è la santità…; b) non è l’onniscienza…; c) non è l’abilità politica, diplomatica (Denzinger, 3116). Si tratta di un “carisma” personale, il cui esercizio si rivela attraverso varie condizioni:

1) il Papa deve parlare come Pastore e Dottore universale, nella piena affermazione del suo potere di Organo dello Spirito Santo per tutti i fedeli. Dunque, non è infallibile quando si esprime con la parola e gli scritti come teologo privato, e molto meno come “sovrano temporale”;

2) il Papa deve interpretare il senso della Parola di Dio tramandata e scritta riguardante le verità da credere e i doveri da compiere per conseguire la salvezza. A tale oggetto primario (= diretto) è associato quellosecondario (= indiretto) relativo alle verità necessariamente connesse con quelle rivelate;

3) il Papa deve esprimersi in modo tale da far capire chiaramente e certamente che parla come supremo e universale Pastore dei fedeli. […] Per ritenere che il Papa parla ex cathedra e il suo insegnamento è infallibile, non è necessario che si valga di formule specifiche: basta che la sua dottrina sia proposta in maniera categorica a tutti i fedeli quale eco e incisiva conferma del costante Magistero della Chiesa. Uno degli esempi più recenti riguarda le pratiche onanistiche-contraccettive condannate da Pio XI nell’enciclica Casti connubii, del 31 dicembre 1930» [Dizionario del cristianesimo, Synospis, 1992, v. infallibilità].

Concludendo: perché si abbia locuzione ex cathedra si richiedono quattro condizioni: — che il Papa parli alla Chiesa universale; — che usi tutta la sua suprema autorità apostolica; — che intenda definire; — che si tratti di una cosa riguardante la Fede e la morale.

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Sull’infallibilità nel dettaglio nel Magistero ordinario

Come insegna il concilio Vaticano I, «ai successori di Pietro non fu promesso lo Spirito Santo perché, per sua rivelazione, manifestassero una nuova dottrina, ma perché, per la sua assistenza, custodissero inviolabilmente ed esponessero con fedeltà la rivelazione trasmessa dagli apostoli, ossia il deposito della Fede» [Concilio Vaticano I, De Eccl. Christi. cap. 4]. Pertanto dal consenso universale del Magistero ordinario della Chiesa si trae un argomento certo e sicuro.

«[…] abbiamo citato le parole del concilio Vaticano, da cui risulta che dobbiamo credere per fede divina e cattolica tutto ciò che è contenuto nella Sacra Scrittura e nella tradizione, e che la Chiesa col Magistero universale ci propone a credere come da Dio rivelato. Esiste, dunque, nella Chiesa un Magistero ordinario infallibile, che ha quindi il potere di proporre dei dogmi di fede.

La Chiesa esercita il suo Magistero ordinario in diversi modi.

1) Magistero ordinario per dottrina espressa.

Il Magistero ordinario si esercita prima di tutto per mezzo della dottrina espressamente proposta e che viene comunicata, fuori delle definizioni formali, dal sommo pontefice o dai vescovi per tutta la Chiesa. […] Nel comunicare la dottrina cattolica ai fedeli la Chiesa accetta la partecipazione degli autori sacri, specialmente di quelli da lei espressamente approvati, come sono i santi padri, i dottori e i grandi teologi.

Ora, anche il Magistero ordinario della Chiesa può, di diritto, bastare perché la verità che viene proposta sia di fede cattolica, sebbene la Chiesa più volte abbia giudicato necessario intervenire con una definizione solenne; quindi tutto ciò che riguarda la Fede e i costumi, e che dal Magistero ordinario viene infallibilmente insegnato come rivelato, deve considerarsi verità da tenersi di fede divina e cattolica, benché di fatto molti non lo dicano.

Nell’enciclica Diuturnum illud (del 1881) di Leone XIII s’insegna che l’origine divina della potestà civile è con evidenza attestata dalla Sacra Scrittura e dai monumenti dell’antichità cristiana. Nell’enciclica Arcanum divinae sapientiae (del 1880) dello stesso Leone XIII, sul matrimonio cristiano, s’insegna la divina istituzione di questo sacramento, la sua indissolubilità e il diritto esclusivo e integrale della Chiesa sul matrimonio dei cristiani. Nell’enciclica Providentissimus Deus (del 1893), sempre di Leone XIII, questi due punti sono sicuramente di fede cattolica: la nozione cattolica dell’ispirazione e l’assenza di ogni errore nel testo scritturale fedelmente conservato. Perciò che i libri della Scrittura godano in tutto di autorità infallibile è di fede cattolica, quantunque non sia solennemente definito. Nell’enciclica Immortale Dei (del 1885), anch’essa di Leone XIII, s’insegna la massima indipendenza della Chiesa dall’autorità civile, e che essa per istituzione divina ha piena e assoluta autorità nel campo suo. Il Simbolo atanasiano, approvato dal Magistero ordinario dei sommi pontefici, che lo fanno recitare ai sacerdoti nel breviario, ha valore dogmatico.

Così dal Magistero ordinario vengono insegnate quelle verità dogmatiche che sono contenute nelle formule di professione di Fede richieste dalla Santa Sede, come per esempio, nel simbolo di Papa Ormisda sull’infallibilità del romano pontefice, nella professione di Fede tridentina di Pio IV, nelgiuramento contro i modernisti. Le proposizioni contenute in questi documenti, quando certamente si può provare esservi insegnate come rivelate, sono di fede cattolica. Se inoltre vi si trova qualche verità non rivelata, questa è sempre una verità certissima; e anche in questa il Papa è infallibile, e il negarla sarebbe peccato mortale.

2) Magistero ordinario per dottrina implicita.

La Chiesa esercita il suo Magistero ordinario non soltanto dichiarando espressamente la dottrina da tenersi per Fede, ma anche mediante la dottrina implicitamente contenuta nella prassi, ossia nella vita stessa della Chiesa.

La dottrina divina, infatti, comunicata alla Chiesa dalla parola di Dio, o il deposito della fede, può essere trasmessa per tradizione scritta, per tradizione orale e anche per tradizione pratica. Modi questi dei quali l’uno non esclude l’altro; anzi la trasmissione che avviene per mezzo della pratica, almeno suppone sempre qualche altra dottrina esplicita trasmessa per iscritto o attraverso la predicazione, in seguito alla quale si sia venuta formando la pratica […].

Così per ciò che riguarda la liturgia, quantunque non si possa dire, come pensano i modernisti, che essa crea i dogmi, tuttavia, appunto perché la liturgia riflette la fede della Chiesa, è prova di molti dogmi e perciò di molte verità teologicamente certe. Non c’è dubbio che nel modo con cui la Chiesa prega e loda il Signore, esprime ciò che crede e come lo crede e in base a quali concetti essa onora pubblicamente Dio. E benché non ripugni che talvolta la Chiesa, in cose di poca importanza, tolleri in orazioni antiche qualche espressione non del tutto esatta, non può tuttavia permettere che in suo nome si usino nella liturgia modi di dire contrari a ciò ch’essa ritiene e crede.

Quanto alla vita giuridica della Chiesa, bisogna dire che i concili generali e il Papa non possono stabilire leggi la cui osservanza sia peccato. Cristo, infatti, dette alla Chiesa la potestà di giurisdizione per condurre gli uomini alla vita eterna; ma se la Chiesa nelle sue leggi includesse il peccato mortale, obbligherebbe gli uomini a perdere la vita eterna. Né, d’altra parte, Dio può dispensare dalla legge naturale. Perciò la Chiesa non può definire come vizio ciò che è onesto, né, al contrario, onesto ciò che è vizio; non può approvare ciò che sia contrario al Vangelo o alla ragione.

Quindi nel Codice di Diritto Canonico non può esservi nulla che si opponga in qualche modo alle regole della Fede e alla santità del Vangelo, poiché la legislazione ecclesiastica deve necessariamente avere un nesso di dipendenza dai principi morali rivelati, che la Chiesa ha il compito d’interpretare e applicare per tutti i fedeli.

Di più vi sono nel Codice alcune cose che possiamo chiamare fatti dogmatici, in quanto la Chiesa determina in specie alcune osservanze che nella legge divina o naturale sono promulgate soltanto in termini generali, come, per esempio, il precetto di accostarsi alla Santa Comunione. E finalmente la Chiesa nel Codice deduce anche delle conclusioni più o meno necessarie dalle verità rivelate e le impone. Perciòogniqualvolta il Codice propone qualche dottrina riguardante la Fede e la morale come fondamento delle sue prescrizioni, questa dottrina va ritenuta come insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario.

3) Magistero ordinario per approvazione tacita.

Il Magistero ordinario viene finalmente esercitato dalla Chiesa anche in modo tacito, cioè per una tacita approvazione ch’essa dà alla dottrina dei santi padri, dei dottori e dei teologi. Ciò risulta dal permettere essa che tale insegnamento venga diffuso in tutta la Chiesa. Si capisce però che quest’approvazione tacita non sarebbe da sé sufficiente per avere un dogma di fede.
Conclusione: quando dunque si dice che una verità va creduta per fede divina e cattolica vuol dire ch’essa è un dogma di fede, cioè una verità rivelata da Dio e proposta dalla Chiesa. In due modi la Chiesa propone le verità da credersi per Fede: o solennemente o per mezzo del Magistero ordinario; se avviene solennemente, allora la verità si dice di fede definita; se invece viene proposta dall’insegnamento ordinario nei vari modi sopra esposti potrebbe senz’altro dirsi dogma di Fede cioè di Fede divina e cattolica» [Sisto Cartechini S.I., Dall’opinione al Domma. Valore delle Note Teologiche, Roma, Civiltà Cattolica, 1953].

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Conclusione

C’è confusione e ne ho già parlato in vari articoli, per di più sembrano esserci taluni che praticamente si sono inventati un “interruttore dell’infallibilità”, come se un Pontefice potesse accendere o spegnere questo “interruttore” a suo piacimento. Bé, non è così e cercherò di spiegarlo in parole molto semplici e, forse, anche con “ingenuità”, alla luce del, seppur brevissimo, studio qui presentato [si può approfondire studiando le note].

L’infallibilità, dalla dottrina cattolica, dice che Dio non consente che il Papa e la Chiesa inducano ufficialmente in errore i fedeli; quindi un Pontefice in qualità di dottore privato potrebbe errare ma, sebbene lo scandalo, non sarebbe colpevole di condurre ufficialmente il gregge al peccato.

Evitare l’errore ufficiale è certo tema che riguarda anzitutto Dio, poiché potremmo dire semplicemente che spetta a Dio “organizzarsi”, e lo fa, affinché tutto sia “come deve essere” e come la Rivelazione ci ha insegnato.

Più semplicemente si può affermare che un Papa, quando guida la Chiesa universale in modo definitivo su Fede e costumi, viene assistito da Dio infallibilmente (abbiamo appreso il come).

Non esiste una “formula magica” da dire o da citare per rendere infallibile un’azione papale, ad esempio non è necessario usare obbligatoriamente e sempre frasi del tipo “in virtù dell’apostolica autorità” o aggiungere a conclusione “chi crederà il contrario è in anatema”; ciò che conta per avere l’infallibilità è quello che il Papa sta facendo o dicendo e non la formula scritta o verbale che usa per farlo, come abbiamo appreso dal breve studio sul Magistero.

Cosa fa quindi il Papa quando è infallibile?

Egli sta vincolando tutta la Chiesa universale in modo definitivo su un qualcosa; Dio dunque lo assiste, perché altrimenti, in caso di fallo, potrebbe indurre in errore le anime, potrebbe condurle al peccato mortale.

La astutissima novità che pare essere stata introdotta negli ultimi anni è la seguente: si dice che il Papa parla in modo definitivo, al punto da invocare a rafforzamento delle sue dichiarazioni universali o ordinarie finanche la divina Rivelazione ma, per il fatto che aggiunge la “contro-formula” che non si tratta di dichiarazioni “dogmatiche” ma di “pastorali”, non è necessario che egli sia assistito infallibilmente. Ad esempio, ciò sembrerebbe essersi verificato nel Concilio Vaticano II.

Se è così, il risultato sembra non essere “cosa buona”. E lo spiegherò:

– Nel caso su indicato si può dire che il Papa ha parlato come dottore privato? La risposta è no, poiché si è espresso, ad esempio, in un Concilio universale, i cui documenti sono stati approvati dal Papa con la firma;

– Si può dire che in questo caso non ha vincolato? No, perché ha invocato la Rivelazione che è vincolante (e lo vedremo nello specifico); ed ancora no perché i Papi successivi hanno sempre confermato con la prassi e con le parole esplicitamente quella dottrina espressa;

– Si può dire che non è un atto universale? Assolutamente no, perché se si parla di Concilio ecumenico, quindi universale e non provinciale o diocesano, c’è universalità diretta ed esplicita.

Dunque il risultato quale potrebbe essere?

È evidente che nell’esempio su posto, sebbene si parli di Concilio “pastorale” e non “dogmatico”, comunque: 1) Ha parlato il Papa come pastore universale; 2) Ha parlato la Chiesa tutta ufficialmente ed universalmente.

Provi un vescovo ufficialmente ad emanare successivi testi vincolanti per la sua comunità locale, che in qualche modo possano discostarsi dai documenti di quel Concilio. Avrà vita breve ed è già successo molte volte, poiché il vescovo verrebbe accusato di aver emanato un magistero non in sintonia e armonia con quello del Pontefice.

Ma allora come mai molti sostengono che, come nel caso di alcuni documenti del Concilio Vaticano II, vi siano errori che hanno stravolto l’ecclesiologia?

Si potrebbe pensare ad un inganno di Satana, studiato a tavolino, proprio per indurre in futuro a negare in un qualche modo l’infallibilità del Pontefice. Tanto più che noi sappiamo esserci due tipi di infallibilità coinvolte:

– Quella del Papa senza la Chiesa (senza Concilio);

– Quella della Chiesa universale (a patto che vi sia il Papa a ratificare, altrimenti il Concilio non è universale).

Per capire meglio rileggiamo un breve estratto dal Concilio Vaticano Primo, Pio IX, Pastor Aeternus: «[…] Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la Fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla Fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per sé stesse, e non per il consenso della Chiesa».

Gode dunque di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la Sua Chiesa; da qui possiamo dire che il Papa è infallibile, come abbiamo visto, quando si esprime da solo, come è infallibile la Chiesa quando si esprime col Papa.

Ci sono due precise infallibilità: ebbene nel Concilio Vaticano II, ad esempio, sembrano essersi manifestate tutte e due le infallibilità, in modo sia definitivo che universale, pertanto è quantomeno strano trovarci davanti ad un presunto “pastorale”.

Dunque sarebbero incorsi in errore Papa e Chiesa in contemporanea, stando alle opinioni di alcuni?

V’è di più. Stando alle numerose eccezioni sollevate da vari fronti, sembrerebbe addirittura che [Giovanni XXIII prima e] Paolo VI avrebbe proferito una confusa e ambigua affermazione di base, e lo avrebbe fatto proprio quando ha stranamente dichiarato che il Concilio Vaticano II “non è dogmatico”. Si legge: «Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e cosí palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli» [Paolo VI, Udienza generale, 12.01.1966].

Potrebbe essere ignoranza?

1) Questi [Paolo VI e Giovanni XXIII] avrebbero dimostrato, probabilmente, di non sapere che non esistono documenti o concilii totalmente dogmatici e non dogmatici, poiché tutto dipende da cosa si esprime in essi. Ci può essere, ad esempio, addirittura un documento definito “non dogmatico” (una lettera ad una singola diocesi), in cui però anche se solo in un “paragrafo” il Papa vincola [in qualche modo] tutti in modo definitivo su qualcosa, ebbene in quel preciso punto si manifesta l’infallibilità;

2) Ci può essere diversamente un documento “dogmatico” in cui in alcuni punti il Papa parla sì, ma senza vincolare nessuno; ebbene in quei precisi punti non sta parlando infallibilmente.
È ovvio che la dogmaticità non dipende affatto dal “titolo” o dalla “presentazione” che si vuol dare ad un Concilio, ma anzi dipende da cosa dice e da come lo dice in ogni singolo rigo.

Ebbene, anche se volessimo passare il titolo di “Concilio non dogmatico”, in alcuni punti è evidentemente certo che ha vincolato ed ha parlato universalmente, quindi sarebbero stati (Papa e Chiesa con Papa) comunque assistiti!

Esempio: in Dignitatis Humanae al n° 9 si legge: «Quanto questo Concilio Vaticano [secondo] dichiarasul diritto degli esseri umani alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità della persona, le cui esigenze la ragione umana venne conoscendo sempre più chiaramente attraverso l’esperienza dei secoli. Anzi, una tale dottrina sulla libertà affonda le sue radici nella Rivelazione divina, per cui tanto più va rispettata con sacro impegno dai cristiani». Ha vincolato !!!

Ci si può rendere conto, anche solo leggendo, che il Concilio ed il Papa invocano universalmente la Rivelazione e, come dice Leone XIII in Satis Cognitum: «Per questo i padri del concilio Vaticano (Primo) nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della Fede, quando decretarono: “Per Fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale magistero come verità da Dio rivelata”».

Sembrerebbe dunque che se [Giovanni XXIII o] Paolo VI con il suo “pastorale e non dogmatico” cercava di dire che quel magistero ordinario e universale non è infallibile, forse stava aggiungendo probabilmenteerrore ad errore, proprio perché è stata addirittura citata la Rivelazione, in una sua implicita interpretazione [«Quantunque, infatti, la Rivelazione non affermi esplicitamente il diritto all’immunità dalla coercizione esterna in materia religiosa, fa tuttavia conoscere la dignità della persona umana in tutta la sua ampiezza, mostra il rispetto di Cristo verso la libertà umana degli esseri umani nell’adempimento del dovere di credere alla parola di Dio, e ci insegna lo spirito che i discepoli di una tale Maestro devono assimilare e manifestare in ogni loro azione»] a conferma di una dichiarazione universale e vincolante.

Si possono comunque interpretare “bonariamente” le loro parole: «Dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità […] ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario». Bé, in questo caso verrebbe da rispondere “bonariamente” che questo Concilio [Vaticano II] ha evitato di pronunciare in modo straordinario (i dogmi dotati della nota di infallibilità)… e questo è vero visto che “il modo straordinario” prevede proprie formule espositive, ma comunque si è pronunciato in modo ordinario supremo ed universale. Dunque, ogni qual volta, il Concilio si è espresso in modo definitivo invocando la Rivelazione, doveva essere infallibilmente assistito, altrimenti nel definire avrebbe indotto il popolo al peccato mortale.

Potrebbe quindi essere possibile che questo evidente supremo magistero ordinario si è espresso invocando la Rivelazione ed ha errato? Si deve quindi negare l’inerranza della Rivelazione? Si deve negare il carattere di magnificenza e di vincolo della Rivelazione? Si deve quindi stravolgere l’ecclesiologia?

Si deve negare l’infallibilità o forse si deve negare l’autenticità dei documenti, o la stessa verità che gli autori fossero “Chiesa“?

Pare più ovvio che chi pensa esserci un “interruttore dell’infallibilità” e quindi pensa disobbedire “a piacimento” voglia far “appoggiare” la certezza della Fede più sul proprio parere personale che sull’infallibilità del Papa e della Chiesa universale.

Questi signori spesso citano San Bellarmino per giustificare la probabile “disobbedienza a rate”, ed ancor più sembrano sbagliare, poiché il Bellarmino difende a tal punto l’autorità del Papa, in una delle sue ipotesi, che arriva ad affermare che qualora il Pontefice affermasse da privato dottore eresie, non sarebbe più Papa, poiché sono incompatibili il ruolo di Papa e l’eresia pubblica pertinace.

San Roberto Bellarmino nel De Romano Pontifice (Cap. XXX): “La quinta opinione (riguardo all’ipotesi del papa eretico) pertanto è vera; un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto (per se) cessa di essere Papa e capo (della Chiesa), poiché a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione”.

Il Bellarmino, e Sant’Alfonso con lui, sostiene che molto probabilmente è impossibile che il Papa cada in eresia “occulta”. Alfonso Maria de’ Liguori nel libro Verità della Fede scrisse, con riferimento a quanto detto dallo stesso Bellarmino: «Che poi alcuni pontefici sieno caduti in eresia, taluni han cercato di provarlo, ma non mai l’han provato, né mai lo proveranno; e noi chiaramente proveremo il contrario nel fine del cap X. Del resto, se Dio permettesse che un Papa fosse notoriamente eretico e contumace, egli cesserebbe d’essere Papa, e vacherebbe il pontificato. Ma se fosse eretico occulto, e non proponesse alla chiesa alcun falso dogma, allora niun danno alla Chiesa recherebbe; ma dobbiamo giustamente presumere, come dice il cardinal Bellarmino, che Iddio non mai permetterà che alcuno de’ pontefici romani, anche come uomo privato, diventi eretico né notorio né occulto».

Il fatto che il Papa non possa cadere in eresia nemmeno personalmente, è molto probabile (concetto sostenuto da Bellarmino, Sant’Alfonso e altri, soprattutto rifacendosi alla promessa di Gesù a Pietro:«Pietro, ho pregato che la tua fede non venga meno»), ma non siamo obbligati a crederlo, perché su questo specifico argomento (eresia personale del Papa: possibile o no?) la Chiesa o un Papa non si sono mai espressi definitivamente. Sant’Alfonso nel testo prima citato spiega anche esattamente cosa avvenne realmente nei casi che la storia ricorda di Papi incorsi in eresia per errore, come si manifestò realmente l’errore e come si “rimediò”.

L’uomo dell’interruttore” sembra scartare le varie ipotesi plausibili:

1) quella che il Papa non può cadere in eresia nemmeno personalmente. Fin qui va bene, poiché è ipotesi non vincolante;

2) quella che il Papa è infallibile anche nel magistero universale ordinario, ed in questo caso erra, poiché si tratta di argomento definitivo di Fede cattolica;

3) E persino la notissima Dottrina cattolica, anch’essa di Fede, che un eretico non è più membro della Chiesa, al pari di un apostata, di un giudeo, di un infedele, di uno scismatico o di uno scomunicato.

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