Vedi anche il Signore dell'”Anello”

A parte le Guerre Puniche mi si attribuisce di tutto!” Giulio Andreotti

Se si condanna Andreotti è giusto condannare anche 70 anni di storia senza salvare nulla: dal dopoguerra all’ultimo Golpe. Perchè tutto è intriso di menzogna e di ingiustizie. Tanto che i giovani politici sembrano stare là proprio perchè non sanno. Mai come in questi giorni si assiste a tanta ignoranza riguardo ai malaffari e agli intrighi internazionali riconducibili ad Andreotti. Ed ora che è morto, i tappi saltano e si scopre la differena generazionale tra chi è stato nella storia e chi l’ha solo studiata nei banchid i scuola secondo i vincitori.
Se, quindi, non lo si vuol condannare, e lo dico ai giovani, allora si taccia su Gelli, P2, Mafia, Massoneria, Vaticano II, Napolitano, Berlusconi, Letta, Bilderberg, Trilateral, ecc.. Senza memoria si è destinati a ripetere all’infinito gli errori.
Quello che penso ha una linea apocalittica: Andreotti non ha mai detto la verità perchè era un eretico e rallentatore della storia messianica. Nella prospettiva americana del progresso a ogni costo, della crescita finanziaria e armata, serviva in Italia un referente istituzionale “cinico” che sapesse decidere sulla eliminazione degli avversari politici di USraele e non importa a quale costo.
La fine di Andreotti cominciò quando si schierò con Craxi a favore degli Arabi. Un pentimento o un cambio di strategia? Andreotti si mise anche contro Koll quando disse che era meglio la Germania rimanesse separata. Andreotti era il tipo che diceva che era meglio non fare troppi scavi archeologici perchè oggi nessuno capisce di cultura; e tirare fuori ciò che per 2000 anni è rimasto sepolto significava esporlo allo sciacallaggio. Vai a vedere se il riferimento fosse a Portella della Ginestra, la prima strage di Stato…

Certo, la scomparsa all’indomani della formazione del governo Letta sorretto dal nuov referente americano Silvio Berlusconi in tandem con Giorgio Napolitano, in parte incuriosisce, non fosse altro perchè comunque Andreotti l’età ce l’aveva.

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È morto il senatore a vita Giulio Andreotti

Tra i protagonisti indiscussi della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, è stato tra gli uomini più importanti della Dc. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo. Si è spento nella sua abitazione a 94 anni. Lascia un archivio immenso: 3.500 faldoni

– Lun, 06/05/2013 – 17:35

Il senatore a vita Giulio Andreotti si è spento a 94 anni nella sua abitazione romana. I funerali si terranno domani pomeriggio alle 14, nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, a Roma, la chiesa a due passi dalla casa del senatore. Le esequie saranno in forma privata.

Sette volte presidente del Consiglio, democristiano, è stato un protagonista indiscusso della politica italiana per gran parte del XX secolo. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1941, iniziò la sua carriera politica alla fine della Seconda guerra mondiale, al seguito di Alcide De Gasperi. Eletto all’Assemblea costituente nel 1946, era poi entrato in Parlamento nel 1948. Fu sempre rieletto alla Camera fino al 1991, quando Francesco Cossiga lo nominò senatore a vita.

Tra i leader più votati della Democrazia cristiana, abilissimo nel muoversi tra le numerosi correnti della “Balena bianca”, per i suoi detrattori era solo un politico cinico e machiavellico. Giudizi sprezzanti che lui stesso amava coltivare. Celebri alcune sue frasi, in particolare: “Il potere logora chi non ce l’ha” e “a pensare male si fa peccato ma di solito ci si indovina”Si dice che fu il Papa in persona, Pio XII, a volerlo alla presidenza della Fuci, l’organizzazione degli universitari cattolici, al posto di Aldo Moro. Dopo pochi anni si ritrovò catapultato nelle prime file della politica, accanto a De Gasperi. Nel 1946, a soli 28 anni, era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel 1954 diventò ministro (dell’Interno, nel governo Fanfani, poi alle Finanze).

Politicamente rappresentava l’ala più conservatrice e clericale della Dc, i suoi avversari interni erano i fautori del centrosinistra, come Moro e Fanfani. Ottimi i suoi rapporti e i suoi contatti con il Vaticano, vastissima la sua rete di contatti internazionali. Nel 1972 riuscì ad arrivare alla presidenza del Consiglio.

Lo scelsero con scarsa convinzione, per dar vita a un governo di centro dalle scarse prospettive. E fu il governo più breve della storia repubblicana: solo 9 giorni, dalla fiducia alle dimissioni. Ma non si scoraggiò e, in seguito, arrivò a guidare per sette volte il governo. Uno addirittura con l’appoggio esterno del Pci. Fu il governo della “non sfiducia” (1976), chiamato così perché si reggeva grazie all’astensione dei partiti dell’arco costituzionale (tutti tranne il Movimento sociale italiano).

Bettino Craxi non lo vedeva di buon occhio (fui lui a coniare il soprannome di Belzebù), ma tra la fine degli anni Ottanta e i primi del Novanta, Andreotti strinse un patto di ferro proprio con il leader socialista: erano gli anni del “Caf” (dalle iniziali di Craxi, Andreotti e Forlani) e il Pci lo considerava come il peggio del peggio della politica italiana. Nel 1992 ce la mise tutta, senza però riuscirvi, a farsi eleggere Presidente della Repubblica.

Nel 2008 il regista Paolo Sorrentino gli dedicò un film, “Il Divo“, che senza troppi giri di parole lo descriveva come responsabile di mille nefandezze. Pare che Andreotti volesse Andreotti querelare il cineasta, poi lasciò correre. Forse perché (altra sua battuta fulminante diventata famosa), “una smentita è una notizia data due volte…”

L’enorme archivio cartaceo di Andreotti (3.500 faldoni, dal 1944 in poi) che, negli ultimi anni della sua carriera parlamentare, aveva sede nel suo ufficio di piazza in Lucina, è stato acquisito dalla Fondazione Sturzo.

Il processo per mafia

Il 2 maggio 2003 è stato giudicato dalla Corte d’Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999, fu condannato con sentenza d’Appello. Nell’ultimo grado di giudizio, la II Sezione penale della Corte di Cassazione ha citato il concetto di “concreta collaborazione” con esponenti di spicco di
Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel Dispositivo di Appello. Il reato commesso è stato considerato estinto per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il “non doversi procedere” nei confronti di Andreotti.

Il processo per l’omicidio Pecorelli

Andreotti è stato processato anche per il coinvolgimento nell’omicidio di Mino Pecorelli, avvenuto il m20 marzo 1979. Secondo l’accusa fu il politico a commissionare l’assassinio del direttore di OP (Osservatorio Politico), giornale che aveva pubblicato notizie a lui ostili. Nel 1999 in primo grado la corte di assise di Perugia lo prosciolse. Il 17 novembre 2002 la Corte di appello ribaltò la sentenza di primo grado condannò Andreotti (insieme a Gaetano Badalamenti) a 24 anni di carcere come mandante dell’omicidio. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello fu annullata senza rinvio dalla Cassazione, annullamento che rese definitiva l’assoluzione di primo grado.

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Da «Belzebù» a «Divo Giulio». I mille volti di Andreotti

Dalla collaborazione con De Gasperi ai processi per mafia

Giulio Andreotti (Ansa)Giulio Andreotti (Ansa)

MILANO – «A parte le guerre puniche mi viene attribuito di tutto». Così si raccontava Giulio Andreotti. E ci prendeva in pieno. Forse nessun altro politico è stato l’immagine stessa del potere, nella sua accezione quasi metafisica. Un’entità del dominio come in maniera sublime e, per certi versi melanconica, lo ha rappresentato Paolo Sorrentino nel film Il Divo. Il potere fatto essenza che finisce per rendere inadeguata qualunque definizione, anche le più forti. «Belzebù», «Gobbo Malefico» e mille altre maschere gli sono state cucite addosso nel tentativo, vano, di afferrarlo. Andreotti è riuscito ad avere la meglio su qualunque ritratto, anche il più orripilante. Saranno forse gli storici a dire una parola definitiva su chi è stato realmente. In attesa non resta che mettere in fila la sua lunghissima biografia che da sola racconta un bel pezzo di verità.

Andreotti e Craxi (Ansa)Andreotti e Craxi (Ansa)

TUTTO TRANNE PRESIDENTE – Nato a Roma il 14 gennaio del 1919 è stato ben sette volte Presidente del Consiglio e decine di volte ministro in tutti i dicasteri a disposizione, dalla Difesa agli Interni, dagli Esteri, al Bilancio, alle Partecipazioni Statali. Gli è mancato solo lo scranno più alto, quello della Presidenza della Repubblica alla quale sembrava destinato nel ‘92. Dal 1945 in poi ha sempre avuto un seggio in un’assemblea legislativa. Prima in seno alla Costituente, quindi in Parlamento. Da eletto e poi, a partire dal 91, da senatore a vita. I primi passi in politica furono subito ad altissimo livello. Giovanissimo fu uno dei collaboratori del più grande statista del dopoguerra, Alcide De Gasperi, del quale fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 1947. Al fianco di Aldo Moro sin dai tempi della Fuci, l’organizzazione universitaria dei cattolici, e poi in vari esecutivi e ancora nella Dc. In politica estera Andreotti è stato uno dei fautori più convinti del dialogo di Europa e Stati Uniti con quei regimi politici distanti dalla sua Dc: dall’Unione Sovietica alla Cina. E poi tra i primi a credere in un atteggiamento di apertura ad organizzazioni a suo tempo considerate filo terroristiche come l’Olp di Arafat. In politica interna sostenne l’apertura della Dc a sinistra e, nel 1983, fu scelto come ministro degli esteri del primo governo guidato dal socialista Bettino Craxi. Allo stesso modo non disdegnò mai i contatti, aperti o sotterranei, col Partito Comunista che in alcuni passaggi difficili della sua lunga carriera gli sono pure tornati utili.

IL SANGUE DI MORO – Nella Dc diede vita alla corrente che prendeva il suo nome, circondato da una schiera di politici tra i più i discussi e anche compromessi con la mafia, da Vittorio Sbardella al siciliano Salvo Lima. Controverso il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro. Fu tra i più convinti sostenitori della cosiddetta linea della fermezza rifiutando ogni trattativa con i terroristi. Ma nei suoi memoriali Moro gli riservò i giudizi più severi. «Non è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera. Non è questa una colpa –scrive Moro- si può essere grigi ma onesti, grigi ma buoni, grigi ma pieni di fervore. Ebbene on. Andreotti è proprio questo che le manca. Le manca proprio il fervore umano. Quell’insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno senza riserve i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è tra questi». Il suo nome fa capolino in tutte le trame di servizi segreti, interne ed internazionali, che lo indicano anche come una delle personalità più gradite agli Stati Uniti e soprattutto ai suoi apparati di intelligence.

Il bancarottiere Michele Sindona (Fotogramma)Il bancarottiere Michele Sindona (Fotogramma)

GELLI E SINDONA – In tutte le cospirazioni che hanno attraversato l’Italia compare spesso il nome di Andreotti. Rapporti a volte riscontrati come quelli col capo della P2 Licio Gelli e in altri casi solo ipotizzati. Certi invece i legami col bancarottiere siciliano Michele Sindona, che definì addirittura il «salvatore della lira» e in favore del quale intervenne tentando di salvare dal fallimento la sua Banca Privata Italiana. Con Sindona il «divo Giulio» continuò a mantenere rapporti anche durante il periodo della sua latitanza, nonostante fosse all’epoca Presidente del Consiglio.

LA MAFIA E PECORELLI – E poi ci sono le vicende giudiziarie nelle quali viene apertamente chiamato in causa. A cominciare da quelle di mafia, con i pentiti che raccontano dei rapporti con gli «esattori siciliani», i cugini Nino ed Ignazio Salvo e le frequentazioni con boss di prima grandezza. Il pentito Balduccio Di Maggio raccontò addirittura di un bacio tra Andreotti e il «capo dei capi» Totò Riina. A Palermo finisce sotto processo per favoreggiamento alla mafia. In primo grado, il 23 ottobre 99, viene assolto perché il fatto non sussiste. Più articolata invece la senza d’appello, emessa il 2 maggio del 2003, che stabilisce che avrebbe favorito la mafia fino al 1980 (ma il reato era già prescritto) e assolto per i fatti commessi successivamente. La sentenza parla testualmente di «un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980». Ma Andreotti è stato processato anche per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, che sul suo periodico Op, lo attaccava continuamente. Al processo celebrato a Perugia venne assolto in primo grado, condannato a 24 anni in appello, ma definitivamente prosciolto in Cassazione.

Alfio Sciacca
asciacca3 6 maggio 2013 | 14:03

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Andreotti e i rapporti «amichevoli» con la mafia: quel lungo processo alla storia d’Italia

La sentenza di Palermo, le stragi, Salvo Lima,
il «bacio» di Totò Riina. E il caso Pecorelli

di  Giovanni Bianconi

Il senatore Giulio Andreotti, protagonista di mezzo secolo di politica italiana, per sette volte capo del governo e per tante altre ministro, ebbe rapporti molto ravvicinati con la mafia. Per esempio, «ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi».

L'interrogatorio di Andreotti al processo PecorelliL’interrogatorio di Andreotti al processo Pecorelli

CONCLUSIONI – A queste conclusioni sono giunti gli ultimi giudici del senatore a vita, quelli della Corte d’assise di Palermo che lo hanno assolto per non aver commesso il reato di associazione mafiosa a partire dal 1982, ma hanno invece dichiarato prescritto il reato di associazione per delinquere semplice (l’associazione mafiosa non esisteva ancora nel codice penale) commesso almeno fino al 1980. Una sentenza confermata dalla Corte di cassazione, che ha messo l’ultimo sigillo su una vicenda durata dieci anni. Secondo i giudici d’appello, infatti, è provata la consapevolezza, da parte di Andreotti, dei rapporti tra il suo «luogotenente» in Sicilia Salvo Lima e Stefano Bontate, il capomafia eliminato dai corleonesi di Totò Riina nella guerra di mafia del 1981. E sono da considerarsi provati gli incontri diretti tra lo stesso Bontate e Andreotti in persona, a cui ha sostenuto di aver assistito il pentito Francesco Marino Mannoia. In quegli incontri si discusse il problema del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, considerato un ostacolo dai boss e assassinato il 6 gennaio 1980; una vicenda alla quale i giudici dedicano considerazioni pesanti. Nelle riunioni con i mafiosi, secondo i giudici d’appello, Andreotti «ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, ad ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui ed a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

Salvo LimaSalvo Lima

STORIA – Di simili comportamenti che potevano considerarsi un reato accertato fuori tempo massimo, concludeva la corte, «il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia». Questo resta di quel lungo processo, ribattezzato da qualcuno il «processo alla storia d’Italia», insieme all’assoluzione dal resto delle accuse; perché il famoso quanto presunto incontro tra Andreotti e Totò Riina – quello del «bacio» raccontati da un altro pentito, Baldassare Di Maggio – secondo i giudici non c’è mai stato, così come non sono stati provati tutti gli altri favori e interessamenti che lo stesso Andreotti avrebbe garantito alla mafia. Risulta anzi una sorta di riscatto dell’uomo politico, quando contribuì a varare la legislazione antimafia e il governo di cui faceva parte si diede da fare, ad esempio, per far rimpatriare il mafioso Tommaso Buscetta dopo l’arresto in Brasile. Sono gli stessi giudici d’appello a riconoscere ad Andreotti «un progressivo e autentico impegno nella lotta contro la mafia, che ha in definitiva compromesso la incolumità dei suoi amici e perfino messo a repentaglio quella sua e dei suoi familiari».

BUSCETTA – Proprio Buscetta, all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992, diede il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta sull’ex presidente del Consiglio, che gli sono valsi il processo di Palermo e quello di Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Da questa seconda vicenda il senatore a vita è uscito indenne dopo l’assoluzione di primo grado, una condanna in appello e il ribaltamento della Cassazione che annullò quel verdetto senza rinvio e dunque sancì la definitiva e completa assoluzione. Processi che hanno fatto discutere e hanno diviso il Paese, ricco di colpi di scena, ai quali l’imputato più illustre della storia giudiziaria d’Italia non s’è mai sottratto, rivendicando in ogni occasione la propria innocenza. Fu lui a chiedere al Senato, nel 1993, di concedere l’autorizzazione a procedere nei propri confronti, e fu lui a voler essere presente in aula, accanto agli avvocati Franco Coppi, Giaoacchino Sbacchi e un’ancora sconosciuta Giulia Bongiorno, in ogni occasione in cui era richiesta la sua partecipazione. Dall’inizio alla fine del lungo iter giudiziario. Dopo la sentenza dell’appello presentò ricorso in Cassazione per evitare che restasse la macchia della prescrizione sul reato «commesso» fino al 1980, ma la Corte suprema confermò il verdetto. Concludendo il processo giudiziario e lasciando aperto, come annunciato dagli stessi magistrati, quello della storia.

6 maggio 2013 | 13:40

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12 cose su Giulio Andreotti

12 cose su Giulio Andreotti

Dai numeri da primato, a Topolino, alla scena del Divo, alle accuse più gravi, ai disegni di Andrea Pazienza

6 maggio 2013

1. Giulio Andreotti fu eletto all’Assemblea Costituente nel collegio XX (Roma) nella lista della Democrazia Cristiana. Era il 1946, un anno dopo divenne sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, aveva da poco compiuto 28 anni.

2. Andreotti divenne per la prima volta presidente del Consiglio il 17 febbraio del 1972. Il suo governo durò in carica 9 giorni, poi proseguì fino a giugno quando si tennero le prime elezioni anticipate nella storia della Repubblica. Il suo è tuttora il governo che ha avuto il più breve periodo di pienezza dei poteri.

3. Nel 1976 Andreotti fu per la terza volta presidente del Consiglio, con il cosiddetto governo della “non sfiducia”, formula usata dallo stesso Andreotti durante il suo discorso alla Camera. Questa soluzione era la conseguenza della nascita del compromesso storico, con un governo frutto di una coalizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano per affrontare insieme i problemi della crisi economica e del terrorismo.

4. La gestione del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, nel 1978 da parte di Giulio Andreotti è ritenuta ancora oggi per lo meno controversa. Con un fronte molto ampio ed eterogeneo si rifiutò di trattare con le Brigate Rosse per il rilascio del loro ostaggio, anteponendo la “ragion di Stato” alla sua salvezza. Moro gli scrisse una lettera ricordandogli che il problema del suo sequestro “è nelle tue mani”. Chiudeva il messaggio in cerca di aiuto e collaborazione: «Che Iddio t’illumini e ti benedica e ti faccia tramite dell’unica cosa che conti per me, non la carriera cioè, ma la famiglia».
Ma giudizi molto duri nei confronti di Giulio Andreotti attribuiti ad Aldo Moro sono invece contenuti nel cosiddetto “Memoriale Moro“, un insieme di documenti scritti durante il sequestro che furono ritrovati in diverse circostanze tra il 1978 e il 1990 e resi pubblici dalla Commissione Parlamentare sulle Stragi nel 2001.

Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’ insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia.

5. Molti degli episodi e ruoli più controversi e criticati nella biografia politica di Andreotti sono raccontati nel libro di Enrico Deaglio, Patria 1978-2010. Alcune di quelle storie sono online qui.

6. Diversi documentari, film e reportage si sono occupati nel corso del tempo di Giulio Andreotti, per raccontare il suo ruolo nella politica o la sua personalità. Nel 1983 partecipò al film “Il tassinaro” di Alberto Sordi, impersonando se stesso nel ruolo di uno dei passeggeri del taxi che discute di lavoro e della condizione giovanile.

7. Il 1 giugno 1991 il presidente della Repubblica di allora, Francesco Cossiga, nominò Andreotti senatore a vita per “meriti nel campo sociale e letterario”. La cosa avrebbe dovuto favorirlo all’elezione del nuovo presidente l’anno dopo, ma in seguito all’assassinio di Giovanni Falcone il Parlamento si orientò verso nomi più “istituzionali” e fu eletto l’allora presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro.

8. Nella storia a fumetti “Paperino portaborse” pubblicata su Topolino 1690 nel 1988, Paperino se la deve vedere con un certo onorevole Papeotti, personaggio molto ispirato ad Andreotti.

9. L’aspetto e la voce alquanto caratteristici hanno reso Andreotti un personaggio facilmente riconoscibile, e sotto diversi punti di vista ideale per la pubblicità. Nel 2000 fece da testimonial per una serie di annunci pubblicitari del portale web di Diners Club, con lo slogan “Internet logora chi non ce l’ha”, ispirato alla sua famosa frase “Il potere logora chi non ce l’ha”. Due anni dopo fece una pubblicità per il Consorzio del gorgonzola.

10. Un po’ di numeri. Andreotti è stato per 7 volte presidente del Consiglio, 8 volte ministro della Difesa, 5 volte degli Esteri e 3 volte delle Partecipazioni statali. È stato 2 volte ministro delle Finanze, dell’Industria e del Bilancio. Una volta ministro del Tesoro, dei Beni culturali e delle Politiche comunitarie. È stato membro del Parlamento per 65 anni. Ha avuto una moglie, 4 figli e soprannomi innumerevoli da “volpe” a “indecifrabile” passando per “Belzebù”.

11. Il ruolo imbattibile e longevo di Andreotti nel potere italiano, e alcuni suoi tratti fisici molto riconoscibili lo hanno reso protagonista di decenni di satira disegnata. Tra i più grandi suoi ritrattisti per originalità e genio c’è Andrea Pazienza.

12. Il film “Il Divo” di Paolo Sorrentino del 2008 si occupa di Andreotti e del periodo dei primi anni Novanta, con la fiducia all’ultimo governo Andreotti e l’inizio del processo nei suoi confronti per associazione mafiosa. Il monologo sul bene e il male, sul potere, sugli anni dello stragismo in Italia, è la scena più conosciuta e discussa del film.

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Quattro torbide storie su Andreotti

Quattro torbide storie su Andreotti

di Enrico Deaglio

Tra le molte raccontate da Enrico Deaglio nella sua cronologia di storia italiana, Patria

6 maggio 2013

Roma, 20 marzo 1979.
L’uccisione di Mino Pecorelli.
Avvocato molisano di 51 anni, avviato alla carriera giornalistica da Fiorentino Sullo, (uomo politico di Avellino, sicuramente il più intelligente e sensibile ministro dell’Istruzione della Democrazia cristiana), Mino Pecorelli è affascinato dai segreti del potere, ma non cerca ricchezza per sé. Dirige un piccolo settimanale, OP – Osservatorio Politico di «notizie riservate», in cui parla di massoneria, di segreti vaticani, di banche e banchieri e molto spesso di Giulio Andreotti. Pecorelli sembra sapere molto di più sul rapimento e sull’uccisione di Moro di quanto si sappia ufficialmente, o perlomeno allude. Il 20 marzo, nel centro di Roma, quattro colpi sparati da una raffinata pistola francese lo uccidono mentre è al volante della sua Citroen e sta uscendo dalla redazione, dove sta preparando «lo scoop della vita». Dicono che lo sapesse anche lui, che il vero scoop cui stava lavorando fosse il suo assassinio. Venticinque anni dopo, la Corte d’assise d’appello di Perugia condannerà Giulio Andreotti, per l’omicidio volontario di Mino Pecorelli, a 24 anni di carcere indicandolo come capo di una banda che comprende mafiosi e i dirigenti della banda della Magliana, la più potente organizzazione della malavita romana, con la consulenza del magistrato Claudio Vitalone. Un anno dopo, la Corte di cassazione dichiarerà nullo tutto il processo, e proclamerà libero e definitivamente assolto Andreotti, senza obbligo di sottoporsi a nuovo procedimento.

Roma-Palermo, primavera 1980.
Andreotti e Bontate, un colloquio «molto franco».

Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti ha dei problemi in Sicilia. Casa sua, granaio delle sue tessere. Sa  che Cosa Nostra ha cominciato una guerra intestina e ha brutte idee per la testa. Il suo serbatoio di voti  personali si aspetta molto da lui, in particolare che metta un freno a Piersanti Mattarella, il presidente della  Regione. Il giovane figlio di Bernardo Mattarella, che era stato uno dei capisaldi del potere democristianomafioso dell’isola fin dai tempi della guerra, ha «idee sue», si è messo in testa di lavare il nome della  famiglia e di non accondiscendere più a mafia e corruzione. Cosa Nostra gli chiede pressantemente di fare  qualcosa per fermarlo. Andreotti non prende impegni. Cosa Nostra, non avendo avuto rassicurazioni, uccide  Piersanti Mattarella e lo fa nella maniera più plateale: un killer si avvicina alla sua macchina, nel centro di  Palermo, mentre si reca alla messa, il 6 gennaio, e lo crivella di colpi di pistola.  Dal momento che la mafia ufficialmente non esiste e Cosa Nostra neppure, l’omicidio Mattarella è etichettato  genericamente come «terrorismo». I maggiorenti democristiani a Roma chiedono a Salvo Lima, l’uomo di  Andreotti in Sicilia: «Salvo, ma chi ha ucciso Piersanti?». E lui risponde, senza emozione: «Sapete, i patti  vanno rispettati». Si atteggia a vecchio saggio, con i capelli bianchi. Dodici anni dopo sarà anche lui  sull’asfalto.  Ma è Cosa Nostra a non essere soddisfatta di come si muove Andreotti. Lo convoca in Sicilia, terreno suo.  Giulio Andreotti è costretto a salire, da solo e senza scorta, su un aereo privato dei cugini Ignazio e Nino  Salvo, i suoi grandi elettori, e a viaggiare in incognito da Roma all’aeroporto di Trapani- Birgi. Qui viene  preso in consegna dagli stessi cugini che lo fanno accomodare su un’Alfa blindata dai vetri scuri (quella che  avevano commissionato a Milano), e lo portano a Palermo, in una villa (nemmeno finita di costruire, di  proprietà della famiglia Inzerillo, i noti trafficanti di droga) in via Pitrè, una traversa di via Regione Siciliana.  C’è pure un vecchio pozzo, nella proprietà, che la leggenda vuole fosse usato dai famosi Beati Paoli.  Il presidente del Consiglio è trattato come un ostaggio: diversi uomini di Cosa Nostra, incaricati di aprire e  chiudere il cancello di lamiera compatta, lo vedono mentre scende dall’Alfa, vestito di blu, circospetto e  quando, dopo un’ora di «summit», deve ripartire.  Dentro la casa ci sono Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Salvo Lima e altri boss mafiosi. Andreotti capisce di  essere in una prigione, non molto dissimile da quella che ospitò Aldo Moro. A differenza delle Brigate rosse,che con Moro erano state cinicamente d eferenti, i capi di Cosa Nostra sono aggressivi e offensivi.  Stefano Bontate lo assale: «Lei non ci deve venire a dire come noi gestiamo il nostro territorio, ha capito?  Lei ci deve fare un grande favore: accetti i nostri voti, altrimenti glieli facciamo mancare, e con quelli della  Sicilia, anche quelli della Calabria e di tutto il Sud. E così si troverà a chiedere voti al Nord, dove votano  tutti comunista. Ci pensi, presidente».  Poi lo accompagnano alla porta. Andreotti torna a Roma. Di raccontare quello che gli è successo alla polizia,  ai carabinieri, a un magistrato – per esempio il colloquio avuto con i mandanti del delitto Mattarella – non gli  passa proprio per la testa. Ammazzare nel sonno le Brigate rosse è più facile che denunciare i vertici di Cosa  Nostra. Di ammazzarli davvero non se ne parla neppure.

Marzo-Aprile 1982
Giulio Andreotti, un piccolo appunto
Giulio Andreotti si tiene ovviamente informato di quello che sta succedendo nel suo granaio elettorale, la  base della sua fortuna politica. Di quegli aggressivi personaggi che lo avevano così sgradevolmente accolto a  Palermo due anni prima, diversi sono morti ammazzati. Quello Stefano Bontate che lo aveva insultato, quel  suo cognato Teresi, diversi membri del clan Inzerillo. È rimasto particolarmente colpito da una notizia che i  suoi collaboratori gli hanno riferito: uno degli Inzerillo, Piero, è stato ucciso a New York e, barbaramente, gli  hanno infilato dei dollari in bocca e tra i genitali. L’ha riferita al generale Dalla Chiesa quando questi è  venuto a fargli visita prima di partire per Palermo. E dire che lui, in quel momento, non ha incarichi di  governo: è semplicemente presidente della Commissione esteri della Camera dei deputati.Anche questo è stato un incontro sgradevole; il generale gli ha detto che non avrà riguardi per la sua corrente  politica e per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori e non si è dimostrato molto  colpito quando gli ha riferito l’aneddoto delle circostanze della morte di Inzerillo.  Bè, tutto si aggiusterà. Quel fastidioso giornalista, Mino Pecorelli, che tre anni prima aveva cercato di  ricattarlo, vantando di sapere chissà cosa sulle rivelazioni su di lui da parte di Aldo Moro nella prigione del  popolo, è morto da tre anni. Michele Sindona è di nuovo in carcere, ma a New York, e se ne sta abbastanza  silenzioso. Certo, a Palermo, le cose stanno cambiando, bisognerà metterci mano. Giulio Andreotti ha  moltissimi impegni, ma la sua giornata di lavoro è molto organizzata e non dimentica di scrivere, sul  settimanale L’Europeo con cui collabora, la sua rubrica, intitolata «block notes»: «Ora il generale è nominato  prefetto di Palermo con una chiara indicazione di volontà “antimafia”. Molto bene, ma poiché l’allarme  criminale viene dalla Calabria e dalla Campania, può venire il sospetto di una sfasatura di tempi e di luoghi.  Comunque, buon lavoro».  Si è sicuramente ricordato che Mino Pecorelli, nel suo linguaggio allusivo, il generale Dalla Chiesa lo  chiamava il «generale Amen». Il breve commento esce in edicola il 16 aprile ed il generale lo legge.

Palermo, 20 settembre 1987
La fucina della politica italiana, una giornata particolare
Il mese di settembre, in Italia, è dedicato alle feste politiche. La più famosa è quella comunista, o dell’Unità,  con stand gastronomici, cantanti, dibattiti e il comizio finale del segretario del partito di fronte a centinaia di  migliaia di persone. Le feste degli altri partiti sono, naturalmente, di portata minore, ma non per questo  inutili. Sono riprese dalla Rai, sono occasione di contatti, di titoli sui giornali. E alla «festa dell’amicizia»,  quest’anno a Palermo, i democristiani hanno sempre dato grande importanza. Si svolge dal 19 al 27  settembre. Gli interventi di Giulio Andreotti, la star del programma, sono previsti per il giorno 20. Parlerà,  alle ore 10 sul tema «L’Europa, la Sicilia e i paesi del bacino mediterraneo». Non solo, si riproporrà alle ore  15 su «Il superamento dell’ideologismo e il rischio di un mero pragmatismo negli schieramenti politici».  Proprio così, roba che farebbe alzare dal letto anche un malato grave. Questo secondo intervento, però,  annunciato nel programma per le ore 15, viene spostato alle ore 18.  Andreotti è arrivato da Roma all’hôtel Villa Igea, il luogo simbolo della politica palermitana, ovviamente  controllato, nella proprietà come nel personale, dalla famiglia mafiosa del quartiere. Ha avuto la suite  migliore, lo accompagna Vittorio Sbardella detto Lo Squalo, il proprietario del partito a Roma. Parla  regolarmente alle 10 di Europa e Mediterraneo, poi congeda la scorta che la Digos gli ha assegnato.  Lo aspettano a pranzo, ma non scende. Si stupisce il suo amico Giuseppe Ciarrapico (un potente ciociaro che  si vanta di aver fatto conoscere il Mein Kampf di Hitler attraverso la sua casa editrice).  Arriva invece, intorno alle 14, Giovanni Spadolini, che si lamenta per non avere avuto lui la suite migliore,  ma poi, imponente, si dirige a tavola, mangiando e dispensando aneddoti, storia e saggezza per almeno  un’ora e mezzo.  Andreotti ricompare alla vista di qualcuno a ora incerta del pomeriggio, quando entra nel suo appartamento il  giornalista Alberto Sensini del Gazzettino di Venezia. Andreotti è in maniche di camicia e sofferente,  Vittorio Sbardella gli strizza asciugamani bagnati che il presidente (notoriamente soggetto a violente cefalee)  si applica sulla fronte. Concessa l’intervista, Sensini torna nella sua stanza, la trascrive e la detta al suo  giornale. Le stanze di villa Igea sono naturalmente dotate di aria condizionata, fuori la temperatura è di  trentatré gradi.  La scorta della Digos, che ha visto rientrare in albergo il presidente, lo preleva poco dopo le 18 e lo porta  all’irrinunciabile dibattito sulla fine dell’ideologismo e sul mero pragmatismo. Anche Sensini, che pure ha  terminato il suo compito, vi prende parte. Numerose persone sono presenti sotto un tendone sfidando il caldotorrido. Sebbene con quaranta minuti di ritardo, Andreotti arriva accolto dagli applausi.  E qui finisce la giornata palermitana pubblica di Giulio Andreotti, di per sé un piccolo cammeo dei riti e  dell’essenza del mestiere del politico. Senonché, sei anni dopo, la procura di Palermo sosterrà che in quelle  ore di invisibilità Giulio Andreotti si è recato a un appuntamento con il capo di Cosa Nostra Salvatore Riina  e che questi lo abbia calorosamente salutato baciandolo sulle ampie guance.

(Ap Photo/Alessandro Fucarini)

I testi sono tratti da Patria 1978-2010 (Il Saggiatore, 2010), di Enrico Deaglio.

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Andreotti nel “Memoriale Moro”

La discussa e violenta accusa contro la Democrazia Cristiana trovata tra i documenti scritti da Moro durante il sequestro

6 maggio 2013

Testo tratto dal “Memoriale Moro”, l’insieme di documenti raccolti dalle Brigate Rosse e che furono ritrovati in diverse circostanze tra il 1978 e il 1990. La documentazione, frutto di un interrogatorio delle BR a Moro durante la prigionia, fu resa pubblica dalla Commissione Stragi nel 2001.

Il periodo, abbastanza lungo, che ho passato come prigioniero politico delle Brigate Rosse, è stato naturalmente duro, com’è nella natura delle cose, e come tale educativo. Debbo dire che, sotto la pressione di vari stimoli e soprattutto di una riflessione che richiamava ciascuno in se stesso, gli avvenimenti, spesso così tumultuosi della vita politica e sociale, riprendevano il loro ritmo, il loro ordine e si presentavano più intelligibili. Motivi critici, diffusi ed inquietanti, che per un istante avevano attraversato la mente, si ripresentavano, nelle nuove circostanze, con una efficacia di persuasione di gran lunga maggiore che per il passato. Ne derivava un’inquietudine difficile da placare e si faceva avanti la spinta ad un riesame globale e sereno della propria esperienza, oltre che umana, sociale e politica. Guardando le cose nelle tensioni e nelle contraddizioni di questi ultimi anni, veniva naturale il paragone, come un ricordo di giovinezza, all’epoca, ormai lontana, nella quale per la maggior parte di noi si era verificato un passaggio quasi automatico all’emergere di una nuova epoca storica, dall’esperienza dell’azione cattolica, che era di quasi tutti noi democratici cristiani, alla esperienza propriamente politica. A questo nuovo modo di essere noi giungemmo con una certa ingenuità, freschezza e fede, come se il cimentarsi con i grandi problemi dell’ordine sociale e politico fosse, con qualche variazione, lo stesso lavoro che si faceva nelle sedi dell’Azione Cattolica. L’animo era dunque questo aggiornare la vecchia (e superata) dottrina sociale cristiana, ormai in rapida evoluzione, alla luce del Codice di Malines e di quello di Camaldoli; dare alla proprietà, di cui allora si parlava ancora con un certo rilievo, un’autentica funzione sociale; sviluppare in armonia con la tradizione popolare del Partito una politica nella quale davvero gli interessi popolari, con le molteplici istituzioni collaterali, fossero dominanti.
La struttura era meno rigogliosa, ma più semplice ed umana. Il tipo di società, prevalentemente agricola, che si andava delineando meglio rispondeva alla ispirazione cristiana che era al fondo della cultura da cui rinasceva il partito popolare e nasceva la D.C. Quest’epoca vede perciò facili (anche se talvolta effimere) aggregazioni, il fiorire del collateralismo, il mondo cattolico come un campo culturalmente e psicologicamente omogeneo che assume una posizione di rilievo nella vita nazionale, assicura una certa mediazione d’interessi, la continuità della vita sociale e politica del Paese. E’ l’epoca nella quale la successione tra gruppi dirigenti avviene con facilità, nell’ambito della stessa matrice cattolica e senza accanite lotte di potere.

E’ la stessa integrazione europea e in genere occidentale, pur con taluni indubbi benefici, che complica questi schemsoi, subordina, mano a mano, la linea popolare del partito ad esigenze d’integrazione plurinazionale, in definitiva laicizza e rende moralmente più complesso il tessuto sociale e politico del Paese. La maggiore intesa con i partiti laici mette in luce questa novità e pone esigenze nuove alla D.C. Afflusso dunque di ceti laici, di opportunismi, di clientele. La maggior ricchezza della vita sociale pone al partito maggiori funzioni di rappresentanza, di guida, di organizzazione e ramificazione interna e perciò con correnti aventi ciascuna il proprio compito ed adeguatamente finanziate spesso dai ceti economici e sociali che dall’adempimento di quelle funzioni dovrebbero trarre profitto. La lotta interna al partito scade a lotta di potere, perdendosi le caratteristiche ideali delle correnti come organi della dialettica democratica. Il Capo corrente è il gestore dei propri interessi e di quelli del gruppo, in condizioni di spartirsi il potere, nel governo e soprattutto nel sottogoverno. La mole del partito sovrasta, ma in un [crescente] frantumamento che rende [molto difficile] (o puramente clientelare) la più alta funzione di guida politica nel partito e nel governo. In quelle condizioni evidentemente le posizioni si cristallizzano.

Chi ha non cede quello che ha, non desidera farne parte agli altri. In effetti si corrode il circuito dell’innovazione democratica sia nel Paese per la lunga e invariata gestione del potere pur nel mutare delle alleanze, sia nel partito dove gruppi di potere ora si scontrano ora si sorreggono a vicenda e traggono motivo di singolare durevolezza dalla gestione del potere fine a se stesso. Frattanto [matura] l’esigenza d’integrazione, necessaria per costituire uno Stato solido, e dai partiti si attendono cose che essi non son in grado di dare né nella forma della primitiva e più semplice organizzazione né in quella piuttosto sclerotizzata che abbiamo innanzi descritta. Da qui la spinta a costruire un nuovo tipo di partito: un partito sensibile a spunti culturali, tecnocratico, piuttosto indifferente sul piano ideologico, nutrito di concrete esperienze internazionali. Questo nuovo tipo di organizzazione dovrebbe essere in grado di assolvere le funzioni per le quali oggi i partiti, e segnatamente quello della D.C., mostrano di essere incapaci. Da qui tutto il gran parlare, e un po’ anche fare, in vista dell’indispensabile rinnovamento della D.C. Essa dovrebbe essere: partito aperto nelle strutture interne senza chiusure egoistiche e d’interessi di gruppi, arbitri del potere questi ultimi e tesi a detenerlo in qualsiasi forma il più a lungo possibile; partito aperto verso gruppi sociali aderenti o anche solo simpatizzanti; maggior peso attribuito agli eletti nelle Assemblee rappresentative di vario livello; arricchimento ed approfondimento dei rapporti internazionali in società fortemente integrate al di là del livello puramente nazionale. Sono tutti buoni propositi enunciati insieme ad altri, senza contestazione, nel Congresso di Roma, dal quale Zaccagnini venne elevato alla carica di Segretario dalla stessa Assemblea congressuale. Tenuto conto che al Congresso si andò già con una mozione contenente principi innovativi e che fu successivamente rielaborata, come previsto, nel corso di un’Assemblea organizzativa, si dovrebbe pensare che questa essenziale opera di ammodernamento degli uomini, delle strutture, delle norme statutarie, dei modi di condotta sociale, dovrebbero essere già da tempo largamente realizzati.

Ed invece solo una piccola parte delle nuove norme, quelle sul tesseramento, è stata approvata, altre sono, per cosi dire, a mezza strada, altre non hanno neppure cominciato il loro cammino. Tutta l’innovazione, la modernizzazione, l’europeizzazione di cui si parlava, si limita ad un fisiologico rinnovamento dei gruppi parlamentari ed alla presenza di un qualificato gruppetto di tecnici dell’economia in Senato. Troppo poco di fronte all’enorme cumulo di novità che la vita di oggi porta con sé e diventa fatalmente novità e serietà di compiti dei partiti.

Il movimento giovanile ha ripreso vita dopo tre anni dallo scioglimento disposto dall’On. Fanfani e fa fatica a tenere il passo. Il lavoro culturale ristagna. Resta, senza nulla dentro, la sigla di un centro di alti studi. Molte delle iniziative più apprezzabili sono opera di singoli, mentre scarsa è l’opera che ogni partito, specie quello di maggioranza relativa, dovrebbe svolgere, per dare un segno di presenza qualificata nell’enorme campo dei mass media, dell’editoria e dei giornali. Il tutto avviene senza serio coordinamento che faccia del partito uno strumento unitario di orientamento della vita sociale. Siamo dunque più di fronte ad un organo di opinione che ad un fatto organizzativo vitale e ricco di contenuto. Il Partito continua e continuerà per qualche tempo a mobilitare ceti sociali, senza alternative in presenza di un partito comunista la cui ambiguit&agrav costituisce ostacolo ad un pieno e maggioritario inserimento nella vita nazionale, di un partito socialista troppo piccolo, ancora ai primi passi ed alle prime prove e di partiti minori che perpetuano la tradizionale frammentazione politica del Paese e non riescono a riscattarsi dalla limitatezza dello spazio politico mediante efficienza, modernità, aderenza alle esigenze dello Stato, ricchezza d’intuizione umana e sociale.

Ma, in presenza di queste condizioni, manca ad un partito come la D.C., il quale dovrebbe avere radici robuste nel substrato economico, sociale, culturale del Paese, di essere non soltanto presente, ma di farsi valida portatrice delle esigenze profonde della vita nazionale. Vive, bisogna pur dirlo, in mancanza di meglio, con velleità innovatrici più che innovazioni reali, lasciando aperto il problema dei rapporti con il Partito Comunista, rimasto a mezza strada tra il vecchio e il nuovo, premuto da un lato da una sinistra intransigente cui non riesce a proporre una politica organica e pienamente persuasiva, dall’altro [da]i rapporti precari e non privi d’imbarazzo con quelli che sono oggettivamente i suoi Partners e cioè D.C. e Partito Socialista. Nell’analisi critica che stiamo conducendo, suscitata dalla vicenda della quale siamo protagonisti, va toccato per un momento il tema dei finanziamenti e quello della consistenza, struttura, capacità d’iniziativa del Partito. I finanziamenti non sono mai mancati alle forze politiche italiane, pur proporzionati alle ridotte esigenze che caratterizzavano all’inizio la loro opera. Poi, per le notate ragioni oggettive, si sono andate ingrandendo, sia per quanto riguarda i partiti, sia per quanto riguarda le loro naturali articolazioni, le correnti. Il problema è attenuato, ma non chiuso dal finanziamento pubblico.

Il fenomeno in verità riguarda diverse forze politiche e non solo la D.C. Resta però un problema particolarmente presente e particolarmente sentito in questo partito, sia per le sue dimensioni ed esigenze, sia per lo spirito il quale, anche come retaggio di un’antica tradizione dovrebbe animare, ed in parte anima, specie i giovani militanti, posti in contrasto tra il rigore della coscienza ed alcune esigenze di servizio. E ciò si sente specie con riguardo al passato. Si d&agrav il caso che quando vengono evocati temi di questo genere, la reazione delle giovani generazioni non è mai indulgente, come se, dinanzi a nuove sensibilità, l’antica legge di necessità giustificatrice della ragion di partito non valesse più. La si indica come un segno dei tempi, una spinta al miglioramento cui non bisogna mai rinunciare a sperare. Bisogna però dire realisticamente che il tema continua a pesare come uno dei dati più rilevanti della problematica politica di oggi. I Partiti e la D.C. in particolare sono di fronte a molteplici esigenze cui provvedere, dando la sensazione di un continuo rappezzamento, giorno dopo giorno, di un tessuto che minaccia di non andare a posto, come dovrebbe, con i crismi della piena legalità.

L’avvilente vicenda dell’Italcasse, che si ha il torto di ritenere meglio dimenticabile di altre, la singolare vicenda del debitore Caltagirone, che tratta su mandato politico la successione del direttore generale, lo scandalo delle banche scadute e non rinnovate dopo otto o nove anni, le ambiguità sul terreno dell’edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture, considerata occasione di facili guadagni, questo colpisce tutti, ma specie i giovani e fa di queste cose, alle quali la D.C. non è certo estranea, uno dei grandi fatti negativi della vita nazionale. Dispiace che si parli di democratici cristiani, per dire di visitatori di castelli e porti del sig. Cruciani o come di coloro che lo presentarono, lo accreditarono, lo scelsero per alti uffici, senza avere l’onestà di dire che l’ordine sulla base del quale il Presidente dell’Iri faceva la sua scelta era un ordine politico del quale egli non portava la responsabilità. Non piace che di democratici cristiani si parli, per i giorni oscuri della strage di Brescia, come coloro che talune correnti di opinione in città non consideravano, in qualche misura, estranei, suscitando, in chi scrive, una reazione di onesta incredulità. Non piace che su questo terreno, magari solo per deboli indizi, si parli di connivenze e indulgenze dell’autorità e di democratici cristiani.

Non piacciono dunque tante cose che sono state e saranno di amara riflessione. Ma è naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’On. Andreotti, del quale gli altri sono stati tutti gli obbedienti esecutori di ordini. Il che non vuol dire che li reputi capaci di pietà. Erano portaordini e al tempo stesso incapaci di capire, di soffrire, di aver pietà. L’On. Andreotti aveva iniziato la sua ultima fatica ministeriale, consapevole delle forti ostilità che egli aveva già suscitato e continuava a suscitare tra i gruppi parlamentari, proprio con un incontro con me, per sentire il mio consiglio, propiziare la mia modesta benevolenza, assicurarsi una sorta di posizione privilegiata in quello che sarebbe stato non l’esercizio di diritti, ma l’adempimento di un difficile dovere. Io, in quel momento, potevo scegliere e scegliere nel senso della mia innata, quarantennale irriducibile diffidenza verso quest’uomo, sentimento che è un dato psicologico che mi sono sempre rifiutato, ed ancor oggi mi rifiuto, di approfondire e di motivare.

Io, pur potendolo fare, non scelsi, preferendo rispettare una continuità, benché di valore discutibile, e rendere omaggio ai gruppi di opposizione a Zaccagnini, i quali, auspice Fanfani, lo avevano a suo tempo indicato, forse non prevedendo che in poche settimane sarebbe stato già dalla parte del vincitore. Mi ripromisi quindi di lasciargli fare con pieno rispetto il suo lavoro, di aiutarlo anzi nell’interesse del Paese. Questa collaborazione era poi subito incominciata, perchè fui io a consigliare l’On. La Malfa d’incontrarlo, come egli desiderava. Desidero precisare per quanto riguarda l’On. Fanfani, altra personalità evocata come possibile candidato nel corso della crisi, che io credetti sinceramente fare interesse dello Stato ed interesse personale insieme ch’egli non lasciasse la prestigiosa carica parlamentare (che, tra l’altro, gli cedetti, rinunziando alla Presidenza della Camera, come era già avvenuto altre volte), per assumere la Segreteria del Partito della D.C. Questi sono dunque i precedenti. In presenza dei quali io mi sarei atteso, a parte i valori umanitari che hanno rilievo per tutti, che l’On. Andreotti, grato dell’investitura che gli avevo dato, desideroso di fruire di quel consiglio che con animo veramente aperto mi ripromettevo di non fargli mai mancare, si sarebbe agitato, si sarebbe preoccupato, avrebbe temuto un vuoto, avrebbe pensato si potesse sospettare che, visto com’erano andate le cose, preferisse non avere consiglieri e quelli suoi propri inviarli invece alle Brigate Rosse. Nulla di quello che pensavo o temevo è invece accaduto.

Andreotti è restato indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo sogno di gloria. Se quella era la legge, anche se l’umanità poteva giocare a mio favore, anche se qualche vecchio detenuto provato dal carcere sarebbe potuto andare all’estero, rendendosi inoffensivo, doveva mandare avanti il suo disegno reazionario, non deludere i comunisti, non deludere i tedeschi e chi sa quant’altro ancora. Che significava in presenza di tutto questo il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una famiglia, la reazione, una volta passate le elezioni, irresistibile della D.C.? Che significava tutto questo per Andreotti, una volta conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita? Tutto questo non significava niente. Bastava che Berlinguer stesse al gioco con incredibile leggerezza.

Andreotti sarebbe stato il padrone della D.C., anzi padrone della vita e della morte di democristiani e no, con la pallida ombra di Zaccagnini, dolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazione, appassionato senza passione, il peggiore segretario che abbia avuto la D.C. Non parlo delle figure di contorno che non meritano l’onore della citazione. On. Piccoli, com’è insondabile il suo amore che si risolve sempre in odio. Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre, perché è costituzionalmente chiamato all’errore. E l’errore è, in fondo, senza cattiveria. Che dire di Lei, On. Bartolomei? Nulla. Che dire, on. Galloni, volto gesuitico che sa tutto, ma, sapendo tutto, nulla sa della vita e dell’amore. Che dire di Lei, On. Gaspari, dei suoi giuramenti di Atri, della Sua riconoscenza per me che, quale uomo probo, volli a capo dell’organizzazione del Partito. Eravate tutti lì, ex amici democristiani, al momento della trattativa per il governo, quando la mia parola era decisiva. Ho un immenso piacere di avervi perduti e mi auguro che tutti vi perdano con la stessa gioia con la quale io vi ho perduti. Con sono non serviranno a molto, finchè ci sarete voi. Tornando poi a Lei, On. Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del Paeo senza di voi, la D.C. non farà molta strada.

I pochi seri e onesti che ci se (che non tarderà ad accorgersene) a capo del Governo, non è mia intenzione rievocare la grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’ insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia. Non Le basterà la cortesia diplomatica del Presidente Carter, che Le dà (si vede che se ne intende poco) tutti i successi del trentennio democristiano, per passare alla storia. Passerà alla triste cronaca, soprattutto ora, che Le si addice. Che cosa ricordare di Lei? La fondazione della corrente Primavera, per condizionare De Gasperi contro i partiti laici? L’abbraccio-riconciliazione con il Maresciallo Graziani? Il Governo con i liberali, sì da deviare, per sempre, le forze popolari nell’accesso alla vita dello Stato? Il flirt con i comunisti, quando si discuteva di regolamento della Camera? Il Governo coi comunisti e la doppia verità al Presidente Carter? Ricordare la Sua, del resto confessata, amicizia con Sindona e Barone? Il Suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona malgrado il contrario parere dell’Ambasciatore d’Italia? La nomina di Barone al Banco di Napoli? La trattativa di Caltagirone per la successione di Arcaini? Perché Ella, On. Andreotti, ha un uomo non di secondo, ma di primo piano con Lei; non loquace, ma un uomo che capisce e sa fare. Forse se lo avesse ascoltato, avrebbe evitato di fare tanti errori nella Sua vita. Ecco tutto. Non ho niente di cui debba ringraziarLa e per quello che Ella è non ho neppure risentimento. Le auguro buon lavoro, On. Andreotti, con il Suo inimitabile gruppo dirigente e che Iddio Le risparmi l’esperienza che ho conosciuto, anche se tutto serve a scoprire del bene negli uomini, purché non si tratti di Presidenti del Consiglio in carica.

E molti auguri anche all’On. Berlinguer che avrà un Partner versatile in ogni politica e di grande valore. Pensi che per poco soltanto rischiava di inaugurare la nuova fase politica lasciando andare a morte lo stratega dell’attenzione al Partito Comunista (con anticipo di anni) ed il realizzatore, unico, di un’intesa tra democristiani e comunisti che si suole chiamare una maggioranza programmatica parlamentare, riconosciuta e contrattata. Per gli inventori di formule, sarà in avvenire preferibile essere prudenti nel pensare alle cose. Questa essendo la situazione, io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Di ciò sono profondamente grato. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto e le riflessioni che ho riassunto più sopra, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della D.C. Rinuncio a tutte le cariche, esclusa qualsiasi candidatura futura, mi dimetto dalla D.C., chiedo al Presidente della Camera di trasferirmi dal gruppo della D.C. al gruppo misto. Per parte mia non ho commenti da fare e mi riprometto di non farne neppure in risposta a quelli altrui.

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E’ morto Giulio Andreotti, il padre fondatore della Prima Repubblica Italiana. Cordoglio di Latronico (PDL) e UGL

06 maggio 2013
E’ morto Giulio Andreotti, il padre fondatore della Prima Repubblica Italiana. Cordoglio di Latronico (PDL) e UGLAll’ora in cui l’Italia consuma il pranzo arriva una notizia che scuote il mondo politico italiano: è morto Giulio Andreotti. La notizia ha fatto il giro del mondo in pochi minuti. Giulio Andreotti è morto nella sua casa a Roma all’età di 94 anni. La biografia di wikipedia ripercorre le tappe della sua lunghissima esperienza politica, offuscata negli ultimi anni da un processo giudiziario per presunti contatti con esponenti mafiosi tra cui Totò Riina. La sentenza definitiva della Corte d’Appello ha confermato quella “collaborzione” ma il reato era già prescritto. Di seguito le principali tappe della vita politica e privata di Giulio Andreotti, protagonista a Matera  di un dibattito politico negli studi televisivi di Trm negli anni 80, quando ricopriva il ruolo di Presidente del Consiglio.

Scomparsa di Andreotti, cordoglio di Cosimo Latronico (PDL)

“Sentimenti di riconoscenza insieme al cordoglio ed alla preghiera per una personalità che ha servito con il cuore ed una straordinaria intelligenza il bene del Paese”. Lo ha dichiarato l’on. Cosimo Latronico (PDL).  “Scompare un politico che ha testimoniato la grazia della fede nel difficile agone politico”.
Scomparsa di Andreotti, cordoglio di Giordano (Ugl):”Avallò l’investimento Fiat”.

“Il Senatore a Vita, Giulio Andreotti, era forte sostenitore e servitore delle istituzioni e dello Stato. Nella sua agenda politica mai abbandona il tema del lavoro tanto ad egli caro per il bene e la crescita della sua Nazione. Resterà nel nostro cuore per sempre, lo rimpiangeremo e lo ricorderemo gioiosi per tanto bene che al nostro territorio ha voluto ed ha fatto quando in Basilicata fece avverare un ‘miracolo’ industriale”.
E’ quanto dichiara il segretario regionale dell’Uglm Basilicata, Giuseppe Giordano per il quale, “in special modo lo ricorderemo per la storica data del 28 novembre 1990 quando da presidente del Consiglio, Giulio Andreotti conferì il benestare al presidente, l’Avvocato Giovanni Agnelli, ed all’amministratore delegato, Cesare Romiti, autorizzando Fiat ad investire al Sud, in Basilicata, a Melfi. Il Presidente Andreotti – prosegue il segretario Ugl, Giordano – autorizzò tale grande scelta perché conosceva i Lucani, sapeva della zona industriale di San Nicola di Melfi (Potenza), dove un grande prato verde avrebbe fatto da cornice allo stabilimento di produzione di autovetture più moderno del mondo. Oggi e da quell’annuncio sono passati oltre 23 anni, 5,5 milioni di vetture uscite dalla fabbrica, e non fù una scelta indolore. Diversi Paesi fecero pressioni su Andreotti avanzando proposte vantaggiose sia sul piano finanziario che su quello delle infrastrutture per attrarre gli investimenti Fiat ma, egli deciso sempre com’era, tutelò il meridione e soprattutto noi Lucani. Nella mappa della competitività tra le nazioni – conclude Giordano -, non mancavano le alternative interessanti all’Italia e noi Ugl  Basilicata per questo lo ricorderemo per sempre”.
Biografia di Giulio Andreotti

Giulio Andreotti, nato a Roma il 14 gennaio 1919  e morto a Roma, 6 maggio 2013 è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo.

Senatore a vita dal 1991, è stato il 16º, 19º e 28º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo:

sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di “solidarietà nazionale” durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l’astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della “non-sfiducia” (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro);

otto volte ministro della Difesa;
cinque volte ministro degli Esteri;
tre volte ministro delle Partecipazioni Statali;
due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria;
una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie.

È sempre stato presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all’Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato Presidente della Casa di Dante in Roma.

Il 2 maggio 2003 è stato giudicato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla Corte d’Appello di Palermo, la quale lo ha assolto per i fatti successivi al 1980 e ha dichiarato il non luogo a procedere per i fatti anteriori. Era stato assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999. Nell’ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di appello, richiamando il concetto di “concreta collaborazione” con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel dispositivo di appello. Il reato “ravvisabile” non era però più perseguibile per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il “non luogo a procedere” nei confronti di Andreotti.

Infanzia, istruzione e adolescenza

Nato a Roma da genitori originari di Segni, rimase precocemente orfano del padre e perse anche Elena, l’unica sorella:
« Mia madre è rimasta vedova giovanissima. Con mio fratello maggiore e mia sorella più grande, che morì appena si iscrisse all’università, vivevamo presso una vecchissima zia, classe 1854, nella casa nella quale io sono nato.»

Frequentò il ginnasio al “Visconti” e il liceo al “Tasso”. Si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza per ragioni da lui così illustrate:
« Appena presa la licenza liceale, fu doveroso per me non gravare più su mia madre, che con la sua piccola pensione aveva fatto miracoli per farci crescere, aiutata soltanto dalle borse di studio di orfani di guerra. Rinunciai, in fondo senza rimpianti eccessivi, a scegliere la facoltà di Medicina, che comportava la frequenza obbligatoria; mi iscrissi a Giurisprudenza e andai a lavorare come avventizio all’Amministrazione Finanziaria […] »

Si laureò il 10 novembre del 1941 a pieni voti.

Iniziò a soffrire fin da ragazzo di forti emicranie, mentre la sua gracile costituzione fisica giustificò infauste previsioni che Andreotti ricorda così:
« Aiutato dal mio carattere ad apprezzare anche il lato comico delle vicende, dimenticai presto la terribile prognosi del medico militare del Celio Ricci, che, dichiarandomi non idoneo al corso allievi ufficiali («oligoemia e deperimento organico») aveva aggiunto il pronostico che a suo giudizio non mi restavano più di sei mesi prima di passare a vita migliore.»
Inizio della carriera politica

Intraprese la carriera politica già nel corso degli studi universitari, durante i quali entrò a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, che era l’unica associazione cattolica riconosciuta nelle università durante il fascismo, nella quale si formerà buona parte della futura classe dirigente democristiana. Andreotti ha spiegato così questo inizio:
« […] stavo studiando diritto della navigazione, andai in biblioteca e un impiegato mi disse: «Lei non ha niente di meglio da fare?». Io mi seccai un po’. Qualche giorno dopo mi chiama Spataro, che era stato presidente molti anni prima, e stava riorganizzando la Democrazia Cristiana, e ci ritrovo quel signore dei libri che mi dice: “De Gasperi vuole il suo nome”. […] De Gasperi io non lo conoscevo. Mi venne detto: “Vieni a lavorare con noi”. Allora ho cominciato, e non era affatto nei miei programmi. Poi, si sa, la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne.»

Riguardo all’impiegato della biblioteca, Andreotti ha spiegato: «Io non sapevo chi fosse quel signore. Lui sapeva invece che dirigevo il giornale degli universitari cattolici». Infatti nella FUCI Andreotti era giunto, nel luglio 1939, a ricoprire l’incarico di direttore di Azione Fucina (la rivista degli universitari cattolici), proprio mentre Aldo Moro assumeva la presidenza dell’associazione. Quando nel 1942 questi fu chiamato alle armi, Andreotti gli successe nell’incarico di presidente, incarico che mantenne sino al 1944:
« Con Moro ci conoscevamo fin dai tempi della Fuci, lui era presidente, io dirigevo l’Azione fucina, e quando lui lasciò la carica presi il suo posto. Quindi una dimestichezza che risaliva a prima della politica. […] ho sempre avuto con lui una relazione molto facile, proprio perché c’era questo legame universitario.»

Nel luglio del 1943 prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli.

Durante la guerra scrisse per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista. Partecipò anche alla redazione clandestina de Il Popolo. Il 30 luglio 1944, al Congresso di Napoli, fu eletto nel primo Consiglio nazionale della Democrazia cristiana e il 19 agosto divenne responsabile dei gruppi giovanili del partito. In tale carica verrà confermato dal Congresso giovanile di Assisi del gennaio 1947.
L’elezione all’Assemblea costituente e le prime responsabilità di governo
Giulio Andreotti negli anni quaranta.

Fu De Gasperi ad introdurlo nella scena politica nazionale, designandolo quale componente della Consulta nazionale nel 1945 e successivamente favorendone la candidatura alle elezioni del 1946 all’Assemblea Costituente. I due si conobbero casualmente nella Biblioteca Vaticana dove De Gasperi aveva un modesto impiego concessogli dal Vaticano per consentirgli di sfuggire alla miseria cui lo voleva condannato il regime fascista e fra i due si sviluppò un intenso rapporto nonostante le profonde differenze caratteriali. All’inizio degli anni quaranta il futuro papa Giovanni Battista Montini, già assistente ecclesiastico della Fuci e sostituto della segreteria di Stato, aveva notato il giovane Andreotti e fu lui nel maggio 1947 ad esortare De Gasperi perché lo nominasse sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, «lasciando di stucco un’intera schiera di vecchi popolari che affollavano l’anticamera politica della nuova Italia».

Andreotti divenne così parte del quarto governo De Gasperi, venendo poi eletto nel 1948 alla Camera dei deputati per la circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, in quella che sarà la sua roccaforte elettorale fino agli anni novanta.

Nel 1952, in vista delle elezioni amministrative del comune di Roma, Andreotti diede prova delle sue capacità diplomatiche e della credibilità conseguita agli occhi del Papa negli anni della presidenza della Fuci scrivendo a Pio XII un appunto che finalmente lo persuase – dopo che non vi erano riusciti né Montini né De Gasperi – a rinunciare all’”operazione Sturzo” (cioè all’idea di un’alleanza elettorale che coinvolgesse anche i neofascisti).

Andreotti mantenne la carica di sottosegretario alla Presidenza in tutti i governi De Gasperi e poi nel successivo governo Pella, fino al gennaio 1954. Ad Andreotti furono affidate numerose e ampie deleghe (fra le altre, quelle per lo spettacolo, lo sport, la riforma della pubblica amministrazione, l’epurazione). A lui si devono in particolare la rinascita della industria cinematografica nazionale e il rilancio degli stabilimenti di Cinecittà devastati nell’immediato dopoguerra (Legge n. 958 del 29 dicembre 1949), la rinascita del CONI e l’autonomia finanziaria dello sport attraverso il collegamento con il totocalcio. È del 1953, fra l’altro, il cosiddetto “veto Andreotti” contro il blocco della importazione di calciatori stranieri. Le benemerenze acquisite da Andreotti in questi anni nei confronti dello sport italiano gli verranno riconosciute il 30 novembre 1958 con la nomina all’unanimità, da parte del Consiglio nazionale del Coni, a presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Molti anni dopo, nel 1990, Andreotti verrà inoltre insignito del prestigioso Collare all’Ordine olimpico, la massima onorificenza del Comitato Olimpico Internazionale. Seguirono altri innumerevoli incarichi, tanto che Andreotti fu presente in quasi tutti i governi della Prima Repubblica.
Gli anni cinquanta e sessanta

Nel 1954 è per la prima volta ministro, guidando gli Interni nel brevissimo primo governo Fanfani. Successivamente diventa ministro delle Finanze e nell’agosto del 1958 rimane coinvolto per «mancata vigilanza» nel Caso Giuffrè sulla base di un “memoriale”, poi rivelatosi falso. Dall’accusa venne completamente scagionato da una commissione di inchiesta parlamentare.

Viene invece censurato da una Commissione d’inchiesta parlamentare del 1961-1962 su alcune irregolarità nei lavori dell’aeroporto di Fiumicino. La Commissione rimproverò ad Andreotti di aver preso “affrettatamente” le difese del colonnello Amici, suo sottoposto, riferendo gli accertamenti fatti dai suoi servizi.

Quasi parallelamente all’affermarsi della segreteria nazionale di Amintore Fanfani, la corrente andreottiana nasce in quegli anni, ereditando nella capitale i quadri della destra clericale che nel 1952 s’erano coalizzati – con la benedizione del Vaticano – dietro il tentativo di espugnare il Campidoglio con la lista civica guidata da Luigi Sturzo. Essa esordì con la campagna di stampa che implicò Piero Piccioni (figlio del vicesegretario nazionale Attilio Piccioni) nella vicenda del delitto di Torvajanica.
Eliminata così la vecchia guardia degasperiana dalla guida del partito, gli andreottiani aiutarono la neonata corrente dei dorotei a conseguire la maggioranza necessaria per scalzare Fanfani dalla Presidenza del consiglio e dalla segreteria della Democrazia cristiana. Si trattava di «una sorta di curva Sud del partito […] anche se marginale all’interno della Dc», che Franco Evangelisti battezzò «corrente Primavera».

Nei primi anni sessanta fu ministro della Difesa quando esplose lo scandalo dei fascicoli SIFAR e del Piano Solo, un presunto progetto di golpe neofascista, promosso, secondo il settimanale L’Espresso, dal generale missino Giovanni De Lorenzo.

L’incarico ministeriale rivestito da Andreotti fu onerato, da una successiva legge, della responsabilità della distruzione dei fascicoli, con cui il Sifar aveva schedato importanti politici italiani, di cui aveva composto dei ritratti poco favorevoli. Gli si addebita perciò una responsabilità quanto meno oggettiva nel fatto che – come è stato accertato – quei fascicoli fossero stati prima fotocopiati e poi passati alla P2 di Licio Gelli, che aveva portato quei materiali all’estero, a dispetto del fatto che la commissione parlamentare d’inchiesta avesse deciso di far bruciare a Fiumicino, nell’inceneritore, i fascicoli abusivi.
Quasi a rimarcare la differente cifra della sua condotta, Francesco Cossiga, che nella veste di sottosegretario alla Difesa procedette parallelamente all’espunzione con omissis del rapporto della commissione ministeriale d’inchiesta del generale Manes sul Piano Solo, ha sempre pubblicamente vantato il suo intervento censorio, dichiarando di averlo svolto nella piena legalità.

Nel dicembre del 1968 viene nominato capogruppo della Dc alla Camera, incarico che manterrà per tutta la legislatura fino al 1972.
I primi anni settanta: Andreotti Presidente del Consiglio In visita alla Casa Bianca nel 1973.

Nel 1972, Giulio Andreotti diventa per la prima volta Presidente del Consiglio, incarico che reggerà, alla guida di due esecutivi di centro-destra, fino al 1973. Continua a ricoprire incarichi di primo piano, nei successivi esecutivi.

Nel ruolo di ministro della difesa, rilascia una famosa intervista a Massimo Caprara con cui rivela le coperture istituzionali dell’indagato per la strage di piazza Fontana, Guido Giannettini (Andreotti sarà prosciolto, nel 1982, dall’accusa di favoreggiamento nei confronti di Giannettini).

Fra il 1974 e il 1976 ricopre il ruolo di Ministro del Bilancio nei governi Moro IV e Moro V.
La non-sfiducia e la solidarietà nazionale: Andreotti ritorna a Palazzo Chigi
Da sinistra Andreotti con Takeo Fukuda, Jimmy Carter, Helmut Schmidt e Valéry Giscard d’Estaing al summit meeting del G7 a Bonn 1978.

Nel 1976, il governo, presieduto da Aldo Moro, perse la fiducia dei socialisti in Parlamento e il Paese si avviò alle elezioni anticipate, che videro un forte aumento del Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer. La Democrazia Cristiana riuscì, anche se solo per pochi voti, a restare il partito di maggioranza relativa. Forte del buon risultato elettorale, Berlinguer propose, appoggiato anche da Aldo Moro e Amintore Fanfani, di dare concretezza al compromesso storico, ovvero alla formazione di un governo di coalizione fra PCI e DC, per superare la difficile situazione dell’Italia dell’epoca, colpita dalla crisi economica e dal terrorismo.
Helmut Schmidt, Pierre Trudeau, Valéry Giscard d’Estaing, James Callaghan, Jimmy Carter, Giulio Andreotti e Takeo Fukuda al summit del G7 nel 1977 a Londra.

Fu proprio Andreotti ad essere prescelto per guidare il primo esperimento in questa direzione: egli varò nel luglio del 1976 il suo terzo governo, detto della “non sfiducia” perché, pur essendo un monocolore, si reggeva grazie all’astensione dei partiti dell’”arco costituzionale” (tutti tranne il MSI-DN). Questo governo cadde però nel gennaio del 1978.

A marzo la crisi fu superata grazie alla mediazione di Aldo Moro, che promosse un nuovo esecutivo, sempre un monocolore democristiano ma sostenuto dal voto favorevole di tutti i partiti compreso il PCI (votarono contro solo MSI, PLI e SVP). Il nuovo governo fu nuovamente affidato ad Andreotti e ottenne la fiducia in Parlamento, il 16 marzo, lo stesso giorno del sequestro di Moro.

La drammatica situazione fece nascere la cosiddetta “solidarietà nazionale”, in nome della quale il PCI accettò di votare comunque la fiducia malgrado Andreotti avesse rifiutato tutte le richieste della sinistra (riduzione del numero dei ministri, inclusione di alcuni indipendenti, esclusione di ministri quali Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin, apertamente contrari alla politica di solidarietà nazionale).

Il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro è fortemente controverso. Rifiutò ogni trattativa con i terroristi in nome della ragion di Stato, sposando la linea della fermezza e scatenando forti critiche contro di lui da parte della famiglia dello statista rapito.

Nel suo memoriale, scritto mentre era prigioniero, Moro riserva giudizi durissimi su Andreotti.

Dopo l’omicidio di Moro, nel maggio del 1978, l’esperienza della solidarietà nazionale proseguì, portando all’approvazione di importanti leggi, come la riforma sanitaria. La richiesta dei comunisti, per una partecipazione più diretta alle attività di governo, fu respinta dalla DC: di conseguenza Andreotti si dimise nel giugno del 1979.
Andreotti e il Presidente americano Carter.

In quel periodo teorizzò la “strategia dei due forni”, secondo cui il partito di maggioranza relativa avrebbe dovuto rivolgersi alternativamente a PCI e PSI, a seconda di chi dei due “facesse il prezzo del pane più basso”. Sta di fatto che ciò produsse per lungo tempo un pessimo rapporto con Bettino Craxi: esso s’era degradato quando Andreotti aveva fissato le elezioni anticipate del 1979 ad una settimana dalle europee di quell’anno (disattendendo la richiesta del PSI, che riteneva di avere maggiori chance di trascinamento con la coincidenza tra le due date), ed era crollato definitivamente quando la vicenda di finanziamento illecito di correnti anticraxiane del PSI – che era dietro lo scandalo ENI-Petromin – fu (a torto od a ragione) ricondotta da Craxi ad ambienti andreottiani. Ne scaturì il veto ad incarichi di governo per tutta la successiva legislatura (quando – prematuramente – Craxi disse che «…la vecchia volpe è finita in pellicceria»): si trattò dell’unico quadriennio della Prima Repubblica (oltre al periodo 1968-1971) in cui Andreotti non rivestì alcun incarico di governo.
Gli anni ottanta

Nel 1983 Andreotti assume la carica di Ministro degli Esteri nel primo governo Craxi, incarico che mantiene nei successivi governi fino al 1989. Forte della sua pluridecennale esperienza di uomo politico, Andreotti favorì il dialogo fra USA e URSS, che in quegli anni si stava aprendo. All’interno del governo, si rese protagonista di diversi scontri con Craxi – prevalentemente surrettizi, come quando sussurrò ad un giornalista di essere stato «…in Cina con Craxi e i suoi cari…» – ma nella gestione filoaraba della politica estera[23] fu oggettivamente in consonanza con il premier, schierandosi con lui nella questione della risoluzione negoziata del dirottamento della nave Achille Lauro.

Anche grazie a questi sviluppi, svolse successivamente un ruolo di tramite fra Craxi e la Democrazia Cristiana, i cui rapporti erano tutt’altro che idilliaci. Gli scontri fra il carismatico leader socialista e il segretario democristiano Ciriaco De Mita erano all’ordine del giorno, tanto che i giornali parlarono dell’esistenza del triangolo CAF (Craxi-Andreotti-Forlani): quando tale intesa sottrasse a De Mita la guida del governo, nel 1989, fu chiamato nuovamente alla presidenza del Consiglio, incarico che resse fino al 1992.

Si trattò di un governo dal decorso turbolento: la scelta di restare alla guida del governo, nonostante l’abbandono dei ministri della sinistra democristiana – dopo l’approvazione della norma sugli spot televisivi (favorevole alle emittenze private di Silvio Berlusconi, reso “oligopolista” dalla legge Mammì) – non impedì il riemergere di antichi sospetti e rancori con Craxi (che alluse ad Andreotti quando disse che dietro il ritrovamento delle lettere di Moro in via Montenevoso vedeva una “manina”, guadagnandosi la sua piccata replica che forse c’era stata una “manona”); lo scandalo Gladio e le “picconate” del presidente Francesco Cossiga lo videro destinatario di pressioni istituzionali fortissime, cui replicò con la consueta levità di spirito dichiarando che era «…meglio tirare a campare che tirare le cuoia»[24].

Nel 1992, finita la legislatura, Andreotti rassegnò le sue dimissioni, non mancando di chiosare che facendo le valigie aveva trovato nei suoi cassetti alcune lettere del Presidente della Repubblica ancora chiuse[senza fonte]. Eppure a quel Presidente dovette la sua sopravvivenza politica nella sua quarta età: l’anno prima era stato nominato senatore a vita proprio da Cossiga.

Priva di radicamento territoriale al di fuori del Lazio (dove si valeva di proconsoli territoriali come Franco Evangelisti prima e Vittorio Sbardella poi, oltre che di “specialisti” nelle varie istituzioni come il magistrato di Cassazione Claudio Vitalone ed il vescovo di Curia monsignor Angelini), la corrente andreottiana si alleava periodicamente con correnti espresse da altre realtà territoriali: da ultimo, negli anni ottanta, furono organici all’andreottismo, tra le tante, le correnti napoletane di Enzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino, quella bresciana di Giovanni Prandini, quella milanese di Luigi Baruffi, quella emiliano-romagnola di Nino Cristofori, quella piemontese di Silvio Lega, quella calabrese di Camelo Puija, quella palermitana di Salvo Lima e quella catanese di Nino Drago; al di là delle espressioni geografiche, un lungo tratto di cammino insieme compirono anche le frange politiche di Comunione e liberazione, pur mantenendo un ampio margine di autonomia. Dopo la nomina a Senatore a vita, nel Lazio la corrente fu sottoposta a forti tensioni per capire su chi dovessero convergere le forze. Lo scontro fu particolarmente aspro e portò Vittorio Sbardella ad uscire dal Gruppo. Alle prime elezioni politiche successive alla nomina come senatore a vita, quelle del 1992, lo stesso Sbardella otterrà un lusinghiero risultato, arrivando secondo ad una incollatura da Franco Marini. In Regione sedeva dal 1990 il nipote di Andreotti (per parte di moglie) Luca Danese.
Andreotti senatore a vita

In quello stesso anno, il 1992, Andreotti era considerato uno dei candidati più papabili per la carica di presidente della Repubblica, ma la sua corrente non si espose mai con una candidatura esplicita che portasse alla conta dei voti, preferendo l’esercizio di un’estenuante interdizione che tenne sulla corda gli altri candidati del CAF (fino a “bruciare”, in due memorabili scrutini di metà maggio, la candidatura di Arnaldo Forlani, che non riuscì a raggiungere il quorum per meno di trenta voti). Quella di Andreotti, che era studiata come una candidatura da far emergere dopo l’affossamento delle altre, divenne però a sua volta del tutto impraticabile dopo l’assassinio del giudice Giovanni Falcone a Palermo: il fatto che due mesi prima fosse stato assassinato a Palermo Salvo Lima, della medesima corrente di Andreotti, fu giudicato in Parlamento un evento di scarsa presentabilità pubblica, in una situazione di emergenza nazionale nella lotta alla mafia. Così si passò a considerare altri nomi più “istituzionali”: prima il presidente del Senato Giovanni Spadolini e poi, con successo, quello della Camera Scalfaro, sostenuto anche dalla sinistra.

Dall’ottobre del 1993, Giulio Andreotti diviene direttore del mensile internazionale 30 giorni nella Chiesa e nel Mondo, in vendita solo nelle edicole intorno al Vaticano e nelle librerie Paoline, ma a cui è possibile abbonarsi.

Nel 1994, allo scioglimento della Democrazia Cristiana, aderì al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli, partito che lascerà nel 2001, in seguito alla nascita della Margherita.

Non toccato dalla tempesta di Tangentopoli, nel 1993, dopo le rivelazioni di alcuni pentiti, viene indagato come mandante dell’omicidio Pecorelli dalla Procura di Perugia. Sarà assolto definitamente dalla Corte di Cassazione dieci anni dopo.

Lo stesso anno fu accusato di aver favorito la mafia, tramite la mediazione del suo rappresentante in Sicilia, Salvo Lima. Il Senato, dietro sua sollecitazione, concesse l’autorizzazione a procedere e il processo accertò la collaborazione di Andreotti con la criminalità organizzata fino al 1980, facendo così scattare la prescrizione.

Nel febbraio del 2001 diede vita, insieme a Ortensio Zecchino e Sergio D’Antoni, al partito d’ispirazione cristiana denominato Democrazia Europea, che ottenne un risultato modesto alle elezioni e confluì nell’UDC nel 2002.

Le elezioni politiche del 2006, che videro una vittoria di misura dell’Unione di Romano Prodi, con al Senato un leggero vantaggio di seggi tra lo schieramento vincente e la Casa delle Libertà, fecero discutere sui futuri assetti istituzionali e sulla necessità di ricompattare un’Italia sostanzialmente divisa in due. Perciò, da alcuni settori del centro-destra era giunta la proposta di assegnare la Presidenza del Senato al senatore a vita Andreotti, ritenuto capace di mediare tra i due schieramenti e tra le due anime del Paese.

Il senatore a vita aveva dichiarato «Deciderò sul momento» se accordare o meno la fiducia all’eventuale governo Prodi II. Sull’ipotesi di una sua elezione alla Presidenza del Senato, in un’intervista al quotidiano La Stampa del 22 aprile 2006, si rese disponibile purché «…in un’ottica di conciliazione». L’elezione di Andreotti, secondo alcune fonti, avrebbe dovuto ottenere i consensi di un’ampia fetta dei moderati del centrosinistra, fra La Margherita e l’Udeur di Mastella, mettendo in crisi la scelta, data ormai per certa, del diellino Franco Marini.

Ma l’elezione, tenutasi il 29 aprile, al terzo scrutinio, portò al ruolo di presidenza del Senato Franco Marini, con 165 voti (quelli della maggioranza più quelli di alcuni senatori a vita e, verosimilmente, alcuni provenienti dai gruppi di minoranza della Cdl), contro le 156 preferenze raccolte dall’ex-presidente del consiglio tra le fila del centro-destra e dal senatore a vita Francesco Cossiga. L’elezione fu molto importante perché alcuni hanno ritenuto nei giorni precedenti, e soprattutto durante le prime due votazioni, che la coalizione di centrosinistra non sarebbe stata in grado di avere una duratura maggioranza dei voti per l’attività del Senato.[senza fonte]

Il 19 maggio 2006 accordò la fiducia al governo Prodi II, assieme agli altri sei senatori a vita, suscitando vive polemiche nella Casa delle Libertà, che aveva sostenuto la sua candidatura alla Presidenza del Senato. Successivamente, si consultò spesso con il nuovo Presidente del Consiglio riguardo alla politica estera, che continuava a seguire in qualità di membro della Commissione Affari esteri del Senato.

Il 21 febbraio 2008 suscitò scalpore la sua astensione in Senato alla risoluzione della maggioranza di centrosinistra, relativa alle linee guida di politica estera illustrate dal Ministro degli Esteri Massimo D’Alema al Senato della Repubblica, che non ottenne il quorum di maggioranza, iniziando così la crisi di Governo che portò il Presidente del Consiglio Romano Prodi a rassegnare, in serata, le dimissioni dal suo incarico al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il senatore a vita aveva annunciato il giorno prima il suo voto favorevole. L’indomani dichiarò ai mass media che il suo cambio di scelta fu dovuto al discorso di D’Alema, teso a marcare fortemente la discontinuità della politica estera del centrosinistra rispetto all’esecutivo dell’ex premier Silvio Berlusconi; dichiarò inoltre il suo totale disaccordo su di una politica tesa da un lato ad osannare il leader di Forza Italia e dall’altro a demonizzarlo. Alcuni tra commentatori e giornalisti insinuarono che l’astensione di Andreotti fosse dovuta alla tensione politica tra il Vaticano e il Governo Prodi, sorta circa il disegno di legge sui DICO. Andreotti aveva partecipato nel maggio 2007 ad una manifestazione “in difesa della famiglia” (Family Day).

Il 29 aprile 2008, a seguito della rinuncia dei senatori Rita Levi-Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro, Andreotti ha svolto le funzioni di presidente provvisorio del Senato della Repubblica in quanto senatore più anziano. Ha quindi diretto le votazioni che hanno portato all’elezione del senatore Renato Schifani alla seconda carica dello Stato.

Il suo notevole archivio cartaceo (3.500 faldoni, dal 1944 in poi) che, negli ultimi anni della sua carriera parlamentare, aveva sede nel suo ufficio di piazza in Lucina, è stato acquisito dalla Fondazione Sturzo[28] ed è tuttora utilizzato da Andreotti.

Il senatore Giulio Andreotti è il capo di governo più longevo in tutta la storia unitaria dell’Italia. Dopo il 30 dicembre 2012, giorno della scomparsa di Rita Levi-Montalcini, è stato il più anziano senatore in carica.

Vicende giudiziarie

Rapporti con Cosa Nostra

Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per associazione per delinquere. Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste, la sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all’associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto.

L’obiter dictum (parte di una sentenza che non “fa diritto”) della sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «…un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980».

Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell’allora ministro degli Esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all’epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina.

Lo stesso Andreotti ammise in aula l’incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca.

La sentenza di primo grado definì «inverosimile» la «ricostruzione dell’episodio offerta dall’imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita dall’onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato».

Sia l’accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l’una contro la parte assolutiva, e l’altra per cercare di ottenere la piena assoluzione. Tuttavia la Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò entrambe le richieste confermando la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato prima del 1980 e l’assoluzione per il resto.

Nella motivazione della sentenza di appello, confermata dalla cassazione, si legge (a pagina 211):
« Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione. »

Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione), Andreotti avrebbe potuto essere condannato in base all’articolo 416, cioè all’associazione “semplice” (poiché quella aggravata di stampo mafioso (416-bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, grazie ai relatori Virginio Rognoni (Dc) e Pio La Torre (Pci), oppure assolto con formula piena con la conferma della sentenza di primo grado.

Nel dettaglio, il giudice di legittimità, scrive:
« Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza. »
Le rivelazioni dei pentiti

Leonardo Messina ha affermato di aver sentito dire che Andreotti era “punciutu”, ossia un uomo d’onore con giuramento rituale.

Baldassare Di Maggio raccontò di un bacio tra Andreotti e Totò Riina. Successivamente questo non venne provato e si ritiene che abbia attirato tutta l’attenzione del processo su questo ipotetico fatto suggestivo, allontanandola dalle testimonianze di circa 40 pentiti.

Giovanni Brusca ha affermato: «Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c’erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali.» e «Chiarisco che in Cosa Nostra c’era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti.».
Omicidio Pecorelli

Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell’omicidio Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979.

Secondo i magistrati investigatori, Andreotti commissionò l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli – che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa – aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali del partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo al rapimento e l’uccisione dell’ex primo ministro Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata “Gli assegni del Presidente” con l’immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa.

Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che «…l’omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti», il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica.

In primo grado nel 1999 la corte di assise di Perugia prosciolse Andreotti, il suo braccio destro Claudio Vitalone (ex Ministro del Commercio con l’estero), Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera. Successivamente, il 17 novembre 2002 la corte di appello ribaltò la sentenza di primo grado e Badalamenti ed Andreotti furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell’omicidio Pecorelli. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d’appello venne quindi annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado.
Caso Almerighi

È stato condannato in via definitiva il 4 maggio 2010 per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo «falso testimone, autore di infamie e pazzo».
Coinvolgimenti in altre vicende

La figura di Andreotti è oggetto di interpretazioni e polemiche di varia natura. Le numerose contestazioni che gli sono state volte hanno riguardato praticamente tutti i campi della sua attività e sono venute anche da politici e giornalisti illustri (come Indro Montanelli). In parte ciò è ascrivibile all’assolutamente inedito curriculum ministeriale accumulato, che fece sì che anche senza più rivestire cariche formali egli fosse referente di alti funzionari e burocrati ministeriali e dei servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale.

Accuse e sospetti gli sono stati rivolti a proposito delle sue relazioni con la loggia P2, Cosa Nostra, la Chiesa cattolica e con alcuni individui legati ai più oscuri misteri della storia repubblicana. Tali voci – e specialmente il reato relativo al rapporto con Cosa Nostra – hanno certamente danneggiato la sua immagine pubblica: come s’è visto nel 1992, scaduto il mandato del dimissionario Francesco Cossiga come Presidente della Repubblica, la candidatura di Andreotti sembrava destinata ad avere la meglio finché, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.
Andreotti e Dalla Chiesa

Nel 1978, dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pullman, i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate Rosse appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro e parte di un memoriale dello stesso. Il Memoriale Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa ad Andreotti a causa delle informazioni contenute al suo interno. Inoltre nel 1979, pochi giorni prima di essere ucciso, Mino Pecorelli incontrò Dalla Chiesa per ricevere informazioni sul Memoriale, consegnandogli documenti riguardanti Andreotti.

Nel 1982 Andreotti spinse molto sulla disponibilità di Dalla Chiesa ad accettare l’incarico propostogli di Prefetto di Palermo. In un diario, un appunto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa datato 2 aprile 1982 al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scriveva che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la “famiglia politica” più inquinata da contaminazioni mafiose.

Sempre Dalla Chiesa, nel suo taccuino personale scrive: «Ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare [da lui, ndr] e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[…] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno […] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.»
Rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli

Secondo la Corte di Perugia ed il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.»
Andreotti con Licio Gelli (al centro) all’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone

Tali rapporti si intensificarono nel 1976, al momento del crac finanziario delle banche di Sindona: Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all’allora Ministro della Difesa Andreotti. Quest’ultimo, incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana, il quale venne però rifiutato da Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d’Italia. In seguito, Andreotti si giustificò sostenendo che il suo interessamento per il salvataggio della Banca Privata Italiana era solo di natura istituzionale. Tuttavia, anche durante la lunga latitanza di Sindona all’hotel Pierre di New York, Andreotti continuò a mantenere contatti con l’avvocato del banchiere, Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l’estradizione.

Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione e conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l’omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente.

Su Ambrosoli, Andreotti ha in seguito dichiarato: «è una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando», per poi precisare: “intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto”.

Sindona morì avvelenato da un caffè al cianuro il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera, due giorni dopo essere stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ambrosoli. Tale morte venne archiviata come suicidio, poiché le prove e le testimonianze riguardo al veleno utilizzato ed al comportamento di Sindona stesso facevano supporre un tentativo di auto-avvelenamento: tale atto sarebbe stato compiuto nella speranza di una re-estradizione negli Stati Uniti, paese con il quale l’Italia aveva un accordo sulla custodia del banchiere legato alla sicurezza e incolumità di quest’ultimo. Sindona, quindi, avrebbe messo in scena un avvelenamento e sarebbe morto a causa di un errore di dosaggio.

Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest’ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d’appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: “fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall’ergastolo. Nel processo d’appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto.”. Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.

Ancora nel 2010, Giulio Andreotti dava un giudizio positivo su Sindona: “Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona”. Il fatto “che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c’erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene”.

Inoltre nel 1988 Clara Canetti, la vedova del banchiere Roberto Calvi (trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge di Londra nel 1982), affermò che il marito le avrebbe confidato poco tempo prima di morire che il vero capo della loggia P2 era Andreotti, da cui Licio Gelli prendeva ordini[53]: di tale affermazione però non sono mai stati raccolti riscontri attendibili ed Andreotti negò le accuse della vedova, rispondendo ironicamente: “Se fossi un massone non mi accontenterei di essere a capo di una loggia soltanto”. A proposito, in un’intervista concessa il 15 febbraio 2011 al settimanale Oggi, Licio Gelli dichiarò: “Giulio Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della Loggia P2? Per carità.. io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello”: l’Anello (o più propriamente chiamato «Noto servizio») sarebbe stato un servizio segreto parallelo e clandestino usato come anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale Oggi chiese subito un commento ad Andreotti, il quale fece sapere di non volere rispondere alle dichiarazioni di Gelli.
Andreotti e il Golpe Borghese.

A seguito delle rivelazioni sull’indagine legata al tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese, il 15 settembre 1974 Giulio Andreotti, all’epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un’inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Scoperto il progetto, Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti.

Andreotti per questo destituì Miceli e altri 20 generali e ammiragli. Ma nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano in versione integrale. Vi erano infatti i nomi di numerosi personaggi di spicco in ambito politico e militare, per cui Andreotti stesso ha recentemente dichiarato che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche, in quanto tali informazioni erano “inessenziali” per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare “inutilmente nocive” per i personaggi ivi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi, successivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; infine si facevano rivelazioni circa un “patto” stretto da Borghese con alcuni esponenti della mafia siciliana, secondo cui alcuni sicari della mafia avrebbero ucciso il capo della polizia, Angelo Vicari. L’esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta.

Grazie al Freedom of Information Act nel 2004 si è inoltre scoperto che il piano di Borghese era noto al governo degli Stati Uniti e che esso aveva l’”avallo” a condizione che fosse assicurato il coinvolgimento di un personaggio politico italiano “di garanzia”. Il nome indicato fu quello di Andreotti, che sarebbe dovuto diventare una sorta di presidente “in pectore” del governo post-golpe. Tuttavia non è accertato che Andreotti fosse al corrente dell’indicazione statunitense. Il dottor Adriano Monti, complice di Junio Valerio Borghese nel tentato golpe, afferma che il suo nome, come “garante politico” del colpo di stato, sarebbe stato fatto da Otto Skorzeny, promotore dell’organizzazione Geleme, una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence fiancheggiatrici della CIA.

Sinossi degli incarichi di Governo

Ministro Mandato Governo
Segretario del Consiglio dei ministri 31 maggio 194723 maggio 1948 Governo De Gasperi IV
Segretario del Consiglio dei ministri 23 maggio 194812 gennaio 1950 Governo De Gasperi V
Segretario del Consiglio dei ministri 27 gennaio 195016 luglio 1951 Governo De Gasperi VI
Segretario del Consiglio dei ministri 26 luglio 195129 giugno 1953 Governo De Gasperi VII
Segretario del Consiglio dei ministri 16 luglio 19532 agosto 1953 Governo De Gasperi VIII
Segretario del Consiglio dei ministri 17 agosto 19535 gennaio 1954 Governo Pella
Ministro dell’Interno 18 gennaio 195430 gennaio 1954 Governo Fanfani I
Ministro delle Finanze 6 luglio 19556 maggio 1957 Governo Segni I
Ministro delle Finanze 19 maggio 195719 giugno 1958 Governo Zoli
Ministro del Tesoro 1º luglio 195815 febbraio 1959 Governo Fanfani II
Ministro della Difesa 15 febbraio 195923 marzo 1960 Governo Segni II
Ministro della Difesa 25 marzo 196026 luglio 1960 Governo Tambroni
Ministro della Difesa 26 luglio 196021 febbraio 1962 Governo Fanfani III
Ministro della Difesa 21 febbraio 196221 giugno 1963 Governo Fanfani IV
Ministro della Difesa 21 giugno 19634 dicembre 1963 Governo Leone I
Ministro della Difesa 4 dicembre 196322 luglio 1964 Governo Moro I
Ministro della Difesa 22 luglio 196423 febbraio 1966 Governo Moro II
Ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato 23 febbraio 196624 giugno 1968 Governo Moro III
Ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato 24 giugno 196812 dicembre 1968 Governo Leone II
Presidente del Consiglio 17 febbraio 197226 giugno 1972 Governo Andreotti I
Presidente del Consiglio 26 giugno 19727 luglio 1973 Governo Andreotti II
Ministro della Difesa 14 marzo 197423 novembre 1974 Governo Rumor V
Ministro del Bilancio e Programmazione Economica 23 novembre 197412 febbraio 1976 Governo Moro IV
Ministro del Bilancio e Programmazione Economica 12 febbraio 197629 luglio 1976 Governo Moro V
Presidente del Consiglio 29 luglio 197611 marzo 1978 Governo Andreotti III
Presidente del Consiglio 11 marzo 197820 marzo 1979 Governo Andreotti IV
Presidente del Consiglio 20 marzo 19794 agosto 1979 Governo Andreotti V
Ministro degli Affari Esteri 4 agosto 19831º agosto 1986 Governo Craxi I
Ministro degli Affari Esteri 1º agosto 198617 aprile 1987 Governo Craxi II
Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Politiche Comunitarie 17 aprile 198728 luglio 1987 Governo Fanfani VI
Ministro degli Affari Esteri 28 luglio 198713 aprile 1988 Governo Goria
Ministro degli Affari Esteri 13 aprile 198822 luglio 1989 Governo De Mita
Presidente del Consiglio 22 luglio 198912 aprile 1991 Governo Andreotti VI
Presidente del Consiglio 12 aprile 199128 giugno 1992 Governo Andreotti VII

Opere

  • Concerto a sei voci. Storia segreta di una crisi, s.l., Edizioni della bussola, 1946; Milano, Boroli, 2007. ISBN 978-88-7493-103-3.
  • L’eucaristia nella vita sociale. Relazione al XIII Congresso eucaristico Nazionale. Assisi, settembre 1951, Roma, Tip. G. Bardi, 1951.
  • Discorso al congresso. Napoli, 29 giugno 1954, Roma, Tip. del Senato del dott. Bardi, 1954.
  • Pranzo di magro per il Cardinale, Milano, Longanesi, 1954.
  • De Gasperi e il suo tempo. Trento, Vienna, Roma, Milano, A. Mondadori, 1956; 1964; 1969; 1974.
  • Il senso dello stato, Milano, Rizzoli, 1958.
  • Scritti e discorsi…. Da “Concretezza”, “Oggi”, “Politica”, “La discussione”, Roma, Tip. A. Garzanti, 1959.
  • La patria e le nuove generazioni nel pensiero dell’on. Giulio Andreotti, ministro della difesa, Roma, Tip. OPI, 1963.
  • La sciarada di Papa Mastai, Milano, Rizzoli, 1967.
  • I minibigami, Milano, Rizzoli, 1971.
  • Ore 13: il Ministro deve morire, Milano, Rizzoli, 1974.
  • De Gasperi e la ricostruzione, Roma, Cinque lune, 1974.
  • La Democrazia cristiana. (1943-1948), Roma, Cinque lune, 1975.
  • Intervista su De Gasperi, Roma-Bari, Laterza, 1977.
  • A ogni morte di Papa. I papi che ho conosciuto, Milano, Rizzoli, 1980.
  • Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Milano, Rizzoli, 1981. vincitore del Premio Il Libro dell’Anno
  • Visti da vicino, Milano, Rizzoli, 1982.
  • Visti da vicino. Seconda serie, Milano, Rizzoli, 1983. ISBN 88-17-85093-4.
  • Visti da vicino. Terza serie, Milano, Rizzoli, 1985. ISBN 88-17-85102-7.
  • Unione europea. Un personaggio in cerca d’autore. Firenze, 23 novembre 1985, Firenze, Istituto universitario europeo, 1985.
  • De Gasperi. Visto da vicino, Milano, Rizzoli, 1986. ISBN 88-17-36010-4.
  • Onorevole, stia zitto, Milano, Rizzoli, 1987. ISBN 88-17-85103-5.
  • Roma. Incanto di uomini e di dei, con Sandra Facchini, Gardolo, Reverdito, 1987. ISBN 88-342-0192-2.
  • L’URSS vista da vicino, Milano, Rizzoli, 1988. ISBN 88-17-85184-3.
  • Gli USA visti da vicino, Milano, Rizzoli, 1989. ISBN 88-17-85087-X.
  • Il potere logora…. …Ma è meglio non perderlo, Milano, Rizzoli, 1990. ISBN 88-17-85101-9.
  • Governare con la crisi, Milano, Rizzoli, 1991. ISBN 88-17-84135-8.
  • Onorevole, stia zitto. Atto secondo, Milano, Rizzoli, 1992. ISBN 88-11-84206-0.
  • Il mistero dell’uomo in grigio, Petriccione, Giunti Lisciani, 1993. ISBN 88-09-50116-0.
  • Cosa Loro. Mai visti da vicino, Milano, Rizzoli, 1995. ISBN 88-17-84446-2.
  • De (prima) re publica. Ricordi, Milano, Rizzoli, 1996. ISBN 88-17-84486-1.
  • Non ho mai ballato con un presidente. Autobiografia non scritta di Giulio Andreotti, Roma-Viterbo, Stampa alternativa-Nuovi equilibri, 1997. ISBN 88-7226-331-X.
  • Nove appunti di Natale, Roma, Benincasa, 1997.
  • Operazione Via Appia, Milano, Rizzoli, 1998. ISBN 88-17-85987-7.
  • A non domanda rispondo. Le mie deposizioni davanti al tribunale di Palermo, Milano, Rizzoli, 1999. ISBN 88-17-86079-4.
  • I quattro del Gesù. Storia di un’eresia, Milano, Rizzoli, 1999. ISBN 88-17-86221-5.
  • Teneteli su e altri racconti, Roma, Benincasa, 1999.
  • Don Giulio Belvederi, Roma, Trenta giorni, 1999.
  • Piccola storia di Roma. Da Romolo al giubileo del 2000, Milano, Mondadori, 2000. ISBN 88-04-47796-2. vincitore del Premio Cimitile
  • Sotto il segno di Pio IX, Milano, Rizzoli, 2000. ISBN 88-17-86362-9.
  • Volti del mio tempo. Personaggi della storia, della politica, della Chiesa, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2000. ISBN 88-215-4245-9.
  • 1 gennaio 2025, Roma, Benincasa, 2000.
  • Un gesuita in Cina, 1552-1610. Matteo Ricci dall’Italia a Pechino, Milano, Rizzoli, 2001. ISBN 88-17-86940-6.
  • I nonni della Repubblica, Milano, Rizzoli, 2002. ISBN 88-17-87026-9.
  • Uno sconto su Mosè, Roma, Trenta giorni, 2002.
  • Continuo ad avere fiducia nella giustizia. La dichiarazione spontanea alla Corte d’appello di Palermo. 28 novembre 2002, Roma, Trenta giorni, 2002.
  • I miei alti e bassi, Roma, Benincasa, 2002.
  • Altri cento nonni della Repubblica, Milano, Rizzoli, 2003. ISBN 88-17-87177-X.
  • La fuga di Pio IX e l’ospitalità dei Borbone, Roma, Benincasa, 2003. ISBN 88-86418-12-4.
  • Nonni e nipoti della Repubblica, Milano, Rizzoli, 2004. ISBN 88-17-00143-0.
  • 1947. L’anno delle grandi svolte nel diario di un protagonista, Milano, Rizzoli, 2005. ISBN 88-17-00718-8.
  • 1948. L’anno dello scampato pericolo, Milano, Rizzoli, 2005. ISBN 88-17-00927-X.
  • 1949. L’anno del Patto Atlantico, Milano, Rizzoli, 2006. ISBN 88-17-01153-3.
  • De Gasperi, Palermo, Sellerio, 2006. ISBN 88-389-2130-X.
  • 1953. Fu legge truffa?, Milano, Rizzoli, 2007. ISBN 88-17-01527-X.
  • 2000. Quale terzo millennio?, Milano, Rizzoli, 2007. ISBN 978-88-17-01960-6.
  • Don Carlo Gnocchi nel ricordo di Giulio Andreotti, Milano, San Paolo, 2009.

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Andreotti morto, protesta M5S in Senato nel minuto di silenzio: “Vergogna”

I funerali del senatore a vita, che non aveva partecipato al voto di fiducia del governo Letta, si svolgeranno domani pomeriggio nella Capitale. Né camera ardente, né funerali di Stato. Berlusconi: “Contro la sua persona la sinistra ha sperimentato una forma di lotta indegna di un Paese civile”

Andreotti morto, protesta M5S in Senato nel minuto di silenzio: “Vergogna”

Addio al “Divo” Giulio. Il presidente del Consiglio dei ministri per sette volte e molte volte responsabile dei dicasteri di Difesa, Esteri e anche Economia Giulio Andreotti è morto oggi alle 12.25 nella sua abitazione di Roma. Aveva 94 anni. L’anno scorso, sempre nel mese di maggio, si diffuse la notizia della sua scomparsa, ma il politico commentò ironicamente: “Mi danno per morto. Bene, mi allunga la vita”. Nato a Roma nel 1919 è stato uno dei protagonisti assoluti più controversi e discussi della politica italiana. I funerali del senatore a vita, che non aveva partecipato al voto di fiducia del governo Letta perché da tempo in precarie condizioni di salute, si svolgeranno in forma privata il 7 maggio alle 17 nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma. Non ci sarà la camera ardente e non saranno celebrate esequie di Stato.

Nella lunghissima carriera politica che copre tutta la storia della Repubblica italiana (fotogallery), Andreotti era stato accusato di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli, ma soprattutto di essere stato uno dei principali referenti della mafia siciliana. Un’accusa da cui era uscito quasi indenne grazie a una storica prescrizione (“fino alla primavera del 1980″) del 2 maggio 2003 riguardante il reato di associazione a delinquere visto che in quegli anni non c’era ancora il reato di associazione mafiosa, il 416 bis. Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d’appello lo assolve, ma sempre con la vecchia insufficienza di prove. Infine, la Cassazione conferma l’appello il 15 ottobre del 2004.

“Nel 1919 sono nati il Ppi di Sturzo, il fascismo e io. Di tutti e tre sono rimasto solo io”, si gloriava ultimamente. Da giovane, era un ragazzo religioso, studioso, molto serio, la schiena già lievemente incurvata e le idee chiare sul suo futuro. Unici divertimenti le partite della Roma, al vecchio stadio di Testaccio, e le corse dei cavalli all’ippodromo delle Capannelle.

Nel 1946, a 28 anni, era già sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con una delega particolare per lo spettacolo. Fu nel 1972 che riuscì ad arrivare alla presidenza del Consiglio. Lo scelsero con scarsa convinzione, per dar vita a un governo di centro dalle scarse prospettive. E infatti fu il governo più breve della storia repubblicana: solo nove giorni, dalla fiducia alle dimissioni. Emblematico il suo rapporto con Bettino Craxi. Il leader socialista non lo vedeva di buon occhio e fui lui a coniare il soprannome di Belzebù. Andreotti era “la volpe che finirà in pellicceria”. Ma qualche anno dopo dopo, di nuovo a Palazzo Chigi, Andreotti strinse un patto di ferro proprio con Craxi : erano gli anni del “caf” (dalle iniziali di Craxi , Andreotti e Forlani) e l’opposizione di sinistra lo considerava come il peggio del peggio della politica italiana. Il film “Il Divo” di Paolo Sorrentino lo ritrae come responsabile o complice di mille nefandezze. Lui stava per querelare, ma poi preferì lasciar correre: era più andreottiano così: forse anche perché, altra sua perla di cinica saggezza, “una smentita è una notizia data due volte…”.

Cronaca ora per ora

Ore 19.40 – Stefania Craxi: “La storia gli restituirà l’onore che merita”
“Con Giulio Andreotti scompare uno dei protagonisti indiscussi della nostra storia repubblicana. Un uomo che ha segnato il corso politico italiano, che può essere giudicato e criticato, ma che non può essere additato, al pari di altri statisti della Prima Repubblica, come l’incarnazione di tutti i mali. La storia si incaricherà di restituire a Giulio Andreotti tutti gli onori che merita”. Lo dichiara Stefania Craxi.

Ore 17.39 – Totti: “Romanista come pochi, ci tiferà dal cielo”
”Oggi il nostro Paese ha perso un pezzo della sua storia… Giulio Andreotti è stato uno dei personaggi italiani più importanti dell’epoca moderna”. Sono le parole con cui il capitano della Roma, Francesco Totti, ha voluto ricordare la figura del sette volte presidente del Consiglio scomparso oggi”. “Sono certo – prosegue Totti – che continuerà a fare il tifo per noi anche dal cielo con la stessa passione di tutta una vita”.

Ore 16.50 – Vietti (Csm): “Protagonista indiscusso di una intera stagione della politica”
Cordoglio per la scomparsa del sentore a vita Giulio Andreotti, “protagonista indiscusso di un intera stagione della politica italiana” viene espresso dal vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Michele Vietti, che formula le “più sincere condoglianze” alla moglie e ai figli dell’uomo politico scomparso.

Ore 16.48 – Hammad (Anp): “Sostenitore del dialogo. In prima fila contro guerra in Iraq”
La morte di Giulio Andreotti è “una grave perdita per l’Italia e per tutti quelli che lo hanno conosciuto”. Con queste parole Nemer Hammad, ex rappresentante dell’Autorità nazionale palestinese in Italia, oggi consigliere politico del presidente Mahmoud Abbas, ricorda commosso il senatore, nel giorno della sua scomparsa. “Ho tanti ricordi – dice Hammad ad Aki-Adnkronos International – ma soprattutto non dimenticherò mai i suoi grandi sforzi per evitare la Prima Guerra del Golfo”.

Ore 16.32 – Il ministro della Difesa Mauro: “Perdita gravissima per l’Italia”
La scomparsa del Senatore Giulio Andreotti rappresenta una perdita gravissima per l’Italia”. Lo scrive il ministro della Difesa Mario Mauro in un telegramma inviato alla famiglia del senatore. “La sua esistenza – rileva Mauro – lascia un segno profondo nell’intera storia repubblicana del nostro Paese ed un ricordo indelebile quale uomo politico e di cultura di massimo spessore. Gli innumerevoli incarichi di governo ricoperti durante le passate legislature, ed in particolare quello di ministro della Difesa, testimoniano l’attaccamento incondizionato ai valori dello Stato e delle sue istituzioni”.

Ore 16.23 – Il cardinal Ruini : “Sempre colpito dal suo forte senso dell’umorismo”
”Sono sempre rimasto colpito dal suo forte senso dell’umorismo, dalla sua imperturbabilità, e anche dalla sua capacità di destreggiarsi nelle situazioni difficili, senza perdere la bussola”. Così il cardinale Camillo Ruini, ex vicario di Roma ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ricorda la figura di Giulio Andreotti. “Io l’ho conosciuto nel 1986 – ha detto Ruini a margine della sua ‘lectio magistralis’ per la Fondazione Magna Carta -, quando ero nuovo a Roma perché venivo per la prima volta come segretario della Cei, e lui era un veterano, avendo già 40 anni di militanza politica”.

Ore 16.19 – Zampa (Pd): “La morte va rispettata”
”La morte di ogni uomo va rispettata. Come statista ha rappresentato, nella mia giovinezza e dopo, ciò che respingo ancora oggi”. Commenta così la morte di Giulio Andreotti, in un tweet, la deputata Sandra Zampa (Pd).

Ore 16.17 – Il ministro Alfano: “Profondo lutto nella storia del nostro Paese”
“La scomparsa di Giulio Andreotti segna un profondo lutto nella storia del nostro Paese e della politica italiana. Uomo politico abile, straordinariamente intelligente, talvolta controverso, capace di dialogare con mente libera, spesso riusciva a guardare lontano, precorrendo i tempi, mantenendo intatte la sua lucidità e la sua ironia sino alla fine”, commenta il ministro dell’Interno Angelino Alfano. “Il ricordo della sua azione politica resterà un’importante risorsa perché, da protagonista, in diversi e importanti ruoli, ha dato un contributo prezioso alla costruzione di alcune pagine della storia italiana”.

Ore 16.07 – Fassino (Pd): “Ha segnato un’epoca, protagonista dei passaggi cruciali”
“Dalla Costituente ai giorni nostri Giulio Andreotti ha segnato di sé un’intera epoca, presiedendo ben sette governi e vivendo da protagonista i passaggi cruciali della politica italiana. Con lui scompare un pezzo della storia del Paese”. Così il sindaco di Torino, Piero Fassino, commenta la scomparsa del senatore a vita inviando alla famiglia “le condoglianze e la vicinanza della Città”.

Ore 16.07 – L’avvocato Coppi: “Il tormento per la morte di Moro con lui per tutta la vita”
“L’amarezza per l’assassinio di Aldo Moro è un tormento che mi porterò per tutta la vita”. E’ la confidenza che Giulio Andreotti fece allo storico difensore al suo fianco dal 1993. Franco Coppi e il sette volte presidente del Consiglio, nel tempo, hanno costruito un rapporto non solo di natura professionale ma di reciproca stima e considerazione. “L’ho conosciuto in un momento difficile della sua vita, quindi è stata una conoscenza più approfondita”, dice all’Adnkronos il noto penalista. A colloquio nello studio dell’avvocato ma anche nelle pause dei processi per cui Andreotti era imputato, c’è stato il tempo per riflessioni e per fare emergere anche aspetti dell’uomo Andreotti. “Ricordo un colloqio particolarmente sofferto – racconta Coppi – in cui Andreotti mi rivelò l’amarezza per la morte di Aldo Moro. Il suo era un vero e proprio tormento che, mi disse, si sarebbe portato dietro per tutta la vita. Era profondamente amareggiato del fatto che qualcuno potesse pensare che avesse pilotato la vicenda. Quanto avrebbe voluto salvarlo”. Il penalista e Andreotti si incontrarono nel 1993: “Ci conoscevamo anche prima – dice il professor Coppi – ma negli anni ’90 iniziò il rapporto professionale. Parlammo a lungo e devo dire che non c’è mai stata una sola occasione in cui io abbia messo in dubbio ciò che mi raccontava”. Secondo l’avvocato “Andreotti non aveva paura della morte. Si augurava sempre che potesse arrivare il più tardi possibile. Diceva spesso di avere ricevuto una proroga dall’alto e scherzava sul fatto che i processi allungassero la vita”. Un uomo così importante e particolare che il penalista non definiva cliente: “direi piuttosto un assistito esemplare. Ha sempre dato l’ultima parola alla difesa, dandoci così la massima fiducia”. “Tra di noi – dice Coppi – c’era un rapporto di stima e di considerazione. Credo anche di gratitudine”. Un uomo “di grande forza d’animo” Andreotti nei ricordi dello storico difensore che rievoca i “sentimenti di grande affetto che lo hanno sempre legato alla famiglia”. Non era sicuramente una fragilità, come dice Coppi, ma un aspetto che lo rendeva umano quella “commozione che manifestava quando pensava ai turbamenti della moglie per i processi al marito”.

Ore 16. 05 – Berlusconi: “Uomo che ha fatto la storia. Indegna lotta della sinistra”
Con Andreotti, ”scompare un protagonista politico e un uomo di governo che ha fatto la storia d’Italia, dalla ricostruzione postbellica in poi”, ma contro il quale la sinistra ha fatto “una forma lotta indegna di un paese civile”: così il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, ricorda la figura del senatore a vita. “Leader tra i più autorevoli dellaDemocrazia cristiana – afferma in una nota Berlusconi – ha saputo difendere la democrazia e la libertà in Italia in anni difficili, sia in quelli della contrapposizione tra cattolici moderati e comunisti, sia in quelli in cui la Dc diede un contributo decisivo, di vite umane e di valori, per la sconfitta del terrorismo brigatista”. “Contro la sua persona – prosegue – la sinistra ha sperimentato una forma di lotta indegna di un Paese civile, basata sulla demonizzazione dell’avversario e sulla persecuzione giudiziaria: un calvario che Andreotti ha superato con dignità e compostezza, uscendone vincitore. Quello usato contro di lui è un metodo che conosciamo bene, perché la sinistra dell’odio e dell’invidia ha continuato a metterlo in campo anche contro l’avversario che non riusciva a battere nelle urne. Per questo auspichiamo che agli anni della demonizzazione segua finalmente una pacificazione, di cui il governo appena insediato possa rappresentare il giusto prologo”. “Andreotti – continua Berlusconi – è stato anche un’icona della cultura popolare per la sua longevità politica e per l’innata ironia, celebrata in molti libri e film. ‘Non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti’ diceva di lui il popolo. Era un’Italia che sapeva sorridere e amava la libertà. L’Italia migliore, l’Italia dei moderati, la nostra Italia”.

Ore 15.55 – Sarti (M5S): “E’ morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia”
“E’ morto Andreotti, il condannato prescritto per mafia”. Lo scrive in un tweet la deputata del Movimento 5 Stelle Giulia Sarti.

Ore 15.54 – Il figlio Lamberto in volo da New York per partecipare ai funerali
Lamberto Andreotti, figlio del senatore a vita Giulio morto oggi all’età di 94 anni, sta per imbarcarsi sul primo volo disponibile per rientrare in Italia da New York, dove vive e lavora da molti anni. Lamberto, che ha 62 anni, è amministratore delegato e della multinazionale farmaceutica americana Bristol-Myers Squibb. A quanto apprende l’Adnkronos Salute, sta rientrando velocemente a Roma per partecipare ai funerali del padre, in programma domani.

Ore 15.46 -Marino (Pd): “Padre costituente”
“Con la scomparsa del senatore a vita Giulio Andreotti se ne va un padre costituente, un politico di lungo corso la cui attività politica ha segnato una parte significativa della vita della nostra Repubblica. Una figura in alcuni casi discussa ma che è, sicuramente, parte della memoria di questo Paese. Alla famiglia vanno le mie più sincere condoglianze”. E’ quanto dichiara Ignazio Marino, candidato Sindaco di Roma

Ore 15.46 -Schulz: Politica italiana perde un pezzo di storia”
“Con la scomparsa di Andreotti la politica italiana perde un pezzo di storia. Leader discusso ma brillante, ha rafforzato Italia in Ue”. Questo il messaggio twitter lanciato dal presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz.

Ore 15.43 – Funerali privati nella chiesa San Giovanni dei Fiorentini
Per Giulio Andreotti niente camera ardente al Senato ma nella sua amatissima casa-studio di Corso Vittorio e funerali privati presso la Chiesa di san Giovanni dei Fiorentini a Roma. Lo hanno reso noto i suoi più stretti parenti. Le esequie sono previste per domani pomeriggio.

Ore 15.43 – Il ministro Franceschini: “Il tempo e la distanza consentono una valutazione delle persone con maggiore serenità”
La commemorazione che si terrà nei prossimi giorni in ricordo della figura di Giulio Andreotti sarà l’occasione per “ricordare – afferma il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini intervenendo in Aula alla Camera – la sua importanza. Il tempo e la distanza consentono infatti una valutazione delle persone con maggiore serenità”. Il governo “si associa – aggiunge il ministro – alle parole” del presidente della Camera.

Ore 15.42 – Un minuto di silenzio alla Camera, Boldrini: “Protagonista di primo piano”
L’Aula della Camera ricorda il senatore a vita Giulio Andreotti osservando un minuto di silenzio. A chiederlo la presidente di Montecitorio Laura Boldrini, che ha evidenziato come Andreotti “sia stato un protagonista di primo piano della storia italiana e uno dei più noti sullo scenario internazionale”. Boldrini, dopo aver rivolto le più sentite condoglianze, ha anche sottolineto come la presidenza si riserva di individuare le forme e i modi per una prossima commemorazione.

Ore 15.42 – Grillini (Gaynet): “Esponente di una cultura sessista e omofoba”
”Incontrai per caso Giulio Andreotti in un ascensore della Camera dei deputati qualche anno fa e gli chiesi come mai ce l’avesse tanto con gli omosessuali. ‘Non glielo posso dire – rispose – e in ogni caso io sono di un altro secolo, queste cose non le capisco e non le voglio capire. Mi salutò garbatamente e se ne andò. Poi votò contro la fiducia al governo Prodi su un tema di politica estera per protesta perché erano appena stati varati i Dico. Insomma, un esponente di una cultura sessista e omofoba tipica della sua generazione e del partito di cui era leader“: è il commento del presidente di Gaynet, Franco Grillini. “Andreotti porta con sè i segreti della prima Repubblica e anche una cultura che non aveva mai capito nulla della modernità e che, anzi, la contrastava. Il paradosso è che i registri delle coppie di fatto votati nei vari Comuni italiani sono stati possibili proprio grazie alla legge anagrafica del ’58 che porta la sua firma e che parla di ‘unioni affettive’. Se l’avesse saputo, forse non l’avrebbe sottoscritta”.

Ore 15.39 – Il presidente della Repubblica Napolitano: “Giudizio spetta alla storia”
“Sulla lunga esperienza di vita del senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico”. E’ quanto si legge nel messaggio che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato alla famiglia Andreotti. “A me spetta in questo momento – continua il Capo dello Stato – rivolgere l’estremo saluto della Repubblica a una personalità che ne ha attraversato per un cinquantennio l’intera storia, che ha svolto un ruolo di grande rilievo nelle istituzioni e che ha rappresentato con eccezionale continuità l’Italia nelle relazioni internazionali e nella costruzione europea”. “Esprimo alla gentile consorte signora Livia e a tutti i familiari la mia vicinanza e sentita partecipazione al loro cordoglio, anche nel ricordo dei rapporti di collaborazione istituzionale e personali che intrattenni con lui in diversi periodi della vita nazionale”.

Ore 15.36 – Carraro: “Statista e uomo concreto e reale”
A partire dagli anni ’70 ho avuto la fortuna di coltivare con Giulio Andreotti un rapporto familiare che ha consentito ai miei cari e a me di imparare moltissimo. Ho avuto la possibilità di apprezzarlo come statista e come uomo concreto, leale, educato e rispettoso delle altrui opinioni, nelle mie vesti di presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, di presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, di ministro e di sindaco di Roma”. Lo afferma Franco Carraro. “La sua esperienza a livello nazionale ed internazionale è stata preziosa per me, così come per moltissime altre persone. Penso abbia dato molto al nostro paese”, conclude.

Ore 15.30 – Picchioni: “Esprimo grandissimo rimpianto per l’onorevole Andreotti”
“Esprimo grandissimo rimpianto per l’onorevole Andreotti, che ricordo non solo come suo collega di Parlamento ma soprattutto nella collaborazione che ha dato con grande sensibilità, saggezza ed esperienza alla vita del World Political Forum presieduto da Gorbaciov”. Lo afferma all’Ansa Rolando Picchioni, presidente della Fondazione per il libro, la musica e la cultura che gestisce il Salone internazionale del Libro di Torino, e direttore esecutivo del World Political Forum. “Ricordo che in quelle assisi – aggiunge Picchioni – è stato per tutti un punto di riferimento, riconoscendo in lui l’esperienza e la saggezza di tanti anni maturati nelle più diverse e travagliate vicende del nostro Paese e dell’Europa intera”.

Ore 15.29 -Il premier Letta: “Con lui se ne va un attore di primissimo piano di oltre sessant’anni di vita pubblica nazionale”
”Protagonista della democrazia italiana sin dalla nascita della Repubblica dopo i traumi della dittatura e della guerra, ininterrottamente presente nelle istituzioni e nelle assemblee rappresentative, con lui se ne va un attore di primissimo piano di oltre sessant’anni di vita pubblica nazionale. Alla famiglia le sentite condoglianze personali del presidente del Consiglio e del governo tutto”. Così, in una nota, il premier, Enrico Letta, esprime il cordoglio per la scomparsa di Giulio Andreotti.

Ore 15.27 – Prodi: “Con lui scompare uno statista”
“Esprimo le mie più sentite condoglianze ai familiari del presidente Giulio Andreotti. Con lui scompare uno statista che ha segnato le fasi più importanti della storia politica e istituzionale del dopoguerra”. Lo dichiara Romano Prodi.

Ore 15.11 – Unione Monarchica: “Uomo di Stato, dichiarò di aver votato Monarchia al referendum”
“A partire dal 1946 Andreottim antenne rapporti con il Re Umberto II e dichiarò di aver votato Monarchia al referendum istituzionale del 2 giugno”. Lo ricorda l’Unione Monarchica Italiana U.M.I., la più antica associazione monarchica, nel commemorare la figura di Giulio Andreotti, “uomo dello Stato”.

Ore 15.08 – Ciarrapico: “Un amico affettuso e un grande statista”
“Un amico affettuoso e un grande statista”. Così Giuseppe Ciarrapico, ex senatore del Pdl, ricorda Giulio Andreotti, scomparso oggi all’età di 94 anni. “Abbiamo condiviso una vita”, compresi “i momenti terribili, quando la Procura di Palermo si scatenò contro di lui e io testimoniai in Aula per più di un’ora”, dice Ciarrapico all’Adnkronos. Agli investigatori che gli domandarono se ritenesse plausibile che Andreotti fosse uscito da Villa Igiea di soppiatto per recarsi a casa di Ignazio Salvo a incontrare Totò Riina, “risposi che non mi pareva un tipo così atletico da calarsi dalle finestre” né tantomeno “un nuotatore provetto in grado di avventurarsi per mare. Sono felice di averlo difeso, ci mancherebbe…”.

Ore 15.07 – Mastella: “Da ministro chiesi consiglio ad Andreotti e Cossiga”
”Quando feci il ministro chiesi un consiglio ad Andreotti e Cossiga. Andreotti, davanti ai miei dubbi, mi disse che avevo il dovere di andare ad eliminare la contrapposizione tra magistratura e politica, aggiungendo che il consiglio veniva da chi aveva sofferto moltissimo”. Così Clemente Mastella ricorda Giulio Andreotti a Tgcom24. “Sono abbastanza commosso. Lui stette a casa mia durante la festa di Telese e colpì i giovani in modo fascinoso”, racconta Mastella. “Il cinismo di Andreotti, le voci sui suoi archivi, i ricatti sinceramente sono aspetti che non ho mai avuto occasione di constatare, anzi io con Evangelisti ho fatto da cerniera ai tempi della segreteria De Mita e quando c’erano motivi di tensione, io facevo da mediatore”.

Ore 15.01 – Nencini (Psi): “Nel bene e nel malw ha rappresentato il volo del potere”
“Esprimo il cordoglio mio personale e dei socialisti italiani per la scomparsa di Giulio Andreotti, un uomo che, nel bene e nel male, da statista quale fu, ha rappresentato per quasi tutta la metà del secolo scorso il volto del potere nella nostra Italia”. Lo dice Riccardo Nencini,segretario nazionale del Psi. “Fu soprattutto uomo di governo, sin dalla giovinezza trascorsa all’ombra di Alcide De Gasperi – continua Nencini – e seppe interpretare come nessuno gli incarichi istituzionali e apicali che ricoprì lungo una carriera politica segnata dalla capacità di adattarsi,con singolare pragmatismo, ai mutamenti culturali del nostro Paese. Pur non avendo mai ricoperto incarichi di vertice fu colui che orientò e condizionò le scelte operate dalla Dc per oltre quarant’anni, sempre attore protagonista delle vicende che ne segnarono le scelte strategiche e che lo portarono ad avere con il Psi un rapporto complesso e articolato”. “Fu un uomo politico certamente non immune da critiche e censure – aggiunge il senatore del Psi-ma qualsiasi opinione ciascuno si sia formato su una personalità così fortemente legata alla storia d’Italia, non possono essere discusse la sua vocazione riformatrice e l’opera che ha svolto al servizio della Paese. Oggi, nel giorno della sua scomparsa – conclude Nencini – non è banale sottolineare che il giudizio sul suo profilo politico e umano non può che essere consegnato alla storia”.

Ore 14.59 – Migliore (Sel): “Ci sarà bisogno di una riflessione storica”
“Rispetto per la famiglia: distinguerei la vicenda politica e storica da quella umana”. Così Gennaro Migliore, capogruppo di Sel alla Camera, commenta su Radio 24 la scomparsa di Giulio Andreotti. “In questi anni Andreotti ha rappresentato per molti versi pagine importanti per la storia della repubblica, alcune non tutte chiare. Ci sarà bisogno di una riflessione storica sul portato della sua persona e della sua attività. Non mi pare però il giorno della sua morte quello nel quale riaprire delle polemiche”, sottolinea. “Ci saranno gli storici e valutazioni successive che potranno fare luce su tante pagine della nostra repubblica che probabilmente sono state a conoscenza di Andreotti e non nostre. Certo l’ho sempre considerato un avversario e l’ho sempre rispettato come persona”, conclude.

Ore 14.58 – Il ministro Lupi: “Ho avuto la fortuna di conoscerlo”
“Ho avuto la fortuna di conoscere Andreotti, sempre mosso dalla preoccupazione per la presenza pubblica dei cattolici”. Lo scrive su twitter il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi.

Ore 14.53 – La notizia della morte la più postata sul web
La notizia della morte di Giulio Andreotti conquista il web. Su Facebook e Twitter il nome dell’ex senatore a vita è il più citato, commentato, postato, ritwittato. L’hashtag con il nome dell’ex leader Dc è uno dei più utilizzati. Su internet c’è stata una corsa tra gli utenti per essere i primi ad informare gli amici e gli utenti. Spazio a molti: “No, non ci credo”. Ma come spesso avviene su internet, i ‘ricordi si trasformano spesso in battute ed insulti. “Risorge tra tre giorni”, è una delle espressioni più gentili. Il giudizio del web nei confronti di uno dei personaggi più famosi della storia politica italiana è durissimo. Gli utenti postano immagini, video d’annata, articoli, vecchie intervista in bianco e nero. Spuntano fuori dai cassetti, le tesi complottiste su Andreotti. E ritornano in voga vecchi slogan degli anni ’70 e ’80: il senatore viene definito il capo della Cia, Belzebù, il padrino della mafia. Si tirano in ballo i servizi segreti e la massoneria. Il giudizio della rete è spietato. Il cinismo dà spazio a battute al vetriolo e ironia: due armi di cui paradossalmente Andreotti era riconosciuto, da amici e avversari, un maestro indiscusso.

Ore 14.52 – Pingitore: “Duettò con Lionello che lo imitava”
“Era spiritossimo, capace di battute fulminanti e apprezzava molto il suo ‘alter ego’ impersonato da Oreste Lionello, anzi una volta al Bagaglino, in diretta televisiva, venne fra il pubblico, poi lo chiamammo in scena e fece un ‘duetto’ con Oreste”. Pier Francesco Pingitore, ricorda così, all’Adnkronos, Giulio Andreotti, uno dei bersagli fissi della satira del suo Bagaglino nella parodia che ne faceva appunto Lionello. “In quell’occasione disse a Oreste, che era decisamente bassino, che se avesse messo dei tacchi un pò più alti lui lo avrebbe assunto come sosia, mandandolo in giro per il mondo al posto suo”, aggiunge Pingitore, sottolineando poi che “anche se su di lui satira non se ne faceva più perchè si era ritirato dall’agone più stretto della politica, con la sua morte è un pò come se si chiudesse definitivamente un’epoca della satira politica in Italia. Contro di lui è stato molto praticato l’italico sport dell’accanimento ma aveva anche tanta gente che lo stimava. E’ stato sempre un protagonista”.

Ore 14.52 – Ex ministro Scotti tra i primi ad arrivare per rendere omaggio
Davanti al portone del civico 326 di Corso Vittorio Emanuele, dove si trova la casa di Giulio Andreotti, si è riunita una folla di giornalisti, cameramen e fotografi oltre a qualche curioso che riprende la scena con il cellulare o la videocamera. A portare il cordoglio alla famiglia è giunto da poco l’ex ministro e sottosegretario, amico da sempre di Andreotti, Vincenzo Scotti. C’è un discreto viavai di persone, sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine, che entrano nel portone, qualcuno porta fiori, altri si limitano a entrare in silenzio per rendere omaggio all’ex premier.

Ore 14.51 – Brunetta (Pdl): “Chi ama la politica si inchini”
“Credo che ad Andreotti, nella diversità di idee e di temperamento, chiunque ami la politica e l’Italia, debba in queste ore inchinarsi davanti alla sua memoria”. Così Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl, che “a nome personale e del gruppo dei deputati del Popolo della Libertà” consegna “le più sentite condoglianze alla signora Livia e ai figli”. “Giulio Andreotti, senatore a vita, sette volte presidente del Consiglio, membro del Parlamento repubblicano sin dalla prima seduta – ricorda l’esponente pidiellino – è stato una personalità di eccezionale rilievo nella vita politica italiana e internazionale. In questa giornata di emozione vorrei ricordarlo in due momenti diversi. Quello iniziale, allorchè, collaborando con De Gasperi, ha al suo seguito esaltato la capacità del nostro Paese di risorgere dalle macerie del dopoguerra. E quello finale, quando con dignità ha dovuto sopportare una amara vicenda giudiziaria, da cui è uscito vincitore ma ferito”.

Ore 14.50 – Ingroia: “Protagonista più spesso negativo che positivo. Ma l’andreottismo non è morto”
“Con la morte di Giulio Andreotti se ne va un protagonista, più spesso negativo che positivo, della storia italiana degli ultimi 70 anni”. Lo dichiara il leader di Azione Civile, Antonio Ingroia, che aggiung: “Andreotti, con le sue tante ombre e poche luci, è morto, l’andreottismo sicuramente no”. “Si chiude così in questi giorni una pagina della storia italiana – prosegue Ingroia – contrassegnata da due simboli opposti: Agnese Borsellino con la sua richiesta allo Stato di verità e di giustizia, rimasta inappagata, e Andreotti con il suo pragmatismo cinico che, in nome delle ragioni della Politica e della Ragion di Stato, giunse a stringere accordi con la mafia”.

Ore 14.40 – Follini: “La grandezza sta nella leggenda che lo ha accompagnato”
“Ho conosciuto Andreotti da ragazzo, negli anni ’70, quando ero stato appena eletto capo dei giovani della Dc. Allora era presidente del Consiglio e io lo andai a trovare, anche perché era il mio più illustre predecessore…”. Marco Follini ricorda bene quel giorno, quando incontrò di persona per la prima volta il ‘divo Giulio’. Allora l’ex leader dell’Udc e poi senatore del Pd fu ricevuto a palazzo Chigi da Andreotti che ricopriva la carica di premier ed era stato anche il primo responsabile dei giovani democristiani. Follini spiega all’Adnkronos che “la grandezza di Andreotti sta nella leggenda che lo ha accompagnato in tutti questi anni. E’ stato il meno canonico tra i leader democristiani. Andreotti – sottolinea Follini-  era più pragmatico e meno ideologico degli altri, ma era a pieno titolo dentro quella storia, che è stata fondamentalmente una storia di libertà e democrazia”.

Ore 14.32 – L’avvocato Giulia Bongiorno: “Sentiremo immensa mancanza”
“Chi lo conosceva ne sentir° un’immensa mancanza”. Così, tra le lacrime, l’avvocato Giulia Bongiorno ha ricordato commossa Giulio Andreotti a Skytg24. L’avvocato Bongiorno aveva difeso Andreotti nei processi per mafia e sul delitto Pecorelli.

Ore 14.32 – Pomicino: “Ho perduto un amico e un maestro di vita”
”Lo stato d’animo è quello di chi ha perduto un amico e un maestro di vita e di politica, nei prossimi anni si vedrà cosa Giulio Andreotti ha dato al paese”. Queste le parole di Paolo Cirino Pomicino (ex DC) a Tgcom24. “Ultimamente – aggiunge – non era più nelle condizioni di essere sentito e ascoltato, c’è stata una lunga malattia e lo abbiamo lasciato nella solitudine dei momenti più difficili circondato dall’affetto dei suoi familiari”.

Ore 14.30 – Gelli: “Unico al mondo che ha diritto di chiamarsi uomo e statista”
“L’unico al mondo che ha diritto di chiamarsi uomo e statista. Sono pochi gli italiani che lo ricordano”. E’ categorico il giudizio che Licio Gelli, ex Venerabile della P2, dà di Giulio Andreotti. Del sette volte presidente del Consiglio, spiega Gelli all’Adnkronos, “ho un ricordo magnifico. Un uomo di quella statura lì non nasce più, oggi sono tutti mezze calzette”. Del senatore a vita scomparso oggi a Roma, Gelli sottolinea: “Un politico altamente preparato e onesto, all’altezza dei compiti che gli venivano affidati. E’ stato capo di Stato e un capo di Stato deve tenere i segreti che gli vengono affidati”. Andreotti, rimarca, “ha fatto il suo dovere, ha usato i segreti per dare il benessere al popolo. I segreti li aveva, e se li è portati con sè. Chi è un uomo se li porta dietro…”.

Ore 14.27 – Storace: “Un bellissimo ricordo. L’Italia ha perso un grande statista”
“Di Giulio Andreotti ho il bellissimoricordo maturato negli anni in cui ho presieduto la Regione Lazio. Apprezzò il contributo dell’amministrazione alla redazione del piano regolatore della città di Betlemme. Presentò il nostro nuovo Statuto nella sede della regione e, infine, mi emozionarono le sue parole di apprezzamento durante la campagna elettorale del 2005. L’Italia ha perso un grande statista e, personalmente, mi inchino alla sua memoria”. E’ quanto dichiara Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.

Ore 14.23 D’Alema (Pd): “Leade anche molto discusso, ma ha mantenuto aperto dialogo”
“Con Andreotti scompare uno dei maggiori protagonisti della vita politica e democratica del Paese del dopoguerra, la personalità che forse più di ogni altra ha rappresentato la continuità del ruolo di governo e della centralità politica della Democrazia cristiana nella storia della prima Repubblica”. E’ quanto si legge in un messaggio del presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema. “Si è trattato certamente – aggiunge D’Alema – di un leader anche molto discusso nei diversi momenti della sua lunga esperienza politica e per la sua concezione del potere. Tuttavia, non si può negare che egli abbia mantenuto aperto il dialogo anche con forze politiche lontane dal suo pensiero e che abbia contribuito a consolidare il ruolo e la presenza internazionale del nostro Paese, concorrendo così in modo determinante a fare la storia dell’Italia repubblicana”. “Nella mia vita – conclude D’Alema – ho avuto con lui diverse opportunità di incontro e di dialogo, sin da quando, nel lontano 1977, insieme ad altri responsabili delle organizzazioni giovanili, ci recammo da lui, che era presidente del Consiglio di un governo di solidarietà nazionale, per chiedere un impegno particolare per il lavoro dei giovani. Ciò si tradusse nel varo della legge 285 per l’occupazione giovanile”.

Ore 14.21 – Coni: “Un minuto di raccoglimento in tutti gli eventi sportivi”
Un minuto di raccoglimento sarà osservato in tutti gli eventi sportivi di questa settimana per commemorare la figura di Giulio Andreotti, che fu anche presidente del comitato organizzatore dei Giochi di Roma ’60. Lo ha deciso il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Al Foro Italico le bandiere sono già state portate a mezz’asta.

Ore 14.20 – Gasparri (Pdl): “Indiscutibile protagonista, non sono mai stato un suo sostenitore”
“Giulio Andreotti è stato un indiscutibile protagonista della vita politica italiana. Non sono mai stato un suo sostenitore ma ho condiviso con lui l’appartenenza al Senato, la fede calcistica, il quartiere ed anche la parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini per la messa domenicale. Ha dimostrato in frangenti drammatici di saper affrontare con grande pazienza processi che non avrebbe dovuto subire”. Lo dichiara Maurizio Gasparri. “Autore e fautore di mille mediazioni dovrà, anche dopo la fine della vita terrena, accettare un dibattito a più voci sul suo ruolo politico. Ma, al di là della vicinanza o della distanza, credo che tutti ne riconosceranno la dedizione ai suoi incarichi ed una passione per la politica che ha saputo unire l’ascolto dei più lontani dei territori all’autorevole presenza nei più importanti consessi internazionali”, conclude.

Ore 14.12 – Fiorini (Pd): “Profondamente addolorato”
‘Sono profondamente addolorato per lascomparsa di un uomo che ha caratterizzato la crescita e lo sviluppo del nostro Paese”. Così il deputato Pd Beppe Fioroni commenta la scomparsa di Giulio Andreotti. “Per chi lo ha conosciuto e apprezzato – aggiunge – lascia comunque un vuoto di capacità, competenza e soprattutto rispetto del senso dello Stato e della Costituzione”.

Ore 14.10 -Ancelotti: “Deve essere ricordato da tutti con affetto”
”Lo ricordo con affetto, era vicino alla mia Roma, ha fatto tanto per il nostro paese sul piano politico. Deve essere ricordato da tutti con affetto”. Lo ha detto l’allenatore del Psg Carlo Ancelotti in un’intervista a Sky tv, commentando la scomparsa del senatore Giulio Andreotti. Ancelotti ha fatto parte della Roma campione d’Italia nel 1983. Anche la Roma “si unisce al cordoglio per la scomparsa del senatore a vita Giulio Andreotti e partecipa al dolore della sua famiglia”.

Ore 14.06 – Centrella (Ugl): “Scompare uno dei padri della Repubblica italiana”
“Con Giulio Andreotti scompare un testimone fondamentale della nostra storia, uno dei padri della Repubblica italiana e uno statista che ha dato credibilità all’Italia per decenni”. Lo dichiara il segretario generale dell’Ugl, Giovanni Centrella, esprimendo “sentimenti di profondo cordoglio e vicinanza ai familiari”. Per Centrella “resta indelebile il ricordo degli insegnamenti che ho avuto l’onore di ricevere direttamente da lui quando ero un semplice ragazzo”. 

Ore 14.06 – Bonanni (Cisl): “Grave perdita per il Paese”
“E’ una grave perdita per il nostro paese. Giulio Andreotti è stato per tantissimi anni uno dei protagonisti della vita politica italiana ed internazionale, una delle figure più eminenti e significative della prima Repubblica”. Così il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, commenta la notizia della scomparsa del senatore a vita, Giulio Andreotti. “Andreotti ha rappresentato per tanti anni il nostro paese nel mondo, più volte come presidente del consiglio e ministro degli esteri, rivendicando sempre con coerenza la collocazione dell’Italia nell’area occidentale, accanto a tutte le democrazie libere e partecipative. Rappresentava un’idea della politica concreta, sobria nei toni e nei giudizi ma sempre disponibile al dialogo anche con le parti sociali e con corpi intermedi della società italiana”. Il segretario della Cisl conclude: “in questo momento di lutto, voglio esprimere alla famiglia del senatore Giulio Andreotti il mio cordoglio personale e di tutta la Cisl“.

Ore 14.02 – Casini (Udc): “Grande personaggio, giudizio alla storia”
“La mia è una riflessione reazione daa mico perché l’ho conosciuto Andreotti tanti anni fa. Da giovane ho seguito un grande partito, la DC, di cui Andreotti è stato sempre un punto di riferimento. Era molto ammalato e tutti sapevamo la sua condizione di estrema gravità. È stato un grande personaggio, uno statista di cui si è parlato bene e male alternativamente e la storia gli darà un giudizio più serio di quanto i suoi detrattori gli hanno dato in vita”. Queste le parole di Pier Ferdinando Casini (Udc) a Tgcom24. “Penso che la storia dovrà dare un giudizio sereno e approfondito di quest’uomo, certo ci sono anche pagine meno nobili. Ha vissuto tutto, ha attraversato tutto e si sottopone a un giudizi che non può essere solo fiori ma anche qualche spina. Non ho mai avuto con lui una grande affinità ma un grande rispetto sì. Era un uomo di un’arguzia e di un senso dello spirito con pochi simili, non ho intrapreso la mia carriera politica pensando a lui ma l’ho incontrato e ne do un giudizio di grande rispetto. Prima di dire che i politici di prima erano peggiori ci penserei bene e prima di dire che un certo professionismo politico è da dileggiare mentre oggi un certo nuovismo è da esaltare ci penserei mille volte. sicuramente Andreotti andando in Parlamento non avrebbe mai detto che la Perestrojka era un’iniziativa di Stalin come qualche giovane parlamentare ha proclamato in questi giorni”.

Ore 13.59 – La segretaria: “Solo chi gli è stato a fianco ha potuto capire l’uomo”
“Un grande uomo che mi ha insegnato tanto. Solo chi gli è stato davvero a fianco ha potuto capire l’uomo, non solo il politico”. Lo dice all’Adnkronos Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente Giulio Andreotti, al suo fianco dal 1989

Ore 13.58 – Schifani: “Scompare simbolo della nostra vita democratica”
Con la morte di Giulio Andreotti scompare un simbolo della nostra vita democratica”. Lo ha dichiarato il presidente dei senatori del Pdl, Renato Schifani. “Un uomo che è stato capace, con alto senso dello Stato e con un’intelligenza non comune, di segnare tanti momenti fondamentali delle nostre istituzioni. Sono vicino ai suoi familiari -ha aggiunto- in questo momento di dolore, anche a nome di tutti i senatori del Popolo della Libertà”.

Ore 13.56 – Cicchitto (Pdl) – “Per lui la mediazione era l’essenza della politica”
“Con Giulio Andreotti muore una personalità che nel bene e nel male ha espresso lo spirito più profondo della Dc – dice Fabrizio Cicchitto del Pdl -. Per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci ai grandi gruppi economico finanziari agli alleati politici fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese, fedele in modo totale in una prima fase alla Alleanza Atlantica, in una seconda persegui intese e rapporti anche con l’Urss e il mondo comunista”, osserva. “Egli diede anche espressione a quella parte della Dc che scelse di avere rapporti preferenziali con il mondo arabo nella moltelplicità delle sue espressioni. Rispetto a De Gasperi e anche a Moro e a Fanfani egli è stato più l’uomo della continuità e della normalità della gestione del potere che non il protagonista di grandi progetti politici e di grandi cambiamenti strutturali”, conclude Cicchitto.

Ore 13.55 – Rotondi (Pdl): “E’ stato l’Italia, lo Stato, la Dc”
“Giulio Andreotti è l’uomo politico italiano più conosciuto al mondo. E’ stato l’Italia, lo Stato, la Dc. Insomma, è la storia e la storia continua sempre. Per chi è ancora democristiano è un lutto grandissimo, ma la storia e la rivalutazione dell’opera di Giulio Andreotti è solo agli inizi”. Lo afferma il parlamentare del Pdl, Gianfranco Rotondi, alla notizia della scomparsa di Giulio Andreotti. 

Ore 13.54 – La segretaria: “Né camera ardente né funerali di Stato”
“Non ci saranno funerali di Stato né camera ardente. Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari”. Lo riferisce Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989

Ore 13.53 – Morte Andreotti breaking news sui media internazionali
Giulio Andreotti, il sette volte premier italiano, è morto”. Dalla Gran Bretagna alla Spagna scomparsa di Giulio Andreotti irrompe come ‘breaking news’ sui media internazionali, rimbalzando nella fascia dedicata alle ‘urgentissime’ sui siti della britannica Bbc, dei quotidiani spagnoli El Mundo e El Pais e, oltralpe, della France tv che lo descrive come “figura emblematica della Democrazia cristiana”. In Francia la notizia è in evidenza anche su Le Figaro mentre in Germania irrompe sulla prima pagina del tabloid Bild.

Ore 13.46 – In pochi minuti la morte di Andreotti nella top ten di Twitter
Passano solo pochi minuti dalla notizia della morte di Giulio Andreotti e già il nome del politico più rappresentativo della Prima Repubblica è tra i più citati nella rete. Su Twitter l’hashtag #Andreotti è balzato sul podio delle tendenze italiane, con decine di micromessaggi che si susseguono di minuto in minuto. Come di consueto sul social network regna l’ironia, ma in questo caso venata anche di incredulità: “pensavo fosse immortale” è uno dei commenti che vanno per la maggiore.

Ore 13.46 – Alemanno: “Profondo dolore. Grande spessore umano e incredibile dottrina”
“A nome di tutta la città di Roma, voglio esprimere il più profondo dolore per la morte di Giulio Andreotti. E’ stato probabilmente l’uomo politico nato nella Capitale più rappresentativo della storia repubblicana recente, oltre a essere una persona di grande spessore umano e di incredibile dottrina sia culturale che politica. Le mie più sentite condoglianze ai familiari”. Lo dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Ore 13.43 – Cesa (Udc): “Uno dei più straordinari protagonisti della storia italiana”
”Giulio Andreotti è stato uno deipiù straordinari protagonisti della storia italiana: un grande padre della Democrazia Cristiana a cui tutti noi dobbiamo molto. Ne ricordiamo con commozione e ammirazione la lucidità e il talento politico senza età. Alla famiglia le condoglianze mie personali e di tutto il partito”. Così Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc.

Ore 13.42 – Pisicchio: “Con lui va via un pezzo della storia democratica”
”Con Andreotti va via un pezzo della storia democratica del Paese, quando la politica si coniugava con la cultura, il consenso, il buon senso. E con una raffinata ironia”. Lo afferma il presidente del Gruppo Misto ed esponente di Centro Democratico Pino Pisicchio.

Ore 13.25Giulio Andreotti è morto oggi alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari

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