9 Ottobre 1963: il Vajont

Decisamente il 1963 fu uno di quegli anni che rimangono nella storia. Oltre al Concilio Vaticano, ai missili a Cuba e la baia dei porci, oltre all’omicidio Kennedy (e alla mia nascita, direi io!) viene ricordato, oggi, l’anniversario di una catastrofe provocata dall’uomo. Copio e incollo dall’enciclopedia del web:

La diga è tristemente famosa per il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, quando una frana del monte Toc precipitò nel bacino, facendolo traboccare e inondando il paese di Longarone causando quasi di 2.000 vittime. Per l’esattezza le vittime furono 1910 tra cui 487 bambini e ragazzi sotto i 15 anni.

È importante ricordare che la diga non crollò. Dalle verifiche effettuate durante il processo emerse che le sollecitazioni cui il manufatto fu sottoposto durante l’immane tragedia furono quasi 10 volte superiori a quelle prevedibili durante il normale esercizio… La tragedia fu causata dall’onda provocata dalla frana che, sfiorato il coronamento della diga, lo superò abbattendosi nella valle del Piave, e dall’onda di riflusso che tornò verso il lago.

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Una sola noticina, giusto per prevenire FabioMassimo, ammiratore e sostenitore dell’opera Genesi Biblica: viene riportato che il suo autore, Don Guido Bortoluzzi, di quelle parti, “previde” quel disastro molti anni prima, restando naturalmente inascoltato, anche perchè ne ebbe la visione prima che la diga fosse costruita.

Ringrazio l’amico Adriano per il bel video che ha prodotto.

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A cinquant’anni dal disastro, la figlia di un notaio di Belluno rivela: “I dirigenti parlarono di un piano per far crollare una parte del monte Toc, ma sbagliarono nel calcolare la portata dell’onda”

29.9.2013
foto Dal Web

15:28 – 8 ottobre 1963, studio del notaio Isidoro Chiarelli di Longarone, Belluno. Due clienti discutono i dettagli della cessione di alcuni terreni alle pendici di un piccolo monte delle Prealpi, chiamato Toc per la consistenza della sua roccia, franosa, poco compatta. Gli anziani dicono che il nome derivi da “patoc”, che nella parlata locale significa marcio. All’acquirente, l’ingegnere della società idroelettrica Sade Mario Cavinato, questo dettaglio non importa perché quei terreni sono destinati ad essere allagati esattamente 24 ore dopo. Stando alle ultime rivelazioni, in seguito a un’azione programmata.

A cinquant’anni dalla tragedia del Vajont, la figlia del notaio riapre uno dei capitoli più contrastati della vicenda, il ruolo della società che ha progettato la diga, ovvero la Sade. Come racconta a Il Gazzettino, in quell’ufficio suo padre avrebbe assistito a una conversazione tra due dirigenti dell’azienda, in cui rivelavano un piano per far crollare in modo controllato una frana che minacciava di staccarsi da un fianco del monte: “Facciamolo verso le 9-10 di sera, saranno tutti davanti alla tv, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità, non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto una simulazione, le onde saranno alte al massimo 30 metri”. Secondo Francesca Chiarelli, furono queste le parole ascoltate dal padre, cui venne poi imposto di rispettare il segreto professionale se non voleva incorrere in pesanti ripercussioni. Ma lui non tacque. “Per quasi due anni non lavorò più, lo evitavano, ma non smise mai di farsi testimone di quel dialogo. Per questo ebbe molti problemi, pressioni, minacce. Soffriva perché nessuno gli aveva creduto”. Stando alla ricostruzione del notaio, scomparso nel 2004, la Sade voleva affrettare i tempi per consegnare alla neonata Enel un’opera senza alcuna ombra che potesse sminuirne il valore. Solo che le onde scatenate dalla frana raggiunsero un’altezza dieci volte superiore alle previsioni, spazzando via un’intera vallata e le sue duemila vite. “La sera del disastro programmato – prosegue – mio padre ci fece vestire di tutto punto, pronti a scappare”. Nel clamore dell’anniversario, Francesca ha scelto di farsi carico di questa eredità, “per rendere onore al suo coraggio. E per chiarire che non fu una disgrazia: nostro padre lo chiamava eccidio”.

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Chi tocca il Vajont muore: mettersi contro Dio

Come spiegare la visita ricevuta da Don Guido Bortoluzzi, figlio spirituale di San Giovanni Calabria, dalla grande mistica tedesca Santa Caterina Emmerick quando era cappellano a Zoldo (BL)? Era giunta apposta per incontrarlo… Non è stata una sua visione ci sono stati testimoni! E che dire sulle previsioni della strage del Vajont ben 18 anni prima della strage e ancor prima che si costruisse la diga? Lui aveva visto cosa sarebbe successo, chi sarebbe morto (era cappellano di un paesetto della valle del Vajont) che case sarebbero andate distrutte, come sarebbe avvenuto il tutto… nessuno però lo prese sul serio, tutti dissero che era pazzo…e quando iniziarono a costruire lo sbarramento del Vajont tutti si dimenticarono di ciò che aveva detto don Guido! Quando accadde però oramai era troppo tardi. Rivelò anche le motivazione del disastro di tali proporzioni che non si limitano a quelle naturali geologiche… ma che toccano il rapporto con il Signore. Stiamo parlando del sacerdote che si formò con Albino Luciani e che ricevette da Dio l’ufficio della divulgazione della Genesi Biblica. … Il giorno 11 ottobre 1962 s’innaugurò l’apertura del Concilio Vaticano II

Vajont, un genocidio italiano. E firmato Dc

Il nome è quasi dimenticato: Vajont. Cosa accadde lo sanno in pochi, più facile sentir parlare del crollo di una diga, anche se in realtà la diga è lì, nascosta tra le montagne, e domina ancora oggi Erto, Casso e Longarone, i paesi che quella sera del 9 ottobre 1963, alle 22.53, vennero spazzati via dall’urto di un’onda alta settanta metri. Nessun cedimento: un pezzo di montagna, il Toc, cadde nel bacino artificiale e sollevò qualcosa che può essere paragonata a uno tsunami. Nonostante quel movimento d’acqua la diga riuscì a resistere, l’onda la scavalcò per puntare contro i tre paesi e trascinare acqua e distruzione per chilometri.

Così, l’Italia che viveva il dopo boom economico e aveva dietro l’angolo la crisi petrolifera, scoprì le valli del Bellunese, scoprì la fierezza di quella gente che aveva combattuto la Resistenza e ora si trovava di fronte a un’altra guerra, un’altra ricostruzione. Ancora morti e croci bianche, alcune riconosciute, molte rimaste senza nome, altre senza la dignità di una sepoltura. Nei bar trasmettevano una partita di calcio in Eurovisione, Real Madrid-Glasgow Rangers, qualcuno forse si accorse di quello che accadde in uno spazio temporale calcolato in 4 minuti. Ma a Longarone quella sera, la maggior parte delle persone dormivano perché c’era la scuola, il lavoro, famiglie da tirare avanti. Forse si accorsero, ma senza capire quello che stava accadendo. Morirono 1910 persone. Molti più del Titanic e di quanto ha ucciso in Italia il terrorismo in 40 anni. Il Titanic perché quella diga, in quegli anni, era la più alta e potente mai costruita. Un’opera imponente della migliore ingegneria mondiale, proprio come il transatlantico che sembrava inaffondabile e colò a picco. Terrorismo, perché il Vajont fu una strage cercata, un genocidio di povera gente: i vertici della Sade, che poi divenne Montecatini Edison, e gli apparati più importanti dello Stato, sapevano benissimo che la montagna, il monte Toc, stava crollando e avevano capito quello che poteva accadere. Ma tacquero, perché la ragione dell’azienda fu molto di più che la paura di uccidere centinaia di persone. Vale la pena ricordare? Sì, vale la pena. La prerogativa non può essere relegata solo a coloro che hanno ripopolato quelle valli e cercano di ricostruire una comunità che, ancora oggi, dopo 48 anni, è lacerata. Ho avuto la fortuna di viverci in quella zona, e di sentire quanto la memoria fosse viva e tragica. Il mio capocronista di allora, Toni Sirena, era figlio di Tina Merlin, la giornalista dell’Unità che per anni avvertì dalle colonne dell’unico giornale che osava pubblicare i suoi articoli, quello che sarebbe accaduto. Rimase inascoltata. Solo anni dopo, e attraverso il lavoro dell’autore e regista teatrale Marco Paolini, il lavoro di Tina venne portato al pubblico attraverso un’opera teatrale. La Sade la querelò, e alla fine venne assolta.

Tina Merlin non l’ho mai conosciuta, se non attraverso i suoi libri, non ho fatto in tempo, se n’è andata giovane. Ma l’ho rivista negli occhi del figlio e in quelli malinconici del marito, Aldo. Era stata staffetta partigiana, era una donna e cercava di farsi largo in un ambiente, quello del giornalismo, che parlava ancora con la voce da uomo. Più che Toni me la raccontava un altro mio grande amico e punto di riferimento, Peppino Zangrando, all’epoca presidente dell’ordine degli avvocati di Belluno (lo sostituì anni dopo Maurizio Paniz, a pensare a certi paragoni mi viene il magone) e col quale, io cronista di giudiziaria, lavoravo tutti i giorni. Zangrando fu uno degli avvocati di parte civile più importanti nel primo processo. Ricordo, e anche a lui devo molto, Mario Fabbri. Io l’ho conosciuto da procuratore della Repubblica, a fine carriera, ma da giovane era stato il giudice istruttore del primo processo, il primo a puntare il dito contro la Sade, negli anni in cui il potere politico era fuori da ogni diritto di critica, figuriamoci di accusa. In un Veneto, poi, controllato da quel grande tessitore che fu Mariano Rumor. Mi scuso con gli eventuali lettori, ma ho usato la prima persona non perché mi creda qualche merito, ma per sottolineare quanto a volte gli incontri ti possano in qualche modo arricchire la vita. E credo che Merlin, Zangrando, Fabbri, valgano mille citazioni, furono rivoluzionari in un’Italia dove ogni forma di ribellione veniva spenta con i lacrimogeni. O con le pistole. Stasera, alle 22.53, mi ricorderò di tutte quelle persone che sono andato a conoscere anni dopo, quelli che avevano perso i genitori, i fratelli, gli amici, i sopravvissuti di tre paesi fantasma. Cercherò di immaginare quell’Italia in bianco e nero. E non so se fosse migliore o peggiore di quella di oggi. Il settimanale democristiano La Discussione va oltre, evoca il soprannaturale: «Quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d’amore». Presidente del consiglio era Giovanni Leone. Era un presidente, del Consiglio prima e della Repubblica poi, a cui i colpi di teatro piacevano, bizzarro tanto da rispondere con le corna agli studenti che a Pisa lo contestavano. Ma a Longarone riuscì a superare se stesso: arrivò in elicottero due giorni dopo la catastrofe, nessun altro politico da Roma ebbe lo stesso coraggio. La gente urlava assassini, inteso come il governo che lui rappresentava. Ma Leone riuscì a calmare tutti, tirando fuori dal taschino un fazzoletto bianco impregnato di lacrime: “Giuro su questi corpi e queste rovine che sarà fatta giustizia”. Ma quando il sindaco Arduini, che sotto l’onda perse un figlio e i genitori, citò in giudizio Giorgio Valerio, presidente della Montecatini-Edison subentrata alla Sade, – come ricordò in un memorabile pezzo Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera – in tribunale venne depositata una memoria difensiva che sostenne l’imprevedibilità della catastrofe. Firmata: “avvocato Giovanni Leone”. Era anche questa l’Italia in bianco e nero della Dc. Evitiamo ogni paragone, sarebbe inutile e improduttivo. Ma stasera vale la pena ricordare. E provare vergogna per quello che accadde.

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https://www.youtube.com/watch?v=tZi9BZodHB8 Mauro Corona racconta della sua gioventù a Erto, della situazione odierna di questo paese dopo il disastro del Vajont e di come lo Stato si stia disinteressando della montagna.

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https://www.youtube.com/watch?v=ACuYWGkPbdQ https://www.youtube.com/watch?v=PV-OXCfcdtY http://www.youtube.com/watch?v=T4dbdkqPvT8

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Disastro del Vajont

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Disastro Vajont.jpg

Disastro del Vajont

Stato Italia Italia
Luogo Valle del Vajont
Data 9 ottobre 1963 – ore 22.39
Tipo Disastro industriale
Morti stimati 1918
Motivazione Frana, errori umani
« Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani. »
(Dalla lettera di C. Semenza a V. Ferniani del 20 aprile 1961)

Con il termine di disastro del Vajont si è soliti indicare il disastro occorso il 9 ottobre 1963 nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, dovuto alla caduta di una colossale frana dal soprastante pendio montuoso nelle acque del sottostante e omonimo bacino lacustre alpino, alla conseguente tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso con effetto di dilavamento delle sponde del lago, al superamento dell’omonima diga da parte del fronte d’acqua generato fino all’inondazione e distruzione degli abitati del fondovalle veneto, tra cui la tristemente celebre Longarone. Descrizione L’evento fu dovuto ad una frana caduta dal versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Udine (all’epoca dei fatti, ora Pordenone, Friuli-Venezia Giulia), staccatasi a seguito dell’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre quota 700 metri (slm) voluto dall’ente gestore per il collaudo dell’impianto, che combinato a una situazione di abbondanti e sfavorevoli condizioni meteo (forti precipitazioni), e sommato a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc, innescò il disastro[1]. Alle ore 22.39 di quel giorno, circa 270 milioni di m³ di roccia (un volume quasi triplo rispetto all’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d’acqua al momento del disastro) creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 100 m in altezza il coronamento della diga e che, in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto seppur privato della parte sommitale) riversandosi nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i suoi limitrofi[2]. Vi furono 1917[3] vittime di cui[4] 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni[5]. Lungo le sponde del lago del Vajont, vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto[6]. Nella valle del Piave, vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave. Nel febbraio 2008, nel corso della presentazione dell’Anno internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth) dichiarato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per il 2008, il disastro del Vajont fu citato – assieme ad altri quattro – come un caso esemplare di “disastro evitabile” causato dalla scarsa comprensione delle scienze della terra e – nel caso specifico – dal «fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare»[7].

Prodromi del progetto

La strutturale carenza italiana di materie prime come il carbone per il proprio fabbisogno energetico aveva portato il paese a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento specializzandosi in una politica energetica di ‘energie rinnovabili‘ ante litteram che portò allo sfruttamento di valli e corsi d’acqua montani dove vennero realizzate numerose centrali idroelettriche che avrebbero prodotto la maggior parte dell’energia elettrica prodotta in Italia del Nord, fondamentale per lo sviluppo industriale del paese. Questa politica, pur non considerando appieno le interazioni uomo-ambiente e le necessità di rispetto dell’ambiente, risultava essere una soluzione quasi obbligata. L’idea di sfruttare come bacino idroelettrico la valle del fiume Vajont tramite una diga venne concretizzata dalla Società Idroelettrica Veneta poi assorbita dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), particolarmente attiva alla fine del XIX e nella prima metà del XX secolo nella distribuzione elettrica (prima della nazionalizzazione del settore elettrico attuata attraverso la nascita di un “Ente Nazionale per l’Energia Elettrica”, l’ENEL) nel nord-est italiano[8]. In questo contesto la prima ipotesi di un progetto di massima per lo sfruttamento delle acque del torrente Vajont venne redatta da Carlo Semenza nel 1926. La diga era prevista alla stretta del ponte di Casso (un tempo esistente ad est dell’attuale zona artigianale ai piedi del bivio per Casso) e prevedeva una centrale a Dogna. La scelta era figlia di una raccomandazione del Prof. Hug che aveva sconsigliato l’alternativa più a valle all’altezza del ponte del Colomber (dove il manufatto venne in seguito effettivamente costruito). Nel 1929 venne presentata la domanda di concessione per la realizzazione di un progetto di diga al ponte di Casso (massimo invaso a quota 656 m.s.l.m.) con allegata la relazione di Hug del 1926. Gli studi geologici sulla valle interessata dal nuovo invaso proseguirono e nel 1930 Giorgio Dal Piaz presentò una relazione inerente all’assenza di franamenti importanti lungo le sponde del bacino tra la zona di Pineda (a est) e il ponte di Casso (a ovest). Nel 1937 venne presentato un nuovo progetto con spostamento della diga più a ovest presso il ponte del Colomber all’altezza del punto in cui la strada che da Longarone saliva ad Erto valicava la forra sul torrente Vajont passando dalla sponda sinistra a quella destra della valle. Il massimo invaso era previsto a quota 660 m.s.l.m.; ad esso era allegata una relazione geologica a firma Dal Piaz sostanzialmente combaciante con quella del 1930, che estendeva la validità delle sue affermazioni fino alla nuova posizione della diga. Va sottolineato tuttavia che in una sua precedente relazione del 1928 Dal Piaz si era sempre opposto alla sbarramento della valle presso il ponte di Casso in quanto egli riteneva la roccia di imposta della diga in quel punto poco adatta per cui il manufatto non avrebbe potuto essere più alto di cinquanta metri dalla base del torrente.

Il progetto del “Grande Vajont”

La diga, nonostante le sollecitazioni quasi 10 volte superiori a quelle previste dal progetto, resistette all’ondata, che distrusse solo parte della mensola di calcestruzzo armato “cucita” alla diga su cui poggiava la strada di collegamento con la riva sinistra del Vajont

Diga del Vajont il 30 Marzo 2013 vista dal bacino di monte

L’idea di mutare in parte il progetto originario formulando l’ipotesi di un unico impianto integrato con gli altri delle valli circostanti viene attribuita a Carlo Semenza che la formulò la prima volta nel 1939. Il progetto viene normalmente identificato con il nome di “Grande Vajont”. Lo scopo del progetto era quello di creare in mezzo ai monti dolomitici una riserva di acqua (serbatoio di regolazione pluristagionale) che permettesse di sfruttare l’energia gravitazionale (perché le dighe consentono di utilizzare l’acqua come fluido di lavoro), sotto forma di potenza idrica, per portare energia elettrica a Venezia e a tutto il Triveneto, anche nei periodi di secca dei fiumi. L’invaso venne creato per accumulare le acque del fiume Piave dopo il loro passaggio nella diga di Pieve di Cadore, dalla quale giungeva nel serbatoio del Vajont tramite tubazioni con dislivello minimo e quindi minor perdita di energia gravitazionale. A questo sistema si aggiungevano, tramite condotte e ponti-tubo, anche i laghi di Vodo e Valle di Cadore (sul torrente Boite), di Pontesei (sul torrente Maè) e della Val Gallina (bacino di carico della centrale di Soverzene). Era stato dunque concepito un grande sistema di vasi comunicanti, con piccoli dislivelli tra di loro, sfruttati da piccole centrali (Pontesei, Colomber per il Vajont e Gardona) e tutti confluenti nella centrale principale di Soverzene (220 MW, al suo tempo la più grande d’Europa). La profonda gola del torrente Vajont, che nasce dalle Prealpi carniche e si immette nel fiume Piave, costeggiando il Monte Toc, tra la provincia di Belluno e la provincia di Pordenone, istituita successivamente (1968), sembrava essere il luogo più adatto alla costruzione della diga a doppio arco che infine risultò essere la più alta del mondo. La domanda per una diga nella valle del Vajont alta fino a quota 667m slm e sbarramento presso il Colomber fu presentata nel 1940. Vi era allegata una relazione di Dal Piaz identica a quella del 1937. Al termine della Seconda guerra mondiale, i progetti sul Vajont vennero ripresi. La concessione definitiva venne accordata con D.P.R. nr. 729 del 21 marzo 1948; il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 202 m con un invaso di 58,2 milioni di metri cubi. Sempre nel 1948 cominciò a svilupparsi l’idea di poter innalzare il coronamento della diga fino a 679 m.s.l.m. sfruttando appieno le caratteristiche geologiche del Calcare del Vajont che caratterizzava il punto di innesto della diga nei fianchi della valle.

L’osservazione scientifica

Posto che la dinamica della catastrofe è risultata concretizzarsi per un concorso di elementi naturali e di grosse responsabilità umane, è necessario fare il punto su quello che le indagini scientifiche rivelarono sulla costituzione morfologica della vallata, per poi integrare queste con lo svolgimento della cronaca recente.

La geologia del luogo

La geologia del luogo venne individuata, secondo una ricerca dei primi anni sessanta, nella seguente successione stratigrafica: Giurassico:

  • G1: Livelli di calcari marnosi e selciferi, di colore grigio-scuro, stratificati in maniera intensa e sottile, con inserti di marne calcaree. (Lias)
  • G2: calcari oolitici, alla base dolomitici, compatti e con stratificazione caotica e vagamente ordinata. (Dogger-Malm)
  • G3: si riconoscono 3 livelli, (Malm):
  • a) calcari grigi scuri con liste e noduli di selce, sottilmente stratificati con interstrati basali marnoso-calcarei verdastri e con intercalazioni marnoso-argillose;
  • b) calcari grigi, e, gradualmente, da mediamente a sottilmente stratificati;
  • c) calcari e calcari marnosi, simili al livello basale, ma in banchi di spessore superiore al metro.

Assetto strutturale

Nell’Oligocene, durante l’orogenesi alpina, (30 milioni di anni fa), le formazioni calcareo marnose e argillose vennero piegate, fratturate e sollevate; queste, verso la base, presentano una superficie inclinata di tensione che poi è stata coinvolta nell’enorme franamento del Monte Toc. Dal punto di vista strutturale nella zona si possono riconoscere due pieghe principali entrambe con asse orientato in direzione E-W ovvero: -l’anticlinale Pelf-Frugna, il cui asse corre lungo la Val Gallina e attraversa l’alta valle del Vajont il cui nucleo è costituito da Dolomia Principale; –Sinclinale di Erto, riconoscibile nella conca di Erto, con al nucleo la formazione del flysch. Il fianco meridionale di tale sinclinale asimmetrica, lungo il cui asse si è impostata la valle del Vajont, e costituisce il fianco settentrionale del Monte Toc da cui si sarebbe staccata la frana. In termini morfologici, la valle del Vajont è di origine glaciale, che vide dopo l’ultima glaciazione l’azione erosiva glaciale sovrimpressa dalla successiva erosione torrentizia generando il profondo profilo a “V” della valle. Profilo geometricamente favorevole per la ubicazione di una diga di sbarramento.

Clima

La diga del torrente Vajont è situata in una area ad elevata piovosità con massimi in primavera ed in autunno e con minimi in inverno. L’azione del gelo-disgelo insiste sul versante meridionale della valle. Inoltre, data l’esposizione della stessa verso Est-Ovest, essa è sottoposta ad una scarsa insolazione. Nel 196263, il livello delle precipitazioni fu così basso che, per compensare la possibile crisi idrica e continuare con l’attività di produzione elettrica, il livello del lago artificiale fu aumentato nonostante i timori che ne derivavano. Fu, indipendentemente dalle cause contingenti, una decisione piuttosto sconcertante, se si considera che proprio per evitare i fenomeni franosi che minacciavano il bacino e i dintorni si era deciso di abbassare lentamente il livello stesso. Questo aumento in un momento così delicato potrebbe essere stato il precursore della frana, che così, pur essendo di origine “idraulica” con un invaso pieno, potrebbe aver avuto origine a causa di un periodo di siccità. Una decisione del genere è in parte spiegabile con la nazionalizzazione delle industrie idroelettriche avviata nello stesso anno del disastro[senza fonte]. Lo stato di transitorietà in cui si trovava il neonato Ente per l’Energia Elettrica non ha permesso di avere la stessa rapidità decisionale (nonché probabilmente l’attenzione) che era invece garantita dall’Impresa privata che fino a prima possedeva gli impianti.

Cenni sugli studi compiuti prima del disastro

I lavori di costruzione della diga cominciarono nel 1957: il versante sovrastante la diga fu subito tenuto sotto controllo. Per questo motivo il famoso specialista austriaco in esplorazioni minerarie Leopold Müller fu consultato per valutare i problemi di stabilità della roccia. Tuttavia in questo primo studio le sue indagini non rivelarono la paleofrana che poi sarebbe stata vista come causa determinante, anche se la conclusione fu che la riserva idrica poteva causare frane, anche di un milione di metri cubi. Dal Piaz, comunque, ancora l’anno dopo non ritenne che fossero presenti rischi concreti di frane pericolose. Solo nel 1959 il geologo Edoardo Semenza – figlio del capo progettista Carlo Semenza – scoprì in una ricognizione sul campo la presenza, nel versante sinistro, di evidenti pericoli derivanti da una zona di miloniti non cementate, lunga circa 1,5 km[9]. Ciò indusse Edoardo Semenza ad ipotizzare la presenza di una paleofrana. Le prospezioni geofisiche del geologo prof. Pietro Caloi sembravano invece indicare nello studio successivo (novembre 1959) che la zona a sinistra della vallata fosse “eccezionalmente” solida, rocce compatte coperte da soli 10-20 metri di detriti sciolti. Nel frattempo, nel 1959 la diga era stata terminata e si era iniziato a riempire l’invaso. Tuttavia come già visto il 4 novembre 1960, con il livello del lago a 650 m.s.l., vi fu una frana di medie dimensioni (800.000 m³) sul versante sinistro; dopo questo evento Müller studiò ancora il territorio e propose varie ipotesi per evitare la frana del versante, benché non credesse ancora alla presenza della paleofrana. Non era contrario alla costruzione della diga, ma temeva la possibilità di una frana incontrollata, tanto da suggerire vari rimedi, il più attuabile dei quali era forse un tunnel drenante che, passando per strati calcarei compatti, raggiungesse da sotto le masse franose e ne convogliasse via l’acqua.

Il campanile di Pirago, frazione di Longarone, rimasto in piedi dopo il passaggio dell’onda di morte. La chiesa ai suoi piedi venne completamente spazzata via insieme all’intera frazione.

Tra le altre possibili ipotesi di lavoro, nessuna sembrava realmente fattibile: sbancare la frana o cementarla, tra le più realistiche, erano in realtà, per le grandezze in gioco, soluzioni giudicate troppo costose e difficili da realizzare. Tuttavia, restava il fatto che la questione dovesse essere meglio compresa. Sondaggi e prospezioni continuarono ad essere previsti, sebbene scavare negli strati di detrito presentasse notevoli difficoltà tecniche. Nel 1960 Caloi riprese gli studi geosismici e, con sorpresa di tutti, rilevò fino a 150 m di roccia fratturata concludendo, in maniera ancora più sorprendente, che questo doveva essere accaduto dopo la sua prima indagine dell’anno precedente. Come già visto nel 1961, per volere di Carlo Semenza, un modello in scala 1:200 del bacino del Vajont fu approntato e testato presso l’Università di Padova ipotizzando l’eventualità di una frana con superfici di movimento di 30° e 40° e tempi di frana valutati fino al tempo di un minuto (già considerato eccezionalmente veloce con i dati in possesso a quell’epoca). Il totale fu considerato sufficiente per non dover temere né cedimenti della diga né svasi oltre la stessa da parte delle onde anomale generate, non più alte di una trentina di metri, corrispondenti a 40 milioni di m³ nel peggiore dei casi. Ma nella realtà la frana fu di quasi 300 milioni di m³ (circa 8 volte il valore massimo previsto) e si mosse a velocità tripla di quella prevista; tutto ciò produsse un’energia cinetica di quasi 100 volte superiore al massimo previsto, e il livello dell’onda superò i 200 m sul coronamento della diga. Nel frattempo, comunque, furono impiantati dei piezometri – seppur con grande fatica (dovuta alla necessità di raggiungere i vari strati in cui esisteva la falda acquifera), nonché dei marcatori di terreno per visualizzare i movimenti della frana. Nonostante le difficoltà nell’interpretare i dati che essi fornivano, nondimeno furono molto utili nello stabilire come procedere empiricamente per far diminuire il fenomeno franoso. La strategia di Müller prevedeva che la frana in nessun caso sfuggisse al controllo, e la tattica suggerita dopo quella del 1960 fu lo svuotamento lento del bacino, con diminuzioni fino al livello di 600 m, costituite da 4–5 m in meno e poi una pausa di alcuni giorni per dare il modo e il tempo al materiale di aggiustarsi e restare stabile nonostante il cambiamento di condizione idraulica. Così, il movimento della frana quasi si bloccò in breve tempo, e certamente non si sarebbe riattivata violentemente senza il ritorno oltre quota 700 m, se le esigenze di collaudo non l’avessero “imposto”.

L’area della frana, in basso la massa di detriti ancora oggi presenti.

Studi successivi

Dopo la frana, vennero intensivamente studiate le cause e i provvedimenti da adoperare per evitare ulteriori casi simili a questo. Molti i lavori di studio completati. Tra questi, quelli di Müller, Trevisan, e Hendron-Patton, il più recente, del 1985. Quest’ultimo studio ha fornito definitivamente la conferma della presenza di 2 distinti livelli acquiferi, quello superiore, che risentiva direttamente del livello del lago, e quello inferiore, dipendente dalle precipitazioni. Furono eseguiti nuovi sondaggi e si trovò che il livello detto Fonzaso con argille fosse quello che corrispondeva alla superficie di rottura della frana. Questo strato avrebbe anche causato la separazione dei due acquiferi che risultò così importante: quello nella massa della frana e quello negli strati sottostanti del calcare. Da notare che il livello dell’acquifero superiore era trovato, in base a tre piezometri installati, direttamente collegato a quello del lago. L’acquifero inferiore, invece, data la presenza nell’assetto geologico-strutturale di una sinclinale ma anche di uno strato calcareo, è da un lato isolato dal contatto diretto con l’acqua contenuta nel lago e dall’altro è invece risultato collegato alle piogge, inoltre la sua acqua permane in zona a lungo e favorisce fenomeni carsici. La variazione del livello di falda è in antitesi a quello che si riteneva precedentemente, lento e legato ai fenomeni atmosferici (piogge cadute a monte). Per questo sembrò plausibile che, effettivamente, la pressione dell’acquifero inferiore fosse capace, quando si verificavano grandi precipitazioni, di causare smottamenti e frane, anche quando non esisteva il lago artificiale. Tuttavia, la concomitanza di questi due fattori, lago e piogge, innescò questa frana colossale quando la combinazione tra intense precipitazioni e alto livello del lago si dimostrò sufficiente all’innesco. Riassumendo, le cause preparatorie o predisponenti per il disastro del Vajont sono state varie, e anche variamente interpretate, ma alcune sembrano acclarate sufficientemente:

  • la costituzione geologica (come sopra specificato) del versante nord del Monte Toc.
  • il disboscamento.
  • un progressivo decadimento delle caratteristiche meccaniche della base delle rocce interessate al movimento.
  • secondariamente, gli sbancamenti e le incisioni provocate dalla costruzione delle strade e dei canali nell’area in oggetto.
  • la presenza del lago artificiale e in particolare la riduzione della spinta dell’acqua in coincidenza degli svasi.
  • le piogge abbondanti, che non fecero che peggiorare i problemi di stabilità del versante, a parità di livello del lago. Si stima adesso che la frana avrebbe potuto verificarsi persino soltanto con piogge superiori a un certo ammontare (700 millimetri) in un mese, ma qui bisogna sommare anche il lago della diga.

I precedenti

Che l’area, nonostante le sue qualità geometriche di ‘bacino idrico’ in termini di volume e posizionamento, fosse tutt’altro che stabile, lo dimostrano dei documenti storici risalenti addirittura a Catullo, che parla di una frana che cadde sul fondovalle, sbarrandolo. Sempre in zona, avvennero frane nel 1347, 1737, 1814, 1868. Si staccarono in particolare dal monte Antelao, provocando vittime e danni considerevoli.

  • Nella vicina vallata di San Lucano, avvennero frane nel 1748, 1908 e 1925.
  • Ma per quanto riguarda la vicenda del Vajont, maggiore interesse può essere accreditato alla frana di Pontesei (nella vicina valle di Zoldo), e quella del monte Toc del 4 novembre 1960.

La prima era correlata alla presenza di un bacino idrico, uno dei tanti del bellunese, per la produzione di elettricità. Le caratteristiche della frana sono state un’anticipazione di quella del Vajont. Alle ore 7 del 22 marzo 1959 una massa di 3 milioni di m³ si staccò dalle falde del monte Castellin e dello Spiz, su di un fronte di 500 metri e precipitò in 2-3 minuti nel lago di Pontesei, ovvero uno dei bacini artificiali. L’evento provocò la formazione di un’onda che sormontò la diga per almeno 7 metri, nonostante il bacino fosse a un livello di 13 metri al di sotto dell’orlo della diga. L’onda investì il sorvegliante della diga il cui corpo non fu più ritrovato. L’evento ebbe una lunghezza del fronte di frana di circa 500 metri e la sua dinamica vide il franamento superficiale di un considerevole spessore di detriti morenici. La frana del 4 novembre 1960 vide invece 800.000 m³ staccarsi dal monte Toc e cadere nel bacino artificiale provocando un’ondata di 10 metri di altezza. Seppure senza danni, questo evento era un chiaro avvertimento sulla precarietà della stabilità dei versanti, e questo con un livello della superficie del bacino che arrivava solo a quota 650 metri. Al contempo si aprì una immensa fessura perimetrale sulla montagna, disegnando una M, fessura lunga oltre 2500 metri sulle pendici settentrionali del monte Toc tra quota 930 e 1360 metri s.l.m.[10] A quel punto venne dato ordine di svaso del bacino, si intensificarono gli studi per comprendere meglio la struttura del luogo, e venne infine praticata una galleria di bypass per tenere in collegamento il bacino anche se fosse stato tagliato a metà da una grande frana, per impedire aumenti arbitrari del livello a monte della stessa. La giornalista de l’Unità Tina Merlin scrisse al proposito di questi eventi:

« Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli. »

Già 2 anni prima della tragedia, Tina Merlin anticipò quello che sarebbe potuto succedere nella valle, con un articolo pubblicato sull’Unità il 21 febbraio 1961, in cui la giornalista denunciava la possibilità che la frana cadesse nel lago provocando enormi danni[11][12]. La stessa Merlin perorò una campagna di informazione contro la diga per tutta la durata dei lavori di costruzione, consultando gli abitanti della valle al di sotto del monte Toc. Inascoltata dalle istituzioni, la giornalista fu denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico” tramite i suoi articoli, processata e assolta dal Tribunale di Milano. Nel 1963, Indro Montanelli e Dino Buzzati assunsero una posizione controversa in merito alle reali cause della tragedia, affermando il carattere di catastrofe naturale della stessa, e tacciando di “sciacallaggio” l’attività di alcuni giornalisti italiani, tra i quali appunto Tina Merlin, accusandola di speculazione politica per i suoi scritti[13]. Anni dopo Montanelli chiarì la sua posizione, sostenendo che all’epoca voleva evitare un “anticipo di condanna basato su delle voci” poiché secondo la sua opinione “in quel momento era largamente condiviso il sospetto che quelle voci volessero soltanto giovare alla causa di quella parte politica che reclamava la nazionalizzazione dell’industria elettrica”. Prese comunque atto delle responsabilità penali accertate in sede giudiziaria e, pur ritenendo di essere stato male interpretato, si scusò comunque: “Con questo, non intendo difendere un errore. Lo commisi. Ma temo che, in analoghe circostanze, tornerei a commetterlo”[14].

Dalla costruzione al disastro

I lavori della diga

Interno della cabina comandi centralizzati; il tecnico della foto è l’ing. Mario Pancini della SADE, morto suicida nel 1968. La foto è estratta dal film “H MAX 261,6m” di Uni Europa Film voluto dal progettista dell’opera a memoria del lavoro svolto

Dopo la Seconda guerra mondiale il progetto Vajont, fortemente voluto dalla SADE, inizia a prendere forma e viene quindi presentato per l’approvazione del Genio Civile. I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe infatti portato gli abitanti dei paesi di Casso e di Erto all’abbandono di abitazioni e di terreni produttivi. Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà degli anni cinquanta iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l’effettiva autorizzazione ministeriale[senza fonte]. Il progetto ottenne la completa approvazione ministeriale il 17 luglio 1957. In seguito il progetto fu modificato: la diga avrebbe raggiunto l’altezza di 261,60 m, con un invaso utile di 152 milioni di metri cubi. L’invaso della diga fu a tutti gli effetti maggiore di quanto mai previsto. Il costo della costruzione della diga fu sostenuto grazie anche ad un contributo del 45% delle spese, erogato all’epoca della progettazione, dal governo.[9] Nell’agosto del 1958 iniziarono i getti per la costruzione della diga.[15] A lavori ormai iniziati si succedettero alcune scosse sismiche, la Sade fece pertanto effettuare ulteriori rilievi geologici che rilevarono l’esistenza di una grande paleofrana sul monte Toc, la quale avrebbe potuto cadere nel bacino artificiale formato dalla diga[senza fonte]. Alla fine della riprogettazione, che vide l’innalzamento di circa 60 m e la capacità di bacino triplicata, la diga del Vajont aveva le seguenti caratteristiche:

  • Tipo: diga ad arco a doppia curvatura in calcestruzzo
  • Inizio effettivo lavori: 1957
  • Costruttore: Gruppo S.A.D.E. – Società Adriatica di Elettricità di Venezia
  • Fine lavori: 1959.
  • Altezza complessiva: 264,6 m
  • Larghezza alla base: 27,0 m
  • Larghezza in sommità: 3,4 m
  • Livello di massimo invaso:722,5 m s.l.m.
  • Livello di massima piena: 462,0 m s.l.m.
  • Livello massimo: 725,5 m s.l.m.
  • Capacità di invaso complessiva: 168,715 milioni di m³ (150 milioni utile)
  • Morti durante la costruzione della diga: 15
La diga vista da Longarone

Le cause scatenanti le verifiche sulle sponde del lago

Il 15 giugno 1957 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dette parere favorevole all’innalzamento della diga con la prescrizione di completare le indagini geologiche

« nei riguardi della sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche, che verranno a trovarsi in prossimità del massimo invaso »

con una decisione che in seguito destò numerosi dubbi, in particolare sull’assenza di una ratio nell’approvare un progetto per il quale venivano richieste ulteriori indagini. Se la questione è stata ampiamente superata dalla normativa moderna (che impone serrati controlli preventivi su tutto il bacino), questa raccomandazione è stata l’oggetto di una disputa tra i fautori delle diverse interpretazioni sui fatti del Vajont, in quanto alcune indagini erano effettivamente state svolte (ad esempio sotto l’abitato di Erto) e oggetto di una relazione di Dal Piaz del giugno-settembre 1957. Le evidenze successive dimostreranno l’incompletezza-inadeguatezza della stessa. Il 6 agosto 1957 venne consegnato alla SADE un nuovo rapporto geotecnico di Müller (il 2º) nel quale si evidenziavano forti pericoli di frana lungo la sponda sinistra del serbatoio. Era la prima relazione che infondeva dei dubbi sulla sponda sinistra del bacino, pur riferendosi alla sola parte frontale e più superficiale della grande frana del Toc che venne evidenziata solo anni dopo. In questo primo studio le sue indagini non rivelarono la paleofrana che poi sarebbe stata vista come causa determinante dei problemi al serbatoio, anche se la sua conclusione fu che il bacino idrico poteva causare frane, anche di un milione di metri cubi. Il 22 marzo 1959, dopo che i lavori di costruzione della diga del Vajont erano già iniziati, una frana di circa 3 milioni di metri cubi di roccia si riversò nel bacino della diga in località Pontesei, che era stata completata solo due anni prima dalla SADE stessa ed era tenuta sotto stretta osservazione per la presenza in loco di ben due frane: quella di “Pontesei-Fagarè”, origine dell’inondazione e quella di “Pontesei spalla diga”. L’onda generatasi uccise l’operaio Arcangelo Tiziani della ditta Cargnel, mentre due tecnici della SADE riuscirono a salvarsi. I successivi avvenimenti sono determinanti per analizzare il mutato atteggiamento dei tecnici della SADE, in particolare una lettera del giorno successivo (23 marzo):

« ti prego di rileggere la relazione che al riguardo ti ho inviato ai primi di luglio 1958: ciò che è avvenuto vi è previsto con una esattezza sconcertante »
(dalla lettera del geologo Pietro Caloi, che sta studiando la zona della diga dal 1953, all’Ing. Tonini della Sade)

In un’altra missiva del 27 marzo sempre relativa a Pontesei, Caloi afferma:

« Rassicuri l’ing. Biadene: la discrezione è nel mio costume. Piuttosto, se mi posso permettere un consiglio, suggerisco di trarre le naturali conseguenze dal fatto »
(dalla lettera del geologo Pietro Caloi, che sta studiando la zona della diga dal 1953, all’ing. Rossi Leidi della SADE)

Gli scritti di Caloi sono esemplari per evidenziare sia perché mutò l’atteggiamento della SADE dopo i fatti di Pontesei che la spinsero sensatamente ad approfondire gli studi sul bacino del Vajont, sia per dimostrare un atteggiamento di connivenza o quantomeno di sudditanza di alcuni tecnici, rispetto all’operato della stessa (secondo alcuni autori in quanto iscritti nel “libro paga” della ditta). A tale proposito Edoardo Semenza scrive:

« Fu come se suonasse improvvisamente un campanello d’allarme. Infatti le manifestazioni di instabilità di quel versante, da sempre esistite e note ai tecnici della SADE, non avevano mai destato particolari preoccupazioni, in quanto si riteneva trattarsi di fenomeni di scarsa entità. Questo franamento, e in particolare la sua velocità e la sua compattezza, furono invece un ammonimento a prendere in maggiore considerazione questo tipo di fenomeni. »
(E. Semenza, La storia del Vajont)

Al riguardo il tribunale dell’Aquila stabilì che la frana di Pontesei fosse discesa in circa due minuti. Nonostante Dal Piaz in una sua relazione legata alla costruzione della strada di circonvallazione in sponda sinistra del Vajont del 29 ottobre 1959 avesse ritenuto che non vi fossero rischi concreti di frane pericolose, gli avvenimenti di Pontesei avevano convinto la SADE ad approfondire il tema. L’incarico di approfondire lo studio delle sponde del bacino del Vajont fu quindi affidato a Müller, che come geomeccanico stava già seguendo i problemi delle imposte della diga.

Le verifiche sulle sponde individuano la grande frana sul versante sinistro del bacino

Eseguito un sopralluogo sul posto il 21 luglio 1959, Müller commissionò un piano di studio inizialmente solo in modo informale. Detto studio venne affidato al geologo Edoardo Semenza – figlio del capo progettista Carlo Semenza – che fu poi coadiuvato dal geologo Franco Giudici. Semenza scoprì in una ricognizione sul campo la presenza, nel versante sinistro della valle del Vajont, di evidenti pericoli derivanti da una zona di miloniti non cementate, lunga circa 1,5 km[9]. Ciò indusse Edoardo Semenza ad ipotizzare la presenza di una paleofrana, che interessava tutta l’area a più bassa quota del monte Toc che partendo dalle pareti scoscese sulla forra del torrente Vajont a nord (“Castelletto”, “Punta del Toc” e “Parete Nord del Toc”) superava la parte più pianeggiante delle pendici della montagna (“Pian del Toc” e “Pian della Pozza o della Paùsa”) risalendo poi (in direzione sud) la dorsale in modo più impervio verso il “Torrione di Punta Vasei” e il “Becco del Toc”. Informato della scoperta Müller formalizzò un piano di studio approfondito basato su una sua proposta scritta molto dettagliata inserita nel suo 6º rapporto del 10 ottobre 1959. La relazione definitiva Giudici-Semenza fu consegnata poi ufficialmente agli inizi di giugno 1960. Le scoperte fatte avevano anche suggerito di eseguire una indagine geosismica attraverso la supposta paleofrana che venne affidata al Prof. Pietro Caloi. I risultati ottenuti (novembre 1959) sembravano invece indicare che la zona a sinistra della vallata fosse “eccezionalmente” solida, rocce compatte coperte da soli 10-20 metri di detriti sciolti. Il rapporto di Caloi fu consegnato in via definitiva il 4 febbraio 1960. I risultati agli antipodi dei due studi imposero un approfondimento del tema che fu favorito dagli avvenimenti successivi.

La prima prova d’invaso e le piogge evidenziano la grande frana

il fronte meridionale della frana con ancora evidenziata la grande “M”

Nel frattempo i lavori di costruzione del manufatto erano continuati e nel settembre del 1959 la diga era ultimata. Il 28 ottobre 1959 la SADE avanzò domanda di invaso sperimentale fino a quota 600m slm, che fu approvata fino a quota 595m slm il 9 febbraio 1960. Nel mese di marzo del 1960, quando l’invaso si trovava all’incirca a quota 590 m s.l.m nella parete settentrionale del Toc prospiciente la valle (nella parte ad est del torrente Massalezza praticamente di fronte al bivio per Casso) si verificò il crollo di una piccola porzione della “Parete Nord del Toc” vicino alla sua base occidentale. Inoltre si assistette alla rimobilitazione del “Castelletto del Toc” posto subito a ovest del torrente Massalezza e prospiciente la “Punta del Toc”. Continuavano nel frattempo le indagini suggerite da Müller che nel maggio del 1960 portarono all’installazione dei primi capisaldi destinati a identificare eventuali movimenti franosi del Toc attraverso misure topografiche. Le misure, fatte con l’invaso a quota 595m slm, rilevarono movimenti della parte più a nord del Toc, con velocità che risultarono crescenti nei mesi successivi. Il 10 maggio 1960 la SADE chiese l’autorizzazione a portare l’invaso a quota 660m slm senza prima procedere con lo svaso, e la relativa autorizzazione venne concessa l’11 giugno 1960. Negli stessi giorni venne consegnata anche la relazione definitiva dello studio Giudici-Semenza, nel quale veniva confermata la supposta presenza della grande frana. Il 9 luglio 1960 venne consegnata la relazione di Dal Piaz a proposito della stabilità dei versanti di tutto il bacino. Per il versante settentrionale del Toc essa in sostanza negava l’esistenza della frana-paleofrana. Nel frattempo proseguivano le verifiche di Semenza relative alla sua ipotesi della paleofrana. In particolare egli scoprì tra la fine di luglio e il 2 agosto 1960 il probabile margine meridionale della paleofrana (ossia la parte montana della stessa e più vicina alla cima del Toc) in corrispondenza del punto di separazione del torrente Massalezza nei due rami occidentale e orientale convergenti a “Y” nel corso principale e di solito asciutti. In essi si poteva osservare il passaggio dalla roccia sana affiorante a sud (lato montagna), a quella frantumata o finemente macinata affiorante a nord (lato valle del Vajont). Sul finire del mese di ottobre 1960 con l’invaso all’incirca a quota 645m slm, mentre i movimenti della frana raggiungevano e superavano l’allarmante velocità di ben 3 cm al giorno (che non venne più raggiunta fino nell’imminenza del distacco nel 1963), sulle pendici del monte Toc (da quota 1200 verso il basso) fece la sua comparsa la fessura perimetrale lato montagna della massa in movimento. I suoi margini laterali risultavano evidenti solo nella parte a maggior quota, mentre apparivano scarsamente percepibili alle quote più basse. Questa grande fessura che sulla montagna disegnava grossomodo un grande “M” (letta dal lato del torrente Vajont), larga tra 50 cm e 1m, si immergeva in profondità con una inclinazione di circa 40°. Le due punte della “M” partivano da quota 1200m slm e 1400m slm e arrivava fino a circa quota 600m slm. Il 4 novembre 1960 ci fu un segnale d’allarme presagio della catastrofe: circa 750.000 m³ di terra e roccia (la cui parte prospiciente la forra si era già mossa accasciandosi qualche decina di metri più in basso fin dalla primavera di quell’anno) franarono nel bacino, che si trovava con l’acqua a quota 650m slm.

I nuovi studi proposti e i tentativi di salvare l’impianto

Carlo Semenza, progettista della diga e ideatore della “galleria di sorpasso o bypass” sul versante destro della valle del Vajont

I movimenti sull’intero fianco della montagna, che interessavano un fronte di quasi 3 km, con evidenti segni di movimenti trascorrenti sui lati della grande “M” che si era venuta a formare (indice che il movimento della massa era parallelo a quello della linea laterale di rottura e quindi era in direzione nord ossia verso il bacino), pur se non interpretati in modo unanime (le discordanze riguardavano oramai solo la profondità della massa in movimento e quindi l’effettivo volume in metri cubi della stessa) segnarono un momento di svolta. I dirigenti della SADE interpellarono immediatamente Müller che dopo alcuni sopralluoghi consigliò loro di abbassare il livello del lago. Venne dunque eseguito uno svaso controllato (5m in due giorni) e graduale (seguito quindi da un riposo di quattro giorni con bacino a livello costante). Questo permise un immediato rallentamento dei movimenti e con l’acqua all’incirca a quota 600m slm, un arresto quasi definitivo (dicembre 1960). Venne subito eseguita (dicembre 1960) una nuova indagine geologica (diretta ancora da Caloi) dalla quale emerse che la roccia ora aveva caratteristiche meccaniche pessime. Alcuni autori ritengono che la precedente indagine di Caloi (nella quale erano stati esclusi problemi di sorta per le pendici del monte Toc) non fosse stata eseguita o interpretata correttamente. La relazione fu consegnata ufficialmente il 10 febbraio 1961. Resosi conto che la caduta di una frana (anche nell’ipotesi più ottimistica sul volume) avrebbe reso inservibile il serbatoio ostruendone la “foce” e ponendo in pericolo anche il resto della valle (con un incontrollato aumento delle acque del lago), Carlo Semenza propose la costruzione di una galleria (passata alla storia con il nome di galleria di sorpasso o bypass) che passando sotto al monte Salta sul versante sinistro della valle, riuscisse a superare la zona “pericolante” sul fianco destro del Vajont. La galleria fu scavata tra il febbraio e il settembre del 1961 con imbocco a est presso il Mulino delle Spesse a quota 617,4m slm (vi si può accedere ancora scendendo dalla strada che da Erto porta alla diga svoltando a sinistra prima della galleria artificiale paramassi) e sbocco a ridosso della diga a quota 600,7m slm. Questo impose di mantenere l’acqua del serbatoio sotto questo livello per tutto il periodo dei lavori. Vennero inoltre realizzate due finestre di servizio al ponte di Casso (613,9m) e al ponte del Colomber (608m).

Nuovi elementi di studio: il 15º rapporto Müller

Il rapporto consegnato da Müller il 3 febbraio 1961, noto comunemente come il numero progressivo 15º in quanto era per l’appunto il suo 15º rapporto, si occupava esclusivamente della frana delle pendici del monte Toc ed è da sempre uno dei punti di maggior contrasto tra gli autori che si sono occupati delle vicende del Vajont. Pur non concordando con Giudici-Semenza sull’ipotesi della paleofrana, il geomeccanico austriaco concorda con loro sul fatto che vi sia sul fianco sinistro del Vajont una grande frana, indicando come a suo parere non esistano dubbi sulla profonda giacitura del piano di scivolamento (spessore della frana) e ipotizzando una massa in movimento di circa 200 milioni di metri cubi di materiale (errando di circa un quarto in meno rispetto a quanto sarà poi verificato in seguito), ma fornendo tuttavia uno dei dati di previsione più precisi allora disponibili. Questa individuazione abbastanza precisa della massa in movimento, fu di fatto il motivo del contendere tra i vari autori, in quanto i sostenitori della tesi della prevedibilità hanno sempre utilizzato questo rapporto per dimostrare che non era possibile che i tecnici della SADE prima, ENEL-SADE poi, non avessero chiaramente in vista, i valori delle masse in gioco. E del perché nelle prove sul modello idraulico (che verrà attrezzato a Nove e di cui si tratterà nel paragrafo successivo) non ne siano mai state eseguite partendo dalla sua ipotesi dei volumi in movimento. Effettivamente la sua relazione rimane illuminante sotto molti aspetti, sia per quel che riguarda l’individuazione della correlazione tra livello dell’acqua del lago e precipitazioni rispetto ai movimenti della frana, sia per aver fornito tutta una serie di misure da effettuare e contromisure da poter utilizzare, per poter risolvere i problemi che stavano attanagliando il serbatoio.

Studi sul modello idraulico del bacino

Dopo la scoperta della frana delle pendici settentrionali del monte Toc, si decise di approfondire gli studi sui seguenti effetti: 1) Azioni dinamiche sulla diga; 2) Effetti d’onda nel serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine, con particolare attenzione al paese di Erto. 3) Ipotesi di una parziale rottura della diga e conseguente esame dell’onda di rotta e della sua propagazione lungo l’ultimo tratto del Vajont e lungo il Piave, fino a Soverzene ed oltre. Lo studio del punto 1 venne eseguito presso l’I.S.M.E.S. (Istituto Sperimentale Modelli e Strutture) di Bergamo (nato nel 1951), mentre per gli altri la Sade decise la costruzione di un modello fisico-idraulico del bacino nel quale poter eseguire alcuni esperimenti sugli effetti della caduta di una frana in un serbatoio. Il modello in scala 1:200 del bacino, che è tuttora visitabile, fu allestito presso la centrale idroelettrica di Nove (loc. Borgo Botteon di Vittorio Veneto) della SADE e divenne il C.I.M. (Centro Modelli Idraulici). Gli esperimenti furono affidati ai professori Ghetti e Marzolo, docenti universitari dell’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’Università di Padova e furono eseguiti grazie al finanziamento della Sade e sotto il controllo dell’ufficio studi della società stessa. Lo studio si prefiggeva di verificare gli effetti idraulici sulla diga e sulle sponde del serbatoio del franamento e fu dunque indirizzato in questo senso piuttosto che a riprodurre il fenomeno naturale della frana. Gli esperimenti vennero condotti in due diverse serie (agosto-settembre 1961 e gennaio-aprile 1962), delle quali la prima servì sostanzialmente per affinare il modello.

La prima serie di esperimenti

La prima serie di 5 esperimenti ebbe inizio il 30 agosto 1961 con una superficie di scivolamento della frana piana inclinata di 30°, costituita da un tavolato di legno rivestito da una lamiera. La massa franante era simulata da ghiaia trattenuta tramite reti flessibili metalliche, che venivano inizialmente trattenute in posizione mediante funi allentate poi all’improvviso. All’inizio di settembre furono eseguite altre 4 prove destinate ad avere scopo orientativo. La prima sempre con un piano inclinato di 30°, le seguenti 3 con un piano inclinato di 42°. Riscontrata l’impossibilità di riprodurre nel modello il naturale fenomeno geologico della frana, il modello venne elaborato modificando la superficie di movimento della frana che venne sostituita con una in muratura (i relativi profili furono elaborati da E.Semenza che per redarli si avvalse anche dei sondaggi che erano già stati effettuati e che avevano fornito sufficienti elementi di giudizio i questo senso) e per rendere possibile la variazione della velocità di caduta della frana nel serbatoio (resa difficile dalla nuova forma “a dorso” della superficie di movimento) e simulare la compattezza del materiale in movimento (che nel modello rimaneva la ghiaia) vennero inseriti dei settori rigidi che vennero trainati attraverso delle funi tirate da un trattore.

La seconda serie di esperimenti

In questi 17 esperimenti condotti dal 3 gennaio 1962 al 24 aprile 1962 il materiale “franante” era ancora della ghiaia questa volta trattenuta attraverso delle reti di canapa e delle cordicelle. Partendo dall’ipotesi di Muller relativa alle diverse caratteristiche della massa in movimento tra la parte a valle del torrente Massalezza (ovest) e la parte a monte dello stesso (est), tutti gli esperimenti furono compiuti facendo scendere quelle due ipotetiche parti della frana separatamente. Nel modello tuttavia le due frane vennero fatte scendere inizialmente in tempi diversi in modo che i loro effetti fossero totalmente separati e successivamente quando l’ondata prodotta dalla prima tornava indietro in modo da ottenere un sovralzo totale dell’acqua del lago anche maggiore.

La relazione finale Ghetti

Il sovralzo totale dell’acqua del serbatoio (misurato attraverso appositi strumenti) veniva scomposto in “sovralzo statico” che era l’effetto non transitorio di aumento del livello dell’acqua rimasta nel serbatoio dopo il franamento per effetto dell’immersione della frana nel serbatoio (una volta riraggiunto lo stato di quite) e in “sovralzo dinamico” dovuto al moto ondoso temporaneo prodotto dal franamento. Il sovralzo statico dipendeva dal volume della frana che rimaneva immerso nel serbatoio, mentre il sovralzo dinamico dipendeva quasi esclusivamente dalla velocità di caduta della frana (mentre era trascuratamente legato al volume della stessa). In base a questa simulazione (in seguito al disastro oggetto di critiche poiché considerata da alcuni approssimativa) si determinò che il limite di invaso a quota 700m non avrebbe provocato danni sopra quota 730m slm lungo le sponde del serbatoio, mentre una minima quantità d’acqua avrebbe superato il ciglio della diga (722,5m) procurando danni trascurabili a valle della stessa.

« Con le esperienze riferite, svolte su un modello in scala 1:200 del lago-serbatoio del Vajont, si è cercato di fornire una valutazione degli effetti che verranno provocati da una frana, che è possibile abbia a verificarsi sulla sponda sinistra a monte della diga. Premesso che il limite estremo a valle dell’ammasso franoso dista oltre 75 m. dall’imposta della diga, e che la formazione di questa imposta è di roccia compatta e consistente e ben distinta, anche geologicamente, dall’ammasso predetto, non è assolutamente da temersi alcuna perturbazione di ordine statico alla diga col verificarsi della frana, e sono perciò da riguardarsi solo gli effetti del rialzo ondoso nel lago e nello sfioro sulla cresta della diga in conseguenza della caduta.Le previsioni sulle modalità dell’evento di frana sono quanto mai incerte dal punto di vista geologico. Scoscendimenti parziali di limitata entità ebbero a verificarsi negli ultimi mesi del 1960 nella parte più bassa della sponda in movimento in concomitanza coll’iniziale, ed ancora parziale, riempimento dell’invaso. La formazione franosa si estende su una fronte complessiva di 1,8 km., dalla quota 600 alla quota 1.200 m.s.m. (quota di massimo invaso del lago-serbatoio 722,50 m.s.m.). L’esame geologico porta a riconoscere una presumibile superficie concoide di scorrimento, sulla quale l’ammasso franoso, costituito da materiale incoerente e detriti di falda in prevalenza, raggiunge nella parte centrale (a cavallo dell’asta del torrente Massalezza) lo spessore di 200 m. L’andamento della scarpata è più ripido nella parte inferiore che sovrasta il lago; ad un cedimento di questa parte sarebbe probabilmente seguito lo scoscendimento dell’ammasso superiore. È da ritenersi che l’eventuale discesa della frana difficilmente potrà manifestarsi contemporaneamente su tutta la fronte; è più fondata invece l’ipotesi che scenderà per prima l’una o l’altra delle due zone poste a monte o a valle del torrente Massalezza, e che questo scoscendimento sarà seguito, a più o meno breve intervallo, da quello della restante zona. »
(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)
« Questi dati sembrano sufficientemente indicativi dell’entità che il fenomeno ondoso può presentare pur nelle più sfavorevoli previsioni di caduta dell’ammasso franoso. Si fa osservare che il sovralzo riscontrato in prossimità della diga è sempre superiore a quello che si manifesta nelle zone più distanti lungo le sponde del lago. Passando a considerare gli effetti della frana che sopravvenga a lago non completamente invasato, si ha dalle prove che già con l’invaso portato a quota 700 m.s.m. l’evento più sfavorevole, e cioè la caduta della zona a valle in 1 min. a seguito di precedente caduta della zona a monte, provoca appena, con sovralzo di 27 m. presso la diga (e massimo di 31 m. a 430 m. da essa) uno sfioro poco superiore a 2.000 mc/s. Partendo dalla quota d’invaso 670 m.s.m. anche con la frana più rapida il sovralzo è assai limitato e ben al disotto della cresta di sfioro. Sembra pertanto potersi concludere che, partendo dal serbatoio al massimo invaso, la discesa del previsto ammasso franoso solo in condizioni catastrofiche, e cioè verificandosi nel tempo eccezionalmente ridotto di 1-1.30 minuti, potrebbe arrivare a produrre una punta di sfioro dell’ordine di 30.000 mc/s., ed un sovralzo ondoso di 27,5 m. Appena raddoppiando questo tempo il fenomeno si attenua al disotto di 14.000 mc/s di sfioro e di 14 m. di sovralzo. Diminuendo la quota dell’invaso iniziale, questi effetti di sovralzo e di sfioro si riducono rapidamente, e già la quota di 700 m.s.m. può considerarsi di assoluta certezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana. Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti nell’alveo del Vajont ed alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena di entità pari a quella sopra indicata per i possibili sfiori sulla diga. In tal modo si avranno più certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi nel lago-serbatoio, senza pericolo di danni a valle della diga in caso di frana »
(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)
« la fase conclusiva sulla quota di sicurezza è come un corpo estraneo nel contesto della relazione. Le esperienze sono state condotte con dati di partenza non aderenti alla realtà, dati forniti dalla SADE; anche i dati di taratura sono da considerare contraddittori per quanto riguarda la velocità delle frane. È mancata agli sperimentatori l’assistenza di un geologo o di un geomeccanico, donde la sorprendente richiesta della granulometria della frana, la respinta giustificata della proposta di usare dei cubetti di dimensioni non precisate, l’impiego di una superficie di scorrimento non razionale, la mancata ricerca bibliografica nella letteratura geologica »
(Relazione Ghetti 4 luglio 1962)

Tuttavia il modello in scala della probabile frana non risultò successivamente attendibile, trascurabilmente poiché il modello della frana era composto di materiali diversi da quelli originali (invece di usare una massa compatta per simulare la frana, venne usata della ghiaia, che produsse effetti leggermente minori di una massa dello stesso volume, ma più compatta) e principalmente perché lo studio partì da un errore di base nella valutazione del tempo di caduta della frana (valore determinante per calcolare correttamente il sovralzo dinamico). Tuttavia, in una riunione del 30 marzo 1962, venne espressa dai tecnici la convinzione che il tempo di 1 minuto per la caduta della frana sperimentato da Ghetti fosse troppo breve. Il che probabilmente convinse molti che anche superare la quota di 700m slm non avrebbe generato alcun tipo di pericolo anche nel caso di caduta della frana.

La seconda prova di invaso

La seconda prova di invaso fu eseguita sotto il nome dell’ing. Pancini che decise invasare fino ad una certa quota per poi eseguire uno svaso rapido. Lo scopo di questa prova era di far cadere a “pezzi” il monte Toc. Anche se questa prova sembrava funzionare non si verificò una frana di normali dimensioni come era stato ipotizzato. Cosi fallì la seconda prova d’invaso

La terza prova di invaso

Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 si arrivò a quota 710 m. Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse telluriche, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.

Il disastro

Alla fine dell’estate del 1963, poiché i sensori rilevarono movimenti preoccupanti della montagna, venne deciso di diminuire gradualmente l’altezza dell’invaso, sia per cercare di evitare il distacco di una frana, sia per evitare che una possibile frana potesse provocare un’onda che scavalcasse la diga. Ma alle 22,39 del 9 ottobre 1963 si staccò dalla costa del Monte Toc (che in friulano, contrazione di “patoc”, significa “marcio”) una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. In circa 20 secondi la frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale.[16] L’impatto con l’acqua generò tre onde: una si diresse verso l’alto, lambì le abitazioni di Casso e ricadendo sulla frana andò a scavare il bacino del laghetto di Massalezza; un’altra si diresse verso le sponde del lago e attraverso un’azione di dilavamento delle stesse distrusse alcune località in Comune di Erto e Casso e la terza (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua), scavalcò il ciglio della diga, che rimase intatta, ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont, e precipitò nella stretta valle sottostante. I circa 25 milioni di metri cubi d’acqua che riuscirono a scavalcare l’opera raggiunsero il greto sassoso della valle del Piave e asportarono consistenti detriti che si riversarono sul settore meridionale di Longarone causando la quasi completa distruzione della cittadina (si salvarono il municipio e le case poste a nord di questo edificio) e di altri nuclei limitrofi e la morte, nel complesso, di circa 2000 persone (i dati ufficiali parlano di 1918 vittime, ma non è possibile determinarne con certezza il numero). È stato stimato che l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fosse di intensità eguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. Vi sono testimonianze di superstiti scagliati a diverse centinaia di metri di distanza prima ancora che la massa d’acqua piombasse al suolo, alla velocità di quasi 100 km/h.[senza fonte] Alle ore 5:30 della mattina del 10 ottobre 1963 i primi militari dell’Esercito Italiano arrivarono sul luogo per portare soccorso e recuperare i morti. Tra questi vi erano soprattutto Alpini, alcuni dei quali appartenenti all’arma del Genio che scavarono anche a mano per riuscire a trovare i corpi dei dispersi. Questi trovarono anche alcune casseforti, non più apribili con le normali chiavi, in quanto molto danneggiate.[17] Dei circa 2000 morti, sono stati recuperati solo 1500 cadaveri, la metà dei quali non è stato possibile riconoscere.[16]

Dopo il disastro

Il Ministero dei Lavori Pubblici avviò immediatamente un’inchiesta per individuare le cause della catastrofe. Iniziano le operazioni di messa in sicurezza della valle. L’Enel installa una stazione di pompaggio per mantenere il livello del settore residuo del lago (quello a monte) entro limiti di sicurezza, giacché essendo rimasto senza emissario avrebbe potuto sommergere Erto, e contemporaneamente vengono avviati i lavori di ripristino e prolungamento oltre lo sbarramento della galleria di bypass costruita prima del disastro (e che tuttora assicura il deflusso delle acque oltre la diga). Nonostante le rassicurazioni dei geologi si decide però di trasferire la popolazione di Erto. Pochi dei vecchi abitanti sono rientrati nelle case e le hanno ristrutturate, mentre altri occupano il nuovo quartiere costruito più in alto. Viene fatta tutta una serie di lavori di dubbia utilità come ad esempio l’impermeabilizzazione del passo di sant’Osvaldo (punta Ovest) con uno schermo di cemento profondo 80 m (rimosso nel 1998) noto come il Muro della Vergogna, o del Pianto. Il 20 febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell’anno. Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L’Aquila, a ben 550 chilometri, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposi plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta. Dal 15 al 25 marzo del 1971 a Roma si svolge il processo di Cassazione, dove viene confermato il verdetto del processo di secondo grado, ma vengono ridotte le pene a Biadene e a Sensidoni: il primo è condannato a cinque anni di reclusione, il secondo a dieci mesi, ma in seguito a Biadene verranno condonati tre anni per problemi di salute Nel 1971, per permettere agli sfollati ancora senza nuove case di tornare alla normalità, venne costruito il comune di Vajont presso Maniago.[18] Nel 1997 la Montedison (che aveva acquisito la SADE) fu condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe. La vicenda si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno.[19][20][21] La comunità riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città. Un altro centro chiamato Nuova Erto venne costruito a Ponte nelle Alpi (provincia di Belluno), di cui costituisce un quartiere. Infine, sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese di Erto attuale. Si parla di “Corsa al collaudo” come causa del disastro. In realtà questa corsa, secondo alcuni motivata dalla nazionalizzazione delle Industrie Elettriche avvenuta nel 1963 è infondata (ed è stato assodato in sede giudiziaria). Il decreto che istituiva l’ENEL indicava come termini di risarcimento ai proprietari delle Società Elettriche il pagamento del pacchetto azionario il cui valore era fissato come “media degli anni compresi tra il 1959 e il 1962”. A dimostrazione di come qualsiasi azione intrapresa al collaudo di nuovi impianti volta ad aumentare il controvalore erogato dallo Stato per la nazionalizzazione non avrebbe mai potuto portare al conseguimento di questo obiettivo. Per cercare di riavviare l’economia locale a seguito della tragedia, il Parlamento italiano approvò la legge n. 357/1964 (detta “Legge Vajont”): essa prevedeva che ogni abitante dei comuni colpiti che fosse dotato di una licenza commerciale, artigianale o industriale al 9 ottobre 1963 venisse dotato di un contributo a fondo perduto del 20% del valore dell’attività distrutta, un ulteriore finanziamento pari all’80% a tasso di interesse fisso per la durata di 15 anni, e che per 10 anni venisse esentato dal pagamento dell’imposta sulla ricchezza mobile. Se poi il beneficiario non avesse potuto o voluto ricominciare a svolgere l’attività precedente, aveva il diritto di cedere a terzi la licenza, i quali godevano delle stesse esenzioni e vantaggi a condizione di operare in un’area che inizialmente corrispondeva a quella del disastro, ma che poi venne estesa all’intero territorio delle regioni in qualche modo interessate (Trentino, Veneto, Friuli – Venezia Giulia). Fu così che aziende ed imprese del tutto estranee alla vicenda, acquistando le licenze in oggetto per prezzi irrisori, poterono godere di finanziamenti pubblici particolarmente rilevanti, inizialmente destinati alle vittime[22].

Le cause

Le possibili cause del disastro del Vajont sono[23]:

  1. Assetto strutturale
  2. Presenza di un’estesa paleofrana
  3. Presenza di una falda in pressione sotto la superficie di rottura
  4. Realizzazione dell’invaso e variazioni del livello dell’invaso
  5. Precipitazioni
  6. Sismicità dell’area

Prevedibilità o imprevedibilità dell’evento

Al fine di dirimere una delle questioni maggiormente controverse della vicenda, va chiarito che, alla luce di quanto esposto precedentemente, la frana presente sul monte Toc e poi innescatasi nella notte del 9 ottobre 1963 era stata quindi ampiamente individuata già dall’estate del 1959. Inoltre se almeno inizialmente i tecnici avevano discusso sulle sue effettive dimensioni (come metri cubi di materiale franoso in movimento), a partire almeno dall’anno 1961 nel quale vennero installati i piezometri (profondi circa 175m), è oggettivamente poco credibile ritenere che gli specialisti non avessero chiara l’evidenza che il movimento franoso interessasse in blocco una massa di grande spessore (profondità) e quindi di enorme volume, in quanto i piezometri, ad esclusione degli ultimi metri del numero 4 (secondo altre fonti il 2), non denunciavano rotture o deformazioni[15]. Le indecisioni riguardavano la velocità di movimento (connessa al piano di scivolamento) ed eventualmente i tempi di caduta della frana, in quanto taluni dubitavano sull’effettiva unicità della stessa, essendo più propensi a dividerla in due porzioni (a est e ovest del torrente Massalezza), destinate a distaccarsi in tempi diversi. Va infatti ricordato che la decisione di costruire una galleria di sorpasso o bypass della frana sul fianco della valle opposto a quello “pericolante” (che avesse contemporaneamente salvato l’invaso e permesso il controllo del lago a monte rimasto senza emissario in caso di caduta della frana) fu avanzata già nel novembre del 1960 e i lavori di costruzione della stessa iniziarono già dal febbraio del 1961. Era dunque chiaro che la frana era di tale portata da essere in grado di rendere inefficiente il serbatoio interrandone completamente circa 2–3 km dello stesso, e riducendone la portata di quasi la metà. Le rilevazioni sui movimenti della frana attraverso capisaldi cominciarono già nell’estate del 1960, mentre dati sui livelli di acqua nei piezometri furono raccolti dall’estate successiva.[15][24][25]. L’oggettiva imprevedibilità dell’evento riguardava solo il “momento esatto” nel quale la frana si sarebbe effettivamente messa in movimento e, solo in parte, di quali sarebbero stati gli eventi scatenanti. Le variabili in gioco furono subito legate all’altezza dell’acqua nell’invaso e a una sua eventuale, ma quasi certa, correlazione con le precipitazioni atmosferiche.

« Quanto i fenomeni attuali siano dovuti alle piogge, eccezionalmente continuate, dalla seconda metà dell’anno scorso »

ossia maggio 1960

« e quanto invece siano effettivamente dovuti al serbatoio, nessuno saprà mai; il fatto è che malauguratamente le due possibili cause hanno coinciso nel tempo. Se avessimo costruito il serbatoio alcuni anni fa in annate meno piovose e non fosse successo niente, oggi potremmo dire che la minaccia è dovuta unicamente alle piogge, ma purtroppo così non è, e dobbiamo sopportare le conseguenze di questa disavventura. »
(Dalla lettera di C. Semenza a V. Ferniani del 20 aprile 1961)

Va tuttavia ricordato che i movimenti dei capisaldi nei punti di rilevamento del movimento franoso installati già dall’estate del 1960 erano risultati assolutamente allarmanti già dagli inizi di agosto del 1963, andando di fatto peggiorando durante tutto il periodo che portò al distacco della frana agli inizi di ottobre.[15] Una maggiore cautela avrebbe dovuto spingere i tecnici dell’ENEL-SADE a interrompere la terza prova d’invaso già in agosto, anche se essi potrebbero essere stati inizialmente fuorviati dalla teoria-ipotesi della “prima bagnatura” formulata da Müller e avvalorata da Penta. Essi tralasciarono purtroppo l’importanza della piovosità pure affermata da Müller già nel 1961[15][24]. Infine va fatta menzione del fatto che durante la mattina e il pomeriggio di quel tragico 9 ottobre 1963, a causa dei movimenti impressionanti registrati dai capisaldi rispetto ai giorni precedenti (30 cm contro 5 cm) fu chiaro che la caduta della frana era imminente tanto che molte località del Comune di Erto furono sgomberate durante quella giornata. Fu anche deciso di sospendere la circolazione stradale sulla statale Alemagna, ma non vennero sgombrati i paesi del fondovalle e tutte le frazioni di Erto più prossime alle sponde dell’invaso[15][24]. È invece assolutamente falso e non suffragato dalle evidenze anche processuali, che la causa del disastro possa essere riconducibile ad una ipotizzata “corsa al collaudo”. I sostenitori di questa tesi la associano all’esigenza della SADE di farsi pagare l’impianto come collaudato al momento del passaggio dello stesso all’ENEL, mentre risulta in modo evidente che la legge che creava l’ente prevedeva un indennizzo alla SADE calcolato sul valore in Borsa delle sue azioni nel periodo 1959-1961[26]. Tuttavia non va dimenticato che (anche se non sarebbero più stati incassati dalla SADE, ma sarebbero stati incassati dall’ENEL), restavano da incamerare la parte di fondi erogati dallo stato come finanziamento all’opera e rimasti congelati per legge fino a dopo il collaudo. Il collaudo dell’impianto risultava quindi necessario sia per onorare tutto il lavoro già svolto, sia per sbloccare questi finanziamenti, giacché anche l’ENEL era obbligata a stilare un proprio bilancio. Va ricordato infatti che la quota di collaudo era di 722,5m (slm) e la frana fu innescata durante la terza prova di invaso che aveva lo scopo di raggiungere solo quota 715m s.l.m. Secondo i sostenitori della “corsa al collaudo” non bisogna però dimenticare che prolungare il periodo di non utilizzo dell’impianto equivaleva comunque ad ammortizzare in un tempo più lungo il costo del lavoro svolto. I costi di costruzione per giunta erano lievitati a causa delle varianti in corso d’opera necessarie per il rinforzo delle spalle della diga e per la costruzione della galleria di sorpasso (scavata su roccia compatta): tutte opere non preventivate e molto costose (viene calcolato che la sola galleria di sorpasso abbia inciso per quasi un quarto su tutti i costi sostenuti). È infine solo il caso di far notare, come fosse un naturale e assoluto interesse della SADE, quello di mantenere il massimo riserbo circa i problemi che stavano insorgendo sul possibile inutilizzo del bacino del Vajont, dato che se la notizia fosse divenuta di dominio pubblico il valore delle sue azioni si sarebbe certamente deprezzato di molto. Tuttavia è stato dai più ritenuto moralmente inaccettabile l’aver provato ad innalzare il lago oltre la quota di 700m slm, che durante le prove eseguite sul modello fisico-dinamico del bacino allestito a Nove era stata indicata come di sicurezza (e sempre tenendo a mente che le prove eseguite erano state falsate da un’erronea valutazione della velocità di movimento della frana). La relazione infatti, pur con i limiti teorico-pratici già esposti, prevedeva conseguenze drammatiche per i paesi a fondovalle nel caso in cui la frana fosse caduta con l’invaso a una quota superiore a 700m slm. Specie considerando che i dati sui movimenti dei capisaldi erano risultati subito pesantemente allarmanti (con movimento degli stessi anche di più centimetri al giorno), non appena l’acqua dell’invaso ebbe modo di superare quota 700m[15]. Secondo alcuni autori il disastro fu fortuitamente favorito dalla crisi idrologica conseguente alla scarsissima piovosità dell’inverno 1962-1963 che spinsero l’ENEL a favorire provvedimenti tendenti a spingere al massimo le riserve di serbatoio, provvedimenti che forse portarono l’Ing. Biadene a richiedere l’anticipo della terza prova di invaso. Se questo avvenne tuttavia è falso affermare che questo fu fatto per poter sfruttare la nuova centrale del Colomber, in quanto la stessa poteva funzionare solo con il massimo invaso. Più propriamente l’acqua “incamerata” nel serbatoio del Vajont veniva sfruttata dalla centrale di Soverzene[15]. Uno dei maggiori problemi di questo disastro industriale fu il fatto che esso si trasformò presto in un “caso politico”, con uno schieramento allineato sulla tesi dell’imprevedibilità, e l’altro sul fronte opposto. Questo fu enfatizzato dal fatto che i tecnici della SADE e del Ministero avevano avuto un comportamento sostanzialmente omertoso rispetto alla grande frana del Toc, che fu di fatto tenuta nascosta ai politici locali. Inoltre uno dei pochi giornali che si era occupato approfonditamente della vicenda prima della tragedia, era l’Unità. Se a questo si somma uno sconsiderato atteggiamento della SADE che aveva denunciato alla magistratura la testata per procurato allarme, si capisce come il sopraggiungere della tragedia portò immediatamente le parti su fronti opposti e per nulla concilianti che ebbero il loro momento di massima enfasi con la stesura di una doppia relazione Parlamentare da parte della commissione istituita per fare luce sul caso. Le sentenze definitive della magistratura decretarono tuttavia la effettiva prevedibilità dell’evento condannando Biadene e Sensidoni per inondazione aggravata dalla prevedibilità dello stesso!

Note

  1. ^ La tesi che la catastrofe non fu naturale ma umana.. http://www.setificio.com/. URL consultato in data 30-11-2010.
  2. ^ Dr David Petley. (EN) The Vajont (Vaiont) Landslide. http://www.land-man.net/. URL consultato in data 09-10-2010. (allegato a International Year of Planet Earth – Global Launch Event 12-13 February 2008, press-release, 2008) e in parte ricadde sulla frana stessa (creando un laghetto).
  3. ^ elenco morti e feriti. http://www.vajont.net/ – Sito ufficiale a cura del Comune di Longarone. URL consultato in data 09-10-2010.
  4. ^ Ripartizione delle vittime secondo i comuni Le vittime. http://www.vajont.net/ – Sito ufficiale a cura del Comune di Longarone. URL consultato in data 09-10-2010.
  5. ^ Francesco Niccolini. Vajont, una frana annunciata. http://www.erto.it. URL consultato in data 09-10-2010.
  6. ^ Descrizione della frana e dei danni dal sito dell’associazione. http://www.vajont.net/ – Sito ufficiale a cura del Comune di Longarone. URL consultato in data 09-10-2010.
  7. ^ (EN) International Year of Planet Earth – Global Launch Event 12-13 February 2008 – Five Cautionary Tales and Five Good News Stories 1. Vajont, Italy. LSWN – Le Scienze Web News, 11-02-2008. URL consultato in data 09-10-2010.
  8. ^ Paesaggi Elettrici – I Percorsi della Regione Veneto. Enel, 2004. URL consultato in data 09-10-2010. (archive.org)
  9. ^ a b c Giorgio Bocca. Vajont la valle scomparsa. La Repubblica – Gruppo Editoriale L’Espresso, 08-10-2003. URL consultato in data 09-10-2010.
  10. ^ La frana del 1960 4 novembre 1960. http://www.vajont.net/ – Sito ufficiale a cura del Comune di Longarone. URL consultato in data 09-10-2010.
  11. ^ Una giornalista aveva previsto l’onda assassina Una giornalista aveva previsto l’ onda assassina. La Repubblica, 01-10-1999. URL consultato in data 09-10-2010.
  12. ^ Un’enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto
  13. ^ http://www.tinamerlin.it/Opere/Sulla%20pell_11-3.aspx
  14. ^ La tragedia del Vajont e la caccia alle streghe
  15. ^ a b c d e f g h cit. E. Semenza, la storia del Vajont
  16. ^ a b Oggi il quarantacinquesimo anniversario – Vajont, il muro d’acqua che ha ucciso Longarone. La Stampa, 9-10-2008. URL consultato in data 09-10-2010.
  17. ^ Articolo Altoadige
  18. ^ Oltre duemila vittime nella notte della tragedia. L’Unità, 12-11-2008. URL consultato in data 09-10-2010.
  19. ^ Dopo 34 anni, la Cassazione accoglie il ricorso di Castello Lavazzo Vajont, il processo infinito La Montedison risarcirà un Comune. La Stampa, 30-05-1998. URL consultato in data 09-10-2010.
  20. ^ Il tribunale: 55 miliardi di risarcimento <La Montedison paghi per i morti del Vajont>. La Stampa, 26-02-1997. URL consultato in data 09-10-2010.
  21. ^ Articolo di Repubblica sull’accordo per il risarcimento Vittime Vajont firmato accordo per risarcimento. La Repubblica, 28-07-2000. URL consultato in data 09-10-2010.
  22. ^ Vajont, Due Volte Tragedia
  23. ^ Le cause della frana del monte Toc del 9 ottobre 1963
  24. ^ a b c cit. T. Merlin, Sulla pelle Viva
  25. ^ cit. Paolini-Vacis, Il racconto del Vajont
  26. ^ cit. N.Palmieri, Vajont, Stava, Agent Orange. Il conto di scelte irresponsabili

Bibliografia

Filmografia

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http://www.youtube.com/watch?v=aMgPy47PpCs http://www.youtube.com/watch?v=W1NkXkWXQ4s

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VAJONT, DUE VOLTE TRAGEDIA

(da Liberazione del 9/10/2002) Prima della frana, i colpevoli silenzi e la criminale avidità della società elettrica. Dopo, il comportamento dello stato nei confronti dei superstiti e la corsa all’affare Vajont, due volte tragedia di Lucia Vastano C’è un Vajont che mai nessuno ha raccontato. Non riguarda la spaventosa notte di 39 anni fa. Non riguarda nemmeno l’avidità umana, l’imperizia, la criminale leggerezza con la quale vennero ignorati gli inequivocabili avvertimenti lanciati per anni dalla natura violentata dagli uomini. E’ il Vajont del dopo. Dopo che dal monte Toc, corroso alla base da un progetto che soltanto in nome del buonsenso non si sarebbe mai dovuto realizzare, si staccò la gigantesca frana. Dopo che la maledetta onda si abbatté su Longarone e le sue frazioni, su Castellavezzo, su Erto e Casso, rubando la vita a 1.917 esseri umani. Dopo che tutto quello che poteva e doveva essere fatto per evitare la “strage di stato” non fu fatto. E’ la storia di come lo stato si comportò con i superstiti, quelli che per un imponderabile gioco del destino, non erano a casa con i propri familiari, spazzati via dall’acqua. E’ la storia di come lo stato riuscì a fare un business anche della disgrazia, di come in nome del Vajont venne pianificato lo sviluppo industriale di tutto il Triveneto, di come si fecero leggi per elargire miliardi (dell’epoca e attuali) ad aziende e privati che non avevano perso nulla nella disgrazia. Di come invece si trovarono cavilli legali per liquidare con quattro soldi chi aveva perso tutto, casa, affetti e persino ricordi. E’ la storia di come gli stessi meccanismi che avevano portato alla tragedia si riproposero nel dopo, umiliando i deboli e le vittime, favorendo chi, non avendo morti da piangere, poteva farsi avanti per reclamare la sua fetta di torta. Un caso esemplare Il Vajont del dopo è una storia italiana esemplare che, non a caso, è stata ignorata dai media. «Il dopo Vajont è stato ancora peggio della tragedia, persino più scandaloso e doloroso per tutti noi superstiti» si sfogano in molti. Furono proprio i media a dare l’avvio al secondo capitolo del Vajont. Cominciarono subito, fin dalla mattina dopo l’apocalisse, il 10 ottobre 1963 quando l’Italia si svegliò leggendo sui quotidiani la notizia di quello che era successo da poche ore. Il ruolo della stampa italiana fu fondamentale. Mentre sui giornali esteri (New York Times, The Times, Le Monde ecc.), molto attenti a raccontare quello che era davvero successo, si dava largo spazio all’inchiesta condotta dalla giornalista dell’Unità Tina Merlin, in Italia si mobilitarono le più prestigiose firme del giornalismo (tra gli altri Montanelli) per fugare ogni dubbio: quello che era successo era una disgrazia naturale per la quale l’uomo non aveva alcuna responsabilità. I superstiti che reclamavano giustizia erano fomentati da «sciacalli comunisti» che speculavano sul dolore e sui morti. Chi accusava la Sade-Enel, chi faceva nomi e cognomi era da «additare al pubblico disprezzo». C’era solo una lezione da imparare da quella notte. Il settimanale della Dc, La Discussione, lo scrisse chiaro: «Perché sono morti? Quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d’amore». Come dire: quello che è successo è stato volontà di Dio.

Fatevi il segno della croce e non pensateci più.

Aria di business Ma intanto che i superstiti, sempre più spesso descritti come ubriaconi e sfaccendati, cominciarono a preferire il silenzio alla denuncia, c’era chi nel Vajont vide un’opportunità da non perdere. Giovanni Leone, allora presidente del Consiglio, arrivò sul luogo della tragedia qualche giorno dopo. «Ad aspettarlo con me c’era il vice sindaco di Longarone, Terenzio Arduini che aveva perso il figlio e i genitori», racconta Bruno Ambrosi, giornalista della Rai. «Disperato gli disse: “Presidente, chiediamo giustizia”. E Leone rispose, dopo avergli preso la mano: “E giustizia avrete”. Peccato che cadde il governo e poco dopo Leone divenne capo del collegio degli avvocati della Sade-Enel, la controparte». C’era aria di business e Leone colse la palla al balzo. Si dette un gran da fare, ma ce la fece. Trovò nel codice cavilli e codicilli che permisero di non risarcire i parenti sopravvissuti di circa 600 morti (in base all’art.4 del codice civile sulla commorienza). Nel 1968 e 1969 i superstiti vennero contattati dagli avvocati per i risarcimenti. «A voi superstiti non spetta niente, dal momento che non ci sono responsabilità. Per cui vi conviene accettare quello che ora vi viene offerto, altrimenti non avrete niente». Quello che offrivano erano davvero quattro soldi: un milione e mezzo per i genitori morti (se il figlio era minorenne, altrimenti un milione), ottocento mila lire per i fratelli conviventi, seicento mila per quelli non conviventi. In base al cavillo trovato da Leone nulla era dovuto per nipoti, nonni, zii scomparsi, anche se conviventi. Ci fu chi per sette parenti, la casa rasa al suolo, ottenne 6 milioni di allora, equivalenti a circa 45.000 euro del 2002. Quasi tutti i superstiti firmarono la transazione. Gli avvocati ottennero per ogni liberatoria ottenuta un compenso di 5 milioni di allora, spesso molto più di ciò che venne dato ai parenti delle vittime. C’era un altro lavoro molto interessante per avvocati, notai, commercialisti. Riguardava la vendita delle licenze. Fu questo il business che “mise in moto” l’economia di tutto il Triveneto. La cosiddetta “legge Vajont” (n. 357/1964) stabiliva che ogni cittadino dei comuni disastrati che possedeva una licenza (sia commerciale, artigianale che industriale) al tempo della tragedia aveva diritto ad un contributo del 20 per cento a fondo perduto per riavviare l’attività, a un mutuo dell’80 per cento a tasso agevolato della durata di quindici anni (in tempi in cui l’inflazione poteva raggiungere anche il 15 per cento), oltre all’esenzione dal pagamento delle tasse per dieci anni. Il principio non era sbagliato. A chi aveva perso la sua attività veniva di fatto riconosciuto il diritto ad un risarcimento. Ma la legge non era certo fatta per aiutare i poveracci che “prima” vendevano fili e aghi, gelati. La legge infatti si spingeva oltre e stabiliva che chi non poteva o non voleva riprendere la vecchia attività aveva diritto di vendere la licenza ad altri e che questi potevano beneficiare degli stessi diritti a patto che l’attività venisse riproposta all’interno di un certo comprensorio che però finiva per coincidere con tutto il Triveneto. Ecco dunque quello che successe. Molti solerti intermediari si presentarono ai proprietari delle licenze e offrirono loro quattro soldi (raramente più di 50.000 lire) per acquistarle. Anche in questo caso gli intermediari ottennero in premio 5 milioni per ogni licenza acquisita. E’ evidente che non avevano nessun interesse di far capire ai legittimi proprietari a cosa rinunciavano firmando quel pezzo di carta. Così successe che per una licenza pagata dieci mila lire, aziende ottennero finanziamenti miliardari per decenni. La legge prevedeva infatti continui rifinanziamenti alle aziende del comprensorio proprietarie delle licenze. L’elenco completo delle attività rilevate e poi riattivate è pubblico. Eccone alcuni esempi: Giacomo Solari, di Longarone, commerciante di legname, ha venduto la sua licenza alla ditta “Industrie meccaniche” di Alano di Piave, una fonderia, che ottiene per la “riattivazione” 1.125.208.609 di allora. Fedele Olivato, calzolaio di Longarone, vende a “La tegola inglese” (aperta per l’occasione nel 1966) di Trichina che fa tegole in cemento e ottiene oltre duecento milioni. Ovviamente anche le più prestigiose aziende del Veneto non perdono l’occasione di farsi avanti. Gli eredi di Mario Celso, calzolaio di Longarone perito nella tragedia, vendono la sua licenza alla “Zanussi Mel”, fabbrica di compressori del gruppo Zanussi che ottiene tre miliardi per la riattivazione. La legge lasciava ampio spazio a queste “speculazioni” del tutto lecite, coperte con i soldi delle finanziarie. Nel formulare la legge l’intenzione era stata questa: trasformare l’evento catastrofico in un evento positivo per l’imprenditoria delle regioni. Il Vajont fu una vera fortuna per tutto il bacino industriale del comprensorio. Le emergenze, i bisogni della gente, psicologici, economici, culturali, la fame di giustizia, furono considerate soltanto un elemento di disturbo perché distoglievano energie economiche, finanziarie nonché legali dal vero obbiettivo finale dell’intervento: lo sviluppo industriale di quella fetta d’Italia del Nord che era rimasta un po’ indietro. «Mentre nelle zone devastate ancora mancavano il pane e il latte», scrisse nella sua interrogazione parlamentare Davide Lajolo, «il prefetto si occupava delle visite dei membri del governo e, mentre i consiglieri comunali superstiti di tutti i partiti chiedevano, con spiegabile emozione ed energia, pronta assistenza alla popolazione e l’esemplare punizione dei responsabili, osava dire essere quella “una ignobile gazzarra”». Truffa e corruzione La legge permetteva dunque lucrosi affari. Ma questo non bastava e per partecipare al “banchetto” vi fu chi fece carte false. Vi furono giudici, amministratori comunali, geometri corrotti per ottenere finanziamenti anche oltre le “regalie” previste dalla legge. Nel 1980 si celebrò a Pordenone un processo contro 14 persone imputate di corruzione, falso e truffa. Tra di loro anche Aldo Romanet, un commercialista pordenonese, uno degli ultimi ad aver visto Calvi prima del suo espatrio. Nella storia del dopo Vajont non mancano le storie di sparizione dei soldi, miliardi dell’epoca, raccolti grazie alla solidarietà degli italiani e di donatori di tutto il mondo. A fronte di raccolte arrivate a buon fine e ampiamente e meticolosamente registrate (per esempio quelle del Corriere della Sera), ve ne sono altre di cui non si è mai saputo nulla. Nessun superstite ha mai preso una lira dei miliardi raccolti per loro dalla Rai (627 milioni di allora nella sola prima settimana, equivalenti ad oltre 14 milioni di euro di adesso). Un altro business fu per molti anche quello dei bambini rimasti orfani. Con sospetta facilità vennero spesso affidati in tutela a persone il cui unico scopo fu quello di derubarli dai risarcimenti a cui avevano diritto per la perdita dei genitori e delle case. Ci sono poi le storie dei morti mai recuperati e mai nemmeno cercati dalle diverse amministrazioni comunali che si sono succedute in questi quasi quarant’anni. A fronte dei risarcimenti miliardari ottenuti (l’ultimo di 77 miliardi al comune di Longarone del 2000) nessuno si è mai dato da fare per esaudire il desiderio dei superstiti di provare a recuperare le 451 vittime mai trovate. Non si è mai seriamente scavato sul greto del torrente Maè dove dovrebbero trovarsi i morti di Longarone o a monte della diga dove dovrebbero essere finite le 158 vittime di Erto Casso (e dove con un cattivo gusto e un disprezzo per la memoria è stato da pochi mesi inaugurato un salumificio). Chi ha perso parenti, amici, portati via dall’onda di morte quella notte di luna piena del 9 ottobre 1963 ancora aspetta giustizia. Ma una giustizia che arriva troppo tardi non può mai essere giusta. L’unica cosa che ora si può fare per loro è almeno ascoltare le loro storie. E far sì che con i soldi appena stanziati e piovuti sui comuni interessati si soddisfi in qualche modo anche un loro desiderio: ridare dignità ai morti.

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Da Kennedy al Vajont. L’anno che non scorderemo

Compariva il Valium e Moro formava il suo primo governo. Ecco i fatti PAOLO MEUCCI Cosa unisce il Valium, la centrale nucleare di Latina, Sabina Guzzanti, i Beatles, Aldo Moro e l’Inter campione? Praticamente nulla. Tranne un anno — il 1963, appunto — che segna uno spartiacque nella nostra piccola storia italica e in quella, più grande, mondiale. Se nasce il farmaco di cui facciamo scorpacciate nello stress odierno, se i Beatles prendono il volo, se Sabina in fasce non sa ancora cosa sia la satira, se Aldo Moro forma il suo primo governo, se a Latina si apre una fase ormai irrimediabilmente chiusa, vuol dire che è un anno da ricordare? Certo, ma forse va ricordato per la morte di due grandi speranze. John Fitzgerald Kennedy è assassinato a Dallas e Giovanni XXIII si spegne in Vaticano. Commozioni ed emozioni si sovrappongono. Due uomini, due protagonisti nei loro ruoli di presidente degli Stati Uniti e di pontefice, vengono meno alle folle di tutto il mondo, che vedevano in loro i simboli della pace, della coesistenza, di nuovi valori. Pochi mesi prima del giorno di Dallas, Martin Luther King guida la marcia di duecentomila fra neri e bianchi a Washington e pronuncia il suo famoso I have a dream («Io ho un sogno»), e fra la Casa Bianca e il Cremlino si installa la famosa hot line per ridurre i rischi della guerra nucleare. E dopo il 1963? Sono passati quarant’anni e siamo arrivati alle torri gemelle fino a Nassiriya. Altro che Valium. Il 1963, dunque. Un anno chiave. Nel mondo gli abitanti sono 3 miliardi e duecento milioni, la metà di quelli di oggi. In Italia il presidente della Repubblica è Antonio Segni; in Francia è Charles De Gaulle, che già diffida della Gran Bretagna, per cui interrompe le trattative per la sua entrata in Europa. Quella Gran Bretagna scossa dallo scandalo John Profumo, il ministro della Difesa che va a letto con la bella Christine Keeler, che poi va a letto con l’addetto navale dell’ambasciata dell’Unione Sovietica a Londra. Figurarsi, fare certe cose in piena guerra fredda. Certo sempre dall’Inghilterra arrivano anche i dischi dei Beatles e sono ancora primi. In Italia invece il festival di Sanremo vede sul podio Tony Renis (non con “Quando, quando” ma con la meno conosciuta “Una per tutte”). L’edizione 1963 è presentata da Mike Bongiorno; l’edizione 2004 sarà organizzata proprio da Tony Renis. Così va il mondo. Ma c’è anche Giulio Natta, che vince per la chimica un premio dove gli italiani non sono poi così numerosi: il Nobel. E ci sono anche Vittorio Gassman ne “Il sorpasso” di Dino Risi e Luchino Visconti che confeziona “Il gattopardo”. Sull’altro versante dell’Atlantico gli Oscar vanno a “Lawrence d’Arabia” e nascono Michael Jordan e Johnny Depp. Mentre alla tivù americana si vedono le immagini in diretta dell’assassinio di Lee Harvey Osward, sospetto killer di Kennedy, in quella italiana “Carosello” offre Ernesto Calindri che ci consiglia un vermut «contro il logorio della vita moderna» . Messaggio semplice, ma adatto ai tempi. Il 1963 è l’ultimo anno del miracolo economico che aveva portato alla cara e mai dimenticata lira l’Oscar delle monete. Lo stipendio medio di un impiegato o di un operaio è di 60.000 lire al mese. E ci si motorizza. L’icona Fiat 500 costa 450.000 lire, un maggiolino 985.000, una Giulietta 1.500.000; occorrono 5.800.000 per la Ferrari 250 Gt e quasi 7.000.000 per la Mercedes 300. E si vendono. L’Italia nel ’63 produce già 1.105.000 auto. Si apre a Bolzano il primo vero supermercato (però è di una ditta tedesca). Ma è ancora l’anno in cui la mortadella è la voce più ricorrente nella spesa di ogni giorno; le vendite di prodotti personali o detersivi sono quasi inesistenti. La tivù che corre veloce: oltre 4 milioni gli abbonamenti. Poi, magari, scopri che il 6 per cento della popolazione è ancora analfabeta (0 in Germania o in Svezia) e all’università ci vanno in pochi. L’anno in cui viene rimesso in discussione il modello di sviluppo; comincia il declino; prendono vita i primi germi del malessere e della contestazione che sfoceranno nella rivolta studentesca del ’68 e nell’autunno caldo. Si perfora il Monte Bianco, ma quanto tempo passerà prima che sia fatta l’autostrada. Parte il progetto del quinto centro siderurgico di Taranto, emblema delle “cattedrali nel deserto”. Salgono i prezzi sul mercato dei consumi interni. Si delinea lo spettro dell’inflazione. Attorno alle città crescono le borgate. Il resto è storia degli anni successivi. Notte fra il 9 e il 10 ottobre. La frana nel bacino della diga del Vajont. Longarone e altri sei paesi scompaiono letteralmente sotto la valanga di acqua. 1989 i morti. Che dire? Alla fine non ha pagato nessuno. Intanto altre ombre si profilano. In Vietnam ci sono già quindicimila americani definiti “consiglieri”. L’inizio di una guerra che peserà su una generazione. E Stanley Kubrick gira “Il dottor Stranamore”. Fortuna che c’è il Valium, che i Beatles cantano “Love me do” e che al festival di Venezia il leone d’oro va a un film di Francesco Rosi: “Le mani sulla città”. Nascono i primi scandali. O meglio si fanno strada quel pettegolezzo o quella curiosità che ci ha portato alla sciagurata attenzione corale sull’Isola dei famosi. Per la serie di «quelli che non si fanno i fatti propri», si parla della grande Mina perché aspetta un figlio da un uomo con il quale non è sposata. Ma pensa un po’! E anche il 1963 alla fine si chiude. Con un calendario. Il primo prodotto dalla Pirelli. Ma non se ne accorge quasi nessuno. Sono foto di dodici prodotti della casa, affiancate da una ragazza piuttosto semplice e casta. Sono passati quarant’anni, il calendario Pirelli è entrato nella storia. E provate ad andare in edicola in questi giorni… auguri. mercoledì 17 marzo 2004

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Nel corso del quinto appuntamento con le pillole di storia italiana, fatta salva la trattazione del miracolo economico, siamo arrivati al gennaio 1962, quando Fanfani si apprestava a formare il suo quarto governo, con il sostegno del Partito Socialista Italiano, che si era quindi stabilmente inserito nell’area dei partiti di governo. Come al solito, se qualcuno si fosse perso gli appuntamenti precedenti, può ricominciare da dove preferisce. Le riforme del Fanfani IV. Il 21 febbraio del 1962 Amintore Fanfani, grazie alla tessitura del segretario della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, forma il suo quarto governo insieme al Partito Socialista Democratico Italiano e al Partito Repubblicano Italiano, con l’appoggio esterno del PSI. Il 2 marzo Fanfani presentò il suo piano di governo, per molti aspetti rivoluzionario: innanzitutto la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la riforma della scuola media inferiore, con l’obbligo fino a 14 e la fine del doppio percorso (prima della riforma i più ricchi continuavano a studiare, mentre i più poveri venivano avviati al lavoro). Fra gli altri provvedimenti presi dal governo Fanfani, di chiara impronta di sinistra, vi su una riduzione della censura sulle opere teatrali (ma non cinematografiche), l’aumento delle pensioni minime, libri gratuiti alle elementari e divieto di licenziamento per le donne prima e dopo il parto. Queste riforme vennero attuate in pochi mesi, ma il resto non andò per il verso giusto: nel piano Fanfani vi erano anche l’attuazione delle Regioni (che non lo saranno ancora per un bel pezzo) e la riforma urbanistica, che avrebbe colpito i proprietari terrieri. Entrambe queste riforme non verranno attuate a causa dell’opposizione interna della DC. Segni presidente della Repubblica. I dissidi all’interno della DC, infatti, si fanno sentire e Moro deve trovare una soluzione per accontentare i più restii all’alleanza col PSI. La soluzione sarà l’elezione del presidente della Repubblica, poiché Giovanni Gronchi è in scadenza di mandato. Eliminata l’ipotesi di un secondo settennato per quest’ultimo, rimarranno in lista Giuseppe Saragat (PSDI) e Antonio Segni (DC). Qui si determina una spaccatura fra DC e PSI, e alla fine Segni verrà eletto grazie ai voti del Movimento Sociale Italiano e dei monarchici, ovvero con una maggioranza di centrodestra. L’obiettivo è isolare il PCI. L’alleanza con il PSI aveva come obiettivo l’isolamento del Partito Comunista Italiano, che era ancora fra i maggiori d’Europa, ma gran parte della DC riteneva esagerato concedere alle sinistre anche la Presidenza della Repubblica. La situazione, quindi, si polarizza e si prepara ad esplodere (siamo, ormai, nei pressi del Sessantotto), come si vede a Torino, dove i sindacati organizzano uno sciopero che coinvolge quasi tutti i lavoratori della FIAT. Fanfani fa qualche passo di troppo a sinistra e i diffidenti cominciano ad organizzarsi ad affrontare il pericolo rosso. Nel frattempo, però, vengono approvate le due riforme di cui abbiamo detto sopra, la nazionalizzazione delle aziende dell’energia a novembre (inizia a crescere il debito pubblico, visto che queste imprese nazionalizzate verranno indennizzate con titoli di stato), la riforma della scuola media inferiore a dicembre. Nuove elezioni, Fanfani liquidato. I socialisti, ormai entrati nel giro, iniziano a dare fastidio, come accade ad esempio nell’inchiesta sulla Federconsorzi, che ritenevano malgestita (e con un pesante deficit), ma che veniva tenuta in vita (e lo sarà, nonostante tutto, fino agli anni Novanta) poiché, grazie alla sua posizione chiave nel mercato dei cereali, era una roccaforte della DC. Per questo motivo Moro decide di prendere in mano la situazione: Fanfani viene liquidato (ritornerà solo fra molti anni). Uno degli ultimi atti di questa legislatura è la fissazione dei seggi di Camera e Senato: mentre prima dipendevano dalla popolazione, da ora in poi, sino ai giorni nostri, i deputati saranno 630 e i senatori 315 (più quelli a vita). A febbraio Segni scioglie le Camere e indice elezioni per il 28 aprile 1963. Giovanni XXIII mescola le carte. In Vaticano, intanto, papa Giovanni XXIII non manca di stupire: dopo essere stato il primo papa ad uscire dal Vaticano dalla breccia di Porta Pia, addirittura lascia entrare nello Stato pontificio il genero di Nikita Chruščёv, a capo dell’Unione Sovietica. Questo incontro ha una ragione profonda: pochi giorni dopo, infatti, Giovanni XXIII pubblicherà l’enciclica Pacem in terris, nella quale fa appello agli “uomini di buona volontà” a comporre i dissidi (all’epoca USA e URSS vivevano crisi terribili, erano gli anni del muro di Berlino e della crisi dei missili di Cuba) non con le armi, ma con la discussione, che dovrà basarsi, quindi, sul riconoscimento reciproco. L’effetto dell’enciclica, almeno in Italia, sarà però contrastato: se da un lato rafforzerà il PCI, ora riconosciuto, in qualche modo, perfino dalla Chiesa, dall’altro lato non farà crollare la diffidenza della DC, che continuerà a comprimere il PCI, con conseguenze critiche. Le elezioni del 1963, il governo Leone I e l’avvento di Moro. Alle elezioni, il PCI, come abbiamo appena accennato, cresce di alcuni punti percentuali, a scapito di DC e PSI, che però mantengono saldamente la maggioranza. La crescita del PCI, però, mantiene fredda la DC, che decide di rimandare l’esperienza del centrosinistra organico, ovvero con il PSI al governo. Moro deve ancora terminare di tessere la sua tela, e rinuncia all’incarico di governo. Giovanni Leone viene scelto da Segni per formare il governo, che sarà monocolore DC e “balneare”, ovvero con l’unico scopo di approvare la legge di bilancio, che all’epoca doveva essere approvata il 31 ottobre. Incassata una risicata fiducia, nell’estate del 1963 (ecco perché si chiamano governi balneari) Leone mette al lavoro la sua squadra che durerà, come detto, fino al 5 novembre, ma dovrà affrontare il disastro del Vajont, che portò alla morte di quasi duemila persone e comincerà a portare alla luce i primi difetti del sistema economico-politico italiano. Ricominciano le consultazioni e Moro, questa volta, è l’assoluto padrone della scena politica. Chi si oppone viene sconfitto una volta per tutte, come Mario Scelba che, dopo molti anni da protagonista, lascerà la scena politica italiana. Moro forma un governo insieme a PSI, PSDI e PRI: i socialisti hanno sei ministri e il vicepresidente del Consiglio, il segretario Pietro Nenni. Moro, infine, lascia la segreteria della DC a Mariano Rumor. Leone, invece, diventerà avvocato dell’ENEL nel processo sul Vajont e riuscirà a far risparmiare allo Stato (visto che l’ENEL era di proprietà dello Stato) miliardi di risarcimento che sarebbero stati dovuti ai superstiti del disastro. Non mi voglio soffermare sul Vajont, perché ci sarebbe un bel po’ da dire su certi “malcostumi”, cui ci abitueremo negli anni fino ad oggi. Mi fermo qui, visto che stavolta mi sono dilungato un bel po’: sarà una necessità perché da questo momento in poi comincerà il “divertimento”. La prossima volta, infatti, parleremo della fine del boom economico, di golpe e di qualche riforma che in questi giorni sta tornando alla ribalta. Alla prossima, allora!

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Accadde nel 1963

  • 11 aprile. Pacem in terris Papa Giovanni XXIII emana l’Enciclica Pacem in terris.  L’Enciclica segna un momento importante nella storia della Chiesa, ma anche in quella del mondo. S’era, infatti, in tempi di guerra fredda, da poco era stata superata la crisi di Cuba e  questo fu lo stimolo per il Papa a scrivere quest’Enciclica che, uscita a poco più di un mese dalla sua morte, costituisce quasi il suo testamento. In essa dichiarava che “riesce impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. La guerra giusta, che per tanti secoli aveva giustificato conflitti e carneficine, veniva posta al bando nell’era atomica. Era questo il suo testamento: che gli uomini vivessero in pace secondo l’insegnamento di Cristo mite e umile di cuore. I brevi anni del suo pontificato sono certamente stati una svolta epocale nella vita dell’umanità.
  • 20 aprile. A Cannes vince il Gattopardo Al festival cinematografico di Cannes viene presentato – e vince la Palma d’Oro – Il Gattopardo di Luchino Visconti, basato sull’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Nel film,  nostalgia del passato e consapevolezza ideologica s’intrecciano felicemente in un racconto impeccabile sotto l’aspetto figurativo.
  • 28 aprile. Perde la DC Si svolgono le elezioni politiche. Il quadro politico è modificato dalla notevole flessione della DC e del Partito monarchico.
  • 25 maggio. Incaricato Moro Aldo Moro riceve l’incarico di formare il governo. Dopo le elezioni politiche che hanno visto la DC perdere una parte dei voti moderati a favore del PLI, il partito cattolico candida alla Presidenza del Consiglio Aldo Moro.
  • 3 giugno. Muore il “Papa buono”
    Muore papa Giovanni XXIII dopo una lunga agonia. I funerali vedono la partecipazione di una folla immensa. In tutto il mondo uomini e donne si raccolgono nel ricordo del papa.
  • 22 maggio. Milan europeo Il Milan conquista a Londra la Coppa Europa battendo il Benefica per 2 a 1. E’ la prima volta che una squadra italiana vince il prestigioso titolo continentale.
  • 21 giugno. Montini Papa Viene eletto Papa Giovanni Battista Montini dopo appena tre giorni dall’inizio del Conclave. Assume il nome di Paolo VI. Annuncia subito l’intenzione di continuare il concilio Vaticano II.
  • 21 giugno. Moro si arrende Aldo Moro rifiuta l’incarico di formare il nuovo governo, che viene affidato a Giovanni Leone. Viene formato un governo monocolore (21 giugno 1963 – 4 dicembre 1963)  in attesa che PSI e DC risolvano i problemi interni ai rispettivi partiti.
  • 4 luglio. Lo Strega alla Ginzburg Lessico famigliare  di Natali Ginzburg vince il Premio Strega. Il diciassettesimo premio Strega vede La tregua di Primo Levi in lizza fino all’ultimo, ma il libro si piazza solo al terzo, preceduto da Natalia Ginzburg e da Tommaso Landolfi con Rien va.
  • 4 ottobre. Uragano devastante L’uragano Flora colpisce Cuba e Haiti e provoca 7200 vittime.
  • 9 ottobre. La tragedia del Vajont Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia, cascano nel lago dietro la diga e sollevano una ondata di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga. Solo venticinque milioni… ma più che sufficienti a spazzar via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila sono i morti.
  • 4 dicembre. Scambio Leone-Moro Si dimette il Governo. Secondo gli impegni presi al momento della sua formazione, il Governo guidato da Giovanni Leone lascia il posto ad Aldo Moro che guida la prima coalizione con la partecipazione diretta dei socialisti al Governo.
  • 5 dicembre. I socialisti al governo
  • Nasce il governo Moro (5 dicembre 1963 – 22 luglio 1964) con la partecipazione diretta dei socialisti che tornano al governo dopo diciassette anni. A Pietro Nenni va la vicepresidenza del Consiglio, ad Antonio Giolitti il ministero del Bilancio, a Giovanni Pieraccini  i Lavori Pubblici, e a Giacomo Mancini la Sanità. Inizia così il centro-sinistra: una fase fondamentale della storia d’Italia. Nel programma concordato vi sono: l’adozione della programmazione economica, l’istituzione delle regioni, le riforme per la scuola e quelle per l’urbanistica e per l’agricoltura.
  • 14 novembre. Una nuova isola
    Una eruzione vulcanica sotto il mare origina una nuova isola:  Surtsey. E’ un’isola vulcanica disabitata situata nell’oceano Atlantico, poco a sud della costa dell’Islanda meridionale. Ha un’altitudine massima di 174 m.

    Mary Moorman, una spettatrice della parata, scatta questa Polaroid appena prima che JFK sia colpito alla testa.

  • 22 novembre. Kennedy assassinato
  • Il presidente degli Stati Uniti, John  Kennedy, viene assassinato a Dallas mentre sfila in strada su un’auto scoperta. Colpito più volte alla testa, muore poche ore dopo in ospedale. La polizia arresta il giovane Lee Harvey Oswald, 24 anni, accusandolo dell’omicidio. Il vicepresidente Lyndon Baines Johnson, in basa alla costituzione assume i poteri di presidente. Due giorni dopo Oswald sarà ucciso da Jack Ruby. L’omicidio è ripreso dalla televisione.
  • Moro e Pietro Nenni

  • 17 dicembre. Un nuova regione Una legge costituzionale istituisce la regione Molise, la ventesima della Repubblica.

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Il centrosinistra

(febbraio 1962 – luglio 1976)

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Pietro Nenni

Le riforme

Il quarto governo Fanfani, nato all’inizio del 1962, ottiene la fiducia grazie all’astensione dei socialisti e segna l’inizio dell’era del centrosinistra, cioè l’alleanza tra Dc e Psi. Rimane in carica poco più di un anno, fino alle elezioni del giugno 1963, ma realizza alcune delle grandi riforme care ai socialisti e punti cardine dell’intero programma di governo del centrosinistra. Nel 1962 viene istituita una commissione per la programmazione economica e, in dicembre, viene nazionalizzata l’industria dell’energia elettrica con la nascita dell’Enel. All’inizio dell’anno successivo vengono adottati i provvedimenti di riforma della scuola, con la realizzazione della scuola media unica e l’estensione a 14 anni della frequenza obbligatoria. Non saranno mai realizzati, invece, il piano verde per l’agricoltura e l’attuazione dell’ordinamento regionale previsto in Costituzione, che rappresentavano altri obiettivi prioritari dell’alleanza di governo.

Alla vigilia delle elezioni, dunque, la spinta riformatrice del centrosinistra ha già perso vigore, anche perché inizia un periodo di crisi economica caratterizzato dalla forte crescita dell’inflazione. Il risultato elettorale, inoltre, mette in luce tutta la debolezza dell’alleanza DC-PSI: il partito cattolico perde voti a vantaggio del PLI (strenuo oppositore dell’apertura a sinistra) e del PSDI, mentre a sinistra cresce il PCI.

I socialisti entrano direttamente nella compagine di governo solo alla fine dell’anno quando, dopo il governo balneare formato da Leone, Aldo Moro dà vita al primo dei tre governi consecutivi cui partecipano tutti i membri del quadripartito di centrosinistra (DC, PRI, PSDI, PSI). Il programma di riforme originario, rimasto incompiuto, viene subito rilanciato ma la coalizione sembra aver perduto forza e la incisività iniziale. La crisi economica in atto frena la realizzazione di interventi radicali molto costosi, e inoltre Moro deve fare i conti con le pressioni dei grandi potentati economici dell’edilizia, dei finanzieri, delle lobby agrarie, favorevoli alla conservazione dello status quo normativo.

Nel 1966 PSI e PSDI si fondono nuovamente, dando vita al PSU. Il PCI – dopo la morte di Togliatti nel 1964, al quale succede Luigi Longo – rimane così isolato e quasi totalmente immobile. Due anni dopo, però, le elezioni del 1968 decretano il fallimento del PSU. Il 2 luglio 1969 l’anima socialista e quella socialdemocratica, confluite nel PSU, divorziano nuovamente e rientrano separatamente nella compagine governativa. Nel frattempo si susseguono governi di transizione guidati da Leone e da Rumor. Ma la carica innovatrice e riformatrice del centrosinistra si è ormai irrimediabilmente esaurita, mentre in seno alla società civile aumentano le tensioni, cui si aggiungono gli scandali legati all’esistenza – vera o presunta – di piani di destabilizzazione e di colpi di Stato (il piano “Solo” di De Lorenzo, ad esempio). È iniziata una nuova stagione, quella della contestazione studentesca prima, e del terrorismo poi.

Dall’autunno caldo agli anni di piombo

Nel 1968 esplode la contestazione studentesca. La società del miracolo economico, infatti, ha promesso benessere e successo per tutti, che in realtà non può offrire. Di qui il rifiuto, anche da parte dei giovani di estrazione sociale piccolo e medio borghese, dei valori e dei modelli figli del miracolo stesso. Alla società consumistica di massa i giovani studenti contrappongono l’alternativa del collettivismo, da realizzare attraverso una rivoluzione culturale e l’instaurazione di una controcultura. In questo quadro, l’autorità e i valori della famiglia diventano i principali bersagli dei contestatori. Mentre da un punto di vista ideologico i miti di riferimento sono l’antifascismo, la dottrina marxista (ma solo dopo un’attenta revisione dei tratti originari) e l’antimperialismo (ma non più con riferimento all’URSS, bensì alle rivoluzioni contadine e culturali sul modello cinese o vietnamita).

Alla contestazione giovanile e studentesca si somma anche quella operaia. In questo clima di alta tensione, infatti, il movimento sindacale giunge all’apice della sua forza, facendosi portavoce di richieste relative ad un vastissimo arco di problemi, fino a mettere sotto accusa le basi stesse dell’intero sviluppo economico degli ultimi anni. Lo sciopero, quindi, cessa di essere uno strumento di lotta finalizzato esclusivamente alle rivendicazioni salariali o ai problemi specifici del mondo del lavoro, e si tramuta in mezzo più funzionale alla strategia sindacale che mira all’attuazione di quelle riforme radicali che i governi di centrosinistra non hanno avuto la forza di realizzare. Tanto è vero che si è parlato di “pansindacalismo”, cioè di un tentativo dei sindacati di sostituirsi ai partiti politici, guadagnandosi un canale privilegiato di dialogo e trattativa col governo. Il loro limite. Però, è di non riuscire a coagulare intorno al proprio programma l’intera società, a causa della naturale propensione a difendere gli interessi della sola classe operaiache li costringe a rimanere chiusi e isolati nel mondo delle fabbriche.

Di fronte alla contestazione, i partiti politici rimangono spiazzati. La destra italiana, diversamente da quella francese ad esempio, non riesce ad esprimere un forte partito conservatore capace di coinvolgere, in nome della salvaguardia di interessi comuni, tutte le forze che guardano con timore alla contestazione. A sinistra, invece, né il PCI né tantomeno il PSI sono in grado di imporsi alla testa del movimento e quindi di sfruttarlo, poiché il loro patrimonio culturale ed ideologico ancora non si è adeguato ai tempi e non c’è possibilità di dialogo con i giovani, portatori di ambizioni spesso estremistiche, radicali e globali.

Le vicende dell’autunno caldo del 1968-69, tuttavia, condizionano l’attività legislativa degli anni seguenti, contribuendo ad alimentare una nuova spinta riformatrice che si concretizzerà nell’approvazione dello statuto dei lavoratori, nell’attuazione delle regioni, nei referendum e negli interventi in tema di divorzio. Malgrado ciò, il bilancio di questa stagione è deludente non solo perché il movimento studentesco non riesce – come era scontato – ad imporre una trasformazione rivoluzionaria della società e della politica, ma soprattutto perché le forze progressiste riescono ad attuare solo una piccola parte – sia pure importante – del loro programma di riforme. Intanto si fa strada la consapevolezza che prima di ogni altra riforma, occorrerebbe una radicale revisione dell’intero apparato burocratico-amministrativo dello Stato.

L’esperienza della contestazione fallisce, in certa misura, anche sul piano culturale poiché ha come bersagli l’autorità, il capitalismo, la repressione sessuale, la famiglia e il consumismo, ma è proprio verso questi valori, scaturiti dal miracolo economico, che la società italiana continuerà a dirigersi. I modelli di riferimento adottati dai contestatori, del resto, appartengono a realtà terzomondiste, come Cuba, la Cina e il Vietnam, che male si adattano alla società italiana. Il movimento rivoluzionario, inoltre, è una piccola minoranza che non riesce a coinvolge la maggioranza degli operi, anche a causa delle profonda eterogeneità della classe proletaria italiana (grande industria del nord; campagna industrializzata della terza Italia, ecc.).

Nei primi anni Settanta la contestazione studentesca e l’offensiva sindacale (che ha ottenuto la firma dei contratti collettivi) perdono vigore. Nel nord del Paese, contro i disordini provocati dai gruppi di estrema sinistra, scende in piazza la cosiddetta “maggioranza silenziosa”. Al sud, invece, è la destra ad alzare la voce come nel caso della rivolta di Reggio Calabria e de L’Aquila (alle elezioni amministrative del 13 giugno 1971, nei centri meridionali si registra un netto balzo in avanti del MSI).

L’Italia arriva così alla vigilia di una nuova e ben più grave emergenza, quella del terrorismo, i cosiddetti “anni di piombo”, caratterizzati da una incredibile serie di attentati e stragi. Il terrorismo non ha un volto unico, ma è un fenomeno estremamente variegato e poliedrico. C’è un terrorismo di destra e un terrorismo di sinistra (su tutti, le Brigate Rosse). E si è perfino ipotizzata l’esistenza di un terrorismo di Stato, cioè ad opera di rami deviati dei servizi segreti, funzionale cioè agli interessi di determinate parti politiche. Ma sulla gran parte degli avvenimenti di quegli anni, la magistratura ancora non ha fatto piena luce.

Verso il compromesso storico

La quinta legislatura è la prima a finire con lo scioglimento anticipato delle camere. Questa soluzione fa comodo a tutti i partiti perché permette di rinviare lo svolgimento del referendum abrogativo della legge sul divorzio: le forze di sinistra, che hanno voluto fortemente la legge, temono infatti di essere sconfessate dagli elettori, mentre la DC vuole ad ogni costo evitare di dover combattere una accesa battaglia referendaria contro il divorzio spalla a spalla col MSI, pregiudicando la possibilità di rimettere in piedi la coalizione di centrosinistra.

L’ultimo governo della quinta legislatura ed il primo della successiva sono guidati da Giulio Andreotti, con l’appoggio di liberali, socialdemocratici e repubblicani. Sono i cosiddetti governi della “centralità”, e segnano una battuta d’arresto del censtrosinistra.

L’alleanza DC-PSI viene ripristinata nell’estate del 1973, grazie all’accordo di alazzo Giustiniani fra i tre principali esponenti democristiani Moro, Fanfani e Rumor. Il problema più urgente da fronteggiare è la crisi economica. La politica di dilatazione della spesa pubblica finora seguita, la cosiddetta “politica delle mance”, ha fatto crescere l’inflazione. Il 1973 è anche l’anno della crisi petrolifera, che costringe ad adottare severe misure restrittive di risparmio energetico. Per fronteggiare questa situazione, il quarto governo Rumor si affida ad uno speciale direttorio interministeriale, la cosiddetta troika, con Colombo alle Finanze, Giolitti al Bilancio e La Malfa al Tesoro.

Il PCI, dal canto suo, annuncia una opposizione più tenue sui temi di politica economica e il voto favorevole sui provvedimenti utili ad alleviare la crisi. Inizia così la marcia di avvicinamento al governo e sul finire del 1973 il nuovo segretario Berlinguer – succeduto a Longo – lancia per la prima volta l’idea del “compromesso storico”, tra Dc e Pci. A livello internazionale, intanto, sta per essere inaugurata, con i partiti comunisti di Francia e Spagna, la linea dell’eurocomunismo, incentrata sulla richiesta di una maggiore autonomia da Mosca nell’elaborare, nei diversi contesti in cui si opera, la propria strategia per la conquista del potere.

Nel maggio del 1974 si svolge il referendum sul divorzio, che rappresenta un momento di passaggio decisivo nella storia politica italiana ed in particolare nella vicenda del centrosinistra. La scelta imposta dal referendum, infatti, segna una netta spaccatura tra laici e cattolici e perciò mette a nudo l’incapacità dell’alleanza tra DC e PSI di proporsi come guida della società civile a causa del forte disaccordo su molti temi cruciali come, oltre al divorzio, l’aborto, la politica economica e l’ordine pubblico (la legge Reale, che da più poteri alle forze di polizia, passa malgrado l’astensione socialista, grazie al voto favorevole dei missini).

A fine anno i socialisti escono dal governo Rumor, al quale succede un esecutivo guidato dal leader democristiano Aldo Moro, favorevole ad instaurare un dialogo con l’opposizione comunista. Sei mesi più tardi, alle elezioni amministrative, le prime in cui votano anche i diciottenni, il PCI ottiene un notevole successo, ridisegnando a vantaggio delle forze di sinistra la mappa del potere locale. Per lo scenario politico italiano è un piccolo terremoto: il massiccio spostamento a sinistra dell’elettorato – non solo quello giovanile giovani, ma anche ceti medi e cattolici – dimostra che per la prima volta si guarda al PCI non più come fautore di tendenze rivoluzionarie, bensì di tecniche di buon governo.

Sullo sfondo, intanto, impazza il terrorismo in un clima di terrore e di tensione. E proprio per fronteggiare questa drammatica situazione, si fa strada l’idea di un governo di solidarietà nazionale, cioè con la partecipazione anche del PCI. La legislatura termina con lo scioglimento anticipato delle camere, per iniziativa dei socialisti che vogliono sfruttare alle politiche l’onda del successo elettorale delle amministrative. Le elezioni del 20 giugno 1976, segneranno una nuova svolta nella storia politica italiana.

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FATTA la legge, trovato l’AFFARE

Da Narcomafie del 01/06/2002

La tragedia del Vajont – 3

Incentivata da una legge che mirava allo sviluppo del Triveneto con finanziamenti e agevolazioni fiscali, la ricostruzione delle zone disastrate è stata anche un enorme business. Non sempre alla luce del sole.

di Lucia Vastano

La mattina del 5 ottobre 1968, due persone bussarono alla porta di casa di Vincenzo Teza. Per Vincenzo il tempo sembrava essersi fermato cinque anni prima, al giorno della catastrofe. Di notte, appena chiudeva gli occhi e si rilassava, gli tornavano alla mente le immagini dei corpi straziati dei suoi cari. Avrebbe fatto di tutto per buttarsi alle spalle la disgrazia e dimenticare quello che era successo. Per questo aveva perso la voglia di urlare al mondo intero la sua rabbia. Da anni non parlava più del Vajont, nemmeno con la moglie Carolina. Del resto aveva già detto tutto quello che aveva da dire nei giorni successivi alla tragedia. Vi è ancora un filmato di allora in cui Vincenzo, intento a scavare, diceva a un giornalista: «Non ci aiutano neanche con una parola di conforto. Mi vergogno di essere italiano».Si era sentito più volte umiliato e offeso. Quando diceva che era di Longarone c’era sempre qualcuno che gli buttava in faccia frasi come: «Beati voi che vi siete arricchiti con i vostri rnorti. Con le tasche piene si piange meglio». Lui che per avere un paio di scarpe usate, arrivate come aiuti per i superstiti, aveva dovuto firmare un foglio in cui dichiarava di avere preso dei soldi. O come altri superstiti a cui avevano dato un materasso per dormire per terra e glielo avevano fatto pagare scalandolo da quel poco che diedero loro come sussidio per tirare avanti.«A voi superstiti non spetta niente» gli dissero gli uomini venuti quella mattina di ottobre. «Per questo ti conviene accettare quello che ora ti si offre, altrimenti non avrai più niente. Prendere o lasciare».STRAZIATI E INGANNATIQuello che si offriva ai superstiti erano davvero quattro soldi: un milione e mezzo per la perdita dei genitori, ottocentomila lire per i fratelli (vedi tabella). Per i nonni non era inteso nessun risarcimento grazie a un cavillo legale. La transazione era ineccepibile dal punto di vista formale: nessuno avrebbe mai potuto avanzare altre rivendicazioni. Per i sette familiari morti Vincenzo ebbe poco più di 6 milioni di allora, equivalenti a circa 90 milioni di lire attuali. Una miseria economica e morale, soprattutto se si considera lo stato psicologico dei superstiti e il contesto nel quale vennero fatte firmare le transazioni. Ancora una volta i superstiti erano stati lasciati soli, senza aiuto legale, senza qualcuno che spiegasse loro cosa significava firmare quel pezzo di carta e quali rinunce implicava.«È stata un’operazione davvero vergognosa» spiega Italo Filippin, nel 1969 consigliere di minoranza del comune di Erto, poi commissario straordinario e sindaco. «Quando l’Enel si è resa conto che, se al processo fossero state riconosciute le sue responsabilità, un migliaio di persone le avrebbero fatto causa per ottenere un risarcimento, pensò di proporre questa transazione. C’era un pool di avvocati che andava di casa in casa a convincere la gente ad accettare l’offerta: “Se volete fare causa all’Enel dovete tenere presente che avete a che fare con un colosso. Perderete senz’altro. Ma possiamo metterci d’accordo”. Il 94% dei superstiti accettò, molti avevano il mutuo per la casa da pagare. La maggior parte di quel 6% che rifiutò l’accordo aveva una situazione economica meno disperata degli altri e poteva permettersi di aspettare o aveva alle spalle un partito politico o una parrocchia disposti ad accollarsi l’onere per le spese legali. Di queste circa 100 persone che non firmarono, alcune hanno ottenuto in seguito più di chi aveva accettato, ma altri devono ancora concludere la causa e altri ancora, come mia zia, per errori dei giudici che hanno trascritto male qualche dato, sono perfino stati condannati al pagamento delle perizie e delle spese legali. Mia zia è morta la scorsa notte senza aver avuto alcun risarcimento. Per ogni transazione che facevano firmare, gli avvocati presero cinque milioni dall’Enel: più di quello che ebbero molti dei superstiti con le transazioni. Ma ci sono anche stati morti per i quali l’Enel, lo Stato e la Montedison – le tre persone giuridiche coinvolte – non hanno versato nemmeno un soldo. Si tratta di circa 600 morti che non avevano eredi diretti».GIUSTIZIA “AZZECCAGARBUGLI”.Fu proprio l’avvocato dell’Enel Giovanni Leone, che nella precedente veste di Presidente del Consiglio aveva promesso “giustizia”, a scovare nel codice civile quell’articolo che fece risparmiare l’azienda in base all’articolo n.4 del codice civile sulla commorienza (quando di due persone sia impossibile dedurre quale sia deceduta per prima, al fine giuridico si considerano morte nello stesso istante) i nipoti non vennero mai risarciti per i nonni, morti assieme ai loro genitori. Fu il tribunale di Belluno a utilizzare per primo, per le vittime del Vajont, l’articolo 4. Dal punto di vista legale era tutto ineccepibile, “Dura lex sed lex”. Ma per alcuni di quelli che persero parenti non è tuttora facile accettare che per quella strage che annientò intere stirpi familiari non ci fosse nel codice civile e penale dello Stato italiano una legge che permettesse di avere giustizia.«Non riesco a darmi pace per questa vera e propria truffa legale» dice Guglielmo Cornaviera, presidente del “Comitato superstiti del Vajont”‘ che da anni si batte come un Don Chisciotte per rivendicare i diritti di questi 600 morti. «È come affermare che per i responsabili di questa strage sarebbe stato meglio se fossimo morti tutti, così non avrebbero dovuto risarcire nessuno. Non hanno versato un soldo per le famiglie completamente distrutte. Vi sono poi anche casi di persone che non hanno mai firmato una transazione perchè a loro nessuno disse che avevano diritto a un risarcimento. Non dimentichiamo che in quegli anni non tutti i cittadini italiani conoscevano i loro diritti o conoscevano le strade per rivendicarli. Nel 1993 i comuni interessati hanno messo avvisi per ricordare ai propri cittadini che potevano farsi avanti e presentare una domanda per il risarcimento. Non si sa come, ma le domande del comune di Erto e Casso sono andate perse, e molte altre sono state respinte in quanto mancava quella documentazione che era peraltro quasi impossibile produrre dopo tanti anni».«L’unica possibilità legale per le vittime non risarcite – dice Pierluigi De Cesero, attuale sindaco di Longarone – è che venga stanziato un forfait simbolico con il quale vengano costruite opere pubbliche, per esempio un asilo o una scuola. Purtroppo è passato troppo tempo».UNA RICOSTRUZIONE MOLTO APPETIBILE Per i superstiti ricominciare a vivere non fu facile. Il 9 ottobre 1963 rappresentò la fine della vita vissuta fino a quel momento e la necessità di ricominciarne un’altra da zero, senza affetti, senza più riferimenti socio-ambientali. Non avevano perso soltanto le loro case e in molti casi tutti i parenti, di primo, secondo, terzo e quarto grado, ma anche amici, conoscenti, maestri, preti e parroci, medici di famiglia, rappresentanti delle forze dell’ordine. Quello che rimaneva loro della vita passata era qualche altro superstite sconvolto, una campana, la statua della Madonna immacolata – patrona della parrocchia, ripescata nel Piave a Fossalta, in provincia di Venezia – il campanile di Pirago, il municipio di Longarone, una sequoia secolare rimasta incredibilmente in piedi tra i flutti che sradicarono come fuscelli costruzioni in cemento armato. Per lo Stato, corresponsabile della tragedia il Vajont fu una grande opportunità, un grande business. Soprattutto perchè di tutto ciò che c’era prima nell’area disastrata non rimaneva niente. Si poteva pianificare tutto da capo, con assoluta libertà. Non si trattava di andare a riparare dei danni, impresa sempre onerosa; ma si poteva riprogettare l’intera zona senza vincoli di sorta La logica della cosiddetta “legge Vajont” (n.357/1964), come scrive il ricercatore dell’ISBREC Vincenzo D’Alberto, «non era quella del risarcimento dei danni provocati dal disastro alla popolazione locale, ma quella dello sviluppo, di uno sviluppo capitalistico, e in primo luogo industriale, in un quadro programmato (la programmazione comprensoriale), dentro un disegno che puntava alla realizzazione della realtà economica, sociale e, non ultima, culturale del bellunese». (“Disastro e ricostruzione nell’area del Vajont”, a cura di Ferruccio Vendramini, comune di Longarone, 1994). «In un certo senso – spiega Italo Filippin – la legge 367 fu diabolica e permise solo alle briciole degli stanziamenti di arrivare nelle aree disastrate. Negli anni in cui sono stato sindaco di Erto e Casso, dal 1973 all’87 solo il 4% dei 300 milioni stanziati per il mio comune sono di fatto arrivati a destinazione. La legge allargava la possibilità di beneficiare dei finanziamenti per la ricostruzione praticamente a tutto il Triveneto, non solo nelle province di Belluno e Udine (nel 1964 Pordenone non era ancora provincia, n.d.r.), ma anche di Trento, Bolzano, Gorizia, Vicenza, Treviso, Venezia, Trieste. I titolari di qualsiasi attività preesistente sul territorio che poteva essere documentata con atto di notorietà potevano accedere ai finanziamenti, senza limiti di spesa, per riavviarla e anche ampliarla». Il principio non era sbagliato: ogni cittadino dei comuni disastrati che, al tempo della tragedia, possedeva una licenza (commerciale, artigianale o industriale) aveva diritto a un contributo del 20% a fondo perduto per riavviare l’attività, a un mutuo dell’80% a tasso agevolato della durata di quindici anni (non dimentichiamo che l’inflazione poteva raggiungere in quegli anni anche il 15%) oltre all’esenzione dal pagamento delle tasse per dieci anni. Ma la legge si spingeva oltre questo atto dovuto nei riguardi dei sinistrati. Stabiliva infatti che chi non poteva o non voleva riprendere la vecchia attività aveva il diritto di venderla ad altri e che questi altri potevano beneficiare degli stessi diritti a patto che l’attività venisse riproposta all’interno del comprensorio definito, che, come abbiamo visto, finiva per interessare tutto il Triveneto. CACCIATORI DI LICENZE «Avvocati e commercialisti mandati da imprenditori di fuori si presentarono nelle case dei titolari delle licenze, perlopiù venditori ambulanti di cucchiai di legno, di gelati, o barbieri, e offrirono loro piccole somme di denaro, cinquantamila, centomila, al massimo un milione di lire, per rilevarle» spiega Italo Filippin. «Anche in questo caso i mediatori, il più delle volte persone di cui i sinistrati riponevano fiducia, ottenevano una lauta ricompensa, circa cinque milioni di allora, per ogni licenza che riuscivano ad acquisire. È evidente che non avevano alcun interesse a spiegare ai titolari a quali diritti rinunciavano firmando quel pezzo di carta». Nessuno disse per esempio ai sinistrati che la vecchia attività poteva essere ampliata senza limiti di preventivo, che poteva essere riconvertita in una nuova attività diversa da quella originaria, che poteva essere avviata anche in uno qualsiasi degli altri comuni del comprensorio e che si sarebbero potuti chiedere altri finanziamenti anche negli anni a venire. In parole povere, nessuno spiegò loro che quella licenza era come una gallina dalle uova d’oro, l’occasione per dare una svolta alla propria vita (le aziende nate sulle ceneri di queste licenze ricevono tuttora i finanziamenti agevolati). Grazie a questa legge il Vajont diventò una ghiotta occasione di profitto per quelli che riuscirono a rilevare una o più di quelle licenze. Ecco qualche esempio (l’elenco completo delle attività rilevate e poi riattivate è pubblico): – Giacomo Solari, di Longarone, commerciante di legname, ha venduto la sua licenza alla ditta “Industrie meccaniche” di Alano di Piave, una fonderia, che ottiene per la riattivazione lire 1.125.208.609; – Fedele Olivotto, calzolaio di Longarone, vende la licenza a “La Tegola Inglese” (aperta per l’occasione nel 1966) di Trichiana, che fa tegole in cemento e ottiene oltre duecento milioni. E ancora: – Agostino De Mas e il figlio Leonardo, proprietari di una segheria e commercianti di legname, vendono alla “Cartiera di Verona” di Santa Giustina Bellunese, che riceve quasi tre miliardi per la riattivazione. Anche le più prestigiose ditte del Veneto non si lasciano scappare l’occasione di approfittare della legge sul Vajont per ottenere i finanziamenti a fondo perduto e le altre agevolazioni previste. – Gli eredi di Mario Celso, calzolaio di Longarone morto nella tragedia, vendettero la sua licenza alla “Zanussi Mel”, fabbrica di compressori del gruppo Zanussi, che ottenne tre miliardi per la sua riattivazione. UNA CONGREGA Dl TIPO MAFIOSO Scorrendo il lungo elenco delle ditte beneficiarie dei contributi e dei finanziamenti, si può notare che proprio quelle della zona colpita hanno ottenuto in genere meno delle altre. Gli eredi dei titolari delle licenze hanno avuto ancora meno degli altri per la vendita dell’attività dei loro genitori – mai più che qualche decina di migliaia di lire – anche quando la licenza ha fruttato miliardi a chi la rilevò. La legge lasciava ampio spazio a questo tipo di “speculazioni”. Nel formulare la legge l’intenzione era stata quella di trasformare la catastrofe in un evento positivo per l’imprenditoria delle regioni, sia quelle direttamente coinvolte, sia quelle vicine. E in questo senso si può davvero dire che il Vajont fu una grande fortuna per tutto il bacino industriale del comprensorio. Le emergenze e i bisogni della gente psicologici, economici, culturali – furono considerati in fondo soltanto un elemento di disturbo perchè distoglievano energie dal vero obiettivo dell’intervento: lo sviluppo industriale di quella parte del Nord italia rimasta un po’ indietro. Nonostante la libertà di iniziativa lasciata dalla legge, non tutti gli affari vennero condotti con i crismi della legalità. Per partecipare al banchetto, per avere una fetta di torta più grossa pur non avendone diritto, ci fu chi prese la scorciatoia. Tina Merlin scrisse: «Il meccanismo che presiedette a questo losco traffico delle licenze sul versante friulano del Vajont venne portato a conoscenza dell’opinione pubblica solo nel 1980. A Pordenone si celebrò un processo contro 14 persone variamente imputate di corruzione, falso, truffa. Fra questi il commercialista pordenonese Aldo Romanet, assurto nuovamente alla cronaca nera all’epoca della morte del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, e che si disse fosse stato visto a cena con lui a Trieste la sera prima del SUO espatrio. Era un meccanismo tecnico-politico perfetto: a Erto il geometra del Comune Arturo Zambon incettava le licenze; a Pordenone il commercialista Aldo Romanet istruiva le pratiche che il notaio Diomede Fortuna, sempre di Da qui venivano inoltrate alla Commissione provinciale di Udine, dove il segretario Pierluigi Manfredi, facente parte della “banda”, le sottoponeva sollecitamente, dietro compenso, al vaglio della Commissione. Il presidente della stessa, Vinicio Tumente, non trovava nulla da eccepire e le ammetteva al contributo, anche perchè coloro che le istruivano e le proponevano erano tutti suoi amici. Sennonchè le “nuove industrie” o si dimostravano fasulle, oppure erano villaggi turistici e condomìni. Al processo di Pordenone venne alla luce una vera organizzazione a delinquere di tipo mafioso e di estensione internazionale che probabilmente aveva radici anche all’interno del Ministero dei Lavori Pubblici, protesa a rastrellare denaro dallo Stato per la “ricostruzione” del Vajont: attraverso complessi industriali risultati inesistenti, ma che presentavano regolari piani di avanzamento dei lavori, risultati anche loro fasulli. Per ogni lotto, milioni, miliardi truffati allo Stato e inoltrati sulle banche svizzere in conti correnti dalle intestazioni fantasiose. Qui, un certo avvocato Campana curava gli interessi della “banda”. Il segno mafioso dell’organizzazione – che dopo le vicende Romanet-Calvi occorrerebbe meglio scandagliare in tutti i suoi risvolti, se è vero, come è stato scritto, che questo Romanet viaggiava spesso per conto terzi in America latina – venne annunciato nell’aula del processo dallo stesso Presidente del Tribunale, che riferì di un testimone svizzero che aveva mandato a dire di non poter venire a testimoniare per paura: era stato minacciato di morte. Al processo fu chiaro agli stessi giudici, che peraltro emisero lievi condanne, che dietro gli imputati c’era ben altro» (Ref. “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont” Edizioni Cierre, Verona, 1997). SACRIFICATI ALLO SVILUPPO Quello che è successo dalla parte friulana a monte della diga del Vajont (nei comuni di Erto e Casso) è ovviamente successo anche nella parte veneta a valle. Anche qui è lunghissima la lista delle “irregolarità”: aziende aperte giusto il tempo per avere i finanziamenti e poi fallite, soldi elargiti con sospetta leggerezza, terreni strapagati, lavori malfatti, costruzione di inutili cattedrali nel deserto. «Miliardi e miliardi sono piovuti su ditte nel nome del Vajont» dice Carolina Teza. «Poco o niente è arrivato a chi davvero ne aveva diritto, che ha invece spesso dovuto sopportare l’umiliante definizione di “parassita dello Stato” da parte della stampa e dell’opinione pubblica. Questa è sicuramente una delle cose che brucia di più. E la storia si ripete ogni volta che vengono stanziati fondi nel norme della tragedia. La verità è che con le transazioni firmate o con la vendita delle licenze il discorso per noi si è chiuso una volta per tutte. I superstiti non hanno mai più avuto voce in capitolo nemmeno nel decidere come ricostruire i loro paesi. Nessuno ha ascoltato le nostre richieste. Aspettiamo ancora che venga ricostruita la chiesetta di Pirago, quella del campanile che è rimasto in piedi. Noi tutti ci terremmo molto. Ma ogni volta ci dicono che ci sono altre priorità». Per i superstiti il discorso è stato chiuso con solerzia. Ma intanto alcune ditte continuano a ricevere rifinanziamenti a condizioni speciali. Una delle principali obiezioni che viene fatta a quanti gridano allo scandalo per i soldi distribuiti con troppa generosità dallo Stato per la ricostruzione è che comunque in tutta la zona si sono creati sviluppo, posti di lavoro, benessere. Grazie alla legge Vajont sono stati costruiti con agevolazioni finanziarie e fiscali l’autoporto di Gorizia, la darsena di Lignano Sabbiadoro, la superstrada Latisana-Jesolo, la funivia “Freccia del cielo” della Marmolada e un’infinità di altre aziende (solo nel bellunese circa trecento). Il problema, come sempre, è la trasparenza. Quello che in alcuni casi è registrato e documentato (i risarcimenti ai superstiti), diventa intricato e difficile da interpretare in altri. Perchè a Longarone venne costruito un palazzetto dello sport da serie A’ con spalti in grado di ospitare un pubblico più numeroso dell’intera cittadinanza, un’opera il cui costo di gestione causa un deficit di 400 milioni di lire all’anno? Chi controllò che le aziende che ottennero l’appalto per le costruzioni pubbliche non usassero materiali scadenti (nell’imponente chiesa di Longarone piove dentro)? Nemmeno la ricostruzione delle case dei privati si svolse con trasparenza. Anche in questo caso la legge lasciò ampio spazio alle speculazioni e favorì chi, per vari motivi, poteva permettersi di farsi avanti e trarre vantaggio dalla situazione. Con i risarcimenti per un appartamento vi fu chi potè ricostruirne tre, mentre altri dovettero accendere un mutuo per comprare due stanze e una cucina. Con i soldi del Vajont, in una frazione di Erto è appena sorto un intero quartiere. Ma il Sindaco dice di non conoscere il nome dei proprietari …

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Moro: fu vera gloria? No,una vergogna! La famiglia pasticciata del presidente

In un momento informale. In auto con la moglie Eleonora Chiavarelli, maestra marchigiana, donna d'acciaio.

MORO: FU VERA GLORIA?

i posteri pronunciano l’ardua sentenza:

fu una vergogna!

Morte (e vita pubblica e privata) poco cristiana, parecchio anarchica e per niente eroica di un pover’uomo di Stato, che si credeva lo Stato, ma senza alcun senso dello Stato.

Per tacer del “santo”…

Parte 1: La “famiglia pasticciata” del presidente

…mi ha molto colpito scoprire una cosa sulla famiglia Moro. Qualcosa che non la fa proprio corrispondere al santino di sacra famiglia che in contemporanea alla canonizzazione laica di Moro, quale presunto santo dottore e martire (e a momenti pure vergine) di una sorta di res-publica christiana immaginaria, gli è stato dipinto addosso. Viene fuori una famiglia Moro lacerata, con figli contestatori, con la madre che un giorno sì e l’altro pure veniva alle mani con le figlie, di una moglie che aveva pessimi rapporti col marito, di un Moro che ogni sera cercava ogni scusa per non rientrare a casa prima dell’una di notte, di modo da trovare moglie e figli già a letto; che non trovava neppure un piatto coperto, tanto che si faceva un uovo al tegamino da sé nottetempo… Francesco Cossiga, facendomi rimanere di stucco, racconta del periodo che precedette il sequestro Moro: “Io e Andreotti conoscevamo la vera situazione della famiglia, una famiglia pasticciata… con le moglie Eleonora le cose non andavano bene…”

di Antonio Margheriti Mastino

NEI CORRIDOI DELLA SAPIENZA. LA RAGAZZA CHE AMAVA MORO

Guardo adesso, l’ho qui davanti, la sezione della mia biblioteca destinata agli studi sui 54 uomini che governarono l’Italia: i nostri capi del governo, da Cavour a Monti. Le ho collezionate non per fancazzismo, ma per una ragione seria. Un tempo, infatti, avevo deciso di dedicarci la tesi di laurea ai nostri (allora) 53 primi ministri, tanto più che mi dovevo laureare alla sezione storico-politica di Scienze Politiche, alla Sapienza.

Moro con i suoi studenti a “La Sapienza” di Roma. Le mie aule…

Emblematico luogo accademico quello: da lì, fin dagli albori ad oggi, ma ai miei tempi soprattutto, di capi del governo hai voglia quanti ne erano passati, se ne erano fatti, ci avevano bivaccato, persino governato da quel mio dipartimento. Per tacere della mole di ministri e presidenti di qualcosa che ancora vi pullulavano: nei miei anni di studente ricordo Giuliano Amato e moglie, la Diana Vincenzi (che a un esame di diritto privato quasi mi fece piangere, e come non bastasse mi bocciò tre volte in un mese); ricordo Giovanni Caravale che nessuno sopportava da ministro ma che era peggio da professore, e poi Antonio Marzano ministro di Berlusconi, mezzo governo Dini, l’antico Giovanni Galloni, il presidente Capotosti, Fisichella, tanti altri notabili. Spesso avevamo in comune aule e professori con Giurisprudenza, e del resto i locali delle due facoltà si fondevano insieme. Poco tempo prima, sotto le nostre finestre era stata ammazzata Marta Russo, poco dopo era toccato a un altro dell’ambiente: Massimo D’Antona. Anni prima, sulle scale di questa mia tormentata Facoltà avevano assassinato Bachelet, che era accompagnato dalla sua allora giovane (e già brutta) assistente: Rosy Bindi, che lo vide morire; ancora più tardi un altro della nostra Facoltà fece la stessa fine: Ruffilli. Andando ancora indietro con la memoria, c’era stato negli anni ’70 lo scandaloso omicidio-suicidio dei Casati Stampa: il ragazzo che si scopava la marchesa con la benedizione del marchese guardone, era un nostro “collega” di Scienze Politiche. Una Facoltà un po’ maledetta, insomma.

Il prof. Moro, alla Sapienza, dopo la lezione dà delucidazioni agli studenti… in genere allora come ai miei tempi erano i “lecchini” a far finta averne bisogno

Per concludere: mi piaceva l’idea di scrivere la tesi su capi del governo italiani che, a decine, in quei corridoi avevano lavorato: da Salandra a Orlando a Luzzatti, da Amato ad Antonio Segni, da Giuseppe Pella a Leone. E Moro. Sì, Aldo Moro è stato forse il più assiduo e appassionato frequentatore di quelle stanze, non solo come professore ma specie come “maestro”. Ossia: gli piaceva moltissimo il rapporto diretto con gli studenti, circondarsene, fare seminari con loro, persino in case private: si sentiva allora al suo stato naturale, il Maestro per diritto divino e i suoi discepoli per legge di natura. Si rilassava a fare il prof, quasi un hobby. Negli ultimi mesi della sua vita, conscio dell’amore appassionato che una studentessa dell’alta borghesia romana nutriva per lui, che certamente aveva un suo anomalo fascino, aveva cominciato ad accettare di tenere cenacoli accademici con i suoi studenti in casa di questa ragazza. Sequestrato, indirizzò alla ragazza che lo amava ben due lettere, che per motivi immaginabili, e la famiglia Moro e le istituzioni, avevano tenute lontane dai riflettori. Sì, lui che in vita sua, in qualsiasi contesto sempre in cattedra era stato e mai ne era sceso, alla cattedra universitaria ci rimase attaccato ostinatamente anche quando impegni maggiori avrebbero dovuto allontanarlo.

FORSE ERA MEJO ME STAVO ZITTO. AL CONTRARIO DI COSSIGA IL COBRA SOFFIATORE

Il prof. sul bus con i suoi studenti: insegnare, divagare, stare insieme ai suoi studenti era una delle poche cose che lo rilassava e lo rendeva simpatico

E’ di Moro che voglio parlare. No no, mica per fare un’analisi storico-politica del personaggio, Dio me ne scampi: ne sarei capace, sia chiaro, ma la pigrizia me lo impedisce. Oltretutto non servirebbe a una mazza su questo sito. E per giunta mi annoierei da morire: in caso, ci sono tanti libri seri sull’argomento che potreste consultare. Gli stessi che ho qui davanti a me: decine di volumi biografici e analitici, la metà dei quali con la stessa dignità scientifica delle agiografie di santi del primo millennio, pessimi, se escludiamo la prima analisi critica e acida post-mortem, quella di Italo Pietra Moro: fu vera gloria?; libro coraggioso e facondo di un antico cavallo di razza del grande e perduto laicissimo giornalismo d’inchiesta all’italiana, del quale riparleremo. Anche se direi che l’opera più profonda, seria, lunghissima, puramente politologica, e per tutte queste succitate qualità, pedantissima e noiosissima, è quella scritta da don Gianni Baget Bozzo. Teologo mirabile, politologo stimabile, prete malamente, uomo peggiore.

Non voglio analizzare né psicoanalizzare Moro, non voglio ricostruire una ceppa di niente. Dice: che scrivi a fa’ allora?, ma statte zitto e nun fa’ perde’ tempo alla ggente! Sì, dovrei chiudere qui il discorso, anche perchè alcuni mi ricordano che Moro ha lasciato al mondo una famiglia assai suscettibile, dalla querela facile, come è anche facile alle recrimininazioni. Per esempio (vi dirò in seguito), l’unico maschio di Moro, il figlio Giovanni, or sono un quattro anni, querelò nientemeno Cossiga, così stimato dal padre, per “diffamazione” (vedi qui: http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/cossiga-indagato-torino diffamazione-figlio-aldo-moro-342513/). E l’ex presidente, come suo costume, se la legò al dito per poi vendicarsi: da allora, infatti, non perse occasione di sputtanare i Moro, raccontando in pubblico, nelle interviste, nei libri, particolari intimi piuttosto imbarazzanti della famiglia del leader DC. Cossiga era così: se lo provocavi, se lo sfidavi, stante la sua lunga consuetudine questurina con il lerciume degli incartamenti degli italici servizi più o meno segreti più o meno veritieri e più spesso no, dei quali dal Viminale sempre si era occupato, stante questa sua mal-forma mentis, pigliava carte o ricordi con cose riservate su di te, foss’anche una cartella clinica con dentro i cazzi ed emorroidi tua (se eri fortunato), e li gettava sornione in mezzo la strada in pasto al pubblico. Poi, magari pentito o simulando contrizione, porgeva le sue scuse: a buoi scappati, naturalmente… se no che vendetta è?

In effetti molte cosette delle quali vorrei dire, dove la gola profonda è proprio manco a dirlo il Picconatore, pure quelle le lascerò cadere: qua non stiamo oltretutto su Dagospia, sito che fra le altre cose pare avesse proprio Cossiga fra i suoi principali cobra soffiatori. E sia chiaro: manco per niente voglio discettare della tipologia di cattolicesimo di Moro, se fosse dossettiano o meno (e non lo è, secondo me, non del tutto). Dice: non vuoi parlare di Moro politico, non di quello cattolico, non vuoi parlare manco di Cossiga cobra, non vuoi parlare de ‘na pippa e nonostante ciò stai blaterando da mezzora… ma de che voi parlà nzomma?

NON ERA UNO STATISTA: ERA UN IDEOLOGO. LAICO!

Con il suo futuro successore a palazzo Chigi, Cossiga. Moro lo aveva voluto agli interni, lanciandolo in una carriera ai massimi livelli, bruciante e fulminea

Ma di niente. Bazzecole, pinzellacchere, quisquilie. Spunti, ecco, cosette che ho trovato qua e là su Moro, da quel lettore e bibliofilo onnivoro e compulsivo che sono. Cosette che però mi hanno fatto riflettere a lungo. Su questo statista che ho sempre avuto sullo stomaco.

E prima di dire perchè non lo reggo, fia cosa laudabile soffermarci un secondo sul termine “statista”. Lo era il Moro? No, direi. Se a questo termine, pomposa Treccani a parte, devo dare la definizione che ne ha dato un uomo attendibile stante il suo curriculum. Tal prof. Francesco Cossiga, sempre lui: “E’ uno statista colui che governa avendo come vero e unico criterio lo Stato. Anche per Mussolini il fascismo era una pseudocostruzione ideologica ma tutta basata sul primato dello Stato. E infatti i grandi statisti italiani sono stati soltanto Cavour, Giolitti, Mussolini e De Gasperi”. Moro no, sostiene questo suo allora giovane prediletto. “Non fu uno statista né un grand’uomo di governo. Fu un grande leader politico-ideologico. Forse il più grande. Laico. Non come Andreotti. Andreotti era il segretario di Stato permanente della Santa Sede. Moro era laico nell’agire”.

A proposito di questa sua “laicità” e più ancora del suo essere “leader politico-ideologico”. Ascoltavo qualche mesotto fa Giuseppe De Rita al convegno romano pieno di dinosauri che celebrava il non so più quanti “secoli” della DC – certo è che se li portava malissimo a giudicare dai 2/3 d’ospizio che c’era in sala, e per il restante comunisti scudocrociati, De Mita e Bindi in primis – . Ebbene, il dinosauro di Stato, arcivescovo del dossettismo e dottore serafico del cattocomunismo, De Rita, racconta questo episodio.

Anni ’70, Moro e Andreotti aprono una polemica a distanza, sulle illeggibili e anestetizzanti riviste di solfa ideologico-omiletica democristiana, ciascuno su quella della sua corrente o spiffero politico. Moro con dolorante sicumera da abate Faria dice: “La politica ha il compito di orientare e dirigere la società”. Un programma decisamente e radicalmente rivoluzionario, leninista. Risponde Andreotti con gelida cattolica-romana saggezza di alta sacrestia d’altri tempi: “No, la politica non ha il compito di orientare né dirigere un bel niente. Tantomeno la società. Ha semmai il dovere di accompagnarla, sostenerla, assecondarla, seppure in modo vigile, nella strada che ha intrapreso”.

Qui si vede l’astrattezza ideologica del primo – pensavo fra me e me – e la concretezza scettica del secondo. Qui, pensavo sempre, si vede quanto la Dc fosse utile, nell’uno e nell’altro caso, al cattolico: almeno quanto a me è utile una cirrosi o un carcinoma. Qui si vede pure, mi dicevo, come Moro abbia potuto teorizzare e realizzare il per nulla casto connubio con i socialisti, la stessa cosa che stava per fare con i comunisti; e, dal canto suo, Andreotti, teorico dell’assecondare la società nel suo cammino, firmare la legge sul divorzio e guidare un governo, il primo, sostenuto dai comunisti. E nonostante ciò, sentirsi la coscienza a posto.

Ma non rischiamo di fare della politologia, altra scienza amena gentile omaggio del secolo passato, maledettissimo. Stiamo alle bazzecole-pinzellacchere, come promesso.

L’ECCENTRICITÀ D’ACCETTAR CARICHE ISTITUZIONALI CONTROVOGLIA

Moro riceve alla Farnesina un gruppo di giovani comunisti jugoslavi. Ha sempre quell’aria stanca, pigra, scettica.

Da “studioso” della storia dei governi italiani mi sono sempre meravigliato di una cosa. Mentre durante il Regno d’Italia la presidenza del consiglio era il vertice delle aspirazioni e anche del potere dei notabili liberali, poi, con la prima repubblica, le cose son cambiate. Un po’ perchè comunisti e democristiani alla Costituente, diffidenti gli uni degli altri e incerti sull’esito che avrebbero avuto le prime elezioni repubblicane, ancora ossessionati dai fantasmi del governo autoritario fascista, erano interessati, chiunque avesse prevalso, a dar vita a governi di gracile costituzione, anemici di poteri, paralitici nelle articolazioni, rachitici da cadere come foglia secca al primo venticello. Un po’ perchè i democristiani, poi, superata l’era degasperiana, del governo se ne strafottevano. Non erano uomini di stato, erano uomini di potere, talora ideologi, intellettuali, o gente di sacrestia che da perfetti chierici avevano imparato l’arte di non essere ossessionati dalle cariche, smania indecorosa, appariscente, vanitas vanitatis, e anche perchè spesso altro non erano che gusci vuoti. Sapevano infatti i giovani marpioni da sacrestia DC, che il potere spesso era altrove, nella sfera magica delle indefinibili alchimie che li raccordavano alle masse dalle quali promanava la potenza che essi avrebbero incarnato come sacerdoti austeri e terribili. Nei partiti, per esempio, nei posti più grigi e apparentemente meno gallonati e appetibili. Ma i DC non erano dei vanitosi, erano uomini di geometrico realismo.

Apro qui adesso un libro di storia repubblicana a caso… una Storia dell’Italia Repubblicana di un allora giovane Giorgio Bocca… sfoglio… ecco un esempio: ennesimo governo Moro negli anni ’70, Forlani è chiamato agli interni, il più nobile dei ministeri, ma scocciato e sbadigliante lo rifiuta. Misteri democristiani! Oggi non accadrebbe: magari succede che abbandonano il partito se non hanno ottenuto il ministero. Forlani, da vecchio chierico DC, sapeva però che non stava rinunciando al potere: sapeva di rinunciare soltanto a un potere formale per uno sostanziale; sapeva, da vecchio residuato di sacrestia, che molte volte il vicario generale di una diocesi dal suo posto riesce a contare più del vescovo. È gusto del potere allo stato puro, è roba da intenditori sopraffini.

SE NE FREGAVANO DEL GOVERNO: AVEVANO IL SENSO DEL POTERE MA NON DELLO STATO

Col suo predecessore a Palazzo Chigi, Amintore Fanfani. Due professori, due caretteri agli antipodi, due politici opposti

Dunque, cosa mi meraviglia? Voglio ancora insistere sul concetto di prima. Conosco più o meno tutti gli uomini che sono stati ministri della prima repubblica, e conosco tutti i primi ministri di quell’epoca. E mi sono sempre meravigliato (ma fino a un certo punto) di come questi qui talora rifiutassero con assoluta leggerezza se non indifferenza cariche che altri avrebbero ucciso per ottenere. Per una cazzata banalissima rifiutavano di essere ministri degli esteri, per scetticismo e pigrizia rinunciavano al ministero della giustizia, con svogliatezza salivano al Quirinale per essere incaricati di formare il governo, e alla prima scusa se ne lavavano le mani rinunciando e rifilando ad altri l’incarico, che con eguale apatia sì e no l’accettavano. Ma come, mi chiedevo, ma possibile che un figlio di operai, di contadini, di maestri di scuola gli capita l’occasione più unica che rara di essere il successore di Cavour, di Crispi, di sedere sulla poltrona che fu di Giolitti e Mussolini, e se ne sbatte altamente? Probabilmente, mi rispondo, partito di governo senza alternativa la DC, carriere politiche che diventavano al suo interno a vita, per loro non era affatto un’occasione unica e nemmeno rara una poltrona del genere: prima o poi gli sarebbe ricapitata. O più realisticamente, uomini di potere puro, sapevano benissimo che presidenza del consiglio e ministri non contavano davvero quasi una cippa. Il potere era altrove, nel partito, lì era anche il segreto della loro longevità politica. Significa anche che mentre avevano il senso del potere, al contempo mancavano di senso dello Stato. Non è un caso che tutti i democristiani che avevano più senso dello Stato che non del potere, prendi Scelba, videro cessare la loro sfolgorante carriera già negli anni ’50, agli albori della repubblica cioè, mentre evaporavano anche i ricordi del degasperismo, altro uomo tutto senso dello Stato e zero del potere.

In questo c’è anche un’altra qualità del chierico democristiano: le virtù da sacrestia della pazienza e della temperanza. O come diceva Machiavelli, “dell’essere golpi per sbigottire i lupi”.

Ecco, Moro questo, tutto questo lo aveva capito.

LA TEOLOGIA DEL POTERE DI MORO: CONTANO I “DISEGNI” NON I FATTI

“I farisei erano in alto” (Alda Merini). Sempre lassù, nell’alto dei cieli. Il neo capo del governo Moro al balcone: guarda in basso dalle sue altezze incommensurabili

Moro era così. Tutti erano concordi nel dire che del governo non gliene fregava nulla. A meno che questo non fosse stato veicolo per realizzare in potenza, come disegno nell’aria, il contesto per un mutamento ideologico, parafulmine terreno di astrattezze speculative, “ragionamenti” che fluttuavano impalpabili lassù nel cielo, nella speranza che presto, non sapendo come e quando, s’abbattessero sulla testa degli uomini, delle cose, della nazione mutandone la forma e la sostanza, polverizzando in un attimo quello che era prima. Sistema di pensiero moroteo, che in soldoni poteva così sintetizzarsi: mutare i massimi sistemi con la forza d’urto dell’inerzia. Con lo scetticismo del “servir non credendo”. E in definitiva accontentarsi del “disegno” soltanto, anche perchè già fare il “disegno” maledetto, per il Moro corrispondeva all’aver assolto al 99% del compito… e questo è quanto!

Cose da intellettuali della Magna Grecia appunto, da ideologi, e Moro ideologo era. Un teorico fumoso. Quando nel 1963 gli fu, giovane com’era, consegnata la guida del governo, succedendo al ducetto Fanfani che aveva messo tutti in allarme, non solo per i suoi trascorsi di “mistico fascista”, per la quadrata mascella, le mani sui fianchi, il concionare metallico, isterico e ducesco, ma soprattutto per il suo strafare attivista, nevrotico e alacre, per essersi autoincoronato con la tiara dalla triplice corona di capo del governo, ministro degli esteri e segretario della Dc, ebbene succedendo al Mezzo Toscano sapete quale fu l’atteggiamento di Moro? Di svogliatezza, stanchezza, indifferenza. Era diventato il successore di Cavour e lui non se ne fregava niente, nemmeno ci pensava. Viveva il governo, l’amministrazione concreta del potere, come un impiccio, una faccenda futile. Erano le idee, e più che le idee i disegni fatti col dito ad altezze incommensurabili, fra le nuvole che contavano per lui. Il quotidiano, che è la realtà del governo – gli spazi angusti e delimitati di legalità entro cui si muove, – non lo interessava: le sue astrattezze dai contorni sfumati dovevano fare a meno dello spazio e del tempo, della quotidianità appunto. Lui era già oltre la terra, nel limbo semantico di iniziati angelicati, ancora di forma umana ma già stemperati in essenza acorporale, asessuata, in ogni caso ormai mondati dalle passioni umane e liberati dal destino dei comuni mortali. Creature sospese, a metà fra cielo e terra, semidei. Ecco, così moralmente, politicamente e intellettualmente si percepiva Moro.

Era una teologia del potere la sua. La legittimazione a permanere sulla scena a un così svogliato e pessimo governante era data non dai risultati della sua vaporosa azione di governo, ma da una giustificazione per sola fide nella politica come sinfonia di idee astratte, e più che dalle idee dai “disegni” morotei; che poi altro non erano che un “ragionar” allo sfinimento purchessia, disegnar ragionando. Al di là dello spazio e dei tempi, al di là del bene e del male. Per diritto divino, volontà degli arcana imperia, rassegnazione devota della nazione, paralisi provvidenziale del sistema, forza dell’inerzia di Moro stesso.

Un simile fancazzista cervellotico in qualsiasi paese normale non sarebbe stato cacciato a pedate dal Palazzo: non ci sarebbe mai entrato a Palazzo: in Inghilterra sarebbe rimasto un direttore delle poste a Liverpool, a Mosca un campione di giochi agli scacchi, in Germani non avrebbe avuto neppure il fegato di essere un burocrate dello sterminio. De Mita era uguale: pur mancando della sottigliezza di Moro, era egualmente incomprensibile: in più aveva la volgarità, fisica, di stile, morale, linguistica anche… mentre Aldo era pur sempre un gran signore; come Moro, De Mita era privo di senso dello Stato, più di Moro però aveva il senso del potere, ma un senso terragno, territoriale, aggressivo, animale, cagnesco, da guappo assessore al bilancio vita natural durante del comune di Nusco. De Mita era un anticlericale e un agnostico, non aveva nessuna reale fede se non come dato culturale, nominale: Moro ci credeva sul serio.

LE IMPRESENTABILI FAMIGLIE DEI POTENTI

In un momento informale. In auto con la moglie Eleonora Chiavarelli, insegnante marchigiana, donna d’acciaio.

Pure le mogli dei leader democristiani erano così… come dire?… donnone de casa, matrioske russe come quelle dei leader sovietici. Se si esclude la signora Leone, la bella e giovane donna Vittoria, della quale però ci si accorse solo dopo l’elezione al Quirinale del marito che pure aveva cariche ininterrottamente dagli albori della repubblica, le altre mogli di notabili DC non solo mostravano totale indifferenza e spesso fastidio per la carica altissima conquistata dal marito; ma questa loro apatia era visibile anche fisicamente, nella sciatteria con la quale si vestivano, si conciavano, si comportavano. Dalla ostinata vocazione all’invisibilità, alla repulsione per i teleobiettivi. E onestamente, massaie rurali e provinciali come erano rimaste, non era manco decenza presentarsi o presentarle in pubblico. Qualcuno dirà che i leaders democristiani sembravano perennemente “vedovi e senza prole”, e forse fu Pansa a dire che in un congresso DC si respirava ferale aria “vedovile” ma al maschile. Tutti indici che ci indicano di quanto poco incidesse, rispetto, che so, alle first ladies americane, il potere, le cariche istituzionali sulla vita privata dei capi democristiani, su mogli e figli. Eleonora Moro gli italiani la conobbero soltato all’uccisione del marito: solo in un’occasione ufficiale in cui era obbligatorio l’accompagnatrice fu vista e fotografata, con un fazzoletto in testa come una contadina marchigiana, accanto al marito. Non mise mai piede in alcun palazzo del potere. Così le altre signore della repubblica. C’è qualcosa di molto curiale, di celibato ecclesiastico figurato in questi atteggiamenti, di monacale e di sacrestanesco. Dopotutto i notabili della DC non abbiamo detto si percepivano come austeri sommi sacerdoti del potere? Dunque, le loro “perpetue” non c’era bisogna salissero sull’altare: la canonica bastava e avanzava.

I MORO? “UNA FAMIGLIA PASTICCIATA”. ELEONORA “GLI RESE UN INFERNO LA VITA”. PAROLA DI COSSIGA