RESPINGIAMO LA “MONOCOLTURA DELLA MENTE”

DI VANDANA SHIVA
commondreams

In India i miliardari rinunciano alle colture ricche di ferro per puntare sulle banane geneticamente modificate

La natura ci ha regalato una cornucopia di biodiversità, ricca di sostanze nutritive. La malnutrizione e la carenza nutrizionale sono il risultato della distruzione della biodiversità. La Rivoluzione Verde ha permesso la diffusione di riso e farina chimici, bandendo la biodiversità dalle nostre campagne e dalle nostre diete. E ciò che è sopravvissuto come coltura spontanea – ad esempio l’amaranto verde (chaulai) ed il chenopodium (bathua) che sono ricchi di ferro- sono stati innaffiati con veleni ed erbicidi. Invece di essere acclamati come doni ricchi di ferro e vitamine, questi vegetali sono stati trattati come erbacce.

La “monocoltura della mente” tratta la diversità come una malattia e crea strutture coercitive per rimodellare il nostro mondo biologicamente e culturalmente variato sui principi di una sola classe privilegiata, di una sola razza e di un solo genere appartenente ad una singola specie. Da quando la “monocoltura della mente” ha preso piede, la biodiversità è sparita dalle nostre campagne e dal nostro cibo. E’ la distruzione delle colture ricche di biodiversità che ha portato alle crisi di malnutrizione.

L’ultima follia degli ingegneri genetici è di promuovere in India banane geneticamente modificate per ridurre le carenze di ferro nelle donne indiane. Il 75% delle donne indiane soffre di carenza di ferro.

Un uomo ricchissimo di nome Bill Gates sta finanziando uno scienziato australiano, James Dale, che conosce una coltura, la banana, per imporre inefficaci e pericolose banane OGM a milioni di persone in India ed in Uganda.
Il progetto è una perdita di tempo e di denaro. Ci vorranno dieci anni e milioni di dollari per completare le ricerche. Intanto i governi, le agenzie di ricerca e gli scienziati diverranno ciechi alla biodiversità basata su alternative a basso costo, sicure, testate nel tempo, democratiche e gestite da donne.

Le donne indiane hanno una grande conoscenza della biodiversità e della nutrizione; nel corso delle generazioni l’hanno ricevuta dalle loro madri e dalle loro nonne. Qualunque donna vi dirà che la soluzione alla malnutrizione sta nell’aumentare la nutrizione, ossia, aumentare la biodiversità.

Per fronteggiare le carenze di ferro, piante ricche di ferro dovrebbero essere coltivate ovunque, nelle fattorie, nei giardini delle cucine, nei giardini comuni, nei giardini delle scuole. La carenza di ferro non è stata creata dalla natura e possiamo sbarazzarci di essa diventando co-creatori e co-produttori della natura.

Ma c’è un mito della creazione che ignora sia la creatività della natura che la biodiversità, come anche la creatività, intelligenza e sapienza delle donne. Secondo questo mito della creazione di paternità capitalista, i creatori sono uomini ricchi e potenti. Possono possedere la vita attraverso brevetti e proprietà intellettuali. Possono trafficare con la complessa evoluzione millenaria della natura e chiamare i loro volgari atti di manipolazione genetica, “creazione” della vita, del cibo e della nutrizione.

La biodiversità indigena dell’India offre risorse ricche di ferro. Per esempio, l’amaranto ha 11.0 mg di ferro per 100 gr, il grano saraceno ne ha 15.5 mg e l’amaranto verde ne ha fino a 38.5mg, la karonda 39.1 mg e lo stelo del loto 60.6 mg.

Le banane hanno solo 0.44 mg di ferro per 100 grammi di parte edibile. Ogni sforzo di aumentare il contenuto di ferro nelle banane impallidisce di fronte al contenuto di ferro della nostra biodiversità indigena.

Non soltanto la banana OGM non è la scelta migliore per apportare ferro nella nostra dieta, ma minaccerà progressivamente la biodiversità delle banane e delle colture ricche di ferro ed introdurrà un nuovo rischio ecologico.

Se adottata, la banana Ogm sarà coltivata in grandi monocolture come il cotone Bt geneticamente modificato nelle piantagioni di banane in America centrale. Il governo e le altre organizzazioni sponsorizzeranno questa falsa soluzione e la nostra biodiversità di cibo ricco di ferro scomparirà.

Inoltre, le nostre varietà locali di banana verranno soppiantate e contaminate. Queste includono le varietà Nedunendran, Zanzibar, Chengalikodan e la Manjeri Nendran II.
L’idea di un’ ”agricoltura nutriente” fatta di pochi nutrienti coltivati in monocolture è già promossa a livello politico, il ministro delle finanze P.Chindambaram ha annunciato un progetto cardine di “nutri farms” nel suo discorso sul budget del 2013.

L’uomo ha bisogno di una biodiversità di nutrienti, inclusi una vasta gamma di micronutrienti ed elementi in tracce. Questi provengono da terreni sani e dalla biodiversità.

Tra le brigate dei biotecnici c’è un’urgenza perversa di dichiarare guerra alla biodiversità ed alla sua fonte. E’ stato fatto un tentativo di introdurre il Bt brinjal in India, che è il centro della diversità del brinjal, il mais OGM è stato introdotto in Messico, il centro della diversità del mais. La banana OGM si sta introducendo nei due paesi in cui la banana è una coltura significativa ed ha una grande diversità. Una è l’India, l’altra è l’Uganda, l’unica nazione in cui la banana è un prodotto basilare.

HarvestPlus è la corporation che sta promuovendo “biofortification”- tirando su le colture ed aumentando il loro valore nutrizionale. Ma gli esperti dicono che l’aumento dei nutrienti nei cibi potrebbe portare a problemi insormontabili; potrebbe apportare una quantità tossica di nutrienti ad un individuo e causare anche effetti collaterali associati, e c’è il rischio che i prodotti fortificati non siano una soluzione alla carenza di nutrienti presso le popolazioni a basso reddito, che potrebbero non essere in grado di permettersi i nuovi prodotti ed i cui bambini potrebbero non essere in grado di consumarne quantità adeguate.

Gli scienziati australiani stanno usando un virus che infetta le banane come uno starter. Il virus potrebbe diffondersi attraverso il transfer orizzontale di geni. Tutti gli scienziati genetici utilizzano geni che provengono da batteri e virus. Studi indipendenti hanno dimostrato che ci sono rischi per la salute associati a cibi OGM.

Non c’è alcuna necessità di introdurre una tecnologia pericolosa all’interno di un cibo povero di ferro come la banana, quando abbiamo così tanti cibi accessibili, sicuri, a portata di mano ed opzioni diverse per venire incontro alle nostre esigenze nutrizionali di ferro.

Dobbiamo migliorare la nutrizione aumentando la biodiversità, non “fortificando” industrialmente cibi vuoti ad un costo alto, o mettendo uno o due nutrienti all’interno di colture geneticamente ingegnerizzate.

Non abbiamo bisogno di questi esperimenti irresponsabili che creano nuove minacce alla biodiversità e alla nostra salute; non abbiamo bisogno di soluzioni nutritive imposte da uomini potenti seduti in posti lontani, che sono totalmente ignoranti sulla biodiversità dei nostri campi e dei nostri piatti tradizionali, e che non devono subire le conseguenze del loro potere distruttivo. Dobbiamo mettere la sicurezza alimentare in mano alle donne, in modo che finanche l’ultima donna e l’ultimo bambino possano godere dei doni naturali della biodiversità.

Vandana Shiva
Fonte: http://www.commondreams.org/ Link: https://www.commondreams.org/view/2013/04/24-8
24.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchsciotte.org a cura di ALESSANDRA

——————-o0o——————-

SULLA GRANDE VERITA’ DELLE VICENDE LEGATE ALLA NOSTRA SOPRAVVIVENZA SULLA TERRA

La nostra vera sopravvivenza materiale non si lega al possesso del denaro, bensì alla terra e all’accesso all’acqua, attraverso cui è possibile produrre/gestire beni per la nostra reale sopravvivenza biologica e culturale. Le vicende legate alla coltivazione delle piante di interesse alimentare rappresentano il punto d’incontro nodale fra creazione, la storia naturale e la storia umana. La vera cultura, di cui ci facciamo vanto è davvero niente se non capiamo questi passaggi che ci rimandano direttamente all’Apocalisse (Carestia, Pestilenza, Guerre, Cultura della Morte). Le vicende che ci stanno portando diritti verso l’Apocalisse e quindi alla Rivelazione di ciò che ci è stato predetto (nel bene e nel male), infatti, hanno modificato l’aspetto e le abitudini delle specie su cui l’uomo ha esercitato la sua opera secolare e, nello stesso tempo, hanno contribuito alla progressiva evoluzione dei Popoli e delle loro Istituzioni, fino a che, “perso il senso del reale”, abbiamo permesso a pochi gruppi di gestire in “denaro” e “leggi” il “bene comune” acquisendo potere su tutto e tutti. Eppure, da un punto di vista geografico, i principali centri da cui è partita la domesticazione delle specie selvatiche di piante, sono pochi e coincidono con le aree in cui si sono sviluppate le più Antiche Civiltà. Lo stesso luogo da cui parte il Piano di Salvezza del Creatore. Da questi centri, le piante coltivate hanno seguito le vie dei traffici, dei commerci e delle religioni. Vie spesso complesse anche in tempi a noi vicini, come la vicenda delle spezie dell’Oriente testimonia. Il contatto fra le Civiltà del Vecchio e del Nuovo Mondo, a partire dagli ultimi anni del XV secolo, ha messo improvvisamente a confronto, come elemento vitale di due civiltà rimaste fino a quel momento estranee l’una all’altra, due patrimoni di piante alimentari e di mentalità che prima d’allora non avevano mai varcato l’Oceano Atlantico. Lo scambio è stato rapido e fecondo dopo un periodo iniziale di reciproca diffidente attesa e curiosa esplorazione (colonialismo?). Oggi, negli orti della California e dell’Italia, dell’Argentina e del Giappone coesistono la vite e la patata, il fagiolo e la melanzana. Le loro storie si sono intrecciate, all’ombra della storia umana e della Chiesa.

-o0o-

C’è un “ma”, però. L’Occidente, sotto il controllo dell’Impero del Denaro, ora controlla anche il Cibo.

L’ANTICO RITO DELLA COLTIVAZIONE DELLA PATATA, CIBO ECONOMICO, IMMEDIATO E DEMOCRATICO

Non è troppo ardito portare certi ragionamenti verso il materialismo anziché verso la spiritualità. Serve pragmatismo, se si vuole uscire dalla situazione di stallo in cui siamo caduti con il modernismo. Il mondo dello spirito non può lasciare agli altri il mondo della materia. Così finiamo di giocare e si chiudono i lavori.

Infatti il guaio più grosso è quando abbiamo dismesso la cultura materiale di San Carlo Magno, che ci aveva insegnato a riconoscere le basi di una nuova civiltà, quella cristiana, lasciando le stanze curiali e dei potenti, per buttarsi a capofitto nella ricerca di una identità che provenisse anche dalla terra, oltre che dall’attesa-ritorno del Messia.

Ecco perché affermo che solo la cultura materiale può salvarci dal consumismo, può tenerci lontani dal comunismo, può difenderci dall’imperialismo capitalistico e propagandistico. L’altro giorno avevo in mano una patata con i germogli. L’ho piantata in un vaso dove c’erano dei fiori che stavano sfiorendo per fine stagione. Mi viene detto: ma che fai, per quello che costano le patate!? Ma come, non ti accorgi che vai a comprare le patate e torni con tre barattoli di nutella, cibo che non serviva, offerte allettanti. Invece le patate possono essere alla base di una alimentazione. Ci aggiungi zucchine, melanzane, spinaci, peperoni, cicoria di campo, cavolfiori, broccoli, fagioli, pisellini, fave, pomodori, spinaci, lattuga, cipolle, carciofi, radicchio (meglio quello trevigiano), una verdura, una qualunque. Puoi condirci una bella e ricca insalata. Puoi metterle al forno con pollame, formaggi stagionati o di pasta molle, carni e pesce; farci una insalata russa dopo averle lessate; puoi allietare i ragazzini con le patatine fritte o purè, farle saltare in padella con burro o margherita, che ci vanno matti (anche gli adulti); puoi fare delle torte salate, dei soufflè, mischiarle con carne tritata, polpette o hamburger; puoi farci delle pizze; puoi tranquillamente sostituirle alla pasta e al riso e farci delle zuppe con verdure, cipolle e carote. Puoi farle dorare sulla brace, puoi metterle al forno e arrostirle con della carne bianca e del pesce, puoi condirle con prezzemolo olio sale peperoncino capperi. Puoi farci di tutto: col tonno, col salmone, con le olive, con i funghi, con le uova, con gli ortaggi, con gli insaccati, con i formaggi, con frutta secca, con i legumi ed i prodotti della terra tenuti in conserve, sott’olio e sotto aceto. Puoi farci ottime pizze aggiungendoci origano, rosmarino, peperoncino, cipolline di Gaeta. Puoi metterle in umido in una acqua pazza, in un sugo di pomodoro o ragù, o anche condirle con del pesto o della salava maionesata. Il tutto condito con l’immancabile olio d’oliva extravergine e accompagnato da buon vino. Puoi farci una deliziosa omelette o frittata. Tutti alimenti che puoi trovare a portata di mano, nell’orto, come piante naturali.

-o0o-

La coltivazione della patata per soddisfare le esigenze alimentari

E poi, comunque, c’è sempre tanta frutta, molta frutta da mangiare. E mi raccomando, raccolta direttamente dagli alberi e dai rami è la cosa più irripetibile. Ma ci si può fare una macedonia, una conserva, una marmellata, una torta, una crostata.

A, ancora, la patata aiuta ad alleggerire anche gli effetti dell’alcool, della canapa e della sbornia da birra. Chissà quanti sanno perché all’”october fest” bevi birra con crauti e patate? Proprio per questa ragione. E se vi mancano le ricette, chiedete ad un amico o ad una amica polacca o rumena di darvi qualche ricetta. Solo gli inglesi non hanno saputo svilupparci, sopra, una cucina speciale. E poi c’è il fatto che così alimenti la filiera corta e non i parassiti che si mettono in mezzo, impedendo il cosiddetto chilometro zero. Pensare di alimentarsi così, consente di aggiungere sempre un posto a tavola (aumenti il numero delle patate) ad un ospite inatteso, di sapere di mangiare quello che produci da te e con la tua comunità, e ti porta a passare più tempo in campagna, o al mare, o in montagna, andando a bussare con maggior rispetto, stima e consapevole considerazione, al contadino, al pastore, all’allevatore, al piccolo imprenditore, facendoti sorprendere più spesso fra i campi.

Nulla consuma al mondo meno energia delle patate. Se hai quelle, hai la base per ogni pietanza.
Quando eravamo bambini il professore di “applicazione tecnica” ci faceva mettere sulla patata due elettrodi, un catodo ed un anodo e generavamo corrente elettrica a basso voltaggio. La patata con gli elettrodi costituisce a tutti gli effetti una pila: la laminetta di rame agisce da catodo, mentre la laminetta d’alluminio funge da anodo. Il succo della patata è utilizzato come soluzione elettrolitica e permette il flusso degli elettroni che si spostano dal catodo verso l’anodo.

E poi, quando comincia a far fuoriuscire dagli occhi il germoglio verde, la prendi, la pianti, senza sprecare nulla e nel giro di qualche mese dai suoi tuberi recuperi una decina di nuove patate. Ne metti 10 e ne raccogli 100. Insomma, uno dei migliori investimenti, perché a fronte di una patate, poi ti basta un minimo per condirla. Alla fine hai speso? Fatti bene i conti.

Oggi non trovi facilmente patate che metti a terra e ti danno figliolanza della stessa specie, perché è stata ibridata anche lei. Non posso pensare che prima di Colombo l’Europa non conoscesse questo “pomme da terre” che è arrivato assieme al cugino più nobile il “pommo d’oro”. Se gli antichi romani avessero avuto la patata avrebbero conquistato anche tutta l’Asia e avrebbero navigato per gli Oceani. Altro che “denaro”. E sì, i romani non conoscevano né le patate e né i pomodori. Eppure per gli altri ortaggi, cereali e tuberi hanno dovuto provvedere con conquiste militari, importandole dalla “mezzaluna” e dall’Egitto. La storia della cultura materiale è assai più complessa e articolata di quello che appare. Lo stesso, lo sa bene anche lui, vale per Carlo Magno che era costretto a ricorrere alla coltivazione estensiva e quindi ad investire ingenti risorse per la ricerca dell’acqua per l’irrigazione. Non era mica come in Egitto dove era possibile creare delle canalizzazioni naturali scavate nel limo. Quindi, a volte non è tutto oro ciò che luccica e nemmeno l’oro luccica sempre più di una patata.

In realtà in Europa, la patata arriva l’anno prima la Battaglia di Lepanto (1571) e sembra sia stata addomesticata nel confine andino tra la Bolivia ed il Perù in un periodo che va dal 5000 al 2000 a.C.: lo stesso periodo in cui l’uomo imparò ad addomesticare il lama, l’animale che sputa. Buffo vero? Colombo, in realtà, quindi, non conobbe nemmeno lui la patata. Negli Stati Uniti la patata arriva 50 anni dopo portata dagli europei. Quando uno ha un tesoro vicino casa e non se ne accorge. Se al gruppo ristretto dei cereali che sta alla base dell’alimentazione umana ci si aggiunge la patata vi accorgerete tutti che non ha nulla da invidiare al frumento, al riso, al mais che sono gli esempi più rilevanti ma anche più laboriosi perchè richiedono maggior consumo di energia per la loro lavorazione e trasformazione. Certo, la patata dura di meno, ma può essere raccolta e mangiata subito ed è coltivabile nel giardino di casa. La patata ha un rilievo nell’economia della nostra specie pari solo alla canapa sul piano delle fibbre e dei medicinali.

Dopo le guerre di secessione e la presa di Porta Pia in Europa un grosso flagello proveniente dagli Stati Uniti si abbattè sulle piantagioni delle patate e sulle viti. Si trattava di coleotteri e parassiti capaci di arrecare gravissimi danni alle piante e alla economia. Nel giro di poco tempo si diffusero in tutto il Continente e lo stesso San Giovanni Bosco la considerò un attacco all’anima e nei suoi catechismi spiegava con questo esempio come fosse necessario difendere la Chiesa da ogni attacco.

Sul comodino di ogni Arciere, assieme al Rosario, alla Bibbia, agli Atti degli Apostoli, al Trattato della Vera Devozione alla Santa Vergine di San Luigi da Grignon da Monfort, alla Storia dei Santi e alle Imitazioni di Cristo sarebbe opportuno ci fosse anche, come fosse cosa cara, l’”Atlante delle Piante Coltivate”.

E’ un libro per ragazzi, e quindi illustrato a colori, edito dalla Mondadori nel 1986. Il Primo Preposito Generale lo aveva acquistato per un euro su una bancarella dell’usato. Gli autori sono Alessandro Minelli e Maria Pia Mannucci. La conversione deve passare anche da manuali come questi che proiettano direttamente alla civiltà dell’amore verso tutte le creature e ad un atto di grande Misericordia di Dio Onnipotente e Redentore.

Noè era agricoltore e sulle navi, ancora oggi, stivare le patate era più economico e conveniente, per la sua resistenza e l’abbondanza di pietanze che da essa si potevano ricavare. C’è tutta una letteratura sul “ora ti mando a pelare le patate”, la pena meno sopportabile per la ciurma.

Finito il Diluvio, le famiglie si divisero e andarono ad occupare le sommità delle alture per potersi più facilmente salvare da eventuali nuovi cataclismi universali. E oltre al Tibet (quindi l’Hymalaya) un altro luogo che venne presto occupato furono le pianure e le cime Andine, dove fiorirono civiltà del livello di quelle Maya, esperte anche nella calendarizzazione (chissà perchè?!)

In queste parti, la rigidità del clima e la difficoltà d’accesso, richiedeva per forza una prova di temerarietà, audacia e maestria per mettere su un sistema alimentare autosufficiente ed in grado di soddisfare le esigenze di una intera popolazione. Così che si costruirono terrazzamenti, impianti di irrigazione in grado di sfruttare un corrente che passava lì vicino e cominciò una sistematica coltivazione di patate e viti.

Non è un caso quindi, che la patata sia stata scoperta qui ed importata in Europa.

Non sarebbe stato così se non fosse stata la base della economia alimentare e se non ce ne fosse stata così in abbondanza da suscitare curiosità e sospetto che potesse essere una soluzione anche per civiltà più grandi ed evolute. La trovata, quindi, di importarla fu salutare da una parte, ma anche formativa.

-o0o-

PRODUZIONE DELLA BANANA. CARATTERISTICHE SCONOSCIUTE E MIRACOLOSE E RISCHIO ESTINZIONE

La banana è ormai entrata a buon diritto a fare parte della nostra dieta e la sua presenza a tavola è tanto comune che viene data per scontata.  Tuttavia, la realtà che sta dietro alla produzione delle banane che consumiamo è spesso di sfruttamento – delle persone come del territorio – e di insostenibilità economica.

Infatti, Stati Uniti ed Europa si sono spartiti il mercato in base ai propri interessi, che sono sotevolissimi: i primi
commercializzando le “dollar bananas” dell’America Latina, i secondi quelle delle ex colonie di Francia e Gran Bretagna, in Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) nella così detta “guerra delle banane” che penalizza i produttori.

Attualmente il commercio delle banane è in mano a grandi multinazionali (Chiquita, Fruit of the Loom, Dole, Del Monte) : le prime tre controllano da sole due terzi del mercato mondiale. Ai produttori locali resta spesso non più del 5% del prezzo finale di una banana. Inoltre, la pratica della coltura intensiva nelle piantagioni ha generato nel tempo un uso sfrenato ed incontrollato di pesticidi e fertilizzanti, e, per i lavoratori, condizioni di lavoro drammatiche, con paghe molto basse, senza benefici spesso in assenza di diritti di sindacali e assistenza medica, con rischi elevati per la salute, oltre ad un progressivo inquinamento ambientale.

In una banana acerba, i carboidrati sono costituiti da amidi, che, nel processo di maturazione, vengono convertiti in zuccheri. La maturazione avviene molto bene anche dopo la raccolta, anche questo fattore ha contribuito alla diffusione in tutto il mondo di questo frutto. Le caratteristiche della banana sono tali da garantire non solo altissimi livelli nutrizionali, ma anche medicali per il suo alto contenuto di “serotonina” che stimola i neurotrasmettitori, per il valore proteico e vitaminico, per la cura della psoriasi, e per gli usi pratici, quali lucidi da scarpa, e materie plastiche. Le stess palme possono essere utilizzare per le coperture di tetti. E ancora di più si potrebbe dire della sua capacità radioattiva, unica nel suo genere, per la presenza di Potassio-40. Le banane contengono circa il 75% di acqua, il 23% di carboidrati l’1% di proteine, lo 0,3% di grassi, e il 2,6% di fibra alimentare (questi valori variano a seconda delle diverse coltivazioni di banane, del grado di maturazione e delle condizioni di crescita). La polpa della banana, essendo ricca di vitamina A, vitamina B1, vitamina B2, vitamina C, vitamina PP e, seppur in misura minore, di vitamina E, di sali minerali (calcio, fosforo, ferro e potassio) e di carboidrati, ha proprietà nutrienti, ri-mineralizzanti e stimolanti per la pelle. Il suo punto forte è la sua ricchezza di potassio, indispensabile per il funzionamento del sistema cardiovascolare; è perciò fortemente raccomandata per chi soffre di ipertensione. La banana contiene anche la vitamina B6, che favorisce il metabolismo delle proteine.

Oltre ai frutti, nella cucina del Bengala e del Kerala (in India) si usano i fiori del banano, crudi o cotti. Negli stessi paesi e anche in Birmania si usa pure il cuore tenero del tronco del banano. Un altro modo per consumare il frutto è l’essiccazione. Le banane essiccate hanno un colore marrone scuro e un sapore tipico e intenso. Si possono produrre mettendole ad essiccare in forno a 80 gradi oppure su una griglia, a una distanza di qualche decina di cm dalle braci, che devono esseere deboli per non sciogliere la polpa delle banane. La banana è bandita da molte diete in quanto è un frutto molto calorico, dato che ha 65 kcal per 100 g contro le 40 della media dei frutti. Bisogna tuttavia considerare che la consistenza fibrosa della banana la rende un frutto abbastanza saziante e soprattutto poco appetibile, nel senso che è molto difficile avere voglia di mangiare una seconda banana, dopo una prima, in poche parole è molto difficile abbuffarsi di banane, cosa che non si può dire di altri tipi di frutta come mandarini, ciliegie, uva, fichi. Inoltre, la banana si presta molto bene, sempre per la sua consistenza fibrosa, ad essere impiegata per budini, frullati, dolci in genere, dando sazietà e soddisfando la voglia di dolce. Una banana da 120 g, di medie dimensioni, non ha che 80-100 kcal ed è dunque un ottimo spuntino oppure un ottimo frutto da fine pasto.

Le banane sono state anche usate per produrre marmellate. Tuttavia, al contrario di altri frutti, le banane sono state usate solo recentemente per preparare succhi e spremute. Malgrado l’85% di contenuto d’acqua, è stato storicamente difficile estrarre il succo dal frutto perché, quando viene pressata, una banana diventa semplicemente polpa. Nel 2004, scienziati del “Bhabha Atomic Research Centre” (BARC, India), hanno brevettato una tecnica per estrarre il succo trattando la polpa di banana in un recipiente con una reazione che impiega da 4 a 24 ore. Le foglie di banana, grandi, flessibili e impermeabili, sono come ombrelli e sono usate per avvolgere cibi.

La superficie interna della buccia di banana, infine, può essere strofinata sull’irritazione provocata dall’edera del Canada per abbatterne i sintomi. Inoltre, la pelle della banana veniva utilizzata come medicinale per il trattamento della psioriasi. È possibile inoltre utilizzare la buccia di banana come lucido per scarpe ecologico. L’imbrunimento delle banane mature, passando dal giallo al marrone fino al nero è principalmente dovuto a grandi quantità di serotonina, l’importante neurotrasmettitore, prodotta dal triptofano delle bucce di banana. Anche se questa proprietà lascerebbe supporre un naturale effetto antidepressivo delle banane, questo non si verifica. Con l’ingestione, la serotonina è immediatamente spezzata dagli enzimi dello stomaco (in particolar modo la manoammina ossidasi). Dato l’elevato punto di fusione (213 °C), la serotonina non è adatta per essere fumata e si decompone in gas tossici (ossidi di carbonio e azoto) durante la combustione. Inoltre la serotonina non può attraversare la barriera ematoencefalica.

Il progetto BADANA mira a trovare un utilizzo pratico per queste piante. Le fibre naturali contenute al loro interno potrebbero essere sfruttate per la produzione mediante stampaggio rotazionale di materiali plastici utilizzati per creare oggetti di uso quotidiano, quali taniche per la benzina, bidoni con ruote per la raccolta dei rifiuti, parchi acquatici, coni stradali, bambole in plastica e numerosi tipi di barche, ha confermato il dottor Kearns.

Le fibre del banano saranno lavorate e trattate per poi essere aggiunte a una miscela di materiali plastici e inserite tra due spessi strati di plastica pura in grado di garantire proprietà strutturali eccellenti.

A causa della limitata diversità genetica, le banane coltivate sono soggette a varie malattie e attacchi di parassiti come la Sigatoka Nera, e nuovi ceppi della malattia di Panama, causata dal fungo Fusarium.

-o0o-

IL CAFFE’, LE ORCHIDEE, LO ZAFFERANO

IL CAFFE’

Descrizione botanica. La coffea arabica è un arbusto alto 1-10 metri, foglie ovali, opposte, sempre verdi, alle cui ascelle sbocciano dei fiori bianchissimi, odorosi e penetranti. La drupa o frutto, a maturità diventa rossa, gialla o bianca, somigliando assai alla ciliegia. Il frutto contiene due semi, ma nel caffè perlato ve ne è uno solo subrotondo. I semi hanno sapore amarognolo, odore erbaceo. Il colore verde o verde-giallastro.

Composizione chimica. Caffeina (1-2%), acido caffetannico, (una miscela di vari acidi: ac. clorogenico e acido caffeico), caffeone e olio essenziale di caffè che nascono durante il processo della torrefazione. Il costituente principale profumato del caffè è il caffeolo. Sostanze volatili: acetone, furfurolo, acido formico ed acetico, resorcina, idrochinone, pirrolo, piridina. Cera, grassi, zuccheri caramellati. Il caffeone si produce con la torrefazione a spese della caffeina e dell’acido caffetannico che si trovano più abbondanti nel caffè verde o crudo. E’ presente anche la trigonellina (N-metilbetaina dell’acido nicotinico) che durante la tostatura si decompone con formazione di acido nicotinico. Altri componenti sono le vitamine del gruppo B, fra cui niacina 22-53 mg %, in media 33 mg. %; ferro, calcio, piccole quantità di sodio e di fluoro. Ma sostanza predominante è sempre la Caffeina (trimetilxantina) che si trova pure nella noce do Kola e nella Paullinia sorbilis dell’Amazzonia.

Il caffè, ha notevoli proprietà curativo-lenitive: regolarizza le funzioni intestinali, è ottimo lassativo/stimolatore. Per questo può avere effetti controproducenti sulla veglia, come produrre eccitazione. Proprio però per queste funzioni, veniva molto usato dai monaci per rimanere svegli durante le ore di preghiera notturna.

Inoltre, può essere riciclato per alimentare il fuoco, al posto della normale legna. Praticamente si usa il caffe macinato (quello che usiamo per fare il nostro espresso) che mescolato alla cera da candela e fatto asciugare in forme tipo astucci per sigari o i contenitori del baileys diventa meglio della legna . Pensate ogni giorno quanti kg di caffè vengono buttati dai nostri bar. Potrebbe quindi essere studiata una forma di raccolta differenaziata mirata a questo utilizzo.

Il caffè è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, oramai diffusa in tutto il mondo, a cui pochi rinunciano nella propria assunzione quotidiana.

-o0o-

L’ORCHIDEA DA VANIGLIA

Della vaniglia si utilizzano i frutti che vengono raccolti ancora acerbi, verdi, senza alcun aroma. A quel punto inizia un lungo processo di lavorazione che dura circa tre mesi che prevede delle immersioni dei bacelli in acqua per pochi minuti e poi la loro essicazione al sole mentre durante la notte vengono chiusi in contenitori per evitare la traspirazione in modo che rimangano umidi. Questa operazione viene ripetuta fino a quando il bacello non diventa flessibile e di colore marrone scuro (può durare diversi mesi).

Con questo sistema la vanillina, il principio attivo aromatizzante si cristallizza in tanti piccoli aghi e diventa scura ed il bacello appare come se fosse ricoperto di brina ed acquista il caratteristico aroma.

Per avere un chilogrammo di bacelli di vaniglia ci vogliono circa 7 kg di bacelli verdi. La Vaniglia, Vanilla planifolia Andr. (conosciuta anche come Vanilla fragrans) appartiene alla famiglia delle Orchidaceae ed è una magnifica orchidea originaria del Messico e del centro America che viene coltivata per la produzione di vaniglia. L’uso della vaniglia come spezia risale alla notte dei tempi. Si sa con certezza che il popolo dei Totonachi (Messico) la usava come aromatizzante e con grande venerazione considerandola un dono degli dei. Fu Cortes a portare la vaniglia in Europa ed all’inizio veniva utilizzata solo in combinazione con  il cacao. Solo molti anni più tardi si iniziò ad usarla come aromatizzante unico e da quel momento inizò a diffondersi in tutto il mondo.Esistono altre specie che possono essere utilizzate a questo scopo e sono la Vanilla tahitiensis che si ritrova a Tahiti e la Vanilla pompona che si ritrova nelle Indie occidentali.La sua particolarità è che produce una sola foglia in ogni nodo assieme a robuste radici con le quale si ancora agli alberi.E’ una pianta che cresce anche 20 cm e non fiorisce fino a quando non ha raggiunto almeno 3 m di lunghezza.

I fiori dell’orchidea non sono molto grandi (4×6 cm) di colore giallo-verde. Normalmente in tutta la pianta si apre un solo fiore al giorno e tutta la fioritura della pianta dura circa un mese. La particolarità dei fiori è che si aprono al mattino e si richiudono la sera e non si riaprono più. Se non vengono impollinati durante questo unico giorno, dopo poco, cadono. Pur essendo autofertili non sono in grado di impollinarsi senza l’aiuto di un agente esterno che in natura è una farfalla mentre per la produzione commerciale viene fatta a mano e questa operazione rappresenta circa il 50% del suo costo di produzione.

-o0o-

COLTIVAZIONI ALTAMENTE REMUNERATIVE

Fra le coltivazioni più semplici ed altamente remunerative sono le piante bulbolari. Fra queste emerge lo zafferano. Di contro, rispetto ai costi di gestione vi sono gli alti costi di lavorazione, favorevoli se condotti da comunità autoctone o ad uso interno. Il bulbo, infatti, non secca, ed ogni anno può essere rimesso in posa sotto terra e attendere la fioritura e quindi la produzione del frutto. Ciò vale anche per piante ornamentali che sono da secoli oggetto di sperimentazioni per ottenere ibridazioni sempre più sofisticate.

LO ZAFFERANO

La pianta entra in stasi vegetativa nel periodo estivo compreso tra giugno e settembre. Nei primi giorni d’ottobre dal bulbo si originano 2 o 3 spate di colore bianco, rivestite da un rigido strato di tuniche, dalle spate fuoriuscite dal terreno escono dei mazzetti di circa 10 foglie. Alla fine del mese, tra le foglie, spuntano i primi fiori. L’attività vegetativa rallenta durante l’inverno per poi riprendere alla fine di marzo quando la pianta genera i nuovi bulbi. Da maggio le foglie cominciano gradatamente a essiccarsi, a giugno i nuovi bulbi hanno accumulato i materiale di riserva ed entrano in stasi vegetativa.

Tecnica di coltura annuale. Consiste nel prelevare dal terreno i bulbi-tuberi al termine di ogni ciclo vegetativo, quindi in estate, per poi rimetterli a dimora in un appezzamento di terreno differente da quello precedente. Questa tecnica è la più laboriosa ed impegnativa dal punto di vista del lavoro umano ma consente di ottenere una migliore qualità della spezia e dà la possibilità al coltivatore di poter controllare ogni anno lo stato di salute dei propri bulbi. La richiesta di manodopera ha un impatto notevole su questo tipo di coltivazione perché le procedure di lavorazione non sono facilmente meccanizzabili. Soltanto la lavorazione del terreno può essere svolta grazie all’utilizzo di macchine monocoltivatrici; tutto il resto, dal prelievo alla messa in dimora dei bulbi, è messo in atto grazie al lavoro manuale. In Europa a luglio o in agosto i bulbi sono raccolti dal terreno, operazione nella quale si utilizzano di solito picconi o piccole zappe, in questo modo è possibile estrarre i bulbi senza danneggiarli. Nella stessa giornata si procede alla mondatura dei bulbi, un processo che consiste nell’eliminazione della tunica del bulbo vecchio e nell’eliminazione dei bulbi troppo piccoli per essere utilizzati nella nuova coltivazione. I bulbi così preparati saranno reimpiantati pochi giorni dopo.

La spezia prodotta dal Crocus sativus contiene circa 150 sostanze aromatiche volatili. Inoltre lo zafferano è uno degli alimenti più ricchi di carotenoidi, contiene infatti sostanze come: la Zeaxantina, il Licopene e molti alfa-beta caroteni.

Il colore giallo-oro, che la spezia conferisce alle pietanze, è dovuto alla presenza dell’α-crocina. Questo composto è il risultato della reazione di esterificazione tra il β-D-gentiobiosio e il carotenoide crocetina. La presenza del glucosio conferisce alla crocina la proprietà di essere un composto idrosolubile. Allo stesso tempo la presenza della crocetina, un poliene contenente un gruppo carbossilico, rende la crocina un composto idrofobico, quindi solubile nei grassi. Lo zafferano inoltre contiene le vitamine A, B1 e B2.

Un tempo allo zafferano, di cui si utilizzano gli stimmi, venivano attribuite proprietà antispastiche, antidolorifiche e sedative. Oggigiorno, tuttavia, sono stati trovati composti abortivi e l’uso di 20 g. al dì di zafferano può anche risultare mortale per cui tutte le precedenti indicazioni terapeutiche sono decadute.
L’uso dello zafferano può provocare anche effetti collaterali quali: vertigini, torpore e manifestazioni emorragiche da riduzione del numero delle piastrine (trombocitopenia) e da ipoprotrombinemia (diminuzione della protrombina).

Lo zafferano, attualmente, viene utilizzato solamente dall’industria alimentare ed in gastronomia come spezia o come colorante, anche se è ricco di carotenoidi che riducono i danni cellulari provocati dai radicali liberi. Uno dei suoi utilizzi più tipici nella cucina italiana è nel risotto alla milanese o “risotto giallo”, così noto appunto per la colorazione che lo zafferano dà alla ricetta.

-o0o-

PIANTE BASE DELL’ALIMENTAZIONE NATURALE: LA COLTIVAZIONE ORTICOLA (Vedi Capitulare de Villis)

Più che sui cerali, la dieta sana è basata sui prodotti vegetali, coltivabili nelle proprie case in piccoli orti. Alcune piante crescono spontaneamente nei giardini e persino sui cigli delle strade, come i rovi, i lamponi, l’alloro, il cappero, i ribes, le fragoline di bosco, gli alberi da fico che fioriscono con i tipici frutti dolci e profumati; altre sono addomesticate in grandi coltivazioni come il noce, il nocciolo, il castagno, il sughero, ma anche la palma dei datteri, meno diffusa in Europa, il banano, la palma da olio e la palma da cocco, l’albero del pane, l’ananas, la papaia, l’avocado, la passiflora, l’abero della gomma, l’eucalipto, l’albero della canfora e il sandalo, il cacao, la vaniglia, l’acero e la canna da zucchero, il thè e l rabarbaro, il kiwi, il kaki, il mango, il caffè, la china, la coca e il matè. Quindi, a parte il mais, il grano, il frumento, il riso, l’orzo, la segale, l’avena, il miglio, il girasole, varie forme di grano tenero e duro, e quindi la canapa, il luppolo, il ricino, il lino, il rumié, la juta, il cotone, il tabacco, che richiedono coltivazioni intensive e grande consumo di energia e processi produttivi, elencheremo qui le piante più diffuse nei nostri orti, e più a buon mercato e a portata di mano anche di piccole comunità: – spezie  (noce moscata, cannella, pepe); aromi (lavanda, prezzemolo, erba cipollina, menta); – cipolle; – aglio; – porro; – scalogno; – aspargo; – cetriolo; – melanzana; – bieta; – cicoria; – senape; – patata; – finocchio; – anguria; – melone; – fragola; – le famiglie dei pomodori, della zucca e dello zucchino, della lattuga e del carciofo, del cavolo, della carota e dell’anice, del timo, della salvia (origano, rosmarino, basilico, malva), della barbabietola e dello spinacio, del peperone e peperoncino; e, sempre nell’orto, i seguenti legumi, da mangiare a pianta verde o essiccati: – fagiolo; – pisello; – lenticchia; – cece; – soia; – arachide; – tamarindo; – carrubo; – pistacchio.

A queste coltivazioni vanno aggiunte quelle tipicamente tropicali, quali la papata dolce, la manioca, il taro. Aggiungiamo gli alberi da frutta di origine orientale e ora anche a ornamento nei nostri giardini e non solo: susino, mandorlo, ciliegio, albicocco; pesco, nespoli, pero, melo, agrumi, olivo, vite.

—————–o0o—————–

VENIAMO ORA ALLA ORGANIZZAZIONE DELLE NOSTRE TERRE E DELLE NOSTRE GIORNATE. PRENDIAMO IL MODELLO FEUDALE.

QUANDO CI CHIEDONO SE NON RISCHIAMO DI TERRORIZZARE CITTADINI E ‘CUORI TIEPIDI’, RICORDIAMO CHE CARLO MAGNO, IL PIU’ GRANDE PROPRIETARIO TERRIERO D’EUROPA DEL SUO TEMPO, AL FINE DI SFRUTTARE AL MEGLIO ANCHE LE RISORSE GENERATE DALLE ATTIVITA’ AGRICOLE E PASTORALI, EMANÓ TRA IL 770 E L’800 DC. QUESTA FAMOSA ORDINANZA, DETTA:

Capitulare de villis

CHE COSI’ RECITA:

1-      Vogliamo che le nostre villae, che abbiamo impiantato perché servano ai nostri bisogni, siano totalmente al nostro servizio e non di altri uomini.

2-      Vogliamo che la nostra familia sia ben trattata e non ridotta in miseria da nessuno.

3-      Gli iudices si astengano dal porre la nostra familia al proprio servizio, non li obblighino a corvées, a tagliar legna per loro o a altri lavori né accettino alcun dono da essi, né cavallo, né bue, né maiale, né montone, né maialino da latte, né agnello, né altra cosa a meno che non si tratti di bottiglie, verdura, frutta, polli, uova.

4-      Se nella nostra familia qualcuno si rende colpevole nei nostri confronti di furto o trascura i suoi doveri, risarcisca il danno personalmente; per altre colpe sia punito con frustate secondo la legge, a meno che non si tratti di omicidio e incendio, risarcibili con ammenda. Agli altri uomini gli iudices rendano la giustizia a cui hanno diritto in base alla legge; per frodi nei nostri confronti, come già detto, la familia sia fustigata. Quanto ai Franchi stabiliti su terre fiscali o nelle nostre villae, qualsiasi reato commettano, lo scontino secondo la loro legge e qualsiasi ammenda versino, venga incamerata a nostro profitto, tanto per il bestiame che per altro.

5-      Quando i nostri iudices devono occuparsi di lavori sui nostri campi, come seminare o arare, raccogliere le messi, falciare il fieno o vendemmiare, ciascuno di essi, al tempo dei lavori, provveda ai singoli settori e faccia eseguire ogni cosa in modo che tutto sia ben fatto. Nel caso che lo iudex sia lontano da casa, invii sul posto che egli non ha potuto raggiungere un uomo esperto della nostra familia che provveda alle nostre cose o un altro di cui ci si possa fidare, in modo che tutto venga eseguito come si deve: lo iudex provveda in tempo a inviare un fedele che si occupi di queste cose.

6-      Vogliamo che i nostri iudices versino l’intera decima di ogni raccolto alle chiese che sorgono sulle nostre terre fiscali e che la nostra decima non sia versata alla chiesa di un altro, a meno che non si debba rispettare un’antica consuetudine. Non altri ecclesiastici ufficino queste chiese, ma i nostri, o della nostra familia o della nostra cappella.

7-      Ogni iudex adempia appieno al suo servizio, così come gli è stato assegnato; se si presentasse la necessità di dover servire oltre il previsto, si faccia dire se questo comporta solo il servizio diurno o anche le notti.

8-      Nostri iudices si interessino delle vigne nostre che fanno parte del loro ministerio, le curino bene e il vino lo mettano in buoni recipienti e stiano ben attenti che in nessun modo si guasti, acquistino ulteriore vino, procurandoselo con scambi in natura di animali, da inviare alle villae del re. Nel caso si sia acquistato più vino di quanto sia necessario per il rifornimento delle nostre villae, ce lo facciano sapere perché possiamo decidere quale uso farne. Ricavino dalle nostre vigne ceppi di vite e ce li inviino per impiantare altrove nuove coltivazioni a nostro vantaggio. I canoni in vino versati dalle nostre villae li inviino alle nostre cantine.

9-      Vogliamo che ogni iudex tenga nel suo ministerio le misure dei moggi, dei sestari – e dei recipienti da otto sestari – e dei corbi, corrispondenti alle misure che abbiamo in Palatio.

10-   Nostri maiores, gli addetti alle foreste, ai puledri, alle cantine, i decani, gli esattori di tributi, gli altri ministeriales collaborino ai lavori dei campi, diano in tributo maiali dai loro mansi, provvedano di manodopera i loro ministeria. Il maior in possesso di un beneficium designi un sostituto che si occupi in sua vece della manodopera e delle altre attività attinenti il servitium.

11-   Nessun iudex si serva dei nostri uomini o degli stranieri per la custodia dei cani o altre prestazioni a suo vantaggio.

12-   Nessun iudex dia ordini a un nostro ostaggio in una nostra villa.

13-   Si prendano cura dei cavalli da riproduzione – cioè i Waraniones – e non permettano che sostino a lungo in uno stesso luogo, perché questo non sia di loro detrimento. E se qualcuno non è più buono o è vecchio o è morto, ce lo facciano sapere per tempo, prima che venga il momento di essere inviati fra le giumente.

14-   Custodiscano bene le nostre giumente e separino i puledri quando è tempo di farlo; se le puledre si saranno moltiplicate vengano separate e se ne faccia un branco a parte.

15-   I nostri puledri siano in ogni caso presenti nei pressi del Palatium per la messa di San Martino, in inverno.

16-   Vogliamo che tutto ciò che noi o la regina abbiamo ordinato a ciascun iudex o lo abbiano ordinato a nome nostro i nostri ministeriales – il siniscalco e il sovrastante alle cantine – lo eseguano esattamente come è stato loro ordinato: chiunque trascuri di farlo per negligenza, si astenga dal bere dal momento in cui gli giunge il richiamo fino a quando non si presenta al cospetto nostro o della regina e chieda perdono. Se lo iudex milita nell’esercito o è incaricato di far la guardia o partecipa a un’ambasceria o è altrove, e ai suoi iuniores siano stati assegnati degli ordini rimasti ineseguiti, costoro vengano a piedi al palatium e si astengano dal bere o dal mangiar carne finché non forniscono le ragioni della loro mancanza. Subiscano quindi il castigo, o in frustate o in qualsiasi altro modo piacerà a noi o alla regina.

17-   Quante sono le villae presenti nel ministerium, altrettanti siano gli uomini che si occupano delle api a nostro profitto.

18-   Allevino polli e oche presso i nostri mulini, in base alla resa del mulino o come meglio possono.

19-   Nei nostri granai delle “ville più grandi” allevino non meno di cento polli e non meno di trenta oche, nelle “ville più piccole” non meno di cinquanta polli e dodici oche.

20-   Ogni iudex faccia pervenire per tutto l’anno alla curtis prodotti in abbondanza e faccia effettuare controlli tre quattro o più volte.

21-   Ciascun iudex tenga dei vivai di pesci là dove prima già c’erano e, se possono essere ampliati, li ampli; dove prima non c’erano, ma possono esserci, ne crei di nuovi.

22-   Chi coltiva vigne, tenga non meno di tre o quattro corone di grappoli.

23-   In ogni nostra villa gli iudices abbiano stalle per mucche, porcili, ovili per pecore, capre e montoni nel maggior numero possibile e non devono assolutamente esserne privi. Abbiano inoltre vacche proprie destinate al loro servizio e custodite dai nostri servi, cosicché in alcun modo si riduca il numero delle vacche addette al nostro servizio o agli aratri. E quando tocca loro il turno della fornitura della carne, forniscano buoi zoppi non malati, vacche e cavalli non rognosi o altri animali non malati. E, come già detto, non riducano per questo il numero delle vacche nelle stalle o agli aratri.

24-   Rientra nei compiti di ciascun iudex quel che va fornito per la nostra mensa; e quanto fornirà sia buono e di ottima qualità, ben preparato, con cura e pulizia. Ciascuno riceva dall’annona due pasti al giorno per il servizio alla nostra mensa, quando sarà di turno a servire. Forniture di altro genere siano in tutto sotto ogni aspetto di buona qualità, che si tratti di farina o di animali.

25-   Ai primi di settembre facciano sapere se si organizzano o no pascoli collettivi.

26-   Ai maiores non sia affidato nel ministerio un territorio più ampio di quel che può essere percorso o controllato in un sol giorno.

27-   Le nostre case abbiano sempre il fuoco acceso e siano sorvegliate per garantire la sicurezza. E quando messi o ambascerie vanno o vengono dal palatium, non alloggino assolutamente nelle curtes del re, senza uno speciale ordine nostro o della regina. Il conte nel suo ministerium o quegli uomini che già in passato si sono occupati dei messi o delle ambascerie, continuino ad occuparsi come in passato e dei cavalli e di ogni altra necessità, in modo che possano recarsi a palazzo o tornarne in modo agevole e decoroso.

28-   Vogliamo che ogni anno, durante la quaresima, nella domenica delle palme detta osanna, facciano recapitare, come prescritto, il ricavato delle nostre coltivazioni, dopo che ci avranno fatto conoscere per l’anno in corso a quanto ammonta la produzione.

29-   Per quei nostri uomini che hanno reclami da fare, ciascun iudex provveda che non debbano venire a reclamare da noi, e veda di non rimandare per negligenza i giorni in cui devono prestare servizio. E se uno straniero nostro servo reclamasse giustizia, il suo magister si batta con ogni impegno perché gli sia resa e, se in qualche posto non ci riesce, non permetta che il nostro servo debba penare da solo ma il suo magister, di persona o per mezzo di un suo inviato, provveda a informarcene.

30-   Vogliamo che da tutto quel che è stato prodotto venga accantonata la parte destinata a nostro uso. Ugualmente accantoni quanto deve essere caricato sui carri per le spedizioni militari, procurandoselo sia nell’abitato che presso i pastori, e registrino i quantitativi inviati a questo scopo.

31-   Allo stesso modo ogni anno facciano accantonare ciò che va distribuito ai braccianti e alle lavoratrici dei ginecei e a tempo opportuno lo distribuiscano integralmente e ci sappiano dire che uso ne fanno e come si riforniscono.

32-   Ciascun iudex provveda a rifornirsi di semente sempre buona e di ottima qualità, o comprandola o procurandosela altrimenti.

33-   Dopo che si sono fatti gli accantonamenti, si sono effettuate le semine e si è provveduto a tutto, la produzione avanzata sia conservata finché non facciamo conoscere le nostre disposizioni, se venderla o tenerla.

34-   Occorre dedicare molta attenzione perché i prodotti alimentari lavorati o confezionati a mano, siano tutti fatti o preparati con pulizia somma: il lardo, la carne secca o insaccata o salata, il vino, l’aceto, il vino di more, il vin cotto, la salsa di pesce, la senape, il burro, il malto, la birra, l’idromele, il miele, la cera, la farina.

35-   Vogliamo che si utilizzi la sugna delle pecore grasse e dei maiali, inoltre in ciascuna villa vi siano dei buoi ben ingrassati o per fame sugna sul posto o perché siano consegnati a noi.

36-   I boschi e le foreste nostre siano ben custodite; dove è necessario il disboscamento lo si faccia e non si permetta al bosco di invadere i campi; dove invece devono esserci i boschi, se ne impedisca uno sfruttamento che ne comprometta l’esistenza; tutelino la selvaggina presente nelle nostre foreste; si occupino anche degli avvoltoi e sparvieri per le nostre cacce; riscuotano con diligenza le tasse sui boschi a noi dovute. Se gli iudices o i maiores nostri o i loro dipendenti mandano i loro maiali al pascolo nei nostri boschi, siano i primi a pagare la decima per dare buon esempio, in modo che dopo anche gli altri paghino la decima interamente.

37-   I nostri campi e le culture siano ben curati e ci si occupi dei nostri prati quando è il momento.

38-   Dispongano sempre di un sufficiente numero di oche grasse e polli grassi destinati al nostro uso, da utilizzare quando è il loro turno di servizio o da farceli recapitare.

39-   Vogliamo che accettino i polli e le uova che i servi o i coloni consegnano ogni anno. Quando non servono, li facciano vendere.

40-   Ogni iudex faccia allevare nelle nostre villae sempre, senza eccezioni, uccelli caratteristici come pavoni, fagiani, anitre, colombe, pernici, tortore, a scopo ornamentale.

41-   Gli edifici delle nostre curtes e le siepi di recinzione siano ben curati e siano ben tenute le stalle, le cucine, i forni e i frantoi in modo che i nostri ministeriales possano attendere ai loro lavori con decoro e pulizia.

42-   In ciascuna villa negli alloggi ci siano a disposizione letti, materassi, cuscini, lenzuola, tovaglie, tappeti, recipienti di rame, di piombo, di ferro, di legno, alari, catene, ganci per paioli, scalpelli, accette o asce, succhielli, insomma ogni tipo di utensili, in modo che non sia necessario cercarli altrove o farseli prestare. Rientra nei loro compiti curare che gli arnesi di ferro da impiegare nelle spedizioni militari siano in buono stato e quando si rientra dalla spedizione siano conservati in casa.

43-   A tempo opportuno facciano distribuire ai nostri ginecei, come prescritto, il materiale necessario, cioè lino, lana, ingredienti o piante utili per tingere stoffe, pettini da lana, cardi per cardare, sapone, grasso, vasetti e altre minutaglie necessarie alla lavorazione.

44-   Ogni anno vengano inviati per nostro uso due terzi degli alimenti adatti al digiuno quaresimale: legumi, pesce, formaggio, burro, miele, senape, aceto, miglio, panico, ortaggi freschi e secchi e, inoltre, navoni, cera, sapone e altre minuzie. Di quel che avanza, come già detto, stendano una relazione e per nessuna ragione la tralascino, come hanno fatto finora, perché vogliamo confrontare i due terzi con la terza parte rimasta.

45-   Ogni giudice abbia nel suo ministerium buoni artigiani, cioè fabbri ferrai, orefici o argentieri, calzolai, tornitori, carpentieri, fabbricanti di scudi, pescatori, uccellatori, fabbricanti di sapone, di birra, di sidro o esperti nella fabbricazione di qualsiasi altra bevanda gradevole a bersi, fornai che ci forniscano pane di semola, fabbricanti di reti che sappiano fare delle reti, buone sia per la caccia che per la pesca che per catturare uccelli, altri ministeriales infine che sarebbe troppo lungo elencare.

46-   Facciano ben custodire i nostri recinti per animali, che il volgo chiama brogili, provvedano a ripararli quando occorra e non aspettino assolutamente che sia necessario rifarli nuovi. Facciano lo stesso per tutte le costruzioni.

47-   I nostri cacciatori, i falconieri e gli altri ministeriales addetti a stabile servizio nel palatium trovino assistenza nelle nostre villae quando noi o la regina ve li inviamo con precisi ordini scritti per fare qualcosa di nostra utilità, o quando il siniscalco o il bottigliere ordinassero loro di far qualcosa a nostro nome.

48-   I torchi nelle nostre villae siano efficienti e funzionari. I nostri iudices provvedano che nessuno si permetta di pigiare la nostra uva con i piedi, ma tutto si faccia con decoro e pulizia.

49-   I nostri ginecei siano ben strutturati, con alloggi, ambienti riscaldati, locali in cui le donne possano trascorrere le serate invernali; siano circondati da steccati ben saldi e muniti di solide porte, in modo che con tranquillità lavorino per noi.

50-   Ciascun iudex veda quanti puledri possano stare in una stalla e quanti debbano essere gli addetti ai puledri. Gli addetti che sono di condizione libera e posseggono benefici in quel ministerium vivano con le risorse dei loro benefici; anche i fiscalini che posseggono dei mansi vivano di questi e chi non li avesse percepisca una prebenda dalla curtis dominica.

51-   Ciascun iudex vigili perché i malviventi non possano nascondere sotto terra o altrove la nostra semente e, di conseguenza, il raccolto sia scarso. Vigilino anche perché nessun altra malefatta possa mai verificarsi.

52-   Vogliamo che agli stranieri sia resa piena e completa giustizia, secondo le loro leggi, da parte di chi vive sulle terre del fisco o nelle nostre villae, di condizione servile o libera che sia.

53-   Ciascun giudice vigili perché nel proprio ministerium non ci siano uomini ladri o delinquenti.

54-   Ciascun iudex badi che i nostri servi si applichino con impegno nel proprio lavoro e non perdano tempo gironzolando per i mercati.

55-   Vogliamo che i nostri iudices tengano conto di quanto hanno versato, utilizzato o messo da parte a nostra disposizione; ne tengano un altro per le uscite e ci facciano pervenire una relazione di quanto è ancora disponibile.

56-   Ciascun giudice nel proprio ministerium tenga frequenti udienze, amministri la giustizia e provveda che i nostri servi vivano onestamente.

57-   Se qualcuno dei nostri servi volesse dirci qualcosa che ci riguarda a proposito del suo magister, non gli si impedisca di venire da noi. E se lo iudex venisse a sapere che i suoi iuniores vogliono venire a palazzo a lamentarsi di lui, allora lo stesso iudex faccia pervenire a palazzo le lamentele suscitate contro di lui, in modo che i loro reclami non ingenerino fastidio alle nostre orecchie. Vogliamo anche sapere se vogliono venire per vera necessità o per vani pretesti.

58-   Quando i nostri cuccioli di cane siano affidati agli iudices per essere allevati, lo iudex stesso li nutra a sue spese o li affidi ai suoi iuniores – cioè maiores, decani o cellerarii – che li facciano allevare a loro spese a meno che non ci sia un ordine nostro o della regina di nutrirli nella nostra villa a spese nostre; e allora lo iudex stesso invii un servo a questo scopo che li nutra bene e disponga di che nutrirli senza dover ricorrere ogni giorno alla dispensa.

59-   Ciascun iudex, quando sarà di servizio, faccia dare ogni giorno tre libbre di cera, otto sestari di sapone e inoltre, per la festa di Sant’Andrea, dovunque ci trovassimo coi nostri servi, faccia dare sei libbre di cera; lo stesso faccia durante la quaresima.

60-   I maiores non vanno scelti fra gli uomini potenti, ma fra quelli di media condizione che abbiano prestato il giuramento di fedeltà.

61-   Ciascun iudex, quando è il suo turno di servizio faccia portare a palazzo il suo malto; vengano anche con lui i magistri che producano ivi della buona birra.

62-   Ciascun iudex, ogni anno per Natale ci sottoponga un elenco particolareggiato, chiaro e completo, che precisi l’ammontare complessivo e particolareggiato di quanto viene prodotto dal lavoro effettuato dai buoi custoditi dai nostri bovari, quanto rendono i mansi che essi debbono arare, il reddito derivante dai maiali, dalle tasse e dai prestiti effettuati, dalle multe, dalla selvaggina catturata nelle nostre riserve senza nostro permesso, dalle composizioni, dai mulini, dalle riserve di caccia, dai campi, dalle riscossioni sui ponti, dai traghetti, dagli uomini liberi e da quelli delle centene che prestano servizio su terre fiscali, dai mercati, dalle vigne, da chi vende vino, dal fieno, dalla legna da ardere e da illuminazione, dalle tavole o altro legname da lavorare, dai legumi, dal miglio, dal panico, dalla lana, dal lino, dalla canapa, dai frutti degli alberi, dalle noci e dalle nocciole, dagli alberi innestati, dagli orti, dai navoni, dai vivai, dal cuoio, dalle pelli, dalle corna, dal miele e dalla cera, dal grasso, dal sego, dal sapone, dal vino di more, dal vin cotto, dall’idromele e dall’aceto, dalla birra, dal vino nuovo e da quello stagionato, dall’ultimo raccolto di grano e da quello vecchio, dai polli, dalle uova, dalle oche, dai pescatori, dai fabbri, dai fabbricanti di scudi e dai calzolai, dalle madie, dai cofani, dagli scrigni, dai tornitori, dai sellai, dai ferrai, dai fonditori di ferro e di piombo, dai tributari. dai puledri e dalle puledre.

63-   Non sembri troppo duro ai nostri iudices se chiediamo tutte queste cose perché vogliamo che anch’essi richiedano ugualmente tutto ai loro iuniores senza animosità alcuna; e l’ordinata amministrazione che un uomo deve tenere in casa sua o nelle proprie villae, i nostri iudices la devono tenere nelle nostre villae.

64-   Le basterne, i nostri carri che noi utilizziamo in guerra, siano ben fatti e le loro aperture siano ben chiuse col cuoio, così ben cuciti che, se si presentasse la necessità di dover attraversare l’acqua a nuoto, possano valicare i fiumi con le derrate in essi contenute, l’acqua non possa penetrare all’interno e il tutto possa passare, come già detto, senza danni. E vogliamo che ogni carro sia carico della farina occorrente al nostro sostentamento, cioè dodici moggi di farina; su quelli che trasportano vino carichino dodici moggi corrispondenti al nostro moggio; ogni carro sia provvisto di scudo e lancia, faretra e arco.

65-   I pesci dei nostri vivai siano venduti e sostituiti con altri, in modo che ci siano sempre dei pesci; tuttavia quando noi non veniamo nelle villae siano venduti e gli iudices destinino il ricavato a nostro profitto.

66-   Ci rendano conto delle capre, dei becchi e delle loro coma e pelli e ogni anno ci riforniscano con le loro carni grasse salate.

67-   Ci tengano informati sui mansi incolti e sui servi da poco acquisiti di cui dispongano, che non si sappia dove collocare.

68-   Vogliamo che ogni singolo iudex abbia sempre pronti dei buoni barili cerchiati di ferro, che possano essere utilizzati nelle spedizioni militari o inviati a palazzo, e non faccia mai otri di cuoio.

69-   Ci tengano sempre informati sulla presenza di lupi, su quanti ciascuno ne ha catturati e ci facciano presentare le loro pelli; nel mese di maggio diano la caccia ai cuccioli di lupo e li catturino col veleno, con esche, con trappole, con cani.

70-   Vogliamo che nell’orto sia coltivata ogni possibile pianta: il giglio, le rose, la trigonella, la balsarnita, la salvia, la ruta, l’abrotano, i cetrioli, i meloni, le zucche, il fagiolo, il cumino, il rosmarino, il careium, il cece, la scilla, il gladiolo, l’artemisia, l’anice, le coloquentidi, l’indivia, la visnaga, l’antrisco, la lattuga, la nigella, la rughetta, il nasturzio, la bardana, la pulicaria, lo snúmio, il prezzemolo, il sedano, il levistico, il ginepro, l’aneto, il finocchio, la cicoria, il dittamo, la senape, la satureja, il sisimbrio, la menta, il mentastro, il tanaceto, l’erba gattaia, l’eritrea, il papavero, la bieta, la vulvagine, l’altea, la malva, la carota, la pastinaca, il bietolone, gli amaranti, il cavolo-rapa, i cavoli, le cipolle, l’erba cipollina, i porri, il rafano, lo scalogno, l’aglio, la robbia, i cardi, le fave, i piselli, il coriandolo, il cerfoglio, l’euforbia, la selarcia. E l’ortolano faccia crescere sul tetto della sua abitazione la barba di Giove. Quanto agli alberi, vogliamo ci siano frutteti di vario genere: meli cotogni, noccioli, mandorli, gelsi, lauri, pini, fichi, noci, ciliegi di vari tipi. Nomi di mela: gozmaringa, geroldinga, crevedella, spiranca, dolci, acri, tutte quelle di lunga durata e quelle da consumare subito e le primaticce. Tre o quattro tipi di pere a lunga durata, quelle dolci, quelle da cuocere, le tardive.

NOTA BENE

Si fa presente che questo documento è stato redatto nell’800 d.C, ossia, prima dell’anno 1000 e prima della scoperta delle americhe e delle grandi spedizioni nautiche intorno al mondo che portarono anche alla costituzione della Compagnia delle Indie. Molti frutti, ortaggi, tuberi, cereali, legumi, erbe, piante, persino animali, ancora non si conoscevano: si pensi alle patate, al pomodoro, alle banane, alla melanzana (mela insana), al caffè, al mais, al peperone e al peperoncino e a molti altri nostri ingredienti, alimenti, ornamenti di tutti i giorni che ci sembrano esserci sempre stati.

———————o0o——————–

Riso

Il riso, una graminacea del genere Orzya, è il cereale più diffuso del mondo, alimento base per miliardi di persone. È originario dell’Asia, dove è coltivato da tempi remotissimi.

Il riso può essere coltivato a temperature e ad ambienti diversi: su terreni asciutti, semisommersi o sommersi.

La coltivazione del riso in acqua è possibile poiché la pianta possiede dei canalicoli che consentono di trasportare l’aria dalla parte emersa a quella sommersa.

In Italia, la maggiore produttrice europea di riso, viene coltivato semisommerso per garantire una temperatura (20 gradi) e una umidità costanti. Le zone dove la risicoltura è applicata più intensamente sono quelle di Vercelli, Novara e Pavia. La semina avviene in primavera e il raccolto a fine ottobre.

Un tempo le mondine si occupavano di estirpare le piante estranee (mondatura), oggi si utilzzano diserbanti.

Il prodotto della coltivazione è il risone o riso grezzo, che viene subito essicato per evitare lo sviluppo di muffe causato dalla elevata umidità.

Lavorazione del riso

Con la pulitura vengono eliminate dal risone le sostanze estranee (terra, sassi, semi, ecc.).

Segue la sbramatura, con la quale viene eliminata la lolla, la parte esterna del chicco costituita da glume e glumelle. Il prodotto ottenuto è il riso integrale.

Con la sbiancatura i chicchi di riso vengono limati con l’azione ripetuta di macchine apposite, con lo scopo di eliminare le parti più esterne (pericarpo, germe, endosperma, strato aleuronico). Durante questa fase i chicchi vengono selezionati, e quelli piccoli e difettosi vengono eliminati.

Il prodotto può essere venduto come tale o trattato con talco e glucosio

(brillatura), o con oli insapori e inodori (vasellina). Questi trattamenti sono prettamente estetici, dunque sono inutili.

La resa di tutte le operazioni è del 60% circa.

Qualità nutrizionali

Riso

Il riso è uno dei cereali più ricchi di amidi (oltre il 75%) e poveri di proteine (6-7%). Le proteine del riso hanno un discreto valore biologico (vanificato dalla scarsa quantità), contengono poca prolammina e quindi rendono impossibile la formazione del glutine e la conseguente lavorazione della farina.

Il contenuto di lipidi è molto basso (3% nel riso integrale, ancora meno in quello bianco), come quello in vitamine e sali minerali, contenuti negli strati esterni che vengono asportati con la lavorazione.

Il riso ha un indice di sazietà medio-basso, anche se maggiore di quello della pasta poiché, assorbendo una quantità di acqua maggiore, sviluppa un volume e un peso maggiore a parità di calorie.

Calorie e valori nutrizionali del riso

Guida all’acquisto

Il riso si presenta in diverse forme, ognuna delle quali ha un preciso scopo nelle diverse preparazioni.

Il riso è classificato per legge in comune, semifino, fino, superfino, in ordine crescente di grossezza dei chicchi e resistenza alla cottura. In neretto sono indicate le qualità più pregiate.

CLASSIFICAZIONE DEL RISO E QUALITÁ ITALIANE
COMUNI (chicchi piccoli e tondi) Cottura 12-13 min SEMIFINI (chicchi tondi di media lunghezza) Cottura 13-15 min FINI (chicchi affusolati e semi affusolati) Cottura 14-16 min SUPERFINI (chicchi grossi lunghi e molto lunghi) Cottura 16-18 min
OriginarioBalillaBalilla grana grossaCripitoRubino Rosa marchettiLidoTitanioMonticelliItalicoMaratelliPiemontePadano

Romeo

Vialone nano

RibeEuropa R.B.RingoRomanico P.MarchettiRadonVeneriaRizzotto

S. Andrea

Vialone nero

ArborioRediVolanoRomaRazza 77BaldoCarnaroliItalpatria

Silla

Gritna

Il riso parboiled subisce un particolare trattamento che consente di aumentare il contenuto di micronutrienti. Esso viene ammollato in acqua, cotto a vapore, seccato e poi sbramato e sbiancato in modo tradizionale. Il trattamento consente ai nutrienti idrosolubili delle parti più esterne di diffondersi all’interno del chicco e non disperdersi durante la cottura.

Risi esotici

I risi prodotti in Italia sono adatti alle preparazioni tipiche del nostro paese: risotti, minestre, dolci. In oriente il riso viene usato soprattutto come condimento, e quindi ha caratteristiche diverse. Per esempio, non si prepara come i risotti, ma va cotto separatamente e aggiunto agli alimenti già preparati.

Il riso Basmati cresce in India e in Pakistan. È caratterizzato da chicchi lunghi e sottili, che non si gonfiano durante la cottura ma bensì tendono ad allungarsi. Il sapore è delicato e aromatico. I chicchi tendono a rimanere asciutti e separati.

Il riso Jasmine è coltivato in Thailandia. Ha un sapore e una forma simili al Basmati, può essere utilizzato per le preparazioni tipiche tailandesi, in accompagnamento a carni e pesci in umido.

Conservazione

Il riso tende ad assorbire l’umidità con molta facilità, quindi è bene sigillare accuratamente le confezioni aperte e conservarle in luogo fresco e asciutto.

———————o0o——————–

IL FORMAGGIO DEL ROSARIO O DEGLI ARCIERI

 Il formaggio (“de caseus formatus”) è un alimento di primissima qualità, sebbene, prevalentemente,  ricco di grassi e di calcio ma dalle notevoli qualità nutritive “a portata di mano”. Il suo vero problema è che costa molto se lo si acquista sugli scaffali di un negozio. Eppure è un prodotto naturale che richiede la semplice cottura del latte intero, l’aggiunta del caglio vegetale o animale (composto enzimatico nello stomaco dei lattanti), la rottura della cagliata, una forma e un deposito a temperatura adeguata per la stagionatura e può essere realizzato in proprio senza apparecchiature sofisticate.

Il Formaggio del Rosario deve essere prodotto con latte purissimo e di alta qualità, non inquinato in alcun modo da disinfettanti, pesticidi o antibiotici, sostanze di uso comune nell’agricoltura e nell’allevamento. In caso contrario non potrebbero riprodursi le muffe ed i fermenti lattici, molto delicati e sensibili all’ambiente che li circonda e responsabili delle caratteristiche organolettiche del nostro prodotto.

I fermenti lattici sono infatti indispensabili alla produzione di questo formaggio e sono simili sia ai bacilli contenuti nello yogurt ma ancor di più a quelli presenti nei prodotti in vendita in farmacia ed utilizzati come antidiarroici. Le muffe, responsabili delle caratteristiche venature verdastre, appartengono alla specie “Penicillum roqueforti” di cui sono da ricordare le sottospecie “glaucum” e “weidemannii”, parenti dei ben più famosi “Penicillum notatum” e “chrysogenum”, da cui viene ricavata la penicillina.

Viene spontaneo a questo punto domandarsi se i fermenti lattici e le muffe ma ancor più le sostanze prodotte dal loro metabolismo non abbiano qualche influenza positiva sulla flora batterica intestinale, associata ad una certa attività batteriostatica ed antibiotica. Probabilmente i nostri antenati l’avevano capito con il buon senso e l’esperienza mentre a noi, spetterà il compito di dare un’evidenza scientifica a queste leggende.

Dunque, il Formaggio del Rosario cremoso e nel contempo a pasta dura consistente e friabile con aggiunta di fermenti lattici e muffe (erborinatura) alla maniera dello stracchino di gorgonzola, unico nel suo genere perché concepito anche in latte di pecora, bufala e capra nelle giuste proporzioni, è stato studiato per essere alla portata di chi vive a contatto della natura e ha tempo per dedicarsi alla vita sana. Un formaggio che si integra perfettamente con la Dieta dell’Arciere, capace di raccogliere in sé le specificità tipiche dei formaggi che adoriamo: che si sciolga come la scamorza, che sia delicato come il gorgonzola, buono come il pecorino, delizioso come il brie, piccante come il provolone, o friabile come il caciocavallo. Un formaggio speciale, che si indurisce con il freddo, che si scioglie con il calore, che si cuoce nel forno, che in bocca assuma la fraganza del burro conservando sempre il suo unico e irripetibile sapore di erba medicinale. In questo senso avremmo potuto riprodurre anche il parmigiano, la mozzarella (fiordilatte e di bufala), lo stracchino, la crescenza, l’asiago, la ricotta, la fonduta, la robiola, il taleggio,  l’emmental, il mascarpone, l’auricchio, la caciotta, la toma, ma la loro granulazione o cagliata, è incompatibile con quella del nostro formaggio, ottenuto con la mistura di latte di vacca con quello di pecora ed erbe medicinali a 36° (temperatura corporea), riportato poi più volte sul fuoco (3, come i Misteri del Rosario), ad una temperatura media di 33° (età di Nostro Signore) rompendo continuamente la cagliata in frammenti grandi come noccioli di olive o grani del Rosario (da cui il Formaggio del Rosario o degli Arcieri).

E’ un formaggio progettato per durare nelle stagioni, essere mangiato fresco, lasciato invecchiare senza perdere la dolcezza e la morbidezza e addirittura migliorare le sue capacità organolettiche e medicinali.

Un formaggio che può essere prodotto in forme ma senza crosta onde evitare l’essiccatura delle parti interne.

Molto ricco in minerali e vitamine, contiene una notevole quantità di proteine nobili ed una percentuale di grassi non particolarmente elevata se paragonata ad altri formaggi. In conclusione si può affermare che il Formaggio del Rosario è un alimento unico e straordinario per la sua storia, per le sue proprietà nutrizionali e antiossidanti, per le sue caratteristiche organolettiche e di genuinità, per la sua palatabilità e digeribilità e per le sue grandi potenzialità nella cucina.

RICETTA – PROCESSO DI CAESIFICAZIONE

15 litri di latte (8 vaccino 7 di pecora), 1 yogurt intero, caglio liquido MIR (vedi nota ossia 15 gr. X 100 litri latte sano) (o 2 cucchiaio di aceto o 1 limone -per far addensare il formaggio al posto del caglio- il tutto per ogni litro di latte scaldato poi portato a ebollizione), muffe penicilium glaucum, sale grosso.

Preparare le spore delle muffe prendendo un pezzo di gorgonzola (inizialmente e di Formaggio del Rosario successivamente), sciogliendolo in un bicchiere di latte tiepido. Lasciare riposare 24h. Un’ora prima aggiungere al latte (15 litri) uno yogurt intero con tutte le spore. Portate il latte a 36° (temperatura corporea che riproduce la temperatura basica dello stomaco del vitello o dell’agnello). Aggiungere il caglio. Mescolare e attendere circa un’ora, lontano dal fuoco, stendendovi un canovaccio sopra, che si formi la cagliata. Quando la cagliata sarà pronta, bisogna tagliarla con un coltello (o con il braccio) a fette di centimetri 5 (le successive a fette tra 5/10 millimetri) smuovere con un frullino a mano da dolce e lasciarla poi riposare per 10 minuti. Attendere ancora 10 minuti. Prelevare la cagliata con un mestolo bucato. Riempire la fuscella a piccoli fori poco alla volta, premendo affinchè esca il siero (spurgo). Per migliorare la fuoriuscita del siero, mettere al centro della fuscella un bastoncino da 2 centimetri. Completata l’operazione rovesciare acqua bollente sopra per la lisciviatura e salare in salamonia avendo cura di girare dopo un’ora dall’altro lato. Mettere sopra un coperchio ed alcuni pesi per circa 12 ore. La forma è pronta. Con il siero rimasto si può nel frattempo ricavare una ricotta pronta a essere mangiata fresca (prima va riportato tutto ad un buon grado di temperatura). Per il Formaggio del Rosario bisogna mantenere una temperatura non troppo bassa ed una umidità alta. Porre la fuscella con il formaggio dentro un sacco di platica “non chiuso” per 24 ore, facendo sì che non tocchi il formaggio. Dopo 24 ore sformare il formaggio. Riempire di fori in tutti i lati. Cospargete lo sformato di sale grosso pestato al mortaio e lasciatelo riposare per tre giorni girandolo ogni tanto. Lasciarlo sempre coperto e ad una temperatura un po’ più bassa. Togliere il sale rimasto e aggiungere altri fori. Mettere la forma a stagionare, sempre coperta a circa 7-8 gradi. Lasciarla ferma fino a che la crosta non diventi color giallo paglia e si vedono comparire le prime muffe. Quandi avvolgere la forma nella carta stagnola e lasciare stagionare da 30 a 45 giorni a temperatura inferiore a 10°. Finalmente si può tagliare la forma e gustare il Formaggio degli Arcieri dedicato al Santo Rosario e a Nostra Signora della Tenda ed espressione viva dell’ontologia cristiana

Cagliodoro – Prodor Piacenza localita Caldarola29022 Bobbio (PC)Telefono 0523 936190 – Assistenza tecnica 3356274576 – Fax 0523 937713

laboratorioprodor@alice.it

cagliodoro@alice.it

———————o0o——————–

CANAPA

“Perchè esaurire le foreste che sono nate attraverso i secoli e le miniere che necessitano di molti anni per formarsi, se possiamo ottenere l’equivalente di una foresta e dei prodotti minerari attraverso la coltivazione annua dei campi di canapa?”

(Henry Ford)

LA CANAPA: ENERGIA VITALE.

All’inizio del 1900 l’Italia era il maggior produttore di canapa (1) tessile del mondo! Incredibile a dirsi. L’ideale per una civiltà come era quella dei borghi.

Il tessuto di canapa è stata la prima fibra ad essere utilizzata dall’uomo, già ottomila anni fa. E l’Italia conservava questa sana e buona pratica nella cultura contadina e cristiana, fondata su una economia della conoscenza.

Usata per secoli per la produzione di tessuti, è quasi scontato che oggi la canapa rappresenti la principale risorsa per uno dei più importanti settori del nuovo mercato naturale  ecologico, vale a dire quello dell’abbigliamento. Ma non solo, viste le oltre 2000 applicazioni che ha per le sue specifiche risorse.

Dal punto di vista tessile molti pensano che la canapa sia un materiale ruvido e grezzo, e non riescono ad immaginare niente di diverso da una tela da sacco.

Questa purtroppo è l’eredità di anni di cattiva e malainformazione (o comunque di assenza di informazione) riguardo alla cannabis ed ai suoi molteplici usi.

La ruvidezza e la robustezza di un tessuto dipendono, infatti, dai metodi di tessitura e filatura. La canapa, come il lino e le altre fibre, può vantare diversi gradi di filatura, dalla corda grezza fino al tessuto più fine. Per questo, dopo una particolare lavorazione, la canapa può risultare più soffice del cotone

Infatti, la fibra organica e naturale di canapa è leggera, super-resistente ed interamente biodegradabile. Grazie ad una accurata lavorazione artigianale (realizzata con macchine e su telaio a mano), il filo di canapa conserva intatte le sue caratteristiche naturali: grazie alla sua particolare struttura molecolare la canapa mantiene la temperatura ideale per chi la indossa: è quindi  calda d’inverno, fresca d’estate. Inoltre protegge dall’inquinamento elettromagnetico, dai raggi infrarossi e Uva, creando una barriera che assorbe fino al 95% le irradiazioni nocive alla pelle senza farle filtrare.

Il tessuto di canapa assorbe l’umidità senza farla passare sulla pelle, resiste agli strappi ed effettua un micromassaggio sulla pelle, contribuendo alla regolare circolazione sanguigna. Inoltre, più si lava più diventa bello. Unica avvertenza: i capi in canapa non vanno lavati in lavatrice, per evitare che lo sfregamento con parti metalliche possa rovinare il tessuto da bagnato.

Negli ultimi anni, l’abbigliamento in canapa ha saputo riscattarsi da decenni di forzato anonimato, per riguadagnare in pieno la fama e lo splendore di un tempo. Questo grazie soprattutto ad una nuova presa di coscienza da parte delle persone “responsabili” ed “informate”, che si mantengono fuori dalla omologazione e dagli stereopiti della società moderna e di Mammona, che preferisce non tanto spendere di più per prodotti che promuovono uno stile di vita più naturale unitamente ad un maggiore rispetto per l’ambiente, quanto vivere in rapporto a ciò che è naturale e che facilita una vita di relazione vera.

La coltivazione la canapa infatti non richiede l’uso di pesticidi (come invece accade al cotone): la canapa non è solo un prodotto di grande valore ecologico, ma è soprattutto benefica per la nostra salute, non richiede uso di materiale chimico derivato dal petrolio o che richiede consumo di energia da carburante, ed è armonizzabile con l’ecosistema del pianeta perché, fra l’altro, non inquina.

La canapa viene utilizzata, dunque, da millenni e da molte popolazioni per superare epidemie e carestie (la popolazione dell’Australia riuscì a sopravvivere a molte carestie nutrendosi di semi e fiori di canapa). La sua coltivazione senza uso di diserbanti e pesticidi, riduce l’effetto serra e con il seme della canapa potrebbe salvare la vita a circa a molti di quei bambini che muoiono prima di aver compiuto 5 anni (60%).

Grande utilità

Tra tutte le piante, il seme della canapa è quello con la più alta percentuale di acidi grassi essenziali: 55% di acidi linoleici e 25% di acidi linolenici presenti in un rapporto ottimale ed equilibrato. Sostanze di assoluto valore ai fini cosmetici e dietetici (effetti antimicrobici, antiallergici, emollienti), essi contribuiscono a trasformare gli alimenti in energia e al trasporto di questa nel nostro corpo. Influiscono profondamente sulla crescita, sulla vitalità e vivacità intellettuale e contribuiscono a creare una barriera protettiva contro virus e batteri. La tensioattività di questi acidi grassi essenziali permette di trasportare sostanze come le tossine sulla superficie della pelle, sulle pareti dei tratti intestinali, dei reni o dei polmoni, favorendone l’espulsione.

I semi hanno un guscio esterno naturale che protegge gli oli e le vitamine (B1, B2, E) presenti all’interno; tostati sono ottimi per condire le insalate o come muesli nello yogurt; possono essere schiacciati per ottenere una pasta simile al burro di arachidi, ma con un sapore più delicato. Ci si possono ricavare anche caramelle che non guastano i denti. Gli oli da massaggio, grazie all’elevata fluidità e forza penetrativa, sono in assoluto tra i migliori per le articolazioni e per i grandi benefici rilassanti.

Le capsule di olio – spremuto a freddo – di canapa rinforzano il sistema immunitario e rappresentano un importantissimo integratore per la salute. Aiutano in caso di alterazioni del metabolismo e in caso di irritazione dell’epidermide. La linea di cosmetici e igiene personale è anti-aging: reidrata la pelle, restituendone elasticità ed emollienza, prevenendone l’invecchiamento e mantenendone uno stato di salute ottimale. Particolarmente indicata per il trattamento della pelle secca, disidratata, senile. Gli effetti benefici progrediscono col perdurare dell’uso.

Abbigliamento Ecologico

Dopo accurate ricerche alcune aziende dedicate hanno sperimentato e avviato (avvalendosi di prestigiose consulenze tecniche) la lavorazione ed il lavaggio ecologico di maglieria e tessuti in canapa, con ottimi risultati di resistenza alla luce e al lavaggio. Con un look di tendenza per gli Arcieri, anche la nostra linea di abbigliamento da donna, uomo e bambino rappresenta frutto di una sapiente lavorazione “Facto in Xenobia” su materie prime di altissima qualità.

I nostri filati per maglieria e tessuti in canapa 100% nei colori naturali e 50% canapa greggia 50% lana colorata a pettine, o in mischia con lino biologico KBA ed in cotone biocertificato, conservano integralmente la loro particolare struttura molecolare che li rende freschi d’estate (assorbono fino al 95% i raggi infrarossi ed UVA, nocivi per la pelle, impedendo loro di filtrare) e caldi e confortevoli d’inverno. Essi, infatti, assorbono l’umidità senza lasciarla passare sulla pelle. La nostra tintura vegetale (resistente alla luce e ai lavaggi) è una emanazione della forza della natura che influisce in modo positivo sulla nostra psiche e garantisce alla nostra pelle una sana respirazione.

T-shirt 55% canapa 45% cotone organico

Il progetto EcoXenobia/Archerpower nasce dall’idea di utilizzare la canapa come MATERIA PRIMA in quanto dimostratasi altamente environmental friendly (ambientalmente compatibile) in ogni fase del suo ciclo di vita.

E’ indubitabile che esiste una forte associazione tra la pianta di canapa intesa come droga piuttosto che come risorsa ecologica industrialmente utilizzabile e come fonte di energia pulita. Cerchiamo con voi di sfatare questo equivoco.

Perché è progressivamente scomparsa, la canapa?

Raramente s’incontra chi denunci il disegno di scomparsa progressiva della canapa come materiale industrialmente utilizzabile a favore di materiali più costosi e controllabili dalle lobby. Gli Arcieri lo fanno portando con se, sempre, dei semi di canapa. E questo per non dimenticare la scomparsa della canapa e le ragioni che l’hanno fatta accantonare per favorire la crescita di un’economia basata sul petrolio e delle fibbre artificiali (vedi NyLon –New York/London). Gli interessi dietro alle leggi che hanno portato al proibizionismo sono enormi.

Ovviamente la canapa di per se non fa business. E’ coltivabile da tutti e tutti avrebbero potuto produrre carburante a casa; la canapa potrebbe essere di tutti… Invece plastica, metallo e, soprattutto, petrolio, sono solo delle Lobby. APRIAMO GLI OCCHI E NON FACCIAMOCI PRENDERE IN GIRO! La tecnologia come la conosciamo oggi, è stata inventata e sviluppata negli ultimi 50 anni, e adesso potrebbe essere soltanto migliorata, arrivando a produrre persino la resina con cui venne costruita la mitica Ford T che già allora risultava parecchio resistente rispetto alle attuali carrozzerie… In un filmato dell’epoca, il modello Ford venne preso a “mazzate”… già… proprio con una mazza… Ebbene… La mazza rimbalzava e l’auto non si scalfiva e non si spaccava.

Un dono del Cielo

Usata fino agli anni Trenta per produrre cordame, vestiti, carta, cappelli, scarpe e medicine che venivano somministrate anche ai bambini; utilissima nella cura di mali quali epilessia, glaucoma, asma, depressione, mal di testa, per secoli la cannabis sativa è stata largamente impiegata in Oriente e Occidente. Finché il proibizionismo ne ha osteggiato la produzione, assimilando ogni varietà di canapa alla droga conosciuta come marijuana, basata sulle foglie di cannabis indica. Oggi la stiamo riscoprendo, forse grazie alla crisi.

Un’ottima materia prima persino per le vele delle navi. Una pianta facilissima da coltivare…

…Poi la navigazione a vela venne sostituita da quella a vapore; e si è scoperto che con la carta da albero si usavano più solventi chimici, e che costava meno. Poi si svilupparono nuovi materiali plastici e vernici a partire sempre dal petrolio… e il gioco era fatto. I grossi gruppi industriali si coalizzarono portando avanti una martellante campagna stampa durata anni, che riuscì a convincere la popolazione che la “canapa” era la “marijuana” (termine prima sconosciuto, scelto ad hoc per sostituire nell’immaginario collettivo l’associazione canapa-pianta benefica) e farla passare invece al pari di una droga.

Così, nel 1937 prese corso il proibizionismo negli Stati Uniti (che per alcuni fu l’origine del consumo smodato di sigarette di cannabis) e gradualmente, anche in Italia, all’epoca ancora uno dei principali produttori di canapa, ci si dimenticò, di quanto la cannabis fosse efficace anche come rimedio quasi privo di controindicazioni per le più svariate malattie (epilessia, glaucoma, asma, depressione, mal di testa…).

Ci si dimenticò di quanto fosse vantaggioso, per l’economia e per l’ambiente, riciclare i vecchi vestiti in canapa per produrre carta e stracci.

Pensando al progresso e ascoltando la propaganda pubblicitaria, non si sapeva e non ci si poteva immaginare (grazie anche alla scienza subordinata ai poteri mondiali e alle multinazionali criminali), ancora, quali e quanti danni avrebbero prodotto le industrie petrolchimiche, né dove avrebbe condotto l’utilizzo indiscriminato del legno; e si preferì ignorare anche gli effetti indesiderati dei farmaci.

Ed eccoci arrivati ad oggi: la canapa non si coltiva più, non si lavora più, e i suoi derivati oggi costano molto. E così, se pensiamo di recuperare questa cultura, possiamo sì comprare i cosmetici o abiti realizzati con canapa, ma solo in mercati di nicchia e a caro costo. E per curarci con le stesse erbe che usavano i nostri nonni, rischiamo anche sanzioni comunitarie e internazionali.

La carta di canapa, invece, è molto difficile da reperire, mentre i semi – ricchi di nutrienti, alcuni dei quali molto rari – sono altrettanto introvabili. Alle auto, invece, come quella realizzata in prototipo da Henry Ford negli anni cinquanta, più funzionale di quelle in plastica e metallo (pesava un terzo di meno!), non ci pensa più nessuno. E ancor meno nessuno pensa alla canapa come biomassa, cioè come fonte di energia, come combustibile per riscaldamento e come carburante per i trasporti.

Fortunatamente c’è chi è tornato a coltivare canapa, stimolato anche dalle recenti sovvenzioni della Comunità europea, e chi è riuscito a produrre un sostituto del cemento proprio con la cannabis! Chissà quanti altri impieghi (oltre ai numerosissimi già studiati e realizzati) si potrebbero inventare sulla base di questa pianta, così versatile che per gli indù fu un dono degli dei spuntata dove essi lasciarono cadere una goccia di nettare.

Allora si capisce che i gruppi del settore petrolchimico siano spaventati da un ritorno alla canapa e da comunità che si formano attorno alla su produzione: per questo potrebbe scomparire di nuovo ogni sano proposito. Il settore industriale, farmaceutico, edilizio e persino il campo medico, progettuale, agricolo, commerciale, potrebbero subire una sostanziale ristrutturazione che loro assolutamente hanno interesse a bloccare quanto prima.

Eppure l’acqua, l’aria, la terra, ma persino la nostra esigenza spirituale, il paesaggio verrebbero sollevati da un grosso sforzo di smaltimento. Infatti:

– la carta di canapa non richiede acidi sulfurei (principali inquinanti dei fiumi), sbiancanti (che producono diossina), l’abbattimento di alberi (le coltivazioni di canapa, invece, crescono velocissime e producono, per ogni acro coltivato, una quantità di cellulosa superiore di 4 volte rispetto a quella ricavata dal legno);

– la pianta di canapa è interamente sfruttabile, quindi presenta poco scarto, e comunque biodegradabile o facilmente riciclabile;

– le coltivazioni di canapa non necessitano di pesticidi chimici e come miglior fertilizzante richiedono il concime e si adattano anche a terreni aridi e sfruttati; per ogni acro coltivato, rendono da 2 a 3 volte di più del cotone;

– le piante di canapa, opportunamente seminate, proteggono la crescita dei nuovi alberelli senza soffocarli, oppure, piantate intorno alle zone da riforestare, creano una cintura di protezione dalle erbacce infestanti. Riforestare significa rivitalizzare i polmoni della terra ma anche ripristinare i bacini idrici, attualmente rovinati e all’origine della nascente crisi mondiale dell’acqua.

Parlare poi degli effetti sulla salute derivanti da un miglioramento delle condizioni ambientali e da farmaci con ridotti effetti collaterali, è del tutto superfluo. Perché, allora, ci prendiamo in giro cercando complicate soluzioni ecocompatibili ai problemi che affliggono la nostra società moderna (rifiuti, inquinamento dell’aria e dell’acqua, fonti di energia alternativa, incidenti alle petroliere, guerre per il petrolio, scarsità di acqua potabile, residui chimici da pesticidi e fertilizzanti, nuove malattie…), quando la soluzione è, come spesso accade, la più semplice?

Al di là dei giochi di parole, la canapa è senza dubbio una pianta stupefacente. Le sue proprietà continuano a sorprendere la comunità scientifica e, secondo uno studio italo-inglese, non solo possiamo ricavarne olii, tessuti e sostanze psicotrope, ma anche alcuni fra i più potenti antibatterici, capaci di sconfiggere i cosiddetti “superbugs”, microrganismi resistenti agli antibiotici che infestano gli ospedali di tutto il mondo.

L’impiego dei cannabinoidi naturali ridurrebbe la diffusione di alcuni batteri resistenti agli antibiotici, tra cui lo stafilococco aureo penicillino-resistente (MRSA). La ricerca, pubblicata sul Journal of Natural Products, è frutto del menage a trois fra il Cra-Cin di Rovigo, che ha coltivato le piante, l’Università del Piemonte Orientale di Novara, dove sono stati isolati i composti e sintetizzati i loro analoghi, e la School of Pharmacy di Londra, che si è occupata dei saggi biologici. Nel giro di tre anni, fra il 2005 e il 2008, gli studiosi sono riusciti a dimostrare che i cannabinoidi di tipo THC, CBD, CBG, CBC e CBN sono eccezionalmente attivi contro EMERSA-15 e EMERSA-16, due fra i ceppi più virulenti di stafilococco; tra questi più efficaci si sono dimostrati i cannabinoidi CBD e CBG, entrambi non psicotropi.

Una preziosa base di partenza per la messa a punto di medicine alternative in grado di rivoluzionare le condizioni igieniche delle strutture ospedaliere, dove in genere i batteri, a continuo contatto con sostanze antibiotiche, si scambiano il dna e si fortificano, diventando praticamente invincibili. “Questo scambio di materiale genetico è invece molto difficile tra batteri e piante. La Cannabis sativa è fonte interessante di composti per combattere questi microrganismi –spiega il professor Giovanni Appendino, docente di Chimica all’Università del Piemonte Orientale-. In Inghilterra il problema è ancora più grave che da noi. C’è bisogno di una sinergia che metta a punto qualcosa di nuovo”.

In’Italia, che fino agli anni ’30 è stata uno dei maggiori produttori al mondo di canapa, si sapeva che i suoi semi sono ricchi di proteine e carboidrati e che regalano un olio cosmetico che può essere utilizzato anche come combustibile: le fibre, fin dall’antichità, venivano utilizzate anche per fabbricare tessili, corde e guarnizioni idrauliche. Fumare o ingerire i fiori femminili o la resina, che hanno effetti psicotropi, è illegale in Italia ma per i seguaci di alcune religioni rappresenta il presupposto di ogni preghiera. Secondo le religioni di origine ebraico-cristiana, la stessa marijuana è un’erba miracolosa e le sue proprietà medicinali, dalla cura delle allergie a quella della sclerosi multipla, sono note alla scienza ormai da anni. Tanto che una miscela di cannabinoidi è stata messa in commercio da GW Pharmaceutical per il trattamento di alcune malattie neurologiche gravi. Il prodotto è in commercio in farmacie canadesi, e potrebbe arrivare presto in quelle europee e americane. “Quella antibatterica è solo l’ultima delle innumerevoli funzioni di questa pianta –spiega Giampaolo Grassi, il primo ricercatore del Cra-Cin di Rovigo-. Noi siamo stati i primi a metterlo in evidenza ma la scienza sottolinea le proprietà terapeutiche della Cannabis da sempre. I campi di applicazione sono fin troppi”.

Il prof. Appendino mette comunque in guardia da eventuali semplificazioni: “Fumare la Canapa, fra i tanti effetti dannosi che provoca, facilita anche le infezioni, dato che la somministrazione sistematica della pianta provoca immunosoppresssione”. Secondo una ricerca pubblicata nel 2007 dalla rivista Journal of the American Medical Association, ogni anno lo stafilococco provoca oltre 18 mila decessi ospedalieri, più delle morti per Aids. Chissà che questo numero non sia destinato a ridursi drasticamente entro pochi anni, proprio grazie alla Cannabis.

Fatto strano, finché la canapa rimase una risorsa indispensabile alla nostra economia, nessuno si preoccupava che la si potesse fumare per ottenerne una certa ebbrezza. La cosa non era ignota, ma sembrava senza importanza. Chi lavorava la canapa sapeva che i campi dov’è coltivata esalano forti odori che possono essere inebrianti, «soprattutto per le donne». Il Manuale del cardaio (1839) non potrebbe essere più esplicito: «Le foglie di canapa sono capaci, col loro solo aroma, di produrre gli stessi effetti dell’oppio; stordimento, vertigini, ebbrezza, o un gradevole delirio». I lavoratori vengono avvertiti di questa caratteristica, senza darle particolare importanza.

Una nostalgia straordinaria

Nell’Ottocento la canapa è al suo apogeo in Francia. Seminata su 176.000 ettari, alimenta la marina a vela continuando a rimanere «l’industria delle stamberghe». Ogni fittavolo ne coltiva almeno un piccolo campo per i bisogni dell’attività agricola e dei suoi familiari. La sua coltivazione è semplice, ma il lavoro artigiano necessario all’estrazione della fibra molto duro.

Ciò che colpisce oggi, quando si leggono o si ascoltano i racconti dei canapai di un tempo, è la nostalgia straordinaria che traspare. La scomparsa della canapa (fine della marina a vela, importazione di cotone a buon mercato) ha lasciato dei rimpianti anche in coloro che facevano il lavoro più duro.

Certo la canapa rinvia a un’organizzazione del lavoro oggi scomparsa, fondata sulla cellula familiare. Gli uomini del clan provvedevano alla semina dei grani provenienti dal raccolto precedente e poi al raccolto stesso; la fibra ottenuta triturando i gambi era cardata e filata dalle mani delle donne (era spesso il lavoro delle nonne). Una volta tessuta la stoffa, le madri di famiglia potevano tagliare le camicie o orlare i drappi. Se lavorato all’antica, il tessuto di canapa, spesso ruvido, è molto resistente. Passavano anni prima che, divenuti stracci, questi vestiti finissero dal cenciaiolo per essere lacerati e poi trasformati in carta.

L’epoca era molto dura, ma a misura d’uomo e ciò contribuisce alla nostalgia della canapa, per noi che siamo dominati dal sentimento dell’assurdità delle cose…

Agli albori del Novecento, quella della canapa è già una cultura passatista. Chi crede nel “Progresso” ha gli occhi rivolti alla tecnologia. Il Nylon simboleggia il radioso avvenire. Per la massaia che lava tutta la biancheria a mano, è la rivoluzione. Il Nylon è facile da lavare, leggero, asciuga in un batter d’occhio, al contrario delle nostre fibre indigene, il lino e la canapa, che assorbono l’acqua come spugne e, quando sono inzuppate, pesano tonnellate. Già gli abiti di cotone importati dagli Stati Uniti avevano colpito per la loro leggerezza liberatrice. Il Nylon proseguì su questa strada. Dovevano trascorrere alcuni decenni prima che apparissero i problemi insolubili posti dall’introduzione delle fibre sintetiche, non riciclabili e prodotte da un’industria inquinante.

Negli USA la proibizione della cannabis prese il posto di quella dell’alcol (durata una quindicina d’anni). Imposta al resto del mondo, fu introdotta in Francia all’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca in cui l’industria della canapa tessile era quasi defunta. Fu solo nel 1964 che un ricercatore israeliano, Raphël Mechoulam, riuscì a identificare il principio inebriante dalla cannabis, ch’egli chiamò tetrahydrocannabinol o THC. I canapai francesi potevano ormai fare analizzare le poche varietà di canapa ancora coltivate. Il principio attivo rilevato nei campioni era assai modesto: meno dello 0,5% (la marijuana allora confiscata dalla polizia ne conteneva almeno il 3%).Numerosi Paesi, avendo completamente abbandonato la coltivazione della canapa, accettarono senza batter ciglio la proibizione generalizzata. La Francia decretò che da quel momento in avanti sarebbero rimaste legali solo le varietà contenenti meno dello 0,5% di THC (percentuale poi ridotta allo 0,3%).

I canapai di un tempo, talvolta, la fumavano

Nel 1965 vengono seminati gli ultimi ettari di canapa destinata, in Francia, all’industria tessile. (Il tessuto di canapa attualmente disponibile in Europa è importato dall’Asia, dov’è ancora lavorato a mano, o da certi Paesi dell’Est che hanno conservato una piccola industria tessile funzionante con le procedure del secolo scorso.) Mentre la canapa tessile vive le sue ultime ore in Francia, alcune cartiere sperimentano l’addizione di canapa alla pasta di carta (quest’ultima ottenuta non più a partire dagli stracci, come una volta, bensì dalla polpa di legno). Saranno le cartiere a dare il cambio all’industria tessile nell’impiego della canapa, con la fabbricazione di carte «speciali», fini e resistenti: di anno in anno la coltivazione della canapa riprende slancio. Oggi siamo a 12 mila ettari (ancora lontani dai 176 mila ettari del secolo scorso!), ma la Francia è divenuta, grazie alla sua canapa, il primo fabbricante ed esportatore mondiale di carta da sigarette. Un sottoprodotto dell’estrazione della fibra, la «paglia di canapa», è inoltre utilizzato, mescolato con la calce naturale, per il rinnovo di vecchi edifici e per la costruzione di case ecologiche. Non solo. Da qualche anno si spremono i semi di canapa per ottenerne un olio dietetico dalle proprietà uniche. L’ultimo prodotto apparso sul mercato francese è la lana di canapa, un isolante che si presenta in rotoli, come la lana di vetro, ma privo di inconvenienti per la salute (le fibre della lana di vetro, quasi altrettanto fini di quelle dell’amianto, sono cancerogene). Nelle diverse regioni della Francia un tempo produttrici di canapa, esistono associazioni che si propongono di conservare la memoria della sua lavorazione artigianale. In occasione di manifestazioni, vecchi canapai ripetono i gesti di un tempo, per il piacere di una generazione che non li ha conosciuti ma che milita per la riscoperta della canapa (e, talvolta, per la liberalizzazione del suo uso voluttuario). E se i vecchi dalle mani nodose e dai capelli bianchi fingono in genere di conoscere della canapa solo la fibra, talvolta accade che, complice il vino, si ricordino delle sue proprietà inebrianti. Alcuni di loro l’han fumata, soprattutto quando il tabacco costava troppo. Altri continuano a coltivare in giardino varietà oggi scomparse: lo definiscono il loro «medicamento». Certi, infine, ridacchiando e dandosi di gomito, evocano il tempo in cui portavano le ragazze nei campi coltivati a canapa, perché il suo intenso profumo le rendeva «più docili»…

Realizzazione di sistemi produttivi sostenibili
La coltivazione tradizionale della canapa da fibra è praticamente scomparsa in tutti i Paesi Industrializzati e solo in alcune nazioni Asiatiche e dell’Europa dell’Est sono ad oggi coltivate modeste superfici, grazie al bassissimo costo della manodopera agricola. In Europa poche migliaia di ettari di canapa sono coltivati con destinazioni merceologiche diversificate, in prevalenza per produzione cartaria, come lettiera per gli animali, per la bioedilizia, per la commercializzazione e trasformazione dei semi oleosi. Oggi la canapa e le altre colture da fibra rappresentano in Europa solo una produzione di nicchia. Per rilanciare la coltivazione della canapa e di altre colture da fibra, il Centro Studi Progetto EcoTUr ha studiato sistemi produttivi sostenibili ed esportabili, rispettosi dell’ambiente e organizzati in modo che siano gli stessi produttori agricoltori locali dei Borghi di Xenobia a realizzare la prima trasformazione ed a trarne profitto diretto. Raccolta meccanizzata, decorticazione e macerazione industriale delle fibre, questi processi sono stati rivisti e adeguati alla realtà produttiva attuale secondo le filiere integrate dei Borghi.
Produzione e commercializzazione delle sementi
L’agricoltore o il gruppo di produzione interessato alla coltivazione della canapa deve poter disporre della varietà adatta al suo ambiente ed alla destinazione produttiva prescelta nei tempi adeguati per la realizzazione della semina. Ad oggi questa condizione è disattesa per la difficoltà di reperimento delle sementi e per la scarsa disponibilità di genotipi adatti ai nostri ambienti. I fondatori del Gruppo degli Amici dei Borghi di Xenobia sono impegnati nella moltiplicazione e commercializzazione di sementi di provenienza estera e nazionale al fine di assicurarne un approvvigionamento sicuro. Obiettivo primario del Gruppo è la commercializzazione di sementi selezionate e migliorate in funzione sia della destinazione produttiva (tessile, cartario, edile, semi ad uso industriale o alimentare, ecc.) che delle condizioni di coltivazione.
A partire dall’annata agraria 2005-2006 saranno disponibili sementi di prima riproduzione di 4 varietà di canapa: Fibranova, Red Petiole, Tibor, Chamaleon.
Coltivazione della canapa nel contesto di un’agricoltura moderna
La coltura della canapa è scomparsa dalle rotazioni colturali italiane ormai da molti anni. La rinascita di questa coltura deve essere realizzata alla luce degli orientamenti dell’agricoltura moderna, in Italia, Europa e nel Mondo. La tecnica di coltivazione deve essere ripensata in funzione delle diverse condizioni aziendali e ambientali ma anche delle esigenze dell’intero processo produttivo. E’ infatti anche attraverso la tecnica di coltivazione che si possono controllare le caratteristiche qualitative della materia prima. La tecnica agricola deve essere modificata in relazione all’ambiente di coltivazione ma anche a seconda della destinazione d’uso della fibra. I tecnici dei Borghi di Xenobia aiuteranno l’agricoltore nella scelta delle varietà più adatte alle esigenze specifiche e offriranno un supporto tecnico qualificato durante la stagione colturale (dalla scelta dell’epoca di semina alle modalità e ai tempi della raccolta).
Meccanizzazione della raccolta e della logisticaIn agricoltura oggi non si può prescindere dall’uso delle macchine e comunque la meccanizzazione della raccolta consente di espandere le produzioni su larghe superfici, consentendo di tagliare e condizionare il materiale agricolo nel breve periodo della maturazione delle piante (al termine della fioritura ) e di prepararlo ad essere stoccato convenientemente in attesa che venga ritirato per la stigliatura. Nel caso del lino le macchine di raccolta ed imballaggio si sono evolute con i tempi ed esistono oggi estirpatrici, rivoltatrici singole e doppie, rotoimballatrici specifiche molto efficienti e veloci; per la canapa si è rimasti tutt’al più alle mietileghe di costruzione russa ancora adoperate nei Paesi dell’ Europa dell’Est Fibranova ha allora verificato che si possono stigliare bacchette di canapa utilizzando le macchine da lino, ma la diversa taglia delle piante impone un intervento per ridurre la lunghezza delle bacchette che dovranno essere lunghe un minimo di 90 cm e un massimo di 110 cm, per poter essere lavorate dai sistemi di stigliatura e perché in seguito le fibre possano essere pettinate negli impianti di filatura. Abbiamo quindi scelto di tagliare le bacchette alla misura desiderata già in fase di raccolta, seguendo poi la stessa procedura in uso nella raccolta del lino per quanto riguarda l’andanatura, la rivoltatura e il rotoimballaggio.In Francia ed in Italia, Emilia Romagna, è stato anche provato un metodo che blocca la crescita della pianta , irrorando gliphosate, un prodotto disseccante, quando questa raggiunge la stessa altezza del lino, 1,2-1,4 m. Questa canapa è stata battezzata “baby hemp”, per le sue dimensioni. Fibranova ha preferito applicarsi alla progettazione e modifica delle macchine di raccolta della coltivazione che viene fatta crescere alla sua taglia normale, 2 – 2,8 m, piuttosto che intervenire con trattamenti chimici, perché i dati ci dimostrano che oltre a ridurre considerevolmente la quantità del raccolto ed ad aggiungere costi economici ed ambientali, si ottiene fibra di qualità peggiore, dato che lo sviluppo della pianta non è completato. A questo scopo abbiamo brevettato delle macchine di raccolta innovative che sono in fase di costruzione e saranno provate in campo nella corrente annata agraria 2005.

Ciò è dovuto alla disinformazione che negli ultimi decenni è circolata e che lentamente e faticosamente, noi ed altri pionieri, stiamo cercando di correggere.

Abbiamo invece notato che nelle persone di una certa età questa forma associativa non esiste. Al contrario, in esse affiorano alla mente ricordi passati di quando in Italia si coltivava e utilizzava la pianta di canapa senza problemi di ordine morale.

La canapa deriva dalla macerazione del fusto della Cannabis sativa della famiglia delle Moracee.( ‘fibra tessile tratta dal fusto della pianta omonima’ (av. 1519, Leonardo)

Dopo essere stata privata delle sostanze grasse e da molte scorie legnose, la fibra ( pettinata) contiene  l’80 % da cellulosa

Una tela mista canapa/cotone fu usata dal Tintoretto; tele di canapa a grana grossa e trama rada furono usate nel seicento, nel settecento migliora la manifattura e il tipo di tessitura diventa più fine.

La canapa possiede le segg. proprietà :

]      è una fibra più resistente e tenace del lino,

]      è poco elastica, rigida e igroscopica

]      molto resistente agli agenti chimici,]      difficilmente si scioglie in soluzione di Schweitzer.

La canapa è naturale e termica, protegge dagli agenti atmosferici e dai campi elettromagnetici, scherma i raggi solari nocivi, effettua un micromassaggio sull’epidermide favorendo la circolazione del sangue, assorbe l’umidità (12% contro l’8% del cotone) e le impedisce di raggiungere la nostra pelle.


CANAPA, ALIMENTO DIMENTICATO…

Dal 1989, l’Unione Europea incentiva la coltivazione di Cannabis “buona” mediante sovvenzioni. Leader nel settore è la Francia, seguita dall’Austria. Anche in Italia si tenta di reimpiantare una catena completa di lavorazione della canapa.

La canapa è una risorsa preziosa per la tutela dell’ambiente in cui viviamo, è una pianta robusta che non ha bisogno di pesticidi, non ha bisogno di diserbanti, migliora il terreno grazie alle sue radici profonde, ha molteplici utilizzi, dai prodotti tessili, agli alimenti, alle utilizzazioni in medicina come supporto alla chemio-terapia.
…RISCOPRI l’alimento più ricco, nutriente ed equilibrato che la natura ci offre.

I semi e l’olio di canapa apportano numerosi benefici all’organismo umano: riduzione del colesterolo LDL, prevenzione delle malattie cardiovascolari, rafforzamento del sistema immunitario, trattamento di svariate malattie dall’artrite rematoide alla depressione.

I semi di canapa hanno notevoli qualità nutritive dovute alla presenza di olio ricco di Acidi Grassi Essenziali Omega-3 Omega-6, un altissimo contenuto proteico completo di tutti gli amminoacidi essenziali in una buona proporzione e in forma altamente digeribile.

Hanno un gradevole sapore di nocciola. La canapa è l’alimento ideale per il genere umano, ed infatti è sempre stata usata fin dalla preistoria.

La canapa ha salvato intere popolazioni dalle carestie del passato, ed oggi?

Riscopri sapori che ti hanno imposto di dimenticare (sostituendoli con alimenti chimici e nocivi che arricchiscono pochi e impoveriscono tutti gli altri), riscopri sapori che hanno fatto sempre parte del genere umano.

La canapa sembra fosse già conosciuta e utilizzata in Asia almeno nel terzo millennio a. C. e secondo Erodoto, sarebbero stati gli Sciti ad introdurla in Europa nel V secolo a. C. Sicuramente la sua coltivazione fu nota ai Romani, e rimase un’importante voce nell’economia europea fino alla metà del Novecento.
Fu utilizzata soprattutto per confezionare biancheria e capi di vestiario, resistenti sebbene poco eleganti, ma anche per ottenere vele e cordame d’ogni genere.

In Italia la coltivazione della canapa ottenne un notevole incremento attorno al 1500, quando cominciò a sostituire gradatamente il lino, in crisi per condizioni climatiche sempre più avverse. Tuttavia la tecnica colturale e la lavorazione delle due fibre somigliano molto.

L’Emilia-Romagna aveva il primato in Italia, sia per quantità che per qualità, grazie a dei terreni particolarmente adatti. La crisi arrivò dopo la metà del secolo, con la scoperta di fibre alternative e con l’importazione del prodotto grezzo da paesi dove la manodopera costava meno. Così, nel 1958, la canapa era praticamente scomparsa dalla Valpadana e nel 1964 cessò anche in Campania, ultimo baluardo di una tradizione plurisecolare.

La coltura tradizionale, che tanto lasciò nel nostro costume, nel nostro linguaggio e nella nostra toponomastica, era molto laboriosa. Per ottenere un buon canapaio era necessario praticare una profonda aratura, quindi lavorare finemente il terreno con l’erpice o con la zappa; la concimazione poteva tornare utile, ma non era indispensabile. La semina avveniva in marzo e subito bisognava sorvegliare i campi per impedire che i passeri ed altri piccoli uccelli usassero come becchime i semi, dei quali erano ghiotti, così com’erano ghiotti dei germogli appena spuntati. Ma lo spaventapasseri, dopo poche ore di presenza, non incuteva più timore e gli uccelli vi si posavano sopra, felici di aver trovato un comodo punto di appoggio. Talvolta i monelli lo bruciavano, divertendosi senza spendere un soldo. Poteva anche succedere che qualche povero più povero degli altri lo rubasse, se gli facevano gola quei quattro cenci sudici e logori.

Per tener lontani gli uccelli, era preferibile mandare i ragazzi nel canapaio a percuotere certi ferri o ad agitare campanelli per provocare un rumore stridulo.

La coltivazione non richiedeva alcuna operazione di sarchiatura o di diserbo, perché sotto quegli alti fusti nessuna erbaccia, nemmeno la gramigna, riusciva a spuntare.

(veniva raccolta con una grande falce “runcon”)

La fatica riprendeva in agosto, quando si procedeva al taglio di canapa con strumenti rudimentali, chiamati runcòn spesso ricavati da una vecchia falce da fieno. Le piante venivano recise ed  erano destinate ad un lungo processo di lavorazione. Si lasciavano qualche giorno ad essiccare, anche rivoltandole, poi si legavano a cono e si disponevano ritte; dopo di che i fusti venivano sbattuti violentemente per terra onde liberarli delle foglie e venivano privati delle cime.

A quel punto si procedeva alla cosiddetta “tiratura”, che consisteva nel porre alla stessa altezza le parti inferiori degli steli, nel fissarle con pesi ad un apposito attrezzo (il “tiradùr”), per poi tirar fuori le piante dalla cima avendo cura di legare strettamente assieme quelle della stessa altezza. Seguiva il loro trasporto al macero, dove i fasci venivano immersi nell’acqua e tenuti giù da sassi, o da pali di legno che venivano assicurati al fondo. Il proprietario del macero (o un suo incaricato) sorvegliava che tutto procedesse regolarmente e riscuoteva il compenso pattuito.

(qui riaffiorano bene i miei ricordi, in ammollo nelle acque dei macero)

In acqua corrente o in acqua stagnante dopo periodo che andava dai sette ai dieci giorni, la macerazione della canapa era completata, favorita da bacilli atti alla fermentazione. A quel punto, i fasci di canapa, ormai putridi e nauseabondi, venivano lavati nella stessa acqua del macero, poi tolti via e posti ad asciugare ritti sul terreno. Se il tempo era bello, la canapa acquisiva il suo colore ideale – biondo argentino -, altrimenti perdeva lucentezza.

il macero che ai nostri giorni è quasi scomparso

Seguiva poi la “scavezzatura”, che consisteva nel battere i fusti con un bastone per farne uscire la fibra; quel che restava erano i “canapuli” utilizzati come combustibile, o per farne zolfanelli dopo che erano stati intrisi nello zolfo liquefatto.

L’operazione successiva era la “gramolatura” e aveva lo scopo di togliere i residui stecchi dalla fibra, che avrebbero deprezzato la merce.

(questa operazione, molto faticosa,  era destinata e compiuta alle donne)

Qui aveva termine l’opera del coltivatore e iniziava quella del “canapino”, un mestiere che si esercitava per lo più in forma ambulante nelle case dei clienti, come accadeva per altri mestieri oggi perduti.

Sino a qui sono in grado di parlarvene e mostrarvi delle foto antiche perché da bimbetto giravo per i campi e nuotavo nei maceri.

Per quel che ricordo poi le matasse della canapa venivano inviate ai canapifici per la lavorazione finale

Ricordo poi che durante gli studi di Agraria, appresi il motivo della scomparsa della coltivazione della canapa. I tessuti fatti con canapa, venivano poi sostituiti da altri tessuti più belli e morbidi, determinanti furono anche l’avvento dei tessuti sintetici.

Ma la canapa non scompare del tutto, rimane insostituibile per le gomene delle navi, non viene intaccata dall’acqua salmastra del mare.

Ed inoltre si sono scoperte le proprietà isolanti di questa pianta e gli svariati utilizzi nelle costruzioni.

(1) La canapa (Cannabis, L. 1753) è una pianta a fiore (angiosperma) che, come il luppolo (Humulus lupulus), appartiene alla famiglia delle Cannabaceae, dette anche Cannabinacee, ordine delle Urticales.

Sull’esatta tassonomia del genere Cannabis (Cannabaceae) vi sono opinioni diverse a seconda si consideri la specie monotipica o politipica. Small e Cronquist distinguono solo una specie, Cannabis sativa, con due sottospecie, ciascuna con due varietà:

  • Cannabis sativa L.
    • ssp. indica (Lam.) E. Small & Cronq.
      • var. indica
      • var. kafiristanica Vavilov
    • ssp. sativa
      • var. sativa
      • var. spontanea Vavilov

Sinonimi = Cannabis chinense; Cannabis indica Lam.

Shultes divide invece il genere in tre specie:

  1. Cannabis sativa (sativa = utile; volg. canapa)
  2. Cannabis indica (indica = indiana; volg. canapa indiana o indica)
  3. Cannabis ruderalis (ruderalis = ruderale; volg. canapa russa o ruderale o americana)

Clarke e Watson (2002) propongono che la specie C. sativa comprenda tutti gli individui, a parte forse le varietà usate per la produzione di hashish e marijuana in Afghanistan e Pakistan, che andrebbero raggruppate sotto la specie C. indica.

In ogni caso, tutte le specie, sottospecie o varietà citate possono essere tra di loro incrociate dando luogo ad una progenie fertile.

Anche sulla posizione della famiglia Cannabaceae esistono delle divergenze:

  • secondo il Sistema Cronquist (1981) la tassonomia è: Magnoliophyta – Magnoliopsida – Hamamelidae – Urticales – Cannabaceae;
  • secondo la Classificazione APG (1998) la tassonomia è: Magnoliophyta – Eudicotiledoni – Eudicotiledoni centrali – Rosidi – Rosales – Cannabaceae.

Storia

Prove dell’utilizzo della cannabis si hanno fin dai tempi del Neolitico, come dimostrato dal ritrovamento di alcuni semi fossilizzati in una grotta in Romania [1]. I più famosi fumatori di cannabis dell’antichità furono gli Hindu di India e Nepal e gli Hashashin, presenti in Siria, dai quali prese il nome l’Hashish [2]. La cannabis fu anche utilizzata dagli Assiri, che ne appresero le proprietà psicoattive dagli Arii[3] e grazie ad essi, fu fatta conoscere ed utilizzare anche a Sciiti e Traci, che se ne servirono anche per riti religiosi [4]. Nel 2003 fu ritrovata in Cina una borsa di pelle contenente alcune tracce di Cannabis e semi risalenti a 2500 anni fa.[5] Ganja è il termine in antica lingua sanscrita per la Cannabis, attualmente associato soprattutto alla cultura creolo-giamaicana, che utilizza questo termine per indicare la marijuana, ritenuta dai Rastafariani importante per la meditazione e la preghiera [6]. Tale interpretazione ha trovato conferme negli studi dell’antropologa Sula Benet che nella bibbia ha trovato riferimenti ad un uso sacrale della cannabis laddove si parla di kaneh bosm[7] (קְנֵה בֹשֶׂם).

In Europa l’uso della Cannabis come sostanza psicoattiva è abbastanza recente, probabilmente dovuto al fatto che in Europa si diffuse maggiormente la specie Cannabis sativa mentre la Cannabis indica, più ricca di principi attivi stupefacenti, è entrata in Europa molto più tardi nell’Ottocento, probabilmente grazie a Napoleone, interessato a questa pianta per alleviare il dolore e per i suoi effetti sedativi.

Genetica

Esiste una controversia filogenetica concernente il considerare tre specie distinte di cannabis (Cannabis sativa, Cannabis indica e Cannabis ruderalis) o una singola specie con più varietà. Molti studiosi oggi ritengono che si tratti di un’unica specie che varia il proprio fenotipo a seconda delle aree in cui cresce, dell’altitudine, delle caratteristiche del suolo eccetera[8][9].

In questa chiave, la Cannabis varietas sativa è una pianta alta fino ad oltre i 2 metri e stretta, con foglie dalle dita sottili, tipica di ambienti caldi come il Sudafrica, il Marocco, l’America centro-meridionale eccetera; la Cannabis varietas indica è invece una variante acclimatata ai rigidi ambienti di montagna come l’Himalaya, l’Afghanistan, il Nepal (specie bassa, tozza, a forma di cespuglio, con foglie dalle dita molto grosse e contenuto di THC accentuato), mentre la Cannabis varietas ruderalis infine è una variante adattata ai lunghi e rigidi inverni russi, da cui la sua caratteristica specifica di non dipendere dal fotoperiodo (ossia il numero di ore di luce giornaliero) per andare in fioritura (varietà autofiorente)[10]come fanno invece la Cannabis sativa e indica, che sono piante annuali e che hanno bisogno di percepire l’arrivo dell’inverno e la conseguente riduzione di ore solari per fiorire.

Immagine che illustra le tre differenti varietà naturali di Cannabis

Gli effetti dei derivati di Cannabis sativa e Cannabis indica sono lievemente differenti fra loro, sia a causa della percentuale di THC (tetraidrocannabinoidi) contenuta che delle diverse concentrazioni, a seconda della specie, di altri cbd: cannabinoidi che modificano il tipo di effetto percepito. Per fare un semplice parallelismo, la Cannabis sativa potrebbe essere paragonabile in questo senso ad un vino bianco, è più “leggera” e dà una sensazione soprattutto “mentale” e “cerebrale”, in grado generalmente di stimolare la creatività e l’attività; la Cannabis indica è paragonabile invece ad un vino rosso, con il suo effetto più corposo, “ottundente” e “fisico”, che stimola in genere la meditazione e il rilassamento.[11]La ruderalis poi, povera in THC, ha ottenuto recentemente successo nell’ambito della produzione di marijuana perché, incrociata appropriatamente con piante di indica e di sativa, è in grado di generare ibridi autofiorenti, che conservano le proprietà psicotrope di una linea genetica ed acquisiscono le proprietà autofiorenti e di fioritura precoce tipiche della ruderalis, qualità apprezzabili nell’ottica della coltivazione indoor. Tutte le specie (o varietà che siano) di cannabis possono infatti essere incrociate fra loro e generare semi che daranno vita a ibridi fertili. Questa possibilità permette di generare varietà ibride F1, incrociate a percentuale variabile fra indica e sativa, il che fa sì che si possano creare ulteriori ibridi fra le nuove sottospecie stabili, aprendo la possibilità ad un enorme numero di combinazioni differenti esattamente come succede, ad esempio, nel mondo della selezione dei cani.[12][13][14]

Ibridare due piante di razze differenti e riuscire a stabilizzare la nuova razza (permettere cioè che i caratteri dominanti e recessivi si mantengano poi inalterati ai discendenti se l’esemplare è accoppiato con uno della medesima razza) consente di selezionare le caratteristiche preferite e dar luogo a innumerevoli varianti, diversissime per aspetto, proprietà organolettiche e psicotrope. Nei Paesi Bassi, dove l’industria della cannabis è in qualche misura tollerata, esistono infatti svariate aziende che offorno in vendita semi (legali anche in Italia in quanto non contenenti THC) di razze differenti, ognuna con le proprie caratteristiche specifiche e il proprio corredo genetico. In genere le razze 100% indica o 100% sativa sono sottospecie già presenti in natura come la Durban Poison e la Thai (piante di sativa) o la Ganja indiana e le varietà afghane (piante di indica). Alcune imprese, in genere definite “banche semi”, sono ad esempio “Sensi Seed”, “Greenhouse”, “Dutch Passion”, “Mr. Nice”, “DNA Genetics”, “Serious Seeds” e “Homegrown Fantaseeds”.

Alcuni degli incroci più apprezzati prodotti da queste seed bank sono ad esempio “Skunk#1®”, “White Whidow®”, “Northern Lights®”, “Cheese®”, “AK-47®”, “Orange Bud®”, “Silver Haze®”, “G-13®”, “Hash Plant®”, “Jack Herrer®” [15].

Va infine notato che l’erba più pregiata è sprovvista di semi (sinsemilla) in quanto non viene fatta impollinare dal maschio: la produzione di semi infatti priverebbe la pianta di energie e nutrienti necessari invece, ai fini del raccolto, per creare un maggiore quantitativo di resina[16]. La marijuana comune che si trova in genere sul mercato è invece un’erba povera in THC e contenente di solito semi, coltivata senza cure botaniche particolari allo scopo di essere messa in commercio il prima possibile: gli incroci controllati di cui sopra vengono al contrario ibridati e coltivati generalmente da amatori o professionisti, i quali fanno impollinare solo le piante dalle quali vogliano poi ricavare ulteriori semi.

Morfologia e Fisiologia

Illustrazione di Cannabis sativa

La canapa è una pianta erbacea a ciclo annuale. L’altezza varia tra 1,5 – 2 m, ma in sottospecie coltivate può arrivare fino a 5 metri. Presenta una lunga radice a fittone e un fusto, eretto o ramificato, con escrescenze resinose, angolate, a volte cave, specialmente al di sopra del primo paio di foglie. Le foglie sono picciolate e provviste di stipole; ciascuna è palmata, composta da 5 – 13 foglioline lanceolate, a margine dentato-seghettato, con punte acuminate fino a 10 cm di lunghezza ed 1,5 cm di larghezza; nella parte bassa del fusto le foglie si presentano opposte, nella parte alta invece tendono a crescere alternate, soprattutto dopo il nono/decimo nodo della pianta, ovvero a maturazione sessuale avvenuta (dopo la fase vegetativa iniziale, nota popolarmente come “levata”). Salvo rari casi di ermafroditismo, le piante di canapa sono dioiche e i fiori unisessuali crescono su individui di sesso diverso. I fiori maschili (staminiferi) sono riuniti in pannocchie terminali e ciascuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami.

I fiori femminili (pistilliferi) sono riuniti in gruppi di 2-6 alle ascelle di brattee formanti corte spighe; ognuno mostra un calice membranaceo che avvolge strettamente un ovario supero ed uniloculare, sormontato da due stili e due stimmi.

La pianta germina in primavera e fiorisce in estate inoltrata. L’impollinazione è anemofila (trasporto tramite il vento). In autunno compaiono i frutti, degli acheni duri e globosi, ciascuno trattenente un seme con un endosperma carnoso ed embrione curvo.

ingrandimento del fiore femminile di Cannabis Sativa

Il contenuto di metaboliti secondari vincola la tassonomia in due sottogruppi o chemiotipi a seconda dell’enzima preposto nella biosintesi dei cannabinoidi. Si distingue il chemiotipo CBD, caratterizzato dall’enzima CBDA-sintetasi che contradistingue la canapa destinata ad usi agroindustriali e terapeutici e il chemiotipo THC caratterizzato dall’enzima THCA-sintetasi presente nelle varietà di cannabis destinate a produrre droga e medicamenti. L’ibrido f1 manifesta la contemporanea presenza di entrambi i maggiori cannabinoidi CBD e THC confermando l’aspetto politipico della cannabis.

I preparati psicoattivi come l’hashish e la marijuana sono costituiti dalla resina e dalle infiorescenze femminili ottenuti appunto dal genotipo THCA-sintetasi. Tale sottogruppo fu coltivato fino alla seconda metà del secolo scorso, nonostante fosse stato proibito nella decade ’20-’30 l’uso come medicina ad alto potenziale di abuso (ma affrontando la questione terapeutica nei casi previsti impiegando tinture o estratti fitogalenici). Tali genotipi, fino ad allora, erano per cosi dire domesticati (se confrontati con i valori odierni) venendo impiegati nella costituzione di ibridi altamente produttivi utilizzati in campo industriale. A partire dagli anni settanta si incominciò invece ad incrementare tali ammontari caratteristici.

Analogamente a partire dalla seconda metà del secolo scorso, furono selezionate dapprima in Francia, Polonia e Russia le attuali varietà destinate ad usi esclusivamente agroindustriali, ottenute dal genotipo CBDA-sintetasi, distinte da un contenuto ormai irrisorio (se riferito ai valori originari) sia del metabolita specifico sia in cannabinoidi minori.

Coltivazione

Per approfondire, vedi la voce Canapa (tessile).

Raccolta della canapa nell’Ottocento

Da Istituzioni scientifiche e tecniche di Agricoltura di Berti Pichat la maciulla impiegata in Boemia per accelerare il lavoro tradizionalmente realizzato con mazze o col grametto, la più primitiva delle macchine per separare la fibra dal midollo, l’operazione che conclude il ciclo della coltura Biblioteca Nuova terra antica

Una pianta femminile 58 giorni dopo la sua fioritura

In passato la coltivazione agricola della canapa era comune nelle zone medioeuropee. Da una parte, perché cresceva su terreni difficili da coltivare con altre piante industriali (terreni sabbiosi e zone paludose nelle pianure dei fiumi), dall’altra, perché c’era sempre bisogno di piante “oleose” (sativa, luce), “fibrose” (tessili, carta, corde) e di mangime (foglie) per il bestiame produttivo.

Durante i secoli del trionfo della vela e delle grandi conquiste marittime europee la domanda di tele e cordami assicurò la straordinaria ricchezza dei comprensori la cui fertilità assicurava le canape di qualità migliori per l’armamento navale. Eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara. Testimonia la vitalità dell’economia canapacola felsinea il maggiore agronomo bolognese del Seicento, Vincenzo Tanara, con una lunga, accurata descrizione della tecnica colturale.[17] Grazie alla qualità delle sue canape l’Italia, secondo produttore mondiale, assurse a primo fornitore della marina britannica. Con la diffusione delle navi a carbone iniziò il tramonto della produzione, causando nelle province canapicole una lenta ristrutturazione di tutte le rotazioni agrarie che durò un secolo.[18]

Dopo la colonializzazione dell’India e la rivoluzione agricola negli stati meridionali del nordamerica, l’aumento della produzione di tessili di cotone e juta, meno costosi, provocò una ulteriore diminuzione della coltivazione della canapa. Dopo la prima guerra mondiale le corde di sostanze sintetiche sostituirono pian piano le corde di canapa e si sviluppò la tecnica per produrre carta dal legno.

Durante la seconda guerra mondiale, la produzione medioeuropea e mediterranea aumentava velocemente, perché le fibre tessili e gli oli sativi erano più costosi. In più, esisteva l’esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa.

Il proibizionismo

Negli anni Trenta ci fu un rinnovato interesse per gli usi industriali della canapa: vennero studiati nuovi materiali ad alto contenuto di fibra, materie plastiche, cellulosa e carta da legno di canapa. Con l’olio si producevano già in grande quantità vernici e carburante per auto. In quegli anni il magnate dell’automobile Henry Ford costruì un prototipo di automobile (la cosiddetta Ford “Hemp car”) in cui parte della carrozzeria era realizzata in fibra di canapa rendendo l’auto molto più leggera della media delle auto allora diffuse. Inoltre il motore funzionava a etanolo di canapa. Negli anni Trenta la tecnologia eco-sostenibile della canapa appariva quindi in grado di fornire materie prime a numerosi settori dell’industria.

Tali presupposti non furono però confermati, si sarebbero invece costituiti interessi che si contrapponevano all’uso industriale della canapa. In particolare, la carta di giornale della catena Hearst era fabbricata a partire dal legno degli alberi con processi che richiedevano grandi quantità di solventi chimici a base di petrolio, forniti dalla industria chimica Du Pont. La Du Pont e la catena di giornali Hearst si sarebbero quindi coalizzate e con una campagna di stampa durata anni la cannabis, da allora chiamata con il nome di “marijuana”, venne additata come causa di delitti efferati riportati dalla cronaca del tempo. Il nome messicano “marijuana” era stato probabilmente scelto al fine di mettere la canapa in cattiva luce, dato che il Messico era allora un paese “nemico” contro il quale gli Stati Uniti avevano appena combattuto una guerra di confine. “Marijuana” era un termine sconosciuto negli USA, l’opinione pubblica non sarebbe stata adeguatamente informata del fatto il farmaco dalle proprietà rilassanti chiamato “cannabis” corrispondesse alla “marijuana”. Nel 1937 venne quindi approvata una legge che proibiva la coltivazione di qualsiasi tipo di canapa, incluso a scopo industriale o medicamentale. Da allora negli USA e nel resto del mondo sono state arrestate centinaia di migliaia di persone per reati connessi al consumo, alla coltivazione o a la cessione di canapa. Va evidenziato che un effetto del proibizionismo sarebbe stato quello di diffondere l’uso consumistico della canapa, a svantaggio di quello medico e industriale.

Usi

Senza alcun dubbio la canapa è una delle piante più versatili ed utili di tutti i tempi; i suoi usi spaziano in molte direzioni e la sua utilità è stata indiscussa per migliaia di anni in tutto il mondo abitato.

Proprietà farmacologiche

Sciroppo alla cannabis per uso curativo (U.S.A)

Logo di distributore U.S.A.(1917)

Volcano, vaporizzatore

Al di là delle accese discussioni e controversie sociali e politiche sull’uso della canapa come stupefacente, va considerato che essa è stata per migliaia di anni un’importante pianta medicinale. Negli ultimi anni si è accumulato un notevole volume di ricerca sulle attività farmacologiche della cannabis e sulle possibili applicazioni. Il più noto studioso e promotore dell’uso terapeutico della Cannabis e della sua decriminalizzazione è il Professor Lester Grinspoon Psichiatra e Professore emerito dell’Università di Harvard. Il più famoso attivista antiproibizionista è probabilmente l’americano Jack Herer autore del best seller The Emperor wears no clothes. In Italia studi approfonditi sui suoi effetti sono stati effettuati dal Professor Gian Luigi Gessa docente di Neuropsicofarmacologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze all’Università di Cagliari.

Una meta-analisi del 2001 (che analizza tutti gli studi clinici pubblicati fino al 2000) conclude che la Cannabis è efficace nel dolore neuropatico e spastico, meno in altri tipi di dolore. Ma successivi studi clinici hanno mostrato effetti significativi anche nel dolore tumorale, ed hanno confermato l’ottima attività per il dolore neuropatico e per i sintomi dolorosi nella sclerosi multipla (spasticità, sintomi della vescica, qualità del sonno).

Gerarchia delle possibili indicazioni terapeutiche

  • Effetti stabiliti da studi clinici contro: nausea e vomito, anoressia e cachessia, spasticità, condizioni dolorose (in particolare dolore neurogeno)
  • Effetti relativamente ben confermati contro: disordini del movimento, asma e glaucoma
  • Effetti meno confermati contro: allergie, infiammazioni, infezioni, epilessia, depressione, disordini bipolari, ansia, dipendenza, sindrome d’astinenza
  • Effetti allo stadio di ricerca contro: malattie autoimmuni, cancro, neuroprotezione, febbre, disordini della pressione arteriosa.

Sono anche numerose le testimonianze di coloro che sono riusciti a superare la dipendenza dall’alcol o dalla cocaina grazie all’utilizzo della cannabis [4], che a differenza delle precedenti sostanze, non porta ad una dipendenza fisica confrontabile, ad esempio, con quella generata dalla nicotina.

Si stanno inoltre testando nel mondo farmaci che contengono una versione sintetica di alcuni dei principi attivi della cannabis (dronabinol, HU-210, levonantradolo, nabilone, SR 141716 A, Win 55212-2), ma questi per ora hanno mostrato molti più effetti collaterali e svantaggi rispetto alla pianta naturale.
Il Canada, il 20 giugno 2005, è stato il primo paese ad autorizzare la messa in commercio di un estratto totale di Cannabis sotto forma di spray sublinguale Sativex standardizzato per THC e CBD, per il trattamento del dolore neuropatico dei malati di sclerosi multipla e cancro. Nel 2006 il Sativex è stato approvato negli Stati Uniti per essere sottoposto a studi clinici di Fase III per dolore intrattabile in pazienti con tumore.

In un articolo, apparso nell’edizione del 3 aprile del 2009, del Corriere della Sera, riportava i risultati di uno studio condotto all’Universita’ Complutense di Madrid dove l’equipe ha dimostrato che il principio attivo contenuto nella marijuana, il cosiddetto THC, potrebbe avere effetti antitumorali. I ricercatori hanno iniettato una dose quotidiana di THC in topi di laboratorio nei quali erano stati sviluppati tumori ed hanno constatato un processo di autodistruzione per autofagia delle cellule cancerogene. La somministrazione di THC, secondo l’equipe responsabile dello studio, guidata dal professor Guillermo Velasco, ha ridotto di oltre l’80% la crescita dei tumori derivati da vari tipi di cellula. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nell’edizione di aprile del 2009 del Journal of Clinical Investigation. Un esperimento clinico, con iniezioni intracraniche di THC per 26 – 30 giorni, condotto dall’equipe di Velasco su due pazienti colpiti da un tumore aggressivo al cervello ha mostrato un processo di morte delle cellule. Un riscontro di tali proprietà sembrerebbe essere l’esperienza del canadese Rick Simpson, che in un video presente anche su YouTube (Run from the Cure) mostra le presunte capacità terapeutiche del suo “olio di canapa” (Hemp Oil) nel trattamento dei tumori.[20]

Meccanismi d’azione

I cannabinoidi si legano a specifici recettori (recettori CB, di tipo 1 e 2) nel sistema cannabinergico, un sistema legato alla presenza di cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi. I recettori CB1 e CB2 sono distribuiti in maniera molto differente, con i CB1 sostanzialmente concentrati nel sistema nervoso centrale (talamo e corteccia, ma anche altre strutture) ed i CB2 sostanzialmente nelle cellule del sistema immunitario. Il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa una inibizione presinaptica del rilascio di vari neurotrasmettitori (in particolare NMDA e glutammato), ed una stimolazione delle aree della sostanza grigia periacqueduttale(PAG) e del midollo rostrale ventromediale (RVM), che a loro volta inibiscono le vie nervose ascendenti del dolore. A livello del midollo spinale il legame dei cannabinoidi ai recettori CB1 causa una inibizione delle fibre afferenti a livello del corno dorsale, ed a livello periferico il legame dei cannabinoidi con i recettori CB1 e CB2 causa una riduzione della secrezione di vari prostanoidi e citochine proinfiammatorie, la inibizione di PKA e C e del segnale doloroso. Inoltre é stato dimostrato che il THC interagisce con il sistema endorfinico ed in particolare con i recettori oppiodi μ1, causando il rilascio di dopamina del nucleus accumbens e generando la tipica sensazione del piacere cannabinoide.

Composizione chimica

La resina può contenere a seconda dei casi fino a 60 cannabinoidi, 100 terpenoidi, 20 flavonoidi.

Cannabinoidi

La struttura chimica dei cannabinoidi può essere descritta come quella di un terpene unito ad un resorcinolo a sostituzione alchilica, oppure come quella di un sistema ad anello benzopiranico. Le due descrizioni implicano anche una nomenclatura differente, con la prima il principale cannabinoide viene definito come delta-1-tetraidrocannabinolo (delta-1-THC) mentre con la seconda diventa delta-9-THC (entrambi d’ora in poi semplicemente THC).

I cannabinoidi finora riscontrati si possono dividere in “tipi” chimici (tra parentesi l’abbreviazione e il numero di composti):

  • tipo cannabigerolo (CBG; 6);
  • tipo cannabicromene (CBC; 5);
  • tipo cannabidiolo (CBD; 7);
  • tipo delta-9-THC (D-9-THC; 9);
  • tipo delta-8-THC (D-8-THC; 1, prob. artefatto);
  • tipo cannabinolo (CBN; 1, prob. artefatto);
  • tipo cannabinodiolo (prob. artefatto);
  • tipo cannabiciclolo (3);
  • tipo cannabielsoino (5);
  • tipo canabitriolo (9);
  • tetraidrocannabivarina (THCV)
Contenuto in THC

Nelle varietà con effetti psicoattivi, la percentuale di THC può variare dal 7% al 14%.
È stato ipotizzato da alcuni che il mercato illegale della cannabis britannico sia dominato da varietà estremamente ricche in THC, fino a 20 volte i livelli normali, ovvero fino ad una concentrazione del 30% (si veda teoria del 16 percento in tal senso), ma nel settembre del 2007 studi non ancora pubblicati dell’università di Oxford ma anticipati dal Professor Iversen[21][22] asseriscono che per quanto riguarda il mercato della cannabis britannica, i contenuti in THC della droga in vendita non sono in media superiori al 14%, ovvero sono solo raddoppiati dal 1995 al 2005, e che il campione con il più elevato tenore di THC non supererebbe il 24%. A facilitare il percorso verso % più elevate è stata la tecnica di coltura indoor che permette di ottimizzare la qualità del prodotto. Infatti, non è detto che non esistano varietà molto più ricche in THC, ma esse non sono dominanti sul mercato e probabilmente limitato ad una cerchia più ristretta del mercato.

Terpenoidi

Principali: beta-mircene; beta-cariofillene; d-limonene; linalolo; pulegone; 1,8-cineolo; alfa-pinene; alfa-terpineolo; terpinen-4-olo; p-cimene; borneolo; delta-3-carene; beta-farnesene; alfa-selinene; fellandrene; piperidina.

Flavonoidi

Principali: apigenina; quercetina; cannaflavina

Effetti palliativi

Fino agli anni settanta nella medicina popolare alcuni preparati erano utilizzati per gli effetti palliativi sotto citati.

  • I preparati sistemici (orale) hanno effetti distensivi, appetitostimolanti e leggermente anestetici ed euforizzanti.
  • I preparati topici (spalmati localmente) sono spasmolitici e analgesici e specialmente utilizzati per dolori cronici.

Si usava anche la resina come callifugo.

Fornitore di olio

I semi contengono oltre a proteine e carboidrati – ca. 30% – di un olio ricco di acidi linolenici senza alcun effetto psicoattivo. L’olio ha un gusto fortemente linolico e viene ancora usato come olio speziato. È anche diffuso in molti prodotti cosmetici.

Materia prima per tessili e carta

fibre di canapa

Le fibre (tuttora utilizzate dagli idraulici come guarnizione) per migliaia di anni della civiltà umana sono state importanti grezzi per la produzione di tessili e corde. Per centinaia di anni (e fino a 50 anni fa) sono state la materia prima per la produzione di carta. Oggigiorno sono disponibili varietà selezionate di cannabis libere da principi psicoattivi, liberamente coltivabili in alcuni stati per usi tessili.

Psicoattivo

Per approfondire, vedi la voce Effetti della cannabis sulla salute.

Come sostanza psicoattiva vengono usate solo alcune parti, prevalentemente i fiori femminili (marijuana) e la loro resina (hashish) fumati, inalati o ingeriti. Il principale agente psicoattivo della cannabis è il THC. La temperatura elevata raggiunta durante la cottura o la combustione provoca la decarbossilazione dell’acido tetraidrocannabinoico in THC, aumentando la quantità assorbita di quest’ultimo. L’hashish preparato per scopi commerciali contiene una elevata quantità di sostanze variabili (naturali e non) allo scopo di aumentarne il peso per trarre maggiore profitto. La canapa è una droga “dispercettiva” che amplifica le sensazioni, e gli effetti dell’assunzione sono dunque molteplici. Tra quelli più frequentemente descritti si possono elencare: una sensazione di benessere, ilarità, maggiore coinvolgimento nelle attività ricreative, alterazione della percezione del tempo e assenza di atti aggressivi o reazioni violente (al contrario dell’alcool). A livelli molto alti l’esperienza assume un carattere allucinogeno, con la presenza di allucinazioni visive, ad occhi aperti e chiusi, e uditive. La generale intensificazione delle sensazioni e delle emozioni può comprendere anche quelle legate a situazioni o pensieri spiacevoli, normalmente tollerabili o addirittura inconsci e può determinare, in questi casi, stati fortemente ansiosi, atteggiamenti e pensieri paranoici, limitatamente alla durata dello stato di intossicazione. Uno studio pubblicato dall’università di Oxford ha dimostrato che l’uso cronico a lungo termine della cannabis non arreca danni di tipo cognitivo [23]. Nel marzo 2007, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio dal quale si evince la minore pericolosità della marijuana rispetto ad alcool, nicotina o benzodiazepine. Più recenti ricerche confermano questo studio[24]. Non esistono casi documentati di overdose dovuta all’abuso di questa sostanza, in quanto il THC ha una tossicità estremamente bassa e i metodi di assunzione più utilizzati non consentono di assorbirne una quantità così elevata; il rapporto tra la dose letale e quella necessaria per saturare i recettori è di 1000:1.[25] Una recente ricerca del professor David Nutt dell’Università di Bristol, presidente del comitato britannico che svolge il ruolo di consulente governativo in materia di droghe, conferma la minore pericolosità della cannabis rispetto ad alcool e nicotina[26].

Combustibile

L’olio estratto dalla cannabis può essere utilizzato in alcuni tipi di motore, in particolare i motori Diesel. Nel 1937 la Ford, e l’inglese Lotus negli anni del 2000, creò “la Hemp-Car”, in gran parte realizzata in canapa ed alimentata ad etanolo di canapa, un combustibile ecologico. Molti ritengono che la proclamazione di leggi proibizionistiche nei confronti della cannabis negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale sia stata anche legata anche alla concorrenza tra la nascente industria chimico petrolifera e la possibilità di usare l’olio di questa pianta come combustibile.Questo è dimostrato anche dalla riduzione dei prezzi del petrolio al 50% operata proprio per fare concorrenza all’olio combustibile naturale, prezzo su cui si sono innestati i vari rialzi che hanno portato all’odierna offerta.

Note

  1. ^ Rudgley, Richard (1999). in Touchstone: The Lost Civilizations of the Stone Age. ISBN 0-684-85580-1.
  2. ^ Leary, Thimothy, Tarcher/Putnam (a cura di), Flashbacks, 1990. ISBN 0-87477-870-0
  3. ^ Franck, Mel, Marijuana Grower’s Guide, Red Eye Press, 1997. ISBN 0-929349-03-2 p.3
  4. ^ Cunliffe, Barry W., The Oxford Illustrated History of Prehistoric Europe, Oxford University Press, 2001. ISBN 0-19-285441-0 p.405
  5. ^ Lab work to identify 2,800-year-old mummy of shaman. People’s Daily Online, 2006. URL consultato il 2007-02-25.
  6. ^ Joseph Owens Dread, The Rastafarians of Jamaica
  7. ^ Questa compare in Es. 30, 22:24; CdC 4, 12:14; Is. 43, 22:24; Ger. 6, 20; Ez. 27, 19.
  8. ^ http://www.idmu.co.uk/cannabis/cansativa.html
  9. ^http://blog.dopies.com/marijuana-horticulture/11/Cannabis-Varieties—Sativa,-Indica,-and-Ruderalis
  10. ^ http://dutchbreed.com/8.html
  11. ^http://blog.dopies.com/marijuana-horticulture/11/Cannabis-Varieties—Sativa,-Indica,-and-Ruderalis
  12. ^ http://www.cannabis-seed-banks.com/cannabis-breeding.html
  13. ^ http://www.marijuanagenetics.com/
  14. ^ http://www.greenmanspage.com/guides/breeding.html
  15. ^ http://www.marijuanastrains.com/
  16. ^ http://www.cannabis-seed-banks.com/cannabis-sinsemillia.html
  17. ^ Antonio Saltini, Storia delle scienze agrarie, vol.I, Dalle origini al Rinascimento, Edagricole, Bologna 1984, pagg. 505-513.
  18. ^ Antonio Saltini, Nell’area dell’antica canapicoltura emiliana tra Ottocento e Novecento: cedimenti, speranze, il tracollo, in Aa. Vv. Una fibra versatile. La canapa in Italia Clueb, Bologna 2005, pagg. 235-252.
  19. ^http://www.greenme.it/muoversi/auto/953-ford-hemp-car-lauto-ecologica-esisteva-gia-70-anni-fa
  20. ^ (EN) Rick Simpson – Run from the cure(serie completa dei video). URL consultato il 02-10-2009.
  21. ^ [1], «Articolo dell’Independent (7/2007)Debunked: politicians’ excuse that cannabis has become stronger(trad. Smentita:le scuse dei politici sul fatto che la Marijuana è diventata più forte)
  22. ^ [2], «Articolo di The Guardian
  23. ^ .Constantine G. Lyketsos, Elizabeth Garrett, Kung-Yee Liang and James C. Anthony Cannabis Use and Cognitive Decline in Persons under 65 Years of Age American Journal of Epidemiology Vol. 149, No. 9: 794-800
  24. ^ .Chen AL, Chen TJ, Braverman ER, Acuri V, Kemer M, Varshavskiy M, Braverman D, Downs WB, Blum SH, Cassel K, Blum K Hypothesizing that marijuana smokers are at a significantly lower risk of carcinogenicity relative to tobacco-non-marijuana smokers: evidenced based on statistical reevaluation of current literature. J Psychoactive Drugs 2008;40(3):263-72.
  25. ^ Intervista Lester Grinspoon “IL Manifesto” (27/09/2006, p.8)
  26. ^ Studio del professor David Nutt (29/10/09)

Bibliografia

  • Grotenhermen F, Russo E. Cannabis and cannabinoids. Pharmacology, Toxicology and Therapeutic potential. Binghamton, NY: Haworth Press 2002
  • Associazione Cannabis Terapeutica (Cur.): Erba medica. Usi terapeutici della cannabis; Editore Nuovi Equilibri
  • J. Joy et al., Marijuana and Medicine: Assessing the Science Base. Washington, DC: National Academy Press (1999). [3]
  • Supaart Sirikantaramas et al. The Gene Controlling Marijuana Psychoactivity. Molecular cloning and heterologous expression of Δ1-tetrahydrocannabinolic acid synthase from Cannabis sativa L. J. Biol. Chem., Vol. 279, Issue 38, 39767-39774, September 17, 2004 [4]
  • Tod.H.Mikuriya, “Cannabis as a Substitute for Alcohol: A Harm-Reduction Approach” [5]

———————o0o——————–

Banchieri e agricoltori. Perché gli Arcieri devono farsi carico dei danni della finanza

di Maurizio Blondet

Finalmente anche i grandi Media si sono accorti che nel mondo manca il cibo, e che nei Paesi della povertà scoppiano tumulti per il pane (o il riso) rincarato. Ovviamente, forniscono il risaputo elenco di cause: aumentati consumi cinesi e indiani, global warming, cereali destinati a bio-carburante anziché all’alimentazione; e infine la speculazione: gli investitori speculativi (hedge fund) sono lì a guadagnare sui rincari, puntando su ulteriori rincari e con ciò provocandoli. Ma tacciono la causa primaria della carestia avanzante, che è la dittatura globale della Finanza, di un’economia in cui i valori sono esclusivamente monetari.

La Finanza, semplicemente, odia l’agricoltura. La odia da sempre. Perché? Anzitutto perché l’agricoltura non consente i profitti del 20-30% almeno che la speculazione esige ed ottiene dalle industrie, specie avanzate, e dai trucchi del marketing. Una tela blu che si produce a chilometri e costa quasi nulla, confezionata in un jeans che costa alla fabbrica forse 1,5 euro, si può vendere a 200 euro se vi si appone il marchio Dolce&Gabbana: questo sì che è profitto, ragazzi!  L’industria può essere incitata a produrre più merci con costi minori (meno lavoratori, più produttivi). I servizi, specie quelli immateriali, possono rendere il 40-50%. L’agricoltura no. Resta inchiodata, con ostinazione primordiale, ai rendimenti naturali: 3-4%, magari 8-10% per colture pregiate, o che il marketing riesce a dichiarare pregiate. Dal punto di vista della Finanza, non conviene investire nella produzione agricola. Aumentare il concime chimico sui campi, spendere di più in gasolio per i trattori e in benzina per gli aerei da inseminazione estensiva, non porta ad aumenti di produzione proporzionali. Soprattutto, il maggiore investimento non accelera la produzione. Per quanto concime si butti, il grano ci mette sempre un anno a maturare. Per quanti ormoni inietti nella vacca, per quanto la alimenti di soya, quella non farà il vitello che nei soliti nove mesi. Questa lentezza fa impazzire di rabbia gli usurai. Tanto più li esaspera la coscienza torbida che tutti i loro valori – quelli quotati in Borsa e sui mercati– dipendono, in ultima analisi, da quel solo valore, il cibo, prodotto con quella lentezza naturale. Il dollaro e l’euro non valgono quello che dicono i mercati, se il grano rincara (com’è avvenuto) del 200% in sette anni: valgono del 200% in meno. Le azioni, le obbligazioni, i derivati, incommestibili, perdono ogni valore per la gente che non ha da mangiare.

Ma quello che davvero li manda in bestia è questo fatto: che, per giunta, le messi e i raccolti sono un dono. Qualcuno, alla base dell’economia, regala le cose: ciò davvero fa rabbia agli usurai. Sì, il contadino si affatica, spende e s’indebita per comprare carburanti e concimi; ma il processo di fabbricazione, quello per cui il seme diventa una spiga che moltiplica i semi, o un fiore si tramuta in albicocca turgida, non è lui a padroneggiarlo. Avviene da sé. Ed è gratis. Il contadino lo sa benissimo, e quando vede il suo grano dorare, lo chiama “questo ben di Dio”. Il che è, per la Finanza, imperdonabile. Il contadino, posta in opera tutta la sua tecnica e la sua sapienza e il suo lavoro perché il dono annuale possa avvenire, poi, prega: che la grandine non devasti il frutteto, che il verme non roda l’uva e le grandi foglie del tabacco. Altro riconoscimento che il prodotto, alla fine, non dipende da lui. Altro fatto degno della massima punizione.

Non sto idealizzando il contadino. Quand’ero ragazzino (parliamo di cinquant’anni fa), ho passato estati in casa di parenti contadini toscani, e due cose mi stupivano di loro: quanto bestemiassero, e quanto mancassero di quattrini. Non mancavano di cibo, né lo lesinavano a me ragazzino che stavo con loro un mese o più: il coniglio arrosto, l’uovo fresco, il pane con l’olio, la zuppa di fagioli, li davano con generosità, per loro non erano un costo, o non lo calcolavano, perché per loro era gratis. Mancavano però di denaro contante: comprare un paio di scarpe era una rarità, persino il sale – che andava comprato – era una spesa da fare oculatamente (il pane toscano è senza sale, come sapete). La tavola era abbondante, ma il portafoglio era vuoto, e i contadini erano tirchi. E bestemmiavano. Ora capisco che le due cose sono in relazione. È la Finanza che ha fatto sempre mancare i soldi ai contadini. Il mercato – quello vero – a cui portavamo i polli e le uova, il grano e le pesche, non pagava che il minimo indispensabile. In contanti, l’uovo valeva poco o nulla. Si tornava dal mercato con pochi spiccioli, bestemmiando. Anche voi bestemmiereste: tanta qualità di lavoro qualificato – perché il contadino toscano possedeva conoscenze stupefacenti sulla rotazione agricola, sul trifoglio che fertilizza la terra mentre nutre le vacche, sulla luna esatta in cui fare gli innesti, su una quantità di segreti e misteri che da ragazzino mi sarebbe piaciuto imoparare – e tanto mal compensato.

Oggi, nella Finanza, questi saperi si chiamano know-how, saper-come-fare, e sono apparentemente molto apprezzati; la realtà è che sono apprezzati (in milioni di euro) il know-how del pubblicitario e della velina, dello speculatore Soros e dell’usuraio, ma già il know-how dell’ingegnere è pagato molto meno, e quello del contadino meno di tutti. Perché meno di tutti? Come ho detto, perché l’aumento dell’ investimento non ha rapporto con l’aumento del prodotto. Anzi peggio: il ciclo agricolo ideale consiste nel risparmiare gli investimenti, ridurli al minimo indispensabile in cui il dono possa avvenire. Idealmente, è un ciclo chiuso di auto-produzione. Il concime è un sottoprodotto del bestiame e degli uomini (sterco, urina, strame fermentante), che non costa nulla – e ci mancherebbe che la cacca costasse. Le sementi, una quota del raccolto messa da parte. Mettetevi nei panni dello speculatore che vede il contadino tendere a non chiedere capitale per comprare il concime, perché lo strame delle sue mucche glielo dà gratis. Il suo pensiero è: Crepa allora, villano! Ti farò sputare sangue! E infatti, sin dall’alba della storia, l’agricoltura è il settore più radicalmente espropriato. Perché, pur essendo il settore su cui si basa tutta l’economia monetaria (non a caso è definito settore primario), essa è sostanzialmente estranea all’economia. È altro, è la fonte primaria di abbondanza. In essa, il lavoro umano non si misura ad ore, è fatica estrema che nessuna moneta può pagare, né nessuna Moody’s valutare: esattamente come il travaglio della mamma che partorisce un nuovo uomo. Sicché, da sempre, gli usurai hanno fatto di tutto per indebitare l’agricoltore. Da sempre, lui mancando di soldi per le scarpe e il sale, gli hanno comprato il grano in erba, naturalmente con uno sconto: il tuo grano maturo varrebbe cento? Te lo compro sul campo, però a 40. Sai, se grandina, mi accollo il rischio finanziario… Il contadino, bestemmiando, china il capo.

L’acquisto del grano in erba, che verdeggia sul campo, è il primo future, il primordiale prodotto finanziario derivato, su cui tutti gli altri sono modellati. Oggi che la Finanza esercita la sua dittatura totale e incontrastata sul mondo, l’esproprio agricolo tocca ovviamente il limite estremo. Contadini indiani conoscono da millenni una pianta che produce naturalmente un pesticida? La ditta di bio-tecnologie quotata in Borsa si affretta a brevettarlo: ora i contadini indiani dovranno comprare il loro pesticida alla ditta di Wall Street. Bisogna impedire al contadino di avere le sue proprie sementi: ecco la Monsanto offrirgli quelle brevettate, ibridi, OGM, ossia sterili. I chicchi che produce il grano OGM, anche seminati, non danno frutto. Ogni anno il contadino dovrà ricomprare le sementi. A credito. È tutto così, naturalmente: l’offerta di concimi chimici, di macchinari, di biotecnologie, il marketing, le assicurazioni contro la grandine (così non avrai bisogno di pregare, villano), tutto è teso allo scopo unico: finanziarizzare l’agricoltura, renderla asservita al debito e al denaro, estrarne profitti innaturali. Naturalmente, la liberalizzazione mondiale dei commerci, imposta dal guardiano WTO della Finanza, e dalle burocrazie sue serve strapagate, ha lo stesso scopo: trasformare il cibo totalmente in merce esportabile, dunque pagabile. Perché coltivate grano e producete latte in Europa, dove la manodopera costa, e l’agricoltura è diventata anti-economica (a forza di investimenti)? Compratelo dalle zone del mondo dove il grano costa meno, è competitivo, è concorrenziale. Volete perseguire l’autosufficienza alimentare? Vecchie sorpassate teorie, autarchiche. Anzi, peggio: la battaglia del grano era fascista, dunque è il Male Assoluto! Oggi c’è il libero commercio, il gran mercato che vi offre tutte le merci al prezzo più competitivo! Così, l’eurocrazia ha abolito i sussidi all’agricoltura europea.

Ha pagato altri sussidi, a dire il vero: ma per ammazzare le vacche, ha pagato per lasciare incolti i campi –e sono di colpo finiti i surplus. Caso strano, in USA invece i sussidi all’agricoltura sono stati promossi, ma per uno scopo: per i bio-carburanti. Produci mais da biofuel, e noi ti copriamo i costi, ha detto la Finanza (con la voce della Casa Bianca) al contadino: e lui s’è buttato, il 16-18% dei terreni americani produce per il biocarburante. Per mettere 50 litri di bio-etanolo nel serbatoio dell’auto, si consumano 238 chili di granturco. Sussidi di stato tornano, ma per la speculazione, per la Finanza monetaria. E il mais da etanolo si potrebbe seminare su terreni marginali; ma no, vogliono che occupi i terreni primari, buoni per l’alimentazione umana. Non è certo un caso. Perché il modo ultimo, finale e definitivo, per finanziarizzare l’agricoltura, è provocare la scarsità. Allora ciò che nasce gratis ha finalmente un valore quotato. E permette di estrarre profitti favolosi. Finalmente il frumento sale come le azioni, il 200% in otto anni!

Fonte: giornaledelribelle 24/8/2012

————–o0o————–

Caffeina & sport: miscela esplosiva?

Posted By On 02 nov 2013

Recentemente abbiamo spesso parlato di caffeina, sia di quella presente nel caffè comune sia nella nuova frontiera dimagrante: il caffè verde.

Attraverso questi studi si è potuto evidenziare il suo benefico effetto sull’organismo umano in generale.

Nello sport però viene classificata come “droga”, per la sua provata attività stimolante.

Quindi il mix: Caffeina e sport è davvero una miscela esplosiva?

Riportando uno studio presentato sulla rivista Scienza & Sport cerchiamo di capire più approfonditamente.

Chimicamente è definita 1,3.7- trimetilxantina, mentre il globo la conosce come caffeina.

Sostanza organica vegetale presente nelle piante di caffè, cacao, thè, cola, guaranà, (parte della guaranina), matè (parte della mateina).

Rio Guarà
Clipper - Infuso Rise and Shine

Voto medio su 1 recensioni: Da non perdere

La caffeina non dev’essere considerata sinonimo di caffè: è presente nel caffè solo per il 2 %, tutto il resto possiamo anche distribuirla tra thè, bibite analcoliche e bevande energetiche.

Le sue qualità sono definite ergogeniche , in quanto agisce da stimolante, aumenta il metabolismo, e migliora l’attenzione, pertanto viene classificata come “droga” .

tabella aFino al 2004 era bandita dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e dalla WADA ( World Anti-Doping Association) proprio per la comprovata capacità di migliorare le prestazioni.

La soglia cui era vietata era di 12 mgc/mL nelle urine, che corrisponde a 8 tazzine di caffè concentrato.

Tuttavia la questione è stata ribaltata permettendo il consumo di caffeina da parte degli atleti durante le competizioni, anche se rimane una sostanza monitorata dalla WADA, che consiglia di non superare le 6-8 tazzine di caffè espresso, nelle 3 ore precedenti la competizione.

La dose raccomandata per il miglioramento delle prestazioni è di 1,3 mg x kg peso corporeo 1 ora prima della competizione.

Un eccesso può causare disturbi gastrointestinali, ansia, irritabilità, sempre in relazione alla sensibilità del soggetto.

Caffè Gioia Biologico - Confezione da 40 Capsule

COSA SUCCEDE QUANDO LA INGERIAMO?

La caffeina viene completamente assorbita nello stomaco e nel tratto iniziale dell’intestino, esattamente 45 min dopo l’ingestione.

La sua metabolizzazione avviene nel fegato, a diversa velocità in base all’individuo (come succede per le bevande alcoliche), e viene scissa in 3 composti:

paraxantina (84%) : stimola scissione dei grassi (lipolisi) , producendo glicerolo e acidi grassi liberi. Così si ottimizza l’utilizzo dei grassi per risparmiare riserve glucidiche. Importante nelle gare di lunga durata, in cui bisogna evitare l’esaurimento energetico, risparmiando il glicogeno muscolare ed epatico. (per esempio nella gare dalla durata di 80 min.)

teobromina (12%) : dilata i vasi sanguigni.

teofillina (4%) : rilassa la muscolatura dei bronchi.( trattamento utile per l’asma).

Carobpulver - Farina di Carrube - 250 g

Voto medio su 3 recensioni: Da non perdere

CHE RELAZIONE C’è TRA CAFFEINA E PERFORMANCE SPORTIVE?

Diversi studi scientifici dimostrano come le sue proprietà stimolanti consentano di:

– incrementare le prestazioni di resistenza, come la performance di ciclisti e corridori

– diminuire i tempi di esecuzione

– aumentare la potenza dei canottieri.

– Migliorare le prestazioni intense di ciclismo di breve durata e quelle sportive della durata di 5 minuti

– Aumentare la potenza massima, velocità, forza isocinetica in eventi sprint e della durata inferiore a 10 secondi

– Incrementare precisione, agilità e velocità nei giocatori di tennis.

Sicuramente i benefici li possiamo notare in un certo numero di sport e situazioni , ma ci sono anche i casi in cui non ha alcun effetto in prestazioni atletiche che durano da 15 secondi a 3 minuti.

Inoltre, come già risaputo, aumenta la frequenza cardiaca, sia a riposo che durante un esercizio fisico; mentre in condizioni di riposo, è dimostrato che aumenta la diuresi.

Infatti Armostrong et al. (2007), hanno dimostrato che un consumo uguale o maggiore di 300mg aumenta l’eliminazione dei liquidi corporei.

I suoi effetti sono anche relazionati al sistema nervoso centrale, dove interferisce con l’adenosina (neuromodulatore dall’effetto calmante –opposto quindi alla caffeina) che rallenta l’attività delle cellule nervose.

La caffeina invece accelera queste attività, diminuisce la stanchezza, migliora l’attenzione e l’umore.

tabella bCURIOSITA’:

perché spesso e volentieri ritroviamo la caffeina tra gli ingredienti di prodotti o bevande energetiche?

Assumere una miscela di carboidrati & caffeina (zuccheri semplici come glucosio), può essere un vantaggio per gli sportivi, perché si velocizza il passaggio dello zucchero al sangue, risparmiando le riserve di glicogeno muscolare.

Quindi per questo motivo viene inserita in un numero maggiore di integratori energetici, formulati appositamente per discipline di resistenza (endurance), costituendo anche ottimi strumenti di recupero .

Integratori Dietetici per gli Atleti di Endurance

Dott.ssa Valeria Crea

Fonte: Rivista Scienza & Sport