Durante la Seconda Guerra Mondiale, quattro soldati americani di colore restano intrappolati in un villaggio in Toscana, dietro le linee nemiche. Uno di loro rischia la vita per salvare un bambino italiano, conoscendo così, ancor più da vicino, la tragedia e il trionfo della guerra.

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Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

LA “LOTTA” PARTIGIANA

di Filippo Giannini

Invito il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce>.

Oppure quanto scrisse, circa le conseguenze che la lotta partigiana poteva arrecare sulle popolazioni civili, il democristiano Benigno Zaccagnini: <La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista, e quindi si giustificava> (Dalla parte dei vinti di Piero Buscaroli).

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Siamo all’inizio dell’anno 2013 e nessuno può negare che, almeno in Italia, la situazione è  catastrofica, come mai si è verificata nei decenni precedenti. In occasione della farsa dei festeggiamenti (non viviamo forse nell’era dell’immortale antifascismo? Ecco allora, festeggiare la sconfitta della nostra patria!) del 25 aprile e in questa occasione la Presidente della Camera, signora Laura Boldrini sentenziò che non esiste un fascismo buono. Queste parole sono state pronunciate in occasione della visita ad uno dei monumenti della lotta resistenziale: Marzabotto.

Marzabotto: allora vediamo cosa accadde a Marzabotto.

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Il film “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee, in proiezione nelle sale cinematografiche italiane, ha sollevato un tale vespaio su fatti avvenuti nel lontano 1944, che avverto la necessità di riproporre un mio studio su quegli avvenimenti.

Come il lettore potrà constatare si tratta di Storia e come tale suffragata di documentazione e testimonianze.

Sono stati eventi veramente tristi, da qualsiasi lato li si vogliano esaminare.

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   Qualche lettore avrà pur visto la trasmissione televisiva “Blu Notte” condotta dal bravo Carlo Lucarelli nella serata del 2 settembre 2007, dal titolo “L’armadio della vergogna”.

Lucarelli, tracciando la storia di questo “armadio tenuto nascosto” da decine di anni, attenzione! dai Governi di Destra e di Sinistra, “armadio” che conterrebbe documenti sulle atrocità commesse dai nazisti e dai “repubblichini di Salò” (sic). Ebbene, Lucarelli ha toccato vari argomenti che vanno dalle stragi di Marzabotto alle Fosse Ardeatine, dall’Isola d’Arbe (perché Lucarelli non l’ha chiamata col nome di oggi: Rab e il racconto sarebbe stato più veritiero), ai gas gettati sugli etiopi, dal campo di Fossoli alle stragi della Xa Mas e così di seguito.

Ritengo opportuno, pertanto, prima di entrare in argomento presentare quanto andrò a scrivere in più capitoli, capitoli che saranno trattati nei prossimi numeri del giornale.

Cominciamo con MARZABOTTO.

Lucarelli ha esordito affermando che alla strage hanno partecipato anche elementi della Xa Mas; è la stessa menzogna presentata da un collega di Lucarelli e precisamente da Arrigo Petacco. Ed ora entriamo in argomento.

Arrigo Petacco il 15 luglio 1989 presentò in televisione una delle settimanali trasmissioni “I giorni della storia”, la “storia delle mezze verità” naturalmente, la stessa “storia” presentata dal Lucarelli.

Sul video apparve una signora presentata da Petacco esattamente con queste parole: <La signora Clara Cecchin aveva otto anni il 19 agosto 1944, abitava a Valla, vicino San Terenzio Monti, sulla strada per Marzabotto. Il suo paese fu visitato il 19 agosto 1944 dal famoso maggiore Reder delle SS con i suoi uomini e molti fascisti: G.N.R., Brigate Nere, forse anche Xa Mas che lo accompagnavano per fare quello che potete immaginare…>. A questo punto Petacco diede disposizioni di immettere, in video, un breve filmato sull’episodio, quindi riprese la trasmissione in diretta e riferendosi alle vittime disse: <Gente normale, bambini piccoli, anche feti, perché i fascisti e i tedeschi sventrarono anche alcune donne incinte. Sì, c’erano anche i fascisti e li comandava un certo Ludovici>. Indicando il nome “Ludovici”, Petacco passò dalla “mezza verità” che da sola è una menzogna, alla seconda “verità” che si trasforma in “Verità”. Se dimostrata.

Andiamo avanti. Petacco passò la parola alla signora Cecchin che testimoniò efficacemente il dramma da lei vissuto. In quel massacro dove persero la vita 107 persone la signora Cecchin fu l’unica miracolosamente sopravvissuta. Nella sua chiara e raccapricciante esposizione, sempre pungolata da Petacco, la signora Cecchin nominò sette volte i “tedeschi” e mai i “fascisti”. Terminata la testimonianza della superstite, Petacco riprese: <La lunga striscia di sangue tracciata da Reder e dai suoi dalla Versilia su in Lunigiana fino a Marzabotto, non fu un atto di ferocia gratuita, aveva un suo disegno strategico. I partigiani erano diventati una forza importante. Impegnavano tre divisioni tedesche e i tedeschi non avevano molte divisioni a disposizione sulla Linea Gotica, che era a ridosso della linea di sangue tracciata da Reder. Kesselring voleva avere le spalle al sicuro, quindi diede ordine a Reder di fare terra bruciata e spargere il terrore. I partigiani in quel momento erano già forti, potevano contare su circa 80.000 uomini impegnati in tutto il Nord Italia. Operavano ormai da mesi perché le prime formazioni erano nate subito dopo l’armistizio nel tardo autunno del ‘43>.

Nell’accusa lanciata da Petacco circa la presenza di “fascisti” nelle stragi, per quante ricerche abbiamo fatto, ci risulta che nessun “fascista” o componente dell’esercito della Rsi, abbia partecipato a quella serie di massacri.

Ne “I giorni dell’odio” pag. XXIV Alberto Giovannini attesta: <Uno degli episodi più noti della rappresaglia tedesca è rappresentato dalla strage di Marzabotto. Una cosa che al riguardo non è detta nella commemorazione ufficiale, è però che, con la popolazione locale, furono massacrati il cappellano delle Brigate Nere di Bologna e alcuni fascisti che, conosciute le intenzioni germaniche, si erano precipitati a Marzabotto per tentare, in qualche modo, se non di evitare, almeno di ritardare la feroce esecuzione di massa>. Mancano, purtroppo, più approfondite prove su questa interessante testimonianza. Infatti, se quanto riferito da Giovannini rispondesse a verità, si vorrebbe far passare per assassini, secondo la tesi di Petacco, coloro che, in effetti, sarebbero dei martiri.

Altra dichiarazione, simile a quella fornita da Giovannini ci viene riferita da Angelo Carboni nel “Elia Comini e i confratelli martiri di Marzabotto” pag. 86: <Un giovane, allora studente di Teologia, Alfredo Carboni, mi racconta come la vigilia di San Michele, il 28 settembre ’44, trovandosi nella località Fornace poco sotto la chiesa parrocchiale di Salvaro, un soldato della Guardia Repubblicana, già suo compagno di scuola alle elementari, di cui non può citare il nome, gli disse chiaramente: “O Alfredo, scappa e mettiti in salvo, perché domani ci sarà qui una tale razzia, che non resterà nemmeno il filo per tagliare la polenta”>. Frase caratteristica questa del nostro Appennino per significare che non sarebbe rimasto nulla.

Quale è stata la lunga striscia di sangue tracciata da Reder? Chi era Reder e quali furono le giustificazioni dei tedeschi per tante atrocità? Per una serena valutazione storica che non debba risentire di condizionamenti emotivi, è necessario immergersi in quel drammatico periodo che fu la guerra fra il ’43 e il ’45. In quegli anni l’attività partigiana si manifestava nel Centro Nord Italia con imboscate, attentati alle vie di comunicazione, colpi contro singoli soldati o civili. Questi fatti, che i partigiani chiamavano “azioni di guerra” lasciano comunque comprendere le cause che portarono a spietate rappresaglie nell’Appennino emiliano, esattamente come attestato da Bocca e Zaccagnini. A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, Comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1° agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva, qualora quelle “azioni” fossero continuate, di aver <impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:

1)                                       iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …

2)                                       costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>.

Kesselring era un soldato d’onore, ma chi eseguì gli ordini non lo era.

Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: <Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).

   Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo stesso dicasi per i “sabotatori”>.

Sempre dal “Diritto Internazionale”, voce “Rappresaglia”: <La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo” (…). La rappresaglia condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente una “sanzione”, cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito (…). Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un atto illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione (…). Non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità (…). La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno (…). Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà, uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo sopra esposte (…). La rappresaglia è, cioè, un atto di violenza isolato nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita, sì che possa cessare appena riparata l’offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938 n. 1415, regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra con gli art.: 8-9-10, (1)”.

Come postilla è interessante riportare quanto previsto sempre dal “Diritto Internazionale”>.

   <5 (…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei regolamenti de L’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettive, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Dettato completamente dimenticato dai russi in Afghanistan, dagli americani in Corea, Vietnam, in Somalia e, ancor oggi in Irak, Afghanistan ecc., senza dimenticare le operazioni di spietata rappresaglia commessi dagli israeliani contro i palestinesi. Così si verifica che mentre si continua a condannare militari che operarono il “Diritto di rappresaglia”, quando questo era previsto dalle leggi, oggi, che è proibito “tassativamente” nessuno ne risponde ed il mondo si è dimenticato di quanto le leggi prescrivono.

Stabilite le parti essenziali del “Diritto Internazionale”, come si presentava il fenomeno partigiano nel territorio bolognese?

Le azioni partigiane, fra la fine del ’43 e gli inizi del ’44, furono isolate e a carattere individuale fino all’attentato condotto contro il Federale Eugenio Facchini, ucciso con sette colpi di pistola il 26 gennaio 1944 a Bologna.

Agli inizi di quell’anno i socialisti non disdegnavano di continuare il dialogo, iniziato da tempo, con esponenti della Rsi e si mantennero quindi decisamente neutrali. Furono i comunisti a prendere con decisione l’iniziativa di condurre la lotta contro il fascismo, anche se gradualmente seguirono tutti gli altri partiti, per non perdere l’opportunità di schierarsi dalla parte di coloro che avrebbero, poi, vinto la guerra.

Sulle montagne si organizzarono bande di partigiani, delle quali parleremo più avanti.

Nelle città i comunisti riuscirono a costituire gruppi di guerriglia. Nei primi mesi del ’44, a Bologna, i comunisti, guidati da Giuseppe Alberghetti, nome di battaglia “Cristallo”, furono i primi a raccogliere adesioni per la nuova forma di guerriglia.

È opportuno riportare la tecnica adottata dai comunisti per radicalizzare la guerra civile, specialmente nell’Emilia e, come giustamente rileva Giorgio Pisanò nella sua “Storia della Guerra Civile in Italia”, a pag. 1162, osserva: <(…). Una tecnica che trova ancora oggi la sua spietata applicazione in ogni Paese del mondo dove i comunisti tentano la conquista del potere>.

Per capire con quale determinazione i comunisti applicarono quella “tecnica”, anticipiamo che nelle sole strade di Bologna furono uccisi, in attentati, più di 450 fascisti o “presunti tali”. I comunisti, con queste azioni, si aspettavano spietate rappresaglie, ma queste, sia per gli ordini di Mussolini, sia per il sangue freddo dimostrato dai Prefetti, furono rare e, in ogni caso, mai proporzionate alle perdite subite.

Per capire quale fosse la tecnica che i comunisti intendevano porre in essere, proponiamo un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De Micheli – Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954: <Sin dall’ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’assalto Garibaldi” e i “Gruppi d’azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle montagne, i gruppi dentro la città (…). I “Gap” dovevano essere gli arditi della guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspetta (…). I complici del fascismo e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità; avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i “Gap” (…)>.

Ecco come i capi comunisti riuscirono a superare gli scrupoli morali che nascevano negli animi dei componenti dei “Gap”: <(…). Creare la mentalità dell’attacco armato sull’uomo fu oltremodo difficile, occorreva vincere scrupoli e inquietudini morali oltreché il timore dello scontro diretto col nemico. Se può essere abbastanza semplice nel fuoco del combattimento, “a sangue caldo” diciamo, colpire e uccidere, non è altrettanto semplice colpire a sangue freddo con studio, premeditazione e calcolo (…). Il partito dovette, dunque, far sentire la sua volontà in maniera energica, dovette ancora una volta intervenire, illuminare, spiegare (…). È opportuno aggiungere che in quell’epoca non si era ancora creato quel clima di eroismo (?) che ha poi permesso tante memorabili gesta (…). Ai primi di gennaio, a Bologna, erano stati organizzati soltanto una decina di uomini con questi criteri. Dieci uomini divisi in due squadre. S’incominciò col deporre le bombe a scoppio ritardato nei luoghi di residenza del nemico. La prima bomba di questo tipo fu collocata alla finestra del Comando tedesco di Villa Spada, I tedeschi, che ancora non si attendevano colpi del genere in Bologna, furono irritatissimi. Lanciarono un manifesto carico di minacce e imposero il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino: era il 18 gennaio (…)>.

È difficile credere che i capi e gli organizzatori di queste “eroiche” azioni non conoscessero quanto previsto nelle “Convenzioni Internazionali di Guerra” e le relative deliberazioni del diritto di rappresaglia. Tutto lascia credere, invece, che si volesse giungere ad estreme esasperazioni per ovvie finalità politiche che certi ambienti son riusciti, nel corso degli anni e sino ai nostri giorni, a così ben sfruttare.

Ecco in merito, qualora non fosse sufficiente quanto scritto dall’ex fascista ed ex partigiano Giorgio Bocca (in merito alla ricerca della rappresaglia) quanto si legge nel già citato “7° Gap”:<L’ostacolo più grande da sormontare per il timore delle rappresaglie contro la popolazione, il pensiero che per un’azione militare compiuta contro un tedesco o un fascista decine d’inermi e di innocenti sarebbero stati giustiziati. Allora non era ancora evidente a tutti che l’unico modo per stroncare il terrorismo (!) dei nazifascisti fosse quello di non dar tregua al nemico, di raddoppiare i colpi (…)>.

Così operavano i “gappisti” in città. Come agivano, invece, le «brigate» in mon­tagna e principalmente nei più vicini con­trafforti appenninici nei pressi di Bolo­gna?

In queste località ed esattamente fra i fiumi Reno e Setta, operava, fra il settembre ’43 ed il settembre ’44, la formazio­ne armata dei partigiani della ”Stella Ros­sa”, denominata “Brigata” posta agli ordi­ni di Mario Musolesi di anni 29. La leg­genda racconta che (dalla citata opera “Sto­ria della guerra civile in Italia” pag. 1176): «i partigiani si batterono con coraggio leonino contro le S.S. e difesero i monti di Marzabotto palmo a palmo, seminando il terreno di uomini caduti con le armi in pugno: anche il comandante della “Stella Rossa” restò fulminato da una raffica ne­mica; ma alla fine questi eroi furono sopraf­fatti e i superstiti riuscirono a stento a raggiungere le linee anglo-americane… i tedeschi si scagliarono come bestie feroci contro la popolazione civile della zona e 1.850 innocenti caddero massacrati con­fondendo il loro sangue con quello dei gloriosi partigiani rossi…». A commento di quanto sopra Pisanò continua: «Ma se questa è la leggenda ben altra è la verità». Infatti la verità è completamente diversa. I partigiani uccidevano in agguati tedeschi isolati, fascisti in divisa e non. I tedeschi, guidati da Reder, regolarmente scagliaro­no la loro ira contro le popolazioni indife­se e non solo nella zona di Marzabotto come vedremo appresso.

Si chiede Don Carboni nell’opera già citata (pag. 32): «Si era in tempo di guerra: la guerra ha le sue tremende leggi di ster­minio e di vendetta: se ammazzate un tedesco (che importanza aveva l’ammazzare un tedesco nello svolgimento e nel­l’economia generale della guerra?) ver­ranno fucilati dieci civili… Chi dobbiamo ringraziare noi, parenti delle vittime, delle reazioni tedesche? Non certo gli eroi che le provocarono e dopo si eclissarono dan­dosi alla fuga!». Questa è la domanda di don Carboni, giusta e naturale: «Che im­portanza aveva ammazzare un tedesco?».

Questa domanda va trasferita e analiz­zata nel contesto politico del disegno or­ganico costruito dai più alti vertici del comunismo internazionale: uccidere un tedesco (o un fascista), attendere la rap­presaglia e, di conseguenza, guidare il terrore e l’odio dei civili nella direzione desiderata e atteggiarsi, quindi, a giudici e vendicatori di tante vittime innocenti. Non possiamo che dar atto della loro cinica abilità.

Ma cosa accadde esattamente a fine settembre 1944 nella zona di Marzabotto?

Ancora dal volume “I confratelli Martiri di Mar­zabotto pag. 34: <Va pure ricordato che qualche giorno prima della strage qualcu­no, segretamente, aveva avvertito la popo­lazione della imminente rappresaglia, ma quando si seppe che c’erano famiglie di agricoltori decisi ad abbandonare tutto, per mettersi in salvo, i partigiani li minac­ciarono con queste parole: «se non vi uccidono loro, vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi!» .

Questa testimonianza è stata resa da Bruno Paselli, agricoltore di San Giovanni di Sotto di Casaglia…».

Dato che i fascisti non parteciparono mai ad azioni di stragi. tralasciamo la lunga lista di “azioni di guerra” condotta dai partigiani nel colpire i militari fascisti (o supposti tali), in quanto desideriamo seguire la storia del maggiore Walter Re­der e delle sue S.S., principalmente, ma non solo nella zona di Marzabotto.

La brigata partigiana “Stella Rossa” nella primavera del ’44 raggiunse la cifra di 500 effettivi. <Si trattava in gran parte di comunisti o simpatizzanti comunisti che non tardarono ad assimilare gli spietati sistemi di guerriglia instaurati dagli emis­sari del P.C.I.».

Gli attentati contro milita­ri tedeschi iniziarono con proditoria siste­maticità. A Rioveggio due ufficiali tede­schi stavano passeggiando con due ragaz­ze. Furono presi alle spalle e uccisi. I nazisti concessero 24 ore affinché gli au­tori dell’attentato si presentassero, dopo­diché scelsero 11 ostaggi. Da quel che si dice a Rioveggio gli attentatori erano del luogo, eppure lasciarono fucilare senza intervenire 11 innocenti.

I partigiani continuarono ad uccidere tedeschi e fascisti isolati.

Racconta Don Alfredo Carboni, parroco a Ronca di Monte San Pietro. Di questi fatti poco eroici se ne verificarono decine. A Gabbiano di Monzuno, per esempio, due tedeschi che stavano acquistando uova dai contadini furono sorpresi da una pat­tuglia partigiana comandata da un certo “Aeroplano”. I tedeschi capirono subito di non essere in grado di opporre resisten­za e alzarono le mani in segno di resa. Ma i comunisti spararono ugualmente ucci­dendone uno. L’altro venne trascinato pri­gioniero alla base partigiana. Conoscen­do la ferocia dei guerriglieri il soldato tedesco tentò inutilmente di impietosirli, mostrando anche le fotografie della moglie e dei suoi due bambini. Lo legarono con i piedi ad un paletto e gli inchiodarono le mani trafiggendole con due pugnali. Poi lo lasciarono morire così.

Il parroco di Riposa (un Comune di Bologna), Don Libero Nanni, nativo del luogo dove si verificò un altro barbaro massacro, nel quale trovarono la morte anche suoi intimi parenti, si fece promo­tore di far erigere un tempietto titolato ”Monumento Sacrario ai Caduti di Piano di Setta”. Nel quarantesimo anniversario dell’eccidio fu scoperto un cippo mar­moreo e una lampada votiva dalla fiamma sempre accesa. A ricordo dell’evento fu distribuito fra i presenti un foglio comme­morativo ove fra l’altro si legge: <Una pagina di storia quasi dimenticata. “Nel lontano luglio del 1944, nel turbine della guerra sempre più distruttrice, l’alta valle del Setta e precisamente piano di Setta, fu scossa improvvisamente dalla feroce, ful­minea, terrificante rappresaglia, che se­minò morte, incendi, rastrellamenti”>.

Nella notte del 20 luglio, in un breve scontro fra partigiani e tedeschi (era una colonna che raggiungeva il fronte lungo la statale del Setta) ci furono feriti e morirono due tedeschi. Il 21 luglio tra­scorse lento e cupo; la mattina successiva si scatenò la rappresaglia: rastrella­ti gli uomini, razziato il bestiame, le don­ne e i bambini terrorizzati: gli anziani uccisi in un numero quasi imprecisato: forse 20. L’età? Dai 60 agli 80 anni!

<Tutta la valle fu percorsa dal pianto e dal terrore… Era la prima, grossa rappre­saglia nella Provincia di Bologna, prelu­dio alla grande rappresaglia di San Marti­no, Monte Sole, Casaglia, Gardelletta, Marzabotto, Pioppe di Salvaro, San Vin­cenzo, Piano di Setta – 15 luglio 1944».

Non si presentò alcuno a rivendicare la responsabilità dell’attentato, né da parte dei partigiani fu tentato alcunché per sal­vare gli ostaggi>.

Il 23 luglio 1944 a Pioppe di Salvaro fu ucciso un altro tedesco. Furono rastrellati 10 infelici e uccisi a colpi di mitra. Né l’autore (o gli autori) dell’uccisione del tedesco, si presentò per salvare gli ostaggi né un colpo di fucile fu sparato dagli uo­mini del ”Lupo” per salvare quegli inno­centi.

L’attività della Brigata partigiana “Stel­la Rossa” è un perpetrare di fatti del gene­re. Non va dimenticato che, nel frattempo, si susseguivano attentati mortali contro fascisti (o supposti tali) isolati. Ecco, ad esempio, quanto riporta uno dei “bollettini di guerra” diramato dalla “Stella Rossa”: <10 agosto: Una pattuglia del 4° distacca­mento procedeva al fermo del fascista Bertoletti Duilio in località Farneto. È sta­to in seguito giustiziato»; “11 agosto: Una pattuglia del 1° distaccamento procedeva al fermo di un fascista repubblichino in permesso a Castel dell’Alpi. Veniva recu­perato un moschetto con relative munizio­ni. Il fascista veniva più tardi passato per le armi”; ”14 agosto da una nostra pattuglia veni­va catturato il fascista Zagnoni Lucio che veniva giustiziato”. E così di seguito. Tor­nando alle azioni che riguardavano la guer­riglia contro i tedeschi, si legge sull’”Indicatore Partigiano” n. 4 del 1949, ove viene riportato uno dei «Bollettini di guer­ra» della ”Stella Rossa”: «1 agosto: No­stra pattuglia in servizio esplorativo si scontrava, nei pressi di Castel d’Alpe, con una pattuglia guardafili tedesca composta da un sottufficiale e un soldato. All’inti­mazione dell’altolà tentarono di fuggire. Venivano presi, interrogati e confessava­no di trovarsi in servizio. Venivano passati per le armi». Pisanò osserva: «… lo strano principio, contrario alle norme e alle con­venzioni accettate in qualsiasi Paese e da qualsiasi esercito, in base al quale dei soldati fatti prigionieri potevano essere fucilati perché ”confessavano di trovarsi in servizio”».

Ad ogni azione di questo tipo seguivano rappresaglie con incendi, distruzioni, mas­sacri di ostaggi: sette fucilati a Molinelle di Veggio, dieci a Molpelle. Pochi giorni dopo tredici a Pontecchio di Sasso Marconi e così di seguito. Nessun partigiano osò alcunché per tentare di salvare quella povera gente. Eppure si trovavano nei pressi, ed erano numerosi.

Nel frattempo la guerra continuava e la pressione degli alleati, a sud di Bologna si stava intensificando: il Comando tedesco aveva necessità di avere le spalle sicure e le strade senza minacce di attentati.

I tedeschi inviarono negli accampamen­ti dei partigiani della ”Stella Rossa” alcu­ni parlamentari con la proposta che, se i partigiani fossero rimasti al loro posto, senza intraprendere azioni di disturbo contro i tedeschi questi, a loro volta, si impe­gnavano a non iniziare alcuna rappresa­glia.

I parlamentari tedeschi furono trucidati. Questo fatto indusse il Comando germani­co ad agire con la più grande decisione.

E veniamo ai terribili giorni di fine set­tembre 1944 e alla cosiddetta “Strage di Marzabotto”.

Marzabotto fu insignita di Medaglia d’oro al valor militare con la seguen­te motivazione: «Incassata fra le scoscese rupi e le verdi boscaglie dell’antica terra etrusca, Marzabotto preferì ferro fuoco e distruzione piuttosto che cedere all’op­pressore. Per quattordici mesi sopportò la dura prepotenza delle orde teutoniche che non riuscirono a debellare la fierezza dei suoi figli, arroccati sulle aspre vette di Monte Venere e di Monte Sole sorretti dall’amore e dall’incitamento dei vecchi, delle donne e dei fanciulli. Gli spietati massacri degli inermi giovanetti, delle fiorenti spose e dei genitori caduti non la domarono ed i suoi 1.830 morti riposano sui monti e nelle valli a perenne monito alle future genera­zioni di quanto possa l’amore per la Pa­tria».

Abbiamo visto che alcune persone ave­vano preavvisato la popolazione dell’imminenza di un grande rastrellamento, dato che proprio in quei giorni nella zona di Marzabotto apparve un manifesto, un vero ultimatum, a firma delle SS und Polizei­fuehrer-Oberitalien-West, ove, fra l’altro, era chiaramente indicato: «(…) 1) chi aiuta i banditi è un bandito egli stesso e subirà lo stesso trattamento: 2) tutti i colpevoli sa­ranno puniti con la massima severità (..). Gli autori degli attentati ed i loro favoreggiato­ri saranno impiccati sulla pubblica piazza. Questo è l’ultimo avviso agli indecisi …». Cosicché, a seguito di questi ammonimenti, la popolazione locale aveva iniziato ad allontanarsi dalla zona. Come abbiamo precedentemente indicato, i partigiani in­tervennero e proibirono a quella povera gente di mettersi in salvo costringendola a tornare indietro, garantendo che, se i tede­schi l’avessero minacciata, i partigiani della ”Stella Rossa” l’avrebbero protetta.

Fra il 20 e il 25 settembre era affluita nella zona una formazione di ”SS Panzer­Grenadieren” della divisione ”Reich­sfuehrer”, ammontante a circa 800 uomini. Alla loro testa era il Maggiore Walter Reder.

Questi era un austriaco di 29 anni. Fu sospettato, a suo tempo, di essere coinvol­to nell’assassinio del cancelliere Dollfuss nell’operazione nazista del 1934. Tentativo vanificato dal deciso e pronto intervento di Mussolini.

Durante l’estate del ’44 la brigata “Stel­la Rossa” aveva raggiunto una forza di 1.500 uomini, ben armati e riforniti dai continui lanci aerei degli alleati.

La strage avvenne, come detto, sulle alture delimitate dai fiumi Reno e Setta e prese il nome da Marzabotto.

I tedeschi iniziarono i rastrellamenti all’alba del 29 settembre, bruciando e massacran­do senza distinzione di sesso e di età: Cresta di Gizzana, 81 morti; Canaglia, 148; Casa Benuzzi, 38; Caprara di Marzabotto, 107; S. Giovanni, 47; Cradotto, Prunaro e Steccala, 145: Cerpiano, 49; Sperticano, 13; Pioppe, di Salvavo, 48. In totale 676 morti. E mentre si perpetravano questi eccidi dove erano i 1.500 partigiani?

Va detto che gli uomini del ”Lupo” (Mario Musolesi) negli ultimi giorni del settembre ’44 erano in attesa dell’arrivo degli alleati. Avevano allentato la vigilan­za e tutti si erano dati a libagioni, bevevano e dormivano con le loro donne, convinti ormai che, per loro, la guerra era finita.

All’attacco dei tedeschi i partigiani, an­che per l’allentata cautela, non tentarono alcuna difesa e, mentre alcuni si ”ritiraro­no” verso Monte Sole, altri fuggirono ver­so le linee alleate. Chi difese i civili dalla rabbia teutonica? Ecco quanto racconta il partigiano Guerrino Avani in ”Marzabot­to parla”, nelle pagine 46-47: «Prima del­l’alba del 29 settembre, assalita da sover­chianti forze nemiche la brigata si trovò stretta in una morsa di fuoco. Dopo alterne vicende, una parte di noi fu asserragliata sulla cima scoperta di Monte Sole, chiusa in una trappola impossibile da infrangere date le nostre scarse forze (?) in confronto al numero e all’armamento del nemico… Dalla cima del monte, col binocolo segui­vo i movimenti dei ”nazifascisti” (?). Appena giorno, avevo contato 54 grandi falò di case isolate o a gruppi, bruciare intorno, vicino e lontano. Dal mio posto di osservazione vidi quanto i nazisti fecero nel Cimitero di Casaglia, la gente ammuc­chiata fra le tombe e loro che preparavano le mitraglie. Provammo a sparare, ma la distanza era troppa per un tiro efficace (perché non si avvicinarono? n.d.r.) … Vidi cinque nazisti trascinarsi dietro sedici don­ne legate una all’altra con un grosso cavo; una stringeva al petto un bimbo di pochi mesi… Era per noi straziante assistere a fatti simili, impotenti a intervenire e tale visione terribile era più debilitante che il fuoco nemico»..

Ecco il giudizio nel già citato volume di Angelo Carboni, a pag. 50: «(…). La verità è una sola: i partigiani della “Stella Rossa” provocarono coscientemente le rappresa­glie tedesche, lasciando incoscientemente che le SS massacrassero centinaia di civili, né mai poterono ritornare sui luoghi seminati dalle vittime da loro provocate».

Per una più esatta valutazione delle per­sone che componevano la brigata ”Stella Rossa” va ricordato che, “come qualcuno ha raccontato”, ai primi colpi dell’attacco tedesco, alcuni partigiani, ap­profittando della occasione, uccisero il loro capo Mario Musolesi, detto ”Lupo”, per rubargli un tesoro che questi aveva accumulato per distribuirlo, diceva, a guer­ra finita, per alleviare le sofferenze di coloro che, dalla guerra, avevano subito più dolorose conseguenze. Quindi è una mistificazione quello che sostengono i partigiani e, cioè che il Lupo cadde com­battendo eroicamente per contrastare l’at­tacco delle SS.

Altra montatura riguarda il numero dei caduti nell’”Eccidio di Marzabotto” indi­cato in 1.830 vittime, cifra imposta dai partigiani a guerra finita. Ma la mistifica­zione apparve palese quando risultarono fra le vittime persone ancora in vita, cadu­ti nella prima Guerra Mondiale, deceduti per polmonite o per bombardamenti e, addirittura, nomi di fascisti uccisi durante (e dopo) la guerra civile.

Scrive al riguardo Pisanò, a pag. 1136 dell’opera già citata: «è sufficiente del resto una rapida visita al Sacrario inaugu­rato a Marzabotto nel 1961 per rendersi conto della mistificazione comunista. Nel Sacrario, infatti, sono raccolte solo 808 salme. Di queste. però, 195 sono di perso­ne che morirono per scoppi di mine, e di militari deceduti nella Prima Guerra Mon­diale: solo circa seicento appartengono a vittime del massacro…».

I1 primo ottobre 1944, quindi a poche ore dall’eccidio, il Ragionier Grava, segretario comunale di Marzabotto, inviò un detta­gliato rapporto alle autorità di Bologna e si presentò al Vice-Prefetto De Vita, che non credette al racconto del Grava e minacciò di farlo arrestare.

Il povero segretario comunale di Marzabotto descrisse con tanta concitazione «lo spettacolo terrificante» da non essere cre­duto, tanto che lo stesso ”Resto del Carli­no” smentì «(…) le solite voci incontrollate prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra (..).». Oppure ordini supe­riori imposero di sconfessare, quanto, in effetti, era avvenuto.

Ma molti profughi, fuggiti dalle zone colpite dalle rappresaglie, si riversarono nelle città del Nord e quelle notizie non poterono non giungere sino a Mussolini.

A questo punto, per meglio fotografare i fatti nel loro insieme, riteniamo opportuno tornare indietro nel tempo e ripartire dal momento dell’arrivo in Italia di Reder nel maggio 1944. Reder è reduce dal fronte russo, ove ha lasciato il braccio sinistro e, per questo, veniva soprannominato ”il mon­co”.

Inizialmente il suo reparto, il 16° batta­glione della 16a divisione ”SS Panzer Grenadieren Reichsfuehrer”, si schiera sul fronte di Cecina-San Vincenzo (Livor­no) quindi, a seguito della sia pur lenta, ma persistente pressione degli alleati, segue il ripiegamento delle linee germaniche. Il 25 luglio Reder è sull’Arno, il 9 agosto è a Pietrasanta. Qui il suo reparto è ritirato dal fronte e riceve l’ordine di tener ”puli­to” il retrofronte. Così inizia la marcia dell’orrore e sangue che lo guidò dalla Toscana all’Emilia sino a Marzabotto.

12 agosto: Sant’ Anna di Stazzema (Luc­ca) e zone circostanti, 560 morti. 19 agosto 1944: Bardine San Terenzio: a seguito di un attacco di partigiani ad un camion tedesco che procurò ai nazisti la perdita di 16 militari, furono uccisi 53 civili.

Nello stesso giorno giunsero a Valla 107 persone (solo 5 uomini) posti sotto un per­golato e fucilati: in totale 160 innocenti tro­varono la morte. Il conto esatto: 10 per ogni tedesco ucciso. Inutile ricordare che non solo non sì presentò mai alcun autore degli attentati alle autorità tedesche per salvare gli ostaggi, ma mai si arrischiò un intervento, da parte dei partigiani, per ten­tare di difendere i paesi ed evitare le rappresaglie.

24 agosto 1944: Vinca, Gragnola, Mon­te di Sopra, Ponte di Santa Lucia, Branza di Cucina; in questa zona sembra che non ci fossero partigiani, così almeno attestava la sentenza di condanna di Reder: <(…) non c’erano partigiani, non c’erano combatti­menti… c’era soltanto povera gente  terro­rizzata…». I tedeschi passarono per le armi chiunque incontravano.

17 settembre 1944: Bergiola (Carrara). Anche se non risulta che Reder in persona prendesse parte attiva alle stragi di questa zona, è certo che il suo reparto ne fu artefice. 107 persone furono trucidate lun­go le sponde del Frigido. A Bergiola 72 le vittime, in maggioranza donne e bambini. (2)

E, infine, 29 settembre – 1 ottobre: Marzabotto. E così il cerchio si chiude.

Ė doveroso ricordare che fra le tante centinaia di vittime di quei tristi giorni: 95 erano sotto i 16 anni, 110 sotto i 10 anni, 22 di 2 anni, 8 di un anno e, addirittura, 15 lattanti.

Il 4 agosto nel ricevere l’ordine di Kes­selring di adottare contromisure nell’atti­vità partigiana, il generale Wolf – respon­sabile delle azioni antiguerriglia – compilò una circolare che terminava: «L`onore del soldato richiede che ogni misura di repres­sione sia dura, ma giusta».

Da quello che abbiamo visto la repres­sione risultò al di là del limite della schizo­frenia omicida e, quindi, decisamente in­giusta. Il grado di brutalità raggiunto forse è conseguenza non intenzionale di una operazio­ne intenzionale. Ma le vittime innocenti furono reali; ed è altrettanto reale che tutto fu pianificato per cercare e procurare rappresaglie per un preciso e ben disegnato scopo politico.

Abbiamo visto con quale criterio i tedeschi intendevano la rappresaglia; e la voce di tante atrocità giunse fino a Musso­lini, il quale il 17 agosto inviò una lettera all’Ambasciatore Rahn, con la quale protestava violentemente per le azioni poste in essere dalle SS. Nella lettera Mussolini evidenziava i rapporti provenienti dalle Province colpite e così esponeva il suo pensiero (stralcio dalla lettera): «… Dall’insieme delle segnalazioni che vi ho fatto in questa lettera, ne risulta che bisogna finirla con le requisizioni indiscriminate che hanno ridotto alla miseria intere Pro­vince, finirla con le rappresaglie indiscri­minate … insomma bisogna dare ai 22 milioni di italiani della valle del Po la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è una “preda bellica” dopo 12 mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich… Occorre quin­di che questo sistema sia cambiato, poiché in questa maniera non si riesce a distrug­gere la piaga del ribellismo, ma si fanno dei nuovi clienti al ribellismo stesso e si allontanano le simpatie di quelli rimasti a noi fedeli».

Questa lettera di Mussolini trovò ri­scontro e simpatia in Kesselring che ema­nò, il 22 agosto, nuovi ordini per reprime­re, o almeno, moderare il furore dei suoi soldati. Egli faceva rilevare, fra l’altro: «(…) Le misure di rappresaglia i cui effetti si riper­cuotono in ultima analisi sulla popolazio­ne civile anziché sui ribelli. In dipendenza di codeste azioni si è venuto a cancellare in molti la fiducia nelle Forze Armate Ger­maniche… Sin da questo momento biso­gna che i capi preposti alle azioni di ra­strellamento ricevano precise istruzioni circa il modo di agire contro la popolazio­ne civile di paesi infestati dai ribelli e circa le misure di rappresaglia da adottare con­tro i banditi… In linea di massima le misure di rappresaglia devono colpire soltanto i ribelli e non la popolazione civile innocen­te. A questo riguardo mi appello al senso di responsabilità dei singoli Comandanti…».

Abbiamo visto come le azioni con atten­tati e colpi di mano da parte dei partigiani siano continuate e come da parte tedesca si sia risposto disattendendo, completamen­te, gli ordini di Kesselring del 22 agosto.

Proprio nel mezzo delle nuove, dissen­nate rappresaglie tedesche il 15 settembre Mussolini inviò una nuova, secca nota di protesta all’Ambasciatore tedesco Rahn: «Ho lo stretto dovere e insieme il più profondo rammarico di do­vervi segnalare un’altra serie di episodi di rappresaglia avvenuti in questi ultimi tem­pi in diverse parti del territorio della Re­pubblica, ad opera di reparti militari o di polizia germanici. Richiamo soprattutto la vostra attenzio­ne sul fatto che sono stati uccisi molte donne e molti bambini e incendiati interi paesi gettando nella disperazione più nera centinaia di famiglie. Credevo che la cir­colare diramata in data 22 agosto dal Fel­dmaresciallo Kesselring avrebbe posto fine alle rappresaglie cieche, ma debbo consta­tare che si continua con lo stesso sistema … Come uomo e come fascista io non posso più a lungo sopportare la responsabilità, sia pure soltanto indiretta, di questo massacro di donne e di bambini (…)>.

Purtroppo, nonostante i ripetuti e decisi interventi di Mussolini presso Rahn, le azioni di repressione continuarono con sanguinoso crescendo fino ai massacri della zona di Marzabotto.

Una ancora più violenta protesta di Mussolini chiamò in causa direttamente Hitler; questi predispose una Commissio­ne d’indagine composta di varie persona­lità diplomatiche e di alti ufficiali i quali. iniziarono immediatamente le indagini.

Al termine di tali indagini, la Commissione provvide alla sostituzione del Comandante militare della piazza di Bologna con la motivazione di aver tenuto nascosti i fatti. Nella relazione della Commissione, fra l’al­tro, era scritto: «…(i tedeschi sono dispia­ciuti che) qualche donna o bambino siano morti a Marzabotto, ma si è trattato soprat­tutto di fatalità, dato che si trovavano asser­ragliati nei rifugi dei partigiani».

Questa parte della relazione non è dav­vero una valida giustificazione per la folle e, soprattutto indiscriminata vastità delle stragi, però, non possiamo non ricordare, ancora una volta, che nel momento in cui i civili tentarono di fuggire dalla zona, che poi sarebbe diventato il teatro delle stragi, i partigiani della ”Stella Rossa”, lo impe­dirono minacciandoli e rassicurandoli: «Se non vi uccidono loro vi uccidiamo noi se andate via: qui ci siamo noi a difendervi»!

E, dato che abbiamo visto quanto sia falsa quella promessa («noi a difender­vi»!) e tutto lo svolgersi delle azioni suc­cessive, non può non far nascere l’atroce sospetto che quella minaccia-promessa sia servita solo perché i partigiani della ”Stel­la Rossa” intendessero farsi scudo di po­veri innocenti.

Altra obiezione potrebbe nascere spon­tanea; perché alle prime notizie di indiscri­minate stragi Mussolini non inviò nelle zone ”a rischio” elementi militari della RSI per proteggere dai tedeschi (e dai partigiani) le popolazioni minacciate? La risposta può risultare ovvia: Mussolini doveva evitare che la già difficilissima convivenza con ”l’alleato” degenerasse sino allo scontro armato; cosa che, se questo si fosse verificato, si sarebbe esteso nel resto dell’Italia del Nord con sviluppi impreve­dibili. È da notare, infatti, che i combatten­ti repubblicani schierati nei vari fronti, dalla Liguria alla Dalmazia, ignoravano quello che i tedeschi stavano commettendo ai danni della propria gente. È facilmente immaginabile quali sarebbero state le conseguenze, se le notizie fossero giunte in tutti i reparti. Riteniamo che per questo motivo Mussolini abbia preferito tenere le notizie circoscritte il più possibi­le.

Gli effetti dell’armistizio dell’8 settem­bre concedevano a Mussolini ristretti mar­gini di manovra, ma si deve pur riconoscere che, anche se tali, seppe responsabilmente sfruttarli. E quali furono le ultime ”azioni” di Reder? Questi, a seguito della firma della resa delle truppe tedesche, fuggì in Baviera e fu, dopo pochi giorni, catturato dalle trup­pe americane a Salisburgo.

Il governo Badoglio aveva spiccato, sin dal gennaio 1945, ordine di cattura con l’accusa di ”criminale di guerra”. A carico di Reder pesavano accuse per sterminio di ebrei, fucilazioni di comunisti polacchi e partigiani russi.

Reder fu consegnato alle autorità italia­ne e fu processato dal Tribunale militare di Bologna. La condanna, emessa nel 1951, fu l’ergastolo. Nell’aprile del 1967 Reder si rivolse alla popolazione di Marzabotto, dichiarandosi pentito. Il Consiglio comu­nale di Marzabotto, ascoltati i parenti delle vittime e i superstiti, rifiutò la liberazione.

Una serie di petizioni, provenienti dalla Germania, dall’Austria e dall’Inghilterra riproposero la grazia per Reder. Questa grazia fu concessa dopo alcuni anni e dopo lunghe insistenze e reiterate dichiarazioni di pentimento.

Concludiamo ricordando la requisitoria nel processo di Bologna del Pubblico Mi­nistero, Maggiore Stellacci, che disse fra l’altro: «…Il soldato si distingue dagli as­sassini perché ha un senso del limite della propria azione».

Giudizio che ci trova assolutamente con­senzienti; ma, se deve essere punito colui che commette il male, altrettanto colpevole è colui che potendo evitare che il male venga com­messo, non si adopera a questo scopo. Più spregevole poi è colui che, per il raggiun­gimento di una determinata finalità, opera affinché il male venga posto in essere.

1)     Cfr. Luisa Dinando, Associazione Diritto Internazionale Università di Torino.

2)     Reder non prese parte attiva, secondo le testimonianze rese dal partigiano Giannardi, <al processo contro lo stesso Reder. Il responsabile principale dei massacri fu il tenente Fischer>. Reder fu assolto da altre imputazioni.

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La strage di Marzabotto

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a cura di Arrigo Petacco

La strage di Marzabotto del 29 settembre 1944 fu la tragica tappa finale di una «marcia della morte» che era iniziata in Versilia. L’esercito alleato indugiava davanti alla Linea Gotica e il maresciallo Albert Kesserling, per proteggersi dall’«incubo» dei partigiani, aveva ordinato di fare «terra bruciata» alle sue spalle.
Kesserling fu il mandante di una strage che nessun’altra superò per dimensioni e per ferocia e che assunse simbolicamente il nome di Marzabotto anche se i paesi colpiti furono molti di più.
L’esecutore si chiamava Walter Reder. Era un maggiore delle SS soprannominato «il monco» perché aveva lasciato l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Kesserling lo aveva scelto perché considerato uno «specialista» in materia.
Al comando del 16° Panzergrenadier «Reichsfuhrer», il «monco» iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di tremila corpi straziati: uomini, donne, vecchi e bambini.
In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara e, con l’aiuto dei collaborazionisti in camicia nera, Reder continuò a seminare morte. Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca: fu un susseguirsi di stragi immotivate. Nella zona non c’erano partigiani: lo dirà anche la sentenza di condanna di Reder: «Non c’erano combattenti. Nei dirupi intorno al paese c’era soltanto povera gente terrorizzata…».
A fine settembre il «monco» si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole dove si trovava la brigata partigiana «Stella Rossa». Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. In località Caviglia i nazisti irruppero nella chiesa dove don Ubaldo Marchioni aveva radunato i fedeli per recitare il rosario. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano.
Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini).
A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.830. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane.

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1944, i funerali delle vittime

Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia fu processato dal Tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all’ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel penitenziario di Gaeta fu graziato per intercessione del governo austriaco. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dall’ombra del rimorso.

(in il Resto del Carlino, 12 aprile 2002)

I sopravvissuti

A Marzabotto gli unici sopravvissuti furono due bambini, Fernando Piretti, di otto anni, e Paolo Rossi di sei, e una donna, Antonietta Benni, maestra d’asilo delle Orsoline. Per 33 ore finse di essere stata abbattuta anche lei e quando finalmente potè alzarsi, commentò ad alta voce: «Tutti morti, la mia mamma, la mia zia, la mia nonna Rosina, la mia nonna Giovanna, il mio fratellino… Tutti morti». Anche a Marzabotto alcune SS parlavano un italiano perfetto: erano italiani.

I collaborazionisti italiani

Per i fatti di Marzabotto ci fu anche una coda processuale italiana. Prima della condanna del maggiore Reder, nel 1946, la corte d’assise di Brescia aveva giudicato Lorenzo Mingardi e Giovanni Quadri, due repubblichini (il primo, reggente del Fascio di Marzabotto, nonché commissario prefettizio durante la carneficina), per collaborazione, omicidio, incendio e devastazione. Mingardi ebbe la pena di morte, poi trasformata in ergastolo. Il secondo, 30 anni, poi ridotti a dieci anni e otto mesi. Tutti e due furono successivamente liberati per amnistia.

pallanimred.gif (323 byte) La strage di Marzabotto, la testimonianza di Renato Giorgi (da “Marzabotto parla”, Ed. Avanti!, 1955)

II più terribile massacro compiuto dai nazisti nel nostro Paese, uno dei più feroci della loro storia criminale, ebbe luogo dal 29 settembre al primo ottobre 1944. Lo compirono le SS del maggiore Reder, monco di un braccio, già assassino delle povere vittime innocenti di S. Anna di Stazzema, in Versilia. Ora Reder sconta l’ergastolo a Gaeta con il col. Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine

Il 29-30 settembre ed il 1° ottobre furono i giorni più terribili della carneficina, ma continuò anche poi; alcuni per ventura scampati, stanno ancora oggi a testimoniare la verità su quanto allora accadde. Dalle strade prossime e dalla ferrovia, molti sono corsi su verso Casaglia, e con la popolazione del luogo si sono rifugiati in chiesa a prendere conforto dalle parole del Parroco, Don Ubaldo Marchioni, che recita il Rosario sull’altare; nella chiesa in penombra, la massa inginocchiata bisbiglia le parole della fede e della speranza. Irrompono i nazisti, una raffica si alza sopra le grida della gente: Don Ubaldo Marchioni cade sulla predella dell’altare, colpito a morte. Tutti gli altri vengono buttati fuori della chiesa e ammassati nel cimitero.
Solo una povera donna non può uscire perché paralizzata alle gambe: Vittoria Nanni. Farà compagnia a Don Marchioni, massacrata nel mezzo della chiesa, mentre disperata urla ed annaspa invano con le braccia per l’aria, inchiodata alla seggiola.
Enrica Ansaloni e Giovanni Bettini sono riusciti non visti a rifugiarsi nel campanile, e forse ancora sperano: sono scovati e massacrati sul posto.
Gli altri, nell’angusto cimitero di montagna che sembra abbandonato perché di rado accade che si debba spalancare il cancello di ferro battuto roso dalla ruggine, stipati ed accavallati contro le lapidi, le croci di legno e le tombe, vengono falciati dalle mitraglie e fatti bersaglio delle bombe a mano. Sono così sterminati 28 nuclei familiari comprendenti 147 persone di cui 60 bambini. Filippo Pirini perde 7 figli, cosi Agostino Daini. Ernesto Gherardi, Luigi Piretti, Giulio Ruggeri, Giuseppe soldati e Romano Tedeschi soffrono il massacro di tutti i familiari. Sisto Mazzanti e Primo Vannini scompaiono con tutta la famiglia.
Quando, dopo lungo tempo, le bombe naziste hanno finito di dilaniare corpi e sconvolgere tombe, in un punto il rigido ammasso scomposto si muove e s’alza in piedi, illeso, un bimbo di sei anni, della famiglia Tonelli: guarda in giro non vede nazisti e grida a voce alta, verso i morti, incitando a fuggire, a mettersi in salvo. Da sotto il cumulo dei morti esce una fanciulla ferita. Lucia Sabbioni, che prima di allontanarsi invita il Tonelli a seguirla.
“lo resto” risponde il bimbo “voglio morire con la mia mamma!” e si accosta alla madre riversa tra i cadaveri di altri 5 figli. II piccolo Tonelli poco dopo cadrà colpito da una granata.
Dal massacro si salvò anche un’altra giovinetta, Lidia Pirini di 15 anni, che così riferisce la propria tragica avventura. “Era il 29 settembre, alle ore 9 del mattino. Alla notizia dell’arrivo dei nazisti, avevo preferito fuggire a Casaglia, sembrandomi Cerpiano luogo meno sicuro. Abbandonai così i miei familiari, e non ero con loro quando li massacrarono. Infatti mia madre ed una sorella di 12 anni, otto cugini e quattro zie furono massacrati il 29-30 settembre in Cerpiano. Il 29 li ferirono soltanto, il 30 i nazisti tornarono a finirli. Quando a Casaglia fummo convinti che i nazisti stavano per arrivare perché si sentivano gli spari e si
vedeva il fumo degli incendi, nessuno sapeva dove andare e cosa fare. Alla fine ci rifugiammo in chiesa, una chiesa abbastanza grande, era piena per metà, e Don Marchioni cominciò a recitare il Rosario. Ho saputo in seguito che lo trovarono ucciso ai piedi dell’altare: allora non me ne accorsi, e adesso riferisco solo quanto ricordo. Quando arrivarono i nazisti io non li vidi, avevo paura a guardarli in faccia. Chiusero la porta della chiesa e dentro tutti urlavano di terrore, specialmente i bambini. Dopo un poco tornarono ad aprire e si misero di qua e di là dalla porta con i mitra puntati.
Ci fecero uscire tutti in mezzo a loro e ci condussero al cimitero: dovettero scardinare il cancello con i fucili perché non riuscivano ad aprirlo. Ci fecero ammucchiare contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno; loro s’erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira. Avevano mitra e fucili e cominciarono a sparare. Fui colpita da una pallottola di mitra alla coscia destra e caddi svenuta. Quando tornai ad aprire gli occhi, la prima cosa che vidi furono i nazisti che giravano ancora per il cimitero, poi mi accorsi che addosso a me c’erano degli altri, erano morti e non mi potevo muovere; avevo proprio sopra un ragazzo che conoscevo, era rigido e freddo, per fortuna potevo respirare perché la testa restava fuori. Mi accorsi anche del dolore alla coscia, che aumentava sempre più. Mi avevano scheggiato l’osso e non sono mai più riuscita a guarire bene. Anche dopo mesi e anni di cura.
Venne la sera, venne la notte, io stavo sempre là sotto senza rischiare a gridare o lamentarmi, perché avevo paura, anche se il dolore alla coscia si era fatto insopportabile e non riuscivo più a respirare per quelli che mi stavano sopra.
Intorno a me sentivo i lamenti di alcuni feriti, così passò la notte e quasi tutto il giorno del 30. Sul tardo pomeriggio arrivò finalmente un uomo a cercare i familiari: li trovò tutti massacrati e anche una parente ferita che trasportò fuori dal mucchio dei cadaveri. Lo chiamai e mi venne vicino tutti morti mi disse, moglie e 5 figli tutti morti . Mi dimenticai di chiedergli che mi tirasse fuori dalla mia posizione, né a lui venne in mente di farlo. Lo pregai però di tornare ad aiutarmi, dopo aver soccorso la sua parente; promise di farlo, purché non avesse avvertito la presenza dei nazisti. Cosi se ne andò ed io stetti ad aspettare. Verso sera, ci si vedeva ancora, trovai finalmente la forza di decidermi, riuscii a scostarmi i cadaveri di dosso e piano piano mi allontanai dal cimitero .
Ancora sui fatti di Casaglia, parla Elena Ruggeri che vi perdette la madre, una sorella di 16 anni, due zii e due cugini, Augusto di 14 e Lina di 6 anni. “Allora avevo 18 anni- dice- il 29 Settembre alle ore 9 circa arrivarono le S.S. Scappammo in chiesa, dove pensavamo di essere rispettate, tanto più che eravamo tutte donne e bambini perché gli uomini validi erano per le macchie. Il
parroco diceva il rosario. Di noi, chi pregava e chi piangeva. Avevamo chiuso la porta della chiesa. I nazisti arrivarono e cominciarono ad urlare e battere con furia contro la porta, credo anzi che la buttarono giù. Quando sentimmo i colpi contro la porta, io, una zia e Giorgio Munarini, un cuginetto di 13 anni che si era aggrappato alle nostre mani, scappammo in sacrestia, di dove, dietro una colonnina di fronte alla porta che dava sulla chiesa, assistemmo a quello che vi accadeva. S’erano messi ai lati della porta della chiesa, facevano uscire tutti e li picchiavano ridendo, mentre passavano in mezzo. Il Parroco che sapeva il
tedesco, parlò con 2 di loro, ma dall’espressione della sua faccia noi capivamo che non c’era nulla da fare; continuavano a ridere mostrando il mitra, e, poiché il Parroco insisteva, lo uccisero con una raffica sopra l’altare. Avevo messo una mano sulla bocca di mio cugino Giorgio per paura che gridasse. Ammazzarono anche una vecchia paralitica che non si poteva muovere.
Fuggimmo alla disperata dalla sacrestia nel bosco, lontano un centinaio di metri: ci videro mentre si correva, ci spararono e gettarono anche delle bombe a mano, per fortuna senza colpirci. Nel bosco ci sentimmo più sicuri perché si sapeva che non sarebbero venuti; avevano sempre avuto un terrore folle del bosco; c’era anche un sentiero poco lontano neppure 30 metri, ma non si azzardarono a venire. Dal bosco vedemmo che fecero andar tutti verso il cimitero vicino alla chiesa dopo aver scardinato il cancello a spallate aiutandosi con i fucili. Dal nostro posto vedevamo dentro al cimitero. Dopo un quarto d’ora che li avevano messi contro la cappella, aprirono il fuoco con le mitraglie e gettarono anche delle bombe a mano.
Sparavano molto basso, per colpire i bambini. Appena finito il massacro, se ne andarono. Alle 4 del pomeriggio entrai nel cimitero a cercare i miei, ma non li trovai perché erano sotto il mucchio dei morti. Da un angolo della cappella mi chiamò mia
cugina Elide Ruggeri ferita ad un fianco: era con una zia che aveva le gambe fracassate e morì dopo 3 giorni. Giunse intanto mio
padre che al mattino s’era rifugiato nella macchia e salvò mia cugina.
Alle ore 11 erano arrivati alcuni partigiani che riuscirono a portare al sicuro dei feriti. ‘Noi stemmo nel bosco per 3 giorni e per 3 notti. Mio padre e mio zio furono uccisi tre giorni dopo, anch’essi a Casaglia”.
Sempre a Casaglia, in località Casa Beguzzi, le famiglie Armaroli, Benassi, Cerè, Nanni, Paselli e Padriali, ammassate di fronte alla mitraglia cadono in numero di 38 tra cui 6 bambini.
A Caprara di Marzabotto, per timore che taluno potesse fuggire, non volendo d’altra parte perdere tempo in assassinii isolati, i nazisti pensarono di legare le persone man mano rastrellate, e quando il numero era sufficiente, tutto il gruppo era stretto dalla corda, come un covone di grano, e del gruppo mitraglie e bombe a mano facevano strage. Legati assieme da una grossa fune, 16 donne vennero trovate trucidate. Una di esse stringeva ancora al corpo una creaturina di pochi mesi.
Presso la famiglia Moschetti, i nazifascisti arrivarono quando una giovane donna aveva appena dato alla luce la sua creatura, l’aveva baciata sugli occhi e la bocca, stava per adagiarla vicino a sé tra le lenzuola, e dormire, quando si sentirono i nazifascisti sparare e buttare bombe sotto casa. Aiutata dalla madre, la giovane saltò dal letto e cercò scampo, con il neonato stretto tra le braccia. La madre cadde subito, abbattuta sulle scale di casa. La giovane correva, per il campo, insensibile al dolore che ancora le straziava le viscere, correva disperata cercando con gli occhi fra la terra e le cose amiche il rifugio per la vita del figlio,
che tra le sue braccia sommesso faceva udire i primi vagiti come un pigolio: la raggiunsero e l’uccisero sotto la vigna, mentre il neonato, buttato in aria, era bersaglio ai loro fucili. Molta della gente di Caprara di Marzabotto viene rastrellata e rinchiusa nella locale osteria dove i nazisti la massacrarono con le bombe a mano e poi la distruggono con i lanciafiamme.
I caduti sono 107 di cui 24 bambini. Cercano di salvarsi Vittorina Venturi e la madre, saltando da una finestra. Invano, entrambe sono subito falciate. Tonelli Antonio perde tutti i 15 componenti la propria famiglia, di cui 10 bambini.
Anche Quirico Lanzarini, Celso Lanzarini e Giulio Ventura vedono massacrata tutta la famiglia, così molti altri di cui mai si poté avere notizie.
La moglie e 4 figli di Gaetano Venturi cadono nel massacro con la nuora e le nipotine: dopo la liberazione il Ventura ritroverà anche i cadaveri di altri due figli che aveva creduti salvi.
Leandro Lorenzini racconta di avere allora perduto il padre ed il figlio di 15 anni “Il padre lo uccisero subito, il primo giorno del rastrellamento, il figlio il 10 ottobre, con quelli di S. Giovanni. Particolari della strage e cosa facevano i nazisti, non sono in grado di dire, se con loro c’erano anche quelli della Repubblica Sociale, non lo so: so soltanto che quando mi accorsi che ammazzavano tutti, mi buttai in fondo a un fosso e riuscii a tirarmi dietro anche mia moglie. Nascosti dentro all’acqua, li vedemmo passare vicino a noi, quasi ci toccavano Non ci videro, per fortuna nostra. Fosse stato cosi anche per mio padre e mio figlio. Dopo la liberazione tornai a Caprara per lavorare la mia vigna. Capitai sopra una mina, ce n’erano tante. Cosi adesso mi tiro dietro la gamba di legno”.
Ancora sui delitti di Caprara, depone Roberto Carboni. Egli, fatto raro per un abitatore dell’acrocoro, non lamenta alcun famigliare caduto. “Verso le 10 del mattino si cominciarono a sentire gli spari in molte direzioni e per i monti si vedevano case in 6amme e grandi fumate nere. Nei precedenti rastrellamenti, i nazifascisti avevano sempre catturato solo gli uomini per deportarli o fucilarli, avevano anche bruciato case, ma rispettato le donne e i bambini. Perciò quella mattina, quando ci rendemmo conto della presenza dei nazifascisti, noi uomini validi decidemmo di nasconderci, ma per la sorte delle donne e dei bambini,
pensammo di non doverci preoccupare. Quindi noi uomini corremmo nella macchia, perché tutti si sapeva che là i nazifascisti non sarebbero venuti, avevano una gran paura ad inoltrarsi tra le piante. Fin che ci furono nazifascisti nelle vicinanze, cioè per ben 5 giorni, rimasi nascosto. Quando finalmente tornai, mi si presentò la casa bruciata ed in parte crollata. Davanti a casa non c’era nessuno, ma come entrai in cucina, dopo essermi fatto strada tra le macerie, la trovai piena di cadaveri accatastati, erano 44, tutte donne e bambini, parte li conoscevo perché erano miei vicini, altri erano gente di Villa Ignano, Sperticano ed altri
luoghi. Li avevano tutti ammucchiati in cucina, poi dalla porta che dava sulla strada, li avevano massacrati con la mitraglia e le bombe a mano. Impossibile scappare, perché di fuori stavano in agguato e chi provò fu ributtato dentro a colpi di fucile, come si capiva da alcuni cadaveri che facevano mucchio proprio sotto la finestra. A vedere quella quantità di morti, si capiva che doveva essere stata una cosa tremenda, per lo più erano uno sopra all’altro contro la parete di fronte all’uscita, segno che
spingevano da quel lato nell’ultima disperata illusione di trovare scampo, di fuggire davanti alla canna della mitraglia che sparava dal vano della porta. Poi i nazifascisti avevano minato la casa che in parte era crollata sui cadaveri. C’erano bimbi e donne consumati dal fuoco, quando li raccogliemmo per seppellirli, le carni bruciate si sfacevano. Riuscimmo a seppellirli tutti in una grande buca”. Sempre in quel giorno, Maria Collina perdette 4 figli, di cui il minore una bimba di soli 4 mesi.
“Io- ricorda piangendo la donna- cercai di far capire ad un nazista, che lì c’erano solo vecchi donne e bambini, ma lui mi cacciò indietro dicendo: ‘non importa niente!'”.
Fabbri Medardo fu rastrellato e rinchiuso in una casa di Rovecchia. Dalla finestra assistette ad uno spettacolo agghiacciante. Tutti i componenti della famiglia che abitava nella casa, vennero messi in riga contro il muro della stalla. Un nazista, con una grossa pistola, li uccise uno per uno, bimbi compresi. A pochi metri, una cinquantina di commilitoni assistevano impassibili. Piangendo un bimbo si attacco alle gambe dei boia, questi se lo scrollo con un calcio e lo fini con un colpo al cranio.
A Casone di S. Martino in 18 perdono la vita: Mirka Parisini, incinta di 6 mesi, viene denudata e pugnalata nel ventre; poi le sparano due fucilate al petto; in un rifugio di S. Giovanni, 47 persone tra cui 12 bimbi e 2 suore cercano scampo. Trovarono tutti la morte più orrenda. Cadono la moglie e i 5 figli di Gherardo Fiori, i familiari di Mario Fiori, di Edoardo Castagnari, di Giuseppe Massa, di Pietro Paselli ed altri ancora Al bivio tra la chiesa e il cimitero di S Martino, i nazifascisti adoperano la benzina per distruggere i corpi di 52 persone massacrate dalla mitraglia.
Luccarini Gaetano è abbattuto e bruciato con la moglie e 6 figli, Angelo Lorenzini ha 13 morti, Augusto Casagrande 6; cadde anche la famiglia del Parroco Don Ubaldo Marchioni, tutti meno il vecchio padre.
“A me hanno massacrato 14 familiari”, racconta Giuseppe Lorenzini. “La moglie e 2 figli, uno di 5 l’altro di 4 anni, li fucilarono il giorno 29 settembre a S. Giovanni, il giorno dopo a S. Martino furono assassinati dai nazifascisti mia madre, 3 sorelle, 3 cognate e 4 nipoti. Io, buttandomi dalla finestra, ero riuscito a rifugiarmi nel bosco. Dal bosco sentivo le grida della gente di S. Giovanni. Sentivo anche le grida degli assassini, e ce n’erano che parlavano in dialetto emiliano, ma tutti avevano i vestiti delle SS. Il giorno dopo a S. Martino vidi di lontano un gruppo di gente, tutte donne e bambini, con un solo uomo in mezzo che girava con una gamba offesa, sparpagliarsi di corsa per i campi a branco, ma senza direzione precisa. Sentii dei colpi, poi i nazisti li circondarono e li riunirono. Fecero presto, ve lo dico io: picchiavano sulle dita e le unghie delle mani e dei piedi con i calci dei fucili. Li portarono proprio davanti alla porta della nostra casa, dove li fecero ammucchiare e li massacrarono tutti a raffiche di mitraglia. Poi, uno per uno, gli diedero un colpo di fucile alla nuca per sicurezza. Tornarono ad ammucchiarli perché nel morire s’erano un poco dispersi, spinsero sul posto un carro di fascine che rovesciarono sopra i morti, aggiustarono per bene le fascine, in modo da coprire tutti i cadaveri, fuori non spuntava neppure un piede, poi diedero fuoco.
Inutile dire che anche le case furono tutte bruciate. Della figlia di mio fratello, di 4 anni, non siamo mai più riusciti a ritrovare la testa. Non mi volli allontanare dalla zona senza prima aver dato sepoltura ai miei morti; sepoltura provvisoria, s’intende, così come si poteva. Mi unii con altri scampati, alcuni facevano la guardia nei punti più opportuni, perché i nazifascisti passavano e ripassavano sempre. Gli altri provvedevano alla sepoltura. Impiegammo 2 giorni a seppellirli tutti, e non dico quante volte anche noi corremmo il rischio di essere presi e massacrati. Spari e raffiche se ne sentivano ogni momento e il fumo degli incendi c’era sempre, vicino e lontano”.
Paselli Duilio vive ora in una casa bianca, sopra un colle a fianco del ponte della ferrovia, nascosta da una macchia di grandi piante. E’ la casa di un tempo, ricostruita nei muri, non ancora ammobiliata, salvo qualche tavolo e poche seggiole. Nelle stanze vuote, un po’ buie per l’ombra delle piante, egli vaga solo, ricordando i suoi 10 familiari. “Il 25 settembre sfollammo da casa Beguzzi, troppo bassa e vicina al fiume e alla ferrovia, e riparammo a S. Martino, che pareva più sicuro. Il 29 mattino gli uomini scapparono tutti per timore di essere deportati. Infatti tutte le altre volte che i nazifascisti erano venuti in rastrellamento, sempre
se l’erano presa con gli uomini giovani e validi e li avevano catturati e anche fucilati; mai avevano toccato le donne e i bambini.
Passò una prima squadra di nazisti, il giorno 29, e non fecero nulla; pensammo che anche questa volta ce la saremmo cavata solo con la paura. Invece il 30 arrivò una seconda squadra: presero tutti quelli che poterono, li misero contro la casa dei contadini del Parroco e li falciarono con le mitraglie. Poi li bruciarono con le fascine e con l’altra roba che avevano loro. Uno della famiglia Lorenzini di S.Martino, che aveva assistito al massacro, mi raccontò in seguito che, mentre erano chiusi nella Parrocchia, prima di essere massacrati, una mia figlia sposata, col suo bimbo al collo, nel vedere uccidere il marito sotto i suoi occhi, si scaglio contro i nazifascisti chiamandoli vigliacchi e assassini. Uno delle SS le rispose nel nostro dialetto; essendosi subito accorto che così si era tradito, fece segno agli altri e portarono tutti fuori al massacro, anche mia figlia col bambino in collo”.
Aldo Gamberini racconta: “Noi venivamo dalla Cerreta di Montorio del Comune di Monzuno, sfollati a Cadotto. Il 29 Settembre mi alzai che ancora era buio e pioveva; mi allacciavo una scarpa nei pressi della stalla conversando con tre partigiani.
Improvvisamente sentimmo delle urla dalla parte opposto della casa. I tre partigiani corsero ma si trovarono di fronte a una grande ondata di SS, li comandava uno basso e grosso che mi parve un capitano. Immediatamente i tre partigiani cominciarono a sparate, ma c’era troppa differenza di numero e dovettero retrocedere: sempre difendendosi presero la strada per il loro comando, io corsi a nascondermi in località Cà di Dorino, circa un km da Cadotto. Correndo per il campo mi spararono molte raffiche e colpi. Mentre fuggivo, a Cadotto cominciò un forte combattimento. Dalla posizione dove mi trovavo, non udivo nulla neppure gli spari della battaglia tra partigiani e SS, solo vedevo il fumo e il fuoco degli incendi. Dopo circa un’ora e mezza che ero nel fosso, sul sentiero per Cadotto, più in alto di fianco, vidi passare una colonna di civili, quasi tutti donne e bambini, andavano in fila, avevano con sé fagotti e valigie; sei SS, a mitra puntati incalzavano la fila e la tenevano unita. Guardai bene se c’erano i miei, ma non li vidi e mi sentii con più speranza. Pensai che li portavano in campo di concentramento. Dopo un’ora invece, tutto d’un colpo, mi arrivò un grande urlo, sembrava una voce sola, ma non sentii spari. Li avevano massacrati tutti sotto
Pornarino. Proprio mentre passava la fila dei civili e delle SS mi sentii toccare ad una gamba: era Mascherino, il mio cane. Presi paura che abbaiando mi facesse scoprire e cercai in tasca il coltello che sempre avevo con me, per ucciderlo, ma non lo trovai.
Del resto non ce n’era bisogno perché Mascherino si accucciò ai miei piedi e più non si mosse. In seguito compresi che era corso a cercarmi dopo che avevano massacrato i miei.
Pioveva sempre, del combattimento verso Cadotto non si sentiva nulla, solo vedevo intorno per i monti e le valli bruciare le case le stalle e i fienili, sentivo anche i crolli delle case tra le fiamme, e le urla delle bestie legate alle mangiatoie. Ero combattuto tra il desiderio di correre dai miei e la paura di trovare una disgrazia. Passai cosi tutta la giornata. Verso le 10 di sera, con un buio che dovevo camminare a tasto coi piedi, arrivai a Rivabella di Cadotto dove trovai una donna che tirava acqua dal pozzo e che mi diede un pezzo di pane. A Cadotto non tornai più, in principio perché temevo la sorte dei miei, poi perché rimase tra
le due linee, quella nazista e quella degli anglo-americani. Ci tornai solo dopo la Liberazione. Tornai a Cadotto nel maggio del 1945 a cercare i resti dei miei che ritrovai nel posto stesso dov’erano caduti, ricoperti da un po’ di terra. Riconobbi mia moglie dalle scarpe e da una rebecca di lana che non s’era bruciata non so per quale caso; mia figlia maggiore la riconobbi per i denti d’oro, mio fratello per la pipa vicina alle ossa, i figli, perché di bambini c’erano solo i miei”.  Tra Cadotto, Prunaro e Steccola, 145 sono gli assassinati e nel conto 40 bambini.
E il 29-30 settembre e 1 ottobre la serie di massacri non ha fine. Alla Canovetta di Villa Ignano cadono in 20. All’oratorio di Cerpiano ammucchiano 49 persone, di cui 19 bimbi e 25 donne. I bimbi son messi in fila contro il muro esterno e con
promesse di cibo e danaro a lungo invitati e poi minacciati a dire quanto sapevano dei partigiani. I bimbi non parlano e vengono di nuovo scaraventati nell’interno dell’oratorio. Segue subito un primo lancio di bombe a mano che assassina 30 persone. Poi le SS decidono di riposare e a lungo gozzovigliano attorno all’oratorio. I lamenti di una ferita agonizzante li disturba: è la signora Nina Frabboni Fabbris di Bologna che un nazista s’affretta a finire. Emilia Tossani e il vecchio Pietro Orlandi con la nipote tentano la fuga; vanno poco oltre la soglia. I nazisti possono gozzovigliare tranquilli.

(tratto da “Marzabotto parla”, Ed. Avanti!, 1955)

pallanimred.gif (323 byte) I responsabili della strage di Marzabotto, di Renato Giorgi (da “Marzabotto parla”, Ed. Avanti!, 1955)

La divisione corazzata SS “Reichsfuhrer”, a cui apparteneva il 16° battaglione del maggiore Walter Reder, autore della strage di Marzabotto, era comandata dal generale Max Simon. Reder lodò le SS che si erano mostrate particolarmente feroci nella truce opera.

Mentre ancora sull’acrocoro i nazifascisti infieriscono spietati, il Segretario Comunale di Marzabotto, a nome Grava, invia al Prefetto della Provincia, Fantozzi, un rapporto sulla strage, il quale anche se incompleto e parziale, e tuttavia una denuncia chiara e tremenda. Vi si parla infatti di “spettacolo terrificante” “tutte le case dei poderi di Sperticano, S. Martino, Casaglia, Pioppe di Salvaro erano in fiamme. Oltre una cinquantina di donne, uomini e bambini erano stati fucilati a Sperticano. Nei tre poderi di Colulla di Sopra, di Sotto e Abelle erano state fucilate trentatré persone; dei morti insepolti erano lungo la via che conduce a Sibano, gettati nella ‘botte’ dello stabilimento di Pioppe di Salvaro, in un numero imprecisato a S. Martino, Casaglia, Pioppe di Salvaro e Salvaro .”
II Prefetto Fantozzi non concede alcun credito al rapporto del Grava; questi allora si reca a Bologna e a voce conferma, con aggiunta di nuovi orribili particolari, quanto ha visto e sa. Si esige da lui un secondo rapporto scritto, ch’egli si affretta a presentare al Vice Prefetto De Vita: anche costui non vuole prestargli fede, e anzi il Grava viene minacciato di arresto.
Radio Londra, nelle numerose trasmissioni giornalmente dedicate all’Italia, parla a lungo della strage di Marzabotto e denuncia con prove irrefutabili la ferocia e lo zelo dei nazifascisti.
Nel frattempo, i primi fuggiaschi hanno raggiunto Bologna, e raccontano inorriditi quanto è avvenuto. Raccapriccio, costernazione e sdegno riempiono la città, lo sgomento si fa condanna, esecrazione, odio. Che dell’orrendo crimine debbano
portare la colpa non solo i nazisti ma anche i fascisti, è ampiamente noto e provato. Militi della cosiddetta Repubblica Sociale furono guide e spie al servizio dei nazisti e pur essi massacratori nei giorni della grande strage; anche se camuffati sotto le divise delle SS, vengono riconosciuti da molti di Marzabotto e i sopravvissuti raccontano e testimoniano. La gente di Marzabotto sa che i fascisti locali, i piccoli gerarchi rintanati nei fortilizi delle caserme, tremanti di fronte alle selve, i calanchi e i prati dell’acrocoro (da cui par loro di veder calare i partigiani della Stella Rossa ad ogni stormire di frasca), hanno più volte sollecitato, invocato l’intervento dei “camerati” per sterminare la gente di là dal Reno e dal Setta (“tutti banditi”, essi dicono). Di ciò sono rimaste tracce anche in documenti letti da alcuni scampati di Marzabotto. Ma Fantozzi Prefetto Politico, De Vita Vice Prefetto di carriera, il Segretario federale del Fascio, Tebaldi, i gerarchi tutti, vorrebbero soffocare anche i lamenti dei superstiti. Quando non è più possibile mantenere il silenzio di fronte alla pubblica accusa, si affida al quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino”, fedele portavoce dei fascisti, l’incarico di smentire tutto, di cancellare ogni cosa con poche ciniche righe. Ed ecco quanto pubblica il n. 243 de “Il Resto del Carlino” di mercoledì 11 ottobre 1944, anno XXII dell’Era Fascista nella “Cronaca di Bologna”: “Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge, ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel Comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione Compiuta durante un apposito sopralluogo. E’ vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subìto forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma
fortunatamente non e affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio nientemeno che di centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché, chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti”.
Inutile dire che nessuno presta fede alla smentita del giornale: da tempo la gente di Bologna sa di quale verità si fa banditore ” Il Resto del Carlino”.
Intanto la pubblica esecrazione incalza, e la fine della guerra, che appare ormai prossima per l’aperta rivolta dell’Italia del Nord, per il premere degli eserciti alleati già alle porte di Bologna, mentre le vittoriose armate sovietiche avanzano entro i confini della Germania, atterrisce fascisti e nazisti. Una delegazione nazista si reca allora dal Prefetto. Ne fanno parte il generale Werchien, il colonnello Dollmann, il console generale von Halsen, il dottor Sacht dell’Ambasciata nazista, e altri ufficiali, che vengono ad annunciare la sostituzione del comandante nazista a Bologna, la nomina del nuovo comandante nella persona del generale von
Senger, assicurando nel contempo la costituzione di una commissione incaricata di fare luce sul fatto “increscioso”. Dopo alcuni giorni il dottor Sacht torna dal Prefetto per riferire sui risultati dell’inchiesta. La verità, egli sostiene, e che l’alleato fascista ha dato eccessivo credito all’allarmismo di alcuni funzionari, che con molta leggerezza hanno contribuito a mettere in cattiva luce le truppe naziste di fronte alla pubblica opinione.
Sacht consiglia di conseguenza di prendere severi provvedimenti contro i funzionari irresponsabili, e spiega i fatti nel modo seguente: nuclei di truppe paracadutate dell’esercito nazista sono venuti a contatto di fuoco con bande partigiane nella zona di Marzabotto; il caso ha voluto che proprio in quella circostanza alcuni civili si trovassero frammisti ai partigiani, e “involontariamente” è stata causata la morte di qualche donna e bambino, asserragliati nei nidi dei “banditi” . Di tale spiegazione la Prefettura e i gerarchi fascisti sono naturalmente paghi.
Più tardi, quando ufficiali e militi nazisti, quali il generale Simon (comandante la 16° Divisione SS Reichsfuhrer), il maggiore Reder (comandante il 16° Battaglione), e altri ufficiali e soldati degli stessi reparti, verranno interrogati dai tribunali italiani e alleati, allora le versioni tedesche cambieranno. Il tenente delle SS Max Saalfrank dirà, per esempio, agli inquirenti alleati: “In uno degli ultimi giorni di settembre mi fu ordinato di presentarmi al Comando tattico del maggiore Reder, dove ebbe luogo un rapporto. Lo scopo era di darci istruzioni per un’azione contro i partigiani, divenuta necessaria in quanto la Brigata partigiana Stella Rossa, con una forza di circa 2000 elementi, si trovava dislocata nella zona di combattimento della Divisione, fra il Comando tattico e la linea del fronte. Furono impartiti ordini che la resistenza partigiana dovesse venire infranta senza riguardo
ai civili. Il Saalfrank giudicò gli ordini particolarmente severi, anche se giustificati, considerata la situazione”.
Il generale Max Simon dirà: “…durante questa azione certamente furono uccisi donne e bambini, ma era impossibile evitare che tra i morti non ci fossero donne e bambini.. “.
Wilhelm Kneisal, soldato della 2° Compagnia del 16 Battaglione, dice: “Come io appresi dai miei camerati, questi furono impiegati in una azione contro i cosiddetti partigiani; fu loro ordinato di dare alle fiamme tutti i villaggi, di uccidere il bestiame e tutti i civili, compresi donne e bambini. Il Meyer obbligò la popolazione di un villaggio, composta in massima parte di vecchi, donne e bambini, a prendere rifugio in una chiesa. Allorché le porte della chiesa furono sbarrate, il Meyer scagliò una bomba a mano all’interno attraverso la finestra, per far soffrire ancora di più queste persone, come egli più tardi si vantò. Il giorno dopo il Meyer ritornò sul posto con la sua squadra e uccise a colpi di pistola le persone che avevano trovato rifugio nella chiesa, il caposquadra uccise di sua mano una vecchia. La sua squadra aveva incontrato questa povera donna che stava salendo verso la collina vicina. Frach la raggiunse, le chiese se conosceva i rifugi dei partigiani. La donna rispose di no. Frach le ordinò di continuare a camminare e poi, caricata la sua pistola mitragliatrice, da una distanza di circa 50 metri la uccise. Vorrei anche far
rilevare che gli uomini che presero parte all’azione fecero un ricco bottino. Ogni soldato stese un rapporto sul numero di persone da lui uccise. Questi rapporti furono inviati ai rispettivi Comandi di compagnia”. Particolarmente significativo l’accenno del Kneisal ai rapporti inoltrati ai Comandi: essi spiegano perché, come riferiranno molti dei sopravvissuti, dopo i massacri di grossi gruppi, i nazisti contavano i cadaveri: il Comando tedesco esigeva conoscere, con burocratica esattezza, il numero degli uccisi dai singoli e dai reparti.
Si veda in proposito il compiacimento espresso dal maggiore Reder alla compagnia dell’Obersturmfuhrer Segebrecht, per l’ottimo concorso dato nel massacro di ottocento civili, che egli definisce ipocritamente partigiani.
Julien Legoll riferisce: ‘La notte dal 28 al 29 settembre 1944, la 1° Compagnia del 16° Battaglione della 16° Divisione SS Reichsfuhrer Recce Unit, assieme al plotone mitraglieri di fanteria della 5° Compagnia, al quale appartenevo, furono adunati a Montorio, dove noi eravamo stati accantonati per tre o quattro giorni. Il comandante della 1° Compagnia Obersturmfuhrer Segebrecht ci indirizzò allora alcune parole dicendoci che stavamo per entrare in azione contro i partigiani e che avevamo l’ordine di fare rappresaglia sparando indiscriminatamente su tutte le persone nelle vicinanze, qualora fossimo stati fatti segno a fuoco mentre eravamo in marcia. Aggiunse che questi ordini erano pervenuti dal comandante del ‘Recce Unit’, maggiore Reder.
Furono distribuite le munizioni e poi ci mettemmo in marcia verso le ore sei del 29 settembre. La 1° Compagnia ‘Recce Unit’ attaccò due case coloniche senza incontrare alcuna resistenza e tirò fuori gli inquilini: circa trenta civili in tutto, due dei quali erano vecchi, gli altri donne e bambini. Questi civili furono allineati di fronte a un muro, su ordine dell’Obersturmfuhrer Segebrecht. I cadaveri vennero lasciati dov’erano caduti e gli edifici dati alle fiamme. Io vidi fucilare questi civili e ciò accadde verso le ore otto. Distavo circa 15 metri dall’ObersturmfQhrer quando lo udii dare l’ordine che fu: ‘Fucilarli tutti immediatamente’.
Dopo una marcia di circa mezz’ora, vedemmo tre donne e tre o quattro bambini che scappavano via di fronte a noi. Non appena essi furono individuati, il sottufficiale incaricato del comando del plotone mitraglieri di fanteria, Unterscherfuhrer Wolf, diede l’ordine di sparare su di loro. Due militari, di cui non so i nomi, corsero al loro inseguimento e li vidi sparare su di essi da una distanza di 10-20 metri. Successivamente uno di questi militari fu incaricato di accertarsi del loro decesso, ma essi erano tutti morti e i loro cadaveri furono lasciati a terra dove erano caduti. Ciò accadde verso le ore 8 e 30. Quindi iniziammo la discesa sull’altro versante. Alle ore 9,30 circa, giungemmo ad una casa colonica solitaria, fuori della quale vidi due donne e tre o quattro bambini. Senza alcun ordine, un militare della 1° Compagnia, che io non conosco, corse avanti e, dopo aver piazzato la sua mitragliatrice a terra, aprì il fuoco e li uccise. I cadaveri vennero lasciati lì e la casa bruciata… Ritornammo sui nostri passi. ci arrampicammo su un’altra collina e, verso le ore 15, ci imbattemmo in un piccolo gruppo di quattro civili (un vecchio di circa settant’anni, una donna, una ragazza e un ragazzo dell’età di quattordici o quindici anni). Due militari del plotone mitraglieri di fanteria, uno dei quali era lo Sturmann Pieltner, avanzarono senz’alcun ordine e spararono loro col fucile da una distanza di 50-60 metri. Essi furono lasciati dove erano caduti, di fronte a una casa. Nel corso della marcia il plotone mitraglieri di fanteria aveva dato alle fiamme 15-20 edifici colonici…
Venne la sera. Alle ore 19 eravamo di ritorno a Montorio, dove ci accampammo per passare la notte. Il giorno dopo, verso le tre e mezza o le quattro del mattino, riprendemmo il rastrellamento e per molte ore non incontrammo nessuno. Giunti di fronte a un villaggio, aprimmo un violento fuoco contro le case. Dopo che fu dato l’ordine di ‘cessate il fuoco’, il plotone si avvicinò al villaggio a normale passo di marcia allo scoperto, dato che non vi era stata risposta ai nostri colpi. Come ci avvicinammo ad una delle case, udimmo le grida di una donna spaventata. Il sottufficiale comandante la 3° Sezione, ‘Rottenfuhrer’ Knappe, si fece sotto a una finestra di questa casa e, senza guardare dentro, vi gettò una granata a mano. Quattro di noi entrarono nell’edificio e vi trovarono una donna morta, dell’apparente età di cinquanta o sessant’anni. Senza dubbio era stata uccisa dalla
granata. Ero nel gruppo che la rinvenne.
L’intero villaggio fu poi dato alle fiamme, ma la chiesa non prendeva fuoco. Quando bruciammo queste case, i mobili furono ammucchiati insieme, fieno e paglia stipati sotto e incendiati.
Nel caso della chiesa fu fatto un tentativo di bruciare le panche di legno, ma senza successo. Prima di provare a bruciare la chiesa, il comandante del plotone Wolf, diede ordine di distruggere l’altare, e io, essendo cattolico, mi allontanai. Ritornai pero in tempo per vedere che l’altare era stato spaccato e si erano fatti dei tentativi per distruggere la chiesa… Seguì un breve riposo, che fu interrotto dall’arrivo di un gruppo di circa trenta o quaranta donne e bambini scortati da tre militari delle SS che credo appartenessero alla 2° e 3° Compagnia del ‘Recce Unit’. Essi condussero il gruppo dove noi eravamo seduti e chiesero a Bochler che cosa si dovesse fare di loro. Bochler disse: ‘Devono essere fucilati’. I tre SS se ne andarono.
Le donne e i bambini furono allineati contro il muro della casa colonica dove era stata uccisa la vecchia. Essi fecero un tentativo di fuga, ma furono ripresi. Bochler ordinò allo Sturmann Pieltner di procedere all’esecuzione con la mitragliatrice. Udii Pieltner mormorare, motivo per cui Bochler tirò fuori la sua pistola, sotto la minaccia della quale vidi allora Pieltner falciare col fuoco della sua mitragliatrice le donne e i bambini. Ciò accadde fra le ore 11 e le 12. I cadaveri furono lasciati dove erano caduti e quindi ci mettemmo in marcia per recarci al luogo di raduno, dove incontrammo la 1° Compagnia, con la quale ritornammo agli accampamenti di Montorio. Arrivati lì, Segebrecht si rivolse alla Compagnia, plotone per plotone, dicendoci che l’azione era riuscita benissimo e che aveva udito dal maggior Reder che ottocento partigiani erano stati uccisi e che egli, il maggiore, si congratulava con la Compagnia per la nostra opera. Personalmente sono del parere che la maggioranza dei ‘partigiani’ uccisi erano donne e bambini. Oltre ai civili fucilati, vidi cadaveri isolati e a gruppi, in numero da uno a dieci circa, disposti lungo la
linea di marcia durante i due giorni.”
Appare veramente difficile, dopo aver seguito la Compagnia Recce Unit nei due giorni di marcia, giudicarne l’operato quale frutto di momentaneo furore, di disgraziata contingenza bellica o anche di rappresaglia contro le forze partigiane: solo uomini addestrati, preparati, resi privi di ogni umanità, potevano per due giorni, disciplinatamente, marciare tra cadaveri di donne e bambini da essi stessi trucidati.
Walter Reder invece, il maggiore monco, che più di un superstite vide percorrere le strade dell’acrocoro guidando e compiendo di persona i crimini, negherà sempre con cinica indifferenza; o quanto meno, costretto dall’evidenza delle prove, ammettere di avere agito da militare per ordini ricevuti dai superiori. Ciò che non impedirà al Tribunale Militare Territoriale di Bologna di riconoscere nel Reder il responsabile diretto della strage di Marzabotto, condannandolo all’ergastolo e alla degradazione. Non a caso l’ordine di condurre a termine l’orrenda missione era stato impartito al Reder e ai suoi uomini. Il comandante la 16° Divisione Reichsfuhrer generale Simon e i generali dello Stato Maggiore nazista in Italia erano perfettamente a conoscenza delle specifiche qualità del comandante il 16° Battaglione SS in materia di massacri, per essersi serviti di lui e per averlo visto all’opera altre volte.
A S. Anna di Stazema, in provincia di Lucca, il 16 agosto 1944, 570 erano state le vittime del Reder donne, bambini, vecchi e l’intero paese distrutto. In località Bardine S. Terenzio e Valla, in provincia di Massa Carrara, il 19 agosto 1944, in uno scontro con i partigiani, i nazisti perdono 16 uomini: Reder, inviato a dare una lezione, assassina 160 civili, attuando la rappresaglia di dieci contro uno. Il 24 agosto 1944 è la volta di Vina di Massa Carrara: si distrugge completamente il paese, 150 persone vengono sterminate, donne seviziate, feti schiacciati, vecchi impalati, bimbi lanciati in aria a fare da bersaglio alle mitraglie, gente arsa viva. In questa occasione prestano man forte agli uomini di Reder anche undici fascisti delle Brigate Nere, in seguito condannati all’ergastolo dalla Corte di Assise Straordinaria di Perugia. Il 16 settembre 1944, pochi giorni prima dell’inizio della
strage di Marzabotto, alle Fosse di Frigido, sempre in provincia di Massa Carrara, gli sgherri del Reder massacrano 147 persone, e 72 a Bergiola, di cui 40 arse vive nell’edificio delle scuole.
S Lucia, Gragnola, Monzone in Toscana, Casteldebole in Emilia, sono altre tappe sanguinose del cammino di Reder. Non a caso, dunque, era caduta la scelta per l'<operazione Marzabotto>; gli Alti Comandi nazisti sapevano bene di trovare in Reder il fedele, esatto, sistematico esecutore di qualsiasi ordine e infamia. Il maggiore Walter Reder aveva allora ventinove anni, ma era già anziano di carriera. Nato a Freiwaldal, in Cecoslovacchia, nel 1915, figlio di un industriale austriaco fallito, aveva tratto dall’ambiente familiare il desiderio di rivincita e di un ritorno alla ricchezza. Nel tedioso ambiente provinciale di Salisburgo, dove la famiglia si era in seguito stabilita, aveva maturato il sogno di vedere risorgere il grande Impero sotto l’insegna del nazismo, di cui Hitler propagandava i principi da la vicina Baviera. Aveva diciotto anni quando venne sospettato, con altri giovani, di esser e complice nell’assassinio del Cancelliere Dollfuss. Di uomini siffatti aveva bisogno il nazismo, e il diciannovenne Walter Reder, studente svogliato e terrorista precoce, veniva accolto, nel 1934, nell’accademia berlinese delle SS. L’accademia completò e consolidò le caratteristiche già manifestate dal giovane, e ne usci un rappresentante tipico della “razza eletta” il quale aveva perfettamente assimilato il comandamento di Hitler: “Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con tranquilla coscienza, dobbiamo distruggere tecnicamente, scientificamente, tutti i nostri nemici”.
Dirà il Pubblico Ministero maggiore Stellacci nella requisitoria al processo: Reder é un esemplare inconfondibile di quella sottospecie umana, prodotta in serie dal nazismo hitleriano: freddo, insensibile, fanatico, pieno di ottusa alterigia, educato al cinismo e all’odio di razza. Eppure quest’uomo, che, considerandosi esponente di una razza eletta anzi, come SS, un eletto tra gli eletti, ha sempre guardato con tanto disprezzo i piccoli cenciosi italiani passati avanti a lui, quest’uomo che ha sempre mostrato tanto disprezzo per la vita degli altri, quando sente che qualcosa può soffocare la sua vita, si agita, si dimena, mette avanti altre persone, inventando centinaia di bugie… Il soldato si distingue dagli assassini perché ha il senso limite della propria azione. La verità è questa: Reder, come altri suoi simili, appartiene a una casta militare senza scrupoli e senza morale… Questa infatti non è guerra, forse nemmeno assassinio, è qualcosa di più che non ha un nome!”
E sempre nella stessa requisitoria: “Reder è anche un traditore, avendo abbandonato l’Austria per mettersi al servizio di Hitler prima ancora che la Germania annettesse la sua patria; è uno stupratore, per aver violato a Cerpiano delle donne, tra cui una religiosa, è un grassatore per aver saccheggiato l’osteria di S. Terenzio; é un bugiardo per aver mentito spudoratamente al Tribunale; infine è un SS e non un soldato. Reder, prima ancora di offendere il nostro Paese con i suoi crimini, ha offeso e infangato il suo Paese. Non si pensi che noi oggi chiediamo la condanna del Reder perché il suo Paese ha perduto la guerra.
Noi lo giudichiamo perché l’ha condotta in un certo modo. Il fatto che il nazismo abbia perduto la guerra e semplicemente l’occasione che ci permette di giudicare Reder e che ci si offre per punirlo.
E sarà condannato non perché è un vinto ma perché è un delinquente, perché egli ha condotto la guerra con metodi e con spirito da delinquente, con la certezza di non dover mai rendere conto a nessuno delle sue colpe”.
Il Pubblico Ministero chiederà per Reder la pena di morte. Il Tribunale lo condannerà all’ergastolo. Anche il maresciallo Albert von Kesselring, comandante le truppe naziste in Italia, verrà condannato a morte, a Venezia, da un Tribunale militare inglese, quale criminale di guerra. Ma la pena verrà poi commutata nell’ergastolo e in terzo tempo il maresciallo, previa richiesta di grazia di un giudice istruttore inglese e dichiarazione di non colpevolezza da parte di un Tribunale di “denazificazione” bavarese, verrà scarcerato. “Quello che temo” egli dichiarerà “è che la storia mi possa rimproverare di non aver saputo utilizzare pienamente, per eccesso di spirito umanitario, possibili tattiche che sarebbero state vantaggiose per l’esercito tedesco”. E affermerà che gli italiani gli sono debitori di un monumento per i suoi meriti e per i servizi resi da buon alleato. Nelle sue Memorie di guerra Kesselring scrive: “Fino al mese di maggio 1944 la lotta contro le bande all’infuori della zona di operazioni era riservata al comandante supremo delle SS, il quale aveva il dominio incontrastato sulle zone dichiarate ufficialmente infestate dalle bande. Secondo me, la lotta contro le forze armate nemiche regolari e quella contro i partigiani costituiscono un tutto inscindibile. La mia opinione, fortemente avversata dal Comando Supremo delle SS, venne accolta invece dal Comando Supremo delle Forze Armate, il che ebbe per conseguenza che al primo del mese di maggio 1944 la lotta contro le bande nel teatro di operazioni italiano venne affidata a me. Il comandante supremo delle SS e della polizia fu sottoposto direttamente a me a questo riguardo; egli doveva condurre la lotta nella sua sfera d’azione secondo le mie direttive e sotto la sua responsabilità. Questa soluzione aveva un leggero sapore politico, e quindi non soddisfaceva interamente dal punto di vista militare; una collaborazione era però possibile, perché presso il comandante supremo delle SS e della polizia venne creato un apposito Comando per la lotta delle bande che si dimostrò adatto allo scopo”.

(da “Marzabotto parla”, Ed. Avanti!, 1955)

pallanimred.gif (323 byte) Marzabotto, «Hanno avuto quel che si meritavano» La testimonianza del nazista Albert Meier (da l’espresso.it)

Volontario SS dal 1937, nella Seconda guerra mondiale ero nella Sedicesima divisione “H.Himmler”, mandata in quell’Italia che aveva tradito: capo plotone nella Seconda compagnia, sotto il comando del maggiore Reder… Intervistato dalla tv tedesca ARD, parla Albert Meier, nome venuto alla ribalta nelle indagini sulla strage di Marzabotto.

Lei ricorda l’azione contro i “banditi” a Marzabotto?
«Come no!».

Si ricorda che furono uccisi civili, donne?
«La gente, no. Abbiamo solo punito quelli che avevano commesso qualcosa. Furono presi e puniti».

Che tipo di gente?
«Gente così, civili… Ci sparavano addosso, dalle finestre, dai tetti. Una vera minaccia per noi. Potevamo uscire solo in coppia. Uno doveva proteggere l’altro».

E la sua compagnia, come si è comportata?
«Facendo operazioni contro i partigiani, anche di notte. Quelli che abbiamo beccato, li abbiamo mandati nelle retrovie».

Lei sa se ci sono state fucilazioni di civili?
«Non l’ho visto io personalmente, ma l’ho sentito dire. Quando alcuni di loro hanno ucciso qualcuno di noi, allora siamo andati a rompergli il culo… Li abbiamo fucilati. Abbiamo punito quelli che erano dei “bacilli” di sinistra. Non potevamo nemmeno uscire per la strada, tanto quei villaggi erano insicuri».

Avete punito i villaggi?
«Sì, con azioni antipartigiane. Io ho preso addirittura un’onorificenza. Dopo sette azioni contro i partigiani, ti davano una medaglia… L’ho avuta anch’io».

Come giudica le azioni di Marzabotto?
«Loro stavano dietro le finestre, le aprivano e “pum pum”: uno dei nostri cadeva a terra. Io non ero un borghese, ero al fronte, in azione militare…».

Lei era al fronte, nella truppa combattente, anche a Marzabotto?
«Sì, certo. Forse i partigiani erano combattenti regolari? Quelli erano teste di topo. A quelli vorrei ancora oggi…Lei va lì con due o tre camerati, e poi “pum pum”, ti centrano. Cosa farebbe lei? Direbbe grazie? O andrebbe a rompergli il culo, a chi le ha sparato?».

(L’Espresso, 18.04.2002)

pallanimred.gif (323 byte) Marzabotto, perché l’eccidio rimase impunito di Mimmo Franzinelli

Quello che la memoria collettiva indica come «eccidio di Marzabotto» è in realtà costituito da uno stillicidio di stragi, culminato tra il 29 settembre e l’inizio dell’ottobre 1944 nel massacro di diverse centinaia di civili, 189 dei quali erano minori di 12 anni. A partire dall’ultima settimana del maggio 1944 reparti militari germanici misero a ferro e fuoco, in sei grandi rastrellamenti nell’arco di quattro mesi, villaggi e case sparse dell’ampia zona appenninica di Marzabotto, nell’intento di fare terra bruciata attorno ai gruppi partigiani. Quelle operazioni di spietata «guerra ai civili», pur preparate meticolosamente sul piano militare e indirizzate contro nuclei di guerriglieri, si sfilacciavano ogni volta in una sequela di fucilazioni e di violenze contro pacifici contadini, coi tratti dell’ordalia piuttosto che con quelli di un’operazione militare condotta da una tra le più efficienti macchine belliche del ventesimo secolo. La violenza colpì indistintamente vecchi, infanti, donne, sacerdoti. La dimensione di queste uccisioni segnalò Marzabotto alle stesse autorità della Repubblica sociale italiana come evento impossibile da giustificare, nonostante l’alleanza con la Germania. A pochi giorni di distanza dall’ultimo e più grave massacro si tentò un’operazione minimizzatrice da parte del capo della provincia di Bologna, che in un rapporto a Mussolini indicò le vittime dei rastrellamenti in «700 fuorilegge» appartenenti alla brigata partigiana «Lupo». Negata l’esistenza di rappresaglie contro i civili, il funzionario della Rsi ammise, a livello d’ipotesi, che nel corso delle operazioni potessero «essere stati uccisi anche degli abitanti, compresa qualche donna, in quanto molti casolari sparsi nella campagna erano stati trasformati dai banditi in veri e propri fortilizi». Mussolini avrebbe presto inteso, dal rapporto realistico redatto dal segretario comunale di Marzabotto, l’estensione delle violenze, di cui si lamentò con Hitler, senza alcun risultato.
La portata degli eccidi era incerta ancora a fine della guerra, tanto è vero che molti cadaveri furono individuati soltanto nell’estate 1945, parzialmente sepolti sotto le macerie di casolari bruciati dall’esercito occupante. Ancora oggi mancano dati completi sull’entità dei morti.
Il processo per le stragi di Marzabotto si concentrò sulle responsabilità di un comandante di battaglione della sedicesima Panzer Division Reichsführer: il maggiore delle SS Walter Reder, condannato all’ergastolo il 31 ottobre 1951 dal Tribunale militare di Bologna (fu liberato nel gennaio 1985). Rimase in ombra il ruolo determinante di decine e decine di ufficiali e di soldati, i veri protagonisti di quegli eccidi, visto che di operazioni così complesse e ramificate non poteva certamente essere autore il solo Reder. L’identità di una parte dei responsabili era nota alla magistratura militare italiana, nei cui incartamenti si trovavano ad esempio i nominativi di Piepenschneider e Stockinger, indicati dal fascicolo n. 1937 (uno dei tanti atti processuali occultati negli anni Cinquanta dentro il cosiddetto «armadio della vergogna», con finalità di insabbiamento), oggi individuati dalla magistratura tedesca per il sergente Albert Piepenschneider e il caporale Franz Stockinger della sedicesima Panzer Division Reichsführer, sottoposti ad azione penale insieme ad altri loro ex commilitoni. Piepenschneider e Stockinger rastrellarono il 24 giugno nella zona di Marzabotto il mugnaio Tommaso Grilli, il contadino Alberto Raimondi, i coloni Giovanni e Armando Benini – padre e figlio – e li condussero in località Pian di Venola, dove furono fucilati. L’ordine era di lasciare i corpi insepolti, ma l’indomani don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano, ritirò da Marzabotto quattro bare e con l’aiuto di due donne ricompose le salme, trasportandole al cimitero con scarso seguito di cittadini, timorosi di una nuova uccisione in massa. Nella predica il sacerdote pronunziò parole amare e profetiche: «Queste sono le prime quattro vittime innocenti». Tra coloro che sarebbero stati uccisi con modalità analoghe figura lo stesso sacerdote, assassinato il 12 ottobre 1944 a S. Martino di Caprara da un elemento delle SS (il capitano Schmidthuns) cui don Fornasini rinfacciò la responsabilità dell’ennesima strage.
Per la quadruplice fucilazione a Pian di Venola, uno dei tanti episodi che, sommati gli uni agli altri, costituiscono l’«eccidio di Marzabotto», indagò nel 1948 il Tribunale militare di Bologna che tuttavia, accertate le responsabilità di una quindicina di militari tedeschi, non diede seguito all’azione penale, nell’ambito del fenomeno delle «stragi nascoste» per motivi di opportunità politica internazionale. L’incartamento, rinvenuto nel 1994 con altri 694 fascicoli in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, fu trasmesso il 19 dicembre dello stesso anno alla Procura militare di La Spezia, per la riapertura delle indagini. Sull’episodio indaga pure, come si è detto, la magistratura tedesca. Anche in questo caso, dunque, il filo di sangue delle stragi di Marzabotto scorre sino ai giorni nostri e ancora attende giustizia. Una giustizia, a tanto tempo di distanza e con imputati di età assai avanzata, non più guidata da istanze punitive, bensì sviluppata in una dimensione conoscitiva, per contestualizzare e dare un senso ad eventi così orribili.
L’imminente pellegrinaggio a Marzabotto del presidente della Repubblica federale tedesca, Johannes Rau – accompagnato dal presidente Carlo Azeglio Ciampi – riveste una forte valenza simbolica, che sarebbe riduttivo ridurre al solo gesto – pure importante – delle «scuse di Stato». L’appuntamento di mercoledì prossimo acquisterebbe ulteriore rilievo e prospettiva se, con l’alto patrocinio dei presidenti delle due Repubbliche, si costituisse una commissione di storici italiani e tedeschi che approntasse un’edizione bilingue delle fonti documentarie su Marzabotto, onde chiarire finalmente tempi, dinamiche e dimensioni degli eccidi. Così si ricostituirebbe, tramandata alle comunità mutilate di tanti loro componenti, una memoria storicamente valutativa, fuori da prospettive faziose e vendicative, in una dimensione di riconciliazione tra popoli e di superamento del passato.

Mimmo Franzinelli

(Corriere della Sera, 14 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte)Le stragi nazifasciste in Toscana del 1944 (a cura di Claudio Biscarini)

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di S. Anna di Stazzema (12 agosto 1944)

pallanimred.gif (323 byte) Le stragi tedesche in Italia

partgimpiccati.jpg (28705 byte)Tra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del 1945 la violenza dei tedeschi contro i civili italiani fece registrare oltre 400 stragi (con un minimo di 8 morti): alla fine, il bilancio fu di circa 15.000 vittime. Una lunga scia di sangue che accompagnò le truppe tedesche nella lentissima ritirata da Sud a Nord: da Castellaneta, in provincia di Taranto, a Bolzano. A commettere tali esecuzioni collettive non furono soltanto i nazisti delle SS, ma anche i soldati della Wermacht e spesso con la complicità attiva dei fascisti della Repubblica Sociale. Come ha scritto Giovanni De Luna su La Stampa, “anche i «ragazzi di Salò» furono coinvolti e la loro complicità alimenta un ricordo lacerante che resiste a ogni tentativo di «pacificazione»”. Il terrore scatenato dall’esercito tedesco contro i civili italiani, al Sud come al Nord, rappresentò un fenomeno unico per tre motivi: l’imponenza delle cifre delle vittime; la partecipazione attiva di altri italiani; il fatto che tutti quegli episodi si siano configurati non genericamente come azioni di guerra ma come crimini in violazione alle leggi vigenti e alle convenzioni internazionali. Dei 400 casi di stragi accertate, solo una decina diedero luogo a un processo, con condanne esemplari come quelle inflitte a Herbert Kappler per le Fosse Ardeatine e Walter Reder per Marzabotto. Nel gennaio 1960 con un semplice timbro e una illegale scritta in burocratese, «archiviazione provvisoria», il procuratore generale militare, Enrico Santacroce, seppellì 695 fascicoli riguardanti le stragi tedesche in Italia. Tutti i procedimenti furono insabbiati e le 15.000 vittime non ebbero giustizia. “Fu una ferita della memoria – ha commentato De Luna – che a lungo ha pesato sulla possibilità di costruire una visione solidale della tragedia della guerra civile: le vittime possono anche perdonare i carnefici, possono anche comprenderne le ragioni, a patto però che i carnefici paghino le loro colpe, riconoscano i propri torti e che la giustizia sottragga il contenzioso tra torti e ragioni alle faide e ai rancori privati”. A rompere, quasi involontariamente quel segreto che il dottor Santacroce si era portato nella tomba nel 1975, dopo sedici anni ininterrotti a capo della Procura generale militare, fu nell’estate 1994 il giudice Antonino Intelisano, che alla ricerca di prove a carico del capitano delle SS Eric Priebke, incriminato per la strage delle Fosse Ardeatine, incaricò i suoi collaboratori di setacciare ogni angolo possibile degli archivi. E così a Roma, in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, sede degli uffici giudiziari militari, spuntò un armadio con i fascicoli sui crimini di guerra commessi dall’occupante tedesco. Tra il 1994 e il 1996 i singoli fascicoli furono inoltrati alle procure militari competenti. Cominciò una tardiva stagione di processi: uno a Roma contro Priebke; due contro Theodor Saevecke (responsabile dell’eccidio di piazzale Loreto a Milano) e Friedrich Engel (capo delle SS a Genova e organizzatore delle stragi in Liguria), condannati all’ergastolo dal Tribunale militare di Torino; infine uno a Verona che si è concluso con la condanna all’ergastolo dell’SS ucraino Michael Seifert, rifugiatosi in Canada dopo aver seviziato e ucciso con il suo camerata Otto Sein decine di prigionieri nel campo di prigionia di Bolzano.
Fra le stragi rimaste senza colpevoli, quella nel campo di prigionia di Fossoli, a due chilometri da Carpi, il 12 luglio 1944: furono trucidati 67 prigionieri come ritorsione per l’uccisione a Genova di tre o sei soldati tedeschi.

pallanimred.gif (323 byte) Bibliografia sulle stragi tedesche

pallanimred.gif (323 byte) Stragi naziste e fasciste e “guerre ai civili” dei nostri giorni di Antonio Parisella

ABRUZZO

pallanimred.gif (323 byte) Eccidio di Sant’Agata Documenti ritrovati nel Public Record Office di Londra raccontano l’eccidio nazista nella frazione di Sant’Agata nel comune di Gessopalena, Chieti nel gennaio 1944

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di S. Agata, Chieti (21 gennaio 1944)

EMILIA ROMAGNA

pallanimred.gif (323 byte) Guerra e Resistenza: azioni partigiane e stragi nazifasciste in Emilia Romagna A cura del Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna Alma Mater Studiorum – Storia Contemporanea

pallanimred.gif (323 byte) La strage di Marzabotto A cura di Arrigo Petacco. Testimonianze e documenti

LAZIO

pallanimred.gif (323 byte) Fosse Ardeatine 
Storia, protagonisti e vittime di una delle stragi più terribili compiute dai nazisti in Italia, il 24 marzo del 1944

LOMBARDIA

pallanimred.gif (323 byte) I 15 martiri di Piazzale Loreto di Giovanna Giannini

PIEMONTE

pallanimred.gif (323 byte) Il rastrellamento della Benedicta (aprile 1944)

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio della Benedicta e la strage del Turchino (a cura dell’Isral)

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di Borgo Ticino

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di Castelletto Ticino

TOSCANA

pallanimred.gif (323 byte)Le stragi nazifasciste in Toscana del 1944 A cura di Claudio Biscarini

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di S. Anna di Stazzema (12 agosto 1944)

pallanimred.gif (323 byte) La strage di Niccioleta, a Grosseto (13 giugno 1944)

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di Forno-Massa Carrara (13 giugno 1944)

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di Forno

pallanimred.gif (323 byte) L’eccidio di Guadine

VENETO

pallanimred.gif (323 byte) La strage di Monte Crocetta Vicenza (28 aprile 1945) A cura di Gianlorenzo Ferrarotto (documento word)

attualità:

pallanimred.gif (323 byte) Priebke, respinta l’amnistia (repubblica, 25 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) L’armadio della vergogna: i fascicoli insabbiati sulle stragi nazifasciste (l’espresso, settembre 2001) Contiene la descrizione sommaria dei principali fascicoli

pallanimred.gif (323 byte) Inchiesta tedesca sugli ex nazisti accusati della strage di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema (aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Ciampi: delitti indescrivibili vogliamo siano puniti (Corriere della Sera, 18 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Il testo del discorso di scuse per la strage di Marzabotto pronunciato dal presidente tedesco Rau (17 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Oltre 50 anni dopo, le scuse della Germania per Marzabotto (aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) I sopravvissuti: “Non perdoneremo mai quegli assassini” (aprile 2002)

info.gif (232 byte) documenti:

pallanimred.gif (323 byte) Registro dei criminali nazifascisti in collaborazione con KataLibri
de L’Espresso, in formato pdf (dal sito
www.eccidi1943-44.toscana.it)

pallanimred.gif (323 byte) Stragi naziste. Il documento della Commissione Stragi della Camera dei Deputati sul rinvenimento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (dal sito dell’Anpi nazionale)

pallanimred.gif (323 byte) “Colpevole impunità. Lo scandaloso insabbiamento dei processi per le stragi naziste in Italia” Atti del Convegno tenutosi a Genova il 21 maggio 1999 (link al sito dell’Ismec di Milano)

pallanimred.gif (323 byte) Scene di violenza, rappresaglie e stragi naziste nell’Italia occupata (1943-45) Saggi sugli eccidi compiuti dall’esercito tedesco e dalle SS (link dal sito Iperstoria)

pallanimred.gif (323 byte) Le sentenze di condanna di Theodor Saevecke e di Siegfried Engel (link al sito dell’Ismec di Milano)

pallanimred.gif (323 byte) La condanna all’ergastolo a Michael Seifert (anpi.it)

pallanimred.gif (323 byte) Gli ufficiali nazisti condannati in Italia (repubblica.it)

pallanimred.gif (323 byte) “Ordine alla popolazione italiana” del Comando Germanico in Toscana (dal sitowww.eccidi1943-44.toscana.it)

info.gif (232 byte) i lager nazisti:

pallanimred.gif (323 byte) Viaggio fra i campi di concentramento e sterminio nazisti 
Elenco di tutti i campi di concentramento nazisti, con l’aiuto di una cartina cliccabile (link dal sito “Ipertesto sui maggiori campi di concentramento e sterminio nasisti).

pallanimred.gif (323 byte) Museo fotografico virtuale della deportazione
Si trova nel sito dell’Associazione nazionale ex deportati. Offre numerose immagini fotografiche provenienti dai campi di Auschwitz, Birkenau e dalla Risiera di San Sabba, facenti parte di una mostra fotografica curata dalla stessa associazione.

pallanimred.gif (323 byte) I campi di concentramento fascisti e i lager italiani

info.gif (232 byte) attualità:

pallanimred.gif (323 byte) L’armadio della vergogna: i fascicoli insabbiati sulle stragi nazifasciste (l’espresso, settembre 2001)

pallanimred.gif (323 byte) Inchiesta tedesca sugli ex nazisti accusati della strage di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema (aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Ciampi: delitti indescrivibili vogliamo siano puniti (Corriere della Sera, 18 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Il testo del discorso di scuse per la strage di Marzabotto pronunciato dal presidente tedesco Rau (17 aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) Oltre 50 anni dopo, le scuse della Germania per Marzabotto (aprile 2002)

pallanimred.gif (323 byte) I sopravvissuti: “Non perdoneremo mai quegli assassini” (aprile 2002)

info.gif (232 byte) documenti:

pallanimred.gif (323 byte) Stragi naziste. Il documento della Commissione Stragi della Camera dei Deputati sul rinvenimento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (dal sito dell’Anpi nazionale).

pallanimred.gif (323 byte) Scene di violenza, rappresaglie e stragi naziste nell’Italia occupata (1943-45) Saggi sugli eccidi compiuti dall’esercito tedesco e dalle SS (link dal sito Iperstoria).

pallanimred.gif (323 byte) Le sentenze di condanna di Theodor Saevecke e di Siegfried Engel (link al sito dell’Ismec di Milano)