Carlo De Benedetti : l’Italia non è un paese normale. L’unica soluzione è la rivoluzione

18 ottobre 2013

“Quando sento parlare di segnali di ripresa che stiamo o che dobbiamo agganciare, penso subito che l’interlocutore stia provando a fregarmi.”

A dirlo è Carlo De Benedetti, presidente del gruppo editoriale L’Espresso. Le sue opinioni vengono riportate dal portale di economia Wall Street Italia.com.

“L’Europa e l’Italia in particolare – commenta ancora De Benedetti – oggi sono la zavorra della crescita mondiale (…) Il declino non è solo economico, ma quello che più deve preoccuparci è una sorta di declino morale che noi italiani stiamo vivendo.
E’ senso di frustrazione, quasi di avvilimento, che sta contagiando tutti, anche noi imprenditori, anche quei giovani che devono essere invece la molla del rilancio.”

“No, non c’è niente di normale in questo paese – risponde a chi gli chiede se l’Italia sia un paese normale – Serve una rivoluzione culturale e generazionale. Non c’è niente altro da fare (…) Va ribaltata dal profondo questa Italia vecchia, bloccata dalle rendite di posizione, dagli interessi di parte, dal cinismo di chi considera il potere un fatto privato da gestire a scopi privati.
(…) E’ la classe dirigente da cambiare. Le consorterie da combattere, così come i poteri di veto sindacali e soprattutto questa orribile politica che non si occupa mai dei problemi del paese”.

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Ma che ipocrita, che faccia di bronzo! E’ proprio lui uno dei burattinai di questa povera Italia.

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Sapelli – C’è un piano per deindustrializzare l’Italia

ACCADEMIA DELLA LIBERTA'

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni nel mondo dell’industria italiana confermano la mia tesi che, dopo l’età delle privatizzazioni senza liberalizzazioni, ossia negli anni in cui noi viviamo, moriremo per eccesso di regolazione e carenza di investimenti. Dagli anni della deregolamentazione finanziaria e delle privatizzazioni senza liberalizzazioni degli anni ‘90 del Novecento, il patrimonio industriale europeo e italiano in specie è infatti uscito gravemente compromesso. L’eccesso di leva a rischio finanziario provocato dal dilagare dei managers stockoptionisti ha ritardato la crisi industriale dell’Europa del Sud grazie alle bolle immobiliari e all’eccesso di rischio delle banche capitalistiche di quei paesi. Ma non l’ha evitata. Essa è giunta, con effetti devastanti. La macrorigidità della moneta unica ha disvelato l’impossibilità di allineamento dell’Europa a tardiva industrializzazione a fronte del neo-gigante teutonico.

L’economia mista dello Stato imprenditore, che aveva agito come effetto di sostituzione nei confronti dell’Europa continentale, non è stata avvicendata da possenti gruppi industriali privati, ma invece da una distruzione à là Eltsin e à là Menem che è stata la prima causa della decrescita manifatturiera. Il colmo è stato che la regolazione contro gli incumbent ha trasformato quasi mercati oligopolistici scarsamente efficienti in pseudomercati a controllo politico per nulla efficienti: vedi multiutilities locali, fondazioni bancarie et similia. L’irrompere delle autorità indipendenti – per dirla con il grande e compianto Alberto Predieri – ha così significato incertezza delle regole, nuovi prezzi amministrati, caduta degli investimenti. Di tutto ci si è occupati in Europa e in Italia salvo di come si possa promuovere una nuova ondata di investimenti nel contesto di una globalizzazione inevitabile e sempre più aggressiva.

Così la risposta è tragica: abbiamo privatizzato senza ricostruire, abbiamo penalizzato senza creare condizioni per nuovi investimenti, abbiamo aumentato l’area dell’economia rent-seeking e quindi dello spreco capitalistico, per usare termini non più di moda ma sempre efficaci. Quindi si potrebbe dire che dopo lo Stato è emerso il volto di una società tribale in economia che penalizza la nuova crescita e aumenta il rischio di un declino irreversibile.

Le grandi industrie energetiche europee hanno costituito una lobby trasparente, ossia una sorta di coordinamento tra di esse, per cercare di trasformare la politica energetica europea che di dette imprese riduce i margini, aumenta i costi e quindi le tariffe. In Italia abbiamo bisogno di una rappresentanza funzionale consimile da parte di ciò che rimane dell’industria manifatturiera per evitare che il Paese diventi la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. So che è quello che Luigi Einaudi auspicava prima della guerra mondiale. Questo è ciò che oggi auspicano gli gnomi della McKinsey che vorrebbero trasformarci in un popolo di dignitosissimi camerieri, chitarristi, violinisti, badanti, laureati in scienze della comunicazione e dell’ambiente, ecc. Ma, se così fosse, dopo non ci sarebbe veramente più nulla.

Al nulla siamo quasi giunti, se riflettiamo su quanto è successo in Telecom in questi giorni. Gli azionisti finanziari italiani hanno di fatto dismesso per un pezzo di pane le quote di controllo, hanno rifiutato il piano di aumento di capitale promosso dal top management e hanno svenduto quella che un tempo era una delle grandi imprese di comunicazioni mondiali in una provincia di un’impresa come Telefonica. Anch’essa è oberata dai debiti e dalla necessità di rifarsi della caduta dei margini, provocata da una dissennata politica liberista europea, intensificando la sua presenza in America Latina e in primis in Brasile. Ma il Brasile, con l’Argentina, è l’ultima provincia internazionale di Telecom ed è sottoposto a norme di regolazione di stampo nordamericano. La conseguenza sarà che Tim Brasil scomparirà e rimarrà solo Vivo, ossia la compagnia di Telefonica.

Ma c’è di più. Il governo italiano vorrebbe anche scorporare dagli asset Telecom la rete fissa e questo vorrebbe dire, in verità, come ha chiaramente fatto intendere Marco Patuano, attuale Ceo, la fine stessa di Telecom. Gli spagnoli riprodurrebbero in tal modo il modello di privatizzazioni Prodi-Eltsin-Menem: ossia privatizzare per far comprare a coloro che vogliono eliminare un concorrente. Questo mi sembra il modello di deindustrializzazione promossa dalle oligarchie finanziarie e dal governo. Diversi sono i casi che sono avvenuti o stanno avvenendo promossi da coorti manageriali straniere e italiche insieme che vendono gruppi industriali ad azionisti stranieri, non per eliminare concorrenti ma per valorizzare asset e occupazione oppure per risanare aziende in gravi difficoltà finanziarie.

Il primo caso è stato quello virtuoso dell’acquisto di Avio da parte di General Electric. Il secondo sarà quello del cosiddetto “civile” di Finmeccanica che tramite una sorta di portage di Cassa depositi e prestiti sarà poi passato a gruppi coreani. Quest’ultimo caso è a differenza del primo molto più discutibile sul piano della politica industriale. Infatti, oggi in un’industria sistemica la divisione tra settori militari e settori civili è sottilmente sfumata e difficilmente tracciabile. Anche qui quindi una ricapitalizzazione sarebbe stata auspicabile. Ma naturalmente questo implica infrangere i tabù che lo Stato come imprenditore non debba più apparire all’orizzonte della nostra nazione e dell’Europa tutta.

Ma se non infrangeremo questo tabù, unitamente a quello che le imprese sane possono essere solo quelle capitalistiche e non anche quelle cooperative, pubbliche e e no profit saremo destinati a sprofondare nella disoccupazione di massa. Leviamo i calici agli economisti liberisti cavalieri di una morte annunciata.

Giulio Sapelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Impresa/2013/10/8/IL-CASO-Sapelli-c-e-un-piano-per-deindustrializzare-l-italia/2/432995/
8.10.2013

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CONTINUA IL PROGETTO DI DEINDUSTRIALIZZAZIONE DELL’ITALIA

28 novembre 2012

>Sono decenni che si sa che a Taranto l’ILVA inquinava, casualmente il colpo di grazia della magistratura capita sempre ad orologeria per stroncare un filone produttivo quello dell’acciaio e i suoi lavorati per dare cosi via al monopolio della Morgan Stanley (ne resterà solo uno). Ora questa azione ad orologeria è una delle migliori manipolazioni che si siano potute fare, poiché con la scusa della salute pubblica (come se negli anni passati non c’era il problema della salute pubblica) ora la magistratura neoliberista e pro banche ha trovato il coraggio di sequestrare e mettere in strada circa 20.000 persone solo sulla produzione primaria e probabilmente altre 15000 sull’indotto dei lavorati.

Il progetto della deindustrializzazione dell’italia parte da lontano e questo  non è che l’ennesimo tassello di distruggere l’industria pesante italiana a favore delle multinazionali americane e tedesche. Il progetto generale è quello di ridurre il tessuto industriale italiano ad una grovigliera inconsistente e disorganizzata andando a colpire i segmenti forti, si comincio già anni fa smantellando le industrie di stato e facendole a pezzettini e svendendole ai vari amici o alle multinazionali  cominciando dal settore energetico al farmaceutico, ai trasporti, alle telecomunicazioni, all’alimentare, alla  grande distribuzione ed ora vogliono arrivare all’acqua. Non ultimo la sanità. Tutto deve essere in mano privata come prevede il perfetto manuale neoliberista. La terza via quella della soluzione mista tra capitale privato e pubblico che aveva prodotto grande ricchezza è stata distrutta. Il neoliberismo sta sferrando il suo attacco finale attraverso il suo condottiero Monti comandato dalla banche internazionali. L’euro è già morto, se c’era una possibilità di essere una moneta seria e stabile è stata bruciata, si doveva per tempo realizzare la unità politica europea, che non si realizzerà mai per interessi troppo diversi tra le nazioni che la compongono. Questa divergenza di idee e di identità non potrà mai far nascere gli stati uniti d’europa ma ciò significa che anche l’euro che è una moneta senza stato e l’europa (eurozona) una ammucchiata di nazioni senza moneta, è destinato a morire, altro che contrastare il dollaro.

Non solo questa moneta con i trattati di Maastricht e di Lisbona è diventato uno strumento di dittatura fiscale che sta impoverendo le economie più deboli a favore delle economie più forti (Germania in testa). Una moneta cosi è solo un arma di distruzione di massa che non potrà competere con una FED che ha una copertura illimitata. Questo nominato Monti su suggerimento della Goldman Suchs è l’esecutore materiale della distruzione finale della economia italiano, della industria italiana,  della sanità italiana, della istruzione italiana, della nazione italiana e tutti i media pagati dal suo padrone a non obbiettargli niente. Adesso che chiuderanno altre 250 mila imprese, finiranno le casse integrazioni, forse partiranno gli scioperi generali ad oltranza, ma forse è solo una mia pia illusione. Certamente si prevedono tempi durissimi con forti repressioni.

Giuseppe Turrisi
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Cosa è la deindustrializzazione?

La deindustrializzazione è un processo che porta una città o una nazione a ridurre e/o spostare l’attività industriale, specialmente pesante e manufatturiera, per motivi di natura socioeconomica. È la fase inversa rispetto all’industrializzazione.

Sono state offerte quattro interpretazioni diverse del fenomeno:

Calo di produzione industriale forzato, dovuto alla mancanza di beni necessari allo sviluppo di un dato prodotto o per mancanza di occupazione nel settore. È anche da sottolineare, come questa interpretazione possa venire definita come tipica della recessione e non propriamente il fenomeno che si vuole descrivere, estremamente diverso.
Spostamento significativo di fabbriche e aziende per i servizi in un altro luogo da quello d’origine, dovuto soprattutto a motivi di natura economica (come il calo dei costi di produzione e della manovalanza) o di occupazione (mancanza di lavoratori nel settore). È anche da sottolineare, come questa interpretazione possa venire definita come tipica della globalizzazione viste le caratteristiche, ma le due correnti sono diverse.
Calo della quantità di merci importate e progressivo aumento di esporto-importo per stabilizzare l’economia interna.
Significativo degrado economico di una nazione, che porta a un forzato spostamento delle attività industriali per il sostentamento parziale della produzione di beni primari.
Nelle economie evolute è fisiologico un certo grado di deindustrializzazione che si manifesta in forma di terziarizzazione . Si parla in tal caso di economie post-industriali: Europa, Stati Uniti e Giappone).

Settori sempre più ampi della popolazione, lavorano nel settore terziario, ovvero dei servizi (commercio, servizi alla persona, servizi alle imprese, intermediazione, trasporti, ecc…) mentre decresce la quota di forza lavoro all’interno del settore primario (agricoltura) e secondario (industria). Di solito la terziarizzazione comporta benefici economici, ma solamente in quei paesi che hanno già conosciuto una industrializzazione nel passato e in cui la decisione di dismettere l’industria pesante è accompagnata da validi investimenti alternativi.

La deindustrializzazione dell’Italia e il funzionario oscuro che fece paura a Kohl

Antonino Galloni spiega la storia economica italiana, dal boom alla crisi, e perché l’Italia fu svenduta

Il direttore generale del Ministero del Lavoro, Antonino Galloni Ho incontrato Nino Galloni, economista e direttore generale del Ministero del Lavoro, nel corso del workshop per la democrazia diretta organizzato dal partito umanista. Una ricostruzione storica, la sua, che parte dalla prima guerra mondiale, passa per la deindustrializzazione pesante di cui è stato testimone nelle stanze segrete, attraversa la crisi delle banche con i loro trilioni di dollari di titoli derivati e punta l’indice contro l’egemonia tedesca che scommette contro la capacità di ripagare il debito della Grecia.

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Germania: sì a euro ma in cambio deindustrializzazione dell’Italia

25 giugno 2012

Riprendiamo questo post dal blog “Il Jester”. Il post linka a una lezione tenuta dall’economista Nino Galloni che però – nella sua lunghezza – non si limita a trattare dell’episodio evidenziato dal Jester. Merita in ogni caso di essere ascoltata tutta. (SiR)

da “Il Jester” del 10 giugno 2012

Se ascoltate questa intervista in video, vi renderete conto della mostruosità del progetto che ha demolito l’Italia (industriale) a partire dalla fine degli anni ’80.

In sintesi (poi voi potete vedervi il video), l’Italia voleva cambiare la sua economia in meglio, affinché fosse più competitiva e meno dipendente dall’Europa. Poi la Germania si è riunita, e Kohl fece un accordo con Mitterand. La Francia avrebbe appoggiato l’unificazione tedesca, ma in cambio la Germania avrebbe dovuto rinunciare al marco. La Germania accettò, ma come contropartita ulteriore chiese alla Francia un progetto di deindustrializzazione dell’Italia, poiché se l’Italia si fosse mantenuta forte dal punto di vista produttivo-industriale, l’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto lettera morta e la Germania avrebbe pagato pesantemente sia la rinuncia al marco che la sua riunificazione. Da qui la svendita dei nostri gioielli alla fine degli anni ’80, sotto una duplice pressione: esterna (l’abbiamo letta) e interna, di quegli affaristi cioè che con la privatizzazione a prezzi di saldo avrebbero fatto un bel po’ di grassi affari alle spalle della collettività.

Beh, che dire? Il funzionario ha confermato di fatto quanto già fu dichiarato da Visco e Prodi. Ci hanno letteralmente fottuto e continuano a fotterci.

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COME CI HANNO DEINDUSTRIALIZZATO

DI CLAUDIO MESSORA
byoblu.com

Intervista a Nino Galloni

MESSORA: Nino Galloni, economista, ex direttore del Ministero del Lavoro; uno che di cose in questo paese ne ha viste tante. Nino, buongiorno.

GALLONI: Buongiorno!

MESSORA: Benvenuto su byoblu.com, a queste interviste volute dalla rete. Io ero rimasto molto colpito dalla tua affermazione in un convegno che ripresi e misi su Youtube, intitolando il video “Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl”. Nel tuo racconto del processo con il quale siamo entrati nell’euro, tratteggiavi questa decisione assunta dalla politica italiana di un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del nostro paese. E mi sono sempre chiesto: ma perché mai, alla fine, la politica avrebbe dovuto decidere questo strangolamento, questo inaridimento, la morte del nostro tessuto produttivo? Ho cercato, via via, delle risposte nel tempo, ma oggi che sei qua forse queste risposte ce le puoi dare tu. È un processo, quello di deindustrializzazione, che parte da molto lontano. Riesci a farci una carrellata di eventi e poi arriviamo al focus?

GALLONI: Credo che la data dalla quale dobbiamo necessariamente partire sia il 1947, quando al Trattato di Parigi De Gasperi cede una parte della nostra sovranità, ma in cambio ottiene il riassetto di certi equilibri. La componente socialcomunista esce dal governo, ma manterrà una grande influenza nel campo creditizio e questo, vedremo, sarà un fattore decisivo una trentina di anni dopo.

MESSORA: gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo in questa decisione.

GALLONI: Gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo perché chiaramente gli aiuti del Piano Marshall erano condizionati all’uscita dei comunisti dal governo. In realtà Togliatti, giustamente, si lamentava del fatto che ci fosse questo ricatto, ma era perfettamente consapevole di doverlo fare di uscire dal governo, anche perché tutto sommato alla Russia stalinista non faceva comodo un Partito Comunista al governo, come poi trent’anni dopo non farà scomodo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, che tutto sommato era stato additato come interessato a fare avvicinare i comunisti all’area di governo, cosa che poi potrebbe essere sfatata.

Ma torniamo all’industria. Quindi nel 1947 la produzione industriale, per non parlare della produzione agricola italiana, è a livelli del 1938. Il paese è semidistrutto. Tuttavia inizia una ricostruzione. Ad un certo punto di questa ricostruzione, in cui hanno un ruolo le industrie energetiche, quindi Mattei, ma si comincia a sviluppare in modo sorprendente anche il nucleare, ci si trova già negli anni ’60 nel miracolo. Cioè piccole industrie, grandi industrie, industrie a partecipazione statale, soprattutto, e anche cooperative, trainano l’Italia in una situazione completamente diversa. Negli anni ’70 scopriamo che abbiamo superato l’Inghilterra, scopriamo che ci stiamo avvicinando alla Francia, scopriamo che possiamo, dal punto di vista manifatturiero, andare a dar fastidio alla Germania. Nel ’71 si sgancia la moneta dall’oro e questo rende teoricamente tutto più facile: gli aumenti salariali anche in termini reali, la spartizione dei guadagni di produttività che va in parte ai lavoratori e quindi aumentano i consumi, aumentano le vendite, aumenta il valore delle imprese. Questo è un concetto fondamentale che oggi è stato completamente dimenticato. Oggi la consapevolezza e l’orizzonte delle imprese – e di questo ha grave responsabilità la Confindustria – è ridotto all’immediato, al profitto annuale. Le imprese dovrebbero traguardare obiettivi di crescita del valore delle imprese stesse, in modo di contrattare poi con le banche tassi di interesse buoni e invece manca completamente questa consapevolezza.

MESSORA: Negli anni ’70 eravamo all’apice.

GALLONI: All’apice. Diciamo che forse l’anno di maggior crescita è proprio il ’78, che è l’anno, non a caso, del rapimento di Moro.

MESSORA: Cioè noi stavamo raggiungendo e superando le altre economie avanzate.

GALLONI: C’erano stati altri segnali gravissimi di attacco al sistema italiano, come appunto l’omicidio di Mattei, ordinato perché aveva pestato i piedi alle “Sette Sorelle” in Medio Oriente, trovando una formula che ci aveva dato una posizione nel Mediterraneo veramente ragguardevole dal punto di vista della politica estera. E non ci dimentichiamo che Moro era amico degli arabi moderati, quindi aveva contro Israele e aveva contro gli arabi estremisti. Poi abbiamo visto che aveva contro la Russia, che non voleva un avvicinamento del Partito Comunista Italiano al governo e anzi mal sopportava l’importanza in Europa di questo grande partito, e gli americani che temevano – questa è la versione non dico ufficiale, ma su cui concordano molti osservatori, che dobbiamo (va citato in questo caso) alla ricostruzione di mio padre, che era principale collaboratore di Moro a quei tempi – che  l’avvicinamento del Partito Comunista all’area di governo,  secondo i loro centri studi, i loro servizi, avrebbe potuto vanificare il principale piano strategico di difesa dell’Occidente nei confronti della Russia sovietica, che aveva una supremazia evidente di terra. Quindi un’avanzata dei carri armati sovietici attraverso la Germania orientale, poteva essere fermata prima che i carri arrivassero nella Germania occidentale solo con degli ordigni atomici tattici che erano necessariamente e solo piazzabili e piazzati nel Nord-Est dell’Italia. Quindi se non si poteva fermare con armi atomiche nucleari tattiche l’avanzata dell’esercito sovietico verso occidente, l’Europa era persa e quindi gli americani se ne sarebbero dovuti andare dall’Europa, conseguentemente dal Mediterraneo che – teniamolo sempre presente – è l’ombelico del mondo.

Ma questo è un quadro teorico.

MESSORA: Spieghiamolo bene. Cosa c’entra Moro in questo quadro? Cosa c’entra Moro con le bombe nucleari?

GALLONI: c’entra! Perché se Moro faceva riavvicinare i comunisti al governo, si pensava che i comunisti avrebbero posto un veto all’uso di ordigni nucleari, anche nel caso di un’avanzata dei carri armati sovietici verso occidente. Ma erano scenari che gli americani fanno continuamente, non è detto che le politiche si debbano ispirare a quello.

Però c’è un fatto di cui ci sono testimonianze certe, anche della famiglia di Moro: Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima, Moro lo aveva riferito alla famiglia e la famiglia aveva detto “ritirati dalla politica”, cosa che poi lui non aveva fatto, ma non si sa poi che cosa avesse in mente di fare dopo quel fatidico marzo 1978.

MESSORA: Quindi le Brigate Rosse in realtà avevano avuto un ruolo…

GALLONI: Dobbiamo distinguere le prime Brigate Rosse, per capirci quelle di Curcio, che erano un fenomeno promanante dall’incontro tra l’estremismo, un certo tipo di estremismo marxista-leninista, che bene o male aveva un legame col Partito Comunista, anche se lontano, e forze che tutto sommato, partigiani ed ex partigiani che avevano conservato le armi, anche perché si sapeva che dall’altra parte c’era la minaccia; tutti gli anni ’70, e forse anche prima, sono stati vissuti con l’idea che potesse esserci un golpe di destra, quindi partigiani ed ex partigiani avevano conservato armi, soprattutto nel nord. Quindi una certa continuità col terrorismo si può anche vedere. Le seconde Brigate Rosse, quelle che – per capirci – rapirono Moro, eccetera, invece sono fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani, israeliani; ci sono evidenze ormai incontrovertibili su questa lettura.

Torniamo all’industria. Il problema qual è? Il problema è che in pratica il gioco è: quanto e come ci avviciniamo all’Europa, quanto e come sviluppiamo l’economia italiana, che già appunto era arrivata a livelli, come abbiamo detto, di eccellenza. Allora ci sono due strategie, fondamentalmente. C’è la strategia più moderata che vuole l’Europa e che faceva capo anche a Moro, ma che faceva capo anche a Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia, e ad altri personaggi del mondo economico e finanziario italiano, e poi invece emerge una posizione più estremista, pro Europa, che praticamente fa propria l’idea che si debba combattere la classe politica corrotta e clientelare e tutte le sue espressioni facenti capo fondamentalmente alla Democrazia Cristiana e ai suoi partiti alleati, compreso il Partito Socialista, e che per questo si debbano anche cedere porzioni di sovranità, e si comincia con la sovranità monetaria.

MESSORA: Ma chi si faceva propugnatore di questa tesi?

GALLONI: Intanto era cambiata la dirigenza della Banca d’Italia ed era passata la linea, diciamo, più estremista sull’Europa, facente capo a Carlo Azeglio Ciampi. Poi la sinistra democristiana era divisa tra la sinistra sociale, che faceva capo a Donat-Cattin, che era su posizioni euromoderate, e la sinistra politica, che faceva capo a De Mita e soprattutto a Beniamino Andreatta, che invece era su posizioni euroestremiste e giustificavano questa rinuncia alla sovranità monetaria, cioè alla possibilità dello Stato di fare investimenti pubblici produttivi, per impedire alla classe politica stessa, corrotta e clientelare, di avere potere. Quindi per sottrarre potere alla classe politica, si cominciò a rinunciare alla sovranità monetaria, quindi agli investimenti pubblici. Quindi la classe politica poi si trovò ad occuparsi solo di nomine, di poltrone, eccetera, perché non c’era più da discutere gli investimenti pubblici che ormai dovevano minimizzarsi. Degli investimenti pubblici la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia, i trasporti e via dicendo, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale.

MESSORA: Mario Monti era molto vicino a De Mita, quindi potremmo dire che già da allora era un euroestremista.

GALLONI: Di Monti mi ricordo la posizione sulla scala mobile, che era stata considerata interessante da Donat-Cattin, però poi, per il resto, era sicuramente un rappresentante della scuola monetarista, non era un keynesiano. I keynesiani si stavano abbandonando. Anche Andreatta, pur essendo stato un keynesiano, era entrato in quella che noi chiamiamo “la corrente neo-keynesiana”, li chiamiamo anche “keynesiani bastardi”, di cui il maggior rappresentante era il premio Nobel Modigliani, i quali proponevano appunto questo passaggio rispetto alla moneta che impedisse alla classe politica di decidere investimenti in infrastrutture per lo sviluppo industriale, per lo sviluppo del paese. Ecco, questo è stato un errore cruciale che ha determinato poi l’esplosione dei tassi di interesse e quindi del debito pubblico, ma soprattutto l’accorciamento di orizzonte delle imprese industriali che assumevano sempre di meno perché dovevano valutare il profitto immediato e non potevano stare a fare grandi progetti industriali. Quindi quello che accadde per gli investimenti pubblici, accadde anche per gli investimenti privati, a causa degli alti tassi di interesse.

Io negli anni ’80 feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione.

Il passaggio successivo però è molto più grave e riguarda appunto il periodo che va dalla fine degli anni ’80 all’inizio delle privatizzazioni.

MESSORA: Ci arriviamo. Ci spieghi però, a noi che non siamo economisti, come si lega questa nuova politica monetarista con l’esplosione dei tassi di interesse? Questo passaggio tecnico ce lo spieghi un po’?

GALLONI: Fino al 1981 la Banca d’Italia, se un’emissione di obbligazioni pubbliche che servivano per ottenere moneta da parte dello Stato non veniva completamente coperta, comprava lei il restante, quindi era la compratrice di ultima istanza, come diceva il mio maestro Federico Caffè. Questo faceva sì che se l’emissione avveniva a un tasso di interesse basso, mettiamo del 3%, e una parte non veniva comprata proprio perché il rendimento era basso, la Banca d’Italia comprava quello che avanzava e quindi emetteva moneta.

Con il divorzio tra Tesoro e  Banca d’Italia, era data alla Banca d’Italia la facoltà di non essere obbligata… Sembra un po’ un gioco di parole però, in fondo, lo stesso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, di cui stiamo parlando, non è che obbligava la Banca d’Italia a non comprare titoli, le dava la facoltà di non farlo e la pratica, voluta da Carlo Azeglio Ciampi, fu di applicare questo divorzio in modo letterale. Per la cronaca, ricordo che l’Inghilterra aveva le stesse regole, perché noi copiammo quelle, ma non le praticava. Cioè la Banca d’Inghilterra, quando serviva, stampava sterline a gogò, mentre la Banca d’Italia si irrigidì su quella facoltà che le era stata riconosciuta attraverso una semplice lettera del Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, e quindi la parte di emissione obbligazionaria che non veniva coperta, causava un aumento del tasso di interesse finché non si piazzava questo residuo, ma poi questo tasso di interesse andava ad essere applicato su tutta l’emissione della mattinata. Quindi in questo modo c’è stata una rincorsa dei tassi di interesse verso l’alto.

In effetti io feci un appunto e ci fu una discussione col Ministro del Tesoro, in cui dimostrai oltre ogni ragionevole dubbio, applicando semplicissimi tassi di capitalizzazione – come sanno tutti gli economisti – che il debito pubblico sarebbe raddoppiato e avrebbe superato il Pil. Addirittura mi dissero che il debito pubblico non poteva superare il Pil, se no il sistema saltava, al che io gli feci presente che non era così, perché il debito è uno stock e il Pil è un flusso. Ma avevano deciso una cosa e non volevano più cambiarla, non accettavano né le critiche di Federico Caffè né quelle di Paolo Leon, figuriamoci le mie! Per cui poi litigammo e io andai via da quella amministrazione. E siamo a metà degli anni ’80. Il peggio deve ancora arrivare.

MESSORA: Lo scopo era soltanto quello nobile di sottrarre alla politica la gestione dei soldi e quindi andare verso un’Europa che avrebbe potuto salvarli in qualche maniera, o c’era anche sotto una strategia che poi avrebbe portato al nostro processo non solo di deindustrializzazione ma anche di privatizzazione? Qual è  stata la road map successiva?

GALLONI: Nel mio ultimo libro “Chi ha tradito l’economia italiana”, infatti, affronto questo problema e identifico due tipi di personaggi, cioè quelli che in buona fede volevano fare i salvatori della patria, come hai ricordato tu, ma anche quelli che traguardavano nella possibilità di una svendita delle partecipazioni statali, nelle privatizzazioni – allora si chiamavano dismissioni – la possibilità di fare immensi profitti, come fu. Quindi c’è stata anche una parte di questa componente, diciamo così, anti-statalista, anti-italiana, anti-sviluppista, che ha fatto affari strepitosi e su cui qualcuno, infatti, ha proposto una commissione di indagine parlamentare.

MESSORA: arriviamo quindi, con questo ragionamento, all’inizio degli anni ’90.

GALLONI: Sì. Diciamo che c’è il passaggio successivo. È prima dell’inizio degli anni ’90, perché all’inizio degli anni ’90 avviene il crollo del sistema monetario europeo, perché non era sostenibile per la semplice ragione che produceva tassi di interesse più alti per i paesi deboli, che quindi si indebolivano di più, e tassi di interesse più bassi per i paesi forti, che quindi si rafforzavano di più.

Ad un certo punto il sistema è saltato, ma era prevedibile. Ma noi ci dobbiamo rapportare, raccontando gli eventi, al tempo in cui accadevano, perché col senno del poi siamo tutti bravi.  Nell’89 è emerso, qualcuno aveva detto – lì entra in gioco l’oscuro funzionario, probabilmente-,  l’apice della classe politica italiana, che tutto sommato faceva capo in quel momento a Giulio Andreotti, capisce che bisogna trovare una strada un po’ diversa, perché se no si compromettono gli interessi nazionali. Tra le altre cose, quindi, mi manda un biglietto, mi scrive Giulio Andreotti e mi dice “caro dottore, vuole collaborare con noi per cambiare l’economia di questo paese?”. Al che io entusiasticamente aderisco.

Per farla breve io mi trovo al vertice del Ministero del Bilancio, che era il ministero cruciale, alla fine dell’estate del 1989. Quindi in quel momento Andreotti era più vicino alle posizioni americane e più lontano dalle posizioni europeistiche estreme. Passano poche settimane, perché dalla fine di agosto dell’89, quando io ho ripreso servizio al mio ex ministero, fino a quando praticamente vengo di nuovo estromesso, che è novembre, passano due mesi praticamente. In questi due mesi io metto mano, e si sa in giro che io sto mettendo mano, ci fu anche un mio incontro molto in tensione con Mario Monti alla Bocconi. Io stavo appunto col mio Ministro e ci fu questo scontro piuttosto forte sul problema della moneta e del debito pubblico; avevamo posizioni completamente diverse.

MESSORA: La tua qual era?

GALLONI: La mia era che praticamente si dovesse operare per abbassare i tassi di interesse in qualunque modo e dimostrai appunto che la Banca d’Inghilterra aveva lo stesso regime nostro, cioè il divorzio, ma non lo praticava, quindi quando serviva al paese stampava sterline. Questo era il problema.

MESSORA: E la sua?

GALLONI: La sua, che si dovesse andare avanti su una politica di forte europeizzazione e quindi si dovesse continuare con questo forte debito pubblico. Dopo questo incontro alla Bocconi in effetti si scatena l’inferno, perché arrivano pressioni dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindustria e vengo a sapere che persino un certo Helmut Kohl aveva telefonato al Ministro del Tesoro Guido Carli per dire “c’è qualcuno che rema contro il nostro progetto”, adesso le parole le ho ricostruite in base a delle testimonianze dirette, però vengono fatte pressioni sul mio Ministro affinché io venga messo da parte, cosa che avviene nel giro di un pomeriggio, nel senso che io ottengo dal Ministro la verità, mi rivela la verità, la scriviamo su un pezzo di carta perché lui temeva ci fossero dei microfoni, gli faccio vedere questo pezzetto di carta, dico “ci sono state pressioni anche dalla Germania sul Ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?” e lui mi fece di sì con la testa. Per cui ho mantenuto rispetto per questa persona, però me ne sono andato.

Che cosa era successo? Che fino all’estate del 1989 Andreotti era contrario alla riunificazione tedesca e questo fatto impediva qualunque progresso, ovviamente, perché la Germania voleva fare la riunificazione.

MESSORA: e ci fu quella famosa battuta.

GALLONI: sì, sì. Infatti in quei tempi ad Andreotti chiesero “ma lei ce l’ha tanto con la Germania?”, dice “no, io amo la Germania. Anzi, la amo talmente tanto che mi piace che ce ne siano addirittura due!”. Questa era la frase.

Passano appunto pochi mesi e invece la Germania, pur di ottenere la riunificazione, si mette d’accordo con la Francia per rinunciare al marco, che era quello che faceva paura alla Francia. Però perché questo accordo tra Kohl e Mitterand regga, occorre deindustrializzare l’Italia e indebolire l’Italia. Perché se  no che fanno? Si passa a una moneta unica e l’Italia poi…

MESSORA: che stava fiorendo.

GALLONI: stava già perdendo colpi l’industria italiana, da vari punti di vista, però era una situazione ancora di dominio del panorama manifatturiero internazionale. Eravamo la quarta potenza che esportava. Voglio dire, eravamo qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero. Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici e cose del genere. Dopodiché, ovviamente, si entra nella stagione delle privatizzazioni spinte, negli anni ’90, in cui praticamente quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale.

MESSORA: Quindi decidono la deindustrializzazione. Dopodiché c’è qualcuno che si attiva.

GALLONI: Sì. La deindustrializzazione significa che non si fanno più politiche industriali. Non ci dimentichiamo che poi c’è stato un periodo in cui Bersani era Ministro dell’Industria, in cui, diciamolo, teorizzò che non servivano le strategie industriali. Adesso sta dicendo il contrario, ma poteva pensarci pure prima. Per dirne una. Non si fanno politiche per le infrastrutture. Questo è importante, perché è un paese che è molto lungo, quindi è costoso trasportare le merci da sud a nord, mentre il nord è già in Europa dal punto di vista geografico e infrastrutturale, il centro e il sud sono lontani, quindi potenziare le infrastrutture sarebbe stato strategico.

Poi, alla fine degli anni ’90, si introduce la banca universale, quindi la possibilità per la banca di occuparsi di meno del credito all’economia e di occuparsi di più di andare a fare attività finanziarie e speculative che poi avrebbero prodotto solo dei disastri, come sappiamo.

MESSORA: La fine del Glass-Steagall Act.

GALLONI: Sì, esatto. Poi la mancanza di strategie efficaci della stessa FIAT, dell’industria privata. Ripeto, in quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti – che poi avrebbero prodotto la precarizzazione – aumentare i profitti, quindi una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale, quindi perdita di valore delle imprese, perché le imprese guadagnano di valore se hanno prospettive di profitto che dipendono dalle prospettive di vendita. Questo è l’ABC. Se invece difendono il profitto oggi perché devono realizzare e devono portare ai proprietari una certa redditività ma poi, voglio dire, compromettono il futuro di un’azienda, questa perde di valore.

MESSORA: Si narra di questo incontro sul Britannia. Qual è stato il ruolo anche dell’Inghilterra, secondo te?

GALLONI: L’Inghilterra non è che avesse un interesse diretto all’indebolimento dell’Italia nel Mediterraneo, ma ha una strategia complessiva in Africa e in Medio Oriente, che ha sempre teso ad aumentare i conflitti, il disordine, e c’è la componente che fa capo alla corona, di cui sono espressione anche alcuni movimenti ambientalisti, che poi si debba puntare a una riduzione drastica della popolazione del pianeta; quindi è contraria ad ogni politica che invece favorisca lo sviluppo così come lo intendiamo comunemente.

MESSORA: Quindi è vero che sul Britannia si presero delle decisioni?

GALLONI: Qui dobbiamo capirci. Allora, Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli Illuminati di Baviera, sono tutte cose vere. Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decidono delle cose. Ma non è che le decidono perché veramente le possono decidere, è perché non trovano resistenza da parte degli Stati. L’obiettivo è quello di togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale in questo senso. Dopodiché è ovvio che se gli Stati sono stati indeboliti o addirittura nei governi ci sono rappresentanti di questi gruppi, che siano il Britannia, il Bilderberg, gli Illuminati di Baviera, eccetera, negli Stati Uniti d’America c’era la Confraternita dei Teschi, di cui facevano parte padre e figlio Bush, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti. E’ chiaro che dopo questa gente risponde a questi gruppi che li hanno, bene o male, agevolati nelle loro ascese.

MESSORA: Quindi alla fine decidono.

GALLONI: Ma perché dall’altra parte è mancata, da parte dei cittadini e degli Stati, una seria resistenza. Quindi praticamente questi dominano la scena.

MESSORA: Quindi non è colpa di questi ma è colpa di chi non si oppone abbastanza.

GALLONI: Questi si riuniscono, decidono delle cose, però rimangono lì. Ci sono sempre stati i circoli dei notabili che hanno deciso delle cose. Mica è detto che siano riusciti sempre a farle!

MESSORA: Però in questo caso ci sono riusciti.

GALLONI: In questo caso ci sono riusciti perché non hanno trovato resistenza.

MESSORA: Quindi è colpa nostra.

GALLONI: Beh, sì, un po’ sì, secondo me.

MESSORA: L’ignavia del cittadino che non rivendica il potere.

GALLONI: Sì. Ad esempio l’idea montiana che l’aumento della base monetaria produca inflazione è stato ciò che ha consentito di attrarre anche i sindacati in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981, quando invece si è dimostrato, anche in tempi recenti, che l’emissione e l’autorizzazione di mezzi monetari per migliaia, decine di migliaia di dollari e di euro non ha prodotto l’iper inflazione. Quindi evidentemente è qualcos’altro che genera l’inflazione, non è la quantità di moneta. La quantità di moneta può influire sui tassi di interesse attraverso le tensioni della domanda di essa, ma non è che influiscano direttamente sull’inflazione. Certo, paradossalmente potrebbe essere il contrario: se la moneta è poca e i tassi di interesse aumentano, quelli hanno effetti sui livelli dell’inflazione.

MESSORA: Quindi l’ignoranza degli attori sociali è stata o anche un certo tornaconto?

GALLONI: Una cosa non esclude l’altra. Diciamo che quelli che volevano avere un certo tornaconto facevano leva sull’ignoranza dei fatti monetari, dei partiti, dei sindacati, della classe dirigente e anche una certa scomparsa della scuola keynesiana dovuta a vari fattori anche oscuri.

MESSORA: Quindi privatizzazioni. Anni ’90. Cosa succede poi?

GALLONI: Dopo gli anni ’90 la situazione praticamente comincia a precipitare quando inizia questa crisi, che è il 2001. Quando gli operatori di borsa si accorgono che anche i titoli che avevano tirato fino a quel punto, e-commerce, e-economy, prodotti avanzati, eccetera, non danno più rendimenti crescenti, allora cominciano a svendere e comincia la speculazione al ribasso. In quelle condizioni le banche, che avevano preso grandi impegni coi sottoscrittori dei loro titoli, perché erano diventate, come ho ricordato prima, universali, per garantire questi rendimenti fanno operazioni di derivazione. Le operazioni di derivazione sono tipo catene di Sant’Antonio: tu acquisisci denaro per dare i rendimenti e quindi posticipi la possibilità di dare i rendimenti agli ultimi che ti hanno affidato delle somme. Questa cosa, si è fatta nel giro di due o tre mesi, perché dopo c’era la ripresa, era sempre stata fatta dalle banche, è un’operazione tecnica, diciamo così. Quindi di tre mesi in tre mesi si diceva che arrivava la ripresa. Centri studi, economisti, osservatori, studiosi, ricercatori, tutti sui loro libri paga, prevedevano di lì a tre mesi, di lì a sei mesi, la ripresa. Non si sa perché. Perché le politiche economiche volute per esempio da Bush, tipo la riduzione delle tasse, erano chiaramente politiche che non avrebbero risolto il problema della crescita. Poi tutte queste guerre americane, speculazioni, vanificavano la potenza di un dollaro che se fosse stato destinato a investimenti produttivi, alla ricerca, alle infrastrutture, eccetera, probabilmente avrebbe creato una situazione accettabile. Invece non si faceva niente di tutto questo, non si avviavano gli investimenti produttivi pubblici, perché i privati non investono se non c’è prospettiva di profitto; come avviene in borsa così avviene nell’economia reale.

Quindi siamo andati avanti anni e anni con queste operazioni di derivazione, emissione di altri titoli tossici. Finché si è scoperto, intorno al 2007, che il sistema bancario era saltato, nel senso che nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose che faceva lei stessa, cioè speculazioni in perdita. La massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava, per la prima volta, la massa di quello che le famiglie, le imprese e la stessa economia criminale mettevano dentro il sistema bancario. Di qui la crisi di liquidità che deriva da questo, cioè che le perdite superavano i depositi e i conti correnti.

A questo punto è intervenuta la FED e ha cominciato a finanziare le banche, anche europee, nelle loro esigenze di liquidità. La FED ha emesso, dal 2008 al 2011, 17 mila miliardi di dollari, cioè  più del Pil americano, più di tutto il debito pubblico americano, ha autorizzato o immesso mezzi monetari in qualche modo e poi ha chiesto all’Europa di fare altrettanto. L’Europa alla fine del 2011 ha offerto qualche resistenza e poi, anche con la gestione di Mario Draghi, ha fatto il “quantitative easing”, cioè dare moneta illimitatamente per consentire alle banche di non soffrire di questa crisi di liquidità derivante dalle perdite che superano nettamente le entrate. Ovviamente l’economia è sempre più in crisi, quindi i depositi che seguono gli investimenti produttivi sono sempre di meno e le perdite, invece, sono sempre di più.

Allora il problema qual è? Perché continua questo sistema? Questo sistema continua per due ragioni. La prima è che chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite. Perché non guadagna su quello che sono le performance, come sarebbe logico, ma guadagna sul numero delle operazioni finanziarie che si compiono, attraverso algoritmi matematici, sono tantissime nell’unità di tempo. Quindi questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo. Non vanno a ramengo perché poi le banche centrali, che sono controllate dalle stesse banche che dovrebbero andare a ramengo, le riforniscono di liquidità.

MESSORA: Non solo le banche centrali, anche i governi.

GALLONI: Sì, ma sono le banche centrali che autorizzano i mezzi monetari.

MESSORA: Ma i Monti bond? Chi ce li ha messi i soldi?

GALLONI: Sì, però i debiti pubblici sono bruscolini. Nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di decine di trilioni di dollari e di euro.

MESSORA: Sì, questo non lo discuto. Però quello che abbiamo dato di Monti bond, alla fine si sarebbe risparmiata forse l’IMU agli italiani. Per cui sulle singole famiglie questo discorso ha valore.

GALLONI: sì, sicuramente sulle singole famiglie. Certo, avremmo potuto risparmiarci l’IMU invece che darli al Monte dei Paschi. Però è una piccola cosa rispetto ai 3-4 quadrilioni di titoli tossici che oggi sono in giro per il mondo.  Sono tremila, quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi. Quindi stiamo parlando di grandezze stratosferiche. Siccome le perdite si aggirano sul 10%, mediamente, che è quello che ovviamente questi titoli non rendono, avremmo bisogno a regime non di qualche decina di trilioni, come hanno dato oggi le banche centrali alle banche, ma praticamente dai 300 ai 400 trilioni di dollari. Cioè in pratica stiamo parlando di 6 volte il Pil mondiale. Sono cose spaventose.

MESSORA: Quindi come se ne esce adesso?

GALLONI: Se ne esce con un accordo tra gli Stati, Cina, India, Stati Uniti d’America, possibilmente Europa e qualcun altro, che congelano tutta questa massa, la garantiscono, la trasformano invece in mezzi monetari che servano per lo sviluppo. Quindi a quel punto poi il problema diventerebbe la capacità di progettare infrastrutture, voli su Marte, acchiappare gli asteroidi per farne delle miniere, voglio dire, se ci vogliamo allargare. Se ci sono queste capacità progettuali, industriali, produttive, forze disoccupate, eccetera, noi ne usciamo. Diversamente la teoria ci porta a pensare che potrà esserci una grande botta iperinflattiva che cancellerà tutti i debiti.

MESSORA: Traduci per i non capenti.

GALLONI: Allora, dai debiti si esce in vari modi. Primo, perché si hanno dei redditi che consentono di ripagare in qualche modo i debiti, e questa è la via maestra, quindi non ci si dovrebbe mai indebitare per somme che si sa che non si possono ripagare attraverso i nostri redditi; e questa sarebbe la regola numero uno. Quindi il debito non è un male, il debito è un bene se tu hai il reddito  (nel caso degli Stati il Pil) sufficiente per poi fronteggiare la situazione. C’è la remissione del debito, che è una possibilità anche parziale che io ho sollevato in una mia ricerca sulle banche italiane anni fa, quando ci fu la crisi del 2007-2008, che tutto sommato agevolerebbe anche le banche e ci metterebbe tutti in condizione di avere fondamentalmente, per 8 anni, un 5% in più di reddito, riducendo del 40% i crediti delle banche; questa è un’altra possibilità. E poi c’è l’inflazione che praticamente, se non ci sono indicizzazioni, si mangia il debito, perché decresce il valore della moneta e conseguentemente decresce l’importanza del debito. Queste sono le strade che si possono aprire a livello operativo nei confronti della gestione del debito.

MESSORA: A livello nazionale? Per esempio andrebbe bene per l’Italia o parli a livello europeo?

GALLONI: A livello nazionale c’è appunto chi parla di varie misure riguardanti il debito pubblico. In realtà la cosa migliore sarebbe riprendere il percorso della crescita e quindi minimizzare l’importanza del debito rispetto alla ricchezza nazionale. Non ci dimentichiamo che le ricchezze pubbliche e private in Italia sono 10 volte il Pil, quindi ovviamente ce n’è, non è che non riusciremmo a ripagare il debito. Però il debito non è che si deve ripagare, come credono alcuni, il debito sta lì. L’importante è ridurre i tassi di interesse e che i tassi di interesse siano più bassi dei tassi di crescita, allora non è un problema. Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico. Diversamente può succedere, come è successo in Grecia, che per 300 miseri miliardi di euro poi se ne perdano a livello europeo 3.000 nelle borse. Allora ci si interroga: ma questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Ma chi comanda effettivamente in questa Europa si rende conto? Oppure vogliono obiettivi di questo tipo per poi raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati per obiettivi poi fondamentalmente, come è stato in Italia con le privatizzazioni, di depredazione, di conquista di guadagni senza lavoro?

MESSORA: Adesso c’è un altro ciclo di privatizzazioni. Sembra che ci stiamo avvicinando a quello.

GALLONI: Il problema delle privatizzazioni è anche quello dei prezzi di vendita. Perché se ovviamente, come è successo negli anni ’90, ci si aggirava intorno ai valori di magazzino, voi capite di che truffa stiamo parlando. È chiaro che se poi i prezzi di vendita fossero troppo alti, nessuno comprerebbe. Bisogna trovare una via di mezzo. Ma in realtà bisognerebbe cercare di ragionare sulle capacità strategiche e sul mantenimento di poli pubblici di eccellenza che servissero per rilanciare la ricerca, il campo dell’acquisizione delle migliori tecnologie per il trattamento dei rifiuti, che per esempio in Italia avrebbe delle prospettive enormi. Non ci dimentichiamo che in Italia siamo depositari di due brevetti fondamentali, uno è dell’Italgas e l’altro dell’Ansaldo, per produrre degli apparati relativamente piccoli che consentono al chiuso, quindi senza emissioni, di trasformare i rifiuti in energia elettrica e in altri sottoprodotti utili per l’agricoltura e per l’edilizia.

MESSORA: E dove stiamo andando in Europa, in questo momento?

GALLONI: Io avevo identificato una spaccatura di impostazione, anche al momento in cui Monti era diventato Presidente del Consiglio dei Ministri, tra le posizioni americane e le posizioni europee. In Europa si diceva “lacrime e sangue. Prima il risanamento dei conti pubblici e poi lo sviluppo”. Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa. In condizioni di ripresa è facile ridurre la spesa pubblica, ma in condizioni recessive ridurre la spesa pubblica significa far aumentare la recessione con conseguenze sulle entrate e sulle uscite.

MESSORA: ma è possibile, secondo te, che questi non lo sanno?

GALLONI: Ma bisogna vedere quali sono i loro obiettivi.

MESSORA: Quali sono?

GALLONI: E che ne so quali sono i loro obiettivi?

MESSORA: Si possono immaginare?

GALLONI: Sono obiettivi anche di asservimento dei popoli, chiaramente. Mentre la posizione americana era una posizione di sviluppo, cercando di non peggiorare i conti pubblici, che già è una versione possibilista. Ma non è la concezione né di Monti né della Merkel né del polo europeo, chiaramente. Quindi al momento le uniche speranze sono quelle di una politica nuova che reintroduca la Glass-Steagall, che riproponga la sovranità monetaria a livello europeo o se no si torni alle valute nazionali o al limite alla doppia circolazione, che sarebbe assolutamente sostenibile.

MESSORA: Valuta nazionale più euro?

GALLONI: Sì. Terza cosa da fare è un gestione diversa dei debiti pubblici, tranquillizzante, perché ci sono tanti altri modi per gestire i debiti pubblici. In parte qualcosa, addirittura, è stato anticipato da Draghi che è intervenuto sul mercato secondario raffreddando gli spread. Quindi praticamente forse Draghi ha fatto una retromarcia rispetto alle decisioni dell’inizio degli anni ’80 dei cosiddetti divorzi tra governi e banche centrali. Poi in Italia dobbiamo assolutamente riposizionare la pubblica amministrazione. Oggi è piazzata in modo di creare un’alleanza tra irregolari e criminali. Questo ci porta a una sconfitta. La pubblica amministrazione si deve piazzare in un altro modo, si deve piazzare tra gli irregolari e i criminali. I criminali li deve trattare come meritano, con gli irregolari, invece, deve avere tutto un altro atteggiamento, cioè deve essere la stessa pubblica amministrazione che deve realizzare gli adempimenti previsti dalle normative e quando c’è scontro, perché spesso c’è scontro tra norma e diritto, tra norma e buonsenso, tra norma ed equità, il funzionario pubblico deve essere messo in condizioni di scegliere il diritto, l’equità e il buonsenso e vedere di tutelarsi rispetto alla arida applicazione della norma. Se non si fa questo non si va da nessuna parte. E poi, quello che è forse più importante e che riassume un po’ tutto, dobbiamo acquisire quelle strepitose tecnologie oggi a disposizione dell’umanità, che rimetteranno in gioco tutti gli equilibri geopolitici a livello internazionale e a livello locale, ma che sono la nostra più grande speranza per l’ambiente e per lo sviluppo, per esempio tutte le tecnologie di trasformazione e di trattamento dei rifiuti solidi urbani. Ci sono, ripeto, delle tecnologie, alcune sono già applicate, ad esempio a Berlino si stanno applicando. Tu vai a conferire i tuoi rifiuti e ti danno dei soldi, poi ricevi energia gratis, non inquini, non ci sono i cassonetti per strada, non ci sono i mezzi comunali o municipali che intralciano il traffico per trasportare l’immondizia, non ci sono cattivi odori, non ci sono emissioni nocive. Questo è fondamentale. L’azzeramento delle emissioni genotossiche e la limitazione di quelle tossiche nell’ambito dei parametri internazionali.

MESSORA: Facciamo un ragionamento sullo scenario geopolitico globale. Spiegaci come si bilanciano gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa con quelli della Cina, se questi Stati Uniti d’Europa convengono oppure no agli Stati Uniti, se c’è una pressione, secondo te, da parte loro e in che modo la Cina può influire in questo processo, se è un influsso positivo o negativo. Lanciamoci in queste speculazioni.

GALLONI: Diciamo che dopo Kennedy gli Stati Uniti sono sempre più risultati preda dei britannici. È lì che c’è un nodo fondamentale da sciogliere. Peraltro gli Stati Uniti hanno drammaticamente cercato, in determinate situazioni regionali, come può essere la più importante il Mediterraneo, dei partner adeguati. L’Italia questa partita non se l’è saputa giocare dopo la caduta del muro di Berlino, per le ragioni che dicevamo all’inizio. La Cina si sta avvicinando agli Stati Uniti d’America sotto certi profili, ma è ancora lontanissima sotto altri profili. Non dobbiamo neanche sopravvalutare certi comparti manifatturieri, che se anche fossero totalmente ceduti alla Cina e all’India – ma c’è anche il Brasile, c’è anche il Sud Africa, ci sono tante altre realtà emergenti nel pianeta – non sarebbe un dramma. Il problema è che noi abbiamo un futuro, ad esempio nei nostri rapporti con la Cina, se capiamo che non dobbiamo andare lì in Cina per fare un business qualunque, ma se capiamo che cedendo anche parti delle nostre produzioni industriali e manifatturiere, otteniamo però una maggiore penetrazione rispetto ai nostri prodotti di qualità, di eccellenza, perché non ci dimentichiamo che stiamo confrontando un mercato di 60 milioni di persone con un mercato che è 20 volte più grande. Quindi è chiaro che se noi rinunciamo a qualche cosa, ma riusciamo anche ad esportare un po’, quel po’ moltiplicato per la domanda che in questo momento sta crescendo, ci dà tutto un altro risultato.

Però della Cina parlerei da un altro punto di vista. All’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese è stato deciso un grande cambiamento di rotta, cioè di puntare di più sulla crescita della domanda interna e di meno sulle esportazioni. Questo potrebbe essere l’inizio della fine della cosiddetta globalizzazione. Non ci dimentichiamo che la globalizzazione è il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente, quello che non rispetta la salute. Questa è la causa principale delle crisi che stiamo vivendo: che invece di premiare il produttore migliore, abbiamo premiato il produttore peggiore. Questo ha danneggiato le industrie europee e soprattutto l’industria italiana, chiaramente. E non solo l’industria, anche l’agricoltura.

MESSORA: Perché si demanda la questione della tutela dei diritti oltre il confine, dove non c’è un controllo.

GALLONI: Si deve rimettere in piedi l’economia, nel senso che deve avere tutta la sua importanza l’economia reale. L’economia reale deve avere una finanza che la aiuta. Poi se c’è un’altra finanza che va a fare disastri da qualche altra parte, che non influiscano sull’economia reale, sulla vita dei cittadini. Questo deve essere il primo punto che corrisponde alla reintroduzione della legge Glass-Steagall in pratica. Per questo possono essere utili le doppie e le triple circolazioni monetarie, le monete complementari e addirittura la reintroduzione di monete nazionali, pure in presenza di una moneta internazionale.

MESSORA: Ma per scontrarsi o per far fronte alla Cina è necessario avere gli Stati Uniti d’Europa o basta anche il piccolo guscio di noce italiano, come alcuni dicono?

GALLONI: Io non penso che ci si debba scontrare o frenare la Cina. Bisogna avere delle strategie industriali, e non solo industriali, in grado di difendere i nostri interessi, i nostri valori, i nostri principi, le nostre vocazioni. Dopodiché ci si confronta con i cinesi e si vede quali sono le sinergie che possono essere messe in campo. Si deve fare un discorso di carattere strategico, secondo me.

MESSORA: Ma la politica di Nino Galloni quale sarebbe? Uscire dall’euro e recuperare sovranità monetaria o puntare sul “più Europa”?

GALLONI: A me interessa che ci siano spese in disavanzo, perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione è un crimine puntare al pareggio di bilancio. Ovviamente se gli Stati hanno pareggio di bilancio, è possibile che l’Europa faccia gli investimenti in disavanzo, e allora mi sta benissimo l’euro.

MESSORA: Cosa che non c’è.

GALLONI: Cosa che non c’è, ma è il terzo passaggio che potrebbe essere favorito dalla gestione Draghi. Io non lo escludo. Perché chi immaginava che avrebbero dato mezzi monetari illimitatamente alle banche? Chi immaginava che sarebbero intervenuti per raffreddare gli spread acquistando i titoli pubblici sui mercati? Adesso il terzo e ultimo passaggio è quello di accettare di autorizzare mezzi monetari per la ripresa, per lo sviluppo, per gli investimenti produttivi. L’importante però è che questo non avvenga in una logica di quantitative easing. Cioè la politica monetaria sbagliata può impedire lo sviluppo, ma la politica monetaria giusta non produce lo sviluppo. Cioè la moneta è una condizione necessaria, ma non sufficiente dello sviluppo.

Quindi non basta approntare mezzi monetari a gogò e allora si acchiappa lo sviluppo. Questa è una visione di tipo liberista riguardante le emissioni monetarie. In realtà bisogna fare dei progetti di infrastrutture, di ricerca, di ripresa industriale, di salvaguardia della salute e degli interessi dei cittadini e soprattutto dell’ambiente, e sulla base di queste grandi strategie approntare i mezzi monetari che certamente non sarebbero scarsi. Quindi se io dovessi ripetere i miei punti fondamentali, immediati: una legge che ripristini la netta separazione tra i soggetti che fanno speculazioni finanziarie sui mercati internazionali dai soggetti che devono fare credito all’economia. Perché la prima cosa è il credito, la più grande componente della moneta, il 94% della moneta è credito.

Poi il discorso della sovranità monetaria, come ho detto prima. O gli Stati o l’Unione Europea devono fare spese in disavanzo per acchiappare la ripresa. Una diversa gestione dei debiti pubblici, che è possibile, un diverso posizionamento della pubblica amministrazione, perché il cittadino deve vedere un amico nello Stato, nella pubblica amministrazione, quindi fermare anche questo progetto di polizia europea senza controlli che potrebbe compiere qualunque azione senza dover rispondere a nessuna autorità.

MESSORA: Eurogendorf con base in Italia a Vicenza.

GALLONI: Quinto: acquisizione di tutte quelle grandi tecnologie che oggi sono a disposizione dell’umanità per migliorare veramente le condizioni di vita di tutti.

MESSORA: L’ultima domanda. Tedeschi cattivi? Amici o buoni?

GALLONI: I tedeschi sono posizionati nella storia e nella geografia in modo di doversi in qualche modo espandere. Se devono assumere una posizione di leader, devono anche accettare di rivedere le proprie politiche estere. Quindi un paese che voglia essere leader, come sono stati gli Stati Uniti d’America, importano più di quello che esportano. Se i tedeschi non accettano di importare più di quello che esportano, non possono neanche pretendere di essere leader.

Claudio Messora
Fonte: http://www.byoblu.com
Link: http://www.byoblu.com/post/2013/04/29/nino-galloni-come-ci-hanno-deindustrializzato.aspx
29.04.2013

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sabato 27 aprile 2013
Un lettore del nostro blog, Enoch Thrive, ha preparato un lungo dossier composto da importanti articoli e approfondimenti di “contro-informazione”, ovvero notizie importanti, di pubblico interesse, che i mass media mainstream censurano deliberatamente.

Il dossier è liberamente scaricabile, in formato PDF, sul portale mega.co.nz e su scribd.com

http://www.scribd.com/doc/134956639/ebook-DOSSIER-COMPLETO-COMPLOTTI-VERA-STORIA-DEGLI-ILLUMINATI-DEI-SEGRETI-DEL-MONDO-EUROPA-ITALIA-top-secret

Di seguito l’indice dei contenuti del documento a cura di Enoch Thrive:

  • RIASSUNTO BREVE ‘’LA REALTA’ SUPERA LA FANTASIA”
  • CHI CONTROLLA IL MONDO
  • QUAL’E’ IL PROBLEMA IN ITALIA
  • ENERGIA PULITA E OCCULTATA
  • FILM CONSIGLIATI
  • DOSSIER: CHI COMANDA I MASS MEDIA
  • DOSSIER BILDERBERG
  • Quel che non sapete del Gruppo Bilderberg
  • Banchiere svizzero smaschera i criminali del Bilderberg
  • Ferdinando Imposimato: “Dietro le Stragi di Stato, il Gruppo Bilderberg”
  • Henry Kissinger e il gruppo Bilderberg dietro all’omicidio di Aldo Moro
  • I piani segreti del Bilderberg e Mario Draghi per l’Italia del futuro
  • Il discorso che costò la vita a J.F. Kennedy: attuale come non mai
  • Le associazioni massoniche: il trait d’union tra le lobby dell’alta finanza che gestiscono le multinazionali
  • Chi è davvero Mario Monti
  • 2005: Il programma segreto del gruppo Bilderberg
  • DOSSIER M.E.S. MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA’
  • DOSSIER: La sporca cronistoria del Nuovo Ordine Mondiale!
  • Chi governa il mondo? La prova consistente che un gruppo ristretto di ricchi elitari tira le fila
  • CHI CONTROLLA IL DENARO?
  • DOSSIER: FAMIGLIE PIU’ POTENTI DEL MONDO
  • LE 13 FAMIGLIE CHE COMANDANO IL MONDO
  • DOSSIER: La famiglia Rockefeller
  • DOSSIER: La famiglia più potente del mondo: i ROTHSCHILD
  • DOSSIER GOLDMAN SACHS
  • COME HANNO AGITO A NOSTRA ISAPUTA, descrizione dei piani attuati nella storia economica fino ad oggi da parte dei grandi banchieri
  • I MIGLIORI SITI DI INFORMAZIONE LIBERA CHE NON FANNO CENSURA E  FANNO VERA INFORMAZIONE
  • ALTRI DOCUMENTI E INDAGINI
  • Pure le banche hanno una storia
  • Lista dei partecipanti al meeting dei Bilderberg – Germania 5-8 maggio 2005
  • Misteri e segreti del B’nai B’rith
  • Il Ritorno di Gelli
  • I massoni e la sinistra italiana
  • Il Palladismo, ovvero la necessità di un vertice
  • Simbolismo esoterico nel dollaro statunitense?
  • Marzo di Sangue e nuovo dollaro
  • Bush e Kerry fratelli di loggia e cugini di sangue!
  • Bush e Kerry divisi in politica ma uniti da una loggia: quella del «Teschio e delle Ossa»
  • La cazzuola George Washington
  • Maastricht e la perdita della Sovranità Monetaria
  • La massoneria governa l’Europa
  • I soci privati delle Banche Centrali (private)
  • Come lo Stato può guadagnare dal signoraggio
  • Il segreto del capitale
  • Draghi e Rohatyn: attacco a tenaglia contro la Nuova Bretton Woods
  • La stirpe dei Draghi
  • Mario Draghi & la lobbies bancaria
  • Antonio Fazio e lo scontro tra Opus Dei & Rothschild…
  • I francesi resistono a Goldman Sachs
  • L’Italia consegnata a Goldman Sachs
  • Mario Monti il puro passa (strapagato) alla Goldman Sachs
  • Titanic Italia
  • Piano dei poteri forti per cacciare l’Italia dall’Ue
  • Grazie banchieri
  • PERCHE’ LE BANCHE ITALIANE FANNO GOLA ALLE STRANIERE
  • COME USCIRE DALL’EURO
  • L’Europa delle lobby sempre piu’ potente
  • Il vero volto dei due economisti
  • PROTOCOLLI DEI “SAVI ANZIANI” DI SION
  • LE TAPPE FONDAMENTALI DEI PROTOCOLLI DEI SAVI DI SION PER LA
  • DISTRUZIONE DELLA CIVILTA’ CRISTIANA

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La via giudiziaria alla deindustrializzazione italiana

13 febbraio 2013

Ecco che cosa accade in Italia nel giro di pochi mesi. Gli impianti dell’Ilva, il principale polo siderurgico europeo (non semplicemente italiano), vengono posti sotto sequestro dalla magistratura pugliese, il giudice ordina il blocco della produzione, spiccano arresti e mandati di cattura europei, e si materializza di fatto il rischio disoccupazione per un’azienda che dà lavoro, in un’aerea depressa del Paese, a circa 14mila persone. C’è poi Saipem, controllata dell’Eni e la cosiddetta “tangente” ai funzionari pubblici algerini.  Che sia stata versata o meno, che di tangente davvero si tratti, lo accerteranno i magistrati, i quali nel frattempo si sono prodigati a mettere sotto inchiesta nientemeno che l’ad del cane a sei zampe, con conseguente rimbalzo sui quotidiani economici del mondo intero. Capitolo Finmeccanica: è notizia di oggi che l’India ha interrotto i pagamenti al colosso italiano per la commessa relativa agli elicotteri Agusta Westland su cui piovono le accuse di corruzione internazionale. Anche qui, come per Saipem, si straparla di tangenti sebbene ad oggi non ci sia nessuna prova, neppure nelle carte dei pm, che Orsi si sia intascato un centesimo dei proventi della commessa ottenuta. Piuttosto, i costi di mediazione , che caratterizzano ogni transazione commerciale internazionale (come pensate che vincano gli appalti i competitor americani o francesi?), sono al centro di un’inchiesta che, come per l’Ilva, non è neppure arrivata a una sentenza di primo grado. Eppure c’è già un uomo dietro le sbarre, non uno qualunque ma il presidente della società Giuseppe Orsi. Non vale a nulla ricordare che solo pochi mesi fa lo storico presidente di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini fu costretto a dimettersi sulla scorta delle pesanti accuse di un pentito. Com’è andata a finire, vi chiederete. Gli stessi pm hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione.
E il mondo sta a guardare. Ai danni economici e occupazionali facilmente quantificabili si sommano quelli non monetari relativi all’immagine e alla credibilità di società quotate in borsa, che vantano tra i propri committenti governi stranieri. Anzi vantavano, ché di questo passo la desertificazione industriale è già realtà.

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L’OPINIONE – DEINDUSTRIALIZZAZIONE?

14 febbraio 2013 — Volosportivo

orsi-fin

Ieri mattina avevo già scritto queste note, ma ho aspettato a pubblicarle, desideravo un confronto di idee a distanza perchè mi sembrava troppo irreale ciò cui stavo assistendo. E il confronto non ha fatto altro che confermare la mia opinione che vi propongo, pur sapendo che è in parte fuori tema su una news agency che tratta di volo sportivo e per passione (ma le conseguenze di quanto sta accadendo le subiremo tutti).

Giuseppe Orsi portato via in manette su ordine del magistrato di Busto Arsizio per corruzione internazionale. Cosa ha fatto? Ha venduto elicotteri all’India, una commessa corposa da 750 milioni di dollari, lavoro per aziende italiane, un affare che riguarda il settore della difesa e i rapporti fra stati. Questi affari, da sempre, sono condotti su canali riservati, lo sanno anche i più ingenui a questo mondo, e in genere sono condotti con la tutela degli stessi stati che non operano certo con i loro istituti di commercio estero, ma con i vertici militari e i servizi. E, a cose fatte, con l’imprimatur ufficiale nelle visite fra capi di stato, visite durante le quali gli addetti commerciali e militari si ritirano in stanze anecoiche a parlare di affari. Il tutto segue canali che rispondono a leggi non scritte, che prevedono commissioni di vendita e intermediazioni, che prevedono accordi sui quali viene SEMPRE apposto il segreto di stato. Il tutto si traduce in lavoro per le aziende nazionali, in occupazione, in economia reale. E su quanto fatto nessuno stato consente di indagare alla magistratura, perchè il controllo è comunque a monte (ed è controllo reale, a differenza di quanto accade in Italia).

Oggi in Italia succede che un magistrato, indagando su ipotesi di reato reali, effettive, entra in un settore che in tutto il mondo è gestito diversamente, e lo fa in maniera plateale con la connivenza impotente di un governo senza spina dorsale, lo stesso che in India ha abbandonato i due marò, lo stesso che sapeva da tempo di quanto stava accadendo e che non si è mosso in anticipo (‘azzo ‘sti professori! Essendo quelli che “insegnano” sanno tutto, eh?). Le ragioni sono molte e non tutte giustificabili, in primis vi è il fatto che il management delle grandi aziende come Finmeccanica deve avere non solo un solido rapporto con il governo, ma deve anche avere visione competitiva sul mercato, sapendo cioé evitare scorciatoie che spesso sono fantozziane: come altrimenti giustificare il fatto che l’impresentabile Lavitola possa inguaiare la prima azienda di stato? Come giustificare mediatori che sembrano usciti da un film dei Vanzina? Forse li si giustifica con il fatto che così è consentito a parte delle provviste accantonate per le mediazioni di prendere altre strade (provviste che nei bilanci riservati delle grandi aziende americane e francesi sono “in bianco”, cioé giustificate sino all’ultimo dollaro). Una gestione a volte sbragata che consente poi alla magistratura italiana di attuare quello che sembra un vero e proprio piano di deindustrializzazione. In fin dei conti cosa importa ai magistrati delle conseguenze? Ecco quindi che l’azione è plateale, con l’arresto di Orsi, neanche con i domiciliari concessi a Spagnolini, ad di Agusta Westland. Perchè? Può inquinare le prove uno come Orsi che è intercettato da oltre due anni? Può fuggire ad Antigua? Può reiterare il reato ora che Finmeccanica è improvvisamente diventata nel mondo azienda da black list? Secondo me non lo può fare, ma un po’ di galera rende l’azione plateale e magari obbliga il governo indiano a rinunciare a malincuore al migliore elicottero nella sua categoria. Grazie!

Forse i magistrati pensano di avere una visione mondiale che portarà alla moralizzazione dell’intero settore, forse immaginano che sulla scia di quanto fanno in Italia già oggi i giudici federali americani arresteranno il CEO di Loockheed Martin e quello di Mc Donnel Douglas, e che in Francia i giudici metteranno in galera il presidente di Dassault, e che si tornerà ad affari nel campo della difesa tutti alla luce del sole.

Sbagliano: americani e francesi – increduli – si fregano le mani, con tempismo davanti al quale bisogna inchinarsi ieri l’India ha deciso di bloccare il pagamento degli elicotteri in attesa delle conclusioni della giustizia italiana (auguri, ne parliamo fra cinque anni) e oggi Hollande con una delegazione di ministri e addetti commerciali è in India per trattare vendita di aerei e impianti nucleari.

Credetemi, ho quasi la sensazione, bruttissima, che sia in atto un piano di deindustrializzazione in Italia, quasi come quello che nel 1946 doveva azzerare la Germania trasformandola in un paese agricolo, con la distruzione delle industrie della Ruhr smantellando macchinari e impianti, facendo saltare le miniere, deportando gli abitanti dell’area industriale in altre zone. E’ un paradosso, ma l’ho già pensato quando un magistrato integerrimo ha impedito per ben tre volte di vendere circa un miliardo di euro di acciaio già prodotto dalla ILVA e messo sotto sequestro, impedendo di fatto ogni possibile successiva azione di risanamento. E non giustifico l’ILVA, sono stato a Taranto parecchie volte e mi sono sempe chiesto come si possa vivere lì, come nessuno per anni abbia mai fatto nulla.

La conclusione? Ve lo dico senza giri di parole: con questa politica e con questa magistratura siamo destinati al fallimento della nazione. Ci potremmo salvare solo, e ripeto “solo”, con una profonda, traumatica opera di pulizia e ricambio di una intera classe politica e dirigente (non ci sono solo i politici e i ministri, ma anche gli alti dirigenti, i boiardi di stato inamovibili e corrotti sino al midollo, una ragnatela di parassiti che a cascata sono stati piazzati in posti dirigenziali nelle varie amministrazioni a far nulla, solo per mantenere consenso) che ci sta svendendo al migliore offerente, invece di promuovere la parte sana e produttiva del paese. In genere un ricambio radicale avviene con le rivoluzioni, ma qui ancora si sta troppo bene perchè accada. Come molti mi auguro che il voto, fra dieci giorni esatti, consenta una “mezza rivoluzione“, che almeno punisca chi ci ha portato sull’orlo del baratro; d’altrone un filo di speranza deve pur esserci. E sin d’ora mi sento vicino ai dipendenti di Finmeccanica e di Augusta Westland, perchè vedrete che una settimana esatta dopo le elezioni si parlerà di esuberi. Magari andranno tutti sotto la Procura di Busto Arsizio, chissà… (rb)

UPDATE: devo aver scatenato un vespaio visto che in un’ora ho ricevuto mail da amici e personalità, a integrazione di quanto scritto riporto un passo della mia risposta a uno di loro che giustificava l’immobilità del governo sulla vicenda:

“ho l’impressione che vi sia un piano preordinato che va ben al di là dei singoli fatti, per quanto macroscopici. Le grandi industrie sono strategiche per l’economia e la sicurezza di una nazione, destabilizzarle significa destabilizzare la nazione stessa, possibile che nessuno pensi alle conseguenze e che nessuno si muova in anticipo? Ed è un piano che viene da lontano, che trova fondamento nella perversa prevalenza dell’economia finanziaria su quella reale, in un’Europa che è diventata un mostro burocratico privo di una reale guida centrale a vocazione europea (gli inglesi si stanno facendo grasse risate, di noi) e anche in un governo che  magari si è chiesto “che facciamo con Finmeccanica”? E non critico i magistrati, ma l’ambiente nel quale si sono trovati a operare, del tutto avulso dal buonsenso e financo dal basilare senso di giustizia che li dovrebbe guidare. Loro stanno facendo il loro lavoro in mancanza di un reale equilibrio fra poteri, e il solo fatto che magistrati d’attacco si possano presentare in politica senza neanche dimettersi dalla magistratura a me fa il terrore.”

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Deindustrializzazione Italiana: la colpa è dei lavoratori ? no, del Governo.

27 maggio 2012 Di

Carissimo amici

Per completare un’analisi sulla progressiva deindustrializzazione dell’Italia, tema ben affrontato in altri post su questo blog, riporto alcuni dati molto importanti che, comparati, permetteranno di comprendere la realtà delle cose e, soprattutto, di superare molte delle fitttizie contrapposizioni mantenute in vita artificialmente al solo scopo di nascondere la verità.

Uno dei temi più caldi è quello del costo del lavoro, che, a detta di molti media, sarebbe la causa principale dell’emigrazione delle nostre aziende . Facciamo una valutazione comparata del costo del lavoro orari  fra Italia ed alcuni paesi europei ed extraeuropei:

(valori in dollari US dati 2006, da assolombarda, settore manifatturiero)

Norvegia 46,3

Germania 41,00

Danimarca: 38,2

Austria 36,7

Belgio 36,4

Svizzera 35,7

Olanda 35,3

Francia 33,7

Regno Unito 33,7

Australia 30,1

USA 29,6

Canada 29,00

ITALIA 28,7

Giappone : 24,4

Spagna 22,1

Corea 16,9

Nuova Zelanda 16,1

Israele 14,1

Singapole 13,6

Portocallo 9,5

Ungheria 9,4

Taiwan 8

Argentina 6,6

Polonia 6,33

Slovacchia 6,5

Messico 3,7

Filippine 1,4

Come possiamo rilevare il costo del lavoro Italiano è elevato, ma non sarebbe particolarmente elevato in confronto ai nostri diretti concorrenti (Francia, Germania, Austria, Spagna).  Perfino gli andamenti temporali sono molto simili (solo il Giappone diverge  fortemente).

Allora, quali sono i motivi dell’emigrazione ?

1) Scarsa produttività del Lavoro

Variazione della produttività su base annue settore privato
1986-90     1991-95    1996-00      2001- 07

Stati Uniti                 1,1                1,4                      2,3              2,6
Giappone                  3,4               0,9                      1,2               1,7
Germania                 1,7                 -0,1                      1,2              0,9
Francia                      2,3                1,7                      1,5               1,3
Italia                          2,3                2,3                      1,0             -0,4
Regno Unito            1,6               2,6                      1,9                1,7
Canada                       0,6                1,7                     2,1               1,2
Australia                   0,1                2,0                      2,7              1,3
Austria                       2,7                 2,4                    2,4               1,7
Belgio                         2,0                 1,4                     1,5               1,0
Danimarca                 1,3                3,2                     2,2             1,5
Irlanda                     4,8                  3,1                     4,0              2,4
Corea                         6,3                 5,7                    3,8               3,6
Olanda                     -0,2                0,9                    0,4               0,7
Norvegia                 0,5                  3,2                    2,3                2,3
Spagna                      1,1                  2,1                   0,3                  0,5
Svezia                        1,8                 3,6                      2,6               2,1
Svizzera                    0,3                0,1                      1,4               0,8

Vediamo come nel periodo 2001-7 la produttività del nostro paese sia diminuita. Questo in controtendenza nei confronti dei nostri principali competitors mondiali ? Perchè questo fatto ? Presumibilmente vi è stata una fuga degli investimenti, che ha reso meno produttivo il nostro lavoro. Senza crescita di produttività è difficile ottenere una crescita stabile dei redditi. Perchè si cumula meno capitale in Italia ? Semplice, perche il reddito è più tassato che nella maggior parte delle aree dei nostri concorrenti, per cui il capitale si sposta dove la tassazione è minore, creando maggiori investimenti e quindi incrementando la produttività del lavoro e, quindi, il reddito disponibile.Ricordiamo che la pressione fiscale reale in Italia nel 2007 era già pari al 55%, la più alta in Europa e nel mondo, 7 punti sopra il Belgio (48%) che ci segue .(sole24ore)

b) Mercato interno più ridotto: la fortissima pressione fiscale naturalmente riduce il reddito disponibile per i consumi. Questo riduce l’area competitiva delle aziende, e quindi vi è un minore interesse a collocarsi in Italia. Anche questo è un risultato dell’eccessiva rpessione fiscale.

c) La scarsa redditività del settore pubblico.  Ricordiamo che in Italia il settore pubblico ha una produttività immensamente più bassa rispetto al settore privato (-83%). Questo significa che per avere l’output pari ad 1 euro nel settore privato, ce ne vogliono 1,83 in quello pubblico. Questo spiega anche l’enorme voracità della spesa pubblica, incapace di fornire servizi adeguati ad un costo acccettabile.

Quindi la contrapposizione fra “Lavoratori autonomi / datori di lavoro” e “Dipendenti ” è solo apparente. Tutti hanno un solo grande nemico: lo stato parassita ed imporduttivo, che non permette la crescite delle remunerazioni, degli investimenti, della produttività della nazione. Monti, se volesse veramente rilanciare la crescita nazionale, dovrebbe dare un “Liberi tutti” allo stato centrale, sciogliendone le strutture e quindi licenziando se stesso. Perchè lui è al capo del vero tumore che distrugge il paese. Pecccato che non lo farà mai, perchè lui stesso è una metastasi della malattia, che , ormai temo, si rivelerà terminale.

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L’Ilva e la deindustrializzazione dell’Italia

6 dicembre 2012

Gentile signor De Carlo,
Corrado Clini, ministro per l’ambiente,ha annunciato, finalmente, nell’aula di
Montecitorio il decreto salva-Ilva con cui un Comitato di Alta Garanzia composto
dal presidente dell’Istituto superiore di sanità, dal presidente dell’Ispra,
l’Istuto Superiore per la ricerca e la protezione ambientale,dalle autorità
locali e presieduto dallo stesso ministro per l’ambiente vigilerà che
l’acciaieria più grande d’Europa rafforzi entro due anni l’AIA, autorizzazione
integrata ambientale, in modo da avere “un’industria pulita e tecnologicamente
avanzata” e raggiungere i fini di tutela sanitaria e ambientale di cui al
sequestro preventivo del Gip del Tribunale di Taranto.

“Se l’Ilva chiude e lo stabilimento viene abbandonato i vantaggi per l’ambiente
sono ZERO mentre i rischi per la salute sono altissimi ” e proseguendo, occorre
piuttosto, far diventare l’area ” un sito strategico di interesse nazionale”.
Clini ha sottolineato ” noi e la magistratura abbiamo lo stesso obiettivo:
risanare l’Ilva. Proprio per questo non ho compreso bene quello che è successo.”

Neanche noi italiani signor ministro.
Rispondendo alle repliche in aula ( Lega e IDV hanno annunciato il loro NO al
decreto ) ha rimarcato che la chiusura dell’Ilva “comporterebbe un grande
vantaggio per i concorrenti europei dell’azienda e, se volessimo ragionare in
termini di Grande Fratello, potremmo dire che è in piedi una strategia molto
importante per dare un altro colpo all’economia italiana”

Il politicamente corretto non può dire di più, ma è già molto.
Il presidente Hollande parlando del contemporaneo, anche se diverso, “caso” delle
acciaierie Arcelor Mittal che il proprietario, il miliardario indiano Lakshmi
Mittal minaccia di chiudere, ha detto che ” la nazionalizzazione fa parte dei
temi in discussione “.
Coincidenze ?
Gradirei sapere il suo parere in proposito,
saluti
Luisella Rech

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Mercoledì 28 Settembre 2011 08:25

Fiat e Fincantieri, la deindustrializzazione avanza

di  Redazione Contropiano

Fiat e Fincantieri, la deindustrializzazione avanzaDue casi emblematici di deindustrializzazione, uno nel settore privato, l’altro pubblico. Danno il quadro di un paese abbandonato al degrado, tra un management privato che fugge là dove spera di fare più profitti e un management pubblico al di sotto della soglia di decenza professionale dopo uno “spoiling system” lungo 20 anni, che ha azzerato anche le non grandiose capacità di gestione esistenti).

I due casi nel racconto dai giornali di oggi.

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Sergio Sinigaglia
Ancona/ OPERAI BARRICATI: L’AZIENDA CI DIA RISPOSTE
E le tute blu della Fincantieri occupano il consiglio regionale
L’ultima proposta, respinta da tutti i sindacati, prevede 180 licenziamenti: «È indecente»

ANCONA
Ad Ancona sono tornati i «martedì della collera». Dopo una sospensione durante il mese di agosto, ieri 300 lavoratori del cantiere navale si sono trovati davanti alla fabbrica che da mesi ha interrotto completamente la produzione. Una decisione molto grave è stata presa dalla direzione, che per la prima volta ha chiuso i cancelli. «Una provocazione inaudita – denuncia Giuseppe Ciarrocchi, segretario regionale della Fiom – visto che nelle occasioni precedenti ci siamo sempre trovati qui nel piazzale senza problemi». Per questo primo martedì della nuova fase di mobilitazione si è deciso di invadere il Consiglio regionale che ha dovuto interrompere i lavori.
«Noi eccedenti, voi indecenti», questo uno dei significativi striscioni che sono stati affissi nella sala consiliare. Il presidente della giunta Gianmario Spacca ha cercato di calmare gli animi, ma ha dovuto subire la dura contestazione degli operai. Alla fine i lavori sono stati interrotti e rinviati a nuova data.
Quella di ieri è stata una giornata che rilancia l’iniziativa: venerdì 30 è prevista un’altra tappa significativa con la seconda «notte rossa» dopo quella di primavera, con la partecipazione, questa volta, anche del segretario nazionale Fiom Maurizio Landini. L’appuntamento è per le 19, sempre davanti ai cantieri.
Dunque riparte la mobilitazione, dopo che la settimana scorsa si era tenuto l’atteso incontro con l’amministratore della Fincantieri Giuseppe Bono. Nella crisi sono coinvolti 580 lavoratori interni più 1500 delle ditte appaltatrici. È una vicenda simbolo della crisi, che anche in questa regione sta provocando una «strage» occupazionale. Il confronto, svoltosi in Regione, con la partecipazione dei vertici istituzionali marchigiani, provinciali e comunali, ha visto Bono presentare una proposta che prevede l’arrivo di due commesse per altrettanti navi. Dunque apparentemente una buona notizia, se non per un piccolo particolare: degli attuali 580 cassaintegrati, ne verrebbero reintegrati 400, insieme ai 1500 delle ditte esterne, ma ben 180 rimarrebbero fuori.
Una proposta «indecente», respinta al mittente dai sindacati, per una volta uniti senza defezioni: «Non si capisce – sottolinea Giuseppe Ciarrocchi – perché se il lavoro c’è per 1900 lavoratori, ne debbano rimanere fuori 180. Ci sembra un film già visto. Si vogliono redigere liste “nere” in base all’assenteismo e magari alla sindacalizzazione. Siamo naturalmente disponibili alla trattativa, ma senza discriminazioni». Bono si è affrettato a specificare che se gli esclusi, ai quali verrebbe garantita la cassa integrazione, non riuscissero a trovare nel frattempo un’altra sistemazione, avrebbero garantito il reintegro «in uno stabilimento del gruppo».
Ma i lavoratori sentono puzza di fregatura e hanno la netta sensazione di trovarsi di fronte a una riedizione della ormai tristemente nota «linea Marchionne». Quindi siamo alla ripresa delle ostilità con gli operai decisi a non mollare. E dopo la «notte rossa» di venerdì ci si preparerà alla grande manifestazione del 15 ottobre a Roma. Anche da queste parti l’autunno si annuncia quanto mai caldo, e indignato.
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Fuga da Termini Imerese
Due anni di cassa per tutti, poi (forse) al lavoro in 1500, 700 pensionati. Sindacati critici, la Fiom non ci sta

Dino Collazzo
Tutto deve cambiare perché nulla cambi. Il ministro Paolo Romani, ieri, ha incontrato a Roma l’advisor di Invitalia, i sindacati e la Regione Sicilia per discutere nuovamente dello stabilimento Fiat di Termini Imerese: il risultato è stato pressoché identico, tutti d’accordo nel ritenere il piano credibile tranne i sindacati che chiedono maggiori garanzie sull’occupazione. Il piano per Termini Imerese c’è ma non si vede. O meglio si vede ma continua a non convincere.
Il nodo è la scarsa garanzia fornita sulla possibilità che nel polo siciliano vengano riassorbiti tutti i 2.200 lavoratori. Sul tavolo del ministro dello Sviluppo economico, infatti, le proposte non cambiano. La Dr Motor resta la sola azienda che dovrebbe riassorbire, dopo ben due anni di cassa integrazione per tutti, 1.312 dipendenti, mentre altri 200 verrebbero assunti da altre quattro imprese, che nulla hanno a che vedere con il settore auto. A conti fatti resterebbero a casa quasi 700 lavoratori che, secondo il ministro, potrebbero andare in prepensionamento. La Fiom ha già fatto sapere che non ci sta, in primo luogo perchè il Gruppo Di Risio, non essendo un costruttore di automobili (infatti la Dr si limita ad assemblare pezzi di vetture della multinazionale cinese Chery) non ha la capacità di garantire il lavoro per tutti. Molti lavoratori vedono all’orizzonte il rischio del licenziamento, nel caso in cui la domanda non dovesse decollare (è questo il tema del prossimo incontro del 5 ottobre tra Di Risio e i sindacati). In secondo luogo la richiesta dei sindacati è che la Fiat lasci lo stabilimento (la «fuga» è prevista a fine anno) finché non ci saranno garanzie sulla piena occupazione.
È per chiedere un futuro certo e per continuare a dare speranza a una terra affamata da sempre di lavoro che le seicento tute blu di Termini Imerese hanno deciso di invadere il cuore politico di Roma. Visto che sono in sciopero, quando non sono in cassa, e visto che di lavoro non se ne vede, hanno deciso di far sentire le loro voci nella capitale. Hanno sfilato e non «manifestato», per non innervosire il sindaco Gianni Alemanno impegnato a invocare l’intervento delle forze dell’ordine per ripulire Roma dai selvaggi in tuta blu.
Gli operai si sono dati appuntamento in piazza ss Apostoli, alle nove erano tutti lì, da dove hanno dato inizio al loro corteo. Tutto è durato un attimo, il tempo di girare l’angolo e arrivare a Montecitorio dove ad attenderli oltre alla polizia è arrivato anche il niet del primo cittadino: «Tutti hanno diritto a manifestare ma la nostra città non può essere messa in ginocchio da manifestazioni non autorizzate – ha detto Alemanno – Lavoratori e sindacalisti debbono comprendere che non possono essere i cittadini i capri espiatori della mancanza di risposte della politica alle loro rivendicazioni. Queste manifestazioni non autorizzate assumono un carattere di illegalità».
Immediate le reazioni dei lavoratori, che al grido «Alemanno fascista» hanno criticato la scelta di chiedere al prefetto e al questore di bloccare la manifestazione dei lavoratori e alla magistratura di perseguire i lavoratori per blocco stradale. Indignazione anche da parte del segretario della Fiom Maurizio Landini, che ha sfilato con gli operai: «Voglio dire ad Alemanno che forse si dimentica che è il sindaco. Non è il governatore di Roma che non c’è più dal ’43».
Quanto accaduto non ha fiaccato il morale degli operai che, dopo essersi rifocillati in piazza Montecitorio, in ordine sparso e a piccoli gruppi si sono diretti verso il ministero dello Sviluppo economico. Cori, fischi e slogan hanno invaso le starde del centro. Molti di loro hanno più di cinquant’anni e da trenta lavorano in Fiat. Nicola La Corte lavora in magazino ed è adetto al trasporto: «Siamo in sciopero da tre settimane e continueremo così fino a che non ci diranno quale sarà il nostro futuro». È deluso dalla totale assenza del governo e della classe politica «Siamo soli, il problema Termini non è nato oggi, è dal 2002 che chiediamo di essere ascoltati. Chi dovrebbe garantire lo sviluppo e il lavoro in questo paese ha preferito concedere alla più grande industria di scappare, dopo averle regato anche l’articolo 8».
Rabbia e tanta preoccupazione, è questa la sensazione che serpeggia tra i lavoratori, per il loro destino e per quello di un’intera provincia che rischia di veder morire parte della sua economia. Sono 15 i paesi che vivono anche grazie al lavoro dello stabilimento di Termini. «Così si distrugge un intero territorio- dice Orazio Buccone, operaio – vorrei chiedere al governo se sono queste le politiche di sviluppo per il sud». Orazio in Fiat è entrato 31 anni, fa ha vissuto il periodo in cui il lavoro non mancava, poi però sono arrivati gli anni Ottanta, la stagnazione e le crisi si sono succedute fino a oggi. Con il figlio al lato, Orazio ti guarda negli occhi e ti dice: «Ci hanno tolto tutto, tu mi chiedi che cosa mi aspetto da quest’incontro e io ti rispondo un po’ di serietà. Non si può giocare sulle spalle di chi lavora». Il coro tra i lavoratori è unanime, alla Dr Motor e al suo piano non crede nessuno e a scandirlo con forza è a fine giornata il segretario palermitano della Fiom Roberto Mastrosimone: «La situazione non è per niente bella, siamo venuti a Roma per avere risposte ma non le abbiamo avute. Quindi la vertenza è aperta e continua».
Davanti al ministero era presente anche una delegazione di operai dell’Irisbus. La loro paura è che la Fiat lasci alla Dr il compito di liquidare lo stabilimento dopo averlo aquisito «Ecco perchè – ha detto Salvatore – abbiamo votato no in assemblea a una nuova trattativa con Dr group».
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Loris Campetti
MARCHIONNE
In Sicilia le prove generali per lasciare l’Italia

È difficile, anche per i fiatologi, ricordare il numero esatto di amministratori delegati e presidenti succeduti a Fresco e a Cantarella dall’inizio del XXI secolo ad oggi. Tra Fiat auto e gruppo sono almeno una dozzina, diversi per cultura industriale, concezione della democrazia, piani di crisi e progetti di rilancio. Alcuni legati alla finanza, alcuni capitani coraggiosi e altri tenenti di brevissimo corso. Hanno tutti una sola caratteristica in comune, un obiettivo condiviso: chiudere la fabbrica di Termini Imerese e mandare a casa i lavoratori. Costruire automobili in Sicilia è una diseconomia, dicevano in coro i regnanti di turno, non c’è neanche il ponte tra Messina e Reggio. Eppure, alla fine degli anni Sessanta i soldi pubblici per aprire quello stabilimento la Fiat se li è presi, impegnandosi a costruire un indotto che non s’è mai visto, con la conseguenza di dover trasportare non solo le automobili finite dall’isola in continente, ma anche le componenti dal continente all’isola. Eppure, costruire in Serbia o in Polonia auto per l’esportazione nei mercati europei non è antieconomico, persino i suv fatti in Italia per il mercato Usa, o in Usa per quello europeo rientrano nelle possibilità. Lo stretto di Messina è più ampio dell’Atlantico?
Poi, improvvisamente, Marchionne scoprì che in cambio di garanzie e soldi pubblici Termini sarebbe diventata così conveniente – una punta di lancia industriale nel Mediterraneo – da spingerlo a firmare un accordo con sindacati, governo Prodi e regione Sicilia per raddoppiare lo stabilimento. L’accordo non ha mai visto la luce, mentre è tornato centrale l’obiettivo iniziale: chiudere Termini Imerese, mandare a casa i suoi operai.
È dal 2002 che gli operai siciliani difendono con le unghie e con i denti il loro stabilimento. Bloccando i cancelli, invandendo ora Palermo ora Roma, arrampicandosi sui tetti, coinvolgendo istituzioni, politica, cultura, studenti, centri sociali, artisti. Quasi 10 anni di battaglie, senza tregua, con la rabbia di chi ha l’orgoglio di rappresentare un’alternativa pulita all’economia criminale in un territorio esposto come la Sicilia. Il fatto è che la Fiat di Marchionne, come le Fiat di chi l’ha preceduto, in Italia può fare quel che gli pare, a differenza che negli Usa, o in Germania. Non c’è un governo che imponga al Lingotto di restare, o di restituire i soldi pubblici presi in quarant’anni. La politica non si scalda, i lavoratori sono abbandonati al loro destino: un ponte improbabile tira più di tante concrete vite operaie.
Dieci anni sulla strada, molti di loro sono invecchiati in cassa integrazione. Un fatto che per il ministro Romani ha un valore non sociale bensì anagrafico: ancora due anni anni di cassa e forse 900 operai avranno raggiunto l’età del prepensionamento, liberando il campo dalla loro presenza. Gli altri? Se non saranno ancora prelicenziabili tra due anni, se ne prenderà – se non ci ripenserà come ha già fatto con la Irisbus – 1.312 un tipo che assembla in Molise qualche auto cinese. Altri 200 se li porterà a casa un altro paio di imprenditori e il gioco è fatto. Marchionne non ha tempo da perdere, ha troppi impegni negli Usa per cincischiare in un’isola senza ponte, o discutere con un «sindacato ideologico» come la Fiom.
Termini Imerese è il banco di prova di Marchionne: se riuscirà a lasciare l’isola senza pagare dazio, presto potrebbe andarsene anche dalla penisola e abbandonare l’Italia. Ieri, a chi chiede garanzie per gli stabilimenti italiani, Marchionne ha detto: su Mirafiori «sto ancora lavorando». È l’unico, per tutte le tute blu torinesi c’è solo cassa. Marchionne aveva giurato: non chiuderò nessuna fabbrica in Italia. Dopo la Cnh di Modena e la Irisbus di Avellino, Termini è la terza vittima. La Fiom ha annunciato una mobilitazione generale di tutti i lavoratori del gruppo? No problem: «La Fiat andrà avanti, non si farà condizionare da una minoranza». Domanda ai sindacati, alla politica, alla sinistra, ai movimenti: il modello Marchionne è un problema della sola Fiom?
da “il manifesto” del 28 settembre 2011
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In bilico la De Tomaso della famiglia Rossignolo

L’avventura della De Tomaso, e della famiglia Rossignolo che voleva rilanciarla, sembra destinata a terminare mestamente. L’azienda è stata infatti sfrattata dallo stabilimento ex Pininfarina di Grugliasco, in provincia di Torino, e ora la maggioranza del pacchetto azionario è in vendita al miglior offerente. Il destino dei 900 operai è in bilico. Sul mensile Quattroruote, Gianluca Rossignolo, figlio del patron Gianmario, ammette le difficoltà del marchio, ma avanza pesanti accuse alla gestione della vicenda da parte della Regione Piemonte: «L’ex presidente Mercedes Bresso ci aveva promesso una copertura finanziaria di 18 milioni di euro; poi sono arrivati i leghisti, ovvero Roberto Cota, e hanno bloccato tutto. Certo che siamo a corto di liquidi, ma è perché la Regione ha cambiato le regole del gioco in corsa».
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Fiat, per il ministro Romani  «si è fatto un altro passo in avanti»

Soddisfazione del governo dopo l’incontro con Invitalia, Regione Sicilia e sindacati sul futuro di Termini Imerese

TERMINI IMERESE – «È stata una riunione importante che ha avuto un esito positivo: si è fatto un altro passo avanti». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, al termine dell’incontro con Invitalia, Regione Sicilia e le rappresentanze sindacali, sul futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. «Ora con i sindacati verificheremo la composizione e l’anzianità dei lavoratori», spiega Romani, precisando che «i sindacati hanno chiesto un incontro con Di Risio per verificare la bontà del piano industriale».

Un incontro che potrebbe avvenire a breve: «Noi – dice Romani – abbiamo dato la disponibilità anche per i prossimi giorni». Il ministro ha poi spiegato che attualmente i dipendenti dello stabilimento siciliano di Termini Imerese sono 1.566, più l’indotto diretto e indiretto stimato in qualche centinaia di persone. Degli oltre 1.500 operai, 1.312 verranno assorbiti da Dr Motor, mentre la parte restante, dalle altre aziende. «Noi – ha concluso il ministro – riteniamo di aver fatto un buon lavoro, ora spetta ai sindacati assumersi le responsabilità di ritenere l’accordo positivo».

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La fine della classe operaia ed il tramonto del Comunismo

Fiat: il dramma di una chiusura programmata, solo la lotta dei lavoratori può ribaltare le sorti di una deindustrializzazione evidente …

19 settembre 2012

Forse non è il luogo adatto a certe considerazioni, ma sulla vicenda Fiat troppi politici bercianti di destra-centro-sinistra, con il trasversale Monti in testa, stanno sollevando polveroni per non far capire ai lavoratori “tutti” l’essenza del contendere … per quel che vale e a mio modestissimo giudizio le cose stanno così:

1) Intanto: sabato prossimo ci sarà l’ennesima pantomima di incontro a palazzo Chigi tra Marchionne ed Elkan, da un lato, ed i loro portaborse del Governo dall’altro (quindi nessuna controparte VERA al tavolo e non intendo i sindacati ma … i lavoratori, che sono sempre esclusi) che sortirà l’ennesima promessa da NON mantenere. Perché è così: già nel 2010 Fiat aveva promesso di investire in Italia 20 miliardi di euro nel cosiddetto progetto Fabbrica Italia sapendo già di raccontare balle, perché quello non è mai stato un piano industriale ma, per ammissione della stessa Fiat , “un indirizzo strategico” giusto per non fare incazzare la gente … cioè chiacchiere e lo sanno pure i più sprovveduti che i piani strategici vengono riesaminati di continuo per essere adeguati alle condizioni di “mercato” , come dire che sono inevitabilmente soggetti all’arbitrio del padrone, punto! Qundi, la “verità vera” in tutta questa vicenda consiste nel fatto incontrovertibile che la Fiat sta conducendo l’ulteriore attacco frontale alla sua classe operaia: l’obiettivo chiaro è quello di smantellare uno dopo l’altro tutti gli stabilimenti italiani.

2) Ciò che resta del movimento operaio italiano non può aspettare la sentenza di ottobre sul reintegro dei 145 operai Fiom, pur importante (speriamo venga respinto, ovviamente, il ricorso aziendale contro la loro reintegrazione) l’intervento dei giudici non è sostitutivo della necessità di unire i lavoratori di tutte le aziende Fiat (e non solo, viste le analoghe sorti di ILVA, ALCOA, ecc.) in una lotta sola: che prepari l’occupazione degli stabilimenti e rivendichi la nazionalizzazione della Fiat, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori. Se la Fiat annuncia l’esproprio del lavoro degli operai, gli operai hanno il diritto di rivendicare l’esproprio della Fiat! Quanti decenni sono che la famiglia Agneli percepisce contributi ed aiuti di vario tipo dallo stato per mantenere i propri profitti? Quindi non si tratterebbe neanche di un esproprio, molto semplicemente si tratterebbe di chiedere la restituzione di tutto il maltolto, ridistribuendo il lavoro tra utti i lavoratori (quindi senza esuberi) a parità di paga, per ripartire davvero con l’investire le risorse espropriate agli Agnelli in un progetto di produzione partecipato, deciso dal basso, orientato alla difesa della salute e dell’ambiente.

3) Proposta irrealistica? A me pare irrealistico continuare a scommettere sul falso governo tecnico Monti (PDL, PD ed UDC per intenderci bene) e i suoi ministri milionari, visto che è il governo che ha distrutto le pensioni d’anzianità e l’articolo 18 (con la complicità della CGIL che ha coperto il PD a sinistra isolando drammaticamente le lotte della Fiom), per non parlare del taglio ai servizi e alla sanità, cioè il taglio del salario sociale indiretto dei lavoratori italiani. Cosa volete che facciano questi contro la strafottenza di Marchionne … solo inganni.

I lavoratori possono e debbono recuperare la fiducia nella propria forza, unire tutte le lotte di resistenza e ricondurre tutte le rivendicazioni immediate del mondo del lavoro verso una prospettiva diversa …

Gianni Urioni

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Deindustrializzazione, caso Fiat e nuovo capitalismo

La scomparsa di Giovanni Agnelli ha rappresentato uno di quegli eventi simbolici che i giornalisti indicano come “fine di un’epoca”. Certo, per la stampa e per gli esperti “ufficiali” ha costituito un’occasione per dire quello che sinora non si è voluto o potuto intorno alla più grave crisi della maggiore azienda industriale nazionale: fine di un silenzio, dunque, e di un’acquiescenza lunghissima che ha avuto il suo massimo nella celebrazione dell’accordo con la General Motors e nell’aver al contrario taciuto un vero record mondiale di Fiat Auto, ininterrottamente in perdita dal 1989.

Ora il vento della critica spira tanto forte da volerci convincere che l’Italia è già un paese deindustrializzato, poco competitivo, che in pochi anni ha visto diminuire del 20% il proprio export: come ha nuovamente affermato il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nelle Considerazioni finali alla Relazione del 2002[1], attribuendone la responsabilità alla scarsa produttività causata dalla piccola dimensione delle imprese. È chiaro che se nel novero delle imprese comprendiamo i due milioni di imprese individuali la dimensione aziendale media italiana non potrà che essere infima; e del resto gli interlocutori del governatore – il sistema delle imprese, il governo, i partiti – non sono in grado di progettare alcuna politica industriale, tanto meno a medio periodo, per invertire un declino delle grandi imprese che dura da vent’anni. In realtà le partite in corso sono altre, e hanno per posta l’individuazione degli interessi perdenti – e dei ceti ad essi collegabili – a cui accollare i costi sociali di un’altra ristrutturazione; e la formazione del consenso attorno ai nuovi equilibri in formazione, di potere e sul territorio.

Tra il 1992 e il 2000, con il decisivo contributo dei governi di centro-sinistra, nel clima di “Mani Pulite” e “per entrare in Europa”, si è smantellato un equilibrio tra pubblico e privato che resisteva dagli anni trenta e si è avviata una colossale privatizzazione in nome del mercato e della trasparenza. Per compiere l’arrembaggio al sistema delle public utilities (telefoni, elettricità, gas, acqua), dei nodi di trasporto (stazioni, aeroporti, autostrade), a ciò che è rimasto della siderurgia, una forma aggressiva e “finanziarizzata” di nuovi padroni – i Benetton, i Tronchetti Provera, i Riva, i Gavio, i Romiti – ha raggiunto il controllo di settori decisivi della società italiana: stampa, comunicazione, cultura, amministrazione, ecc. Qualcuno (Colaninno) non avrebbe consolidato le proprie conquiste senza l’appoggio di D’Alema.

Sul territorio agiscono in modo univoco le trasformazioni di fondo della produzione, la globalizzazione e il ridisegno delle catene logistiche. Si delocalizzano impianti verso paesi a basso costo del lavoro (Romania, Cina), si ricollocano all’esterno del ciclo di fabbrica lavorazioni che prima vi appartenevano; dunque si riducono le dimensioni aziendali delle grandi imprese e si aprono opportunità per il riuso residenziale e commerciale delle aree ex industriali. Allo stesso tempo aumenta la domanda di aree da destinare tanto all’outsourcing manifatturiero quanto a operazioni logistiche che aumentano di scala dimensionale e di intensità geografica (movimenti di merci sempre più frequenti su tutti i raggi di distanza). Cresce di conseguenza anche la domanda di nuove infrastrutture di trasporto.

Gli effetti sul mercato del lavoro sono quelli di una espulsione dalle forme contrattuali protette e stabili verso le forme precarie e iperflessibili, in un processo che non è destinato a fermarsi ma procede di downsizing in downsizing. Questo si traduce sul territorio in forme altrettanto irreversibili, perché cancellano le precedenti organizzazioni urbane e agricole, senza seguire alcun piano che non sia dettato dagli automatismi della rendita immobiliare e dall’intangibilità della proprietà privata.

In questo convergere di interessi limitati e meccanismi economici “globali” si stanno ridisegnando la composizione sociale del paese e il suo paesaggio urbano. Scomparsa la classe operaia delle “tute blu”, ora è la volta di quella borghesia che perseguiva l’innovazione di processo e di sistema e a cui oggi non rimangono che le proprietà immobiliari e i consumi di lusso. Colpiscono la nettezza e la rapidità con cui sta avvenendo il passaggio da un’economia industriale a un’economia di rendita, a cui non corrispondono né alcun tipo di aggiustamento del quadro legal-amministrativo generale – fermo alla deregulation entro cui da quarant’anni hanno continuato a operare rendita urbana e rendita edilizia –, né la coscienza delle conseguenze che un peggioramento rapido della qualità della vita e del funzionamento del sistema della mobilità avranno sullo stesso sistema economico italiano.

1. Il declino industriale italiano

«Non è impresa da poco aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si è stati tra i primi nelle classifiche internazionali; non aver colto, né aver l’aria di saper cogliere, le opportunità per diventarlo in quelli dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per farlo; infine rischiare di portare

da noi all’estinzione l’industria dell’auto, che resta nel mondo la più importante per numero di dipendenti e fatturato. Il tutto in pochi decenni. Sembra lecito chiedersi come ci si è riusciti».

Per rispondere alla questione che pone nelle prime pagine del suo libro La scomparsa dell’Italia industriale[1], Luciano Gallino ha analizzato i casi concreti dell’informatica, dell’aeronautica, della chimica, dell’elettronica di consumo, delle aziende high tech elettromeccaniche, dell’auto. Una serie impressionante di errori e fallimenti industriali ha costellato la storia recente di questi settori, e l’autore si chiede se avrebbe potuto essere evitata o rimediata dalle «riforme per la competitività e le politiche per lo sviluppo» che un larghissimo schieramento dichiara essere oggi la «priorità delle priorità», secondo le parole del presidente della Confindustria[2]. La risposta è no: diminuire la pressione fiscale sulle aziende, estendere le tipologie dei contratti di lavoro (ma in particolare la libertà di licenziamento), ridurre i prelievi contributivi a favore del sistema pensionistico pubblico, far funzionare la pubblica amministrazione secondo criteri aziendali sarebbero riforme «meschine, oltre che del tutto fuori bersaglio». Ci vorrebbe una legge quadro per una politica industriale nazionale, ma neppure quella (ottima sulla carta) varata nel 1977 ha potuto evitare i disastri di cui sopra; né ci si può aspettare che “il mercato faccia nascere una politica industriale”, può sanzionarne il successo ma non può sostituire i capitali e l’iniziativa pubblica, come dimostrano i casi clamorosi di Internet e di Airbus. In ogni caso bisognerebbe rendere inoperanti quei «criteri guida intesi a non fare industria, o a disfarla» che per decenni hanno prodotto l’abbandono di settori manifatturieri in cui l’Italia aveva tradizione e competenze marcate, e puntare su ciò che le aziende italiane non vogliono più fare, cioè produrre più tecnologia e dunque investire in ricerca e sviluppo, creare brevetti e soprattutto scegliere un campo in cui immettere le migliori energie.

L’avventura elettronica di Olivetti è esemplare. Per ben tre volte – nel 1955, nel 1965, nel 1984 – l’azienda di Ivrea, leader mondiale delle macchine per ufficio, è entrata da protagonista nel difficile mercato dell’informatica. La prima grazie al successo di due propri mainframes medi (il 9003 e il 6001), esperienza troncata dalla morte di Adriano Olivetti, che vi aveva fortemente creduto, e dalla volontà del gruppo di controllo che gli succedette, Fiat in testa, di uscire immediatamente dall’elettronica: «un neo da estirpare», come si espresse pubblicamente il prof. Valletta nel 1964. La seconda coincise con il lancio del P101, il primo computer da tavolo mai costruito in serie (44.000 esemplari in cinque anni), demolito però dalla concorrenza giapponese giunta sul mercato con prezzi più bassi molto in anticipo su quanto avevano previsto i poco accorti manager di Ivrea. Vi fu infine il successo del pc Ibm-compatibile M-24, ottenuto dall’Olivetti debenedettiana al prezzo però di limitarsi al ruolo di assemblatore, privo di proprio valore aggiunto e carico invece degli oneri tipici di una grande industria elettromeccanica, a cominciare dai grandi e bellissimi stabilimenti risalenti all’epoca di Adriano. Con l’arrivo di Colaninno (1996) l’Olivetti divenne il contenitore finanziario di Telecom, e quindi è definitivamente scomparsa anche come marchio per opera di Tronchetti Provera nel marzo 2003.

Oltre al caso Olivetti, nell’elenco dei disastri, delle miopie, degli inauditi sprechi troviamo:

–          la decisione governativa – dovuta a insipienza industriale e asservimento filoamericano – di tenere la nostra discreta industria aeronautica al di fuori del consorzio Airbus, che è uno dei casi di maggior successo industriale e tecnologico nell’Europa degli ultimi cinquant’anni;

–          lo sperpero di immensi capitali (quali quelli provenienti dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica) in progetti industriali dissennati, ad esempio quelli che hanno devastato l’industria chimica nazionale: la fusione tra Edison e Montecatini (1966) aprì la via a una serie di fusioni, acquisizioni e alleanze di cui furono protagonisti prima l’Eni (controllo di Montedison nel 1968), poi i Ferruzzi (padroni in Montedison nell’87), infine Eni e Ferruzzi insieme (Enimont, 1989), operazioni che avevano per scopo principale quello di sopprimere la concorrenza industriale e profittare dell’aiuto di stato;

–          l’incomprensione “storica” verso le potenzialità industriali della radio (a Guglielmo Marconi non rimase che emigrare in Inghilterra) e della tv a colori, autorizzata dal governo con dieci anni di ritardo (1977) su tutti i vicini europei;

–          le cessioni “per fare cassa” di aziende di eccellenza tecnologica a concorrenti stranieri (come è accaduto alla Nuovo Pignone, alla Elsag Bailey, alla Fiat Ferroviaria: aziende leader mondiali nel proprio settore) o smembrate a diversi acquirenti, come nel caso dell’Ansaldo.

2. La crisi della Fiat

Per ultimo Gallino analizza brevemente il caso Fiat sotto un angolo problematico – quello delle acquisizioni e delle diversificazioni industriali – che molti osservatori indicano oggi come una delle cause profonde della crisi del gruppo torinese. Per Gallino il passaggio critico va situato all’inizio degli anni ottanta, quando la famiglia Agnelli e Cesare Romiti avviano una diversificazione extra-industriale di segno e risultati tali da contraddire tutta la storia industriale di Fiat Auto, collocata entro contenitori finanziari (Ifi) e di holding (Ifil) che non hanno nulla a che fare con l’industria automobilistica né con l’attività manifatturiera in genere.

Politiche di diversificazione ad ampio raggio furono presenti nella strategia di Fiat sin dai tempi del Senatore Agnelli, che già nel 1914 sottolineava come il mercato dell’auto ha un andamento ciclico che va bilanciato con attività industriali anticicliche. Tuttavia, come è stato sottolineato in un recente saggio[1] dedicato alla storia della composizione del portafoglio Fiat, la vocazione automotoristica non è mai venuta meno, e oggi l’età media di questi settori nel portafoglio Fiat è di 90,2 anni, dal momento che Fiat è presente nell’auto dal 1899, nei veicoli industriali dal 1903, nei trattori dal 1917, nelle macchine movimento terra dal 1925.

Invece negli anni ottanta, in particolare dopo il forzato riacquisto del pacchetto della libica Lafico e l’uscita di Vittorio Ghidella (1988), è venuta meno proprio la centralità industriale dell’auto in un gruppo a forte diversificazione orizzontale e con interessi che comprendono editoria, assicurazioni,  progettazione di grandi opere, attività turistico-alberghiere, energia elettrica, e-commerce, risorse umane, industria cartaria: e che in nome di una loro maggiore immediata redditività hanno sottratto all’auto risorse decisive, dall’opa Rinascente a quella Edison.

Sono di conseguenza cadute – lo afferma Gallino e lo hanno detto i partecipanti[2] al seminario promosso dall’ASSI Associazione di Storia e Studi sull’Impresa e dall’Università Bocconi il 2 aprile 2003, dedicato a «La Fiat di Gianni Agnelli» – le forti motivazioni necessarie agli alti dirigenti Fiat per competere in quella che forse è la più complessa attività dell’industria contemporanea, la costruzione di automobili. Si pensi solo alla complessità logistica di assemblare in una sola auto una media di 30.000 pezzi, cioè 30 milioni di pezzi per costruire 1.000 auto al giorno, provenienti da una molteplicità di officine e sub-fornitori distribuiti in decine di paesi diversi, secondo il ritmo imposto dal just in time per risparmiare risorse finanziarie e rispondere a una domanda di una clientela mondiale divenuta esigente. Non si può chiedere ad un management che deve operare in questo settore un comportamento organizzativo fortemente motivato, una totale adesione alla “cultura del prodotto” e della competizione, se dalle più alte sfere aziendali e dalla proprietà arriva sempre più forte il messaggio che l’auto rende poco e che i concorrenti tedeschi, francesi, giapponesi, coreani ecc. sono troppo forti per i mezzi finanziari a disposizione: insomma che sia più conveniente investire nell’Alpitour e nella Rinascente piuttosto che nello sviluppo di un’utilitaria anti-Renault.

Il punto di vista del manager Fiat al tornante decisivo dei primi anni novanta è stato esposto in modo piuttosto netto da uno degli stessi protagonisti di quegli anni in un articolo pubblicato sull’inserto “Economia” del Corriere della Sera del 10 marzo 2003[3]. Ne esce un quadro fortemente negativo della “cultura Fiat” e di tutti coloro che vi hanno contribuito: la proprietà e il vertice del gruppo, irraggiungibili dalle critiche; il sistema politico, che ha assuefatto Fiat a non dover competere; i giornalisti amici, «succubi di molti fascini» e responsabili di vere campagne di disinformazione per «spiegare alla pubblica opinione perché la colpa è dei giapponesi, del sistema Italia, del sindacato, qualche volta del governo, ma mai del vertice del gruppo, del management, e meno che mai della proprietà, intoccabile icona italiana». Quanto alla cultura manageriale Fiat, la cui forza tradizionale risiedeva nel radicamento piemontese dei quadri, cioè nelle doti di «laboriosità, frugalità, obbedienza e rispetto per la gerarchia, precisione e talento per la meccanica, conservatorismo e rifiuto del rischio, pragmatismo e riservatezza», si è rivelata una «zavorra mortale» quando la Fiat ha dovuto affrontare davvero la concorrenza internazionale e orientarsi decisamente – come ha fatto per prima l’industria automobilistica giapponese – verso il cliente. Per quanto annunciata, la crisi della Fiat è stata affrontata solo in emergenza, oltretutto accentrando le decisioni nelle mani di quel management di vertice che più si è dimostrato arrogantemente indisponibile a riconoscere i propri errori. Casi come quello della New Holland, il cui gruppo dirigente, anche perché basato lontano da Torino, è riuscito a portare l’azienda da uno stato prefallimentare a un profitto netto di 600 milioni di dollari in tre anni, non sono stati valorizzati all’interno del gruppo, e anzi quel team di manager poco allineati al nuovo vertice del Lingotto viene smembrato e disperso. Ai gravi errori – la world car, l’Argentina, la sciagurata acquisizione della Case, il mancato sviluppo di un’auto da città a quattro porte e di uno sport utility vehicle, la marginalità del marketing … – si è aggiunta dunque l’incapacità a trovare una via che allontani dal baratro.

Per queste ragioni il recentissimo piano industriale (il terzo in due anni) presentato alla fine di giugno 2003 dal nuovo amministratore delegato di Fiat Auto, Giuseppe Morchio, sembra destinato al fallimento. Se è vero, come è stato osservato[1], che si tratta finalmente di un piano industriale centrato sulle attività automotoristiche e sull’integrazione verticale, è altrettanto vero che le banche hanno già imposto agli Agnelli di vendere i pezzi più pregiati in portafoglio (Toro Assicurazioni, Fiat Avio), mentre nessun acquirente si è fatto avanti per Teksid, Marelli e Comau, praticamente prive di valore. Del resto il piano si accontenta di mantenere l’attuale volume produttivo (nel 2003 Fiat produrrà appena 1,9 milioni di auto) ma di tornare a guadagnarci, ossia di risparmiare per via tecnica sui costi di sviluppo dei modelli e sugli investimenti necessari. Intanto, naturalmente, si chiuderanno subito 12 stabilimenti tagliando altri 12.800 posti. C’è da rimanere sbalorditi che vi sia qualcuno disposto a credere che si tratti di un piano di rilancio industriale e non dell’ennesimo downsizing.

3. L’Italia dopo la Fiat

Nel frattempo il profilo industriale del nostro paese è radicalmente mutato, come ha notato efficacemente Ercole Sori[2], per effetto di cambiamenti strutturali ma anche di mentalità.

Anche Sori ripercorre i maggiori errori strategici compiuti dalla dirigenza Fiat, e di cui anche l’uomo della strada ha conoscenza: l’abitudine al monopolio; il sostegno statale; un’internazionalizzazione sbagliata; la squalificazione del prodotto; la resistenza all’innovazione; una commercializzazione arcaica e indisponente. Li inquadra però in un’evoluzione economica del nostro paese che è allo stesso tempo ha paradossalmente assunto un profilo post-industriale (con il dilatarsi della terziarizzazione) e anche pre-industriale, a causa della scomparsa di alcuni settori che sono stati strategici nelle precedenti rivoluzioni industriali: la siderurgia, l’elettronica di consumo, la chimica di base. Altri o non sono mai nati (chimica fine, nucleare) o si evolvono diversificandosi (gli ex monopoli pubblici: Enel, Telecom, Eni). A questo ora si aggiunge la crisi della meccanica automobilistica.

Nella fisionomia industriale italiana hanno ora rilievo le figure dei “sarti” (il sistema della moda), dei “calzolai” (il sistema della scarpa e della pelletteria), di “falegnami” (l’industria dei mobili), “orefici”, “pizzicagnoli e vinai” (l’Italian food). Anche il settore terziario in espansione, legato a servizi non importabili (pubblica amministrazione, servizi alla persona) o sinora garantiti (credito, commercio, assicurazioni) rivela questo profilo pre-industriale; e anche per i servizi esportabili, come il turismo, non si tratta in realtà di «un insieme di cuochi, camerieri, cocchieri, osti, locandie­ri, teatranti e musici»?

Per Sori la causa del declino industriale italiano è una sola: non essere in grado di reggere la concorrenza internazionale. Di chi le “colpe” nella crisi Fiat? Di sindacato, proprietà e management insieme, corresponsabili degli errori e della gestione burocratica del maggior gruppo industriale privato italiano; e anche delle politiche governative che hanno assecondato le peggiori inclinazioni dell’azienda, quelle appunto che le hanno permesso di sottrarsi a lungo agli imperativi di un mercato aperto.

Ma non vi è solo questo. La società italiana è fortemente mutata negli ultimi anni. La figura dell’operaio non vi gode alcun credito. Oggi abbiamo 400.000 addetti alle imprese di pulizia, molto di più degli occupati dell’intero settore chimico. E d’altra parte il «facile arricchimento, il profitto che deriva da furbizia, intermediazione e arbitraggio, anziché da lavo­ro, organizzazione e competenza» sono aspirazioni generalizzate. Non si spiegherebbe altrimenti perché oggi uno dei mestieri emergenti sia quello del “promotore finanziario”, cioè di quell’esercito di giovani alla accanita ricerca di risparmio privato e famigliare da collocare direttamente in borsa o nei fondi d’investimento; né come sia stata possibile, nell’Italia del XXI secolo, la truffa della Tucker; né come una barca da regata che ha rappresentato l’Italia si sia potuta chiamare «Mascalzone Latino».

Questa analisi va oltre la crisi della grande impresa, riguarda anche il sistema delle piccole e medie imprese, dell’impresa diffusa, dei distretti, fortemente dipendente dall’ambiente economico in cui opera, in cui trova manodopera qualificata e flessibile, reperisce capitali, sviluppa occasioni e brevetti. Se questa intelligenza diffusa è una variabile economica fondamentale seppur non contabilizzata dell’economia dei distretti, allora divengono decisivi i fattori di cornice e di “mentalità” imprenditoriale, proprio quelli che secondo Sori stanno visibilmente declinando.

Né vi è da sperare nel sostegno del sistema bancario nazionale, specializzato – unico in Europa – nel credito alle grandi imprese, e sottratto alla concorrenza internazionale dalla strategia difensiva della Banca d’Italia. Neppure l’euro, che ha reso vantaggioso per le grandi imprese europee reperire nuovi mezzi finanziari sul mercato obbligazionario, ha invertito la tendenza. Per le banche italiane questo significa continuare a mantenere i prestiti concessi in bilancio a valore di libro; per le grandi imprese significa non sottoporsi alla continua valutazione di un mercato molto attento nell’attribuire il rating alle imprese e nel variarlo al variare delle prospettive di redditività: molto meglio ricorrere all’intervento delle “banche amiche”, corresponsabili dunque nel mantenere il sistema delle imprese al riparo dall’esame del mercato e nel fornire loro abbondanza di mezzi per le diversificazioni più insensate e nella rincorsa alla rendita.

Risultato: oggi le PMI italiane non subiscono solo la competizione dei paesi industrialmente avanzati ma anche di quelli emergenti. La struttura delle esportazioni italiane – secondo i dati riportati da Rodolfo Helg[1] – mette in evidenza l’impiego intensivo di lavoro non qualificato nei settori tradizionali del made in Italy e della meccanica  relativa. È invece molto debole nei settori dove più importanti sono le dimensioni di scala, ad alta intensità di lavoro qualificato,  e nei settori high tech. Il profilo dell’Italia assomiglia in questo senso più a paesi come India, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Cina e Tailandia che non agli Stati Uniti, al Giappone, alla Germania, alla Francia o anche alla Spagna. In mancanza di una strategia che differenzi la propria produzione per la qualità e l’innovazione, al settore tradizionale italiano non resterà che competere (senza riuscirci) sul solo piano del costo del lavoro.

4. La “cultura Fiat”

Nelle recenti analisi della crisi Fiat, gli osservatori hanno molto insistito sull’incapacità dei vertici del gruppo ad affrontare il mercato. La stessa figura di Gianni Agnelli ne è uscita fortemente ridimensionata. Per trentacinque anni alla testa del gruppo, l’Avvocato è stato in realtà il simbolo del grave limite di risorse e di cultura del “capitalismo famigliare” nostrano, l’Italian family business. È infatti un’anomalia italiana che un gruppo con fatturato di 100-120 mila miliardi di lire abbia potuto essere controllato per il 30% (e negli anni ottanta anche per il 40%) da una sola famiglia.

Quanto ai  limiti culturali, hanno pesato molto soprattutto in occasione del mancato accordo con la Ford, episodio che ha un’importanza emblematica e centrale. Era il 1985, e la Fiat era uscita piena di energie innovative da una stagione durissima di conflittualità operaia: 20.000 miliardi di fatturato, circa 1,5 milioni di autovetture, il 52% del mercato italiano e 13,5% in Europa. Ha l’occasione di far nascere insieme a Ford un produttore automobilistico fortemente concentrato sul prodotto che punta a raggiungere una quota di mercato europeo del 25%, in una situazione in cui sei concorrenti avevano ciascuno tra il 10 e il 12%. Poteva contare ancora sul successo della Uno, insomma si trovava in una posizione straordinaria, estremamente competitiva, e tuttavia non seppe cogliere l’opportunità di stringere un’alleanza strategica internazionale.

Le motivazioni che i massimi vertici diedero allora del mancato accordo riguardano in sostanza il timore che i manager americani avrebbero potuto in pochi anni acquisire il controllo dell’azienda: dunque fu la paura di perdere le proprie posizioni nella gerarchia aziendale a far naufragare l’operazione che avrebbe dato un futuro all’industria automobilistica torinese e a decine di migliaia di lavoratori. Identica motivazione venne addotta, e a maggior ragione, per il mancato accordo con la Daimler-Chrysler (1990), in realtà una cessione del settore auto – come aveva caldamente consigliato Enrico Cuccia in una lettera privata scritta pochi mesi prima di morire a Gianni Agnelli – che avrebbe portato i temutissimi manager di Jürgen Schrempp al Lingotto.

Un altro punto significativo riguarda il ruolo dei tecnici nel conflitto interno tra le due prospettive strategiche, l’auto o la diversificazione. Per il grande pubblico è la lotta tra Vittorio Ghidella e Cesare Romiti, tra quello che ancor oggi in Fiat è chiamato l’ingegnere per antonomasia, manager di grande carisma che aveva saputo valorizzare il grande patrimonio di conoscenze tecniche della “scuola torinese”, e l’amministratore delegato della Holding, paladino della diversificazione del portafoglio. Se la bilancia pendette senza esitazioni a favore di quest’ultimo lo si dovette soprattutto al ruolo di Gianni Agnelli, che aveva accettato per sé il ruolo di immagine quale “uomo della Fiat” ma che in realtà intendeva – come ha fatto costantemente nella sua vita – defilarsi dalla conduzione diretta del gruppo per affidarla a quello che era considerato il miglior conoscitore possibile degli equilibri di potere nazionali.

Gianni Agnelli disse in un’intervista: «Io non avevo mai pensato di dovermi occupare di automobili», la sua vocazione era semmai per le relazioni internazionali, la vita mondana, i rapporti con il mondo della finanza e degli ambasciatori nel quale venne introdotto da Pamela Churchill Harriman. Molte operazioni si dovettero alla sua mediazione, sia quelle fallite come il tentativo di assorbire la Citroën nel 1973, che quelle riuscite come l’ingresso azionario della libica Lafico, operazione rischiosa e difficile proprio per la sua immagine personale, i suoi legami culturali e anche di famiglia con gli Stati Uniti, ma che è stata un indubbio successo.

Nella storia di un gruppo dirigente che in cento anni ha avuto solo tre presidenti, il Senatore, il Professore e appunto l’Avvocato, quest’ultimo è stato il solo a “regnare senza governare” e a disinteressarsi degli aspetti operativi. Si è creato così un singolare sbilanciamento tra la figura del Monarca e i rappresentanti sul campo di una cultura manageriale fortissima e ingombrante, con aspetti di appartenenza sacerdotale e moralistici, senza poteri controbilancianti neppure all’esterno, nel quadro nazionale. Per dimensioni, grado tecnologico e capacità manageriale, Fiat ha sempre rappresentato un caso d’eccezione nel panorama italiano, e per questo – oltre a essere aiutata dallo stato, seppur in misura non maggiore di quanto è avvenuto in altri paesi d’Europa e nella stessa Gran Bretagna thatcheriana – ha ricevuto non pochi decisivi “favori”: sin da quando riuscì a impedire, nel 1928, che laFord si installasse in Italia, o ancora in occasione dell’attiva dissuasione che operò il potere politico per impedire che l’Alfa Romeo di Luraghi potesse divenire un competitor interno significativo, fino alla stessa acquisizione dell’Alfa nel 1986 che ha avuto i connotati di una “tangentopoli” con il modesto esborso di 1.072 miliardi di lire pagabili in cinque rate annuali posticipate (cioè di circa 450 miliardi di lire dell’86).

Una cultura così autoreferenziale non è stata capace di affiancare ai processi decisionali verticali un’attenzione dal “basso”. D’altra parte, quando il suo top management è stato in grado di individuare obiettivi chiari e fattibili – com’è successo varie volte –, questa cultura ha espresso un impegno e una fedeltà a tutta prova, e ha saputo dar vita a un’incredibile energia e creatività, a una flessibilità operativa che probabilmente non ha uguali nelle imprese del settore.

Di fatto la cultura manageriale Fiat non è mai stata in grado nei fatti di recepire il new management system che a partire dai primi anni ottanta era divenuto la struttura organizzativa più dinamica per plasmare comunità di lavoro stabili che potessero affrontare la competizione tecnologica.

Come ha sottolineato Gideon Kunda in un libro non recente ma importante[1], si tratta di esperienze che in quegli anni si conducevano parallelamente negli Stati Uniti e in Giappone prendendosi reciprocamente a modello. Al centro vi era la “costruzione” di una cultura aziendale basata sul sentimento di appartenenza quasi “etnica”, e su parole d’ordine come «noi siamo una cosa sola, una sola famiglia», «possedere la religione» aziendale, «devi saper prendere le tue responsabilità», sulla scarsa riconoscibilità delle strutture gerarchiche verticali (che pure rimanevano efficaci) all’interno di un clima aziendale “positivo”, sull’enorme pervasività della «comunicazione aziendale» interna (slogan, discorsi del fondatore, simboli dell’impegno lavorativo, massicce dosi di seminari di formazione interna e di “presentazioni” ecc.). A ben vedere questa costruzione non era altro che un’ideologia interna, fortemente radicata nei suoi caratteri culturali e etnologici al fondo sempre vivo della civiltà protestante americana («noi vogliamo costruire un’azienda cristiana»), su cui si innestavano sia le logiche dell’impresa capitalistica (l’imperativo del profitto, il controllo organizzativo) che le tensioni “libertarie” e anticonformiste (trasparenza, informalità, iniziativa individuale, autenticità dei sentimenti) presenti nell’ambiente degli ingegneri e dei ricercatori di punta a partire dagli anni sessanta.

Questa ideologia, come notava Kunda nell’epilogo aggiunto all’edizione italiana, apparteneva a un’epoca in cui era in vigore il «contratto sociale istituzionalizzato tra le grandi imprese e i loro dipendenti del ceto impiegatizio [che] si basa su uno scambio chiaro e ben definito: lealtà da parte del lavoratore in cambio della promessa – vincolante psicologicamente, se non legalmente – di una carriera caratterizzata da una relativa sicurezza del posto di lavoro; e un ingente investimento di tipo sia cognitivo che affettivo nel lavoro, in cambio non solo di adeguate ricompense economiche, ma anche di sentimenti di soddisfazione, appartenenza e identificazione». È sulla base di questo contratto che a tecnici e dirigenti si chiedeva di aderire a un’ambigua quanto efficace “religione aziendale”. In cambio si ricordava e ripeteva che nessuno sarebbe mai stato licenziato (cioè nessuno delle mansioni superiori, perché tutto l’apparato aziendale “basso” si reggeva largamente sui lavoratori precari e con contratti brevi, i temps); che l’azienda disponeva di un’équipe psicologica per il recupero dei burnout, dei “limoni spremuti” per il superlavoro e dei perdenti nella dura lotta della sopravvivenza interna, da ricollocare in posizioni meno esposte; e che i casi di abbandono e di uscita riguardavano chi non era stato capace di assimilare la cultura aziendale.

Negli anni novanta quel contratto non scritto («lavora sodo e non perderai mai il posto»), cardine dell’ideologia manageriale e fondamento della stabilità delle carriere dei colletti bianchi americani, si è definitivamente indebolito se non rotto, sostituito dal vangelo dell’efficienza e da un rapporto tra lavoratori e datori di lavoro che ora viene descritto come una libera agenzia: tu, lavoratore, sei il dirigente di te stesso, sei in un mercato del lavoro aperto e flessibile, non devi lealtà alcuna e sappiamo che servirai chi ti pagherà meglio. Le parole-chiave sono ora downsizing e outsourcing, e dunque ecco le ondate di licenziamenti che seguono gli insuccessi dei manager; e lo svuotamento di mansioni che ha colpito le grandi strutture aziendali, mansioni ora effettuate all’esterno, in appalto a chi garantisce un costo più basso e subisce un più rigido controllo di efficienza e qualità. La gestione della carriera, l’appartenenza a una comunità aziendale, a una religione aziendale hanno ceduto il passo all’impiegabilità, concetto secondo il quale l’ingente investimento lavorativo del dipendente gli servirà per incamerare esperienza utile a ricollocarsi sul mercato quando la sua azienda gli comunicherà la data a partire dalla quale farà a meno dei suoi servizi.

5. Il panfilo Britannia

Sebbene non gli siano mancati riconoscimenti e successo di pubblico, il libro del vicedirettore dell’«Espresso» Massimo Mucchetti (Licenziare i padroni?, Milano, Feltrinelli, 2003, pp. 238) meriterebbe di essere adottato in tutte le università italiane e studiato attentamente. L’autore ha affermato in un’intervista che a metà degli anni novanta un libro come il suo, che si fosse prefisso di ricostruire la storia recente del capitalismo italiano, sarebbe sembrato un atto eversivo. Oggi, cadute alcune stelle fisse del firmamento finanziario, l’impatto rimane fortissimo, anche perché il libro è costruito su un’idea semplice, riassunta nella tabella che riportiamo qui sotto: quella di quantificare la ricchezza creata o distrutta nei quindici anni che vanno dal 1986 al 2001 da una dozzina tra le più importanti società quotate alla borsa italiana, cioè i quattro maggiori gruppi delle partecipazioni statali e le otto società simbolo del capitalismo privato italiano.

Ricchezza creata o distrutta dalle maggiori società italiane quotate in Borsa: 1986-2001

In miliardi di lire[1]

A. Valore di Borsa a fine 2001

B. Valore iniziale

C.Versamenti degli azionisti per aumenti di capitale

D. Dividendi distribuiti agli azionisti

E. Interesse annuo ricavabile da un equivalente impiego iniziale in titoli di stato

F. Totale  F=B+C-D+E

G. Ricchezza creata o distrutta    G=A-F

Imprese Collocate in Borsa dallo stato
Telecom Italia

122.575

6.003

19.921

18.392

20.707

28.239

94.336

Eni

104.750

11.710

1.415

15.236

40.915

38.804

65.946

Enel

73.913

15.855

2.325

16.378

59.265

61.067

12.846

Finmeccanica

15.698

1.750

16.088

76

4.648

22.410

-6.712

Totale

316.936

35.318

39.749

50.082

125.535

150.520

166.416

 
Imprese di privati quotate in Borsa
Luxottica

16.397

544

39

561

813

835

15.562

Fininvest

15.131

1.143

111

1.139

3.598

3.713

11.418

Benetton

4.389

1.442

446

1.811

3.588

3.665

724

Italcementi

3.871

1.035

934

699

3.711

4.981

-1.110

Pirelli

7.030

1.376

3434

2.040

8.058

10.828

-3.798

Montedison

9.237

3.715

5137

465

10.130

18.517

-9.280

Olivetti

23.893

4.057

19.145

1.699

16.475

37.978

-14.085

Fiat

16.480

11.539

5.304

8.807

35.901

43.937

-27.457

Totale

96.428

24.851

34.550

17.221

82.274

124.454

-28.026

* Il valore iniziale dell’investimento è il costo accumulato nel debito pubblico

** Finivest non è quotata, ma lo sono le sue principali partecipazioni

I dati riportati da Mucchetti provengono dalla società Ricerche e Studi, una tecnostruttura appartenente a Mediobanca, che ha presentato alla Commissione Bilancio della Camera un suo rapporto sulle privatizzazioni[2]. Mostra come le quattro aziende di stato privatizzate (Telecom, Eni, Enel, Finmeccanica), profittando certo anche della grande crescita dei valori azionari, sono state gestite dallo stato imprenditore con ottimi risultati creando ricchezza per oltre 170mila miliardi di lire. Al contrario, l’élite imprenditoriale nazionale nello stesso periodo di euforia borsistica ha distrutto complessivamente 28mila miliardi: anzi, per meglio dire, Del Vecchio, Berlusconi e Benetton hanno registrato risultati positivi mentre le altre – Italcementi, Pirelli, Montedison, Olivetti, Fiat – hanno bruciato 55mila miliardi, di cui metà a carico del solo gruppo Fiat (e questo prima del disastroso esercizio 2002: 4 milioni di euro di perdite, un indebitamento che ha superato i 28 miliardi di euro, il titolo finito tra i junk bonds).

I dati sfatano il mito dello sperpero di denari pubblici da parte dello stato imprenditore, e confermano che profitti e plusvalenze arrivano abbondanti per chi opera in posizione di monopolista. Per chi deve invece confrontarsi in un mercato aperto alla concorrenza, l’innovazione del prodotto o della catena produttiva e distributiva costituiscono i principali fattori del successo, quelli che hanno permesso alla Luxottica, alla Benetton ma anche alla Fiat degli anni ottanta di essere modelli vincenti sul piano industriale e punti di riferimento internazionalmente riconosciuti della cultura imprenditoriale.

Oggi però le tecniche di finanziarizzazione e il ricorso ai favori extraeconomici da parte del sistema politico mostrano la corda a causa della crisi delle borse e perché le imprese devono operare in un quadro normativo europeo. Di quelle pratiche, tuttavia, è marcato il dna dei più noti manager e imprenditori tuttora operanti in Italia. Mucchetti dimostra che pochi tra loro si sono sottratti alla tentazione di servirsi delle “scatole cinesi” per controllare grandi gruppi con poco capitale. Il caso più eclatante è quello di Marco Tronchetti Provera, che con 0,28 euro del suo patrimonio personale dispone in Telecom di risorse per 100 euro; ma è in buona compagnia, perché su 100 € di risorse Salvatore Ligresti ne investe 5,2, Luigi Orlando 7,3, Carlo De Benedetti 9,1, la famiglia Agnelli 12,4, i Pesenti 15,6 e i Benetton 18. Il castello impressionante di partecipazioni, incroci azionari, fusioni, indebitamenti, patti di sindacato, commistioni di ruolo tra banche creditrici e industriali debitori, e reciprocamente tra industriali indebitati, banche indebitate, controllori e controllati, dà il senso di quanto sia virtuale il meccanismo del potere economico esercitato attraverso le leve dell’ingegneria finanziaria; un po’ meno di quanto siano materiali le ricadute concrete di questi giochi al livello delle “holding celesti”, di quanto siano costate ai contribuenti italiani in termini di sgravi fiscali, aiuti finanziari, ricorsi alla cassa integrazione, e di quanto costerà la convergenza di privatizzazioni e declini industriali ai consumatori italiani (bollette, pedaggi, assicurazioni, canoni, pubblicità ecc.).

Secondo Mucchetti, le privatizzazioni sono state un’occasione mancata per «sanare la più antica malattia» del capitalismo italiano, la sottocapitalizzazione, e dunque ristabilire un più equilibrato rapporto tra grandi e piccoli azionisti. La pioggia di denaro che negli anni novanta la borsa ha riversato sulle grandi aziende avrebbe potuto far crescere le quote di controllo degli azionisti di riferimento, istituendo una proporzione accettabile tra il loro potere di comando nelle imprese e l’investimento diretto: cioè, comando in quanto rischio più di altri. In questo modo l’azionariato diffuso sarebbe stato finalmente tutelato dalla tentazione del capitalista povero di mezzi di accaparrarsi profitti e risorse finanziarie a proprio unico vantaggio, o di far acquistare alla società servizi o beni di sua proprietà che difficilmente potrebbe vendere in altro modo egualmente remunerativo. Al contrario se detenesse direttamene una quota di forte maggioranza sarebbe poco controllabile dai soci di minoranza ma non avrebbe gran convenienza a sottrarre risorse alla società: se rubasse, ruberebbe di fatto a se stesso.

Ma possiamo essere d’accordo con Mucchetti, dal momento che le privatizzazioni sono nate sotto il segno della riunione sul panfilo Britannia? Correva l’anno 1992, quello della svalutazione della lira e della maxi-stangata da 90.000 miliardi, e mai l’opinione pubblica fu più favorevole alla decisione dello stato imprenditore di disfarsi delle sue aziende per fare cassa. Il 2 giugno, al largo di Civitavecchia, a bordo del panfilo reale inglese, il direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, partecipò su incarico dell’allora ministro del Tesoro Guido Carli, a una riunione in cui presentò il piano di privatizzazione ai rappresentanti di Morgan Stanley, Schroeders, Goldman Sachs, Kleinwort Benson, Crédit Suisse First Boston, JP Morgan. Finita la presentazione dei “pezzi” in vendita, Draghi scese a terra, mentre tra quelli che rimasero si conteranno più tardi alcuni ministri della Repubblica. Le banche d’affari citate si spartirono, come compenso per le consulenze, le valutazioni, le collocazioni, la pubblicità per le sole operazioni realizzate da Tesoro, Iri e Eni la somma di 5.600 miliardi (equivalenti a circa l’8% di quanto incassato dallo stato).

Alla fine del suo libro Mucchetti fa tre modeste proposte:

  1. dopo aver reso flessibile il lavoro si tratta ora di rendere flessibile il capitale, e licenziare i padroni incapaci e dissipatori. Se nel decennio 1992-2001 si sono registrati 137mila fallimenti, essi hanno riguardato esclusivamente le PMI e risparmiato tutte le grandi aziende e tutti i loro cattivi padroni;
  2. abolire il credito d’imposta, che consente la costruzione di piramidi societarie e permette il controllo delle società con il minimo del capitale investito;
  3. dare più trasparenza agli organi di controllo, a partire dalla Banca d’Italia.

In una sua recensione del libro, l’ex direttore generale della Confindustria valuta positive queste proposte ma le dichiara inattuabili per varie ragioni. In particolare riguardo al terzo punto, il meno provocatorio, scrive che «… nessuno può negare che una maggiore trasparenza sia necessaria per tutte le autorità di controllo del nostro mercato. Senza dimenticare comunque che operiamo in un’area geografica, l’Europa continentale, affetta dagli stessi mali del capitalismo italiano e dove esistono imprenditori altrettanto inamovibili e pronti a prendere il controllo di quelle imprese i cui padroni, per improvviso amore del mercato, decidessero di ridurre la loro capacità di comando trasformandosi in ipotetiche public companies. La via del mercato è, in Europa, ancora ardua da intraprendere. Essa passerà anche per l’avvio di una consistente categoria di investitori istituzionali che potranno nascere solo quando i sistemi pensionistici europei a ripartizione saranno limitati mentre quelli a capitalizzazione potranno nel tempo crescere…»[3].

Altro che licenziare i padroni! Dopo che solo nel 2002 i fondi previdenziali di tutto il mondo hanno perso 1.400 miliardi di dollari, i nuovi padroni vogliono convincerci a costruire i fondi pensione, quotarli in borsa e con i risparmi di milioni di pensionati continuare a controllare imprese in cui non rischiano quasi nulla.

6. Le pensioni a fondo

Dagli Stati Uniti ci arrivano notizie diverse: non è il sistema pensionistico a ripartizione che non va ma la pensione in quanto tale.

In un articolo intitolato Extintion of the car giants[4], l’«Economist» ci spiega qual è il (disastroso) stato di salute dell’industria americana dell’auto, che negli ultimi sette anni ha perso il 10% del mercato interno. Per inciso, questo significa che GM cercherà in ogni modo di sottrarsi all’obbligo di acquistare la maggioranza del pacchetto azionario di Fiat Auto[5]. Ma il sistema pensionistico gestito dai grandi produttori automobilistici per conto dei suoi ex dipendenti rappresenta un paradosso tale da impedire persino la più classica delle politiche di risanamento aziendale, i licenziamenti per riacquistare efficienza. La General Motors ha già oggi un deficit del fondo pensioni di 19 miliardi di dollari, maggiore della capitalizzazione di borsa, e un rapporto di 2,5 pensionati per ogni addetto. Su ogni auto prodotta da GM gravano 1.000 dollari di costi pensionistici e sanitari, e ridurre il personale significherebbe aumentare ancor più questi oneri. Il fondo pensionistico di Ford è sottodotato e potrebbe nei prossimi anni rivelarsi la pietra tombale di una casa automobilistica che ha appena festeggiato i cento anni dalla fondazione.

Dall’interno stesso dell’impero si levano dunque voci fortemente scettiche sui risultati a cui porta l’aver consegnato al mercato finanziario (borsistico e assicurativo) il futuro del sistema di welfare, a cui non rimane altro se non sperare in un drastico innalzamento della mortalità degli assistiti per salvarsi.

L’insistenza mediatica sulle quotazioni dei titoli cerca di persuaderci che tutto sarebbe più facile se le borse si riprendessero, se riuscissero a uscire dalla depressione seguita al flop della “bolla speculativa” e della new economy: sarebbe la ripresa dell’economia mondiale, verrebbero fugati gli incubi della recessione. Ma dietro l’indice Dow Jones o il Mibtel si nasconde in realtà un conflitto di interessi piuttosto elementare, che oppone chi controlla i mercati finanziari e l’approvvigionamento dei capitali per il sistema economico e chi è depositario del risparmio, cioè le famiglie e i lavoratori dei paesi ricchi e i gestori degli accantonamenti previdenziali e pensionistici obbligatori.

Se i guadagni di borsa sono stati una delle vie per attirare e privatizzare il risparmio legato al lavoro, nella forma di un consenso all’esproprio, bisogna dire che le mani in cui è stato rimesso questo gigantesco flusso di denaro non potevano essere una garanzia. Scomparsa la figura dell’industriale proprietario, si è rotto il legame tradizionale tra l’imprenditore e “il buon nome”della propria azienda. Figura intercambiabile, legata agli incrementi di produttività e al raggiungimento del budget, il manager costruisce semplicemente la propria carriera, all’occasione anche trasgredendo le regole in nome del successo proprio e dell’azienda alla quale è (momentaneamente) associato.

Nel panorama del “nuovo capitalismo” vi è un primo elemento da sottolineare, ovvero il sempre maggiore coinvolgimento del potere economico nella diretta conduzione politica degli stati, a cui corrisponde una grande forza patrimoniale esercitata in proprio dai candidati e dai detentori del potere politico (il gruppo Bush-Cheney, il gruppo Fininvest, il blocco di interessi rappresentato da Eltsin e da Putin non sono che i casi più vistosi). Si può parlare di crony capitalism, di “capitalismo dei clan”[6]? È davvero nuovo un modello come questo, in cui affarismo e politica sono così strettamente connessi? Se a noi interessa il capitalismo reale, cioè gli interessi in contrasto, le identità lavorative, i modelli di aggregazione, allora c’è semmai da rilevare che queste forme claniche, forse più di altre, necessitano di un larghissimo consenso senza il quale non potrebbero appropriarsi delle risorse finanziarie pubbliche, né dilapidare quelle di terzi, e neppure ottenere legislazioni e trattamenti fiscali favorevoli dai parlamenti, né infine evitare sanzioni penali ed economiche proporzionali al danno procurato e al numero dei danneggiati e tali da costituire un deterrente per possibili emuli.

L’accento va dunque spostato sulla formazione di questo consenso, tenendo presente che la sua ricerca non ha costituito per i clan un limite ma un elemento di forza, ha consentito loro di stringere alleanze e legami all’interno tanto del mondo finanziario che degli organismi di controllo e regolazione del sistema. È stato garantito soprattutto attraverso la manipolazione dell’informazione, dal fiancheggiamento di quegli stessi mezzi di comunicazione che a cose avvenute hanno denunciato gli scandali, ma che mentre maturavano i fallimenti e i conflitti di interessi si sono nel complesso dimostrati volutamente disattenti o rassicuranti, sempre pronti a innalzare la bandiera della libertà d’impresa e dei mercati che nei fatti veniva calpestata. Il consenso cercato e ottenuto è quello dei “mercati”, degli “investitori”, dell’”opinione pubblica”, degli “elettori”: termini sotto i quali possiamo in realtà identificare sempre la stessa platea sociale, cioè i lavoratori a reddito fisso, i piccoli risparmiatori che hanno investito in titoli o le famiglie che sono state più o meno costrette a giocarsi in borsa gli accantonamenti pensionistici e, in definitiva, il posto di lavoro stesso. Anche in Italia: il 20% dei sottoscrittori di 10,8 miliardi di euro di obbligazioni Fiat in scadenza nel 2003 sono dipendenti dell’azienda[1].

In un breve ma lucidissimo articolo[2], Christian Marazzi  usa il linguaggio dell’economista e il metodo dello storico per spiegare questa fondamentale e volontaria associazione di larghi strati sociali all’avventura insensata e agli sconvolgimenti della new economy.

Proprio i mercati borsistici coniugati alle nuove tecnologie sono stati gli elementi che hanno scardinato la fabbrica fordista  e il vecchio modello sociale che su di essa si fondava, un welfare garantito dalla forza politico-sindacale della classe operaia e organizzato dallo stato. L’ambivalenza di questo passaggio storico ne è il carattere peculiare. Da una parte, infatti, l’uscita dal fordismo ha comportato precarizzazione e riduzione dei diritti, dall’altra però ha dato una possibilità al superamento di un sistema percepito come bloccato e poco trasparente, cioè ha reso manifesta una domanda di democrazia assoluta (non rappresentativa). Questo contribuisce tra l’altro a spiegare il grande successo anche culturale delle nuove tecnologie, nate in realtà come strumenti di efficienza e di aumento della produttività.

Il “postfordismo monetario” nasce con la svolta del 1979, cioè con il brusco aumento dei tassi di interesse decretato dalla Federal Reserve (dal 9 al 20%) e la fine delle politiche monetarie espansive. Gli obiettivi di quella svolta – drastica riduzione dell’inflazione e rivalutazione del dollaro – hanno di fatto sancito la santa alleanza tra lo stato-guida (gli USA) e il capitale. «L’aumento dei tassi di interesse avrà conseguenze durature sui debiti del settore pubblico e del settore privato, costringendo il capitale a dipendere sempre più dai mercati borsistici per il proprio finanziamento e forzando gli Stati nazionali a comprimere la spesa sociale con il contenimento del debito pubblico». Per compensare la stretta creditizia delle banche centrali, le imprese si videro offerta l’opportunità di ricorrere al mercato borsistico su cui venne fatto affluire un fiume di denaro senza precedenti, dal momento che – questo è il punto che ci interessa – la riduzione di peso della classe operaia fordista consentiva il cambiamento forzato delle politiche previdenziali, dagli schemi pensionistici a prestazione definita (pensione come percentuale degli ultimi salari percepiti) agli schemi integrativi basati sul rendimento dei titoli in cui vengono investiti i risparmi dei lavoratori (i fondi pensione).

La creazione del consenso generale alla “società del rischio” si deve al concorrere di diversi fattori. Da una parte la diffusa aspettativa di larghi strati di piccoli risparmiatori, presso cui è prevalsa progressivamente l’attrattiva del facile guadagno piuttosto che il calcolo razionale dell’accantonamento pensionistico; dall’altra la competizione tra le imprese per spartirsi la torta dei capitali di borsa mediante l’offerta di rendimenti sempre più alti. È questa convergenza che ha portato alla lievitazione dei valori azionari, sempre più sganciati dal loro contenuto economico concreto, fino all’esplosione della “bolla speculativa”. Ma la forza paradossale della new economy «non avrebbe potuto funzionare se non fosse stata in qualche modo supportata dal desiderio che fosse vera», e i desideri inconfessabili che la new economy ha attivato sono molteplici: ricchezza sganciata dal lavoro, democrazia assoluta, rivalsa sulla precarizzazione e sulle forme patrimoniali tradizionali legate alle dinastie famigliari, ai monopoli ecc. Questi desideri, che secondo l’autore sono anche un effetto negativo della rivoluzione culturale degli anni settanta, non trovano posto nel “discorso pubblico” e nell’assetto politico della democrazia rappresentativa, ma hanno concorso a fare dei titoli azionari – il cui valore altro non è che

una convenzione di mercato – beni rappresentativi della ricchezza unanimemente riconosciuti, candidati a divenire moneta.

D’altro canto la new economy pone una sfida non aggirabile riguardante la creazione monetaria, mette in discussione un caposaldo della sovranità nazionale (le banche centrali) a favore della circolazione finanziaria, in mano all’“opinione pubblica” e alle sue “convenzioni” (i mercati finanziari). Ma questo tipo di crescita economica e la crisi che ne stiamo vivendo hanno messo ipoteche pesanti sul futuro. Se è ormai impensabile un ritorno al fordismo, forse una ripresa di autonomia degli stati nazionali non è auspicabile, soprattutto se il modello di politica economica e monetaria è quello americano. Gli Stati Uniti, dopo aver dilatato l’offerta monetaria per assecondare la domanda degli investitori, hanno introdotto misure protezionistiche (2002) e tolto ogni limite all’innalzamento di un debito pubblico già colossale (6.602 mila miliardi di dollari, livello record raggiunto nel giugno 2003), in effetti creando e praticando (Afghanistan, Iraq) le condizioni di una guerra mondiale «nella speranza che un nuovo modello di opinione pubblica, una nuova convenzione, emerga e permetta di ristabilire la fiducia nell’economia capitalista». Un’uscita dalla crisi per la via nazionale però andrebbe contro la voce del denaro, l’essenza “linguistico-comunicativa” del denaro, che dice apertamente quanto siano molteplici gli interessi e i soggetti che vi si riferiscono: quella via non è in grado di creare consenso.

7. Guardare gli abissi del capitale

Il ritrarsi degli stati nazionali dal controllo del mercato finanziario oltre che da suo attore principale, nonché da importante – se non essenziale come in Italia – azionista industriale, ha aperto larghi spazi di illegalità economica e ampliato il ventaglio dei “crimini dei colletti bianchi”.

Quello che in Italia non è accaduto, ovvero il fallimento delle grandi aziende, è invece accaduto negli Stati Uniti con dimensioni da lasciare senza fiato, come riferiscono Bruno Cartosio[1] e Nicola Borzi[2]. Sei dei dieci maggiori fallimenti registrati negli Stati Uniti dopo il 1980 sono avvenuti nel 2002. La Enron, il colosso dell’energia crollato nel giro di 45 giorni alla fine del 2001, dovrà probabilmente far fronte a debiti e risarcimenti legali per l’incredibile somma di 100 miliardi di dollari[3]. Gli esperti tuttavia indicano ancor più grave il “buco” di WorldCom, che secondo la SEC – l’organismo di controllo della borsa americana – è stata responsabile della più grande falsificazione di bilancio della storia, quasi 4 miliardi di dollari in soli 15 mesi (le spese di cancelleria erano inserite tra gli investimenti!), e distrutto 60 miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa. E poi vi sono stati i casi di Global Crossing, ImClone, Martha Stewart Living Omnimedia, Cendant, K-Mart (quella di Bowling for Colombine), Tyco International, Qwest Communications, Waste Management, Sunbeam, Xerox; a cui si sono intrecciate le vicende della maggior banca d’investimento degli Stati Uniti, la Merrill Lynch, e della più nota società di certificazioni del mondo, la Arthur Andersen di New York.

Il libro di Borzi, giornalista per il «Sole-24 ore», attribuisce l’ascesa e caduta della Enron agli stretti rapporti se non alla complicità tra politici e affaristi. Secondo l’autore, la disastrosa avventura di questo colosso del business dell’energia si deve soprattutto all’azione dei suoi amministratori, che «guidarono l’impresa a sbagliare, per calcolo personale, sfrontata avidità, criminale leggerezza»[4]. D’altra parte la Enron ha potuto sfuggire al controllo delle autorità finanziarie, nonostante si fosse nei fatti trasformata da società industriale a impresa finanziaria, grazie all’inserimento dei suoi uomini chiave a tutti i livelli della politica e dell’amministrazione statunitense. In effetti la Enron ha costruito il suo impero in un ramo imprenditoriale – la distribuzione del metano – che fino agli anni ottanta faceva parte delle public utilities (gas luce acqua), business poco attraente ma strutturato secondo lo schema dei macrosistemi tecnici (come le ferrovie, le telecomunicazioni e appunto gli acquedotti, l’elettricità), cioè entro solide cornici organizzative di carattere tecnico-normativo e propri quadri giuridici, e dunque in presenza di una quasi naturale contiguità tra manager e pubbliche amministrazioni.

Sempre secondo Borzi, i grandi crac hanno assunto dimensioni colossali perché sono avvenuti nel clima di “euforia irrazionale” del periodo 1995-2000, perché si è “dimenticato” ogni principio di ragionevolezza e prudenza nella corsa a garantire rendimenti elevati ai titoli azionari, per l’uso “dissennato” delle stock options (le opzioni di prelievo sulle azioni della propria società con le quali manager e dipendenti ricevono la parte variabile dello stipendio), perché si è creduto

all’autoregolamentazione dei mercati come in un “atto di fede”, per l’eccessiva diffusione dei fondi pensione e il loro impiego nel gioco di borsa.

Si tratta tutto sommato di spiegazioni “morali” – e quindi superficiali – sugli eccessi del mercato, a cui Cartosio contrappone la constatazione che i metodi di Enron, WorldCom ecc. non sono stati diversi da quelli dominanti tutto il big business. Avidità e mancanza di scrupoli spiegano molte delle recenti fortunate carriere di yuppies milionari, tanto da divenire characters (personaggi) ben riconoscibili anche nelle – in verità piuttosto scarse – descrizioni che Hollywood ci ha dato del mondo degli affari americano[1]. Giustamente anche l’«Economist» ha notato che la lezione da trarre non è morale e che il capitalismo va giudicato «non sulla base delle motivazioni dei capitalisti ma dai suoi frutti», e dunque sulla ricchezza che avrebbe diffuso a piene mani tra tutti gli investitori, grandi e piccoli.

Cartosio ci propone intanto di non accontentarci della conclusione che «every crash has its vilain», che ogni bancarotta ha il suo colpevole[2]; e di guardare più attentamente ai frutti di questo capitalismo USA, dichiaratamente ispirato da avidità ed egoismi individuali ma che ritiene di essere il sistema più efficiente possibile e di saper distribuire più ricchezza per tutti. La realtà dei dati socioeconomici sfata molte leggende. Il prodotto interno lordo e la produttività americani sono cresciuti negli anni novanta in misura inferiore rispetto al dopoguerra e agli anni sessanta. I dati della disoccupazione sono molto controversi ma si può parlare di una percentuale compresa tra 6 e 10% di senza lavoro, che però non si possono paragonare ai disoccupati di epoche in cui il mercato del lavoro era quasi esclusivamente composto da figure a tempo determinato e ben pagate, mentre oggi è dominato dai lavori a tempo parziale, saltuari, temporanei e a salario inferiore. La creazione di molti posti di lavoro femminili dice anche questo: più lavoro temporaneo e soprattutto pagato di meno. Il dimezzamento delle iscrizioni ai sindacati (dal 27,5% nel 1970 al 13,5% nel 2000) ha assecondato l’aumento del numero di chi è oggi del tutto privo di copertura previdenziale.

Il punto più rilevante riguarda i salari, che non hanno beneficiato della più lunga espansione economica della storia americana, e oggi in termini reali sono più bassi del 1973. Nel frattempo l’indebitamento delle famiglie è enormemente cresciuto e assorbe quasi un quinto del reddito famigliare. I poveri sono numericamente stabili, attorno all’11%, ma significativamente cresce il numero dei poveri con lavoro a tempo pieno. Il reddito medio delle famiglie è sì aumentato dell’8% negli anni novanta, ma tra 1959 e 1969 era cresciuto del 24%, con benefici molto più equamente distribuiti: negli ultime vent’anni infatti i più poveri sono impoveriti ulteriormente del 5%, e i vantaggi economici sono andati soprattutto alle classi medio-alte. Quanto alla ricchezza della famiglia-tipo americana, valutabile in 61.000 dollari in media, cioè quasi lo stesso rispetto a dieci anni prima, si deve tener conto che oggi è gravata di 11.800 dollari di debiti. Meno della metà delle famiglie possiede titoli di borsa, ma la stragrande maggioranza ne ha per cifre inferiori ai 5.000 dollari. Di fatto la scelta media delle famiglie è stata quella di incassare il valore accumulato con i versamenti pensionistici a ogni cambio di posto di lavoro per dedicarli ai consumi: è così che negli Stati Uniti 40 milioni di persone sono totalmente prive di ogni forma di assistenza.

Cartosio conclude con una constatazione largamente condivisa dagli esperti e anche dal Congresso americano: «nella seconda metà degli anni Novanta […] gli Stati Uniti sono diventati il paese dell’Occidente avanzato in cui sono più profonde le sperequazioni nella distribuzione della ricchezza. Alla fine del decennio scorso, l’uno per cento più ricco possedeva il 38 per cento della ricchezza delle famiglie e il venti per cento superiore ne deteneva l’83 per cento, mentre il restante ottanta per cento della popolazione ne possedeva soltanto il 17 per cento».

8. Vivere in una contraddizione diversa

A una rassegna come questa, dedicata a selezionare alcuni angoli prospettici attraverso cui inquadrare il capitalismo com’è e come sarà tra poco, in Italia e fuori, non si può chiedere di indicare anche le soluzioni alternative e l’organizzazione di una risposta.

Rimane urgente fare i conti con gli errori di una sinistra politica e sindacale in disarmo e connivente. Nessuna delle azioni capitalistiche descritte ha trovato l’opposizione che meritava, anzi sono state presentate come azioni modernizzatrici, per un’Italia più “europea” e più liberal a cui tutti fingevano di credere, affidata a giudiziose authorities che avrebbero garantito il rispetto della concorrenza secondo il modello anglosassone … In realtà è proprio a sinistra che questi avventurieri della finanza hanno trovato i più fedeli sponsor.

Ed è altrettanto urgente confrontarsi anche con gli errori di quell’universo critico verso la sinistra storica ma rimasto in realtà partecipe dei suoi schemi mentali, in particolare dell’idea di conflitto a cui ha aderito in fondo anche l’operaismo italiano: cioè della “progressività” della lotta politico-sindacale tra due attori principali (i lavoratori/produttori e la struttura sociotecnica del potere), lotta che ne condizionava il reciproco sviluppo all’interno di uno stesso blocco sociale. In un intervento recente, Sergio Bologna ha sottolineato che «da un decennio quel paradigma rappresenta il maggior ostacolo alla voglia di comprendere e alla comprensione dell’universo del lavoro postfordista. Quindi se quel paradigma esce dal nostro orizzonte mentale tanto meglio»[1].

Rifondare un nuovo paradigma interpretativo, guardare dentro le dinamiche e i meccanismi della produzione, fare chiarezza sui termini – anche lessicali e statistici – del discorso sul lavoro e sul funzionamento del “nuovo capitalismo”, approfondire le ragioni del consenso di massa che sembra ancora raccogliere: questi ci sembrano i punti di un percorso conoscitivo che prefiguri un progetto credibile di società. Ci sostenga la constatazione di non avere molti alleati nel compito di riprendere e generalizzare il metodo dell’analisi sociale, il solo che può aiutarci a non contribuire alla separazione voluta dallo statu quo globale: quella tra istanze di liberazione del lavoro e istanze di liberazione dal lavoro, tra condizioni di riproduzione dell’esistenza e condizioni dell’esistenza.


[1] Banca d’Italia, Assemblea generale ordinaria dei partecipanti. Anno 2002, Roma, 31.5.2003, in: www.bancaditalia.it/pubblicazioni

[2] Torino, Einaudi, 2003, pp. 106

[3] Da una “lettera agli imprenditori” di Antonio D’Amato, pubblicata da Il Sole-24 Ore (7.1.2003)

[4] Gino Scotti, Fiat, auto e non solo. I dilemmi strategici degli Agnelli dalle origini alla crisi di oggi, Roma, Donzelli 2003

[5] Vi hanno partecipato Gino Scotti, Oddone di Camerana e Giuseppe Berta, uomini che in veste diversa hanno fatto parte del gruppo dirigente torinese, e studiosi dell’industria come Franco Amatori e Giuseppe Volpato, oltre al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino.

Gino Scotti, economista d’impresa che ha lavorato a lungo alla pianificazione strategica della Fiat, è autore di Fiat, auto e non solo. I dilemmi strategici degli Agnelli dalle origini alla crisi di oggi, Roma, Donzelli 2003.

Oddone di Camerana, già impegnato nelle attività culturali della Fiat, è autore di romanzi come L’enigma del cavalier Agnelli, Sella e Riva, 1985; I passatempi del professore, Einaudi, 1990, e Il centenario, Baldini & Castoldi, 1997.

Giuseppe Berta è docente all’Università Bocconi, ed è stato direttore dell’Archivio storico Fiat, autore di Conflitto industriale e struttura di impresa alla Fiat (1919-1979), Bologna, Il Mulino, 1998; Mirafiori, Bologna, Il Mulino, 1998, e «La cooperazione impossibile: la Fiat, Torino e il “biennio rosso”» in: Fiat1899-1930. Storia e documenti, Milano, Fabbri, 1991

Franco Amatori è ordinario di storia economica all’Università Bocconi,  autore di Impresa e mercato. Lancia 1906-1969, Bologna, Il Mulino, 1996, e «Gli uomini del Professore. Strategia, organizzazioni, management alla Fiat fra anni Venti e anni Sessanta», in: C. Annibaldi e G. Berta (a cura di), Grande impresa e sviluppo italiano. Studi per i cento anni della Fiat, Bologna, Il Mulino, 1999.

Giuseppe Volpato è ordinario di strategie d’impresa alla Ca’ Foscari di Venezia, autore di Il caso Fiat. Una strategia di riorganizzazione e rilancio, Torino, Isedi, 1996.

[6] Mario Rosso, «Fiat, sconfitta annunciata». Un manager deluso racconta (nell’occhiello: «Tre errori capitali: nella gestione delle persone, nella strategia commerciale, nell’approccio ai mercati esteri».) Una nota del Corriere della Sera presentava così l’autore: «Ha gestito persone, ristrutturazioni, affari

internazionali. E, per venticinque anni, nel Gruppo Fiat. L’autore di questo intervento, Mario Rosso (55 anni), ha passato la parte più importante della sua vita professionale all’estero. Attualmente è vicepresidente di Tiscali. Laureato in Filosofia teoretica a Torino, ha lavorato per dieci anni alla Direzione Personale e Organizzazione di Gruppo. Dopo un periodo a Pittsburgh, è stato capo del personale di Fiat Componenti e in seguito ha ricoperto lo stesso incarico alla Rinascente. Dal ’92 al ’98 ha fatto parte del vertice di New Holland (la società di trattori e macchine movimento terra nata dalla fusione di Fiat Trattori e Ford-New Holland), prima come responsabile delle risorse umane e poi nell’ambito della pianificazione strategica. In questo periodo, da Londra, ha gestito direttamente la ristrutturazione della multinazionale (un caso di successo a livello mondiale), la fusione delle strutture e del management e le partnership in Europa, Cina, India e Messico. Per tre anni, dal ’99 al 2001, è stato responsabile delle risorse umane del gruppo Telecom Italia.»

[7] L. Gambino, Il ritorno all’automobile, in «La Repubblica» 27.6.2003

[8] E. Sori, Mascalzone Latino ovvero la crisi della Fiat e il declino industriale dell’Italia, in: Fondazione ASSI, «Annali di storia dell’impresa», n° 13, 2002, Marsilio 2002, pp. 495-504

[9] R. Helg, La specializzazione anomala dell’economia italiana, in www.lavoce.info, 4.2.2003

[10] G. Kunda, L’ingegneria della cultura. Controllo, appartenenza e impegno in un’impresa ad alta tecnologia, Milano, Edizioni di Comunità, 2000, pp. 325 (ed. originale: Philadelphia, Temple University Press, 1992)

[11] Rispetto alla tabella pubblicata da Mucchetti, abbiamo dovuto correggere alcuni totali evidentemente errati

[12] Le privatizzazioni in Italia dal 1992, a cura di R&S, ottobre 2000, studio predisposto ai fini dell’indagine conoscitiva sulla competitività del sistema-paese di fronte alle sfide della moneta unica e della globalizzazione dell’economia condotta dalla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati

[13] Cfr. «Il Sole-24 Ore» dell’11.5.2003

[14] Sul n° del 14.6.2003

[15] In occasione del nuovo piano aziendale per il rilancio di Fiat Auto, l’a.d. Giuseppe Morchio ha dichiarato che «…le relazioni industriali con GM vanno benissimo. Gli americani hanno 18 mesi per decidere se investire mezzi freschi su Fiat Auto e noi speriamo di convincerli», anche se intanto hanno ribadito il loro no ad ogni ricapitalizzione: cfr. E. Livini, Borsa tiepida con il Lingotto, in «La Repubblica», 27.6.2003

[16] Riprendo l’espressione, coniata da Paul Krugman sul «New York Times» del 15.1.2002, dall’articolo di Bruno Cartosio analizzato più avanti

[17] Salvatore Troppa su «La Repubblica» 20.6.2003: La Cgil all’attacco: “Nuovi soci e revisione delle intese con Detroit”

[18] C. Marazzi, Il denaro che parla, in «Inoltre», n° 6, a. V, pp. 9-19

[19] B. Cartosio, Enron, WorldCom & Co.: il capitalismo dei clan, in «Ácoma», n° 24, estate-autunno 2002, pp. 4-19

[20] N. Borzi, La parabola Enron e la crisi di fiducia del mercato mondiale, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 221

[21] La cifra riportata da Borzi (pp. 125-6) è stata fatta nell’aprile 2002 dal nuovo amministratore delegato della Enron in fallimento in un incontro con alcuni dipendenti

[22] Vedi l’intervista riportata in http://www.feltrinelli,it/SchedaTesti?id_testo=172&id_int=154

[23] Oltre a Wall Street di Oliver Stone (1987), si possono citare Una poltrona per due di John Landis (1983) e Una donna in carriera di Mike Nichols (1988)

[24] Cit. da Bruno Cartosio (p. 16 dell’art. cit.), da Capitalism and Its Troubles: A Survey of International Finance, «The Economist», May 18, 2002

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22 giugno 2013
Fonte: http://www.federcontribuentinazionale.it/blog/2013/06/18/il-potere-della-cina-lallarme-degli-007-italiani/cinaTredici anni fa, con D’Alema in Italia, Schroeder in Germania, Jospin in Francia e Blair in Gran Bretagna, abbiamo ammesso la Cina nellaWorld Trade Organization. La mafia cinese ha fatto dell’Italia il suo quartiere generale. Tutti i commercianti cinesi devono rifornirsi dalle aziende indicate dalla Triade, la mafia cinese. Quando una coppia cinese si sposa, la comunità cinese del luogo è obbligata ad aprirgli un negozio come regalo. La Cina ci fa una spietata guerra commerciale mentre non veniamo difesi da niente e nessuno. Chi ci guadagna? Capitalisti, politici e mafiosi.

La Banca d’Italia è a conoscenza di questo flusso di denaro tra Italia e Pechino, un flusso continuo di denaro che nulla lascia alle nostre casse pubbliche. I cinesi sono obbligati a comprare qualsiasi bene da aziende indicate dalla Triade. Ogni sgarro lo si paga con la vita. Un economia interna che avanza e non arresta e che non conosce crisi. Pezzi di economia italiana andata in fumo. Nessuna forma di razzismo, la popolazione civile cinese è vittima di una barbara forma di schiavismo: si arriva al sequestro di persona. Impiegati nelle fabbriche clandestine lavorano in condizioni inaccettabili, malmenati e ridotti alle catene. Dietro questo fenomeno importanti multinazionali, le stesse che riescono ad accordare diverse politiche e sistemi di criminalità. In Italia hanno distrutto totalmente la produzione e la lavorazione del tessile, la loro concorrenza unito al potere finanziario ci ha comprati e cacciati da casa nostra. Dal tessile si sono affermati in ogni altro comparto per noi strategico, dall’alimentare, ai rifiuti, all’energia alternativa. La Cina non è più una potenza nascente, ma, una potenza affermatasi e un paese che utilizza il dumping sociale, ambientale, fiscale per guadagnare mercati internazionali, o minaccia ritorsioni ai Stati che osano sfidare queste pratiche è un paese che ci sta facendo una guerra commerciale. Ogni anno dall’Italia partono oltre un miliardo di euro diretto in Cina. Una evasione fiscale che nessuno osa contrastare perché, nel commercio cinese, si muove una potenza mafiosa che ha saputo crearsi spazi e collaborazioni con le nostre mafie.

Accordi silenziosi.

La Triade, la quinta mafia italiana, ci ha colonizzati, ora si tratta di combatterla. Un fenomeno conosciuto da Pino Masciari: ” migliaia i clandestini cinesi che entrano in Italia dai canali ufficiali con visti turistici e allo scadere dei due mesi, diventano clandestini e i loro documenti riciclati per farne passare altri. Le mafie cinesi, alleandosi con le mafie italiane, hanno stretto alleanze strategiche e intrapreso business milionari nel campo della prostituzione e del gioco d’azzardo oltre a gestire tutta la manodopera. Il governo dovrebbe agire concretamente con leggi che regolamentano sia l’accesso nel nostro paese, sia la possibilità di avviare attività commerciali, che nel 90% dei casi sono a copertura di attività illegali, da parte dei cittadini del Sol Levante. Dovrebbe adoperarsi, per aiutare le piccole e medie imprese italiane in difficoltà, invece offre aiuti e sgravi fiscali ai cittadini di altre nazioni che si insediano sul nostro territorio a scapito della nostra economia “Secondo Paccagnella, presidente di Federcontribuenti: ” i nostri 007 lanciano periodicamente allarmi su questo fenomeno, tuttavia, nessun intervento politico si intravede a breve termine, perchè? Anche il Copasir è a conoscenza di importanti documenti sulla mafia cinese in Italia, perchè tanto silenzio? ” Continua Masciari: ” La politica italiana ha permesso che il mercato cinese si fortificasse con le recenti acquisizioni del 30% di azioni della Eni East Africa, dell’acquisto della multinazionale produttrice di yacht Ferretti, la proposta di investire 4 milioni di euro nell’area Ex Falck a Sesto San Giovanni e la nascita della prima filiale italiana della Industrial and Commercial Bank of China, il segnale di un settore finanziario che domina anche attraverso un sistema bancario ”. In un territorio in cui proliferano le mafie nazionali e in cui il contrasto giudiziario non è coadiuvato da leggi ancora più severe e prive di scappatoie, a maggior ragione i sodalizi esteri comportano un serio pericolo di devastazione economica e di legalità. E’ necessario captare l’allarme che le investigazioni della DIA fanno emergere e osteggiare il fenomeno all’origine, intervenendo con verifiche iniziali circa l’ insediamento economico di centri organizzati dal popolo cinese emigrato, ponendo dei margini che vanno a tutelare il mercato nazionale innanzitutto e sbarrare con efficacia immediatamente l’ insediamento di ulteriori organizzazioni criminali. Se ciò è avvenuto, come si apprende dalle relazioni investigative, vuol dire che c’è una criticità su cui occorre intervenire legislativamente ora, prima che sia troppo tardi. E’ troppo concedere la presenza di “una quinta mafia” nel nostro piccolo territorio devastato già dal proprio cancro mafioso. Dove andremo a finire? ”

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Un gigante portato al collasso da vizi di capitalismo tricolore

Per capire che cosa significhino espressioni come “l’Italia è un Paese in declino”, “vige un capitalismo asfittico e di relazioni”, basta ripercorrere le vicende di Telecom Italia. Oggi si guarda alla prossima scadenza del patto tra gli azionisti di Telco, la holding che controlla Telecom, e al consiglio di amministrazione del 3 ottobre, come all’inizio di una nuova era. Eppure, quindici anni di lenta agonia suggeriscono scetticismo e, forse, rassegnazione.

LA MADRE DI TUTTE LE PRIVATIZZAZIONI

Telecom Italia nasce con la privatizzazione del 1997 voluta dal governo Prodi. E parte con un difetto d’origine: uno Stato dirigista o, ancor peggio, che vorrebbe esserlo, ma non ne è capace. A prescindere dal colore dei governi. Così le privatizzazioni si fanno solo per far cassa e perché lo impone l’ingresso nell’euro. Pertanto Telecom viene collocata come un monopolio integrato, perdendo l’occasione per creare concorrenza in un settore agli albori della liberalizzazione e nella sua fase di massima crescita. Ma il Tesoro riesce ad incassare 12 miliardi di euro per il 42%, più di quanto oggi valga l’intera società. E si perde l’occasione per promuovere il mercato dei capitali, perché lo Stato vuole pilotare il controllo in mani amiche. Si sceglie l’approccio del nocciolo duro, con Agnelli primo azionista (e un investimento risibile, come d’abitudine) e Guido Rossi presidente. Per facilitargli il controllo, non si convertono le azioni di risparmio (senza diritto di voto), sopravvissute fino a oggi. Cambiano i vertici: Rossignolo e poi Bernabè (l’attuale presidente, non suo figlio). Ma l’interesse dei nuovi azionisti privati è solo di incassare il dividendo della rendita monopolistica. E l’azienda rimane un pachiderma sonnacchioso e pieno di soldi.

I CAPITANI CORAGGIOSI

L’avvento dell’Euro, nel 1999, elimina la barriera del rischio di cambio, spalancando all’Italia le porte del mercato internazionale dei capitali. Cade così uno dei principali vincoli strutturali alla crescita nel nostro Paese: fino ad allora, il risparmio nazionale era obbligatoriamente incanalato verso il finanziamento del debito pubblico; e poiché il rischio lira scoraggiava l’ingresso degli stranieri, i gruppi italiani dovevano operare in uno stato di razionamento dei capitali, dal quale Mediobanca, che agiva da surrogato al mercato finanziario, traeva la propria forza. Con l’Euro tutto questo finisce. Colaninno & Co. sono rapidi a sfruttare questa opportunità, e raccogliere all’estero gli ingenti prestiti necessari a lanciare un’Opa su Telecom. Quello che poteva essere l’inizio di un mercato dei capitali efficiente, dove il controllo delle aziende va a chi è più bravo a gestirle, scardinando dirigismo e capitale di relazioni, e permettendo ai gruppi italiani di crescere in competizione con quelli stranieri, si trasforma presto in una cocente delusione: invece di fondere holding e società operative create per scalare Telecom, concentrarsi sulla gestione industriale e ripagare l’enorme debito contratto, i capitani coraggiosi si comportano da vecchi capitalisti nostrani, perpetuando la lunga catena societaria creata con l’Opa per valorizzare il premio di controllo nella holding Bell (lussemburghese, naturalmente). La preoccupazione resta il controllo, con il minimo dei capitali e il massimo del debito. Ma la bolla della dot.com scoppia, e con essa le valutazioni insensate che il mercato attribuiva alle telecomunicazioni. Per Colaninno & Co. è un brusco risveglio: il valore di Telecom crolla, ma i debiti rimangono; e i creditori bussano alla porta. In Italia, però, c’è sempre qualcuno pronto a strapagare il controllo (coi soldi di banche amiche) pur di soddisfare voglie di impero.

LA VOGLIA DI IMPERO DI TRONCHETTI

Liquido perché baciato dalla fortuna durante la bolla Internet, Tronchetti Provera vede nelle difficoltà dei capitani coraggiosi l’occasione per costruire il proprio impero. Ma l’ambizione acceca. Nel 2001 strapaga il controllo di Telecom; naturalmente il premio va alla Bell (quasi tax free), non al mercato come da italica abitudine. E perpetua gli errori di Colaninno & Co., esercitando il controllo con una catena societaria ancora più lunga (Olimpia al posto di Bell, più Pirelli, Camfin eccetera), e ancora più debito, ovviamente con il sostegno di Intesa e Unicredit, socie in Olimpia. Poi infila una serie incredibile di errori. Per far fronte ai debiti vende tutte le attività che la Telecom dei capitani coraggiosi aveva acquistato all’estero, in mercati a forte crescita (unica decisione giusta); salvo poi accumularne di più per fondere Tim con Telecom, puntando prevalentemente sulla telefonia mobile in Italia: un mercato in via di saturazione, a bassa crescita e sempre più concorrenziale. E non investe nella banda larga, perdendo il treno di Internet. Così, nel 2006, Tronchetti si trova nella stessa situazione di Colaninno & Co. nel 2001: il valore di Telecom in calo irreversibile; troppo debito; e i creditori alla
porta. Ma questa volta non c’è un altro aspirante imperatore in Italia, così Tronchetti cerca di vendere agli americani di AT&T o al messicano Slim. Orrore!

L’OPERAZIONE DI SISTEMA

In Italia, come nel gioco dell’oca, ogni tanto si torna al via. Nel 2006, Prodi è nuovamente al Governo e il sempreverde animo dirigista impone la salvaguardia di una azienda “strategica per il paese”. Se però il mercato dei capitali non funziona (meglio, non lo si crea) e l’Europa impedisce allo Stato di intervenire, ci si inventa “l’operazione di sistema”. Al comando torna Guido Rossi (quello del 1997), con il compito far uscire indenne Tronchetti e creare un patto per mantenere il controllo in mani italiane. Ancora una volta, prioritari sono debito, controllo e relazioni con il Governo: le prospettive del settore, e quale sia il modo migliore per valorizzare l’azienda, sono aspetti marginali. Chi allora meglio di Banca Intesa, autoproclamatasi banca di sistema, insieme al salotto buono di Mediobanca e Generali, per un’operazione di sistema gradita al Governo? Con la spagnola Telefonica, comprano il controllo da Olimpia, rinominata Telco (senza che il mercato veda un euro), facendo uscire Tronchetti prima che l’avventura Telecom lo porti al dissesto. E finanziano l’operazione a debito. Nulla cambia nella struttura finanziaria (troppo debito) e proprietaria (controllo in una holding fuori mercato).
Telefonica è straniera, ma non conta: la Spagna ha un capitalismo come il nostro e ci si intende. E poi ha una quota di minoranza. Ma in questo modo le si concede di fatto un diritto di prelazione sul controllo futuro, magari a prezzo di saldo. Infatti sembra che oggi Intesa, Mediobanca e Generali, non potendo più permettersi le perdite che le operazioni di sistema inevitabilmente generano, stiano cercando di vendere a Telefonica la loro quota in Telco (naturalmente fuori mercato); a una frazione di quanto avrebbero incassato cinque anni fa. Come con Air France in Alitalia, o Edf in Edison: le operazioni di sistema non mi sembrano capolavori di astuzia.

LA LENTA AGONIA

Nel 2007, il comando torna a Bernabè (quello del 1998). Da allora sfoglia la margherita. Il debito è rimasto quello di 13 anni prima, ma i ricavi dalla telefonia in Italia, dove l’azienda è concentrata, sono in declino irreversibile e non generano cassa bastante a rimborsarlo. Ci vorrebbe un forte aumento di capitale, ma i soci non hanno soldi. Anzi, vogliono uscire. E, in ogni caso, non si saprebbe come remunerarlo adeguatamente. Non si può vendere Tim per consolidare un mercato nazionale troppo frazionato perché evidenzierebbe una perdita colossale derivante dall’abbattimento del valore dell’avviamento a bilancio. Vendere il Brasile, che pure è ai massimi, significherebbe fossilizzarsi in un mercato in declino. Non ci sono i soldi per investire nella rete e ci sarebbero problemi a remunerare gli investimenti anche perché la regolamentazione impone di spartirne la redditività con i concorrenti. Né si può venderla, perché la Cassa depositi sarebbe il solo compratore accettabile per il governo: una sorta di nazionalizzazione antistorica e impraticabile; e Telecom perderebbe l’asset con le migliori prospettive. Fare l’azienda a pezzi e offrirli sul mercato globale al migliore offerente, approfittando dell’attuale ondata di fusioni e acquisizioni nel mondo equivarrebbe, nella lingua italiana, a una bestemmia.

IL MORTO CHE CAMMINA

Non capisco la frenetica attesa con cui si attende la fine del patto in Telco a fine settembre e l’ennesimo “nuovo piano industriale” (quanti ne sono stati presentati?) nel consiglio del 3 ottobre. Non può essere risolutivo perché il problema, ancora una volta, non è una questione prettamente finanziaria, di controllo, o di chi sia al vertice; ma di un’azienda priva di prospettive, ancorata a un paese senza crescita, incapace di stare al passo con i rapidi e repentini cambiamenti del settore. Definire Telecom un morto che cammina, ridotto in questo stato da una vicenda che è lo specchio delle storture del Paese, sembra quasi un eufemismo.

Alessandro Penati
Fonte: www.repubblica.it
23.09.2013