Il “rispetto devozioniale” per la Corona del Rosario

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La Verità della sequenza delle foto da noi scoperta su Ingannati

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Il Rosario non nacque in modo miracoloso (ma fu confermato da Maria).

Secondo Alano de la Roche o.p. (†1475), il primo a predicare il Rosario sarebbe stato San Domenico, fondatore dell’Ordine dei frati predicatori; egli l’avrebbe ricevuto per rivelazione dalla Madonna stessa. Molte persone, sia private sia rivestite di autorità, e diversi documenti ufficiali continuano, da allora, a ripetere l’affermazione di Alano.

È vero che la nascita e la diffusione di questa forma di devozione deve molto allo spirito di San Domenico, incarnato nei suoi figli.

Esso però non nacque in modo miracoloso per una rivelazione…

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BREVE STORIA DEL ROSARIO

Dal libro: Le Litanie

All’origine del Rosario vi sono i 150 Salmi di Davide che si recitavano nei monasteri.

Per ovviare alla difficoltà, al di fuori dei centri religiosi, di imparare a memoria tutti i Salmi, verso l’850 un monaco irlandese suggerì di recitare al posto dei Salmi 150 Padre Nostro.

Per contare le preghiere i fedeli avevano vari metodi, tra cui quello di portare con sé 150 sassolini, ma ben presto si passò all’uso delle cordicelle con 50 o 150 nodi.

Poco tempo dopo, come forma ripetitiva, si iniziò ad utilizzare anche il Saluto dell’Angelo a Maria, che costituiva allora la prima parte dell’Ave Maria.

Nel XIII secolo i monaci cistercensi svilupparono una nuova forma di preghiera che chiamarono rosario, perché la comparavano ad una corona di rose mistiche donate alla Madonna. Questa devozione fu resa popolare da san Domenico, che nel 1214 ricevette il primo rosario della Vergine Maria come strumento per l’aiuto dei cristiani contro le eresie.

Nel XIII secolo si svilupparono i Misteri del Rosario: numerosi teologi avevano già da tempo considerato che i 150 Salmi erano velate profezie sulla vita di Gesù. Dallo studio dei Salmi si arrivò ben presto alla elaborazione dei Salteri di Nostro Signore Gesù Cristo, nonché alle lodi dedicate a Maria. Così durante il XIII secolo si erano sviluppati quattro diversi salteri: i 150 Padre Nostro, i 150 Saluti Angelici, le 150 lodi a Gesù, le 150 lodi a Maria.

Verso il 1350 si arriva alla compiutezza dell’Ave Maria come la conosciamo oggi. Questo avviene ad opera dell’Ordine dei certosini, che uniscono il saluto dell’Angelo con quello di Elisabetta, fino all’inserimento di «adesso e nell’ora della nostra morte. Amen».

All’inizio del XIV secolo i cistercensi, in particolare quelli della regione francese di Trèves, inseriscono le clausole dopo il nome di Gesù, per abbracciare all’interno della preghiera l’intera vita di Cristo.

Verso la metà del XIV secolo, un monaco della certosa di Colonia, Enrico Kalkar, introdusse prima di ogni decina alla Madonna, il Padre Nostro. Questo metodo si diffuse rapidamente in tutta Europa.

Sempre nella certosa di Trèves, all’inizio del 1400, Domenico Hélion (chiamato anche Domenico il Prussiano o Domenico di Trèves), sviluppa un rosario in cui fa seguire il nome di Gesù da 50 clausole che ripercorrono la vita di Gesù. E come aveva introdotto Enrico Kalkar, i pensieri di Domenico il Prussiano erano divisi in gruppi di 10 con un Padre Nostro all’inizio di ogni gruppo.

Tra il 1435 e il 1445, Domenico compone per i fratelli certosini fiamminghi, che recitano il Salterio di Maria, 150 clausole divise in tre sezioni corrispondenti ai Vangeli dell’infanzia di Cristo, della vita pubblica, e della Passione-Risurrezione.

Nel 1470 il domenicano Alain de la Roche, in contatto con i certosini, da cui apprende la recita del Rosario, crea la prima Confraternita del Rosario facendo diffondere rapidamente questa forma di preghiera: chiama Rosario «nuovo» quello con un pensiero all’interno di ogni Ave Maria, e Rosario «vecchio» quello senza meditazione, con solo le Ave Maria. Alain de la Roche riduce a 15 i Misteri (suddivisi in gaudiosi, dolorosi, gloriosi), e sarà solamente con Papa Giovanni Paolo II (un grande apostolo del Rosario), con la lettera apostolica «Rosarium Virginis Mariae» (2002), che verranno reintrodotti i misteri luminosi sulla vita pubblica di Gesù.

I domenicani sono stati grandi promotori del Rosario nel mondo. Hanno creato diverse associazioni rosariane, tra cui la Confraternita del Rosario (fondata nel 1470), la Confraternita del Rosario Perpetuo (chiamata anche Ora di Guardia, fondata nel 1630 dal padre Timoteo de’ Ricci, si impegnava ad occupare tutte le ore del giorno e della notte, di tutti i giorni dell’anno, con la recita del Rosario), la Confraternita del Rosario Vivente (fondata nel 1826 dalla terziaria domenicana Pauline-Marie Jaricot).

La struttura medievale del Rosario fu abbandonata gradualmente con il Rinascimento, e la forma definitiva del Rosario si ha nel 1521 ad opera del domenicano Alberto di Castello.

San Pio V, di formazione domenicana, fu il primo «Papa del Rosario». Nel 1569 descrisse i grandi frutti che san Domenico raccolse con questa preghiera, ed invitò tutti i cristiani ad utilizzarla.

Leone XIII, con le sue 12 Encicliche sul Rosario, fu il secondo «Papa del Rosario».

Dal 1478 ad oggi si contano oltre 200 documenti pontifici sul Rosario.

In più apparizioni la Madonna stessa ha indicato il Rosario come la preghiera più necessaria per il bene dell’umanità. Nell’apparizione a Lourdes del 1858, la Vergine aveva una lunga corona del Rosario al braccio. Nel 1917 a Fatima come negli ultimi anni a Medjugorje, la Madonna ha invitato e ha esortato a recitare il Rosario tutti i giorni.

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Andiamo ai fatti. Perchè San Domenico decise di far uso di questo eccellente strumenti di devozione, e chi è San Domenico Guzman?

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San Domenico di Guzmàn

San Domenico di Guzmàn, al secolo Domingo Guzmàn (Calaroga, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221), fu il fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Figlio di Felice di Guzmàn e di Giovanna d’Aza, una famiglia agiata, di cui non esistono testimoniaze che discenda dalla nobile famiglia dei Guzman.
Alla nascita venne battezzato con il nome del santo patrono dell’abbazia benedettina di San Domingo de Silos, situata a pochi chilometri a nord del suo paese natale.
Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno, l’arciprete Gumiel de Izan, fu poi inviato, all’età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia, per dieci anni.
Domenico è noto ai devoti per il sentimento di compassione che fin da giovane gli ispirava la sofferenza altrui. Ad esempio si racconta che, nel 1191, durante una carestia, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un’epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dar da mangiare ai poveri affermando:
«Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?»
Terminati gli studi a 24 anni seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma dove venne consacrato sacerdote e dove il vescovo, Martino di Bazan, stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l’aiuto di Diego Acevedo.
Diego, eletto vescovo, nel 1201, nominò Domenico sottopriore e quando Diego, nel 1203, fu inviato in missione diplomatica in Danimarca dal re Alfonso VIII di Castiglia da dove accompagnare una principessa che doveva unirsi in matrimonio con un principe di Spagna, il vescovo, condusse il sottopriore Domenico con sé.
Il contatto vivo con i fedeli della Francia meridionale, dove era diffusa l’eresia dei càtari e l’entusiasmo delle cristianità nordiche per le imprese missionarie verso l’Est, costituirono per Diego e Domenico una rivelazione. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scesero a Roma (1206) e chiesero al papa Innocenzo III di potersi dedicare all’evangelizzazione dei pagani. Ma Innocenzo III orientò il loro zelo missionario verso quella predicazione nella Francia meridionale, la regione dove erano più attivi i càtari, da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. I due accettarono e, nel 1206, Diego e Domenico furono inviati missionari in Linguadoca e Domenico continuò anche quando si dissolse la legazione pontificia e dopo l’improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207).
San Domenico rimase in Linguadoca, nel paese dei Catari, come missionario, per oltre dieci anni (1205-1216), collaborando col vescovo di Tolosa, Folchetto di Marsiglia e come legato papale cercò sempre di convertire gli eretici, con semplici riconciliazioni. Solo una volta Domenico è citato tra coloro che assistevano al rogo degli eretici.
La sua attività di apostolato era imperniata su dibattiti pubblici, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto, vescovo di Tolosa, che lo nominò predicatore della sua diocesi.
San Domenico inoltre, si convinse immediatamente che bisognava anche dare l’esempio e vivere in umiltà e povertà come gli albigesi, e pian piano maturò anche l’idea di un ordine religioso. Iniziò con l’istituzione di una comunità  femminile che accoglieva donne che avevano abbandonato il catarismo e questa comunità di domenicane ancora esiste. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l’esempio la fede cattolica tra i càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini capaci che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori.
Nel 1209, in occasione dei massacri compiuti dai Crociati (particolarmente feroce fu quello compiuto dopo la conquista di Béziers), che non badarono all’età  e al sesso e, nella loro furia, arrivarono a colpire perfino i cattolici, Domenico si distinse nel biasimare severamente tali azioni scellerate.
In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposizione a papa Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Domenico trovò grande disponibilità  nel papa che l’approvò.
Nel 1215, Domenico, per i suoi seguaci, prima ricevette in dono la casa in Tolosa di Pietro Cellani che era divenuto anche lui predicatore, poi ricevette da Simone IV di Montfort il castello di Cassanel.
Pare che quando per la crociata le cose si misero male Domenico lasciasse la Linguadoca, nel 1216 e, seguendo il consiglio di Innocenzo III, di non fondare un nuovo ordine coi suoi sedici seguaci scelse la regola di Sant’Agostino.
Il 22 dicembre 1216, papa Onorio III diede l’approvazione ufficiale e definitiva, all’ordine fondato da Domenico. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l’ordine crebbe e, già  dal 1217, fu in condizione di inviare monaci un po’ in tutt’Europa, soprattutto nella penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo, a Parigi e a Bologna, dove si recò egli stesso.
Subito incontrarono delle opposizioni da parte dei vescovi locali, che furono superate dalla bolla papale dell’11 febbraio del 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai domenicani.
A Bologna, l’eloquenza di Reginaldo di Orléans, decretò un immediato successo dell’ordine, che ricevette notevoli donazioni, che Reginaldo avrebbe voluto accettare, ma Domenico le rifiutò, perche desiderava che i suoi confratelli non avessero proprietà  e vivessero di elemosina.
Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente in Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la magna carta e a precisare gli elementi fondamentali dell’ordine:

Predicazione
Studio
Povertà  mendicante
Vita comune
Legislazione
Distribuzione geografica
Spedizioni missionarie.

Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di San Domenico), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l’aveva, circondato dai suoi frati, a cui rivolgeva l’esortazione «ad avere carità , a custodire l’umiltà  e a possedere una volontaria povertà.»
Papa Gregorio IX canonizzò Domenico il 13 luglio 1234. Si festeggia l’8 agosto.
Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa arca marmorea. A Roma, nel chiostro del convento di Santa Sabina all’Aventino è presente una pianta di arancio dolce che secondo la tradizione domenicana, san Domenico portò dalla Spagna. La notorietà delle numerose leggende miracolistiche legate alle sue intercessioni fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d’Italia e d’Europa, mentre i fedeli bolognesi lo proclamano «Patrono e Difensore perpetuo della città».
Il famoso quadro commissionato da Tomàs de Torquemada al pittore Pedro Berruguete, intitolato San Domenico presiede un tribunale dell’Inquisizione che in seguito venne semplicemente denominato Autodafé, è la rappresentazione quasi emblematica del ruolo che è stato falsamente attribuito a Domenico di Guzmàn. Egli infatti morì nel 1221, ossia dodici anni prima che papa Gregorio IX nominasse, per la prima volta, dei frati domenicani a capo (giudici-delegati permanenti) dei tribunali dell’Inquisizione. Michel Roquebert nel suo libro San Domenico, contro la leggenda nera scrive:

Il male che ha fatto quest’opera all’immagine e alla memoria del fondatore dell’Ordine dei predicatori è incommensurabile. La “triste leggenda”, la “leggenda nera” che ancora oggi denunciano gli storici domenicani, tanto più dolorosa in quanto è stata creata dagli stessi predicatori, all’epoca in cui ritenevano che essere nati per combattere l’eresia fosse motivo di gloria

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I Catari ed i Templari

L’eresia dei Catari viene erroneamente considerata una mancanza di fede, in realtà la loro “eresia” non nasce dal non credere, ma da un bisogno di credere e di vivere diversamente la propria religione.
Essi intendevano tornare al modello ideale di chiesa descritto nei vangeli e negli atti degli apostoli.
I Catari si caratterizzarono per un radicale anticlericalismo che rimetteva in discussione l’esistenza delle strutture e del personale ecclesiastico.
La Chiesa assunse un atteggiamento estremamente duro nei loro confronti.
La definizione di Catari o Uomini Puri fu coniata dagli stessi adepti. In genere vennero chiamati in modi diversi prendendo il nome dal luogo in cui vivevano: Albigesi da Albi, Concorreziani da Concorrezzo, ecc..
È probabile che i Catari derivino dalla setta dei “Bogomil” che fece la sua comparsa nel X secolo in Bulgaria e si diffuse a Costantinopoli alla fine dell’XI secolo.

Essi professavano una dottrina dualista nella quale Dio e il Demonio avevano pari dignità, e anzi il Demonio avrebbe ingannato il Signore riuscendo poi a far cadere gli angeli e ad imprigionarli nella materia; predicavano una assoluta purezza di vita e rifiutavano i sacramenti tranne il “consolamentum” una specie di battesimo per gli adulti, che permetteva all’avvicinarsi della morte di liberarsi dal peccato. In realtà queste assunzioni di base non erano accettate in tutte le comunità catare nel medesimo modo, e quindi sarebbe più corretto parlare di “catarismi”, ovvero di esperienze che, pur rifacendosi ad un dualismo radicale, assumono nel tempo connotati differenti.

Per i Catari ogni Uomo doveva liberare il suo animo dal potere del male che governava il mondo terreno. Il messaggio dei Catari era un invito alla liberazione, e ciascuno doveva seguire la parola di Cristo.
Per i Catari la Chiesa avendo accettato il potere e le ricchezze aveva scelto il male e quindi non era più in grado di offrire alcun aiuto per la purificazione. La salvezza poteva venire solo dalla nuova chiesa dei Catari.
Ogni comunità conservava una sua autonomia resa ancora più grande dal fatto che, a differenza della Chiesa cattolica, non esisteva un’entità centrale incaricata di fissare un’ortodossia comune.

Il fascino esercitato dalla chiesa catara fu molto forte, e questo fu dovuto al rigore morale che la distingueva dalla Chiesa cattolica, composta da uomini molto spesso mediocri e corrotti.

Un altro motivo del successo dei catari fu di tipo dottrinale.

I Catari si erano subito proposti come l’autentica Chiesa di Cristo, quella degli apostoli.

Dopo il Concilio cataro di Saint Felix de Caravan del 1167 si cominciò ad intuire la pericolosità per la Chiesa cattolica, dei Catari.

Papa Alessandro III li condannò come eretici, condanna che venne confermata in seguito da Innocenzo III e Onorio III.

Nel 1206 San Domenico di Guzmàn cercò di predicare contro i Catari, ma non ebbe successo.

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L’eresia Catara

A partire dal XII secolo Concorezzo fu sede di una setta eretica, quella dei Catari, detti anche “poveri di Concorezzo”, che costituirono nel nostro paese la più importante delle sei chiese catare d’Italia, con più di 1500 “perfetti”, su un totale di meno di 4000 per tutta l’Europa. Questo movimento di stampo manicheo, che prese le mosse dal bogomilismo bulgaro, rimproverava al clero la sua corruzione ed auspicava il ritorno della Chiesa alla primitiva purezza. In definitiva, la loro opposizione era fondata, più che su problemi dogmatici, su esigenze di rinnovamento religioso e sociale, peraltro simili a quelle che diedero origine ad altri analoghi movimenti ereticali sviluppatisi tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, o che determinarono la nascita di alcuni ordini religiosi, fra cui quello, prettamente lombardo, degli Umiliati.

Edifici medioevaliDa un punto di vista dottrinale, i Catari basavano il loro credo su due princìpi, il Bene e il Male, il primo dei quali rappresentato dal Dio vero e buono in cielo, che ha creato le anime, mentre il secondo impersonificato dal dio malvagio (il diavolo), che ha creato il mondo e tutte le realtà materiali, compresi i nostri corpi nei quali egli ha imprigionato l’anima, realtà spirituale destinata alla fine a ritornare in cielo. Questo credo comportava una serie di conseguenze, come il rifiuto di tutte le autorità, considerate emanazioni del demonio, e la scelta di cibarsi esclusivamente di alcuni generi di alimenti, considerati non impuri. Dal punto di vista dottrinale non va dimenticata però l’opposizione catara verso l’istituto del matrimonio, considerato mezzo di trasmissione del corpo umano da parte del dio cattivo, secondo un’interpretazione mitica del peccato di Eva ed Adamo. Questa concezione del matrimonio espressa dal catarismo costituiva un grave pericolo per la struttura sociale, e anche per questo si spiega la reazione dell’Inquisizione.

La volontà di contestare il crescente potere della Chiesa di Roma, che si esprimeva per l’appunto anche attraverso l’Inquisizione stessa, portò nel 1252 all’assassinio del frate domenicano Pietro da Verona, inquisitore di Como e Milano, ucciso dal sicario cataro Carino de Balsamo in località Faroa vicino a Barlassina. L’assassinio di Pietro, che fu canonizzato un anno dopo la morte, fu organizzato dal nobile Stefano Confalonieri di Agliate, figura eminente della chiesa catara concorezzese, tra i cui avi vi era il vescovo Ansperto di Milano.
Subito dopo il martirio di Pietro da Verona, a difesa della Chiesa di Roma intervenne il podestà di Milano, Oldrano da Tresseno, che operò grandi stragi di catari ed eretici.
Malgrado ciò, sia il Confalonieri, sia lo stesso uccisore Carino, catturato ma subito fuggito di prigione, e che terminò l’esistenza addirittura in un convento domenicano “in fama di santità”, sfuggirono alla pena capitale.
Tuttavia sarebbe erroneo ritenere che il fenomeno cataro, estintosi in Italia ai primi del ‘300, sia scomparso a causa dell’Inquisizione.

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I catari e gli albigesi

18 marzo 2010

Nella prima metà del secolo XII erano divampati per l’Europa diversi moti di contestazione alla chiesa, tra cui i patarini e gli arnaldisti, troppo tumultuosi e troppo circoscritti nello spazio, dando però l’indicazione di una volontà di riforma religiosa che aveva solo bisogno di maturare. Moti che terminarono soffocati dalla repressione della Chiesa, ma nel frattempo la contestazione riprendeva a serpeggiare per tutta l’Europa alimentata da un intento unitario tenuto vivo da una più consapevole coerenza di comportamento. Non erano più i predicatori itineranti a denunciare la vita corrotta del clero per ricondurre la Chiesa ai perduti valori evangelici, ma un rifiuto dell’istituzione ecclesiastica e una diversa interpretazione del cristianesimo, frutto di un pessimismo sulla vita umana e di sfiducia nei mezzi di salvezza proposti dalla Chiesa. Non erano una setta, ma un movimento spontaneo, che affiorò in punti diversi dell’Europa. Si fondava su un pensiero elementare: questo mondo è il regno del male, delle sofferenza, della corruzione, della ingiustizia. Bisogna quindi vivere isolati, seguendo retti principi morali, nell’attesa della morte che sarà la liberazione. In principio i nuovi eretici furono scambiati per manichei a causa del dualismo della loro dottrina, il contrasto fra il bene e il male. La differenza essenziale è che, per i manichei, la presenza del male nel mondo aveva una spiegazione cosmologica e metafisica, quindi indipendente dall’uomo, mentre ora l’idea del mondo e del bene erano il riflesso delle aspirazioni a una società democratica, senza differenze di classe e senza abusi di potere. La nuova eresia fu scoperta la prima volta a Colonia e a Bonn, nell’anno 1144. Ne diede notizia a Bernardo di Chiaravalle l’abate di Steinfeld, Eberwin, descrivendo questi eretici come individui sospetti che conducevano vita errabonda, accompagnati da donne votate alla verginità, che celebravano la comunione per conto proprio, solamente con il pane, recitando il Paternoster, ma rifiutavano di frequentare le chiese e di accostarsi ai sacramenti. Pochi mesi dopo, il cardinale Alberico di Beauvais, in missione in Francia, denunciò anch’egli a Bernardo di Chiaravalle la presenza di identici eretici nella Francia meridionale. Bernardo si rec immediatamente sul posto, e a Tolosa, ad Albi e a Verfeil cercò di discutere con loro, ma fu respinto e persino beffato. Allora cominciarono le persecuzioni e i processi, col sussidio di un testo: il Tractatus de haereticís del domenicano Anselmo d’Alessandria. Nel 1147, molti di essi, tra cui alcuni membri del clero, preti monaci e suore, e anche qualche nobile, vennero condannati al rogo a Périgueux, nella Francia centrale. I verbali del processo li indicano questa volta con un nome specifico: “petragorici” (pitagorici), forse per il fatto che essi confessarono di non bere vino e di essere vegetariani. Nel 1163, nelle campagne intorno a Colonia, se ne fermarono cinque provenienti dalle Fiandre, che vivevano nascosti in un granaio, segnalati dai contadini al loro parroco, perché la domenica rifiutavano di recarsi in chiesa ad assistere alla messa. Tradotti in giudizio essi dichiararono di considerarsi veri cristiani, poiché usavano vivere in povertà e castità prendendo il pane dell’eucarestia (senza vino) dalle mani dei propri sacerdoti, e mortificando il corpo con digiuni e astinenze, per liberare l’anima dalla possessione del male. Condannati al rogo, una fanciulla che era con loro e alla quale un giudice, impietosito, avrebbe voluto salvare la vita, si svincolò dalle mani di coloro che la trattenevano e si gettò spontaneamente nelle fiamme con i compagni. Questi eretici erano così sicuri della propria fede che osavano talora sfidare ad aperti dibattiti il clero cattolico. Nel 1165, mentre a Lombers, nella Linguadoca, era riunito un Sinodo di vescovi di Tolosa, di Lodève, di Nimes e di Albi, con i vari abati e prevosti della diocesi, alla presenza del conte Raimondo di Tolosa con la moglie, del visconte Raimondo Trencavel di Béziers e di altri nobili, si presentò un gruppo di loro boni homines, cioè di loro sacerdoti, e a nome di tutti parlò un certo Oliviero, chiedendo di poter esporre quale fosse la loro dottrina: conformare la vita strettamente e unicamente ai precetti evangelici; così facendo, essi si ritenevano veri cristiani. Al termine della sua esposizione, il vescovo di Lodève lesse la seguente sentenza: “lo, Gaucelin, vescovo di Lodève, d’accordo col vescovo d’Albi e con gli altri qui presenti, giudico eretici costoro che si fanno chiamare boni homines, e con loro condanno la setta degli eretici di Lombers”. E poiché quelli protestarono che egli era un ipocrita e non un vero cristiano, il vescovo Gaucelin li avverti che si sarebbe appellato al papa e al re di Francia e che h avrebbe segnalati come nemici della fede a ogni corte cattolica. In quegli anni, nei verbali dei processi celebrati in Germania, codesti eretici cominciano a essere chiamati col nome che resterà poi loro definitivamente: catari. E fu tale la loro diffusione, e così decisa la loro opposizione alla Chiesa, che il vocabolo Ketzer è rimasto da allora nella lingua tedesca a indicare genericamente “eretico”, e Ketzerei significa “eresia”. Evidentemente il nome è la trascrizione del greco Kàtharoi, ossia i “puri”, ma per una facile assonanza, spesso il clero, ignorante della lingua greca, li confondeva coi patari o patarini, e se accettava il vero nome ne dava etimologie strane e fantasiose, come quella del monaco Alain de Lille: “Dicuntur catari a cato [dal gatto], perché usano baciare le parti posteriori del gatto, sotto il cui aspetto, come essi affermano, appare loro Lucifero”.La Chiesa continuò a lungo a non capire quali fossero i motivi della straordinaria diffusione del catarismo tra uomini e donne, e non soltanto delle classi più umili, ostinandosi a considerarlo una setta di adoratori di Satana, dediti a sabba osceni con demoni e streghe, e a interpretare il loro rifiuto dei sacramenti da parte del clero come una forma di perverso sacrilegio. O forse la rabbia dei persecutori si spiega come lo sfogo di un complesso di colpa di fronte all’integrità morale dei catari, i migliori dei quali giungevano fino a praticare la castità assoluta, perché il mondo della materia finisse più presto. E, in qualche caso, fu proprio la constatazione di un simile impegno morale da parte di qualche persona a farne sospettare l’appartenenza al catarismo. Così avvenne, per esempio, a Reims nel 1162, quando una fanciulla, insidiata da un chierico, essendosi rifiutata di accettare le sue proposte, venne tratta in arresto e processata; e con lei una vecchia che l’aveva introdotta al catarismo. Ma la vecchia – a quanto riferisce un cronista dell’epoca – riuscì a fuggire, calandosi dalla finestra per mezzo delle sue arti magiche. Proprio in quest’occasione, i catari risultano designati con un altro nome ancora: pobliciani, che ricorre anche altrove nella forma populiciani. E questa è la spia che permette di riconoscere i legami, anzi probabilmente la derivazione del catarismo, da un movimento religioso più antico, ma ancora vivo in quegli anni nella penisola balcanica e in Bulgaria. La parola “pobliciani” o “populiciani” è la corruzione di pauliciani, nome di una setta ascetica sorta in Armenia nel secolo VII, dal patronimico Paul-ík, ossia “figlio di Paolo”, “seguace di Paolo”, perché i suoi membri erano convinti di continuare nel modo più esatto la dottrina dell’apostolo Paolo di Tarso, accentuandone il concetto dell’umanità peccatrice in Adamo e dominata da Satana, e la necessità di una vita ascetica perché il male venisse vinto e il bene trionfasse. Espulsi dall’Armenia verso la fine del secolo IX, i pauliciani si erano trasferiti in Tracia, e di lì, sconfinando nei paesi vicini, avevano dato vita, in Bulgaria, a un’altra setta affine, i bogomili, così chiamati, dal nome di un pop Bogomil, equivalente in lingua bulgara a “Teofilo”(bog = Dio, mile = amico).Anche i bogomili seguivano la concezione dualistica, attribuendo a Satana la creazione di Adamo e di Eva, e prendevano dal Vangelo di Giovanni la dottrina gnostica dell’emanazione dei Verbo, a cui, tuttavia, essi negavano ogni partecipazione alla natura umana, considerando Maria un angelo, preventivamente inviato in terra da Dio, per accogliere il Verbo. I bogomili praticavano una vita ascetica e rifiutavano la mediazione della Chiesa, anche per un’opposizione politico-sociale al cesaropapismo bizantino. Per questo motivo erano stati più volte perseguitati: nell’842 dall’imperatrice Teodora, che ne aveva fatti sterminare più di centomila; nell’870 dall’imperatore Basilio, e nel 1118 da Alessio Comneno, il quale ne aveva arrestati e imprigionati molti, bruciando sul rogo il loro pop Basilio. Tuttavia essi erano ancora sempre fiorenti, specie nella Bosnia, protetti dal ban Kulin, e contro di loro papa Innocenzo III nel 1200 incaricherà il re d’Ungheria Imre di condurre una crociata di sterminio. La stretta parentela tra i bogomili e i catari è dimostrata innanzi tutto da un confronto fra le due dottrine, possibile ora per la fortunata scoperta di un vangelo bogomila (l’unico finora conosciuto), che pare sia stato portato in Italia dalla Bulgaria nel 1190 dal cataro Nazario, e di qui finito a Carcassonne, nella Linguadoca: vangelo da me tradotto per la prima volta in italiano. La variante catara di questo vangelo ci è stata tramandata da un anonimo del Duecento. Ma la prova definitiva è il fatto che il primo grande Concilio generale dei catari, tenutosi nel 1167 a Saint-Félix de Caraman, presso Tolosa, fu presieduto dal pop Niceta, venuto da Dragovica, il quale informò i compagni di fede sulla consistenza delle chiese dei bogomili di Serbia, Romania, Macedonia, Bulgaria e Dalmazia, e sul loro modello si organizzarono le chiese catare della Linguadoca e della Provenza, tra cui la più importante divenne tosto quella di Albi, tanto da dare poi il nome di albigesi a tutti i catari occitanici. La forte carica di apostolato, da parte di ciascun fedele, permise in queste due regioni la rapida diffusione del catarismo e la sua costituzione in una struttura stabile, dottrinalmente e disciplinarmente. Le chiese albigesi erano presiedute dai boni homines, che gli eresiologi chiamano spesso “i perfetti”, per la solita confusione coi manichei. I neoconvertiti si disponevano all’apparelhament cioè ad apparecchiarsi alle severe regole di vita, sottostando per qualche tempo, anche più di un anno, ad astinenze, digiuni e penitenze. Talvolta chiedevano ai boni homines la grazia di ottenere un melhorament della loro condotta: “Bon crestia, balhatz nos [dacci] la benediccion de Dieu e de vos!”. Dopo il periodo di prova, i nuovi fedeli pronunciavano la promessa di fedeltà e di convenenca con le regole della chiesa catara, e ottenevano il bacio della pace.Ai più zelanti (anche donne), come segno di ordinazione sacerdotale, e a tutti quanti prima della morte, si conferiva il consolament, una specie di battesimo di assoluzione, con la semplice imposizione delle mani. Il consolament era particolarmente richiesto quando i catari, arrestati e imprigionati, decidevano di sottoporsi alla endura, cioè al suicidio, lasciandosi morire d’inedia, o quando, per disprezzo verso i persecutori, invece di farsi trascinare al supplizio, si gettavano Spontaneamente sul rogo. I catari non erano una setta di misantropi, né vivevano di elemosina o di vagabondaggio, ma del proprio lavoro. Vi appartenevano persone di tutti i ceti sociali, soprattutto artigiani, tessitori, commercianti, e frequentavano gli stessi mercati dei cattolici, prestavano loro denaro e ne ricevevano in prestito, convinti gli uni e gli altri che era una cosa necessaria anche se la Chiesa la proibiva.Tra i catari vi erano anche degli ex sacerdoti e persino dei nobili Anzi, quasi tutti i feudatari della Linguadoca e della Provenza, quando scoppierà la repressione, difenderanno con le armi i loro sudditi catari.Già nel 1178, per esempio, nel castello di Ruggero Il Trencavel, visconte di Béziers, e di sua moglie Adelaide vi fu un incontro fra due alti personaggi catari e due eminenti cattolici: l’abate cistercense Enrico di Marcy e il cardinale Pietro di Pavia, dopo il quale i due prelati cattolici avrebbero voluto far arrestare i due catari, ma furono impediti dal visconte Ruggero Il. Due anni dopo, però, Enrico di Marcy, divenuto cardinale, li farà arrestare a tradimento, nonostante l’impegno preso. Per questo suo legame con la nobiltà, taluni eresiologi, ancora oggi, tendono a considerare il catarismo albigese, della Provenza e della Linguadoca, una conseguenza del cattivo esempio dato al popolo dalla nobiltà stessa col rilassamento dei propri costumi. Certo vi sono alcune analogie nella concezione della vita da parte dei catari e dell’aristocrazia feudale occitanica, ma spesso per una coincidenza occasionale. La poesia dei trovatori, espressione di quella società nobiliare, presenta ugualmente frequenti spunti anticlericali e aperti rimproveri alla corruzione della Chiesa, come in Peire Cardinal, in Marcabrun, e nei versi di Guillem Figuera: “Roma, tant es grans/ la vostra forfaitura (furfanteria)/ que Dieu e sos sans/ en gitatz [mettete] a non cura”. Il matrimonio, come per i catari, è una formalità senza importanza: il rapporto tra uomo e donna dev’essere fondato unicamente sul sentimento d’amore. Ma lo scandalo degli ecclesiastici per questo rifiuto del matrimonio come sacramento ha fatto esagerare il giudizio sul concetto trobadorico dell’”amor cordial” quale esaltazione della sensualità e del libertinaggio, mentre non dimentichiamolo proprio esso ha decisamente influito sulle dottrine dell’amore sentimentale che saranno nel dolce stil novo e nel petrarchismo. “D’amor mou [muove] castitatz” canta Guillem de Montanghagout “quar qui ‘n amor ben s’enten/ no pot far pueis mal renh [mal rendimento].”Comunque, la scelta della joie d’amor, anche al di fuori del matrimonio, da parte delle belle castellane provenzalì, e la scelta della castità (frequente ma non obbligatoria) da parte delle fanciulle catare, sono entrambe una prova di emancipazione femminile: la volontà di disporre liberamente dei propri sentimenti e del proprio corpo, sottraendosi alla potestas del maschio e cercando una parità di diritti con esso. Il libero amore e la castità erano, sebbene in senso inverso, una protesta contro l’ordine sociale difeso dalla Chiesa. Inoltre, per le donne sole, vedove o zitelle, poiché il patrimonio familiare passava in massima parte ai maschi, all’alternativa di chiudersi in un convento era preferibile la compagnia dei catari, tra i quali esse trovavano conforto e fratellanza, senza sentirsi oppresse e recluse, poiché l’autorità dei boni homines era solo morale.E che il più delle volte l’entendensa d’amor e l’entendensa del ben si potessero perfettamente conciliare è dimostrato dal fatto che, quando la Chiesa scatenerà una persecuzione generale, una vera crociata di sterminio, sia tra le nobildonne sia tra le popolane molte di quelle amasiae-uxores, amanti-mogli, come le definiscono con spregio i verbali dei processi e le cronache, sapranno combattere e morire eroicamente al fianco degli uomini che amavano.

Pauperisti e apocalittici

Proprio nel 1179, mentre a Roma papa Alessandro III, convocato il Concilio laterano terzo, per prendere in esame il preoccupante dilagare dell’eresia catara, lanciava minacciosi avvertimenti ai catari e ai loro protettori, scendeva da Lione Pietro Valdo (Valdès o De Vaux), con un piccolo gruppo di discepoli, per presentare al pontefice una protesta contro il vescovo della sua città, Guichard, che gli aveva proibito di continuare la predicazione del Vangelo in lingua occitanica, da lui iniziata poco tempo prima, dopo una crisi religiosa. Racconta la Cronaca di Laon che Pietro Valdo, ricco mercante lionese, nel 1175 era rimasto vivamente colpito dalle parole di un menestrello, il quale, sulla piazza di Lione, stava cantando le gesta di sant’Alessio (secolo IV, giovane romano che, abbandonata la moglie e la famiglia, era andato in pellegrinaggio in Siria, mendicando, e al ritorno era morto dopo aver chiesto l’elemosina, senza essere riconosciuto, alla porta di casa di suo padre. Il giorno dopo dice la Cronaca Valdo aveva affidato le proprie figlie al convento di Fontevrault, fondato da Roberto di Arbrissel, aveva dato in elemosina tutti i suoi averi e aveva cominciato a predicare secondo i precetti evangelici che indicano nella povertà la via della perfezione. Si era fatto tradurre i testi sacri da due sacerdoti, convinti alla sua causa, li aveva esposti pubblicamente, commentando soprattutto il sermone della montagna e la parabola del giovane ricco. Egli stesso seguiva il precetto di Cristo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai” (Mt XIX,21) per girare nei quartieri di Lione abitati dai più umili artigiani, egli pure scalzo, vestito di un misero saio. Quando si presentò ad Alessandro III, questi lo abbracciò, commosso per le sue buone intenzioni e per il voto di povertà fatto da lui e dai suoi compagni, ma non poté annullare il divieto di predicazione del vescovo di Lione. l’exzortatio ad poenítentiam era a quell’epoca un’attività facilmente concessa anche ai laici, ma in quel momento l’esempio dei catari faceva temere il pericolo di deviazioni ereticali. Eppure Valdo era sorretto dalla fede sincera di poter rísveglíare nel popolo il senso autentico, e perfettamente ortodosso, del cristianesimo evangelico, di ispirare agli umili e ai poveri il conforto di essere i prediletti di Dio, coloro per i quali era stato annunciato da Gesù Cristo il regno dei cieli, e conferire loro la dignità di sentirsi riscattati dalla condizione di classe sociale subalterna, mediante l’accettazione della povertà come privilegio. Un secondo tentativo, nel 1181, con papa Lucio III, successore di Alessandro III, sortì lo stesso effetto. Anzi, il nuovo papa costrinse Valdo a giurare una professione di fede (il testo è stato scoperto solo nel 1946) con cui s’impegnava a sottomettersi all’autorità ecclesiale. Anche questa volta egli non ubbidì, e riprese la predicazione, mandando, anzi, i discepoli, a coppie, a diffonderla per la Francia meridionale. A questo punto il nuovo vescovo di Lione, jean de Bellesmains, lo scomunicò e lo fece espellere dalla città con tutti i suoi seguaci, che avevano assunto il nome di Poveri di Lione. Da quel momento il valdismo entrò nell’eresia. Ma Pietro Valdo non intendeva che i suoi seguaci si mettessero fuori della Chiesa e, nonostante le persecuzioni, i Poveri di Lione continuarono a mescolarsi con i fedeli per ricevere i sacramenti, che consideravano essenzialí per la propria salvezza. Essi, quindi, non mettevano in dubbio le verità di fede e la mediazione dei sacerdoti, ma protestavano per il contrasto fra le norme evangeliche, prescriventi povertà e umiltà, e la loro applicazione da parte del clero. “Dicono che il papa, i nostri vescovi e i chierici” scriverà pochi anni dopo Davide di Augsburg nel suo Tractatus de haeresí Pauperum de Lugduno “non possono rappresentare la Chiesa, perché posseggono le ricchezze mondane e non imitano la santità degli apostoli: non è possibile, dicono, che Cristo abbia voluto affidare la sua diletta Sposa a gente tale, che la prostituisce con i cattivi esempi e le cattive opere … Dicono anche che con la loro astuzia e la loro potenza i chierici tengono sottomessi i laici perché diano loro le decime e le offerte con cui essi possono pascersi, soddisfare la loro lussuria e mantenere le proprie concubine.” L’incontro dei valdesi con i catari e gli albigesi contribuì ben presto ad accentuare il loro carattere di contestazione. Non era solo il problema economico della povertà a fare da sottofondo alla loro protesta, ma anche, e soprattutto, il problema sociale e politico: la disparità di classe e la percezione da parte della nascente borghesia artigianale di potersi rendere autonoma dal feudalesimo mediante il lavoro delle proprie mani. 1 loro maestri, detti “barba” (da barbatus), calzando sandali di legno o di cuoio, e perciò chìamati anche “insabbatati” (ensabatatz) o “sandaliati”, come attesta il monaco Bernardo di Fontecaude nella sua opera del 1192 Adversus Waldensium sectam, percorrevano le città e i villaggi, insegnando ai poveri ad avere fiducia in Dio e a recitare spesso il Padre nostro, ad aborrire dalle menzogne e dalla violenza, ma predicando anche e questo era il punto più grave del loro comportamento eretico che erano inutili le indulgenze, le elemosine, le preghiere ai defunti. La loro esaltazione della non violenza, della giustizia sociale, dell’onestà nei rapporti reciproci, della necessità del perdono anche per i nemici non poteva fare a meno di trovare largo consenso in una società che stava nascendo basata su questi stessi princìpi. Quando anche contro i valdesi la persecuzione della Chiesa si farà feroce, un anonimo poeta dirà:

Qui non volìá maudire, ni jurar, ni mentire, ni abountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui, ni veniar se de li sio ennemie, illi disent que ès Vaudès e digne de meurir.

Ispirati dalla predicazione valdese, e in alcuni casi loro diretta filiazione, sorsero in altri luoghi movimenti laici, dediti per elezione a una vita severa di pietà e di fratellanza, e quindi anch’essi col desiderio di ricondurre il cristianesimo al suo primitivo significato. In Lombardia, gruppi di artigiani, soprattutto tessitori di lana, praticamente già uniti insieme dalle esigenze del loro mestiere, proposero di organizzarsi in una vita in comune, instar ecclesiae primitivae (cioè povertà, continenza, penitenza), e presero il nome di umiliati. Seguirono anch’essi la stessa sorte dei valdesi: il papa li riconobbe, ma negò loro il permesso di predicare; alcuni si sottomisero, ma la maggior parte disubbidì e formò una setta dissidente, che nel 1218 finirà coll’assìmilarsi ai Poveri di Lione, prendendo per analogia il nome di Poveri lombardi. Più tardi si differenziarono leggermente, costituendo un gruppo a sé, con un nuovo capo, Giovanni di Ronco che, per sfuggire alla persecuzione, riparò poi in Germania dando origine ai runcharii, dal suo nome. Dirà di loro un contemporaneo: “0 Pauperes Lombardi! Poiché non vi piacque la Chiesa romana, vi siete uniti con i Poveri di Lione, e siete stati con loro sotto il governo di Valdo; ma poi vi siete scelto un altro capo, separandovi da Valdo e dai Lionesi, il cui nome era J. de Roncho, e io l’ho conosciuto”.Una comunità francese è invece chiamata dei tortolani negli Atti dell’inquisizione di Carcassonne, perché celebrava la comunione, volendo tornare all’usanza dei primi apostoli, con “unum tortellum panis et unum ciphum plenum de bono vino”.Addirittura un ritorno alle credenze filogiudaiche dei diretti discepoli di Gesù pare fosse praticato dai passagini, il cui nome deriva forse da “predicatori di passaggio” o “pellegrini”: essi ammettevano l’opera di Gesù ma non la sua divinità, ritenendolo figlio adottivo, e osservavano il riposo del sabato e il divieto di cibarsi di carne non dissanguata. Più specificatamente anticlericale fu la protesta, quasi contemporanea agli inizi della predicazione di Pietro Valdo, mossa dal giurista piacentino Ugo Speroni, inizialmente in difesa degl’interessi del comune di Piacenza, di cui era notaio, su certi territori rivendicati dalle autorità ecclesiastiche, poi con un’aperta contestazione delle istituzioni della Chiesa. Nella sua opera Adversus Antichristum, che è del 1177, Speroni bolla la corruzione del clero, nega validità ai sacramenti, ai riti, alle indulgenze. Egli sottopose il proprio scritto al giudizio di un suo ex condiscepolo, Vaccario, che lo confutò aspramente e lo segnalò alla corte pontificia per la debita condanna. Agli inizi del Duecento, il messaggio dei Poveri di Lione, anche con qualche modifica, si era ormai diffuso in Germania, nell’alto Reno, in Baviera, in Austria, in Svizzera, nell’Italia settentrionale e meridionale, e soprattutto nelle vallate alpine tra la Savoia e il Piemonte, dove ì valdesi esistono tuttora, chiamati genericamente barbet dall’antico nome dei loro maestri. Ma già erano cominciate le persecuzioni e vi furono anche casi di pentimento, il più notevole dei quali fu il ritorno nel grembo della Chiesa dell’aragonese Durand de Huesca e di tutti i suoi seguaci, nel 1207, riconvertiti in seguito a discussioni col vescovo Diego d’Osma. Essi allora presero il nome di Poveri cattolici,proponendosi di collaborare alla confutazione degli eretici. Ma già l’anno dopo, papa Innocenzo III avrà di nuovo motivo di lamentarsi di loro perché non si mostravano abbastanza rigidi nei confronti dei vecchi compagni di eresia.

Gioacchino da Fiore

Intanto, nella prima metà del Duecento, alle varie esperienze pauperistiche si aggiungeva anche un altro vasto movimento di contestazione alla Chiesa: il movimento degli apocalittici. Nel 1202 era morto nel convento di San Giovanni in Fiore, sulla Sila, da lui fondato, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore, “di spirito profetico dotato” come dirà poi di lui Dante Alighieri. La sua predicazione, rimasta quasi inosservata finché egli era vivo, doveva ben presto divenire il testo fondamentale di attese apocalittiche che avrebbero a lungo sconvolto di entusiasmo e di fanatismo le masse cristiane. Già negli anni immediatamente precedenti, tre mistici germanici, Rupert von Deutz, Anselmo di Havelberg e Ildegonda di Bingen, addolorati per la corruzione della Chiesa, avevano previsto l’approssimarsi del giudizio universale, immediatamente preceduto dalla lotta finale tra Cristo e l’Anticristo, secondo l’allegoria dell’Apocalisse di Giovanni. Ma Gioacchino da Fiore, operando una più profonda interpretazione escatologica, aveva calcolato che, come vi erano state, secondo il Vangelo di Matteo, quarantadue generazioni bibliche, di trent’anni ciascuna, da Davide a Gesù (l’età del Padre, cioè del Dio dell’Antico Testamento), così ve ne dovevano essere altrettante per l’età del Figlio, e quarantadue generazioni di trent’anni ciascuna portavano all’anno 1260; dopo quella data sarebbe iniziata la terza età, quella dello Spirito Santo, contrassegnata dal trionfo finale del bene, della giustizia, della fratellanza universale. Gioacchino da Fiore attendeva, quindi, che si presentasse un antipapa, come manifestazione dell’Anticristo, per lo scontro definitivo; ma era facile, a chi lo ascoltava, immaginare che, data la corruzione dei tempi, l’Anticristo fosse già il papa sedente sulla cattedra di Pietro. A tale deduzione sembra appunto che sia giunto, tra gli altri, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, quando a Messina nel 1190, in procinto di salpare per la crociata, a Gioacchino che gli faceva profezie di buon augurio e gli parlava dell’Anticristo, rispose: “Se l’Anticristo deve manifestarsi a Roma e possedere la sede apostolica, penso che sia proprio quel Clemente che è papa adesso”. La predicazione apocalittica di Gioacchino da Fiore e quella pauperistica di Pietro Valdo contribuirono entrambe alla formazione di san Francesco d’Assisi, e i seguaci di Gioacchino da Fiore, difatti, identificheranno in lui l’angelo dell’Apocalisse.

S. Francesco d’Assisi

Figlio di un ricco mercante, come Valdo rinunciò egli pure alle ricchezze, nel 1206, per sposare “madonna Povertà” e farsi “gíullare” di Cristo. Nei primi tempi, esaltato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, egli girava per i villaggi e le campagne, proclamando: “Sono l’araldo del gran Re”, e presentava gli amici che lo seguivano: “Questi sono i miei cavalieri della Tavola rotonda”, annunciando il prossimo avvento del Regno di Dio. Poi, nel 1209, sentì la vocazione di far conoscere il vero messaggio di Gesù anche con l’esempio di una comunità che vivesse secondo il modello dei primi apostoli. Anch’egli, come Valdo, essendo laico, si vide negare, nel 1210, il permesso di predicare da papa Innocenzo III, e anch’egli non ubbidì, e cominciò a diffondere parole di speranza tra le povere genti della sua Umbria. Le prime biografie del santo, poi proibite dalla Chiesa e sostituite da agiografie edulcorate a scopo di edificazione, lo mostrano assai più polemico e vigoroso che non la leggenda. Per esempio, la famosa predica agli uccelli, passata nei Fioretti come una generica manifestazione d’amore per le creature umili e indifese, fu invece un gesto simbolico di condanna della corruzione della società e un’irritata risposta a Innocenzo III che l’aveva cacciato via con questa frase di disprezzo: “Vattene, frate, dai tuoi maiali, ai quali assomigli, e rivòltati con essi nel fango”; egli, in quell’occasione, raccontano Ruggero di Wendover e Matteo Paris, uscito fuori Roma, chiamò a raccolta i corvi e gli altri uccelli da preda che razzolavano tra i cadaveri nei cimiteri e predicò loro le parole dell’Apocalisse: “Venite, radunatevi al gran banchetto di Dio, mangiate la carne dei re, dei tribuni e dei superbi … “. Un secondo tentativo per ottenere il riconoscimento papale, fatto nel 1217 con il nuovo pontefice Onorío III, fu ancora respinto. Per lo sconforto, Francesco si propose di andare a predicare in Francia e in Germania, ma fu sconsigliato dal cardinale Ugolino dei Conti: “Ci sono nella Curia di Roma troppi prelati che vorrebbero molto nuocere a te e al tuo ordine”. Allora, nel 1221, per evitare persecuzioni ai suoi compagni, Francesco sì piegò a costituire un ordine monastico regolare, ma, rattristato, lasciò la carica di ministro generale e si ritirò a vita eremitica. Fu il capitolo francescano a redigere la Regola prima, che contemplava l’obbligo di ubbidienza alle autorità ecclesiastiche e della predicazione “al servizio della Chiesa”. Questa regola, ancora “mitigata” per cura del cardinale Ugolino dei Conti, venne finalmente approvata da Onorio III con una bolla del 1223. Alla prescrizione di povertà assoluta, voluta da san Francesco e ancora contenuta nella Regola prima, fu fatta un’eccezione: l’ordine poteva possedere beni “per le necessità degli infermi e per vestire altri frati”. L’ordine francescano cessava di essere una comunità pauperistica. Nel 1226, sceso dal suo eremo alla Verna, dove aveva anche ricevuto le stigmate, Francesco d’Assisi, in gravissime condizioni di salute e affetto da quasi totale cecità, dettò il Testamento: “Ordino fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque siano, non osino mai chiedere qualche privilegio alla curia romana, né direttamente né per interposta persona, né in favore di una chiesa o di qualche altro luogo, né con la scusa di dover predicare, né per difendersi da una persecuzione; ma dovunque non vengano ricevuti, fuggano ad un’altra terra”. Francesco mori poco dopo, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre. L’arnarezza di Francesco che le agiografie chiamano “tentazione del Maligno” nel vedere il proprio ordine sottomesso alla curia di Roma, non fu dimenticata dai seguaci più fedeli, i quali continueranno a rispettare la regola “non bullata” dal pontefice e il Testamento del loro maestro ponendosi pertanto, automaticamente, tra gli eretici.

La repressione violenta

La reazione della Chiesa contro tutte le forme di contestazione e d’indisciplina non si fece aspettare a lungo. Già al Concilio di Verona del 1184, che ratificò anche un accordo politico tra la Chiesa e l’imperatore Federico Barbarossa, papa Lucio III, assicuratasi la sua collaborazione nella lotta contro gli eretici, aveva emanato la famosa bolla Ad abolendam diversarum haeresium pravitatem: “Allo scopo di abolire la pravità di molteplici eresie, che nei tempi recenti ha cominciato a pullulare in parecchie parti del mondo, sotto nomi diversi, Noi insorgiamo, condannando ogni loro dottrina. Decretiamo che primi fra tutti i Catari e i Patarini e quelli che con falso nome si spacciano per Umiliati o Poveri di Lione, e i Passagini, i Giuseppini da Giuseppe, vescovo dei catari di Concorezzo e gli Arnaldisti siano in perpetuo colpiti da scomunica. E poiché taluni altri, sotto l’apparenza di pietà religiosa, ma offendendone il valore sacro, si arrogano l’autorità di predicatori, sebbene l’apostolo dica: “Come predicheranno se non sono autorizzati?”, tutti, dunque, coloro che, o essendone stati proibiti o non autorizzati, senza aver ricevuto il permesso dalla sede apostolica o dal vescovo della loro sede, presumono di predicare pubblicamente o privatamente, sono scomunicati; così pure tutti coloro che circa il sacramento del corpo e del sangue dei Nostro Signore Gesù Cristo, o circa il battesimo, la remissione dei peccati, il matrimonio, o gli altri sacramenti, non hanno ritegno a pensare e insegnare diversamente da quanto predica e insegna la sacrosanta Chiesa di Roma. Sono tutti, dunque, scomunicati, sia che si chiamíno consolati o credenti o perfetti o con qualsiasi altro nome superstizioso”. Questo documento fornì le basi, nel 1198, a Innocenzo III, appena salito al soglio pontificio, per attuare la grande offensiva: non bastava la scomunica, Innocenzo 111 voleva lo sterminio degli eretici. Innanzi tutto egli capì che il momento politico era particolarmente opportuno per bandire una crociata contro gli albigesi, appoggiando le mire espansionistiche dei feudatari francesi con la promessa che sarebbero divenuti proprietari delle terre liberate dai catari in Provenza e nella Linguadoca, togliendole ai loro signori, che erano in parte sudditi dei principi d’Aragona, in parte dei Plantageneti d’Inghilterra coi quali appunto già era in guerra Filippo Augusto di Francia. Innocenzo 111 assicurò all’impresa la collaborazione del clero locale, cominciando subito col sostituire numerosi vescovi, considerati troppo miti, e col mandare uomini più decisi, investiti del potere assoluto di giudici (inquisitores). Sorgevano così, regolati da una precisa procedura redatta dallo stesso Innocenzo III, i tribunali dell’inquisizione, terribile strumento per la lotta antiereticale. I primi inquisitori inviati nei paesi catari furono Ranieri dei conti di Segni, fratello del papa, Pierre di Castelnau con frate Rodrigo come segretario, e il vescovo di Osma, Diego di Acevedo, col canonico Domenico di Guzman (il futuro santo).

S. Domenico (Domenico di Guzman)

Domenico di Guzman fu tra i più zelanti, cercando frequentemente di discutere coi catari e condannandoli senza pietà se non si convertivano, e inoltre, racconta un suo biografo, “conoscendo la destrezza con cui gli eretici s’impossessavano dell’educazione delle giovinette nobili quando le famiglie erano troppo povere per poterlo fare, onde sottrarle alla seduzione dell’errore, fondò un monastero femminile a Prouille, presso Montréal, sotto la giurisdizione del vescovo di Tolosa”.Domenico poi, nel 1215, fonderà il suo ordine di predicatori, adottando l’astuta politica di mandarli in giro poveramente vestiti, alla maniera dei valdesi e dei fraticelli di san Francesco, per ingannare le masse con una predicazione pauperistica, che però non aveva lo scopo di riformare i costumi della Chiesa. Mentre si preparava il terreno per la crociata contro gli albigesi, i catarì italiani furono i primi a subire la persecuzione, soprattutto a Orvieto, dove così spietata fu l’azione del senatore Pietro Parenzo da provocare una sollevazione popolare, in cui egli stesso trovò la morte, e a Viterbo, dove il papa in persona, recatosi in visita, fece abbattere tutte le case dei catari. Nel 1202 papa Innocenzo III annunciò le indulgenze che era disposto ad accordare a tutti coloro che avrebbero partecipato a una crociata, sia contro i musulmani sia contro gli albigesi: “Coloro che lo faranno di persona e a loro spese avranno piena remissione di tutti i peccati, quelli che contribuiranno alle spese con i propri beni acquisteranno indulgenza in proporzione al soccorso dato. 1 crociati saranno sotto la protezione della Chiesa fino al loro ritorno, saranno scaricati dei debiti, segnatamente quelli contratti con Ebrei; gli ecclesiastici che prenderanno parte alle crociate potranno impegnare per tre anni i redditi dei loro benefici. Tali indulgenze saranno valide sia per coloro che andranno in Oriente contro i musulmani, sia per coloro che andranno in Spagna contro i mori, sia per coloro che andranno in Provenza contro gli albigesi”.La bolla fu fatta diffondere in tutte le diocesi d’Italia, Germania, Svezia, Danimarca, Boemia, Ungheria, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Mentre già nel 1202 iniziava la IV crociata in Oriente, che si mutava però in una guerra di conquista dell’impero bizantino, a tutto vantaggio della repubblica di Venezia, Innocenzo III aspettava ansiosamente che si presentasse l’occasione di aprire le ostilità contro gli albigesi. L’occasione fu offerta, nel 1208, dall’uccisione del legato pontificio Pierre di Castelnau. Innocenzo III, dando la colpa al conte Raimondo VI di Tolosa di aver ordinato o ispirato l’assassinio, lo scomunicò, e rivolse immediatamente un appello ai nobili di Francia per sollecitarli a vendicare l’ingiuria fatta alla Chiesa e a estirpare la peste della eresia.

La crociata contro gli Albigesi

Nel 1209 i crociati (ventìmila cavalieri e duecentomila fanti) furono finalmente tutti riuniti nel quartiere generale di Lione. Avendo Filippo Augusto, re di Francia, rinunciato a guidare la crociata, perché impegnato in guerra con Giovanni Senzaterra, il papa affidò l’incarico al conte Simone di Montfort, appena reduce dalla IV crociata in Oriente. Al comando di Simone di Montfort, il quale, a mano a mano che conquistava un territorio ne riceveva l’investitura da Innocenzo III, i capi dei crociati: il duca di Borgogna, i conti di Nevers, di Saint Paul e di Bar, gli arcivescovi e i vescovi di Autun, Bayeux, Bourges, Chartres, Clermont, Reims, Roanne e Sens, con i propri vassalli, spinsero le soldatesche ad atrocità incredibili. I catari, naturalmente, difendevano i castelli non solo per fedeltà ai loro signori, ma soprattutto nel tentativo disperato di salvare la propria vita perché, appena i crociati espugnavano una piazza, avveniva un massacro generale della popolazione, al quale non sempre i cattolici che erano con loro potevano sfuggire. Già all’occupazione di Béziers, che fu il primo atto della crociata, il 22 luglio del 1209, allorché venne dato ordine ai soldati di passare a fil di spada i ventimila abitanti, uomini, donne e bambini, per vincere la loro esitazione a una carneficina indiscriminata, Arnaldo Amalrico, abate generale di Citeaux a quanto racconta lo storico Cesario di Eisterbach gridò a gran voce: “Uccideteli tutti: Dio riconoscerà poi i suoi!”. Lo stesso anno, dopo l’assedio di Carcassonne, a uno dei perfetti che lo implorava di risparmiarlo, dicendosi pronto ad abiurare, Simone di Montfort rispose: “Se sei veramente pentito, il rogo sarà l’espiazione dei tuoi peccati; se menti riceverai con esso la giusta ricompensa della tua perfidia”.Anche i nobili non sempre sfuggivano alla morte. Nel 1210, avendo il conte di Tolosa fatto espellere il vescovo, Simone di Montfort accorse ad assediare la città e, dopo la conquista, anche Aimery di Montréal, che era con gli assediati, venne impiccato sulla forca, gli ottanta cavalieri del suo seguito passati a fil di spada, la sorella del conte di Tolosa gettata in un pozzo e ricoperta di pietre, e “infine” dice il cronista Pierre de Vaux “i nostri crociati arsero sul rogo non meno di quattrocento eretici, con estrema gioia”.Alla resa di Minerve, tutti i cittadini, eccetto tre donne, si buttarono spontaneamente su di un rogo di così vaste proporzioni, che il fuoco si appiccò ai boschi circostanti. Non era soltanto una prova di disprezzo della morte, secondo i canoni della religione catara, ma anche il desiderio di evitare il dileggio dei persecutori, e per le donne la vergogna, perché spesso, soprattutto le giovani, spogliate prima di essere condotte al supplizio, eccitavano gli istinti erotici delle soldatesche, che gridavano oscenità o cantavano una canzone che iniziava con queste parole: “La bela eretja ins lo foc jitada … “. Tra la fine del 1210 e la primavera del 1211, i crociati conquistarono ancora Cassés, Cahusac, Montferrand, Gaillac, Montégut, St. Marcel e St. Antonin. Lesercito eretico, organizzato e guidato dal conte di Tolosa, riuscì a rioccupare alcune di queste terre, ma fu una vittoria effimera. Altri vari signori della Francia del Nord si unirono con le loro truppe alla crociata, e caddero sotto i loro assalti: Angen, Penne, Birou e Moissac. Nel novembre del 1212, Simone di Montfort tenne un’assemblea generale dei crociati a Pamiers e dettò le sue disposizioni: obbligo di giuramento di fedeltà alla sua persona, quale feudatario delle terre fin allora conquistate; rispetto delle immunità del clero locale; espulsione di tutti gli eretici sopravvissuti, comprese le loro mogli, anche se fossero cattoliche; quanto alle vedove e nubili, divieto assoluto di sposare abitanti del luogo, ma solo soldati della Francia; espulsione da città e villaggi di tutte le prostitute. Inoltre, i signori che egli avrebbe nominato vassalli nelle terre conquistate non avrebbero potuto imporre tasse su pascoli, pozzi, taglio dei boschi, eccetera senza il suo permesso. Intervenne allora Pietro d’Aragona, legittimo signore di gran parte di quelle terre. Venuto a Tolosa e presi contatti con i suoi vassalli e con i capi catari, chiese a Simone di Montfort che fossero restituiti i feudi ai conti di Tolosa, Foix e Comminges. Avutone un rifiuto, Pietro d’Aragona si appellò direttamente al papa, che accolse le sue richieste, ma gli inviati del conte di Montfort convinsero il papa a revocare la propria decisione. Indignato, Pietro d’Aragona radunò truppe e assediò la città di Muret, occupata dai crociati; ma nella terribile battaglia (migliaia di morti) rimase egli pure ucciso. Per tutto il 1213 e il 1214, Simone di Montfort e suo fratello Guy infierirono devastando le campagne, radendo al suolo castelli, saccheggiando città e villaggi. La spaventosa strage ebbe termine soltanto nel 1215, quando Luigi, figlio del re di Francia, trovandosi libero per la tregua fatta dal padre col re d’Inghilterra, si unì ai crociati, assumendone il comando al posto di Simone di Montfort. Nel novembre dello stesso anno, Innocenzo III adunò il quarto Concilio ecumenico lateranense, per celebrare la vittoria. Prima di tutto fu definita la questione dei beni feudali sottratti ai signori di Provenza e Linguadoca, con l’ordine a Simone di Montfort di restituire la contea di Tolosa al figlio di Raimondo VI. Ordine a cui Simone non accettò di ubbidire, continuando ad assediare Tolosa, finché nel 1218 verrà mortalmente colpito al capo da una pietra lanciata da una catapulta, manovrata da una donna. Dice una cronaca valdese dell’epoca: “Venc tot dret la peira lai on era mestiers”. Al compiacimento per l’estirpazione dell’eresia catara, il quarto Concilio laterano aggiunse anche la condanna di altre eresie, aprendo così la strada a nuove persecuzioni. Si condannò “il dogma perverso” di Amaury di Bene, lettore all’Università di Parigi, che, accostandosi al pensiero già espresso nel secolo VIII da Giovanni Scoto Eriugena, sosteneva l’unità di tutte le cose in Dio, il che fu considerato una pericolosa forma di panteismo. Si condannarono le dottrine di Gioacchino da Fiore con l’accusa di triteismo, per aver distinto le età del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e per aver definito “blasferno” il De Unitate et Essentia Trinitatis di Pietro Lombardo, uno dei più noti teologi della scolastica, detto “magister sententiarurn”, vescovo di Parigi morto nel 1160. Inoltre il Concilio prese importanti decisioni dogmatiche e disciplinari miranti a un più severo controllo dei credenti e dei non credenti. Si definì il dogma della consustanziazione, secondo la dottrina già formulata nel 1125 dal monaco Ildeberto, minacciando la scomunica a chi mettesse in dubbio che, al momento della consacrazione, il pane e il vino dell’eucarestia, pur mantenendo il loro aspetto e le loro qualità intrinseche, si mutano nella sostanza del corpo e sangue di Cristo. Si rese obbligatoria, almeno una volta all’anno, la confessione auricolare e la comunione, con severe condanne per coloro che se ne sottraessero. Si stabilì che le penitenze imposte dal sacerdote dopo la confessione potessero essere sostituite da un’oblazione in denaro alla Chiesa. Si chiese l’impegno delle autorità civili nel perseguitare gli eretici nei propri paesi, stabilendo che i loro beni confiscati sarebbero andati per un terzo a chi li aveva denunciati, un terzo agli inquisitori, e un terzo alle autorità del luogo. Si emanò l’ordine che gli ebrei apponessero nella parte anteriore dei loro vestiti una pezza rotonda, di riconoscimento, e portassero un copricapo a punta. Si affermò verità di fede l’esistenza reale degli angeli e dei demoni e la possibilità di un loro intervento diretto nella vita degli uomini. L’ultima definizione permetteva di chiarire finalmente anche l’esistenza delle streghe, quali strumenti mondani dei demoni, per le loro opere malvagie. La credenza nelle streghe, capaci di operare sulle forze occulte della natura con incantesimi, era già diffusa nel cristianesimo, per eredità sia dell’ebraismo sia della religione pagana, ma ora la stregoneria è definita “la più orribile di tutte le eresie”, in quanto patto col diavolo per abbattere il regno di Dio. La leggenda dei sabba notturni delle streghe coi diavoli fu forse suggerita da una distorta interpretazione del consolamentum cataro: l’accettazione dei nuovi fedeli, tra cui anche donne, che s’inginocchiavano a baciare le mani dei perfetti e poi abbracciavano i confratelli, cerimonia che si svolgeva solitamente di notte, per eludere i sospetti. Fatto sta che da questo momento ebbe inizio una feroce repressione di tante poverette, per lo più modeste guaritrici con erbe, con le accuse più infami.

Federico II

Ora, a infierire contro gli eretici si aggiungeva anche Federico II, bisognoso dell’appoggio papale per la sua politica di espansione in Italia. I suoi statuti del 1220 contengono drastiche disposizioni contro: “Catharos, Patarenos, Speronistas, Leonistas [i Poveri di Lione] Arnaldistas, Circoncìsos (forse i passagini et omnes hereticos utriusque sexus) e quattro anni dopo Federico emanò la costituzione che inizia con le parole: “Cum ad conservandam”, rivolta espressamente contro i guelfi della Lombardia, in maggioranza patarini, come contromisura alla loro opposizione che stava per concretarsi nella seconda Lega lombarda. In ottemperanza alla suddetta costituzione, nel 1225 a Verona furono arrestati e arsi sul rogo sessanta catari, uomini e donne, tra cui anche membri di famiglie nobili. Tuttavia Federico, venuto a contrasto con la Santa Sede per le sue conquiste nell’Italia meridionale, sarà egli stesso ripetutamente scomunicato, con l’accusa di empietà, di persecuzione della Chiesa, e di eresia, anche per la sua tolleranza, alla propria corte siciliana, di studiosi arabi e persino dell’astrologo e mago Michele Scoto. Come conseguenza, anche la lotta tra i comuni e i grandi feudatari, i primi (guelfi) appoggiati dalla Chiesa, gli altri (ghibellini) appoggiati dall’Impero, fu vista in chiave religiosa, e pertanto cambiarono i rapporti tra ortodossia ed eresia: ora i guelfi, rappresentanti la pars Ecclesiae, erano i buoni, mentre i ghibellini, rappresentanti la pars Imperii, nemica della Chiesa, diventavano i cattivi eretici. Non essendo nemmeno più sicura la fedeltà dei vescovi, appartenenti ai grandi feudatari, papa Gregorio IX nel 1233 sottrasse loro il compito di inquisire gli eretici e lo affidò all’ordine domenicano. Lo stesso anno, i domenicani cominciarono a impegnarsi con zelo nella persecuzione: vennero arsi sul rogo centinaia di catari, e alcuni di essi, soprattutto in Germania, poiché affermavano che il mondo della materia è creazione diabolica, furono condannati come luciferiani, ossia adoratori di Lucifero. Strepitoso fu il successo dell’inquisizione anche in Lombardia. Già nel 1233, secondo la relazione di Pietro da Verona, padre provinciale dei domenicani, “una grandissima moltitudine di eretici fu bruciata, e più di centomila si sono convertiti alla fede cattolica: costoro ora esecrano e perseguitano gli eretici che prima difendevano”. I domenicani, infatti, sollecitavano l’appoggio delle masse cattoliche, istigandole alla delazione c’era anche per i delatori una percentuale dei beni degli eretici segnalati, in base alle disposizioni del Concilio laterano del 1215, e alimentando il loro fanatismo con manifestazioni spettacolari. Il 1233 fu chiamato “l’anno dell’alleluja”: per iniziativa dei domenicano Bartolomeo da Vicenza nacque a Parma l’ordine della Milizia di Gesù Cristo; a Milano, il padre provinciale Pietro da Verona fondò la Confraternita della Vergine, e tosto altre associazioni laiche dello stesso genere pullularono un po’ dappertutto. Lunghe colonne di uomini, donne, giovani e fanciulli, scalzi con addosso abiti di penitenza, seguivano in processione ecclesiasti e anche laici, invasati da mistico entusiasmo, con urla di gioia, cantando “Alleluja! Alleluja!”. Ce ne ha lasciata una vivace descrizione il cronista francescano Salimbene da Adam da Parma. La Chiesa vide con favore l’esplosione di fanatismo, interpretandola come un proprio trionfo; ma in realtà era anche quella, da parte delle masse, una reazione psicologica all’indifferenza della Chiesa per i loro problemi, e le salvava dall’eresia soltanto il fatto che esse seguivano predicatori autorizzati dalle autorità ecclesiastiche. Intanto, pur sotto l’infierire della persecuzione, continuava la contestazione ereticale. Nel 1234, papa Gregorio IX scrisse agli inquisitori della Linguadoca una lettera d’íncitamento: Ad capíendas vulpeculas: “Vi esortiamo a catturare le piccole volpi, ossia gli eretici, che si danno da fare per devastare la vigna del Signore, e a eliminarli completarnente”. Imperversa allora più feroce la lotta degli inquisitori contro catari e valdesi.

Si registrano casi pietosi, come quello di un gruppo di donne catare che, con la loro “perfetta”, sorella del conte Arnaud de la Mothe, si rifugiano in una grotta e si lasciano morire di fame e di freddo; e anche casi di inumana efferatezza, come a Cambrai, dove il vescovo fa dissotterrare e ardere il cadavere di un certo Guillaume Cornelis che negli anni immediatamente precedenti aveva predicato la virtù della povertà, giungendo a dire: “Una prostituta, se è povera, è più meritevole di un ricco che sia casto e continente.” Com’era da attendersi, talvolta gli eretici reagivano, per esasperazione, a simili atrocità, e allora si alternavano le violenze da una parte e dall’altra. Nel 1235, a Tolosa, essendo l’inquisitore Guglielmo Arnaud venuto a conoscenza, in seguito a confessioni estorte con la tortura, dei nomi di eretici ormai defunti, ne fece esumare e gettare sul fuoco i resti. 1 parenti protestarono e l’inquisitore ordinò il loro arresto. Allora, tutta la popolazione insorse, indignata, e col benestare dei consoli del comune furono cacciati dalla città l’Arnaud e gli altri frati domenicani, trascinandoli per i piedi e per le braccia fuori del convento. Ne fu fatto rapporto a papa Gregorio IX, e questi minacciò di scomunica il conte di Tolosa, Raimondo VII, se non fosse intervenuto a ristabilire l’ordine. Il conte dovette cedere per evitare il peggio. Nel 1239, a Orvieto, fu assalito e percosso in convento l’inquisitore domenicano Ruggero Calcagni, resosi odioso per l’eccessiva severità. Altri due inquisitori furono sorpresi e linciati dalla folla nel 1242, ad Avignonet, presso Tolosa, nel castello che li ospitava. L’anno seguente circa duecento catari, furono cinti di assedio mentre erano riuniti nel cortile del castello di Montségur, che la munificenzi del conte Pierre Rogier di Mirepoix aveva loro donato. Presi di mira dal lancio di proiettili, prima di morire essi fecero testamento dei loro averi e una grossa somma fu assegnata al conte Rogier, che riuscì a mettersi in salvo con pochi altri, attraverso un sotterraneo segreto. Ma la vecchia contessa Corba, la marchesa di Lantar, e la figlia di questa con la propria bambina rimasero, per morire coi catari. I superstiti, costretti a uscire, furono arsi con altri compagni di fede catturati nei dintorni (in totale circa trecento persone) su di un immenso rogo, in una località che conserva ancora oggi il nome di Pratz dels crematz. Altri centocinquantasei catari furono giustiziati nel 1245 a Limoux, nonostante avessero rivolto domanda di clemenza al pontefice, dicendosi disposti ad abiurare. A volte, contro la crudeltà della persecuzione, si levava unanime la protesta delle masse popolari, anche cattoliche, inorridite e spaventate. Nelle Fiandre e in Piccardia, nel 1251, si creò addirittura una crociata di contadini e di pastori, detta appunto dei pastorelli (pastoureaux), che, guidati da un ex monaco cistercense di nome jacob, ma chiamato Maestro d’Ungheria, percorrevano paesi e campagne, accolti con favore dalla popolazione, assaltando conventi, trascinando per le strade i monaci seminudi, tra gli applausi della gente. Dopo qualche mese, la banda, che contava ormai alcune migliaia di membri, fu affrontata e dispersa nei pressi di Bourges. Nello scontro, lo stesso Jacob rimase ucciso. Il 6 aprile del 1252 fu trovato ucciso in un bosco col proprio segretario, il provinciale domenicano della Lombardia Pietro da Verona, proprio la vigilia del giorno da lui fissato come termine perentorio entro cui gli eretici lombardi avrebbero dovuto presentarsi per far atto di abiura e di sottomissione alla Chiesa. Perciò la sua morte fu attribuita a un’imboscata di eretici, ed egli sarà più tardi beatificato col nome di Pietro martire. Preoccupato per questo insorgere di ribellioni, nel maggio dello stesso anno, Innocenzo IV prese una gravissima decisione: con la bolla Ad extirpandam autorizzò il ricorso alla tortura (già tuttavia largamente applicata dagli inquisitori), ma prescrisse che fosse eseguita materialmente soltanto da pubblici ufficiali (il braccio secolare), essendo proibito ai sacerdoti dai canoni ecclesiastici, il ricorso alla violenza e lo spargimento di sangue. Ma, data la necessità degli inquisitori di presenziare alle torture, per estorcere le confessioni degli eretici, quattro anni più tardi Alessandro IV li libererà dal divieto imposto dalla bolla di Innocenzo, a patto che poi si assolvessero l’un l’altro per l’infrazione fatta ai canoni. Purtroppo, l’attività inquisitoriale era divenuta anche fonte di lucro per molte persone: gli inquisitori, i pubblici ufficiali, i cancellieri, le guardie, i torturatori, i taglialegna che fornivano il materiale per i roghi, i delatori, cui spettava un premio speciale e una parte dei beni sequestrati agli eretici. Bastava un sospetto, un’accusa anche falsa, per mettere alla tortura persone magari innocenti. t eloquente, a questo riguardo, l’appello che sarà rivolto a papa Onorio IV, nel 1285 dai consoli di Carcassonne.

Estratto dal libro “L’Eresia” di Marcello Craveri.

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Katharous

Il movimento dei catari (“katharos” in greco significa “puro”) si diffuse nell’Europa centro-occidentale nell’XI secolo. Veniva probabilmente dall’Oriente, direttamente dalla Bulgaria, dove i predecessori dei catari furono i bogomili, particolarmente numerosi nel X secolo. Ma l’origine di queste eresie è più antica. I catari si articolavano in numerose sette. Papa Innocenzo III ne enumerò fino a 40. Esistevano inoltre anche numerose altre sette che avevano molti punti in comune con la dottrina dei catari: i petrobrusiani, gli enriciani, gli albigesi. Questi gruppi vengono generalmente riuniti sotto la comune denominazione di eresie gnostiche e manicheiste.

Per non appesantire eccessivamente il quadro, parleremo d’ora innanzi delle idee comuni, senza specificare ogni volta a quale setta precisa si fa riferimento .

Tutte le ramificazioni del movimento avevano in comune il riconoscimento dell’inconciliabile contrasto tra il mondo materiale, fonte del male, e quello spirituale, ricettacolo del bene. I cosiddetti catari dualisti attribuivano il contrasto all’esistenza di due dei, quello del Bene e quello del Male. Fu il dio del Male a creare il mondo materiale: la terra e ciò che vi cresce, il cielo, il sole e le stelle, come pure il corpo umano. Il dio del Bene creò invece il mondo spirituale, nel quale esiste un altro cielo, altre stelle, un altro sole, tutti spirituali.

Altri catari, detti monarchiani, credevano a un unico dio buono, creatore dell’universo, mentre il mondo materiale sarebbe stato creato dal suo figlio primogenito decaduto, Satana o Lucifero. Gli uni e gli altri erano d’accordo nel dire che i due principi antagonisti della materia e dello spirito non possono avere alcun punto di contatto; e per questo rinnegavano anche l’incarnazione del Cristo (ritenendo che il suo Corpo fosse spirituale, con la sola apparenza della materialità) e la resurrezione della carne.

Il dualismo trovava conferma, secondo i catari, nella divisione delle Sacre Scritture in Antico e Nuovo Testamento. Il Dio dell’Antico Testamento, creatore del mondo materiale, veniva a identificarsi con il dio del Male o Lucifero. Riconoscevano invece nel Nuovo Testamento l’emanazione del dio buono.

I catari ritenevano che Dio non avesse creato il mondo dal nulla, che la materia fosse eterna e che il mondo non avrebbe avuto fine. Il corpo umano era anch’esso frutto del principio del male; invece l’anima, secondo la loro concezione, non aveva sempre un’unica origine. Per la maggioranza degli uomini anche l’anima, come il corpo, era emanazione del male. Questi uomini non potevano sperare di salvarsi ed erano condannati a perire quando il mondo materiale fosse ritornato al caos primigenio.

Invece l’anima di una cerchia ristretta di uomini era stata creata dal dio buono, si tratterebbe degli angeli che dopo la tentazione di Lucifero sono stati imprigionati nel carcere del corpo. In seguito alla trasmigrazione in vari corpi (i catari credevano nella
reincarnazione) erano destinati a finire nella loro setta, e là ottenere la liberazione dal carcere del corpo.

Ideale e scopo ultimo dell’umanità, in linea di principio, doveva essere il suicidio generale. Esso era concepito o in modo diretto (che vedremo oltre) o vietando ogni attività procreativa. Nella dottrina avevano un posto importante anche i concetti di peccato e di salvezza. I catari rifiutavano il libero arbitrio. I figli del male, condannati a perire, non avrebbero in alcun modo potuto sfuggire la loro sorte, mentre chi aveva avuto accesso per iniziazione alla categoria superiore della setta ormai non poteva più peccare. Essi dovevano sottostare a tutta una serie di regole durissime per combattere il pericolo di contaminarsi con la materia peccaminosa; e se peccavano ciò significava semplicemente che il rito dell’iniziazione era rimasto inefficace perché l’anima dell’iniziatore o dell’iniziato non era angelica.

Prima dell’iniziazione la libertà di costumi era illimitata, giacché l’unico vero peccato era stato la caduta degli angeli dal cielo e tutto il resto non ne era che la conseguenza necessaria. Dopo l’iniziazione il pentimento non era più ritenuto necessario, e nemmeno l’espiazione dei peccati.

L’atteggiamento dei catari verso la vita nasceva dal loro concetto del male identificato con il mondo materiale. La perpetuazione della specie veniva considerata opera satanica, la donna incinta si trovava sotto l’influenza del demonio come pure ogni neonato. Per gli stessi motivi la carne, e tutto ciò che aveva a che fare con l’unione sessuale, erano vietati. La stessa tendenza portava a ritirarsi dalla vita della società; le autorità terrene erano creature del dio malvagio, non si doveva sottomettere, ricorrere ai tribunali, prestare giuramento e impugnare le armi. Chiunque, giudice o soldato, avesse fatto uso della forza era considerato un assassino. E’ chiaro che in questo modo diventava impossibile partecipare a molti aspetti dell’attività sociale. Per di più molti consideravano proibito ogni rapporto con “la gente del mondo” estranea alla setta, salvo che nel tentativo di convertirla .

Tutte le sette erano accomunate da un’accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che per loro non era la Chiesa di Cristo ma quella dei peccatori, la meretrice Babilonia. Il Papa era considerato la fonte di tutte le prevaricazioni, e i preti come pubblicani e farisei. La caduta della Chiesa cattolica, secondo loro, risale al tempo di Costantino il Grande e di papa Silvestro, quando la Chiesa, a dispetto dei comandamenti di Cristo, diede la scalata al potere secolare (con la cosiddetta Donazione di Costantino). I sacramenti erano misconosciuti, specialmente il battesimo dei bambini (in quanto non sono ancora in grado di credere), ma anche il matrimonio e l’eucarestia.

Alcune ramificazioni secondarie dei catari (i catarelli e i rotari) usavano saccheggiare regolarmente le chiese. Nel 1225 i catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova. Tra il 1143 e il 1148, Eon de l’Etoile, capo di una setta manichea, si dichiarò figlio di Dio, signore di tutto il creato e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di mettere a sacco le chiese.

L’odio dei catari si dirigeva soprattutto contro la croce in cui essi vedevano il simbolo del dio del Male. Già attorno al Mille, nella regione di Chálons un certo Leutardo incitava a distruggere croci e immagini sacre. Nel XII secolo Pietro di Bruys innalzava falò di croci, finendo poi lui stesso sul rogo per volere della folla indignata.

Per loro le chiese non erano che mucchi di pietre, e la liturgia un rito pagano; rifiutavano pure le immagini sacre, l’intercessione dei santi, le preghiere dei morti. Il domenicano Ranieri Sacconi, un inquisitore che per 17 anni era stato eretico, scrive che ai catari non era proibito saccheggiare le chiese.

Essi rifiutavano la gerarchia cattolica ma ne possedevano una propria; lo stesso era per i sacramenti. La struttura organizzativa di base poggiava sulla divisione in due gruppi, quello dei “perfetti” e quello dei “credenti”. I primi erano un numero ristretto (Ranieri ne contò 4.000 in tutto), ma rappresentavano l’oligarchia che guidava tutta la setta; essi costituivano il clero cataro: vescovi, presbiteri e diaconi. Soltanto a loro era svelata l’intera dottrina della setta, mentre i “credenti” erano tenuti all’oscuro di molti suoi punti soprattutto dei più radicali in forte contrasto con il cristianesimo. Soltanto i “perfetti” erano tenuti a osservare innumerevoli prescrizioni; in particolare non potevano in alcun caso abiurare la loro dottrina, in caso di persecuzioni dovevano affrontare il martirio, mentre i “credenti” potevano frequentare la chiesa per salvare le apparenze e in caso di repressione potevano anche rinnegare la propria fede.

In cambio però la posizione dei “perfetti” all’interno della setta era incomparabilmente più privilegiata della posizione di un prete nella Chiesa cattolica. In un certo senso era quasi dio stesso, e come tale veniva onorato dai “credenti”. Questi ultimi avevano l’obbligo di mantenere i “perfetti”. Uno dei riti fondamentali della setta era “l’adorazione” che consisteva in una triplice prosternazione dei “credenti” davanti ai “perfetti”. I “perfetti” dovevano sciogliere il loro matrimonio e non avevano nemmeno il diritto di toccare (alla lettera) una donna. Non potevano possedere bene alcuno ed erano tenuti a votarsi completamente al servizio della setta. Era loro proibito avere fissa dimora, peregrinando in continuazione o rifugiandosi in asili segreti.

L’iniziazione dei “perfetti”, o consolamentum, era anche il sacramento più importante. Non lo si può paragonare ad alcun sacramento della Chiesa cattolica. Si trattava di una via di mezzo tra il battesimo (o cresima), l’ordinazione, la confessione e a volte anche l’estrema unzione. Soltanto chi lo riceveva poteva sperare d’esser liberato dal carcere del corpo, perché la sua anima sarebbe tornata alla dimora celeste.

La maggior parte dei catari non si piegavano alle dure prescrizioni che vincolavano i “perfetti”, ma contavano di ricevere il consolamentum solo in punto di morte, si chiamava allora “la buona morte”. La preghiera che si pronunciava in quell’occasione era simile al Padre Nostro. Spesso, quando un malato che aveva ricevuto il consolamentum guariva, gli veniva suggerito di por fine ai suoi giorni con il suicidio, che si chiamava “endura”. In molti casi l’endura era la conditio sine qua non per impartire il consolamentum; non di rado la subivano i vecchi e i fanciulli che avevano ricevuto il consolamentum (naturalmente in questi casi il suicidio diventava omicidio). Le forme di endura erano svariate: avvenivano per lo più per inedia (nel caso di lattanti che le madri cessavano di nutrire), ma anche per dissanguamento, o con bagni caldi alternati a esposizioni al gelo, con bevande mescolate a frammenti di vetro, oppure ancora mediante strangolamento.Dollinger, che ha esaminato gli archivi dell’Inquisizione a Tolosa e a Carcassonne, scrive: “Studiando attentamente i verbali dei due processi citati ci si convince che furono molte di più le vittime dell’endura (alcune volontarie, altre costrette) che quelle dell’Inquisizione”.

Da questi postulati generali discesero le teorie socialiste diffusesi tra i catari. La proprietà privata era rifiutata come elemento del mondo materiale. I “perfetti” non potevano avere alcuna proprietà individuale, anche se di fatto avevano in mano i beni della setta, spesso ingenti. I catari godevano di una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione.

Tuttavia la predicazione catara si indirizzava per lo più ai ceti inferiori urbani, come dimostrano le denominazioni di varie sette: poplicani (alcuni studiosi la considerano una deformazione di pauliciani), piphler (pure dalla parola plebs), texerantes (tessitori),  indigenti, patarini (dagli stracciaioli milanesi, simbolo dei poveri). Tutti predicavano che la vita può dirsi veramente cristiana solo con la “comunanza dei beni”.

Nel 1023 a Monforte fu celebrato un processo contro dei catari accusati d’aver propagandato il possesso comune dei beni, il celibato e la disobbedienza alla Chiesa. Evidentemente l’appello a mettere in comune i beni era abbastanza diffuso tra i catari, giacché se ne fa menzione in molta pubblicistica cattolica contro di essi. Un autore accusa i catari di predicare in modo demagogico dei principi che sono i primi a non mettere in pratica: “Voi non mettete tutto in comune, c’è chi ha di più e chi ha di meno”.

Il celibato dei “perfetti” e la condanna generalizzata del matrimonio si ritrovano presso tutti i catari. Tra i vari casi previsti, solo il matrimonio è considerato peccato, mentre non lo è la fornicazione al di fuori del matrimonio. Non dimentichiamo che il comandamento “non desiderare la donna d’altri” viene dal dio del Male. Queste proibizioni tendono più che a mortificare la carne, a distruggere la famiglia. Molti contemporanei accusano i catari di tenere le donne in comune, di praticare l’amore
“libero” o “santo”.

San Bernardo di Chiaravalle, verso il 1130-50, accusava i catari di predicare contro il matrimonio ma di praticare poi il concubinato con le donne che avevano abbandonato la famiglia. Dello stesso avviso è Ranieri. Troviamo lo stesso tipo d’accusa nelle cronache dell’arcivescovo di Rouen, Ugo d’Amiens, contro la setta manichea che si era diffusa in Bretagna attorno al 1145.

Alano di Lilla, che scrisse un’opera contro le eresie nel XII secolo, attribuisce ai catari idee di questo genere: “I vincoli matrimoniali contraddicono le leggi della natura, poiché queste vogliono che tutto sia comune”.

L’eresia catara si diffuse in Europa con rapidità sorprendente. Nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza; nel 1018 e nel 1028 si fanno vivi in Aquitania; nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna; nel 1042 e 48 nella diocesi di Chálons-sur-Marne; nel 1051 a Goslar. Buonaccorso, ex vescovo cataro, scrive della situazione in Italia attorno al 1190: “Non sono forse pieni di questi falsi profeti tutti i paesini, le città, i castelli?”. E il vescovo di Milano affermava nel 1166 che nella sua diocesi c’erano più eretici che credenti ortodossi.

Un’opera del XIII secolo enumera 72 vescovi catari,  Ranieri Sacconi parla di 16 chiese catare. Esse avevano stretti legami reciproci, e sembra che in Bulgaria avessero persino un papa. Tenevano concili cui presenziavano rappresentanti di molti paesi. Nel 1167, a Saint-Félix presso Tolosa, si tenne pubblicamente un concilio promosso dal papa eretico Niceta, cui partecipò un gran numero di eretici, venuti fin dalla Bulgaria e da Costantinopoli. Ma il successo maggiore l’eresia lo riscosse nel sud della Francia, nella Linguadoca e in Provenza. Qui furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici. Con una di queste si recò anche san Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava né faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati e insultati.

La nobiltà locale sosteneva attivamente la setta, vedendovi una possibilità di appropriarsi delle terre della Chiesa. La Linguadoca parve per più di 50 anni definitivamente perduta per Roma. Il legato papale Pietro di Castelnau fu ucciso dagli eretici.

Catari o Albigesi (XII – XIII – XIV secolo)

I catari furono la grande alternativa religiosa alla Chiesa Cattolica d’Occidente nel XII e XIII secolo.

Nei loro confronti la reazione della Chiesa fu fortissima e probabilmente proporzionata alla paura che questa

setta potesse mettere in crisi l’intera istituzione cristiana.

Non si trattava infatti di singoli eretici da punire, ma di un fenomeno di vasta portata, a cui l’Europa occidentale

medioevale non era abituata, e che ricordava i grandi movimenti religiosi eterodossi che avevano afflitto l’Impero Romano d’Oriente, come ad esempio i pauliciani. E’ difficile altrimenti da spiegare la creazione di un potentissimo mezzo di repressione, come l’Inquisizione, la fondazione di un ordine religioso, i domenicani, preposti a confutare le dottrine c.

e l’organizzazione di una crociata, con relativa licenza di massacro, di cristiani contro altri cristiani.

Tuttavia bisogna anche tener conto che, in quel momento, lo stesso potere di uno stato sovrano, come la Francia,

già dilaniata dalla guerra dei Cent’anni con l’Inghilterra, sarebbe potuto essere messo in discussione da questa

setta (o meglio dal suo alleato laico, il potente conte di Tolosa): essa quindi fu schiacciata dall’azione combinata di Stato e Chiesa.

La storia. I predecessori

Su questo punto, i commentatori e gli storici si dividono in due gruppi:

Coloro i quali vedono nei catari una continuità del grande filone dualista, dai gnostici a Novaziano ai manichei ai già menzionati pauliciani ai bogomili, e Coloro che, pur non negando qualche similitudine con le sette dualiste precedenti,

sono convinti dell’originalità del pensiero cataro, sviluppato come reazione alla corruzione dilagante nella Chiesa.

Del resto anche le attività di predicatori itineranti all’inizio del XII secolo, come Pietro di Bruis, Enrico di Losanna,

Tanchelmo di Brabante, Eon de l’Etoile, furono il segno di quel malessere, diffuso soprattutto a livello delle classe più

deboli della popolazione, e che poté creare un substrato ideale per lo sviluppo di popolarità del catarismo.

 L’inizio e i precursori

Già dal 1018, i cronisti Ademaro di Chabannes e Rodolfo il Glabro riferirono di “manichei” diffusi nella Francia meridionale, citando gli episodi di Leutard, i canonici di Santa Croce di Orléans, gli eretici di Arras e quelli di Goslar. Simili episodi si segnalarono anche in altre nazioni, come ad esempio Gerardo di Monforte in Italia.

Invece, secondo il frate Anselmo d’Alessandria, nel suo Tractatus de haerecticis, il catarismo era stato portato in Francia da alcuni reduci dalla seconda crociata del 1147 a Costantinopoli (ma non ci siamo con le date: il catarismo sembra infatti essere già presente da tempo in Europa occidentale), dove avrebbero incontrato dei bogomili dell’ordo Bulgariae, da cui vennero convertiti e questo sarebbe il motivo per il quale i catari venivano anche denominati “bulgari” (vedi anche più avanti).

Nel 1143, Evervino di Steinfeld scrisse a San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) per informare sulla presenza nella Renania, a Colonia, di eretici, anche donne, organizzati in uditori e eletti, che accettavano solo il Padre Nostro come preghiera e si rifiutavano di frequentare le chiese e ricevere i sacramenti, eccetto una particolare forma di comunione. Gli eretici furono bruciati e Evervino si stupì che salissero serenamente, o addirittura con gioia, sul rogo. Di simili fatti narrò anche Ecberto di Schonau.

Pochi mesi dopo, lo stesso Bernardo accorse nella Francia meridionale, su invito del legato pontificio cardinale Alberico di Ostia, con lo scopo di intervenire contro le predicazioni di Enrico di Losanna a Tolosa, salvo poi rendersi conto dell’elevata diffusione del catarismo nella zona.

Ogni tentativo del Santo di convertire gli albigesi (come li chiamò dal nome della città di Albi) non ebbe successo e tre anni dopo, nel 1148, il concilio di Tours li condannò, stabilendo che, se scoperti, essi dovessero essere imprigionati e i loro beni confiscati.

Tuttavia queste disposizioni non sembra che avessero avuto particolare effetto, anzi proprio in Francia meridionale, nella Linguadoca e in Provenza, i catari si consolidarono maggiormente.

Questa regione, a ridosso dei Pirenei, nota anche come Occitania, era stata parte dell’ex regno dei Visigoti durante l’alto Medioevo, si era sviluppata come cuscinetto tra il regno dei Franchi a Nord e gli Arabi a sud ed era, dal punto di vista politico, linguistico, culturale e della tolleranza, profondamente diverso dal resto dell’odierna Francia. Infatti gli occitani parlavano la lingua d’oc, e non l’oil come nel resto della Francia, avevano sviluppato la lirica dei trovatori (alcuni dei quali, come Guglielmo Figueira, furono catari), tolleravano gli ebrei e i pensatori eterodossi cristiani.

Vent’anni dopo la missione di San Bernardo, nel 1165 a Lombez fu tenuto un pubblico contraddittorio tra teologi cattolici e catari, con a capo un tale Oliviero, che si risolse in un nulla di fatto.

Fu in quel periodo che i cattolici iniziarono a chiamarli catari, sulla cui etimologia gli autori dell’epoca hanno concepito due teorie: più probabilmente dal greco Kàtharoi cioè puri, o più folcloristicamente dal latino medioevale catus, gatto, un classico travestimento di Lucifero, al quale gli eretici, durante i loro riti (secondo i loro detrattori), baciavano le terga! Furono anche denominati pubblicani o pobliciani o populiciani, in collegamento ad un’altra eresia medioevale dualista, il paulicianesimo. Un ulteriore nome fu “bulgari”, dal paese originario della setta dei bogomili o “manichei” per un collegamento con l’eresia di Mani o impropriamente “ariani” (o arriani) per una connessione con le tesi cristologiche di Ario. Dal mestiere abitualmente svolto da molti dei credenti furono anche chiamati tixerand, dal antico francese per tessitori, mentre grande confusione fanno ancora alcuni autori anglosassoni, che si ostinano a chiamarli patarini, confondendoli con il noto movimento riformista, e non certo dualista, della Pataria del XI secolo.

Invece i catari chiamarono se stessi sempre e semplicemente boni homini o boni christiani.

Nel 1167, essi tennero il loro concilio a Saint-Félix de Caraman (o de Lauragais), vicino a Tolosa, al quale parteciparono il vescovo bogomila Niceta (impropriamente definito il “papa cataro”), e i vescovi della Chiesa di Francia, Robert d’Espernon e di Italia, Marco di Lombardia, oltre a Siccardo Cellerier di Albi e Bernard Cathala di Carcassonne, in rappresentanza delle altre realtà c. francesi. La presenza di Niceta servì ad avvallare la tesi che il bogomilismo di tipo assoluto, tipico della Chiesa di Dragovitza, in Bosnia, aveva influenzato in maniera decisiva la dottrina c. se non fin dall’inizio, almeno da questo momento in avanti.

Inoltre, il movimento nella Francia meridionale fu ristrutturato in quattro chiese: Agen, Tolosa, Albi e Carcassonne (una quinta, quella del Razès fu istituita in piena crociata, nel 1226).

La reazione dei cattolici

Il periodo tra il 1178 ed il 1194 vide il fallimento di diversi tentativi di avvicinamento tra cattolici e catari in Linguadoca, mentre nel 1194 divenne conte di Tolosa, Raimondo VI (1194-1222), che era favorevole ai catari e sul cui territorio poterono svilupparsi indisturbate le diocesi catare di Agen e Tolosa. Tuttavia anche quelle di Albi e Carcassonne non correvano particolari rischi, in quanto comunque in territorio amico, essendo sotto il controllo del visconte Raimond-Roger Trencavel, nipote di Raimondo VI.

La svolta si ebbe nel 1198 con la salita al trono pontificio di Papa Innocenzo III (1198-1216), ideatore di una vera e propria campagna contro i catari.

Dapprima egli inviò nel 1207-1208 famosi predicatori come (San) Domenico di Guzman (n. 1170- m.1221) e Diego d’Azevedo, vescovo di Osma, per cercare di convertire i catari, ma i dibattiti pubblici, come già precedentemente quelli del 1165, non approdarono ad alcun risultato, anzi i teologi catari, come Guilhabert de Castres, ne uscirono a testa alta.

Allora Innocenzo passò alle vie di fatto e bandì una crociata contro gli albigesi, prendendo come pretesto l’assassinio (in realtà a sfondo politico e non certo dogmatico), a Saint-Gilles nel 1208, del legato papale e monaco cistercense Pietro di Castelnau, al quale forse non era estraneo lo stesso Raimondo VI, scomunicato dal legato stesso nel 1207.

Alla Crociata parteciparono vari nobili della Francia settentrionale, come il Duca di Borgogna ed il Conte di Nevers, ed avventurieri di pochi scrupoli, attratti sia dall’indulgenza dai peccati, che, molto più materialmente, dalle possibilità di saccheggio o addirittura di divenire padroni delle città della Linguadoca. L’esercito crociato contava un totale di 20.000 cavalieri e oltre 200.000 soldati e servi al seguito.

Il 22 luglio 1209 la prima città ad essere posta sotto assedio, Béziers fu espugnata dai crociati, e il legato papale Arnaud Amaury, abate di Citeaux, interrogato su come si potesse distinguere gli abitanti cattolici da quelli ccatari, pronunciò la famigerata e tremenda frase: “Uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere i suoi”. Furono massacrate 20.000 persone e Amaury ricevette le congratulazioni dal Papa in persona!

Stessa sorte toccò a Carcassonne, dove fu imprigionato e morì in carcere il visconte Raimond-Roger di Trencavel.

Dal 1210 i crociati, con a capo Simon IV de Montfort, conquistarono una impressionante serie di città o cittadine catare : Agen, Albi, Birou, Bram, Cahusac, Cassés, Castres, Fanjeaux, Gaillac, Lavaur, Limoux, Lombez, Minerve (qui 140 catari si gettarono spontaneamente nelle fiamme), Mirepoix, Moissac, Montégut, Montferrand, Montrèal, Pamiers, Penne, Puivert, Saint Antonin, Saint Marcel, Saverdun, Termes, furono tutte espugnate secondo un crudele copione ben collaudato: seguivano mutilazione di nasi, occhi, orecchie e ovviamente l’onnipresente rogo dove bruciare gli eretici.

Un episodio per tutti fu la conquista di Lavaur nel 1211 con il rogo di ben 400 catari e l’uccisione di Giraude di Lavaur, una nobile catara, sorella del comandante della guarnigione, molto timorata di Dio e amata da tutti i suoi concittadini, anche cattolici. Giraude fu gettata in un pozzo e lapidata a morte dai crociati.

Ogni signore locale di queste città lottò per la sua sopravvivenza, anche se questa significava passare per faydit, colui che era eretico o proteggeva gli eretici ed i suoi terreni venivano dati in ricompensa ai crociati.

Nel 1212 intervenne nella crociata, prendendo le difese dei tolosani, anche il re d’Aragona, Pietro I (1177-1213), cognato di Raimondo, poiché molte delle terre in questione almeno formalmente facevano parte del suo regno. Fra gli Aragonesi ed i crociati la lite degenerò in guerra, ma all’assalto di Muret, con i crociati, tanto per cambiare, nel ruolo di assediati, Pietro fu ucciso.

Il boccone più difficile per i crociati si rivelò l’assedio della capitale Tolosa del 1217-1218, dove Simon de Montfort venne ucciso da una pietra lanciata da una donna. Prese allora il comando della crociata l’inetto figlio di Simon, Amaury VI de Montfort, con scarso successo.

La situazione politica, in ogni modo, stava già cambiando tutta a favore del re di Francia, sia nel 1215, quando il futuro re di Francia Luigi VIII il Leone (1223-1226) era intervenuto personalmente nelle operazioni militari, che nel 1224 quando lo stesso, diventato sovrano obbligò Amaury di fare dono di tutte le terre conquistate alla corona di Francia.

Oltretutto l’incapacità di Amaury permise ai catari ed ai conti di Tolosa di serrare le fila, prima della parte finale della guerra voluta da Papa Onorio III (1216-1227) e condotta da Luigi VIII in persona, e, per questo, denominata Crociata reale (1226-1228).

Alla fine nel 1229, Raimondo VII di Tolosa (1222-1249) spossato da una guerra, che aveva totalmente stravolto il Mezzogiorno della Francia, accettò una pace, mediata da Bianca di Castiglia, madre del nuovo re minorenne Luigi IX (1226-1270), e ratificata con il trattato di Meaux. Raimondo conservò parte delle sue terre, cedendo il resto alla Francia, dovette dichiarare la sua fedeltà al re, ma soprattutto negare ogni appoggio ai boni homini.

D) La fine

A questo punto ai militari subentrarono gli inquisitori domenicani e francescani, la cui attività era stata ufficializzata nel 1233 dal Papa Gregorio IX (1227-1241) come Inquisitio heretice pravitatis.

Gli inquisitori, odiati dalla popolazione locale, imperversarono sul territorio per circa 100 anni (1233-1325), in realtà facendo uccidere meno persone di quanto si è portati a credere (solitamente solo i catari “perfetti”, che si rifiutavano di abiurare), ma utilizzando metodi di tortura e pressione psicologica di una sottile efferatezza.

L’odio per gli inquisitori si concretizzò ad Avignonnet nel 1242, dove due di essi (Arnauad Guilhelm de Montpellier e Étienne de Narbonne) e il loro seguito furono massacrati.

Questo fu il pretesto per scatenare un ultimo colpo di grazia ai catari asserragliati nella fortezza di Montségur, il cui assedio nel 1243-1244 fu l’atto finale della guerra contro i catari.

Montségur era infatti diventata, dal 1232, l’ultimo baluardo della resistenza catara, voluta da Guilhabert de Castrés.

Nel maggio del 1243 la fortezza, difesa da Raimond de Péreille e dal perfetto Bernard Marty, fu posta sotto assedio da parte delle truppe del siniscalco di Carcassonne, Hugues de Arcis, ma solo nel marzo del 1244, gli assedianti espugnarono la roccaforte. Immediatamente furono eretti i tristemente noti roghi, sui quali Bernard Marty e 225 catari furono bruciati.

E) Il movimento in Italia

L’Italia settentrionale e centrale, assieme alla Francia meridionale, fu l’area geografica dove si sviluppò maggiormente il catarismo: secondo l’ex cataro Raniero Sacconi, erano circa 2.500 alla ½ del XIII secolo, anche se questo dato si riferiva solo ai cosiddetti “perfetti”. Si suppone quindi che il movimento includendo credenti e simpatizzanti, fosse molto diffuso.

Il primo vescovo di tutti i catari italiani fu, come si è detto, Marco di Lombardia e il suo successore fu Giovanni Giudeo, ma in seguito il movimento si frazionò in sei chiese locali;

Chiesa di Desenzano (sul Lago di Garda) l’unica che praticava un dualismo di tipo assoluto e i cui adepti si chiamavano albanensi, dal nome del primo vescovo Albano. Altri vescovi degni di nota furono Belesinanza e soprattutto il massimo teologo cataro Giovanni di Lugio.

Chiesa di Concorrezzo (vicino a Monza), la maggiore in Italia e i cui membri si chiamavano garattisti, dal nome del loro primo vescovo Garatto. Seguirono Nazario e Desiderio, ma con l’abiura dell’ultimo vescovo, Daniele da Giussano, la chiesa si estinse.

Chiesa di Bagnolo San Vito (vicino a Mantova), i cui fedeli venivano chiamati bagnolensi o coloianni, dal nome in greco del loro primo vescovo Giovanni il Bello. Si estinse con l’abiura degli ultimi due vescovi, Albertino e Lorenzo da Brescia. A questa chiesa appartenne segretamente anche Armanno Pungilupo, morto nel 1269 e proposto per la canonizzazione perché ritenuto in vita persona di notevole rettitudine e santità e fatto oggetto, dopo morto, di venerazione e pellegrinaggi. Purtroppo un’inchiesta, voluta da Papa Bonifacio VIII rivelò che Pungilupo era, per l’appunto, un c. e quindi fu condannato postumo.

Chiesa di Vicenza o della Marca di Treviso, fondata dal primo vescovo, Nicola da Vicenza, seguito da Pietro Gallo, noto per la confutazione delle sue dottrine da parte di S. Pietro Martire da Verona ,che, secondo una leggenda, fu un cataro pentito, diventato poi un inquisitore domenicano.

Chiesa di Firenze, fondata da Pietro (Lombardo) di Firenze e di cui si ricorda il famoso condottiero ghibellino Farinata degli Uberti, cantato nell’Inferno di Dante.

Chiesa di Spoleto e Orvieto, fondata da Girardo di San Marzano e proseguita da due donne, Milita di Marte Meato e Giuditta di Firenze. La chiesa si estinse con l’abiura dell’ultimo vescovo, Geremia.

Le ultime cinque praticavano un dualismo di tipo moderato, di origine bulgara (Concorrezzo) o dalla Sclavonia (le altre quattro).

Il catarismo in Italia seguì un destino diverso rispetto alle chiese sorelle in Francia, e ciò era dovuto all’appoggio che spesso le fazioni ghibelline, in chiave antipapale, accordavano loro. Il tutto perdurò fino alla battaglia di Benevento del 1266, quando la sconfitta del partito ghibellino e l’affermarsi di quello guelfo degli Angioini, fece mancare i potenti appoggi, goduti dai catari fino a quel momento.

Iniziò il declino ed anche in Italia venne il momento della resa dei conti finale: una “Montségur” locale, vale a dire l’espugnazione da parte delle truppe dei fratelli Mastino I (1260-1277) e Alberto I (1277-1301) della Scala, nel 1276 della rocca di Sirmione, dove si erano asserragliati i vescovi delle chiese di Desenzano e Bagnolo San Vito e numerosi perfetti italiani e occitani. Tutti furono arrestati e portati a Verona, dove 174 perfetti furono bruciati sul rogo, allestito nell’arena, il 13 febbraio 1278.

Il revival cataro

Infine, verso la fine del XIII secolo, si ebbe in Francia un nuovo rifiorire delle dottrine ccatare, portate dai fratelli Guglielmo e Pietro Authier, da Amelio de Perles e da Pradas Tavernier, che si erano formati presso i catari lombardi ed erano quindi tornati per predicare in Francia: Pietro fu catturato e bruciato nel 1310 per ordine del famoso inquisitore Bernardo Gui.

Ufficialmente l’ultimo cataro fu Guglielmo Belibasta, tradito dal cataro rinnegato Arnaldo Sicre e bruciato nel 1321 per ordine dell’inquisitore Jacques Fournier, che sarebbe poi diventato Papa Benedetto XII (1334-1342).

Da quella data il catarismo cessò di esistere, almeno esteriormente, mentre probabilmente proseguì in forma segreta e limitata a pochi adepti.

La dottrina

I catari erano dei dualisti cristiani, che accettavano il Nuovo Testamento, e in questo si distinsero dai manichei, con i quali erano spesso accomunati dai cattolici. Essi credevano nell’esistenza di due principi contrapposti, il Bene ed il Male, impersonificati rispettivamente dal Dio santo e giusto, descritto nel Nuovo Testamento, e dal Dio nemico o Satana.

Il catarismo si divideva in due filoni: quello assoluto e quello moderato.

Per i dualisti assoluti, i due Dei erano sempre esistiti in un’eterna lotta ed avevano creato i loro due mondi, quello dello spirito e contrapposto quello imperfetto della materia, il mondo nel quale viviamo noi.

Per i dualisti moderati, Satana non era un dio, ma un angelo ribelle caduto, che aveva comunque creato il mondo materiale.

Alcuni degli angeli (circa un terzo), cioè gli spiriti, furono lusingati ad unirsi a Satana, che li intrappolò successivamente nei corpi umani, impedendo loro di ritornare dal Dio giusto.

L’anelito continuo, quindi, dello spirito, dalla sua dolorosa prigionia nel corpo dell’uomo, era quello di poter tornare un giorno da Dio Padre, cosa che i catari cercavano di fare attraverso il Consolament, durante la loro vita, perché altrimenti sarebbero stati costretti a subire una continua metempsicosi (passaggio dello spirito da un corpo all’altro, anche animale), fino a potersi riunire di nuovo con Dio.

La figura di Cristo, solo apparentemente, coincideva con la dottrina cattolica. In realtà non era affatto così: i c. credevano che Cristo fosse un angelo di Dio, chiamato Giovanni, secondo Belibasta, che era sceso sulla terra sotto forma di puro spirito. Quindi anche i catari aderivano al concetto docetista della mera apparenza della nascita, sofferenza e morte di Cristo sulla terra.

Automaticamente venivano a cadere due simboli cristiani, legati alla vita terrena di Cristo: la croce, che i catari negavano, se non odiavano, e la transustanziazione, la trasformazione cioè, del pane e vino in corpo e sangue di Cristo durante l’eucaristia, che i catari respingevano con orrore.

I riti e la liturgia

I catari rifiutarono la maggior parte dei riti e delle liturgie cristiane per utilizzare le proprie, che erano:

Innanzitutto il Consolament, una forma di rito complesso con imposizione delle mani, fatto ad adulti, che riuniva in sé il valore dei sacramenti cristiani del battesimo, della comunione, dell’ordinazione e dell’estrema unzione. Con questa cerimonia, il c. da semplice fedele diventava un “perfetto” o “Amico di Dio”, come amavano dire gli stessi catari. Molti credenti aspettavano di essere in fin di vita per chiedere il Consolament e preferivano a quel punto lasciarsi morire per digiuno, per non rischiare di essere esposti alle possibilità di peccato. Questa pratica si chiamò endura e diventò popolare nel periodo del tardo catarismo, quando la scarsità di “perfetti” poteva rendere impossibile una seconda cerimonia di Consolament, se fosse stata necessaria.

Il Melhorament, un’elaborata forma di saluto tra catari

L’Aparelhament, una confessione pubblica dei propri peccati.

La Caretas, un bacio rituale di pace.

La recita del Padre Nostro, in pratica, unica (eccetto alcune invocazioni minori) preghiera accettata dal catarismo, con alcune significative correzioni del testo: il riferimento al “pane soprasostanziale” al posto del “pane quotidiano”, inteso non come cibo materiale ma come insegnamenti di Cristo, e l’aggiunta in fondo alla preghiera della postilla “perché Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Amen”. I perfetti avevano l’obbligo di recitarlo più volte al giorno, solitamente in serie da sei (sezena), da otto (sembla) o sedici (dobla).

Come vivevano e come erano organizzati

Dal punto di vista alimentare, i perfetti catari erano vegetariani, abolendo dalla loro dieta carne, uova, latte e derivati, ma curiosamente non il pesce e i crostacei, e praticavano spessissimo il digiuno a pane e acqua, nella Quaresima, nell’Avvento, dopo la Pentecoste e tre giorni la settimana o come penitenza per peccati di lieve entità.

Non potevano mentire ed erano inoltre casti, condannando il matrimonio e l’unione sessuale, che portava alla procreazione, come atto tipico del mondo materiale creato da Satana e che perpetrava continuamente la catena delle reincarnazioni, proprio quello che i catari cercavano di spezzare.

Infine essi erano tenuti al precetto di non uccidere, il che li mise spesso in forte crisi quando si trattava di difendersi durante la crociate e le successive campagne di persecuzioni dell’Inquisizione. Questi precetti, tuttavia, non si applicarono ai semplici fedeli e simpatizzanti, che poterono invece brandire le armi per difendere la propria causa.

Per quanto concerne l’organizzazione, il capo della comunità o della chiesa assumeva il titolo di vescovo, secondo i cronisti cattolici dell’epoca, mentre il perfetto, destinato a succedergli era denominato “figlio maggiore” e quello destinato a succedere a sua volta “figlio minore”. Pare invece improprio il titolo di “papa” cataro, attribuito a Niceta.

I testi

A parte il Nuovo Testamento, i catari avevano prodotto una copiosa letteratura, per la maggior parte andata distrutta durante le persecuzioni. Le fonti originarie, a noi giunti, comprendono:

Il Liber de duobus principiis, scritto da Giovanni di Lugio, vescovo della chiesa di Desenzano e maggiore teologo cataro, e scoperto per caso nel 1939 nell’Istituto Storico Domenicano di Santa Sabina, a Roma.

L’Interrogatio Iohannis, denominata anche Cena Segreta, un apocrifo bogomilo portato in Italia da Nazario, vescovo della chiesa di Concorrezzo, che s’ispirava alla Genesi e agli apocrifi della Bibbia.

Un altro apocrifo bogomilo, la Visione di Isaia, tradotto in provenzale da Pietro Authier.

Il Liber contra Manicheos di Durand de Huesca.

Varie versioni dei rituali catari, sia quello utilizzato dai francesi, denominato occitano, che quello usato dagli italiani, chiamato latino.

Gli atti del concilio di Saint Felix de Caraman, trascritti in un testo, denominato Carta di Niceta, scritto tra il 1223 ed il 1226, di cui ci sono giunte delle copie del XVII secolo.

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Santa Caterina da Siena – la mia natura è il fuoco

di Pietro Ferrari

Ho estrapolato questo capolavoro del grande scrittore tedesco, come fulgido esempio di cosa sia la santità. Suor Caterina Benincasa, colei che reggeva la testa dei condannati durante le esecuzioni, colei che raccolse e curò gli appestati quando Siena vide perdere un terzo della sua popolazione, colei che convinse Gregorio XI a trasferire definitivamente il papato a Roma, colei che minuta e gracile sfidava folle inferocite e crudelissimi mercenari, colei che incalzava i potenti, li consigliava e li pacificava, colei che incoraggiava il Papa a bandire crociate, colei che bellissima rifiutò la corte di nobili e gagliardi uomini, perché “già sposata” con Cristo. Per onorare una ragazza dalla fede d’acciaio vissuta nel XIV Secolo, la patrona d’Italia per volontà di Pio XII, Santa Caterina da Siena.

Louis de Wohl

La mia natura è il fuoco – Vita di Caterina da Siena

< “Cos’è questo baccano? La gente è tutta impazzita?” Alessia andò alla finestra. “La strada è gremita di folla” disse. “Un carro avanza…oh, quelli devono essere i ladri che hanno preso l’altro giorno. Passano proprio qui vicino”.

Ser Francesco, con il falcone ancora saldo al suo braccio guantato, si alzò per dare un’occhiata. “Fanno bene. Portano i delinquenti fino a Santo Stefano di Pecorile. Lì moriranno, e si meritano tutto quello che gli fanno. Quei ladri sono la piaga del nostro tempo”. Caterina andò alla finestra, lentamente, giusto in tempo per assistere al passaggio del carro con i condannati. I due ladri, legati e incatenati in modo che non potessero muoversi di un millimet5ro, urlavano maledizioni e bestemmie quando gli aiutanti del boia passavano più volte sui loro corpi dei ferri, dopo averli arroventati su un piccolo braciere.

Lei poteva vedere chiaramente i volti dei due uomini: uno di mezza età, con la barba e così pieno di rabbia da sembrare il diavolo, l’altro giovane e pallido, con una disperazione selvaggia negli occhi iniettati di sangue. Entrambi urlavano e urlavano…

Caterina si tirò indietro e cadde in ginocchio.

“Si meritano tutto quello che gli fanno” ripeté Ser Francesco senza fare una piega. Alessia chiuse gli occhi e si coprì le orecchie. Caterina non lo sentì. Il suo corpo era ormai un involucro vuoto. Il suo spirito aveva lasciato la stanza, era giù in strada, sul carro dei condannati con i due uomini che versavano in un pericolo così grande che il dolore straziante dei loro corpi era niente in confronto. Qui il nemico dell’uomo non aveva bisogno di essere subdolo. Qui attaccava frontalmente. Odio e disperazione, i demoni a guardia dell’entrata degli inferi stavano lacerando le anime dei due uomini.

Il fumo del braciere serpeggiava baluginante. La gente ai lati della strada urlava insulti. Gli aiutanti del boia proseguirono nel compito per il quale venivano pagati dal severo governo della città, nel tentativo di scoraggiare altri ladri e allo stesso tempo di punire il misfatto di quelli imprigionati, che intanto continuavano a strillare maledizioni.

Nessuno si accorse della battaglia più dura che si svolgeva attorno a loro, delle preghiere che fluivano nel tentativo di oltrepassare la nebbia ostile, di elevarsi nonostante la più abominevole pressione delle minacce di violenza, di dominio, di follìa, di annichilimento di mente e di spirito.

Caterina stava legando la sua sorte alla loro, creando e ricreando un vincolo d’amore che non avrebbe retto, non poteva reggere, veniva meno, si riduceva, svaniva. Sapeva che l’aiuto poteva arrivare, se solo non avesse ceduto. Stava resistendo contro un esercito, faceva l’unica cosa che andava fatta. Il fetore di peccato e raccapriccio era asfissiante; lei stava scendendo nell’oscura profondità del sudiciume melmoso, e continuava a combattere.

Veniva ridotta in brandelli, sventrata e squartata; non le rimaneva altro che gridare il Nome, l’unico Nome. Ed eccolo venire, proprio al cancello della giustizia, con le mani e i piedi trafitti e sanguinanti, il fianco lacero, la corona di spine sul capo, e i due ladroni crocifissi a destra e sinistra. Lo vedeva, e attraverso di lei anche i due uomini lo vedevano, lui e il suo sguardo di infinita tristezza e compassione. I due condannati smisero di bestemmiare e iniziarono a piangere.

“Cosa le succede?” Chiese Ser Francesco turbato. “E’ svenuta o sta male per la caduta?” Alessia si mise un dito sulle labbra. Il vecchio rimase ritto in piedi, sbalordito. Degli occhi di Caterina non si vedevano le pupille ma solo il bianco, e il suo viso sembrava non appartenere a questo mondo. Si udì un profondo gemito che la scosse… proveniva da lei? Il suo volto riacquistò un pò di colore, gli occhi tornarono normali. Sorrise. Ma Alessia dovette aiutarla a rimettersi in piedi.

“Alessia…” “Sì mamma cara…” “Ringrazia Dio con me… Si sono pentiti.”Alessia la sollevò. “Devo portarla subito al letto” disse, e la condusse nella camera degli ospiti. Il vecchio, con lo sparviero ancora sul braccio, rimase lì senza parole. Al mattino, quando Caterina uscì dalla stanza, trovò Ser Francesco ad aspettarla. “Ho fatto qualche indagine” disse schiarendosi la voce. “Indagine, messer Francesco?” “Sì, su quei due uomini. Si sono proprio pentiti. Hanno potuto confessarsi prima di morire. Come facevate a saperlo?”

Caterina non rispose. Ser Francesco si schiarì la voce nuovamente e disse: “Va bene, non so bene cosa mi abbiate dimostrato, perché mi avete dimostrato qualcosa. Ora, cosa posso fare? Tutto ciò che voi dite, io lo farò. Tutto.” Il vecchio soldato si lisciò un sopracciglio. “Andate da padre Montucci” gli rispose vispa. “Ditegli che lo avete perdonato per quello che vi ha fatto e chiedetegli perdono per quello che avete detto di lui. Anche il gran capitano vi perdonerà. Andate a confessarvi da fr’ Bartolomeo Dominici”. Ser Francesco si morse un labbro. “Ho promesso che avrei fatto ogni cosa e così sarà. Adesso”. Si girò di scatto, uscì dalla stanza e urlò chiedendo cappello e bastone. >

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