Caso Moro, indagato ex finanziere

5 novembre 2013

Abitazione perquisita dai carabinieri

12:24 – Trentacinque anni dopo, si torna a parlare del “caso Moro”: un ex sottufficiale della guardia di finanza, Giovanni Ladu, è indagato per calunnia. L’ex finanziere avrebbe falsamente accusato i vertici istituzionali dell’epoca di non aver voluto liberare il presidente della Dc pur conoscendo il luogo nel quale Moro era tenuto prigioniero dalle Br. I carabinieri del Ros hanno già effettuato una perquisizione nell’abitazione di Ladu.

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giovedì 10 ottobre 2013

Nonostante sul web i blog liberi abbiano ampiamento parlato di eurogendfor, molti cittadini ancora non conoscono questo corpo di polizia che opera AL DI SOPRA DELLE LEGGI: questo perché i mass media non ne hanno mai parlato! Per conoscere nel dettaglio la questione, o scaricare il “trattato di Velsen”, rimandiamo a questo articolo

Invitiamo tutti i nostri lettori a divulgare questo articolo, premurandovi di chiedere ai vs contatti di fare altrettanto; condividetelo nei ‘gruppi’ che frequentate e se gestite pagine/blog, ripubblicatelo!

Il corpo di polizia sovranazionale eurogendfor è stato creato appositamente per gestire le sommosse, le rivolte, che avranno luogo quando la povertà in Europa sarà dilagante; la situazione attuale di crisi NON è NIENTE, rispetto a quello che accadrà tra qualche anno… così come 4 anni fa ci lamentavamo della situazione, che era sensibilmente migliore di quella di oggi. Fino a qualche anno fa ci lamentavamo del precariato: ora in tanti vorrebbe essere precari. perché ciò significherebbe che stanno lavorando. Gli eurocrati lo sanno benissimo: hanno previsto tutto, o meglio hanno progettato tutto, per questo in tempi non sospetti hanno ratificato il Trattato di Lisbona e quello di Velsen; il primo legittima l’uso della forza per reprimere rivolte, il secondo istituisce il corpo che dovrà gestire tali rivolte. Quando hanno ratificato il trattato, nel 2007, prevedendo “sommosse”, tale ipotesi sembrava impossibile nelle civili nazioni europee; oggi invece la gente inizia a capire che di questo passo, se non ci sarà un’inversione di tendenza di cui ahimè non si intravede la volontà, ci arriveremo: perché quando milioni di persone non avranno di che mangiare, sarà inevitabile.

Il Trattato di Velsen è stato ratificato da Italia, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo; in seguito ha aderito anche la Romania. Praticamente hanno aderito i paesi definiti periferici, i famosi “Piigs” ad esclusione di Irlanda e Grecia. Hanno aderito, evidentemente i paesi più colpiti dalla crisi, ad eccezione di Olanda e Francia, dove la crisi e lo spread mordono meno che negli altri paesi in oggetto, tuttavia in queste due nazioni suscita la preoccupazione degli eurocrati la massiccia presenza di immigrati, anche di seconda e terza generazione, che vivono nelle periferie: ricordiamo, nel 2005, la “rivolta nelle_banlieue_francesi“, avvenuta peraltro in tempi meno critici degli attuali, e molto meno critici dei tempi che verranno.

Il corpo di polizia sovranazionale eurogendfor gode di totale immunità: gli agenti non rispondono delle proprie azioni, in pratica hanno “licenza di uccidere”. La magistratura italiana, come quella degli altri paesi aderenti al trattato di Velsen, non potranno indagare, intercettare, processare gli appartenenti a questo corpo di polizia, che risponde agli ordini della NATO.

Quando eurogendfor sarà chiamata ad intervenire, invierà uomini di nazionalità diversa da quella del teatro delle operazioni, in modo che i soldati non abbiano alcun “coinvolgimento emotivo”; gli eurocrati evidentemente temono che le forze dell’ordine “normali” possano non dico “schierarsi dalla parte dei cittadini”, ma comunque avere remore ad intervenire duramente. Non pensate che gli appartenenti alle forze dell’ordine siano “ideologicamente” dalla parte del governo, alla quale comunque obbediscono: anche loro, le loro famiglie, sono alle prese con la crisi. E sicuramente molti di loro non sono felici quando gli viene ordinato di “caricare” il corteo dei disoccupati, o quello di altre categorie colpite dalla crisi. Lo fanno perché non possono sottrarsi, sarebbero puniti e allontanati dal corpo. Poi ovviamente ci sono le ”mele marce”, ma questo è un altro discorso.

Visto che il compito di questo corpo di polizia sarà quello di reprimere con violenza, hanno pensato bene di rendere molto “appetibile” quel posto di lavoro; con uno stipendio superiore alle normali forze dell’ordine, che consenta loro di vivere molto bene; così per non rischiare di perdere il loro posto di lavoro, obbediranno ciecamente agli ordini imposti loro dall’alto, anche quando sarà ordinato loro di fare un “lavoro sporco”…

Staff nocensura.com

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militariEurogendfor: non imponibili Iva anche gli acquisti del personale
Necessario solo presentare un’istanza in cui sono specificati i beni per i quali si richiede il beneficio. Nessun limite temporale per l’eventuale cessione successiva degli stessi.

Gli acquisti effettuati dal personale in forza al Quartier generale permanente della Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor) non scontano alcuna forma di imposizione, diretta o indiretta. Questo precisa l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 63/E del 9 ottobre 2013.

L’Organismo, nato in seguito a un’iniziativa multinazionale di Francia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Romania, è una forza “Operativa, preorganizzata, robusta e a reazione rapida”, costituita allo scopo di rafforzare le capacità di gestione delle crisi internazionali e di contribuire alla politica di difesa e sicurezza comune europea, messa a disposizione dell’Unione europea. Eurogendfor opera in favore dell’Onu, della Nato, dell’Osce o di altri organismi e coalizioni internazionali.

Il documento di prassi, in sostanza, si posiziona sullo stesso binario di quanto precedentemente espresso con un parere dell’8 novembre nel 2012, in l’Amministrazione chiariva l’ambito di applicazione delle disposizioni di esonero dall’imposta sul valore aggiunto contenute nel Trattato internazionale che istituiva tale Organismo (articoli 19 e 20).

L’Agenzia aveva, in proposito, affermato che gli oneri imputati ai costi per l’acquisto di beni e servizi di importo consistente, di cui all’articolo 19, comma 2, del Trattato, sostenuti a beneficio del Eurogendfor, potevano beneficiare del regime di non imponibilità, similmente a quanto previsto dall’articolo 72 del Dpr 633/1972.
Il limite per definire “consistente” l’importo, ai fini dell’applicabilità dell’articolo 19, era stato individuato nella somma di 300 euro, come disposto dallo stesso articolo 72.

In quest’ultima occasione, i tecnici delle Entrate hanno rilevato che pure l’articolo 20 del Trattato prevede analoghi benefici anche per gli acquisti “di importo consistente” (sempre 300 euro) effettuati a titolo individuale dal personale di Eurogendfor in forza al Quartier generale permanente.

In particolare, il personale interessato potrà usufruire del beneficio presentando in copia un’istanza da cui risultino dettagliatamente i beni per i quali si richiede lo stesso, evidenziando che tali beni soddisfano i requisiti indicati nell’articolo 20 del Trattato. I beneficiari potranno, inoltre, cedere in un momento successivo, a titolo oneroso o gratuito, i beni acquistati in regime di non imponibilità, senza alcuna limitazione temporale da un punto di vista fiscale.

Fonte: http://www.fiscooggi.it/normativa-e-prassi/articolo/eurogendfor-non-imponibili-ivaanche-acquisti-del-personale

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24 settembre 2013

L’MI6 coinvolto nella sparatoria di Nairobi?
Aangirfan 23 settembre 2013

British+HighL’Alto Commissario inglese in Kenya, dottor Christian Philip Hollier Turner, fotografato il 22 settembre 2013. (Dailymail)

L’Alto diplomatico inglese in Kenya è lo ‘spettrale’ Christian Philip Hollier Turner. Prima della sua nomina in Kenya, Turner è stato Direttore per il Medio Oriente e Nord Africa del Foreign Office inglese. Come tale ha avuto la responsabilità su tutte le politiche ed attività in questa regione, distrutta dalla Primavera araba di CIA-NATO-Regno Unito. Prima, Turner fu Primo segretario presso l’Ambasciata inglese a Washington, segretario particolare del Primo ministro e nell’unità strategica del Primo ministro. L’Alto Commissario inglese in Kenya
Turner è un amico intimo dell’ambasciatore del Regno Unito in Israele, un sionista. Il nuovo inviato è un sionista

article-2429644-182C1D2A00000578-258_306x423Samantha, spia dell’MI6 ipnotizzata?
Lo spettro Samantha Lewthwaite è una inglese bianca, laureata e figlia di un soldato inglese. Al-Shabaab ha rivendicato su Twitter che Samantha Lewthwaite fa parte ‘dei suoi ranghi’. I messaggi di al-Shabaab sono tutti in perfetto inglese ed utilizzano il tipo di vocabolario sofisticato usato dalle spie di Cambridge. Al-Shabaab ha inoltre sostenuto che due inglesi di Londra, Liban Adam, 23 anni, e Ahmed Nasir Shirdoon, 24 anni, fanno parte dei suoi ranghi. Altri aggressori identificati dall’account twitter provenivano da Finlandia, Kenya, Somalia, Canada e USA. Le forze di sicurezza inglesi, statunitensi ed israeliane sono coinvolte nell’incidente del centro commerciale. “Il gruppo sarebbe altamente organizzato, con enormi quantità di munizioni e visori notturni. Ha distrutto le telecamere a circuito chiuso all’interno del centro commerciale, per non essere osservati.” (Dailymail)

0Messaggio di al-Shabaab, o dell’MI6, gente che ci ha regalato un’operazione Gladio?

Lo Spettro Samantha, madre di quattro figli, “è ora uno dei principali finanziatori e fabbricanti di bombe di al-Shabaab della CIA. “Un alto funzionario dell’antiterrorismo keniano ha detto, ieri sera: ‘Ho il sospetto che questa donna sia dietro l’assalto, perché ha finanziato le attività della cellula di al-Qaida di Mombasa.’I soldati hanno detto che una donna bianca dava ordini ai terroristi

Samantha+LewthwaiteSamantha ha incontrato Germaine Lindsay presso la Scuola di Studi Orientali e Africani. (Daily Mirror)
Samantha ha studiato presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, collegata all’MI6. Samantha era sposata con Germaine Lindsay, il presunto attentatore della metropolitana di Londra del 7/7. Samantha Lewthwaite è una snob di Aylesbury, Buckinghamshire, Inghilterra. (Daily Mail)
Potrebbe avere subito il lavaggio del cervello da parte dei militari? Da adolescente si truccava e andava alle feste con gli amici. Mentre studiava per laurearsi presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra, Samantha incontrò il giamaicano Germaine Lindsay. Germaine Maurice Lindsay ha avuto legami con la narco-criminalità. C’è il sospetto che fosse protetto dai servizi di polizia e di sicurezza. La polizia non riuscì a seguire uno scontro a fuoco che coinvolgeva l’auto usata da Lindsay. Inchiesta sul 7/7: la polizia ha fallito
Lindsay fu condannato per importazione di droga. Le riprese delle telecamere a circuito chiuso dell’auto non poterono essere utilizzate “perché oscurate da un manifesto della polizia del Bedfordshire.” Il funzionario incaricato delle indagini andò in vacanza e poi in un corso di formazione. Alla fine l’auto di Lindsay venne ritrovata nella stazione ferroviaria di Luton, nell’ambito delle indagini sugli attentati del 7 luglio. Presumibilmente, Germaine Lindsay fu uno degli attentatori della metropolitana di Londra del 2005, morti a King Cross. Dopo gli attentati del 7 luglio, Samantha fu posta dalle autorità in una ‘casa sicura’.

TERROR SUSPECT, SAMANTHA LEWTHWAITE BACKGROUND-PICTURE BY MARK RICHARDSLa villa di Samantha a Mombasa

La polizia del Kenya ha detto di aver scoperto la villa di lusso di Samantha Lewthwaite nella località turistica di Mombasa, in Kenya. Suggerendo fosse coinvolta in un complotto per far esplodere alberghi e centri commerciali a Mombasa. Aveva un passaporto sudafricano sotto il nome di Natalie Faye Webb. La polizia ritiene che le persone che vivevano nella villa di Mombasa fossero Samantha Lewthwaite e Habib Ghani, originario di Hounslow, nel Regno Unito. Il padrone di casa, Nelson Korir, ha detto che l’uomo si faceva chiamare Mark e parlava con un accento inglese, e che i tre bambini erano della coppia. La donna indossava vestiti occidentali e non aveva la testa coperta. La polizia keniota aveva scoperto una cellula dell’MI6 o del Mossad?

Natalie Faye Webb Samantha LewthwaiteChe cosa ne guadagna la dirigenza del Kenya dalla crisi attuale? “I giudici della Corte penale internazionale avevano aggiornato il processo al Vicepresidente keniano William Ruto di una settimana, per permettergli di tornare a casa e affrontare la crisi degli ostaggi in un centro commerciale di Nairobi che ha provocato almeno 68 morti. Ruto e il presidente keniano, Uhuru Kenyatta, affrontano l’accusa di crimini contro l’umanità in relazione al loro ruolo nel coordinamento delle violenze che travolsero il Kenya, dopo le contestate elezioni del Paese nel 2007“. Il processo per crimini di guerra del Vicepresidente del Kenya, sospeso per la crisi degli ostaggi
Esplode la tempesta quando David Cameron mette ‘preferito’ su un tweet sgradevolmente beffardo sull’attacco terroristico in Kenya, sostenendo che il sopravvissuto Norman Tebbit sembrava godere come se stesse facendo sesso. Daily Mail

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La CIA sarebbe presente in Kenya

La CIA assalta il centro commerciale?
Aangirfan

Somalia-Kenya-map-source-bbcIl 21 settembre 2013, un centro commerciale di lusso in Kenya è diventato una zona di guerra. Questo assalto al centro commerciale è parte della lotta degli Stati Uniti contro la Cina per il petrolio, gli oleodotti e le basi navali.

Samantha+Lewthwaite 2Samantha Lewthwaite è collegata ai bombardamenti della metropolitana di Londra del 2005, e ad una campagna di attentati contro alberghi turistici in Kenya. Suo padre era un soldato inglese. Samantha dell’MI6?
Mossad, CIA e MI6 sono pesantemente coinvolti in Kenya. Il Kenya si avvicinava alla Cina. Alcuni anni fa, il ministro della Difesa cinese decise di modernizzare le forze armate del Kenya. Il suono del silenzio
Il commercio della Cina con il Kenya è in aumento. I leader dei Mau Mau del Kenya, che combatterono gli inglesi, furono addestrati in Israele. In Kenya vi sono molti uomini d’affari israeliani e la presenza del Mossad. Nel 1998, l’ambasciata degli Stati Uniti a Nairobi fu bombardata. WSWS si pone domande circa i collegamenti con il Mossad. Delle domande emergono in Kenya. In Kenya, i cinesi hanno investito nel settore minerario e nell’esplorazione offshore di petrolio, oltre ad alcuni grandi progetti per infrastrutture, come ad esempio nuove tangenziali attorno a Nairobi. Il suono del silenzio
Il Kenya è la base per le operazioni d’intelligence degli Stati Uniti in Africa orientale e nel Corno d’Africa. Kenia: le violenze post-elettorali continuano

0 0Michael Adebolajo rilasciato dal Kenya, con l’aiuto dell’MI5? Il ‘terrorista’ di Woolwich Michael Adebolajo avrebbe lavorato per il MI5-MI6 per molti anni. Quando la polizia l’ha arrestato in Kenya nel 2010, MI5 e MI6 avrebbero organizzato il suo rilascio. Michael Adebolajo arrestato…/Adebolajo è pagato dall’MI6

kenyamallDi recente sono stati scoperti dei giacimenti di petrolio nel Congo orientale. Il petrolio deve essere trasportato con oleodotto attraverso il Kenya fino a Mombasa, sulla costa. La Cina è attualmente impegnata in grandi progetti autostradali in Kenya”. Kenia: le violenze post-elettorali continuano
Con uno sgarbo a Washington, il presidente keniano visita prima la Cina e la Russia; Kenyatta del Kenya e Xi della Cina siglano accordi per 5 miliardi di dollari

Due canadesi tra i morti. Attualmente un inglese, Jermaine Grant, sta per essere processato in Kenya, perché accusato di organizzare una campagna di attentati. Il gruppo terroristico somalo al-Shabaab, che ha legami con al-Qaida della CIA, rivendica la responsabilità per l’assalto al centro commerciale Westlands di Nairobi, in Kenya, del 21 settembre 2013. La Somalia ha il petrolio e la Cina e gli USA/NATO vogliono prenderselo. Il Kenya è interessato al petrolio, ed ha inviato truppe in Somalia. Il Regno Unito invia denaro ad al-Qaida in Somalia
Nel centro commerciale Westlands, vi sono stati almeno 68 morti e più di 150 feriti. I “terroristi” hanno preso d’assalto il centro commerciale Westgate sparando alla clientela. Ciò assomiglia agli attentati della CIA in Belgio e India… In Belgio, a metà degli anni ’80, uomini armati incappucciati entrarono nei supermercati affollati e iniziarono a sparare sugli acquirenti. I massacri, fu poi scoperto, erano collegati all’operazione Gladio, un’attività di CIA-NATO. “I massacri nei supermercati avvennero quando gli Stati Uniti supportarono il piano per schierare gli euro-missili (missili cruise a testata nucleare) in diversi Paesi europei… Il Parlamento belga, che aveva studiato gli incidenti, sapeva che erano un tentativo di seminare confusione e paura tra la popolazione, generando in tal modo richieste pubbliche per un governo di legge-e-ordine, malleabile sugli euro-missili.” (Gladio)
In India, gli attentati di Mumbai del 2008 coinvolsero “dei bianchi” che potrebbero essere stati i ‘mercenari’ impiegati dalla CIA. Gli aggressori di Mumbai erano ‘indù’ e bianchi’
Gli attentati di Mumbai furono pianificati dallo statunitense David Headley, che lavorava per la statunitense Drugs Enforcement Administration. Headley aveva ammesso di lavorare per la CIA. David Headley, ‘spacciatore e agente della CIA’

article-2429644-1822EB0F00000578-543_634x396Coloro che hanno attaccato il centro commerciale del Kenya sono descritti così: “L’assaltatore arrestato era un convertito musulmano del Kenya. Sembra che parlassero arabo… Uno aveva i capelli rasta.

kenya apNel 2002, fu detto che ‘al-Qaida’ aveva bombardato l’israeliano Paradise Hotel (sopra) di Kikambala Beach, vicino a Mombasa. 13 keniani morirono. Sembrava un’operazione false flag israeliana. Prima degli attentati…/Il bombardamento dell’albergo keniano opera dei servizi di sicurezza?

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Commenti:
1. Il fotografo Tyler Hicks sembra sempre essere presente al momento giusto. Testimone del massacro nel centro commerciale di Nairobi. È una Psyop. Qual è la probabilità che questo noto fotografo sia nel centro commerciale a “registrare l’evento”? Tyler Hicks, che sempre sembra essere nel momento più caldo e nelle zone di guerra, quando esplodono, l’ha fatto di nuovo oggi, essendo inverosimilmente nel centro commerciale di Nairobi, quando la bomba è esplosa.
2. “Sapevamo che il centro commerciale è di proprietà di israeliani ed è rinomato come luogo in cui molti israeliani vanno“, ha detto Lopez Maariv. “Quattro ristoranti sono di proprietà di israeliani e molti israeliani vi sono impiegati.” Il Viceambasciatore d’Israele in Kenya Lopez Yaki e il responsabile della sicurezza dell’ambasciata, sono arrivati nel primo pomeriggio di sabato al centro comando delle forze di sicurezza locali, dopo le prime notizie dell’attacco. (Jewish Press)
3. Questa destabilizzazione è legata alla recente scoperta di una grande riserva d’acqua sotterranea? BBC News – riserva idrica scoperta nella regione secca di Turkana del Kenya)
4. Anche l’assassinio di cittadini inglesi sarebbe legato alle elezioni che Kenyatta ha vinto. Vi è molto cattivo sangue con la dirigenza del Regno Unito.
5. Il centro commerciale di Westfield, di proprietà nientemeno che di Frank Lowy! ‘Questi centri commerciali globali che possiedi sembrano attrarre una quantità inusuale di sospette attività terroristiche Frank!‘ Cinquanta giorni prima dell’11/9, la Silverstein Properties di Larry Silverstein e la Westfield America di Frank Lowy, stipularono l’assicurazione su un contratto di locazione per 99 anni degli edifici del World Center uno, due, quattro e cinque. Silverstein già possedeva l’edificio sette. Silverstein e Westfield America assicurarono il complesso WTC per 3,55 miliardi dollari, ma dopo gli attacchi dell’11 settembre, depositarono una richiesta di 7,1 miliardi dollari, con il presupposto che ogni collisione degli aerei costituisse un separato atto di terrorismo, raddoppiando il premio. 11 settembre 2001: New York, gli edifici del complesso WTC 1, 2 e 7, insieme a al Westfield Hotel furono rovinati negli attentati, e di conseguenza circa 5,4 miliardi dollari finirono nelle tasche di Lowy e Silverstein. 21 settembre 2005: Westfield Mall a Perth, in Australia, allarme bomba. 17 maggio 2006: Westfield a Woden, Australia, allarme bomba. 21 luglio 2007: tribunale adiacente al Westfield Centre Derby, in Inghilterra, allarme bomba che causa l’evacuazione dei locali del Westfield. 1 marzo 2008: Westfield Old Orchard Mall, Skokie, Illinois, allarme bomba. 20 aprile 2009: Westfield Hotel Annapolis, allarme bomba. 20 settembre 2008: Marriott Hotel di Islamabad, in Pakistan, attentato. 17 luglio 2008: Marriott Hotel a Giacarta, in Indonesia, attentato. Agosto 2012: Londra… aspetta, non è successo per colpa di Frank!)
6. “Agenti israeliani coinvolti “nell’assedio”… Gli israeliani sono appena arrivati”... ha detto all’AFP una fonte della sicurezza del Kenya… “Il Vicepresidente Keniano William Ruto ha chiesto alla Corte penale internazionale di ritardare il processo per crimini contro l’umanità, per le micidiali violenze post-elettorali del 2007-08, a causa della situazione di stallo al centro commerciale, ha detto il suo avvocato…” Agenti di sicurezza stranieri, israeliani così come statunitensi e inglesi, sono stati visti nel complesso durante il dramma… Le forze israeliane combattono nel centro commerciale in Kenya
7. Ecco gli indirizzi delle ambasciate di Israele e degli Stati Uniti in Kenya. Educatamente potete chiedere ai rappresentanti di queste nazioni ciò che sanno dell’attacco terroristico.
Ambasciata israeliana: Bishop Road (vicino all’incrocio con Second Ngong Avenue), Nairobi
Ambasciata degli Stati Uniti: Viale delle Nazioni Unite, Nairobi
Entrambe sono a pochi passi da Westgate Mall della Mwanzi Road. O chiedete al personale dell’ambasciata dei loro luoghi di residenza. Non c’è dubbio che il personale diplomatico russo e cinese conosce le loro posizioni. Le ricche aree diplomatiche sono piccole ed affiatate. E probabilmente non molto ben custodite o… chiedetegli se hanno mai sentito parlare della “strategia della tensione” della NATO. O letto le trascrizioni giudiziarie sulla strage della stazione ferroviaria di Bologna. Chiedetegli anche l’opinione sulla ricerca petrolifera dei cinesi in Somalia, e la recente ripartizione estera della Somalia in frammenti controllabili, come il Jubaland. Un’azione che va a vantaggio sia del Kenya che dell’Etiopia. Oh, e della geostrategia e degli interessi petroliferi occidentali. La Somalia settentrionale sarebbe anche una posizione eccellente per una base navale cinese per proteggere le sensibili rotte economiche cinesi del petrolio. A meno che la Somalia non fosse frammentata, indebolita e controllata dai signori della guerra sostenuti dalla CIA. E forse gli si può chiedere perché elementi armati non hanno fatto una piacevole passeggiata fino alle ambasciate israeliana e statunitense per scatenare l’inferno, invece di uccidere degli innocenti. Hmm, e perché quei soldati israeliani erano lì? Le forze speciali del Kenya non sanno gestire un gruppo disordinato di dilettanti assetati di sangue? E non è un caso che gli aggiornamenti di twitter di al-Shabab siano in inglese fluente?
8. “Ilana Stein, portavoce del ministero degli Esteri d’Israele, ha detto che l’attacco ha avuto luogo vicino all’Artcaffe, un caffè e panetteria di proprietà israeliana, popolare tra gli stranieri, una delle 80 imprese nel centro commerciale. La signora Stein ha detto che un israeliano era stato leggermente ferito, che altri tre erano scappati illesi e che gli israeliani non erano stati presi di mira.

OdingaNel 2011, il kenyano Raila Odinga e l’israeliano Benjamin Netanyahu promisero di rafforzare i rapporti sulla sicurezza. Odinga è stato sconfitto nelle elezioni presidenziali del 2013 in Kenya.

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Gladio Mondiale

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Caso Ferraro: ora che abbiamo ricostruito tutto, serve agire

4 giugno 2013

Due domande a fine convegno, che hanno dato l’occasione di chiarire passaggi importanti delle vicende che hanno condotto alla grandediscovery.

Perché non hanno ucciso ancora Paolo Ferraro e perché hanno ragionevolmente mandato sotto a Paolo Ferraro la bella ragazza della Cecchignola ?!?!
Dopo il convegno accerteremo che la PROCURA di ROMA sapeva tutto da prima della mia denuncia e dall’inizio anni duemila almeno, e sapendo bene tutto, cercò di far passare per pazzo il dott. Paolo Ferraro, non solo per coprire quel che si faceva nel luogo misto infiltrato dai servizi deviati ( la “GRADOLI” nella Cecchignola ) ma per impedire soprattutto che emergesse ciò che era stato fatto o realizzato a suo danno e sin da quando.

L’aver scoperto che tutto era noto dal primo decennio e certamente dal 2006 , nella inchiesta fiori nel fango due e in particolare la partecipazione di militari e della Cecchignola anche, e che il quinto carabiniere del caso Marrazzo era già coinvolto nel caso ” fiori nel fango due ” , è stato per tutti un sollievo .
Ora è tutto solarmente chiaro. La prova del dolo e della premeditazione della Procura deviata è come dicono i giuristi “in re ipsa “: è cioè certo per tabulas che il sequestro iniziale del maggio 2009 per impedirmi di denunciare e la messinscena della patologia divenuta inettitudine viene attivata nel 2011 a denuncia sporta a Perugia, per nascondere bloccarmi e distruggermi , e che se sapevano per certo per certo sapevano che Paolo Ferraro era strasano e il più sano anche .
Un piccolo dolore aggiuntivo per il protagonista, che si è ben distaccato dal “caso”, perché arrivare premeditatamente a distruggere il migliore e farlo senza alcuna remora si può validamente provare e denunciare .
Il problema nasce quando diviene di solare certezza che sono stati coinvolti, ex post, per tentare di coprire gli artefici criminali, una quota consapevole ben più amplia, di magistrati a loro volta consapevoli , necessariamente .
Le cose sono drammatiche . .. una umanità di mobbizzatori occulti violenti e corrotti che controllano quota della giustizia determinante, tramite la collusione , proprio quella culturale , oltreché da favoreggiamento e concorso esterno.
Ciò esacerba se possibile la patologia grave del sistema deviato .
E rende clamorosa e patologica la stessa posizione dei parenti a loro volta deviati e collusi , diremmo una posizione insostenibile.
Ma emerge clamorosamente evidente oltre ogni possibile dubbio la stessa copertura del nucleo militar deviato della Cecchignola .
Ad esso apparteneva anche un carabiniere con una BMW o AUDI nera che lavorava al PARLAMENTO, mentre la strana voce trans-femminile e comunque particolare del file audio 41 nei brogliacci appare in una chiave nuova che vi lascio immaginare e che basta nulla per riscontrare .
Ma possibile che siano tutti stracoperti ed invisibili, dato che per voce sono riconoscibili e da me di persona, anche, molti, avendoli visti ed intravisti ?!?!
Paolo Ferraro

Gli audio sono qua: http://paoloferrarocdd.altervista.org/blog2/?p=250

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L’Ombra del Nuovo Ordine Mondiale (NWO) Dietro le Stragi. Il caso di Oslo “?”

giovedì 28 luglio 2011

Esistono almeno dieci ottime ragioni per rivedere la versione ufficiale che le autorità e i Media ci hanno trasmesso del duplice attentato a Oslo e Utoja.

Di queste, almeno sei valgono come moventi che potrebbero aver spinto coloro che sostengono un Nuovo Ordine Mondiale ad attaccare la Norvegia in modo che il sangue fungesse da monito per il futuro. Propedeutico a ciò l’entrata della Norvegia nell’Unione Europea.

In estrema sintesi: la mancata adesione all’UE; lo storico accordo di cooperazione siglato nel 2010 con la Russia e solo ora entrato in vigore; un’autonomia che si rispecchia in un Governo e un’economia forte che ha resistito alla crisi; una politica pronta a riconoscere la Palestina; le risorse di petrolio e gas e gli appalti ventennali sui pozzi iracheni; la decisione di ritirare le truppe dalla Libia; la spaccatura interna alla NATO facente capo a una politica filorussa; la presenza di una loggia massonica fondamentalista di culto svedese; le esercitazioni militari del governo norvegese che “avrebbero” – come nel caso dell’11/9 e di Londra 2005 – coperto l’operato dei terroristi. Infine, la testimonianza di numerosi sopravvissuti sull’isola di Utoja che ci fosse un vero e proprio commando che avrebbe affiancato Behring Brevik nella sua follia omicida.

Partiamo dall’evidenza: la mancata adesione della Norvegia all’Unione Europea. In due occasioni un referendum popolare ha bocciato l’ipotesi di entrare a far parte dei Paesi membri. Il no definitivo è arrivato nel 1994. Non solo, secondo un sondaggio il 66% della popolazione sarebbe contraria all’annessione. Su questa decisione peserebbe la crisi che hanno attraversato diversi stati membri una volta entrati nella UE.

Se da un lato pesa la recente indipendenza conquistata nel 1905 dal Paese dopo secoli di unione con Svezia e Danimarca, dall’altro il controllo delle acque territoriali con la pesca e l’accesso a risorse quali petrolio e gas votano a sfavore dell’adesione: in questo caso le loro acque potrebbero essere sfruttate anche da altri Paesi europei per la pesca, mentre dall’altro riceverebbero dure sanzioni per la caccia alle balene. Avendo sottoscritto il trattato di Schengen, la Norvegia non ha problemi con gli scambi economici, mentre un’eventuale adesione all’UE sarebbe controproducente per un Paese che ha standard ben al di sopra di quelli richiesti per l’annessione. La Norvegia si è dimostrata una Nazione autonoma, ricca, forte, che ha retto la caduta dei mercati e la conseguente crisi economica. Questa indipendenza non può che intralciare l’opera di coloro che vogliono Stati deboli per un’Europa forte che sostituisca le singole autorità nazionali.

In foto il terrorista Anders Behring Breivik in veste da massone.

Nel progetto di costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, professato non solo dalle dinastie quali Rockefeller e Rotschild, ma anche da politici e capi di Stato, la mancata adesione al primo step rappresentato dall’UE non può che essere visto come un ostacolo da eliminare. Non si può escludere che entro un anno, dopo questo duplice attentato, venga riproposto il referendum per l’adesione all’Unione Europea e che questa volta il sì “magicamente” prevalga.

Nella geostrategia disegnata dagli USA e professata dal mentore e consigliere ombra di Obama, Zbigniew Brzezinski, emerge un rigurgito di Guerra Fredda che vede l’America come pilastro politico ed economico degli equilibri mondiali a cui si contrappone l’asse costituito da Russia e Cina, le uniche antagoniste all’espansionismo imperiale americano. A questi due blocchi si aggiungono Paesi indipendenti e forti che sembravano non aver bisogno della guida e della protezione degli USA. Che credono – o meglio credevano – di essersi ritagliate un porto sicuro fuori dalla geopolitica globale. Tra questi Libia e Norvegia sono gli ultimi esempi – seppur diversi – in ordine di tempo.

La Libia di Gheddafi è stata attaccata in quella che Obama ha definito incomprensibilmente una “non guerra” per ragioni che vanno ben oltre il mancato rispetto dei diritti umani. La decisione del Colonnello di abbandonare il dollaro per riprezzare petrolio, gas e altre materie prime e di adottare così una nuova valuta, il dinaro oro, può gettare una nuova luce sulle reali motivazioni che hanno portato a questo nuovo conflitto. Soprattutto a scaricare quello che per molti Paesi, Francia e Italia in primis, era considerato un valido alleato.

Trent’anni fa in un intervista rilasciata alla Principessa giapponese Nakamaru, Gheddafi aveva previsto l’intervento della CIA sul territorio libico e nel Medio Oriente per militarizzare l’area e impadronirsi delle materie prime. La decisione di riprezzare petrolio e gas – proprio come aveva fatto Saddam Hussein nel 2001 riprezzando il petrolio sull’euro – avrebbe ovviamente condotto a una svalutazione del dollaro che avrebbe messo in serio pericolo l’economia statunitense già sul baratro della bancarotta. Similmente la Norvegia si stava dimostrando troppo indipendente per gli interessi globali delle stesse elite che hanno appoggiato l’intervento in Libia. La decisione di ritirare la propria partecipazione sul territorio libico a partire dal 1 agosto di quest’anno ha portato il Ministro della Difesa britannico ad accusare il Governo norvegese – così come quello olandese- “di non fornire sufficienti forze aeree per la campagna in corso”.

A ciò si aggiunge l’accordo storico stipulato con la Russia, destinato a riscrivere gliequilibri economici mondiali. Il Trattato, firmato a Murmansk il 15 settembre scorso dal Primo ministro norvegese Jens Stoltemberg e dal Presidente russo Dimitri Medvedev, definisce la linea di demarcazione delle zone di influenza economica nel Mare di Barents, secondo un criterio che assegna, alle due nazioni, parti ritenute uguali, per regolare attività che vanno dalla pesca del merluzzo allo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti petroliferi e di gas naturale in un bacino di 175 mila chilometri quadrati. Si può capire come tale asse strategico metta a rischio gli interessi e ilcontrollo americano sul nostro continente. Anche in questo senso il duplice attentato può essere letto come un “avvertimento” a non procedere oltre…

Oltre ai giacimenti di gas e petrolio, Norvegia e Russia si sono aggiudicate tramite la Statoil Hydro e la Lukoil, l’assegnazione degli appalti ventennali su uno dei maggiori giacimenti petroliferi nel Sud dell’Iraq: una riserva di 13 miliardi di barili di petrolio. La Statoil aveva già fatto tremare le lobby americane dopo essere entrata in un partneriato con la Gazprom per il maxi giacimento di gas a Shtokman… Inoltre la Norvegia si sarebbe macchiata, secondo fonte di Ha’aretz – di aver escluso per ragioni etiche quasi un anno fa due imprese israeliane dalla partecipazione dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio nel Mare del Nord (http://www.haaretz.com/print-edition/business/norway-government-run-pension-fund-drops-africa-israel-group-shares-1.309874).

Veniamo ora alla politica estera. La Norvegia non si è solo “macchiata” della colpa di voler ritirare le sue forze aeree dalla Libia, ma si è contraddistinta per una politica giudicata da alcuni “anti NATO”.

Come riportato da Gianluca Freda sul sito ComeDonChishiotte.org secondo il Cablegate di Wikileaks, il governo norvegese sarebbe stato accusato di far parte della cosiddetta “banda dei cinque” insieme a Francia, Germania, Olanda e Spagna. Le cinque nazioni avrebbero adottato una politica filorussa, creando così una frattura interna alla NATO.

Il secondo peccato della Norvegia in politica estera sarebbe l’appoggio alla causa palestinese. Qui si possono comprendere meglio le voci che hanno parlato anche in questo caso, come nell’11/9, del coinvolgimento del Mossad nel duplice attentato. Ci torneremo più avanti. Il Ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Stoere, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi a Ramallah, che il suo Paese era pronto a riconoscere il futuro Stato palestinese. Non solo. Il Partito Socialista di Sinistra di Kristin Halvorsen si è spinto oltre fino a chiedere di far votare una mozione in cui si chiederebbe un’azione militare contro Israele nel caso di un’azione violenta contro Hamas a Gaza. Il che è davvero troppo anche per un Paese come la Norvegia!

A ciò si aggiunge l’esclusione delle due imprese israeliane dalla partecipazione dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio e l’accusa che il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Liebermann mosse alla Norvegia di adottare politiche di antisemitismo. Allora Liebermann durante una riunione ONU a New York puntò il dito proprio contro il Ministro norvegese Jonas Gahr Store parlando di una sua connivenza con Hamas.

Per chi fosse ancora scettico in merito, basti pensare alla casualità del Fato (sic!) che ha visto il paladino dello causa palestinese, il Ministro Gahr Store, chiedere la fine dell’occupazione israeliana proprio giovedì scorso… a Utoja, presso il campo estivo della gioventù laburista! Che coincidenza davvero! Si capisce che l’avvertimento di Liebermann non gli era bastato…

Ma il Ministro degli Esteri non è il solo ad aver rischiato la pelle nel duplice attentato. Si pensi che il Primo Ministro Jens Stoltenberg aveva mandato i propri figli a prender parte proprio al campo di Utoja. I ragazzi e Gahr Store si sono salvati.

Ma costoro avranno capito il monito?

La lettura “alternativa” degli eventi ci spinge a constatare come ci sia stata un’accelerazione negli attentati “simbolici”, che dovrebbero fungere da avvertimento o da causa per una reazione da parte dei Governi. Quest’ultimo fu il caso dell’11/9 che condusse il Governo a rispolverare il Patriot Act che stava ammuffendo sulla scrivania di Bush jr. in attesa che un evento straordinario – “una nuova Pearl Harbour” come l’aveva evocata Brzezinski nel 1997 – sconvolgesse a tal punto l’opinione pubblica da poter stringere il cappio della sicurezza e trovare un movente per l’occupazione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, i cui piani di evasione ammuffivano insieme alla bozza del Patriot Act. Le conseguenze sono storia. La Pearl Harbour auspicata da Brzezinki avvenne puntualmente l’11/9. Ma un punto su cui si è troppo poco discusso è l’esercitazione condotta dal NORAD e dal Consiglio di Stato Maggiore riguardo alla simulazioni di un ipotetico attentato aereo. Il caso volle che l’attento avvenisse poco dopo l’esercitazione, senza che NORAD, FBI e CIA riuscissero a far abbattere gli aerei che ebbero il tempo di virare verso i loro obiettivi con tutta calma sorvolando diverse basi militari… anzi! Numerosi caccia vennero mandati fuori rotta sull’Oceano Atlantico nell’ambito della fantomatica simulazione.

Ora, si vede che quando un inganno funziona coloro che si nascondono “dietro il trono”, hanno deciso di esportare le modalità dei false flag cambiando solo – su necessità – il capro espiatorio. Nel caso di Oslo – proprio come già avvenuto anche a Londra per gli attentati del 2005 – la polizia anti terrorismo norvegese stava eseguendo la tipica esercitazione con tanto di scoppio di esplosivi, all’insaputa degli ignari cittadini.

Ora, non essendo capitato solo una volta, la coazione a ripetere della modalità dei servizi segreti supportati dal Mossad potrebbe aver firmato anche questa pagliacciata.

La fantomatica esercitazione potrebbe essere servita – come nel caso dell’11 settembre e di Londra – a far agire indisturbati i veri responsabili degli attentati, in modo che potessero piazzare gli esplosivi. Così avvenne a New York, poi a Londra, ora a Oslo. Sono note le centinaia di testimonianze di cittadini americani che l’11/9 sentirono e videro esplodere delle cariche all’interno del World Trade Center. Basti pensare all’edificio numero 7 che crollò su se stesso in pochi secondo come in una demolizione controllata SENZA neppure essere stato colpito!

Ora, senza tornare sulle anomalie dell’11/9, la stessa cosa sembra sia accaduta anche a Oslo. L’esercitazione militare che si è tenuta 48 ore prima in prossimità del teatro dell’Opera, può aver benissimo coperto e permesso il piazzamento dell’esplosivo che non si è ridotto soltanto a un’autobomba ma ha colpito diversi edifici governativi.

Per chi si chiede che cosa c’entri il Mossad anche in questo caso, eccovi soddisfatti: come ha spiegato Gianluca Freda, «il Mossad opera in Norvegia in cooperazione con i servizi segreti locali, sotto la copertura del cosiddetto “Kilowatt Group”, una rete d’intelligence che vede la partecipazione, oltre che di Israele e Norvegia, anche di altri paesi quali Svizzera, Svezia e Sudafrica e che si maschera – manco a dirlo – sotto la finalità di facciata della “lotta al terrorismo”». Sul Kilowatt Group quel poco che si sa è emerso da alcuni documenti della CIA: è stato fondato nel 1977 ed opera a stretto contatto con il Mossad, «The group is dominated by Israel because of its strong position in the information exchange on Arab based terror group in Europe and the Middle East».

Infine, è evidente che il duplice attentato non possa essere stato commesso da un’unica persona. Non solo perché non ci sarebbe mai riuscita, sebbene Hollywood ci abbia abituato a credere a tutto. Ora, neppure Bruce Willis avrebbe potuto farcela da solo. Che un 32enne emotivamente fragile, mitomane e bugiardo, con il pallino della politica, cristiano e razzista possa essersi trasformato nella nemesi di Jason Bourne è semplicemente ridicolo. Che fosse un massone – del terzo grado! – non cambia le cose. Costui è stato evidentemente aiutato da qualcuno. I testimonidell’isola di Utoja hanno infatti raccontato di aver sentito gli spari provenire da diverse parti, avvalorando la pista di un commando. Neppure un esaltato può agire indisturbato per un’ora e mezza con un fucile automatico! Che poi sia stato libero di agire per tutto questo tempo è un’altra questione che coinvolge la responsabilità della autorità.

Ora, che a nessuno sia venuto in mente il precedente del pluriomicida australiano Martin Byrant è sintomo della superficialità con la quale vengono affrontate e trattate le notizie. Anche Bryant – fisicamente simile a Behring, biondo, carnagione chiara, occhi chiari, sguardo spiritato – è stato accusato di aver ucciso da solo il 28 aprile 1996, 35 persone nella strage tristemente più nota della storia australiana. Emotivamente fragile, narcisista, violento, all’età di 31 anni è stato fermato come unico colpevole della strage di Port Arthur. Che abbia agito da solo, anche in questo caso, è improbabile. Bryant, inoltre, era stato sottoposto da adolescente a cure psichiatriche da uno dei responsabili del progetto Tavistock in Tasmania, una sorta di MK-ULTRA inglese. Il Tavistock avrebbe agito da copertura per esperimenti sulla psiche di giovani malati così come a partire dagli anni ’50 il progetto Monarch MK-ULTRA, portato avanti dalla CIA, sperimentò come gli abusi possono creare personalità multiple su cavie umane così da dar vita a super soldati o semplici sicari mentalmente manipolabili e all’oscuro di tale controllo mentale ma attivabili sulla base di semplici ordini vocali o visivi.

L’MK-ULTRA ha avuto un suo “braccio” anche in Norvergia, così come il Tavistock in Australia. Il 4 settembre 2000 il Norway Post ha rivelato come il governo norvegese iniettò LSD e altre droghe a bambini e pazienti adulti in cura psichiatrica. Alla somministrazione di sostanze psicotrope si alternavano tecniche di privazione del sonno, della fame, elettroshock, radiazioni, ipnosi e abusi fisici per creare traumi ai pazienti.

Tali tecniche sono state utilizzate anche da logge deviate della Massoneria: in tali casi si parla di Masonic mind control.

La loggia a cui apparteneva Behring Breivik è la famigerata St Johannes Logen St Olaus di rito svedese.

L’ex Illuminato Leo Lyon Zagami che ha messo a repentaglio la sua vita per denunciare gli abusi e le pratiche occulte e sataniche di questa frangia deviata della Massoneria, è stato costretto a riparare all’estero dopo essere stato arrestato per spionaggio dalle autorità norvegesi. Egli aveva fondato nel 2006 il progetto AKER LUX e il CLUB of NOW, con lo scopo di opporsi allo strapotere di questa frangia fondamentalista della Massoneria di rito svedese. In questo senso Zagami porta avanti da anni la denuncia del Rito Svedese e del suo legame con l’O.T.O. e il satanismo in generale.

La possibilità che Behring Breivik, che era soltanto un iniziato al terzo grado, possa essere stato plagiato e manipolato dalla Loggia a cui apparteneva è evidente. Come spiegato da Zagami, il Rito Svedese della Loggia deriverebbe dal Rito della Stretta Osservanza Templare, fondato nel 1756 dal barone Karl Gotthelf von Hund, la cui frangia tedesca influì, secondo Zagami, nel retroterra esoterico che diede vita al nazismo.

È altrettanto evidente che il duplice attentato, che ha ora come unico capro espiatorio un giovane uomo trentaduenne, è stato un monito per la politica del Governo norvegese.

Un avvertimento a cambiare rotta, a sottostare alla creazione di un nuovo ordine mondiale e a sottrarsi alla cooperazione con la Russia. Un modo per far capire che l’indipendenza non è concessa.

Sarà servito?

Speriamo di no.

Tratto da Voci Dalla Strada
Fonte: Il Democratico

Pubblicato da krommino75

11 aprile 2012

“Breivik è sano” Ecco la nuova perizia contro il killer di Oslo. Per gli esperti l’autore delle stragi di Oslo e Utoya era lucido quando ha ucciso 77 persone. Il 16 aprile inizia il processo.

Articolo di – 10 aprile 2012 * fonte: ilgiornale.it

<data-send=”false” data-layout=”button_count” data-width=”60″ data-show-faces=”false”>Anders Behring Breivik, è sano di mente e può essere processato per le stragi di Oslo e Utoya dello scorso luglio in cui morirono 77 persone.

Lo ha stabilito una nuova perizia psichiatrica sull’estremista di destra norvegese che ha riaperto il dibattito sul fatto se l’assassino debba essere o no tenuto in carcere. Qualche mese fa, altri esperti avevano ritenuto che Breivik soffrisse di “schizofrenia paranoide”. Entrambe le perizie non hanno valore vincolante: il processo si aprirà il 16 aprile e entro metà luglio i giudici consulteranno altri esperti.

Solo allora, quindi, si saprà se Breivik sarà rinchiuso in manicomio o se potrà affrontare un regolare processo perché ha orchestrato le stragi con un piano ben definito. Lo stesso Breivik sin dall’inizio aveva sostenuto la sua integrità mentale spiegando che i delitti erano stati compiuti per militanza politica e non per una forma di follia. “Non abbiamo riscontrato alcuna evidenza di psicosi” ha spiegato lo psichiatra Asgar Aspaas che ha presentato oggi ai giornalisti il suo rapporto di 310 pagine.

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A pensar male si fa peccato, ma spesse volte ci si indovina” Giulio Andreotti

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Giuramento del Governo Letta. A sparare a piazza Montecitorio Luigi Preiti, calabrese, artigiano edile a Predosa, vicino Alessandria. Sarà vero o può essere un “false flag” per l’instaurazione dell’Eurogendfor? Va ricordato che il rapimento di Aldo Moro avvenne il giorno del suo giuramento

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Palazzo Chigi, sparatoria. Due carabinieri feriti

28 aprile 2013

Aveva vizio del gioco d’azzardo. «Puntavo ai politici», confessa. Alfano: «voleva suicidarsi»

Attentatore fermato

Sette, otto colpi di pistola sono stati sparati intorno alle 11.40 davanti a Palazzo Chigi, negli stessi minuti in cui al Quirinale si stava celebrando la cerimonia di giuramento dei ministri del nuovo governo guidato da Enrico Letta. Dalle prime ricostruzioni due carabinieri sono stati feriti, al collo e alla gamba. Non sono in pericolo di vita. Anche se quello colpito al colle sarebbe n grave condizioni. L’uomo che ha sparato è italiano e sarebbe affetto da problemi mentali. Subito fermato dalle forze dell’ordine. Si tratta di Luigi Preiti, calabrese di Rosarno, di 49 anni, non avrebbe prcedenti penali. Anche in piazza del Quirinale è scattato lo stato d’allerta ed è stata fatta allontanare la folla. Impressionante lo scarto di immagine tra quel che è avvenuto in piazza e il clima di festa ovattato della cerimonia dentro al Colle. I feriti sono stati portati all’ospedale San Giovanni. Ora sono in corso i rilievi. Consiglio dei ministri anticipato alle 13, regolarmente a palazzo Chigi.

16:24 Secondo il pm, Luigi Preiti voleva colpire i politici ma non potendo raggiungerli ha spostato il tiro sui carabinieri (Edoardo Petti, Linkiesta)

16:22 Preiti non aveva il porto d’armi e secondo il pm Laviani è un uomo pieno di problemi, ma non sembra uno squilibrato (Edoardo Petti, Linkiesta)

16:09 Fonti investigative confermano anche il vizio per il gioco d’azzardo di Luigi Preiti. Aveva dilapidato ingenti somme di denaro

16:06 Viene confermato da più fonti investigative. Luigi Preiti voleva colpire i politici

16:00 Ascoltato dal procuratore Pierfilippo Laviani all’Ospedale San Giovanni, Luigi Preiti ha ammesso le sue responsabilità

15:59 Potrebbero esserci problemi di gioco dietro alle difficoltà di Luigi Preiti, l’uomo che oggi ha ferito due carabinieri davanti a Palazzo Chigi. L’attentatore, secondo quanto si apprende, gia’ prima della separazione dalla moglie, spendeva molti soldi alle slot machines ed al biliardo. E proprio questo sarebbe uno dei motivi che lo hanno allontanato dalla famiglia e che gli hanno fatto perdere il lavoro.

15:56 Luigi Preiti avrebbe confessato: «Puntavo ai politici»

15:33 L’interrogatorio di garanzia di Luigi Preiti sarà tra domani e martedì. Il Gip ha confermato il fermo (Edoardo Petti, Linkiesta)

15:23 Le case di Predosa e Rosarno, dove viveva Preiti, sono state già perquisite dalle forze dell’ordine

15:21 Tre telecamere di sorveglianza di palazzo Chigi hanno ripreso le immagini della sparatoria. Ora sono al vaglio degli inquirenti

15.15 Nel paese di Predosa chi conosceva Preiti parla di «un lavoratore infaticabile»

15:03 Preiti è titolare di una ditta individuale. L’aveva fondata nel 2009. Da quel che risulta Linkiesta ha una solvibilità sufficiente. Non risultato fallimenti o protesti.

14:58 Enrico Letta ha lasciato palazzo Chigi. Il premier, a quanto si apprende, è intenzionato ad andare a far visita ai due carabinieri feriti oggi davanti alla sede del governo, non appena le condizione cliniche dei due militari lo consentiranno

14:52 Uno dei carabinieri feriti è stato colpito alla colonna vertebrale, dicono i medici dell’Umberto Primo

14:35 Luigi Preiti ha un’azienda che porta il suo stesso nome con sede a Preodsa in provincia di Alessandria di «attività non specializzate di lavori edili»

14:27 «Sono sconvolta, non riesco ancora a credere che lo abbia fatto»: sono le poche parole con cui l’ex moglie di Luigi Preiti, Ivana, commenta la sparatoria di fronte a Palazzo Chigi nella quale sono rimasti feriti due carabinieri. Separati da tempo, la donna non ha più avuto contatti con l’ex marito da diversi mesi. L’ultima volta che Luigi Preiti era stato a Predosa e l’aveva incontrata è stato lo scorso anno per la Prima Comunione del figlio, che ha 11 anni (Ansa)

14:19 «La situazione generale dell’ordine pubblico nel Paese non desta preoccupazioni», lo afferma il ministro dell’Interno Angelino Alfano, confermando che «comunque sono stati rafforzati i controlli presso gli obiettivi a rischio»

14:13 Alfano: «Riferiremo subito in parlamento»

14:10 Angelino Alfano: «È un disoccupato di 49 anni, dopo la sparatoria voleva suicidarsi ma i colpi erano finiti»

14:09 Secondo fonti investigative Luigi Preiti sarebbe venuto a Roma proprio con l’intenzione di compiere un ”gesto eclatante”. Da quanto si è appreso dai carabinieri l’uomo sarebbe arrivato nella capitale con questo intento: non è stato accertato se è arrivato già armato o se la pistola se l’è procurata a Roma (Ansa)

14:08 Dario Di Vico a Skytg24: «Aspettiamo informazioni certe. Al momento non si possono fare collegamenti tra la sparatoria, l’insediamento del governo e la crisi economica»

14:03 Angelino Alfano, vicepremier e ministro dell’Interno terrà a breve una conferenza stampa a palazzo Chigi, non appena terminato il consiglio dei ministri.

13:58 Franco Frattini invita ad abbassare i toni e ad evitare analisi improvvisate

13:54 Uno dei video appena dopo la sparatoratoria. Agenzia parlamentare

13:47 «Mi sembrava freddo, infastidito, strafottente, come se pensasse: ‘Se mi date una pistola lo rifaccio’. Aveva un collare ortopedico al collo e delle tumefazioni alla testa, ma per il resto camminava bene». A parlare un testimone che descrive l’arrivo di Preiti all’ospedale S.Giovanni. (Ansa)

13:41 I carabinieri feriti dall’attentatore davanti a Palazzo Chigi sono il brigadiere Giuseppe Giangrande, di 50 anni, e il carabiniere scelto Francesco Negri, di 30. Sia il brigadiere sia l’appuntato sono effettivi al Battaglione Toscana. (Ansa)

13:38 «Chi semina vento raccoglie tempesta. Abbiamo sempre sostenuto che la predicazione dell’odio e dell’abbattimento dell’avversario che si manifesta anche col sistematico disturbo organizzato delle manifestazioni altrui a cui il centrodestra non si è mai accodato, può portare le persone psicologicamente predisposte all’uso criminale della violenza. Scontate le condanne anche sincere di ogni parte politica ma non basta per sentirsi tutti assolti». Lo afferma il presidente di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa. «Ai feriti e all’Arma dei Carabinieri -aggiunge- la mia totale vicinanza e solidarietà».

13:36 «Ci discostiamo da questa onda che spero finisca lì perchè il nostro MoVimento non è assolutamente violento. Piena solidarietà alle forze dell’ordine e speriamo che sia un episodio isolato e rimanga tale». Lo scrive sul suo blog Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

13:33 Non è chiaro, al momento, se Luigi Preiti fosse stato ricoverato per problemi psichici in passato

13:30 Il pm che si occupa del caso è Antonella Nespola

13:28 Preiti non parla. Fermato dopo gli spari si è chiuso in silenzio (Ansa)

13:15 «Fino a ieri mattina mio fratello era una persona lucida e intraprendente… Ora sento queste notizie e mi crolla tutto addosso…». Arcangelo Preiti, all’Adnkronos, parla così dopo l’attentato compiuto dal fratello, Luigi, che ha ferito 2 carabinieri davanti a Palazzo Chigi. «Fino a ieri mattina mio fratello era una persona lucida e intraprendente. Lui viveva a Predosa, poco lontano da me. Ha perso il lavoro e si è separato dalla moglie, è padre… Problemi psichici? No, no… Da 49 anni a questa parte no…», dice Arcangelo Preiti. «Dopo aver perso il lavoro è tornato in Calabria a vivere con i miei genitori, non lo vedo e non lo sento da agosto»

13:10 Innalzate le misure di sicurezza nelle sedi istituzionali dopo la sparatoria a palazzo Chigi. La vigilanza è stata rafforzata dal questore di Roma Fulvio Della Rocca d’intesa con le altre forze di polizia, oltre che a palazzo Chigi, anche su Quirinale, Camera e Senato e altre sedi di rappresentanza. (Ansa)

13:09 Il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano riferira’ in cdm sulla sparatoria avvenuta stramane davanti a Palazzo Chigi

13:07 La passante ferita è incinta. Non è in gravi condizioni

13:01 Luigi Preiti è originario di Rosarno ma è risedente a Predosa, in provincia di Alessandria, Piemonte

12:54 Vanno insieme a piedi dal Quirinale a Palazzo Chigi i ministri degli Esteri Emma Bonino e degli Affari Europei Enzo Moavero. Mentre le zone limitrofe al palazzo del governo sono transennate e bloccate al transito per la sparatoria in cui sono rimasti feriti due carabinieri, i ministri percorrono a piedi le vie del centro senza scorta chiacchierando a lungo tra di loro. Bonino viene a più riprese riconosciuta e salutata dai passanti che le fanno gli auguri per l’incarico (Ansa)

12:50 «A nome di tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle esprimiamo la nostra ferma condanna per il folle gesto di violenza perpetrato poco fa davanti a Palazzo Chigi ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà umana e civile ai tre Carabinieri in servizio ed al passante feriti. La democrazia non accetta violenza». È quanto si legge in una nota congiunta dei capigruppo del M5S Roberta Lombardi e Vito Crimi a proposito della sparatoria a Palazzo Chigi

12:49 Luigi Preiti non ha precedenti penali

12:40 Anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno conferma che chi ha sparato è uno «squilibrato»

12:31 Appena dopo il giuramento il vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano si sta recando al policlinico Umberto Primo dove è stato ricoverato il carabiniere ferito in maniera più grave.

12:30 «Siamo molto preoccupati, sembra sia un pazzo». Lo ha dichiarato il neo ministro per le infrastrutture Maurizio Lupi, in merito alla sparatoria a Palazzo Chigi. «È una cosa che lascia preoccupati, ora ci sarà un Cdm brevissimo», ha aggiunto: «il presidente del consiglio dovrebbe andare li»

12:27 I due carabinieri non sono in pericolo di vita

12: 24 Luigi Preiti al momento dell’arresto (Foto Lapresse/Scrobogna)

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Attentato a Montecitorio: ecco le tesi di chi non ci vede chiaro…

La sparatoria avvenuta nei giorni scorsi davanti Montecitorio ha alimentato un ampio dibattito sul web: e sono in molti, a torto o ragione, a non vederci chiaro, per svariati motivi.

Della vicenda – dibattutissima su tutti i media e su molti blog – noi ci siamo occupati ben poco: quello che possiamo evidenziare, a distanza di alcuni giorni, è che fino a questo momento come prevedibile in questi casi, la vicenda è sembrata funzionale agli obiettivi e agli scopi del ‘sistema’:

Dopo l’attentato infatti sono state rinforzate le misure di sicurezza intorno al Palazzo, dove sarà limitata la circolazione delle persone, ed i privilegi dei governanti (tutti i ministri si muoveranno con scorta e auto blu) inoltre il dibattito sui “fomentatori di odio” guardacaso, si è spostato sulla rete: con i vertici del governo che propongono “leggi speciali”… un vero e proprio assist a chi, da anni, cerca la strada migliore per censurare il web limitando la perdita di consensi e di far percepire al cittadino di vivere in una vera e propria DITTATURA.

Senza la volontà di avanzare illazioni, ma con la massima “neutralità” riteniamo giusto segnalare ai nostri lettori alcuni articoli che illustrano e analizzano i fatti evidenziando quello che gli autori degli articoli ritengono una “serie di misfatti” e incongruenze.

Visto che i mass media hanno dato spazio esclusivamente alle “versioni ufficiali” e alle veline dei palazzi, crediamo che sia giusto e sacrosanto dare spazio a tutti i “punti di vista” lasciando che ogni lettore si faccia una propria, personale idea sui fatti.

Staff nocensura.com

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I misteri di Palermo: trovata vuota la valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa

di 27 aprile 2013

Carlo Alberto Dalla Chiesa (LaPresse)Carlo Alberto Dalla Chiesa (LaPresse)

Sembra un gioco degli specchi, una immaginifica galleria di miraggi. Quando la verità, una prova, una traccia sembrano essere a portata di mano a Palermo, al palazzo di giustizia di Palermo, si scopre che un’anonima manina ha già fatto sparire tutto. Il ruolo degli anonimi in questo palazzo di giustizia è tanto antico quanto antica è la natura stessa della mafia. Questa volta il mistero riguarda la valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro il 3 settembre 1982: 31 anni fa quella valigetta, che secondo alcuni conteneva nomi eccellenti e sospettati di essere molto legati a Cosa nostra, fu consegnata dalla polizia ai magistrati ma non venne fatto cenno dei documenti che vi erano contenuti nella relazione di accompagnamento.

Qualche giorno fa il magistrato Nino Di Matteo che da tempo indaga sulla trattativa tra Mafia e Stato, su alcuni delitti eccellenti e sui misteri che hanno avvelenato la vita repubblicana ha chiesto agli investigatori di cercare nei depositi del palazzo di giustizia quella valigetta che, una volta ritrovata, era vuota. Questione certamente da chiarire anche perché la ricerca della valigetta ha alla base un’altra segnalazione anonima: è infatti uno dei 22 punti contenuti in un dossier anonimo che il magistrato palermitano, al centro negli ultimi tempi di uno stillicidio di minacce anche gravi, ha ricevuto nell’autunno scorso e che sembra essere stato scritto da soggetti ben informati (qualcuno ipotizza addirittura da carabinieri).

In quel documento anonimo, che l’estensore ha denominato “Protocollo fantasma” si parla appunto della borsa del generale e dei documenti.
Per l’uccisione del generale e di Emanuela Setti Carraro sono stati condannati come esecutori e mandanti i vertici di Cosa nostra a partire da Totò Riina. Resta l’ombra di possibili mandanti esterni, politici o addirittura istituzionali: se vi furono la scomparsa dei documenti non aiuterà certo a rintracciarli.

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A trent’anni dall’uccisione, il Capo dello Stato auspica che la sua memoria mobiliti le coscienze per stroncare “un fenomeno criminale insidioso e complesso”

foto Ansa

19:09 – Per Giorgio Napolitano il ricordo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di cui ricorre oggi il 30esimo anniversario della morte, è utile per unire tutti nella lotta contro la mafia. “Ricordare il sacrificio del generale Dalla Chiesa – si legge nella nota del Capo dello Stato – contribuisce a consolidare la mobilitazione di coscienze e di energie attraverso cui recidere la capacità pervasiva di un fenomeno criminale insidioso e complesso”.

In memoria del generale ucciso, il Capo dello Stato ha inviato al prefetto di Palermo, Umberto Posiglione, un messaggio in cui definisce Dalla Chiesa “un eccezionale servitore dello Stato, di comprovata esperienza operativa e investigativa”.

Ecco il testo del messaggio diffuso dal Colle: “A trent’anni dal vile agguato al prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, alla moglie Emanuela Setti Carraro e al coraggioso agente di scorta Domenico Russo, crudelmente assassinati dalla mafia, rendo commosso omaggio alla loro memoria, ricordandone l’estremo sacrificio a difesa delle Istituzioni e dei cittadini.

Eccezionale servitore dello Stato, di comprovata esperienza operativa e investigativa, in Sicilia ed in altre regioni, arricchita dagli straordinari risultati conseguiti nella lotta al terrorismo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa fu inviato nuovamente nell’isola, quale prefetto della provincia di Palermo, in una fase particolarmente difficile della lotta alla mafia. La sua uccisione provocò un unanime moto d’indignazione, cui seguì un più deciso e convergente impegno delle Istituzioni e della società civile, che ha consentito di infliggere colpi sempre più duri alla criminalità organizzata, ai suoi interessi economici ed ai suoi legami internazionali”.

“Insieme contro la mafia”
“Ricordare il sacrificio del generale Dalla Chiesa e dei tanti che ne hanno condiviso il destino a salvaguardia dei valori di giustizia, di democrazia e di legalità, contribuisce a consolidare quella mobilitazione di coscienze e di energie e quell’unione d’intenti fra Istituzioni, comunità locali e categorie economiche e sociali, attraverso cui recidere la capacità pervasiva di un fenomeno criminale insidioso e complesso”, continua Napolitano nel suo messaggio.

E conclude: “Con questo spirito di rinnovata adesione ai valori fondanti della Repubblica e interpretando i sentimenti di gratitudine dell’intera Nazione, rinnovo ai familiari del generale Dalla Chiesa, della sua gentile consorte Emanuela e dell’agente Russo espressioni di calorosa vicinanza e solidale partecipazione al loro dolore”.

Monti: “Simbolo di rigore morale”

Anche il presidente del Consiglio, Mario Monti, ricorda il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, “simbolo di rigore morale”, nel trentennale della sua morte. In un messaggio il premier ha ribadito come “il governo si impegna a rafforzare, a tutti i livelli, la consapevolezza che il contrasto ad ogni forma di criminalità organizzata costituisce il punto di partenza per un paese più giusto, prospero e democratico”.

Schifani: “La memoria degli uomini migliori ci accompagna e ci guida”
“Quell’assassinio, come tutti gli omicidi di mafia, rappresentò un attacco diretto al cuore del nostro Paese, poiché quando una nazione perde i suoi uomini migliori, è come se avesse perso parte delle sue energie vitali, quelle che consentono ad uno Stato di crescere e prosperare”. Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha ricordato, nel suo messaggio al prefetto di Palermo in memoria della strage di Via Carini

Fini: “La sua grandezza morale un modello per tutti”
“Resta immutato il profondo senso di amarezza -scrive Gianfraco Fini, Presidente della Camera – per una così grave ferita inferta all’Italia da parte della criminalità organizzata. Il Generale Dalla Chiesa fu ucciso per mano della mafia che ne temeva il coraggio, l’esperienza investigativa, il rigore, l’efficacia di un impegno intenso ed incondizionato, proprio dei grandi servitori dello Stato “. “Alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo – conclude il presidente della Camera – invio i sensi della più sentita solidarietà, mia e della Camera dei deputati”.

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Mafia: Nando Dalla Chiesa, omicidio di mio padre aveva matrice politica

Palermo, 27 apr-. (Adnkronos) – “Il fatto che mio padre non si separasse mai da quella cartelletta, una specie di valigetta, e che adesso e’ risultata vuota, e’ indicativo del fatto che la matrice dell’omicidio fosse pu’ politica, perche’ mio padre stava facendo delle indagini molto pericolose per Cosa nostra”. Nando Dalla Chiesa, in viaggio a Londra, commenta cosi’ gli ultimi sviluppi dell’indagine coordinata dalla Dda di Palermo e aperta dopo un esposto anonimo arrivato in procura lo scorso autunno in cui si parlava proprio della valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie e a un agente di scorta in via Isidoro Carini a Palermo il 3 settembre 1982. “E’ un giallo infinito – spiega ancora Dalla Chiesa – uno dei tanti misteri italiani. E’ un fatto importante l’avere trovato quella cartelletta di pelle vuota”. E ricorda anche la vicenda della cassaforte di Villa Pajno, la residenza del Prefetto Dalla Chiesa. All’indomani del suo omicidio i familiari cercarono la chiave della cassaforte ma non la trovarono. “LA chiave – ricorda oggi il figlio Nando – ricomparve solo qualche giorno dopo in un cassetto, ma dentro la cassaforte non c’era niente. Solo una scatola vuota”. Nelle scorse settimane i magistrati di Palermo che indagano sulla valigetta, il Procuratore aggiunto Vittorio Teresi, e in pm Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, hanno anche ascoltato Nando Dalla Chiesa: “Volevano accertare se davvero mio padre avese queste abitudine di tenere con se questa cartella di pelle – spiega – e io l’ho confermato”.

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Un uomo forte, che ha lottato con tutti i mezzi contro i nemici, il terrorismo, la mafia. Coinvolto nella P2, vittorioso contro le BR e poi prefetto di Palermo.

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Cominciano ad essere tanti i suicidi dei carabinieri. Quali sono le ragioni del loro disagio e perchè arrivano a tanto:

– Hanno un’arma e basta uno stato di depressione per creare uno sterminio;
– Sono in mobilitazione a causa della nascita di Eurogendfor;
– Non sono più una autorità né come Arma né come padri di famiglia;
– Possono essere caduti anche in depressione per le tante cose che sanno e debbono tacere;
– Non è escluso che alcuni di loro siano messi alla prova per passaggi di livello anche con rituali satanici e omicidi a comando;
– Potrebbero essere anche stati ingaggiati per attacchi a furgoni cambio valori, rapine e terrorismo;
– Ricordiamoci come sono nati i ROS di Cossiga;

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DEGRADO A VIA GRADOLI, CON SERVIZI SEGRETI – LA VIA DELLE TRANS-MARRAZZATE FINISCE AL CENTRO DI UN’INCHIESTA SU UN GIRO DI CANTINE E SEMINTERRATI, PRIVI DI CERTIFICATI DI ABITABILITÀ, AFFITTATI A STRANIERI SENZA PERMESSO DI SOGGIORNO – QUELLO DI VIA GRADOLI È UN COMPRENSORIO MISTERIOSO: ZONA DI SESSO, RICATTI, ILLEGALITÀ CLANDESTINA E DI SERVIZI SEGRETI (CINQUE PALAZZINE IN ZONA APPARTENGONO ALL’AISI) – E DA QUELLE PARTI MORÌ, IN CIRCOSTANZE ANCORA DA CHIARIRE, LA TRANS BRENDA…

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera”

13 dicembre 2009

POLIZIA IN VIA GRADOLIPOLIZIA IN VIA GRADOLISolo l’asfalto è rimasto lo stesso, crivellato di buche e di scavi. Per il resto, via Gradoli, simbolo cupo degli anni Settanta è ormai un comprensorio di conflitti irrisolti. Tra seminterrati ceduti in nero, beatamente esentasse, e cubature gravate dall’Ici svettante di un’area residenziale. Sui tanti perché della traversina in via Cassia la procura ha aperto un’inchiesta. La strada, a quanto risulta, è tra le più trafficate dai fornitori di bombole a gas. Niente di male. Ma nell’estate 2009 vi fu un’esplosione.

condominio di via Gradoli 96, a Roma, dove sarebbe avvenuto l'incontro tra il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, e un transessuale di origini brasiliane (foto di Benvegnù-Guaitoli)condominio di via Gradoli 96, a Roma, dove sarebbe avvenuto l’incontro tra il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, e un transessuale di origini brasiliane (foto di Benvegnù-Guaitoli)Venne fuori che cantine e seminterrati erano affittati a stranieri senza permesso di soggiorno. Un modo per favorire l’immigrazione clandestina? Il dubbio è legittimo, dicono i residenti. La comunità multietnica di via Gradoli – dai trans brasiliani agli equadoregni impiegati come camerieri nei locali del centro – sembra unita più che altro dall’affitto in nero.

PIERO MARRAZZOPIERO MARRAZZO Al momento c’è solo il fascicolo assegnato al pm Maria Letizia Golfieri (sue le inchieste sulle tangenti per le sanatorie nel X Municipio e gli abusi edilizi in viale Parioli) ma dietro l’esposto presentato da Riccardo Corsetto, portavoce del Movimento per l’Italia di Daniela Santanchè, si indovina la preoccupazione di chi abita in zona: «La situazione allo stato attuale potrebbe rappresentare un grave pericolo alla sicurezza e all’incolumità pubblica» si legge nel documento. E ancora: «Da alcuni anni i residenti e alcuni comitati di zona denunciano la presenza di numerose cantine e locali a quanto pare prive di certificati di abitabilità e che, nonostante ciò, risulterebbero affittati illegalmente a terzi per uso residenziale».

La trans BrendaLa trans BrendaTeatro più o meno stabile della prostituzione trans della Roma nord, legata alle vicende del video-ricatto a Piero Marrazzo, via Gradoli è tuttora il domicilio di Natalie (resa famosa dai molti talk show sull’affaire) nonché presunta «base operativa» dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (ex Sisde). Insomma i trans del caso Marrazzo non sarebbero l’unico retroscena intrigante sulla strada. Dice il portavoce del comitato dei residenti, Carlo Maria Mosco: «Le cinque palazzine ai civici 65, 69, 35, 75 e 96 appartengono all’Aisi.

Natalie - trans marrazzo - foto Ferrario-GMTNatalie – trans marrazzo – foto Ferrario-GMTMa il vero problema è la riqualificazione della zona su cui non otteniamo risposta, se non un rimpallo di responsabilità tra Asl e Comune». E se una lettera dell’Aisi (indirizzata allo stesso Mosco) smentirebbe la presenza dei servizi in via Gradoli, quanto ai locali subaffittati a clandestini c’è poco da aggiungere: «La vicenda è nota anche al commissariato di zona – dice Corsetto -. Ci risulta che alcune agenzie attorno alla stazione Termini indirizzino gli stranieri in cerca di alloggio in via Gradoli».

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via_gradoli

Con la scandalo Marrazzo – il “trans gate” – è tornata clamorosamente alla ribalta una strada, Via Gradoli, tristemente nota per il sequestro Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Durante il sequestro, le BR avevano in quella via nella zona nord di Roma, una base logistica di primo piano (mentre Moro, fisicamente, era rinchiuso in Via Montalcini); da qui operavano molti brigatisti (Balzerani, Morucci, Faranda tra gli altri) ma soprattutto il loro capo, Mario Moretti, che aveva preso in affitto quell’appartamento nel 1975 sotto il falso nome di Mario Borghi e che lì andava a dormire la sera mentre faceva la spola con la prigione di Moro in via Montalcini.

La polizia si presenta in Via Gradoli per la prima volta il 18 marzo 1978, appena all’inizio del sequestro Moro, solo due giorni dopo la strage di Via Fani. I cinque poliziotti vi vengono inviati dalla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza ma si limitano a bussare alla porta, andandosene dopo la mancata risposta degli inquilini. Il secondo episodio data 2 aprile 1978, la famosa seduta spiritica officiata da Romano Prodi nella campagna bolognese, a Zappolino, durante la quale alcuni commensali attorno a un tavolo invocano gli spiriti di Giorgio La Pira e Don Sturzo, facendo muovere un piattino su un tavolo alfabetico e ricavandone le parole: Gradoli, via Cassia, Viterbo, 6, 11. Prodi, solo dopo due giorni dalla rivelazione – i weekends sono sacri – riferisce l’informazione alla segreteria della DC, la quale la trasmette a sua volta al ministero dell’Interno che scatena, per risposta, perquisizioni a tappeto nel paesino di Gradoli (non la via) in provincia di Viterbo senza trovare nessuna traccia, ne di brigatisti, ne di Aldo Moro. A nessuno verrà in mente di perquisire Via Gradoli sulla Cassia (che tra l’altro sta al civico 96, interno 11) non ai dirigenti che avevano ordinato la perquisizione il 18 marzo e nemmeno al ministro dell’Interno, Cossiga, anche perché, spiega, la via non era nelle pagine gialle della capitale. Ultimo capitolo, il 18 aprile, il covo viene scoperto dai vigili del fuoco che intervengono su richiesta dell’inquilino sottostante per una perdita d’acqua che filtra attraverso il soffitto. Il motivo? E’ stata lasciata aperta la pistola della doccia, che allaga il bagno del covo BR. Invece di tenere segreta la scoperta, dato che gli inquilini non sono ancora rientrati, la notizia viene diramata a giornali e TV ed è lo stesso Cossiga a telefonare alla Rai, a Sergio Zavoli, perché sia informato dell’accaduto. Di Moretti e compagnia nessuna traccia. Passeranno ancora 21 giorni prima che Aldo Moro venga ucciso, il 9 maggio 1978, dal commando dei brigatisti.

Un bel pasticcio. Altro che Marrazzo. A complicare il tutto emerse poi che quell’appartamento, affittato dal capo delle BR sotto falso nome, era di proprietà nientemento che dei servizi segreti italiani.

A parte quelli che credono alle sedute spiritiche e alle coincidenze, per tutti gli altri ci sono due spiegazioni per queste vicende intricate: 1) Prodi faceva parte, come Cossiga, di quel complotto interno alla DC che vedeva volentieri l’epilogo tragico della vicenda Moro e cercava in tutti i modi di tenere informati i brigatisti, in maniera indiretta, sull’andamento delle indagini, allarmandoli sul fatto che il loro covo fosse “bruciato” e perché cercassero di sfuggire alla cattura; 2) si tratterebbe di una colossale e maldestra pagliacciata all’italiana, con atteggiamenti ambigui e opportunisti dei politici, impreparazione delle procure e delle forze dell’ordine, devianze a destra e sinistra dei servizi segreti con messaggi che partivano con le migliori intenzioni ma si perdevano nel caos dei compartimenti stagni, nel doppiogiochismo delle intenzioni (l’informazione del covo arrivata a Prodi sarebbe partita nientemeno che dal KGB) con conseguenze comiche e grottesche.

Personalmente, dato il paese in cui vivo, sono portato a credere in egual misura a entrambe le ipotesi o a un mix delle due, a piacere.

Decisamente per la prima ipotesi propendeva invece uno smagliante Paolo Guzzanti, allora a capo della Commissione Mitrokhin, in questo curioso stralcio di intervista del 1997, in cui il progenitore di quei formidabili assi della satira che sono Corrado e Sabina, sfoggiava un misto di indignazione e umorismo, senza risparmiare il già famoso giornalista di Nessuno TV, Mario Adinolfi.

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L’ASSASSINIO DI MORO (1978)

Il “mistero dei misteri”, dopo le ultime dichiarazioni fatte da politici autorevoli, presenta nuovi risvolti inquietanti

di Giuseppe dell’Acqua

Dopo la prima parte del nostro viaggio alla scoperta dei misteri nel sequestro Moro affrontiamo un tema di grande interesse dal punto di vista giudiziario. Molto ruota intorno al processo ai danni del Senatore a vita Giulio Andreotti. La sua posizione sulla scacchiera dell’”affaire Moro” è poco conosciuta e soprattutto poco interpretabile. A lui sono legati aspetti inquietanti del sequestro, dalla morte di Mino Pecorelli al connubio Mafia–Governo passando dalla questione dei due memoriali fino allo scandalo P2.
“Il mio sangue ricadrà su di voi” è una frase che Aldo Moro scrisse in una delle quattro lettere intercettate dal Viminale e non recapitate ai destinatari. Rappresenta la profezia che gli anni sembra aver confermato. Moro rifletteva sui tradimenti subiti da Cossiga e Zaccagnini. Ma è proprio ad Andreotti che Moro si rivolge in modo più aspro e minaccioso: “Tornando a lei, onorevole Andreotti per nostra disgrazia e per disgrazia del paese…lei ha potuto navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile e che è milioni di anni luce lontano da lei…passerà alla triste cronaca che le si addice…”. Andreotti, per molti, rappresentava l’unica opportunità che Moro aveva per salvarsi la vita; ma così non fu.

Chiunque aveva il “dovere” di liberare un cittadino italiano
nelle mani di terroristi, ha

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La polizia sul luogo
dell’omicidio Moro

commesso l’errore di considerare Aldo Moro solo come un uomo politico a conoscenza d’elementi la cui divulgazione pubblica poteva far esplodere una “bomba” nella politica italiana. Moro, come abbiamo ricordato in precedenza, durante il sequestro “dialogò” con le Brigate Rosse sulle questioni calde della politica democristiana. Dalle trattative segrete per l’attuazione del “compromesso storico” al ruolo della DC nel periodo dell’”attacco al cuore dello stato”, dal tentativo di colpo di Stato di De Lorenzo alla strage di Piazza Fontana passando per “Gladio” e per l’affare “Lockeed”. Il pericolo che queste verità potessero essere scoperte, portò – forse – i vertici della DC a valutare i danni che Moro libero avrebbe causato e giunsero alla drammatica conclusione che la vita di Moro potesse essere sacrificata in cambio della solidità dello Stato. Ciò non avvenne. Secondo la “Commissione Stragi” dell’ultima legislatura, “il delitto Moro, valutato come fatto storico, apparve come il momento di maggiore intensità offensiva del partito armato e, specularmente, come il momento in cui lo Stato si rivelò più impotente nel dare risposta appena adeguata all’aggressione eversiva”. Ecco perché “né con lo Stato né con le BR” è la chiave di lettura principale del caso Moro. Uno Stato che si è rivelato “impotente” di fronte ad un nemico invisibile che ha obbligato lo Stato a riconoscersi inferiore al punto di non essere più riconosciuto da alcuni suoi esponenti politici, dalla sua stessa magistratura, dal suo stesso popolo.
Quando si parla degli attentati di Piazza Fontana, del treno Italicus, di Brescia e Bologna, di Via Fani, ci si riferisce con un termine molto suggestivo: “Stragi di Stato”. Dare una spiegazione al perché si usa il termine “Stato” come aggettivo, per identificare atti terroristici così gravi, è molto semplice; sono le stragi che hanno recato alla Nazione un danno morale enorme. Tutto lo Stato italiano è stato a lutto per mesi, si sono celebrati i “Funerali di Stato”, i morti sono stati insigniti delle più alte onorificenze dello Stato; ecco perché “Stragi di Stato”.
Pensare che questi siano i motivi reali è com’essere sicuri che “il gatto nero porti sfortuna”. E’, per usare un termine usato in trasmissioni televisive, il “Babbo Natale! Non è vero, ma ci credo”. La verità è purtroppo un’altra; “Strage di Stato” è la sconfitta in una battaglia. Il Governo non può perdere una battaglia, non può essere “impotente nel dare risposta appena adeguata all’aggressione”e soprattutto,non deve essere messo in discussione dal suo stesso “esercito”.
“Strage di Stato” è anche sinonimo di mistero e di paura che lo Stato possa essere coinvolto nella morte di civili innocenti. Purtroppo questa paura non è infondata. Troppe volte ci siamo ritrovati a sentire dichiarazioni ed a leggere documenti che sembravano nascondere qualcosa o qualcuno. Come nostro solito, le pure ipotesi senza prove, non sono “informazione” e quindi è bene consultare i documenti ufficiali. Secondo la “Commissione Stragi” della XII legislatura “le nuove acquisizioni consentono di ritenere certo o almeno altamente probabile il carattere intenzionale di almeno alcune delle omissioni, di almeno alcune delle inerzie che contribuirono al tragico epilogo della vicenda Moro… impressionante è la convergenza di indicazioni verso un intreccio fitto – e non ancora pienamente disvelato – di ambigui rapporti che legarono in ambito romano uomini di vertice delle organizzazioni mafiose e della criminalità locale al mondo di uno oscuro affarismo, ad esponenti politici, ad appartenenti alla Loggia P2, a settori istituzionali, in particolare dei servizi segreti”. Sono dichiarazioni che risalgono alla metà degli anni ’90 quando l’archivio Mitrokhin e quindi anche l’omonimo dossier, non sono ancora di dominio pubblico, ne tantomeno nelle mani dei servizi segreti italiani. I dubbi che ci fossero presenze oscure nella vicenda Moro erano molti prima ancora che vennero alla luce i documenti segreti del KGB e dei servizi segreti italiani. Nella dichiarazione della “Commissione Stragi” in particolare, ritroviamo una sigla presente nelle biografie di molti personaggi implicati nella vicenda Moro: la Loggia massonica P2.
Andando a ritroso nel tempo, subito dopo la pubblicazione dell’archivio Mitrokhin, lo scandalo della P2 è l’avvenimento che più di tutti ha rappresentato una svolta nelle indagini.

La P2 fu creata nel secondo dopoguerra con l’aiuto della massoneria USA allo scopo di partecipare attivamente alla vita politica, economica e sociale dei paesi in cui era presente. In Argentina, per esempio favorì il golpe militare ed era attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania. La data di costituzione della P2 in Italia è il 12 maggio 1966, quando Licio Gelli venne elevato al grado di Gran Maestro Venerabile. Alla loggia s’iscrissero importanti uomini politici,

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Vasilij Mitrokhin

industriali e soprattutto militari appartenenti al SISMI ed alla CIA. I loro nomi furono scoperti il 17 marzo 1981 dopo il ritrovamento di documenti segreti in un appartamento ad Arezzo. La P2 fu sciolta, ufficialmente, il 10 dicembre 1981, anche se ufficiosamente Gelli continua tuttora a gestire una loggia massonica dal Principato di Monaco. Nel caso Moro la P2 ha una rilevanza di primo piano e gli elementi in comune sono tanti.
Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Moro, ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma – poche centinaia di metri dall’ambasciata statunitense – a cui presero parte i maggiori esponenti della P2. Uscendo dall’Hotel, Gelli disse: “la parte più difficile è fatta”. A cosa si riferiva il gran maestro se non alla cattura di Moro?
Quel giorno in Via Fani, come abbiamo visto, era presente il colonnello del SISMI Guglielmi che dipendeva direttamente dal generale Musumeci. Il generale era un esponente della P2 così come il generale Santovito a cui giunse la notizia del probabile sequestro Moro da parte di un carcerato.
All’interno 9 della palazzina in Via Montalcini – prigione di Moro – abitava Lucia Mobkel, un’informatrice del SISDE che informò il commissario di Pubblica Sicurezza Elio Coppa, di una presunta trasmissione in alfabeto Morse dall’interno 11. Il commissario, per una banale coincidenza, risultò iscritto alla P2. Molti appartamenti in Via Montalcini erano intestati a Montevalleverde, noto immobiliarista romano. Nel Consiglio d’Amministrazione della sua azienda erano presenti esponenti della P2 e fiduciari dei Servizi Segreti.
Durante il sequestro, agli uffici del SISDE, giunse la notizia che in un garage di Via Gradoli era istallata un’antenna collegata ad un ponte radio nella zona del Lago della Duchessa. L’antenna consentiva le comunicazioni con le colonne BR che operavano al nord. L’informazione fu raccolta dal capo del SISDE Giulio Grassini, esponente della P2, ma non si presero provvedimenti.
Le indagini sul sequestro Moro erano gestite da un gruppo di militari dell’anti-terrorismo: Il direttore dei servizi segreti Bassini, il generale Santovito, il commissario Walter Pelusi, il generale Giudice e tutti i collaboratori di Cossiga erano iscritti alla P2 e soprattutto, erano i diretti responsabili dei fallimenti militari che le forze dell’ordine collezionarono sia durante i giorni del sequestro, sia dopo.
Con un po’ di confusione e sinteticità, abbiamo elencato le vicende in cui la P2 è implicata nel caso Moro. Questo per permettere di comprendere meglio un progetto politico che è impossibile nascondere: gli esponenti della P2 avevano l’obbligo di nascondere la fuga di notizie sulla “prigione di Moro” allo scopo di evitare la sua liberazione.

…la cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni…L’obiettivo primario è allontanare il Partito Comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge al gran balzo, alla diretta partecipazione del governo al paese. E’ un fatto che ciò non si vuole che accada…”. La differenza tra un buon giornalista ed un fuoriclasse del mestiere, sta nel capire prima quello che accade per interpretarlo nel migliore dei modi. Le parole di prima, se fossero state scritte oggi, non trasmetterebbero emozioni perché alla luce dei fatti moderni non rappresentano una novità.
Sorprendentemente però questo pensiero è stato “messo su carta” il 2 maggio 1978 da un tale Carmine Pecorelli meglio conosciuto come “Mino”; anch’egli iscritto alla P2, fu nel 1978, direttore di “Osservatorio politico” – settimanale di fatti e notizie – ed era considerato come una delle menti più brillanti del giornalismo italiano.
Il 20 marzo 1979, a distanza di poco più di un anno dalla strage di Via Fani, fu ucciso da diversi colpi di pistola sparati da un uomo con un impermeabile bianco. Chi era quest’uomo e perché ha sparato a Mino? Delle risposte ufficiali a questi quesiti non sono ancora state date, ma, si è molto certi sul movente dell’assassinio, meno sul mandante. Mino fu ammazzato perché “sapeva troppo”. Il giorno dopo la sua morte, infatti, avrebbe pubblicato un articolo in cui rivelava indiscrezioni molto forti sul sequestro e l’uccisione d’Aldo Moro. Queste scandalose rivelazioni si riferivano alle dichiarazioni che il Presidente della DC fece alle BR negli “interrogatori”. Fino a quel momento, infatti, molto si era

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L’onorevole Giulio Andreotti

discusso sul memoriale ritrovato nell’ottobre del 1978 nel covo di Via Montenevoso a Milano. Il documento sembrava – ed è – incompleto, quasi censurato in molte parti “caldi” del governo DC quali, per ricordarne solo due, Piazza Fontana e Gladio. Il 31 ottobre 1978, Pecorelli in un articolo titolato “Memoriali veri e memoriali falsi” scrisse:
“…La bomba Moro non è scoppiata. Il memoriale, almeno quella parte recuperata nel covo milanese, non ha provocato gli effetti devastanti a lungo paventati. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato, ma a spianare il suo cammino stavolta hanno contribuito circostanze solo in parte fortuite…”. Entrare in quella che è tutta un’altra storia non è il nostro compito, però è bene chiarire che molti aspetti del sequestro Moro fanno parte del “processo alla storia” in cui l’imputato è il senatore a vita Giulio Andreotti. I capi d’accusa erano: associazione per delinquere di tipo mafioso ed omicidio. Ci sono voluti undici anni e mezzo per mettere fine al processo e le sentenze hanno in parte assolto ed in parte condannato, ansi prescritto, l’illustre imputato. Andreotti era accusato di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli e quindi il primo responsabile della perdita di dichiarazioni importanti sul caso Moro; perché Andreotti avrebbe voluto far uccidere Pecorelli?
La risposta è nell’articolo di cui sopra. Mino è certo della presenza di un secondo memoriale che, completo in tutte le sue parti, coinvolgerebbe pesantemente l’allora Capo del Governo, Giulio Andreotti. Lo stesso Moro dalla “prigione del popolo” scrisse parole dure nei confronti dell’onorevole: “…Andreotti, per nostra disgrazia e per disgrazia del paese (che non tarderà ad accorgersene) non è mia intenzione rievocarne la grigia carriera…Non è questa una colpa: si può essere grigi ma onesti; grigi ma buoni; grigi ma pieni di fervore…a lei è proprio questo che manca, il fervore umano…Durerà un po’ più, un po’ meno, ma passerà senza lasciare traccia…Passerà alla triste cronaca…che le si addice…”. Andreotti era quindi considerato da molti un personaggio oscuro; nascondeva qualcosa che Moro aveva scritto ma che nessuno era riuscito a pubblicare. Lo stava per fare Pecorelli, ma qualcuno volle ucciderlo prima.

Il Memoriale è uno dei punti più controversi del Caso Moro soprattutto per la sua drammaticità e per il notevole volume d’informazioni che “potevano” giungere alla Nazione. Come l’ FBI definì l’archivio Mitrokhin come la “più grande fuga di notizie mai subita da un servizio segreto”, il memoriale Moro è la “più gigantesca denuncia mai subita da uno Stato”.
Nel 1990, mentre gli operai di una ditta di costruzione lavoravano alla ristrutturazione dell’appartamento in Via Montenevoso – ex covo brigatista – dietro al pannello di un termosifone, fu scoperto un nascondiglio segreto in cui erano nascoste le fotocopie degli scritti di Moro durante la prigionia. I manoscritti erano in alcuni punti più ampi della precedente versione, ma a detta degli esperti in ogni modo censurati. Per comprendere a pieno questa vicenda è bene introdurre un personaggio molto noto al pubblico: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Palermitano di nascita, nel ’74, è al comando della regione Piemonte – Valle d’Aosta ed è grazie ad un suo infiltrato nelle BR, Silvano Girotto – noto come “frate mitra” – che il 9 settembre dello stesso anno sono arrestati Renato Curcio e Alberto Franceschini. Dalla Chiesa diventa così l’artefice principale della lotta contro il terrorismo rosso. Nell’agosto del ’78 ottiene l’incarico di mettere in piedi un nuovo reparto “anti-terrorismo” che ha lo scopo di concentrare tutte le sue risorse nella lotta al terrorismo. Dopo la scoperta del covo brigatista di Via Monte Nevoso, Dalla Chiesa s’incontrò con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Franco Evangelisti stretto collaboratore d’Andreotti. Evangelisti mostrò un pacco di fogli al generale e lo pregò di valutare la situazione e di avvertire il

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Il cadavere di Mino Pecorelli

Presidente che la situazione era degenerata al punto di voler essere sicuro che l’onorevole fosse preparato ad affrontare il peggio. L’incontro tra Dalla Chiesa ed Andreotti è un mistero nel mistero; Sia Evangelisti che la mamma della moglie di Dalla Chiesa, hanno confermato l’incontro tra i due. Cosa conteneva quel pacco di fogli? Forse, a detta di molti, era il “memoriale completo” che Dalla Chiesa – sotto pressione d’Andreotti – “depurò” delle sue parti “scomode”. Il documento doveva essere di settanta pagine invece il Viminale n’aveva distribuite soltanto quarantanove. Chi possedeva le restanti ventuno pagine del documento “Bomba”? Dalla Chiesa visionò la versione integrale del memoriale Moro e comunicò a Giulio Andreotti le verità nascoste che lo riguardavano personalmente. Nello stesso periodo Dalla Chiesa iniziò ad incontrare Carmine Pecorelli informandolo costantemente sulla vicenda; tra gli appunti del giornalista, infatti, troviamo scritto “le carte segrete in mano a Chiesa”, limpido riferimento al “vero” memoriale.
Pecorelli, il 17 ottobre 1978, scrisse: “Il corpo era ancora caldo…perché un generale dei Carabinieri [Dalla Chiesa]era andato a riferirglielo di persona nella massima sicurezza. Dice: perché non ha fatto nulla? Risponde: il ministro [Francesco Cossiga] non poteva decidere…doveva sentire più in alto…magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?…Non se ne fece nulla e Moro fu liquidato perché se la cosa si fosse risaputa in giro avrebbe fatto il rumore di una bomba!…C’è solo da immaginarsi quale sarà il generale dei carabinieri che sarà trovato suicida con la classica revolverata che fa tutto da se o col arcinoto curaro di bambù di importazione amazzonica…il nome del generale è noto: Amen.”

Pecorelli era certo che Dalla Chiesa sarebbe stato ucciso e lo scrisse a “chiare lettere” in quest’articolo; altre volte, infatti, il giornalista si era riferito al generale con lo pseudonimo di “Amen” ed era certo che la sua morte sarebbe stata una “messa in scena” – suicida con la classica rivoltella che fa tutto da se – ed avrebbe avuto un movente politico come la morte del generale Anzà – attraverso l’arcinoto curaro di bambù d’importazione amazzonica – che stava per rivelare i retroscena del “golpe De Lorenzo”. Il “suicidio” nei servizi segreti è il mezzo più usato per risolvere i problemi in modo drastico e senza conseguenze.
Il generale sapeva di rischiare la vita e confidò la sua paura al maresciallo Incandela – altra figura importante nel “giallo” del memoriale. Il maresciallo doveva redigere una relazione riservata in cui denunciava tutto quello che sapeva su Giulio Andreotti perché “solo in questo modo potevano avere la speranza di salvarsi la vita”.
Dalla Chiesa era convinto che Giulio Andreotti fosse una persona “estremamente pericolosa” e le carte che possedeva – il memoriale Moro – lo confermavano. Dalla Chiesa sarà ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982, mentre sarà a bordo della sua auto in compagnia della moglie e dell’agente di scorta. La previsione di Pecorelli fu in un certo modo esatta, ma non tenne conto del fatto che sarebbe stato ucciso molto tempo prima del generale. Pecorelli nell’articolo denuncia che si era a conoscenza della prigione di Moro, quando ancora lo statista era vivo; scrive, infatti, che il corpo del presidente non era freddo come di solito sono i cadaveri ma “ancora caldo” come le persone in vita. Il secondo riferimento importante è quello alla “loggia di Cristo in Paradiso” a cui il ministro dell’interno Francesco Cossiga si doveva rivolgere per discutere della liberazione di Moro. Come abbiamo visto, i collaboratori del Ministro degli Interni erano tutti iscritti alla P2 e si è certi che quest’ultima rappresentasse la loggia di Cristo. Lo stesso giornalista però, indica una “loggia vaticana” di cui egli stesso possedeva un elenco di nomi con rispettivo numero di matricola. Moro, infatti, nell’ultima lettera scrive di una ”Chiave” che si trovava “in Paradiso” e che era l’unica sua possibilità di salvezza.

Stando alle dichiarazioni dei protagonisti della vicenda Moro, invece, “l’unica possibilità di salvarlo era quella di scoprire il nascondiglio”. Ciò che però rende “ridicole” queste affermazioni è che l’indirizzo del nascondiglio, o meglio del covo da cui le BR gestivano il sequestro, era di dominio pubblico. Via Gradoli è stata “sulla bocca di tutti” per quasi un mese, ma nessuno decise mai di intervenire. Per scoprire il covo fu necessaria una “casuale” perdita d’acqua che obbligò i vigili del fuoco a sfondare la porta. A pochi giorni dalle elezioni politiche, è difficile far uscire dall’armadio vecchi scheletri, ma ci limiteranno a raccontare i fatti risaputi.
E’ oramai noto a tutti che il 2 aprile 1978 in una seduta spiritica, fu fatto il nome “Gradoli”.
Nella casa di campagna del professor Alberto Clò alle porte di Bologna, si riunì un gruppo di professori universitari accompagnati dalle rispettive famiglie. Era presente anche l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Secondo le testimonianze qualcuno dei partecipanti decise di fare una seduta spiritica. Alla domanda, dove è tenuto prigioniero Aldo Mor, gli spiriti risposero con i nomi di Bolsena – Viterbo – Gradoli e indicarono anche il numero 96. Il 4 aprile Prodi parlò di quest’indicazione ad Umberto Cavina che girò la notizia al capo della Polizia, Giuseppe Parlato. Le indagini si rivolsero ad un paesino nel

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Il massone Licio Gelli

viterbese di nome Gradoli. Sotto l’occhio attento delle telecamere e dei giornalisti collegati in diretta TV, Il maestoso “blitz” organizzato dal nucleo anti-terrorismo, risultò un gigantesco “buco nell’acqua”. Fino a qui niente di particolare; probabilmente gli “spiriti invocati” nella seduta, Don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira, non erano una fonte attendibile.
Purtroppo però “Gradoli” era un luogo ben noto alle forze dell’ordine. Due giorni dopo il sequestro, il 18 marzo, cinque agenti del commissariato “Flaminio Nuovo”, guidati dal maresciallo Domenico Merola si presentarono davanti a tutte le porte degli appartamenti di Via Gradoli 96. L’ordine di recarsi in Via Gradoli fu dato al maresciallo la sera prima dell’operazione dal commissario Guido Costa. E’ bene, per amore di verità e trasparenza, ricordare che le voci sul fatto che i carabinieri abbiano abbattuto le porte di tutti gli appartamenti tranne quello delle BR, sono completamente false. “Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case – dice il maresciallo ai giudici – era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che lì viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi”. La donna che descrisse l’abitante dell’interno 11 – Mario Moretti, alias l’ingegner Borghi – sembra essere quella Lucia Mobkel che abbiamo incontrato in precedenza. Fatto strano è che la signora Mobkel non riferì agli agenti d’aver ascoltato, proprio quella sera una conversazione in linguaggio “morse” proveniente dall’appartamento di fronte. Perché la Mobkel avvertì solo il SISMI e non, invece, anche gli agenti?

I misteri di Via Gradoli, non si limitano ad una seduta spiritica o ad una mancata perquisizione. Il deputato DC Benito Cazora ebbe a lungo contatti con la ‘ndrangheta calabrese. Pochi giorni dopo l’attentato Cazora fu accompagnato con l’auto presso l’incrocio di Via Gradoli e gli fu sussurrato che quella era la “zona calda”. Il deputato riferì tutto al questore che si limitò a tranquillizzarlo, avendo già controllato la zona.
E’ appurato che alla centrale della Polizia, giunsero decine di segnalazioni anonime sul presunto covo di Via Gradoli. La domanda, come diceva un noto presentatore TV: “Sorge spontanea”. Perché Via Gradoli, 96 non fu perquisita in modo “professionale” se più di una volta venne segnalata?
Inquietante è la deposizione d’Eleonora Moro, moglie dello statista ucciso, che di fronte ai giudici affermò: “dopo la seduta spiritica, riferì la cosa all’onorevole Cossiga e ad un funzionario…Chiesi loro se erano sicuri che a Roma non esistesse una via Gradoli e perché avessero pensato subito, invece, al paese Gradoli. Mi risposero che una tale via non c’era sulle pagine gialle della città. Ma quando se ne andarono da casa, io stessa volli controllare l’elenco e trovai l’indicazione della strada. In seguito mi dissero che erano stati a vedere in quella zona, ma avevano trovato solo alcuni appartamenti chiusi. Si giustificarono dicendo che non potevano sfondare le porte di ogni casa della strada”. Prendere in giro una donna disperata non è sicuramente un atteggiamento da galantuomini eppure Cossiga decise di ingannarla. A quale scopo? Probabilmente sulle pagine gialle dell’onorevole, Via Gradoli non era segnalata. Perché il covo fu “nascosto” anche da alte cariche dello Stato?

Il 19 gennaio 2005 sul quotidiano “Il Giornale” fu pubblicato un articolo titolato: “Moro, lo spirito di Prodi era una spia del KGB”. L’agente 007 in questione è Giorgio Conforto, talpa di Mosca, unico italiano ad essere insignito con la stella rossa al valore, direttamente dal comando generale del KGB. Nome in codice “Bario”, Conforto – scheda 142 del rapporto Impedian – si trovava nell’abitazione della figlia al momento del blitz delle forze dell’ordine in cui furono catturati Adriana Faranda e Valerio Morucci, due dei presunti quattro carcerieri di Moro. Sarebbe proprio Conforto la misteriosa fonte che, in pieno sequestro Moro, suggerì a Romano Prodi l’indicazione di “Gradoli”. Stando all’articolo scritto da Claudio Passa su “il Giornale”, il consulente della commissione Mitrokhin, Mastelloni, ha prove certe dei contatti tra Conforto e le BR:

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L’agente segreto Antonino Arconte

“Per Mastelloni c’è lo zampino dell'”agente Dario” e la coincidenza che vede la figlia Giuliana – quella che ospitava i brigatisti del sequestro nel suo appartamento – figurare in rapporti con tal Luciana Bozzi, proprietaria assieme al marito, Giancarlo Ferrero, di un altro appartamento frequentato da terroristi rossi: il covo di Via Gradoli. In un vecchio fascicolo Mastelloni ha rintracciato questo appunto confidenziale di un tenente dei carabinieri: “Un amico mi ha riferito che Giuliana Conforto, quando lavorava al Cnen, si faceva accompagnare in Via Gradoli dove aveva un appartamento con il marito ingegnere del Cnen”. Appartamento in Via Gradoli? Secondo Mastelloni “è logicamente pressoché inequivocabile che si tratti proprio della casa della Bozzi”, ovvero del covo-Br. Anche la nota dell’allora vice-questore Ansoino Andreassi porta acqua al mulino di Mastelloni: da più “fonti confidenziali” – è scritto – “si è appreso che la Bozzi conoscerebbe molto bene la Conforto, con cui aveva frequentato nel ’69 il centro ricerche nucleari della Casaccia”. Per la cronaca, entrambe erano in contatto con Franco Piperno, leader di Potere Operaio. A proposito dell’appartamento di via Gradoli, affittato al sedicente “ingegner Borghi” (alias Mario Moretti, capo Br) il giudice specifica che l’unica persona che poteva arrivare alla Bozzi per l’affitto della casa a Moretti, o a Morucci, quindi alle Br, era Giuliana Conforto”
Il padre di Giuliana Conforto è proprio la spia del KGB, Giorgio Conforto.

Nel caso Moro i misteri e le incoerenze sono tante, queste sono solo le ultime di una lunga serie. Tanto e forse troppo si è scritto sull’uomo misterioso che ha sparato in Via Fani, sul black-out che colpì la zona subito dopo l’attentato, sulle “strane” presenze nel nucleo brigatista. Per non parlare del perché alcuni attentatori indossassero una divisa Alitalia o della dichiarazione di un non vedente che sentì la sera prima del sequestro che Moro sarebbe stato rapito; si potrebbe continuare ancora per pagine e pagine. Purtroppo o per fortuna però, questi sono misteri non documentati, pure ipotesi che a volte si contraddicono da sole. Abbiamo cercato di analizzare i documenti di un mondo segreto, che ha indicato nuove strade, nuovi personaggi e nuove situazioni che probabilmente hanno solo lo scopo di nascondere la verità, quella vera. KGB, CIA, MOSSAD, Gladio, SISMI, P2, BR, Vaticano, basta elencare i protagonisti della vicenda per capire che niente è “realtà, ma tutto è finzione, come in una commedia teatrale dove gli attori recitano talmente bene che quando termina lo spettacolo, sono entrati talmente bene nella parte che trovano difficoltà ad uscirne; sì auto-convincono di quello che hanno messo in scena, non ricordando o non volendo ricordare che sono solo “uomini” che fanno parte di un mondo che non è finzione ma realtà ed a volte la realtà è molto più misteriosa della finzione.

BIBLIOGRAFIA

  • Il libro nero della Prima Repubblica, di Rita Di Giovacchino – Fazi Editore, Roma 2005.
  • L’Archivio Mitrokhin, le attività segrete del KGB in occidente di Christopher Andrew con Vasilij Mitrokhin – Rizzoli Editore, Milano 1999.
  • Mario Moretti, Brigate Rosse, Una storia italiana, di Carla Mosca e Rossana Rossanda con Mario Moretti – Baldini & Castoldi Editore, Milano 2003.
  • La luna rossa, il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, le Brigate rosse e il KGB, di Gianni Mastrangelo – Controcorrente Editore, Napoli 2004
  • La notte della repubblica, di Sergio Zavoli – Oscar Mondadori Editore, Milano 1995
  • Il Prigioniero, di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella – Universale Economica Feltrinelli, Milano 2003
  • Moro si poteva salvare, 96 quesiti irrisolti sul caso Moro, di Falco Accame a cura di Marilina Veca – Massari Editore, Bolsena (VT) 2005.

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Solve et coagula

Mi racconta un amico: “Una volta fui definito un “metacomplottista”, credendo al complotto del complotto. Molti la pensavano come me. Siamo scomparsi ad uno ad uno. C’erano voci molto autorevoli fra no”.

Il problema è, a mio avviso, il seguente: finché parli di Signoraggio, Illuminati, Ebrei e Massoneria fai comodo al sistema perché alla fine di questo periodo storico, sarà questo il grido delle masse rivoluzionarie che faranno crollare l’ordine attuale per instaurare il nuovo ordine mondiale. Allora, e solo allora, compariranno i veri cospiratori che sono dietro gli Illuminati e che li scaricheranno al momento opportuno. Chi sono? I gesuiti.

I siti di controinformazione sono finanziati dai veri cospiratori occulti. Servono a diffondere le idee che porteranno alle grandi rivoluzioni previste entro la fine del Decennio.

Non è da escludere che anche in gradi siti amici ci siano infiltrati. Lì qualche informazione stava uscendo. Stanno facendo in modo che si allinei.

Tra le altre cose, sono stupito del fatto che nessuno da due mesi parli della Corea del Nord, salvo brevi e telegrafiche agenzie di stampa. Lì sta succedendo qualcosa di terribile, ma evidentemente il silenzio è utile a mostrare certi piani solo a fatto compiuto, vedi gli ultimi eventi vaticani.

Lì si è sull’orlo di una guerra mondiale.

Alla Corea del Nord la guerra non conviene, farebbero la fine dell’Iraq di Saddam Hussein. Essi stanno alzando il tiro per evitare una guerra che gli Americani hanno deciso da tempo e che sono intenzionati a scatenare, vedi le esercitazioni con la Corea del Sud. L’America vuole la guerra per indebolire la Cina, in modo da limitare la sua potenza industriale e commerciale, una delle prime cause della crisi economica, oltre a far ripartire l’economia con la produzione bellica. E’ ciò che ipotizza da molti anni Giulietto Chiesa. Il fatto che tutto accada nel silenzio è ancora più inquietante.

Da tempo volevo scrivere un articolo sul “solve et coagula” e ho deciso di farlo ora, grazie a questo tuo suggerimento!

Temo che le ipotesi lanciatemi valgano ma fino ad un certo punto e spiego perchè:

1) stanno fomentando tramite internet quello che possiamo definire effetto “grillo”, roba da rivoluzione francese “senza ghigliottina” con l’idea del Terzo Stato;

2) tutto ciò che oggi sappiamo delle cospirazioni illuminate, ci sono arrivate tramite la rete, e tutti, compreso io, mi ispiro a molte di queste notizie, fatte salve le nostre lucide interpretazioni che dietro ci possa essere ben altro, come una regia occulta degli “acceleratori dei tempi” che sono, appunto, i gesuiti;

3) qualunque cosa accada e venga poi portata in TV è parte di un’unica grande regia che si fonda sul “solve et coagula”: prima distruggono e poi ricompongono una nuova forma di moralizzazione. Un pò come per i declassificatori wikileaks che hanno solo messo in giro notizie già note con notevole annuncio preventivo da parte dei mainstream; notizie da mettere nel frullatore multimediale;

4) alcune notizie continuano a rimanere segrete, ovviamente: notizie sulla sedevacante peritura e l’abominio della desolazione; la corsa agli armamenti e la possibile prossima guerra mondiale; la figura inquietante di Bergoglio ed il suo conflitto di interessi con il Papa Nero che in teoria dovrebbe comandare su di lui, ma è lui l’oggetto dell’obbedienza dei gesuiti, quindi CAPO IN CARICA;

5) l’idea che siti di contro-contro informazione o di metacomplottismo come siamo noi, possa essere di disturba e sparigliare. Sostanzialmente penso che dietro a siti di controinformazione come Stampa Libera, Comedonchischiotte, Massimo Fini ci possano essere gli stessi che finanziano Grillo ed il M5S. Perchè alla fine della fiera l’unico sito che intercetta il malessere fomentato da questi siti è proprio quello di Casaleggio.

Tutto questo ricorda l’apparato che veniva messo in piedi per nascondere le stragi, il coinvolgimento dei Carabinieri nelle loro forme, fossero ROS, NAS, consubin, colmoschin, ecc.. Tutti corpi speciali per lavori molto certosini e segreti.

Ecco perchè escogitur, per non rimanere impantanato in questo gioco al massacro ha preferito mettere in chiaro con le immagini di Maria e l’innovazione che noi non crediamo a nessuna tesi di “riorganizzazione e risveglio” se non incardinate nel nostro modo di complottare. Perchè oggi ci consideriamo gli unici veri complottisti che vogliono riappropriarsi della Sovranità. E lo facciamo con le armi della Verità, quelle che Gesù 2000 anni fa ci ha messo in mano e che ci sono giunte fino ad oggi tramite la Chiesa apostolica e romana. Per questo escogitur va sì cercando nella rete tutto ciò che avvalla queste tesi, ma anche cercando accuratamente di disinnescare bombe che porterebbero la gente in piazza consegnandosi nelle mani dell’Eurogendfor (le elite non vedono l’ora che questo capiti) per poter poi urlare all’eresìa di questi movimenti che parlano solo di complotti megagalattici e che si sono nutriti e serviti proprio delle stesse notizie di controinformazioni che hanno iniettato di proposito nella rete perchè potessero apparire pià autentiche possibili, ma non complete e nemmeno certificabili; , che vanno pian piano disvelando il loro supercomplotto, senza mai dire che è indetto contro la Chiesa Cattolica, contro il Principio dell’Autodeterminazione e la riacquisizione del Diritto di Sovranità; contro la Natura ed il Creato; contro l’Essere Umano e la sua possibilità di Autoreplicarsi attraverso la fecondazione e lo svezzamento dei Figli. Avrete notato infatti che nulla o quasi si trova in internet sul patto di stabilità, che guarda caso mira a distruggere la libera impresa passando dai Piccoli Comuni altre vittime sacrificali sull’altare del Nuovo Ordine Mondiale. Nulla di meglio delle grandi aree metropolitane. Come nemmeno si riesce a ricostruire le relazioni tra i suicidi e gli omicidi dei Carabinieri, la relazione che corre tra i farmaci tensioattivi e antidepressivi e il piano di controllo mentale in tutte le sue forme.

E quando danno notizia degli assalti ai furgoni portavalori e parlano di ex brigatisti o anche di ex militari dell’est, come non pensare che stanno foraggiando nuovi terrorismi, nuove stragi con coinvolgimenti di Carabinieri ora corpi speciali delle elite europee quali sono gli Eurogendfor.

Ho notato infatti che ogni volta vengono compiuti genocidi contro popoli inermi la prima notizia è di distruzione di borghi. E che ogni volta che in una caserma o stazione di Carabinieri c’è una resa dei conti è sempre per un bisticcio interno per futili motivi. In realtà vengono toccati i santuari delle sicurezze domestiche, della protezione dell’Arma, della autosostenibilità come sono i Borghi, di fronte ad una vita sempre più difficile, sempre più indebitata, sempre più a rischio. E’ il tramonto delle figure alla Maresciallo Rocca, quelle che nell’immaginario collettivo sembravano essere le uniche vere difese agli attacchi della stegocrazia (governo segreto) e della micro e macro criminalità. E anche di questo si parla poco nei siti di controinformazione, anzi per niente: perchè se si parla di natura si parla di spiritismo, yoga e la farfalla allegra. E se si parla di sicurezza sembra che l’unica soluzione che sanno tirare fuori dal cilindro è la vendetta o la rivoluzione. E’ così che si è alimentata la primavera grillina, ed è così che Casaleggio l’ha cavalcata, mentre i Carabinieri amici vengono desautorati con la cronaca degli omicidi.

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La denuncia dei carabinieri: “Suicidi colpa della politica”

Il Cocer, Consiglio di rappresentanza dell’Arma, attacca: “Siamo arrivati a non costruire un governo a distanza di oltre quaranta giorni dalle elezioni”. Polemiche sulla Boldrini: “Abbiamo un presidente della Camera che non immaginava ci fosse tanta povertà”

“Ancora una volta la cronaca è costretta a riproporre nuovi casi di suicidi di cittadini innocenti, vittime delle scelte disastrose di una classe politica sempre meno intenzionata a risolvere i gravi problemi che attanagliano il Paese”. E’ la denuncia choc del Cocer dei Carabinieri. L’organismo di rappresentanza dell’Arma stigmatizza il comportamento dei politici, “arrivati addirittura a non costituire un governo a distanza di oltre 40 giorni dalle elezioni ed ancor di più a non istituire le commissioni parlamentari, la cui costituzione viene aggirata attraverso la previsione di fantomatiche commissioni speciali”.

Quindi l’attacco a Laura Boldrini: “La stessa classe politica elegge un presidente della Camera che dichiara candidamente di non aver immaginato che in Italia oggi ci fosse tanta povertà”.

“Gli stessi politici, inoltre – continua il Cocer – hanno determinato un’insanabile situazione di disagio e di imbarazzo agli stessi rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali di queste vittime innocenti, che sono stati fatti oggetto di tutta la comprensibile rabbia dei cittadini, ormai stanchi della colpevole inerzia dimostrata sino ad oggi dallo Stato, quella rabbia che, ormai quotidianamente, viene scaricata addosso alle forze dell’ordine, sempre più spesso chiamate a dover difendere queste istituzioni dal crescente malcontento”.

Infine, la difesa da parte degli agenti a chi si scaglia contro di loro: “Non ci sentiamo, tuttavia, di ‘condannare’ quel popolo che ci insulta perchè ci identifica come l’interfaccia di uno Stato cinico e predatore, quello stesso Stato che da sempre manifesta la sua ‘riconoscenza’ per l’opera svolta dalle forze armate e dalle forze di polizia con continui tagli e penalizzazioni”

http://www.today.it/cronaca/suicidi-carabinieri-contro-stato.html

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25 Aprile. Io sto con i Carabinieri, la Costituzione e contro gli Eurogendfor

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7 febbraio 2013

Raccolta di articoli su Assange

SOLIDARIETA’ CON ASSANGE?

di Claudio Moffa

“Io sto con Assange, e voi?”. Così chiama a raccolta il popolo della rete Enzo Di Frenna su Il fatto quotidiano di oggi 18 agosto, a sostegno del padre padrone di Wikileaks. Per quel che mi riguarda, io rispondo no, un no netto. Innanzitutto l’articolo di Di Frenna è omissivo di alcuni dati di fatto ascrivibili senz’altro alla serie “la scomparsa dei fatti” di cui al libro di Marco Travaglio, e che riguardano proprio la posizione russa sulla vicenda: russa? Della “Russia di Putin”, come scrive Di Frenna per ammiccare all’ala “eurasiatista” e dintorni della rete?

In realtà a leggere bene il web Russia Today le dichiarazioni non sono del ministro degli esteri ma del “ministero degli esteri” (ministry) russo. Di chi? Del solito portavoce anonimo: una dichiarazione ufficiosa dunque (l’articolo non parla di comunicato) di un dicastero che vive da anni – come tutta la Russia – il dualismo Putin-Medvedev: il primo odiato dall’Occidente oltranzista e dai suoi corifei nei mass media, il secondo ben apprezzato soprattutto dopo il voto all’ONU a favore della risoluzione 1973 che ha dato il via libera alla guerra di Libia.

Quanto al contenuto della dichiarazione, esso sembra più un avvertimento preventivo che una vera e propria accusa: “lo spirito e la lettera” della Convenzione è locuzione che dice tutto e il contrario di tutto, ma il citato articolo 22 recita di una violazione dell’inviolabilità dei locali della rappresentanza diplomatica che almeno fino ad adesso non si è ancora che verificata. Infine Di Frenna ha omesso di riferire la contestualizzazione della presa di posizione ufficiosa russa, quale correttamente proposta da Russia today. “Che fare del diritto al rifugio di Assange”, quando la Gran Bretagna protegge le “decine di persone sospettate di aver commesso gravi crimini”, che sono richieste in altri paesi, ma che la Gran Bretagna non molla? Come dire, prendetevi pure il “vostro” Assange, e date a noi i “nostri”. Come ad esempio – per citare il nome fatto da Russia today -“il capo fila dei critici del Cremlino Boris Berezeovsky”, l’ex presidente della Sinagoga russa e grande magnate della finanza della famiglia Eltsin, condannato a Mosca e fuggito in Inghilterra dove ha continuato a delinquere contro la legge e la sovranità dello Stato russo, finanziando tra l’altro la guerriglia binladenista dei terroristi Ceceni.

Ma a parte questi motivi secondari, il discorso di fondo è un altro: innanzitutto la pretesa di divulgare in libertà e sistematicamente le corrispondenze segrete di quale che sia Stato, viola la loro sovranità a livello più generalizzato e profondo di una minaccia di intervento in quale che sia sede diplomatica. Assange non è altro che la versione “diplomatica” dell’aggressione mondialista agli Stati sovrani, di cui a tante pesantissime pagine del “nuovo” diritto internazionale e postbipolare e del diritto comunitario europeo post-Maastricht. Non a caso è difeso dal giudice spagnolo Garzon, bel simbolo della pretesa mitomane-eversiva di certi magistrati europei di bypassare gli Stati sovrani in nome di veri o presunti diritti umani che permetterebbero loro di invadere le giurisdizioni di cui non sono competenti.

Il capo di Wikileaks potrebbe vantare un illustre “maestro”nel presidente americano Wilson, teorico della fine della “diplomazia segreta” già negli anni Dieci del secolo scorso. Ma che Wilson e i suoi 14 principi siano contraddittori, e siano stati funzionali a concreti progetti colonialisti è cosa nota: il richiamo all’ ‘autodecisione dei popoli’ servì all’imperialismo dell’epoca a disgregare l’Impero austroungarico e soprattutto quello Ottomano, ma venne messo da parte quando si trattò di istituire i “mandati” della Società delle Nazioni per permettere a Francia e Inghilterra di spartirsi le spoglie di quel grande Stato multinazionale, in base peraltro a un accordo segreto tra Londra e Parigi che guarda caso Wilson non poté o non volle mai divulgare (Sykes-Picot, 1916). Altri tempi, peraltro: tempi di un vero Impero anche se infiltrato già allora prima da Disraeli, e poi dalla Dichiarazione con cui James Arthur Balfour prometteva a Lord Rotschild la nascita di un “focolare nazionale ebraico” in terra altrui. Ma oggi, cosa è dell’ Impero britannico e della sua boria di dominatore di popoli e paesi di mezzo mondo? Se si guarda non alla sua isola mondialista, la City, ma al suo Parlamento cosiddetto sovrano, Londra è diventata ormai la capitale dell’Impero delle Banane: come da attacco vincente di Murdoch a Blair quando l’allora premier si dichiarò a favore dell’euro; o come quando lo stesso Blair confessò davanti a una commissione parlamentare di inchiesta di aver deciso di attaccare l’Iraq nel 2003 in una riunione con … ufficiali israeliani!

Ed ecco il secondo motivo dell’abbaglio pro-Assange: per nulla stranamente il nostro eroe ha messo alla berlina – anche con l’uso di pettegolezzi di bassa lega: ma questo è costume noto, vedi i tanti casi italiani – Stati Uniti, Italia, paesi europei vari, Pakistan, Iran-Arabia saudita (obbiettivo zizzania: i risultati li vediamo oggi, in Siria) e insomma tutti i possibili paesi del mondo, tranne Israele.

Perché? Perché – è stata una volta la sua risposta – i grandi mass media non sono interessati a diffonderli (http://mondoweiss.net/2010/12/assange-is-holding-dirt-on-israel-because-western-newspapers-didnt-want-to-publish-it.html). Furbo, questo Assange: si presenta come un critico della nota, evidentissima pressione e infiltrazione lobbistica sui grandi network mediatici internazionali, ma in realtà ne è parte integrante. Li buttasse in rete i 3700 files sulla diplomazia segreta di Israele, e troverebbe decine di migliaia di bloggers e siti in tutto il pianeta che li diffonderebbero. Ma Assange non lo fa, non la ha mai fatto, nemmeno dopo essere stato accusato di favorire Israele grazie a una sua personale “clausola di paese privilegiato” rispetto a tutti gli altri Stati del mondo. Ha intervistato è vero il leader di Hezbollah Nasrallah, ed è finito persino nel mirino dei soliti cacciatori di “antisemiti”, ma dei 3700 files nemmeno l’ombra. Proprio “a causa” delle accuse di antisemitismo, che lo avrebbero costretto alla prudenza? Invero Assange continua a godere di vantaggi mediatici e finanziari e di una struttura redazionale multimemediale, che nessun vero o cosiddetto “antisemita” al mondo si potrebbe mai sognare per più di un mese, prima di venire assediato e schiacciato.

La verità vera in effetti è altra da queste tardive operazioni di maquillage:Assange è uomo dei e non contro i Poteri forti internazionali. Come ha scritto un sito americano a proposito del suo caso, “mentre tutto questo dramma va avanti, dietro le quinte di un Tribunale americano (quello che ha incriminato Assange, ndr), coloro che sono pagati per conoscere i fatti (i magistrati, ndr) stanno apprendendo che Wikileaks non è affatto un amante gay ‘star’ (il riferimento è al suo informatore nel Pentagono, il soldato Bradley Manning, ndr) ma un gruppo di cittadini israeliani, strapagati, straprotetti, che lavorano ai più alti livelli del governo americano: lavorano per lo Stato d’Israele” (http://www.veteranstoday.com/2010/11/30/gordon-duff-selling-wikileaks-selling-hate-for-america/).

Anche il suo difensore Garzon, secondo un articolo del Corriere della sera di una decina di anni fa, riceveva input e informazioni da un associazione di giovani ebrei in Gran Bretagna.

L’affatto strana coppia, quella che chiede solidarietà in nome della libertà di espressione e dei diritti umani, dunque mente: appena nel maggio scorso Baltasar Garzon non ha esitato a consegnare all’Austria Gerd Honsik, accusato di negazionismo e residente da 15 anni in Spagna. Era ed è, questo sì, un vero caso di libertà di espressione violata. Il caso di Julie Assange è di ben altra natura: spionaggio e diffusione di atti segreti di stati sovrani.

Per gli Stati Uniti di Walt e Meirsheimer, a parte la peraltro cruciale rilevanza mediatica dell’operazione, non è una novità: nel 1990 era scoppiato il caso Pollard “ebreo americano, impiegato nei servizi segreti della US Navy, scoperto con le mani nel sacco mentre trafugava e fotocopiava segreti da inviare in Israele” (A. Ferrari, Il Corriere della Sera, 22 giugno 1993); nel 1996 un dossier del Pentagono “metteva in guardia i contraenti contro i tentativi dello spionaggio israeliano di acquisire informazioni riservate utilizzando i ‘legami etnici’, cioè altri ebrei che vivono in America” (Repubblica, 1 febbraio 1996, p. 13). 15 anni dopo il soldato Bradley Manning deve aver perso la memoria di quel dossier, o forse non ne sapeva nulla, o forse ha ceduto alle pulsioni amorose per Julie Assange. Lui in galera, a rischiare la pena capitale; lo stratega di Wikileaks uccel di bosco nell’ambasciata dell’Ecuador, pronto a reclutare altre spie innamorate e farne il delatore a favore di quella giustizia che dice di disprezzare e combattere. E’ il colmo. Ma come si fa a dare, e a chiedere, solidarietà a Assange?

Claudio Moffa

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Disoccupazione, obiettivo raggiunto

Giorgio Cremaschi Lunedì 08 Aprile 2013

Quante inutili lacrime di coccodrillo bagnano il solito conformismo della grande informazione.

Ora improvvisamente si scopre che non c’è un milione di posti di lavoro in più, ma in meno. E naturalmente la parola più adoperata è emergenza.

Ma quale emergenza, la disoccupazione di massa è un obiettivo perseguito da venti anni da parte delle classi dirigenti, con una accelerazione negli ultimi due così brutale che forse il risultato è andato oltre quanto ci si prefiggeva. Ma resta il fatto che la disoccupazione è prima di tutto voluta.

Nella ideologia liberista che ancora domina tutte le politiche economiche, soprattutto in Europa, la disoccupazione è lo strumento per riequilibrare il mercato del lavoro quando calano i profitti.

Le aziende riducono il personale e questo crea una disoccupazione che dopo un po’ produce concorrenza al ribasso sul prezzo della forza lavoro. Alla fine il salario precipita fino al punto in cui le imprese trovano conveniente ricominciare ad assumere e si riparte, c’è la famosa ripresa.

Questa politica è stata da noi attuata per venti anni, prima con la precarizzazione e poi, quando è scoppiata la grande crisi, con la disoccupazione di massa. E tutto questo ha prodotto il risultato voluto, il crollo dei salari e l’aumento degli orari di chi è rimasto al lavoro.

Pensiamo solo a Marchionne. Nulla del suo progetto sulla forza lavoro sarebbe stato realizzabile senza il ricatto della disoccupazione, ovviamente amplificato dalla minaccia: o così o all’estero. Anche questa minaccia infatti sarebbe meno efficace se ci fossero alternative immediate per chi rifiuta di accettare quel ricatto. Ma siccome chi perde il lavoro, soprattutto se di mezza età, deve mettersi in coda dietro ai più giovani nella vana ricerca di una occupazione precaria e neppure la trova, è chiaro che il ricatto funziona.

Così in questi anni di precarietà e disoccupazione di massa, chi ancora conserva un posto di lavoro degno di questo nome ha imparato ad autosfruttarsi. Del resto la solita informazione di regime spiega ogni giorno che gli occupati “normali” sono dei privilegiati. Hai già il lavoro, accontentati, non pretendere anche il salario!

Così alla fine l’obiettivo è stato raggiunto, là dove ancora si lavora la minaccia della disoccupazione di massa ha fatto sì che i dipendenti accettino condizioni di lavoro e salario che solo poco tempo fa sarebbero state ripudiate perché lesive della dignità.

Obiettivo raggiunto, ma non si riparte e la crisi si aggrava.

Perché queste politiche liberiste possono avere, a prezzo di terribili ingiustizie, qualche successo se l’economia complessiva è in fase di grande crescita. Ma se come ora l’economia nel mondo ristagna, cresce solo in Cina, India, etc e precipita verso il basso nell’occidente; allora il risultato non c’è. Come dopo la crisi del 29, le politiche liberiste aggiungono danno a danno.

In più l’Italia aggiunge a tutto questo una politica di pagamento del debito, che ci è imposta dall’Europa e che in tempi di crisi è totalmente insostenibile, come lo erano le riparazioni di guerra chieste alla Germania alla fine della prima guerra mondiale.

Come facciamo a pagare una rata annuale di 120 miliardi all’anno, tra interessi e riduzione del debito, come ci impone il fiscal compact?

Non possiamo, a meno di distruggere continuamente risorse che potrebbero essere dedicate alla ripresa. Per questo il calo dello spread si è fermato, non per il teatrino della politica, ma perché gli investitori sanno che l’Italia dalla crisi non esce.

Le misure di riduzione dei costi della politica sono giuste sul piano della morale pubblica, ma sul piano economico il loro effetto è zero.

Il pagamento dei debiti pubblici alle imprese è giusto, ma al massimo impedisce ulteriori chiusure, non fa ripartire una economia ferma.

Così pure incentivare le assunzioni a tempo indeterminato può far assorbire qualche contratto precario particolarmente scandaloso, ma non aggiunge all’esistente nulla. Nessuna azienda assume se non ha nulla da fare in più di quello che già fa.

E allora? Allora bisogna abbandonare totalmente le politiche liberiste che continuano a fallire e a farci fallire. Per metterla in politica bisogna dire no a Berlusconi, ma anche a Ciampi, a Prodi e ovviamente a Monti.

Se davvero si vuol abbattere la disoccupazione di massa e considerarla, come fecero tutti i progressisti e gli antifascisti negli anni trenta, il primo nemico della democrazia, allora bisogna rovesciare il tavolo delle misure e dei convincimenti di questi venti anni.

Primo, ci vuole un grande intervento pubblico perché il mercato è fallito. Ci vogliono nazionalizzazioni e investimenti pubblici in opere necessarie davvero, abbandonando le varie TAV che producono lauti profitti, ma quasi zero lavoro.

Secondo bisogna bloccare i licenziamenti subito, imponendo alle multinazionali e alle grandi imprese una vera e propria tassa sociale per il lavoro. Se te ne vai paghi molto di più di quello che ti costa restare, questo deve imporre un potere politico con la schiena dritta.

Terzo bisogna ridurre qui e ora l’orario di lavoro nelle due modalità conosciute. L’abbassamento dell’età della pensione e la riduzione dell’orario settimanale. Questo non crea nuovo lavoro, ma ridistribuisce quello che c’è in modo più giusto, soprattutto a favore dei giovani e degli esodati, e in prospettiva migliora la stessa produttività.

Quarto bisogna ridistribuire ricchezza, prima di tutto con il reddito ai disoccupati e poi con l’aumento delle retribuzioni e delle pensioni più basse. Questo perché bisogna smetterla di pensare che l’economia riparta vendendo Ferrari e Armani ai benestanti e ai ricchi nel mondo. Siamo troppi in Italia per vivere solo di questo.

Naturalmente ci sono tante altre misure che andrebbero prese, ma qui ho voluto sottolineare quelle davvero di emergenza e di rottura con le politiche economiche che ci hanno portato a questo disastro.

So bene che queste scelte, che negli anni trenta sarebbero state definite come riformatrici, nulla hanno a che vedere con l’ideologia del riformismo liberista delle oligarchie che ci governano, in Italia e in Europa. Però quanto dobbiamo aspettare e pagare ancora, prima che si capisca che queste oligarchie ci stanno trascinando nel loro fallimento?

Facciamo della lotta alla disoccupazione di massa la priorità della politica, e se qualcuno ci risponde parlando di Europa rispondiamo come recentemente hanno fatto milioni di portoghesi: che si fotta la Troika.

Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/04/08/giorgio-cremaschi-disoccupazione-obiettivo-raggiunto/

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NELLA LOBBY DELL’ASPEN CHE BELLA CASTA DI CARTA

Tra i soci del gruppo di potere Usa in Italia non potevano mancare De Bortoli, Mieli, Lucy Annunziata (anche direttore della rivista “Aspenia”), Colombo, Pirani, Polito, Severgnini e Riotta e Antonella Rampino de “la Stampa” – Tra i “Junior fellows” c’è Annagrazia Calabria…

Stefano Sansonetti per lanotiziagiornale.it

Non poteva restarne fuori. Nella lobby in cui si incontrano i poteri più diversi, con uno sguardo privilegiato verso gli Stati Uniti d’America, un posto di tutto rispetto è occupato dall’italico “quarto potere”. Con nomi di primo piano. Ferruccio de Bortoli e Paolo Mieli, per esempio, rispettivamente direttore ed ex direttore del Corriere della sera. Oppure Lucia Annunziata, direttore dell’Huffington Post e conduttrice di “In mezz’ora” su Raitre.

Per non parlare di Furio Colombo, un tempo al vertice dell’Unità e oggi editorialista per il Fatto Quotidiano. Il nome di ciascuno di loro è indicato nell’elenco dei soci dell’Aspen, think tank mondiale di derivazione americana, ormai sempre più crocevia di poteri, affari e lobby di varia estrazione. Nei giorni scorsi La Notizia è entrata i possesso della lista riservata dei 226 soci ordinari dell’Aspen Institute Italia, in pratica l’articolazione nostrana del network. Oggi l’elenco viene integralmente pubblicato (www.lanotiziagiornale.it)

Dall’attenta lettura dei 226 nomi viene fuori una discreta pattuglia di giornalisti italiani. Il Corriere della sera sembra il più rappresentato all’interno dell’Aspen. Oltre ai nomi già indicati, infatti, nella lista ci sono gli editorialisti Antonio Polito e Beppe Severgnini. Ma compare anche Mario Pirani, altro editorialista, questa volta dalle colonne di Repubblica. Nel gruppo non poteva mancare Gianni Riotta, già direttore del Tg1 e del Sole 24 ore, che nella lista Aspen viene qualificato come componente dell’advisory board della Princeton University.

Ancora, come socio ordinario è riportata Antonella Rampino, inviata per La Stampa e diversi anni fa già direttore di Aspenia, la rivista dell’Aspen Institute Italia. Sempre da La Stampa, dove scrive come editorialista, proviene un altro nome dell’elenco, quello di Ludina Barzini, figlia del politico e giornalista Luigi Barzini.

Che poi, a dirla tutta, alcuni dei giornalisti in questione partecipano anche più attivamente alla vita dell’Aspen, ancora oggi presieduta dall’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti. Oltre a essere inquadrata come socia, per esempio, Lucia Annunziata fa parte del comitato esecutivo dell’associazione ed è direttore responsabile della già citata rivista Aspenia. Sempre nel comitato esecutivo del think tank, poi, troviamo Mieli e Pirani. Infine tra i soci ordinari spunta anche Jean-Marie Colombani, per tantissimi direttore del francese Le Monde.

Ma in un universo nel quale si incrociano 226 soci ordinari, l’estrazione è a dir poco eterogenea. Il terreno è quello del dibattito e del confronto di idee che in un batter di ciglia sfociano nella lobby più autentica. Banchieri, vescovi (Rino Fisichella, Vincenzo Paglia e Giovanni Giudici), finanzieri, giornalisti e un’incredibile quantità di capi di stato e di governo esteri fanno parte della caleidoscopica galassia dell’Aspen Insitute Italia. Una galassia che può essere divisa per settori e far capire perché da noi c’è la corsa a far parte di un’associazione che ha contagiato praticamente tutti, da destra a sinistra.

Più che normale essere interessati a confrontarsi con i ministri di mezzo mondo. Più che ovvio avere l’ambizione di confrontarsi per fare lobby, per cercare di contare sempre di più, per questa via, anche all’interno delle mura domestiche. Ebbene, tra i soci dell’Aspen Italia ci sono profili come quello di Carl Bildt, ministro degli esteri svedese, e di Fernando Henrique Cardoso, ex presidente socialdemocratico del Brasile.

Ci sono personaggi come Valéry Giscard d’Estaing e Jacques Delors, rispettivamente ex presidente francese ed ex numero uno della Commissione europea. Per non parlare di Angel Gurrìa, ex ministro degli esteri messicano, ora segretario generale dell’Ocse, e Peter Mandelson, ex ministro del governo laburista inglese di Gordon Brown e già commissario Ue al commercio. Ma si possono citare i casi del presidente israeliano Shimon Peres, dell’ex ministro tedesco dell’interno, Otto Schily.

Per buona parte di essi il minimo comun denominatore è l’estrazione socialista, che guarda ed è guardata con simpatia da certi ambienti liberal americani. Ma non mancano situazioni del tutto diverse, per esempio quella di alcuni ultraliberisti come il socio italiano Antonio Martino. Tra i tanti politici italiani, come ha ricordato La Notizia, sempre nel ruolo di soci compaiono Massimo D’Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato e il premier dimissionario uscente Mario Monti.

Inutile dire che la lista dei soci trabocca di “presenze finanziarie”. Prendiamo la categoria dei banchieri centrali. Questa è rappresentata dal presidente della Bce, Mario Draghi, dal suo predecessore alla guida dell’Eurotower, Jean-Claude Trichet, dall’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer e dall’ex governatore della banca centrale turca, Rüsdü Saracoglu. Poi ci sono banchieri internazionali come il presidente di Jp Morgan, Jacob Frenkel, e il presidente di Goldman Sachs a Londra, Peter Sutherland.

A chiudere l’universo Aspen spuntano anche 69 amici e 73 junior fellows. I primi sono i rappresentanti di quelle società che fatturano da noi non oltre i 150 milioni di euro. Ma la categoria nel corso degli anni si è espansa. Ne fanno parte, per esempio, Luca Colombo di Facebook Italia, Maria Pierdicchi di Standard & Poor’s Italia, Dario Scannapieco della Bei, Ivanhoe Lo Bello, vicepresidente di Confindustria.

I junior fellows, invece, sono i “selezionatissimi” giovani di età compresa tra i 25 e 33 anni. Ci rientrano, giusto per qualche rapido esempio, Annagrazia Calabria, deputato Pdl, Federico Mara Signoretti, economista di Bankitalia, e Fabrizio Sammarco, presidente dell’associazione ItaliaCamp, creatura battezzata da Antonio Catricalà e Gianni Letta (entrambi soci Aspen). Tanto per rimanere nella rete.

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/nella-lobby-dellaspen-che-bella-casta-di-carta-53791.htm

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A Piazza Affari si vocifera di un crollo finanziario spaventoso, nell’estate prossima.

C’è chi vaticina la data: il 9 settembre. Vi chiederete in base a quali criteri. Un misto tra criteri statistici e superstizione.

Vi consigliamo, per capire in che mani siamo, quanto lontana sia la scienza dal mondo delle borse e quanto vicina la magia, questo articolo tratto da Wall Street Italia :

http://www.wallstreetitalia.com/article/1538874/mercati/vendere-in-maggio-anzi-meglio-ancora-in-aprile.aspx

Sta di fatto che siamo davanti alla “profezia che si autoavvera”: se tutti temono il crollo, tutti vendono e il crollo arriva.

Crollo o non crollo gira voce che i brokers si preparano a vendere i titoli finanziari che hanno in portafoglio prima dell’estate —Sell in May (vendi a maggio)—, per poi ricomperarli mesi dopo a prezzi più bassi.

Una delle disparate forme della speculazione finanziaria.

Chi se ne frega se ciò manda all’aria aziende e brucia posti di lavoro.

Com’è che si dice? “E’ Il capitalismo bellezza!”

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Scomparse le registrazioni del processo sulla Moby Prince»

La denuncia di Manfredi Lucibello, regista del film “Centoquaranta-La strage dimenticata” in uscita a giugno

Centoquaranta-La strage dimenticata
L’anteprima del film sulla tragedia del Moby Prince

L’ultimo tassello di una strage dimenticata ma piena di morti, menzogne, strane coincidenze e misteri arriva a 22 anni esatti dalla tragedia che costò la vita di 140 persone. Nel giorno in cui anche il presidente del Senato Pietro Grasso chiede di avviare una commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del nostro Paese.
«Il tribunale di Livorno non ha più le registrazioni audio del processo sulla Moby Prince, quelle che valgono a livello legale. Esistono le trascrizioni delle testimonianze ma non le registrazioni audio. Abbiamo fatto due richieste tramite avvocato per ottenerle, non ci hanno mai ufficialmente risposto ma ci hanno fatto capire che non ci sono. Scomparse»

Sono le parole di Manfredi Lucibello, giovane regista che da due anni lavora a Centoquaranta – La strage dimenticata, un film documentario prodotto da Roberto Ruini (Pulsemedia) in collaborazione con Toscana Film Commission in uscita a giugno prossimo e di cui Corriere.it anticipa un estratto.

LA RICOSTRUZIONE – Il film-documentario vuole ripercorrere la vicenda del traghetto Moby Prince che il 10 aprile 1991 si scontrò contro la petroliera Agip Abruzzo al largo del porto di Livorno: dalla collisione si sviluppò un incendio che causò la morte delle 140 persone a bordo (equipaggio e passeggeri) tranne il giovane mozzo napoletano Alessio Bertrand, unico superstite della tragedia. Una storia fatta di depistaggi, manomissioni e stranezze che hanno portato all’assoluzione di tutti gli imputati lasciando i familiari delle vittime senza giustizia.

LA PARTITA – «Io sono nato nel 1984: fin da piccolo ho il ricordo di un incidente, di una cosa banale. Hanno sempre fatto passare l’idea che la causa della morte di 140 persone fosse stata la distrazione per una partita di calcio. Idea che nei giorni successivi alla tragedia fu molto alimentata dai media nazionali. Nel corso degli anni lo scenario è radicalmente cambiato, si sono susseguite inquietanti scoperte, alimentate da nuove prove. Dietro questo film ci sono stati due anni di ricerca, di colloqui con i familiari e di rilettura delle carte. Il film vuole raccontare sia la strage di quelle notte ma tutte le stragi avvenute dopo: non li hanno ammazzati solo una volta ma tante volte quei 140 a bordo».

VERITA’ – Lei ha raggiunto una sua verità su quella tragedia? «Lo scopo del film non è di arrivare a una verità ma di mostrare come questa verità sia stata nascosta – dice Lucibello -. Tra le cose inedite ci sono ad esempio i video dei sopralluoghi del ’92 e del ’97: ogni volta che gli stessi periti tornano a bordo della nave bruciata – che rimase a lungo in banchina a Livorno – ci sono pezzi nuovi o pezzi mancanti, ogni volta c’è qualcosa che manca la volta dopo oppure che è stato sostituito, cose che appaiono o scompaiono, uno scandalo. Non è un film inchiesta che cerca di spiegare com’è andata ma un documentario che vuole mostra quanto mediocri siano state le ricerche, le indagini. Il film mette in fila le menzogne, i sabotaggi e tutto quello che c’è stato dietro».

RIAPRIRE IL CASO – Il Corriere della Sera pochi giorni fa ha pubblicato un articolo di Marco Imarisio dal titolo «Moby Prince, non fu errore umano»: parla della contro-inchiesta che ha fatto Angelo Chessa, il figlio di Ugo, il comandante della Moby che morì con la moglie in quella tragica notte. Lui sostiene che grazie alle nuove tecnologie è stato possibile fare delle ricostruzioni molto differenti da quelle ufficiali. Lei pensa che alla luce di tutto questo ci siano delle possibilità di riaprire questo caso?

«Non credo, non so ce c’è una volontà. I materiali per farlo secondo me ci sono. Conosco la ricostruzione di Chessa. Lui lo racconta nel film. Abbiamo parlato a lungo con lui e con i periti che lo aiutano. Chi vede il mio film capisce chi sono i colpevoli: non c’è solo l’incidente, i sabotaggi sono stati fatti in porto. E’ una storia tragica, come tragico anche il finale di questa nave: rottamata nel porto dei veleni in Turchia dove la ‘ndrangheta porta tutte le imbarcazioni che trasportano i rifiuti tossici. Oltre ai video istituzionali nel film ci sono spezzoni di video amatoriali e anche quello fatto da una videocamera di una delle vittime, che è stata ritrovata intatta. Ma anche in quel video lì, a guardarlo bene, si vede un taglio: non c’è nulla di pulito in questa vicenda. Alla fine del film che ripercorre questi 22 anni ti accorgi che c’e sempre stata la volontà di cambiare gli scenari, di destabilizzare: una strategia da Prima Repubblica».

http://www.corriere.it/cronache/13_aprile_10/moby-prince-scomparse-registrazioni-processo_0dfc7364-a1bb-11e2-8e0a-db656702af56.shtml

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11 gennaio 2009 | Autore

di Paolo Franceschetti [fonte: www.paolofrancescetti.blogspot.com ]

Complottismo e anticomplottismo. Icke contro Fede. Con Travaglio in mezzo.

1. Premessa. Il dibattito. 2. Le banche. 3. Le stragi. 4. Il terrorismo e la regia unica. La P2. 5. La mafia 6. Complicità della Chiesa. 7. La letteratura. 8. Alcune spiegazioni ufficiali che non quadrano. 9. I giornali e la TV. 10. I giornalisti coraggiosi. 11. le leggi. 12. Quasi in conclusione: le vittime. 13. In conclusione.

1. Premessa. Il dibattito.

Da decenni c’è un dibattito tra complottisti e anticomplottisti. Il termine complottista indica in genere qualcuno che vede complotti dietro ad eventi come l’11 settembre, le guerre, le stragi, ecc… Indica colui che non accetta le verità ufficiali e ne va a cercare di alternative, ipotizzando un complotto tra vertici del potere. Spesso questo termine è usato in modo spregiativo per indicare uno un po’ paranoico che vede UFO, maghi, massoni ovunque. Non c’è dubbio che io, con il mio sito e con quello di cui mi occupo, sia considerato un complottista. Basta vedere gli insulti che mi becco quotidianamente sui vari siti di controinformazione.
Allora presento alcune riflessioni. Cercherò di spiegare come uno come me, che non ha mai amato i gialli perché in genere mi scordo i particolari e non ricordo i nomi, diventa all’improvviso grazie al suo lavoro di avvocato, un complottista.
E farò un po’ di considerazioni sul problema del complottismo.

Il dibattito tra complottisti e anticomplottisti è stato affrontato già da molti. Sinteticamente, c’è da dire che spesso l’anticomplottista è un nient’altro che un cretino che pensa che la realtà sia solo quella che ha capito lui. E’ uno quindi che quando una cosa non l’ha mai vista né sentita, anziché farsi venire qualche dubbio, inizia a cercare argomenti per confutarla a priori.
Il complottista, è vero, spesso vede alieni e rettiliani dietro ai problemi mondiali.
Il problema però è quello della prova. Mi spiego. Prima di deridere la teoria degli UFO, dovrei avere delle prove contrarie. Ma il punto è che le prove contrarie non esistono.
Perché il fatto è che, anche se tutti coloro che vedono gli Ufo fossero in mala fede o matti, aver dimostrato la loro pazzia non equivarrebbe a dimostrare che gli Ufo non esistono. Avrei solo dimostrato che tutti coloro che ne parlano sono matti. Ma magari gli ufo esistono davvero.
Un po’ come il problema del mostro di Loch Ness. Qualcuno ci crede. Qualcuno no. Chi ci crede forse è un visionario o un ingenuo. Ma chi non ci crede è senz’altro un imbecille, perché non si può mai dimostrare che una cosa non esiste. Posso tutt’ al più dimostrare che una cosa esiste.
Insomma. E’ vero, il complottista può essere un pazzo o un visionario. Ma è anche vero che l’anticomplottista, essendo uno che critica ciò che non conosce è di conseguenza un cretino perché pensa che la realtà finisca dove lui ha deciso che debba finire.
Ma su questo ci hanno discusso in molti.
Qui invece voglio affrontare il problema da una prospettiva diversa.

2. Banche.

Partiamo dalle banche. Mi sono reso conto che una disciplina come quella che regola la Banca d’Italia non poteva essere casuale, ma era il parto di una mente criminale, il cui scopo era depredare i cittadini e coprire i peggiori reati.
Vediamo perché.
La Banca d’Italia, come è noto, dovrebbe controllare il funzionamento delle altre banche italiane. E dovrebbe emettere moneta.
Il problema, però, è che la proprietà della Banca d’Italia è delle banche private e dei grandi gruppi assicurativi italiani, San Paolo, Generali, Intesa, ecc.. E allora qui i conti non tornano. Perché il controllato non può essere anche controllore al tempo stesso. E’ come se lo stato decidesse che la mafia dovesse essere combattuta da Riina e Provenzano.
Inoltre, analizzando le leggi che regolano la Banca D’Italia, si scopre che il governo non ha praticamente alcun potere sulla dirigenza della Banca d’Italia.
Ora, siccome è ovvio che tutto il denaro italiano (a parte quello che viene portato all’estero) viene messo nelle banche, è altrettanto ovvio che togliere allo stato il potere di controllo su di esse equivale a perdere un’occasione importante di controllo dei flussi finanziari, che sarebbe invece fondamentale per poter arginare la criminalità.
Ci si accorge, quindi, che il cuore del sistema criminale mondiale è nelle banche. Non a caso la Svizzera è una cassaforte impenetrabile, e il segreto bancario lì ha dei vincoli ancora più forti dei nostri. Perché la Svizzera è la cassaforte della criminalità organizzata europea. In altre parole, un’associazione mafiosa, sistemerà i suoi conti in questo modo: 1) a livello locale metterà i risparmi minimi, quelli per le spese correnti (pochi milioni di euro). 2) In Svizzera metterà i capitali maggiori, quelli però che devono essere sempre a portata di mano e prelevabili nel giro di poche ore dal bisogno. 3) nei paradisi fiscali come la Caiman verranno messe le somme più ingenti.

Quando poi si scopre che la Banca d’Italia ha una sua emanazione nientemeno che alle Caiman, viene qualcosa di più di un sospetto.

Per creare un sistema bancario del genere, però, ci vuole la complicità di TUTTI i governanti. E deve esistere un sistema quasi perfetto, senza smagliature, che comprenda la complicità anche degli organi di informazione. E occorre che i banchieri siano più potenti dei politici. In altre parole, analizzando le leggi che regolano il sistema bancario risulta evidente che la politica è subordinata alle banche, e sono loro che dettano le leggi nei vari paesi Europei.
E questo non è un discorso da complottista, ma da giurista.

3. Le stragi.

Un’altra cosa che non torna è la storia dello stragismo in Italia. In tutti i maggiori disastri italiani non si sono MAI trovati i mandanti. Al massimo qualche esecutore, mentre Gelli è stato condannato per depistaggio in un unico caso.
L’altra cosa che salta agli occhi a chi si occupa di stragi è che tutti i testimoni fanno regolarmente una brutta fine. Una mattanza infinita, e sempre con le stesse tecniche. E sempre con una pervicace volontà degli inquirenti di archiviare come suicidi o incidenti dei palesi omicidi.
Allora i conti qui non tornano.
A meno di non voler dire che tutti gli inquirenti erano dei dementi, e che per una casualità tutti i testimoni muoiono inevitabilmente con le stesse cinque o sei tecniche, vuol dire che c’è un filo rosso che collega tutti questi casi.
Questo filo rosso sono i servizi segreti che uccidono e depistano.
Ma i servizi segreti (non si scappa su questo punto) sono – o dovrebbero essere – sotto il controllo dello Stato.
Poi, per carità, si parla sempre di servizi segreti deviati. Ma i servizi non deviati? Che fanno? Dormono? Non sono mai riusciti a fermare la mattanza ad opera dei servizi segreti deviati.
E allora a fronte di questa situazione è l’anticomplottista che è un imbecille. Non il complottista. Perché quando i servizi segreti fanno regolarmente secchi tutti coloro che si oppongono al sistema, con una tecnica che dopo un po’ la riconoscerebbe anche mia nipote di otto anni, allora vuol dire che il problema non è la mafia. E’ lo stato stesso.

4. Il terrorismo e la regia unica. Il programma P2.

Dagli anni sessanta ad oggi contiamo decine di stragi in Italia. Ustica, Piazza della Loggia, Italicus, Banca dell’Agricoltura, Moby Prince, Strage di Bologna, ecc… Mai nessun colpevole. Ma sempre gli stessi elementi comuni: la presenza dei servizi segreti a depistare. I testimoni che muoiono come mosche con la stessa tecnica identica in ogni vicenda.
I terroristi sono per la maggior parte liberi all’estero, allegramente latitanti; quando sono stati in galera sono stati trattati con i guanti bianchi e vanno addirittura a parlare alle università perché, che diamine, non dobbiamo serbare rancore, il passato è passato. E qualcuno lo hanno addirittura messo in parlamento, con la carica di segretario alla Presidenza della Camera (alludo a D’Elia).
Negli ultimi anni viene fuori che dietro a tutte le stragi, sia rosse che nere, c’era Gladio. Lo scopo del periodo stragista era arrivare all’attuale forma di governo bipolare, per instaurare un governo di destra secondo quello che era il programma della P2. Ma gli anticomplottisti questo non lo sanno. E se lo sanno non lo considerano. E se lo considerano… eh bè, che diamine, esistono pure le coincidenze. Ti pare che dobbiamo cercare per forza un complotto per questa situazione kafkiana?

A leggere il programma della P2 è sorprendente come esso sia proprio identico alla situazione attuale: bipolarismo, indebolimento della magistratura, indebolimento della scuola pubblica, controllo dell’informazione.
Inoltre Gelli non solo è libero, potente e considerato, ma parla in programmi TV.
Allora delle due l’una: o la P2 ha realizzato il suo programma. Oppure è una coincidenza.
Il fatto che dopo la scoperta della P2 tutti gli iscritti abbiano fatto carriera e addirittura la tessera 1816 ce la troviamo come Presidente del Consiglio… ma sì… forse è una coincidenza.

5. La mafia.

Per decenni ce l’hanno menata con questa storia che al sud c’è la mafia. Il che è pure vero.
Poi sempre per decenni ce l’hanno menata con la storia della gente del sud che è omertosa, e complice della mafia. Il che è pure vero.
Solo che, ad un certo punto, i conti non tornano più. Perché oggi esistono tecnologie sofisticatissime e a basso costo che permettono di effettuare intercettazioni telefoniche e ambientali da qualsiasi parte del pianeta. I nostri servizi segreti contano migliaia di dipendenti, senza calcolare tutte le persone che sono comunque pagate dai servizi. Aggiungiamo che abbiamo un esercito che non fa praticamente quasi nulla tranne mantenere se stesso ed andare in missione all’estero.
E allora si capisce che lo Stato ha i mezzi per fermare le varie mafie, se vuole, in pochi mesi. Ma se non lo fa è evidentemente per una volontà precisa di non fermarla.
Allora si capisce anche che hanno ragione i meridionali a non denunciare i fatti che vedono. Perché capiscono che il problema non è la mafia, ma è lo stato.
Ed è dallo stato che i cittadini del sud si difendono, prima ancora che dalla mafia.
Ecco perché i meridionali non parlano e sono omertosi. E hanno ragione.
Tra l’altro, da quando mi occupo di questi argomenti non vivo più sicuro; e la gente attorno a me mi dice “ma chi te lo fa fare? Ma voltati dall’altra parte” Come fanno al sud.
Eppure io abito al centro. Allora il problema della mafia non è che la gente è omertosa. La gente infatti è omertosa anche al nord e al centro, a quanto posso constatare nella esperienza personale. Il problema è un altro. La mafia esiste perché lo Stato lo vuole.

6. Complicità della Chiesa.

Qui il problema è delicato.
Sono stato un cattolico, con tanto di tessera Azione cattolica per anni. Uno zio prete. Una madre insegnante di religione. Insomma, un discreto background.
A un certo punto ho iniziato ad avere qualche sospetto.
Il messaggio di Cristo è preciso. Amore, pace, porgere l’altra guancia.
Allora le domande sono: “1) Ma la Chiesa non dovrebbe essere contro ogni forma di violenza? Che senso ha benedire i soldati che partono per il fronte? Afghanistan, Iraq, Vietnam, sono enormi bagni di sangue, che non dovrebbero essere concepiti. Ci vorrebbe la scomunica per chiunque anche solo osasse pensare di attaccare un altro paese. Invece niente; Benedetto XVI trova addirittura unità di intenti con Bush, cioè con uno che ha dichiarato guerra ad un paese straniero con una scusa ridicola, e che ha mandato a morire milioni di suoi cittadini; che è come dire che un PM Palermitano trova unità di intenti con Cosa Nostra.
Poi c’è il problema rosacrociano. E qui, si sa, gli anticomplottisti in genere neanche sanno chi siano questi rosacroce.
Ma quando uno ha un po’ di cultura più della media capisce che la massoneria rosacrociana è la più potente nel mondo, e capisce altresì che i rosacroce si avvalgono di simboli cristiani, e un uomo di Chiesa e di cultura non può ignorare questo fenomeno. Allora dici a te stesso: ma come mai la Chiesa non denuncia questi fatti? Come mai non parlano mai di Rosacroce? (ad esempio la gesuitica Civiltà cattolica, di cui mio padre possiede centinaia di numeri nella sua biblioteca, non ne fa mai cenno).
E la risposta non è piacevole.
La risposta che uno trova è da complottista, sì; e quella parte cattolica che ancora vive in te perché sei stato educato per decenni così, dentro di sé prega che la risposta non sia quella che pensi. Che sia tutto un abbaglio.
Ma a pensare da anticomplottista mi sembra di pensare come un imbecille. E allora purtroppo preferisco essere complottista.

7. La letteratura.

Quando parlo di massoneria, e in particolare di massoneria rosacrociana, come la chiave della spiegazione della maggior parte dei misteri d’Italia, mi si risponde che sono ipotesi non suffragate da nulla. In fondo, chi li conosce questi Rosacroce?
In realtà basta entrare in una libreria molto fornita per accorgersi che di titoli su templari e rosacroce ce ne sono centinaia.

I templari sono un ordine esistito ufficialmente fino al 1300.
Mentre i Rosacroce addirittura, secondo alcuni, non esisterebbero.
Ma centinaia di titoli su un ordine cavalleresco che non esiste più da secoli sono decisamente troppi.
Specialmente poi non c’è rapporto tra la diffusione di titoli su queste due istituzioni, a fronte dell’interesse che l’argomento suscita nei media ufficiali. TV e giornali dedicano ad esempio molta attenzione a fenomeni come l’astrologia, la moda, i motori, ecc… ma quasi nulla a templari e rosacroce, mentre il rapporto è invertito in libreria. Di libri su moto e auto ne troverete qualche decina. Ma centinaia su Templari e Rosacroce. Molti di più anche rispetto ad argomenti pure importanti come la seconda guerra mondiale.
Viene il dubbio che i media ufficiali vogliono presentare una realtà che non corrisponde alla reale importanza dei problemi trattati. Cioè viene il dubbio che i media si occupino di cazzate, e tralascino le cose veramente importanti.
E a chi replica che in fondo la massoneria non è così importante, viene da rispondere che se sulla moneta da un dollaro abbiamo raffigurati una marea di simboli massonici come la piramide, la scritta novus ordo seclorum, ecc…, bè, allora forse così insignificante non è. La moneta è infatti il bene materiale più importante per uno stato, quello che andrà comunque nelle mani di tutti, e quello che, in qualche modo, rappresenta lo stato nel mondo.
Insomma, non hanno messo sulla moneta da un dollaro il simbolo di un’organizzazione buddista, o di un’associazione di tutela della flora e della fauna, ma simboli massonici. E un motivo ci deve essere.

8. Alcune spiegazioni ufficiali che non quadrano.

Poi a me alcune spiegazioni ufficiali della storia non mi hanno mai convinto.
Ad esempio, prendiamo i colori della bandiera italiana. Mi era sempre sembrata una gran cazzata che avessero scelto quei colori perché il rosso rappresentava il sangue dei nostri caduti, il bianco la neve delle nostre montagne, e il verde il colore delle nostre valli.
Prima di tutto abbiamo dei mari stupendi e allora non si capisce perché non hanno messo anche il blu. Poi la neve ce l’abbiamo sì, ma in poche zone d’Italia, e non per tutto l’anno. Allora perché non rappresentare anche i colori della Calabria, della Sicilia, ecc..?
Inoltre gli stessi colori li hanno scelti anche altre nazioni. Anche l’Algeria, il Burundi, La Costa D’avorio e il Madagascar hanno gli stessi colori della nostra bandiera ma non mi vengano a dire che il bianco è quello della neve, perché lì fa un caldo che si schiatta e la neve manco sanno cosa è. Poi scopro che l’Ungheria ha la bandiera identica alla nostra, solo che ha i colori per lungo anziché per largo.
No. Decisamente… mi era sempre sembrata una spiegazione demenziale anche quando ero alle elementari.
Se invece capisci che i Rosacroce sono i vertici del potere internazionale, e che i loro colori d’elezione sono il rosso, il verde e il bianco… allora i conti tornano. Ci hanno semplicemente raccontato un mucchio di cazzate.
Chissà che gli raccontano in Madagascar…

Quando studiavo la storia, al liceo, mi annoiavo. Da una parte mi affascinava, ma da un’altra c’era qualcosa che mi respingeva. Non capivo il perché.
Ad esempio la seconda guerra mondiale. Non si sa quanti libri ho letto sulla seconda guerra mondiale e sull’ascesa del nazismo. Ero affascinato dal fenomeno del nazismo e ho letto libri di tutti i tipi; da quelli di Wiesenthal, alle varie biografie di Hitler…. Eppure i conti non mi tornavano mai e alle fine regolarmente mi scordavo tutto quello che avevo letto.
Già. Perché la storia come ce la presentano la maggior parte dei libri è una serie di avvenimenti messi in fila senza apparente logica, a meno di non pensare di essere stati per secoli governati da degli idioti.
Alcuni esempi. Non sono mai riuscito a capire come cazzo avesse fatto Garibaldi con soli mille uomini a compiere la sua impresa.
E che dire della prima guerra mondiale? Non ho mai capito come si possa far scoppiare una guerra per colpa di un anarchico che spara all’arciduca Francesco Ferdinando.
Ma il capolavoro della demenza umana è la seconda guerra mondiale. Non ho mai capito come avesse fatto Hitler ad armarsi, poi conquistare l’Austria, poi la Polonia, nella assoluta tranquillità degli stati attorno, che avrebbero dovuto fermarlo molto ma molto prima. Quello si armava, conquistava un paese e poi rassicurava tutti: “state tranquilli… ho conquistato l’Austria ma ora mi fermo qui…. Vogliamo la pace noi….”.

Sembra l’America di oggi: “siamo un popolo democratico noi. Vogliamo pace e prosperità. Ora conquistiamo uno staterello, ma poi basta. Poi un altro e ancora basta. Poi un altro ancora….” E nessuno dice nulla, tranne qualche lurido comunista, o qualche anarchico; gente ingrata che anzichè ringraziare l’America per averci liberato dagli americani, li considera dei guerrafondai imperialisti solo per qualche misero milione di morti e qualche decina di guerre negli ultimi 60 anni.
Quando capisci che Hitler fu armato dalle banche inglesi allora sì che i conti tornano e capisci perché nessuno lo fermò.

E quando poi capisci che le stesse banche che hanno finanziato Hitler hanno finanziato anche gli angloamericani… bè… un pochino ti incazzi… ma giusto un po’.
Poi Garibaldi. Quando capisci che l’impresa di Garibaldi fu preparata dalla massoneria e le truppe borboniche non combattevano neanche perché avevano ricevuto ordine di ritirarsi, allora i conti tornano. Ecco perchè mille uomini hanno avuto la meglio sulle truppe borboniche.
Per non parlare del conflitto Israeliano Palestinese. Dopo decenni di guerre sanguinose credo che tutti si siano stancati e pur di una tregua, sia palestinesi che israeliani darebbero chissà cosa. Ma è evidente che non c’è questa volontà, anzi, c’è una fortissima volontà contraria da parte di tutti i governanti del mondo. E quando studi il problema alla luce della volontà massonica di creare un focolaio di guerra permanente per poi scatenare un gigantesco conflitto futuro, allora i conti tornano.
Allora essere complottisti nello studio della storia non è una volontà di vedere complotti ovunque. Ma è una necessità scaturita dalla volontà di capire le cause, apparentemente inspiegabili, di certi avvenimenti.

9. I Giornali e le TV.

Per anni dall’età di venti fino ai trenta anni, ho letto anche due quotidiani al giorno, oltre ai vari settimanali, Panorama e l’Espresso. A un certo punto smisi di leggerli perché mi pareva che dicessero sempre le stesse cose.
Tralasciando la politica, che pare che da circa un secolo vada avanti con le stesse dichiarazioni e gli stessi comportamenti (la maggioranza dice o fa qualcosa; l’opposizione dice che è contro gli interessi del paese; la maggioranza dice che l’opposizione non collabora, poi ogni volta che va su qualcuno dice che la colpa dello sfascio è del governo precedente che nega) anche nella cronaca succedevano sempre le stesse cose.
I fatti seguono sempre lo stesso schema identico in 3 punti:

1) Esiste il problema mafia? 2) Chi indaga viene ammazzato. 3) Se non vengono ammazzati i giornali li attaccano e il problema italiano diventano non la mafia, ma i giudici stessi (ricordate Falcone e Borsellino?), poi si solleva il problema dei giudici che devono lavorare in silenzio e che sono troppo giustizialisti.

1) Esiste il problema massoneria? 2) Arrivano Cordova, Woodcock, De Magistris. 3) I giornali li attaccano e il problema italiano diventano Cordova, Woodcock, De Magistris, i magistrati che devono lavorare in silenzio e che hanno troppo potere.

Scoppia il casino di Tangentopoli? Arrivano quelli che indagano, Di Pietro, Borrelli, il pool di Milano. Dopo un po’ il problema diventa non che esiste un sistema criminale che corrompe tutto e tutti; ma i magistrati, troppo politicizzati, con troppi poteri, che non lavorano in silenzio, ecc…

Sempre le stesse cose. Sempre uguali. Basta. Pietà. Non ne possiamo più.
Insomma.
A un certo punto uno si rompe le palle e smette di leggere. Tanto si può sempre anticipare cosa succede.
Però a questo punto uno si pone qualche domanda. Come mai sempre le stesse cose, sempre gli stessi meccanismi?
Ovviamente per anni non avevo capito dove era il bandolo della matassa. Non avevo capito che esisteva un sistema perfetto come un orologio per azzerare qualsiasi tentativo di legalità.
E allora se qualcuno formula una teoria complottista occorrerebbe perlomeno farsi venire il beneficio del dubbio. Altrimenti è l’anticomplottista che è un imbecille. Ma si sa. Gli imbecilli non sanno di essere imbecilli. Se no che imbecilli sarebbero?

10. I giornalisti coraggiosi.

A un certo punto quando avevo trenta anni, il mondo dell’informazione mi pareva diviso in due. Da una parte Vespa, Fede, Liguori, Ferrara, Belpietro, Jas Gawronski, Farina, Mario Giordano, cioè i giornalisti totalmente asserviti al potere in modo conclamato. E poi i giornalisti coraggiosi, quelli che dicono la verità e denunciano le complicità tra la mafia e lo stato, ovvero Nando Dalla Chiesa, Travaglio, Gomez, Santoro, ecc…
Certo, qualche domanda te la fai… Noti che non si occupano di certi temi e quando li toccano lo fanno in modo superficiale.
Noti che l’inchiesta del giudice Cordova aveva messo in luce che la massoneria deviata è lo strumento di collegamento tra mafia, politica e imprenditoria, e che aveva toccato problematiche addirittura più pericolose di quelle sollevate da Falcone e Borsellino.
Dopo un po’ capisci.
Capisci che questi giornalisti stanno lì come specchietti per le allodole, per far vedere che il sistema è democratico, che le voci fuori dal coro esistono. Ma capisci che deviano accuratamente l’attenzione della gente dalle problematiche principali: cioè la proprietà privata della banche centrali, che è la vera ragione dello sfascio economico programmato di questi ultimi tempi; il ruolo della massoneria in politica; Gladio come regia unica di tutte le stragi in Italia.
Ma loro, questi giornalisti d’assalto, non se ne sono resi conto.

11. Le leggi.

Ma soprattutto l’esistenza di un sistema ben organizzato risulta dalle leggi. Per risolvere buona parte dei problemi italiani basterebbero riforme semplici.
Anzitutto la prescrizione dei reati. Ora tutti i reati vanno in prescrizione a causa della lunghezza dei processi. Sarebbe sufficiente fare una piccola modifica di poche parole, e prevedere che la prescrizione si interrompa con l’inizio del processo, come del resto è previsto in quasi tutte le legislazioni del mondo. E una buona parte dei problemi della giustizia penale sarebbero risolti.
Poi basterebbe semplificare i vari riti civili e prevedere che la maggior parte delle udienze siano orali, con la registrazione meccanografica delle udienze. Alla prima udienza il giudice verifica il contraddittorio e le parti dibattono il problema; la maggior parte delle cause palesemente pretestuose o dilatorie scomparirebbero perchè verrebbero eliminate dal filtro della prima udienza. La maggior parte dei processi si risolverebbe in pochi giorni, anziché durare anni.
La giustizia amministrativa poi è una vergogna. E’ inammissibile che occorrano anni di causa solo per capire se il giudice che deve conoscere una certa causa è il giudice amministrativo o civile. Qualche mese fa è uscita una sentenza della cassazione a sezioni unite solo per decidere a chi spettava il compito di decidere riguardo ad un diritto di pascolo su un prato; in altre parole ci sono voluti anni, e milioni di euro dei contribuenti, solo per capire a quale giudice doveva essere affidata la causa.
Quando sei studente non capisci il sistema. Studi e basta. E più studi più pensi che prima o poi capirai sempre di più. Ma in realtà più capisci e più il sistema sembra folle; e a un certo punto, quando – come ho fatto io – ho scritto un manuale di diritto amministrativo ad uso degli studi post-universitari, capisci che il sistema è quello che è perché se lo si semplificasse, verrebbero fuori le magagne del potere. E che potrebbe semplificarsi con un semplice leggina, fatta da un articolo, che dicesse semplicemente: tutte le cause che riguardano gli enti pubblici sono devolute al Giudice amministrativo. Tutte le cause che riguardano enti privati sono devolute al giudice ordinario. Sarebbe la fine di anni, o decenni di processi inutili che vanno avanti solo per capire il giudice chiamato a decidere.
Il nostro sistema giudiziario è una immensa presa in giro per non far capire nulla al cittadino di come vanno realmente le cose. E’ una immensa macchina mangiasoldi che serve solo per dare stipendi ai magistrati e soldi agli avvocati. Ma non serve ad altro che a proteggere i delinquenti e a non fare quasi mai una vera giustizia.
Sono i tempi del processo, è la mancanza di soldi, è l’esigenza del rispetto del contraddittorio, si pensa quando si è studenti. No. La verità è che l’unico motivo di questo sistema allucinante è il mantenimento dello status quo.

12. Quasi in conclusione. Le vittime.

Per un po’ di tempo pensavo che il problema fosse solo processuale e culturale. Cioè pensavo, in altre parole, che siamo ancora culturalmente lontani dal poter ragionare collegando i vari pezzi della storia e ravvisando nella massoneria questo filo rosso; inoltre pensavo che fosse anche un problema di prove, nel senso che in effetti, in passato, anche se di prove ne hanno lasciate tante, esse erano tutte di difficile reperibilità e anche di difficile lettura.
Tuttavia pensavo che mostrando dei documenti, facendo una serie di collegamenti per me assolutamente evidenti, e ascoltando le testimonianze di varie persone, nel singolo individuo si potesse creare una visione non distorta della realtà.
Ma qui mi sono scontrato con un dato di fatto che, lo ammetto, non mi aspettavo.
La gente non vuole capire.
Anche quando porti delle prove documentali precise, anche quando inviti a leggere libri scritti da autori accreditati, la gente non ne vuole sapere lo stesso.
Quando ad un certo punto il sistema mi è stato chiaro, ogni tanto mi sono imbattuto nelle mie ricerche in alcune verità contrarie a quelle ufficiali. Per almeno tre volte mi è capitato di vedere che delitti palesi e di gente famosa, fatti passare per incidenti e suicidi, non erano tali. La prima cosa che fareste voi quale sarebbe? Io ho chiamato i diretti interessati, i familiari delle vittime.
La reazione di rifiuto di costoro, che pure, a loro dire, cercano la verità, mi ha fatto capire che il problema non è solo culturale e processuale. E’ psicologico e sociologico.
Perché accettare la realtà è duro e, anche se uno si lamenta delle ingiustizie subite dallo stato, degli inquinamenti delle indagini, dei depistaggi, è molto più facile accettare la realtà ufficiale e sperare che un giorno tutto torni alla normalità.
In questo senso è un esempio mio padre. Pur avendo vissuto accanto a me determinati avvenimenti, pur avendo ricevuto minacce di vario tipo che gli hanno fatto perdere il sonno e la tranquillità per sempre, non accetta l’idea della Rosa Rossa. I miei incidenti sono casuali, nessuno ha mai tentato i uccidermi, quella notte del 2 gennaio in un albergo di Modena, e mi sono semplicemente suggestionato. E così può continuare a votare quelle stesse persone che sono i mandanti delle minacce da lui subite. E se un giorno mi uccideranno, a parte il comprensibile sollievo per la fine di un incubo che incombe nella loro vita, il mio sarà stato senz’altro un incidente. E continuerà a votare le stesse persone.
In tal modo sarà ristabilito lo status quo. E finalmente la sua mente troverà pace.
Con la mia famiglia non ho più molti rapporti. In particolare con mio padre non ci parliamo più perché ritiene che io sia il problema. Non il sistema io cui viviamo, e la necessità di non voltarsi dall’altra parte. Io.
Come meravigliarsi allora se qualcuno legge i miei articoli e poi passa agli insulti, alle derisioni, ecc…?
Invece di porsi il problema e studiare e approfondire, meglio pensare che il problema sia io. E’ più comodo. Si perde meno tempo e non si deve ribaltare convinzioni che oramai sono acquisite da anni.
E quando qualche magistrato coraggioso fa un’inchiesta coraggiosa… meglio mandare via lui, piuttosto che parlare dei problemi da questo sollevati. Il problema è chi indaga, mica l’indagato.
Il meccanismo è lo stesso in tutti i campi.

13. In Conclusione.

Ricapitoliamo dunque.
L’anticomplottista è quella persona intelligente e razionale che:
– ritiene che non siano mai stati individuati i responsabili delle stragi perché i mandanti sono davvero bravi ad occultarsi e a non farsi scoprire. E i nostri poliziotti e magistrati sono dei deficienti.
– ritiene che la mafia non può essere sconfitta perché i meridionali sono omertosi. E poi la mafia ha ancora un forte consenso sociale nelle campagne e nei paesi.
– ritiene che la politica demenziale della sinistra di questi ultimi decenni è dovuta a scarsa coesione interna, dissidi, ecc…
– ritiene che i giornali siano assolutamente uniformati quanto a qualità e quantità di notizie, e quanto alla ripetitività di esse, perché succedono sempre le stesse cose;
– ritiene che la Chiesa non prenda posizione contro la guerra, non condanni i guerrafondai, nello IOR nasconda i soldi della mafia mondiale, perché il messaggio di Cristo impone di amare prima di tutto il delinquente e la prostituta; la parabola del figliuol prodigo non dice forse che per il figlio perduto si allestisce il banchetto col vitello grasso? E lei infatti la parabola l’ha presa alla lettera. Ecco perché ad esempio Paolo VI diede delle importanti cariche vaticane a Gelli e Ortolani, gli ideatori della P2. Erano le pecorelle smarrite. Erano i figli perduti e poi ritrovati e quindi gli ha allestito un bel banchetto con le casse dello IOR.
– Ritiene sia un caso se molti membri che erano nella lista della P2 ora ricoprono cariche importanti, da Berlusconi, a Maurizio Costanzo.
– Ritiene che l’11 settembre è stato organizzato da uno che vive in una caverna; poi gli aerei hanno centrato il bersaglio, e per puro caso le torri sono venute giù interamente. Dopodichè Bush, avendo a cuore la sua gente, ha deciso di attaccare l’Iraq perché era uno stato canaglia, sperando in tal modo di risolvere il problema terroristico, non avvedendosi della leggerissima contraddizione tra il voler combattere il terrorismo (cioè un fenomeno interno) con lo scatenare una guerra (cioè un fenomeno esterno); si sa che le guerre in genere aumentano gli odi e i dissidi, ma si vede che i suoi analisti non arrivano a un simile livello di profondità.
– Ritiene che la Banca d’Italia è privatizzata e la BCE è fuori dal controllo dei governi perché si sa, il privato è più efficiente del pubblico. Stesso discorso vale per la privatizzazione dell’acqua, del servizio delle esattorie degli enti locali, ecc… Meglio darli ai privati. Siamo in un’epoca liberale, che diamine, e basta con questo centralismo statale di tipo comunista!!!
– Ritiene che non si facciano leggi serie di riforma dei codici perché i parlamentari non hanno tempo. Sono troppo impegnati a combattere la mafia, il terrorismo, la situazione economica attuale, ecc… hanno altre priorità loro. Le riforme possono aspettare.

In realtà l’anticomplottista è due tipi. C’è l’ignorante che non ha mai letto un atto giudiziario, che non ha mai approfondito la cultura massonica, e quindi segue le vicende politiche solo sui giornali ritenendo magari che leggere due o tre quotidiani sia sufficiente per essere informato veramente. E quindi il suo anticomplottismo è sintomo unicamente di chiusura mentale e ignoranza ma non di mala fede.
E poi c’è l’anticomplottista colto, il giornalista che scrive libri e ci informa su tutte le vicende della vita italiana, lo scrittore, ecc…. Questo anticmplottista in genere non è deficiente. E’ intelligente, spesso anche tanto, ma è solo in mala fede e fa parte del sistema. E il sistema presuppone che chi ne fa parte debba negare i fenomeni che abbiamo elencato.

Il complottista invece è quella persona che vede una regia unica dietro tutti questi fatti, una precisa volontà di non perseguire i reati dei colletti bianchi, ma di vessare la povera gente, gli extracomunitari, la gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese. Il complottista arriva addirittura – orrore orrore – a ipotizzare un accordo tra Chiesa Cattolica e poteri massonici…. Davvero una cosa inconcepibile, eretica.
Il complottista è quello che crede alle scie chimiche, alla massoneria rosacrociana come regia unica delle mafie e delle varie criminalità mondiali, all’esistenza di un’organizzazione chiamata Rosa Rossa dietro a molti dei delitti che la stampa ci propina come delitti comuni. Talvolta, si sa, alcuni complottisti sfociano nel paranoico, credono agli UFO, e pure ai rettiliani di Icke.

Ma se la scelta è questa… allora preferisco essere paranoico. Meglio paranoico che deficiente. E sono orgoglioso di essere un complottista.

Il giorno che andrò in giro a dire le stesse cose che dice Icke non mi preoccuperò più di tanto. Al massimo mi curo con qualche pastiglia di Serenase (un antidelirante).

Mi preoccuperei invece se cominciassi a dire le cose che dicono Vespa, Gawronski, Facci, Giordano, Ferrara, ecc. Perchè per questi casi non c’è cura: Sono troppo gravi, e alcuni di loro, forse, sono pure in buona fede.

Ma se comincerò a parlare come Travaglio o Santoro, per cortesia uccidetemi. Perché vorrà dire che mi hanno comprato, o mi hanno fatto il lavaggio del cervello col programma MK Ultra (che ovviamente a quel punto dirò di non conoscere).

Ps. Termino il post con una frase tratta da un blog che lessi tempo fa. Il blog è “Tra cielo e terra” di Santaruina.

Quello che ho scoperto in questi anni è che il “complottismo” per come lo si intende generalmente, è fenomeno alquanto raro.
Vi sono invece numerose persone che ad un certo momento della loro vita scoprono, qual novità, che i governi mentono, scoprono che la storia che si insegna a scuola omette alcuni particolari alquanto importanti, che gli eventi spesso si svolgono in modi molto più complessi di come potrebbe apparire ad uno sguardo superficiale.
E’ una questione di ricerca, perché, per quanto possa sembrare strano, documenti e fonti autorevoli che svelano la faccia occulta della storia esistono, sono a disposizione.

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15 aprile 2013
u maschera romano prodi

14 APR 19:18

1. PALAZZO DEL QUIRINALE, ANGOLO VIA GRADOLI. LA STRADA CHE CONDUCE PRODI AL COLLE INCROCIA ANCORA UNA VOLTA IL MISTERO BUFFO DELLA FAMOSA SEDUTA SPIRITICA DA DOVE USCÌ L’INDICAZIONE DELLA VIA (GRADOLI) DEL COVO BR CON MORO SEQUESTRATO – 2. SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL PROFESSORE-MEDIUM SULLA FARSA DELLA SEDUTA SPIRITICA DEL COVO BR DI VIA GRADOLI DOV’ERA SEQUESTRATO MORO. NUOVE CARTE E NUOVE BUGIE – 3. TUTTE LE PANZANE DETTE DA ROMANO CHE ANCORA EVOCA GLI SPIRITI DI LA PIRA E DON STURZO PER NASCONDERE LA FONTE CHE GLI SUSSURRO’ LA VIA DOV’ERA TENUTO ALDO MORO –

Gian Marco Chiocci per il Giornale

PRODI FA JOGGING CON L AUTO BLU DENTRO VILLA BORGHESE A ROMA  Foto Panegrossi GMTPRODI FA JOGGING CON L AUTO BLU DENTRO VILLA BORGHESE A ROMA FOTO PANEGROSSI GMTPalazzo del Quirinale, angolo via Gradoli. La strada che conduce Romano Prodi al Colle incrocia ancora una volta il mistero buffo della famosa seduta spiritica del Professore da dove uscì l’indicazione della via (Gradoli) del covo romano delle Br con Aldo Moro sequestrato.

MOROMOROCiclicamente se ne riparla, di questa farsa medianica che avrebbe potuto salvare l’ex presidente Dc. Nessuno ha mai creduto fino in fondo alle versioni di Prodi e degli amici di seduta presi per mano dagli spiriti di La Pira e don Sturzo eppoi condotti con un piattino a formare le lettere G-r-a-d-o-l-i.

Se nessuno crede alla soffiata dall’aldilà, è anche perché l’aspirante successore di Napolitano non è che abbia poi collaborato tanto. E così, a 35 anni dall’agguato in via Fani, escono nuovi dettagli di quell’esperienza soprannaturale che avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia se solo il Professore l’avesse raccontata tutta.

BRiGATE MASTELLaBRIGATE MASTELLAROMANO PRODI ROMANO PRODI «In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sita in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clò a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie» scrive nel 1981 Prodi (insieme ai presenti alla seduta) alla commissione d’inchiesta sulla strage di via Fani nel carteggio recuperato dal sito affaritaliani.it – Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, e a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande)».

A qualcuno viene in mente di chiedere dove si trova la prigione di Moro. Insieme ad altre indicazioni, spunta il nome Gradoli. Località che «risultava tuttavia a noi ignota… da un successivo riscontro su una cartina geografica, individuammo la effettiva esistenza di tale località proprio nei pressi di Viterbo».

base via gradoliBASE VIA GRADOLI Come va a finire è scritto nei libri di storia e nelle pagine delle commissioni di inchiesta. Prodi, dopo aver tentato di spedire il criminologo Augusto Balloni dai magistrati con quest’informazione, chiedendo di non essere citato, due giorni dopo la scampagnata (4 aprile 1978) gira la notizia a Umberto Cavina, portavoce del segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Che, a sua volta, la inoltra a Cossiga, ministro dell’Interno.

PRODI-MOROPRODI-MORO Prodi non rivela allora, e non lo farà nei successivi tre decenni, la fonte di quella delazione. In «Via Gradoli», e non a «Gradoli vicino Viterbo» infatti, vivevano i carcerieri di Moro, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Il covo sarà scoperto solo il 18 aprile a causa di una sospetta infiltrazione d’acqua che allerterà i vicini, tra i quali Lucia Mokbel, che racconterà ai magistrati di uno strano ticchettio notturno, simile a segnali morse, provenire dalla tana dei bierre.

Al Viminale (dove nel frattempo è arrivata un’altra segnalazione su Gradoli) pensano bene di perlustrare l’omonimo paesino in provincia di Viterbo invece di aprire lo stradario, come inutilmente suggerito pure dalla moglie del presidente della Dc, Eleonora Moro, a cui viene risposto che non esiste alcuna via Gradoli a Roma. Falso. Via Gradoli è una traversa di via Cassia, la strada che si trova esattamente sulla “strada per Viterbo”.

cossiga moroCOSSIGA MOROcossiga moro via caetaniCOSSIGA MORO VIA CAETANI La messinscena è palese, come denunciano sia il Ds Giovanni Pellegrino sia l’ex Dc Giovanni Galloni. Per Andreotti «lo spiritismo è una invenzione per coprire una fonte dell’Autonomia». L’ex presidente della commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, incalzò il Professore: «Non solo mentì sulla fonte dell’informazione ma volle personalmente trasmettere alla segreteria della Dc e non alle autorità competenti, provocando un’operazione di polizia nell’Alto Lazio. Questa notizia permise ai brigatisti nel covo di via Gradoli di eclissarsi. È evidente che uno solo dei partecipanti alla danza del piattino da caffè fra le lettere dell’alfabeto, possedeva fin dall’inizio l’informazione e manovrò per farla apparire opera di un piattino che si comportava come un computer azionato dai fantasmi di don Sturzo e La Pira».

Ma da dov’è arrivata la dritta? Francesco Cossiga individuerà la fonte negli ambienti dell’eversione bolognese, città in cui Prodi è docente di Economia, parlando di un «professore universitario» forse in contatto con le Br.
Un’altra tesi, rimasta tale, è che i servizi segreti russi del Kgb avrebbero fatto filtrare la notizia su via Gradoli per averla appresa da un loro agente sotto copertura in Italia, tale Giorgio Conforto, nome in codice Dario, amico dell’affittuaria dell’appartamento di via Gradoli, padre di quella Giuliana Conforto nel cui appartamento vennero arrestati Morucci e Faranda.

cossiga in ginocchio via fani lapide moro LaStampaCOSSIGA IN GINOCCHIO VIA FANI LAPIDE MORO LASTAMPAlastampa prodi berlusca capelliLASTAMPA PRODI BERLUSCA CAPELLISolo una volta Prodi si è seduto davanti a una commissione per riferire della seduta spiritica e di questa Gradoli («visto che nessuno ne sapeva niente ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, di riferire la cosa»). Da allora, non ha più risposto ai numerosi inviti a chiarire. Lo hanno fatto, invece, altri due collaboratori del Prof presenti: Mario Baldassarri e Alberto Clò.

Il «piattino» di Prodi, per Baldassarri, diventa un «bicchierino» («prima che arrivassi avevano chiamato La Pira. Il gioco funziona che uno mette il piattino e chiama un personaggio»), che si trasforma in un «piattino da caffè» nella versione di Clò. Per Fabio Gobbo, allievo di Prodi, si trattava invece di un «posacenere».

E se Prodi ricorda che quel giorno «pioveva», e Baldassarri parla di «giornata uggiosa», il giornalista Antonio Selvatici dimostrò – carte del servizio idrografico alla mano – che a Zappolino quel pomeriggio non cadde una goccia. Dopo anni di silenzi fregnacce ultraterrene, i fantasmi di La Pira e di don Sturzo potrebbero essere invocati nuovamente da Prodi per capire chi andrà al «Colle». Inteso come Colle Quirinale, non Colle Val D’Elsa, Colle Brianza, Colle d’Anchise (Campobasso) o Gioia del Colle.

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Trovata vuota la valigetta di Dalla Chiesa:
caccia a chi ha trafugato i segreti del generale

Palermo, dopo 31 anni la borsa di pelle emerge dal bunker del tribunale. Dopo l’assassinio, la Polizia trasmise alla Procura il reperto senza far cenno alle carte. Segnalata dall’anonimo al pm Di Matteo, doveva contenere nomi eccellenti

PALERMO – L’hanno ritrovata dopo trentuno anni, cercando nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo. È vuota, hanno portato via tutto. Non c’è più niente dentro la borsa di pelle marrone di Carlo Alberto dalla Chiesa, il generale prefetto ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 a colpi di kalashnikov.

La scoperta è di qualche giorno fa, la ricerca nelle viscere del Palazzo di giustizia è partita dall’anonimo (probabilmente scritto da un carabiniere molto informato sui misteri siciliani) che era arrivato nell’autunno scorso al pm Nino Di Matteo. L’anonimo denominava il suo scritto in codice – “Protocollo Fantasma” – e invitava i pm a investigare su 22 punti. Uno riguardava proprio la borsa del generale Dalla Chiesa.

Così sono ricominciate le ricerche e si è arrivati al ritrovamento. Ma dei documenti nessuna traccia.

Tre decenni dopo, il “caso Dalla Chiesa” è finito in archivio. Condannati come “esecutori” e “mandanti” il solito Totò Riina e i soliti macellai della sua ciurma: Vincenzo Galatolo, Francesco Paolo Anzelmo, Calogero e Raffaele Ganci, Nino Madonia. Sui mandanti “altri”, anche per il delitto Dalla Chiesa come per tutti i delitti eccellenti di Palermo solo ombre.

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Killer di Londra, “L’MI5 voleva reclutarlo”

GB, amico di un killer del soldato ucciso: “L’MI5 voleva reclutarlo”.

E viene arrestato

Abu Nusaybah conosceva Michael Adebolajo, l’uomo finito sulle prime pagine di tutto il mondo con una mano sporca di sangue e l’altra a brandire una mannaia. “Era cambiato dopo una detenzione in Kenya”, ha raccontato l’uomo alla Bbc, aggiungendo che i i servizi inglesi avevano contattato Adebolajo offrendogli di collaborare, ma lui si era rifiutato. Dopo l’intervista, Abu Nusaybah è stato arrestato

ROMA – Intervistato e poi arrestato un amico di uno dei due assassini di Lee Rigby, 25enne fuciliere impegnato in missioni in Afghanistan, brutalmente ucciso mercoledì scorso a Londra. Abu Nusaybah conosceva bene Michael Adebolajo, l’uomo finito sulle prime pagine dei giornali e dei siti di tutto il mondo, ripreso con una mano sporca di sangue e l’altra a brandire una mannaia, mentre minacciava l’Occidente: “Non sarete mai al sicuro”. Quello stesso uomo, ha raccontato Abu Nusaybah alla Bbc, era stato contattato dal MI5, l’intelligence britannica, che voleva farne un suo informatore. Nusaybah è stato arrestato dopo l’intervista.

Secondo il testimone, sei mesi fa i servizi approcciarono Adebolajo. Dapprima gli chiesero se conoscesse certe persone, e dopo la sua risposta negativa, gli offrirono di collaborare. Ma Adebolajo rifiutò l’offerta. Nel corso dell’intervista al programma Newsnight della Bbc, Abu Nusaybah ha spiegato di aver trovato l’amico cambiato dopo un periodo di detenzione in Kenya. Adebolajo gli avrebbe riferito di essere aver subito abusi. Poi, al suo ritorno dall’Africa, l’MI5 avrebbe iniziato a seguirlo.

“Non mi hanno lasciato in pace”, avrebbe confessato all’amico il 28enne killer del soldato Lee Rigby, ora in ospedale insieme al suo complice per le ferite riportate dopo lo scontro a fuoco con la polizia seguito all’omicidio di mercoledì scorso a Woolwich, nel sud-est di Londra. “Funzionari del servizio di sicurezza britannico hanno bussato alla sua porta – è il racconto – inizialmente gli hanno chiesto se conosceva alcune persone. Alla sua risposta negativa, gli hanno chiesto se era interessato a lavorare per loro. Lui però è stato esplicito nel rifiutare”.

Alla Bbc, Nusaybah ha anche ammesso di essere a conoscenza della partecipazione di Adebolajo alle attività del gruppo estremista al-Muhajiroun (in arabo “gli emigranti”), bandito dalle autorità britanniche. Adebolajo fu fotografato in più manifestazioni di odio organizzate dal gruppo, che attirò su di sè le attenzioni dei servizi subito dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001, quando inscenò eventi per celebrare le gesta degli attentatori che dirottarono gli aerei schiantatisi poi su New York, Washington e la Pennsylvania. Ma assistere a quelle manifestazioni, sottolineano oggi i servizi di intelligence, non è abbastanza per mettere qualcuno sotto sorveglianza.

La Bbc ha precisato di non disporre di conferme indipendenti al presunto approccio degli 007 con quello che era già noto essere un estremista islamico, ma le affermazioni di Nusbayah sono destinate ad alimentare le polemiche sugli errori di valutazioni commessi dai servizi segreti che, pur avendo raccolto informazioni sui due futuri assassini, non li reputarono un minaccia.

Dopo l’intervista, la Bbc non ha ottenuto nessun commento dai servizi britannici. Scotland Yard ha invece confermato che Nusaybah, 31 anni, è stato arrestato venerdì sera perché sospettato di terrorismo, aggiungendo però che l’arresto non direttamente collegato all’assassinio del soldato Rigby.

(25 maggio 2013)

http://www.repubblica.it/esteri/2013/05/25/news/gb_soldato_ucciso_mi5_voleva_reclutare_killer-59589315/

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Istanbul, il premier turco ha lanciato un “ultimo avvertimento” intimando ai giovani di lasciare Gezi Park, poi ha mandato i bulldozer per rimuovere le barricate

14:11 – Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, ha lanciato un “ultimo avvertimento” ai manifestanti che ancora occupano Gezi Park a Istanbul, intimando loro di lasciare il parco. Poi un bulldozer ha iniziato a rimuovere una barricata. Erdogan ha quindi respinto le critiche rivolte al governo di Ankara per l’uso “sproporzionato ed eccessivo della forza” in una risoluzione al vaglio dell’Europarlamento. “Non riconosco alcuna decisione presa sulla Turchia dall’Europarlamento”, ha detto.

Il documento all’esame dei deputati di Strasburgo deplora inoltre “le reazioni del governo turco e del premier Erdogan”.

Il Parlamento Ue condanna l’uso della forza – Preoccupazione per l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e critiche al premier Erdogan per non voler fare dei passi di conciliazione verso i manifestanti. E’ questo il tenore della risoluzione approvata dal Parlamento Ue sulla crisi in Turchia. Strasburgo ha inoltre manifestato i tuoi timori per il deterioramento della libertà di stampa e per gli atti di censura e autocensura nei media turchi.

Manifestanti: “Referendum non ha base legale” – Il referendum ipotizzato dal premier turco sulla possibile distruzione di Gezi Park non ha base legale secondo la Piattaforma di Solidarietà Taksim, che riunisce 116 movimenti della protesta. Un portavoce della Piattaforma ha rilevato che l’istituzione del referendum è prevista in Turchia solo per le materie costituzionali. Inoltre, ha precisato, un tribunale ha già disposto dieci giorni fa la sospensione del progetto di realizzazione di una replica di una caserma ottomana previsto al posto del parco. Il presidente del Consiglio di stato turco, Huseyin Karakullukcu, ha inoltre affermato che un ipotetico referendum consultivo non potrebbe modificare la decisione di un tribunale.

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COSA LEGA GEZI PARKI, GOLDMAN SACHS E LE SANZIONI ALL’IRAN?

Informazione DI VINCENZO MADDALONI
geopolitica-rivista.org

Che Recep Tayyip Erdogan e il suo modello di Turchia fossero inclusi nell’elenco dei silurabili se n’era avuto sentore l’anno scorso, quando sul Middle East Quarterly apparve l’articolo di David Goldman. In esso si parlava di un imminente collasso del “miracolo economico” turco e lo si paragonava al crollo argentino del 2000 e a quello messicano del 1994, entrambi avvenuti dopo periodi di espansione economica. Goldman prevedeva che «la velocità e la magnitudo della battuta d’arresto» avrebbe potuto «facilmente erodere la capacità dell’AKP di governare con il pragmatismo piuttosto che con l’ideologia islamista»; sicché era ipotizzabile anche in Turchia un’esplosione religiosa che – prevedeva ancora Goldman – avrebbe impedito al premier Erdogan «di utilizzare gli incentivi economici per disinnescare il separatismo curdo, contenere l’opposizione interna e far conquistare alla Turchia un ruolo di primo piano in Medio Oriente».

Insomma, ci sarebbero stati tutti i presupposti, lasciava intendere Goldman, perché nella Regione si scatenasse un’altra guerra.

Quello che Goldman non diceva era che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan governava con un grande sostegno popolare raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli aveva permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli in dieci anni di continuo governo aveva potuto devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici, modificando così l’assetto degli equilibri politici sul Bosforo. Beninteso, pure la Turchia ha accusato i colpi della recessione, un rallentamento dell’economia turca c’è stato, ma non con la tragicità indicata da Goldman, poiché il tasso di crescita della Turchia previsto per il 2013 (tra il 4 e il 5 per cento) resta ancora alto rispetto agli standard europei.

Pertanto, fino a pochi mesi fa Erdogan era considerato un vincente, l’uomo che aveva tutte le credenziali per essere accreditato come il leader (musulmano), l’unico in grado di rasserenare quel clima d’incertezza politica che s’è creato con la “primavera araba” in tutto il Medio Oriente e non soltanto in esso. Sicché appare quanto mai strano che quella che era iniziata come una protesta contro l’abbattimento degli alberi di un parco – Gezi Parkı – adiacente a piazza Taksim, nel cuore della Istanbul moderna, sia rapidamente cresciuta fino a diventare una rivolta contro il governo del premier. Infatti, per più giorni la stampa internazionale ha raccontato le battaglie urbane di piazza Taksim, ha denunciato la dura repressione delle forze dell’ordine non soltanto ad Istanbul, ma anche nella capitale Ankara.

Naturalmente, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu aveva attaccato «certi circoli» dei media internazionali, che a suo giudizio sono impegnati a danneggiare l’immagine della Turchia. «Se facciamo un paragone», aveva detto il ministro alla tv privata Haber Turk, «il resoconto dei media internazionali sulle proteste di Piazza Taksim è molto diverso dalla realtà di ciò che accade». Anche l’agenzia di Stato Anadolu ha lanciato una campagna contro i media internazionali, per denunciare la copertura «diffamante» che si dava della protesta di Piazza Taksim. La campagna ha avuto la sua piattaforma principale su Twitter, dove molti messaggi con l’hashtag «YouCANTstopTurkishSuccess» hanno attaccato i media internazionali per il modo in cui hanno dato notizia delle proteste, come se si trattasse di una guerra civile o una rivolta in stile arabo. Campagne analoghe sono state lanciate con hashtag come «GoHomeLiarCNNbbcANDreuters» (“andate via Cnn, Bbc e Reuters bugiarde”) e «occupyLondon», che prendeva di mira il G8 che sarà ospitato dalla capitale britannica.

Tuttavia, prima di esprimere un giudizio, non andrebbe dimenticato che la Turchia ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, che è il secondo paese Nato per potenza militare e che ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente, e che poteva avvalersi finora pochi mesi fa del forte sostegno degli Stati Uniti. Poi il rapporto è mutato. Il vertice del maggio scorso tra il presidente americano e il premier turco sulla Siria, ma soprattutto sugli scambi economici tra Stati Uniti e Turchia, ha dato risultati più ambigui di quanto sia emerso dall’ufficialità. Più che dalla guerra siriana, ora i sonni di Erdogan sono turbati dal rischio di un fiasco sul fronte economico che gli potrebbe essere in prospettiva fatale. Si tenga a mente che le sue vittorie travolgenti e quelle del partito islamico conservatore Akp si sono fondate in questo decennio sui successi economici (una crescita media dal 2002 a oggi del 5,2 per cento annuo), non sulla religione o sui progetti di ricostituire una sfera di influenza neo-ottomana, come molti commentatori lasciano intendere.

Sicché, pur di mantenere alta la crescita economica Erdogan ha aperto persino all’Iran. L’idea è chiara: offrire agli iraniani la licenza bancaria turca perché essi possano concludere le transazioni commerciali quando scatteranno le sanzioni internazionali contro la banca centrale iraniana, e inoltre perché essi possano con i proventi petroliferi finanziare le numerose società iraniane che operano in e dalla Turchia. Infatti non sono soltanto le grandi banche come la Tejarat Bank e la Pasargad Bank di Teheran a correre ad Istanbul, ma già più di duemila società commerciali persiane hanno aperto filiali in Turchia. Tant’è che sono diventati ormai moltitudine i turchi che sono partner commerciali e bancari degli iraniani. Stando così le cose non ci vuol molto a capire la nevrosi di Israele che da anni si inventa pretesti per coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro gli Ayatollah.

Recep Tayyip Erdogan gliene ha offerti parecchi. Infatti, é Recep Tayyip Erdogan che chiede a viva voce il riconoscimento dello Stato palestinese. «Non è un’opzione, è un dovere», dichiara il primo ministro turco nel suo intervento alla Lega Araba durante il quale afferma che il contenzioso palestinese non è una questione da classificare come «ordinaria amministrazione» perché riguarda «la dignità dell’essere umano». E così, il 20 di settembre di due anni fa il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen poté presentarsi al Palazzo di Vetro, e richiedere il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente, il 194° membro delle Nazioni Unite. E’ ancora Recep Tayyip Erdogan che lancia un messaggio a Israele tutt’altro che conciliante. Non ci sarà – avverte – nessuna normalizzazione tra la Turchia e lo Stato ebraico di Israele, se quest’ultimo non rispetterà le condizioni poste da Ankara e cioè le scuse per l’attacco alla flottiglia umanitaria, l’indennizzo delle vittime e la revoca dell’embargo su Gaza.

Se si pensa che ancora in anni recenti la marina israeliana e quella turca compivano le manovre congiunte sotto l’egida della Nato, si può capire l’ansia di Tel Aviv quando si era saputo che nei radar della flotta turca, le navi e gli aerei israeliani non erano più segnalati come «amici», ma come «ostili». Le scuse arriveranno soltanto nel marzo di quest’anno. E’ Benjamin Netanyahu a pronunciarle al telefono che gli aveva messo in mano Barack Obama. Il premier israeliano sapeva quello che doveva dire, sebbene né lui né Avigdor Lieberman (l’alleato politico e leader ultranazionalista) l’avrebbero mai voluto dire. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha ascoltato Netanyahu mentre si scusava «con il popolo turco per ogni errore che potrebbe aver causato la perdita di vite umane» e prometteva che i due Paesi avrebbero trovato un accordo per risarcire le vittime. All’aeroporto di Tel Aviv – così imponendo – il Presidente americano prima di risalire sull’Air Force One alla fine di una visita di tre giorni in Israele, si era accaparrato un risultato importante, poiché l’alleanza tra lo Stato ebraico e la Turchia (ne sono tuttora convinti i generali del Pentagono) andava ristabilita per poter affrontare la crisi siriana e la questione dell’atomica iraniana.

Facile da dire, difficile da attuare l’alleanza se si pensa che soltanto pochi giorni prima della famosa telefonata, Erdogan aveva definito il sionismo «un crimine contro l’umanità». Dopotutto sono le divergenze tra i due Stati che hanno spinto la banca d’affari e di investimenti Goldman Sachs a consigliare ai propri clienti di liberarsi in fretta di tutti i titoli della seconda più grande banca privata turca, la Garanti Bakasi. L’obiettivo s’era rivelato da subito non facile da raggiungere perché la Turchia – come detto – è al quinto posto, tra i grandi dell’economia mondiale. Pertanto, per rassicurare i suoi clienti più perplessi e incoraggiare quelli ancora indecisi si era ricorsi all’ “autorevole” David Goldman, il quale nell’ormai famoso articolo sul Middle East Quarterly aveva predetto il crollo economico della Turchia nel 2012, convincendo i clienti più dubbiosi, almeno così sostengono al Goldman Sachs Group.

Stando così le cose, ci vuole poco a capire perché gli spasmi di protagonismo di Erdogan abbiano cominciato ad irritare anche gli Stati Uniti. Persino lo sventolio della bandiera del secondo (per potenza) esercito della Nato pare li abbia infastiditi. E’ successo da quando qualcuno ha rinverdito la leggenda secondo la quale l’insegna sullo stendardo turco evoca il «riflesso della luna che occulta una stella», che apparve «nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448». E’ la battaglia durante la quale gli Ottomani sconfissero le forze cristiane e stabilirono l’Impero ottomano con l’adozione della bandiera turca nell’Europa orientale fino alla fine del XIX secolo. La riscoperta della leggenda sarà pure una provocazione, ma di certo ha contribuito a raffreddare i rapporti con l’Occidente. Ne è una testimonianza l’incontro di Washington del 16 maggio scorso durante il quale Erdogan aveva chiesto a Obama che la Turchia non restasse fuori dalla Translatlantic Trade and Investment Partnership, il progetto di zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Ma il Presidente americano oggi più di quel giorno di maggio continua ad esitare, sebbene la sua esclusione potrebbe portare a una contrazione del 2,5% del Pil turco. Se ciò accadesse si confermerebbe il catastrofico scenario evocato da David Goldman.

Dopodiché il 27 maggio, undici giorni dopo l’incontro con Obama a Washington, sono cominciate le manifestazioni nel cuore di Istanbul con il prestesto di impedire l’abbattimento dei seicento alberi di Gezi Parkı per permettere l’ammodernamento di piazza Taksim pianificato da Governo. Con il passare dei giorni le proteste si sono allargate anche in altre città, in particolare nella capitale Ankara e a Smirne. L’escalation si è avuta il 31 maggio con la diffusione planetaria delle immagini delle cariche della polizia contro i manifestanti, con il massiccio uso dei lacrimogeni e dei cannoni ad acqua. Tra i tanti messaggi di condanna c’è anche quello del Parlamento Ue nel quale si esprime preoccupazione per «l’uso sproporzionato ed eccessivo della forza» da parte della polizia turca e si deplorano «le reazioni del governo turco e del primo ministro Erdogan». Nel comunicato infatti si accusa, come mai era accaduto prima, lo stesso premier di acuire la polarizzazione della situazione. Per completare il quadro sarebbe interessante conoscere le intenzioni di Mark Patterson, il lobbista della Goldman Sachs che è alla testa dello staff del segretario del Tesoro Jacob Joseph Lew.

Si tenga a mente che molti sono gli ex funzionari della Goldman Sachs presenti nella amministrazione di Barack Obama, sebbene nella campagna presidenziale egli avesse promesso che l’influenza dei lobbisti nella sua amministrazione sarebbe stata ridimensionata. Lo U.S. News & World Report ne fornisce un lungo elenco. Sicché tutto lascia pensare che Erdogan rischi davvero di soccombere, e con lui il suo modello turco. Chissà se hanno già individuato il sostituto. Bisognerebbe chiederlo alla Goldman Sachs.

Vincenzo Maddaloni, giornalista, ha una lunga esperienza d’inviato all’estero. Il suo sito personale è http://www.vincenzomaddaloni.it

Fonte: http://www.geopolitica-rivista.org
Link: http://www.geopolitica-rivista.org/22517/cosa-lega-gezi-parki-goldman-sachs-e-le-sanzioni-alliran/
16.06.2013

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il sostituto sarà l’esercito. Come vi avevo già detto, erdogan è attaccato proprio da coloro che, un giorno prima, erano gli amici. Gli Usa fanno sempre il gioco delle tre carte e appena acquisti un minimo di autonomia e indipendenza, loro hanno sempre il piano per abbatterti e mettere uno più servile.

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