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Italia, non c’è crisi per le missioni militari

Posted By On 08 nov 2013

Si sta varando il decreto-legmissionerge che stanzia altro denaro pubblico per le missioni militari internazionali.

L’Italia ha avuto una spesa militare reale di 26 miliardi nel 2012.

Mentre le vie di Roma sono percorse da cortei che chiedono investimenti pubblici per il lavoro, la casa, i servizi sociali, nelle stanze di palazzo Montecitorio si sta varando il decreto-legge che stanzia altro denaro pubblico per le missioni militari internazionali. Denaro che va ad aggiungersi a quello per le forze armate e gli armamenti, ponendo l’Italia (documenta il Sipri) al decimo posto mondiale con una spesa militare reale di 26 miliardi di euro nel 2012, equivalente a 70 milioni al giorno.

Su cosa si stia decidendo a palazzo Montecitorio c’è assoluto silenzio mediatico. Peccato. Altrimenti i cittadini italiani in crescenti difficoltà economiche avrebbero perlomeno la soddisfazione di sapere che, solo per il trimestre ottobre-dicembre 2013, vengono stanziati 125 milioni di euro per la missione militare in Afghanistan, oltre 40 per quella in Libano, 24 per quelle nei Balcani, 15 per il «contrasto alla pirateria» nell’Oceano Indiano (più la spesa, ancora segreta, per la nuova base militare italiana a Gibuti).

Si spendono in soli tre mesi 5 milioni per partecipare alla missione Nato nel Mediterraneo (cui si aggiunge la spesa, ancora da quantificare, per quella Mare Nostrum), altri 5 per mantenere personale militare italiano a Tampa in Florida (sede del Comando centrale Usa), in Bahrain, Qatar ed Emirati arabi uniti.

Oltre 5 milioni in tre mesi vengono stanziati per i militari e gli agenti di polizia che in Libia aiutano a «fronteggiare l’immigrazione clandestina» e a mantenere e usare «le unità navali cedute dal governo italiano a quello libico». Altro denaro pubblico viene sborsato per inviare militari in Sudan, Sud Sudan, Mali, Niger, Congo e altri paesi, pagando alte indennità di missione incrementate del 30% se il personale non usufruisce di cibo e alloggio gratuiti.

Alle spese per le missioni militari si aggiungono quelle per il «sostegno ai processi di ricostruzione» e il «consolidamento dei processi di pace e stabilizzazione»: 23,6 milioni di euro in tre mesi, ai quali il ministro degli esteri può aggiungere con proprio decreto altre risorse. Già la Bonino ha annunciato che a dicembre saranno disponibili altri 10 milioni per gli «aiuti umanitari». Come lo «sminamento umanitario» in paesi che prima la Nato (Italia compresa) ha attaccato anche con bombe a grappolo che lasciano sul terreno ordigni inesplosi, o in paesi al cui interno la Nato ha fomentato la guerra. Come gli interventi di «stabilizzazione dei paesi in situazione di conflitto o post-conflitto», tipo la Libia che, demolita dalla Nato con la guerra, si trova in una caotica situazione di post-conflitto.

Tra gli «aiuti umanitari» figurano anche gli interventi «a tutela degli interessi italiani nei paesi di conflitto e post-conflitto», tipo quelli dell’Eni in Libia. Per coprire tali spese si attinge anche ai «fondi di riserva e speciali» del ministero dell’Economia e delle finanze, che così mancheranno quando si dovranno affrontare situazioni di emergenza sociale in Italia. Il ministro dell’economia è inoltre «autorizzato ad apportare le occorrenti variazioni di bilancio», cioè ad accrescere i fondi per le missioni militari. I primi a sostenere il decreto-legge sono i deputati Pd, seguiti da quelli Pdl.

L’opposizione (Sel e M5S) si limita in genere a emendamenti che non intaccano la sostanza e a criticare «il fatto che il contributo italiano alla sicurezza internazionale sia di natura esclusivamente militare». Ignorando che, con il suo «contributo militare», l’Italia non rafforza ma mina la sicurezza internazionale, e che quello «civile» è spesso il grimaldello dell’intervento militare.

Fonte: http://www.losai.eu/italia-non-ce-crisi-per-le-missioni-militari/#sthash.j3YwkVLZ.dpuf

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Oggi Letta alla corte di Obama per offrire…

Giovedì, 17 Ottobre 2013 06:13

Oggi e’ la grande giornata per Enrico Letta ,quando verrà accolto dal presidente Obama. Portando in omaggio preziosi doni. Lo si capisce dal comunicato della Casa Bianca.

Anzitutto «il Presidente e il premier italiano sostengono entrambi la Partnership transatlantica per il commercio e gli investimenti».

Il progetto di una Nato economica, voluto dalle multinazionali e grandi banche Usa, al quale il presidente italiano Giorgio Napolitano, lo scorso febbraio alla Casa Bianca, ha espresso incondizionato appoggio ancor prima che l’accordo sia scritto e ne siano valutate le conseguenze per l’economia italiana

Altro tema dell’incontro sarà «la cooperazione Usa-Italia nella Nato». Ossia la cooperazione italiana alla presenza di comandi e basi militari Usa, cui si aggiungono le strutture Nato sempre sotto comando Usa. Letta assicurerà Obama che il Muos di Niscemi sarà completato, nonostante l’opposizione popolare. Gli assicurerà che l’Italia resterà nel programma del caccia statunitense F-35, comunque si esprima il parlamento.

Lo testimonia il fatto che, nonostante la Camera (26 maggio) e il Senato (16 luglio) abbiano impegnato il governo a non acquistare caccia F-35 senza che il parlamento si sia espresso nel merito, il 12 luglio è stata consegnata all’impianto di Cameri la fusoliera del primo F-35 «italiano» e, il 30 luglio, il Pentagono ha ordinato alla Lockheed Martin i primi 6 dei 90 F-35 che l’Italia acquisterà. A un prezzo ancora da definire: nel budget 2014 del Pentagono, i primi 29 caccia costano 219 milioni di dollari l’uno, che salgono a 291 compresi sviluppo e collaudo.

Terzo tema dell’incontro quello delle «comuni sfide in Nordafrica e Medio Oriente». Letta assicurerà Obama che l’Italia, oltre a restare in Afghanistan quale «nazione quadro» dopo il 2014, si occuperà in Libia di ricostituire esercito e istituzioni e di disarmare le milizie. Non a caso, tre giorni prima il ricevimento di Letta alla Casa Bianca, il suo governo ha lanciato la «missione militare umanitaria», il cui scopo dichiarato è rendere il Mediterraneo «un mare sicuro». Obiettivo dell’operazione, dichiara il ministro della difesa Mario Mauro, è quello di «triplicare la nostra presenza, in termini di uomini e mezzi, nell’area sud del Mediterraneo, per una missione militare-umanitaria con lo scopo di contenere la crisi dovuta in parte alla situazione di ‘non Stato’ in cui si trova la Libia».

Le stesse forze aeronavali, usate nella guerra che ha ridotto la Libia a un «non stato», vengono ora mandate a «contenere la crisi» che ne è derivata. Si strumentalizza la tragedia umana provocata dalla guerra, di cui le ultime stragi nel Mediterraneo sono solo la punta dell’iceberg. I salvataggi dei naufraghi, sotto gli occhi delle telecamere, servono ad accreditare l’idea che occorre potenziare le forze armate, sempre e ovunque impegnate in «missioni umanitarie».

Se il vero scopo fosse salvare vite umane, non si userebbero navi da guerra, costosissime e non adatte a tali operazioni, ma si creerebbe una apposita task force civile. Scopo reale della missione, che triplicherà la presenza militare italiana nell’area sud del Mediterraeo, è rafforzare la strategia Usa/Nato in Nordafrica e Medio Oriente.

Sulla missione «umanitaria» Obama loderà Letta sotto gli occhi delle telecamere. Quelle che ci mostrano le tragedie del Mediterraneo, invece, tra non molto si spengeranno. E altri barconi affonderanno in silenzio.

http://italian.irib.ir/analisi/commenti/item/133169-oggi-letta-alla-corte-di-obama-per-offrire

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Bilderberg Meeting: per l’Italia l’economicida Monti, vari Bankster e Gruber la rossa

bilderberg-incontro-a-roma-770x789L’italiano deve smetterla di illudersi che il suo voto ai partiti tradizionali rappresentati in Parlamento serva a qualcosa. Essi sono gli esecutori degli ordini dei poteri sovranazionali come il Bilderberg…

Roma 4 Giugno 2013 – I senza vergogna! Pubblicati su Twitter la lista dei partecipanti del prossimo vertice, dal 6 al 9 giugno in Inghilterrra. Le riunioni del gruppo da sempre sono oggetto di critiche. L’ex premier Mario Monti, diversi top manager e anche la giornalista ex Rai, ora in forza a La7 Lilli Gruber sono i partecipanti italiani al prossimo Bilderberg meeting, il 61esimo, in programma in Inghilterra, tra il 6 e il 9 giugno. La lista ufficiale è stata diffusa via Twitter dal sito americano http://www.minds.com. Fondato nel 1954, i membri Bilderberg, le cui riunioni sono ritenute misteriose e criptiche, promuovono il dialogo.

In particolare, tra i 140 partecipanti di 21 Paesi, saranno presenti Franco Bernabè, presidente Telecom, Enrico Cucchiani, a.d. di Intesa Sanpaolo, Alberto Nagel, a.d. Mediobanca e Gianfelice Rocca, a.d. di Techint Group. Presenti alla tre giorni, tra gli altri, anche il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso, il direttore dell’Economist John Mickletwait, l’ex generale americano David Petraeus, il capo di Google Eric Schmidt, Henry Kissinger e la direttrice del Fmi, Christine Lagard.
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ITALIA: A CAPO DEL GOVERNO AFFILIATI ALLA MAFIA INTERNAZIONALE

30 aprile 2013

di Gianni Lannes

Tutto torna, prima o poi! “Con la mafia si deve convivere”: parola del ministro Pietro Lunardi sotto il governo Berlusconi. Cinica lungimiranza o realpolitik?

L’instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale (NWO) passa sull’Italia per distruggerla definitivamente: illusioni di libertà e democrazia compresa, mentre il popolo sovrano (sulla carta straccia) dorme sonni beati (sic!).

Mario Monti & Enrico Letta, entrambi presidenti del consiglio scelti da Giorgio Napolitano (affiliato al nordamericano Aspen Institute).

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Dritti verso la “meta” finaleLe dinastie Imperiali per il NWO Ipotesi Stegocratica Il Bilderberg ed il Governo di Enrico Letta: il “goldboy”

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Siamo proprio alla fine, i “segni” dell’anticristo sono manifesti?

Chi ha causato, e perchè, la crisi mondiale
I pochi uomini che comandano al mondo
Gli USA stanno preparando la Terza Guerra Mondiale
La riduzione della Popolazione Mondiale
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13 dicembre 2007

Il cardinale Ivan Dias a Lourdes annuncia: siamo alla battaglia finale fra la Chiesa e l’Antichiesa.

E’ il cardinale capo della potente Congregazione di Propaganda Fide, quella che si occupa di evangelizzare il mondo. E’ stato nei giorni scorsi a Lourdes, e ha celebrato il 150° anniversario dell’apparizione della Vergine a Bernadette. Ha pronunciato un’omelia sorprendente per i suoi toni apocalittici; si potrebbe persino dedurne che la fine del Tempo non è lontana. Ve ne citiamo alcuni brani. “Quale significato può avere il messaggio di Nostra Signora di Lourdes per noi oggi? Amo collocare queste apparizioni nel contesto più ampio della lotta permanente e feroce fra le forze del bene del male, che continuerà fino alla fine dei tempi”. La Madonna prevedeva “il sorgere dell’Anticristo e i suoi tentativi per rimpiazzare Dio nella vita degli uomini; tentativi che malgrado i loro successi eclatanti, saranno tuttavia destinati al fallimento”. Il porporato consiglia di pregare il Rosario, e di praticare la conversione del cuore, e di accettare le sofferenze per la salvezza del mondo. Specialmente ora, spiega, perché “La lotta fra Dio e il suo nemico divampa sempre, ancora più oggi, perché il mondo si trova terribilmente inghiottito nella palude di una secolarismo che vuole creare un mondo senza Dio; di un relativismo che soffoca i valori permanenti e immutabili del Vangelo; di un’indifferenza religiosa che resta imperturbabile di fronte al bene superiore delle cose che riguardano Dio e la Chiesa”. E poi cita Giovanni Paolo II: “Noi siamo di fronte oggi al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non credo che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi di fronte alla lotta finale fra la Chiesa e l’anti Chiesa, fra il Vangelo e l’anti Vangelo”. Ma è la donna “della Genesi e dell’Apocalisse”, conclude il cardinale, “che combatterà alla testa dell’esercito dei suoi figli e figlie contro le forze nemiche di Satana e schiaccerà la testa del serpente”. Condividete la sensazione che si preannunci uno scontro finale, e forse, la fine dei tempi?

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Papa Francesco chiama Napolitano: “Lei è un esempio per me”

Pubblicato il 24 aprile 2013 19.32

CITTA’ DEL VATICANO – Telefonata tra papa Francesco e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Jorge Mario Bergoglio ha chiamato il capo dello Stato “per ringraziarLa per il Suo esempio. Lei è stato un esempio per me. Con il suo comportamento Lei ha reso vivo il principio fondamentale della convivenza. Sono commosso della Sua decisione”.

La telefonata, ha fatto sapere la sala stampa vaticana, è avvenuta mercoledì pomeriggio intorno alle 18. Papa Francesco ha chiamato Napolitano per ringraziarlo del telegramma di auguri per l’onomastico e per esprimergli il suo apprezzamento.

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26 aprile 2013
Una mail:
Gentile Direttore, su Radio Maria, Riccardo Cascioli, parlando dell’incarico dato da Napolitano ad Enrico Letta, ha platealmente sdoganato davanti alle orecchie dei radioascoltatori. Il Bilderberg, la Trilateral e gli altri organismi mondialisti di potere e tutti i lori componenti, dicendo che quanto si trova a livello di informazione, specialmente su internet, è teoria complottista, mentre tali innocenti organismi aiutano la prevenzione delle crisi finanziarie e hanno tanti altri bei lati positivi. 
Sono rimasto di sasso! La prego faccia qualcosa!
 
Sergio A.
  

Che cosa vuole che possa fare, io, caro lettore? Quali poteri mi attribuisce? Posso solo sgomentarmi con lei della deriva di Radio Maria. Che peraltro non mi stupisce più: dalle già note posizioni scioccamente americaniste-ufficiali sui veri autori dell’11 Settembre nel 2001, alla linea sempre più giudizzante e neocon,all’adesione alla tesi dello scontro di civiltà, doveva per forza concludere nell’elogio della Trilateral e del Bilderberg, con connessa demonizzazione dei complottisti.
Come vede, Radio Maria nell’analisi delle cose internazionali s’è sempre tenuta sulla linea dell’opinione ufficiale, politicamente corretta, che è poi quella emanata dalle centrali di manipolazione globale dell’ideologia egemone: Washington, Trilateral, Bilderberg ed eurocrazia, e Massoneria.È un abbaglio tragico: questa emittente che annuncia spasmodicamente il verificarsi delle profezie della Vergine di Medjugorje, ha molto in comune con i gruppi born again christians americani. E come essi, identifica sé stessa e la causa cristiana con l’Occidente, che a sua volta identifica con La Civiltà. E ciò, proprio negli anni in cui la natura anticristica, omicida, di questa civiltà, si manifesta con inaudita letale brutalità, dall’Iraq all’Afghanistan, non meno che a Wall Street, l’idrovora che risucchia il frutto del lavoro degli uomini, e nei laboratori Monsanto dove si brevetta la natura che Dio ci ha dato gratis, per venderla: tutto insanguinando, avvelenando e sporcando dell’uomo, per sete di profitto e nudo potere.
Ci manca che questo tipo di potere globale che uccide, umilia e avvelena la dignità umana in tanti modi (dalle nozze gay ai droni che assassinano da duemila chilometri senza un perché, dalle occupazioni militari feroci, dai feti mostruosi provocati dal suo uranio impoverito, alle destabilizzazioni che promuove deliberatamente, dalla Europa che mette alla fame ed opprime i suoi popoli invece di liberare, ma ci promette in cambio l’eutanasia come diritto e libertà, dopo averci dato l’aborto), venga incoronato come cristiano, e salutato come il Messia Atteso, e allora si avrà l’Anticristo realizzato.L’Omicida fin dall’inizio che si presenterà non solo come Princeps huius Mundi, che già lo è, ma con la tiara: fino a sedere egli stesso nel tempio di Dio, dichiarando Dio se stesso, stante la (vera) profezia di Paolo.
È un accecamento e una deriva dolorosa, che costoro fanno a piccoli passi, ciascuno in per sé insignificante. Per esempio, credo che la lode di Bilderberg e Trilateral dai microfoni di Radio Maria, derivi dal fatto che di queste due organizzazioni globaliste-plutocratiche fa parte, notoriamente, il probabile presidente del consiglio, il giovane in carriera Enrico Letta; un personaggio in cui radio-mariani riconoscono, anzitutto ed a sangue, il democristiano, un pollone di quel partito di cui hanno mai sopita nostalgia. Insomma, temo che valga il sillogismo seguente: Letta è dei nostri. È democristiano,dunque buono. E se è buono e viene invitato al Bilderberg, anche il Bilderberg è buono.
Letta è democristiano nel senso in cui lo fu il suo maestro e promotore in politica, Nino Andreatta: democristiano del genere tecnocratico, laicissimo (in qualche modo,come Napolitano era nel Pci), da subito uomo di fiducia dei poteri forti transnazionali. È stato Andreatta a fondare l’università di sociologia a Trento, dove, da un grande esperimento sociale condotto da Francesco Alberoni sugli studenti, nacquero le Brigate Rosse. È stato Andreatta, ministro del Tesoro all’epoca, dopo il suicidio (omicidio) del banchiere Calvi, a liquidare il Banco Ambrosiano invece di salvarlo con fondi pubblici, in pratica regalandone le restanti ricchezze all’avvocato Gianni Bazoli, democristiano, nel suo senso, costituendo un polo bancario cattolico, ma laicissimo, ci siamo capiti. Soprattutto, è stato Andreatta, nel 1981, a rendere indipendente la Banca d’Italia dal Tesoro, ossia dallo Stato, secondo gli ordini ricevuti dalle centrali che Radio Maria ritiene ricche di tanti lati positivi. La privatizzazione delle banche centrali, date in mano ai banchieri speculativi, in pratica divenuti emettitori della moneta, è ormai un fatto compiuto in tutto l’Occidente, ed è la causa prima della crisi finanziaria epocale che ci sta distruggendo, ma che secondo Radio Maria, Bilderberg e Trilateral evitano.
È istruttivo ricordare che Andreatta accettò di fare il ministro (era così, come Giuliano Amato: sceglieva lui in che governi entrare), con Spadolini e con Ciampi, suoi laicissimi colleghi. Rifiutò invece di entrare nei governi di Bettino Craxi e di Giulio Andreotti, giudicando il primo un nazionalista e l’altro troppo vaticano: lui era internazionalista (nel senso Trilateral-tecnocratico) e anti-clero. Ovviamente, fu Andreatta, per contrastare la discesa in campo di Berlusconi, ad ideare l’Ulivo, una unità delle sinistre e democriste ostili al Cav, e a portare al governo l’altro suo protetto e complice di lunga data, Romano Prodi. Se nel dicembre del 1999 un infarto non lo avesse affondato in un coma,da cui non si è più ripreso fino alla morte avvenuta sette anni dopo, nel marzo 2007, sottraendolo alla vita pubblica, oggi Andreatta sarebbe forse capo dello Stato, o venerato maestro e incensata riserva della repubblica; o forse sulla poltrona di Draghi, dopo un breve passaggio in Goldman Sachs avrebbe certo avuto occasione di diventare presidente del consiglio su indicazione del presidente, come oggi il suo allievo.
Ora questa carica spetta al suo allievo, Letta. Di questo non c’è molto da dire che già non si sappia: ormai non si può parlare di cospirazione, i poteri sovrannazionali ci hanno messo sotto aperta tutela.
Si sa che quando Monti prese il governo dalle mani di Napolitano e della BCE, Letta il giovane gli scrisse un bigliettino entusiasta: Allora i miracoli esistono! Mario, quando vuoi dimmi in che modi e forme con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es.di interagire sulla questione dei vice), sia riservatamente.Per ora mi sembra tutto un miracolo!  In pratica teneva lui i rapporti fra il delegato Bilderberg al governo e Bersani, che non poteva o voleva farsi vedere direttamente amico… solo riservatamente.
Ma che altro dire? Dopotutto, il peggio ci è già avvenuto. Letta è solo un altro uomo del Bilderberg dopo Mario Monti, e non farà peggio di lui, che ha già coventrizzato l’economia italiana per tenerci nell’euro. Ovviamente, anche Letta vuole fortemente gli Stati Uniti d’Europa, ossia la perdita di ogni briciola di sovranità ed autonomia rimanente: ma la maggior parte, l’hanno già ceduta e svenduta Berlusconi, Prodi, Ciampi, tutti coloro che ci hanno governato. Cedete sovranità, è esattamente quello che ha continuamente preteso al Merkel; Letta dice che occorre più Europa, non meno Europa, ed è ciò che dice il Bilderberg. Letta si farà bello di poter andare in Europa e, grazie alle sue relazioni internazionali, esigere che venga allentata l’austerità, che adesso ci vuole un po’ di crescita. Ma non crediate sia un atto di coraggio; anche Barroso, presidente dell’eurocrazia, ha già cominciato a dire che ci sono limiti all’austerità. Nei piani alti è stato deciso un leggero alleggerimento del rigore, un alleviamento della miseria che attanaglia tutti i paesi UE ai margini dello stato-guida. Letta non farà che eseguire. È un piccolo esecutore, secondo e secondario, del gran regno della menzogna e della devastazione in atto, che a Radio Maria credono sia La Civiltà.
Mai come oggi le voci della verità sono tacitate o disarmate. Sicché, cari lettori, è una grata sorpresa scoprire che sull’Europa, l’ha detto nientemeno un banchiere. Il banchiere si chiama Lars Seier Christensen, ed è l’amministratore delegato di SaxoBank, una importante e dinamica banca danese che opera nel trading online in tutta Europa. Nel suo blog,ha scritto da persona onesta e da europeista della prima ora, tutto il suo disinganno:

Lars Seier Christensen

Inizialmente, i cittadini europei avevano un’idea molto positiva della UE; nel tempo, questo sostegno ed ottimismo è svanito. La massiccia burocratizzazione-centralizzazione, l’arroganza della burocrazia europea, la mancanza di rispetto per l’indipendenza, la storia e la cultura degli Stati nazionali ha distrutto la fiducia nel progetto. Dobbiamo ammettere che, personalmente, ci abbiamo messo troppo tempo a riconoscere la vera natura del progetto europeo;ma si deve deplorare che molti altri sono ancora più in ritardo, e che i nostri politici ovviamente non ci sono arrivati
La grande domanda è se la Ue sia più il problema che la soluzione alla presente crisi. L’euro ha mostrato la sua reale consistenza e chiunque abbia un po’ di razionalità vede che l’unificazione valutaria è stata un fallimento storico. Un fallimento che può trascinarci ad altre fatali conseguenze per l’Europa e per la nostra competitività di fronte al mondo. C’è una cosa, ed una sola, che può salvare l’euro, ed è una molto più completa integrazione fra i Paesi europei; una politica finanziaria comune, una comune emissione di debito pubblico, la volontà di pagare gli enormi trasferimenti (necessari) dai Paesi ricchi ai poveri, o più precisamente, dalla Germania agli altri stati membri. Questa è la rotta possibile; ma non è desiderabile. È venuto il momento di avvertire gli europei delle conseguenze future di questa scelta, in modo che gli europei ne capiscano l’importanza. Spero personalmente di non doverla sperimentare mai. Ma oso predire come sarà l’Europa forte, se la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e i Barroso e Van Rompuy di questo mondo avranno quel potere che sognano, e che sono sul punto di conquistare
Più tasse e più povertà. Ci sarà un sistema di tassazione uniforme, e di livello molto più alto di oggi. La UE avrà il potere di tassazione diretta, e il gettito andrà direttamente alla Commissione e al bilancio Ue. Ci saranno gravi tassazioni d’uscita, multe ed altre barriere contro coloro che volessero uscire dalla UE.E se qualcuno comunque uscirà dalla UE, la UE esigerà diritti globali di tassazione.
Ci sarà più povertà in una quantità di regioni che un tempo si chiamavano Spagna, Italia, Grecia ed altre. Grandi e crescenti poteri saranno concentrati nelle mani dei tedeschi (e dei francesi,per il loro sostegno al progetto). Gli Stati nazionali non avranno alcun diritto di veto, e i piccoli Stati avranno ben poca influenza
Stagnazione economica. Tutta la UE soffrirà di stagnazione economica. Il settore finanziario si sposterà in Usa, Cina, Hong Kong e Singapore. L’industria finanziaria emigrerà in Asia, e i giovani di talento e con alta istruzione se ne andranno via sempre più. In compenso,la UE sarà la guida mondiale in attività irrazionali e simboliche: le più basse emissioni di CO2, aziende verdi ed altre idee costose ed economicamente perdenti.
Si sopprimerà sempre più la libertà d’espressione e di critica riguardo ad altre culture, religioni e riguardo alla stessa UE, e si perseguiranno atteggiamenti devianti e antisociali come lo scetticismo sui progetti climatici, i diritti sociali e così via. La political correctness raggiungerà vertici mai visti
Sul piano internazionale, la UE sarà un attore debole con poca credibilità e poco rispettato, e dovrà obbedire alle grandi nazioni creditrici, in quanto l’Unione dipenderà fortemente da esse. Nelle Nazioni Unite, la UE cercherà la collaborazione del terzo mondo perché tenterà di trasferire il suo proprio sistema ad una istituzione globale
Possiamo lasciare che ciò accada? Gli europei come popoli stanno facendo,e faranno,la scelta giusta (ossia il rifiuto del progetto eurocratico,ndr) quando avranno chiaro fra quali vie scegliere. Non sono tanto sicuro che i politici europei faranno la scelta giusta. E non ho fiducia che si cureranno di chiedere il parere agli europei, se appena potranno evitarlo. Sicché l’imperativo del momento è obbligare i politici a chiedere il parere degli europei. È venuto il tempo di far capire bene agli europei quali sono gli esiti futuri di questa prospettiva; e che gli europei capiscano il rischio che probabilmente non avranno mai più la possibilità di decidere da sé il loro destino. Io sono sicuro che riusciremo a mettere in guardia gli europei.E penso che riusciremo la via d’uscita dall’Europa(SaxoBank CEO: We Must Re-Evaluate The European Union).

È evidente che Radio Maria,ma in genere quel che chiamiamo il mondo cattolico, non coglie queste (né altre) parole di verità e contribuisce ad addormentare gli europei sugli esiti del totalitarismo flaccido che l’eurocrazia ci prepara… ed è già in avanzata realizzazione.
Ora, Enrico Letta ci dirà che andrà in Europa a pretendere più crescita e meno austerità, ossia un po’ di spesa pubblica in più (non sanno fare altro). Ma questa, come ho già detto, è ormai la linea dettata dall’eurocrazia stessa: due giorni prima, il presidente della UE Barroso ha emanato la sua fatwa: L’austerità ha i suoi limiti. L’allentamento che Letta esigerà ed otterrà, è già praticamente concesso, e si traduce in un allungamento del ritmo di riduzione del deficit e dei rimborsi dei prestiti: e non ha altro senso che guadagnare tempo, senza affrontare i problemi fondamentali con risultati illusori, a cui seguiranno altre misure di rigore di bilancio.
È solo un altro modo di addormentare le opinioni pubbliche europee di fronte all’oppressione che avanza. L’eurocrazia stessa giocherella con l’idea che loro e i politici possano, semplicemente, manovrare alcune leve a livello macro per far riprendere di nuovo l’economia UE. I problemi nostri non dipendono più, purtroppo, dalla scelta dei tecnocrati verso l’austerità o la crescita. I problemi della UE sono l’insolvenza bancaria e la demografia. L’Europa è una unione di una ventina di Paesi con popolazioni vecchie o avviate alla vecchiaia, alle quali tutte sono stati promessi generosi pagamenti sociali e pensionistici. E queste popolazioni sono in fila per riscuotere i loro assegni promessi, nel momento in cui lo scoppio di una grande bolla immobiliare pan-europea minaccia di colare a picco il suo sistema bancario.
Angela Merkel ha appena ripetuto che gli Stati devono cedere sovranità,se vogliono che l’Europa duri. Ma ciò non ha senso. Cedere sovranità non risolverà i problemi europei di cui sopra. La Germania non ha i fondi per tenere insieme la Ue, anche se volesse, trasferendo le immense cifre necessarie alla Spagna, Italia e Grecia (come avviene negli Usa, dove gli Stati ricchi trasferiscono agli stati poveri, pareggiando i conti). Le Germania ha già un debito pubblico salito all’81% del Pil; e se si aggiungono le promesse senza copertura (promesse di pensioni), si sale al 200%. L’attuale prosperità tedesca, nutrita esclusivamente dall’export, è a rischio data il rallentamento economico globale. Se le cose si mettono realmente male, la Germania non ha i mezzi per tenere insieme l’Europa.
Non sarebbe onesto dire ciò chiaramente, alle opinioni pubbliche europee, a cominciare da quella tedesca? Invece l’europeismo malato e totalitario propone nozze gay, riduzione dei gas serra, energie rinnovabili e simili ubbie rosee, e blocco del discorso nel limite politicamente corretto.
Che il mondo cattolico, sia parte o complice di questo inganno, di queste sirene che addormentano le cittadinanze mentre vengono spogliate, è un tragico errore. È davvero tragico, per seguaci di Cristo, sbagliarsi su chi è l’Anticristo.

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Enrico Letta e il “governissimo” indesiderato

Di Olivier Turquet

Appena il rieletto Presidente, Napolitano ha dato l’incarico a Enrico Letta, si sono scatenate su internet e presso i giornali le cose più disparate. Infinite liste di ministri con nomi talvolta raccapriccianti, corrispondenti raccolte firme su internet contro i medesimi ministri, illazioni di ogni tipo e analisi politiche corrispondenti.

In sintesi, il presidente rieletto rilancia quello che sembra andare di moda: il governo delle larghe intese, il governissimo.

Chi aveva dichiarato, prima delle elezioni, di volere un governo del genere? Esplicitamente: nessuno.

Non esplicitamente diciamo che non lo avevano escluso a priori né il centro-destra né la coalizione di Monti.

Mi sono così dedicato a fare due conti: dati del Ministero degli Interni; votanti alla Camera 35 milioni e qualcosa; voti presi da chi non voleva assolutamente un governissimo (PD, SEL, 5Stelle, Rivoluzione Civile) 19 milioni e qualcosa pari a circa il 55% dei votanti. Questo dato non contempla le schede bianche nulle, né Fare per Cambiare la cui posizione non era chiarissima in materia, né i voti di liste minori di cui è difficile decifrare il programma e l’opinione in materia. Questo per dire che tale percentuale potrebbe facilmente arrivare al 60% contando più esattamente.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” (Costituzione della Repubblica italiana, Articolo 1)

Detto in altri termini: il popolo non pare che abbia votato per questo.

Allora in base a cosa il presidente ha insistito tanto su questa soluzione? Sull’incapacità dei partiti di mettersi d’accordo? O forse sula necessità che diede origine al precedente governo nominato dallo stesso Presidente, quella di garantire il rispetto dei dettami dei potentati finanziari?

Una traccia in tal senso sembrerebbe darcela il “giovane” Letta quando, nel suo modernissimo sito, afferma con un certo orgoglio di essere dal 2004 vicepresidente di Aspen Institute Italia; e quando si va a vedere che cos’è questo sconosciuto istituto si scopre che è una filiale del gruppo Bildenberg di cui Mario Monti è stato per anni dirigente. Per il lettore distratto ricordo che Bildemberg è un simpatico gruppo di “persone influenti” che si riunisce dal 1954: a far cosa? Non si sa, perché i verbali delle riunioni sono segreti e di pubblico c’è solo l’elenco dei nomi.

Insomma un governissimo in continuità con i “tecnici” degli ultimi due anni. In continuità con l’idea che quando si taglia la spesa pubblica stiamo parlando della spesa sociale non delle Grandi Opere Inutili, quando stiamo parlando di investire soldi ci stiamo riferendo al salvataggio delle banche, non all’investimento nella salvaguardia dell’ambiente o nel rilancio dell’economia reale, quando parliamo di politica internazionale parliamo di come appoggiare direttamente o indirettamente le “missioni di pace” del colonialismo o del neocolonialismo e non ad operare per la risoluzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti.

Ci stiamo sbagliando? Ce lo auguriamo di tutto cuore ma abbiamo paura di no. In ogni caso i prossimi giorni ce lo diranno con sicurezza.

Fonte:http://www.pressenza.com/it/2013/04/governissimo-no-grazie/

http://www.ilcambiamento.it/crisi/enrico_letta_governissimo.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2013/04/enrico-letta-e-il-governissimo.html

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ci voleva un personaggio con alto profilo internazionale… in altre parole un quisling sicuro

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“Opponiamoci alla monarchia elettiva”

Cremaschi: “siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione… Le prossime lotte saranno anche contro Napolitano”

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.

Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità , l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al monumento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

Giorgio Cremaschi

http://www.contropiano.org/news-politica/item/16047-opponiamoci-alla-monarchia-elettiva

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Usa/ Tutti per Bush: da Obama a Berlusconi per il nuovo museo

       AFP      New York, 26 apr. (TMNews) – “I migliori giorni per il nostro Paese devono ancora venire”. Con queste parole, senza riuscire a trattenere un pianto di commozione, l’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha concluso il discorso di ieri alla presentazione della sua libreria-museo a Dallas, in Texas. “Abbiamo portato più libertà nel nostro Paese migliorando il sistema scolastico e abbassando le tasse per tutti. Abbiamo liberato nazioni dalla dittatura e dall’Aids”, ha ricordato Bush, difendendo un operato segnato ad tappe controverse, dall’attentato alle Torri Gemelle all’uragano Katrina, alla guerra contro il terrorismo in Iraq.

La cerimonia si è tenuta nel campus della Southern Methodist University, dove si trova il centro, alla presenza di 10mila persone, tra cui il presidente Barack Obama, e gli altri 3 ex inquilini della Casa Bianca ancora in vita: Jimmy Carter, Bush padre e Bill Clinton. Tra i leader mondiali accorsi a Dallas si contava un gruppo di alleati storici: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e altri ex premier, come l’inglese Tony Blair, l’israeliano Ehud Olmert e lo spagnolo José Maria Aznar.

“E’ una brava persona”, ha detto Obama di Bush, parlando del duro lavoro del presidente. Obama ha poi aggiunto: “Ci sono momenti in cui si sbaglia e si vorrebbe tornare indietro. Ma quello che so di me e di Bush è che amiamo il nostro Paese e facciamo il nostro meglio”. Anche Clinton non ha perso l’occasione di rendergli omaggio, esordendo con una battuta: “Questo e’ l’ennesimo, grande esempio dell’eterno tentativo, da parte degli ex presidenti, di riscrivere la storia”. “Mi piace Bush”, ha detto Clinton con un sorriso, per poi sottineare l’impegno del leader repubblicano nel campo umanitario.

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OBIETTIVI SEGRETI
Berlusconi punta alla nomina di senatore a vita

Sarebbe questa la soluzione del Cav per congelare i processi.

Nelle trattative per il nuovo governo, Silvio Berlusconi ha un obiettivo personale neanche troppo segreto: salvarsi dai guai giudiziari. I processi Mediaset, Ruby, Unipol, De Gregorio rischiano di arrivare a sentenza, una condanna che potrebbe voler dire carcere, domiciliari e interdizione dai pubblici uffici. Per questo la strategia dell’ex premier è quella di chiudere una volta per tutte queste partite: «Ora ci sono le condizioni per farlo», si legge sul quotidiano La Repubblica.
VIA POLITICA. Ma l’obiettivo non è la legge salvacondotto. La via ‘legislativo-giudiziaria’ per evitare le sentenze si trasforma in una via ‘politico-giudiziaria’. La strategia si regge su un assunto semplice: nelle ore in cui l’ex premier rende praticabile un governo di salute pubblica, che salva il Paese dal baratro di nuove elezioni, egli non può cadere per via dei suoi processi. In qualsiasi grado di giudizio si trovino, prossimi o lontani dalla sentenza che siano, i dibattimenti devono fermarsi. Altrimenti, il Cav potrebbe essere interdetti dai pubblici uffici e il governo Letta diventerebbe presto un miraggio.
È questo il vero tema della trattativa di governo. Che coinvolge tutti, anche Napolitano, se è vero che proprio da lui Berlusconi si aspetta un passo molto importante, la sua nomina a senatore a vita. Una doppia nomina, in realtà. Nel progetto del Pdl il presidente della Repubblica dovrebbe scegliere Berlusconi, ma anche Romano Prodi, nel segno della grande pacificazione. Una mossa per chiudere, con un colpo solo, una guerra giudiziaria in atto da 20 anni. Ma la via è impervia.

Sabato, 27 Aprile 2013

http://www.lettera43.it/politica/berlusconi-punta-alla-nomina-di-senatore-a-vita_4367593032.htm

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Tra Bush e Berlusconi stima, amicizia e unità d’intenti

di Dimitri Buffa – 13 Giugno 2008

“Caro George permettimi di dire che sei una persona rara e che ho apprezzato il tuo coraggio e la tua visione del mondo in tutti questi anni e quello che hai saputo offrire come idee e come ideali”. Questa frase, pronunziata da Silvio Berlusconi come prologo della conferenza stampa che ieri sera ha suggellato a villa Madama l’ultima visita di stato in Italia del presidente americano George W. Bush, incarna anche l’ideale epitaffio di un’amicizia politica e di una comune visione dei valori del mondo tra il premier italiano e il capo del grande alleato statunitense.

Una sfida senza sé e senza ma alle stantie manifestazioni di no global, no war e grillini vari che ha accompagnato come una sorda litania la tre giorni romana di George W. e di sua moglie Laura. Il mondo ideologico delle sinistre mondiali (compresi i democratici americani di Obama e Hillary) vuole credere che Bush sia stato un mentitore, ieri sulle ragioni della guerra all’Iraq oggi sul dossier nucleare iraniano, ma Berlusconi ieri lo ha salutato davanti a tutti così: “Sei una persona rara, che non mente mai e che quando dice sì, dice sì, e quando dice no, dice no, che non mente mai e sa sempre dare amicizia, e quindi grazie per quella che hai dato a me e quella che hai voluto concedere al mio Paese”.

Nella conferenza stampa, consistita in meno  di dieci domande, peraltro importanti, da parte di due giornalisti americani e  due italiani, Bush non si è sbilanciato troppo sul possibile ingresso dell’Italia nel gruppo dei 5+1 che stanno cercando ancora con le buone di dissuadere l’Iran dal dotarsi di tecnologie nucleari che potrebbero presto prefigurare la costruzione di una bomba atomica. Berlusconi da parte sua ha ricordato che “l’Italia ha offerto di unirsi al 5+1 anche perché noi conosciamo l’Iran dall’interno dal momento che le grandi aziende italiane vi operano da diversi anni”.

Ma proprio questo cenno alle aziende e agli affari italiani con Teheran è il fattore che spinge Bush a freddare gli entusiasmi diplomatici italiani: in America i conservatori, per quanto amici del Pdl in Italia, vedono tradizionalmente di cattivo occhio questa diplomazia affidata alle multinazionali come l’Eni. E infatti Bush, ad apposita domanda dell’inviata del Tg1 sulla cosa, ha preferito non sbilanciarsi limitandosi a ricordare come l’Italia potrà contribuire alla soluzione diplomatica di un problema in cui peraltro restano sul tavolo tutte le opzioni comprese quelle militari.

Non è mancata una domanda sul caro petrolio e Bush non si è fatto pregare partendo all’attacco della politica economica dei democratici con l’intento di dare una mano a McCain nella corsa alla Casa Bianca con Obama. Bush ha infatti risposto che almeno per gli Stati Uniti la soluzione passa dall’indipendenza nell’approvvigionamento energetico. “I leader democratici – ha precisato – hanno impedito le esplorazioni alla ricerca di petrolio e ora il popolo americano ne subisce le conseguenze”.

Poi c’è stato il capitolo elettorale statunitense, abilmente sollecitato da una giornalista americana. Berlusconi, dopo una doverosa precisazione sulla non ingerenza di un premier italiano negli affari di politica interna degli altri paesi, non ha di certo nascosto le proprie simpatie per il candidato repubblicano John McCain. Per addolcire la pillola poco politically correct l’ha poi messa così: “In realtà io spero vinca McCain anche perché è un mese più vecchio di me e almeno nei G8 non sarei quello più anziano, visto che lui è nato il 29 agosto e io il 29 settembre del 1936”.

Infine, per quanto riguarda le missioni all’estero la sintonia tra i due B è stata “totale”. Un triplo “sì” a tutte le richieste dell’alleato americano. Sì, dunque, all’invio di più uomini in Iraq per fare l’addestramento della polizia locale. Sì alla revisione dei “caveat”, limiti e mansioni delle nostre truppe in Afghanistan, che d’ora in avanti saranno “più flessibili” nell’impiego e un sì anche alla presenza di truppe italiane dove sarà necessario, dal Kosovo al Libano.

Alla breve ma intensa conferenza stampa è poi seguita la tradizionale cena stavolta a base di penne tricolori, filetto e gelato. Con Laura Bush che invece ha preferito mangiare in un noto ristorante della “dolce vita” capitolina   squagliandosela all’inglese come una vera  protagonista della pellicola sulle ormai celebrate “vacanze romane”. Le ultime da presidente per il George W. che ha cambiato il mondo in questo piccolo scorcio del terzo millennio.

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Bush torna al centro della scena
I grandi del mondo all’inaugurazione della biblioteca-museo di Dallas

25 aprile 2013

I cinque presidente degli Stati Uniti all’omaggio per Bush

L’omaggio di Obama e Berlusconi, mentre l’ex presidente americano
lancia la candidatura del fratello

Per un giorno George W. Bush torna protagonista. A rendere omaggio al quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti – che ha inaugurato il museo dedicato ai suoi otto anni alla Casa Bianca – sono volati a Dallas non solo Barack e Michelle Obama. Ma anche tutti gli altri ex `Commander in Chief´ ancora in vita: Jimmy Carter, George Bush padre e Bill Clinton. Tra gli ospiti anche molti ex-potenti del mondo, da Tony Blair a José Maria Aznar a Silvio Berlusconi, che torna sulla scena internazionale mentre a Roma i suoi negoziano con Enrico Letta la formazione del governo.

Un tuffo nel passato, insomma. Con quell’immagine del «club più esclusivo del mondo» – i cinque presidenti seduti uno al fianco dell’altro con le rispettive First Lady – che rimarrà nella storia. All’interno di quel club, quella di George W. è forse la figura che più ha fatto discutere. Il giudizio sulla sua eredità è certamente il più controverso. E forse proprio per questo dopo l’addio alla Casa Bianca è uscito di scena, sempre lontano dai riflettori. Anche nel corso dell’ultima campagna elettorale.

Costretto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a passare alla storia come «The War President», «il presidente della guerra» per la sua decisione di attaccare prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, Bush difende con forza quelle che furono le sue politiche, le sue decisioni: «Abbiamo ridato la libertà ad interi Paesi, abbiamo liberato interi popoli dalla dittatura». Ad ascoltarlo, tra centinaia di ospiti, l’ex premier britannico Blair e quello spagnolo Aznar, con cui in un drammatico vertice alle Azzorre del 2003 decise la guerra in Iraq, per deporre il regime di Saddam Hussein.

«Impegnarsi sul fronte della libertà – rivendica George W. – comporta grandi responsabilità. Per un presidente non è sempre facile». Si commuove, spunta qualche lacrima. Ma poi va avanti determinato: «I venti soffiano a destra o a sinistra, i sondaggi salgono e scendono. Ma io resto sempre convinto che gli Stati Uniti hanno il dovere di diffondere la conquista delle libertà nel mondo».

Tanti gli applausi. Anche Obama, che ha sconfessato molte delle politiche del suo predecessore, lo loda: «È una brava persona». Non è il giorno di tornare sulle critiche. Proprio Bush – ricorda l’attuale presidente – quando mi insediai nel 2008 mi scrisse: «Ci sono sempre errori e ci sono momenti in cui tutti noi vorremmo riportare indietro le lancette dell’orologio. Ma dobbiamo essere sempre tutti uniti dall’amore per questo Paese».

Il museo è un viaggio negli anni di Bush alla Casa Bianca, col ricordo dell’11 settembre onnipresente: si sente per le sale l’ululato delle sirene. In mostra alcune contorte travi di ciò che rimase delle Torri Gemelle, e il megafono utilizzato a Ground Zero. «Oggi il nostro Paese ha visto il male», disse Bush nei terribili momenti di dodici anni fa. E parlando dell’attentato di Boston, a dodici anni di distanza ripete: «Questo ci ricorda ancora una volta che il male esiste».

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Ma quale Letta, sapete dov’è il Cav? In America con Obama, Clinton, Carter, Blair, Aznar dai Bush

scritto da ilsenatore

Mentre in Italia ripartono per la quarta volta in due mesi le consultazioni per formare il governo (che poi, qualcuno può spiegarci perché bisogna risentire ogni volta pure Grasso e la Boldrini?), Silvio Berlusconi se ne va oltreoceano. Lascia perdere gli scazzi nostrani, gli incarichi a Letta e le tavole rotonde per fare la lista dei ministri.

Lui va a Dallas, in Texas, a inaugurare la Presidential Library di George W. Bush. In America, si sa, ogni presidente non più in carica si costruisce la propria biblioteca (che in realtà è un po’ museo, un po’ centro di ricerca e un po’ sede di iniziative filantropiche), e così ha fatto anche l’ultimo capo dello stato repubblicano. Non sarà solo, il Cav.: mentre in Italia dicono che ormai è impresentabile, che tutti lo sfottono e gli fanno le pernacchie, lui va a farsi una scampagnata con Obama, Bill Clinton, Jimmy Carter, Tony Blair, Bush padre e figlio e José Maria Aznar.

Alla faccia del clown puzzone che nessuno vuole vedere.

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Usa: insieme 5 presidenti. Bush: “Liberato popoli da dittatura”

Storico evento al museo dedicato agli otto anni alla Casa Bianca di George W. Bush, che dichiara commosso: “Abbiamo ridato la libertà a interi Paesi”. Presenti Obama, Clinton, Bush senior e Carter.

Dallas, insieme cinque presidenti

DALLAS – Un’occasione più unica che rara: all’inaugurazione a Dallas del museo dedicato agli otto anni di George W. Bush alla Casa Bianca, ben cinque presidenti americani si ritrovano insieme, con un discorso ciascuno: l’attuale ‘Commander in Chief’, Barack Obama, e i quattro ex presidenti ancora in vita, da Bill Clinton a George Bush padre a Jimmy Carter. Presenti anche Michelle Obama e le ex First Lady, da Hillary Clinton a Barbara Bush.

“Per me e Michelle è un onore essere presenti a questa storica occasione”, ha detto Obama, sottolineando come tutti gli ex presidenti americani in vita si ritrovano oggi a Dallas “mentre per il Paese sono giorni difficili”. Sul suo predecessore Obama ha poi detto: “E’ una brava persona. Ci sono stati errori, e ci sono momenti in cui tutti noi vorremmo riportare indietro le lancette dell’orologio, ma siamo tutti uniti dall’amore e l’impegno profuso per questo Paese”.

BUSH: “LIBERATO POPOLI DA DITTATURA”. “Abbiamo ridato la libertà ad interi Paesi, abbiamo liberato popoli dalla dittatura”. L’ex presidente americano George W. Bush difende le scelte politiche compiute durante i suoi 8 anni alla Casa Bianca – come le guerre in Afghanistan e in Iraq – e si commuove. “Impegnarsi sul fronte della libertà comporta grandi responsabilità. Per un presidente non è sempre facile”.

PRESENTE ANCHE BERLUSCONI. Parlando a Dallas in occasione dell’inaugurazione del suo ‘Presidential Center’ – davanti a Barack Obama, a tutti gli ex presidenti Usa ancora in vita e a ex primi ministri come Silvio Berlusconi, Tony Blair e Josè Maria Aznar – Bush ha sottolineato come “i venti soffiano a destra o a sinistra, i sondaggi salgono e scendono, ma io resto sempre convinto che gli Stati Uniti hanno il dovere di espandere la conquista della libertà nel mondo”.

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Bush Center, una biblioteca a misura di (ex)-presidente

Scritto da: – venerdì 26 aprile 2013

Particolarità di una biblioteca d’oltreoceano, voluta e costruita per la gloria dell’ex-presidente Bush Junior.

Bush Center, una biblioteca a misura di (ex)-presidenteBush sta alla cultura un po’ come un certo calciatore italiano, peraltro simpaticissimo, stava alle enciclopedie qualche anno fa, pubblicità docet naturalmente… Ma riferimenti nostrani a parte, questo post vi presenta un centro singolare, a metà tra la biblioteca, il museo e la wunderkammer in versione americana. Oltre una leggera somiglianza che ci rimanda all’europea BNF, dedicata al francese Mitterand… Ci spiegheremo meglio

La George W. Bush Presidential Library and Museum è la tredicesima biblioteca presidenziale ad entrare a far parte del NARA, il National Archives and Records Administration, ufficialmente nata in collaborazione con la Southern Methodist University di Dallas per sostenere la ricerca, organizzare eventi e creare opportunità di apprendimento per gli studenti. La nuova struttura dalla considerevole mole, ospita ben 70 milioni di pagine digitalizzate, 43,000 oggetti, e 4 milioni di immagini digitali, ma non solo.
Tra residui metallici del World Trade Center, immagini d’archivio dell’11 settembre, e una riproduzione fedele dello studio ovale ai tempi di Bush J., la nuova biblioteca presentata in pompa magna dall’ex-presidente George Bush Junior, alla presenza di Obama e di altri tre presidenti ancora in vita, della quale abbiamo già parlato su polisblog.it, è un luogo che fa riflettere, per le sue dimensioni monumentali, per la sua localizzazione, all’interno di un’istituzione altamente confessionale come l’università metodista di Dallas (ma non c’è molto da stupirsi visto il credo politico del suo sostenitore) e soprattutto per colui alla quale è dedicata, proprio il sopracitato e criticatissimo Bush J., che si è creato un monumento a misura della sua gloria, studiato per mettere in luce i sui meriti e minimizzare i tanti danni.
Una creazione discutibile, che unisce cimeli poco utili, come gli immancabili stivali a punta del suo texano sponsor, installazioni super-digitalizzate a pezzi di storia recente ormai integrati nel tessuto americano, come le stelle della bandiera che aperta diventa un perfetto emblema da leggere.

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Come la famiglia Bush ha fatto fortuna con i nazisti

Pubblicato da Robert Lederman
robert.lederman@worldnet.att.net
9 febbraio 2002

Nota: L’autore di questo articolo, John Loftus, è un ex inquirente
della sez. Crimini di guerra nazisti del Dipartimento della Giustizia
USA, Presidente del Museo dell’Olocausto della Florida ed autore
estremamente rispettato di numerosi libri sulla connection CIA-
nazisti, inclusi The Belarus Secret and The Secret War Against the
Jews, entrambe con ampia documentazione sulla connection Bush-
Rockefeller-nazisti.

Copyright 27 settembre 2000 di Avv: John Loftus

La Dutch Connection

Come una famosa famiglia americana ha fatto fortuna con i nazisti

Per la famiglia Bush è un incubo perenne. Per i loro clienti nazisti la Dutch connection era la madre di tutti i sistemi di riciclaggio del denaro. Dal 1945 al 1949 iniziò nella zona americana della Germania occupata uno dei più lunghi e, come ora appare, futili interrogatori di un sospetto di crimini di guerra nazisti. Il magnate multimilionario dell’acciaio Fritz Thyssen – l’uomo il cui consorzio
dell’acciaio era il cuore della macchina da guerra nazista – parlava e parlava e parlava ad un gruppo congiunto di interrogatorio USA-UK.
Per quattro lunghi anni, successive squadre di inquirenti tentarono di infrangere la semplice pretesa di Thyssen di non possedere né conti in banche straniere né interessi in società straniere, né beni che potessero portare ai miliardi mancanti in beni del Terzo Reich.
Gli inquirenti fallirono completamente.

Perché? Perché ciò che l’astuto Thyssen deponeva era, in certo senso, vero. Quello che gli investigatori alleati non capirono mai era che essi non facevano a Thyssen la domanda giusta. Thyssen non aveva bisogno di nessun conto bancario straniero perché *** la sua famiglia segretamente possedeva un’intera catena di banche ***. Egli non dovette trasferire i suoi beni nazisti alla fine della II G.M., tutto ciò che doveva fare era trasferire i documenti delle proprietà – azioni, obbligazioni, atti e accordi legali – dalla sua banca di Berlino attraverso la sua banca in Olanda ai suoi amici americani di New York City: *** Prescott Bush e Herbert Walzer. I soci di Thyssen nel crimine erano il padre ed il suocero di un futuro presidente degli Stati Uniti ***.

Gli investigatori alleati sottostimarono il potere di Thyssen, le sue connessioni, le sue motivazioni ed i suoi mezzi. La ragnatela di società finanziarie che Thyssen aiutò a creare negli anni ’20 rimase un mistero per il resto del ventesimo secolo, una quasi perfetta condotta fognaria nascosta sottoterra per spostare il denaro sporco, denaro che rifornì di fondi le fortune postbelliche non solo dell’impero industriale Thyssen… ma anche della famiglia Bush. Era un segreto che Fritz Thyssen si sarebbe portato nella tomba.

Era un segreto che avrebbe condotto l’ex agente dell’intelligence USA William Gowen, ora quasi ottantenne, proprio ad un passo dalla famiglia reale olandese. I Gowen non erano nuovi alle controversie o alla nobiltà. Suo padre era uno degli emissari diplomatici del Presidente Roosevelt presso Papa Pio XII che fecero l’inutile tentativo di persuadere il Vaticano a denunciare il trattamento che
Hitler riservava agli ebrei. Fu suo figlio, William Gowen, che prestò servizio a Roma dopo la II G.M. come cacciatore di nazisti ed investigatore del servizio controinformazioni dell’esercito USA. Fu l’agente Gowen che per primo scoprì nel 1949 il canale segreto del Vaticano per portare in salvo i nazisti. E fu anche lo stesso William Gowen che iniziò a far venire alla luce nel 1999 la condotta segreta
olandese per contrabbandare il denaro dei nazisti.

Mezzo secolo prima Fritz Thyssen stava raccontando agli investigatori alleati che egli non aveva interessi in società straniere, che Hitler gli si era rivoltato contro ed aveva preso la maggior parte delle sue proprietà. I suoi rimanenti beni (che sapeva comunque persi) erano soprattutto nella zona d’occupazione russa della Germania. I suoi distanti (e non di suo gusto) parenti nelle nazioni neutrali come
l’Olanda erano i reali proprietari di una sostanziosa percentuale della restante base industriale tedesca. Come vittime innocenti del Terzo Reich essi premevano sui governi d’occupazione alleati in ermania chiedendo la restituzione delle proprietà che gli erano state sequestrate dai nazisti.

Secondo le norme dell’occupazione alleata della Germania tutte le proprietà possedute dai cittadini di una nazione neutrale che erano state prese dai nazisti dovevano essere restituite ai cittadini neutrali dietro presentazione di appropriata documentazione dimostrante la prova della proprietà. Improvvisamente, parti neutrali di ogni genere, particolarmente in Olanda, pretesero la proprietà di
diversi pezzi dell’impero Thyssen. Nella sua cella Fritz Thyssen semplicemente sorrideva ed aspettava di essere rilasciato dalla prigione mentre membri della famiglia reale olandese e del servizio informazioni olandese rimettevano assieme per lui i suoi possedimenti anteguerra.

Gli inquirenti britannici ed americani potevano avere seriamente sottostimato Thyssen ma non di meno essi sapevano che gli veniva mentito. I loro sospetti si concentrarono in particolare su una banca olandese, la Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Questa banca da anni faceva molti affari con i Thyssen. Per fargli un favore, nel 1923 la banca di Rotterdam prestò il denaro per costruire proprio il primo quartier generale del partito nazista a Monaco. Ma in qualche modo le indagini alleate continuarono a non andare da nessuna parte, le piste sembravano tutte arenarsi.

*** Se gli investigatori si fossero accorti che Allen Dulles, il capo dell’intelligence USA nella Germania postbellica, era anche l’avvocato della banca di Rotterdam, avrebbero potuto fare domande molto interessanti. Essi non sapevano che anche Thyssen era cliente di Dulles. Non si sono nemmeno mai accorti che era l’altro cliente di Allen Dulles, il barone Baron Kurt Von Schroeder che era il fiduciario dei nazisti per le società Thyssen che ora si pretendevano possedute dagli olandesi. La banca di Rotterdam era al cuore dello schema di copertura di Dulles, ed essa custodiva gelosamente i suoi segreti ***.

Diversi decenni dopo la guerra il giornalista investigativo Paul Manning, collega di Edward R. Murrow, inciampò sugli interrogatori di Thyssen negli Archivi Nazionali USA. Manning voleva scrivere un libro sul riciclaggio del denaro dei nazisti. Il manoscritto di Manning era un coltello alla gola di Allen Dulles: il suo libro menzionava specificamente la Banca voor Handel en Scheepvaart per nome, sebbene di sfuggita. Dulles si offrì di aiutare l’ignaro Manning con il suo manoscritto e lo mandò verso un vicolo cieco, in cerca di Martin Bormann in Sud America.

Senza sapere di essere stato deliberatamente sviato, Manning scrisse una prefazione del suo libro ringraziando personalmente Allen Dulles per la sua “assicurazione che era sulla pista giusta e doveva continuare così”. Dulles mandò Manning ed il suo manoscritto nelle paludi dell’oscurità. Anche l’imbroglio stesso della “caccia a Martin Bormann” venne usato con successo per screditare Ladislas Farago, un altro giornalista americano che esaminava troppo approfonditamente il
riciclaggio del denaro dei nazisti. Gli investigatori americani dovevano essere mandati ovunque eccetto in Olanda.

E così la Dutch connection rimase inesplorata fino a quando nel 1994 pubblicai il libro “The Secret War Against the Jews”. Come argomento di curiosità storica menzionai che Fritz Thyssen (ed indirettamente il partito nazista) avevano ottenuto i loro primi finanziamenti dalla Brown Brothers Harriman e dalla sua affiliata Union Banking Corporation. La Union Bank era a sua volta la holding della famiglia Bush che controllava molte altre società, compresa la “Holland American Trading Company”.

Era pubblicamente noto che le holding di Bush erano state sequestrate dal governo USA dopo che i nazisti invasero l’Olanda. Nel 1951 i Bush reclamarono dall’Alien Property Custodian la Union Bank assieme alle sue proprietà “neutrali” olandesi. Non l’avevo capito, ma avevo sbattuto contro un pezzo veramente grande della scomparsa Dutch connection. La proprietà di Bush della società d’investimenti olandese-americana era l’anello mancante nelle prime ricerche di
Manning nei documenti dell’indagine Thyssen. Nel 1981 Manning aveva scritto:

“Il primo passo di Thyssen in una lunga danza di frodi fiscali e valutarie iniziò [alla fine degli anni ’30] quando dispose che le proprie quote nella olandese Hollandische-Amerikanische Investment Corporation venissero accreditate alla Banca Bank voor Handel en Scheepvaart, N.V., Rotterdam, la banca fondata nel 1916 da August Thyssen Senior”.

In questo oscuro paragrafo di un libro poco noto, Manning aveva involontariamente documentato due interessanti argomenti: 1) La Union
Bank di Bush aveva evidentemente acquistato le stesse azioni societarie che i Thyssen stavano vendendo come parte del loro riciclaggio del denaro dei nazisti, e 2) la banca di Rotterdam, lungi dall’essere un ente neutrale olandese, venne fondata dal padre di Fritz Thyssen. In retrospettiva, io e Manning avevamo scoperto terminali diversi della Dutch connection.

Dopo aver letto l’estratto del mio libro sulla proprietà di Bush della Holland-American trading Company, l’agente del servizio informazioni USA in pensione William Gowen cominciò a mettere insieme le tessere del puzzle. Mr. Gowen conosceva ogni angolo dell’Europa per il suo passato di figlio di un diplomatico, agente del servizio informazioni americano e giornalista. William Gowen merita tutto il credito per la scoperta del mistero di come gli industriali tedeschi
nascosero il loro denaro dagli Alleati alla fine della II G.M.

Nel 1999 Mr. Gowen andò in Europa, a proprie spese, per incontrare un ex membro dell’intelligence olandese che aveva informazioni interne dettagliate sulla banca di Rotterdam. Lo scrupoloso Gowen prese nota della dichiarazione e quindi la fece leggere e correggere dalla sua fonte per evitare errori. Qui, sommariamente, si racconta come i nazisti nascosero il loro denaro in America.

Dopo la I G.M. August Thyssen era stato seriamente danneggiato dalla perdita di beni dovuta alle dure condizioni del trattato di Versailles. Egli era determinato a che ciò non accadesse mai più. Uno dei suoi figli si sarebbe unito ai nazisti, l’altro sarebbe rimasto neutrale. Non importava chi vincesse la prossima guerra, la famiglia Thyssen sarebbe sopravvissuta con il suo impero industriale intatto.
Fritz Thyssen si unì ai nazisti nel 1923: suo fratello minore sposò una nobile ungherese e cambiò il proprio nome in quello di barone Thyssen-Bornemisza. Il barone più tardi reclamò la cittadinanza ungherese ed anche quella olandese. In pubblico fingeva di detestare il suo fratello nazista, ma in privato si incontravano a consigli di amministrazione segreti in Germania per coordinare le loro operazioni. Se un fratello veniva minacciato della perdita della sua proprietà, avrebbe trasferito le proprie società all’altro.

Per aiutare i suoi figli nel loro gioco di scatole vuote, August Thyssen durante gli anni ’20 costituì tre diverse banche – la August Thyssen Bank a Berlino, la Bank voor Handel en Scheepvaart a Rotterdam e la Union Banking Corporation a New York City. Per proteggere le loro holding tutto ciò che i fratelli dovevano fare era
spostare i documenti delle società da una banca all’altra. E questo fecero piuttosto regolarmente. Quando Fritz Thyssen “vendette” la Holland-American Trading Company per una perdita fiscale, la Union Banking Corporation di New York comprò le azioni. Similmente, la famiglia Bush investì i camuffati profitti nazisti in società americane dell’acciaio e di produzione che divennero parte del segreto impero Thyssen.

Quando i nazisti invasero l’Olanda nel maggio del 1940 investigarono nella Banca voor Handel en Scheepvaart di Rotterdam. Fritz Thyssen era sospettato di dagli ispettori di Hitler di essere un evasore fiscale e di trasferire illegalmente la sua ricchezza al di fuori del Terzo Reich. Gli ispettori nazisti avevano ragione: Thyssen pensava che le politiche economiche di Hitler avrebbero fatto diminuire la sua ricchezza attraverso una disastrosa inflazione. Egli contrabbandava all’estero i suoi profitti di guerra attraverso l’Olanda. Ma i forzieri di Rotterdam non contenevano indizi su dove fosse andato a finire il denaro. I nazisti non sapevano che tutti i documenti comprovanti la segreta proprietà di Thyssen erano stati
tranquillamente rispediti alla banca August Thyssen a Berlino, sotto la benevola supervisione del barone Kurt Von Schroeder. Thyssen passò il resto della guerra agli arresti domiciliari di lusso. Egli aveva giocato Hitler, nascosto i suoi immensi profitti, ed ora era tempo di giocare gli americani con lo stesso trucco delle scatole vuote.

Appena Berlino cadeva in mano degli alleati venne il momento di rispedire i documenti a Rotterdam cosicché la banca “neutrale” potesse pretendere le proprietà con la benevola supervisione di Allen Dulles, che, come capo dell’intelligence dell’OSS a Berlino nel 1945, era ben piazzato per gestire qualsiasi tranquilla indagine.
Sfortunatamente, la banca August Thyssen durante la guerra era stata bombardata ed i documenti erano sepolti nei forzieri sotterranei sotto le rovine. Ancora peggio, i forzieri si trovavano nella zona sovietica di Berlino.

Secondo la fonte di Gowen, il principe Bernardo comandava una unità dell’intelligence olandese che nel 1945 tirò fuori i documenti societari incriminanti e li riportò alla banca “neutrale” di Rotterdam. Il pretesto era che i nazisti avevano rubato a sua moglie, principessa Giuliana, i gioielli della corona, ed i russi diedero agli olandesi il permesso di scavare tra i forzieri e recuperarli.
L’operazione Giuliana fu una truffa olandese agli Alleati che cercavano ovunque i pezzi mancanti della fortuna Thyssen.

Nel 1945 l’ex direttore olandese della banca di Rotterdam riprese il controllo solamente per scoprire che sedeva su una grande pila di attività naziste nascoste. Nel 1947 il direttore minacciò di informare le autorità olandesi, e venne immediatamente licenziato dai Thyssen. Il leggermente ingenuo direttore di banca allora fuggì a New York City dove aveva intenzione di parlare con il presidente della Union Bank, Prescott Bush. Come ricordava la fonte olandese di Gowen, il direttore intendeva “rivelare [a Prescott Bush] la verità sul barone Heinrich e la banca di Rotterdam, perché alcuni o tutti degli interessi di Thyssen nel gruppo Thyssen potessero essere sequestrati e confiscati come proprietà del nemico tedesco. “Il corpo del direttore venne ritrovato a New York due settimane più tardi”.

Allo stesso modo nel 1996 il giornalista olandese Eddy Roever andò a Londra per intervistare il barone, che era vicino di Margaret Thatcher. Il corpo di Roever venne scoperto due giorni dopo. Forse, osservò laconicamente Gowen, era solamente una coincidenza che entrambe i due sani uomini morissero infarto immediatamente dopo aver tentato di scoprire la verità sui Thyssen.

Né Gowen né la sua fonte olandese sapevano delle sostanziose prove negli archivi dell’Alien Property Custodian o negli archivi dell’OMGUS. Assieme, i due separati gruppi di documenti USA si sovrapponevano a vicenda e supportavano direttamente la fonte di Gowen. Il primo gruppo di archivi conferma assolutamente che la Union Banking Corporation di New York era posseduta dalla banca di Rotterdam. Il secondo gruppo (citato da Manning) che a sua volta la
banca di Rotterdam era proprietà dei Thyssen.

Non sorprende che queste due agenzie americane non resero mai noti i documenti Thyssen. Come documentò il noto storico Burton Hersh:

“L’Alien Property Custodian, Leo Crowley, era nel libro paga della banca di New York J. Henry Schroeder dove nel consiglio di amministrazione sedevano Foster and Allen Dulles. Foster riuscì a farsi nominare consigliere legale speciale per l’Alien Property Custodian mentre simultaneamente rappresentava interessi [tedeschi] contro il custode”.

Non meraviglia che Allen Dulles avesse diretto Paul Manning a caccia di farfalle in Sud America. Egli era molto vicino a scoprire il fatto che la banca di Bush a New York City era segretamente posseduta dai nazisti, prima durante e dopo la II G.M. La proprietà di Thyssen della Union Banking Corporation è provata, e concretizza un capo d’imputazione per tradimento nei confronti delle famiglie Dulles e Bush per aver dato aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra.

SECONDA PARTE

Il primo fatto chiave che deve essere provato in ogni indagine criminale e che la famiglia Thyssen possedeva segretamente la banca di Bush. A parte la fonte di Gowen ed i documenti gemelli americani, un terzo gruppo di documentazione proviene dalla stessa famiglia Thyssen. Nel 1979 l’attuale barone Thyssen-Bornemisza (nipote di Fritz Thyssen) preparò una storia scritta della famiglia da
condividere con i suoi alti dirigenti. Una copia di questo topo di trenta pagine intitolato “La storia della famiglia Thyssen e loro attività” venne procurata dalla fonte di Gowen. Essa contiene le seguenti ammissioni di Thyssen:

“Così, all’inizio della II G.M. la Banca voor Handel en Scheepvaart – una ditta olandese il cui unico azionista era un cittadino ungherese – era diventata la holding delle società di mio padre. Prima del 1929 egli deteneva le quote della Banca August Thyssen, ed anche sussidiarie americane e la Union Banking Corporation di New York. Le azioni di tutte le affiliate [nel 1945] erano nella Banca August Thyssen nel settore orientale di Berlino, da dove riuscii a farle trasferire in occidente all’ultimo momento”.
“Dopo la guerra il governo olandese ordinò un’indagine sulla situazione legale della società holding e, in attesa del risultato, nominai un olandese ex direttore generale di mio padre che si era rivoltato contro la nostra famiglia. In quello stesso anno, il 1947, ritornai in Germania per la prima volta dopo la guerra, travestito da autista olandese in uniforme militare, per stabilire i contatti con i
nostri dirigenti tedeschi”-
“La situazione del gruppo cominciò gradualmente ad essere risolta ma non fu prima del 1955 che le società tedesche vennero liberate dal controllo alleato ed in seguito rilasciate. Fortunatamente le società del gruppo soffrirono poco dallo smembramento. Infine, fummo nella posizione di concentrarci su problemi puramente economici – la ricostruzione ed ampliamento delle società e l’espansione dell’organizzazione”.

“Il dipartimento creditizio della Banca voor Handel en Scheepvaart, che funzionava anche come società holding del gruppo, si fuse nel 1970 con la Nederlandse Credietbank N.V. che aumentò il suo capitale.
Il gruppo ricevette il 25%. La Chase Manhattan Bank detiene il 31%.
Per la nuova società holding venne scelto il nome di Thyssen-Bornemisza Group”.

*** Dunque, gli archivi gemelli USA, la fonte olandese di Gowen e la storia della famiglia Thyssen confermano tutte indipendentemente che il padre ed il nonno del Presidente Bush facevano parte del consiglio di amministrazione di una banca che era segretamente posseduta dai principali industriali nazisti. La connessione di Bush con queste istituzioni americane è pubblicamente nota. Quello che nessuno
sapeva, finché la brillante ricerca di Gowen non lo portò alla luce, era che i Thyssen erano i datori di lavoro segreti della famiglia Bush.

*** Ma cosa sapeva la famiglia Bush dei suoi collegamenti nazisti e quando lo seppe? Come manager anziani della Brown Brothers Harriman, dovevano aver saputo che i loro clienti americani, come i Rockefeller, stavano investendo pesantemente nelle società tedesche, compreso il gigante Vereinigte Stahlwerke di Thyssen. Come ripetutamente documenta il noto storico Christopher Simpson, è argomento di dominio pubblico che gli investimenti della Brown Brothers nella Germania nazista ebbero luogo con i servizi della famiglia Bush.

*** Quando scoppiò la guerra Prescott Bush venne colpito da un caso di morbo di Waldheimer, un’improvvisa amnesia del suo passato nazista? Oppure egli credeva veramente che i nostri benevoli alleati olandesi possedessero la Union Banking Corporation e la sua società madre di Rotterdam? Dovrebbe essere ricordato che nel gennaio del 1937 egli assunse Allen Dulles per “coprire” i suoi conti. Ma coprire da chi? Si aspettava che la piccola felice Olanda dichiarasse guerra
all’America? L’operazione di copertura aveva senso solamente come anticipazione di una possibile guerra con la Germania nazista. Se la Union Bank non era il condotto per riciclare gli investimenti nazisti di Rockefeller in America, allora come avrebbe potuto la Chase Manhattan Bank controllata da Rockefeller finire a possedere dopo la guerra il 31% del gruppo Thyssen?

*** Si dovrebbe notare che il gruppo Thyssen (TBG) ora è la maggiore conglomerata industriale della Germania, e, con un patrimonio netto di più di 50 miliardi di dollari, una delle più ricche società al mondo. La TBG è talmente ricca che ha persino acquistato le società della famiglia Krupp, famoso fabbricante di armi di Hitler, lasciando i Thyssen gli indiscussi campioni di sopravvivenza del Terzo Reich.
Dove hanno preso i Thyssen il denaro per partire con la ricostruzione del loro impero con tale velocità dopo la II G.M.?

*** Le enormi somme di denaro depositate nella Union Bank prima del 1942 sono la migliore prova che Prescott Bush servì consapevolmente da riciclatore del denaro per i nazisti. Ricordate che i libri ed i conti della Union Bank nel 1942 vennero congelati dall’Alien Property Custodian USA e non vennero restituiti alla famiglia Bush fino al 1951. A quel tempo, le azioni della Union Bank, che rappresentavano il valore di milioni di dollari di azioni industriali e di obbligazioni, vennero sbloccate per la circolazione. La famiglia Bush credeva realmente che tali enormi somme venivano da aziende olandesi?
Si potrebbero vendere bulbi di tulipano e scarpe di legno per secoli e non raggiungere quelle somme. Una fortuna di questa misura poteva essere arrivata solamente dai profitti che Thyssen fece riarmando il Terzo Reich e quindi nascosti, prima dagli ispettori fiscali nazisti e poi dagli Alleati.

*** I Bush sapevano perfettamente bene che la Brown Brothers era il canale del denaro americano nella Germania nazista, e che la Union Bank era la conduttura segreta per riportare dall’Olanda in America il denaro nazista. I Bush dovevano aver saputo di come funzionava il circuito segreto del denaro poiché essi erano nel consiglio di amministrazione in entrambe le direzioni: fuori dalla Brown Brothers, dentro la Union Bank.

*** Inoltre, la misura del loro compenso è commensurata con il loro rischio come riciclatori del denaro nazista. Nel 1951 Prescott Bush e suo suocero ricevettero una quota delle azioni della Union Bank, ciascuna del valore di 750.000 dollari. Un milione e mezzo di dollari erano un sacco di soldi nel 1951. Ma allora, dal punto di vista di Thyssen, comprare i Bush era stato il miglior affare della guerra.

*** Il punto decisivo è grave: E’ abbastanza disdicevole che la famiglia Bush abbia aiutato a raccogliere per Thyssen il denaro da dare a Hitler per il suo avvio negli anni ’20, ma dare aiuto e sostegno al nemico in tempo di guerra è tradimento. La banca di Bush aiutò i Thyssen a fabbricare l’acciaio che uccideva i soldati alleati. Per quanto possa sembrare negativo aver finanziato la macchina bellica nazista, aver aiutato ed assistito l’Olocausto era peggiore. Le miniere di carbone di Thyssen utilizzavano schiavi ebrei come se fossero materiali usa e getta. Vi sono sei milioni di scheletri nell’armadio della famiglia Thyssen, ed una miriade didomande criminali e storiche cui deve essere data risposta sulla
complicità della famiglia Bush ***.

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Chiusa via Krupp. Napolitano la riaprì nel 2008 dopo 32 anni

Dopo appena 21 giorni di nuovo non accessibile per una caduta massi. Fu riaperta dopo 15 giorni. La strada prende il nome da un imprenditore tedesco innamorato dell’isola.

Chiusa via Krupp. Napolitano la riaprì nel 2008 dopo 32 anniCapri

NAPOLI – La storia di via Krupp, strada con panorama mozzafiato sui Faraglioni di Capri, è particolarmente tormentata. Il 29 giugno del 2008 era stato, nel corso di una cerimonia pubblica, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ad inaugurarla al termine di lavori durati ben 32 anni. Ma appena 21 giorni dopo la strada era stata chiusa nuovamente dopo la caduta di due massi che si erano staccati dalla parete rocciosa.

KRUPP, L’IMPRENDITORE TEDESCO INNAMORATO DELL’ISOLA. Gli interventi di rimessa in sicurezza furono abbastanza rapidi e l’arteria fu riaperta al transito dopo quindici giorni. Sempre nel nome di Krupp, imprenditore tedesco innamorato dell’isola, un altro crollo che suscitò molte polemiche. Il 19 febbraio di due anni fa, infatti, crollò, in seguito ad una frana, la piccola casa che l’imprenditore fece costruire agli inizi del ‘900 nella roccia di Marina Piccola sull’isola di Capri. Via Krupp non fu però interessata dall’episodio trovandosi ad alcune centinaia di metri di distanza dalla frana.

domenica, 05 giugno 2011

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Via Krupp

Friderich Alfred Krupp non può certo considerarsi un santo.
Portò avanti la fabbrica di famiglia, arrichendosi con la costruzione e la commercializzazione di armi. Diffuse la mitragliatrice all’alba della prima guerra mondiale. Sviluppò gli U-Boot. Fu accusato finanche di pedofilia. A Capri visse all’Hotel Quisisana, ma il suo panfilo, il ‘ Puritain’, era fisso a Marina Piccola. Proprio per raggiungere il Puritain fece costruire l’arditissima serie di tornanti che portano il suo nome.

Una via che resta un’opera d’arte.

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Stern, da Salvatore Giuliano a BerlusconiMolte ombre sull’amico americano, gran maestro della trasferta elettorale del premierFu porta-messaggi del bandito siciliano. Oggi consegnerà il premio il Freedom Award

1 marzo 2006 – di Vincenzo Vasile

ETÀ: 96 ANNI. Professioni, molte: certamente giornalista, sceneggiatore, romanziere, benefattore. Probabilmente, molto probabilmente: spia. Americano. Un tipo tosto dei tempi in cui l’ «intelligence» di coloro che erano stati gli «eroi di Anzio» volse le armi (non solo diplomatiche) contro gran parte degli antifascisti con cui aveva combattuto fianco a fianco, e imbarcò fior di nazisti e di malaitalia nella crociata anti-sinistra. Un tipo complicato. Un figlio della Guerra Fredda. Il Foglio berlusconiano rivela che è proprio lui – Michael Stern, detto Mike – il patrocinatore della trasferta elettorale del nostro presidente del Consiglio. Il deus ex machina dell’Intrepid Foundation che consegnerà un premio a Berlusconi poco prima che pronunci il suo discorso al Congresso. Mike lo scarrozzerà in elicottero e in aereo fino a Manhattan. L’hanno dato già alla Thatcher, quel premio, il Freedom Award (Premio per la Libertà). E al vecchio Bush, e a Cheney, Rumsfeld, Eltsin e perché no pure a Bill e Hillary Clinton… Tutti «intrepidi» combattenti per la libertà, come Berlusconi. Il Foglio cita en passant anche le ombre nel passato di Mike Stern: «…naturalmente c’è chi ha sospettato fosse al servizio dell’intelligence, anche perché è stato il primo al mondo a intervistare Salvatore Giuliano, proprio mentre chiedeva al presidente Truman di annettere la Sicilia agli Usa e pochi giorni prima della strage di Portella della ginestra». Naturalmente, piccolezze… Storie remote. Sicuramente Mike sarà un fantastico ospite. Da paragonare – scrive il Foglio – al nostro Lino Jannuzzi, un Jannuzzi international, e qui forse ci sarebbe materia per una querela per diffamazione. Anche perché Jannuzzi, che lavorò alla sceneggiatura del «Salvatore Giuliano» di Francesco Rosi, questa storia la conosce bene e sa che non sarebbe il caso di rivangarla con questo taglio apologetico. Sì, proprio quello scoop di Stern che in effetti intervistò Giuliano, alla vigilia della strage di Portella, mentre cadevano sotto il piombo dei banditi poveri carabinieri, poliziotti e militari italiani mandati ad «assediare» un rifugio. Covo che il militare-giornalista invece raggiunse indisturbato, recandosi a Montelepre con la jeep e la divisa di maggiore dell’Esercito americano. Ne venne fuori un ritrattino romanzesco che fece il giro del mondo dalle pagine di «True» e «Life» con cui l’ardimentoso, fantastico ospite di Berlusconi collaborava. Scrisse che su quelle montagne siciliane stava appollaiato e in armi una specie di Robin Hood affezionato alla povera gente, un perseguitato. Più tardi lo stesso Stern avrebbe cinicamente minimizzato: «Turiddu era un bravo ragazzo, un ragazzo sincero. Con un lato discutibile, gli piaceva ammazzare». Si sa come andò a finire: quando Turiddu non servì più, fu consegnato dalla mafia ai carabinieri di Scelba, che inventarono un conflitto a fuoco, e ora conservano in un Museo il calco della sua maschera mortuaria. Ma quando Stern incontrò Giuliano – non solo prima, ma anche dopo la strage di Portella – veniva ancora coltivato un progettino che in epoca di devolution forse torna a esercitare fascino sugli ambienti berlusconiani: nel caso che nel 1948 in Italia alle elezioni avesse vinto, come sembrava, la sinistra, si sarebbe dovuta attuare la secessione di uno staterello siciliano, da confederare come 49esima stella del bandierone americano. E il «colonnello» Giuliano a usare il «maggiore» Stern come messaggero. Lo si sospettò da subito, tant’è vero che si pensò di espellere quel bizzarro intervistatore in divisa come «persona non gradita». Ma dopo il ’47, dopo la strage, Stern fu invece accreditato presso la Stampa estera, e a Roma fu di casa poi per 50 anni. Ogni tanto, tuttavia, affioravano vecchie carte. Per esempio, nel 1960 un certo Nitto Minasola – uno dei mafiosi che fecero il doppio e triplo gioco, e consegnarono i banditi vivi o morti meglio morti, allo Stato – venne ucciso. Portava ancora in tasca – vana assicurazione sulla vita – la minuta di uno dei bigliettini inviati dal melagomane Turiddu di Montelepre al presidente Truman attraverso il maggiore Mike Stern. Giuliano non sapeva scrivere in italiano. Ma sapeva farsi capire: chiedeva in quel biglietto agli americani per la crociata anticomunista «armi pesanti». E ammoniva l’amico presidente: «…non credeti tali di poter lottare anch’io quei vili rossi, vi prego di venire qualcuno a prendere degli accordi e prendere qualche appunto qua in Sicilia che io stesso le illustrerò. Se qualcuno di voi vienite non venire in divisa ma vestiti in borghesi anche per magior sicurezza vi fareti accompagnare dallo stesso Stern in modo che anche la mia famiglia ne stia più tranquilla». Era un «intrepido», come Berlusconi, anche quel bravo, e sincero ragazzo siciliano. Ps: Da segnalare a Cornacchione. Tra gli intrepidi, il direttore del Foglio non manca di citarsi. Proprio Stern – scrive – ha il merito di aver accreditato Berlusconi dopo l’11 settembre presso un ancora scettico staff. L’americano fece avere, infatti, agli uomini di Bush la videocassetta dell’Usa-day organizzato dal Foglio, montato con le immagini di una «contromanifestazione di sinistra». È dunque per merito della coppia Mike-Giuliano (stavolta inteso come Ferrara, che ammise in passato liason con l’intelligence Usa) che Silvio oggi può segnare in trasferta, visto che le partite in casa vanno così male.

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Il business degli uomini del presidente

di Manlio Dinucci

Il Manifesto, 4 ottobre 2001

Chi ha detto che l’amministrazione Bush non è democratica? Ci sono rappresentati tutti. Tutti i principali gruppi economici. Qualche favoritismo, a dir la verità, c’è: particolarmente agevolate le industrie belliche e petrolifere. D’altronde è sulla guerra e l’oro nero che la famiglia Bush ha costruito le sue fortune, trafficando anche con la famiglia bin Laden (v. il manifesto del 25-26 settembre e 3 ottobre).

La connection delle armi

La General Dynamics, uno dei maggiori contrattisti del Pentagono (costruisce, tra l’altro, sottomarini nucleari) è ben piazzata. Ha fatto fare a Colin Powell, prima che divenisse segretario di stato dell’amministrazione Bush, un ottimo affare. L’ex capo delle forze armate Usa all’epoca della guerra del Golfo, una volta a riposo era entrato nel consiglio di amministrazione della Gulfstream Aerospace, di cui era divenuto anche azionista. Quando la General Dynamics ha acquistato nel 1999 la Gulfstream Aerospace, il pacchetto azionario di Powell, già cresciuto con la vendita di aerei per executive e generali al Kuwait e all’Arabia Saudita, è fortemente aumentato di valore.

Altro affare Powell lo ha realizzato nel campo multimediale. Entrato nel consiglio di amministrazione di America Online, grazie soprattutto all’influenza politica acquistata come capo delle forze armate, ha visto il valore delle sue azioni crescere di 4 milioni di dollari quando la società si è fusa nel 2000 con il colosso dei media Time Warner. Sarà un caso, ma il figlio di Colin Powell, Michael, era stato l’unico membro della Commissione federale per le telecomunicazioni a sostenere che la fusione doveva essere approvata senza essere sottoposta a esame. Per i suoi meriti, Michael è stato nominato da Bush presidente della suddetta Commissione. Powell senior ha anche qualche altra entrata – nel 2000 ha guadagnato 7,7 milioni di dollari (16 miliardi di lire) per 108 conferenze, pagate ciascuna oltre 71mila dollari (150 milioni lire). A remunerare l’arte oratoria di Powell alcune tra le maggiori multinazionali Usa.

Direttore della Gulfstream Aerospace era l’attuale segretario (ministro) della difesa Donald Rumsfeld, il cui pacchetto azionario di 11 milioni di dollari è lievitato quando la società è stata acquistata dalla General Dynamics. Rumsfeld, già segretario della difesa nell’amministrazione Ford, è stato messo a capo della commissione congressuale incaricata di valutare la minaccia dei missili balistici: ha raccomandato la realizzazione dello «scudo spaziale», alimentando un nuovo colossale business dell’industria bellica. La General Dynamics può contare anche sul vicesegretario di stato Richard Armitage, già membro del consiglio di amministrazione della General Dynamics Electronic Systems, e sul segretario della marina militare, Gordon England, già executive della stessa General Dynamics.

Messa bene è anche la Lockheed Martin, tra i principali contrattisti del Pentagono sia per lo «scudo spaziale» (che ha ricevuto sinora fondi per 140 miliardi di dollari), sia per il caccia F-22 (26 miliardi), che per il caccia Joint Strike (4,3 miliardi, ma siamo sono all’inizio), Il Ceo (Chief executive officer) della Lockheed, Anthony Principi, è divenuto segretario del dipartimento per gli affari dei veterani. Uno dei vicepresidenti della Lockheed, Norman Minetta, è segretario dei trasporti, mentre un altro vicepresidente, Michael Jackson, è vicesegretario dello stesso dipartimento. Si aggiungono a questi Otto Reich, già lobbista della Lockheed e ora assistente segretario per gli affari dell’emisfero occidentale al dipartimento di stato, e David Aufhauser, già avvocato della Lockheed e ora consigliere generale del dipartimento del tesoro.

Altre industrie belliche sono ben rappresentate. Segretario dell’aeronautica è James Roche, già executive della Northrup Grumman, società contrattista dei caccia F-22, Joint Striker e F/A-18E/F (finanziato finora con 19 miliardi di dollari). Al posto di sottosegretario della difesa per l’acquisizione, la tecnologia e la logistica, c’è Pete Aldridge, già Ceo della Aerospace Corporation, anch’essa contrattista dello «scudo». Maureen Patricia Cragin, già lobbista della Raytheon (altra contrattista dello «scudo«), è divenuta assistente segretaria del dipartimento per gli affari dei veterani, mentre Leo Mackay, già presidente di una divisione della Bell Helicopters, è divenuto vicesegretario.

La connection del petrolio

Altrettanto ben rappresentate nell’amministrazione Bush sono le compagnie petrolifere. Dick Cheney – già Ceo della Halliburton, la maggiori fornitrice mondiale di servizi per le industrie petrolifere – ricopre la carica di vicepresidente. Capo dello staff del vicepresidente è Lewis Libby, che ha interessi nella Texaco e ExxonMobil. Condoleezza Rice, già membro del Cda ella Chevron (hanno dato il suo nome a una petroliera), occupa l’influente posto di consigliere per la sicurezza nazionale. Donald Evans, che è stato presidente della società petrolifera Tom Brown Inc., è segretario al commercio. Kathleen Cooper, già economista capo alla Exxon, è sottosegretaria per gli affari economici al dipartimento di stato. Gale Norton, già avvocata della Delta Petroleum e rappresentante di una coalizione repubblicana finanziata da BpAmoco e Ford, è segretaria del dipartimento degli interni. Vicesegretario è Steven Griles, già lobbista di varie compagnie petrolifere.

La protezione dell’ambiente è assicurata da Christine Whitman – amministratrice dell’Agenzia per la protezione ambientale – che ha fatto notevoli’ investimenti nei pozzi petroliferi della Texas Oil e in altre industrie petrolifere, e da Spencer Abraham, segretario del dipartimento dell’energia, beneficario di grosse donazioni delle compagnie petrolifere alla sua (fallita) campagna elettorale per il senato. La giustizia è amministrata dal procuratore generale John Ashcroft, che ha ricevuto ingenti donazioni da compagnie petrolifere e automobilistiche.

Altri importanti consiglieri del presidente sono Karl Rove, principale stratega politico, che ha fatto grossi investimenti nella BpAmoco e nella Royal-Dutch-Shell; Nicholas Calio, direttore della Casa bianca per gli affari legislativi, già lobbista di compagnie petrolifere e automobilistiche; Gay Johnson, direttore del personale presidenziale, che possiede un grosso pacchetto azionario nella El Paso Energy.

Questi e altri – tra cui la segretaria all’agricoltura Ann Veneman, già membro della Calgene (società biotecnologica acquistata dalla Monsanto) e di un gruppo politico finanziato dalla stessa Monsanto – sono gli uomini e le donne del presidente. Sono loro, e soprattutto chi è dietro di loro, a consigliare e orientare Bush nella «guerra contro il terrorismo», nella «crociata» che parte tra le lacrime di chi piange le vittime degli attentati e la tacita soddisfazione di chi pregusta altri colossali profitti ricavati dalle armi e dal petrolio.

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LE RAGIONI DELLA GUERRA

http://www.salaambaghdad.org/news.asp?id_news=88

Dossier sintetico CONTESTO “Nuove ricerche suggeriscono che la produzione globale di petrolio raggiungerà il picco fra il 2010 e il 2020 (secondo alcuni addirittura prima del 2010). In altre parole, in quell’arco di tempo metà delle riserve stimate disponibili del pianeta sarà consumata. Una volta raggiunto il picco, i prezzi del petrolio cominceranno a crescere inarrestabilmente, mentre nazioni, aziende e consumatori faranno a gara per procurarsi la rimanente metà delle riserve.[.]. Gli Stati Uniti, per molto tempo leader della produzione di petrolio, hanno sperimentato in questo settore un costante declino a partire dal 1970, anno in cui l’estrazione petrolifera americana ha raggiunto il picco. Da quel momento è iniziata la loro sempre maggiore dipendenza dalle importazioni. Oggi, gli Stati Uniti rimangono il principale consumatore di greggio: la popolazione americana, che costituisce soltanto il 5% di quella mondiale, consuma il 26% del petrolio prodotto ogni anno nel mondo.” JEREMY RIFKIN, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington PRESUPPOSTI “In un momento in cui la produzione petrolifera interna degli Stati Uniti conosce un calo a lungo termine mentre la domanda cresce di giorno in giorno, gli Stati Uniti dipendono sempre più dai maggiori produttori stranieri come l’Iraq e l’Arabia Saudita. Tuttavia non è l’attuale flusso di petrolio iracheno che preoccupa Washington, bensì le prospettive a lungo termine. Secondo recenti calcoli del dipartimento dell’energia, nel 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di importare 17 milioni di barili di petrolio al giorno, sei milioni in più rispetto ad oggi. La maggior parte dovrà venire dal Golfo Persico, perché solo quest’area possiede sufficienti riserve per aumentare sostanzialmente la produzione. L’Iraq è l’unico stato oltre all’ Arabia Saudita che nei prossimi dieci o venti anno possa aumentare la produzione di milioni di barili al giorno.” MICHAEL T. KLARE, Salon, USA RAPPORTI UFFICIALI “Un rapporto dell’inizio del 2001, predisposto congiuntamente dal potente Council on Foreign Relations e dal James A.Baker Institute for Public Policy, metteva in luce il fatto che gli USA stanno per finire il petrolio, prospettando anche l’eventuale ” necessità dell’intervento militare” per garantire approvvigionamenti petroliferi. Intitolato “Strategic Energy Policy Challanges for the 21st Century”, il rapporto congiunto paventa la fine del greggio abbondante e a basso prezzo. Il Council on Foreign Relations è uno dei gruppi più potenti tra quelli che influenzano la politica americana. Affermando che “non c’è alternativa. E non c’è tempo da perdere”, il loro documento prospetta in futuro l’esplosione dei prezzi dell ‘energia, la recessione economica e scontri sociali negli USA, a meno che non si trovino risposte. L’accesso al petrolio viene citato ripetutamente come un “imperativo per la sicurezza”. Uno dei “passi immediati” che il Rapporto chiede è di verificare se si possa modificare la politica USA in modo da velocizzare la disponibilità di “petrolio nella regione del bacino del Caspio”. Questo confermerebbe vecchie accuse secondo le quali le questioni energetiche farebbero ombra all’agenda americana sull’ Afghanistan.” RITT GOLDSTEIN “Gli strateghi americani vogliono inoltre garantirsi l’accesso alle ingenti riserve petrolifere irachene, e impedire che finiscano sotto il controllo esclusivo delle compagnie petrolifere russe, cinesi o europee. La priorità dell’amministrazione, cioè l’acquisizione di nuove riserve di petrolio in territorio straniero, è stata esplicitata per la prima volta in un rapporto del National Energy Policy Developmant Group, pubblicato il 17 maggio 2001 (prima dell’ 11 settembre n.d.r.) Questo documento, redatto dal vicepresidente Richard Cheney mette a punto una strategia destinata a far fronte al previsto aumento dei consumi petroliferi americani nel prossimo venticinquennio. Secondo il rapporto CHENEY, il greggio importato, che nel 2001 rappresentava il 52% del fabbisogno complessivo, dovrebbe arrivare nel 2020 al 66%. Ma dato che è previsto anche un aumento del consumo totale, nel 2020 gli Stati Uniti dovranno importare il 60% di petrolio in più.[.]. PRIMO OBBIETTIVO: aumentare le importazioni dai paesi del Golfo Persico, dove si trovano circa i due terzi delle riserve energetiche mondiali.[.]. Il progetto USA di garantirsi l’accesso alle riserve petrolifere di region i cronicamente instabili può essere realistico soltanto a condizione di possedere la capacità di “proiettare” in queste aree la propria potenza miliare.” Michael Klare, Università di Hampshire, Massachusetts INTERESSI PRIVATI “Con l’amministrazione Bush i giganti del petrolio americani hanno conquistato un accesso diretto alla pianificazione di operazioni militari e di intelligence, che possono influenzare a proprio vantaggio. E’ un successo della potente lobby petrolifera texana, che è riuscita a far nominare alcuni alti (ex) dirigenti di compagnie petrolifere in posizioni chiave alla Difesa e agli Esteri. La famiglia del presidente GEORGE W. BUSH ha gestito compagnie petrolifere fin dal 1950 (vi ricordate il mitico tormentone DALLAS, che tanto inchiodò gli italiani ai televisori ? Erano loro…. n.d.r.). Il vicepresidente DICK CHENEY ha trascorso la seconda metà degli anni Novanta come chief executive offier della Halliburton, la maggiore fornitrice di servizi per le industrie petrolifere. CONDOLEEZZA RICE, consigliere per la Sicurezza nazionale, ha fatto parte del consiglio di amministrazione della Chevron, che ha battezzato con il suo nome una petroliera. Il segretario del commercio Donald Evans è stato per più di dieci anni chief executive offier della Tom Brown Inc., una compagnia che possiede giacimenti di gas naturale in Texas, Colorado e Wyoming. Ma i legami non si esauriscono a livelo personale. La famiglia Bin Laden e altri membri della ricchissima élite saudita (che deve il proprio patrimonio al petrolio) hanno partecipato a numerose imprese d’affari della famiglia Bush, proprio mentre l’industria energetica americana contribuiva all’elezione di Bush. Dei 10 principali finanziatori di sempre di Gerge W. 6 provengono dal settore petrolifero o hanno legami con esso.” Michel Chossudovski, Università di Ottawa CONTRO LE GUERRE PER IL PETROLIO LASCIAMO A CASA LE AUTOMOBILI Sintesi a cura del Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia Fonte: Rete di Lilliput – GLT Nonviolenza http://www.retelilliput.org (notizia inserita da Rambaldo degli Azzoni).

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Petrolio e gas nel Mar Caspio

 Implicazioni economiche e politiche

Washington, DC.   5 maggio 1999

Prefazione

Il 5 di maggio del 1999 International Research & Exchanges Board (IREX) ha riunito un forum di politica al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per discutere le implicazioni economiche e politiche che il petrolio ed il gas nella regione del Mar Caspio hanno per la regione, i relativi vicini e la politica degli Stati Uniti.

Il pubblico era  composto da una vasta gamma di persone appartenenti alla comunità politica di Washington. Compresi funzionari del Dipartimento di Stato ed altri enti governativi, diplomatici delle ambasciate straniere e membri del personale dal congresso degli Stati Uniti,  organizzazioni non governative, fondazioni private  e centri di ricerca.

Fondato grazie ad una concessione dal programma Title VIII del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il forum ha esaminato le divergenti strategie che i paesi nella regione hanno adottato nello sviluppo delle loro riserve di gas e di petrolio. Ha analizzato l’effetto che tali strategie e la partecipazione internazionale hanno sui rapporti politici ed economici nella zona.  La discussione si è incentrata su come modificare la politica internazionale per aiutare i paesi della regione del Mar Caspio a migliorare la loro infrastruttura fisica, portare le loro risorse sul mercato e mantenere la stabilità politica.

Le opinioni qui ricapitolate non necessariamente riflettono quelle di IREX o del Dipartimento di Stato.

Punti culminanti di discussione e raccomandazioni

Lo sviluppo delle riserve di energia principali non utilizzate della regione del Mar Caspio è diventato una delle aree di investimento più attraenti per le aziende internazionali di gas e petrolio.  La produzione potenziale di energia della zona è stata paragonata a quello dei principali giacimenti di petrolio del mondo, compreso quelli del Medio Oriente ed della Russia.  Alcuni affermano, tuttavia, che le risorse energetiche della regione del Mar Caspio sono modeste, almeno al confronto con quelle della regione del golfo persico. Parecchie ditte importanti sono stato implicate nei progetti di produzione del gas e del petrolio nell’Azerbaijan, Kazakhstan, Turkmenistan ed Uzbekistan.  Questi paesi sperano che il reddito dalla vendita delle risorse energetiche costituisca un fondo per il loro sviluppo economico.  Ma ostacoli politici e tecnici ostacolano lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi della regione.

Gli stati e le società della regione sono cambiati drammaticamente dalla disgregazione del sistema sovietico.  Questi

Stati affrontano numerose difficoltà economiche e sociali. Per la prima volta da decenni le aziende e le ditte occidentali stanno trovando opportunità in campo energetico e nel commercio. Le percezioni russe del comportamento occidentale e il comportamento russo stesso hanno suggerito che “il grande gioco” si sta ancora giocando.

Le condizioni della regione e le dinamiche del ruolo del petrolio e del gas nel Mare Caspio conducono a parecchie conclusioni e raccomandazioni per la politica degli Stati Uniti. I partecipanti alla tribuna non hanno trovato un consenso completo su questi punti, ma queste raccomandazioni riflettono un vasto accordo.

Il petrolio della regione del Mar Caspio non è un interesse strategico importante degli Stati Uniti.  La regione ha circa 30 miliardi di barili di riserva, ma questa cifra è modesta confrontata al Medio Oriente.  La regione è significativa per gli interessi strategici degli Stati Uniti per altri aspetti.  Il conflitto etnico rappresenta una sfida importante alla stabilità politica della regione ed è chiaramente negli interessi della politica degli Stati Uniti lavorare per evitare  ulteriori dispute etniche.  La strategia del governo degli Stati Uniti nella regione è vitale, ampiamente compresa e generalmente apprezzata, sebbene non tutti i paesi della regione la sostengano.  Questa strategia si concentra sulla rete di condutture e di collegamenti che facilita l’istituzione dei corridoi est-ovest di transito per energia.  Questi corridoi contribuirebbero a ridurre il conflitto etnico potenziale, che può condurre al conflitto politico aperto e quindi diminuiscono la probabilità che le condutture vengano interrotte da attività terroristiche che provengono dalle rimostranze dei gruppi etnici.

Gli Stati Uniti dovrebbero dare risalto a rinforzare il processo di democraticizzazione, la costruzione della società civile, fornendo  sussidi umanitari e migliorando le condizioni di vita all’interno della regione.  Dovrebbero fare pressione sui governi che difettano della volontà politica per la democrazia e le riforme.  Questa enfasi contribuirà a promuovere la stabilità a lungo termine e a facilitare l’integrazione e la cooperazione fra gli stati della regione.

L’aiuto economico dovrebbe dare risalto alla creazione di nuove infrastrutture. Queste infrastrutture devono essere decentralizzate con collegamenti multipli che vanno in parecchie direzioni.

Meno assistenza tecnica dovrebbe andare ai governi della regione e una maggiore importanza dovrebbe essere data ai diritti dell’uomo e all’aiuto umanitario.  Ciò aumenterà la percezione che gli Stati Uniti agiscono soprattutto negli interessi della gente della regione e non solo negli interessi dei governi.

Il Kazakhstan e la politica del governo sul trasporto

Cinque paesi circondano il Mar Caspio. La Russia sta a nord e l’Iran a sud. Kazakhstan e Turkmenistan sono sul litorale orientale e Azerbaijan su quello occidentale. Armenia, Georgia, Uzbekistan, Tajikistan e Kyrgyzstan sono direttamente influenzati dagli eventi in questi stati della regione del Mar Caspio.

L’Uzbekistan gioca un ruolo nella regione sebbene non sia direttaemente sul Mar Caspio. Tajikistan e Kyrgyzstan contano sull’energia proveniente dall’Uzbekistan. Se e come Uzbekistan fornisca questa energia dipende fortemente dalle politiche di Kazakhstan e di Turkmenistan.

L’infrastruttura fisica in Asia centrale è sviluppata troppo male per sostenere la cooperazione fra gli stati intorno al Mare Caspio. È un’eredità del periodo sovietico che collegava tutto a Mosca.  Questa infrastruttura è servita agli scopi per cui è stata creata, ma non è adatta per la coordinazione della politica tra gli stati nelle circostanze attuali.  Di conseguenza, per ridurre il potenziale per il conflitto etnico e per escludere la possibilità che i collegamenti delle condutture possono interrompersi per colpa dell’attività terroristica deve essere data grande importanza alla creazione di nuova infrastruttura.

Il governo degli Stati Uniti sostiene la creazione d’una rete di condutture multiple che faciliterebbe l’istituzione di un corridoio est-ovest di transito di energia.  Gregory Gleason ha sostenuto che questa è una politica saggia perché è capita ed apprezzata nella regione.  Tuttavia, non tutti i paesi la sostengono completamente.

Gleason afferma che, al contrario alle percezioni popolari, la regione non ha importanza strategica o economica grande per gli Stati Uniti.  Ha circa 30 miliardi di barili di riserva, ma le cinque principali riserve del Medio Oriente – Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti – hanno più di 600 miliardi di barili di riserve di petrolio.

Kazakhstan, Turkmenistan e l’ Azerbaijan producono insieme circa 800.000 barili di petrolio al giorno; dei quali più di 500.000 sono prodotti dal Kazakhstan da solo.  Nel migliore dei casi si prevede che la regione del Mar Caspio possa esportare tre o quattro milioni di barili al giorno entro l’anno 2010.  L’Arabia Saudita da sola produce 7,4 milioni di barili di petrolio al giorno.

Come questi numeri suggeriscono, gli stati non possono guidare il mercato da soli e non avranno un’influenza decisiva sul prezzo del petrolio. Inoltre, la regione è carica di divisioni e aperta a disaccordi politici. Ciò a differenza di altre regioni petrolifere, specialmente gli stati del Golfo, il Mare del Nord e perfino la Nigeria. Una complicazione supplementare è il problema complesso del trasporto del petrolio dai paesi bloccati dell’Asia centrale e della regione del Mar Caspio.

Detto ciò, non sorprende che le ditte petrolifere occidentali non sono ottimiste come si pensava. Mentre le ditte hanno una presenza visibile ed entusiastica, sono motivate più dal convincimento che devono sedere al tavolo delle trattative che dall’aspettativa del profitto.

I conflitti etnici rendono importante osservare la regione nel contesto di più grandi associazioni strategiche.  La situazione dei Curdi in Turchia, del Azeri nell’Iran e del turchi nell’Iran del Nord, con l’agitazione civile in Tajikistan, forma un mosaico di conflitti territoriali etnici che non sono facili da acquietare applicando il principio di autodeterminazione.

Con questa analisi in mente, il mondo occidentale dovrebbe concentrarsi su tre zone cruciali negli sforzi per risolvere i problemi della regione.

In primo luogo, la comunità produttrice dovrebbe coordinare il relativo lavoro per creare un fondamento per gli investimenti.  Ciò significherebbe fornire i prestiti per l’infrastruttura fisica. Ciò non sarebbe rappresentrata solo dalle  condutture, ma anche da strade e telecomunicazioni. Questa infrastruttura fisica collegherebbe i paesi della regione e ridurrebbe la probabilità di conflitti in seguito alla rottura delle vie di trasporto e delle condutture.

In secondo luogo, gli sforzi del mondo esterno di migliorare le condizioni all’interno di questi paesi ridurrebbe il potenziale per i conflitti. Uno delle dinamiche più importanti delle nuove identità nazionali è una tendenza a ricorrere alle politiche che creano miglioramenti a scapito dei paesi limitrofi. Questa tendenza è troppo evidente in tutta l’Asia centrale.

In terzo luogo, maggiore assistenza tecnica dovrebbe essere data direttamente alla gente della regione e meno dovrebbe andare ai governi.  In più, dovrebbe essere offerto aiuto umanitario ed una maggior importanza deve essere data ai diritti dell’uomo.  Questi aggiustamenti nell’assistenza ridurranno la percezione che gli Stati Uniti sostengono gli interessi dei governi più di quelli della gente. Con l’Azerbaijan in mente, Jayhun Mollazade ha sostenuto che la costruzione dello stato dovrebbe essere un obiettivo per la politica degli Stati Uniti nella regione. Ma gli Stati Uniti non dovrebbero costruire regimi corrotti e autoritari ed gli sforzi dovrebbero essere indirizzati allo sviluppo delle società civili.

Cambiare la Dinamica del petrolio e del gas nel Mare Caspio.

Secondo Julia Nanay i collegamenti multipli sono critici per la regione.  La nozione di condutture multiple e di una diversa infrastruttura è stata sostenuta dall’industria petrolifera. L’obiettivo del governo degli Stati Uniti è stato l’itinerario est-ovest piuttosto che rendere gli itinerari vari.  Esiste, infatti, una sola conduttura per petrolio e gas che corre da est a ovest.  Gli interessi commerciali sono stati meno entusiasti del governo degli Stati Uniti perché sono interessati soprattutto a fare in modo che le risorse possano essere spostate al minor costo possibile.

L’industria petrolifera ha spostato il suo punto di vista sull’investimento nella regione dopo il crollo dell’Unione Sovietica.  Subito dopo il crollo, l’industria è andata velocemente in Russia ed ha avuto grandi speranze per la Siberia occidentale.

Ciò non era perché la Russia era un bel posto dove operare. Piuttosto, aveva le grandi riserve di cui hanno bisogno le aziende per svilupparsi. Inoltre, come nota Mollazade, c’era in origine grande pessimismo sulla regione del Mar Caspio.

Ciò nonostante, divenne evidente che i profitti disponibili dalla Russia erano meno di quelli previsti e l’industria presto ha cominciato a spostarsi ulteriore a sud.  In primo luogo è entrato in Kazakhstan, il più grande produttore e il paese più importante nella regione per gli interessi commerciali degli Stati Uniti.  Il primo contratto principale era l’impresa unita di Tengis-Chevroil con la Chevron, firmato in 1993.  È il più grande progetto con un socio straniero in Unione Sovietica.

Dal Kazakhstan, le aziende si sono avventurate in Azerbaijan.  Il secondo più grande progetto di sviluppo in Unione Sovietica è la Azeri International Oil Company (AIOC), che è sotto il controllo degli interessi britannici. Le aziende allora sono andate nel Turkmenistan, dove il gas è più abbondante del petrolio.

Il crollo del prezzo del petrolio nel 1998 ha segnalato all’industria che non ci si aspettava che i prezzi sarebbero saliti. È diventato evidente che, al contrario, l’industria potrebbe aspettarsi bassi prezzi, più vicino a 10 dollari al barile che a 20.

Di conseguenza, l’industria ha cominciato a spostarsi ulteriormente a sud, dalla regione del Mar Caspio.  Le notizie di una apertura potenziale in Arabia Saudita hanno creato euforia ed ora è diventato evidente che l’industria petrolifera sta guardando al Medio Oriente.

Il gran parlare della stampa per la regione del Mar Caspio ha portato a fare confronti con il Medio Oriente.  Ma è importante non ignorare l’importanza strategica più grande che il Golfo Persico ha per gli Stati Uniti. Il problema critico nella regione del Mar Caspio è che i Russi possono, se vogliono, interrompere tutte le vie di esportazione attualmente disponibili.  Ogni paese ha fatto progressi nel portare petrolio e gas al mercato bloccato dalla Russia.  Ora i paesi della regione del Mar Caspio vedono che l’unica opzione non gestita dalla Russia è passare attraverso l’Iran.

Ma gli Stati Uniti hanno insistito che l’Iran deve essere isolato. Gli Stati Uniti hanno inoltre insistito affinchè nessuna conduttura e nessuno scambio siano fatti tramite quell’itinerario. Ciò essenzialmente ha bloccato i paesi della regione ed ha evitato che gli interessi commerciali possano esercitare un’opzione che potrebbe sfalsare la stretta russa su tutti le altre vie d’esportazione.

Rimane da vedere se le aziende riescono a costruire una via di esportazione importante. Una conduttura che collega il campo di Tengis in Kazakhstan al porto russo del Mar Nero di Novorossisk è stata un progetto chiave per la Chevron per cinque anni.  La Chevron può aver preso in considerazione gli itinerari est-ovest, ma l’itinerario di Novorossisk è la principale promessa commerciale. Di conseguenza, la Chevron ha continuato a perseguire l’opzione controllata dalla Russia.

Gli sforzi per costruire una conduttura possono anche essere impediti dall’alleanza che cresce fra la Russia e l’Iran. La Russia sta provando a convincere gli Iraniani per permetterle di avere un posto nei progetti infrastrutturali . Ciò potrebbe dare alla Russia il potere di ostruire il flusso di olio al sud e può fare ritenere alla Russia che non deve facilitare un importante progetto di esportazione dal Kazakhstan.

Una dei problemi che l’industria petrolifera affronta oggi è la sovrapproduzione e molte aziende russe hanno preso in prestito i soldi contro le loro esportazioni future. Di conseguenza, devono produrre tanto petrolio quanto possono semplicemente per pagare i loro debiti.  Gazprom, per esempio, ha venduto una quantità significativa di gas che ancora non ha prodotto per potere raccogliere liquidi.  Anche questo può rendere  l’esportazione di petrolio e di gas dall’ Asia centrale contraria agli interessi russi.

Gli Stati Uniti stanno tentando di costruire una conduttura per trasportare il gas del Turkmenistan sotto il Mare Caspio. Attraverserebbe  l’Azerbaijan e la Georgia fino alla Turchia.  Ma il Turkmenistan confina con l’Afganistan e l’Iran e  deve avere a che fare con entrambi questi paesi.  Infatti, i collegamenti con l’Iran stanno crescendo. Dal febbraio del 1998, il Turkmenistan è stato l’unico paese con un itinerario di esportazione per gas che attraversa l’Iran. C’è anche un piccolo oleodotto che va dal Turkmenistan in Iran. E l’Iran del nordest, un grande consumatore sia di petrolio che di gas, è un obiettivo per gli sforzi di commercializzazione del Turkmenistan.

Il progetto della conduttura della regione del Caspio affronta anche i problemi relativi allo stato giuridico del Mar Caspio. Inoltre, il futuro politico dell’Azerbaijan, dopo il presidente Heydar Aliev, è incerto ed il percorso attraverso la Georgia ha i suoi dilemmi politici. Questi problemi e quelli descritti precedentemente rendono improbabile che qualcuno finanzi questa conduttura. Secondo Nanay, le pressioni dalla Russia e dagli Stati Uniti per avere condutture nella regione del Mar Caspio che servono i loro interessi hanno aumentato i conflitti e intensificato le tensioni. Senza quelle pressioni, il potenziale per la risoluzione del conflitto sarebbe maggiore e la probabilità che la regione diventi più pacifica aumenterebbe.

L’Azerbaijan, il petrolio, il gas e la politica delle condutture

Dopo sette anni di indipendenza, i paesi della regione del Mar Caspio e gli altri stati da poco indipendenti stanno formando nuovi blocchi e cominciando a cooperare tra loro, nonostante le limitazioni che affrontano a causa delle infrastrutture poco sviluppate e con centro a Mosca. L’ Azerbaijan ha formato un blocco con la Georgia, l’Ucraina e la Moldova ed ha stabilito stretti rapporti con la Turchia.  Poiché sia la Russia che l’Iran hanno dato il loro supporto alla ostile Armenia, la Turchia sembra, per contro, essere un alleato dell’Azerbaijan.

L’elite politica dell’Azerbaijan favorisce fortemente la condotta di Baku-Jayhan. Questa conduttura collega Bacu, attraverso la Georgia, con la città porto mediterranea di Jayhan in Turchia. Sia il governo dell’Azerbaijan che i gruppi principali di opposizione la sostengono senza badare alla sua validità commerciale. Secondo Mollazade la conduttura attualmente esistente attraverso la Russia ha attratto l’interesse, ma la guerra in Cecenia e il meddling russo rende necessaria un’alternativa.  Rimane da vedere se la conduttura attuale sarà vulnerabile o efficace. Il governo della Turchia ha indicato recentemente che gli appaltatori turchi potrebbero costruire una nuova conduttura per 2,4 miliardi di dollari. Se il costo aumenta, la Turchia pagherà la differenza.

Infatti, l’ Azerbaijan ha un interesse nella conduttura di Baku-Jayhan in parte perché la Turchia ha fornito l’assistenza tecnica all’esercito dell’Azerbaijan, mandando gli ufficiali turchi per costruirla. Nel 1992-1993, 500 ufficiali dell’Azerbaijani si sono laureati nelle accademie militari turche. Questi ufficiali ora stanno addestrando altri nelle scuole militari dell’Azerbaijan.  I legami fra i due paesi continueranno ad essere vicini perché l’Azerbaijan promuove legami forti con la NATO e l’integrazione nella Comunità Euro-Atlantica.

I legami fra l’Iran e l’Azerbaijan non sono stati buoni. L’elite politica dell’Azerbaijani non si fida dell’Iran e l’ Iran vede l’Azerbaijan come un innesco potenziale per il separatismo degli Azeris nell’Iran del Nord.  L’Iran solleva costantemente il problema dei legami dell’Azerbaijani con gli Stati Uniti e Israele, facendo pressione sull’Azerbaijan per chiudere l’ambasciata israeliana a Bacu. La risposta dell’Azerbaijan a ciò è stata che nè gli Stati Uniti nè Israele hanno occupato i territori iraniani, mentre l’Armenia, con cui l’Iran ha stretti rapporti, ha occupato il territorio dell’Azerbaijan.

Recentemente, funzionari iraniani hanno rilasciato dichiarazioni che negano la legittimità degli accordi che l’Azerbaijan ha firmato con Exxon e Mobil.  Secondo Mollazade, queste aziende hanno ignorato il consiglio politico che gli è stato dato. Stanno lavorando e facendo esperienza nella regione del Mar Caspio. Di conseguenza, il petrolio ora va verso la Russia. Ci sono state alcune rotture nelle condutture, ma né la Russia né la Cecenia ne hanno beneficiato.

Contrariamente a Gleason, Mollazade ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno un interesse strategico nella regione del Mar Caspio. Ciò non solo a causa del  petrolio; ci sono miliardi di dollari di investimenti per le aziende degli Stati Uniti in gioco. Il petrolio della regione non può essere abbastanza abbondante da interessare la politica mondiale del petrolio, ma i guadagni dal petrolio avvantaggiano questi paesi e li aiutano a soddisfare i loro bisogni di energia.

I pericoli per la regione del Mar Caspio includono gli scontri e le guerre etniche, ma la polvere sta depositandosi. Gli  armeni hanno preso tutto ciò che hanno potuto nel loro conflitto con l’Azerbaijan, compreso Nagorno-Karabakh ed altri sette distretti.  La possibilità di ulteriore conflitto fra l’Armenia e l’Azerbaijan non può essere esclusa. Tuttavia, è improbabile che l’ Azerbaijan possa riprendere i territori che ha ceduto. È anche possibile che la Russia possa tentare di destabilizzare la Georgia e l’Azerbaijan.  Ma la Russia sta diventando sempre più debole e meno in grado di interferire negli affari interni dei paesi del Mar Caspio. In più la struttura militare, di sicurezza e statale dell’Azerbaijan è cambiata dal 1992-1993 in modo che ora può fermare una aggressione.

La cooperazione fra gli Stati Uniti, la NATO e questi paesi è cruciale. Dovrebbe essere sia bilaterale che multilaterale.

Le elite politiche degli stati dell’Asia Centrale non hanno la volontà politica per fare riforme e per costruire la democrazia.

Mollazade ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero fare pressione sui governanti per cambiare. I paesi come l’Azerbaijan e la Georgia a volte mostrano volontà politiche di riforma, ma, come i paesi dell’Asia centrale, queste sono società tradizionali in cui ogni riforma affronta ostacoli significativi. La Georgia sta facendo progressi sia perché è un membro del Consiglio d’Europa sia perché ha accolto favorevolmente il governo degli Stati Uniti e le organizzazioni internazionali.

Finché Aliev rimane al potere, non ci sarà democrazia nell’Azerbaijan. Il paese potrebbe essere destabilizzato se Aliev porta suo figlio al potere. Suo figlio è estremamente impopolare e implicato in numerosi scandali. Malgrado il pericolo, questo sembra essere l’intenzione di Aliev.  Inoltre, vi sono voci che possano essere fatti dei tentativi per portarlo al potere con brogli elettorali o altri mezzi illegali.

Quando Aliev abbandonerà la scena, l’ Azerbaijan sarà ad un bivio. Potrebbe seguire il percorso sempre più autoritario dell’ Asia centrale o il percorso riformista preso dalla Georgia e dagli stati baltici. L’emersione dei seguaci di Aliev o di suo figlio potrebbe essere ancor più pericoloso del regno di Aliev stesso. Aliev ha molta esperienza e sa riconosce i limiti dell’uso della forza per sopprimere l’ opposizione.  I suoi soci invece mancano di esperienza e potrebbero usare una forza eccessiva per mantenere il potere.

Moderatore

Daniel C. Matuszewski

Presidente, International Research & Exchanges Board

Partecipanti

Professor Gregory Gleason,

Università de New Mexico.

Julia Nanay

Direttore della Petroleum Finance Company

Jayhun Mollazade,

Presidente del U.S.-Azerbaijan Council

Il forum è stato organizzato da Bahar Jalali e da Stefanie Altman di IREX e da Robin Schulman del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. IREX ringrzia Susan Pelton per aver fornito assistenza a questo evento. Questo rapporto è stato scritto da Bahar Jalali ed è stato stampato da James Voorhees.

IREX è riconoscente del supporto dato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti con il programma Title VIII

Le opinioni espresse qui necessariamente non riflettono quelle di IREX o delle istituzioni che la sponsorizzano.

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Gli interessi occidentali nel Caucaso

Ariel Cohen, il più importante analista della Fondazione Heritage (USA) è stato citato (Rosiiskaya Gazeta, 28/11/99, “I conflitti nel Caucaso minacciano gli interessi Americani)”) per aver detto che il Caucaso è l’incrocio geo-strategico degli interessi di USA, Europa, Russia, Iran e Turchia. Esso giocherà molto presto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della “Grande via della seta” che aveva messo in comunicazione l’Asia Centrale, l’Europa e il MedioOriente. Le gigantesche condutture di gas e petrolio potranno trasportare enormi risorse energetiche dal Kazakhstan e dal bacino del Caspio verso i mercati mondiali, ha dichiarato Cohen. Gli interessi USA nel Caucaso si riassumono nel fornire garanzie d’indipendenza e d’integrità territoriale alla Georgia, Armenia and Azerbaijan; attraverso il controllo dell’Iran e di ogni segnale di fondamentalismo Islamico; assicurando l’accesso alle risorse energetiche; e precludendo ogni possibile revival di ambizioni imperialiste della Russia in quella regione.

Secondo Cohen, gli USA dovranno proteggere la sfera dei loro interessi strategici da possibili minacce rafforzando gli Istituti Civili e i Mercati Economici delle tre Repubbliche TransCaucasiche e sviluppando la coalizione di Georgia e Azerbaijan, appoggiata da Turchia e Isralele.

Queste misure sono progettate per garantire alle compagnie energetiche americane la possibilità di costruire condutture di gas e petrolio dirette verso l’occidente attraverso il Mar Nero e il Mediterraneo, invece di quelle proposte a nord (attraverso la Russia) o a sud (attraverso l’Iran). Per garantire i suoi interessi nel Caucaso, gli USA devono fare quanto segue:

–            Dare  maggior supporto politico al progetto relativo agli oleodotti da Baku (Azerbaijan) a Ceyhan (Turchia). Altrimenti le vie del nord o del sud potrebbero dare alla Russia o all’Iran una possibilità do controllo su una parte considerevolmente grande del mercato energetico. Gli USA devono usare la loro influenza sui governi del Kazakhstan e del Turkmenistan per garantire la costruzione degli oleodotti attraverso il Mar Caspio, sotto forma di un collegamento al progetto Baku-Ceyhan, e aumentare così le opportunità economiche dello stesso.

–            Promuovere lo sviluppo di una collaborazione sulla Sicurezza con la Georgia, che è l’alleato più importante degli USA in quella regione, ma non ancora abbastanza forte da proteggere i suoi stessi confini. Questa debolezza stimola i separatisti appoggiati da Mosca. Gli USA devono aiutare la Georgia rafforzando le sue forze armate.

–            Sospendere le sanzioni all’ Azerbaijan. Esse sono state introdotte durante il conflitto del Karabakh utilizzando l’articolo 907 del Freedom Support Act del 1992. Nel 1994 le parti in conflitto hanno firmato un accordo di “cessate il fuoco”, ma le sanzioni non sono state sospese, la qual cosa sminuisce il ruolo USA quale intermediario imparziale nella risoluzione del conflitto del Karabakh e blocca eventuali provvedimenti di assistenza al governo dell’ Azerbaijan. Alti funzionari dell’amministrazione Clinton hanno parlato a favore della sospensione delle sanzioni e la relativa commissione della camera dei Deputati ha votato per la sua attuazione per il 10 settembre 1998.

–            Far capire a Mosca che il suo continuo supporto ai separatisti del Caucaso meridionale significherebbe la fine degli aiuti Americani. Vista la drammatica situazione economica della Russia, il Cremlino sarà interessato ad ottenere maggiori finanziamenti e assistenza economica dagli USA e dalle organizzazioni finanziarie internazionali, quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Ma il guaio è che Mosca continua ad appoggiare i separatisti in Abkhazia e gli Armeni in Karabakh nel loro conflitto con Tbilisi e Baku. Washington dovrebbe dichiarare chiaramente che qualsiasi assistenza alla Russia, e aiuto nello spingere gli interessi Russi all’interno degli Istituti Finanziari Internazionali sarà sospeso fino a che la Russia non interromperà i suoi sforzi mirati a destabilizzare la situazione in Caucaso.

–            Dare avvio a colloqui con i capi dei vari gruppi etnici del Nord Caucaso. Il Nord Caucaso è una pentola in ebollizione di contraddizioni etniche, vicine al punto di fusione. Gli USA dovrebbero rafforzare le loro informazioni e le loro specifiche possibilità nella regione e avviare colloqui con i capi delle autonomie del Nord Caucaso. Ciò garantirà stabilità, comprensione reciproca e pace.

Zbigniew Bzhezinski, il passato consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Carter e ora consulente del Centro degli Studi Internazionali e Strategici, ha un capitolo chiamato “Balcani Euroasiatici”  nel suo sensazionale libro, La Scacchiera.

In Europa, la parola “Balcani” evoca associazioni con conflitti etnici e con lotte tra grandi poteri. Anche l’Eurasia ha i suoi Balcani, ma i Balcani eurasiatici sono molto più estesi, molto più popolati e con molte più regioni etnicamente diverse. Essi comprendono parte del SudEst Europeo, Asia Centrale e Meridionale, il Golfo e il Medio Oriente. I suoi soggetti politici sono instabili e attirano le interferenze dei paesi confinanti più forti, ognuno dei quali determinato a resistere al predominio degli altri. Bzhezinski indica in special modo le “ambizioni storiche”  di tre dei più vicini e potenti paesi confinanti – Russia, Iran e Turchia. Egli crede che anche la Cina stia mostrando un crescente interesse verso quella regione.

Secondo Bzhezinski i Balcani Eurasiatici comprendono nove paesi: Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaijan, Armenia, Georgia e Afghanistan, con due potenziali candidati che sarebbero Turchia e Iran. Gli ultimi due paesi sono molto più vitali degli altri da un punto di vista politico ed economico, e ambedue stanno attivamente combattendo per imporre un’influenza territoriale sui Balcani Eurasiatici e sono quindi i più importanti attori geo-strategici nella regione.

Secondo Bzhezinski, Azerbaijan è il fulcro di un vasto territorio. Può essere chiamato il”tappo” vitale della “bottiglia” che contiene le ricchezze del Bacino del Caspio e dell’Asia centrale. Egli assegna un importante ruolo all’ Azerbaijan nel nuovo allineamento politico. Uno stato turco Indipendente, con oleodotti che giungono in Turchia attraversandolo (una relazione etnica che fornisce assistenza politica), l’ Azerbaijan potrebbe ostacolare il monopolio di accesso alla regione della Russia e quindi privare Mosca del più importante strumento di influenza nella politica dei neonati stati liberi dell’Asia Centrale.

Bzhezinski predice che Ukraine, Pakistan, India, China e perfino la lontana America potrebbero unire, seppur al minimo grado, Russia, Turchia e Iran attualmente rivali per quanto concerne i Balcani Europei. Egli punta sulle speciali ambizioni di Mosca, la quale confida sulle recenti reminescenze imperiali e il desiderio del Cremlino di riguadagnare lo status di grande potenza. Da come Bzhezinski la vede, Mosca considera l’intero territorio della passata Unione Sovietica come la sfera dei suoi speciali interessi geo-strategici, dove qualunque influenza politica (e anche economica) esterna è inammissibile.

In quanto agli USA, essi non sono fortemente interessati solo allo sviluppo delle risorse del Caucaso, ma anche a precludere una dominazione geo-politica della Russia nella regione. Gli USA hanno dichiarato nell’Eurasia le loro mete strategiche più importanti e i loro interessi economici, tanto quanto quelli dell’Europa e del lontano Oriente, nell’ottenere l’accesso illimitato a quella regione.

Bzhezinski conclude che il principale motivo di rivalità è l’accesso alla regione. Gli oleodotti sono di vitale importanza per il futuro del Bacino del Caspio e per l’Asia Centrale. Se gli oleodotti più importanti nella regione corrono attraverso la Russia per arrivare fino a  Novorossiisk sulle coste del Mar Nero, le conseguenze politiche potrebbero essere  sentite senza che Mosca debba mostrare i muscoli per raggiungerle. La regione rimarrebbe politicamente dipendente, per cui Mosca manterrebbe una forte posizione e potrebbe decidere in modo indipendente la distribuzione delle ricchezze della stessa. Ma se un oleodotto corre lungo il letto del Mar Caspio verso l’ Azerbaijan e prosegue verso il Mediterraneo passando per la Turchia, e altri oleodotti corrono lungo l’Afghanistan verso il Mar Arabico, non ci sarebbe nessuna possibilità di tale dominio relativamente all’accesso alla regione.

Quindi si può concludere che l’obiettivo nella regione consiste nel creare una situazione in cui nessun singolo potere potrebbe controllare quel determinato spazio geo-politico, mentre la Comunità Internazionale otterrebbe un libero accesso economico e finanziario.La pluralità geo-politica potrà diventare una realtà duratura solo quando una rete di oleodotti metterà direttamente in comunicazione la regione con i Centri Economici Mondiali attraverso il Mediterraneo e i mari Arabi, tanto quanto via terra. Di conseguenza, gli sforzi della Russia per monopolizzare l’accesso alla regione devono essere contrastati in quanto potenziale pericolo alla stabilità della regione.

Zbigniew Bzhezinski crede che gli USA dovrebbero accordare assistenza geo-politica all’ Azerbaijan, Uzbekistan e (dall’altra parte della regione) all’Ucraina, essendo ognuno di essi un centro geo-politico. Il ruolo di Kiev è rinforzato dal fatto che l’Ucraina è uno stato talmente importante da determinare la futura evoluzione della Russia. Anche il Kazakhstan (visti il suo peso, la potenzialità economica e l’importante collocazione geografica) merita di ricevere una ragionevole assistenza internazionale e aiuti economici a lungo termine. A tempo debito, la rinascita economica del  Kazakhstan dovrebbe sanare la lacerazione etnica, la quale rende attualmente questo “scudo” Centro Asiatico così fragile rispetto alla pressione Russa.

Gli USA hanno interessi comuni nella regione con la solida Tuchia filo-occidentale, tanto quanto Iran e Cina. Un graduale miglioramento delle relazioni USA-Iran potrebbe allargare in modo considerevole l’accesso alla regione, o più precisamente, ridurre la minaccia diretta alla sopravvivenza dell’ Azerbaijan. Anche la crescente presenza economica della Cina nella regione  e il suo contributo all’indipendenza territoriale conviene agli interessi USA. Il supporto della Cina agli interventi Pakistani in Afghanistan è un fattore positivo, dato che le strette relazioni Pakistan-Afghanistan possono rendere l’accesso internazionale al  Turkmenistan più probabile, aiutando di conseguenza a rafforzare sia il Turkmenistan che l’ Uzbekistan (nel caso che il Kazakhstan continui a vacillare sotto la pressione Russa).

Zbigniew Bzhezinski, James Baker, Margaret Thatcher e altri importanti politici occidentali continuano a prendere direttamente parte alla formulazione e realizzazione delle misure strategiche Occidentali nei confronti della Russia e dei nuovi Stati  indipendenti dell’area post-Sovietica.

Aleksandr Mosyakin scrive nel suo articolo, “The Bzhezinski Arc: Chi versa olio sul fuoco Caucasico” (Business & Baltics, Riga, 22/09.99), che furono Bzhezinski, un direttore della compagnia Amoco (chiamata ora British Petroleum – Amoco) e il capo-consigliere della Chevron per gli affari post-Sovietici, a formulare la geo-politica USA per il petrolio nella regione Centrale Asiatica- Caspiana.

Rif: http://www.fas.org/man/dod-101/ops/war/2000/02/game/343.htm 

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Israele e Bush

IRAN NUOVO SATANA
Uri Avnery
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/26/26A20020308.html

Qualche settimana fa è accaduta una cosa curiosa: Israele ha scoperto che l’Iran è il Grande Satana. Tutto è successo piuttosto in fretta: nessun precedente sensazionale, nessuna nuova rivelazione. Come a comando di un qualche sergente istruttore, l’intera falange israeliana ha cambiato direzione. Tutti i politici, tutti i generali, tutti i media dispiegati, con il corollario dei soliti esperti prezzolati, hanno improvvisamente scoperto che adesso il pericolo terribile, reale e imminente, è l’Iran.
Per un’incredibile coincidenza, nello stesso momento è stata catturata una nave che si dice trasportasse armi iraniane dirette ad Arafat. E a Washington Shimon Peres, un uomo per tutte le stagioni e servo di tutti i padroni, raccontava a ogni diplomatico di passaggio di migliaia di missili iraniani che sarebbero stati dati agli Hezbollah. Sì, sì, gli Hezbollah (inquadrati dal presidente Bush nella lista delle ‘organizzazioni terroristiche’) stanno ricevendo delle armi terribili dall’Iran (inquadrato dal presidente Bush nell’ ‘Asse del male’) per minacciare il beniamino del Congresso, Israele. Non sembra una follia? Ma no, questa follia ha una sua logica.
La questione è molto semplice. Gli Stati Uniti sono ancora piuttosto arrabbiati dopo l’oltraggio delle Torri Gemelle; hanno riportato una vittoria sorprendente in Afghanistan, riuscendo a non sacrificare quasi nessun soldato americano, e adesso sono lì, furibondi ed ebbri per la vittoria, e non sanno a chi lanciare il prossimo attacco. All’Iraq? Alla Corea del Nord? Alla Somalia? Oppure al Sudan?
Bush non può tirarsi indietro proprio adesso, perché una tale concentrazione di potenza non può essere fermata così; e poi, Bin Laden non è ancora morto né prigioniero. La situazione economica sta peggiorando, un grosso scandalo (Enron) comincia a scuotere Washington; non si dovrebbe lasciare l’opinione pubblica americana a riflettere troppo.
Così arriva la leadership israeliana e comincia a gridare ai quattro venti: il nemico è l’Iran! È l’Iran che bisogna attaccare!
Chi ha preso la decisione? Quando? Come? E soprattutto, dove? Ovviamente non a Gerusalemme, ma a Washington DC. Un pezzo importante dell’amministrazione Usa ha dato un segnale a Israele: comincia una massiccia offensiva politica per fare pressione sul Congresso, sui media e sull’opinione pubblica americana. Chi sono queste persone? E che interessi hanno? Cerchiamo di spiegarlo meglio.
La risorsa più ambita della Terra è la gigantesca riserva di petrolio del Mar Caspio, che compete in grandezza con le ricchezze dell’Arabia Saudita: per il 2010 si prevede che renderà 3,2 milioni di barili di grezzo al giorno, che si sommerebbero ai 137 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. Gli Stati Uniti sono determinati (a) a prenderne possesso, (b) a eliminare ogni possibile concorrente, (c) a controllare politicamente e militarmente l’area, e (d) a creare un passaggio dal petrolio al mare.
A guidare questa campagna è un gruppo di industriali petroliferi, di cui fa parte anche la famiglia Bush e che, con l’aiuto delle industrie di armi, ha fatto eleggere sia George Bush senior sia Bush junior. Il presidente è una persona semplice, il suo universo mentale è piccolo e le sue dichiarazioni primitive, rasentano la caricatura di un western di serie B; questo è quello che ci vuole per le masse. Ma chi lo manipola è gente che la sa lunga, e sono loro che guidano l’amministrazione.
L’oltraggio delle Torri Gemelle gli ha reso il lavoro più facile. Osama Bin Laden non ha capito che i suoi atti sono serviti agli interessi americani. Se credessi in una Teoria della Cospirazione, direi che Bin Laden è un agente americano, non credendoci posso solo stupirmi per la coincidenza.
La ‘guerra al terrorismo’ di Bush è il pretesto ideale per una campagna pianificata da chi lo manipola. Con la scusa di questa guerra, l’America ha assunto il controllo totale delle tre piccole nazioni musulmane vicine alle riserve: Turkmenistan, Uzbeskistan e Kyrgyzstan; l’intera regione è adesso completamente sotto il controllo politico e militare americano; ogni possibile rivale – comprese Russia e Cina – è stato tagliato fuori.
Gli americani si sono chiesti per molto tempo quale fosse la strada migliore per far arrivare questo petrolio al mare. I passaggi che toccassero zone d’influenza russe sono stati esclusi, e oggi la micidiale competizione tra russi e inglesi del XIX secolo denominata la ‘assurda guerra’, prosegue tra Russia e America.
Fino a poco tempo fa, il cammino occidentale che portava al mar Nero e alla Turchia sembrava il più percorribile, ma agli americani non piaceva eccessivamente, la Russia era troppo vicina. La strada migliore è a sud, fino all’Oceano indiano, e a questo scopo gli Usa hanno portato avanti, senza farsi troppo notare, dei negoziati con il regime talebano. Che però non hanno dato i frutti sperati. Così è cominciata la ‘guerra al terrorismo’, gli Usa hanno conquistato tutto l’Afghanistan insediando dei loro agenti nel nuovo governo, e anche il dittatore pakistano è stato piegato al volere degli americani.
Guardando la mappa delle principali basi americane installate per la guerra, è stupefacente notare che seguono esattamente lo stesso percorso dell’oleodotto progettato fino all’Oceano indiano. La storia sarebbe conclusa, ma si sa che l’appetito vien mangiando. Gli americani hanno tratto due lezioni importanti dall’esperienza afghana: (a) che qualsiasi paese può essere assoggettato con bombe sofisticate, senza mettere a rischio la vita di nessun soldato, e (b) che con la forza militare e il denaro l’America può installare ovunque dei governi sotto il suo controllo.
Così Washington ha avuto un’idea: perché dover costruire un lungo oleodotto tutto intorno all’Iran (attraverso Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan), quando se ne può fare uno molto più corto che passi direttamente per l’Iran? Bisogna soltanto far cadere il regime degli ayatollah e collocare un nuovo governo filoamericano. In passato sembrava impossibile, ma adesso, dopo l’episodio afghano, appare estremamente praticabile, bisogna solo preparare l’opinione pubblica americana e ottenere il consenso del Congresso per un attacco all’Iran.
Per questo sono necessari i buoni servizi israeliani, che hanno un enorme impatto sul Congresso e sui media. Funziona così: i generali israeliani ogni giorno dichiarano che l’Iran sta producendo delle armi di distruzione di massa e che minaccia lo Stato israeliano di provocare un secondo Olocausto; Sharon annuncia che la cattura della nave da guerra iraniana dimostra il coinvolgimento di Arafat nella cospirazione iraniana; Peres dice a tutti che i missili iraniani minacciano il mondo; ogni giorno un quotidiano scrive che Bin Laden si trova in Iran o con gli Hezbollah in Libano.
Bush sa come ricompensare chi lavora bene per lui: Sharon ha avuto mano libera per opprimere i palestinesi, imprigionare Arafat, assassinare i militanti e allargare le colonie. È un semplice patto: tu mi dai l’appoggio del Congresso e dei media, io ti consegno i palestinesi su un piatto d’argento.
Tutto questo non sarebbe successo se l’America avesse ancora avuto bisogno di alleati in Europa e nel mondo arabo. Ma in Afghanistan gli americani hanno imparato che non hanno più bisogno di nessuno: possono sputare in faccia ai miserevoli regimi arabi, che sono sempre lì a elemosinare, e fregarsene dell’Europa; gli Usa non hanno certo bisogno degli insignificanti eserciti britannico e tedesco, quando da soli sono più potenti di tutti gli eserciti del mondo messi insieme.
L’idea di una collaborazione tra israeliani e americani contro l’Iran non è nuova per Sharon. Nel 1981, appena nominato ministro della difesa, propose al Pentagono un piano audace: se Khomeini fosse morto, l’esercito israeliano avrebbe occupato immediatamente l’Iran, anticipando l’Unione Sovietica, per poi consegnare il paese agli americani in un secondo momento. Il Pentagono avrebbe dovuto rifornire Israele delle armi più sofisticate da usare nell’operazione sotto il controllo americano. Allora il Pentagono non accettò la proposta, ma adesso la collaborazione si sta creando su uno scenario diverso. Quali conclusioni se ne possono trarre?
Innanzitutto, noi ci troveremmo in prima linea in questa guerra imminente. Al di là dello scambio di insulti tra i ‘due capi di Stato persiani’ (come si dice ironizzando tra i circoli del Comando israeliano, alludendo al fatto che Shaul Mofaz è nato in Iran), una reazione iraniana all’attacco americano ci colpirebbe in modo gravissimo: ci sono i missili, ci sono le armi chimiche e biologiche. Secondo, chi vuole la pace tra israeliani e palestinesi non può contare sull’America; adesso tutto dipende da noi, israeliani e palestinesi.
Il nostro sangue è più prezioso del petrolio del mar Caspio, almeno per noi.
(Traduzione di Francesca Buffo)

Questo articolo è apparso il 9 febbraio 2002 nel sito di Gush Shalom con il titolo The Great Game.

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La prima guerra dell’oppio del terzo millennio

http://www.mednat.org/centrale/guerra/guerra_oppio.htm
C’è un aspetto della guerra di aggressione condotta dagli Stati Uniti contro l’Afghanistan di cui si parla assai poco, e che è sottovalutato ma di importanza primaria. La questione è quella dell’oppio.

Al di là della complessità della situazione afgana e delle molteplici ragioni che hanno scatenato questa guerra, sembrerebbe che la motivazione principale sia ancora una volta la contesa fra multinazionali del petrolio (in questo caso la Delta Oil – Saudita, controllata dalla famiglia di Bin Ladin – e la Unolocal – statunitense – quest’ultima legatissima alla famiglia Bush, sua grande azionista) per il controllo dell’ “oro nero” della regione del Caspio e quindi degli oleodotti che dovranno attraversare il territorio afgano, il famoso “corridoio” non ancora aperto per il petrolio e il gas naturale da trasportare dall’Asia centrale ex sovietica al mar d’Arabia.

Ma vi è anche la questione del controllo del mercato dell’oppio, produzione, transito, commercio. L’Afghanistan produce da solo il 75% dell’oppio mondiale, e questa immensa ricchezza per quanto riguarda produzione e transito sul territorio afgano è nelle mani dei Talebani. La commercializzazione invece è monopolio dei “signori della droga”, poche famiglie molto potenti intrallazzatissime con le banche occidentali (ovviamente).

E non è vero che la produzione di oppio è stata proibita dai Talebani come sostiene la versione ufficiale presentata dai media. La questione è un po’ più complessa. Dopo l’eccezionale produzione del 1999 (4.500 tonnellate) e quella dell’anno successivo, il 2000 (3.600 tonnellate), gli americani (le banche occidentali) si accorsero di avere perso il controllo su questa incredibile miniera d’oro, e di dover trattare alle condizioni imposte dai Talebani, che poi naturalmente reinvestivano il denaro come gli pareva (soprattutto armamenti e consolidamento dell’economia di stato afgana). Su pressione del governo USA il mullah Omar fu indotto ad emettere una “fatwa” (editto religioso) che ne proibiva la coltivazione, dietro promessa degli americani di 43 milioni di dollari per la riconversione dei campi ad altre colture. Questa cifra, pur stanziata dal congresso statunitense non fu mai inviata, con la motivazione che non si sarebbe potuto controllare l’utilizzo che effettivamente sarebbe stato fatto di questi soldi, trattandosi di un paese “nemico”.

Vi sarebbe qui da osservare per un attimo con quale incredibile velocità paesi alleati degli stati uniti con governi (regimi) da essi stessi instaurati si trasformino improvvisamente in paesi nemici (come avvenne per l’Iraq di Saddam Hussein e ora sta avvenendo per l’Afghanistan dei Talebani). Semplice: basta che in qualsiasi modo questi ostacolino gli interessi delle multinazionali sul loro territorio, e che gli stati uniti non abbiano il completo controllo della loro politica sociale e soprattutto economica, oltre che una massiccia presenza militare sul territorio.

Tornando alla fatwa del mullah Omar, essa rimase più che altro una operazione di immagine a livello diplomatico internazionale, ma la produzione non solo non è cessata, anzi il regime talebano ha anche aumentato le tassazioni sulla produzione e il transito.

Infatti, pare che i Talebani nel corso del 2000 abbiano portato la tassazione a 30 dollari il quintale per le famiglie contadine che producono oppio, e a 250 dollari il quintale per il transito sul territorio afgano verso i grossi centri di raccolta raffinazione e commercializzazione controllati dai baroni della droga che risiedono nel nord del paese, a cavallo tra Pakistan, Afghanistan e Tagikistan, zone montuose e impenetrabili.

Detto fra noi: e che son scemi sti Talebani, al punto di buttare alle ortiche (o alle patate) una fonte di ricchezza inesauribile (non solo economica, ma anche politica e diplomatica), appetita sul mercato mondiale a qualsiasi condizione?

Vi è poi la questione, assolutamente non secondaria, della sopravvivenza e sussistenza delle famiglie afgane, che soprattutto nei contesti rurali vivono della produzione di oppio. La riconversione ad altre colture comporterebbe grossi investimenti e finanziamenti occidentali, ad esempio per la dotazione di macchinari agricoli necessari per altre coltivazioni. Inoltre nessuna coltura garantisce il reddito, seppur minimo, che l’oppio consente alle famiglie afgane. L’oppio è cash, denaro contante, e ogni famiglia o nucleo tribale ne conserva nascosto almeno un cinquantina di chili o un quintale per far fronte alle evenienze improvvise e impreviste (siccità, guerre, carestie.). Nessun’altra coltura darebbe in alcun modo questa garanzia, ed è certo che consentirebbe un livello di reddito assai più basso ai contadini afgani.

Dunque la produzione di oppio in Afghanistan non è assolutamente cessata ma è stimata, attualmente, all’incirca fra le otto e le dieci tonnellate al giorno, secondo stime che, naturalmente, sono assai difficili da verificare.

Ne consegue che banche e finanziarie occidentali, espertissime nelle triangolazioni del commercio droga/armi alle loro condizioni, si trovano a dover trattare con il maggior produttore di oppio del mondo e con un grandissimo acquirente di armamenti alle sue condizioni.

Ora, essendo una serie di questi colossi finanziari anche fra i maggiori finanziatori delle varie campagne elettorali presidenziali statunitensi (tra cui ovviamente quella di Bush, e con gran sforzo economico), questi pretendono un controllo più diretto su questa enorme fonte di profitto.

Infatti, guarda un pò, chissà come mai gli eroici yankees stanno bombardando a tutto spiano tutto quello che trovano ma NON i magazzini di raccolta dell’oppio, in cui sono stoccate centinaia di tonnellate, in attesa della cessione ai signori della droga per la raffinazione/commercializzazione sui mercati mondiali? Eppure sanno benissimo dove si trovano questi magazzini, senza neppure il bisogno dei controlli satellitari…

Bisogna ancora ricordare che il mercato mondiale dell’oppio (di cui ripeto, l’Afghanistan è di gran lunga il maggior produttore) genera annualmente un volume d’affari pari a quello del PIL di un medio paese occidentale (es. Portogallo, Finlandia…), ed è secondo solo al mercato delle armi, ma ha una peculiarità che nessuna merce possiede: il formidabile ricarico di profitto.

Il valore di un quintale di oppio prodotto come minimo si centuplica sul mercato del consumo, dato il regime di illegalità.

Il commercio dell’oppio è la quintessenza del paradigma di profitto capitalista: tutto guadagno a percentuali impressionanti.

Qui si andrebbe inevitabilmente ad innescare il discorso sul proibizionismo, ma per ragioni di spazio è meglio fermarsi qui.

Franco Cantù –  anok4u@libero.it

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18:05 | Pubblicato da admin |
sabato 25 maggio 2013

daniel-estulin Di Matteo Vitiello – buenobuonogood

Hotel Grove(Chandler’s Cross, Watford, Hertfordshire, WD3 4TG, vedi foto più sotto), la persona che più ha contribuito a far conoscere a tutto il mondo il “Club Bilderberg”, Daniel Estulin, sarà a Barcellona a presentare la sua conferenza ”Il Governo Mondiale e il Club Bilderberg“ (Hotel Barceló Sants, Plaça Països Catalans, Barcelona). [Clicca per leggere il programma – organizzatore: Lighthouse)

Per chi ancora non lo conoscesse, Estulin è la persona che ha dedicato e dedica la sua vita all’investigazione sulle trame sporche dei “capi del mondo”, è colui che ha cercato di fare luce sull’agenda segreta del Bilderberg Group, il “club elitista” che riunisce ogni anno (dal 1954, data della prima riunione, ndr) i vertici politici ed economici mondiali, al fine di discutere e decidere cosa fare del mondo e come farlo, senza ovviamente chiederne opinione a noi, la comunità civile, i diretti interessati, anzi, cercando di agire quanto più segretamente possibile.

Considerati la censura ed il silenzio stampa ordinato dai proprietari dei principali mezzi di comunicazione nazionali ed internazionali, coinvolti nella strategia di segretezza del Bilderberg, è solo grazie all’impegno di persone come Daniel Estulin, Jim Tucker (r.i.p., ndr), Alex Jones (e dei loro colaboratori e di molte altre persone che indagano ogni giorno, ndr), almeno per citare i principali giornalisti d’investigazione impegnati a smascherare il Bilderberg, che sempre più persone conoscono l’esistenza delle riunioni Bilderberg.

hotel groveÈ necessario che molta più gente s’informi e venga a conoscenza chi sono veramente le persone che governano e quali sono i loro veri ed ultimi obiettivi. Che questi obiettivi non siano la promozione del benessere collettivo, della pace e dell’evoluzione positiva ed armonica della società civile, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: viviamo in un mondo dove regnano la fame, la guerra e la schiavitù economica della classe media.

Vi vorrei ricordare un paio di cose sul Bilderberg.

Il gruppo Bilderberg fu ideato dal sacerdote gesuita massone Joseph Retinger, con la collaborazione del principe olandese Bernardo de Lippe-Biesterfeld, membro della giunta della Farben Bilder, il gruppo d’intelligence della Germania nazista e dei due principali “demoni” dell’economia mondiale: Jacob Rothschild e Laurence Rockefeller.

Volete un rapido riassunto di quella che è l’agenda del Gruppo Bilderberg e di quali sono le loro intenzioni? Eccolo [tratto da: “Bilderberg: ecco la sporca agenda dei capi del mondo”]:

bilderberg1. Creare un’identità internazionale. Distruggere l’identità nazionale e la sovranità degli Stati, per costruire un unico governo mondiale.

2. Disporre di un controllo centralizzato di tutta la popolazione. Lavando il cervello alla popolazione, attraverso mass media, Internet e farmaci, per rendendoci servi obbedienti.
3. Realizzare una società a crescita zero. Se c’è prosperità, c’è progresso e questo impedisce d’esercitare la repressione.
4. Indurre uno stato di disequilibrio perpetuo. Si creano crisi artificiali che sottomettono la popolazione ad una coazione continua.
5. Disporre di un un controllo centralizzato dell’educazione. Sterilizzando e censurando il più possibile la storia del mondo.
6. Avere un controllo centralizzato di tutte le politiche nazionali ed internazionali.
7. Ottenere la concessione di un maggior potere alle Nazioni Unite. Per poi operare una tassazione diretta su tutti i cittadini in quanto “cittadini mondiali”.
8. Determinare un blocco commerciale occidentale.
9. Espandere la NATO. Man mano che la ONU continuerà ad intervenire sempre più nei conflitti bellici in Medio Oriente, Africa e così via, la NATO si convertirà nell’esercito mondiale, sotto comando della ONU.
10. Creare un sistema giuridico unico. Il tribunale Internazionale di Giustizia diventerà l’unico sistema giuridico del mondo.
11. Vivere in uno stato di benessere socialista. Nel quale si compensano gli schiavi obbedienti e si sterminano gli anticonformisti.

I partecipanti italiani al Bilderberg: Bilderberg Italia. Nomi e cognomi di tutti i partecipanti italiani

Insomma in Club Bilderberg è, come ci raccontano alcuni portavoce dei partecipanti e i mass media corrotti, la riunione dove capi di Stato, banche e multinazionali decidono come salvare il mondo e che misure adottare per farci vivere tutti meglio? No, assolutamente. Il Bilderberg è un club di massoni formato da nazisti, banchieri senza scrupoli, aristocratici e trafficanti d’armi, il nucleo più intimo, che gioca al Monopoli ed al Risiko ordinando ai politici cosa fare e ai mass media cosa raccontarci.

E ricordate le parole di William Shannon:

«I membri del Bilderberg stanno costruendo l’era del post-nazionalismo: non avremo più Paesi, ma solo regioni della Terra all’interno di un “mondo unico”. Questo significherà un’economia globalizzata, un “unico governo mondiale” (selezionato, più che eletto) ed una “religione universale”. Per assicurarsi il raggiungimento di tali obiettivi, il Bilderberg si concentra su “il controllo tecnologico e la scarsa sensibilizzazione della pubblica opinione”»

e quelle di David Rockefeller:banche

«Qualcuno crede che formiamo parte di una cabala segreta che attua contro i migliori interessi degli Stati Uniti d’America, qualificando la mia famiglia e me stesso d’internazionalista ed accusandoci di cospirare con altri individui del mondo per creare una struttura economica e politica globale più integrata; un mondo, se si vuole chiamarlo così. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole e ne sono orgoglioso»

e le ancora più esplicite parole del fondatore del CFR Edward Mandell House:

“la popolazione, i governi e le economie di tutti i paesi devono soddisfare le necessità delle banche e delle imprese multinazionali”

Se volete saperne di più sullo stato dell’investigazione sul Bilderberg Group ed approfondire i temi della Nobiltà nera veneziana, l’Impero Britannico, la Commissione Trilaterale, se volete schiarirvi le idee su come funziona veramente il denaro ed i mercati finanziari, su quello che è l’obiettivo ultimo dell’attuale crisi economica e su quelli che sono i progetti per il futuro dell’uomo, andate ad ascoltare Estulin a Barcellona il prossimo 2 Giugno.

Se credete, invece, che siano solo teorie da maniaci cospiratori, continuate a vivere la vostra vita ma ricordatevi che solo pochi anni fa, chi diceva che un giorno l’Unione Europea avrebbe minato il potere e la sovranità dei singoli Stati che ne fanno parte, veniva ridicolizzato ed additato come pessimista e cospirazionista. Oggi è una realtà.

È ora che ascoltiate di più le voci della verità e meno baggianate dei politici in tv.

Matteo Vitiello

Fonte: http://buenobuonogood.wordpress.com/2013/05/21/bilderberg-2013-lagenda-da-conoscere-e-diffondere-per-agire-contro-chi-vuole-comandare/

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Ridurre la popolazione perchè non c’è abbastanza cibo?

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Ricevo da Stefania e volentieri pubblico. Osservo che anche ai bambini ormai viene insegnato (vedi Muse di Trento, ne ho scritto qui) che la produzione mondiale di cibo supera il consumo del 50% o, vista in altri termini, che un terzo di tutto il cibo prodotto viene buttato via. Ma tant’è. Lo spettro della fame, paura atavica e radicata nell’essere umano, rimane uno degli appigli più forti per indurre i sudditi ad accettare qualunque tassa, qualunque sopruso, qualunque ingiustizia.

Fonte: Alex Jones.

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Il “Top globalist” (uno dei principali sostenitori della globalizzazione, NdT) Sir David Attenborough, che l’anno scorso ha descritto l’umanità come una ‘piaga sulla Terra’, chiede alle nazioni del mondo di fermare l’invio di aiuti alimentari alle nazioni che muoiono di fame, al fine di ridurre la popolazione del mondo.

Parlando con il Daily Telegraph, lo psicopatico pluridecorato ha insistito sulla sua idea che la “piaga dell’umanità” (cioè l’umanità che è una piaga, NdT) deve essere ridotta in tutto il mondo. Riduzione che, secondo lui, andrebbe operata facendo morire di fame le nazioni più povere che sono già state decimate dalle potenze mondiali del primo mondo (e potrebbe essere alimentato con circa una settimana o poco più delle spese militari). Il problema, dice Attenborough, tuttavia, sta nelle “enormi sensibilità” che continuano a bloccare l’obiettivo di una massiccia riduzione della popolazione.

E quali sono queste ‘enormi sensibilità “?
Bene, si scopre che le “sensibilità” che bloccano la riduzione della popolazione umana del mondo includono ‘il diritto di avere figli’. Cosa veramente orribile. Invece, sembra Attenborough pensa che si debba revocare il diritto dei cittadini ad avere anche i bambini, per non parlare di nutrire gli esseri umani esistenti nelle nazioni affamate.

Nell’intervista, Attenborough afferma:
Noi diciamo, facciamo spedire dalle Nazioni Unite dei sacchi di farina. Questo è stupido.
Ora forse la cosa più allarmante qui è che questo psicopatico che giustifica il suo genocidio con un ragionamento sbagliato è considerato un ‘tesoro nazionale’ in Gran Bretagna. Meglio ancora, Attenborough ha anche 31 lauree honoris causa da università britanniche, come nessun altro in Gran Bretagna, oltre ai suoi numerosi ‘Royal’ titoli.

In realtà, il fatto che le idee di Attenborough trovino questo riscontro positivo dai media dimostra quanto lontano dalla realtà siano arrivati i media stessi. In definitiva, c’è una guerra sul nostro diritto non solo di avere una famiglia e di beni di prima necessità, ma contro la vita stessa. Se Attenborough vuole ridurre la popolazione e portare nazioni alla morte per fame, perché non comincia lui?

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I SERVIZI SEGRETI DI MEZZO MONDO SEGUONO L’AFFARE TELECOM: ATTRAVERSO LA RETE ITALIANA PASSANO I COLLEGAMENTI PER ISRAELE

Ecco perché gli Usa speravano in un ingresso dell’amico Sawiris al posto di Telefonica – Anche se per la sicurezza nazionale sarebbe stato peggio se il controllo della società fosse finito in Russia o in Cina – Telecom power: la Sicilia è per le telecomunicazioni uno dei due principali hub a livello mondiale…

Medio oriente, Nord Africa, Asia. L’acquisizione del controllo azionario di Telecom Italia da parte di un operatore estero come la spagnola Telefonica solleva questioni di natura strategica che sono oggetto di riflessione, in questi giorni, non solo in Italia, ma anche in altre aree del mondo.

L’infrastruttura di rete di Telecom Italia, il cosiddetto global backbone, costituita da una molteplicità di cavi sottomarini che s’intrecciano e si dipanano per i cinque continenti, è infatti una sorta di grande centrale di smistamento di dati (voce e video) su scala planetaria.

Per la rete italiana transitano tutti i collegamenti verso Israele, una delle aree più “calde” del mondo. Non a caso l’attuale vertice di Telecom ha una consuetudine di rapporti con questo paese. La Sicilia in particolare rappresenta per le telecomunicazioni, insieme a Marsiglia, uno dei due principali hub a livello mondiale. Nell’Isola-Regione al centro del Mediterraneo confluiscono tutti i cavi transoceanici di Telecom Italia da e per il Medio oriente, da e per il subcontinente indiano, da e per l’Estremo oriente (verso Indonesia, Singapore, Filippine, Corea del Sud).

Questo è il lato più in ombra dell’operazione che ha portato Telefonica ad assumere la maggioranza di Telco e quindi di Telecom; una partita che desta qualche preoccupazione negli ambienti militari nazionali e internazionali e che ha spinto i servizi di sicurezza italiani, americani e israeliani ad occuparsi del dossier.

Qualche giorno fa il generale Carlo Jean ha dichiarato al “Corriere della sera” che, pur non essendo piacevole veder passare di mano un colosso delle comunicazioni come Telecom, sarebbe stato tuttavia peggio dal punto di vista della sicurezza nazionale se il controllo della società, anziché in uno Stato come la Spagna, aderente alla Nato, fosse finito in Russia o in Cina.

La verità – secondo una fonte addentro all’operazione – è che agli Usa, più che la cessione di Telco a Telefonica, non sarebbe dispiaciuto l’intervento del magnate egiziano Naguib Sawiris nel capitale di Telecom; accordo questo al quale stava lavorando il presidente esecutivo di Telecom, Franco Bernabè prima che i suoi rapporti con i soci di Telco si deteriorassero del tutto. Bernabè aveva chiare le implicazioni geopolitiche derivanti dall’ingresso in Telecom di un imprenditore egiziano.

Non a caso aveva individuato Sawiris, un cristiano appartenente a una minoranza religiosa egiziana che è stata massacrata dai Fratelli musulmani e che gli Usa ritengono essenziale per l’assetto strategico del Nord Africa. La medesima fonte sostiene che con Sawiris sarebbe arrivato in Telecom, oltre che un’iniezione di capitale, un uomo gradito agli Usa molto più dei francesi e dello stesso Cesar Alierta, presidente di Telefonica da tredici anni.

Vari episodi accaduti in Telecom nel corso degli anni sono illuminanti per capire quali e quanti interessi gravitino intorno alla rete e ai servizi di telecomunicazioni. Di uno, risalente al ’97, il cronista ha dato conto ne “L’Affare Telecom” (Sperling & Kupfer). L’allora presidente esecutivo del gruppo, Gian Mario Rossignolo, subì pressioni dal Sismi, il servizio per la sicurezza esterna di recente trasformato in Aise, perché fosse messo sotto ascolto in Sicilia il “nodo” delle comunicazioni verso il Medio oriente. Rossignolo respinse la richiesta dopo aver avuto un colloquio con la presidenza del Consiglio dei ministri, anche perché c’era il rischio molto serio che informazioni sensibili di aziende italiane in rapporti commerciali con i paesi arabi finissero nella disponibilità di terzi o di paesi concorrenti.

L’interesse dei servizi per la Telecom è anche dimostrato in tempi più recenti dallo scandalo sull’attività di “dossieraggio” effettuata dalla security della Telecom, durante la presidenza di Tronchetti Provera, contro esponenti del mondo dell’economia, dell’industria, della finanza e del giornalismo.

Molti anni prima della privatizzazione, quando ancora la Sip operava in regime di monopolio ed era controllata dall’Iri, ossia dallo Stato, attraverso la Stet, circolarono rumors sull’esistenza di una Gladio dei telefoni.

Ma l’allora presidente Ernesto Pascale, al termine di un’intervista con il settimanale “Mondo Economico”, a registratore spento, smentì l’indiscrezione, anche se manifestò la preoccupazione che tra il personale del gruppo Stet-Sip, all’insaputa del management, i servizi avessero inserito propri agenti regolarmente assunti o avessero ingaggiato dipendenti delle aree aziendali strategiche per ottenere informazioni riservate.

Giuseppe Oddo
Fonte: http://www.ilsole24ore.com/
1.10.2013