Arafat avvelenato: secondo il Lancet fu ucciso dal polonio 210

Arafat avvelenato: secondo il Lancet fu ucciso dal polonio 210

A puntare i riflettori sulla morte del leader politico palestinese è il Lancet, una delle più importanti riviste mediche del mondo, secondo la quale Yasser Arafat sarebbe morto per avvelenamento da polonio 210. La tesi del Lancet verte sulle analisi compiute da un istituto di Losanna (Svizzera) che si occupa di radioattività, analisi nelle quali sarebbe emersa la presenza di questo elemento altamente radioattivo nel sangue, nelle urine, nella saliva e sullo spazzolino da denti del leader morto dieci anni fa.

L’analisi degli esperti di Losanna scatenò un’inchiesta di Al Jazeera e, successivamente, la riesumazione del corpo di Yasser Arafat, avvenuta nel novembre 2012, per approfondire la questione con ulteriori test.

Nell’ottobre 2004 Arafat si ammalò e iniziò a soffrire di una serie di sintomi, fra cui nausea e dolori addominali. Dopo alcuni giorni la sua situazione peggiorò e Arafat – all’epoca 75enne – venne trasferito dal suo quartier generale di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, all’ospedale parigino di Percy. La sua situazione continuò a peggiorare e dopo essere entrato in coma neurologico il 4 novembre 2004, venne dichiarato morto l’11 novembre.

Nonostante i numerosi test scientifici, nessuna analisi aveva finora fornito prove certe dell’avvelenamento. Dopo un’indagine durata nove mesi, in cui molti effetti personali di Arafat sono stati presi in esame, il dottor François Bochud, direttore dell’Institut de Radiophysique a Losanna ha dichiarato all’emittente Al Jazeera:

Posso confermarvi che abbiamo misurato un’elevata e inspiegabile quantità di polonio 210 negli effetti personali di Arafat che contenevano macchie e residui di liquidi biologici.

Secondo il Lancet ci sarebbero, dunque, le prove dell’avvelenamento di Arafat, con la stesso elemento radioattivo che, nel 2006 causò il decesso dell’agente russo Alexander Litvinenko.

Fonte:

http://www.polisblog.it/post/162503/arafat-avvelenato-secondo-il-lancet-fu-ucciso-dal-polonio-210

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Arafat, rapporto degli esperti svizzeri: “Quasi certo avvelenamento polonio”

6 novembre 2013

Sul corpo livelli dell’isotopo 18 volte superiori alla norma. La vedova: “Sono di nuovo a lutto, è come se mi avessero detto che è appena morto”

18:25 – E’ altamente probabile che il leader palestinese, Yasser Arafat, morto l’11 novembre del 2004, sia stato avvelenato da polonio radioattivo. Lo riferisce la tv araba Al Jazeera, rendendo noto il rapporto del laboratorio di Losanna, in Svizzera, incaricato di effettuare gli esami sul corpo riesumato di Arafat. Sono stati registrati, si legge nel dossier, livelli di polonio 18 volte superiori alla norma.

Arafat, rapporto degli esperti svizzeri: "Quasi certo avvelenamento polonio"

Al Jazeera, che ha ottenuto in esclusiva il rapporto di 108 pagine redatto da specialisti svizzeri dell’università di Losanna sul corpo di Arafat, ha riferito che si riscontra un “innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino” e che c’è “un 83% di probabilità che sia stato avvelenato”.

Il rapporto è stato consegnato a Parigi alla vedova Suha Arafat, che ha commentato: “Sono di nuovo a lutto, è stato come se mi avessero detto che è appena morto”. “Riveliamo un vero crimine, un assassinio politico”, ha aggiunto.

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Attacco ebraico alla Germania pur di avere la Palestina e origini kazare degli attuali ebrei

di Maurizio Blondet

http://www.stampalibera.com/?p=229 21/12/2007

COSI’ PARLO’ BENJAMIN FREEDMAN

Pubblichiamo un estratto, di particolare significato, da «Israele, USA, il terrorismo islamico

» , Maurizio Blondet, EFFEDIEFFE, 2005, pagine 161-171.

Uomo d’affari di successo (era il proprietario della Woodbury Soap Co.), ebreo di New York, patriota americano, Benjamin Freedman – che era stato membro della delegazione americana al Congresso di Versailles nel 1919 – ruppe con l’ebraismo organizzato e i circoli sionisti dopo il 1945, accusandoli di aver favorito la vittoria del comunismo in Russia.

Da quel momento, dedicò la vita e le sue ragguardevoli fortune (2,5 milioni di dollari di allora) a combattere e denunciare le trame dei suoi correligionari (1).
Benjamin Freedman tenne, nel 1961, al Willard Hotel di Washington ad un’influente platea, riunita dal giornale americano Common Sense, il seguente discorso.

«Qui negli Stati Uniti, i sionisti e i loro correligionari hanno il completo controllo del nostro governo.

Per varie ragioni, troppo numerose e complesse da spiegare qui, i sionisti dominano questi Stati Uniti come i monarchi assoluti di questo Paese.
Voi direte che è un’accusa troppo generale: lasciate che vi spieghi quel che ci è accaduto mentre noi tutti dormivamo.

Che cosa accadde?

La Prima Guerra Mondiale scoppiò nell’estate del 1914. Non sono molti a ricordare, qui presenti. In quella guerra, Gran Bretagna, Francia e Russia erano da una parte; dalla parte avversa, Germania, Austria-Ungheria e Turchia. Entro due anni, la Germania aveva vinto quella guerra. Non solo nominalmente, ma effettivamente.
I sottomarini tedeschi, che stupirono il mondo, avevano fatto piazza pulita di ogni convoglio che traversava l’Atlantico.

La Gran Bretagna era priva di munizioni per i suoi soldati, e poche riserve alimentari, dopo cui, la prospettiva della fame. L’armata francese s’era ammutinata: aveva perso 600 mila giovani nella difesa di Verdun sulla Somme. L’armata russa stava disertando in massa, tornavano a casa, non amavano lo Zar e non volevano più morire.
L’esercito italiano era collassato [a Caporetto]. Non un colpo era stato sparato su suolo tedesco. Non un solo soldato nemico aveva attraversato la frontiera germanica. Eppure, in quell’anno [1916] la Germania offrì all’Inghilterra la pace.
Offriva all’Inghilterra un negoziato di pace su quella base, che i giuristi chiamano dello ‘status quo ante’. Ciò significa: ‘Facciamola finita, e lasciamo tutto com’era prima che la guerra cominciasse‘. L’Inghilterra, nell’estate del 1916, stava seriamente considerando quest’offerta. Non aveva scelta. O accettava quest’offerta magnanima, o la prosecuzione della guerra avrebbe visto la sua disfatta.

In questo frangente, i sionisti tedeschi, che rappresentavano il sionismo dell’Europa Orientale, presero contatto col Gabinetto di Guerra britannico – la faccio breve perché è una lunga storia, ma ho i documenti che provano tutto ciò che dico – e dicono: ‘Potete ancora vincere la guerra. Non avete bisogno di cedere. Potete vincere se gli Stati Uniti intervengono al vostro fianco‘.
Gli Stati Uniti non erano in guerra allora».

«Eravamo nuovi; eravamo giovani; eravamo ricchi; eravamo potenti.
Essi dissero all’Inghilterra: ‘Noi siamo in grado di portare gli Stati Uniti in guerra come vostro alleato, per battersi al vostro fianco, se solo ci promettete la Palestina dopo la guerra‘. […].

Ora, l’Inghilterra aveva tanto diritto di promettere la Palestina ad altri quanto gli Stati Uniti hanno il diritto di promettere il Giappone all’Irlanda. É assolutamente assurdo che la Gran Bretagna, che non aveva mai avuto alcun interesse o collegamento con quella che oggi chiamiamo Palestina, potesse prometterla come moneta in cambio dell’intervento americano. Tuttavia, fecero questa promessa, nell’ottobre 1916 [con la Dichiarazione Balfour, ndr.].

E poco dopo – non so se qualcuno di voi lo ricorda – gli Stati Uniti, che erano quasi totalmente pro-germanici, entrarono in guerra come alleati della Gran Bretagna.
Dico che gli Stati Uniti erano quasi totalmente filotedeschi perché i giornali qui erano controllati dagli ebrei, dai nostri banchieri ebrei – tutti i mezzi di comunicazione di massa – e gli ebrei erano filotedeschi.

Perché molti di loro provenivano dalla Germania, e anche volevano vedere la Germania rovesciare lo Zar; non volevano che la Russia vincesse.
Questi banchieri ebrei tedeschi, come Kuhn Loeb e delle altre banche d’affari negli Stati Uniti, avevano rifiutato di finanziare la Francia o l’Inghilterra anche con un solo dollaro.
Dicevano: ‘Finché l’Inghilterra è alleata alla Russia, nemmeno un centesimo!‘.
Invece finanziavano la Germania; si battevano con la Germania contro la Russia.
Ora, questi stessi ebrei, quando videro la possibilità di ottenere la Palestina, andarono in Inghilterra e fecero l’accordo che ho detto. Tutto cambiò di colpo, come un semaforo che passa dal rosso al verde.

Dove i giornali erano filotedeschi, […] di colpo, la Germania non era più buona. Erano i cattivi. Erano gli Unni. Sparavano sulle crocerossine. Tagliavano le mani ai bambini.

Poco dopo, mister Wilson [il presidente Woodrow Wilson, ndr.] dichiarava guerra alla Germania. I sionisti di Londra avevano spedito telegrammi al giudice Brandeis (2): ‘Lavorati il presidente Wilson. Noi abbiamo dall’Inghilterra quello che vogliamo. Ora tu lavorati il presidente Wilson e porta gli USA in guerra‘. Così entrammo in guerra. Non avevamo interessi in gioco. Non avevamo ragione di fare questa guerra, più di quanto non ne abbiamo di essere sulla luna stasera, anziché in questa stanza.

Ci siamo stati trascinati perché i sionisti potessero avere la Palestina. Questo non è mai stato detto al popolo americano. Appena noi entrammo in guerra, i sionisti andarono dalla Gran Bretagna e dissero: ‘Bene, noi abbiamo compiuto la nostra parte del patto. Metteteci qualcosa per iscritto come prova che ci darete la Palestina‘. Non erano sicuri che la guerra durasse un altro anno o altri dieci.

Per questo cominciarono a chiedere il conto. La ricevuta. Che prese la forma di una lettera, elaborata in un linguaggio molto criptico, in modo che il resto del mondo non capisse di che si trattava. Questa fu chiamata la Dichiarazione Balfour» (3). […]

«Da qui cominciano tutti i problemi. […] Sapete quello che accadde.
Quando la guerra finì, la Germania andò alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1919 [nella delegazione USA] c’erano 117 ebrei, a rappresentare gli Stati Uniti, capeggiati da Bernard Baruch (4).

C’ero anch’io, e per questo lo so. Che cosa accadde dunque?
Alla Conferenza di Pace, mentre si tagliava a pezzi la Germania e si spezzettava l’Europa per darne parti a tutte quelle nazioni che reclamavano il diritto a un certo territorio europeo, gli ebrei presenti dissero: ‘E la Palestina per noi?’, ed esibirono la Dichiarazione Balfour.

Per la prima volta a conoscenza dei tedeschi. Così i tedeschi per la prima volta compresero: ‘Ah, era questa la posta! Per questo gli Stati Uniti sono entrati in guerra‘.
Per la prima volta i tedeschi compresero che erano stati disfatti, che subivano le tremende riparazioni che gli erano imposte dai vincitori, perché i sionisti volevano la Palestina ed erano decisi ad averla ad ogni costo. Qui è un punto interessante.
Quando i tedeschi capirono, naturalmente cominciarono a nutrire rancore.

Fino a quel giorno, gli ebrei non erano mai stati meglio in nessun Paese come in Germania. C’era Rathenau là, che era cento volte più importante nell’industria e nella finanza di Bernard Baruch in questo Paese. C’era Balin, padrone di due grandi compagnie di navigazione, la North German Lloyd’s e la Hamburg-American Lines.
C’era Bleichroder, che era il banchiere della famiglia Hohenzollern. Cerano i Warburg di Amburgo, i grandi banchieri d’affari, i più grandi del mondo. Gli ebrei prosperavano davvero in Germania. E i tedeschi ebbero la sensazione di essere stati venduti, traditi.

Fu un tradimento che può essere paragonato a questa situazione ipotetica: immaginate che gli USA siano in guerra con l’URSS. E che stiamo vincendo.
E che proponiamo all’Unione Sovietica: ‘Va bene, smettiamola. Ti offriamo la pace‘. E d’improvviso la Cina Rossa entra in guerra come alleato dell’URSS, e la sua entrata in guerra ci porta alla sconfitta. Una sconfitta schiacciante, con riparazioni da pagare tali, che l’immaginazione umana non può comprendere. Immaginate che, dopo la sconfitta, scopriamo che sono stati i cinesi nel nostro Paese, i nostri concittadini cinesi, che abbiamo sempre pensato leali cittadini al nostro fianco, a venderci all’URSS, perché sono stati loro a portare in guerra la Cina contro di noi.

Cosa provereste, allora, in USA, contro i cinesi? Non credo che uno solo di loro oserebbe mostrarsi per la strada; non ci sarebbero abbastanza lampioni a cui impiccarli.
Ebbene: è quello che provarono i tedeschi verso quegli ebrei. Erano stati tanto generosi con loro: quando fallì la prima Rivoluzione russa (5) e tutti gli ebrei dovettero fuggire dalla Russia, ripararono in Germania, e la Germania diede loro rifugio.
Li trattò bene. Dopo di che, costoro vendono la Germania per la ragione che vogliono la Palestina come ‘focolare ebraico’».

«Ora Nahum Sokolow, e tutti i grandi nomi del sionismo, nel 1919 fino al 1923 scrivevano proprio questo: che il rancore contro gli ebrei in Germania era dovuto al fatto che sapevano che la loro grande disfatta era stata provocata dall’interferenza ebraica, che aveva trascinato nella guerra gli USA. Gli ebrei stessi lo ammettevano.
[…]
Tanto più che la Grande Guerra era stata scatenata contro la Germania senza una ragione, una responsabilità tedesca. Non erano colpevoli di nulla, tranne che di avere successo.
Avevano costruito una grande nazione. Avevano una rete commerciale mondiale. Dovete ricordare che la Germania al tempo della Rivoluzione francese consisteva di 300 piccole città-stato, principati, ducati e così via. E fra l’epoca di Napoleone e quella di Bismarck, quelle 300 microscopiche entità politiche separate si unificarono in uno Stato.

Ed entro 50 anni la Germania era divenuta una potenza mondiale.
La sua marina rivaleggiava con quella dell’Impero britannico, vendeva i suoi prodotti in tutto il mondo, poteva competere con chiunque, la sua produzione industriale era la migliore.
Come risultato, che cosa accadde? Inghilterra, Francia e Russia si coalizzarono per stroncare la Germania […]. Quando la Germania capì che gli ebrei erano i responsabili della sua sconfitta, naturalmente nutrì rancore.

Ma a nessun ebreo fu torto un capello in quanto ebreo. Il professor Tansill, della Georgetown University, che ha avuto accesso a tutti i documenti riservati del Dipartimento di Stato, ne cita uno scritto da Hugo Schoenfeldt, un ebreo che Cordell Hull inviò in Europa nel 1933 per investigare sui cosiddetti campi di prigionia politica, e riferì al Dipartimento di Stato USA di avere trovato i detenuti in condizioni molto buone. Solo erano pieni di comunisti.

E una quantità erano ebrei, perché a quel tempo il 98% dei comunisti in Europa erano ebrei.
Qui, occorre qualche spiegazione storica. Nel 1918-19 i comunisti presero il potere in Baviera per qualche giorno, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht ed altri, tutti ebrei.
Infatti a guerra finita il Kaiser scappò in Olanda perché i comunisti stavano per impadronirsi della Germania e lui aveva paura di fare la fine dello Zar.
Una volta schiacciata la minaccia comunista, gli ebrei ancora lavorarono […] erano 460 mila ebrei fra 80 milioni di tedeschi, l’1,5% della popolazione, eppure controllavano la stampa, e controllavano l’economia perché avevano valuta estera e quando il marchio svalutò comprarono tutto per un pezzo di pane».

«Gli ebrei tengono nascosto questo, non vogliono che il mondo comprenda che avevano tradito la Germania e i tedeschi se lo ricordavano. I tedeschi presero misure contro gli ebrei. Li discriminarono dovunque possibile.

Allo stesso modo noi tratteremmo i cinesi, i negri, i cattolici, o chiunque in questo Paese che ci avesse venduto al nemico e portato alla sconfitta.

Ad un certo punto gli ebrei del mondo convocarono una conferenza ad Amsterdam. E qui, venuti da ogni parte del mondo nel luglio 1933, intimarono alla Germania: ‘Mandate via Hitler, rimettete ogni ebreo nella posizione che aveva, sia comunista o no. Non potete trattarci in questo modo. Noi, gli ebrei del mondo, lanciamo un ultimatum contro di voi‘.

Potete immaginare come reagirono i tedeschi. Nel 1933, quando la Germania rifiutò di cedere alla conferenza mondiale ebraica di Amsterdam, Samuel Untermeyer, che era il capo della delegazione americana e presidente della conferenza, tornò in USA, andò agli studios della Columbia Broadcasting System (CBS) e tenne un discorso radiofonico in cui in sostanza diceva: ‘Gli ebrei del mondo dichiarano ora la Guerra Santa contro la Germania. Siamo ora impegnati in un conflitto sacro contro i tedeschi. Li piegheremo con la fame. Useremo contro di essi il boicottaggio mondiale. Così li distruggeremo, perché la loro economia dipende dalle esportazioni‘. (6).
E di fatto i due terzi del rifornimento alimentare tedesco dovevano essere importati, e per importarlo dovevano vendere, esportare, i loro prodotti industriali.
All’interno, producevano solo abbastanza cibo per un terzo della popolazione. Ora in quella dichiarazione, che io ho qui e che fu pubblicata sul New York Times del 7 agosto 1933, Samuel Untermeyer dichiarò audacemente che ‘questo boicottaggio economico è il nostro mezzo di autodifesa. Il presidente Roosevelt ha propugnato la sua adozione nella Nation Recovery Administration‘, che, qualcuno di voi ricorderà, imponeva il boicottaggio contro qualunque Paese non obbedisse alle regole del New Deal, e che poi fu dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema. Tuttavia, gli ebrei del mondo intero boicottarono la Germania, e il boicottaggio fu così efficace che non potevi più trovare nulla nel mondo con la scritta ‘Made in Germany’.

Un dirigente della Woolworth Co. mi raccontò allora che avevano dovuto buttare via milioni di dollari di vasellame tedesco; perché i negozi erano boicottati se vi si trovava un piatto con la scritta ‘Made in Germany’; vi formavano davanti dei picchetti con cartelli che dicevano ‘Hitler assassino’ e così via. In un magazzino Macy, di proprietà di una famiglia ebraica, una donna trovò calze con la scritta ‘Made in Germany’.

Vidi io stesso il boicottaggio di Macy’s, con centinaia di persone ammassate all’entrata con cartelli che dicevano ‘Assassini’, ‘Hitleriani’, eccetera».

«Va notato che fino a quel momento in Germania non era stato torto un capello sulla testa di un ebreo. Non c’era persecuzione, né fame, né assassini, nulla.
Ma naturalmente, adesso i tedeschi cominciarono a dire: ‘Chi sono questi che ci boicottano, e mettono alla disoccupazione la nostra gente e paralizzano le nostre industrie?‘.
Così cominciarono a dipingere svastiche sulle vetrine dei negozi di proprietà degli ebrei […] Ma solo nel 1938, quando un giovane ebreo polacco entrò nell’ambasciata tedesca a Parigi e sparò a un funzionario tedesco, solo allora i tedeschi cominciarono ad essere duri con gli ebrei in Germania.

Allora li vediamo spaccare le vetrine e fare pestaggi per a strada. Io non amo usare la parola ‘antisemitismo’ perché non ha senso, ma siccome ha un senso per voi, dovrò usarla.
La sola ragione del risentimento tedesco contro gli ebrei era dovuta al fatto che essi furono i responsabili della Prima Guerra mondiale e del boicottaggio mondiale.

In definitiva furono responsabili anche della Seconda Guerra mondiale, perché una volta sfuggite le cose dal controllo, fu assolutamente necessario che gli ebrei e la Germania si battessero in una guerra per questione di sopravvivenza. Nel frattempo io ho vissuto in Germania, e so che i tedeschi avevano deciso che l’Europa sarebbe stata comunista o ‘cristiana’: non c’è via di mezzo. E i tedeschi decisero che avrebbero fatto di tutto per mantenerla ‘cristiana’.

Nel novembre 1933 gli Stati Uniti riconobbero l’Unione Sovietica.
L’URSS stava diventando molto potente, e la Germania comprese che ‘presto toccherà a noi, se non saremo forti».

E’ la stessa cosa che diciamo noi, oggi, in questo Paese.
Il nostro governo spende 83-84 miliardi di dollari per la difesa.
Difesa contro chi?

Contro 40 mila piccoli ebrei a Mosca che hanno preso il potere in Russia, e con le loro azioni tortuose, in molti altri Paesi del mondo. […] Che cosa ci aspetta?»

«Se scateniamo una guerra mondiale che può sboccare in una guerra atomica, l’umanità è finita. Perché una simile guerra può avvenire? Il fatto è che il sipario sta di nuovo salendo.

Il primo atto fu la Grande Guerra, l’atto secondo la Seconda guerra mondiale, l’atto terzo sarà la Terza guerra mondiale. I sionisti e i loro correligionari dovunque vivano, sono determinati ad usare di nuovo gli Stati Uniti perché possano occupare permanentemente la Palestina come loro base per un governo mondiale. Questo è vero come è vero che sono di fronte a voi.

Non solo io ho letto questo, ma anche voi lo avete letto, ed è noto a tutto il mondo. […]
Io avevo una idea precisa di quello che stava accadendo: ero l’ufficiale di Henry Morgenthau Sr. nella campagna del 1912 in cui il presidente [Woodrow] Wilson fu eletto.
Ero l’uomo di fiducia di Henry Morgenthau Sr., che presiedeva la Commissione Finanze, ed io ero il collegamento tra lui e Rollo Wells, il tesoriere.
In quelle riunioni il presidente Wilson era a capo della tavola, e c’erano tutti gli altri, e io li ho sentiti ficcare nel cervello del presidente Wilson la tassa progressiva sul reddito e quel che poi divenne la Federal Reserve, e li ho sentiti indottrinarlo sul movimento sionista.

Il giudice Brandeis e il presidente Wilson erano vicini come due dita della mano.
Il presidente Wilson era incompetente come un bambino. Fu così che ci trascinarono nella Prima guerra mondiale, mentre tutti noi dormivamo. […]

«Quali sono i fatti a proposito degli ebrei? Li chiamo ebrei perché così sono conosciuti, ma io non li chiamo ebrei. Io mi riferisco ad essi come ai ‘cosiddetti ebrei’, perché so chi sono. Gli ebrei dell’Europa orientale, che formano il 92% della popolazione mondiale di queste genti che chiamano se stesse ‘ebrei’, erano originariamente Kazari.

Una razza mongolica, turco-finnica. Erano una tribù guerriera che viveva nel cuore dell’Asia.
Ed erano tali attaccabrighe che gli asiatici li spinsero fuori dall’Asia, nell’Europa orientale.
Lì crearono un grande regno Kazaro di 800 mila miglia quadrate. A quel tempo [verso l’800 dopo Cristo, ndr] non esistevano gli USA, né molte nazioni europee […]. Erano adoratori del fallo, che è una porcheria, e non entro in dettagli.
Ma era questa la loro religione, come era anche la religione di molti altri pagani e barbari.
Il re Kazaro finì per disgustarsi della degenerazione del proprio regno, sì che decise di adottare una fede monoteistica – il cristianesimo, l’Islam, o quello che oggi è noto come ebraismo, che è in realtà talmudismo.

Gettando un dado, egli scelse l’ebraismo, e questa diventò la religione di Stato.
Egli mandò inviati alle scuole talmudiche di Pambedita e Sura e ne riportò migliaia di rabbini, aprì sinagoghe e scuole, e il suo popolo diventò quelli che chiamiamo ‘ebrei orientali’.
Non c’era uno di loro che avesse mai messo piede in Terra Santa.
Nessuno!
Eppure sono loro che vengono a chiedere ai cristiani di aiutarli nelle loro insurrezioni in Palestina dicendo: ‘Aiutate a rimpatriare il Popolo Eletto da Dio nella sua Terra Promessa, la loro patria ancestrale, è il vostro compito come cristiani… voi venerate un ebreo [Gesù] e noi siamo ebrei!’.

Ma sono pagani Kazari che si sono convertiti. É ridicolo chiamarli ‘popolo della Terra Santa’, come sarebbe chiamare 53 milioni di cinesi musulmani ‘Arabi’. Ora, immaginate quei cinesi musulmani a 2.000 miglia dalla Mecca, se si volessero chiamare ‘arabi’ e tornare in Arabia. Diremmo che sono pazzi.

Ora, vedete com’è sciocco che le grandi nazioni cristiane del mondo dicano: ‘Usiamo il nostro potere e prestigio per rimpatriare il Popolo Eletto da Dio nella sua patria ancestrale‘.

«C’è una menzogna peggiore di questa? Perché loro controllano giornali e riviste, la televisione, l’editoria, e perché abbiamo ministri dal pulpito e politici dalla tribuna che dicono le stesse cose, non è strano che crediate in questa menzogna. Credereste che il bianco è nero se ve lo ripetessero tanto spesso.

Questa menzogna è il fondamento di tutte le sciagure che sono cadute sul mondo.
Sapete cosa fanno gli ebrei nel giorno dell’Espiazione, che voi credete sia loro tanto sacro?
Non ve lo dico per sentito dire… Quando, il giorno dell’Espiazione, si entra in una sinagoga, ci si alza in piedi per la primissima preghiera che si recita. Si ripete tre volte, è chiamata ‘Kol Nidre’. Con questa preghiera, fai un patto con Dio Onnipotente che ogni giuramento, voto o patto che farai nei prossimi dodici mesi sia vuoto e nullo (7).

Il giuramento non sia un giuramento, il voto non sia un voto, il patto non sia un patto. Non abbiano forza.

E inoltre, insegna il Talmud, ogni volta che fai un giuramento, un voto o un patto, ricordati del Kol Nidre che recitasti nel giorno dell’Espiazione, e sarai esentato dal dovere di adempierli.

Come potete fidarvi della loro lealtà? Potete fidarvi come si fidarono i tedeschi nel 1916.
Finiremo per subire lo stesso destino che la Germania ha sofferto, e per gli stessi motivi».
É la profezia di Benjamin Freedman.

Ci riguarda.


Note
1) Freedman fondò tra l’altro la «Lega per la pace con giustizia in Palestina», e collaborò con l’americano «Istituto per la revisione storica», il centro promotore di tutto ciò che viene chiamato «revisionismo storico». É scomparso nel 1984.

2) Louis Dembitz Brandeis, influentissimo giudice della Corte Suprema, acceso sionista, fu il consigliere molto ascoltato di W. Wilson. Brandeis apparteneva alla setta ebraica aberrante fondata nella Polonia del ’700 da Jacob Frank: essa predicava che la salvezza si consegue attraverso il peccato. Confronta il mio «Cronache dell’Anticristo».

3) Il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri britannico, lord Arthur Balfour, scrisse a Lord Rotschild una lettera in cui dichiarava: «Il governo di Sua Maestà vede con favore la nascita in Palestina di un focolare nazionale per le genti ebraiche, e userà tutta la sua buona volontà per facilitare il raggiungimento di questo obbiettivo. Si intende che nulla dovrà essere fatto per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti popolazioni non ebraiche in Palestina». Era la «Dichiarazione Balfour», che decretava di fatto la nascita dello Stato d’Israele. Lord Balfour, spiritista e massone, fondatore della Loggia «Quatuor Coronati» (la Loggia-madre di tutte le Massonerie di obbedienza «scozzese») credeva fra l’altro che agevolare il ritorno degli ebrei in Palestina avrebbe accelerato il secondo avvento di Cristo. Il punto è che la terra che Sua Maestà prometteva agli ebrei non era sotto dominio britannico, ma parte dell’impero Ottomano. Per dare attuazione al «focolare ebraico», il governo britannico non esitò a distogliere centinaia di migliaia di soldati dal pericolante fronte europeo, per spedirli alla conquista di Gerusalemme.

4) Bernard Baruch (1876-1964), potente finanziere ebreo, nato in Texas, fu il consigliere privato di sei presidenti, da Woodrow Wilson (1916) a D. Eisenhower (1950). Nella prima come nella seconda guerra mondiale, Baruch promosse la creazione del War Industry Board, l’organo di pianificazione centralizzata della produzione bellica. Di fatto, fu una sorta di «governo segreto» degli Stati Uniti, che praticò ampiamente i metodi del socialismo, compreso il controllo della stampa e il sistema di razionamento alimentare. Dopo la seconda guerra mondiale Baruch e i banchieri ebrei americani gestirono i fondi del Piano Marshall. Ne affidarono la distribuzione a Jean Monnet, loro fiduciario. Secondo le istruzioni ricevute, per dare i fondi, Monnet esigeva la cessione da parte degli Stati europei di sostanziali porzioni di sovranità: così fu creata la Comunità Europea.
5) Si tratta della «rivoluzione dekabrista» del 1905, in realtà un putsch di giovani ufficiali zaristi, tutti ebrei. La comunità ebraica russa la sostenne, e i suoi figli vi parteciparono con inaudita violenza. Futuri capi della successiva rivoluzione bolscevica, come Trotsky e Parvus, furono l’anima dei dekabristi, e dovettero riparare all’estero dopo il fallimento.

6) Freedman allude qui al vero e proprio rito magico di maledizione, detto Cherem o scomunica maggiore, celebrato al Madison Square Garden il 6 settembre 1933. «Furono ritualmente accesi due ceri neri e si soffiò tre volte nello shofar [il corno di ariete], mentre il rabbino B.A. Mendelson pronunciava la formula di scomunica» contro la Germania. Samuel Untermeyer, membro del B’nai B’rith, ripeterà il 5 gennaio 1935 la dichiarazione di embargo totale contro le merci tedesche «a nome di tutti gli ebrei, framassoni e cristiani» (Jewish Daily Bulletin, New York,
6 gennaio 1935).

7) É la preghiera centrale dello Yom Kippur. Eccone la formula: «Di tutti i voti, le rinunce, i giuramenti, gli anatemi oppure promesse, ammende o delle espressioni attraverso cui facciamo voti, confermiamo, ci impegniamo o promettiamo di qui fino all’avvento del prossimo giorno dell’Espiazione, noi ci pentiamo, in modo che siano tutti sciolti, rimessi e condonati, nulli, senza validità e inesistenti. I nostri voti non sono voti, le nostre rinunce non sono rinunce, e i nostri giuramenti non sono giuramenti». Secondo il rabbino Jacob Taubes, con questa formula il popolo eletto si scioglie dalla comunità del resto del genere umano – dalle sue leggi, dalle sue lealtà alle istituzioni e allo Stato – per dedicarsi solo a Dio. In realtà, il Kol Nidre fonda l’antinomismo radicale della religione ebraica: il «popolo di Dio» non è tenuto ad obbedire ad alcuna norma.
Per Taubes, il popolo ebraico è dunque il popolo dissolutore, il contrario del «kathecon» (Ciò che trattiene l’Anticristo, in San Paolo, ossia il diritto naturale adottato da Roma) (Jacob Taubes, «La Teologia Politica di San Paolo», Adelphi, pagina 71).

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Una sperimentazione d’avanguardia in Palestina

I principali centri di ricerca internazionali concordano.
Il mondo è alle prese con una crescita esponenziale di malattie strettamente connesse ai modelli alimentari dettati dallo stile di vita che la “modernità” ha imposto.

Tra le patologie legate al metabolismo l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il Diabete Mellito di tipo 2 stia assumendo il carattere di una vera e propria pandemia con oltre trecentosettanta milioni di malati nel mondo, dei quali quattro milioni in Italia.

Ma nel contempo tocca proprio alla comunità scientifica internazionale prendere atto degli straordinari risultati clinici derivanti dalle diete ideate da Mario Pianesi (diete Ma-Pi) proprio nella cura del diabete. Diete che si basano, secondo i dettami della antica medicina cinese, su percentuali variabili tra di loro di cereali, verdure e proteine e che vengono proposte a seconda della gravità’ degli stati patologici.

La sperimentazione medico-clinica avviata in centri di ricerca su pazienti di quattro continenti (Cina, Mongolia,Thailandia, Pakistan, Tunisia, Costa d’Avorio, Ghana, Cuba) dopo oltre dieci anni ha conseguito dati che non possono essere più ignorati nemmeno dalla scienza ufficiale.

A Roma presso l’Aula Magna dell’Università’ La Sapienza, giovedì 18 aprile, nel corso del Convegno della Associazione Un Punto Macrobiotico, fondata da Mario Pianesi, è stata fatta una importante comunicazione.

Il Segretario Generale dell’Accademia per la Scienza e la Tecnologia della Palestina, Professor Imad Khatib, ha documentato i risultati derivanti dalla sperimentazione tenutasi nello scorso mese di marzo a Ramallah su ventitré pazienti affetti appunto da diabete mellito 2 .

Gli effetti terapeutici a breve termine della dieta di Pianesi sono stati sorprendenti anche per i clinici palestinesi: in ventuno giorni i 23 adulti diabetici sottopostisi alla terapia alimentare hanno significativamente migliorato il metabolismo dei carboidrati, dei lipidi, delle proteine e della pressione sanguigna nonostante la diminuzione del consumo dei farmaci ipoglicemizzanti.

Un miglioramento riscontrato in tutti i paesi i cui ministeri e governi hanno aderito ai progetti proposti da Mario Pianesi e che oggi trova molto interesse anche in non pochi paesi dell’America Latina.
Sperimentazioni avviate anche in Italia sotto l’egida del professor Fallucca, presidente del Centro Internazionale Studi sul Diabete, che ne ha curato di recente la presentazione al 7. Congresso internazionale sulla prevenzione del Diabete a Madrid.

Parte integrante e decisiva per l’esito positivo del progetto Ma-Pi 2 realizzato a Ramallah – ha ribadito il Professor Imad Khatib – e’ stata quella della preparazione e della semina di un orto dove coltivare gli alimenti in modo naturale con l’esclusione di pesticidi e seguendo un metodo, quello della policoltura pianesiana, centrato sull’equilibrio tra agricoltura e natura.

Riferiamo della cosa sul sito del Campo Antimperialista proprio perché rappresenta una delle poche voci rimaste in Italia a mantenere alto il vessillo della alternativa rappresentata dai popoli e dai governi che si oppongono alle politiche devastatrici di vita ed ambiente che connotano l’attuale società capitalistica occidentale.

Ma anche perché siamo convinti che la causa della liberazione e della indipendenza della Terra di Palestina possa ritrovare nell’ingegno e nelle opere degli Italiani un rinnovato apporto.

Fonte: www.antimperialista.it
Link: http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2442:sovranita-alimentare&catid=5:terra-di-palestina-cat&Itemid=119
23.04.2013

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Arafat Yasser

Conosciuto fra i palestinesi con il nome di battaglia di Abu Ammar, Arafat nasce nel 1929 a Gerusalemme (questo dice la sua biografia ufficiale, ma altre fonti sostengono che sia nato al Cairo, in Egitto).Trascorre l’adolescenza a Gaza, allora in territorio egiziano, dove la sua famiglia si è rifugiata dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948. Laureatosi in ingegneria al Cairo dove dirige l’Unione degli Studenti Palestinesi, combatte nelle brigate palestinesi inquadrate dall’esercito egiziano nella guerra del 1956. Nello stesso anno fonda, insieme ad altri, Al Fatah in seno a cui comincia a svolgere attività politica clandestina. Viene arrestato dalla polizia egiziana e, dopo un periodo passato in carcere, nel 1959 si trasferisce in Kuwait. In quegli anni i palestinesi dispersi nei campi profughi al confine con Israele, hanno una scarsa autonomia politica e la loro rappresentanza ufficiale, l’OLP, è controllata dai regimi arabi che li ospitano. Arafat e gli altri dirigenti delle nuove formazioni palestinesi, non vogliono essere delle semplici pedine in mano alla confusa diplomazia araba. L’occasione viene fornita dalla Guerra dei 6 Giorni (1967) alla quale prendono parte anche Al Fatah e le altre formazioni: la bruciante sconfitta imposta dall’esercito israeliano fa traballare molti regimi dell’area e spazza via la vecchia dirigenza dell’OLP aprendo cosi la strada all’ingresso nell’organizzazione dei gruppi di Arafat, di Habbash, di Hawatmeh, e degli altri leader radicali. Il 3 febbraio 1969 Arafat viene eletto presidente dell’OLP, carica che ha continuamente mantenuto nonostante il fatto che, nel corso degli anni, le sue scelte siano state spesso contestate, anche vivacemente, da una parte dei suoi seguaci.

Un simbolo storico.

Lo critichiamo ma gli accordiamo la nostra fiducia.” Ha scritto di lui il poeta palestinese Mahmoud Darwish. “È il nostro capo, il simbolo della nostra storia: abita i nostri sogni e i nostri cuori.” Nell’ottobre del 1974 il Vertice dei Capi di Stato Arabi, riunito a Rabat, in Marocco, riconosce l’OLP come “l’unico legittimo rappresentante del popolo palestinese” e di quel popolo Arafat si può dire diventi il simbolo vivente. Il 23 novembre di quello stesso anno “Mr. Palestine”, come viene spesso definito, pronuncia un discorso davanti all’Assemblea Generale dell’ONU, al quale l’OLP è ammessa come osservatore: “Sono venuto qui stringendo in una mano un ramo di ulivo e il fucile del combattente per la libertà. Fate che il ramo dì ulivo non cada dalla mia mano”. Il discorso fa molto scalpore e segna un punto di svolta nel riconoscimento internazionale della causa palestinese e del ruolo personale di Arafat.

La Guerra del Kippur dell’anno precedente, vinta dall’Egitto di Sadat, sia pure di stretta misura, e soprattutto la crisi energetica determinata dal blocco arabo delle forniture di petrolio ai paesi alleati di Israele, hanno contribuito a creare un clima politico attento a ciò che succede nel Medio Oriente. È il clima adatto per una iniziativa diplomatica e Arafat vi si dedica incessantemente rallentando l’attività terroristica, particolarmente forte all’inizio degli anni ‘70 (dirottamenti aerei, sequestro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, ecc.), e curando al tempo stesso di non perdere i contatti con la propria base che, dai campi profughi, rifiuta ogni cedimento. Arafat si muove ormai come un Capo di Stato e il successo della sua offensiva diplomatica è testimoniato dal riconoscimento ufficiale dell’OLP che arriva da 120 paesi.

Le difficoltà maggiori emergono però sul fronte interno dove cresce il dissenso di alcune frange radicali contrarie alla linea politica moderata del presidente dell’OLP. Anche i paesi arabi sono divisi: l’Egitto, che ha riconquistato il proprio onore sul campo di battaglia, ha ormai decisamente imboccato la strada della pace anche a costo di essere isolato dagli antichi alleati. In questo contesto, segnato da uno scontro politico durissimo dove le iniziative di pace vengono sistematicamente bollate come tradimenti, Arafat cerca di barcamenarsi preoccupato soprattutto di salvaguardare l’unità del campo palestinese.

Ma è un’impresa tutt’altro che semplice: i palestinesi che, dopo la cacciata da Amman del settembre 1970, si sono massicciamente insediati nei campi alla periferia di Beirut, vengono coinvolti nella guerra civile libanese. Qui, nel sanguinoso scontro fra le diverse fazioni cristiane, musulmane e druse, si consumano anche feroci regolamenti di conti interni al movimento palestinese. Fra questi va ricordato il massacro del campo di Tel at Zatar, nell’estate del 1976, del quale i falangisti cristiani sono coautori insieme ai palestinesi del gruppo As Saiqa e alle truppe siriane. Spiazzato dalla pace di Camp David (1978) stipulata fra Egitto e Israele, osteggiato apertamente dal regime siriano di Assad, guardato con sospetto dagli altri regimi arabi che mal sopportano la sua autonomia, criticato aspramente dai gruppi dissidenti dell’OLP, Arafat sembra più volte tentato di ritirarsi.

Nel 1982, l’invasione israeliana del Libano sembra segnare la fine politica, se non addirittura fisica, del leader palestinese che è costretto ad abbandonare il suo quartier generale di Beirut e a trasferirsi nella lontana Tunisi mentre i suoi uomini sono dispersi in otto paesi arabi, dall’Algeri allo Yemen. Ma ancora una volta Arafat riesce a riprendersi e con l’appoggio dei pochi fedeli collaboratori su cui può ancora contare come Abu Gihad e Abu Iyad rilancia la propria iniziativa diplomatica accentuando la svolta moderata dell’OLP Arrivano così l’accettazione delle rivoluzione dell’Onu sulla Palestina, il riconoscimento d fatto dello Stato di Israele, la rinuncia all’arma del terrorismo e il progetto di uno Stato Palestinese che abbia sede nei Territori Occupati (vedi) di Cisgiordania e di Gaza. regimi arabi radicali, e in particolare quello siriano, fomentano intanto la dissidenza all’interno dell’Olp promovendo l’offensiva di gruppi terroristici, come quello di Abu Nidal e di Ahmed Jibril, che agiscono indiscriminatamente contro obiettivi israeliani e occidentali e contro esponenti dell’OLP. Nei Territori Occupati è scoppiata intanto l’intifadah e si stanno affermando nuove figure di dirigenti palestinesi più vicini al movimento e meno compromessi con la storie, e con gli errori, dell’OLP. Ma per la maggioranza dei palestinesi Arafat continua ad essere l’uomo simbolo ed è ovvio che sia lui ad assumere la presidenza del Governo in esilio dello Stato palestinese proclamato nel 1988.

L’alleanza con Saddam.

L’invasione del Kuwait del 1990 e la Guerra del Golfo dell’anno successivo segnano una nuova gravissima crisi per l’OLP e per il suo vecchio presidente. Pare evidente che Arafat non sia contento dell’iniziativa irachena, oltretutto la violazione della sovranità territoriale è proprio ciò di cui i dirigenti palestinesi accusano da sempre lo Stato di Israele. Inoltre nella coalizione antiirachena sono presenti, non solo molti paesi arabi, ma anche alcuni degli interlocutori privilegiati della diplomazia di Arafat (per esempio la Comunità Europea). Ma nei Territori Occupati e nei campi profughi sono tutti per Saddam Hussein e il leader dell’OLP, per quanto sappia di essere personalmente inviso al presidente iracheno (di cui non è difficile riconoscere la mano nell’assassinio del principale collaboratore di Arafat Abu Iyad), prende pubblicamente posizione a fianco di Baghdad.

La sconfitta dell’Iraq è dunque anche una sconfitta dei palestinesi e di Arafat personalmente. Ma proprio dai nuovi e insoliti schieramenti che si sono attuati nel corso di quella guerra è nata la possibilità concreta di giungere a una soluzione negoziata del problema palestinese e la maggior parte degli osservatori sono concordi nel pensare che, se quella soluzione si attuerà, Arafat e la sua OLP non potranno esserne esclusi.

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Arafat avvelenato come Litvinenko? Domani la riesumazione decisiva

Sugli effetti personali dell’ex leader dell’Autorità nazionale palestinese riscontrata la presenza di livelli di radiazioni da polonio-210 assolutamente fuori norma. La sostanza è la stessa che portò alla morte della spia russa, il che avvalora la tesi di Ramallah secondo cui l’ex presidente sia stato ucciso dall’intelligence israeliana

Arafat

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Stanno arrivando alla spicciolata dalla Svizzera, dalla Francia e dalla Russia nella “capitale provvisoria” dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ramallah. Sono gli esperti di scienze forensi e gli scienziati che martedì inizieranno a riesumare il corpo di Yasser Arafat per cercare tracce di polonio, il materiale radioattivo che potrebbe aver ucciso il vecchio leader palestinese nell’ottobre del 2004. Tawfiq al-Tirawi, capo del team palestinese che affianca gli esperti internazionali ha detto che la tomba di Arafat potrebbe essere aperta già domani.

Ci sono voluti nove mesi di indagine e il sostegno dell’emittente panaraba Al Jazeera per arrivare alla riesumazione. A luglio scorso, Al Jazeera aveva trasmesso un documentario basato sulle analisi effettuate in Svizzera sugli effetti personali del leader palestinese, che era stato ricoverato nell’ospedale militare di Parigi, dopo essere stato trasportato d’urgenza dal suo compound a Ramallah, assediato dai tank israeliani. Il 12 ottobre del 2004 Arafat si era improvvisamente ammalato, in modo grave e inspiegabile. Sulle cause della sua morte sono state avanzate le ipotesi più diverse: cirrosi epatica, HIV, cancro, ma senza alcuna prova che potesse indicare una causa al posto di un’altra. I documenti della sua degenza francese, peraltro, sono stati secretati e i campioni di materiale biologico custoditi nell’ospedale militare di Percy sono stati distrutti rendendo quindi impossibili analisi dirette.

Le indagini condotte dall’istituto di medicina legale di Losanna, però, hanno escluso tutte le malattie comunemente indicate come possibile causa della morte del leader palestinese; ulteriori esami, effettuati sugli effetti personali di Arafat – compresa la sua famosa kefiya – e sui vestiti che indossava durante la degenza parigina hanno fatto emergere la presenza di livelli di radiazioni da polonio-210 assolutamente fuori norma. Nella sua relazione il dottor François Bochud, direttore dell’istituto di Radiofisica di Losanna, scrisse che questi livelli erano “unsupported”, ovvero non spiegabili con la quantità di polonio normalmente presente in natura.

Il polonio-210, scoperto da Marie Curie nel 1898, è lo stesso isotopo che ha causato la morte della ex spia russa Alexander Litvinenko, a Londra nel 2006 e i sintomi che Litvinenko ha presentato durante la sua malattia diventata poi agonia sono molto simili a quelli che ha manifestato Arafat nel sua degenza parigina. Sulla base delle conclusioni delle analisi svizzere, la vedova di Arafat, Suha, ha chiesto all’Anp di autorizzare la riesumazione del corpo da effettuare il più rapidamente possibile, perché il polonio ha un tempo di dimezzamento di 138 giorni e dunque la fine del 2012 era la soglia temporale massima, secondo gli scienziati svizzeri, per poter eventualmente trovare tracce di polonio nei tessuti organici di Arafat. “Quali che siano i risultati delle indagini – aveva detto Suha Arafat – Almeno avremo finalmente eliminato ogni dubbio sulla sua morte e avrò fatto tutto quello che potevo fare per spiegare ai Palestinesi, alle giovani generazioni, al mondo, che non è stata una morte naturale, ma un crimine”.

La riesumazione consentirà a tre diversi team di prelevare campioni di tessuti dalla salma del presidente palestinese. I campioni saranno quindi analizzati separatamente e i risultati, attesi tra qualche mese, saranno poi confrontati. Inoltre, saranno anche esaminati campioni della piccola quantità di terra di Gerusalemme che è stata messa nella tomba di Arafat, a Ramallah, in modo da verificare anche i livelli di polonio eventualmente trasferiti al terreno e confrontarli con quelli presenti in modo naturale nella zona da cui il terriccio è stato prelevato.

L’intera procedura si concluderà domani, e il corpo del leader palestinese sarà nuovamente interrato con una cerimonia militare. Per i palestinesi, non ci sono dubbi: Arafat è stato avvelenato dai servizi di intelligence israeliani, nel 2004. Lo ha ripetuto anche al-Tirawi nella conferenza stampa con cui ha spiegato la procedura di riesumazione: “Abbiamo le prove che indicano che Arafat è stato avvelenato dagli israeliani – ha detto al-Tirawi – Considero questa riesumazione una dolorosa necessità per capire la verità sulla morte del Presidente”. Il governo israeliano ha sempre negato il proprio coinvolgimento nella morte di Arafat, ma nessuno ha commentato ufficialmente i risultati delle indagini condotte da Al Jazeera.

di Joseph Zarlingo

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Yasser Arafat avvelenato con il polonio?

1 dicembre 2012

In un altro post (Killer uranio), qualche anno fa abbiamo già trattato la pericolosità di alcuni elementi radioattivi e il significato di isotopi. È stato anche scritto del processo di decadimento radioattivo attraverso tre diverse modalità: la radioattività alfa, la radioattività beta e la radioattività gamma. Con un altro articolo (Le radiazioni) è stato anche chiarito cos’è la radioattività e in quali situazioni si usa. Un fatto di cronaca di alcuni giorni fa, di cui si parlerà certamente nei prossimi mesi, la riesumazione del corpo del premio Nobel per la pace 1994, Yasser Arafat (insieme ai leader israeliani Shimon Peres e Yitzhak Rabin), presidente per decenni dell’Autorità Nazionale Palestinese, ci induce a ritornare sull’argomento radiazioni, in particolare sul polonio.

Cos’è? È un elemento chimico radioattivo di massa atomica 209 dalton e numero atomico 84. Venne scoperto da una nostra “conoscente”, Marie Curie, nel 1898 durante i suoi studi sulla radioattività della pechblenda, una varietà di ossido di uranio (uraninite) con una composizione intermedia tra UO2 e U3O8, con tracce di torio e cerio.  La pechblenda è il più importante minerale dell’uranio. Il nome polonio gli venne assegnato proprio da Marie Curie Sklodowska in onore della sua patria, la Polonia. In generale, il polonio è molto raro e si trova in natura solo come prodotto di decadimento dell’uranio ed è circa mille volte più radioattivo del radio. L’elemento, per quanto ne sappiamo, viene ottenuto in varie parti del mondo solo in piccolissime quantità. Ma la sua produzione, come quella di altri elementi radioattivi, viene tenuta segreta.

Perché è stato deciso di riesumare la salma di Yasser Arafat? La sua morte avvenne 8 anni fa, l’11 novembre 2004 in circostanze poco chiare, dopo un deperimento durato pochi giorni e il trasferimento dalla Palestina, assediata da Israele, a Parigi. Morì il giorno dopo senza che si arrivasse a capirne le cause. Già si vociferava di qualche forma di avvelenamento. Negli ultimi mesi ci sono state precise denuncie e alcuni sintomi della malattia sono apparsi più chiari, perciò è stato deciso di indagare. Ma sono passati ormai diversi anni. La forma più comune di polonio, l’isotopo 210, ha un tempo di dimezzamento di soli 138 giorni, quindi nel caso sia stato utilizzato per l’avvelenamento di Arafat è molto probabile che ormai non se ne trovi più traccia. Il discorso cambia se sono state utilizzate alcune parti degli isotopi artificiali polonio 209 e polonio 208: hanno tempi di dimezzamento rispettivamente di 103 e 2,9 anni. Questi ultimi possono essere ottenuti artificialmente  bombardando con particelle alfa lamine di bismuto e sono ancora più rari.

Quale effetto ha il polonio sulla salute umana è facile da immaginare: essendo molto radioattivo, è altamente tossico e pericoloso da manipolare anche in quantità inferiori ai milligrammi. Le particelle alfa che emette sono facilmente inalabili o ingeribili e danneggiano gravemente i tessuti. Purtroppo tracce significative di polonio 210, insieme a qualche migliaio di altre sostanze, sono state trovate anche nel fumo di sigarette!

Anche se le analisi dei campioni da materia organica prelevati dal corpo sono state affidate a tre diversi laboratori (francese, svizzero e russo), non sarà facile arrivare ad una conclusione certa: è probabile che anche tra alcuni mesi, quando pubblicheranno i risultati, il mistero non sarà risolto. Forse poteva essere risolto disponendo analisi immediate dopo la sua morte nell’ospedale parigino.

Per saperne di più: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/11/27/Riesumata-salma-Yasser-Arafat_7862390.html

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Scoprire la verità sulle cause del decesso del raìs (avvelenato col polonio?) sarebbe una iattura per Israele e per l’Anp. La Palestina torna a fare notizia solo per una questione di otto anni fa.

Il passato c’entra poco o niente con questa vicenda che sembra uscita dalle pagine di un giallo internazionale. Tanto meno c’entra la volontà, inesistente, di fare luce sulla morte dell’uomo – Yasser Arafat – che per decenni ha impersonato, nel bene e nel male, la “Questione palestinese”. Perché scoprire la verità sulle cause del suo decesso sarebbe una iattura per molti. Troppi.

Israele, certo, ma anche i tanti che nella nomenklatura dell’Anp, all’interno stesso di Fatah, il movimento fondato da Arafat, puntavano, e forse operavano, per l’uscita di scena del raìs. È un triste segno dei tempi che i palestinesi tornino a fare notizia per un passato che non passa, e per una vicenda volutamente mai chiarita. Riemerge dal sepolcro la salma di Yasser Arafat, prossima a essere riesumata dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) sull’onda di una nuova raffica di sospetti sulla sua morte e dell’ipotesi di un presunto avvelenamento radioattivo a base di polonio.

Ad agitare le acque sono stati questa volta i risultati di una ricerca svizzera, diffusi l’altro ieri con enfasi da un documentario della tv panaraba Aljazeera, che accreditano la presenza di tracce anomale di polonio (la micidiale sostanza che avrebbe ucciso nel 2006 l’ex spia russa Aleksandr Litvinenko, transfuga a Londra), sullo spazzolino, fra i vestiti e sulla celeberrima kefiah di “Abu Ammar” – il nome di battaglia di Yasser Arafat, deceduto nell’ospedale militare francese di Percy (sud di Parigi), nel 2004, dopo una misteriosa infermità sfociata in un repentino e per molti inspiegabile deperimento.

La “rivelazione” è detonata come una bomba a Ramallah e nei Territori palestinesi, dove la morte del «presidente martire Arafat» è da sempre denunciata come un omicidio: frutto d’un avvelenamento ordito da Israele (secondo quanto affermato pubblicamente appena pochi mesi fa dal nipote ed ex ambasciatore palestinese all’Onu, Nasser al-Qidwa), magari in combutta con traditori interni dell’Anp. Dalla Muqata – sede della presidenza palestinese ai tempi di Arafat e oggi residenza del suo successore, Mahmud Abbas (Abu Mazen) – è riecheggiato l’impegno a «fare chiarezza», anche a costo di disseppellire il cadavere del defunto per un accurato esame dei resti.

«L’Anp, come sempre, è pronta a collaborare con chiunque per indagare le vere cause che condussero al martirio di Yasser Arafat», dichiara il portavoce presidenziale Nabil Abu Rudeinah, annunciando il via libera all’esumazione della salma – a patto che i familiari l’autorizzino – dopo un incontro con Tafuq Tirawi, responsabile di un organismo d’inchiesta locale. Saeb Erekat, capo negoziatore dell’Anp, si è spinto da parte sua a lanciare un appello alla «formazione di una commissione d’indagine internazionale, sul modello di quella creata per far luce sull’assassinio dell’ex premier libanese Rafik Hariri».

La sollecitazione a riesumare il cadavere – custodito solennemente dalla stessa Anp nel mausoleo della Muqata – era rimbalzata già ieri, non senza accenti polemici, dalla vedova del raìs, Suha Arafat, che vive in una sorta di esilio di fatto a Malta da dove nei mesi scorsi aveva provveduto in prima persona a mettere a disposizione dei laboratori elvetici citati da Aljazeera oggetti personali del marito. Di certo, il “giallo” avrà altri sviluppi e, forse, colpi di scena. Ma tutto ciò con la “causa palestinese” – colpevolmente precipitata nell’agenda internazionale – c’entra poco o niente.

Limes 5/11 “Israele più solo, più forte” (scarica il numero su iPad)

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Giallo sulla morte di Arafat, fu avvelenato con il polonio? La salma sarà riesumata martedì

24 novembre 2012

La riesumazione della salma di Yasser Arafat avrà luogo martedì prossimo, alla presenza dei magistrati francesi che indagano sulle cause del decesso del leader palestinese, morto nel 2004 in un ospedale di Parigi. «L’apertura della tomba avrà luogo il 27 novembre, gli esperti rileveranno dei campioni e il tutto si svolgerà nell’arco di qualche ora» spiega il presidente della commissione d’inchiesta palestinese, Tawfiq Tirawi, precisando che al termine verranno organizzati dei funerali ufficiali e protocollari. Oltre agli inquirenti francesi saranno presenti anche gli esperti dell’Istituto di Radiofisica di Losanna, che hanno rilevato delle quantità anormali di polonio su alcuni effetti personali di Arafat.
I familiari del rais hanno esplicitamente accusato Israele di aver avvelenato Arafat: il polonio – sostanza radioattiva altamente tossico – era stato utilizzato nel 2006 per uccidere Alexandre Litvinenko, ex spia del Kgb.

Il primo presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese morì l’11 novembre 2004, a Parigi, i medici francesi non chiarirono mai le cause della morte e, nonostante le richieste della moglie, un’autopsia non venne mai eseguita. La commissione si prepara ora a fare chiarezza e l’esame servirà a far luce sui sospetti, avanzati dalla commissione stessa, secondo cui Arafat venne ucciso da Israele con il polonio, lo stesso veleno utilizzato per uccidere Alexander Litvinenko, a Londra, nel 2006. «La tomba – ha spiegato Tirawi – sarà aperta il 27 novembre, alcuni esperti preleveranno dei campioni organici entro poche ore e una cerimonia di sepoltura si terrà lo stesso giorno».

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Morte Arafat. Nipote: mio zio avvelenato da Israele

12 luglio 2012

Nasser al-Qidwa nipote dell’ex leader palestinese Arafat, sostiene sia stata Israele ad avvelenare lo zio con il polonio. Ma Israele nega ogni coinvolgimento respingendo le accuse. Lo stesso Qidwa, aggiunge che “I responsabili dovrebbero essere catturati e processati”. Il caso, era stato riaperto grazie all’indagine dell’emittente Al-Jazeera e al ritrovamento di tracce di polonio sui vestiti, sullo spazzolino da denti e la kefiah dell’ex leader. Inoltre in questi oggetti sono state rinvenute tracce del sangue, della saliva e del sudore di Arafat, che hanno dimostrato che al momento della morte c’era un alto livello di polonio nel suo organismo.

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Biografia Arafat

Esiste una disputa sul giorno e sul luogo di nascita di Yasser Arafat, il quale affermava di essere nato il 4 agosto 1929 a Gerusalemme, mentre il certificato di nascita ufficiale afferma che sia nato in Egitto, a Il Cairo, il 24 agosto 1929.

Arafat nasce in una importante famiglia originaria di Gerusalemme, gli Husseini.

Il suo vero e completo nome è Mohammed Abd al-Rahman Abd al-Raouf Arafat ma è stato anche conosciuto con un altro appellativo, quello usato in guerra, ossia Abu Ammar. Il padre era un commerciante di successo, la madre muore quando lui ha solo quattro anni. Trascorre l’infanzia al Cairo, poi a Gerusalemme presso uno zio. Entra da subito nelle fazioni in lotta contro la costituzione dello Stato israeliano. Diciannovenne, prende parte attiva alla lotta palestinese.

Intanto studia ingegneria civile all’università del Cairo dove, nel 1952, si unisce alla Fratellanza musulmana e alla Lega degli studenti palestinesi di cui diviene anche il presidente. Consegue il diploma di laurea nel 1956. Allo scoppio della guerra per il controllo del canale di Suez è sottotenente dell’esercito egiziano.

Ormai facente parte del gruppo di leader del nascente movimento palestinese è un personaggio scomodo, ricercato dalle autorità israeliane. Per evitare l’arresto abbandona l’Egitto per il Kuwait dove nel 1959 fonda, con altri importanti componenti delle fazioni ribelli, “al-Fatah”. L’organizzazione riesce a convogliare nelle sue fila centinaia di giovani palestinesi e a creare un movimento consistente ed incisivo.

Dopo la sconfitta nella guerra araba contro Israele nel 1967, al-Fatah converge nell’OLP, “l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina”: nel febbraio 1969 Yasser Arafat diventa presidente del Comitato Esecutivo del Consiglio Nazionale della Palestina.

Con il suo carisma e la sua abilità politica Arafat indirizza l’OLP verso la causa palestinese allontanandola dai disegni panarabi. Allo stesso tempo la crescita del suo ruolo politico corrisponde a maggiori responsabilità militari: nel 1973 diventa Comandante in capo dei gruppi armati palestinesi.

Nel luglio 1974 Arafat decide una svolta importante dell’OLP, rivendicando per il popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese; a novembre, in uno storico discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite, Arafat chiede una soluzione pacifica, politica, per la Palestina, ammettendo implicitamente l’esistenza di Israele.

Nel 1983, nel pieno svolgimento della guerra civile libanese, sposta il quartier gnerale dell’OLP da Beirut a Tunisi e, nel novembre di cinque anni più tardi, proclama lo Stato indipendente di Palestina. Chiede inoltre il riconoscimento delle risoluzioni ONU e chiede di aprire un negoziato con Israele.

Nell’aprile 1989 è eletto dal Parlamento palestinese primo Presidente dello Stato che non c’è, lo Stato di Palestina.

E’ un periodo rovente, che vede l’esplosione delle sue tensioni sotterranee nella Guerra del Golfo, scatenata nel 1990 dagli Stati Uniti contro Saddam Hussein, reo di aver proditoriamente invaso il vicino Kuwait.

Arafat stranamente – forse accecato dall’odio nei confronti dell’Occidente e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti – si schiera proprio con Saddam. Una “scelta di campo” che gli costerà cara e di cui lo stesso Arafat avrà di cui pentirsi, soprattutto alla luce degli avvenimenti legati all’attentato alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001.

La mossa attira su di lui sospetti consistenti di avere le mani in pasta nelle frange terroristiche che pullulano in Medio Oriente. Da qui l’incrinarsi della sua credibilità come controparte sul piano delle trattative con Israele.

Ad ogni modo, piaccia o non piaccia, Arafat è sempre rimasto l’unico interlocutore attendibile, a causa di un fatto molto semplice: è stata l’unica personalità che per anni i palestinesi hanno riconosciuto come loro portavoce (escludendo le solite frange estremiste). Pur essendo accusato da più parti di essere fomentatore del terrorismo e della linea integralista, per altri Arafat è sempre stato invece sinceramente dalla parte della pace.

I negoziati fra Israele e palestinesi condotti da lui, d’altronde, hanno avuto una storia travagliata, mai conclusa.

Un primo tentativo si fece con la conferenza per la pace in Medio Oriente a Madrid, poi con trattative segrete portate avanti dal 1992, fino agli accordi di Oslo del 1993.

Nel dicembre dello stesso anno per Arafat arriva un importante riconoscimento dell’Europa: il leader palestinese è ricevuto come capo di Stato dal Parlamento europeo, al quale chiede che l’Unione diventi parte in causa del processo di pace. Un anno più tardi, nel dicembre 1994, riceve il Nobel per la pace ex aequo con importanti esponenti dello Stato israeliano, Yitzhak Rabin e Shimon Peres. Nel frattempo il leader palestinese si trasferisce a Gaza, dove guida l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).

La sua eventuale successione, all’interno di un quadro che vede le istituzioni dell’Anp assai fragili e poco consolidate, delinea potenzialmente scenari da guerra civile palestinese che rischiano di alimentare ancora di più il terrorismo internazionale.

In questa realtà, gruppi fondamentalisti e fautori del terrorismo più sanguinario come quelli di “Hamas” suppliscono all’assenza di uno Stato con attività di proselitismo, ma anche di assistenza, istruzione islamica e solidarietà fra famiglie.

E’ grazie a questa rete di supporto e di guida che Hamas riesce a condizionare i suoi adepti fino a portarli al sacrificio di se stessi nelle famigerate azioni suicide.

Sul piano della sicurezza dunque, sostiene lo stesso Arafat, non è possibile poter controllare tutte le frange di terroristi con un poliziotto ogni cinquanta palestinesi, in questo trovando supporto e consensi anche in parte dell’opinione pubblica israeliana.

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Da al-Fatah all’Autorità Nazionale Palestinese

La leadership di Yasser Arafat

In seguito alla nascita dello stato di Israele, molti palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie terre, cercando rifugio nei paesi confinanti o nei campi profughi organizzati dalle Nazioni Unite.

Le condizioni di vita erano molto dure sia nei campi profughi che nei territori arabi della Palestina, in particolare nella striscia di Gaza, divisa tra l’amministrazione egiziana e israeliana. L’economia palestinese era marginale, soprattutto se paragonata al boom economico che viveva lo stato ebraico. In risposta, nei primi anni ’60, all’interno dei campi profughi, fiorirono varie organizzazioni con lo scopo di riportare le popolazione arabe in Palestina e distruggere lo stato di Israele.

Così, nel 1958 in Kwait, un giovane Yasser Arafat e altri esuli palestinesi fondarono al-Fatah, acronimo arabo di Movimento Palestinese di Liberazione. Parallelamente a Il Cairo nel 1964, i leader arabi diedero vita alla OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), il braccio politico di questi gruppi, per lo più dediti ad attività armate e di guerriglia contro gli obiettivi israeliani. Assieme a Fatah, nacquero altre organizzazioni, come il Fronte democratico per la liberazione della Palestina, il Fronte popolare, tutte raggruppate sotto il tetto dell’OLP, nonostante le differenze politiche e le tattiche militari.

Il 3 febbraio 1969, Yasser Arafat, leader di Fatah, divenne capo di dell’OLP, ponendosi alla giuda del movimento palestinese. La leadership di Arafat rappresentò un vero e proprio elemento di rottura rispetto al passato. L’OLP non era più una struttura che dipendeva dalle nazioni arabe, ma un’organizzazione indipendente e nazionalista con base in Giordania (dove vivevano la maggioranza degli esuli palestinesi). Personaggio carismatico e controverso, Arafat si distinse ben presto per le sue abilità diplomatiche. In breve tempo, infatti, diede enorme visibilità all’OLP, facendo guadagnare all’organizzazione il riconoscimento internazionale.

Dopo le ripercussioni del governo giordano contro i gruppi palestinesi armati (che portarono alla proliferazione di gruppi estremisti come Settembre Nero), Arafat cercò riparo in Libano, ma una serie di raid israeliani (in cui lo stesso leader rischiò la vita) uccisero diversi membri dell’OLP. Nonostante tutto l’organizzazione rimase in piedi e Arafat trasferì il suo quartiere generale a Tunisi.

Intanto l’attività diplomatica del leader palestinese continuò con grande impegno e nell’ottobre 1973, durante un summit a Rabat, in Marocco, a cui presero parte i capi di stato dei paesi arabi, Arafat convinse re Hussein di Giordania a supportare la causa palestinese e a riconosce l’OLP come unico interlocutore.

l 13 novembre 1974, inoltre, diviene il primo rappresentante di un’organizzazione non governativa a parlare ad una sessione generale delle Nazioni Unite, ponendo in agenda la questione palestinese da un altro punto di vista. Erano gli stessi palestinesi a farsi portavoce delle loro esigenze. Lo stesso anno, Arafat ordinò all’OLP di sospendere qualsiasi azione militare al di fuori di Israele, della Cisgiordania e della striscia di Gaza. Per il governo di Tel Aviv, però, Arafat era il responsabile per la nascita dei gruppi palestinesi più estremisti. Dal loro canto, gli Stati Uniti continuarono a rifiutare il dialogo con l’OLP fin quando l’organizzazione palestinese non avesse riconosciuto il diritto di Israele ad esistere.

A partire dal 1987, nei Territori Occupati si alzò un moto popolare che cercava di combattere la presenza israeliana. L’Intifada (in arabo “brivido, scossa”), attraverso scioperi, disobbedienza civile e il lancio di pietre contro i tank israeliani cercò di attirare l’attenzione dei media e della comunità internazionale sulla complicata situazione medio orientale.

Un anno dopo, mentre il conflitto in Israele andava radicalizzandosi, la politica dell’OLP cambiò rotta. In un discorso a Ginevra presso le Nazioni Unite, Arafat annunciò che l’OLP avrebbe rinunciato al terrorismo e avrebbe sostenuto “Il diritto a tutte le parti coinvolte nel conflitto di Medio Oriente a vivere in pace e sicurezza, inclusi lo stato di Palestina, Israele e gli paesi confinanti”.

Eccetto per uno strappo nel 1991, quando l’OLP decise di sostenere Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo, i rapporti tra Arafat, lo stato di Israele e, soprattutto, gli Stati Uniti andarono migliorando, fino a giungere agli storici accordi di Oslo del 1993. In seguito agli accordi, nacque l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), e nelle elezioni del 1996 Arafat ne divenne il presidente.

Nel 1994, assieme a Yitzhak Rabin e Shimon Peres, ricevette il Nobel per la Pace. Al tempo stesso, i suoi rapporti con le organizzazioni terroristiche palestinesi, e l’abbandono del tavolo delle trattative a Camp David nel 2000, gettarono un’ombra lunga sulla sua personalità e sulla sua leadership, incastrata tra le complesse dinamiche e la corruzione dell’ANP e le aspettative della comunità internazionale, dove Israele ha sempre giocato un ruolo fondamentale.

[Nell’immagine: Yasser Arafat]

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Le guerre e la questione dei Territori Occupati

La presenza israeliana in Medio Oriente innescò, sin dai primi anni del mandato britannico, un aspro e annoso conflitto con le nazioni arabe confinanti, che in appoggio al popolo palestinese invasero a più riprese lo stato ebraico.

Soltanto nei primi anni ’60, i palestinesi si organizzarono in un movimento politico e militare, grazie soprattutto al lavoro di Yasser Arafat, il quale fondò nel 1959 al-Fatah, spina dorsale della lotta armata, e in seguito l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Le nazioni arabe confinant con lo stato di Israele appoggiarono la popolazione palestinese, invadendo a più riprese lo stato ebraico. Col passare degli anni, anche i palestinesi si organizzarono in un movimento politico e militare, di grande peso furono l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nata nel 1964) e Al-Fatah, spina dorsale della lotta armata palestinese, fondato nel 1959 da Arafat.

[Nell’immagine: Cartina della ripartizione ONU del 1947]

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Quando finisce la prima Intifada palestinese?

Una delle tante foto scattate durante la prima Intifada palestinese

Chiedersi quando inizia e quando finisce la prima intifada potrebbe sembrare una domanda piuttosto banale. Eppure l’elemento di spontaneità della guerriglia organizzata dalla popolazione palestinese fa sì che sia piuttosto difficile delinearne i confini cronologici.

A partire da questa domanda, Andrea Podavini traccia, nella sua tesi “La prima Intifada nella visione politica del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina – FDLP”, un preciso excursus storico del movimento, dalla sua nascita (nella seconda metà degli anni ’80) all’uccisione di Rabin (il 4 novembre 1995).

A corredo del proprio lavoro, Podavini inserisce un’interessante intervista a Tayseer Khaled, leader del Fronte democratico per la liberazione della Palestina, nonché un’appendice in cui vengono riportate le diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e gli esempi di articoli di giornali locali, nazionali ed esteri sugli incidenti legati all’intifada.

[Nell’immagine: Una delle tante foto scattate durante la prima Intifada palestinese]

La prima Intifada nella visione politica del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina – FDLP

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La guerra del Yom Kippur

Il 6 ottobre 1973, durante la celebrazione del Yom Kippur (la festività ebraica dell’espiazione), l’Egitto, appoggiato dalla Siria e da altre nazioni arabe (come la Libia) invase i territori israeliani nella penisola del Sinai. Dopo pochi giorni lo stato di Israele sconfisse le truppe arabe, arrivando alle porte de Il Cairo.

In risposta, il 17 ottobre 1973 i membri dell’Organizzazione dei paesi arabi esportatori di petrolio (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries, OAPEC) decisero di non esportare più l’oro nero nei paesi sostenitori dello stato di Israele (in particolare Stati Uniti e Olanda per aver fornito armi ai sionisti), innescando così la crisi petrolifera del 1973.

La guerra dello Yom Kippur ridisegnò per l’ennesima volta i confini dello Stato di Israele che riuscì ad annettere tutta la città di Gerusalemme, buona parte della striscia di Gaza (fino ad allora controllata dall’Egitto) e la penisola del Sinai (controllata dalla Giordania), costringendo ad un nuovo intervento da parte delle Nazioni Unite.

Con la Risoluzione 338, l’ONU invitava Israele a ritirarsi dai Territori Occupati in funzione di un possibile avvio di trattative di pace, nonché alla cessazione delle attività terroristiche dei palestinesi. Anche se riluttante, Israele accettò le condizioni, e altrettanto fecero Nasser e re Husayn di Giordania, ma Siria e palestinesi rifiutarono.

Pare che parte del rifiuto da parte araba fosse dovuto da una certa ambiguità all’interno del condizioni imposte dalle Nazioni Unite: la risoluzione non indicava con precisione da quali Territori, se da tutti o da una parte, si sarebbe dovuto ritirare lo stato ebraico. I Territori Occupati durante la guerra dei sei giorni sono ancora tutt’ora oggetto di disputa. A partire dagli anni ’70, infatti, nella striscia di Gaza e in Cisgiordania si diressero molti israeliani, creando colonie agricole e insediamenti, talvolta abusivi, costringendo le popolazioni arabe alla fuga.

[Nell’immagine: Ariel Sharon durante la guerra del Yom Kippur]

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La guerra dei sei giorni

Nei primi anni ’60, lo scenario mediorientale si andò modificando sempre più. Nel 1959 Yasser Arafat creò Al-Fatah, braccio armato dei gruppi palestinesi che rivendicavano la libertà della regione, mentre nel 1964 nacque l‘OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), organo paramilitare e politico, riconosciuto nel 1974 dalla Lega Araba come unica autorità sulla Palestina.

Intanto, secondo le informazioni ottenute dal Mossad, i servizi segreti israeliani, Egitto, Siria e Giordania stavano ammassando truppe a ridosso dei propri confini. Pertanto nel 1967 Israele decise di passare ad un attacco preventivo.

Sotto il comando dei generali Yitzhak Rabin (Capo di Stato Maggiore) e Moshe Dayan (Ministro della Difesa), in soli sei giorni, a partire dal 5 giugno 1967, Israele sconfisse gli eserciti dei tre paesi arabi, conquistando la Cisgiordania e Gerusalemme Est (che erano sotto l’amministrazione giordana), la Penisola del Sinai, le Alture del Golan, la Striscia di Gaza, allargando in maniera sensibile i propri confini originari.

Nei Territori Occupati durante la guerra dei sei giorni, Israele rifiutò di applicare la Quarta Convenzione di Ginevra, cioè negando ai palestinesi dei Territori gli stessi diritti politici dei cittadini israeliani, né dei benefici accordati dalle leggi di Israele.

L’ONU intervenne con una risoluzione, la 242, che imponeva ad Israele il ritiro dai territori e alle nazioni arabe il riconoscimento dello stato ebraico. Ma, il netto rifiuto da parte arabe di riconoscere Israele, portò quest’ultima a rimanere nei Territori.

[Nell’immagine: I protagonisti della guerra dei sei giorni: a destra il generale Narkiss, al centro il ministro della difesa Dayan e a destra Rabin, all’epoca Capo di Stato Maggiore]

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Il Libano e la prima Intifada

Il nuovo esodo di palestinesi dai Territori Occupati, complicò sempre più la situazione nell’intera area mediorientale, situazione che estese il conflitto anche al vicino Libano. Il 19 novembre 1977, il neo presidente egiziano, Anwar Sadat, visitò il Knesset, il parlamento israeliano.

Una visita storica che gli valse il Nobel per la pace nel 1978 e che portò agli accordi di Camp David, in cui Israele si impegnava a ritirarsi dalla penisola del Sinai, in cambio l’Egitto riconosceva lo Stato ebraico.

Nel 1981, Sadat fu ucciso da estremisti islamici, gettando l’ennesima ombra lunga sul processo di pace. E le tensioni con i paesi confinanti non si placarono. Nel 1978 Israele invase il sud del Libano (accusato di appoggiare l’OLP e le altre organizzazioni terroristiche palestinesi), costringendo l’ONU a creare una zona cuscinetto tra i due paesi, sorvegliata dai “caschi blu”.

Nelle operazioni in Libano si consumò il massacro dei campi profughi di Beirut, Sabra e Shatila, per mano delle forze falanghiste libanesi, con una forte responsabilità da parte dell’esercito israeliano e del Ministro della Difesa di allora, Ariel Sharon, costretto a dimettersi e farsi da parte nella politica israeliana per 20 anni.

A partire dal 1987, nei Territori Occupati si alzò un moto popolare che cercava di combattere la presenza israeliana. L’Intifada (in arabo “brivido, scossa”), attraverso scioperi, disobbedienza civile e il lancio di pietre contro i tank israeliani cercò di attirare l’attenzione dei media e della comunità internazionale sulla complicata situazione medio orientale.

I gruppi estremistici di matrice islamica che non si riconoscevano nell’OLP (per sua stessa natura laica e di ispirazione socialista) diedero vita ad un movimento radicale chiamato Hamas (nato a Gaza proprio nel 1987) che esacerbò lo scontro con le forze militari israeliane con un crescendo di attentati terroristici suicidi.

Nello stesso periodo, le posizioni dell’OLP andarono ammorbidendosi sempre più, cercando di abbandonare la lotta terroristica e aprendosi alla diplomazia, tanto che nei primi anni ’90, si giunse al primo (e forse il più significativo) processo di pace tra Israele e OLP.

[Nell’immagine: Il presidente egiziano Sadat nominato persona dell’anno 1978 dal settimanale americano, Time]

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L’attacco all’ambasciata Usa a Bengasi e lo spettro di Jimmy Carter

Barack Obama e Hillary Clinton

Nella notte del 12 settembre, è stata attaccata l’ambasciata americana a Bengasi, in Libia. Durante gli scontri hanno perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens, Sean Smith, un agente dei servizi segreti, e due marine. L’attacco è stato organizzato da un gruppo di manifestanti che protestavano contro il film Innocence of Muslims (L’innocenza dei musulmani) è stato prodotto da Nakoula Basseley Nakoula, 55 anni, cristiano copto d’origine egiziana e residente negli Stati Uniti.

Mentre resta sconosciuta l’identità del regista, che si firma Sam Bacile (americano con cittadinanza israeliana, ma negli Usa non risulta nessuna persona che abbia il questo nome e lo stesso ha fatto sapere lo stato di Israele). Il video è stato pubblicato su Youtube da Morris Sadek, altro cristiano copto, famoso per i suoi attacchi all’Islam.

Lo spezzone del film di 14 minuti era già online dalla fine di luglio, la scintilla è scattata quando è stato postato, in una data non casuale, l’11 settembre, con i sottotitoli in arabo. Secondo le poche notizie trapelate, Innocence of Muslims è costato 5 milioni di dollari, tutti offerti da donatori ebrei. Stando a quanto detto da Sam Bacile in un’intervista telefonica con il Wall Street Journal, il film aiuterà Israele, “perché mostra al mondo le imperfezioni dell’Islam”.

Il film è stato prodotto nel 2011, con la partecipazione di 59 attori e 45 membri della troupe cinematografica, molti dei quali si sono dissociati, sostenendo che nella fase di postproduzione è stata modificata la sceneggiatura iniziale. Finora è stato proiettato per intero soltanto una volta in un cinema di Hollywood, rimasto quasi completamente vuoto. Nel video Maometto viene presentato come un imbroglione e un donnaiolo. Come se non bastasse, la clip di Innocence of Muslims è introdotta dal pastore Terry Jones, un predicatore della Florida, famoso per aver bruciato in pubblico i libri del Corano.

Al di là del tipo di rappresentazione, per molti musulmani qualsiasi raffigurazione del profeta è considerata blasfema. La religione musulmana è aniconica, cioè non ammette immagini. Del resto, nel 2005, i gruppi di musulmani più estremisti avevano avuto un tipo di reazione simile al seguito delle di 12 vignette satiriche su Maometto apparse sul quotidiano danese Jyllands-Posten. La differenza, in questo caso, è la reazione della presidenza statunitense. Apparso in tv con il Segretario di Stato, Hillary Clinton, Obama ha condannato l’aggressione, ma ha ribadito il rispetto delle religioni.

Con le elezione alle porte, la vicenda ha avuto ripercussioni sulla politica americana. Il rischio è che le manifestazioni antiamericane portino ad un’escalation della tensione nei paesi mediorientali, come Libia ed Egitto (sostenuti – anche militarmente – dagli Stati Uniti), con conseguenti crisi diplomatiche. Una situazione del genere potrebbe trasformarsi in un’arma a favore dello sfidante Mitt Romney. Infatti, l’intento repubblicano, come scrive Federico Rampini sul suo blog su Repubblica, è quello di far passare l’equazione “Obama come Jimmy Carter”, accusando Obama di non essere capace di difendere gli inerissi americani nell’area, come successe a Carter durante la presa degli ostaggi all’ambasciata di Teheran nel 1979.

[Nell’immagine: Barack Obama e Hillary Clinton ]

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La crisi di Suez

Nel luglio del 1956 Abdel Nasser, salito alla guida dell’Egitto con un colpo di stato, decretò la nazionalizzazione del canale di Suez, vietandone il passaggio alle navi israeliane.

La nazionalizzazione del canale, però, ebbe ripercussioni a livello internazionale ben più gravi: Gran Bretagna e Francia, che dalla fine del diciannovesimo secolo (cioè dalla caduta dell’Impero Ottomano), nonostante l’indipendenza dell’Egitto, avevano un forte controllo sugli scambi commerciali nello stretto, furono costrette a lasciare la regione.

Israele, quindi si rivelò essere un ottimo alleato: tre mesi dopo, infatti, lo stato ebraico invase la Striscia di Gaza e la penisola del Sinai avanzando verso il canale, mentre le nazioni europee iniziarono a bombardare l’Egitto, costringendolo a riaprire lo stretto.

La crisi nel canale di Suez ebbe ripercussioni internazionali ancora più grandi, nel momento in cui si inserì nelle tensioni tra il blocco comunista, che si schierò a favore dell’Egitto, e gli Stati Uniti in un primo momento schierati accanto alle nazioni europee.

Per l’inizio del 1957 tutte le truppe israeliane si erano ritirate dal Sinai. Il timore di un’improvvisa escalation delle operazioni militari, infatti, spinse gli USA a frenare l’avanzata bellica di Regno Unito e Francia.

Intanto, il ministro degli esteri canadese, Lester Pearson (vincitore per il Nobel per la pace, grazie alla sua mediazione nella crisi), ottenne l’invio di una forza militare di interposizione sotto l’egida dell’ONU (la prima dalla sua nascita), con lo scopo di “mantenere i confini in pace mentre si cercava un accordo politico”.

Da un punto di vista politico, la crisi di Suez rappresentò punto nodale nella costruzione di un’asse USA-Israele, facendo degli Stati Uniti il più stretto alleato dello stato ebraico, riducendo in maniera drastica il ruolo delle nazioni europee, che all’epoca del colonialismo avevano esercitato un’enorme influenza nell’area.

[Nell’immagine: I confini israeliani dopo la guerra di Suez]

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La mappa bugiarda su Israele e Palestina

19 novembre 2012

Quando lavoravo a Betlemme, ai tempi della prima guerra a Gaza, appesa a una parete del centro in cui facevo il volontario c’era questa mappa:

Sembrano quattro cartine molto efficaci a mostrare la progressiva sottrazione di territorio a un futuro Stato palestinese, ricordo di aver pensato. Eppure sono una frode. Una bugia creata da chi, certamente in malafede, ha giustapposto quelle quattro cartine compilate – basta conoscere un po’ la storia – usando criterî completamente diversi per stabilire cosa si intenda per “terra palestinese”, mescolando così mele e pere, al fine di dare un’idea distorta dell’evoluzione dei fatti.

La cosa peggiore è che, per descrivere l’erosione di territorio palestinese nel corso di questi decenni, non ci sarebbe bisogno di menzogne o fabbricazioni, basterebbe ricordare cosa sono i territorî del ’67, o parlare della costruzione di un numero sempre maggiore di colonie israeliane al di fuori della green line: in quattro parole, basterebbe dire la verità. Se si combatte per una causa giusta – la creazione di uno Stato Palestinese –, non bisogna usare esagerazioni o montature a fini propagandistici: altrimenti, almeno per me, si è perso in partenza.

Siccome, specie in questi ultimi giorni, vedo riaffiorare sempre più spesso questa mappa, faccio ora quello che persi l’occasione di fare, al tempo, con i bambini coi quali lavoravo: provo a spiegare alle tante persone benintenzionate e in buona fede che diffondono quell’immagine, perché queste quattro cartine sono un’impostura.

Perché è un imbroglio (in breve)
Come detto, in queste quattro cartine si usano criterî completamente incoerenti per colorare di verde o di bianco le terre palestinesi e israeliane. In particolare, è ciò che viene definito “terra palestinese” a variare ogni volta al fine di suggerire l’idea di questo scenario fittizio: nella prima mappa è “terra palestinese” qualunque posto dove non ci siano ebrei (ma magari neanche palestinesi); nella seconda si considera “terra palestinese” quello che l’ONU aveva proposto alle due parti; nella terza si considera “terra palestinese” quella che era occupata dalla Giordania; nella quarta si considera “terra palestinese” quella che Israele riconosce come tale.

Cambiando completamente il punto di vista, si simula uno svolgimento cronologico che non ha nulla a che vedere con la realtà e che, anzi, nell’ultima immagine sembra proprio andare a detrimento delle rivendicazioni palestinesi, rinnegando gli accordi di Oslo – quelli del premio Nobel per la pace a Rabin e Arafat, quelli rigettati solo dai nemici del “due popoli, due Stati” – che sono l’unica concessione che i palestinesi hanno avuto da sessant’anni a questa parte.

Perché è un imbroglio (più approfondito)
IMMAGINE UNO: (1946) la prima immagine di quella mappa, del ’46, considera “territorio palestinese” tutto quello che non è abitato da ebrei, anche le zone disabitate, cioè la maggior parte, come tutto il deserto del Negev (andato poi a Israele proprio perché disabitato). Se si evidenziassero come territorio palestinese solo i villaggi palestinesi e come ebreo tutto il resto, verrebbe una mappa uguale e contraria. Tutto ebreo – tutto bianco – e poche macchie arabe. Sarebbe, ovviamente, una frode anche quella.

IMMAGINE DUE: (1947) l’unica onesta. È il progetto di partizione della Palestina, la risoluzione 181 del novembre ’47, che – occorre ricordarlo – Israele accettò e Stati Arabi e palestinesi non accettarono. Se entrambe le parti avessero accettato la partizione, ora avremmo un territorio diviso a metà fra Palestina e Israele.

IMMAGINE TRE: (1948) innanzitutto si parla di 1949-1967, quando invece è semplicemente l’esito della guerra che gli Stati Arabi dichiararono a Israele, e vinta dagli israeliani. Perciò è la situazione del 1948. Ed è quella attualmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Al contrario di ciò che sembra suggerire la mappa, non c’è alcuna evoluzione dal ’46 al ’67: nel ’49, all’indomani della guerra, siamo già in questa situazione.

Anche qui, se uno volesse usare lo stesso criterio a parti invertite, e disegnare una mappa di quello che sarebbe stato l’esito se gli Stati Arabi avessero vinto la guerra, dovrebbe disegnare una mappa completamente verde: 100% di territorio palestinese, 0% di territorio israeliano. Solo che, a far così, ci si renderebbe conto che Israele, vincendo la guerra, ha sottratto ai palestinesi – con mezzi ben più che discutibili – il 20% del territorio rispetto alla 181; ma se gli israeliani avessero perso la guerra, Israele avrebbe perso, non il 20, ma il 100%. Naturalmente non è così, né in un senso né nell’altro, che ragiona chi vuole la pace.

IMMAGINE QUATTRO (1993): la più bugiarda di tutte, che gioca sull’equivoco di cosa può voler dire “terra palestinese” nella maniera più brutale e menzognera, sostituendo a “cosa è terra palestinese” o “cosa la comunità internazionale considera terra palestinese”, addirittura “cosa gli israeliani considerano terra palestinese”.  Ciò che è più offensivo è che, se quella fosse pacificamente la “terra palestinese”, la pace si farebbe domani, tradendo le aspettative di quattro milioni di palestinesi.

Se queste fossero le richieste dei palestinesi, cioè ritrarsi in un territorio fatto di enclavi e senza soluzione di continuità, e concedere a Israele più della metà delle proprio terre post-’48 (quindi l’80% del territorio mandatario), l’accordo sarebbe già firmato: neanche il più cinico degli israeliani, neanche Avigdor Lieberman, potrebbe sperare di meglio (per dire, a Camp David-Taba, nel 2000-01, gli israeliani avevano proposto ben più del doppio di questo territorio).

Quell’immagine è un incomprensibile miscuglio della Zona A e Zona B degli accordi di Oslo del 1993 (fra l’altro considera già palestinese anche la Zona B, quando essa è tuttora sotto dominio militare israeliano). In realtà, i palestinesi rivendicano come propria – e io credo legittimamente – molto di più di quell’immagine: per lo meno la zona C degli accordi di Oslo, come viene riconosciuto loro dalla comunità internazionale. Per giunta, la mappa sbaglia la data (2000 anziché 1993), probabilmente confondendo gli accordi di Oslo con i non-accordi di Camp David.

Ciò che più indigna è che, adottando il punto di vista del più falco degli israeliani, questa mappa considera gli accordi di Oslo come il punto di arrivo di una progressiva involuzione, anziché come l’unica concessione che i palestinesi hanno ottenuto negli ultimi sessant’anni, e l’unico spazio di autogoverno che sono riusciti a ritagliarsi.

Per spiegare più chiaramente questo raggiro, se si usasse la definizione di “terra palestinese” dell’immagine 4 per tutte le altre immagini si avrebbe questa situazione:
mappa 1 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 2 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 3 bianca (i palestinesi non esistono)
mappa 4 (in realtà datata 1993 e non 2000) con quel 41% della 181, di terra palestinese, in verde.

In sostanza, una situazione particolarmente felice e in ottimistica progressione (dallo 0% al 41%) per le speranze palestinesi di avere uno Stato. Non è così: e non c’è bisogno di mentire per aggiungere “purtroppo”.

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La strategia suicida del governo israeliano. La nave Exodus 1947

La Exodus dopo l’abbordaggio inglese

Galleria fotografica  Le foto della manifestazione del 4 giugno a Roma

In alto mare, in acque extra-territoriali, la nave fu fermata dalla marina. Il commando la prese d’assalto. Centinaia di persone in coperta resistettero mentre i soldati usavano la forza. Alcuni dei passeggeri furono uccisi, altri feriti. La nave fu riportata in porto e i passeggeri fatti scendere con violenza. Il mondo li vide camminare lungo la banchina, uomini e donne, giovani e anziani, tutti sfiniti, uno dietro l’altro, ciascuno con ai lati un soldato.

La nave era stata chiamata «Exodus 1947». Era partita dalla Francia con la speranza di infrangere il blocco britannico imposto per impedire che navi cariche di sopravvissuti all’olocausto raggiungessero le coste della Palestina. Se gli avessero permesso di raggiungere il paese, avrebbero fatto scendere gli immigrati illegali e li avrebbero mandati nei campi di detenzione a Cipro, come avevano fatto in precedenza. Nessuno si sarebbe soffermato su questo episodio per più di due giorni.
Ma il responsabile era Ernest Bevin, leader labourista e ministro britannico arrogante, grossolano e attratto dal potere. Non voleva che un gruppo di ebrei potesse imporsi, così decise di impartire loro una lezione che tutto il mondo avrebbe avuto sotto gli occhi. «Questa è una provocazione», esclamò, e certamente aveva ragione. Il principale scopo era infatti quello di provocare, in modo da attirare l’attenzione sul blocco britannico.
Quello che ne seguì è storia nota: il fatto si trascinò a lungo, ogni idiozia ne chiamò altre a catena e il mondo intero simpatizzò con i passeggeri della nave. Ma gli inglesi non si arresero e pagarono le conseguenze a caro prezzo.
Molti considerano l’incidente della Exodus il punto di svolta negli sforzi per la creazione dello Stato di Israele. La Gran Bretagna cadde sotto il peso delle condanne internazionali e decise di rinunciare al mandato in Palestina. Certo, ci furono moltre altre importanti ragioni che portarono a questa decisione, ma la Exodus fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Non sono il solo ad aver ricordato l’episodio questa settimana. Anzi, sarebbe stato impossibile non richiamarlo alla mente, soprattutto per coloro che, a quel tempo, vivevano in Palestina e che furono testimoni del fatto.
Certo, ci sono differenze. Allora c’erano i sopravvissuti dell’olocausto, oggi gli attivisti pacifisti venuti da tutto il mondo. Ma, sia allora che oggi, tutti hanno assistito all’attacco di soldati armati da capo a piedi su passeggeri disarmati, che hanno resistito con qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani, con i bastoni o con le mani. Sia allora che oggi, è successo in alto mare, a 40 km dalla costa a quel tempo, a 65 km ora.
Guardando indietro, il comportamento inglese sembra estremamente sciocco. Ma Bevin non era un folle e gli ufficiali che comandaro l’operazione non erano degli imbecilli. Dopotutto, avevano appena portato a termine una guerra da cui erano usciti vincitori. Se si comportarono da completi scellerati dall’inizio alla fine, fu il risultato dell’arroganza, dell’insensibilità e del disprezzo smisurato verso l’opinione pubblica mondiale.
Ehud Barak è il Bevin israeliano. Non è un folle e non lo sono nemmeno i nostri pezzi grossi. Ma sono responsabili di una serie di atti sconsiderati, di cui è difficile stabilire le disastrose conseguenze. L’ex-ministro Yossi Sarid ha chiamato il «comitato dei sette», coloro che prendono le decisioni su questioni di sicurezza, i «sette idioti», ma devo contestare questa affermazione. È un offesa agli idioti.

I preparativi per la flottiglia sono durati più di un anno. Centinaia di e-mail sono circolate. Io stesso ne ho ricevute a dozzine. Nulla è stato segreto e tutto si è fatto alla luce del sole. I nostri vertici politici e militari hanno avuto tutto il tempo per preparare la strategia per le navi. I politici si sono consultati, i soldati si sono preparati, i diplomatici hanno steso i loro resoconti e l’intelligence ha fatto il suo lavoro. Non è servito: tutte le decisioni sono state sbagliate dal primo momento, e non è ancora finita.
L’idea di una flottiglia come mezzo per infrangere l’embargo è geniale e pone il governo israeliano in un bel dilemma: la scelta fra diverse possibilità, ciascuna delle quali sbagliata. Ogni generale spera di mettere i suoi nemici in tale situazione.

Le alternative erano tre. Lasciare che la flotta raggiungesse Gaza senza ostacoli. Il segretario del governo israeliano appoggiava questa opzione. Avrebbe portato alla fine del blocco, perchè dopo la flottiglia, molte altre navi sarebbero arrivate. Fermare le navi in acque territoriali, ispezionare il carico e assicurarsi che non stessero trasportando armi o «terroristi» e poi lasciarle proseguire. Questa seconda opzione avrebbe suscitato qualche protesta ma avrebbe sostenuto il principio dell’embargo. Catturarle fuori dalle acque territoriali e portarle a Ashdod, rischiando una battaglia con gli attivisti a bordo.
Come sempre i nostri governi, di fronte alla scelta tra alternative tutte sfavorevoli, Netanyahu ha scelto la peggiore.

Chiunque avesse seguito le notizie dei preparativi avrebbe potuto immaginare che ci sarebbero stati morti e feriti. Non si attacca una nave turca aspettandosi di trovare una bambina carina con un fiore in mano. I turchi sono considerati un popolo che non cede facilmente. Gli ordini dati ai militari sono stati resi noti e includevano le 3 parole «ad ogni costo». Ogni soldato sa cosa significano queste 3 parole. Inoltre, nella lista degli obiettivi, l’incolumità dei passeggeri si trovava al terzo posto, dopo la salvaguardia dei soldati e il successo dell’operazione.
Se Benjamin Netanyahu, Ehud Barak, il capo di stato maggiore e il comandante della marina non avevano capito che la scelta avrebbe provocato morti e feriti, bisogna concludere che sono dei grandissimi incompetenti. Bisognerebbe dire loro, con le parole immortali di Oliver Cromwell al parlamento: «Siete rimasti troppo in carica, per quel poco di bene che avete fatto. Andatevene, in nome di Dio andatevene».

Questo episodio riporta agli occhi, ancora una volta, l’aspetto più serio della faccenda: viviamo in una bolla, in una specie di ghetto mentale, che ci taglia fuori e ci protegge da una realtà differente, quella percepita dal resto del mondo. Uno psichiatra potrebbe dire che questo è sintomo di seri disturbi mentali.
Il governo e l’esercito ci hanno raccontato questa storiella: i nostri eroici soldati, determinati e sensibili, l’elite della elite, sono scesi sulla nave per «discutere» e sono stati attaccati da una massa selvaggia e violenta. I portavoce ufficiali hanno usato la parola «linciaggio».
Quasi tutti gli organi di informazione israeliani hanno accettato questa versione dal primo giorno. Dopotutto, è chiaro che noi ebrei siamo le vittime. Sempre. Ciò si applica anche ai soldati ebrei. Assaltiamo in mare una nave straniera, ma in un attimo diventiamo vittime e non abbiamo altra scelta se non quella di difenderci contro anti-semiti accesi e violenti.
Non posso evitare di ricordare la classica barzelletta della madre ebrea in Russia che saluta il figlio chiamato alle armi per conto dello zar nella guerra contro la Turchia. «Non affaticarti troppo – lo impolora – ammazza un turco e riposati. Ammazzane un altro e riposa ancora…». «Ma madre – la interrompe il figlio – e se un turco uccide me?» «Ucciderti? – esclama la madre – e perchè? Cosa gli avrai mai fatto?».

Per una persona normale, tutto questo sembra assurdo. Dei soldati armati che fanno parte di un corpo scelto salgono su di una nave in alto mare, nel bel mezzo della notte, dai loro elicotteri, e sono loro le vittime? Qui c’è un briciolo di verità: loro sono vittime di comandanti arroganti e incompetenti, politici irresponsabili e organi di informazione nutriti da questi soggetti. E, de facto, anche dei cittadini israeliani perchè gran parte di loro ha votato per il governo o per l’opposizione, che è fatta della stessa pasta.

La storia della Exodus si è ripetuta, ma con un’inversione dei ruoli. Ora noi siamo gli inglesi. Da qualche parte, un nuovo Leon Uris sta progettando di scrivere il suo prossimo libro, «Exodus 2010». Un nuovo Otto Preminger sta pensando a un film che diventerà un successo cinematografico. Un nuovo Paul Newman sarà il divo di questo film.
Più di 200 anni fa, Thomas Jefferson dichiarò che ogni nazione deve agire con «rispetto di fronte alle opinioni dell’umanità». I leader israeliani non hanno mai accettato la saggezza di questa affermazione. Hanno aderito alla massima di David Ben-Gurion: «Non è importante cosa dicono i gentili, ciò che importa è cosa fanno gli ebrei». Forse lui partiva dal presupposto che gli ebrei non potessero essere stupidi.

Farci nemici i turchi è più che stupido. Per decenni, la Turchia è stato il nostro più vicino alleato nella regione. In futuro, la Turchia potrebbe giocare un ruolo importante come mediatore tra Israele e il mondo arabo-musulmano, tra Israele e la Siria e, certo, anche tra Israele e l’Iran. Forse siamo riusciti a unire il popolo turco contro di noi, e c’è chi dice che è l’unica questione su cui i turchi ora sono uniti.
Questo è il secondo capitolo dell’operazione «Cast Lead». Incitiamo sempre più paesi a esserci contro, turbiamo i nostri pochi amici, e mettiamo di buon umore i nostri nemici. Lo abbiamo fatto di nuovo, forse con più successo. L’opinione pubblica mondiale ci si sta ritorcendo contro. È un processo lento. È come l’acqua che si accumula dietro una diga. L’acqua cresce di livello lentamente, con calma, e la variazione è quasi impercettibile. Ma quando raggiunge il livello critico, la diga rompe gli argini e il disastro ci sommerge. Stiamo, con costanza, raggiungendo questo punto.
«Ammazza un turco e riposati», dice la madre. Il nostro governo nemmeno si riposa. Sembra che non si fermerà finchè i nostri ultimi amici non saranno diventati nemici.
(Traduzione di Chiara Zappalà)

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Perché il voto all’ONU sulla Palestina è una cosa buona

30 novembre 2012

Il problema del conflitto israelo-palestinese è sempre stato che le due parti non hanno mai voluto la pace: per essere garbati, questo pensiero si formula con “non sono disposti a fare le concessioni necessarie alla pace”, che però vuol dire la stessa cosa. Più precisamente, non hanno mai voluto la pace nello stesso momento: ogni tanto una delle due parti si è mostrata più disposta a trattare, ma questa buona disposizione non è mai venuta in contemporanea.

Questo non è un caso: da sempre il conflitto arabo-israeliano è un conflitto che non si basa sulla conciliazione, ma sulla dimostrazione di forza. L’Egitto non avrebbe mai accettato la pace con Israele, se Israele non si fosse dimostrato invincibile, nel ’48, nel ’56, nel ’67. Ma Israele non avrebbe accettato la pace con l’Egitto se, nel ’73, non avesse avuto la dimostrazione che gli egiziani non avrebbero perso per sempre. Si può dire la stessa cosa della Giordania, e di tante piccole vicende nelle quali la pace è sempre stata una resa al realismo: non c’è modo di liberarcene, dovremo conviverci.

Per questo, e per quanto cinico possa sembrare, ciascuna delle due parti rimaste – Israele e Palestina – è sempre stata disposta a fare concessioni nel momento di maggior forza (contrattuale, non necessariamente militare) della parte avversa. È un circolo vizioso nel quale, ineluttabilmente, quando una mano si avvicina l’altra mano si allontana, ed è un meccanismo che difficilmente verrà spezzato dalle due parti in causa, specie se si considera la totale sfiducia reciproca maturata negli anni. È perciò una coazione a ripetersi che si può (e si deve) infrangere solo con degli interventi esterni.

In questo momento la parte meno disposta alle trattative è certamente Israele – tengo un momento da parte Hamas, su cui tornerò. La società israeliana ha vissuto il rifiuto dell’accordo di Camp David-Taba del 2001-02 come un tradimento dei proprî migliori sforzi, e il successivo lancio della seconda intifada come la dimostrazione che i palestinesi non fossero veramente interessati alla pace. Da lì in poi, i partiti più inclini alle trattative hanno continuato a perdere consensi (nelle ultime elezioni il partito laburista, quello che aveva governato Israele per i primi trent’anni di vita, quello erede di Ben Gurion, Golda Meir e Rabin, è sceso sotto al 10%), e l’opinione pubblica ha maturato un cinismo ben rispecchiato nella politica di Benjamin Netanyahu nei confronti del processo di pace: processo di pace? Quale processo?

Anche nello spiegare questo passaggio ci vuole un bagno di cinismo: la costruzione del Muro e la conseguente, virtuale, fine del terrorismo suicida ha privato l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del proprio potere contrattuale. È per questo che la promessa della fine degli attentati, che negli anni ’90 era stato il principale impegno che i palestinesi avevano messo sul piatto, non conferisce la forza che aveva in sede di trattativa. Per questo in Israele si sono avvicendate due politiche: quella di Sharon e Olmert che si poteva, icasticamente, riassumere in «non ci possiamo fidare dei palestinesi, decidiamo noi cosa sarà Israele e cosa Palestina senza consultarli», e quella di Netanyahu che, altrettanto icasticamente, si può riassumere in: «non ci possiamo fidare dei palestinesi, facciamoli crescere economicamente e si dimenticheranno che gli manca uno Stato».

In questo senso Netanyahu sa che Israele non potrà mai aspirare, territorialmente, a niente più dello status quo – escludendo, ovviamente, deportazioni di massa, Ramallah o Jenin non potranno mai tornare sotto il controllo israeliano come prima degli Accordi di Oslo. Perciò il rimandare ogni trattativa è il modo migliore per evitare qualunque concessione. Allo stesso tempo, e proprio in ossequio al meccanismo richiamato sopra, l’ANP è disposta ad accettare concessioni e compromessi come mai era stato nella storia. Questa disposizione alla trattativa non può essere sempre pubblicizzata, perché non incontra il favore dell’opinione pubblica (come del resto è stato per ogni precedente trattativa, anche quelle poi andate in porto), ma è un dato di dominio pubblico almeno dalla pubblicazione dei “Palestine Papers“.

Perciò torniamo all’inizio: l’unica soluzione è l’intervento esterno di qualcuno, principalmente gli Stati Uniti ma il mondo in generale, che spezzi il circolo vizioso e avvicini – anche controvoglia – la mano meno tesa, in questo momento quella d’Israele. È questo il quadro in cui si inscrive il voto di ieri sull’ammissione della Palestina come Stato osservatore all’ONU. Delle varie obiezioni di parte israeliana a quel voto, nessuna tiene conto di questa attitudine. Nessuna mette in conto il rifiuto, a parole (o meglio, a silenzio) e nei fatti (con l’ininterrotta costruzione delle colonie), degli israeliani a qualunque trattativa. Tutti fanno presente l’unilateralità della decisione: in cambio di quel pezzo di legittimazione, che poteva essere usato nelle trattative, non è stato chiesto niente ai palestinesi.

Eppure ricordate quale fu la strada che, dopo Camp David, percorsero gli israeliani? Proprio quella dell’unilateralità. Il ritiro di Sharon da Gaza, fondato sull’idea che qualunque trattativa bilaterale fosse impraticabile, rispondeva a questa logica d’incomunicabilità. Così come la costruzione del Muro disegnava unilateralmente un confine – in diversi tratti oltre la green line, quindi illegale, ma sempre un confine. La stessa sfiducia, oggi, la vivono i palestinesi, e la vive la comunità internazionale, nei confronti d’Israele. È per questo che qualunque passo verso il riconoscimento palestinese è un passo che spinge Israele al tavolo dei negoziati, verso quella che sembra sempre di più una trattativa verticale e non orizzontale.

Due fratelli che non si parlano direttamente, che non si fidano l’uno dell’altro, e che necessitano di un terzo interlocutore – il mondo – per convivere nella stessa casa. È questa terza persona che deve farsi carico delle richieste dei due, così da evitare di personalizzarle: configurare la nascita dello Stato palestinese come una richiesta che fa il mondo, e non soltanto i palestinesi, è anche l’unico modo per impedire l’innestarsi della spirale di recriminazioni: ma loro hanno queste colpe!, anche voi avete quest’altre!, e così via. Tutto vero, ma che non aiuta. Se l’unico modo che i due fratelli hanno per parlarsi, e per convincersi che non c’è altra via alla convivenza, è attraverso la legazione del terzo coinquilino, che così sia.

Poi c’è Hamas sul quale si aprirebbe un discorso ben più lungo e complesso. Intanto c’è un dato: questo riconoscimento diplomatico è una vittoria di Mahmud Abbas (Abu Mazen), e lo è ai danni di Hamas, che ha sempre predicato l’inutilità di qualunque trattativa con un mondo al servizio degli ebrei, e che ora infatti cerca di ascrivere a sé – e all’aver “vinto” il conflitto a Gaza – i meriti della risoluzione. Nel momento in cui si dovesse convincere Israele a sedere al tavolo della trattativa, questa legittimazione risulterebbe ancora più importante. La speranza è sempre quella che un eventuale accordo di pace siglato da Fatah possa spingere un Hamas più debole a riconoscere Israele usando Abbas come capro espiatorio per le concessioni fatte: la partita principale, e cioè il braccio di ferro delle concessioni, non è su Gaza (controllata da Hamas) dove non ci sono più colonie, ma sulla Cisgiordania (controllata da Fatah).

Se si mettono assieme tutte queste cose, il riconoscimento di ieri è un piccolo (piccolo, piccolo) passo verso la pace in Israele e Palestina. Non una pace condivisa, non un cammino di riconciliazione – quello forse (forse) verrà dopo –, non l’abbraccio catartico fra due fratelli litigiosi. Solo la realistica considerazione che non essendoci modo di liberarsene, bisognerà conviverci. Insomma, come disse una volta Shimon Peres, che prima ancora di cercare la luce in fondo al tunnel, bisogna trovare il tunnel.

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Palestina: si dimette il premier Salam Fayyad

L’ex funzionario del Fmi criticato per la gestione delle risorse interne.

L'ex premier palestinese Salam Fayyad e il presidente Abu Mazen.(© ansa) L’ex premier palestinese Salam Fayyad e il presidente Abu Mazen.

Questa volta non sono serviti neppure i messaggi di sostegno rimbalzati da Washington: Salam Fayyad, 62 anni, premier palestinese «beniamino» dell’Occidente in sella dal 2007, ha confermato il 13 aprile le sue dimissioni e il presidente dell’Anp (Autorità nazionale palestinese), Abu Mazen (Mahmud Abbas), le ha formalmente accettate.
L’epilogo, dopo l’ennesima offerta di rinuncia al mandato resa nota mercoledì, è arrivato in serata al culmine di un faccia a faccia di mezz’ora alla Muqata (sede della presidenza palestinese a Ramallah) fra i due protagonisti. Poche righe diffuse dall’agenzia ufficiale Wafa per far sapere che le dimissioni erano state accolte e che il presidente si era limitato a chiedere al premier di restare in carica per gli affari correnti fino alla designazione di un nuovo gabinetto.
FAYYAD CADE PER LA GESTIONE DELLE RISORSE. Nessun accenno ai motivi della decisione – ripetutamente ventilata, ma sempre rientrata o almeno accantonata in passato – che peraltro sono da tempo di pubblico dominio: e riguardano la politica economica, il malcontento popolare di fronte alle misure anti-crisi, ma soprattutto il braccio di ferro fra il premier-tenocrate e la nomenklatura di al-Fatah (il partito del presidente) sulla gestione delle risorse interne.
L’ECONOMISTA DEL FMI. È finito dunque, o almeno così pare, il capitolo del governo a guida Fayyad. Economista indipendente ed ex funzionario del Fondo monetario internazionale nominato primo ministro con la benedizione di Usa e Ue nel 2007 dopo essere stato chiamato fin dal 2002, ancora in era Arafat, sulla poltrona di ministro delle Finanze.
Una stagione contrassegnata da un maggior tasso di trasparenza e dal relativo contenimento della corruzione in seno alla chiacchierata amministrazione palestinese, secondo il giudizio dei governi occidentali e degli altri Paesi donatori. Ma anche da un consolidamento delle istituzioni dell’Anp sullo sfondo della partita condotta dallo stesso Abu Mazen – dinanzi allo stallo totale del processo di pace con Israele – per un riconoscimento almeno formale dello Stato palestinese all’Onu.
IL SILURAMENTO DI QASSIS. Che stavolta si fosse vicini alla resa dei conti lo si era intuito dopo il recente siluramento del ministro delle Finanze Nabil Qassis (uomo del Fatah), le cui dimissioni – controfirmate da Fayyad – non erano piaciute affatto alla Muqata. Ne era seguita la pubblica reprimenda di Abu Mazen contro un governo già sotto tiro di fronte all’opinione pubblica per i contraccolpi sociali della crisi internazionale e delle politiche israeliane e per il progressivo esaurimento della spinta propulsiva di una crescita del Pil certificata per qualche anno quanto meno a livello di dati macroeconomici.
LA CONTRARIETÀ DI ABU MAZEN. Il presidente aveva tuonato in particolare contro «l’improvvisazione e la confusione su diverse questioni economiche e finanziarie». E a fargli cambiare idea non sono evidentemente bastate né le dichiarazioni scettiche di fonti dell’amministrazione Obama sull’utilità delle dimissioni di Fayyad (dichiarazioni bollate come «ingerenze» da alcuni notabili del Fatah), né la telefonata fattagli venerdì 12 aprile in extremis dal segretario di Stato americano, John Kerry.
RAMALLAH: SI APRE IL TOTO-PREMIER. Ora a Ramallah è tempo di toto-premier. E fonti locali riprese dai media israeliani citano fra i possibili successori di Fayyad il nome di Mohammad Mustafa, già alla guida del Fondo d’Investimento palestinese sotto Yasser Arafat. Mentre dalla Striscia di Gaza, gli islamici di Hamas fanno sapere di non considerare la caduta del moderato Fayyad un passo in avanti nel processo di «riconciliazione» con la loro fazione, impantanato da mesi. Fayyad, ha tagliato corto un portavoce da Gaza, ha lasciato per «beghe interne» all’Anp dopo aver «riempito il popolo di debiti» con la piena «corresponsabilità» di Al-Fatah.

Sabato, 13 Aprile 2013

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Palestina & Israele

TORTO MARCIO presentazione

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere.

Che i sopraccitati concetti lascino sconvolto e scandalizzato pressoché chiunque li legga, è solo dovuto al fatto che sulla vicenda israelo-palestinese la storiografia occidentale e i media ad essa asservita ci hanno raccontato sempre e solo menzogne, una colossale e incredibile mole di menzogne, talmente reiterate da divenire realtà per chiunque. Questa mia non è l’ennesima speculazione delirante su chissà quale complotto internazionale plutocratico-giudaico-massone, né una fantasticheria negazionista. Quanto vado affermando è frutto, lo ripeto, di una autorevolissima ricerca storiografica con al suo attivo nomi di enorme prestigio accademico, e quasi tutti di origine ebraica.

Pochi sono i casi nella narrazione delle vicende umane in cui, in seguito a un approfondimento moralmente onesto dei fatti, si viene a scoprire una realtà indicibilmente diversa da quella comunemente acquisita. Il conflitto israelo-palestinese è forse il caso più scioccante.

Vi propongo di seguito alcune tracce per cominciare a orientarsi. Potete leggere le parti che riguardano Israele nel mio “Perché ci Odiano” (Rizzoli BUR 2006), e la cronologia degli eventi di quel conflitto al termine del libro. Vi troverete un’ampia panoramica, sia storica che dei fatti meno noti e più sconcertanti, con una rigorosa documentazione al seguito. Poi, sempre nell’ambito della revisione storica degli eventi fondamentali del passato, ritengo imprescindibile il lavoro dello storico ebreo israeliano Ilan Pappe, e la lettura del suo “La Pulizia Etnica della Palestina” (Fazi Editore 2008). E ancora due libri fondamentali, fra le migliaia: “Pity The Nation” di Robert Fisk (Oxford University Press, 1990), che partendo dalla tragedia del Libano ci svela cose agghiaccianti del passato di Israele, e “Palestine and Israel” di David Mc Dowell (I.B. Tauris & Co. Ltd Publishers, London 1989), altra mole di dettagli e fatti taciuti e sepolti dalla storiografia ufficiale.

La letteratura disponibile in questa materia è sterminata, per cui mi limito qui a segnalarvi alcuni fra i più veritieri e coraggiosi autori che potrete cercare facilmente in Rete. Fra gli autori stranieri: Prof. Noam Chomsky, Prof. Norman Finkelstein, Tariq Ali, Uri Avnery, Akiva Orr, Prof. Adel Safty, Prof. Edward Said, Prof. Ur Shlonsky, Prof. Edward Herman, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Shraga Elam, Tanya Reinhart, Amira Hass, Prof. Avi Shlaim, Oren Ben-Dor, Gideon Spiro, Prof. Francis A. Boyle, Meron Benvenisti, John Pilger, Gideon Levy…
Per quanto riguarda gli autori italiani e i siti meglio informati, vi lascio al contatto con l’eccezionale ed enciclopedico Andrea Del Grosso e al suo www.hawiyya.org. Lì c’è tutto (e più di tutto) quello che deve essere saputo sul conflitto israelo-palestinese, con l’impareggiabile pregio di essere narrato e curato dallo studioso più vicino all’imparzialità che io abbia mai conosciuto in Italia.
Poi ci sono i siti stranieri, ancora un oceano di scelte, fra cui raccomando: http://www.zmag.org/znet, http://www.btselem.org/index.asp, http://www.jewishvoiceforpeace.org, http://zope.gush-shalom.org/index_en.html, http://www.kibush.co.il, http://rhr.israel.net, http://otherisrael.home.igc.org.

Infine vi lascio a una breve selezione di articoli e documenti dal mio archivio.
Articoli in ordine: 1) Ottimo CounterPunch sulle lobby ebraiche negli USA 2) Considerazioni da un ex insider americano sulla vicenda di Mordechai Vanunu e sul pericolo nucleare israeliano 3) Due righe di Gianluca Bifolchi su Furio Colombo e sulla sua love story con Israele 4) & 4 bis) Due interessantissime ricostruzioni di come Israele abbia creato Hamas e ne abbia poi perso il controllo 5) Impareggiabile testimonianza dell’ex partigiano d’Israele e storico Akiva Orr su come Tel Aviv si sia armata con l’atomica sotto il naso di tutto il mondo 6) Un mio editoriale apparso sul Manifesto durante la sanguinaria invasione del Libano da parte di Israele nel luglio del 2006.
Documenti in ordine: 1) Ottima sintesi storica delle origini del conflitto in Palestina/Israele, e altri contributi alla comprensione del conflitto, pubblicata da Jews for Justice in the Middle East (aggiornata al 2002, ma utile per il retroterra) 2) Interessantissimo punto di vista dall’interno dell’esercito USA sul problema nucleare Iran-Israele, redatto dal Strategic Studies Institute, U.S. Army War College 3) Una diversa sintesi storica del conflitto israelo-palestinese raccontata dal celeberrimo Uri Avnery, uno dei maggiori e più coraggiosi testimoni ebrei israeliani ancora viventi di tutta l’epopea di quelle terre dal 1948 a oggi 4) Un eccezionale documento originale del 1949: la notoria Legge sulle Proprietà degli Assenti che preparerà il terreno all’immane furto delle terre arabe sottratte dalla neonata Israele ai palestinesi fuggiti dalle loro case di fronte all’infuriare della guerra del 1948, ma soprattutto a causa della campagna di pulizia etnica condotta dai gruppi terroristici ebraici di allora 5) Infine, una mia lettara polemica a un gruppo italiano pro-Palestina che mi invitava a presenziare l’ennesimo convegno sul conflitto. Leggetela per comprendere come, tristemente, anche in questo caso in Italia chi si fregia del titolo di ‘attivista’ mira a soddisfare innanzi tutto il proprio ego, e poi solo in secondo luogo e con estremo lassismo considera l’efficacia di ciò che fa, per non parlare del destino di coloro che vorrebbe ‘salvare’. La lettera contiene la mia proposta concreta per un attivismo efficace a favore della fine del conflitto in Palestina.

Ciò che sta accadendo da ormai 100 anni in quelle terre, è non solo una spaventosa tragedia di ingiustizia e di complicità internazionale nel perpetrarla, ma è anche la causa diretta della peggior minaccia alla pace dopo la fine della Guerra Fredda. La verità sulla genesi di quel conflitto va raccontata alle opinioni pubbliche fino in fondo, costi quel che costi, e giustizia va fatta, costi quel che costi. Tradotto: Israele ha torto marcio, e dovrà lavorare decenni per riparare all’orrendo misfatto della sua condotta in Palestina. Questo, per il bene dei palestinesi e degli israeliani in pari misura, perché senza giustizia, laggiù, nessuno avrà mai la pace. Che significa vita.

CounterPunch sulle Lobbies israeliane (Pdf)
Daniel Ellsberg su Vanunu (Pdf)
Furio Colombo e Israele
La nascita di Hamas 1
La nascita di Hamas 2
La nascita dell’atomica in Israele
Editoriale Barnard sul Manifesto 2006
Le origini del conflitto israelo-palestinese (Pdf)
Studio del Pentagono sul nucleare in Iran (Pdf)
Uri Avnery sulla storia del conflitto in Palestina (Pdf)
La legge sulle proprietà degli assenti, 1949 (Pdf)
Lettera e proposte di Barnard per un attivismo efficace sul conflitto
Neonazismo in Palestina
ECCO QUELLO CHE IL 99% DEI CITTADINI COMUNI SA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI
UN DETTAGLIO, MA NON DA POCO
YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI
IL TRADIMENTO DEGLI INTELLETTUALI: BARNARD e OSTELLINO
Uno strumento per la Palestina: facile, pronto, usatelo
LA VERGOGNA DEI NEGAZIONISTI ACCETTABILI
La pietà  non selettiva. Una lezione da Bergen Belsen
Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema: tappeto rosso al nazismo sionista a Gaza
Cosa penso io, antisionista e critico dei crimini d’Israele, dell’Olocausto
Israele ammazza civili per politica

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Obama: pace tra Israele e Palestina

Mario Platero22 marzo 2013

RAMALLAH. Dal nostro inviato
A Ramallah, nel cuore della Palestina, ieri Barack Obama ha chiesto al presidente Abu Mazen di riprendere il dialogo diretto con gli israeliani senza precondizioni, per raggiungere «l’obiettivo di due stati indipendenti per due popoli». A Gerusalemme, poche ore dopo, in un discorso ispirato, con riferimenti biblici alla libertà legati alla Pasqua ebraica in arrivo lunedì prossimo, il presidente americano ha sfidato i giovani israeliani a negoziare una pace con i giovani palestinesi guardando «al futuro… Una pace che deve essere sentita nei vostri cuori…. non solo imposta dall’alto».
Quella di ieri è stata per Barack Obama la giornata dedicata al rilancio del dialogo fra israeliani e palestinesi. Aprendo ad Abu Mazen ha criticato gli insediamenti israeliani: «I palestinesi meritano la fine dell’occupazione – ha detto – meritano un futuro nelle loro case, meritano un domani migliore dell’oggi. I palestinesi meritano un loro stato». Ma Obama non si è spinto oltre, non ha chiesto scadenze a Gerusalemme. E Abu Mazen, pur aperto al progetto, quando ha parlato ha scelto la retorica più aggressiva: «L’unica via – ha detto – è quella di tornare ai confini del 4 giugno del 1967, di congelare gli insediamenti e di restituire quelli già costruiti, anche perché sono illegali, condannati dal mondo intero».
Ai giovani israeliani Obama ha dato garanzie di sicurezza, ha ricordato che contro il nucleare iraniano gli Stati Uniti, l’alleato di sempre, lavoreranno alla «prevenzione, non alla deterrenza» e che in caso di fallimento dei negoziati «tutte le opzioni inclusa quella militare restano sul tavolo». Ha attaccato «gruppi terroristici come Hezbollah» e gruppi che lavorano «contro la pace in Palestina come Hamas». E ha incoraggiato il recupero dell’unità palestinese, riconoscendo che la divisione interna non aiuta.
È stato quando ha affrontato questa prima grande tematica del suo discorso, quella della sicurezza, quando ha detto in ebraico «Atem Lo Levad», «voi non siete soli» che Obama ha raccolto dal pubblico di giovani israeliani gli applausi più fragorosi. Il secondo tema centrale dopo la sicurezza ha riguardato la pace. Il terzo la prosperità. I tre temi, ha spiegato Obama, sono inanellati. La prosperità non è raggiungibile senza che le prime due siano risolte. Il presidente americano ha riconosciuto gli straordinari progressi tecnologici del Paese, i dieci premi Nobel israeliani, il contributo che il settore Hi Tech di “Wadi Valley” ha dato per la costruzione della sonda Rover atterrata su Marte e come aziende hi tech palestinesi lavorano già con le israeliane di Wadi Valley. C’è stata una contestazione che ha interrotto il discorso, che Obama ha liquidato con una battuta («ve lo dicevo che amate il dibattito…») e la menzione di giovani palestinesi che aveva incontrato in mattinata… «erano come le mie figlie…come i vostri figli…non vorreste per loro il diritto di crescere nel loro Stato?».

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Vittorio Arrigoni arriva a Gaza nell’Agosto del 2008, come inviato de “Il Manifesto”,  ed arriva per raccontare il dramma che vivono i palestinesi della striscia di Gaza. Alla fine del 2008, durante l’operazione israeliana Piombo Fuso, una orrenda operazione militare che causerà la morte di migliaia di persone,Vittorio Arrigoni riesce a documentare a tutto il mondo il dramma di quei giorni. Riesce a farlo con dei memorabili reportage inviati dai pochi internet point in funzione durante quelle giornate tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. Un capodanno che Vittorio Arrigoni non dimenticherà mai.
L’operazione militare “Piombo Fuso” è stata successivamente condannata dalle Nazioni Unite  (rapporto Goldstone) come crimine contro l’umanità.
Non è facile riuscire a parlare con Vittorio. I continui attacchi israeliani e le continue difficoltà di spostamento rendono difficile un contatto.
Ma siamo riusciti a metterci in contatto con lui, e con estrema lucidità ci ha raccontato le ultime notizie provenienti da Gaza:

Gli attacchi israeliani ci sono quotidianamente, sempre contro i civili della striscia di Gaza. Ci sono ogni giorno alcuni adolescenti che raccolgono al confine materiale riciclabile, e sono stati anche oggi “cecchinati”. Ormai sono 4 anni che Israele impedisce l’ingresso di materiali edili per la ricostruzione. Manca il cemento, manca il ferro, manca il vetro. Per cui questi ragazzi si recano spesso al confine , a Nord, dove ci sono molti edifici distrutti dopo “Piombo Fuso”e cercano di riciclare quello che possono. E questi ragazzi sono sempre le vittime rituali dei cecchini israeliani. Vi è stata un escalation nelle ultime settimane. Vi è stato un rapporto di ben 21 organizzazioni  che operano qui a Gaza per il rispetto dei diritti umani, tra cui Amnesty International e Save The Children, che hanno messo in luce una cosa importante. Lo scorso 20 Giugno Israele aveva dichiarato che l’assedio era stato “allentato”, ma secondo quanto denunciano le organizzazioni, si è trattato solo di un operazione ipotetica e di facciata.
Nei negozi di Gaza possiamo trovare 5 tipi di bibite israeliane, 3 tipi di patatine , mentre negli ospedali mancano le attrezzature mediche. Una lista stilata da alcune organizzazioni documenta come  mancano 130 tipi di farmaci e di attrezzature mediche.  A Gaza non si può fare la dialisi, non si può fare la chemioterapia, mancano le valvole cardiache. Il tanto ventilato “allentamento” dell’assedio a Gaza non è avvenuto. Per i progetti delle Nazioni Unite per la ricostruzione degli oltre 50.000 edifici danneggiati durante l’operazione militare “Piombo Fuso” erano necessario l’invio di 670.000 camion per iniziare il progetto della ricostruzione. Di questi 670.000 ne sono entrati solo 700. Parliamo quindi solo dell’ 1% . Si tratta di progetti di ricostruzione certificati dalle “ Nazioni Unite”. A Gaza anche se hai i documenti in regola con passaporti  e visti è molto difficile lasciare la regione. Per 500 malati curabili, l’assedio alla striscia di Gaza ha rappresentato una vera e propria condanna a morte. Pur avendo avuto la disponibilità ad essere ospitati al altre strutture ospedaliere, come quella di Ramallah, non hanno avuto il permesso Israeliano per uscire e sono deceduti. Anche io ho conosciuto personalmente un ragazzo che aveva sua madre ricoverata in gravi condizioni. Non avendo potuto lasciare Gaza, sua madre è deceduta, pur sapendo che sua madre poteva essere curata anche sole poche decine di chilometri di distanza.  Senza dare la possibilità di far entrare ed uscire merci e persone, è chiaro che questo significa l’intero collasso dell’economia interna. Il 93% dell’Industria ha dovuto chiudere, ed ora il 70% della popolazione di Gaza è disoccupata. I dati Unicef dicono che  98% della popolazione vive solo di aiuti umanitari. Vi  è un economia di sussistenza, legata prevalentemente alla pesca Anche su questo, vi è da dire che i pescherecci di Gaza non possono andare oltre le 3 miglia dalla costa. Quando ci provano, perché devono farlo, perché le acque vicino alla costa sono povere di pesce, finiscono sotto tiro della marina israeliana.  Recentemente anche la Croce Rossa Internazionale ha definito illegale l’assedio a Gaza. L’art. 33 della 4 convenzione di Ginevra condanna le punzioni collettive. Ed i pescatori subiscono ogni giorno punizioni collettive da parte degli israeliani. I pescatori non possono andare a pescare nel loro mare, ed i contadini non possono andare a coltivare le loro terre. Sempre secondo le Nazioni Unite, dopo Piombo Fuso, il 35 % dei terreni coltivabili di Gaza non sono più accessibili ai contadini perché sotto il tiro dei cecchini israeliani. Dal 20 Giugno sono stati documentati ben 59 casi di agguati di militari israeliani a civili palestinesi. Questa è la realtà che a Gaza si vive ogni giorno”.

 Dopo la tragedia della “Freedom Flotilla” è cresciuto l’isolamento internazionale di Israele. Quanto potrà durare ancora secondo te , in queste condizioni, l’assedio a Gaza?

Il massacro della Freedom Flotilla ha scosso l’opinione pubblica di più di Piombo Fuso.  La morte di 9 attivisti è riuscito a fare molto di più del massacro di 1.300 bambini. Questo ci fa capire che ci sono morti di serie A e morti di serie Z.
I caduti della Mavi marmara hanno cambiato molte cose. L’Egitto, per esempio, ha ceduto su alcune cose, come riaprire subito il valico di Rafah ed un tantino più permeabile. Da allora alcune centinaia di palestinesi sono riusciti a passare dal valico, altri invece non ci riescono, perché il tutto è gestito dal Mukabarak, il servizio segreto egiziano, che fa il gioco di Israele. Per molti palestinesi questo ha rappresentato una speranza. Qualcuno di loro è riuscito ad uscire ed a ricongiungersi con i propi famigliari sparsi per il mondo. Per la fine dell’assedio, bisognerebbe avere fiducia nella campagna di boicottaggio verso Israele. Non dimentichiamo che negli anni ’80 Nelson Mandela veniva definito come un terrorista da capi di stato importanti, come Margaret Thatcher. Eppure Nelson Mandela ha continuato a combattere contro l’Aparthaid, anche con il boicottaggio. E qui a Gaza la campagna di boicottaggio ha avuto effetti migliori in 5 anni di quanti non ne abbia avuti in 20 anni l’African Congress. L’illegalità dell’assedio a Gaza è stato percepito anche dal principale sindacato inglese, che rappresenta 6.000.000 di lavoratori, che ha iniziato una sensibile campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani. Dopo “Piombo Fuso “ i governi di Svezia e Danimarca hanno iniziato a convincere le propie industrie a non investire in Israele, riconosciuto come stato responsabile di crimini di guerra e violatore dei diritti umani. Anche molte rockstar si sono rifiutate di tenere concerti in Israele, come hanno fatto Santana  e gli U2 di Bono Vox”.

Durante “Piombo Fuso” sono state usate armi al fosforo. Che notizie hai in merito?

“Durante Piombo Fuso sono stato personalmente testimone oculare di fosforo bianco usato contro i civili e contro gli ospedali, alcuni dei quali date alle fiamme usando proprio il fosforo bianco. Anche a Jabalia sono stato testimone dell’uso del fosforo bianco. Durante i bombardamenti non sapevo ne io ne chi era con me cosa ci stavano tirando addosso. E’ chiaro che nel vedere le assurde ferite che provocava ai civili, era chiaro che gli israeliani stavano usando armi non convenzionali. Vi è anche un problema che riguarda i terreni. Essendo Gaza sotto assedio, Israele proibisce l’ingresso di esperti per analizzare la contaminazione dei terreni e delle falde acquifere. Per questo motivo anche i controlli che si devono fare sono molto approssimativi, dato anche che i laboratori scientifici sono inutilizzabili da 4 anni. Questo è un fatto gravissimo che va denunciato. Pochi giorni fa ho incontrato una delegazione di medici turchi che vorrebbero fare chiarezza sui molteplici casi di cancro e di nascite di bambini deformi che si stanno verificando nelle zone bombardate. E’ la stessa identica cosa che è successa a Falluja in Iraq”.

Tu sei stato uno dei pochi che è riuscito a raccontare con coraggio l’operazione “Piombo Fuso”, vivendo in prima persona quei drammatici giorni. Che ricordo ne hai oggi?

Le ferite sono ancora aperte. Ogni giorno puoi vedere sempre tutte le 50.000 abitazioni ancora distrutte. Le sofferenze e le cicatrici le vedi ogni giorno negli occhi della gente, soprattutto quelle dei bambini. Ricordo che a Gaza city su 1.500.000 di abitanti  ci sono 800.000 bambini. I drammi psicologici , soprattutto per loro, sono stati grandissimi. Molti di loro soffrono di patologie psichiatriche. Non è facile per loro vedere tutto quello che hanno visto. Non è stato facile per loro vedere tutti quei corpi letteralmente macellati e a pezzi. I miei ricordi,  insieme a quelli dell’International Solidarity Movement, sono sempre drammatici. Eravamo gli unici attivisti presenti a Gaza in quei giorni. Si dice che la verità è la prima vittima di una guerra. Se pensiamo che Israele ha impedito a tutti i giornalisti internazionali di entrare nella striscia di Gaza, per “Piombo Fuso” è stato proprio cosi. L’obiettivo delle operazioni militari israeliane erano le ipotetiche basi di Hamas. In realtà, hanno bombardato scuole, ospedali, case, mercati e persino la sede delle Nazioni Unite. Non hanno avuto neanche scrupolo di colpire le ambulanze, violando tutte le convenzioni internazionali. Io e quelli dell’I.S.M. avevamo chiesto cosa potevamo fare ai nostri coordinatori. E ci avevano detto di scendere dalle ambulanze dove eravamo saliti per aiutare i feriti, perché non volevano altre Rachel Corrie. Ma ci fu risposto “ con voi sulle ambulanze continuano a sparare. Ma sparano un po’ meno…” E cosi decidemmo tutti di restare sulle ambulanze. Ho perso un amico che lavorava all’ospedale di Jabalia. E’ morto al centro di Gaza, mentre cercava di soccorrere un ferito. Mentre lo soccorreva, un carro armato israeliano ha fatto fuoco con l’ambulanza, uccidendo il mio amico. Sono immagini che resteranno sempre impresse in modo indelebile nella mia memoria. Le ferite peggiori sono quelle interne, che non si chiuderanno più. Il ricordo più brutto è stato quando ho visto tanti bambini dilaniati dalle bombe. In ogni caso, dopo tutta questa carneficina, l’opinione pubblica mondiale ha capito chi è la vittima e chi è il carnefice. Israele continua ad espandersi, la Palestina continua a morire”
11 febbraio 2011
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Cosa penso io, antisionista e critico dei crimini d’Israele, dell’Olocausto.

Ho più volte detto e scritto che le condotte criminali d’Israele in Palestina sono state per almeno 60 anni, e sono oggi, una riedizione del sadismo nazista, nientemeno. Ho altresì detto e scritto che un popolo, quello ebraico, che ha avuto sei milioni di morti nell’Olocausto sta oggi insultando la loro memoria nel perpetrare quei crimini o nel sostenerli acriticamente. Si faccia attenzione: è il sadismo nazista che oggi è replicato dagli israeliani su larga scala nei Territori Occupati e a Gaza, non l’entità dello sterminio nazifascista.

Purtroppo, ogni volta che mi esprimo in tal senso, mi ritrovo su Internet bersagliato sia dal popolo degli antisemiti (che mi lodano) che da quello dei revisionisti o negazionisti dell’Olocausto (che mi criticano). Questi ultimi in particolare mi riversano addosso una mia presunta pavidità di fronte all’ultimo tabù della Storia, che secondo loro è l’accertamento di quanti ebrei siano stati in realtà sterminati nei lager di Hitler. Barnard, proclamano, perde qui la sua capacità di critica investigativa e si accoda alla “leggenda dei sei milioni di morti ebrei”, che “non sono mai stati accertati, come non lo furono mai le camere a gas”. Infatti, secondo costoro “un ipotetico reale valore di 350.000 morti renderebbe gli ebrei meno vittime“, e ancora “se poi ne fossero morti ‘solo’ 500.000 e nessuno per gasazione? Che olocaustino sarebbe? Meglio non indagare! Così potremo in eterno continuare a blaterare di 6.000.000!”. Cioè, tre o cinquecento mila morti ebrei non furono e non sarebbero un Olocausto, ed è ora di strappare il velo su quella menzogna storica. Sarebbe, affermano, un accertare verità determinanti per spezzare il giogo giudaico che mantiene tutto il mondo, Palestina inclusa, in una condizione di sudditanza nefasta.

E allora ecco cosa io ho da dire una volta per tutte su queste tesi e sulla mia presunta perdita di coraggio intellettuale di fronte all’Olocausto. Proprio non so capire come un essere umano dotato di un’anima possa trovare una differenza determinante nel fatto che 6 milioni di sterminati possano essere in realtà ‘solo’ 4 o 500.000. E’ come trovare una differenza determinante nel fatto che vostra figlia sia stata sequestrata, torturata e stuprata per 50 giorni consecutivi invece che per 300 giorni; o nel fatto che un ring di pornopedofili abbia venduto ‘solo’ 300 bambini rapiti alle loro famiglie invece che 2.000. Ma vi rendete conto, voi revisionisti, cosa significa strappare 500.000 esseri umani alle loro case, stroncare i loro affetti senza speranze di riaverli mai più, e farli crepare di stenti, torture, malattie, lavoro a bastonate, umiliazioni inaudite, ricoperti di feci, divorati dalla fame e dalle zecche, sezionati vivi sui tavoli operatori, soffocati negli escrementi sui treni per bestie, ridotti a scheletri coi vermi nelle piaghe dell’ano, e questo senza uno straccio di una colpa al mondo se non quella di essere ebrei? Ma che differenza fa, Cristo, se sono morti così o nelle camere a gas? Non è un Olocausto questo? Ma li sapete contare un milione di occhi disperati? 500.000 amori spezzati per l’eternità? Avete nella vostra casa uno straccio di persona cui volete bene? La potete, per favore, immaginare stanotte rapita e ridotta poi così, e uccisa? Vostra moglie, vostra sorella, vostro figlio, vostro padre?

Potete sostenere che con i vostri ipotetici 500.000 morti straziati da quella inaudita scientificità sadica – aggiungendovi i ghetti, le persecuzioni secolari e le leggi razziali – il mondo ebraico non avrebbe potuto in seguito reclamare uno status di vittima storica dell’Europa indifferente, quando non pienamente complice?

Ma chi siete voi che sostenete queste posizioni? Siete ragionieri contabili dell’atrocità, gente che ammette l’infamia solo se colma i vostri dosatori, per voi l’orrore si qualifica solo sopra a un certo chilaggio. Siete come chi in un’aula di tribunale argomentasse che vostra figlia, sopravvissuta a 50 giorni di stupri e oggi con 79 punti di sutura nella vagina, 47 punti nell’ano, con i legamenti dei polsi tranciati dai lacci, con i capezzoli ricostruiti dal chirurgo dopo essere stati spappolati, le corde vocali lacerate dalle grida convulse, non si qualifica per il massimo dei danni perché in realtà non furono 300 giorni di sadismo come dapprima sostenuto, ma molti di meno! E dopotutto non le hanno estirpato l’utero, poi il colon è ancora integro, e la si annovera fra le 70 vittime del maniaco, che sono assai meno di quanto strillato dai giornali finora. Tutti punti fondamentali per stabilire l’entità del crimine, e per attribuire a vostra figlia la giusta percentuale di vittimismo, perché “il reale valore di 50 giorni di inferno la rende meno vittima”, dico bene? Voi che sprecate il mio e il tempo altrui ad argomentare logiche simili nella storia dell’Olocausto nazista, siete malati nell’anima prima ancora che nel cervello. Voi che avete il termometro dell’Olocausto che dà non applicabile sotto i 500.000 massacrati nei campi di sterminio e applicabile solo sopra ai… quanti milioni? ne vogliamo discutere? Quante tonnellate cubiche di carne umana decomposta di uomini donne e bambini costituiscono Olocausto per voi? Non so, 13.000? e invece 2.300 no, giusto? ne discutiamo?

L’Olocausto c’è stato, e ribadisco: chissenefrega dei vostri distinguo psicopatici.

Fortuna che non sarà l’abiezione mentale vostra a salvare la Palestina. Se no meglio che laggiù rimangano gli israeliani, questo lo sottoscrivo.

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Lo smarrimento di Re David

1Segnalazione di Pietro Ferrari

di Andrea Giacobazzi

“Si deve pertanto dedurre che le cause generali dell’antisemitismo siano sempre state insite nello stesso Israele e non nei popoli che lo combatterono. […] Con questo non vogliamo affatto affermare che i persecutori degli Israeliti ebbero sempre il diritto dalla loro parte, né che non si abbandonarono agli eccessi propri dell’odio violento, semplicemente vogliamo dire che in linea di massima e almeno in parte, gli Ebrei stessi furono la causa dei loro mali”[1].

Questa dichiarazione del 1894 appartiene al celebre scrittore “ebreo nazionalista, libertario internazionalista, pro-sionista” Bernard Lazare[2]. Risulta difficile non farsi interrogare circa i risvolti teologici, politici e storici che queste frasi implicano. Quale fondamento riconoscere alla “minaccia antisemitismo” che si sente spesso lanciare anche ai giorni nostri? Come si è declinato nella storia il carattere problematico del rapporto tra israeliti e non-israeliti? Quale ruolo ha avuto il rabbinato nella progressiva “chiusura” che ha portato gli ebrei, da popolo orientato al proselitismo a diventare ciò che conosciamo oggi?

1. “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo”

“Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”[3]. Con queste parole, Gesù stesso, parlò ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo; non mancò d’aggiungere: “Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”[4].

Nel tentativo di dare una risposta, almeno parziale, alle domande appena poste è necessario comprendere uno dei passaggi fondamentali della storia ebraica, ovvero il mancato riconoscimento del Messia, messo in croce sotto Ponzio Pilato. Le cause della non accoglienza di Cristo, in parte, ne hanno preceduto la venuta: già nell’Antico Testamento il popolo d’Israele, sebbene eletto, viene chiamato da Dio stesso “popolo di dura cervice”[5].

Questo irrigidimento presente in nuce, ebbe modo di svilupparsi durante i secoli successivi. Eventi traumatici come la schiavitù babilonese (586 a. C. circa) provocarono, nel seno d’Israele, un’immensa perturbazione e la tradizione cabalistica ortodossa finì col cadere nell’oblio[6]. Più tardi, quando i tempi si compirono, la colpevolezza dei dottori della sinagoga consistette nel nascondere al popolo la chiave della scienza per la quale Israele avrebbe riconosciuto il Messia[7]. Bernard Lazare aggiunge che prima della nascita di Cristo, “quando la nazionalità ebraica si trovò in pericolo, sotto Giovanni Ircano, si videro i farisei dichiarare impuro il suolo dei popoli stranieri, impure le relazioni tra ebrei e greci”[8].

La mutazione della Tradizione che offuscò la capacità di incontrare pienamente il Messia venne denunciata in modo inequivocabile da Santi dottori e Padri della Chiesa. Sant’Epifanio parla di “tradizioni falsificate dai farisei”, San Beda di una “tradizione tutta umana e superstiziosa”, Sant’Ilario di Poitiers attacca la “tradizione umana, in nome della quale scribi e farisei hanno trasgredito i precetti della Legge Mosaica”[9]. Lo stesso Gesù discutendo con i farisei non mancò di chiedere: “Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione?”[10].

Dopo le Resurrezione di Cristo ebbe luogo un’ulteriore radicalizzazione: la presa di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70 d. C. – e con essa la distruzione del Tempio, luogo per eccellenza in cui venivano praticati i sacrifici – portò alcuni ebrei alla sfiducia e persino alla rivolta contro il “silenzio di JHWH [Dio]” che, a loro avviso, non aveva salvato il suo popolo[11]. Verso gli ultimi tempi della città, il culto fu invaso dal fariseismo e si rese chiaro quanto “l’impuro miscuglio”[12] qui esposto stesse contaminando la retta Tradizione.

2. La strutturazione dell’isolamento

Va chiarito: nonostante le deformazioni descritte, in tempi ormai lontani, la discendenza di sangue non ebbe per gli ebrei lo stesso peso che ha avuto in seguito. Il popolo israelitico non mancò di dar luogo ad un consistente proselitismo i cui esempi storici sono molteplici: si pensi che nel VI secolo d.C. lo Yemen era quasi interamente ebraico[13] e non pochi furono i conflitti, nell’area mediterranea, tra la l’opera di propagazione della Fede cristiana e la controparte ebraica.

Shlomo Sand, sintetizzando lo stato del proselitismo giudaico prima del consolidamento definitivo del cristianesimo, ci dice che gli ebrei portarono avanti la loro azione anche in zone ancora non coinvolte dal “dilagare del monoteismo”: “Dalla penisola arabica fino alle terre slave, dai monti del Caucaso alle pianure tra il Volga e il Don, dalle zone attorno all’antica Cartagine distrutta e ricostruita, fino alla penisola iberica premusulmana, la religione ebraica non cessò di fare proseliti, garantendosi una sorprendente continuità storica”[14].

Risulta curioso notare, a fianco di queste riflessioni storiche, come ai giorni nostri non manchino casi di popoli per i quali si sospetta una lontana origine ebraica, magari attribuibile alle dieci tribù disperse. Il caso più discusso è quello dei pashtun (distribuiti principalmente tra Afghanistan e Pakistan), che paiono aver ereditato non pochi elementi della tradizione ebraica[15] e che, pur essendo islamici sunniti, si compiacciono di far risalire le loro origini all’Israele veterotestamentario. Vi sono narrazioni locali che rivelano la consapevolezza dell’esistenza del Tempio di Salomone, così come la sua distruzione e l’esilio babilonese che seguì[16]. Sarebbe quantomeno singolare notare una maggiore presenza di discendenti dell’antico Israele tra certi gruppi di talebani che non in determinate comunità ebraiche ortodosse. Analogamente, è difficile non fare cenno delle convinzioni di Ben Gurion sull’origine dei palestinesi: “Non c’è dubbio che nelle loro vene scorra molto sangue ebraico, sangue di quegli ebrei che, in tempi difficili, preferirono ricusare la propria fede, pur di conservare la loro terra”[17].

Come accennato, la chiusura del giudaismo in se stesso, fu progressiva. Sand individua un passaggio cruciale nella cristianizzazione dell’Impero Romano: “Il trionfo definitivo del cristianesimo all’inizio del quarto secolo segnò la fine del fervore missionario nei principali centri culturali facendo nascere probabilmente il desiderio di rimuovere completamente le tracce della storia ebraica”[18].

Se non vi fosse stato chi tra gli israeliti tratteneva “la massa degli ebrei nei lacci delle strette osservanze e delle rigide pratiche rituali” – sostiene Lazare – “il vero mosaismo, purificato e reso più grande da Isaia, Geremia e Ezechiele, diffuso ovunque universalmente ancora dai giudeo-ellenisti, avrebbe portato Israele al Cristianesimo”[19]. Per custodire il popolo i dottori “esaltarono la loro legge al di sopra di ogni cosa, dichiararono che l’israelita doveva amare soltanto lo studio della legge […] e proibirono lo studio delle scienze profane e delle lingue straniere”[20].

Già nella stesura del Talmud (esistono due versioni: Babilonese, III-V sec.; Gerosolimitano, IV-V sec.) il tema del proselitismo è trattato in modo non lineare e con affermazioni controverse, ma il percorso dell’autoisolamento ebraico pare raggiungere il vero punto di svolta con il XIV secolo, dopo che l’assemblea dei rabbini di Barcellona[21] scomunicò chi si fosse occupato di scienza profana[22]: dopo che R. Schalem di Montpellier ebbe denunciato il More Nebuchim[23], i rabbini trionfarono e così facendo – volendo citare ancora le parole di Lazare – avevano “tagliato Israele fuori dalla comunità dei popoli, ne avevano fatto un solitario scontroso, ribelle a qualsiasi legge, ostile a qualsiasi sentimento di fratellanza, chiuso a qualsiasi idea bella, nobile e generosa; ne avevano fatto una nazione miserabile e meschina, inacidita dall’isolamento e corrotta da un ingiustificabile orgoglio”[24].

Parlando del cuore del giudaismo aschenazita, il filosofo tedesco di origine ebraica Solomon Maimon sembra confermare, con parole certamente ruvide, il pensiero dello scrittore francese: “Conobbi bene il dispotismo rabbinico che, grazie al potere della superstizione, aveva stabilito da molti secoli il suo trono in Polonia e che per propria sicurezza aveva cercato in tutti i modi di prevenire la diffusione della luce e della verità. E come la teocrazia ebraica fosse strettamente collegata all’esistenza nazionale, l’abolizione della prima avrebbe portato all’annichilimento della seconda”[25].

2Shulchan Aruch, testo sapienziale rabbinico

3. Prime conferme cinematografiche: A Serious Man

Facile immaginare in questo contesto l’impatto esplosivo dell’emancipazione moderna e dell’apertura dei ghetti. Il decreto francese del 1791, “poteva dar loro la libertà, abolire in un sol giorno l’opera legislativa di secoli” ma “non poteva disfarne l’azione morale ed era soprattutto impotente a spezzare le catene che gli ebrei stessi si erano forgiate”[26]. Se da un lato non mancarono i refrattari, il progressivo dilagare dell’assimilazione pose un problema imprescindibile all’identità ebraica. Il sionismo fu, per certi aspetti, un tentativo di risposta, una reazione estrema alla dispersione degli ebrei, una riedizione – moderna, secolare e talvolta con accenti völkisch – dell’isolamento di cui abbiamo parlato: si pensi, ad esempio, alle parole del dirigente Max Nordau sul valore del ghetto[27] o all’atteggiamento generale del movimento riguardo la naturalezza dell’antisemitismo[28].

Della “prevenzione della diffusione della luce” appena descritta – e più in generale di una certa autoreferenzialità teologica – si trova una descrizione curiosa e attuale nella pellicola A Serious Man (2009) dei fratelli Coen. Nel film, come nota Eugene Michael Jones,siespone la radicale inerzia rabbinica e la conseguente incapacità di dare spiegazione alla sofferenza, alla presenza del male e agli eventi più importanti della vita di un uomo[29]. Larry Gopnik, il protagonista, passerà buona parte del tempo a vagare tra un rabbino e l’altro in cerca di risposte che non arrivano. Nonostante sia diretto dalla celebre coppia di fratelli ebrei, Jones definisce A Serious Man come il più antiebraico dei film che Hollywood abbia mai prodotto. Al suo confronto “Jud Suess (pellicola di propaganda nazionalsocialista) sembra Fiddler on the Roof”[30]. Il film forse inizia con un rabbinicidio. “Forse” perché ciò che è narrato nelle prime scene pare totalmente decontestualizzato in termini di tempo e di spazio: è una storiella yiddish creata dai registi e ambientata in uno shtetl[31] dell’Europa orientale. Un uomo con le sembianze di un famoso rabbino viene portato a casa da un uomo, comunicata la gradita presenza dell’ospite alla moglie, questa – in linea con la superstizione – dice che il rabbino è morto e fuori dalla porta non può che esservi un dybbuk[32]. Dopo averlo fatto accomodare, i tre discutono insieme della cosa, il marito dice all’anziano “ovviamente non credo a queste cose, sono una persona razionale” ma la donna trafigge il cuore dell’ospite con un rompighiaccio: questi ride istericamente e, capendo di non essere gradito, si trascina sanguinante fuori dalla porta. Il marito esclama disperato: “Siamo rovinati, domani scopriranno il corpo“.

3Larry Gopnik, protagonista di “A Serious Man”

Se da un lato questa inerzia (e superstizione) tradizionale pareva condizionare pesantemente la vita ebraica, dall’altro – come accennato – l’apertura al mondo non era di minore complessità. Con il “rischio” dell’assimilazione una valanga di dubbi si riversò sul dibattito riguardante ciò che l’ebreo “sciolto” in una società cristiana avrebbe potuto o voluto essere. Pensiamo all’interpretazione che ne diede Woody Allen nel suo Zelig (in yiddish: “benedetto”), in cui il protagonista assume immediatamente e patologicamente le sembianze tipiche del gruppo umano in cui è inserito. Un camaleontismo estremo che porterà Leonard Zelig a comparire addirittura alle spalle di Hitler durante un’adunata nazionalsocialista. Maurizio Cabona la inquadra come descrizione della condizione ebraica tra “assimilazione fino all’estinzione e contrapposizione fino alla persecuzione”[33].

4La locandina di “Zelig”

4. Antisemitismo immaginario e anti – antisemitismo

Spiegate alcune delle ragioni (contaminazione della Tradizione, diffusione del Fariseismo et cetera) per cui l’ebraismo ha “sbagliato strada” non seguendo il Messia che gli era stato inviato, chiarito che questo errore avrebbe portato, oltre a “perdere il Regno di Dio”, a proseguire nell’inevitabile cammino dell’autoisolamento, risulta necessario comprendere come questi elementi – sommati ad una certa avversione rispetto ai gentili – avrebbero prodotto una polarizzazione tale da generare, in epoca contemporanea, una sorta di ossessione per l’antisemitismo. Questo fatto è in parte leggibile come proiezione sui non-ebrei di un’ostilità verso l’esterno propria dello stesso giudaismo e, di conseguenza, come un collante interno – sociale ed ideologico – utilizzabile a fini politici. Un collante che, come vedremo, finirà per essere non solo un espediente momentaneo ma, paradossalmente, un “ingrediente” dell’identità ebraica dei nostri tempi, in particolare tra gli israeliti non praticanti e in campo sionista.

Gli ebrei religiosi della diaspora, pur restando fedeli allo spirito talmudico, paiono avere una percezione sociale dell’antisemitismo meno ansiosa, le loro caratteristiche identitarie non sembrano aver così tanto bisogno (a differenza dei non religiosi) di un nemico visibile che cementi continuamente la coesione interna. In alcune interviste filmate questo dato emerge in modo chiaro. Una coppia di esponenti dell’Anti Defamation League (potente organizzazione pro-sionista che “combatte l’antisemitismo”) ha sostenuto: “L’ADL aiuta a rinforzare la nostra identità ebraica, perché non siamo ortodossi e non abbiamo una vita religiosa ebraica, l’ADL ci dà uno spazio per essere ebrei, intendo ebrei al 99,9%”. Dal canto suo, Rabbi Hecht di Brooklyn è arrivato ad affermare: “Ragazzi, lasciate che ve lo dica, sono diffidente quando una persona si guadagna da vivere con situazioni particolari. Quindi se c’è un particolare cast cinematografico che si guadagna da vivere col sangue, mi insospettisco ogni volta che questi mi mostrano del sangue. […]”. Pur non volendo attaccare direttamente l’organizzazione, ha aggiunto in seguito: “L’ADL sotto alcuni aspetti è decisamente responsabile di aver creato problemi più che averli risolti”[34].

Sul rapporto sionismo-antisemitismo, Vincenzo Pinto ci presenta una riflessione di sicura importanza, in particolare se si considera che proviene da ambienti non solo privi di caratterizzazioni antisioniste ma anche prossimi al cosiddetto establishment:

[…] Nel 1995 Anita Shapira, uno dei più noti studiosi israeliani appartenenti alla cosiddetta “storiografia dell’establishment”, ha posto lucidamente la vessata questione: in che misura il sionismo ha saputo puntellare la sua costruzione identitaria su di un principio negativo (come l’antisemitismo) rispetto a uno positivo (come la rinascita nazionale ebraica)? Paragonato ad altri responsi ebraici all’antisemitismo (l’umanesimo liberale, il bundismo, l’ebraismo riformato), «l’unicità del sionismo sta nell’aver accettato l’assunto basilare antisemita che gli ebrei costituissero un “corpo estraneo” nella fabbrica nazionale dei popoli europei – un corpo che non poteva mai assimilarsi. […] Un velo è sollevato dai loro occhi, ed essi [i sionisti] possono parlare onestamente e apertamente dei difetti e delle debolezze ebraici. Questo era un candore che gli ebrei non avevano potuto permettersi finché essi credevano ancora che il problema ebraico avrebbe potuto un giorno essere risolto entro la struttura delle nazioni europee»[35].

Non solo una semplice accettazione. Alcuni esempi lampanti dell’assunzione e della conseguente manifestazione di elementi tipici della critica antiebraica da parte della cultura sionista sono stati evidenziati magistralmente nel documentario Defamation del regista israeliano Yoav Shamir, la pellicola fu Best Documentary Feature Film nell’edizione 2009 dell’Asia Pacific Screen Awards. Shamir, intervistando sua nonna (un’ebrea russa la cui famiglia, di forti convinzioni sioniste, si stabilì in Palestina nel XIX secolo), dipinge un quadro in cui una determinata weltanshauung emerge nella sua più pura genunità:

“Dicono che è pieno di antisemiti lì fuori”, risposta dell’anziana signora: “Dove? All’estero? Allora perché non vengono qui [in Israele]? […] Stanno aspettando di essere uccisi?”. Domanda del regista: “Perché non vengono?”, risposta: “Beh loro amano i soldi, gli ebrei amano i soldi, gli ebrei sono mascalzoni (crooks) […]. Perché dovrebbero venire qui e lavorare per guadagnare soldi, se possono fare i soldi senza lavorare?”. Nuova domanda: “Non lavorano lì?”, risposta: “Non lavorano, è ciò che sto dicendo”. Yoav Shamir: “Come fanno ad avere soldi se non lavorano?”, “Con gli interessi, prestano soldi con interessi alti.. vendono liquori..vino, gli ebrei conoscono questo lavoro discutibile (monkey business)[…]. Credimi io sono una vera ebrea, il denaro non mi acceca […]“. “Ma tu parli come un’antisemita, dicendo che gli ebrei non lavorano, ecc..”. Risposta: “No, niente affatto, se vogliono stare all’estero, stanno forse aspettando l’arrivo di un altro Hitler che li stermini”.

L’inizio del documentario è forse ancora più eloquente: scorrono le immagini di diversi quotidiani israeliani e la voce di Shamir afferma: “Tre parole sembrano apparire in continuazione: olocausto, nazista, antisemitismo. Vivendo in un paese che fu fondato per dare agli ebrei un posto sicuro in cui stare, ho trovato tutto questo sconvolgente”. Questa ossessione dell’antisemitismo viene riproposta in tutto il film, con particolare riferimento ai viaggi della memoria in cui i giovani israeliani sono catechizzati alla diffidenza verso i non-ebrei e al culto del passato.

5Yoav Shamir, regista di “Defamation”, in una delle scene del documentario

5. The Believer: “Agli ebrei piace separare le cose”

Se il cinema ebraico può essere utile per spiegare o completare determinati passaggi di questo testo, c’è una pellicola – sebbene complessivamente caratterizzata da un sentimento tutt’altro che religioso – che, in alcune sue parti, pare compendiare molti aspetti analizzati: The Believer di Henry Bean[36]. Il film è la storia di Daniel Balint, un giovane skinhead neonazista che già nelle prime scene mostra la sua rabbia scendendo da un bus insieme a un ebreo colpito con calci e pugni pochi minuti dopo. Il ragazzo si farà strada nell’ambito dell’estremismo politico propugnando concetti razzisti e predicando la necessità di compiere omicidi e violenze contro gli israeliti. Daniel però viene da una famiglia ebraica e ha studiato in scuole ebraiche: sulla conflittualità derivante da questo dualismo si fonda lo sviluppo della narrazione: il protagonista non è affatto uno stupido e conosce in modo approfondito il giudaismo per il quale nutre sentimenti controversi, al punto da far sospettare un suo tormentato “riavvicinamento” alla cultura (più che alla religione) d’origine.

6Locandina di “The Believer”

Focalizziamo ora l’attenzione su alcune scene che toccano i temi affrontati, ad esempio la deformazione della Tradizione, l’autoisolamento e il tema dell’antisemitismo. Ad un certo punto il protagonista e il suo gruppo skinhead vanno provocatoriamente a mangiare in un ristorante ebraico per irridere certa precettistica rabbinica, di fronte all’insistenza dei ragazzi per avere un piatto che unisca carne e formaggio (incompatibile con i precetti della cucina kasher), il cameriere risponde: “Siamo un ristorante kasher, non serviamo carne insieme al formaggio”. Allora domandano: “E insieme al pollo?”. Il cameriere: “E’ carne anche il pollo”. Interviene Daniel: “La Bibbia veramente dice di non cuocere un capretto nel latte della madre ma una gallina non dà latte”. Il cameriere li invita ad andare alla pizzeria di fronte per soddisfare la loro voglia di formaggio ma Daniel con tono arrogante risponde: “Ok, ma vorrai ammettere che è stupido. Hai mai munto una gallina?”, “No, non voglio ammettere che è stupido”. Ancora Daniel: “Puoi mangiare il pollo con le uova ma non con il latte, per quale motivo?”. Viene chiamato l’altro cameriere che si presenta con un bastone e scoppia una rissa.

Daniel inizia una relazione con Carla – una giovane argentina – che a sua volta si incuriosisce sempre di più dell’ebraismo. Insieme in camera, di fronte ai rotoli della Torah che aveva rubato in una incursione in sinagoga, Daniel la esorta, per rispetto, a non stare nuda “lì davanti” e le lancia un vestito: lei non capisce. I due iniziano a parlare e il protagonista spiega: “Agli ebrei piace separare le cose: il sacro dal profano, la carne dal latte, la lana dal lino, lo shabbat dagli altri giorni, l’ebreo dal gentile, è come se un pezzo dell’uno potesse contaminare irrimediabilmente l’altro”. “Chi è il contaminato? L’ebreo oppure il gentile?” chiede Carla, “Bella domanda” risponde Daniel.

Un ulteriore dialogo con Carla pare ancora più interessante. Lei, continuando la sua esplorazione, arriva a sostenere che “nell’ebraismo non c’è niente” e Daniel va oltre: “Il nulla senza fine, l’ebraismo non si fonda sul credere ma sul fare delle cose, osservare lo shabbat, accendere le candele, visitare gli ammalati”. Chiede Carla: “E ne deriva il credere?”. Daniel: “Non ne deriva niente […]”. La discussione continua con la ragazza che dice: “L’ebraismo non ha bisogno di un dio, la Torah, è quello il vostro dio, il libro è chiuso”.

Altra scena: Daniel si reca in sinagoga invitato da una coppia di amici ebrei, appena arriva inizia a litigare col suo vecchio compagno di scuola Avi. Parlano di sionismo e nazismo, politica del Vicino Oriente, Sabra e Shatila. Avi ad un certo punto sbotta: “Perché per gli ebrei i metri di giudizio sono sempre più rigorosi?”, interviene una donna con la kippah: “Perché siamo il popolo eletto, non è vero Daniel?”, la discussione si infiamma ulteriormente e Daniel afferma: “Leggete i primi sionisti ed ebrei europei, vi assicuro che sembrano Goebbels”, poi aggiunge stizzito: “I nazisti facevano quello che diceva Hitler e voi fate quello che dice la Torah o il rabbino!”

7L’aleph che, nel diario di Daniel Balint, diventa una svastica

L’intervento di Daniel che probabilmente è più significativo arriva verso la fine del film quando, ad una riunione politica, parla del rapporto da tenere con gli ebrei. Sebbene esagerato in diversi passaggi, è utile riportare alcuni estratti: “Sapete che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo amarli! Che cosa? Ha detto di amare gli ebrei? È molto strano, lo so, ma con quella gente niente è semplice. L’ebreo dice solo che vuole essere lasciato in pace a studiare la sua Torah, fare qualche affaruccio […] ma non è vero, lui vuole essere odiato, desidera ardentemente il nostro odio, ne ha un gran bisogno come se ciò fosse insito nella propria natura, se Hitler non fosse esistito gli ebrei l’avrebbero inventato […]”. Certo, lo abbiamo detto: la forma, i toni e il contesto – essendo determinati da esigenze cinematografiche – sono a volte stridenti col messaggio lanciato ma un dato emerge in modo netto: l’antisemitismo è spesso utilizzato come collante e “l’amore” può essere un “pericolo” per la comunità. Daniel arriverà ad invitare non solo ad amare ma ad “amare sinceramente”. Seppur rapidamente, sfiorerà un altro tema cruciale: il rapporto tra persecuzione degli ebrei e la loro “deificazione”.

Su quest’ultimo aspetto, e in particolare sulla trasformazione dei patimenti ebraici durante il secondo conflitto mondiale in qualcosa di non molto dissimile da una “religione misterica”[37] scrisse – oltre un decennio fa – Peter Novik, parlando di una sostanziale “sacralizzazione”. Gli ex deportati israeliti assumono così “il privilegio all’autorità (sacerdotale) di interpretare il mistero”[38]. Del resto, in campo rabbinico, non sono mancati parallelismi improbabili, si pensi a Rabbi Ignaz Maybaum e ai paragoni che fece con la crocifissione di Cristo[39].

6. Il profeta Natan e Re David: conclusioni

Torniamo all’amore (caritas) di cui parla Daniel Balint. Abbiamo visto, fin dalle prime le righe, che lo sbaglio decisivo di questo popolo fu non riconoscere il Messia e con esso l’Amore (Deus Caritas Est). Anche Re David per un certo tempo perse la giusta strada, desiderò Betsabea (moglie di Uria l’Ittita), la ingravidò, fece morire il guerriero per sposare la donna. Compì tutto questo ma, dopo essere stato ammonito dal profeta Natan, si pentì ed espiò, poco dopo il figlio avuto con Betsabea morì. A differenza di ciò che farà il suo popolo, David non permise che il suo smarrimento lo portasse a ripiegarsi sui suoi errori ma decise di risollevarsi, migliore di prima, tornando sulla retta via.

Comprendere lo smarrimento di David significa comprendere una metafora fondamentale della storia ebraica.

8Davide, Re e Santo


[1] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 14 (edizione originale: Léon Chaillet éditeur, Paris, 1894).

[2] Michael Löwy, Jewish nationalism and libertarian internationalism in the writings of Bernard Lazare, in: M. Berkowitz, Nationalism, Zionism and ethnic mobilization of the Jews in 1900 and beyond, BRILL, 2004, p. 179. Bernard Lazare fu polemista, critico letterario, giornalista. La definizione introduttiva che Michael Löwy diede di Lazare nel saggio citato è: “a paradoxical figure: Jewish nationalist and libertarian internationalist, pro-Zionist and anti-Theodor Herzl, an anarchist opponent of the bourgeois Republic and a defender of captain Dreyfus, a ferocious critic of the Catholic Church whose greatest admirer was the Catholic socialist Charles Peguy. He is what is called in Frech “inclassable” […]”

[3] Matteo 21, 38-39.

[4] Matteo 21, 43.

[5] Esodo 32.

[6] Julio Meinvielle, Influsso ebraico in ambiente cristiano, Roma, 1988, pp- 21.22; in: Curzio Nitoglia, Gnosi, Gnosticismo, Paganesimo e Giudaismo, Cavinato Editore, 2006, p. 33.

[7] Ibidem.

[8] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 19.

[9] Le citazioni riportate sono tratte da: Curzio Nitoglia, Gnosi, Gnosticismo, Paganesimo e Giudaismo, Cavinato Editore, 2006, p. 32.

[10] Matteo 15, 3

[11] R. M. Grant, La Gnose et les origines chrétiennes, Seuil, Paris, 1964; in: Curzio Nitoglia, Gnosi, Gnosticismo, Paganesimo e Giudaismo, Cavinato Editore, 2006, p. 16.

[12] Ibidem.

[13] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 77.

[14] Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010, p. 288.

[15] Raffaele Picciotto, Ebrei afghani: sulle tracce delle 10 tribù scomparse, Mosaico, 7 giugno 2012. ( http://www.mosaico-cem.it/articoli/ebrei-afghani-sulle-tracce-delle-10-tribu-scomparse )

[16] Avrum M. Ehrlich, Encyclopedia of the Jewish Diaspora: Origins, Experiences, and Culture, Volume 1, p. 85.

[17] Leonid Mlecin, Perché Stalin creò Israele, Teti Editore, 2009, p. 54.

[18] Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010, p. 262.

[19] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 21.

[20] Ibidem.

[21] La Jewish Encyclopedia riferisce del decreto “signed by thirty-three rabbis of Barcelona, excommunicating those who should, within the next fifty years, study physics or metaphysics before their thirtieth year of age” [Isidore Singer, Cyrus Adler, The Jewish encyclopedia: a descriptive record of the history, religion, literature and customs of the Jewish people from the earliest times to the present day, Funk and Wagnalls, 1925, p. 33.]

[22] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 22.

[23] Il More Nebuchim è “La guida dei perplessi” di Maimonide, 1190.

[24] Ivi, p. 22.

[25] Solomon Maimon, The Autobiography of Solomon Maimon (London: East and West Library, 1954), p. 135. Lazare sull’ebraismo polacco del XVII secolo arriva ad affermare: “Dominati dai Talmudisti, non seppero produrre null’altro che dei commentatori del Talmud”.

[26] Bernard Lazare, L’Antisemitismo, Storia e Cause, CLS, 2000, p. 163.

[27] Max Nordau ebbe modo di affermare: “Dove le autorità non lo confinavano in un ghetto, là egli si erigeva da sé il suo ghetto. Voleva stare con i suoi e non avere cogli abitanti cristiani altri rapporti che quelli del traffico. Nella parola “ghetto” risuonano alcune lievi sfumature di vergogna e di umiliazione. Ma l’etnologo e lo storico dei costumi riconoscono che il ghetto, qualunque fosse l’intenzione dei popoli che lo istituirono, non era sentito dagli ebrei del passato come una prigione ma come un luogo di rifugio. […] Nel ghetto l’ebreo aveva il suo mondo, la sua casa sicura che aveva per lui il significato spirituale e morale d’una patria. […] Tutti i costumi e le abitudini ebraiche perseguivano inconsciamente una meta sola, quella di conservare l’ebraismo, mediante la separazione dai popoli, di curare la comunità ebraica, di tenere sempre presente al singolo ebreo ch’egli si sarebbe perduto e sarebbe stato sommerso se avesse rinunciato al suo carattere particolare”. (cfr.: Andrea Giacobazzi, L’asse Roma-Berlino-Tel Aviv, Il Cerchio, 2010).

[28] Su questa insistenza il decano degli storici sionisti, Walter Laqueur, arrivò a chiedersi se non si trattasse addirittura di ‘grist to the mill of Nazi propaganda’ (cfr.: Walter Laqueur, A History of Zionism, p. 500).

[29] Eugene Michael Jones, Rabbinical Despotism, Culture Wars, June 2010.

[30] Ibidem.

[31] Insediamento con un’elevata percentuale di popolazione di religione ebraica.

[32] Un’anima in grado di possedere gli esseri viventi:lo spirito di una persona defunta al quale è stato vietato l’ingresso al mondo dei morti.

[33] Maurizio Cabona, Provaci ancora Woody, Il Giornale, 13 novembre, 2010.

[34] Tutte queste citazioni provengono dal documentario Defamation di Yoav Shamir. Questo film – la cui visione è consigliabilissima – lo nomineremo anche in seguito. Le traduzioni sono di Laura Caselli.

[35] Anita Shapira, Anti-Semitism and Zionism, «Modern Judaism», XV, 3, 1995, p. 218, in: Vincenzo Pinto, La dialettica fra antisemitismo e sionismo nel pensiero e nell’opera di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, FreeEbrei (http://www.freeebrei.com/interventi/sionismo-e-antisemitismo-una-concordia-discors)

[36] The Believer di Henry Bean, 2001. Il film ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival del 2001 e il Gran Premio al Moscow International Film Festival sempre nel 2001.

[37] Peter Novick, The Holocaust in American Life, Houghton Mifflin Harcourt, 2000, p. 201.

[38] Ibidem.

[39] Marc A. Krell, Intersecting Pathways : Modern Jewish Theologians in Conversation with Christianity: Modern Jewish Theologians in Conversation with Christianity, Oxford University Press, 2003, p. 176

Fonte:

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Sono passati sessantacinque anni da quando lo Stato di Israele ha proclamato la sua indipendenza. Sessantacinque anni in cui i Palestinesi celebrano la memoria della “naqba”, la catastrofe: l’esproprio e l’esilio dalle proprie terre e la perdita della libertà. Un conflitto, quello israelo-palestinese, che ha radici antiche, profonde ed articolate, ma che spesso viene “semplificato” in uno scontro tra ebrei e musulmani. In realtà, guardandolo da un punto di vista religioso, c’è un terzo elemento che gioca un ruolo fondamentale nel quadro della Terra Santa: i cristiani. Arabi di origini e quindi palestinesi di appartenenza, i discendenti della prima comunità di Cristo, per quanto scarsi nel numero (tra l’1% e il 2% dell’intera popolazione), sono assai preziosi. A raccontare la loro storia è “The stones cry out”, docu-film dell’italiana Yasmine Perni. Cresciuta in Medio oriente per il lavoro del padre, la regista e giornalista romana è tornata da qualche anno in Terra Santa. La decisione di raccontare su pellicola la storia dei palestinesi dal punto di vista della minoranza cristiana nasce da una visita alla Basilica della Natività di Betlemme e dalla riflessione sulla difficile situazione della comunità che dal quel luogo è nata. Nasce così il film, che si può suddividere nelle tappe che delineano il triste percorso di questa terra: dalla Nakba del 1948 alla guerra dei sei giorni del 1967, poi la prima Intifada (1987-1988), la seconda Intifada (2000), ed avanti fino ai giorni nostri. Il documentario è supportato da video storici, documenti ed interviste a testimoni, a personalità ecclesiali che raccontano la propria esperienza.

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