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LA PRIMA TRASLAZIONE MIRACOLOSA DI TERSATTO

Il Beato Pio IX, il grande Pontefice nativo dell’anconitano e “miracolato” nella stessa Santa Casa di Loreto, a riguardo di essa scrisse memorabili parole. Celebre, in proposito, fu la sua Bolla “Inter Omnia”, del 26 agosto 1852, nella quale così solennemente dichiara: “Fra tutti i Santuari consacrati alla Madre di Dio, l’Immacolata Vergine, uno si trova al primo posto e brilla di incomparabile fulgore: la veneranda ed augustissima Casa di Loreto… (…) A Loreto, infatti, si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al Cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata molto lontano, oltre i mari, prima in Dalmazia e poi in Italia”.

Come ogni altro Pontefice che ne ha trattato, il Beato IX identificò a Tersatto, in Dalmazia, oggi quartiere di Fiume, il primo luogo in cui “sostò” nel 1291 la Santa Casa di Nazareth durante le sue molteplici “miracolose” traslazioni.

Riguardo alle documentazioni su tali fatti accaduti, esistevano degli scritti e testimonianze composti dai contemporanei a tali eventi miracolosi, che oggi purtroppo in gran parte sono andati perduti, soprattutto a causa di incendi che hanno distrutto gli archivi storici di Tersatto e di Recanati. Ma esistono scritti e testimonianze posteriori che rimandano a quei documenti dell’epoca, visti e riportati da altri. Esiste, soprattutto, “la tradizione orale” ininterrotta, tramandata dai testimoni oculari dell’epoca, ed esistono ancor oggi diverse chiese e lapidi che ricordano gli eventi accaduti in quegli anni della fine del XIII secolo.

Le chiese, in modo particolare, ancor più dei “documenti scritti”, sono le più inoppugnabili “prove” della verità dei fatti che esse intendono celebrare, perché se esse sono state edificate e consacrate per ricordare gli “eventi miracolosi” delle traslazioni della Santa Casa di Nazareth ciò è stato possibile perché così hanno voluto i Vescovi dell’epoca, costituendo esse perciò una “approvazione ecclesiastica” inconfutabile da parte dei “testimoni oculari” più autorevoli: i Vescovi stessi dell’epoca, di varie località.

A Tersatto, ove esiste tutta una tradizione locale esattamente parallela a quella di Loreto, c’è un Santuario, risalente al XIII-XIV secolo, che ricorda proprio la sosta della Santa Casa in quel luogo per circa tre anni e mezzo. Anche una lapide, ancor oggi esistente, riporta questo fatto “storico”, essendovi scritto in essa: “Venne la Casa della Beata Vergine Maria da Nazarette a Tersatto l’anno 1291 allì 10 di maggio et si partì allì 10 di dicembre 1294”.

Anche nel “Rosarium” di Santa Caterina da Bologna (1413-1463), un testo redatto dalla santa nel 1440, viene riportato “per rivelazione soprannaturale del Signore” la vicenda storica delle “miracolose traslazioni” della Santa Casa di Nazareth. Santa Caterina da Bologna in quel testo mostra di colloquiare direttamente con Gesù, apparsogli “per grazia”; ella infatti scrive: “In questo giorno (il 25 marzo 1440), tu, o Signore, hai rivelato a me, apparendomi per grazia… ”. Poi, dopo aver riportato “la rivelazione” che fra quelle Sacre Pareti di Loreto la Vergine Maria fu “concepita” Immacolata ed ivi “nacque”, descrive sinteticamente le varie successioni del “trasporto angelico” della Santa Casa di Nazareth, secondo come “rivelatogli” da Gesù durante l’apparizione: “Alla fine questa dimora, consacrata prima dai tuoi apostoli che vi hanno celebrato i divini misteri con miracoli, per l’idolatria di quella gente fu trasportata in Dalmazia da uno stuolo di angeli. Quindi, per le stesse e per altre ragioni, portarono questa degnissima chiesa in vari luoghi. Finalmente, portata dai santi angeli, fu collocata stabilmente a Loreto e posta nella provincia d’Italia e nelle terre della Santa Chiesa” (“Rosarium”, I Mist. Gaud., vv.73 ss.- Da una traduzione del testo latino pubblicata in “Messaggio della Santa Casa”, 2001, n.7, p.211).

Qui riporto, a riguardo della “verità  storica” della “prima” traslazione miracolosa di Tersatto, la seguente narrazione storica, come riportato dagli antichi scritti.

Califà re d’Egitto, nel 1291, essendosi reso padrone della Galilea con la strage di 25.000 cristiani e con la schiavitù di altri 200.000, rovesciò il regno cristiano, profanando i Luoghi Santi e chiudendo ogni accesso ad essi. Ma il Signore, per salvare la Casa della sua amata Madre, operò uno dei più inauditi miracoli. Nella notte del 9-10 maggio 1291, per mano degli angeli, staccatala dalle fondamenta – come anche scritto dal Beato Pio IX nella Bolla sopra riportata -, fece trasportare la Santa Casa di Nazareth per lunghissimi tratti di aria e di mare verso le spiagge della Dalmazia. A Nazareth, rimasero soltanto le fondamenta della Santa Casa, tutt’oggi esistenti.

Allo spuntare dell’alba del 10 maggio 1291, sulla collina di Tersatto, non lontano da Fiume (l’odierna Rijeka), alcuni boscaioli trovarono una piccola casa che non avevano mai visto prima in quel luogo. Il fatto impressionò molto perché su quella collina che scende verso il mare non esistevano né capanne né tanto meno case. La piccola costruzione, “posata” sul terreno, aveva una lunghezza di m.9,52, una larghezza di m.4,10 e un’altezza (all’interno) di m.4,30. Di fronte all’entrata c’era un altare di pietra e, al di sopra, sul muro, una Croce greca. Su questa la figura del Cristo e un’iscrizione: “Gesù di Nazareth, Re dei Giudei”. Sull’altare vi era una statua in legno della Madonna con il Bambino in braccio: la mano destra di Gesù era levata per benedire. Oltre l’altare, un focolare nero di fumo, che ne comprovava un lungo uso. Non lontano da questo atrio, un armadio scavato nel muro e degli utensili da tavola.

Conosciuto il fatto miracoloso, vennero fedeli e curiosi da ogni parte a vedere il misterioso prodigio. Anche il parroco di Tersatto, don Alessandro Giorgevich, venne informato del fatto, ma, molto ammalato, non poté muoversi. Gli apparve allora la Madonna che gli attestò essere quella la sua Casa di Nazareth dove nacque, dove avvenne l’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele e dove visse con Gesù. Quale sigillo dell’Apparizione, don Alessandro venne improvvisamente guarito dalla sua infermità.

Nicolò Frangipane, signore della città, volle accertarsi del fatto e mandò una delegazione in Palestina con l’incarico di constatare se realmente la Santa Casa non esistesse più in Nazareth. Tra i delegati si trovarono il Parroco stesso, Don Alessandro e tre notabili, di cui abbiamo i nomi di due di essi: Sismondo Orsich e Giovanni Gregoruschi. La delegazione, giunta a Nazareth, constatò effettivamente l’assenza della Santa Casa a Nazareth, ove erano rimaste solo le fondamenta, che combaciavano perfettamente con le misure della perimetrazione delle tre Sante Pareti giunte a Tersatto. Inoltre non trovarono nessuna differenza di qualità e natura fra le pietre ivi rimaste e quelle che erano giunte a Tersatto.

Questi quattro distinti personaggi trascrissero ogni cosa e testimoniarono il tutto con solenne giuramento; e la loro deposizione, autenticata con tutte le forme volute dalla legge, fu riposta a perpetua memoria negli archivi pubblici di Tersatto.

Il Frangipane, riservandosi di onorare convenientemente il sacro edificio, vi fece costruire attorno un muro di cinta; ma, dopo poco più di tre anni dalla sua venuta, la Casetta misteriosamente scomparve, così come era arrivata. Sul luogo ove la Santa Casa era rimasta dal 10 maggio 1291 al 10 dicembre 1294, i Frangipane fecero costruire, prima una Cappella commemorativa, e poi la Chiesa che anche oggi esiste. La struttura architettonica è una sintesi storica: una piccola Cappella, avente le stesse dimensioni della Santa Casa, fu il punto di partenza; poi fu costruito dinanzi a questa una prima navata, che più tardi fu prolungata e quindi una navata laterale, che comunica con l’altra, mediante larghe aperture.

Questa è in breve la storia della dimora fatta dalla Santa Casa a Tersatto. Non esistono, come detto, documenti del tempo, perché il 5 marzo 1629, un incendio distrusse gli archivi di Tersatto, come nella sua “Historia Tersattana”, racconta il Glavinich, il quale lamenta la perdita degli “Annali Francescani”, della relazione e dell’itinerario del Parroco di Tersatto, che, per ordine, del Conte Nicolò Frangipane, aveva accompagnato i Delegati che si recarono in Terra Santa.

Si salvarono appena alcune carte che lo stesso Glavinich aveva tolte dall’Archivio di Tersatto per un lavoro che stava facendo. Ma anch’esse andarono perdute, durante la grande guerra del 1915. Nell’intento di voler salvare alcuni documenti dell’Archivio di Tersatto, furono consegnate a una persona, che le dimenticò in treno.

Ma i documenti relativi alla sosta a Tersatto della Santa Casa, se più non esistono, esistettero un giorno. Girolamo Angelita, archivista di Recanati, dichiara che al suo tempo, e cioè nei primi anni del 1500, fu mandata a Recanati una schedula (forse un estratto) degli Annali di Fiume, nella quale era narrata la storia della dimora della Santa Casa a Tersatto, così come risultava dai documenti ancora esistenti nell’Archivio di Tersatto. La città di Recanati ne informò il Papa Leone X, il quale poi in un documento pontificio ufficiale e solenne dichiarò che la suddetta storia era comprovata da testimoni degni di fede,  scrivendo in un “Breve”: “… E’ provato da testimonidegni di fede che la Santa Vergine, dopo aver trasportato per l’onnipotenza divina, la sua immagine e la propria casa da Nazareth in Dalmazia, quindi nella foresta di Recanati e nel campo di due fratelli, la fece deporre per il ministero degli Angeli, sulla pubblica via, ove trovasi tuttora e dove l’Altissimo, per i meriti della Santissima Vergine, continua a operare miracoli” (Leone X, “Breve” del 1° giugno del 1515. Arch. Vat. Vol. 1924; 232 IX Reg. 70 – f. 74).

Oltre alla fonte diretta citata dall’Angelita, abbiamo alcuni altri importanti documenti, anche pontifici, i quali, pur non essendo coevi al fatto, lo suppongono e indirettamente lo provano, come ad esempio l’invio nel 1367, ai Tersattesi, da parte del Papa Beato Urbano V, di una immagine della Vergine Lauretana, “per calmare il loro dolore”  per aver perduto la stessa Santa Casa.

Santuario di Tersatto

Gli abitanti di Tersatto, infatti, hanno sempre ritenuto vero il miracolo della traslazione della Santa Casa e il fatto della sua dimora in quella Città e non protestarono mai contro la notizia della scomparsa e della conseguente apparizione della medesima in terra italiana. Anzi, sappiamo dal Padre Riera e dal Torsellini che ai loro tempi i pellegrinaggi di Dalmati a Loreto erano numerosissimi e che dall’Illiria venivano alla Santa Casa le folle a pregare la Beata Vergine, perché ritornasse ad abitare fra loro.

Il Padre Raffaele Riera, gesuita e penitenziere a Loreto, in alcune pagine scritte in una sua opera, descrisse questi pellegrinaggi e l’impressione che egli ne ebbe. Nel 1559, trovandosi nella Basilica ad ascoltare le confessioni, egli vide entrare un pellegrinaggio di Dalmati, composto di circa 500 persone, che invocavano piangendo la misericordia divina, sul ritmo dello Stabat Mater e del Dies Irae. Il Trombelli ne pubblicò il testo che è il seguente: “O Maria, sei venuta qui insieme con la tua Casa, per essere nella tua qualità di Madre di Cristo, dispensatrice di grazia; Nazareth fu il tuo luogo di nascita, ma Tersatto fu per te il primo porto quando venivi in questa terra. Trasportasti qui anche la Casa, ma qui sei rimasta, o Regina della clemenza. Ci rallegriamo di essere stimati degni di godere la tua presenza”.

TERSATTO – Il luogo ove fu trasportata miracolosamente la Santa Casa il 10 maggio 1291 e da cui ripartì il 10 dicembre 1294

L’impressione provata dal Riera alla vista di un pellegrinaggio così pio, che contanto affetto e fiducia parlava alla Vergine, fu molto grande. Egli confessa che si ritirò dalla chiesa, perché temeva che il Signore, ascoltando la preghiera di quei pellegrini, facesse nuovamente trasportare la Santa Casa nella loro terra.

Il vincolo che legò Tersatto a Loreto fu sempre forte e costante; infatti, non solo per diversi secoli i pellegrini vennero in gran numero a Loreto, ma molte famiglie si trasferirono qui dalla Dalmazia e ancor oggi si trovano nel contado e nella Città cognomi slavi italianizzati.

Iscrizione scolpita a ricordo della sosta della Santa Casa di Nazareth a Tersatto (città di Fiume), ancora esistente al principio della scalinata che conduce al Santuario della Madonna delle Grazie, a Tersatto.

Fino al tempo di Paolo III esistette a Loreto una Confraternita, detta degli Schiavoni, per il suffragio dei defunti Dalmati e nel 1575 Gregorio XIII vi istituì il Collegio Illirico per l’educazione gratuita di trenta chierici delle Diocesi della Dalmazia, assegnandogli l’edificio posto a fianco della Basilica, nel quale prima si trovava l’Ospedale dei Pellegrini e affidandone la direzione ai Padri della Compagnia di Gesù.

Anche Giovanni Paolo II attestò questo singolare legame tra Loreto e Tersatto, nel Lettera inviata a Mons. Pasquale Macchi, arcivescovo di Loreto, il 15 agosto 1993: “La Vergine Lauretana dall’alto del suo colle benedica e soccorra tutti i popoli, in particolare quelli sull’altra sponda dell’Adriatico, dove è così viva la tradizione lauretana…”.

Nel prossimo numero si illustrerà la successiva “traslazione miracolosa” del 1295 in Ancona, località Posatora, ove – secondo le documentazioni storiche – rimase per nove mesi, prima di pervenire nella zona recanatese.

Prof. GIORGIO NICOLINI

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Le Foibe e l’Esodo  

Parliamo dell’Istria, penisola tra i golfi di Trieste e del Quarnaro, della Dalmazia, la fascia costiera  che dal golfo del Quarnaro scende sino all’Albania, e della Venezia Giulia (Trieste, Gorizia).
La loro storia è italiana, prima romana poi dopo varie vicissitudini veneziana: l’Istria nel 177 a.c entrò nell’orbita romana e nel 27 a.c. Augusto le concesse la cittadinanza romana (ricordiamo l’Arena di Pola). Anche la Dalmazia entrò nell’orbita romana, nel 117 a.c. e fu la terra di quattro imperatori, il più rilevante Diocleziano.
Ambedue, dopo le complesse vicende delle invasioni barbariche, impero bizantino, Sacro Romano Impero evidenziarono un rapporto sempre più stretto con Venezia finché dopo il 1400 le città costiere si unificarono sotto l’insegna del leone di S. Marco.
E le città delle coste istriane e dalmate sotto l’ala del leone di San Marco si svilupparono sul piano commerciale e fiorirono  sul piano artistico e culturale. Si parlava il dialetto veneto. Nel 1797 con il trattato di Campoformio Napoleone cedette la Serenissima all’Austria.
Durante i 121 anni della dominazione austriaca le città della costa orientale erano popolate in prevalenza dall’etnia italiana, le campagne dagli slavi.
Il governo asburgico, timoroso delle spinte irredentistiche e risorgimentali, favorì lo spostamento degli slavi, sudditi fedeli, verso la costa, chiudendo anche scuole italiane. Il clero, in maggioranza di etnia slava, fomentava l’avversione verso l’Italia, ritenuta laica e miscredente, in quanto colpevole di aver strappato Roma al papato. E le tre etnie balcaniche, sloveni, croati e serbi, divise tra di loro erano accomunate dal disegno di impadronirsi delle terre italiane.
Durante la prima guerra mondiale molti irredentisti furono alla testa della campagna per l’intervento dell’Italia nel conflitto contro l’Austria.
Basta ricordare Cesare Battisti e Fabio Filzi, impiccati a Trento, Nazario Sauro a Pola e Guglielmo Oberdan a Trieste.
Dopo la prima guerra mondiale il trattato di Rapallo nel 1920 assegnò all’Italia, l’Istria, Zara (unica enclave in Dalmazia), le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa e dichiarò Fiume Città libera. Nel 1924 Fiume tornò definitivamente all’Italia con la parentesi dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio.
Nel periodo fascista gli scontri tra nazionalismo italiano e slavo si acuirono. Indubbiamente sin dall’inizio abbiamo varie leggi tese alla italianizzazione forzata: nel 1923 la legge Gentile stabilisce che nelle scuole non vi sia spazio per le lingue minoritarie, nel 1925 si proibisce l’uso delle lingue diverse dall’italiano nell’amministrazione pubblica, nel 1927 vengono soppresse le organizzazioni culturali, ricreative e culturali slovene e croate.
Con Regio decreto del 1927 venne imposta l’italianizzazione dei cognomi anche se non trovò mai piena applicazione.
Provvedimenti illiberali certo ma inseriti in un contesto di un mondo che non rispettava le minoranze (dalla Francia, alla Germania, alla Romania, Ungheria e alla stessa Jugoslavia), a parte la parentesi felice dell’impero austro-ungarico.
E venne il dramma delle Foibe: cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8
settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i
fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi
gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano “nemici del
popolo”. La vicenda di Norma Cossetto è emblematica e diventerà un simbolo di quel periodo terribile.
La seconda nel novembre del 1944 a Zara. Dopo l’8 di settembre del 1943 la città venne occupata dai tedeschi. Tito chiese agli anglo americani di bombardarla per una presunta rilevanza militare del piccolo porto commerciale, che in effetti non aveva, e in un anno fu sottoposta a 54 bombardamenti con oltre 4000 morti.
Il 1 novembre 1944 quando già i tedeschi abbandonarono la città, i partigiani di Tito entrarono in una città distrutta ed inerme. Subito iniziarono le esecuzioni degli italiani, fucilati o affogati, perché lì foibe non ce ne sono… ma vi è il mare.
Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando le truppe di Tito occupano Trieste, Gorizia e l’Istria e si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le Foibe e ad andare nei campi di concentramento ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti e gli italiani. Anche 39 sacerdoti vennero uccisi. E si leva la forte voce del Vescovo di Trieste e  Capodistria, Monsignor Antonio Santin.
La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia.
Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce.
Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace e la fascia costiera dell’Istria (Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova ) passa sotto amministrazione jugoslava (zona B); il resto dell’Istria, Fiume e Zara passano in maniera definitiva sotto sovranità jugoslava. La fascia costiera da Monfalcone a Muggia va sotto amministrazione alleata (zona A) mentre Gorizia e il resto della Venezia Giulia tornano sotto la sovranità italiana.
Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale.
La stessa classe dirigente democristiana considera i profughi  “cittadini di serie B” e non approfondisce la tragedia delle foibe.

Il 5 ottobre 1954  con il “Memorandum d’intesa la parte amministrata dagli Alleati (la cosiddetta zona A) viene restituita all’amministrazione dell’Italia.
E’ l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria.
Il 10 novembre 1975 con il trattato di Osimo, nelle Marche, il’allora Ministro degli Esteri Rumor firmò la cessione in via definitiva della zona B alla Jugoslavia.
Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta perché ignorata per molto, troppo tempo.
Solo dopo sessant’anni l’Italia con la legge 30 marzo 2004 n° 92 ha riconosciuto ufficialmente questa tragedia istituendo il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo”.

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D’Annunzio arruolò un esercito di volontari per la presa di Fiume. Fra questi vi era il luogotenente suo amico Nino Daniele. Fatale fu l’incontro organizzato a Roma con Mussolini che costò l’esilio del Vate al Vittoriale e del Daniele in Brasile. La questione di Fiume restò una questione spinosa anche per il Governo De Gasperi.

http://it.scribd.com/doc/28080150/D-Annunzio-Politico

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NINO DANIELE: FIUME BIFRONTE

Post n°7 pubblicato il 03 Aprile 2009 da associazione.ignis

Nel 1978 lo storico Renzo De Felice dava alle stampe per i tipi di Laterza il saggio “D’Annunzio Politico”, il cui titolo era lo stesso del libro pubblicato a San Paolo del Brasile da Nino Daniele nel 1928.

La ragione di questa omonimia si spiega col fatto – sottolineato dallo stesso De Felice nell’Introduzione –  che la ricerca storica sulle idee politiche di D’Annunzio, sull’impresa di Fiume e sui rapporti del Comandante e del movimento legionario col Fascismo delle origini erano tutte da scoprire e da approfondire.

Il Fascismo regime aveva assorbito ed elaborato a suo modo molti dei miti dannunziani e lo stesso Poeta, psicologicamente sedotto e condizionato dal Duce, ripiegò con l’età su posizioni di sostanziale adesione al Regime, sicché della originaria idea rivoluzionaria dei drammatici anni venti non era rimasto quasi nulla e non ne parlò più nessuno.

Erano però vivi i testimoni e i protagonisti di quell’epica vicenda.

Nino Daniele è uno di quei protagonisti che si era battuto con ardore e con fede per la libertà di Fiume e per fare di Fiume e della Dalmazia il punto di partenza di una vera rivoluzione nazionale e sociale.

Il sogno dell’ “Olocausta”, come è noto, naufragò nel Natale di sangue e l’ardore dei legionari che avevano riposto la loro residua fiducia nel programma dei “fasci di combattimento” si spense dopo il 1924 con la conversione del fascismo alla politica reazionaria della chiesa e della monarchia.

Nel 1926 anche Nino Daniele si rifugiò all’estero e Mussolini in poco tempo perse l’appoggio non solo dell’ex-giornalista della “Gazzetta del Popolo” ma degli ultimi legionari che avevano creduto e combattuto per un cambiamento vero.

Nonostante De Felice si fosse prodigato a mettere in evidenza l’importanza e il ruolo di Nino Daniele nell’impresa di Fiume a fianco di D’Annunzio, la storiografia lo ha sostanzialmente snobbato, forse a causa della singolare posizione ideologica del segretario di D’Annunzio, di uomo libero e non etichettabile.

Daniele, infatti, per le sue spiccate tendenze sindacal-rivoluzionarie non poteva piacere alla destra, e non poteva piacere alla sinistra, dal momento che quelle idee, mal represse durante il ventennio, esplosero con forza e veemenza durante la Repubblica Sociale Italiana, divenendo il vessillo della riscossa e della rivincita politica e sociale della repubblica di Salò.

L’edificio  politico fascista costruito sul consenso di tutte le parti sociali nel corso di venti anni, aveva mostrato le crepe e le contraddizioni che la retorica e il carisma di Mussolini avevano faticosamente mascherato e che la sconfitta militare aveva tragicamente mostrato.

Il sistema “borghese” che di fascista, nel senso italico e romano, aveva solo il nome, si è riorganizzato, dopo la sconfitta militare dell’Italia, nel dopoguerra su basi neo-capitalistiche e neo-liberali. E’ al potere oggi, all’insegna della retorica anti-fascista, come è stato al potere ieri all’insegna della retorica nazionalista.

La caduta del muro di Berlino e la crisi mondiale del comunismo sovietico hanno fatto giustizia di tutti gli slogans coi quali il capitalismo di ogni marca e colore aveva ingannato molti giovani di “destra”. La crisi del capitalismo che stiamo vivendo in questi anni sta demolendo i “sogni” di benessere e di sicurezza sociale di una borghesia vile e refrattaria a qualunque cambiamento vero basato sulla giustizia.

Per quanto riguarda la “sinistra” dobbiamo aggiungere che nessun giudizio sarà più duro della “storia”, di quella storia che la sinistra ha mitizzato quando credeva nella ineluttabile e fatale fine delle classi  con paranoico “determinismo” e poco “giudizio”.

L’esortazione di De Felice quindi a cercare i fatti e ad approfondire le vicende di quei tragici anni venti è un invito che deve essere raccolto non solo dagli storici, ma dai giovani e dalle future rappresentanze politiche del Paese. Il motivo è semplice: in quei fatti e in quei documenti vi sono le basi politiche e sociali della rivoluzione che verrà e che matura nella crisi del mondo economico e della moderna democrazia occidentale.

Non vi sono dubbi inoltre che anche se il capitalismo dovesse apparentemente superare la crisi in corso, il suo destino è segnato dalla crescente avversione dei popoli, particolarmente di quelli di lingua e di cultura neo-latina in Europa e nel mondo i quali, nel denunciare e accusare l’anomalia e la truffa del globalismo economico, si sono scagliati contro qualunque forma di usura e di sfruttamento politico e sociale.

I popoli dell’unione latina (per usare un’espressione dello stesso Daniele), con in testa il popolo italiano, non avranno da inventare nulla perché hanno in casa loro un’eredità fatta di idee attuali e di straordinarie esperienze storiche, sufficienti da sole a dar inizio a quella rivoluzione morale, politica e sociale per cui si batterono uomini come Pisacane, Mazzini, Daniele, D’Annunzio e infine lo stesso Mussolini, quella rivoluzione interrotta negli anni ’20 e che attende di essere portata a compimento.

Di una cosa siamo certi: nessuno potrà fermare quel processo, perchè l’amore e la solidarietà tra gli uomini finiranno per prevalere e per sconfiggere definitivamente i nemici dell’umanità.

Per l’importanza del documento e per il carattere delle notizie ivi riportate in sintonia col presente volume, pubblichiamo in Appendice il “Memorandum di Nino Daniele a Gabriele D’Annunzio” che De Felice riprodusse nel suo “D’Annunzio Politico”.

Dall’Introduzione del libro di Nino Daniele, Fiume Bifronte, Ignis, 2009

http://www.ignis.xpg.com.br

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Nino Daniele

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera
Nino Daniele (Lecce, 1 marzo 1888Torino, 1967) è stato un giornalista italiano.

Nino Daniele, giornalista, scrittore, legionario e segretario di Gabriele d’Annunzio nell’impresa fiumana. Emigrò nel 1926 in Brasile dove fondò, diresse giornali e scrisse il libro “D’Annunzio Politico”.
Il presente volume è una raccolta di saggi e di articoli sul periodo che va dall’impresa fiumana alla conquista fascista del potere.

Nacque dal prefetto di Lecce, Giovanni Daniele Vasta (Catania), amico di Francesco Crispi e di Émile Ollivier, ministro repubblicano di Napoleone III.

Nino Daniele fu anche capo legionario a Fiume, a Zara e in tutta la Dalmazia e luogotenente di Gabriele D’Annunzio.

A Roma fondò nel 1908 il primo giornale imperialista, Il Principe. Lavorò nel quotidiano romano Il mondo fondato a Roma dal conte Matarazzo nel 1922.

Emigrò in Brasile nel 1926 e collaborò alla Folha de Manha, a Il Pasquino Coloniale e fondó il Diario Latino, primo giornale in italiano a San Paolo nel dopo guerra. Pubblicò il libro D’Annunzio Politico dove racconta le vicende dell’impresa fiumana e tutti i retroscena politici che l’accompagnarono, essendo stato segretario e fiduciario politico di D’Annunzio al quale si era affiancato all’età di vent’anni prima della guerra italo-turca.

A San Paolo fu autore e curatore dei Quaderni della Libertà dove apparvero gli scritti Fiume bifronte con saggi su Giulietti, Antonio Gramsci, Benito Mussolini, Gabriele D’Annunzio.

Intervistò a Roma Guido De Giorgio e in Brasile Amedeo Rocco Armentano. Negli anni cinquanta si recò in Portogallo e intervistò l’ex re Umberto II di Savoia in esilio. L’intervista fu pubblicata in un quotidiano di San Paolo e contiene interessanti indicazioni di Umberto II sulla politica europea e sul futuro della monarchia in Italia.

Sposato con Vittoria De Masi ebbe tre figli maschi Ivan Arai e Leo.

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Arturo Reghini e il Concordato

Post n°6 pubblicato il 28 Marzo 2009 da associazione.ignis

“I cristiani sono gli ebrei più intelligenti, che hanno capito come fare per conquistare il mondo” (Disraeli)

Negli scritti dedicati ai rapporti dell’Italia col Vaticano (Antonio Gramsci, Il Vaticano e l’Italia, Roma, 1986) Gramsci prevede il suicidio del cristianesimo. “Il cattolicesimo democratico  – egli scrive – fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida” (L”Ordine Nuovo”, numero I, dicembre 1919 “o” Nuovo Ordine Mondiale, ndr).

Questa previsione di Gramsci, alla luce di come andarono le cose, potrebbe essere messa a confronto con la posizione politica degli imperialisti pagani a lui contemporanei,  immaginando un movimento pagano che avrebbe potuto ottenere consistenti risultati politici se avesse collaborato con l’elemento popolare. Con ciò non avrebbe fatto altro che ristabilire un’antica consuetudine cara ad una parte del ceto aristocratico romano (Giulio Cesare)  che si alleava con la plebe per governare stabilmente l’Impero.

Considerando Gramsci (filosofo della prassi) la testa pensante del movimento popolare in Italia e Reghini (filosofo pitagorico) la punta avanzata del movimento pagano, quali erano le possibilità di accordo e in che modo i due movimenti avrebbero potuto collaborare per ottenere una sconfitta politica del clericalismo?

Gramsci e Reghini, pur partendo e difendendo posizioni filosofiche diverse, avevano in comune l’idea  che il nodo politico italiano fosse costituito dalla presenza del Vaticano e del Papa a Roma; Gramsci pensava che la partecipazione dei partiti democratici al governo avrebbe potuto in qualche modo contribuire alla soluzione del problema, mentre Reghini nel 1924 nell’articolo “Imperialismo Pagano” esortava gli italiani a “costituire un partito imperialista laico, pagano, ghibellino che si inspiri unicamente alla tradizione italica di Virgilio, di Dante, di Campanella, di Mazzini.”

Il modo in cui la questione fu risolta dal Fascismo con la firma dei Patti Lateranensi era quello meno auspicato sia dal movimento popolare che dai pagani.

A una possibile strategia di intesa tra l’elite pagana e la sinistra rivoluzionaria aveva creduto Nino Daniele che dalla sua posizione di aristocratico, capo legionario e giornalista politico aveva favorito un incontro tra D’Annunzio e Gramsci, incontro che per una serie di circostanze sfortunate non avvenne. (Nino Daniele, Fiume Bifronte, Ignis, 2009, http://www.ignis.xpg.com.br ).  Il fatto stesso che Gramsci avesse accettato l’idea di parlare con D’Annunzio si spiega non solo con il pragmatismo gramsciano, ma con la possibilità che il filosofo sardo abbia creduto in una rivoluzione popolare con la partecipazione di alcune elite non compromesse con lo stato borghese.
Un rapido esame di alcune opinioni  di Reghini sui rapporti Stato-Chiesa messe a confronto con gli scritti di Gramsci ci fa vedere l’involuzione conservatrice e clericale del fascismo, il quale restituiva alla Chiesa un’Italia che il Risorgimento le aveva tolto con le armi e ci fa capire altresì come e  perché, se da un lato l’elemento popolare si organizzava in partito per merito non solo dei socialisti e dei cattolici, ma anche dei sindacalisti e dei legionari, l’elite pagana non riusciva a fare altrettanto: di ciò si  lamentava Reghini quando replicava a Guénon sulla questione dell’elite intellectuelle.

Naturalmente Gramsci non sente il bisogno di mettere in relazione la presenza del Papa a Roma con la caduta dell’impero romano e la fine del paganesimo; da buon pragmatico Gramsci si sofferma sull’ “aspetto nazionale della funzione storica dell’Italia come sede del papato”  e paragona la Chiesa a Shylock, l’usuraio ebreo del “Mercante di Venezia”.

Scrive: “Nella filosofia cosa conta oggi la Chiesa? In quale Stato il tomismo è filosofia prevalente tra gli intellettuali? E socialmente, dove la Chiesa dirige e padroneggia con la sua autorità le attività sociali?” . Questi interrogativi che seguono una serie di affermazioni   sull’indebolimento “politico e morale” della Chiesa anticipano l’ovvia risposta e cioè che il Concordato non solo non era necessario, in quanto la Chiesa non aveva più l’autorità politica e morale per esigerlo, ma che rappresentava “la capitolazione dello Stato, perché di fatto esso accetta la tutela di una sovranità esteriore  di cui praticamente riconosce la superiorità”.

Per ottenere l’appoggio delle masse cattoliche di cui Mussolini diceva di aver bisogno per consolidare il suo potere, il fascismo avrebbe dovuto percorrere la strada tracciata alle origini,  avrebbe dovuto appoggiarsi agli intellettuali anticlericali e far leva sulle organizzazioni sindacali e di base, organizzazioni invise alla gerarchia vaticana e alle forze politiche reazionarie (banche, monarchia, nobiltà neo-guelfa): perciò il Regime“distrusse ogni opposizione alla Chiesa che abbia la capacità di limitarne il dominio spirituale sulle moltitudini” (pag.73).

Reghini dopo il 1929 fu ridotto al silenzio e cessò la sua attività di scrittore. Il suo pensiero su un eventuale  Concordato risale quindi agli anni delle trattative. Ne “L’universalità romana e quella cattolica”  Reghini conclude la sua lunga analisi sugli storici contrasti tra l’Italia e la Chiesa scrivendo: “La chiesa cattolica, se veramente ha fede nella propria superiorità, può imporsi con le proprie forze spirituali, senza ricorrere ad espedienti ed ai puntelli dello Stato”.

Oggi il Concordato non ha più il prestigio di allora. I tempi sono cambiati, l’autorità morale della Chiesa si sgretola ogni giorno più a mano a mano che emergono casi di corruzione  e i privilegi di cui godevano i cattolici dentro lo Stato per il solo fatto di professare quella religione sono finiti. Resta il nodo “politico” della presenza a Roma del Papa e di un clero che si crede tuttora in diritto di mettere il becco in tutte le questioni che interessano la libertà di coscienza e i diritti civili dell’uomo in generale e degli italiani in particolare.

Dal momento però che nessuna costituzione politica moderna autorizza l’essere umano a sentirsi superiore a un altro per il solo fatto di essere cristiano, ebreo o musulmano, è matura l’ora che lo Stato dichiari decaduti i Concordati sottoscritti con qualsiasi  religione e che restituisca all’Urbe il suo antico carattere di caput mundi  rispettosa di  tutti i culti, in quanto madre del culto più antico e più sacro, quello che si praticava in terra italica prima ancora della venuta di Abramo, di Cristo e di Maometto.

Nota aggiuntiva

Poichè l’articolo ha destato tra i lettori una certa curiosità e forse qualche perplessità vogliamo aggiungere qualcosa.

Pochi hanno riflettuto sull’appello agli  italiani lanciato nel 1924 da Arturo Reghini per “costituire un partito imperialista laico, pagano, ghibellino che si inspiri unicamente alla tradizione italica di Virgilio, di Dante, di Campanella, di Mazzini.” e sul reale significato di quell’ appello da alcuni, ingiustamente, ritenuto utopico e irrealizzabile.

Quei furbacchioni dei gesuiti però furono i più lesti a capire la direzione del vento e infatti sposarono la causa nazionalista per neutralizzare  e annacquare con il guelfismo e il clericalismo l’ambizione imperialista del fascismo.

L’appello di Reghini di allora è sempre valido: oggi più di ieri. E Reghini non ne faceva una questione istituzionale. Monarchia o repubblica, cambia ben poco se a Roma accanto al Re o accanto a un Presidente continua a governare il papa. Roma antica ebbe monarchia, repubblica e impero e governava il mondo.  Reghini era un imperialista. Se la mettiamo sotto il profilo dantesco possiamo definirlo monarchico, se sotto quello mazzianiano, è un repubblicano.

Sotto l’aspetto sociale Reghini era un ammiratore di Pareto, credeva nella elite e nella giustizia sociale, figlia naturale e legittima della giustizia politica.

Veniamo al presente. La crisi economica, Berlusconi, Fini, Veltroni e compagnia cantante sono il passato. O si comincia a pensare in termini futuristi oppure tra due, dieci, cento anni continueremo a piangerci addosso sui relitti del passato e chiuderemo la nostra mente a qualunque impulso innovatore e rinascimentale. La chiesa e le potenze straniere continueranno a governare, inamovibili; il che tradotto in lingua volgare  significa solo una cosa: il clero ed il serpente economico, la cui testa è a Londra, continueranno a dominarci.

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di seguito posto un articolo (stessa fonte) su Nino Daniele, luogotenente di D’Annunzio a Fiume, citato sopra.

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Un esodo di 350mila persone. Il Popolo giuliano-dalmata. 10mila nelle fosse carsiche

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Le foibe, i comunisti e Tito: la lezione di De Gasperi

ANDREOTTI E IL CASO TRIESTE

Altre volte (anche di recente in una trasmissione televisiva) è stato toccato il tema di una insufficiente reazione contestativa quando emerse la carneficina delle foibe. A mio avviso, non si prese questo come argomento di accusa verso i comunisti italiani e verso Tito per due motivi. Da un lato il Pci come tale non c’ entrava; ed era inoltre necessario con i vicini cercare terreni di incontro e non viceversa. Sarebbe stato inoltre nel caso inverso necessario accusare anche i fascisti e i nazisti per la Risiera San Sabba e per la usurpazione della stessa sovranità italiana sul territorio. Mettere olio sul fuoco era imprudente (la prudenza è una virtù). Del resto De Gasperi ci abituò a guardare avanti e non indietro. Giulio Andreotti

Andreotti Giulio

Pagina 37
(20 gennaio 2005) – Corriere della Sera

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Ma con le foibe De Gasperi non ha nulla a che vedere

Pare incredibile, ma colui che più intelligentemente e fermamente ha operato ai massimi livelli di responsabilità politica prima per tentare di salvare all’Italia tutta la Venezia Giulia e poi, subito dopo il Trattato di pace, per recuperare il Territorio libero di Trieste (TlT), De Gasperi, dopo l’accusa dei fascisti di averlo sacrificato per salvare l’Alto Adige, ora viene accusato dai comunisti di avere ordito «la congiura del silenzio» sulla tragedia giuliano-dalmata. Pare – a quanto anticipa sul Corriere della Sera del 17 gennaio Dario Fertilio – che lo storico Gianni Oliva, in un libro in via di pubblicazione attribuisca alla politica di De Gasperi fi- no dall’“eresia” di Tito (maggio ‘48) non solo la cattiva accoglienza dei 350mila esuli, ma anche la cancellazione della questione giuliano-dalmata, fino a ordire la censura sulle deportazioni, i lager, le foibe.

Questa non è “storia”: è mistificazione della storia! De Gasperi con le foibe non c’entra per niente.
E neanche con la politica che ha portato alla «congiura del silenzio». Io ho vissuto quegli anni tremendi: prima fuggendo da Trieste col mio presidente del Cln don Edoardo Marzari, per sottrarmi al rischio di finire appunto in una foiba; poi partecipando attivamente negli organi della Dc alla gestione della politica per la questione istriana. E sono stato testimone anzi tutto dell’appassionato impegno di De Gasperi per organizzare l’accoglienza dei profughi coi pochi mezzi e i miserandi luoghi di cui l’Italia della disfatta disponeva; ma subito dopo, anche con la loro integrazione nella vita sociale, non solo con le leggi sul collocamento al
lavoro e le case popolari, ma con la costruzione di interi “villaggi” – da Trieste a Roma – e la creazione di istituti per i ragazzi e gli anziani bisognosi dal Piemonte alla Puglia. Ma altrettanto intelligente e appassionata è stata l’opera di De Gasperi per il recupero del TlT, cioé di Trieste e di quella piccola parte nord-occidentale dell’Istria che il Trattato non aveva assegnato alla Jugoslavia. È vero che la rottura di Tito con Stalin lo rese più difficile: basti ricordare che bloccò il primo risultato positivo dell’azione degasperiana e cioè la dichiarazione tripartita del febbraio ‘48 con cui Francia, Gran Bretagna e Usa – constato che mancava l’accordo sulla designazione del governatore del TlT – proponevano di affidarlo all’Amministrazione italiana.
Ciononostante fino al suo ultimo governo, De Gasperi condusse una politica estera he non compromise mai i diritti dell’Italia su tutto il TlT. Al punto che quando i negoziati con Tito – promossi da Gran Bretagna e Usa – giunsero alla proposta di assegnare all’Italia la parte “slovena” della “Zona B” ma con l’apertura di uno sbocco jugoslavo nella zona industriale del porto di Trieste, il governo De Gasperi non accettò: non tanto per le difficoltà di attuazione, quanto soprattutto perché non si voleva abbandonare neanche quell’ultimo angolo (“croato”) dell’Istria con Umago, Cittanova e Buie.
Oggi, col senno di poi, credo che sia stato uno sbaglio: se si fosse accettato, Capodistria, Isola e Pirano sarebbero rimaste – come sono sempre state – italiane. Infatti, nei mesi successivi (e De Gasperi non era più presidente del consiglio) le minacce di Tito di riprendersi «tutta Trieste», i gravi incidenti fra polizia e i dimostranti a Trieste, l’acuirsi della tensione internazionale, portarono al Memorandum di Londra e alla conseguente perdita definitiva della Zona B. Ma quando ciò avvenne (ottobre ’54) De Gasperi era già morto (agosto ‘54). È da questo momento – solo da questo momento – che comincia la nuova politica italiana sulla questione giuliano-dalmata. E anche di questa sono stato testimone
critico, come parlamentare ma anche come presidente dell’ Associazione
Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd) per 30 anni. Ma non è vero che (come pare che scriva Oliva) quella politica sia stata determinata dalla volontà di «rimuovere in modo radicale dalla memoria tutto ciò che ricordava la sconfitta» eccetera. Fu causata invece dalla situazione internazionale: nella perdurante tensione della guerra fredda, Tito era diventato un pedina importante e si doveva chiudere ogni contenzioso con la Jugoslavia.
Perciò la sistemazione di fatto del TlT realizzata col Memorandum doveva diventare una sistemazione di diritto, andava rati ficata con un Trattato. I governi italiani degli anni ‘70 dovettero firmare il Trattato di Osimo su pressione degli alleati. È questa la fase in cui si è realizzata non soltanto una congiura, ma una vera e propria politica del silenzio: non solo e non tanto sulle foibe, quanto piuttosto su tutto il dramma dell’esodo.
E noi giuliano-dalmati proprio allora mettemmo all’ordine del giorno le foibe come clamoroso fatto simbolico del nostro dramma: e lo facemmo per iniziativa dell’Anvgd e con l’opera di padre Flaminio Rocchi per la memoria monumentale di Basovizza e per la documentazione bibliogra fica. Ma quello era il tempo in cui certo non più De Gasperi, e neppure solo i governi di centro, monocolori, di centro-sinistra, pentapartiti, ma tutta la pubblicistica italiana (giornali, tv, libri di scuola) non solo considerava ormai chiusa la questione, ma non ne voleva neppur parlare.
Io faticai a ottenere dal presidente del senato Fanfani di poter parlare senza limiti di tempo contro il Trattato di Osimo. E quando cercai di indurre Montanelli (sensibile alla nostra vicenda) a scrivere sull’argomento, mi sentii rispondere: «caro Barbi, voi giuliani avete ragione! Avete pagato solo voi gli errori e le colpe di tutta la nazione. Ma ora non c’è nulla da fare ed è inutile parlarne.
Il vostro è un dramma che ormai appartiene alla storia». Così oggi ci resta solo la (magra) consolazione di poter constatare che soltanto ora – morti Tito e il comunismo, morte l’Urss e la Jugoslavia, finita la guerra fredda – si parla di nuovo dell’esodo e delle foibe. Lo fanno tutti: a destra e a sinistra, politici e giornalisti. E persino gli storici: perché, effettivamente, anche questa nuova attenzione, dopo tanto silenzio, è storia.
Spero che Oliva la aggiunga correttamente all’ultima pagina del suo libro,
prima di stamparlo.

di PAOLO BARBI

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LE FOIBE ED IL PROGRAMMA DI STERMINIO DEGLI ITALIANIdomenica 7 febbraio 2010

La figura di Vasa Cubrilovic e dei suoi due manuali di puliza etnica dimostra in modo inconfutabile l’erroneità delle tesi di chi, ancora oggi, nega, minimizza o giustifica il genocidio italiano in Venezia Giulia e Dalmazia, compiuto dai comunisti di Tito.
Infatti, i piani operativi stesi dal Cubrilovic, altissimo personaggio del regime socialista jugoslavo ed amico personale di Tito, provano ulteriormente come la Jugoslavia avesse programmato con largo anticipo un’operazione di “ingegneria etnica” in Venezia Giulia, oltre che in altre regioni allogene su cui aveva delle mire.
Nel 1936, quindi anteriormente alla guerra mondiale ed alla salita al potere di Tito, il Cubrilovic aveva redatto un testo chiamato Iscljavanje Arnauta, cioè Piano di allontanamento degli albanesi, nel quale suggeriva una serie di misure per estirpate gli odiati “Arnauti”, appunto gli Albanesi, dal Kosovo. (sui fortissimi contrasti interni alla Jugoslavia monarchica cfr. ad esempio Jacob Hoptner, Yugoslavia in Crisis, 1934-1941”, New York 1962, nel quale si documenta la realtà di un sistema statale essenzialemente serbocentrico dilaniato dagli opposti nazionalismi delle varie etnie facente parte della Jugoslavia. Sull’argomento dei nazionalismi jugoslavi è notevole, fra gli altri, lo studio di K. Boeckh, “Von den Balkankrieg zum Ersten Weltkrieg. Kleinstaatenpolitik und ethnische Selbsbestimmung auf dem Balkan”, München 1996). E’ degno di nota come, di fatto, il manuale Cubrilovic, opportunamente modificato a seconda delle esigenze del tempo, abbia poi trovato effettiva applicazione in terra kosovara ad opera di Milosevic nell’ultimo conflitto balcanico.
Il Cubrilovic indicava una serie di misure precise per scacciare gli “etnodiversi”:
1) leggi discriminatorie a loro danno, tali da indurli ad andarsene
2) Misure strettamente economiche: tassazioni, espropri, prestazioni lavorative forzose, ritiro delle licenze commerciali, licenziamenti di massa dei membri delle etnia “ostile”
3) Misure di ordine religioso: arresto o cacciata del clero, distruzione di edifici di culto e cimiteri, impedimenti frapposti al libero esercizio del culto ecc.
4) la costituzione di reparti para-militari di civili armati, tratti dall’etnia dominante ed inviati nella regione al fine di terrorizzare e vessare gli abitanti locali
5) il compimento di stragi, arresti e deportazioni di massa, al fine di creare una “psicosi dell’evacuazione” (questa è l’espressione adoperata dal Cubrilovic) ed indurre gli “etnodiversi” ad andarsene.
6) l’intera operazione doveva essere ben pianificata ed organizzata dall’alto, da parte del governo e dello stato maggiore, e con l’ausilio non solo dell’esercito e della polizia, ma persino di altri organismi, come, ad esempio, i sindacati.
Cubrilovic poi nel 1944 scrisse un suo secondo memorandum, che s’intitola “Il problema delle minoranze nella nuova Jugoslavia” [Manjinski problem u novoj Jugoslaviji]. Esso riprendeva la sostanza del piano del primo, mentre la differenza principale è che non era più rivolto verso gli Albanesi, bensì in direzione di tutte le minoranze non jugo-slave che sarebbero state incluse nei territori della nuova repubblica socialista.
Cubrilovic si espresse con la massima chiarezza riguardo agli Italiani della Dalmazia, dell’Istria, di Trieste e Gorizia, che andavano tutti cacciati, per conquistare anche etnicamente e non solo politicamente tali territori. Egli formulò proprio l’espressione di “conquista etnica”, mediante cacciata degli Italiani seguita da colonizzazione slava. Questo comunista serbo giunse a scrivere che la Jugoslavia era autorizzata dal “diritto del vincitore” ad obbligare l’Italia a riprendersi i suoi connazionali di Istria e Dalmazia.
Il Cubrilovic, passato dal nazionalismo serbo al comunismo titino, divenne ministro di Tito e suo amico personale, ed in tal modo potè essere dei maggiori artefici delle numerose operazioni di “pulizia etnica” compiuta dalla Jugoslavia comunista. Esse colpirono non solo la Venezia Giulia e la Dalmazia, cioè gli Italiani, ma anche la Carinzia (Tedeschi), il “triangolo ungherese” (Magiari), e la Dobruja (Bulgari).
Il ruolo di questo individuo in tali operazioni di pulizia etnica risulta provato da una serie di fattori decisivi.
-il ruolo di ministro;
-l’amicizia personale con Tito:
-la corrispondenza fra le istruzioni dei suoi manuali e la realtà concreta della pulizia etnica,
-infine, argomento davvero risolutivo, una documentazione d’archivio dello stato jugoslavo, oggi reperita, che riporta le sue direttive in merito alla cacciata di massa delle etnie non jugo-slave dai territori occupati dalla Jugoslavia.
L’esistenza del piano orchestrato da Cubrilovic, ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, e destinato in origine ad essere applicato contro gli Albanesi, è un’ulteriore prova di come gli eventi del 1943-1945 in Venezia Giulia possano essere compresi unicamente quale una pulizia etnica orchestrata dall’alto, da Tito stesso, sulla base di un piano ben preciso.
Questa dittatura era assieme socialista e nazionalista, ed operò la sua repressione totalitaria in una duplice direzione: verso gli oppositori politici da una parte, verso le etnie “estranee” dall’altra. Si ebbe così una vera ecatombe di nemici ideologici, ed assieme la cacciata in massa di tutti coloro che non erano ritenuti jugo-slavi.

Pubblicato da Marco De Turris

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La storia è molto lunga, bisogna retrocedere nei secoli fino al tempo dei romani o almeno a quelli della Serenissima. Tutti i territori citati appartenevano ad etnia italiana(kosovo escluso).
Ai tempi del risorgimento e specificatamente sotto l’impero austro-ungarico, Francesco Giuseppe,”importò” dalle retrovie,in funzione antiitaliana, gente di origine slava, alla quale dette tutti gli incarichi amministrativi più importanti.Questi personaggi taglieggiarono gli abitanti della zona costiera in maggioranza di origine italiana ed istrorumena (anche questi ultimi erano in quelle zone dal tempo della repubblica Veneta almeno dal XIII secolo).
Dopo la 1° GM e con l’avvento del fascismo,
la situazione si capovolse e agli italiani furono riassegnati i loro diritti e proprietà e agli istrorumeni fu concesso lo status di minoranza da proteggere e con larga autonomia culturale.

Certamente gli jugoslavi, hanno sempre pensato ad una rivincita e la 2°GM gliene dette occasione.
Ed è in questo periodo che viene scritta una pagina di storia infame, che per anni è stata ben tenuta nascosta, col solito sx metodo del negazionismo.
Buona parte degli eccidi di italiani accaduti in Istria, porta la firma di “italiani”o meglio di komunisti italiani, non dimentichiamo che il cosidetto “migliore” era il referente di Stalin per questa zona, con il preciso ordine di far conquistare agli jugoslavi quanta più terra italiana possibile,alla faccia degli accordi di Yalta.
Molti ordini di massacri,spesso mirati su certi gruppi di persone, venivano proprio dalla dirigenza komunista, tant’è vero che fecero massacrare anche i partigiani italiani non comunisti che non condividevano di cedere i territori orientali a Tito.

Questa è la fulgida storia della resistenza la l’alba radiosa del nuovo risorgmento!!!!

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Già Francesco Giuseppe compì una gigantesca pulizia etnica ai danni degli Italiani in Dalmazia, Venezia Giulia ed Alto Adige.
Fece questo in combutta coi nazionalisti slavi, e con il preciso intento di slavizzare le terre orientali, essendo sloveni e croati, di gran lunga più poveri economicamente e culturalmente degli italiani, assai più manipolabili dal governo centrale austriaco.
Vi sarebbe moltissimo da aggiungere!

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La superiorità morale del comunismo è chimerica quanto quella della suo modello di società sugli altri. E’ semmai vero l’opposto, in ambedue i casi.
L’elenco di personaggi italiani d’alto calibro che cooperò con Tito nell’invasione è impressionante, e comprende nomi di persone poi divenute ABUSIVAMENTE dei “padri della Patria”, e che compaiono ancora oggi su piazze, vie, scuole, riverite e celebrate da giornali e libri.
Con buona pace della loro presunta superiorità etica.

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certo non è la stessa cosa la memoria di chi ha vissuto direttamente dati eventi e quella ricostruita in maniera mistificatoria da pseudo-storici ideologizzati e mentitori.
Per fortuna, almeno in Italia si è scritto di più sulle Foibe e l’Esodo negli ultimi 15 anni di quanto si sia fatto nei precedenti 50.
Molti resoconti e narrazioni dei profughi sono stati trascritti e così salvati.
Quel che più mi preoccupa non è però soltanto la memoria della cacciata di massa e del genocidio, quanto la scomparsa della cultura tradizionale italiana dell’Istria e della Dalmazia. Essa sì è affidata ormai soltanto ai profughi, ma scomparsa tale generazione, che cosa ne resterà?

(De Gasperi è quello che secondo Guareschi scriveva lettere ai comandi militari americani invitandoli a bombardare Roma… Santo subito!)

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Pertini, di cui ovviamente non condivido alcunchè,ha almeno il merito della coerenza, contrariamente alla quasi totalità dei suoi kompagni di merende, divenuti antifascisti alcuni,dopo il 25 luglio, gli altri, per essere più sicuri hanno atteso l’8 settembre…..
Ma la maggior parte sono scesi dalle soffitte, usciti dalle cantine, dalle sagrestie e dal Vaticano (vedi Nenni) solo dopo che le truppe americane avevano conquistato quel territorio ed ancora molti, veri simboli di coraggio, dopo il 25 aprile del ’45.
E tanto più tardi diventarono antifascisti, tante più patacche al “valore” resistenziale si appuntarono sul petto.

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un’ultima noterella. Secondo lo storico Marco Pirina, che ha ritrovato documenti d’archivio al riguardo, la cessione delle terre orientali fu decisa dai vertici stessi del CLN: Pertini, Longo, Leo Valiani, Ernesto Rossi…
Tutti ritenuto “padri della Patria”.
Non mi pronuncio in proposito, anche perché non posso affermarlo con certezza. Mi limito a riportare l’opinione di uno studioso che, ripeto, sostiene d’aver ritrovato documento archivistici, italiani e slavi.

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LE FOIBE: UN SILENZIO DURATO TROPPI ANNI…

                                  di Valeria F. III D    scuola media Via Pintor    a.s. 2005/6

Aprendo un qualunque dizionario, o sfogliando una qualsiasi enciclopedia, il termine “foiba” viene indicato come “Voragine rocciosa, a forma di imbuto rovesciato, creata dall’erosione di corsi d’acqua, che può raggiungere anche i 200 metri di profondità”. Per molte persone però rappresenta soprattutto il luogo dove familiari e connazionali hanno perso la vita, uccisi, prima, dai comunisti jugoslavi guidati da Tito, e, di nuovo, dal mancato ricordo della società moderna.

Ma che cosa è successo nelle foibe?

Per poter rispondere bisogna documentarsi autonomamente poiché su molti libri di scuola l’argomento, spesso, non è neanche citato; è per questo motivo che ho voluto effettuare una ricerca in merito.

Il dramma delle foibe ha origine dal 1918, quando l’Italia ricevette l’Istria a seguito della vittoria nella guerra del ’15-’18. Ma il fenomeno iniziò praticamente nell’autunno del 1943, quando i soldati italiani abbandonarono la regione: la massima intensità ci fu nei 40 giorni dell’occupazione jugoslava di Trieste e Gorizia, dall’Aprile fino a metà giugno del 1945, anche se la vicenda si protrasse fino al 1947.

Molte persone, circa 10.000 (da quanto si apprende da statistiche non precise), furono arrestate e condannate a morte dai comunisti jugoslavi, dopo aver subito sevizie e torture. La loro unica colpa era di essere italiani: fascisti, antifascisti, liberali, socialisti, gente di ogni credo politico… Erano italiani: questo è il motivo per cui furono uccisi.

Il progetto degli uomini di Tito era quello di distruggere il potere italiano e di sostituirlo con il contropotere partigiano, portatore di un disegno annessionistico della regione alla Croazia e, quindi, alla Jugolavia.

Le vittime dei “titini” venivano condotte nei pressi delle foibe: venivano loro bloccati i polsi e i piedi con il fil di ferro e, dopo, venivano legati gli uni agli altri, sempre tramite fil di ferro. Spesso i massacratori gettavano gli innocenti vivi o si divertivano a sparare alla prima persona del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba, trascinando con sé anche le altre vittime.

Viene perciò spontaneo porsi delle domande: perché ancora non si parla di questa tragica questione? chi ha voluto che restasse un argomento sconosciuto per 60 anni?

Al secondo quesito, gli storici rispondono evidenziando due motivi: il primo è per l’interesse degli anglo-americani, che vedevano in Tito un prezioso alleato contro l’URSS poiché il maresciallo jugoslavo aveva avuto una rottura con Mosca.

Il secondo è relativo al governo italiano ,con De Gasperi, e al Partito Comunista; sottolineando questo fenomeno, essi avrebbero dovuto riconoscere gli errori commessi nel legarsi con Mosca, perciò era meglio tacere.

La verità, ogni verità, è qualcosa di rivoluzionario e tenerla nascosta è un “reato” che si commette nei confronti di tutti coloro che amano la libertà e la giustizia.

Spesso viene usata la frase “Per non dimenticare…” verso i 6.000.000 di morti della Shoah. Io non limiterei questo assunto solo nei confronti delle vittime dell’Olocausto; piuttosto la rivolgerei a tutte le persone che sono state uccise a causa di un ideale, di una fede o semplicemente per l’appartenenza ad una nazione o ad una religione.

Non si possono fare distinzioni tra morti di serie A e morti di serie B, tra stragi principali, stragi meno importanti o ” danni collaterali”: ci deve essere la stessa dignità umana per tutti e le verità devono essere raccontate a 360°.

La reale vergogna è che per 60 anni nessuno ha osato parlare; in un Paese democratico ciò è molto grave e il fatto che ancora oggi questo fenomeno non viene riportato sulla gran parte dei testi scolastici lo rende ancora di più scandoloso.

Le 10.000 vittime della foibe meritano un ricordo: il silenzio, durato troppi anni, è giusto che finisca…

“Quando si guarda la verità solo di profilo o di tre quarti, la si vede sempre male. Sono pochi quelli che sanno guardarla in faccia.”    ( Gustave Flaubert )

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Tito e i suoi Lager (campi di concentramento)

La vita (in breve) di Tito.

Josip Broz (Cirillico serbo: Јосип Броз), più conosciuto con il soprannome di Tito (Тито), (7 maggio 1892 – 4 maggio 1980) è stato il capo politico della Jugoslavia dalla fine della seconda guerra mondiale sino la sua morte. Nacque a Kumrovec, nel nord-ovest della Croazia, una zona detta anche Zagorje che all’epoca faceva parte dell’ Impero Austro-Ungarico. Era il settimo dei quindici figli di Franjo e Marija Broz. Suo padre era croato, mentre la madre era slovena.

Il soprannome “Tito” (a riguardo leggi un articolo polemico cliccando qui) gli è stato conferito durante i tempi in cui era capo dei comunisti nella seconda guerra mondiale.

– Cronologia essenziale.

1920: Josip Broz entra a far parte del Partito Comunista Jugoslavo (KPJ).

1934: Diventa membro del Dipartimento Politico del Comitato Centrale del KPJ (ed inizia ad utilizzare il soprannome di Tito).

4 luglio 1941: Richiama il popolo alle armi, nella lotta contro la Germania nazista.

1941 – 1945: È il comandante capo dell’ “Armata Popolare di Liberazione” della Jugoslavia.

1945 – 1953: È il Capo del Governo e il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Federale della Jugoslavia (FNRJ).

1948: Inizia il conflitto con Stalin (Informbiro).

13 gennaio 1953: È Presidente della Repubblica Federale Socialista della Jugoslavia (SFRJ).

1961: Dà vita al “Movimento dei Non Allineati” con il leader egiziano Gamal Abd el-Nasser e il Primo ministro indiano Jawaharlal Nehru.

7 aprile 1963: Viene nominato Presidente a vita.

I fatti.

Dal 3 maggio 1945, per tre giorni e tre notti, le truppe del maresciallo Tito si scatenarono contro coloro che, da sempre, avevano dimostrato sentimenti di italianità. A Campo di Marte, a Cosala, a Tersatto, lungo le banchine del porto, in piazza Oberdan, in viale Italia, i cadaveri s’ammucchiarono e non ebbero sepoltura. Nelle carceri cittadine e negli stanzoni della vecchia questura, nelle scuole di Piazza Cambieri, centinaia di imprigionati attendevano di conoscere la propria sorte, senza che alcuno si preoccupasse di coprire le urla degli interrogati negli uffici di Polizia, adibiti a camere di tortura. Altre centinaia di uomini e donne, d’ogni ceto e d’ogni età, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Furono i “desaparecidos”. Gli avversari da mettere subito a tacere vengono individuati negli autonomisti, cioè coloro che sognavano uno Stato libero; ai furibondi attacchi di stampa condotti dalla “Voce del Popolo” si accompagnò una dura persecuzione, che già nella notte fra il 3 e il 4 maggio portò all’uccisione di Matteo Biasich e Giuseppe Sincich, personaggi di primo piano del vecchio movimento zanelliano, già membri della Costituente fiumana del 1921. Assieme agli autonomisti, negli stessi giorni e poi ancora nei mesi che verranno, trovarono la morte a Fiume anche alcuni esponenti del CLN ed altri membri della Resistenza italiana, fra cui il noto antifascista Angelo Adam, mazziniano, reduce dal confino di Ventotene e dal lager nazista di Dachau secondo una linea di condotta che trova riscontro anche a Trieste ed a Gorizia, dove a venir presi di mira dalla Polizia politica jugoslava, sono in particolare gli uomini del Comitato di liberazione nazionale. La scelta appare del tutto conseguente, dal momento che sul piano politico il CLN è un’organizzazione direttamente concorrenziale rispetto a quelle ufficiali, delle quali è ben in grado di contestare l’esclusiva rappresentatività degli antifascisti italiani. Pertanto, per i titini, appare come l’avversario più pericoloso, sia perché potenzialmente in grado di diventare il punto di riferimento della popolazione di sentimenti italiani, sia in quanto l’eventuale accoglimento delle sue pretese di riconoscimento, quale legittima espressione della Resistenza italiana, farebbe cadere uno dei pilastri principali su cui si regge l’edificio dei poteri popolari. Ma la furia si scatenò con ferocia nei confronti degli esponenti dell’italianità cittadina. Furono subito uccisi i due senatori di Fiume, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, e centinaia di uomini e donne, di ogni ceto e di ogni età, morirono semplicemente per il solo fatto di essere italiani. Oltre cinquecento fiumani furono impiccati, fucilati, strangolati, affogati. Altri incarcerati. Dei deportati non si seppe più nulla. Cercarono subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, i mutilati, gli ufficiali, i decorati e gli ex combattenti. Adolfo Landriani era il custode del giardino di piazza Verdi non era Fiumano, ma era venuto a Fiume con gli Arditi e per la sua piccola statura tutti lo chiamavano “maresciallino”. Lo chiusero in una cella e gli saltarono addosso in quattro o cinque, imponendogli di gridare con loro “Viva la Jugoslavia!”. Lui, pur cosi piccolo, si drizzò sulla punta dei piedi, sollevò la testa in quel mucchio di belve, e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: “Viva l’Italia!”. Lo sollevarono, come un bambolotto di pezza, poi lo sbatterono contro il soffitto, più volte, con selvaggia violenza e lui ogni volta: “Viva l’Italia! Viva l’Italia!” sempre più fioco, sempre più spento, finché il grido non divenne un bisbiglio, finché la bocca colma di sangue non gli si chiuse per sempre. Qualcuno morì più semplicemente, per aver ammainato in piazza Dante la bandiera jugoslava. Il 16 ottobre del 1945, un ragazzo, Giuseppe Librio, diede tutti i suoi diciott’anni, pur di togliere il simbolo di una conquista dolorosa. Lo trovarono il giorno dopo, tra le rovine del molo Stocco, ucciso con diversi colpi di pistola. Nel carcere di Fiume, il 9 ottobre 1945, Stefano Petris scrisse il suo testamento sui fogli bianchi dell’ “Imitazione di Cristo”.

Questo è il testamento di un uomo, condannato a morte dai comunisti slavi.

… Non piangere per me. Non mi sono mai sentito così forte come in questa notte di attesa, che è l’ultima della mia vita. Tu sai che io muoio per l’Italia. Siamo migliaia di italiani, gettati nelle foibe, trucidati e massacrati, deportati in Croazia falciati giornalmente dall’odio, dalla fame, dalle malattie, sgozzati iniquamente. Aprano gli occhi gli italiani e puntino i loro sguardi verso questa martoriata terra istriana che è e sarà italiana. Se il Tricolore d’Italia tornerà, come spero, a sventolare anche sulla mia Cherso, bacialo per me, assieme ai miei figli. Domani mi uccideranno. Non uccideranno il mio spirito, né la mia fede. Andrò alla morte serenamente e come il mio ultimo pensiero sarà rivolto a Dio che mi accoglierà e a voi, che lascio, così il mio grido, fortissimo, più forte delle raffiche dei mitra, sarà: viva l’Italia!”.

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10 febbraio: giornata dedicata alle vittime delle Foibe

10 febbraio, 2013

La legge n. 92 del 30 Marzo ha istituito la data del 10 Febbraio quale giornata nazionale in ricordo delle vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

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Ma cosa sono le Foibe? Le Foibe sono dei grandi “pozzi” o inghiottitoi caratteristici della zona carsica del Fiuli Venezia Giulia. Il termine è storicamente diventato sinonimo di eccidio, associando il termine agli eccidi commessi dai partigiani jugoslavi comunisti durante e al termine della Seconda Guerra Mondiale nei confronti di cittadini di etnia prevalentemente italiana, ma anche di etnia croata e slovena e che usavano le foibe come fosse comuni per le loro vittime.

Il contesto storico. I primi eccidi di civili italiani si ebbero nel 1943. I partigiani comunisti della Jugoslavia di Tito che si opponevano al regime fascista, a seguito dell’armisizio tra l’Italia e gli alleati avvenuto l’8 Settembre del 1943, occuparono buona parte del Friuli Venezia Giulia facendo carneficina non solo dei sostenitori del regime fascista, ma anche di semplici comuni cittadini che si opponevano con le loro idee al regime comunista di Tito. Si stima che i corpi gettati nelle foibe in questo periodo sia tra i 400 e i 600.

Nella primavera del 1945 l’armata Jugoslava puntò verso l’Istria, Fiume e Trieste. Il regime di Tito si mosse in due direzioni: l’esercito aveva il compito di ristabilirè la legittimità dell’occupazione Jugoslava sulle terre conquistate con operazioni militari, mentre l’OZNA, la polizia segreta jugoslava, aveva il compito di arrestare tutti coloro che si opponevano al regime comunista e all’annessione del Friuli Venezia Giulia alla Jugoslavia.

In possesso di tali informazioni il governo De Gasperi chiese informazioni a Tito sulla scomparsi di 7500 uomini e sulla morte di altri 2500 , il quale confermò l’uso delle Foibe quali fosse comuni per l’occultamento dei cadaveri.

Come possiamo vedere i massacri delle Foibe sono stato un’altra testimonianza, purtroppo storicamente celata, della bestialità dell’essere umano. Che questo giorno di ricordo, ci serva da riflessione.

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MASSACRI DELLE FOIBE

 Gli eccidi a Trieste ed in Istria

lunedì 11 febbraio 2013

I baratri venivano usati per l’occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista Jugoslavo di Tito.
Gli scritti dell’allora sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, nonché alcuni documenti inglesi riportano che molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali riferendosi alla sola città di Trieste e alle zone limitrofe, non includendo dunque il resto della Giulia, dell’Istria (dove si è registrata la maggioranza dei casi) e della Dalmazia. In possesso di queste informazioni il Governo De Gasperi nel maggio 1945 chiese ragione a Tito di 2.500 morti e 7.500 scomparsi nella Venezia Giulia. Tito confermò l’esistenza delle foibe come occultamento di cadaveri e i governi jugoslavi successivi mai smentirono.

Di nuovo si verificarono uccisioni efferate, come quella dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello e di don Francesco Bonifacio, torturato e quindi assassinato (il suo corpo non è mai stato ritrovato); ritenuto martire “in odium fidei” dalla Chiesa, è stato beatificato nel 2008.
Tra altri politici di riferimento del CLN, si segnalano i casi di Augusto Bergera e Luigi Podestà – che restano due anni in campo di concentramento jugoslavo – e quelli del socialista Carlo Schiffrer e dell’azionista Michele Miani, che miracolosamente riescono ad aver salva la vita.

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De Gasperi e le foibe

25 gennaio 2005 —   pagina 07

Ebbene, non solo è del tutto arbitrario e fuorviante accostare sul tema della Venezia Giulia le figure di De Gasperi e di Togliatti; ma se l’autore fosse andato a leggersi quello che è stato scritto sulla materia, avrebbe potuto capire che certi silenzi (se e quando ci sono stati) appaiono assai più il frutto di scelte della grande stampa italiana che dei protagonisti politici.
I fatti documentano che, mentre Togliatti chiedeva ai giuliani di accogliere i soldati di Tito «come liberatori», De Gasperi chiedeva con insistenza agli Alleati di occupare l’intera Venezia Giulia, anche per scongiurare le violenze contro gli italiani.
Dalle opere di Diego De Castro sulla questione di Trieste risultano tutti gli interventi compiuti presso gli Alleati dal ministro degli Esteri del secondo governo Bonomi e del governo Parri, che era appunto Alcide De Gasperi. Si trattava di interventi diretti presso l’ammiraglio Stone, capo della Commissione alleata di controllo dell’Italia, ovvero di istruzioni agli ambasciatori italiani a Washington, Londra, Parigi e Mosca, perché operassero su quei governi.
Dopo i primi interventi italiani del novembre 1944, dal marzo del 1945 (giorni 14, 15 e 17 marzo, interventi di De Gasperi, 26 marzo intervento del presidente del Consiglio Bonomi) in poi sono documentati con precisione i continui, frequentissimi e insistenti passi del ministro degli Esteri De Gasperi presso i governi alleati per chiedere l’occupazione alleata di tutta la Venezia Giulia, sia per evitare soluzioni unilaterali alla questione del confine, sia per tutelare la popolazione italiana da possibili soprusi di parte jugoslava.
Nel mese di maggio, poi, le notizie di arresti, deportazioni e sparizioni di migliaia di persone a Trieste e a Gorizia, venivano documentate dal ministero degli Esteri, guidato da De Gasperi, ai governi alleati. Si susseguono ripetutamente documenti di interventi presso i governi alleati, nei mesi di maggio, giugno, luglio, agosto, e settembre 1945, per arrivare al 15 novembre con un passo del nuovo presidente del Consiglio Parri, in un governo nel quale De Gasperi era ancora ministro degli Esteri.
Sono sufficienti – ma anche doverose – alcune citazioni per testimoniare la incisività delle indicazioni. Nel rispondere a una lettera dell’ammiraglio Stone, De Gasperi «raccomandava ancora una volta di preoccuparsi della popolazione al di là della linea di demarcazione e aggiungeva di sperare che la situazione della Venezia Giulia non venisse alterata con la forza e il terrore». Dal maggio al settembre, con una serie di interventi l’Italia chiedeva all’America e all’Inghilterra di intervenire per la restituzione dei deportati in Jugoslavia.
Quale era il tono delle segnalazioni? Bastano due esempi per documentarlo. In data 26 luglio 1945 De Gasperi dava alle ambasciate a Washington e a Londra la seguente direttiva: «Di fronte alle continue notizie di vessazioni, violenze, arbitri compiuti dai partigiani di Tito non ci è possibile assistere più oltre passivamente alla tragedia di decine di migliaia di italiani, che supera in crudeltà, metodi e sistemi quanto gli stessi tedeschi hanno compiuto in questi ultimi anni in Europa». La conclusione era la richiesta di una Commissione internazionale di indagine sulla Venezia Giulia. Con lettera 28 agosto 1945 veniva inviata una prima relazione sulle atrocità commesse dagli jugoslavi nella Venezia Giulia; il giorno successivo un’altra relazione segnalava i nominativi degli agenti della Croce Rossa Italiana arrestati a Trieste e a Pola dalle autorità jugoslave. Il 15 settembre era inoltrata una protesta presso la Commissione alleata per danni alle banche, il 27 settembre 1945 un secondo rapporto documentava le atrocità commesse dagli slavi.
Tutto questo risulta alle pagine 184 e 187 della prima opera di De Castro «Il problema di Trieste» (1953, editore Cappelli). Altro che silenzi!
Nella recente mostra di Palazzo Vivante per i 50 anni del ritorno di Trieste all’Italia sono stati esposti – fianco a fianco – sia il manoscritto di De Gasperi sulla interpretazione dell’accordo Morgan-Tito ai fini della occupazione militare della Venezia Giulia, sia un numero del febbraio 1946 del settimanale della Dc di Trieste «La Prora» con il seguente titolo a tutta prima pagina: «Le foibe tomba di italiani e abisso scavato tra due popoli».
Naturalmente, sul piano dell’omaggio alle vittime durante i governi De Gasperi le difficoltà derivavano dal fatto che i luoghi delle stragi erano sotto controllo o alleato o jugoslavo. Solo dopo il 1954 fu possibile provvedere alla sistemazione di alcuni siti, come Basovizza, fino al riconoscimento di monumento nazionale.
Quanto all’accoglienza ai profughi, De Gasperi fu l’uomo politico italiano più sensibile, tant’è che impose al ministro comunista Sereni l’azione di assistenza dei profughi dall’Istria, fino alla istituzione dell’Opera Profughi per la costruzione dei borghi e delle case, che in un decennio attuò l’inserimento degli istriani nella vita di un’Italia appena ricostruita dalle rovine della guerra.
È vero che nella fase successiva ci fu una attenuazione dell’enfasi polemica sulle stragi post-belliche anche da parte dei governi democratici. Ma quella moderazione derivava dal proposito di non perpetuare la spirale dell’odio fra i due popoli, in un contesto europeo nel quale si faceva strada a fatica il processo di distensione.
Ma confondere questo spirito con i «silenzi» complici di chi negava gli eccidi delle foibe in omaggio alla solidarietà comunista, è una deformazione della storia moralmente arbitraria e politicamente inaccettabile.
Se queste forzature sono state volute per suscitare reazioni al «sensazionalismo» di talune revisioni storiche, chi le ha promosse può valutare a posteriori i risultati. Nelle lettere al «Corriere», Sergio Romano prima ha replicato (19 gennaio) con un certo equilibrio a un lettore che, senza ricordarsi della guerra perduta da Mussolini, chiedeva quali fossero «gli errori commessi durante i negoziati (sic!) per il trattato di pace»; poi ha lasciato senza risposta (e in questo caso ha fatto male) una lettera il cui autore mostra di credere (23 gennaio) che il Governatore del Territorio Libero, previsto dal trattato di pace, dovesse essere nominato dall’Italia!
Come si vede, la storia è piuttosto malmenata: da una parte dalle sue deformazioni e dall’uso politico che se ne fa; dall’altra dalla saccente diffusione di buone dosi di superficialità.

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Quel volume sulle Foibe che De Gasperi occultò

La tragedia delle foibe (assieme a quella del grande esodo istriano, fiumano e dalmata) è stata ricordata nel corso di una conferenza organizzata dal “Il Tempo” di Roma, nella prestigiosa sede di Piazza Colonna, il 26 maggio scorso, per iniziativa del direttore Mario Sechi e dell’Associazione Nazionale Dalmata, in persona del presidente Guido Cace.
Davanti ad un folto pubblico, molto attento, sono intervenuti in qualità di relatori il senatore Ajmone Finestra, pluridecorato della seconda Guerra mondiale per gli atti di valore compiuti, tra l’altro, in difesa della Dalmazia italiana; il prof. Aldo Giovanni Ricci, delegato alla Memoria storica di Roma Capitale; la Dr. Mila Mihajlović, giornalista della RAI-TV; il sen. Lucio Toth, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. L’iniziativa è stata finalizzata alla presentazione di una pregevole ristampa anastatica: quella di un volume del 1946, che il governo dell’epoca aveva fatto predisporre per la Conferenza della pace, circa il “trattamento degli Italiani da parte Jugoslava dopo l’otto settembre 1943”.
L’opera, oggi riproposta nella versione italiana (l’originale conteneva anche quella inglese), fu redatta da Manlio Cace, padre Alfonso Orlini e Luigi Papo, sulla scorta di documenti e testimonianze originali, fra cui quella del maresciallo Arnaldo Harzarich (capo della squadra che nel 1943 aveva recuperato alcune centinaia di Vittime della prima fase di infoibamenti). Si trattava di un libro introvabile: infatti, era stato distrutto per ordini superiori senza essere distribuito a Parigi, fatta eccezione per poche copie salvate dai curatori e dallo stampatore per iniziativa personale. Motivo di più per sottolineare l’interesse di questa ristampa, già presentata nello scorso marzo alla Camera dei Deputati.
Ne emerge, anche alla luce di una vasta ed originale documentazione fotografica, un quadro agghiacciante: non solo delle persecuzioni e della pulizia etnica programmata da Belgrado, che si tradussero nella drammatica vicenda delle foibe, ma allo stesso tempo in quella dei campi di prigionia jugoslavi, le cui condizioni furono tali da poter essere assimilate a quelle di veri e propri luoghi di sterminio. Da questo punto di vista, la ristampa odierna, voluta dall’Associazione Nazionale Dalmata, si inserisce con una valenza significativa nell’ormai vasta letteratura sulla storia giuliana e dalmata, sia per la “contemporaneità” dell’opera, richiamata da Sechi, sia per la singolare, emblematica “storia” del libro.
Di grande spessore è stato l’intervento di Finestra, per il “pathos” con cui ha evocato le sue esperienze di guerra, il valore di tanti Caduti e la sofferenza di Zara sotto 54 bombardamenti alleati privi di effettivi scopi militari, ma voluti da Tito nel quadro di un lucido disegno criminale; lo stesso dicasi per quello di Ricci, che ha sottolineato il ruolo per molti aspetti determinante assunto dal PCI e dal suo leader, Palmiro Togliatti, nel compromettere ulteriormente le sorti dell’Istria, e nel mettere gravemente a rischio quelle della stessa Trieste. Dal canto suo, Mila Mihajlović ha sottolineato, sulla scorta di documentazioni inoppugnabili, come il comportamento dell’esercito italiano nei territori occupati, diversamente da quanto si sostiene nelle “vulgate” di parte, sia stato improntato a principi di umanità, e non certo a sistemi criminali che invece furono largamente utilizzati da altri, anche a danno dei serbi.
Toth, infine, si è soffermato sull’importanza del “Giorno del Ricordo”, voluto nel 2004 dal Parlamento Italiano con voto quasi unanime: se non altro, ne è scaturita un’informazione più ampia, dopo tanti decenni di colpevole silenzio. Le conclusioni sono state tratte dal direttore de “Il Tempo”, che già nella prolusione si era soffermato sull’opportunità di integrare la storia con la cronaca, e sulla necessità di valutazioni realistiche dei fatti e delle loro matrici politiche, a cominciare dalla competizione fra Stati alla perenne ricerca di “spazi”: un tempo fisici, oggi economici. Ciò non significa, peraltro, che non si possa e non si debba perseguire la verità, proseguendo, come nel caso delle foibe, in un cammino sempre difficile ma eticamente necessario.

Carlo Montani

Fonte:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10420

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Il calendario delle celebrazioni ufficiali della Repubblica Italiana si è arricchito negli ultimi anni di due nuove date: il Giorno della Memoria (27 gennaio) e il Giorno del Ricordo (10 febbraio). Le commemorazioni avvengono in tutto il territorio nazionale con cerimonie ufficiali, dibattiti pubblici, convegni di studio e altre iniziative. Molto frequenti sono i viaggi di scolaresche presso i rispettivi luoghi simbolo. L’impatto delle due ricorrenze sulla collettività è differente: mentre il Giorno della Memoria si svolge, forse troppo artificiosamente, nel commosso ricordo della Shoah, il Giorno del Ricordo è sistematicamente “turbato” da manifestazioni e contestazioni.
Non è solo una questione di destra o sinistra politica di questo paese, come neanche tra fascisti e comunisti reduci da quei tristi giorni. E’ un problema storico revisionista offensivo proprio e soprattutto per quelle vittime e per la nostra democrazia.
Una vicenda che dev’essere affrontata da un punto di vista storico e non politico altrimenti continuerà ad essere solo un capitolo triste e strumentale. La stessa legge n. 32 del 30 marzo 2004 “Istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”, non è altro che la risposta politica alla legge n. 211 del 20 luglio 2000, che aveva istituito il Giorno della Memoria in ricordo “dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”. Si tratta di due leggi promulgate da governi di segno politico opposto: il Giorno della Memoria dal governo Amato II (centrosinistra – XIII legislatura) quello del Ricordo dal Berlusconi II (centrodestra – XIV legislatura).
Quello che è avvenuto in quelle zone, ma soprattutto la lettura storica di quei giorni, sono ben spiegate nell’articolo di Marco delle Rose pubblicato dal sito “Puntocritico” che qui riportiamo. Da tempo anche noi chiediamo chiarezza e giustizia senza omissioni politico-storiche, (vedi ndr) ciò che invece, l’altra parte non fa, come ammettere tutte le atrocità commesse dai fascisti italiani in Istria e la volontà politica sostenuta dagli anglo-americani di salvare i gerarchi e massacratori fascisti per costruire un fronte anti sovietico.

Revisione storiografica e uso politico della questione delle foibe
di Marco Delle Rose**

Nel corso della seconda guerra mondiale, il Carso e altri territori carsici dei Balcani settentrionali sono stati teatro di battaglie tra nazi-fascisti e partigiani, il cui epilogo è riferito dall’attuale storiografia “ufficiale” italiana alla cosiddetta tragedia delle “foibe”. Di pochi episodi bellici relativi a siti ipogei si conserva però una certa memoria. Tra questi, l’acquartieramento di truppe jugoslave nelle grotte bosniache di Drvar e la distruzione di munizioni germaniche nelle grotte slovene di Postojna (Kempe, 1988). Eserciti convenzionali e partigiani, soprattutto questi ultimi, sono ritenuti responsabili di aver trucidato migliaia di nemici negli abissi carsici. In Slovenia, come in Croazia e nella Venezia Giulia, l’immediato dopoguerra fu “particolarmente cruento, giacché vi giunsero molte formazioni militari avversarie del Movimento di Liberazione Nazionale” sospinte dalle avanzate partigiane e senza possibilità di fuga (Ferenc, 2005). (…)

** Consiglio Nazionale delle Ricerche

10 febbraio 2012

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Impresa di Fiume

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Francobollo fiumano.

L’Impresa di Fiume fu l’avvenimento storico in occasione del quale Gabriele D’Annunzio guidò un gruppo di circa 2.600 militari ribelli del Regio Esercito – i Granatieri di Sardegna – da Ronchi, presso Monfalcone, a Fiume, città della quale D’Annunzio proclamò l’annessione al Regno d’Italia il 12 settembre 1919.

Osteggiato dal governo italiano, D’Annunzio tentò di resistere alle pressioni che gli giungevano dall’Italia. Nel frattempo, l’approvazione del Trattato di Rapallo, il 12 novembre 1920, trasformò Fiume in uno stato indipendente. D’Annunzio proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro. Il 24 dicembre 1920 l’esercito italiano procedette con la forza allo sgombero dei legionari fiumani dalla città.

Filippo Tommaso Marinetti, durante il periodo della sua presenza a Fiume nel settembre 1919, definì gli autori dell’impresa disertori in avanti.

Antefatti

D’Annunzio (al centro con il bastone) con alcuni legionari a Fiume nel 1919

Secondo il censimento ungherese del 1910 (nel quale fu richiesta la lingua d’uso), la popolazione di Fiume era pari a 49.806 abitanti, e così suddivisa: 24.212 dichiaravano di avere come lingua d’uso l’italiano, 12.926 il serbocroato e altre lingue, soprattutto ungherese, sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano i dati della località di Sussak, quartiere a maggioranza croata sorto in epoca recente a est della Fiumara. Quest’ultimo era il corso d’acqua che suddivideva la municipalità di Fiume (formalmente dipendente dalla Corona Ungherese in qualità di Corpus Separatum) dal Regno di Croazia. La città di Fiume aveva sempre lottato contro la propria annessione al Regno di Croazia, reclamata invece dalla minoranza croata.

Alla conclusione del primo conflitto mondiale, dalle trattative di pace, l’Italia ottenne le terre irredente di Trento e Trieste ma l’opposizione del presidente americano Woodrow Wilson condusse a una situazione di stallo per quanto riguardava la Dalmazia e Fiume, non promessa all’Italia col patto di Londra e reclamata dagli italiani in quanto abitata prevalentemente da connazionali. Inoltre già nell’ottobre 1918 a Fiume si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l’annessione all’Italia.[1] di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. I rappresentanti italiani a Parigi Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, dopo aver polemicamente abbandonato il tavolo delle trattative il 24 aprile, non avendo colto risultati sperati vi fecero ritorno il 5 maggio.

La marcia su Fiume

A Fiume, già ad aprile Giovanni Host-Venturi e Giovanni Giuriati avevano iniziato a creare una Legione fiumana costituita da volontari per difendere la città in particolare dal contingente francese, filo-jugoslavo.[2]

Nel frattempo Gabriele D’Annunzio si era recato a Roma per tenere una serie di comizi in favore dell’italianità di Fiume. I discorsi infuocati di D’Annunzio suscitarono l’emozione soprattutto dei moltissimi giovani reduci che ritornati dalla guerra erano rimasti disoccupati.[3] In particolare si insistette sull’onta della vittoria mutilata che induceva un revanscismo delle aspettative di carattere nazionalista. Intanto a Fiume la situazione diveniva sempre più incandescente e si susseguivano costantemente manifestazioni della popolazione a favore dell’italianità della città e incidenti tra i vari reparti delle quattro nazioni che al termine del conflitto avevano occupato la città (italiani, francesi, inglesi, americani). A Parigi si decisero così alcune sanzioni e l’allontanamento dei Granatieri di Sardegna, reparto che si era dimostrato particolarmente irrequieto. I Granatieri, sotto il comando del generale Mario Grazioli, lasciarono Fiume il 25 agosto 1919 sfilando in mezzo alla popolazione di Fiume che cercò di trattenerli con suppliche e manifestazioni di italianità[4]. I Granatieri di Sardegna si acquartierarono a Ronchi. Da qui sette ufficiali inviarono a D’Annunzio una lettera in cui lo invitavano a porsi a capo di una spedizione che a Fiume ne rivendicasse l’italianità:

« Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i granatieri lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso il cuore del popolo tutto di Fiume… Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l’unità d’Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L’Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo. »
(Dalla lettera inviata a D’Annunzio da alcuni ufficiali dei Granatieri di Sardegna)

La Marcia di Ronchi

Léon Bakst: costume di scena realizzato per la danzatrice Ida Rubinstein, per la sua interpretazione dell’opera teatrale “Il martirio di San Sebastiano” di Gabriele D’Annunzio

Dopo alcuni giorni D’Annunzio ruppe gli indugi e garantì il proprio arrivo a Ronchi per il 7 settembre, ma a causa di una intempestiva febbre poté onorare il proprio impegno solo l’11 dello stesso mese. Intanto a Ronchi erano già arrivati numerosi volontari.

D’Annunzio informò Mussolini solo il giorno prima della partenza[5] per Fiume quando, sciolta ogni riserva, gli inviò una lettera chiedendogli sostegno.

« Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile… Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio. »
(Dalla lettera inviata da D’Annunzio a Mussolini immediatamente prima della partenza per Fiume[6])

Qui giunsero anche i volontari al seguito del tenente Guido Keller dotati di autocarri su cui presero posto buona parte dei convenuti. Il 12 settembre i granatieri comandati dal maggiore Carlo Reina[7] intrapresero la Marcia di Ronchi. Messisi in viaggio verso Fiume, alla colonna via via si unirono altri volontari tra cui alcuni gruppi di bersaglieri che in realtà avrebbero dovuto bloccarlo[8]. Oltrepassato il confine presidiato dal generale Vittorio Emanuele Pittaluga, dopo essersi congiunto con la Legione Fiumana di Host-Venturi, D’Annunzio prese possesso della città acclamato dalla popolazione italiana e dai volontari lì presenti. Nel pomeriggio D’Annunzio proclamò l’annessione all’Italia di Fiume.

« Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione… Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d’Italia proclamando l’annessione di Fiume. »
(Dal discorso tenuto da D’Annunzio il 12 settembre dal Palazzo del Governo di Fiume)

Questa giornata sarà in seguito celebrata dallo stesso poeta come il giorno della “Santa Entrata“, ricalcando il nome col quale per secoli venne ricordato l’ingresso dei rappresentanti veneziani a Zara nel 1409.

Il giorno seguente i francesi e gli inglesi preferirono evitare che l’azione finisse in un bagno di sangue, anche se alcuni morti in realtà vi furono. Arrivò a Fiume il 22 settembre la Nave della Regia marina “Cortellazzo” (ex incrociatore Marco Polo) che si unì ai legionari di D’Annunzio.

Le reazioni del governo Nitti

D’Annunzio costituì un “Gabinetto di Comando” al cui vertice pose Giovanni Giuriati.

Il governo italiano guidato da Francesco Saverio Nitti disconobbe l’azione del Vate e, intenzionato a ottenere la resa e l’abbandono della città da parte dei legionari, nominò Commissario straordinario per la Venezia-Giulia Pietro Badoglio, con il compito di risolvere la situazione. Il nuovo commissario straordinario fissò la propria sede a Trieste e come primo atto fece gettare dei volantini su Fiume in cui si minacciavano i legionari di essere considerati disertori e quindi di poter essere puniti dai Tribunali militari.

L’ultimatum di Badoglio non fu accolto e non sortì alcun effetto. Nitti allora decise di porre la città sotto assedio impedendo l’afflusso di viveri. A ciò D’Annunzio rispose in maniera sprezzante chiamando in causa Nitti:

« Impotente a domarci. Sua indecenza la Degenerazione adiposa si propone di affamare i bambini e le donne che con le bocche santificate gridano “Viva l’Italia”… Raccogliete pel popolo di Fiume viveri e denaro! »
(Da un appello scritto da D’Annunzio al popolo italiano)

Il 16 settembre inviò anche una polemica lettera a Mussolini contestandogli lo scarso impegno finanziario nell’impresa:

« Mio caro Mussolini, mi stupisco di voi e del popolo italiano. Io ho rischiato tutto, ho fatto tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, d’una parte della linea d’armistizio, delle navi; e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Nessuno può togliermi di qui. Ho Fiume; tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente. E voi tremate di paura! Voi che lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abbietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese – anche la Lapponia – avrebbe rovesciato quell’uomo, quegli uomini. E voi stete lì a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con un’energia che fa di quest’impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi? Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi. È un’impresa di regolari. E non ci aiutate neppure con sottoscrizioni e collette. Dobbiamo fare tutto da noi, con la nostra povertà. Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell’eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua. Non c’è proprio nulla da sperare? E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime, e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia. Su! Scuotetevi, pigri nell’eterna siesta! Io non dormo da sei notti; e la febbre mi divora. Ma sto in piedi. E domandate come, a chi m’ha visto. Alalà »
(La lettera inviata da D’Annunzio a Benito Mussolini direttore del Popolo d’Italia)

Questa lettera apparve sul Popolo d’Italia il 20 settembre emendata dalle parti più polemiche (quelle che appaiono in corsivo). Al riguardo è da rimarcare che mai in seguito D’Annunzio contestò la censura alla sua lettera. Mussolini avviò rapidamente una sottoscrizione pubblica per finanziare Fiume che raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857.842 lire, fu consegnata a D’Annunzio ai primi di ottobre, altro denaro in seguito. Parte del denaro, con un’autorizzazione pubblica del poeta, fu utilizzata per finanziare lo squadrismo milanese.[9]

« Mio caro Benito Mussolini, chi conduce un’impresa di fede e di ardimento, tra uomini incerti o impuri, deve sempre attendersi d’essere rinnegato e tradito “prima che il gallo canti per la seconda volta”. E non deve addontarsene né accorarsene. Perché uno spirito sia veramente eroico, bisogna che superi la rinnegazione e il tradimento. Senza dubbio voi siete per superare l’una e l’altro. Da parte mia, dichiaro anche una volta che – avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica – io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti. Contro ai denigratori e ai traditori fate vostro il motto dei miei “autoblindo” di Ronchi, che sanno la via diritta e la meta prefissa.Fiume d’Italia, 15 febbraio 1920 Gabriele D’Annunzio. »

Lettera originale inviata da D’Annunzio A Mussolini

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  • Intanto il 25 settembre tre battaglioni di bersaglieri destinati all’assedio della città, lasciate le proprie posizioni completi di armi e salmerie disertarono e raggiunsero i legionari. L’avvenimento spinse Badoglio a rassegnare le proprie dimissioni, che furono però respinte.[10]

Il 7 ottobre Mussolini si recò a Fiume dove incontrò D’Annunzio, mentre il 10 dello stesso mese gli Uscocchi presero possesso di un’imbarcazione carica di armi e munizioni.

Al fine di risolvere la situazione che si rendeva sempre più esplosiva Nitti acconsentì a tentare una soluzione più diplomatica. In effetti a partire dal 20 ottobre 1919 cominciarono degli incontri tra Badoglio e D’Annunzio che, durati circa due mesi, non approdarono ad alcun accordo.

Il 26 ottobre si tennero a Fiume le elezioni che videro scontrarsi le due principali compagini politiche, da una parte i fautori dell’annessione all’Italia guidati da Riccardo Gigante e dall’altra parte gli autonomisti guidati da Riccardo Zanella. Vinse la lista annessionistica con circa il 77% dei consensi e Gigante divenne sindaco della città venendo ufficialmente proclamato il 26 novembre.

La spedizione a Zara

D’Annunzio e l’ammiraglio Enrico Millo a bordo dell’Indomito

Mentre ancora duravano gli incontri con Badoglio, D’Annunzio il 14 novembre prese l’iniziativa di recarsi a Zara. Infatti il 14 novembre si imbarcò sulla nave Nullo insieme a Guido Keller, Giovanni Giuriati, Giovanni Host-Venturi e Luigi Rizzo. A Zara venne benevolmente accolto dall’ammiraglio Enrico Millo, divenuto governatore di quei territori occupati, che davanti al Vate prese solennemente l’impegno di non abbandonare la Dalmazia finché questa non fosse stata ufficialmente annessa all’Italia.

Alle Elezioni politiche italiane del 1919 tenutesi il 16 novembre Francesco Saverio Nitti fu riconfermato al governo (Governo Nitti II).

La questione del plebiscito

Il nuovo governo italiano preparò un nuovo testo (definito Modus vivendi), che consegnò a D’Annunzio il 23 novembre. Con questo testo il governo italiano si impegnava innanzitutto a impedire che la città potesse essere annessa al nuovo stato jugoslavo e ad ottenere per essa l’annessione all’Italia o almeno di conferirle lo status di ‘città libera‘, con relative garanzie e statuto speciale. D’Annunzio rifiutò il testo reclamando l’annessione immediata, ma nella notte il testo fu affisso sui muri della città per portarlo alla conoscenza dei cittadini fiumani. Su di esso si poteva leggere:

« L’annessione formale, oggi è assolutamente impossibile. Però il governo d’Italia assume solenne l’impegno e vi dà formale garanzia che l’annessione possa avvenire in un periodo prossimo…Cittadini! Se voi rifiutate queste proposte, voi comprometterete in modo fors’anche irreparabile la città, i vostri ideali, i vostri più vitali interessi. Decidete! Decidete voi, che siete figli e i padroni di voi e di Fiume, e non permettete, non tollerate che altri abusino del vostro nome, del vostro diritto, e degli interessi supremi d’Italia e di Fiume. »
(Parte del testo del volantino affisso nottetempo sui muri di fiume per conto del governo italiano)

Il 15 dicembre il Consiglio nazionale della città di Fiume approvò le proposte del governo italiano con 48 voti favorevoli e 6 contrari. Gli elementi più accesi della popolazione e dei legionari contestarono le decisioni prese dal Consiglio arrivando anche a intimidire gli elementi più moderati pertanto si preferì indire un plebiscito per decidere il da farsi. Molti legionari favorevoli a continuare l’occupazione della città si lasciarono anche andare a intimidazioni nei confronti degli elementi più moderati ottenendo la benevola tolleranza del Vate.[11] La rivista nazionalista “La Vedetta d’Italia” fu chiusa per qualche giorno.[12]

Il testo del quesito fu il seguente:

« È da accogliersi la proposta del governo italiano dichiarata accettabile dal Consiglio nazionale nella seduta del 15 dicembre 1919, sciogliendo Gabriele d’Annunzio e i suoi legionari dal giuramento di tenere Fiume fino a che l’annessione non sia decretata e attuata?. »
(Testo del plebiscito votato dai cittadini fiumani il 18 dicembre 1919)

Lo scrutinio iniziò la sera stessa mostrando un andamento nettamente favorevole all’accoglimento delle proposte italiane, ma allo stesso tempo legionari contrari alla piattaforma proposta dal governo italiano bloccarono lo scrutinio sequestrando anche le urne.[13] D’Annunzio decise allora di sospendere lo stesso e di invalidarlo.

« Mi sono state riferite e provate le irregolarità commesse da una parte e dall’altra durante la votazione plebiscitaria: le giudico di tale natura da togliere alla votazione ogni efficacia di decisione… »
(Con queste parole D’Annunzio decise di invalidare il plebiscito)

Badoglio dal canto suo interruppe ogni possibile ulteriore trattativa e lasciò l’incarico. Al suo posto subentrò il generale Enrico Caviglia. A Fiume invece il capo gabinetto Giovanni Giuriati adirato per l’annullamento del plebiscito si dimise scrivendo a D’Annunzio:

« Io sono venuto a Fiume per difendere le secolari libertà di questa terra, non per violentarle o reprimerle »
(Testo della lettera con la quale Giovanni Giuriati rassegnò le proprie dimissioni da capo gabinetto)

Gli subentrò Alceste De Ambris, ex sindacalista rivoluzionario e interventista, giunto a Fiume nel gennaio del 1920.

Il gabinetto De Ambris

In quei giorni, anche a causa di un cambio di rotta in senso rivoluzionario e popolare impresso dallo stesso De Ambris, si iniziarono a temere in Italia ipotesi di svolte in senso repubblicano e addirittura il timore di un tentativo di colpo di stato.[senza fonte]

Filippo Turati in quei giorni scrisse:

« Il povero Nitti è furibondo per le indegne cose di Fiume […]. Non solo proclamano la repubblica di Fiume, ma preparano lo sbarco in Ancona, due raid aviatori armati sopra l’Italia e altre delizie del genere. Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life. Nitti mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita con tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera tutte queste cose, per l’onore d’Italia. »

Nella stessa Fiume gli ufficiali del Regio esercito vivevano con disagio la nuova situazione tanto che lo stesso generale Caviglia pensò di poter fruttare un eventuale dissidio interno alla città tra monarchici e repubblicani. Inoltre alcune decisioni dello stesso D’Annunzio alimentavano i dubbi e le polemiche interne. Nel marzo 1920 un furto compiuto da alcuni legionari ai danni di alcuni commercianti scatenò le ire del capitano dei Carabinieri Rocco Vadalà, che richiese al Vate lo scioglimento dal giuramento per poter abbandonare la città. Dopo alcune resistenze iniziali i Reali Carabinieri abbandonarono la città seguiti da alcuni ufficiali di altre armi.

Al contempo il problema degli approvvigionamenti diventò sempre più pressante tanto che circa quattromila bambini dovettero sfollare da Fiume con il supporto dei Fasci Italiani di Combattimento e delle organizzazioni femminili.[14]

Il 22 aprile gli autonomisti di Riccardo Zanella, ostili ai legionari dannunziani, con l’appoggio dei socialisti, proclamarono lo sciopero generale.[15]

L’11 maggio cadde il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti. Al suo posto subentrò un nuovo governo presieduto da Giovanni Giolitti, che si insediò il 15 maggio.

La Reggenza Italiana del Carnaro

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Reggenza Italiana del Carnaro e Carta del Carnaro.

Proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro.

La situazione di stallo in cui si trovava la città di Fiume da ormai diversi mesi, e forse la rinuncia ufficiale dell’Ungheria a ogni diritto sull’antico possedimento, spinsero D’Annunzio a una nuova azione, la proclamazione di uno stato indipendente, la Reggenza Italiana del Carnaro, proclamata ufficialmente il 12 agosto 1920.

« La vostra vittoria è in voi. Nessuno può salvarvi, nessuno vi salverà: non il Governo d’Italia che è insipiente ed è impotente come tutti gli antecessori; non la nazione italiana che, dopo la vendemmia della guerra, si lascia pigiare dai piedi sporchi dei disertori e dei traditori come un mucchio di vinacce da far l’acquerello… Domando alla Città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d’Italia, nella Marca Orientale d’Italia, lo Stato Libero del Carnaro. »
(Dal discorso di D’Annunzio del 12 agosto 1920 in cui proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro)

L’8 settembre, pochi giorni dopo la proclamazione dell’indipendenza fu promulgata la Carta del Carnaro. La politica dannunziana a Fiume, anche per via di tentennamenti, non fu univoca. Se l’obiettivo di partenza era il ricongiungimento di Fiume all’Italia, in seguito, vista l’impossibilità di raggiungere tale obiettivo tentò di costituire uno stato indipendente. La struttura di questo nuovo Stato, basandosi sulla Carta del Carnaro redatta da Alceste De Ambris, avrebbe creato uno stato basato su valori propugnati dal sindacalismo rivoluzionario e sotto certi aspetti vicini a quelli che si pensavano esser nati nella Russia dei Soviet.[senza fonte] D’altronde in quel periodo l’affermarsi del regime leninista in Unione Sovietica era avvertito negli strati della piccola borghesia e dei reduci militari in modo controverso: da una parte era forte la paura dei sovversivi; dall’altra era avvertibile un sentimento di interesse per qualcosa di nuovo che stava nascendo.

Il 12 settembre fu presentato il vessillo del nuovo Stato. Come atto di frattura la Reggenza fu il primo stato a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica. Questo risultò per molti inaccettabile, causando la defezione di molti legionari fedeli alla monarchia, in particolare dei carabinieri. Si cominciò inoltre a fornire asilo a tutti coloro che erano costretti ad abbandonare il proprio paese per problemi politici.

Il nuovo Stato vide l’ingresso nel governo di personalità come Giovanni Host-Venturi, Maffeo Pantaleoni e Icilio Bacci.

Il presidente del Consiglio Nazionale Antonio Grossich espresse le proprie perplessità riguardo alla proclamazione dell’indipendenza.

Il Trattato di Rapallo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato di Rapallo (1920).

Nel frattempo il 12 novembre 1920 sia l’Italia sia la Jugoslavia firmarono il Trattato di Rapallo, in cui si impegnarono a garantire e a rispettare l’indipendenza dello Stato libero di Fiume. Tutti i partiti politici italiani accolsero favorevolmente l’accordo stipulato. Anche Mussolini e De Ambris considerarono positivo il nuovo Trattato[16] Mussolini lo difese inoltre sul Popolo d’Italia cercando di convincere la propria recalcitrante base.

Pochi giorni dopo il generale Caviglia comunicò a D’Annunzio i dettagli del trattato di Rapallo. Il capo gabinetto De Ambris avvertì D’Annunzio del desiderio di pace espresso dalla popolazione e dagli amici in Italia:

« …lo stato d’animo dei fiumani è in complesso per l’accettazione del Trattato di Rapallo. In Italia domina lo stesso sentimento anche negli amici più fedeli, i quali non lo dicono apertamente solo per non avere l’aria di abbandonarci. »
(Alceste De Ambris a D’Annunzio prima che quest’ultimo respingesse il Trattato di Rapallo)

D’Annunzio pochi giorni dopo decise di rifiutare il trattato. Seguirono alcuni giorni di frementi contatti ma, quando il Trattato di Rapallo fu ufficialmente approvato dal Regno d’Italia, il generale Caviglia si risolse a intimare l’ultimatum a D’Annunzio. Al rifiuto del Vate Fiume fu completamente circondata e, dopo 48 ore di tempo concesse per far evacuare i cittadini stranieri, il mattino della vigilia di Natale fu sferrato l’attacco.

Il Natale di sangue

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Natale di sangue.

Un primo attacco a Fiume fu sferrato la vigilia di Natale, che D’Annunzio battezzò come il Natale di sangue. Dopo una tregua di un giorno la battaglia ricominciò il 26 dicembre e, vista la resistenza dei legionari, verso mezzogiorno incominciò il bombardamento navale della città da parte della nave Andrea Doria, che proseguì fino al 27 dicembre. Vi furono alcune decine di morti da entrambe le parti nel corso degli scontri.

Il 28 dicembre D’Annunzio riunì il Consiglio nazionale e si decise ad accettare un incontro con gli emissari del governo italiano e ad accettare i termini del Trattato di Rapallo. Rassegnò conseguentemente le proprie dimissioni con una lettera fatta consegnare dal comandante dei legionari Giovanni Host-Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante:

« Io rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 settembre 1919 e quelli che il 9 settembre 1920 furono conferiti a me e al Collegio dei Rettori adunati in Governo Provvisorio. Io lascio il Popolo di Fiume arbitro unico della propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà… Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò in custodia i miei morti, il mio dolore, la mia vittoria. »
(Dalla lettera scritta da D’Annunzio in cui rassegnava le dimissioni al generale Ferrario)

Il 31 dicembre 1920, al termine del Natale di sangue, vista la sconfitta, D’Annunzio firmò la resa e da quel momento ebbe vita lo Stato libero di Fiume.

Nel gennaio 1921 i legionari fiumani cominciarono ad abbandonare Fiume, mentre D’Annunzio partì per ultimo il 18 gennaio alla volta di Venezia.

Antonio Gramsci difese dalle colonne de L’Ordine Nuovo tanto D’Annunzio quanto la Legione di Fiume, mentre i dirigenti dei Fasci Italiani di Combattimento elaborarono una mozione di condanna per l’attacco a Fiume da parte dell’esercito regio, firmata all’unanimità con l’unica astensione di Benito Mussolini.

La conquista della città durò poco, ma il suo valore simbolico fu rilevantissimo. L’adesione di Mussolini al trattato (il quale, annullando i risultati dell’esperienza fiumana, cagionava un danno pesante all’immagine di D’Annunzio) causò l’indignazione del Vate e di molti degli stessi fascisti lontani dal centro direttivo di Milano, i quali manifestarono la propria contrarietà alla decisione degli organi centrali, scatenando un moto di protesta interno al partito e auspicando la successione del poeta abruzzese alla guida dei Fasci Italiani di Combattimento.[17]

Lo Stato libero di Fiume

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stato libero di Fiume.

Nell’anno 1921 si tennero le prime elezioni parlamentari, alle quali parteciparono gli autonomisti e i Blocchi Nazionali pro-italiani. Il Movimento Autonomista ricevette 6558 voti e i Blocchi Nazionali (Partito Nazionale Fascista, Partito Liberale e Partito Democratico) 3443 voti. Presidente divenne il capo del Movimento Autonomista, ossia Riccardo Zanella che intraprese una politica di allontanamento dall’Italia.

Con un colpo di mano, nel 1922, i Blocchi Nazionali presero il potere a Fiume e il governo legale scappò a Porto Re (Kraljevica) nel Regno di Jugoslavia.

Fiume verrà annessa a tutti gli effetti allo stato italiano solo nel 1924 dallo stesso Mussolini. Come nelle altre regioni annesse vi fu introdotta una politica di italianizzazione.

Riflessi politici

Francobollo del 1922 con il visto dell’Assemblea costituente fiumana

Si nota in molti ambiti il favore del Fascismo nei confronti dell’esperienza fiumana, a partire dall’assorbimento delle tecniche di comunicazione di massa adottate dal Comandante (così veniva chiamato D’Annunzio durante l’Impresa di Fiume) e il metodo per impostare il personale carisma furono utilizzate anche da Mussolini (ad esempio le adunate oceaniche e molti slogan).

Con la promulgazione delle leggi razziali del 1938, un articolo di esse prevedeva esplicitamente l’esclusione di ogni tipo di provvedimento contrario agli ex legionari fiumani.[18]

La popolarità di D’Annunzio al tempo era altissima, e non solo per la sua attività di letterato: lo stesso Lenin, contestando l’inattività dei socialisti italiani, definì D’Annunzio come uno degli uomini (insieme a Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti) in grado di realizzare la rivoluzione in Italia[19][20]

La complessità dell’esperienza fiumana altro non era che lo specchio della contestuale complessità del primo dopoguerra, un’epoca in cui nasceva un movimento atipico come il fascismo: un movimento nazionalista e socialista, non marxista, legato a doppio filo con il sindacalismo rivoluzionario (Vedi Sansepolcrismo e Fasci Italiani di Combattimento).

Roberto Vivarelli, storico socialista e docente di storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, indica nell’Impresa di Fiume una svolta decisiva del processo di decadimento e di crisi dello Stato liberale: l’impresa contribuì a rendere pubblica ed esasperatamente chiara la realtà di uno Stato debole oberato da interessi di parte e spesso corrotto. In questo contesto Mussolini, appoggiò la sortita di D’Annunzio e né sfruttò il momento propizio. Mussolini comprendeva l’intuito di D’Annunzio: l’impresa era la grande occasione per restituire all’Italia quella unità che il patto di Londra le aveva sottratto.[21]

D’Annunzio cercò appoggio politico in diverse fazioni (rifiutando però di incontrare Antonio Gramsci): il suo limite fu però soprattutto quello di mostrare scarsità di vedute in campo militare, considerata l’efficienza che avrebbero potuto avere gli Arditi, corpo speciale di assaltatori, nell’eventuale difesa di Fiume. Lo svolgersi degli eventi storici lascia intendere come ci sarebbe stato bisogno di difensori di una buona caratura militare, che invece evidentemente mancarono.

Proficua fu per contro la collaborazione tra D’Annunzio e Alceste De Ambris per quanto riguarda la Carta del Carnaro. De Ambris nel carteggio conferma il proprio intento di essere a fianco di D’Annunzio sotto la bandiera della libertà, ma in opposizione alla reazione[22], nel tentativo di trasformare l’impresa di Fiume in un laboratorio rivoluzionario per far affermare in Italia uno Stato impostato sui principi del sindacalismo rivoluzionario. Tale impostazione fu appoggiata dai nazionalisti discendenti dall’ala repubblicano-socialista-irredentista, nonché dallo stesso Mussolini.

Il rapporto tra D’Annunzio e Mussolini fu complesso: dopo la richiesta di reperire fondi per la Libera Repubblica Fiumana tramite Il Popolo d’Italia, realizzata poi con successo da Mussolini stesso, D’Annunzio si indispettì per l’approvazione del trattato di Rapallo, ammonendo i legionari a non aderire al fascismo fino al famoso volo dell’Arcangelo, episodio interpretabile in varie maniere, ma in cui D’Annunzio rischiò comunque la vita.[senza fonte]

Non solo Benito Mussolini, ma anche Antonio Gramsci, dopo il Natale di sangue, il 6 gennaio 1921 su L’Ordine Nuovo, scrisse a difesa di D’Annunzio e dei legionari: “L’onorevole Giolitti in documenti che sono emanazione diretta del potere di Stato ha più di una volta, con estrema violenza, caratterizzato l’avventura fiumana. I legionari sono stati presentati come un’orda di briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di molte donne. D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile. Ai fini di governo, sono stati scatenati i sentimenti più intimi e profondi della coscienza collettiva: la santità della famiglia violata, il sangue fraterno sparso freddamente, la integrità e la libertà delle persone lasciate in balìa di una soldataglia folle di vino e di lussuria, la fanciullezza contaminata dalla più sfrenata libidine. Su questi motivi il governo è riuscito a ottenere un accordo quasi perfetto: l’opinione pubblica fu modellata con una plasticità senza precedenti.”

Il quadro storico e, soprattutto, l’atmosfera dell’Impresa di Fiume sono rappresentati dagli articoli dei giornali del periodo: su tutte La Testa di Ferro, di Mario Carli, e i manifesti dell’associazione Yoga di Guido Keller. In questo frangente Mario Carli è un personaggio di grande interesse, in quanto interpreta il doppio ruolo di artista e politico: fra i firmatari del Manifesto del futurismo, capitano degli Arditi, simpatizzante dei Bolscevichi a Fiume, radicale e ortodosso nel pensiero.

Note

  1. ^ Leandro Castellani, L’impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969, pag. 34: “La cittadinanza .. aveva proclamato fino dal 30 ottobre 1918, all’indomani del conflitto, la propria volontà di unirsi all’Italia.”
  2. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 223
  3. ^ Leandro Castellani, L’impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 35: “Sulle migliaia di giovani reduci senza lavoro le grandi parole fanno presto a far breccia.”
  4. ^ Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Società editrice Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 147-148: “…il ritiro dei granatieri di Sardegna era accompagnato da parossistiche dimostrazioni di folla, vestita di bianco rosso e verde, con le donne che si gettavano in ginocchio dinanzi ai partenti supplicandoli di non lasciarle nelle mani dei croati e i bambini che si aggrappavano alle loro gambe e li afferravano per le mani.”
  5. ^ Fonte: rigocamerano.org
  6. ^ Leandro Castellani, L’impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 36
  7. ^ Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag. 563
  8. ^ Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag. 563
  9. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 232: “Il Comandante riconosceva di averlo autorizzato a trattenere una cifra imprecisata per i suoi “combattenti”.
  10. ^ Leandro Castellani, L’impresa di Fiume, su Storia illustrata n° 142, Settembre 1969 pag. 41: “L’episodio è talmente grave che induce Badoglio a scrivere a Roma chiedendo di essere rimosso dall’incarico. La richiesta è respinta.
  11. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 245: “Il timore che la popolazione, ormai stanca, votasse in massa per il sì indusse i legionari più scalmanati a violenze e a intimidazioni apertamente tollerate da d’Annunzio”.
  12. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 245: “Le pressioni sui votanti si fecero sempre più gravi e perfino La Vedetta d’Italia, il giornale nazionalista che aveva sostenuto l’impresa dall’inizio, fu chiuso per qualche giorno perché favorevole al “modus vivendi””.
  13. ^ Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Le scie Mondadori, 2009 Milano, pag. 217
  14. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 248: “Quattromila bambini furono sfollati e mandati in varie città del Nord, grazie grazie all’organizzazione dei Fasci di Combattimento e di gruppi patriottici femminili”.
  15. ^ Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Le scie Mondadori, 2009 Milano, pag. 218
  16. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 257: “Gli stessi De Ambris e Mussolini giudicarono con favore il trattato, come i fiumani e l’opinione pubblica italiana, tutti stanchi di quell’avventura”.
  17. ^ C. Silvestri, D’Annunzianesimo e fascismo a Trieste – in “Trieste” anno IV, n. 20 luglio-agosto 1957
  18. ^
    « Art. 14. Il Ministro per l’interno, sulla documentata istanza degli interessati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni dell’art 10, nonché dell’art. 13, lett. h):a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista; b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:1. mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nelle guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola; 2. combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola che abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra; 3. mutilati, invalidi, feriti della causa fascista; 4. iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924; 5. legionari fiumani »

    Provvedimenti per la difesa della razza italiana DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938-XVII, n.1728

  19. ^ “Voi socialisti non siete rivoluzionari. In Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione: Mussolini, D’Annunzio e Marinetti”. Cfr. E. Settimelli Mille giudizi di statisti, Erre, Milano e cfr. A. Schiavo Futurismo e Fascismo, Volpe, Roma, 1981
  20. ^ Giordano Bruno Guerri, D’Annunzio, Oscar Mondadori, 2008 Cles (TN) pag. 247: “Lo stesso Bombacci nel dicembre 1920 affermò che “il movimento dannunziano è perfettamente e profondamente rivoluzionario. Lo ha detto anche Lenin al Congresso di Mosca”. In effetti sembra che Lenin avesse definito D’Annunzio “l’unico rivoluzionario in Italia”, ma per bollare l’inettitudine dei socialisti, più che per lodarlo”.
  21. ^ Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo (1918-1922). / 1 : Dalla fine della guerra all’impresa di Fiume (Book, 1967) [WorldCat.org]
  22. ^ da La Conquista, presente in Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione Il Mulino, Bologna

Bibliografia

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  • George L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Bari 1999.
  • Sandro Pozzi, Guido Keller nel pensiero e nelle gesta, Mediolanum, Milano 1933.
  • Giacomo Properzi Natale di sangue, D’Annunzio a Fiume, Mursia Editore, Milano (2010) ISBN 9788842544258
  • Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Il Mulino, Bologna 2002.

Bibliografia in ambito narrativo

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