Se lo scisma e l’eresia van via col bianchetto… Anglicanesimo o Cattolicesimo?

Pictures-Fr.-Phillips-271di Pietro Ferrari

Enrico VIII si ribellò al Papa Clemente VII nel 1534 perché non gli concesse di divorziare dalla sua consorte; così, autoproclamandosi ‘Papa’ di una chiesa nazionale, fece occupare le sedi vescovili dai fautori del protestantesimo, obbligando i sudditi a giurare su questo suo buffo dogma dal nome “Atto di supremazia”. Dopo neanche quattordici anni il Vescovo Tommaso Cranmer (nominato legittimamente da Clemente VII), dalla sede vescovile di Canterbury apostatò e soppresse il Messale Cattolico e il Pontificale, introducendo un Ufficio di Comunione Protestante per la liturgia ed istituendo un nuovo rito per le sacre ordinazioni chiamato Ordinale, cancellando ogni traccia che ricordasse la presenza reale di Gesù sotto le specie del pane e del vino, la consacrazione degli olii e il sacrificio della Messa nelle formule, come tutti gli Ordini minori oltre al Suddiaconato. Ulteriori tratti distintivi: abolizione del Latino, sostituzione dell’altare con una tavola, cambiamenti nel canone della Messa, comunione in piedi e nella mano, celebrazione versus populum. Nel 1549 Tommaso Cranmer scrisse il Book of Common Prayer col quale iniziò a smantellare la potenza della “grande prostituta, vale a dire la pestifera sede di Roma”. Il 10 giugno 1549, una folla di paesani del Devonshire dopo aver sentito il nuovo rito, obbligò il curato a ridire la Messa e ci furono sommosse con migliaia di persone che chiedevano fosse loro restituita la “Messa di prima”. Soffocati nel sangue e nell’oblìo col disprezzo di essere “superstiziosi e papisti”. Tommaso Cranmer fece distruggere centinaia di migliaia di “vecchi” libri liturgici nelle Università inglesi e o ne pretese la consegna alle autorità per essere resi inservibili. Inginocchiarsi divenne “idolatria” e gli altari che venivano miracolosamente risparmiati da vescovi refrattari, erano considerati retaggio da distruggere, perché inidonei alla celebrazione della “cena”, mentre l’unico residuo del termine ‘Sacrificio’ venne usato per confondere i semplici riferendosi non più al Santo Sacrificio di Gesù che si offre al Padre ma al “sacrificio” dei fedeli che si offrono a Dio! Ecco il popolo con-celebrante, ecco il Canone recitato ad alta voce con l’abbandono della Anamnesis usando la forma narrativa di commemorazione della “cena”, che quindi esclude l’attualità della ri-presentazione mistica del Santo Sacrificio. Gli unici “sacramenti” che rimasero furono quelli del Battesimo e della “cena” (negando però la Transustanziazione), la giustificazione sarebbe derivata dalla “sola fides” senza le opere, la salvezza sarebbe stata predestinata. Né Purgatorio, né indulgenze, osceno ricordo del Potere Papale. Nel 1552 il Book finalmente assume i connotati che gradualmente erano stati abbozzati nella versione precedente, più morbida per abituare gli animi. Occorre chiarire come in Inghilterra, le traduzioni in lingua volgare della Bibbia fossero già da secoli in circolazione. Tommaso Moro difendeva infatti le buone traduzioni da quelle ereticali di William Tyndale, che decattolicizzò i concetti di “sacerdote”, Chiesa” e “Carità” coi suggestivi termini “anziani”, “assemblea, “amore”, annotando come “idoli” le immagini dei santi, così da combattere il loro culto ed edulcorando la “grazia” nel “favore”, il “confessare” nel “riconoscere”.

Alla morte di Eduardo VI successe sua sorella Maria, cattolica che fece abrogare la nuova “liturgia” e il nuovo rito di “ordinazione”, scacciando dalle sedi vescovili gli eretici nemici della Chiesa ma nel 1558 a lei successe Elisabetta, figlia illegittima di Enrico VIII. Elisabetta restaurò integralmente lo Scisma e l’eresìa costringendo i Vescovi ad apostatare o a fuggire. Matteo Parker fu “consacrato” “arcivescovo” di Canterbury, da un tal Barlow nominato da Enrico VIII “vescovo” di san David ma senza una certificata consacrazione episcopale, e a sua volta Parker col nuovo Ordinale consacrò gli altri candidati. Nel 1570 San Pio V con la Costituzione Apostolica “Quo Primum Tempore”, promulgò il Messale Romano per ribadire, fermare, difendere e diffondere solennemente tutte le verità di fede intrinsecamente legate alla liturgia cattolica, “in perpetuo”, facendo diventare la rivolta protestante, una semplice occasione di merito e di gloria della Chiesa. Il Papa del Rosario che vinse a Lepanto, potè così restaurare maggiormente la verità contro gli errori. Questo perché LEX CREDENDI = LEX ORANDI. La “questione anglicana” rimase una spina nel fianco dell’Europa cristiana dilaniata dallo Scisma e dalle eresìe protestanti. Leone XIII nel 1896 con la Bolla “Apostolicae curae”, dichiarò infallibilmente che le ordinazioni fatte col rito anglicano, sono state e sono del tutto invalide e assolutamente nulle ‘per difetto di forma e di retta intenzione’. I protestanti dal canto loro rivendicarono che la separazione deliberata con la Riforma, significò infatti il ripudio dell’insegnamento della Chiesa Cattolica e la volontà di non voler conferire alcun sacerdotium nel senso cattolico, per loro ripugnante. I “Ritualisti”, non cattolici ma protestanti meno lontani dal cattolicesimo rispetto ad altre sette, davano maggior importanza al sacerdozio e quindi alla sperata validità delle ordinazioni sacerdotali e pertanto vennero delusi da Leone XIII: la Chiesa è Una non solo per l’unità dei suoi sacramenti ma anche per l’unità della Fede e del Governo. Chiaro anzi, lapalissiano come il Magistero Cattolico fino a Pio XII.

Ebbene cosa sta accadendo oggi, in questa convulsa e strana epoca tra i successori di Cranmer e quelli che dovrebbero essere i successori di San Pio V e di Leone XIII? Intanto un fatto curioso ma emblematico: il principe Carlo d’Inghilterra è preoccupato. Ce lo rivela Il Secolo XIX del 7.1.13. Motivo? Il via libera del resto dei componenti del Commonwealth per le modifiche da apportare alla Legge Salica, cancellando il divieto per un membro della famiglia reale di sposare un cattolico. Carlo è preoccupato per il delicato rapporto tra lo Stato e la chiesa anglicana, in quanto il Sovrano britannico è formalmente anche il Capo della chiesa. L’ Act of Settlement del 1701 escluse dalla successione i cattolici della famiglia Stuart e pertanto solo i discendenti protestanti di Sofia del Palatinato, che non avevano sposato un cattolico, potranno accedere al Trono inglese fino a quando tale divieto non cadrà. Insomma Carlo tra una partita di polo e una di tennis, si preoccupa della integrità e della purezza della Sua discendenza e della Sua chiesa. Appare incredibile ma parecchi prelati di Santa Romana Chiesa, sembra invece che in confronto ci tengano poco al destino della Sposa di Cristo, se plaudono con entusiasmo alle incipienti e sincretiste intese tra Roma e Canterbury, senza minimamente soffermarsi sul “perché” dello Scisma, ansiosi solo di fare la pace e ritrovarsi tutti insieme “dimenticandoci il passato”. Come due fidanzatini che fanno pace il giorno dopo aver bisticciato per futili questioni. Nell’Ulster copriranno ben presto i murales di Derry…..

Con la Costituzione Apostolica “Anglicanorum Coetibus” (AC) del 4.11.09, Benedetto XVI accoglie le domande degli anglicani più conservatori, per farli entrare nella “piena comunione con la Chiesa”, a dispetto di quelli che invece avevano accettato le ordinazioni femminili e di omosessuali dichiarati. E così:“In questi ultimi tempi lo Spirito Santo ha spinto gruppi anglicani a chiedere più volte e insistentemente di essere ricevuti, anche corporativamente, nella piena comunione cattolica e questa Sede Apostolica ha benevolmente accolto la loro richiesta. (LO SPIRITO SANTO AVREBBE INDOTTO GLI ANGLICANI AD UN RAVVEDIMENTO COLLETTIVO? PERCHE’ ALLORA NON PROFESSANO LA FEDE CATTOLICA?) Il Successore di Pietro infatti, che dal Signore Gesù ha il mandato di garantire l’unità dell’episcopato e di presiedere e tutelare la comunione universale di tutte le Chiese (E IL PRIMATO DI GIURISDIZIONE? ) , non può non predisporre i mezzi perché tale santo desiderio possa essere realizzato….Ogni divisione fra i battezzati in Gesù Cristo è una ferita a ciò che la Chiesa è e a ciò per cui la Chiesa esiste (LA CHIESA E’ GIA’ UNA); infatti “non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (GLI SCANDALI SONO LE ERESIE E GLI SCISMI)….L’unica Chiesa di Cristo infatti, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica, “sussiste nella Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro, e dai Vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità (LE POCHE VERITA’ CHE SI TROVANO ALTROVE SONO I RESIDUI PROPRI DEL CATTOLICESIMO), che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica” . Vengono ricalcati ovviamente i principii rivoluzionari dell’ecclesiologìa di Lumen Gentium e di Unitatis Redintegratio, ecco perché si può tranquillamente affermare che: § 4. L’Ordinariato è formato da fedeli laici, chierici e membri d’Istituti di Vita Consacrata o di Società di Vita Apostolica, originariamente appartenenti alla Comunione Anglicana e ora in piena comunione (IN QUALE MODO?) con la Chiesa Cattolica, oppure che ricevono i Sacramenti dell’Iniziazione nella giurisdizione dell’Ordinariato stesso.§ 5. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è l’espressione autentica della fede cattolica professata dai membri dell’Ordinariato (QUANDO GLI ANGLICANI SI SAREBBERO RAVVEDUTI ADERENDO AL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA?). Forse che tale branca conservatrice della chiesa anglicana aveva abiurato gli errori solennemente, professando altrettanto solennemente la fede cattolica? Certo che no. La Traditional anglican Communion ancora si ispira ai 39 articoli di fede eretica della chiesa anglicana ma avranno “Ordinariati Personali”, cioè loro “vescovi” o non che eserciteranno giurisdizione episcopale anche indipendentemente dal Vescovo residenziale, che useranno le insegne episcopali cattoliche, anche se non ordinati Vescovi della Chiesa Cattolica (art. 11, n° 4). V. La potestà (potestas) dell’Ordinario è:…. vicaria: esercitata in nome del Romano Pontefice ;… Essa è esercitata in modo congiunto con quella del Vescovo diocesano locale (IL PAPA DI DUE CHIESE CON DUE “VESCOVI” DIVERSI?) nei casi previsti dalle Norme Complementari. IX. Sia i fedeli laici che gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che provengono dall’Anglicanesimo e desiderano far parte dell’Ordinariato Personale, devono manifestare questa volontà per iscritto. (NON DOVREBBERO ABIURARE GLI ERRORI INVECE DI PRESENTARE DOMANDE PROTOCOLLATE?).

Mentre le Chiese Orientali avevano rifiutato lo Scisma prima di rientrare nella comunione con Roma e le loro liturgie e la loro disciplina canonica, erano già cattoliche, saranno accolti “in deroga” anche (art. 6 n°2) nuovi candidati al sacerdozio già sposati, che celebreranno (III) “…secondo i libri liturgici propri della tradizione anglicana”, che nacque in funzione anticattolica! Il Book of Common Prayer diventa dopo secoli, una “tradizione spirituale” che “arricchisce” la Chiesa Cattolica e l’”ordinazione” di nuovi candidati addirittura coniugati diventa (nelle norme complementari), la messa in pratica della “esperienza ecclesiale anglicana”, che “arricchisce” nuovamente la Chiesa Cattolica di “preti” sposati! Cosa comporterà all’interno della Chiesa questa accettazione di laici sposati, eretici anglicani, se non il montare da parte del clero sensibile a questo tema, di una richiesta unanime di abolizione del celibato ecclesiastico? E come potranno convertirsi davvero gli anglicani, per essere riaccolti nella Chiesa Cattolica, se proprio in Essa è il modernismo ecumenista che lo impedisce confermandoli nell’errore?

Esiste poi un’ anomalìa prettamente britannica, che raramente viene trattata. L’Inghilterra è uno dei pochi Paesi al mondo in cui vi è una sorta di cesaropapismo essendo il Capo di Stato anche Capo della Chiesa, con l’aggiunta del legame strettissimo che il Sovrano ha con la Loggia di Inghilterra (UGLE) che è la Loggia Madre di tutte le massonerie “regolari” del mondo. Un cesaropapismo massonico. La Chiesa ha condannato con centinaia di documenti la Massoneria, considerata da Mons. Ernest Jouin (1844 – 1932) come “Figlia della Riforma”, in quanto sorta in Inghilterra nel XVIII secolo dalla fusione tra gli occultisti Rosacroce e le corporazioni di costruttori. Sia James Anderson (1684 – 1739) che Jean Desaguliers (1683 – 1744) e Ramsey (1686 – 1743), autentici organizzatori e propagatori della Setta, furono protestanti, mentre secondo studiosi massoni come Corneloup e Lantoine vi sarebbe una triplice alleanza reale tra Dinastia inglese, chiesa anglicana e Massoneria, spesso anche ostentata dai reali inglesi. Quali sono invece i rapporti tra Chiesa Cattolica e Massoneria? E’ vero che nell’attuale codice di diritto canonico, in contraddizione con quello pio-benedettino, non vi è più menzione esplicita della scomunica alla Massoneria, ma è pur vero che (in corner) la si farebbe rientrare nel novero di quelle “segrete” e che formalmente tale scomunica non è mai stata revocata, anche se quasi mai viene attuata nei casi concreti. Infatti il massone dichiarato Alessandro Meluzzi non mi risulta sia scomunicato se si dichiara nel contempo cattolico. Rimane però un problema oggettivo, anche se annacquato dalle riforme conciliari, tra la concezione plaudente della chiesa anglicana per la Massoneria e la visione della Chiesa cattolica. Come può un massone anglicano essere in comunione con la Chiesa cattolica se per un cattolico invece non è possibile poter essere (in teoria) massone? Come può un ordinario anglicano massone portare le insegne episcopali cattoliche?

Appare evidente come tutte queste criticità relative ad una “unione nella distinzione”, vengono accettate dalla massa del cosiddetto “mondo cattolico”, essendo lo stesso ormai nutrito sapientemente da decenni di lenta apostasia. Pertanto il sentimento maggioritario che queste iniziative suscitano, è rappresentato dall’entusiasmo e non dallo smarrimento o dalla santa indignazione, che prima di nascere dalla Chiesa Militante, grida dall’invisibile e trionfale dimora dei Martiri in Cielo.

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Bolla “Regnans in excelsis” del Papa San Pio V di scomunica di Elisabetta I d’Inghilterra, in quanto eretica, e sua deposizione dal trono

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Se ci fosse il Papa cattolico romano, probabilmente avrebbe fulminato l’interdetto contro la Francia rivoluzionaria sodomita. Sospeso ogni Sacramento e pubblico esercizio del culto cattolico. Scomunicate le pseudoautorità civili. Il popolo cattolico avrebbe acclamato il Sommo Pontefice per l’atto controrivoluzionario e cristiano. Vediamo cosa fece uno dei Papi cattolici romani, San Pio V, nei confronti di Elisabetta I d’Inghilterra in quanto eretica:

Pio Vescovo, servo dei servi di Dio, a futura memoria sulla questione.

Egli che regna nell’alto dei Cieli, a cui è dato ogni potere in cielo ed in terra, ha affidato la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica, al di fuori della quale non c’è salvezza, ad uno solo in terra, cioè al Principe degli Apostoli Pietro, e al successore di Pietro, il Pontefice di Roma per essere da costui governata con pienezza di potere. Costui e solo costui è stato costituito Principe di tutte le genti e di tutti i Regni, per erigere, demolire, disgregare, disperdere, impiantare e costruire, perché possa preservare il suo fedele popolo, cinto dal legame reciproco della carità, nell’unità dello Spirito e presentarlo salvo ed incolume al suo Salvatore.

Obbedendo a tale dovere, noi chiamati per bontà di Dio al governo della suddetta Chiesa, non tralasciamo alcuna fatica, adoperandoci con ogni sforzo, affinché la stessa unità, e la Religione cattolica (il di cui Artefice dovendo provare la fede dei suoi, e correggere noi, ha permesso venisse provata con così tante tribolazioni), sia conservata integra. Ma il numero degli empi è cresciuto talmente che nessun posto al mondo è risparmiato perché questi non tentino di corromperlo con le loro pessime dottrine; fra questi è subentrata Elisabetta, serva di persone ignobili, che si pretende Regina d’Inghilterra, presso la quale come si trattasse di un rifugio inviolabile hanno trovato asilo pessime persone. Ella stessa, occupato il Regno, sta usurpando con atti mostruosi a suo favore il luogo del supremo comando della Chiesa in tutta l’Inghilterra nonché la sua più alta autorità e giurisdizione, riconducendo lo stesso Regno, che era stato da poco riportato alla fede cattolica e alla retta via, ad una misera condizione.

Proibendo con mano violenta la professione della vera Religione, già una volta destituita da quell’apostata di Enrico VIII ma poi ripristinata dalla Regina legittima di chiara memoria Maria, seguendo ed abbracciando gli errori degli eretici, ha alterato il Consiglio Reale rappresentante della nobiltà d’Inghilterra riempiendolo di oscuri uomini eretici, ha represso i cultori della fede cattolica sostituendoli con improbi imbonitori e ministri di empietà. Ha abolito il sacrificio della Messa, le preghiere, le feste religiose, la selezione dei cibi, il celibato ed i riti cattolici. Ha disposto che in tutto il Regno venissero distribuiti libri contenenti manifeste eresie, stregonerie e che quei riti empi e prescrizioni di Calvino, da lei stessa accettati ed osservati, venissero seguiti anche dai suoi sudditi. Ha vietato ai prelati, al clero e al popolo di riconoscere la Chiesa Romana nonché di ottemperare ai suoi precetti e alle leggi del canone; obbligando molti a giurare di sottomettersi alle sue leggi immonde e di abiurare l’autorità e l’obbedienza del Pontefice Romano, facendo riconoscere solamente se stessa come signora delle cose materiali e spirituali. A coloro che si sono dichiarati non disposti ad obbedire ha inferto punizioni e supplizi e a questi medesimi, che hanno perseverato nell’unità della fede e nell’obbedienza suddetta, si è imposta. Ha messo in prigione i Vescovi cattolici ed i parroci delle chiese dove, infliggendo loro a lungo grande dolore e tristezza, hanno miseramente terminato la loro vita.

Essendo tutti questi fatti ben palesi e noti a tutte le Nazioni e comprovati da pesantissime testimonianze di molti, cosicché non vi è più spazio rimasto per giustificazioni, difese o temporeggiamenti, d’innanzi all’empietà e ai crimini moltiplicati senza fine, nonché alla persecuzione dei fedeli e al tormento della Religione, per impulso e ad opera di detta Elisabetta, ogni giorno sempre più gravi, poiché vediamo il suo animo così rigido ed indurito che ella non solo ha ignorato le pie preghiere e le ammonizioni di salvezza e conversione a lei rivolte dai Prìncipi cattolici, ma non ha neppure permesso ai Nunzi a lei inviati a tal motivo da questa Sede di raggiungerla in Inghilterra, siamo costretti dalla necessità a levare contro di lei le armi della giustizia, non potendo placare l’indignazione, a ciò essendo addivenuti con quell’unica consapevolezza, che i Padri della comunità cristiana con così mirabili opere hanno guadagnato. Sorretti dunque da quella Autorità che volle collocarci su questo supremo trono di giustizia permettendo tale dismisurato onere, in pienezza della potestà apostolica, dichiariamo tale Elisabetta eretica, nonché generatrice di eretici, assieme ai suoi seguaci suddetti per essere incorsi nella sentenza di scomunica venir così distaccati dall’unità del corpo di Cristo. In aggiunta, dichiariamo la medesima Elisabetta, con il predetto diritto, privata del Regno, così come di ogni dominio, dignità e privilegio; nonché solleviamo i nobili, i sudditi ed i popoli di questo Regno, e tutti gli altri uomini, e coloro che hanno in qualche modo prestato giuramento, e Noi stessi con la presente autorità, dal rispettare ogni altro suo potere, fedeltà e debito, ora e per sempre. Raccomandiamo ed ordiniamo a tutti e ai singoli nobili, ai sudditi, ai popoli e agli altri già detti, di non obbedire ai suoi ordini né alle sue leggi. Coloro che agissero diversamente, li includiamo nella sentenza della stessa scomunica. Poiché sarebbe in realtà troppo difficile che tali atti venissero portati ovunque sarebbe necessario, vogliamo che le copie di questi, effettuate per mano di un pubblico notaio e sigillate con il sigillo di un prelato ecclesiastico di questa curia, abbiano validità in ogni procedura giuridica, e in qualunque località presso qualunque popolo, nel caso siano esibite o esposte.

Dato a Roma presso il santuario di Pietro, nell’anno dell’incarnazione del Signore 1570, il 25 febbraio, nel quinto anno del nostro pontificato.

REGNANS IN EXCELSIS

BULL OF PIUS V
FEBRUARY 25, 1570

Pius Episcopus, servus servorum Dei, ad futuram rei memoriam.

Pius the Bishop, servant of the servants of God, for a perpetual memorial of the matter.

Regnans in excelsis, cui data est omnis in coelo et in terra potestas, unum sanctam Catholicam et apostolicam ecclesiam, extra quam nulla est salus, uni soli in terris, videlicet apostolorum principi Petro, Petrique successori Romano pontifici, in potestatis plenitudine tradidit gubernandam. Hunc unum super omnes gentes, et omnia regna principem constituit, qui evellat, destruat, dissipet, disperdat, plantet, et aedificet, ut fidelem populum mutuae charitatis nexu constrictum in unitate spiritus contineat, salvumque et incolumem suo exhibeat salvatori.

He who reigns on high, to Whom is given all power in Heaven and on earth, has entrusted His holy Catholic and Apostolic Church, outside which there is no salvation, to one person alone on earth, namely to Peter the Prince of the Apostles, and to Peter’s successor, the Roman Pontiff, to be governed (by him) with plenitude of power. Him alone He appointed Prince over all nations and kingdoms, to root up, pull down, waste, destroy, plant and build, so that he might preserve his faithful people linked together by the bond of mutual charity in the unity of the Spirit, and might present them, saved and blameless, to their Saviour.

Quo quidem in munere obeundo, nos ad praedictae ecclesiae gubernacula Dei benignitate vocati, nullum laborem intermittimus, omni opera contendentes, ut ipsa unitas, et Catholica religio (quam illius author ad probandum suorum fidem, et correctionem nostram, tantis procellis conflictari permisit) integra conservetur. Sed impiorum numerus tantum potentia invaluit, ut nullus iam in orbe locus sit relictus, quem illi pessimis doctrinis corrumpere non tentarint; adnitente inter caeteros, flagitiorum serva Elizabetha praetensa Angliae regina, ad quam veluti ad asylum omnium infestissimi profugium invenerunt. Haec eadem, regno occupato, supremi ecclesiae capitis locum in omni Anglia, eiusque praecipuam authoritatem atque iurisdictionem monstrose sibi usurpans, regnum ipsum iam tum ad fidem Catholicam, et bonam frugem reductum, rursus in miserum exitium revocavit.

In the fulfilment of this office, we, called by the goodness of God to the government of the aforesaid Church, spare no labour, striving with all zeal to preserve intact that unity and Catholic religion which its Author has allowed to be disturbed with such great tribulations for the proving of His people’s faith and for our correction. But the number of the ungodly has grown so strong in power, that no place is left in the world which they have not tried to corrupt with their abominable doctrines; among others assisting in this work is the servant of vice, Elizabeth, pretended Queen of England, with whom, as in a place of sanctuary, the most nefarious wretches have found refuge. This same woman, having acquired the kingdom and outrageously usurped for herself the place of Supreme Head of the Church in all England and its chief authority and jurisdiction, has again plunged that same kingdom back into a wretchedly unhappy condition, after it had so recently been reclaimed for the Catholic Faith and prosperity.

Usu namque verae religionis, quam ab illius desertore Henrico VIII olim eversam, clarae memoriae Maria regina legitima huius sedis praesidio reparaverat, potenti manu inhibito, secutisque et amplexis haereticorum erroribus, regium consilium ex Anglica nobilitate confectum diremit; illudque obscuris hominibus haereticis complevit, Catholicae fidei cultores oppressit, improbos concionatores atque impietatum administros reposuit. Missae sacrificium, preces, ieiunia, ciborum delectum, coelibatum, ritusque Catholicos abolevit. Libros manifestam haeresim continentes toto regno proponi, impia mysteria, et instituta ad Calvini praescriptum a se suscepta et observata, etiam a subditis servari mandavit. Episcopos ecclesiarum, rectores, et alios sacerdotes Catholicos suis ecclesiis et beneficiis eiicere, ac de illis, et aliis rebus ecclesiasticis in haereticos disponere, de ecclesiae causis decerenere ausa. Praelatis, clero, et populo, ne Romanam ecclesiam agnoscerent, neve eius praeceptis sanctionibusque canonicis obtemperarent, interdixit; plerosque in nefarias leges suas venire, et Romani pontificis auctoritatem atque obedientiam abiurare, seque solum in temporalibus et spiritualibus dominam agnoscere, iureiurando coegit; poenas et supplicia in eos qui dicto non essent audientes imposuit, easdemque ab iis, qui in unitate fidei et praedicta obedientia perservarunt, exegit; Catholicos antistes et ecclesiarum rectores in vincula coniecit, ubi multi diuturno languore et tristitia confecti, extremum vitae diem misere finierunt.

For having by force prohibited the practice of the true religion (which had been formerly overthrown by Henry VIII, an apostate from it, and restored by Mary, the legitimate queen of famous memory, with the help of this See) and following and embracing the errors of heretics, she has altered the composition of the royal Council representing the nobility of England and has filled it with obscure heretical men; she has suppressed the followers of the Catholic Faith, appointed shameful preachers and ministers of impieties, and abolished the Sacrifice of the Mass, prayers, fastings, choice of meats, celibacy and Catholic ceremonies; and she has commanded that books containing manifest heresy should be distributed throughout the whole kingdom and that impious rites and institutions (accepted and observed by herself according to Calvin’s precept) should be observed by her subjects also. She has dared to eject bishops, rectors of churches and other Catholic priests from their churches and benefices and to bestow these and other ecclesiastical things upon heretics and she has also presumed to decide legal cases within the Church. She has forbidden the prelates, clergy and people to acknowledge the Roman Church or to obey its orders and its canonical sanctions. She has forced most of them to assent to her wishes and laws, to abjure the authority and obedience of the Roman Pontiff and to recognize her by oath as sole mistress in temporal and spiritual affairs; she has imposed pains and penalties on those who would not obey her commands and has exacted them from those who persevered in the unity of faith and the aforesaid obedience; she has cast Catholic bishops and rectors of churches into prison, where many of them, worn out with long weariness and sorrow, have miserably ended their span of life.

Quae omnia cum apud omnes nationes perspicua et notiora sint, et gravissimo quamplurimorum testimonio ita comprobata, ut nullus omnino locus excusationis, defensionis, aut tergiversationis relinquatur, nos multiplicantibus aliis atque aliis super alias impietatibus et facinoribus, et praeterea fidelium persecutione, religionisque afflictione, impulsu et opera dictae Elizabethae quotidie magis ingraviscente; quoniam illius animum ita obfirmatum atque induratum intelligimus, ut non modo pias Catholicorum principum de sanitate et conversione preces monitionesque contempserit, sed ne huius quidem sedis ad ipsam hac de causas nuncios in Angliam traiicere permiserit, ad arma iustitiae contra eam de necessitate conversi, dolorem lenire non possumus, quod adducamur in unam animadvertere, cuius maiores de republica Christiana tantopere meruere. Illius itaque authoritate suffulti, qui nos in hoc supremo iustitiae throno, licet tanto oneri impares, voluit collocare, de apostolicae potestatis plenitudine declaramus praedictam Elizabetham haereticam, et haereticorum fautricem, eique adhaerentes in praedictis, anathematis sententiam incurrisse, esseque a Christi corporis unitate praecisos.

All these things are clear and notorious to all nations and proved by the most weighty testimony of so many that there is no room whatever for excuse, defence or evasion. We have seen that the impieties and crimes have been multiplied, one upon the other, and that also the persecution of the faithful and the affliction of religion through the pressure and action of the said Elizabeth grow greater every day, and since we understand her spirit to be hardened and obstinate–so that she has not only set at naught the pious prayers and warnings of Catholic princes concerning her soundness of mind and conversion, but she has not even allowed the Nuncios of this See to cross into England for this purpose–we are necessarily compelled to take up against her the weapons of justice, although we can not disguise our sorrow that we are thus forced to proceed against one whose ancestors have deserved so well of the Commonwealth of Christendom. But being strengthened by the authority of Him, Who willed to place us on the supreme throne of justice though unequal to so great a burden, out of the plenitude of our Apostolic power we declare the aforesaid Elizabeth to be heretic and an abetter of heretics, and we declare her, together with her supporters in the abovesaid matters, to have incurred the sentence of excommunication and to be cut off from the unity of the Body of Christ.

Quin etiam ipsam praetenso regni praedicti iure, necnon omni et quocunque dominio, dignitate, privilegioque privatam; et item proceres, subditos, et populos dicti regni, ac caeteros omnes, qui illi quomodocunque iuraverunt, a iuramento huiusmodi, ac omni prorsus dominii, fidelitatis, et obsequii debito, perpetuo absolutos, prout nos illos praesentium auctoritate absolvimus; et privamus eandem Elizabetham praetenso iure regni, aliisque omnibus supradictis. Praecipimusque et interdicimus universis et singulis proceribus, subditis, populis, et aliis praedictis, ne illi eiusve monitis, mandatis et legibus audeant obedire. Qui secus egerint, eos simili anathematis sententia innodamus.

Furthermore we declare her to be deprived of her pretended claim to the aforesaid kingdom and of all lordship, dignity and privilege whatsoever. Also we declare that the lords, subjects and peoples of the said kingdom, and all others who have sworn allegiance to her in any way, are perpetually absolved from any oath of this kind and from any type of duty in relation to lordship, fidelity and obedience; consequently we absolve them by the authority of our present statements, and we deprive the same Elizabeth of her pretended claim to the kingdom and of all other claims mentioned previously. And we command and forbid all and sundry among the lords, subjects, peoples and others aforesaid that they have not to obey her or her admonitions, orders or laws. We shall bind those who do the contrary with a similar sentence of excommunication.

Quia vero difficile nimis esset, praesentes quocunque illis opus erit perferre, volumus ut earum exempla, notarii publici manu, et praelati ecclesiastici, eiusve curiae sigillo obsignata, eandem prorsus fidem in iudicio, et extra illud ubique gentium faciant, quam ipsae praesentes facerent, si essent exhibitae vel ostensae.

Because it would be too difficult for the present words to be conveyed to those who need them, we desire that copies of them bearing the signature of a public notary and the sign of a prelate of the Church or his office, should have the same authentic strength before justice and extra-judicially and produce everywhere the same effect as this present document would produce, if submitted and shown.

Datum Romae apud Sanctum Petrum, anno incarnationis dominae millesimo quingentisimo sexagisimo nono, quinto kalendis Martii, pontificatus nostri anno quinto.

Given at Rome at St. Peter’s, in the year of the Incarnation of our Lord 1570, on the fifth day (before the) Kalends of March, in the fifth year of our Pontificate

PIUS V

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12 febbraio 2011 – ore 06:59

Chi è un moralista? Un moralista è colui che conosce l’umanità, sa che il legno storto dell’umanità non lo si può raddrizzare, e fa di tutto perché le persone siano dolorosamente consapevoli di questo, si emendino per il possibile, e per il resto lascino alla giustizia di essere giusta e alla morale di essere una faticosa conquista (come ha scritto Piero Ostellino nel Corriere), non una bandiera faziosa impugnata dai partiti. Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant era un moralista, e alla sera Umberto Eco può andare a dormire con le galline, tanto il far tardi in compagnia della “Metafisica dei costumi” non gli giova se non per la vanità di esibirsi da erudito al Palasharp, il suo moralismo sa di portineria, paura della brutta figura dell’italiano all’estero, è materia non pregiata, conversazione da treno. Il moralista vero, classico, rispettabile, da cui si può imparare qualcosa e che si rende compatibile con le regole liberali e una democrazia non radicale, non utopistica, non ipocrita, è colui che conosce la politica con le sue regole, l’impasto di bene e di male necessario al governo degli uomini.

Niccolò Machiavelli era un moralista, cercava di mettere un argine massiccio contro la prepotenza dei suoi tempi, l’anarchia, lo spirito di fazione distruttivo, e predicava una modernità atea, discutibile nelle conseguenze secolari ma così distante dagli illusionismi spirituali e politici dei Savonarola dell’epoca. Moralista era Montaigne, che sapeva tutto e non voleva insegnare nulla, se non il fatto che vivere è un “imparare a morire”. Moralista era Cervantes, che rese eroiche e buffe le passioni dell’amore e della stessa giustizia nella figura immortale del Cavaliere dalla faccia triste, il Don Chisciotte.

Ma questi insigni leader dell’establishment riuniti al Palasharp li chiamo moralisti in tutt’altro senso. Sono azionisti, per rifarsi alla matrice grande del Partito d’azione ma tenendo conto del dislivello storico e culturale che i tempi hanno scavato: azionisti, cioè una classe di minoranza eticizzante, colta, bene intenzionata e benpensante, che ha il brutto vizio di odiare le maggioranze, di tenere in sommo spregio il popolo e specie quello italiano e cattolico, di lavorare per una politica dei piccoli club militanti contro la logica di sovranità e libertà delle democrazie liberali moderne, gente che impugna la legge non per fare giustizia e realizzare stato di diritto e libertà ma per “ripulire la società”, progetto sommamente reazionario, utopia regressiva di sfondo totalitario.

L’incontro del moralizzatore fanatico, inconsapevole della bellezza e complicata trasversalità del reale, con il pubblico ministero e con una classe di giudici educati da quindici anni e più al disprezzo per la politica, alla guerra contro le istituzioni elettive, qualche volta colpendo a sinistra e sempre e sistematicamente accaniti contro Berlusconi e il fenomeno che rappresenta: ecco il morbo fatale di cui è ammalata l’Italia, ecco il vero ostacolo alla governabilità, ai programmi di crescita e di sviluppo e di riforma, qui affondano le radici del nostro possibile declino. Al quale è giusto ribellarsi.

da Panorama in edicola questa settimana

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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L’influenza del calvinismo nella cultura degli Stati Uniti
a cura di Giorgio Tourn

Intervista al prof. Massimo Rubboli a conclusione del Convegno su Giovanni Calvino, tenutosi a Roma

Che importanza ha avuto il calvinismo nella formazione della società USA?
Il calvinismo, nella forma del puritanesimo inglese, ha avuto una influenza fondamentale nella nascita della cultura americana. I coloni che fondarono la Nuova Inghilterra erano infatti di formazione calvinista, in maggioranza congregazionalisti. La loro influenza è evidente nella organizzazione istituzionale e nelle garanzie costituzionali attribuite agli abitanti della colonia, che si fondavano sulla teologia del patto elaborata dal riformatore di Ginevra e dai teologi calvinisti inglesi del periodo elisabettiano. Il loro progetto era costituire nella nuova patria una comunità esemplare, quella che essi chiamavano la città sulla collina, ispirandosi al passo del sermone sul Monte dove Gesù invita i suoi discepoli ad essere luce del mondo. Di qui è venuta la convinzione di una responsabilità della comunità americana nei confronti di altri popoli per essere un esempio di vita ordinata secondo la volontà divina. La sensibilità della prima ora è rimasta sempre presente nella società americana e si può stabilire una linea diretta fra i patti (covenants) fondativi delle prime colonie e la Costituzione che verrà redatta a fine Settecento, al termine della Rivoluzione americana.

In che si può vedere oggi ancora l’influenza della predicazione calvinista nella coscienza americana?
Il forte accento sulla vocazione e la responsabilità personale del credente nella vita pubblica resta operante, anche se in forma secolarizzata, così come la convinzione che il comportamento personale nell’etica non è solo una questione privata morale ma attiene alla vita pubblica. Ad esempio, mentire e non pagare le tasse non riguarda solo il singolo ma distrugge la coesione della comunità e per questo ogni forma di corruzione viene punita severamente, ancor più se ha danneggiato la comunità.
Il fatto che i puritani che emigrarono nella Nuova Inghilterra fossero fuori del controllo e della giurisdizione del potere statale inglese li portò ad avere una forte coscienza di sé in campo religioso ma anche civile e li condusse a creare istituzioni politiche autonome rispetto alla corona inglese. Di qui la chiara distinzione fra la sfera religiosa e quella politica, cioè tra l’autorità ecclesiastica e quella dei magistrati civili.

L’influenza calvinista è restata anche sotto il profilo religioso?
In questo campo l’evoluzione della società americana è stata molto complessa; se la prima fase della vita religiosa delle colonie fu influenzata dalle varie forme del protestantesimo dissenziente inglese (puritano, battista e quacchero), successivamente fu determinante l’influenza esercitata dai risvegli e dal metodismo – nonostante l’opposizione del suo fondatore, John Wesley, all’indipendenza delle colonie – nel processo di democratizzazione sia delle chiese sia delle istituzioni politiche. L’influenza teologica più significativa è stata quella arminiana, ma molti concetti calvinisti come l’elezione, l’esperienza della conversione e il senso del dovere hanno influito sia sulla cultura sia sulla mentalità popolare, lasciando un’impronta indelebile nella società americana.

2 aprile 2009

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La lezione dei puritani agli azionisti

9 febbraio 2011 – ore 17:30

Sotto il regno di Elisabetta I d’Inghilterra, la “regina vergine” (che fu chiamata anche “regina bastarda”) e unica figlia sopravvissuta del re Enrico VIII e della sua seconda moglie, Anna Bolena, si verifica la nascita del puritanesimo, movimento sorto dal calvinismo al fine di “purificare” la chiesa anglicana da ogni traccia residuale di cattolicesimo. Restava infatti ancora vivo molto, dell’antica struttura e pompa del “papismo”, lasciti che, come scrive Henri Daniel-Rops nella sua monumentale “Storia della Chiesa del Cristo” (Marietti), dovevano “suscitare gli attacchi indignati dei partigiani della religione in ispirito”.

Tutto cominciò per problemi di “vestiario”: nel 1563 alcuni prelati, tra cui Thomas Cartwright, Walter Travers e William Perkins, si opposero all’uso degli ornamenti sacerdotali, “livree dell’Anticristo”, al segno della croce, alle vetrate e alla musica d’organo in chiesa. Il clero potente e festaiolo era il nemico da abbattere in nome di una nuova sobrietà e della purezza: una nuova versione dell’antica eresia catara (da cataros, “puro” in greco) che disprezzava la carne, la materia, il mondo. I puritani erano infatti cristiani intransigenti che si ritenevano i soli a praticare il Vangelo, ardenti di una severa austerità religiosa, sprezzanti verso i “vescovi del diavolo” e i curati “ignoranti come asini e luridi come porci”.

Nel 1588 un libretto scritto sotto pseudonimo da due giovani intellettuali lanciava invettive (di avidità, di lusso, di ingordigia) contro il clero ufficiale: cominciò una progressiva persecuzione dei puritani, che al nuovo re Giacomo I chiedevano riforme tra cui l’eliminazione dei vescovi, in favore di un sistema di tipo presbiteriano, che trovava la propria autorità nel gruppo degli “anziani”, eletti direttamente dai fedeli. La risposta del re è passata alla storia: “No bishop, no king”: se aboliamo i vescovi prima o poi non ci sarà più nemmeno il re. Re Giacomo quindi non appoggiò le richieste dei puritani, ma concesse l’autorizzazione alla pubblicazione di una versione della Bibbia passata alla storia come “King James Bible”.

Lo scontro tra chiesa ufficiale e i “non conformisti” seguì con continui alti e bassi, dalla fuga dall’Inghilterra (soprattutto verso l’Olanda e verso l’America, come nel caso dei “padri pellegrini” della Mayflower), alla rivincita dei puritani, che guidati da Oliver Cromwell contribuirono alla sconfitta e alla decapitazione del re Carlo I nel 1649; dalla nuova persecuzione da parte di Carlo II fino al Tolerance Act del 1689, con cui Gugliemo III d’Orange concesse libertà di culto (segnando così inevitabilmente il lento declino di questo movimento che rimase nella sua forma originaria soltanto in America fino all’inizio del Diciannovesimo secolo, in particolare nel Rhode Island con Roger Williams e nel Massachusetts con Jonathan Edwards).

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PURITANESIMO

Movimento religioso di tendenza rigorista sorto all’interno dell’anglicanesimo, con l’intento di riformare la Chiesa d’Inghilterra secondo il modello calvinista. Considerandosi investiti direttamente da Dio per l’attuazione di un disegno di salvezza dell’Inghilterra e del mondo intero, i puritani predicavano in particolare la necessità di svincolare la Chiesa dal potere politico e rifiutavano la struttura gerarchica implicita nell’organizzazione episcopale, contrapponendole un sistema di tipo presbiteriano, che aveva l’autorità suprema nel gruppo degli “anziani” eletti direttamente dai fedeli. Al rigorismo religioso corrispose presto un radicalismo politico che si espresse nell’opposizione ai cattolici Stuart. Dopo l’esilio ai tempi di Maria Tudor, anch’essa cattolica, i puritani inglesi, in quanto contrari all’assetto episcopale e alla supremazia dei sovrani sulla Chiesa, vennero colpiti da Elisabetta I, che aveva imposto l’Atto di supremazia (1559). Guidati da Thomas Cartwright (1535-1603) si diedero allora una organizzazione separata. Molti presero la via dell’esilio verso l’America settentrionale (tra questi i famosi Padri pellegrini) prima che i contrasti interni sfociassero nella guerra civile inglese del 1640. Dopo la vittoria il parlamento puritano abolì l’episcopato e il Prayer book (1643-1644) e iniziò i lavori per la riforma della Chiesa con l’Assemblea di Westminster. L’ostilità dei congregazionalisti (o indipendenti), contrari a ogni Chiesa di stato e fautori di una totale autonomia delle comunità cristiane, impedì che si costituisse un organismo puritano stabile. La restaurazione dell’episcopalismo anglicano a opera di Carlo II, la destituzione dei pastori e le incarcerazioni seguite alla proclamazione dell’Atto di uniformità (1662) determinarono una crisi decisiva. Il movimento, esauritosi in Inghilterra nonostante la piena libertà ottenuta con il Toleration Act (1689) lasciò tuttavia una importante eredità nel Nuovo mondo, ove si espresse nella forma congregazionalista nei primi quarant’anni di colonizzazione del New England, dal 1620 al 1640. La piccola colonia dei “padri pellegrini” della Mayflower sbarcati nel Massachusetts il 21 dicembre 1620 fu seguita dalla grande migrazione dei puritani che, sotto la guida di John Winthrop (1588-1649), vi fondarono Boston nel 1630. Fuggiti dall’oppressione della Chiesa d’Inghilterra, i puritani non tardarono a manifestare a loro volta una propria intolleranza religiosa. I membri delle sette non calviniste che tentarono d’insediarsi nella colonia di Plymouth furono perseguitati e molti messi a morte. Il predicatore Roger Williams (1603?-1683) sfuggì per poco alla vendetta dei puritani allorché tentò di democratizzare la Chiesa di Salem, ma riuscì poi a fondare una colonia relativamente tollerante (Rhode Island). Con gli indiani, i puritani furono altrettanto spietati. Secondo un vecchio, ma significativo adagio: I Padri Pellegrini si gettarono prima in ginocchio, e poi sugli aborigeni. L’aspetto più interessante del puritanesimo consisté nella cosiddetta “teologia del patto”, che sviluppava il motivo biblico del patto tra Dio e Abramo. Al centro era l’idea di una Nuova Gerusalemme, comunità degli eletti o dei santi invisibili. Il patto con Dio fa riunire i credenti in comunità autogovernantisi con metodi democratici per pregarlo in pubblico. All’interno della comunità stessa, poi, l’esistenza del singolo individuo si giustifica con la vocazione generale a essere un buon cristiano e, nel contempo, con la vocazione particolare a svolgere un ruolo ben determinato nella società, ruolo che l’individuo può scoprire analizzando sé stesso e le proprie capacità. Convivevano nel puritanesimo tanto una spiritualità tormentata quanto un accentuato impulso razionalizzante.

P. D’Attorre, G. Signorotto

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Puritani e la fondazione degli Stati Uniti d’America

Tratto da “Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America” di Kleeves

Quanti conoscono la vera storia della nascita degli Stati Uniti d’America?
Non mi riferisco alla propaganda ufficiale, in cui il galeone Myflower salpato il 6 settembre 1620 dall’Inghilterra, con a bordo 100 o 101 o 102 (a seconda delle versioni) Pilgrim Fathers, Padri Pellegrini, sarebbe giunto nel Nuovo Continente dopo due mesi di navigazione. Intendo la vera storia, sconosciuta agli stessi americani, che aiuta a comprendere il passato e il presente dell’impero coloniale americano, dedito a liberalizzare i mercati del mondo, ad arraffare e conquistare risorse di altri paesi, invadere Stati sovrani per esportare la democrazia.
E’ necessario fare un salto nel passato partendo dal Medioevo.

Il  Medioevo europeo
I romani vedevano la società in termini di collettivo; ognuno di loro si sentiva una parte del tutto. Di qui l’organizzazione statale che si diede, altamente collettivista, burocratizzata, militarizzata. Al vertice dell’organizzazione non stava un Parlamento, ma un uomo solo. Le decisioni prese dai Parlamenti sono il frutto di compromessi e mediazioni fra interessi diversi.
L’Impero Romano scoraggiò l’iniziativa privata, perché tutto era regolato dallo Stato! In particolare l’Impero annullò quasi del tutto i traffici commerciali privati, sia per terra che per mare e la figura del commerciante era sempre mal tollerata anche nella Roma repubblicana, divenne sempre più rara in tutto l’impero, sino a scomparire pressoché totalmente.
Il modo di interpretare i rapporti umani in termine di collettivo fu una delle chiavi del clamoroso successo romano: la creazione dell’unico impero mondiale della Storia.

L’altra chiave fu il loro ateismo di fondo, a dispetto della loro complicata impalcatura religiosa. Ciò non impedì ai romani di adottare la religione cristiana, anche se non in toto.
Questa religione si basa sull’intera Bibbia, che contiene due parti, il Vecchio e il Nuovo Testamento, le quali espongono una teoretica che si presta a fare da ideologia razionalizzatrice-giustificatrice rispettivamente per una visione individualistica (Vecchio Testamento) è una collettivistica (Nuovo Testamento) della vita e dei rapporti umani.

Non piacevano invece, ai romani le scritture ebraiche, fra le altre cose, la concezione di popolo eletto urtava contro la loro percezione di unità del genere umano, il loro universalismo.
Così per farsi accettare dall’Impero, la religione cristiana, pur mantenendolo nominalmente nel proprio corpo dottrinario, all’atto pratico abbandonò ogni riferimento al Vecchio Testamento e divenne la religione cattolica nella parte occidentale dell’Impero e, più tardi, la religione greco-ortodossa in quella orientale.

Caduto nel 476 l’Impero d’Occidente, iniziò per l’Europa il periodo cosiddetto del Medioevo: un periodo di totale continuità culturale con il passato. Non c’era più un’autorità politica centrale, sostituita parzialmente dalla Chiesa di Roma, ma dal punto di vista della vita di tutti i giorni le cose cambiarono ben poco.
La logica feudale del tempo si adattava abbastanza alla loro concezione: la terra era di Dio, e quindi di tutti; per esigenze pratiche la Chiesa, rappresentante di Dio, ne affidava l’amministrazione ai nobili, che sopraintendevano quindi all’attività di tutti gli altri,che erano considerati uguali, tutti – chi più chi meno – “servi della gleba”.
Emblematica è la teoria medioevale del giusto prezzo, che era il massimo prezzo cui poteva essere venduta una merce, calcolato in base ai contenuti di materie prime, lavorazione e qualità finale.
I traffici privati, così, continuavano ai soliti livelli minimi del tempo dell’Impero, mentre invece quelli interregionali e internazionali, allora gestiti dall’autorità centrale, erano cessati o divenuti sporadici.

Con le Crociate inizia la fine del Medioevo. Le Crociate furono otto, la prima nel 1096 e l’ultima nel 1270. Esse ebbero l’effetto di portare gli europei a un contatto da secoli mai così profondo con il mondo arabo, le sue merci, la sua superiore cultura e le sue superiori cognizioni scientificotecnologiche, iniziando così una catena di eventi che avrebbe cambiato il volto non solo dell’Europa, ma del mondo intero. Iniziarono i primi commerci privati, via mare e via terra, per portare in Europa le novità dell’Oriente. Sorsero i primi magazzini, aziende di import-export, e con queste, naturalmente, i primi commercianti e imprenditori.
Attraverso gli arabi arrivarono in Europa alcune invenzioni cinesi di grande portata: la polvere da sparo, le lenti ottiche e i caratteri da stampa mobili, usati in Cina circa dall’anno 700.

Nei due secoli successivi si svilupparono le conseguenze di quelle premesse: i commerci crebbero in modo esponenziale, soprattutto nelle zone dell’Europa settentrionale, le meno influenzate dalla mentalità romana. Aumentò di molto la circolazione del danaro, e di tutti quegli strumenti atti ad agevolarla, come lettere di credito, cambiali, transazioni bancarie. Per l’anno 1500 in Inghilterra il secolare sistema del baratto era stato completamente sostituito dall’uso del danaro; anche paghe e salari erano corrisposti in danaro. Aumentarono di conseguenza i commercianti e gli imprenditori, attorno ai quali si formò una categoria di personaggi collaterali – avvocati, ragionieri, notai, architetti, ecc. Stava nascendo la borghesia.

Lo sviluppo dei commerci creò una forte domanda di ordine, sicurezza dei trasporti, uniformità di leggi e regolamenti.
La scoperta del cannone, un’arma costosa, stava però rafforzando le monarchie. Il perfezionamento dei caratteri da stampa terminato da Gutenberg verso il 1450 permise la diffusione di molti libri in latino.
Grazie all’effetto combinato dello sviluppo dei commerci, del rafforzamento delle monarchie e dell’imporsi di lingue locali le varie ex province dell’impero cominciarono a sentirsi delle entità autonome da ogni punto di vista, economico, politico, culturale e cominciarono a originare gli Stati nazionali europei, i primi dei quali furono le monarchie di Portogallo, Spagna, Francia e Inghilterra.

La Riforma Protestante
Fece la comparsa una nuova mentalità in seno all’Occidente, una mentalità che sul piano economico si esprime col capitalismo.
Lo sviluppo del commercio privato, e delle attività a esso correlate, aveva solo creato tanti commercianti e imprenditori vari; in altre parole, tante persone dedite all’accumulo di ricchezza tramite attività private.

Non era mai stato creato un sistema capitalistico. L’avidità di per sé non crea il capitalismo crea tante persone che, quando le condizioni esterne sono adatte, accumulano potere di acquisto, cessando tale attività quando le condizioni esterne non sono più favorevoli. Un sistema capitalistico si ha invece quando tali condizioni favorevoli sono sistematicamente ricercate, e su di esse è basato il funzionamento della società. L’avidità è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la vita di un sistema capitalistico. Per questo occorre che l’avidità sia giustificata.
Tale giustificazione fu offerta dalla Riforma Protestante.

Viene da chiedersi se nell’Europa del tempo ci sarebbe stata la Riforma Protestante se contemporaneamente Gutenberg non avesse introdotto i suoi caratteri da stampa mobili, che permettevano di stampare libri a una velocità sino allora impensabile.
Gutenberg cominciò a stampare il primo libro nel 1450 e per l’anno 1500 si calcola che in Europa fossero già in circolazione dai 15 ai 20 milioni di libri. Erano quasi tutti bibbie, compreso il primo, la famosa edizione di Gutenberg finita nel 1455.

Il Vecchio Testamento, quello scheletro nell’armadio che la Chiesa Cattolica si era silenziosamente portato dietro per tanti secoli, era stato scoperto; la mina vagante aveva urtato l’Europa. Iniziava così la Riforma Protestante.
La Riforma Protestante nasce infatti dalla constatazione che tutta l’organizzazione gerarchica e gran parte dei dogmi, dei sacramenti, delle credenze e consuetudini che la Chiesa di Roma aveva trovato nel Nuovo Testamento, nel Vecchio Testamento non trovano riscontro alcuno, anzi in genere sono chiaramente contraddetti.

Con l’avvento della stampa tutte quelle critiche alla Chiesa di Roma ebbero grande risonanza e addirittura si moltiplicarono. Lo scisma che portò alla nascita della religione protestante iniziò con le obiezioni del tedesco Martin Luther (1483-1546), per gli italiani Martin Lutero, che nel 1517 affisse le sue 95 tesi sul portone del duomo di Wittemberg, seguito rapidamente da molti altri teorici, fra i quali particolarmente importanti l’avvocato francese Jean Chauvin (1509-1564), Giovanni Calvino per gli italiani.
La religione protestante si impose rapidamente e in modo uniforme in tutta l’Europa settentrionale a eccezione dell’Irlanda, e a macchia di leopardo nell’Europa centrale; non ebbe invece alcun successo nell’Europa meridionale, in particolare in Portogallo, Spagna e Italia. In Gran Bretagna le cose andarono un po’ diversamente.

Nominalmente entrò nel panorama protestante nel 1534, quando il re Enrico VIII, sottraendola al papa, rivendicò per sé la suprema autorità sulla Chiesa Cattolica inglese, che da allora si chiamò Chiesa Anglicana.
La Riforma protestante fu dunque uno scisma in seno alla religione cattolica dovuto al fatto che una vasta parte dei fedeli, diciamo così, di quest’ultima si accorse che il suo insegnamento non corrispondeva esattamente con la Bibbia.
Mentre il Nuovo Testamento è un corpo dottrinario che implica una visione collettivista della vita e dei rapporti umani, il Vecchio Testamento ne implica una individualista.

Come vuole il Dio del Vecchio Testamento che si comportino gli uomini per essere approvati? Egli non dice “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma dà una serie di dettagliate prescrizioni – i comandamenti, che in totale sono 613, dei quali i primi in ordine di tempo sono i Dieci Comandamenti – osservate le quali c’è sicuramente l’approvazione. In questi comandamenti non c’è alcun accenno alla fratellanza di tutti gli uomini, alla loro uguaglianza, al rispetto cui ognuno ha diritto.
Non c’è alcuna condanna dell’egoismo materiale e dell’ingordigia; nessuna condanna dell’accumulazione individuale di ricchezza o di proprietà privata; dello sfruttamento di uomini da parte di altri uomini, sino al punto che la schiavitù è presa come un dato di fatto.
Si può essere malvagi di animo, ma se si riesce a rispettare la forma dei precetti, magari con astuzie e cavilli, l’approvazione non mancherà (specialisti in questo erano quei Farisei coi quali ebbe a scontrarsi Gesù).
Lo “Stato” non esiste; il “bene comune” non esiste.

Contrariamente a quanto insegnato e fatto da Gesù, la ricchezza materiale non è condannata nel Vecchio Testamento, anzi, essa è addirittura considerata come il segno tangibile del favore divino.
Tutto quanto detto sopra fu condensato da Giovanni Calvino in pochi concetti: Non si ha l’obbligo di fare bene agli altri; ognuno deve pensare a sé stesso; l’unico obbligo è quello di seguire alla lettera i Comandamenti; la salvezza avviene per via di predestinazione divina, e la ricchezza materiale è il segno terreno della medesima.
In poche parole, lo scopo della vita è di cercare di diventare ricchi!
Si chiede solo il rispetto formale dei Comandamenti. Fatta la legge trovato l’inganno, e nel rispetto formale dei Comandamenti si può compiere qualunque ingiustizia sostanziale nei riguardi del prossimo.

Infine nel Vecchio Testamento c’è il concetto di popolo eletto, che per definizione è contraddistinto dalla prosperità materiale.
Era questa la nuova interpretazione della vita cercata dai nuovi ricchi dell’Europa del Quattro-Cinquecento. L’avidità di beni materiali aveva trovato una giustificazione, l’ideologia protestante.
La contemporaneità, in pratica, della comparsa nell’Europa del primo Cinquecento del Capitalismo e del Protestantesimo, e il fatto che queste due prassi abbiano la stessa giustificazione ideologica non è certo sfuggito a storici e sociologi, il solo dubbio essendo a quale dei due fenomeni attribuire la parte della causa e a quale quella dell’effetto.
Nell’Europa del Cinquecento i Protestanti, dove arrivarono, spinsero sempre per l’eliminazione della monarchia e in subordine, se ciò non era possibile, per affiancarle almeno un Parlamento, che tramite i requisiti minimi patrimoniali sempre richiesti agli elettori era sempre espressione della borghesia molto agiata.

Il Vecchio e Nuovo Testamento riflettono due modi assolutamente antitetici di vedere la vita. In effetti sono due religioni diverse.
Martin Lutero e i suoi seguaci, dai quali derivarono principalmente la Chiesa Luterana, Battista e la Metodista, cercarono di conciliare il più possibile i due Testamenti. Giovanni Calvino e i suoi seguaci, dai quali ebbero origine una miriade di denominazioni diverse nella forma ma non nella sostanza, fra le quali le più importanti sono la Chiesa Presbiteriana e la Chiesa Riformata, trascurarono nei fatti anche se non nelle parole ogni concetto espresso da Gesù.

Vecchio e Nuovo Testamento non sono logicamente conciliabili e quindi il luteranesimo risulta un corpo dottrinario un po’ confuso, incerto, che dal punto di vista culturale lascia ancora dei disagi esistenziali; il calvinismo invece è una dottrina altamente coerente, logica. Questa differenza spiega il tipo di diffusione che ebbe il Protestantesimo nel Cinquecento. Il luteranesimo, nelle sue varie denominazioni, si diffuse a macchia d’olio su aree vaste dove ogni tanto c’erano zone o città commercialmente sviluppate: esso andava bene ai commercianti e ai ricchi in genere ma non urtava eccessivamente la massa nullatenente ex medioevale. Esso prese piede nella Germania settentrionale, nella penisola scandinava e sulle coste baltiche.

Il calvinismo invece si diffuse in modo molto selettivo, in aree piuttosto ristrette (almeno inizialmente) dove i commerci erano molto sviluppati. Esso attecchì in alcuni centri della Germania settentrionale, della Francia, della Polonia e della Svezia. Le aree di maggior successo furono invece la Svizzera, l’Olanda e la Gran Bretagna, specie in Galles e Scozia. In Inghilterra i calvinisti erano frazionati in varie denominazioni: c’erano i Presbiteriani,i Riformati, i Separatisti e i Puritani. Questi ultimi, inizialmente chiamati i Precisi (Precisians), si distinguevano per l’implacabile interpretazione letterale del Vecchio Testamento e per la sorprendente totale omissione del Nuovo. Essi, tutti commercianti e arricchiti vari, erano l’ala destra del calvinismo europeo.

Con l’arrivo dei Protestanti iniziò in Europa un periodo di sommovimenti e guerre civili che durò sin quasi al Settecento.
I Protestanti volevano o abolire le monarchie o almeno affiancare loro dei Parlamenti eletti dai ricchi. Le diatribe sui dogmi, sulla Trinità, sulla libertà di culto, sull’autorità del Papa e così via erano solo una scusa per provocare, per tirare la corda, e per prepararsi al confronto, anche armato. Le lotte del periodo vedevano sempre da una parte i Protestanti e dall’altra una monarchia, la Chiesa Cattolica.

Durante questo periodo di guerre civili alcune delle frange più estreme del Protestantesimo europeo, che erano tutte calviniste, abbandonarono a varie riprese l’Europa, un po’ perché minacciate dai vincitori del momento e un po’ perché allettate dalla fama di opulenza ormai consolidata delle nuove terre scoperte da Colombo in poi. Alcuni Puritani inglesi prima si trasferirono in Olanda, fra i Presbiteriani olandesi e quindi, avendo trovato anche là degli ostacoli insormontabili, a partire dal 1620 emigrarono nell’America settentrionale, dove furono seguiti da ben più alti numeri di Puritani partiti direttamente dall’Inghilterra.

La colonizzazione dell’America
L’impulso a intraprendere le esplorazioni che avrebbero portato alla scoperta dell’America venne dalla caduta dell’Impero Romano d’Oriente avvenuta nel 1453.
In seguito a questa si interruppero le usuali e vecchie vie di comunicazione che portavano in Europa le merci dell’Estremo Oriente, di quelle “Indie” o “Isole delle spezie” che erano principalmente la Cina, il “Catai” di Marco Polo. In particolare l’Impero Ottomano bloccò entrambe le vie di terra usate per quei traffici: la Via delle steppe dei nomadi, che tagliava l’Asia a metà seguendo più o meno sempre lo stesso parallelo e che arrivava alla penisola di Crimea, ormai nelle mani dei turchi; e la Via della seta, che correva quasi parallela alla precedente, ma più a sud, arrivando in Libano, anch’esso occupato dai turchi.

C’erano anche diverse rotte marinare, che però arrivavano tutte nel Mar Rosso, con un ultimo trasporto via terra sino ad Alessandria d’Egitto. Anche l’Egitto, come tutto il nord Africa del resto, era stato fagocitato dall’Impero Ottomano.
I mercanti di Genova e Venezia avevano così il monopolio di questo traffico di spezie e merci varie che diventava sempre più scarso. Era dunque necessario trovare delle rotte alternative per l’Estremo Oriente. La rotta doveva essere via mare.
Cominciò il Portogallo, con l’idea di raggiungere l’Oriente navigando costantemente verso oriente, circumnavigando cioè l’Africa.
Re Ferdinando di Spagna invece finanziò il tentativo della rotta verso Occidente che era venuto a proporre Cristoforo Colombo un cartografo della concorrenza.

Il 12 ottobre 1492, l’esploratore genovese sbarcò su un’isola dei Caraibi chiamata dagli autoctoni Ganahani e che lui ribattezzò San Salvador, quindi, prima di tornare indietro, toccò Cuba e Hispaniola.
Il Nuovo Continente aveva ormai una importanza commerciale strategica!
La spinta a trovarvi un passaggio che immettesse nel Pacifico, e quindi alle Indie, portò così anche Francia, Inghilterra e Olanda a familiarizzare con le Americhe.
In questi frangenti, verso l’anno 1600, i francesi che stavano esplorando il Canada orientale per cercare un passaggio verso il Pacifico fecero una scoperta di eccezionale importanza: la zona a nord-est dei Grandi Laghi era ricchissima di castori e di animali da pelliccia in genere. La scoperta era importantissima perché le pellicce erano la merce di scambio più ambita dai cinesi, le cui merci a loro volta – il tè e le stoffe – erano le più ricercate dagli europei fra le “spezie” e le “meraviglie” dell’Oriente.

Gran Bretagna, Francia e Olanda cercavano tutte e tre di procurarsi le pellicce nella zona a nord-est dei Grandi Laghi per poi scambiarle in Cina con tè e stoffe.
Iniziava la colonizzazione dell’America.

Per tutto il Cinquecento gli inglesi cercarono di inserirsi nello scacchiere americano, sempre per il passaggio a nord-ovest.
Nel periodo di regno di Elisabetta I (1558-1603) l’Inghilterra era diventata una ragguardevole potenza marinara, e voleva a tutti i costi impossessarsi almeno di una parte delle enormi ricchezze che vedeva affluire nei forzieri dell’Escoriai di Filippo II. Pirati inglesi cominciarono così ad attaccare i galeoni spagnoli che tornavano dalle Americhe. Elisabetta negò ripetutamente, e per iscritto, al re Filippo che la Corona inglese avesse a che fare con quei pirati. In realtà era proprio lei a organizzare le spedizioni!

La regina aveva infatti deciso di cercare di creare dei possedimenti in America settentrionale principalmente per due motivi: sul fronte interno era riuscita a sedare i disordini seguìti alla Riforma Protestante (i gruppi protestanti continuavano a rimanere una minaccia per la Corona) e considerato ciò che volevano probabilmente sarebbero stati i primi a inseguire la ricchezza coloniale; per la politica estera l’eventuale passaggio a nord-ovest poteva solo essere trovato con una ricerca sistematica, che necessitava di una presenza in loco.
Per fare questo, le società mercantili inglesi interessate alle merci dell’Oriente vennero divise dalla Corona in due gruppi: erano entrambi diretti alle “Indie” ma uno cercava di passare da occidente e l’altro da oriente. Il primo gruppo era capitanato dalla London Company e dalla Massachusetts Bay Company, il secondo dalla East India Company.

Il primo gruppo doveva formare colonie sulla costa nord orientale americana, tagliando la strada agli spagnoli; dall’altra parte doveva reperire le importantissime pellicce nella zona dei Grandi Laghi contrastando il più possibile francesi e olandesi. Le pellicce sarebbero state utilizzate dalla East India Company. La East India Company infatti avrebbe subito commerciato con la Cina seguendo la rotta della circumnavigazione dell’Africa e cercando di farsi largo nella numerosa concorrenza di spagnoli, portoghesi, francesi e olandesi.
Un ideale e necessario punto di appoggio per aggredire il mercato cinese era l’attuale India.

La Gran Bretagna, per la presenza dei suoi numerosi calvinisti, aveva cominciato a sentire l’influenza della nuova mentalità: l’economia cominciava a prendere la forma di una libera economia di mercato.
La Corona gradualmente cessò di cercare di dirigere tutti gli aspetti della vita dei cittadini, a cominciare da quello economico; abbandonò la tradizionale preoccupazione medioevale che ognuno avesse di che mangiare e si limitò  a presiedere all’attivismo dei singoli, e il suo ruolo nell’economia generale divenne quello di agevolare il più possibile gli affari di quei singoli che volevano farli, e che facendoli aumentavano il gettito fiscale. La Royal Navy divenne il braccio armato della sua borghesia mercantile: stava nascendo l’Impero Inglese, un impero commerciale dettato dalla volontà di far arricchire le proprie borghesie anche alle spese di altri popoli.
La colonizzazione inglese dell’America avvenne secondo questa filosofia!

Fa parte della retorica di Stato americana che i colonizzatori inglesi fossero persone in cerca di libertà religiosa o politica, o persone in disperate condizioni economiche. Ciò fu vero per una minoranza esigua, che non ebbe mai alcuna influenza nell’andamento delle cose coloniali. La caratteristica comune della maggioranza dei colonizzatori era il livello economico alto del quale godevano in patria. In effetti il costo pro capite del viaggio, che ognuno doveva sostenere di tasca propria, era molto alto.
Erano in genere commercianti, ai quali erano aggregati artigiani, mezzadri di vasti poderi, professionisti vari.
I pochi emigranti inglesi dell’epoca realmente poveri, non potevano pagare il biglietto e venivano imbarcati con la qualifica di Indentured Servant (“servo a tempo”), in base a un contratto nel quale l’individuo si impegnava a lavorare nella colonia alle dipendenze della società organizzatrice per un periodo di sette anni.

I primi colonizzatori comunque non furono troppo rappresentativi del quadro, ora esposto: erano un gruppo di 107 uomini, trasportati su tre vascelli dal capitano John Smith, sbarcati nell’attuale Virginia, dove nel 1607 fondarono la città di Jamestown, pensarono di seguire le orme degli spagnoli e cercarono l’oro, che non c’era. Essi furono aiutati da Pocahontas (1595-1617), la figlia di un capo indiano che sposò un colono garantendo la pace dopo iniziali dissapori.  Per coltivarlo essi per primi importarono schiavi neri.
Nello stesso anno giungeva dall’Inghilterra anche un carico di donne, e la colonia della Virginia (così chiamata in onore di Elisabetta I, la Virgin Queen) cominciava a nascere a tutti gli effetti.

Arrivano i Pellegrini
Nel 1620 arrivò l’avanguardia dei veri fondatori della civilizzazione americana.
Essi, e non gli inglesi di Jamestown che pure furono i primi, sono chiamati dall’iconografia ufficiale americana i Padri Fondatori (Founding Fathers). I nuovi coloni si autodefinivano i Pellegrini (Pylgrims). Destinati dalla London Company alla Virginia e imbarcati sul veliero Mayflower, a causa di una tempesta approdarono nell’attuale Massachusetts, dove la società concesse loro di restare in attesa di definire la posizione con la Corona.
Il quarto giovedì di novembre del 1621 organizzarono una cerimonia di ringraziamento a Dio, dopodiché pranzarono con carne di tacchino; tale giorno è rimasto una festa nazionale statunitense, il Thanksgiving Day (giorno del ringraziamento). In numero di 100 ο 101 ο 102 a seconda delle versioni, appartenevano tutti alla Chiesa Presbiteriana inglese come i Puritani, ma erano chiamati Separatisti.
A dispetto dell’iconografia questo gruppo non ebbe alcuna rilevanza nel fissare le caratteristiche della colonizzazione: erano già pochi, e oltretutto durante il primo inverno la metà circa di loro morì di freddo e fame prima che gli indiani potessero aiutarli.

Arrivano i Puritani
Con l’arrivo, nel 1630, di 2.000 Puritani, seguiti entro il 1640 da altri 18.000, inizia la vera colonizzazione degli Stati Uniti.
I Puritani fondarono la Massachusetts Bay Colony, utilizzando il nome della compagnia con la quale avevano stipulato il contratto di colonizzazione, ossia la Massachusetts Bay Company di Londra, società nella quale molti di loro avevano una compartecipazione azionaria.
Nessuno si era imbarcato come indentured servant. Nello stesso 1630 fondarono la città portuale di Boston. Nei seguenti decenni diedero luogo alle colonie del cosiddetto New England puritano.

La forma di governo adottata nelle colonie era simile a quella inglese di allora.
Al posto del re o della regina c’era un governatore con ampi poteri, quindi un Parlamento bicamerale in cui la Camera Alta, corrispondente alla Camera dei Lord d’Inghilterra, era eletta dal governatore e la Camera Bassa era eletta dal “popolo”.
Questo solo sulla carta; in realtà solo i ricchi potevano votare.

Per poter sia votare sia ricoprire cariche pubbliche occorreva innanzitutto essere maggiorenni, maschi e bianchi; generalmente nel New England occorreva anche essere degli anziani della Chiesa Congregazionalista, così come i Puritani chiamarono, in America, la loro confessione.
I requisiti minimi patrimoniali erano dappertutto molto alti (Massachusetts e Connecticut bisognava avere un’attività che rendesse 40 sterline all’anno, oppure beni immobili valutati almeno la stessa cifra; in Rhode Island 40 sterline e che rendesse almeno la stessa cifra ogni anno; in New Jersey almeno 40 ettari di terreno, più un’attività o dei beni immobili valutati almeno 50 sterline; in Virginia minimo 20 ettari di terreno, più una casa in città; Georgia e nella Carolina del Nord minimo 20 ettari di terreno; nella Carolina del Sud almeno 40 ettari di terreno e una casa in città, ecc.).
Da questo livello di requisiti, traspare quanto si fossero divaricate, fin da subito, le economie dei due “blocchi” coloniali: il New England si dirigeva verso il commercio e le colonie del sud verso il latifondo agricolo.

I Puritani
I Puritani del New England furono in schiacciante superiorità numerica sino alla Guerra di Indipendenza, e mantennero una maggioranza fino al 1880 circa.
Traevano ogni ispirazione dal Vecchio Testamento, o almeno erano convinti di farlo.
L’idea fondamentale era che la ricchezza materiale, e il benessere materiale, compreso quello fisiologico, rappresentava un segno di elezione divina.
Un individuo era eletto se Dio lo predestinava alla virtù di osservare i Comandamenti. Non c’era obbligo alla solidarietà reciproca né a compiere opere di bene. Il rispetto richiesto per i Comandamenti era letterale, cioè formale. La figura di Gesù era totalmente ignorata, benché certamente si definissero “cristiani”.
I Puritani, come tutti gli altri Protestanti, operarono una certa mirata selezione anche nell’ambito del Vecchio Testamento, a ulteriore dimostrazione del principio utilitaristico alla base di tutta l’operazione. Questo si può vedere nella schiavitù, proprietà privata, capitalismo, nell’obliterazione dei debiti, ecc. Accolsero dalle Sacre Scritture quello che più faceva comodo.
Un concetto molto importante per i Puritani, che si rivelò gravido di conseguenze inaspettate, fu quello di popolo eletto.
Al popolo eletto Dio destina una patria opulenta, e i Puritani certamente si diressero in America pensando che fosse la loro Terra Promessa. Gli indiani erano destinati alla distruzione per loro mano così come lo erano stati i cananei per Giosuè e i Giudici. Non solo, ma quando i Puritani scorgeranno un po’ più in là una terra ricca o in qualche modo appetibile penseranno sempre di averne diritto, un diritto che giustificherà anche i mezzi più cruenti, stermini compresi. Naturalmente il rispetto dei Comandamenti era limitato all’ambito del popolo eletto.

I Puritani e la politica
Nelle colonie i residenti avevano un’ampia possibilità di autogoverno.
I governatori badavano a che fossero salvi i principi della legislazione inglese, soprattutto nella forma, e cercavano di intervenire il meno possibile; il loro stipendio era poi fissato dai coloni.
I Puritani poterono così organizzarsi come volevano, tranne che per l’eliminazione della monarchia, che riuscirono a realizzare solo con la Guerra di Indipendenza.
In campo religioso essi non riconobbero più la gerarchia della Chiesa d’Inghilterra, e bandirono tutte le manifestazioni esteriori di culto introdotte arbitrariamente dalla Chiesa Cattolica: i vestimenti rituali, il segno della croce, particolarmente nel battesimo, la genuflessione durante la Comunione, l’uso della fede nel matrimonio, l’osservanza delle festività per i Santi, compresa la celebrazione del Natale.

L’organizzazione politica era basata su due concetti fondamentali: l’uomo singolo che doveva essere assolutamente libero di poter fare la sua fortuna materiale, vincolato solo dai Comandamenti; e la comunità che doveva solo sorvegliare a che i medesimi fossero appunto rispettati.
I Puritani non operavano nessuna distinzione fra autorità politica e religiosa; ogni congregazione era quindi una piccola teocrazia. L’autorità era esercitata da una sorta di consiglio dei saggi o degli anziani, che ricalcava il concetto del Presbiterio di Calvino.
Le colonie inglesi del Nuovo Mondo erano quindi delle oligarchie basate sul danaro; quelle del New England e di alcune del Sud erano anche teocratiche.
I Puritani rappresentavano l’antitesi della democrazia.
Essi non credevano affatto che gli uomini fossero tutti uguali, e tantomeno che avessero tutti gli stessi diritti. Alcuni in effetti potevano anche essere ridotti in schiavitù.
L’accesso a tale oligarchia non poteva essere negato a chi, diventato ricco, dimostrava di essere per definizione uno di loro. Di qui deriva un altro aspetto della loro apparente democraticità, oltre che del loro repubblicanesimo: l’abolizione del concetto di élite per via ereditaria e l’introduzione del concetto di elite aperta, appunto “democratica”.

In pratica, alla nobiltà per diritto divino, indimostrabile, di stampo medioevale i Puritani sostituirono la nobiltà per diritto divino dimostrabile, appunto attraverso la ricchezza materiale. Gli americani attuali accettano di buon grado che i loro dirigenti politici e alti funzionari dello Stato siano quasi tutti uomini estremamente ricchi, e la giustificazione risiede implicitamente in quel ragionamento puritano.

I Puritani e l’economia
I Puritani naturalmente diedero vita ad un sistema capitalista puro. Tale sistema è ancora il sistema, non solo economico, ma sociale in senso lato degli attuali Stati Uniti, dove tutto o quasi è privato o gestito da privati, come ad esempio molte carceri.
Per i Puritani tutto si poteva comprare col danaro, e tutto doveva essere venduto per danaro; sempre nel rispetto formale dei Comandamenti.
Così nel New England c’erano pure gli schiavi: neri comprati dai mercanti di schiavi calvinisti olandesi ma anche indiani e indiane catturati sul luogo e tenuti come domestici o stallieri. Però la schiavitù non ebbe mai nel New England una diffusione paragonabile a quella del Sud: la sua economia era basata sul commercio e la sua agricoltura era floridissima ma suddivisa in tante piccole aziende a conduzione familiare, dove la produzione era diversificata e la mano d’opera richiesta piuttosto specializzata. Nei porti di Boston e New York invece c’erano molti schiavi.
Le tasse saranno sempre la questione primaria nelle colonie: i Puritani non accettavano il principio di affidare al governo la gestione del gettito fiscale; c’erano rischi di una politica di redistribuzione dei redditi.

I Puritani e la morale
La morale dei Puritani consisteva nel rispetto formale dei Comandamenti, che permetteva loro ogni iniquità nella sostanza. In più tale legge valeva solo nell’ambito del popolo eletto dei Puritani: gli altri, in particolare i selvaggi indiani, potevano essere derubati, catturati come schiavi, anche uccisi.
Per esempio i rapporti sessuali con le donne indiane non costituivano reato, neanche da parte di Puritani sposati.
Le donne erano ritenute le “sorelle di Eva tentatrice”, il mezzo preferito dal Maligno per tentare la virtù degli uomini e distoglierli dal loro patto con Dio. Non potevano mostrare in pubblico più della faccia e delle mani, e ciò valeva anche per le bambine di ogni età.
Anche il divorzio, da sempre in uso presso gli americani, era ammesso dai Puritani, che lo praticavano con ancora maggiore frequenza vista la seria proibizione dell’adulterio. I reati sessuali erano puniti con straordinario rigore. Per l’adulterio e l’omosessualità era comminata la pena di morte. L’adulterio si verificava anche nel caso in cui la donna fosse solo fidanzata.
Ogni comunità aveva i suoi watchmen (“sorveglianti”), dipendenti comunali il cui compito era di controllare il comportamento delle persone e di riferire al pastore della chiesa. Erano dei delatori, che origliavano dietro gli angoli e spiavano dalle finestre. Scapoli e zitelle erano naturalmente i più controllati.
I Puritani collegavano la salute fisica con l’intervento divino, e i disordini mentali con quello del Diavolo.

I Puritani e la cultura
Alla scuola i Puritani dedicarono subito una attenzione che precorreva i tempi.
C’erano due necessità, i Comandamenti e gli affari: per seguire i primi occorreva conoscere la Bibbia, e quindi saper leggere, mentre per i secondi oltre a ciò occorreva saper fare i conti. Ogni township quindi aveva almeno una scuola e un maestro, pagati dalla municipalità, e ce n’erano altri nelle città. Il livello di alfabetismo fra i Puritani era senz’altro il più alto delle colonie americane.
Nel 1640 c’erano già nel New England circa 300 pastori diplomati in loco. L’Harvard College, divenuto gradualmente una università, è il più antico college degli Stati Uniti. Sempre come seminari nacquero nel 1701 l’università di Yale, nel 1764 l’università di Brown nel Rhode Island e nel 1769 l’università di Darthmouth nel New Hampshire.
Tali istituzioni garantirono ai Puritani una superiorità culturale schiacciante nell’ambito coloniale sino alla Guerra di Indipendenza.
Il poema più letto dagli americani di tutti i tempi è The Day of Doom (Il Giudizio Universale) pubblicato nel 1662 in Massachusetts dal puritano Michael Wiggleworth, nel quale la teologia calvinista è messa in versi settenari.
Le caratteristiche culturali e psicologiche dei Puritani si sono conservate negli americani: anche per loro tutto deve mirare al raggiungimento della ricchezza.
L’editoria quindi ha un carattere essenzialmente pratico, con prodotti che nei vari generi hanno raggiunto col tempo livelli di eccellenza (i manuali americani sono punti di riferimento nei vari settori). Gli autori di talento, più che indagare la realtà, cioè la verità, mirano a confezionare opere di successo presso il vasto pubblico. Così si sono specializzati nella fiction, nelle opere di evasione, dove di nuovo eccellono di gran lunga su tutti per la capacità di presentare storie e situazioni assurde in modo verosimile. Hollywood riassume tale attitudine tipicamente americana.

L’Indipendenza
Per quanto riguarda l’economia, quella del New England assunse rapidamente dimensioni gigantesche.
La pirateria era praticata in grande stile in tutte le colonie, con l’approvazione dei governatori quando aveva per oggetto mercantili non inglesi.
Ma più di ciò fu la qualità dell’immigrazione puritana a determinarne il successo economico. In varie ondate a partire dal 1630 questa portò in America non un insieme casuale di spiantati, ma una società completa, forse piccola ma organizzata in ogni sua parte. I soci della London Company selezionavano accuratamente i componenti dei viaggi.
Gli altri inglesi che si sistemarono nelle colonie del Sud non erano niente di paragonabile.
Diedero in tal modo origine a colonie ricche ma poco articolate dal punto di vista economico e sociale. La loro unica risorsa era la schiavitù: il 75% delle famiglie possedeva uno o più schiavi.

La guerra d’Indipendenza
I Puritani erano andati in America con uno scopo ben preciso: avere la possibilità di arricchirsi senza costrizione alcuna. Per questo volevano autogovernarsi Il loro obiettivo era dunque, fin dall’inizio, di liberarsi della Corona inglese e dei suoi governatori.
I Puritani del New England si rendevano conto di non potersi ribellare alla madrepatria da soli, senza la collaborazione delle altre colonie, anzi magari con la loro opposizione.
Essi quindi si dedicarono con estrema energia ai loro affari commerciali ma ogni volta, quando se ne presentava l’occasione, non dimenticavano, tramite i loro Parlamenti e la loro propaganda, di attaccare la Corona o i suoi governatori. L’obiettivo era sempre di dimostrare alle altre colonie quanto nociva fosse la presenza della Corona anche per le loro possibilità di arricchimento: avevano già molto, ma avrebbero potuto avere di più.
Tale polemica, presente sin dall’inizio del 1630, andò aumentando mano a mano che l’incremento di popolazione e l’indebolimento sul continente nordamericano di francesi e spagnoli rendevano sempre meno necessaria la protezione dell’esercito di Sua Maestà.
I principali argomenti politici dei Puritani furono gli indiani, la schiavitù negra, i territori dell’Ovest e naturalmente le tasse.

La Corona perseguiva una politica di accomodamento con gli indiani. Questi erano utili come alleati nelle guerre combattute contro i francesi per spodestarli dai Grandi Laghi.
I Puritani invece sostenevano che era meglio sterminare gli indiani, come del resto avevano subito iniziato a fare.
I Puritani si erano accorti presto che alla loro economia gli schiavi neri non servivano; anzi erano di intralcio. Sapevano che erano fondamentali per i latifondisti del Sud e assunsero questo atteggiamento: da una parte li appoggiarono concretamente nel chiedere alla Corona il permesso di tenere gli schiavi nelle colonie americane, dall’altra mantennero nel New England una fronda anti-schiavitù, dando spazio nei giornali e al Parlamento ai pochi sinceri antischiavisti che c’erano.
Dal 1689 al 1763 Francia e Gran Bretagna si combatterono pressoché ininterrottamente. Materia del contendere era il controllo del Mercato dell’Oriente.

Le tasse erano sempre troppe e sempre ingiustificate per i Puritani. Esse servivano alla Corona per coprire le spese di amministrazione delle colonie, per la loro difesa, e per finanziare le guerre.
Nelle colonie del Sud la maggioranza dei bianchi si interessava poco di politica, ma semmai non vedeva altro che svantaggi dall’indipendenza. Nel New England solo i grandi mercanti, finanzieri e imprenditori avrebbero tratto tangibili e immediati vantaggi dall’indipendenza, che avrebbe significato il loro stesso autogoverno.
La svolta avvenne al termine della Guerra dei Sette Anni, (1756-1763). Questa guerra vedeva opposti Gran Bretagna e Prussia e dall’altra Francia, Spagna, Austria e Russia. Si trattava della resa dei conti finale per stabilire il controllo di buona parte del Mercato dell’Oriente.
La Gran Bretagna vinse la guerra  e le condizioni della pace furono fissate dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1763, che stabiliva anche le sorti dei possedimenti nordamericani degli sconfitti.

L’esito della guerra, pur così favorevole, sarebbe però costato alla Gran Bretagna le sue 13 colonie americane. Esso forniva infatti un tremendo impulso alla causa puritana dell’indipendenza.
Nell’America settentrionale non c’era più la temuta Francia, e potenza della Spagna già da tempo era in declino, per cui la presenza dell’esercito inglese non era più necessaria.
Il fatto che ora la Gran Bretagna, dopo aver liberato il nord America dai francesi, bloccasse tuttavia l’espansione ad Ovest alle sue colonie americane (con la scusa di riservare territori agli indiani) i grandi mercanti Puritani, volve adire che la Corona intendeva lasciare il Mercato dell’Oriente alla East India Company, bloccando per sempre la strada verso il Pacifico alle colonie americane.
Fu questo in ultima analisi il vero grande motivo della Guerra di Indipendenza americana: il Mercato dell’Oriente.

Infine le tasse: la Gran Bretagna doveva recuperare le spese sostenute nella guerra in America.
Nel 1764 furono introdotti il Sugar Act e il Currency Act, nel 1765 lo Stamp Act e il Quartering Act, nel 1767 il Townshend Act.
I Parlamenti del New England furono in prima fila nell’esprimere le proteste delle colonie, e la loro abilità consisté nell’indurre il governo inglese a spostare gradualmente la tassazione verso beni di largo consumo, che colpivano la classe povera e media…
La causa dei Puritani cominciava a prendere piede anche negli strati bassi della popolazione.
I grandi mercanti del Massachusetts decisero di spingere sull’acceleratore e incaricarono i loro media (giornalisti, intellettuali, preti dal pulpito) di mantenere viva la polemica con la madrepatria. In tale clima cominciarono a crearsi degli incidenti…

Nel maggio del 1773 alcuni mercantili della East India Company che trasportavano tè furono respinti nei porti di Boston, New York e Philadelphia. Nell’ottobre un altro mercantile veniva incendiato ad Annapolis. Infine il 16 dicembre del 1773 ci fu l’episodio del Boston Tea Party, un gruppo di uomini travestiti da indiani rovesciò in acqua il carico di tè di una nave alla banchina.
Il re Giorgio III era furioso col Massachusetts e ordinò la chiusura del porto di Boston sino a che il danno non fosse stato ripagato, quindi tolse al Massachusetts molti poteri di autogoverno.
Il Massachusetts convocò allora tutti i Parlamenti coloniali per una riunione che si tenne a Philadelphia dal 5 settembre al 26 ottobre del 1774. Fu il cosiddetto Primo Congresso Continentale.
Le colonie si riunirono ancora a Philadelphia durante il Secondo Congresso Continentale.

Dopo mesi di discussioni, la minoranza indipendentista, i cui leader erano i grossi mercanti puritani John Adams, Samuel Adams e John Hancock, e i grossi piantatori del Sud, James Madison, Alexander Hamilton, Thomas Jefferson e George Washington, riuscì a convincere l’assemblea a decidere per la separazione definitiva dall’Inghilterra.
Alla fine i Puritani erano riusciti nel loro intento: il 4 luglio 1776 veniva così enunciata la Dichiarazione di Indipendenza, anche se più di un terzo della popolazione coloniale era contraria.
Il reale motivo della ribellione era il Mercato dell’Oriente. Per quello era necessario avere a disposizione le pellicce del Canada.
La Gran Bretagna avrebbe vincere la guerra ma ciò che realmente le premeva in America era solo la zona dei Grandi Laghi e bloccare per quanto possibile l’espansione verso il Pacifico ai Puritani.
La Gran Bretagna riconosceva l’indipendenza delle 13 colonie, e inoltre metteva a loro disposizione l’Ohio Territory, però manteneva la proprietà del Canada, chiamato da allora British North America (B.N.A.), disegnandone i confini a sud in modo da comprendere la zona a nord-est dei Grandi Laghi, la zona delle pellicce.

La Dichiarazione d’Indipendenza
I firmatari della Dichiarazione offrono l’esatto quadro dell’élite rivoluzionaria americana: 10 ricchissimi mercanti del New England; 11 grandi latifondisti negrieri del Sud; 12 avvocati; 13 giudici; 4 medici; e quindi un fattore agricolo, un editore-scrittore, un pastore protestante, un politico, un militare e un fabbro.
Il loro intento era quello sempiterno dei Puritani: non importa quanto ricchi, bisognava avere la libertà di poter tentare di arricchirsi di più.
Allo scopo la monarchia inglese non andava più bene. Occorreva l’autogoverno degli imprenditori ricchi; occorreva instaurare un’oligarchia mercantile. E questo dice la Dichiarazione di Indipendenza americana. Quel “popolo” al quale essa attribuisce il diritto di autogoverno non è altro che il corpo elettorale che già eleggeva i Parlamenti coloniali, che per via dei requisiti di ricchezza minima richiesti per il voto era la parte più ricca della popolazione, il 15-25% del totale a seconda della colonia.
Il loro leader era Thomas Jefferson, che come George Mason, era un ricchissimo latifondista della Virginia che impiegava migliaia di schiavi.

La Dichiarazione di Indipendenza americana, e la retorica di Stato che l’ha sempre avvolta, ha ingannato molte persone.
Lo slogan del caso fu il Principio dell’Autodeterminazione dei Popoli. Ma era appunto uno slogan per coprire le mire al Mercato dell’Oriente. Infatti gli americani mai riconobbero quel principio a nessun altro, quando non conveniente sul piano economico.
Vincendo la guerra per l’indipendenza le 13 colonie erano diventate 13 Stati indipendenti. Lo erano sia nei riguardi dell’Inghilterra che l’una nei riguardi dell’altra.
L’economia del New England era di tipo fortemente mercantile, quella del Sud agricola in modo estensivo. Nel Nord predominavano i Puritani, nel Sud c’era un’ampia maggioranza di ex membri della Chiesa d’Inghilterra.
Con una procedura iniziata nel 1777 fra le varie legislature e conclusa nel 1781 i 13 Stati si riunivano ufficialmente in una federazione, chiamata sempre gli Stati Uniti d’America e regolata dagli Articles of Confederation and Perpetual Union.
Gli Stati, così, erano sempre in lite fra loro, generalmente per ragioni di commercio.

Così nel 1787 i 13 Stati si accordarono per modificare tale statuto e il risultato fu una solenne Costituzione redatta a Philadelphia da 55 delegati riuniti in assemblea con la presidenza di George Washington.
Ogni tanto nel tempo vennero fatte delle modifiche, delle puntualizzazioni o degli aggiornamenti, chiamate Emendamenti.
Tali Emendamenti entrano a far parte integrante della Costituzione: i primi dieci, approvati in blocco nel 1791, sono chiamati il Bill of Rights.
La Costituzione degli Stati Uniti non è la Costituzione di uno Stato, ma di una federazione di Stati, ognuno dei quali ha una sua propria Costituzione.
Anche oggi ognuno dei 50 Stati della federazione ha una sua Costituzione.
Al momento dell’adozione della Costituzione federale tali Stati erano tutti delle oligarchie basate sulla ricchezza, funzionanti con un sistema politico repubblicano e un sistema economico liberista. Tutti nelle loro Costituzioni prevedevano requisiti minimi di ricchezza per poter votare, che erano all’incirca quelli già visti.

La Costituzione federale non fa altro che cristallizzare tale sistema negli Stati, impedirgli che nel futuro possa evolvere in quel senso che oggi viene chiamato “democratico” (la parola “democrazia” non è mai citata nella Costituzione, né lo era stata nella Dichiarazione di Indipendenza).
Molte sono le agevolazioni per la classe mercantile messe al sicuro nella Costituzione: la proibizione di porre tasse sulle merci esportate (Art. I, Sez. 9, par. c) ; la proibizione per uno Stato di diminuire il valore dei debiti contratti (Art. I, Sez. 10, par. a) ; la proibizione di porre barriere tariffarie a merci provenienti da altri Stati (Art. I, Sez. 10, par. b); il divieto di porre tasse federali sul reddito, ma solo pro capite (Art. I, Sez. 9, par. d). Benjamin Franklin, che era anche uno scrittore e inventore, approfittò per far riconoscere (Art. I, Sez. 8, par. h) i diritti d’autore e di brevetto.

La proibizione di porre tasse federali sui redditi ha resistito per 126 anni, e cioè sino al 1913, quando già da decenni si erano formati colossali monopoli posseduti da una sola persona fisica (i vari Carnegie, Colgate, Rockfeller, Vanderbilt, Schiff, Morgan ecc., per gran parte della loro vita non pagarono mai un dollaro di tassa sul reddito).
Ancora oggigiorno alcuni Stati non prevedono tasse statali sui redditi ma solo excise taxes, tasse indirette sul venduto (una specie di IVA; sono però basse, mediamente del 7%).
Gli Stati Uniti erano diventati così una spaventosa plutocrazia: l’economia era dominata da alcuni privati, titolari degli enormi monopoli formatisi negli anni a cavallo del secolo in tutti i settori (acciaio, petrolio, alimentazione, farmaceutica, ecc.) tranne che in quello delle Poste, riservato dalla Costituzione al governo federale.
Secondo Charles Austin Beard (1874-1948), il più grande storico americano di tutti i tempi: «Il movimento per la Costituzione degli Stati Uniti fu originato e realizzato principalmente da quattro gruppi di interessi corporati che erano stati danneggiati dagli Articoli della Confederazione: denaro, titoli pubblici, manifatture, commercio ed armatoria navale.
La Costituzione del 1787 – che alle multinazionali diede il via – è un documento antidemocratico prodotto da qualche decina di portatori di grandi interessi corporati e di già multinazionali.

La Guerra di Secessione
si stava già profilando in quel periodo il grande contrasto intestino che avrebbe portato alla Guerra di Secessione: quello fra il grande capitale liquido del Nord-Est puritano e il grande latifondismo negriero del Sud.
L’Emendamento più importante è il X, di grande valenza politica. Il sistema politico americano non si regge sulla Costituzione del 1787, ma sui poteri che quella silenziosamente lascia alle legislature degli Stati.
Ottenuta l’indipendenza, il Mercato dell’Oriente fu dunque subito il grande obiettivo della politica estera americana; occorreva raggiungere la costa del Pacifico.
L’Ovest costituiva un’occasione di per sé: dal punto di vista economico (enormi estensioni a disposizione degli americani) da quello politico (le nuove colonizzazioni sarebbero servite come valvola di sfogo per le masse di disoccupati e diseredati).
All’Ovest, dunque. Il primo passo fu l’apertura dell’Ohio Territory alla, colonizzazione.

La Guerra di Secessione non era stata provocata dal problema dello schiavismo che scandalizzava il Nord puritano: i motivi erano economici, seppur intrecciati con lo schiavismo.
Dal 1840 al 1860 giunsero nel New England 4 milioni di immigrati (Gran Bretagna e Irlanda), nel Sud invece la rivoluzione industriale non arrivò, non ne aveva bisogno, era il regno del latifondismo schiavista.
Il vero problema era che Nord e Sud avevano due economie completamente diverse: il capitalismo del laissez faire al Nord, ed il latifondismo agrario del Sud, per di più basato sulla schiavitù. I due tipi di economia non potevano coesistere!

Un problema non secondario era l’immigrazione, invocata dal Nord ma avversata dal Sud. Comportava costi federali che non gli competevano e il Sud temeva una immigrazione secondaria dal Nord, che avrebbe portato masse di mano d’opera non necessaria con conseguenti probabili contraccolpi sociali interni.
Il problema fra Nord e Sud era davvero lo schiavismo del Sud, alla fin fine, ma non per ragioni morali: bensì per le ragioni economiche che implicava I politici e i capitalisti del Nord non scatenarono la campagna antischiavista allo scopo preciso di provocare una guerra civile, essi semplicemente volevano esercitare una pressione sul Sud per convincerlo ad allinearsi alla loro politica economica federale.
Il Sud credette che il Nord facesse sul serio con lo schiavismo, che non fosse solo una questione di tariffe, e prese l’iniziativa di secedere dall’Unione.
Fu la guerra più sanguinosa in assoluto per gli Stati Uniti, con il suo milione di morti, metà dei quali civili (nella Seconda Guerra Mondiale i morti saranno 407.316, quasi tutti militari).

Dopo le prime vittorie sudiste, caratterizzate dalle loro cavallerie, la dovizia di uomini e mezzi del Nord ebbe alla fine la meglio.
Durante la guerra su iniziativa del Segretario al Tesoro Salmon P. Chase, poi fondatore della Chase Manhattan Bank ed eminente membro della Chiesa Episcopale, si iniziò a stampare sulla moneta la frase In God We Trust.
Il mondo del Sud fu dunque distrutto nel 1865.
L’esito della Guerra Civile del 1861-1865 accentuò la colonizzazione culturale puritana, soprattutto al Sud dove, finita la guerra, si precipitarono orde di commercianti e imprenditori provenienti dal New England.
I Puritani così cambiavano nome:  diventavano gli americani.

Indiani e neri
Ottenuta l’indipendenza, le 13 ex colonie americane avevano subito affrontato il problema indiano. Era chiaro che gli indiani dovevano scomparire.
Il Congresso scelse una tattica strisciante e attendista: non bisognava lasciare capire agli indiani le intenzioni finali; le tribù andavano messe le une contro le altre sfruttando le loro ataviche rivalità; i loro mezzi di sussistenza andavano erosi lentamente ma costantemente; le tribù dovevano essere illuse di poter contrattare la loro sorte con trattati che in realtà non si aveva alcuna intenzione di rispettare.
Gli indiani erano costantemente provocati: i coloni sterminavano la selvaggina, avvelenavano le sorgenti nascondendo sul fondo carogne di animali, assoldavano individui senza scrupoli perché uccidessero gli indiani.
Finita la Guerra Civile il generale Sherman fu nominato capo delle operazioni militari all’Ovest e la sua prima decisione fu di affamare gli indiani delle pianure sterminando i bisonti. Egli invitò «tutti i cacciatori dell’America del Nord e di Gran Bretagna» a cacciare il bisonte. I bisonti furono in effetti sterminati: ancora nel 1850 erano calcolati sugli 80 milioni e ne rimasero 541 nel 1889, ridotti a due soli esemplari dello zoo di Chicago nel 1911.
Così si estinsero gli indiani americani: nel 1630 erano almeno 5 milioni e al censimento generale dell’anno 1900 se ne calcolarono 250 mila.
Nel periodo della tratta degli schiavi, compreso fra il 1600 circa e il 1860, scomparvero dall’Africa fino a 50 milioni di persone
Il periodo di schiavitù dichiarata, durato nel Sud fino al 1865, fu tremendo: lavori forzati, punizioni con la frusta, morìe, selezioni della razza, smembramenti dei gruppi familiari, padroni che in caso di bisogno faceva strappar loro i denti, assai ricercati per le dentiere

Il fondamentalismo americano
Le Chiese protestanti americane si possono raggruppare in una cinquantina di correnti: Avventisti, Battisti, Luterani, Metodisti, Pentecostali, Presbiteriani, Riformati. Altre Chiese protestanti americane, portando così il numero delle congregazioni indipendenti a circa 140.
I membri attivi delle confessioni protestanti sono 80 milioni, dei quali 70 bianchi.
I Mormoni sono 4 milioni; i Testimoni di Geova sono 700 mila; i membri dell’Esercito della Salvezza 430 mila; gli aderenti a Worldwide Church of God alcune migliaia.
Il maggior raggruppamento protestante è rappresentato dai Battisti, 26 milioni di membri in 90 mila chiese; i Metodisti, 13 milioni e 52 mila chiese; i Luterani, 9,5 milioni di e 19 mila chiese; i Pentecostali, 3,5 milioni di membri e 25.500 chiese; i Presbiteriani, 3,4 milioni di membri con 14 mila chiese; i Riformati, 600 mila membri in 5 con 1660 chiese.
Il numero totale delle chiese protestanti è di 275 mila.
Sono detti Fundamentalists gli americani protestanti che credono nell’interpretazione letterale della Bibbia, cioè del Vecchio Testamento. Sono attualmente circa 20 milioni e sono trasversali a tutte le congregazioni.

Il sistema oligarchico
Gli Stati Uniti non sono uno Stato: sono una federazione di Stati. Tutti gli Stati membri sono oligarchie basate sulla ricchezza,
Il nocciolo duro dell’elettorato, quello che dirige le sorti del paese, è il 25-30% che vota alle elezioni locali: esso vota anche a tutte le altre elezioni e ne determina l’esito. É costituito in grande maggioranza dai cosiddetti W.A.S.P.
Esistono sulla carta una ventina di partiti negli Stati Uniti, all’atto pratico ci sono solo due partiti, il Repubblicano e il Democratico.
Il duopolio non si può rompere. Infatti i partiti repubblicano e democratico esprimono l’establishment oligarchico americano in modo necessario e sufficiente.
Questo accade dal 1787.

Il partito repubblicano è il partito del capitale statico, o soddisfatto è votato da persone abbastanza soddisfatte e sicure della propria situazione materiale. Si tratta in genere di piccoli e medi imprenditori di tutti i settori, di artigiani costruttori e riparatori, di professionisti, negozianti, agricoltori e allevatori, dipendenti fidati di vecchie e solide aziende manifatturiere di dimensioni piccole e medie, con mercato locale o al massimo nazionale. Esso raccoglie inoltre la maggioranza dei pensionati.
Il partito democratico è invece il partito del capitale dinamico, insoddisfatto, fluttuante.
Sono favorevoli al partito democratico generalmente i titolari di redditi altissimi e quelli dei più bassi. Da una parte abbiamo le grandi società per azioni americane (multinazionali) e dall’altra la moltitudine degli operai e dei salariati vari, fra i quali certamente la maggioranza dei dipendenti pubblici.
In effetti tutti i conflitti più gravi nei quali gli Stati Uniti si sono impegnati hanno avuto inizio con presidenti democratici. Il Lincoln della Guerra Civile, il Wilson della Prima Guerra Mondiale, il Roosevelt della Seconda, il Truman della Guerra di Corea e i Kennedy e Johnson della Guerra del Vietnam erano democratici.

Il politica estera
Gli Stati Uniti sono sempre stati il paese più “interventista” dello scenario internazionale.

Prima Guerra Mondiale
All’epoca era presidente Woodrow Wilson, un Presbiteriano, l’“uomo di Wall Street” e cioè del grande capitale. a Wilson faceva comodo pronunciarsi a favore della neutralità; così fece e fu rieletto nel 1916 con lo slogan “He kept us out of war” (“ci ha tenuto fuori dalla guerra”). Le cose cambiarono nel 1917 in conseguenza dell’improvvisa debolezza mostrata dalla Russia, che stava entrando nelle doglie della rivoluzione.
Gli americani amano dire che entrarono in guerra perché un sommergibile tedesco aveva affondato il piroscafo inglese Lusitania, provocando la morte di 1.198 persone. C’era una guerra e ogni nazione affondava le navi dirette verso l’avversario. Prima della partenza del Lusitania il consolato tedesco a New York aveva fatto pubblicare annunci sui giornali avvisando del rischio. Nelle stive della nave veniva trasportato materiale bellico per la Gran Bretagna: infatti il Lusitania era in realtà una nave da guerra ausiliaria della Royal Navy.
C’è invece la quasi certezza che il governo americano fosse alla ricerca di episodi del genere per giustificare un’ipotetica necessità dell’entrata in guerra nei confronti di una opinione pubblica molto intimorita dall’idea di una guerra in Europa contro gli europei. Il motivo della partecipazione americana alla Prima Guerra Mondiale fu soltanto la preoccupazione che venisse pregiudicata la Balance of Power in Europa continentale, con la conseguente fine del sogno americano per il Mercato dell’Oriente.

Seconda Guerra Mondiale
Per gli americani le cose cominciarono a mettersi male a partire dalla fine degli anni Venti. Il Giappone si era industrializzato con una velocità e un successo sorprendenti e già dalla fine dell’Ottocento aveva cominciato a reclamare per sé lo status di potenza dominante nella regione sia dal punto di vista militare sia, naturalmente, commerciale. Nel 1931 il Giappone occupò la Manciuria, regione chiave della e nel 1937 iniziò l’invasione del resto della Cina. Questa era una minaccia mortale alle secolari mire americane sul Mercato dell’Oriente.
Contemporaneamente all’attacco giapponese alla Cina, in Europa cominciava a ripresentarsi con la Germania di Hitler il solito pericolo: la formazione di un Super-Blocco europeo continentale fortissimo dal punto di vista sia commerciale sia militare. In un primo momento, visto il profondo anticomunismo dei nazionalsocialisti, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia cercarono di dirigere la Germania solo verso la Russia, uno scontro che secondo loro si sarebbe risolto con un nulla di fatto. Era questo, come tutti sanno, il senso degli Accordi di Monaco del 1938. Ma il piano non riuscì e poco dopo in Europa scoppiò la guerra.
Che fare? Intervenire subito su tutti e due i fronti, contro Germania e Italia da una parte e contro il Giappone dall’altra. Franklin Delano Roosevelt lo capì subito, e si adoperò per far entrare il paese in guerra. Non era così facile perché il presidente americano aveva due ostacoli, l’opinione pubblica e una parte del Congresso.

Il senatore Harry Truman: «Se vediamo che la Germania sta vincendo la guerra, allora dovremmo aiutare la Russia; e se la Russia sta vincendo, dovremmo aiutare la Germania, e così fare in modo che si ammazzino fra loro il più possibile»82.
Poco dopo Roosevelt scelse Truman come vicepresidente!

Gli Stati Uniti dovevano intervenire in Europa come in Asia, sperare che vincesse la parte cui si erano legati e cercare di controllare le condizioni di pace affinché in Europa permanesse la situazione precedente, e in Asia il Mercato dell’Oriente venisse lasciato loro. L’unica soluzione era l’entrata in guerra al fianco di Gran Bretagna e Francia, e purtroppo anche della Russia.
Così, mentre si dichiarava neutrale, Roosevelt si adoperava per provocare i belligeranti della parte scelta come avversa. L’11 marzo del 1941, diciotto mesi dopo l’inizio della guerra in Europa, riuscì a far approvare il Lend-Lease Act, che destinava agli avversari di Germania e Italia aiuti per 7 miliardi di dollari (per il Piano Marshall di dieci anni dopo saranno stanziati 12 miliardi di dollari, neanche il doppio e in moneta già inflazionata dalla guerra).

Nel 1940 gli Stati Uniti avevano vietato l’esportazione in Giappone di kerosene per aviazione, petrolio e rottami di ferro; fu questo ad indurre il Giappone alla firma del trattato di mutua difesa con Germania e Italia. Nel 1941, inoltre, in seguito all’occupazione giapponese dell’Indocina, gli Stati Uniti congelarono i beni giapponesi nel loro territorio e bloccarono tutto l’interscambio commerciale. I giapponesi non volevano una guerra con gli Stati Uniti perché abbisognavano delle loro merci, così il 20 novembre 1941 si dichiararono disposti a lasciare l’Indocina e altre posizioni nel Pacifico, e ad abrogare il trattato con Germania e Italia.
L’attacco di Pearl Harbor non fu affatto una sorpresa per Roosevelt. Alle ore 8 di quella domenica l’ufficio OP/20/G di Washington era già a conoscenza dell’attacco programmato a Pearl Harbor per le ore 13.
Inutilmente: il generale Marshall autorizzò l’invio di un messaggio di avvertimento alla base di Pearl Harbor solo alle ore 13 esatte, quando cominciavano a cadere le prime bombe. Furono affondate almeno una ventina di navi (fra cui otto corazzate) e morirono 2.300 uomini, mentre altri settecento circa rimasero feriti.
Gli Stati Uniti entravano finalmente in guerra.

Gli Stati Uniti sono un paese che, in poco più di duecento anni di storia ufficiale, ha compiuto un uguale numero di guerre e interventi armati all’estero, un fenomeno mai documentato prima nella Storia.
Ha provocato centinaia di milioni di morti

Gli indiani furono sterminati (circa cinque milioni); i neri furono non solo schiavizzati, ma trattati come animali. In conseguenza dello schiavismo americano furono sterminati in Africa circa 40 milioni di individui.
Con i bombardamenti di civili durante la Seconda Guerra Mondiale uccisero tre milioni di persone, in Europa e Giappone. Provocarono poi la morte di un milione di prigionieri di guerra tedeschi, su un totale di tre milioni. Sempre con i bombardamenti sterminarono quattro milioni di persone in Corea e probabilmente sei milioni di persone in Vietnam, Laos e Cambogia.
Il totale di queste vittime, come si è detto in precedenza, è da valutare intorno ai 30 milioni.

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 Ebrei e fondazione dell’economia coloniale americana
Tratto da “Gli ebrei e la vita economica” di Werner Sombart*, vol. I, 1911

Gli ebrei hanno preso parte molto attiva alla fondazione di tutte le colonie.
Questo è normalissimo, dato che il Nuovo Mondo offriva loro maggiori prospettive di felicità che non la vecchia e tetra Europa.
Si trovano impegnati in tutti i tipi di operazioni nei possedimenti olandesi dell’Oriente. Una parte considerevole del capitale azionario della Compagnia Olandese delle Indie Orientali era in mano agli ebrei e li ritroviamo anche fra i direttori della Compagnia delle Indie Orientali.
Da un capo all’altro l’America si rivela un paese ebraico.

Risultano coinvolti in maniera straordinaria intima nella scoperta dell’America: si direbbe che il Nuovo Mondo sia stato scoperto unicamente in loro onore, con la loro assistenza, che i Colombo siano stati semplicemente gli incaricati d’affari di Israele.
Il denaro ebraico rese possibile le prime due spedizioni di Colombo. Il primo grazie alle sovvenzioni fornite dal consigliere reale Luois de Santangel, il vero protettore della spedizione di Colombo.
Molti ebrei sono imbarcati sulla nave di Colombo e il primo europeo i cui piedi toccano il suolo americano è un ebreo: Luis de Torres.
Ma lo stesso Colombo (il cui vero nome sarebbe Cristobal Colon) è stato di recente rivendicato dagli ebrei come uno di loro

Non appena le porte del Nuovo Mondo si dischiusero agli europei, gli ebrei vi si precipitarono in massa. Non a caso, la scoperta dell’America ebbe luogo lo stesso anno in cui gli ebrei vennero espulsi dalla Spagna!
I primi mercanti sono ebrei e i primi stabilimenti industriali nelle colonie americane sono stati fondati da loro.
Nella prima metà del XVII secolo tutte le grandi piantagioni di zucchero sono nella mani di ebrei e difficilmente possiamo avere idea dell’enorme importanza che allora assumeva l’industria e il commercio dello zucchero.

Il presidente Roosevelt parlando dei servigi resi dagli ebrei agli Stati Uniti: “Gli ebrei hanno concorso ad edificare il paese” e l’ex presidente Grover Cleveland affermava: “Tra le nazionalità di cui si compone il popolo americano poche ve ne sono – ammesso che ve ne siano – che abbiamo esercitato maggiore influenza, diretta o indiretta, sulla formazione dell’americanismo moderno[1]

Gli ebrei assistono allo svegliarsi dello spirito capitalistico sulle rive dell’Oceano Atlantico, nelle foreste e nelle steppe del Nuovo Continente. Il 1655 viene considerato l’anno del loro arrivo: una nave carica di ebrei provenienti dal Brasile giunge nella baia di Hudson e chiedono di essere ammessi alla Compagnia Olandese delle Indie Occidentali.
Durante il XVII e XVII secolo il “commercio ebraico era la fonte che permetteva all’economia nazionale delle colonie americane di vivere. Dato che l’Inghilterra obbligava le sue colonie ad acquistare nella madrepatria i prodotti manufatti , la bilancia commerciale delle colonie si chiudeva sempre in negativo. Se non avessero ricevuto dall’estero un afflusso continuo di metallo prezioso, vi sarebbe stato il deperimento dell’economia. Era appunto il commercio ebraico a far affluire dall’America Centra e del Sud alle colonie inglesi del Nord.

Durante l’intera fase di formazione degli Stati Uniti l’immigrazione degli ebrei è stata intensa e ininterrotta.
L’influenza dell’alta finanza giudaico-olandese supera i confini del paese, poiché durante il XVII e il XVIII secolo l’Olanda rimane il serbatoio che alimenta le casse di tutti i sovrani europei a corto di denaro.

* Werner Sombart (1863-1941) economista e sociologo tedesco, docente all’Università di Berlino che all’epoca era una delle più prestigiose del mondo


[1]The 250 anniversary of the Settlement of the Jew in the USA”, 1905, p.18

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L’AMERICA COLONIALE: ALCUNI ASPETTI ECONOMICI

Alberto Buela 25 marzo, 2013 

L’AMERICA COLONIALE: ALCUNI ASPETTI ECONOMICI

In un’intervista da me rilasciata all’illustre politologo Anaud Imatz per una rivista parigina di storia, alcune mie risposte mi sono sembrate incomplete per quanto riguarda l’aspetto economico dei tre secoli di dominazione spagnola in America. Per tal motivo ho deciso di redigere il seguente testo.

È noto che Cristoforo Colombo approdò sulle spiagge di Santo Domingo nel 1492 e che per 20 anni lo sfruttamento dell’America e degli americani è stata dura e crudele. È famoso il sermone del 21 dicembre 1511 di frate Antonio de Montesinos nel quale lo stesso accusa le autorità spagnole (“tutti siete nel peccato mortale e in esso vivete e morite a causa della crudeltà e della tirannia che avete usato nei confronti di queste innocenti persone”) e richiama l’attenzione del re e del governo spagnolo sulla situazione di sfruttamento degli indios americani, contraria agli espressi ordini di Isabella la Cattolica e inerenti la protezione della popolazione nativa.

Nei successivi 40 anni, fino alle assemblee di Valladolid nel 1550/51, la Spagna ha fatto lo sforzo più grande mai realizzato un popolo nella storia dell’umanità: scopre, conquista, colonizza e organizza politicamente ed economicamente un territorio di 20 milioni di chilometri quadrati.

Teniamo presenta la data delle assemblee di Valladolid in modo emblematico, perchè rappresentano il culmine di un processo di discussione sui giusti diritti che ha la Spagna sull’America e la condizione degli indios. In verità vennero analizzati i progetti o i modelli da applicare in America. Così Ginés de Sepúlveda sostenne che l’indio non è intrinsecamente negativo ma è la sua cultura a deviarlo. La conquista ottiene un fondamento morale. In contrapposizione Las Casas sostenne che le tradizioni indigene non sono più crudeli di quelle presenti nella Spagna del passato.

Si palesa anche il progetto di Pedro de Gante e delle sue scuole e quello di Vasco de Quiroga e delle sue città ospitali, che considerano l’America e i suoi indios come una sorta di paradiso terrestre. Infine abbiamo il progetto per l’America di Francisco de Vitoria e della sua scuola di Salamanca con teologi del calibro di Domingo Soto e Melchor Cano che cercano un’organizzazione giuridica dell’America e inaugurano il diritto internazionale pubblico.

Quest’ultima è la posizione adottata da Carlo V, che tra l’altro fu l’unico imperatore nel mondo che fece emergere seriamente e con determinazione il tema della giustezza dei suoi titoli di modo che, stando a Barcellona, era sul punto di rinunciare all’America.

Secondo il professore colombiano Luis Corsi Otálora, esperto in storia economica, l’America fu per la Spagna una “sangria economica”. Ma al di là degli investimenti puntualmente calcolati e stabiliti dal professor Otálora, vedremo come i fatti storici non la descrivono in questi termini[1].

La Spagna utilizzò in America il sistema del monopolio commerciale, con il quale si presentò come esclusiva titolare del commercio con l’America, ma non rappresentò mai la dipendenza commerciale dell’America verso la Spagna traducendosi nel gran paradosso economico americano.

Perchè l’America fu, da poco meno che dal principio della conquista e colonizzazione, autarchica. Si limitò a se stessa nella produzione alimentare e industriale.

Durante il regno di Filippo II si ridusse al minimo il potere marittimo spagnolo con il disastro dell’Armata Invincibile nel 1588. Si produce un secondo paradosso. La Spagna, la potenza mondiale dell’epoca, rimase senza marina per difendere le sue colonie e allo stesso tempo si evidenzia l’inizio del potere degli inglesi come “ i conquistatori dei mari”.

Questa perdita di potere marittimo spagnolo generò la crazione del regime dei “galeoni”, grandi navi che molto segretamente partivano, generalmente, da un porto unico (Santo Domingo nell’Atlantico o Manila nel Pacifico) ad un’altro (generalmente, Cádiz).[2]

Fu la struttura che incontrarono le autorità spagnole per difendere il traffico commerciale tra le colonie e le metropoli dalle azioni dei pirati inglesi, olandesi e danesi che infestavano i mari.

Tale riduzione del commercio ispanoamericano a una sola flotta annuale di galeoni ridusse involontariamente la dipendenza dell’economia americana dalla Spagna.

Alla difficoltà del trasporto si unì un’altra causa che fu la massiccia importazione di oro americano che produsse nel mercato spagnolo un incremento smisurato il valore della merce, ma così come l’oro era in poche mani, la fame e la poverertà si generalizzavano nella stessa Spagna.

Tuttavia, gli economisti spagnoli dell’epoca pensarono che l’innalzamento del prezzo delle merci fosse dovuto all’aumento dei prodotti spagnoli per l’America, con la quale limitarono l’esportazione all’indispensabile. Inizia l’America ad essere autosufficiente per soddisfare le necessità del mercato interno grazie alla moltiplicazione delle industrie.

Come ha affermato lo studioso Alfonso López Michelsen, che diventò presidente della Colombia: “La pace, la cultura e il progresso del nostro continente durante i secoli XVI, XVII e XVIII furono il frutto dell’intervento di Stati anti-individualisti in tutte le accezioni del termine[3]

L’imperialismo inglese e l’indipendenza americana.

Dalla metà del XVIII secolo i prodotti americani entrarono in competizione con i prodotti inglesi, ma con la Rivoluzione Industriale (l’impiego della macchina a vapore nella produzione delle merci e nel settore tessile su tutti) fece accrescere la produzione e a costi inferiori, di modo che l’unica necessità era sviluppare un mercato di consumo.

Nel 1783 l’Inghilterra riconosce come Stato indipendente gli Stati Uniti, che fissano tariffe doganali protezioniste per le loro industrie, cosicché, rispetto all’America, all’Inghilterra non resta che l’America Latina come potenziale mercato di consumo in cui collocare i suoi prodotti.

Dall’inizio del XVII secolo iniziò la penetrazione o lo smembramento dell’impero spagnolo in america da un punto di vista esclusivamente militare, ma tali azioni, in generale, furono rifiutate. La disfatta più ampia si ottenne con l’invasione da parte di Cartagena delle Indie (Colombia) nel 1741, quando l’ammiraglio Vernon, con una formidabile armata di 186 imbarcazioni (60 in più dell’Armata Invincibile), 2000 cannoni e 24600 combattenti, fu sconfitto da Blas de Lezo con 6 imbarcazioni e 3600 uomini e il forte di San Felipe. Gli inglesi persero 10000 uomini e 1500 cannoni. Ci furono 7500 feriti. Una ventina di imbarcazioni rimasero inutilizzate e molte furono incendiate a causa della mancanza di personale.

Nel 1805 si ebbe la sconfitta navale franco-spagnola di Trafalgar, che consegnò i mari nelle mani degli inglesi. Nel 1806 e nel 1807 si tentò la conquista militare di Buenos Aires, ma ancora una volta furono sconfitti. Nel 1807 diventò ministro britannico  della guerra Robert Stewart, che affermò: “ci si deve avvicinare come commercianti e non come nemici”.

A causa della guerra di Indipendenza della Spagna contro i francesi, venne firmato nel 1809 il trattato Apodaca-Canning, che fece ottenere alla Spagna l’appoggio militare inglese in cambio di agevolazioni concesse agli inglesi per il loro commercio in America.

Nel giugno del 1809 fu completato il porto di Buenos Aires delle navi inglesi completo di mercati e il vicerè Cisneros e Mariano Moreno (mentore dell’indipendenza argentina) in rappresentanza dei proprietari terrieri, aprirono il porto americano al libero commercio con l’Inghilterra.

Le conseguenze furono la distruzione dell’artigianato e dell’industria locale, il progressivo impoverimento della popolazione, la dichiarazione di un’indipendenza fittizia e l’interminabile guerra civile. In definitiva, il passaggio dal feudalesimo ispanoamericano all’imperialismo inglese.

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Le 13 colonie americane

Le 13 (tredici) colonie sono le colonie britanniche del Nord America, fondate dal 1607 (Virginia) al 1732 (Georgia). Anche se la Gran Bretagna ha avuto altre colonie in America e nelle Antille, le 13 colonie fanno riferimento, a quelle che si ribellarono contro il dominio inglese nel 1775 e proclamarono la propria indipendenza il 4 luglio del 1776.

Virginia
La Virginia fu il primo insediamento permanente inglese in quelli che oggi chiamiamo Stati Uniti. I coloni si stabilirono a Jamestown il 13 maggio del 1607; il nome di questa colonia è stato dato in onore alla regina Elisabetta I, la “Regina Vergine” d’Inghilterra. Il successo di questa colonia è dovuto molto al patrocinio della London Company, una società anonima ingaggiata da re James nel 1606. Nel 1624 il re, revocò la carta della Virginia e la convertì in colonia reale, status che ha mantenuto sino al 1776. La Virginia ebbe un ruolo importante nella rivoluzione americana, e fu il 10° (decimo) stato dell’ Unione (25 giugno 1788).

Massachusetts
La persecuzione religiosa in atto in Inghilterra, portò un gruppo di puritani che volevano separarsi dalla chiesa Anglicana, nel Nuovo Mondo. Questo gruppo di pellegrini arrivarono a bordo della famosa nave Mayflower e sbarcarono a Cape Cod nel 1620, stabilendosi in una zona inabitata che chiamarono Plymouth. Nel 1629 un gruppo puritano non separatista, si stabilì più a nord, fondando la colonia nella baia del Massachusetts; questo gruppo era guidato dal Patriarca John Winthrop. Assieme ad altri dirigenti, le intenzioni di Winthrop erano quelle di fare della colonia del Massachusetts, una società cristiana ideale. Il Massachusetts divento il 6° stato dell’Unione, aderendovi il 6 febbraio del 1788.

New Hampshire
Il primo insediamento inglese del New Hampshire fu lungo il fiume Piscataqua nel 1623. Durante questo periodo il New Hampshire era considerato come una provincia del Massachusetts. Successivamente, rivendicò un’identità separata da quella di colonia reale, quando nel 1679 il governo britannico dichiarò che faceva parte della baia del Massachusetts. Nonostante ciò, durante tutto il periodo coloniale il Massachusetts eclissò il New Hampshire; i confini tra le due colonie furono registrati solo nel 1740. Il New Hampshire fu l’unica colonia che non ospitò quasi nessuna attività miliare durante la rivoluzione americana, e fu la prima a dichiarare la sua indipendenza. Il New Hampshire fu il 9° (nono) stato dell’Unione, aderendovi il 21 giugno del 1788.

Maryland
A differenza di molte altre colonie, nel Maryland, fu creato un sistema quasi feudale in cui la terra era considerata di proprietà dei signori inglesi che governavano. Il territorio fu concesso come proprietà a George Calvert, da parte del re d’Inghilterra Carlo I. Il signor Calvert, più tardi, cedette la terra a suo figlio, Cecilius, meglio conosciuto come Lord Baltimore. Chiamo questa terra Maryland (la terra di Maria), come tributo alla regina moglie di Carlo I, Enrichetta Maria di Francia. La colonia del Maryland è stata totalmente sotto il controllo di Baltimore. Questa colonia fu un po’ reticente a partecipare alla rivoluzione americana, ciò nonostante fu il 7° (settimo) stato a ratificare la Costituzione federale il 28 aprile del 1788.

Connecticut
Primi abitanti dell’attuale Connecticut, i coloni olandesi furono sfrattati a causa della grande migrazione dei puritani inglesi nella colonia. I puritani si stabilirono negli insediamenti di Windsor (1633), Wethersfield (1634) e Hartford (1636). Nel 1639 queste comunità si unirono per formare il Connecticut, all’interno di un quadro legale relativamente democratico, nel quale il reverendo Thomas Hooker, ebbe grande influenza.
Dopo vari anni di dure dispute di frontiera, il Connecticut ottenne il riconoscimento giuridico come colonia inglese nel 1662. Partecipò attivamente alla rivoluzione americana e divenne il 5° (quinto) stato dell’Unione il 9 gennaio del 1788.

Rhode Island
Nel 1636 il pastore inglese Roger Williams, stabilì una colonia a Providence, cercando la libertà religiosa di un gruppo di ribelli della colonia del Massachusetts. Altri lo seguirono, formando Portsmouth (1638), Newport (1639) e Warwick (1642). Nel 1644 Williams si recò in Inghilterra, dove ottenne una concessione legale per unire i quattro municipi, in una sola colonia, la Piantagione di Providence. Williams si assicurò un documento legale per il Rhode Island e la Piantagione di Providence da re Carlo II nel 1663, che garantiva libertà religiosa e sostanziale autonomia locale. Stephen Hopkins firmò la Dichiarazione di Indipendenza come delegato del Rhode Island e divenne il 10° (decimo) stato nel 29 maggio del 1790.

Delaware
La colonia del Delaware apparteneva a tre differenti paesi durante il secolo XVII. Insediamenti permanenti furono realizzati dagli svedesi nel 1638 (a Wilmington, sotto la direzione dell’olandese Peter Minuit) e dagli olandesi nel 1651. Gli olandesi conquistarono gli svedesi e a loro volta gli inglesi conquistarono i coloni olandesi nel 1664. Il fratello del re inglese James, duca di York (che più tardi diventerà James II, re d’Inghilterra), cedette la colonia all’inglese William Penn, che tenne il Delaware strettamente vincolato alla sua famiglia e alla sua amata Pennsylvania sino al 1776.
John Dickinson, come delegato del Delaware, firmò sia gli articoli della Confederazione, sia la Costituzione. Dal 7 dicembre 1787, il Delaware divenne il 1° (primo) stato a ratificare la Costituzione federale.

North Carolina
L’esploratore italiano Giovanni da Verrazano, scoprì la costa della Carolina del Nord nel 1524. Il cortigiano inglese Sir Walter Raleigh patrocinò la famosa “colonia persa” a Roanoke, mentre nel 1629, re Carlo I iniziò ad istituire la colonia che dedicò a se stesso “Carolana”, che significa la terra di Carlo, ed era per così dire una proprietà privata.
La Colonia della Carolina del Sud, si separò dalla Carolina del Nord nel 1719. Dieci anni dopo, i titolari rinunciarono ai propri diritti sulla terra in cambio di denaro, così la Carolina del Nord si convertì in colonia reale. I leader della Carolina del Nord esitarono non poco prima di aderire all’Unione, e aspettarono sino al 21 novembre 1789 per ratificare la Costituzione degli Stati Uniti. Essa divenne il 12° (dodicesimo) stato.

South Carolina
Gli inglesi si stabilirono permanentemente nella Carolina del Sud, nell’anno 1670, sotto la supervisione degli otto proprietari. I coloni si stabilirono ad Albemarle lungo il fiume Ashley, e nel 1680 si spostarono dall’altra sponda del fiume, nell’attuale Charleston. La concessione originale della Carolina del Sud era molto più estesa, ma una volta stabiliti i confini con la Carolina del Nord e la Georgia, il territorio è stato notevolmente ridotto. I coloni rovesciarono i proprietari nel 1719 e la Carolina del Sud, divenne una colonia reale dieci anni dopo. Questa colonia fu parte attiva nella rivoluzione americana, e divenne l’8° (ottavo) stato il 23 maggio del 1788.

New Jersey
L’Inghilterra assunse il controllo del New Jersey, dopo che re Carlo II concesse una regione dal fiume Connecticut sino al fiume Delaware a suo fratello James, duca di York. James cedette parti di territorio a suoi amici, il barone John Berkeley e Sir George Carteret, facendo del New Jersey una proprietà privata il 23 giugno del 1664. Successivamente per un breve periodo, il Jersey si divise in una parte orientale e in una occidentale, per poi riunirsi nel 1702 per volontà della regina Anna. Fu nominato dal re un governatore nel 1738. Il New Jersey giocò un ruolo fondamentale nella Guerra Rivoluzionaria e divenne il terzo stato il 18 dicembre del 1787.

New York
Originalmente New York fu fondata da una colonia olandese nel 1624, che si chiamava New Amsterdam. Presto fu conquistata dai britannici nel 1664 e il re Carlo II d’Inghilterra cedette le terre a suo fratello James duca di York, che cambiò il nome della colonia in New York. La presenza di colonie olandesi e inglesi, portò a una serie di conflitti che durarono sino all’inizio del secolo XVIII. Al momento della guerra d’Indipendenza (o rivoluzione americana) queste lotte finirono e la loro aggressività si canalizzò nel nuovo conflitto insieme ai patrioti (che romperono con i britannici), contro i lealisti. Durante buona parte del conflitto, New York fu il rifugio dei lealisti. New York divenne l’11° (undicesimo) stato il 26 luglio del 1788.

Pennsylvania
La colonia di Pennsylvania, fu concessa da re Carlo II nel 1681, come proprietà di William Penn, per cancellare i debiti contrati dal re col sig. Penn.
Al sig. Penn, un quacchero che sosteneva il pacifismo, la tolleranza e l’egualità, furono date ampie facoltà per legiferare e per governare la colonia.
Penn, comunque, rinunciò al suo potere legislativo e stabilì una forma di governo rappresentativo. Molti immigrati si trasferirono in Pennsylvania grazie alla sua tolleranza. Nello Stato della Pennsylvania il cittadino patriota più famoso fu lo statista e filosofo Benjamin Franklin. La dichiarazione d’Indipendenza che firmò Franklin, fu emanata a Philadelphia. La Pennsylvania fu il 2° (secondo) stato ad aderire all’Unione, il 12 dicembre del 1787.

Georgia
La colonia della Georgia fu fondata nel 1732 da James Oglethorpe, un soldato, politico e filantropo a cui era stato concesso il territorio. Il nome dato, era in onore di re Giorgio II. La Georgia fu l’ultima delle 13 (tredici) colonie britanniche negli Stati Uniti. Nonostante questo i georgiani, furono tra i primi a firmare la Dichiarazione d’Indipendenza. Dopo la Rivoluzione Americana, la Georgia fu il 4° (quarto) stato e il primo del sud a ratificare la Costituzione federale il 2 gennaio del 1788.

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I Puritani in Inghilterra e in America PDF Stampa E-mail
Venerdì 21 Agosto 2009 08:43
Il termine puritani, che apparve per la prina volta intorno al 1564, nel periodo della riforma anglicana servì ad inicare coloro che si opponevano alla soluzione di compromesso tra cattolicesimo e protestantesimo auspicata dalla regina Elisabetta.
I puritani rimproveravano alla Chiesa anglicana di aver mantenuto alcune pratiche del culto cattolico (i riti religiosi, il suono dell’organo, i canti, i parametri sacerdotali, il segno della croce) e di aver accettato come capo il re d’Inghilterra.

Aspirando ad un culto spirituale e ad una Chiesa “pura” e “santa” conforme alla Bibbia, abbracciarono le idee di Calvino, senz’altro più rigide e conformi ai princìpi del protestantesimo. I puritani erano convinti di dover instaurare nel mondo il “governo di Cristo per volontà di Dio, di dover fondare la nuova Gerusalemme, realizzare, secondo un piano divino, la salvezza dell’Inghilterra e portare a soluzione con il trionfo di Cristo, la lotta con l’Anticristo. Questa missione era stata loro affidata da Dio che riproponeva in Inghilterra la stessa alleanza tra Dio e Israele. La forza dirompente delle loro idee rafforzò lo stesso movimento, che dal campo religioso passò in quello politico. Carlo I si era reso subito conto che dalle predicazioni dei puritani scaturiva una pericolosa insidia: il distacco della Chiesa dalla Corona. Ecco perché Cromwell vide nelle vittorie riportate dall’esercito dei Puritani un segno dell’intervento divino e l’inizio di un’era nuova in cui meglio si dispiegasse l’opera salvatrice di Dio.

Per la loro opposizione allo Stato e alla Chiesa, i puritani vennero perseguitati dalla regina Elisabetta e dai successori della casa Stuart, Giacomo I e Carlo I. Molti riuscirono a sfuggire alla repressione lasciando l’Inghilterra; infatti, nel 1620 un gruppo di puritani, i “padri pellegrini”, salpò a bordo della nave Myflower dal porto di Plymouth verso l’America del Nord. Nel giro di poco tempo più di 20 mila esuli si stabilirono nella nuova Inghilterra, fondandovi diverse colonie in cui realizzarono la separazione fra Stato e Chiesa ed affermarono la libertà di coscienza contro ogni coercizione civile o ecclesiastica.

Dopo la restaurazione il movimento andò esaurendosi non tanto per le persecuzioni, ma perché la borghesia ne realizzò gli obiettivi politici, mentre la Chiesa anglicana recepì alcune istanze puritane che nel periodo dell’arcivescovo Laud non aveva accettato. Con il passare del tempo l’eredità di questo vasto movimento rimase forte nella coscienza inglese più come nota politica che religiosa, divenendo così una delle matrici del liberismo inglese.

Infatti gli storici si chiedono ancor oggi se esiste un rapporto di continuità tra la rivoluzione puritana del 1640-48 e la rivoluzione industriale sviluppatasi in Inghilterra nel XVIII secolo. H.R. Trevor Roper sottolinea che fu la rivoluzione puritana inglese a opporsi per prima allo «stato rinascimentale» così come esso era stato teorizzato da Machiavelli a Hobbes e realizzato tra il Cinque e il Seicento in Europa: uno Stato non soltanto accentrato, autoritario e sostanzialmente aggressivo, ma anche «parassitario», nel senso che sfruttava le risorse della nazione indirizzandole verso la rendita anziché investirle nell’attività produttiva.

Lo «stato borghese» nascerebbe, secondo questa tesi, nel momento in cui le energie migliori della nazione furono incanalate verso la produzione, vista come compenso spirituale piuttosto che soddisfazione materiale.

Tuttavia un altro storico, E. Barker, pur ponendo l’accento sulla laicità dello «stato puritano», non esita a parlare di una sua “limitatezza” derivante dall’intangibilità dei princìpi fondamentali che nessun parlamento può variare e, nel caso che questo oltrepassi i propri limiti, il cittadino «puritano» ha diritto di resistenza alle leggi dello Stato. In altri termini viene capovolta la situazione rispetto allo Stato assoluto: qui la coscienza individuale viene oppressa dall’esterno, nello «stato puritano» invece è l’intimità della coscienza che condiziona in una certa direzione le strutture esterne dello Stato.

Questo bagaglio culturale dei padri pellegrini sbarcati in America si trasferì ben presto nella sfera politica e permise loro di «accordarsi e organizzarsi in un corpo civile e politico — come suona un loro giuramento — e conseguentemente formulare, costituire e promulgare, di quando in quando, quegli ordinamenti, quegli atti e quelle costituzioni ed uffici, giusti e uguali, che sarebbero parsi più opportuni e convenienti per il bene generale».

Il seme della democrazia era stato così gettato e in America fruttificò nel 1776 con la «Dichiarazione di indipendenza» e la creazione del primo Stato democratico della storia moderna

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I Puritani in Inghilterra e in America

venerdì 21 agoto 2009

Il termine puritani, che apparve per la prina volta intorno al 1564, nel periodo della riforma anglicana servì ad inicare coloro che si opponevano alla soluzione di compromesso tra cattolicesimo e protestantesimo auspicata dalla regina Elisabetta.
I puritani rimproveravano alla Chiesa anglicana di aver mantenuto alcune pratiche del culto cattolico (i riti religiosi, il suono dell’organo, i canti, i parametri sacerdotali, il segno della croce) e di aver accettato come capo il re d’Inghilterra.

Aspirando ad un culto spirituale e ad una Chiesa “pura” e “santa” conforme alla Bibbia, abbracciarono le idee di Calvino, senz’altro più rigide e conformi ai princìpi del protestantesimo. I puritani erano convinti di dover instaurare nel mondo il “governo di Cristo per volontà di Dio, di dover fondare la nuova Gerusalemme, realizzare, secondo un piano divino, la salvezza dell’Inghilterra e portare a soluzione con il trionfo di Cristo, la lotta con l’Anticristo. Questa missione era stata loro affidata da Dio che riproponeva in Inghilterra la stessa alleanza tra Dio e Israele. La forza dirompente delle loro idee rafforzò lo stesso movimento, che dal campo religioso passò in quello politico. Carlo I si era reso subito conto che dalle predicazioni dei puritani scaturiva una pericolosa insidia: il distacco della Chiesa dalla Corona. Ecco perché Cromwell vide nelle vittorie riportate dall’esercito dei Puritani un segno dell’intervento divino e l’inizio di un’era nuova in cui meglio si dispiegasse l’opera salvatrice di Dio.

Per la loro opposizione allo Stato e alla Chiesa, i puritani vennero perseguitati dalla regina Elisabetta e dai successori della casa Stuart, Giacomo I e Carlo I. Molti riuscirono a sfuggire alla repressione lasciando l’Inghilterra; infatti, nel 1620 un gruppo di puritani, i “padri pellegrini”, salpò a bordo della nave Myflower dal porto di Plymouth verso l’America del Nord. Nel giro di poco tempo più di 20 mila esuli si stabilirono nella nuova Inghilterra, fondandovi diverse colonie in cui realizzarono la separazione fra Stato e Chiesa ed affermarono la libertà di coscienza contro ogni coercizione civile o ecclesiastica.

Dopo la restaurazione il movimento andò esaurendosi non tanto per le persecuzioni, ma perché la borghesia ne realizzò gli obiettivi politici, mentre la Chiesa anglicana recepì alcune istanze puritane che nel periodo dell’arcivescovo Laud non aveva accettato. Con il passare del tempo l’eredità di questo vasto movimento rimase forte nella coscienza inglese più come nota politica che religiosa, divenendo così una delle matrici del liberismo inglese.

Infatti gli storici si chiedono ancor oggi se esiste un rapporto di continuità tra la rivoluzione puritana del 1640-48 e la rivoluzione industriale sviluppatasi in Inghilterra nel XVIII secolo. H.R. Trevor Roper sottolinea che fu la rivoluzione puritana inglese a opporsi per prima allo «stato rinascimentale» così come esso era stato teorizzato da Machiavelli a Hobbes e realizzato tra il Cinque e il Seicento in Europa: uno Stato non soltanto accentrato, autoritario e sostanzialmente aggressivo, ma anche «parassitario», nel senso che sfruttava le risorse della nazione indirizzandole verso la rendita anziché investirle nell’attività produttiva.

Lo «stato borghese» nascerebbe, secondo questa tesi, nel momento in cui le energie migliori della nazione furono incanalate verso la produzione, vista come compenso spirituale piuttosto che soddisfazione materiale.

Tuttavia un altro storico, E. Barker, pur ponendo l’accento sulla laicità dello «stato puritano», non esita a parlare di una sua “limitatezza” derivante dall’intangibilità dei princìpi fondamentali che nessun parlamento può variare e, nel caso che questo oltrepassi i propri limiti, il cittadino «puritano» ha diritto di resistenza alle leggi dello Stato. In altri termini viene capovolta la situazione rispetto allo Stato assoluto: qui la coscienza individuale viene oppressa dall’esterno, nello «stato puritano» invece è l’intimità della coscienza che condiziona in una certa direzione le strutture esterne dello Stato,

Questo bagaglio culturale dei padri pellegrini sbarcati in America si trasferì ben presto nella sfera politica e permise loro di «accordarsi e organizzarsi in un corpo civile e politico — come suona un loro giuramento — e conseguentemente formulare, costituire e promulgare, di quando in quando, quegli ordinamenti, quegli atti e quelle costituzioni ed uffici, giusti e uguali, che sarebbero parsi più opportuni e convenienti per il bene generale».

Il seme della democrazia era stato così gettato e in America fruttificò nel 1776 con la «Dichiarazione di indipendenza» e la creazione del primo Stato democratico della storia moderna

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Antefatti delle esplorazioni e della colonizzazione

Durante il XV e il XVI secolo, l’Europa entrò in una notevole fase di sviluppo, che incoraggiò le esplorazioni e la nascita di nuove colonie. Una ripresa degli studi classici ravvivò l’interesse per la geografia e l’interesse per il mondo. Nel contempo, lo sviluppo nelle tecniche della navigazione rese possibile affrontare le immensità oceaniche.

Le nazioni europee che più si dedicarono alla colonizzazione erano quelle in cui si stavano sviluppando innovazioni nella costruzione delle navi e nelle tecniche di navigazione e che avevano una popolazione in crescita disposta a, e capace di, emigrare e stabilirsi in terre straniere. Gli spagnoli e i portoghesi, nel corso della Reconquista, avevano acquisito un’esperienza plurisecolare di conquista e colonizzazione; essa, insieme alle nuove tecniche di navigazione con navi oceaniche (sviluppate principalmente in Italia) fornì gli strumenti, le capacità e il desiderio di colonizzare il Nuovo Mondo. La Reconquista ebbe termine nel 1492, lo stesso anno in cui iniziò la colonizzazione dell’America. Fu solo più tardi che gli inglesi, i francesi e gli olandesi avviarono la creazione di colonie in America. Essi erano in grado di costruire navi oceaniche, ma, a differenza della Spagna, non avevano un’esperienza così significativa di colonizzazione in terre straniere, anche se la conquista e la colonizzazione inglese di parte dell’Irlanda ebbe un ruolo rilevante nello sviluppo successivo di iniziative in tal senso su scala più vasta.

A partire dal XVI secolo, i sovrani delle nuove monarchie nazionali, nel progressivo consolidamento dei loro regni, raggiunsero il livello di risorse e di potere centralizzato necessario ad avviare tentativi sistematici di colonizzazione. Tuttavia non tutte queste iniziative furono intraprese dai governi centrali. Un ruolo cruciale nell’esplorazione fu svolto da compagnie commerciali privilegiate e da società private. L’esperienza della Spagna durante la Reconquista fece sì che la sua colonizzazione in America fosse caratterizzata da controllo governativo centralizzato, conquista militare e sforzo religioso missionario. Invece i paesi dell’Europa nordoccidentale furono influenzati dallo sviluppo delle prime forme di capitalismo (mercantilismo), che risalivano a organizzazioni come la Lega Anseatica, e questo fece sì che le loro iniziative di colonizzazione in America fossero caratterizzate da investimento mercantile e minor controllo governativo.

Inoltre, via via che l’economia europea rifioriva, divenne chiaro che il primo paese che avesse scoperto una via commerciale diretta verso le “Indie” ne avrebbe tratto immensi vantaggi. Fu in quest’atmosfera che Cristoforo Colombo partì dalla Spagna per il suo famoso viaggio verso ovest. Egli mirava a raggiungere l’Asia, ma le terre a cui giunse, come poi si scoprì, appartenevano a un continente del tutto diverso. La Spagna e il Portogallo rapidamente organizzarono una decisa opera di colonizzazione e conquista, e nel giro di pochi decenni si divisero con profitto l’America meridionale e centrale e i Caraibi.

Nel XVI e nel XVII secolo sorse una nuova generazione di potenze coloniali: Inghilterra, Francia e Olanda. Le regioni che oggi costituiscono gli Stati Uniti orientali apparivano a queste nuove potenze un luogo attraente per stabilirvi colonie. Nonostante la loro relativa vicinanza all’Europa, queste regioni avevano suscitato scarso interesse in Spagna e Portogallo, anche se entrambi questi paesi avevano esplorato la costa e compiuto diversi tentativi di stabilire avamposti nel tratto settentrionale, dalla baia di Chesapeake a Terranova. Il loro insuccesso nel creare colonie a nord della Florida spagnola diede la possibilità di farlo ai paesi dell’Europa nordoccidentale. Un ostacolo rilevante per la fondazione di colonie in queste zone erano i nativi americani, la cui presenza sul territorio richiedeva agli europei la conquista militare per poter stabilire insediamenti che non fossero piccoli e temporanei. Durante il XV e il XVI secolo le malattie epidemiche decimarono le popolazioni locali, rendendo più facile la colonizzazione europea su vasta scala.

Per varie ragioni, fu solo all’inizio del XVII secolo che i tentativi degli inglesi di stabilire colonie in Nordamerica ebbero successo. In questo periodo, il proto-nazionalismo inglese e la capacità della nazione di affermarsi sulla scena internazionale si svilupparono in risposta alla minaccia di invasione da parte della Spagna, e furono sostenuti anche da una certo grado di militarismo protestante e di adorazione verso la regina Elisabetta I. A quell’epoca, comunque, non vi fu alcun tentativo ufficiale, da parte del governo inglese, di creare un impero coloniale. Invece, le motivazioni che spinsero alla fondazione delle diverse colonie furono variabili e disparate. Tra esse ebbero influenza considerazioni pratiche come la volontà di sviluppare nuove attività imprenditoriali, la sovrappopolazione, il desiderio di libertà religiosa.

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La Nuova Inghilterra

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colonia del Connecticut, Colonia di Plymouth, Colonia della Baia del Massachusetts, Provincia del New Hampshire e Colonia di Rhode Island e delle Piantagioni di Providence.

Dopo la Virginia, fu la Nuova Inghilterra la regione nella quale successivamente si insediarono colonie inglesi. A differenza di quelle della Virginia, queste furono fondate per iniziativa di due gruppi di dissidenti religiosi, i Padri Pellegrini e i Puritani, alla ricerca di un luogo dove poter professare liberamente la loro fede. Entrambi chiedevano una più profonda riforma della chiesa e l’eliminazione dei residui elementi di cattolicesimo rimasti nella Chiesa d’Inghilterra. Ma, mentre i Padri Pellegrini desideravano lasciarla, i Puritani volevano riformarla creando nel Nuovo Mondo una nuova società che costituisse l’esempio di una comunità santa.

I Padri Pellegrini

Il primo di questi gruppi era formato da dissidenti religiosi inglesi che si erano trasferiti in Olanda, ma non erano soddisfatti di questa sistemazione per le cattive condizioni economiche in cui si trovavano e per l’influenza della società olandese sulla loro comunità. Dovevano anche fronteggiare la scarsa simpatia del governo olandese, all’epoca alleato con l’Inghilterra. Essi allora si unirono ad altri correligionari che erano rimasti in Inghilterra e decisero di lasciare l’Europa per l’America, prendendo il nome di Padri Pellegrini.

Partirono dunque per l’America sul Mayflower, con l’obiettivo di sbarcare nella Virginia settentrionale (all’incirca nella regione dell’odierna New York). Spinti fuori rotta, giunsero invece nell’attuale Massachusetts, e sbarcarono a Capo Cod. Prima dello sbarco, stesero il “Patto del Mayflower” (Mayflower Compact) con il quale si diedero ampi poteri di autogoverno. In seguito si trasferirono sulla terraferma e fondarono la colonia di Plymouth il 21 dicembre 1620. Come per i primi coloni di Jamestown, anche per i Padri Pellegrini il primo inverno fu molto difficile; erano arrivati troppo tardi per poter avviare coltivazioni, e molti di loro morirono di fame, compreso il loro capo, John Carver, che fu poi sostituito da William Bradford. Nel corso del 1621 i coloni ottennero l’aiuto di alcuni nativi americani che avevano già avuto contatti con europei; con l’autunno venne un abbondante raccolto, e i coloni celebrarono il primo Giorno del Ringraziamento.

I puritani

Un secondo gruppo fondò la colonia della baia del Massachusetts nel 1629: erano i puritani, che desideravano riformare la Chiesa d’Inghilterra creando nel Nuovo Mondo una nuova chiesa pura. La spedizione, organizzata dalla Compagnia della Baia del Massachusetts, consisteva di 400 coloni; nei due anni successivi ne arrivarono altri 2000, in ciò che è nota come la “Grande Migrazione”. Nel Nuovo Mondo i puritani crearono una cultura profondamente religiosa, socialmente compatta e politicamente innovativa, le cui caratteristiche sono ancora presenti negli Stati Uniti d’oggi.

Prima di abbattere la monarchia in Inghilterra nel 1649, i puritani vennero in America alla ricerca della libertà religiosa. Essi speravano che questa nuova terra servisse da “nazione redentrice”. Anche se fuggivano la repressione cui erano soggetti in Inghilterra, la nuova società che volevano costruire non ammetteva la tolleranza religiosa. La società ideale, per i puritani, era una “nazione di santi” o la “città posta sopra un monte”, per usare una espressione del loro ideologo John Winthrop, una comunità intensamente religiosa, retta e virtuosa, che potesse servire da esempio per l’Europa e stimolare la conversione al puritanesimo. Roger Williams venne nel Massachusetts predicando la tolleranza religiosa, la separazione tra chiesa e stato, e una completa rottura con la Chiesa d’Inghilterra, e di conseguenza fu bandito dalla colonia. La abbandonò e fondò la colonia del Rhode Island, che divenne un rifugio per coloro che lasciavano la comunità puritana per motivi religiosi. Un altro esempio fu Anne Hutchinson, che predicava l’antinomianismo e credeva nella libertà di pensiero e nella tolleranza religiosa, e per questo fu esiliata dai puritani.

Dal punto di vista economico la Nuova Inghilterra puritana corrispose alle aspettative dei suoi fondatori. A differenza della piantagioni della regione di Chesapeake, orientate all’esportazione dei loro prodotti, l’economia delle colonie puritane era basata sul lavoro dei singoli agricoltori, che coltivavano quanto serviva a nutrire le proprie famiglie e ad acquistare i beni che non riuscivano a produrre in proprio. Il livello di vita e di ricchezza era generalmente più alto che in Virginia. Ma, d’altra parte, nella Nuova Inghilterra, i capi cittadini potevano letteralmente affittare le famiglie più povere a chiunque fosse in grado di ospitarle e mantenerle in cambio del loro lavoro. Oltre all’agricoltura, assunsero grande importanza anche il commercio e le costruzioni navali, e la regione divenne un centro di smistamento per i traffici tra il sud e l’Europa.

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