Bando per 179 orti a Milano

Posted By On 11 ott 2013

Fonte: Terra Nuova

C’è tempo fino al 4 novembre per avanzare domanda per ottenere uno dei 179 orti che il Comune di Milano assegna in concessione.

Bando per 179 orti a Milano

C’è tempo fino al 4 novembre per avanzare domanda per ottenere uno dei 179 orti che il Comune di Milano assegna in concessione.

Quanti amano la soddisfazione di sedersi a tavola e mangiare ciò che hanno coltivato con le loro mani? Sono sempre più persone a cercare di realizzarlo, anche perché, economicamete parlando, conviene. Anche a Milano esistono gli orti urbani e ora il Comune ne mette a disposizione altri 179 in zona Parco delle Cave.
Per rientrare nella gara di assegnazione occorre presentare una domanda, che dovrà essere recapitata a mano all’Ufficio Protocollo del Settore Zona 7 (piazza Stovani 3, 1° piano – tra le 9 e le 12) oppure inviata a mezzo posta raccomandata entro e non oltre le ore 12 del 4 novembre.
Il termine è tassativo e, ai fini della validità della presentazione e come spesso accade farà fede la data della consegna/arrivo della stessa presso il protocollo.
Tutte le informazioni necessarie sono disponibili alla pagina del bando integrale.
Il bando potrà anche essere ritirato insieme alla domanda presso l’Ufficio Protocollo del Settore Zona 7 negli stessi orari (dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 12).
Per informazioni si può contattare l’Ufficio Monitoraggio tecnico al numero 02/88458714.

di Alexis Myriel
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27 dicembre 2012

Creato il 31 luglio 2012 da Tipitosti

Vivere con poco: intervista a Stefania RossiniUna vita controcorrente, una vita con poche risorse. Ma guai a parlare di sacrifici.
No, Stefania Rossini, blogger di Natural-mente, 37 anni, bresciana, tre figli, casalinga tuttofare, un marito operaio metalmeccanico. non ci sta. E sbotta: “Io sacrifici? Ma scherza? Dalla vita ho avuto tanto. Direi che sono alla continua ricerca di soluzioni per continuare a vivere con 5 euro ogni giorno. Vi assicuro, le idee sono tante e le ho raccolte nel mio libro: “Vivere in 5 con 5 euro al giorno” , edizioni L’età dell’Acquario.
Per lei, studiare come risparmiare, è un divertimento.
In questa intervista ci spiega come si fa a vivere con poco ed essere felici.

Com’è la sua giornata standard?
Non ho una giornata standard, la mia giornata inizia alle 6,30, a volte anche prima. Le cose da fare sono sempre tantissime. Le valuto in base alle esigenze dei miei figli, alla temperatura, ai capricci delle mie figlie – che “portano via un sacco di tempo” – alle esigenze quotidiane di tutti componenti della famiglia.

Programmi dettati dal tempo: cosa significa? Se piove, non posso andare nell’orto a seminare e piantare. Ci vado solo per raccogliere qualcosa per i pasti. Quindi ho più tempo per altre cose. Se i bimbi vanno a scuola, ho quasi tutta la mattina libera, quindi posso organizzarmi per moltissime attività. Se sono in vacanza, invece, riesco a fare molto meno. Se è finito il pane, subito mi metto ad impastare. Inoltre, se i bimbi si alzano con richieste culinarie particolari cerco di accontentarli quasi sempre. Insomma, non ho programmi. Mi godo la bellezza della decisione istantanea. Adoro improvvisare.

Ma fa tanti sacrifici?
Bella domanda! Ognuno ha la propria scala di sacrifici. Io mi sento talmente fortunata, che non posso dire che la mia sia un’esistenza di stenti. Sarebbe un’offesa nei confronti di chi i sacrifici li fa davvero. Ho tutto quello che desidero. Per alcune donne sacrificio è rinunciare ad una borsa costosissima di LV. Io, invece, non darei alcun valore a quei sacchi, perché le borse le scambio, me le creo io, le firmo e non le pago. Al massimo le prendo in superofferta. Per alcune donne sacrificio è non poter permettersi l’estetista e avere l’abbronzatura perfetta. Sa cosa faccio io?

Vivere con poco: intervista a Stefania RossiniCi dica!
Vado nell’orto e il colore di solito arriva. Se non arriva, pazienza. Quando le persone mi guardano spero non vedano l’abbronzatura, ma quello che ho dentro. Il calore, più che il colore. Potrei andare avanti giorni, ma mi limito. Vorrei far capire che mi sento fortunata davvero e preferisco dare peso ai valori autentici, non agli oggetti. Posso dire che uno è il grande sacrificio che faccio. Mio marito non ha molto tempo da dedicare alla sua famiglia. I bimbi sentono molto la sua mancanza. Ma non può fare diversamente, il suo stipendio è fondamentale. E’ fuori tutto il giorno e sta poco con noi. Però, non mi lamento tanto. Del resto, ha un lavoro stabile, che ci permette di stare tranquilli.

Che progetti ha per il futuro?
Riuscire a pagare il mutuo! Poi continuare a realizzare oggetti in casa, imparare sempre cose nuove, conoscere nuove persone, che adottano il mio stile di vita. Direi che il grosso progetto già ce l’ho: una famiglia, una casa, dove c’è molto terreno per essere autosufficienti.

Cosa c’è dietro la scelta di vivere con 5 euro ogni giorno? Se le proponessero un lavoro interessante e guadagni interessanti, accetterebbe?
Valuterei molto seriamente un lavoro interessante. Mi piacerebbe lavorare magari da casa per potere gestire la famiglia, fare le cose che sto facendo e anche lavorare. Sarebbe uno dei miei sogni nel cassetto. Ma non pretendo troppo dalla vita. Dico solo: magari! Sarebbe una manna dal cielo. Un aiuto economico in casa non farebbe male. Il massimo sarebbe se questa attività ipotetica mi consentisse di non trascurare la mia famiglia. Ma andiamo avanti e il segreto è fare di necessità virtù.

Lei ha un blog. C’è qualche commento ai suoi consigli che l’ ha colpita?
Il commento che mi colpisce sempre purtroppo è solo uno: moltissime persone vedono un numero, il 5 del titolo del mio libro. Solo quello. E in base a quello criticano, mi riempiono di parolacce e giudicano. Purtroppo capisco che è difficilissimo azionare il cervello in certe situazioni. E’ molto più facile scaricare sul primo che capita la propria insoddisfazione, che approfondire un argomento. Capisco che è tostissimo vivere in un certo modo. Non pretendo che si capisca e si condivida, ma che ci si informi, prima di offendere! Comunque, ci sono anche gli entusiasti di questo vivere sano e frugale, che ricorda i tempi andati.

E’ parecchio difficile tornare all’antico e vivere come una volta?
Sul lato pratico è davvero molto semplice, perché alla fine si tratta di cose semplicissime da realizzare. La difficoltà più grande è nella nostra testa. Molte persone non vogliono capire, non vogliono mettersi in gioco. Invece, io dico che esiste un altro modo di vivere, senza essere più schiavi del consumismo. Questo spaventa tanti. Fa paura pensarla diversamente ed essere isolati. Mettersi in gioco richiede elaborazioni mentali, che non tutti desiderano fare. E’ molto più facile fare i robot. E continuare a vivere come ci hanno insegnato.

In concreto cosa propone e cosa consiglia ai lettori di questo blog?
Io non propongo, semplicemente dico quello che faccio. Poi ognuno prende quello che sente suo. Ho riscoperto valori e pratiche antiche con il pc in mano, quindi niente medioevo. Anzi, il segreto è sfruttare meglio la tecnologia. La mia nuova vita non è fatta solo di antico. Senza il pc forse non avrei imparato quello che ora faccio. per il resto rimando al libro.

Quale deve essere il giusto rapporto con il denaro per essere felici?
Ognuno dovrebbe avere il proprio giusto rapporto. Io dico quello che per me, per la mia famiglia è il giusto, senza imporre a nessuno la mia idea. Per me il Vivere con poco: intervista a Stefania Rossinidenaro serve a comperare quello che purtroppo non riesco a produrre da sola, a pagare il mutuo e le tasse. Anche a me piacerebbe vivere di rendita (anzi lo metto tra i miei desideri nel cassetto), ma non per avidità. Vorrei solo essere più tranquilla. Il denaro ha innescato un circolo vizioso. C’è chi ne ha troppo e chi per nulla! Purtroppo solo con il denaro si può accedere a servizi fondamentali. E realizzare sogni. L’importante però è non farsi risucchiare dal desiderio di avere sempre di più.

Vivere con poco e di poco: spesso è solo una moda, uno slogan, magari da parte di chi di soldi ne ha tanti?
Beh, io vivo con poco, ma non di poco. Anzi, vivo di tanto. Ritengo di avere tantissimo. Per altri noi siamo dei barboni. Noi per cena mangiamo quello che raccogliamo nell’orto. Altri devono per forza spendere cifre rilevanti. Certo abbiamo un mutuo da sostenere, ma senza essere retorici, siamo felici. E in famiglia l’uno è il sostegno dell’altro. Abbiamo sin dall’inizio valorizzato molto lo stare insieme, il dialogo continuo, la qualità di vita. E i soldi, i pochi che abbiamo, continuiamo ad investirli nel nostro sogno, quello che farà ridere tanti, ma che ci riempie la vita: l’amore della nostra famiglia.

Cinzia Ficco

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L’argomento trattato deve essere scevro di ipocrisie. Ricorderete le immagini di latte versato nel suolo perchè in eccesso! Sicuramente anche la macerazione di frutta, arance, per non compromettere i prezzi di mercato. Ma se andate nelle rete non troverete nulla. Ricordo una trasmissione rarissima di Riccardo Iacona andata in onda l’anno scorso su Presa Diretta. Ve la ripropongo interamente. Ma c’è di più: quali sono i programmi governativi legati alle scie chimiche o aerosol?

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Coltivare la terra conviene ancora? Cosa ne è rimasto del paese rurale che eravamo?

Molto poco: le aziende agricole italiane infatti stanno per sparire: il 30% delle imprese legate alla terra ha chiuso negli ultimi dieci anni. In Lombardia sono 10 al giorno quelle che rinunciano. Sono 685mila gli ettari che un tempo erano coltivati a grano e che ora sono incolti. 20 milioni i quintali di cereali prodotti in meno.

Siamo i primi del mondo per consumo, produzione e esportazione di pasta e mai potremmo coltivare tutto il grano che consumiamo, eppure continua a  calare la produzione e a crescere l’importazione.

Cosa arriva nei nostri piatti?  Il cibo made in Italy è ancora da considerarsi tale?  Per capire gli inviati di  “Presadiretta” sono andati nei  campi accanto agli agricoltori durante la  mietitura e mentre era in corso la raccolta del pomodoro.

Le telecamere hanno anche seguito la protesta dei pastori sardi, e sono entrate nelle stalle per capire le ragioni e i torti dell’annosa questione delle quote latte.

Terra e cibo” è un racconto di Lisa Iotti e Raffaella Pusceddu con la collaborazione di Marina del Vecchio.

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9 miliardi di posti a tavola. La nuova geopolitica della scarsità di cibo di Lester R. Brown

Pubblicato il 29 marzo 2013 da tatiana

L’agricoltura globale si trova di fronte a sfide del tutto nuove. Le falde idriche calano, le rese cerealicole hanno raggiunto il loro limite, le temperature globali aumentano e l’erosione dei suoli continua ad aggravarsi. Nutrire la popolazione mondiale, che cresce ogni anno di 80 milioni di individui, diventa sempre più difficile. E allora le nazioni che possono permetterselo corrono all’estero ad accaparrarsi terre coltivabili e annesse risorse idriche. Il land grabbing rappresenta un fenomeno nuovo all’interno della geopolitica della scarsità alimentare, in cui il cibo ha assunto la stessa importanza del petrolio e il terreno agricolo è prezioso come l’oro. Le ricadute in termini di prezzi mondiali del cibo sono sotto gli occhi di tutti. Cosa accadrà con il prossimo aumento dei prezzi? Se la contrazione dei consumi alimentari, spinta dalla crisi, è una novità per molti di noi, per molti altri non sono più possibili ulteriori sacrifici. Il cibo è l’anello debole della nostra società e rischia quindi di diventare un importante fattore di instabilità politica. Per evitare il collasso del sistema alimentare è necessaria la mobilitazione della società nel suo complesso. Oggi la posta in gioco è la salvezza della civiltà stessa, e salvare la civiltà non è uno sport che prevede spettatori.

L’introduzione, “Imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta: la sfida del cibo” (a cura di Gianfranco Bologna, direttore scientifico WWF Italia) mi fa subito venire in mente l’Overshoot Day: nel 2012 abbiamo, noi umani, finito le risorse rinnovabili il 22 agosto. E negli altri 4 mesi cosa ci siamo “fatti fuori”? Il futuro, ovvio. È quello che succede nell’Antropocene, il periodo geologico in cui l’attività umana è dominante su tutto il resto con delle pessime conseguenze.

Non sono più confortanti gli esiti della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile tenutasi a Rio de Janeiro a giugno 2012 (filmato introduttivo di apertura), visto che “auspica”, “sottolinea”, “riconosce” e “incoraggia”, ma di impegni forti neanche l’ombra. Il fatto è che, come dice lo Iap, “le scelte che faremo sulla gestione della popolazione umana e del consumo delle risorse per i prossimi 50 anni ci coinvolgeranno per i secoli a venire”, quindi abbiamo bisogno di linee direttive chiare e azioni a breve termine che nel lungo termine possano contribuire a migliorare la situazione.

Il “Piano B” di Brown è appunto un progetto per invertire la rotta attuale puntata alla crescita in ogni dove, quando invece il pianeta ha dei limiti biofisici ben definiti. La mancata attuazione di questo piano porterà al collasso, il cui costo non si può certo calcolare. Avevo già parlato di piano B, era quello di Luca Mercalli, e ovviamente anche io ho già attivato il piano B da un bel po’.

Ogni anno nascono 140.541.944 di esseri umani (dei quali 13.923.718 nei paesi industrializzati e 126.618.226 nei paesi meno sviluppati)… Alla crescita della popolazione è necessario incrociare la pressione umana sulle risorse alimentari”. Ho voluto scrivere queste cifre perché fanno impressione e, se si pensa che anche tutti i nuovi nati dovranno mangiare, ovviamente, ancora di più. Si prevede di dover raddoppiare, dico RADDOPPIARE la produzione alimentare entro il 2050, ma sarà necessario anche “fermare l’espansione agricola nelle zone tropicali…, migliorare la produttività dei terreni…., ridurre il consumo di carne pro capite…, e ridurre gli sprechi nelle filiere alimentari…”.

Viene citata quindi la lotta allo spreco di Andrea Segrè, ricordando che un terzo della produzione mondiale di cibo viene perso o sprecato tra il campo e la tavola. Se gli sprechi venissero ridotti anche solo della metà si potrebbe risparmiare una quantità d’acqua, solo per l’irrigazione, sufficiente per il settore industriale a livello globale. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede ai membri dell’UE di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025. Intanto il 2014 sarà l’anno europeo contro lo spreco alimentare ed il WWF ha creato la piattaforma Oneplanetfood con 10 consigli ai consumatori.

Ma ora entriamo nel vivo del libro, o saremo tutti morti di fame in men che non si dica.
Nell’ultimo decennio le riserve globali di cereali sono diminuite di un terzo e i prezzi degli alimenti più che raddoppiati, tanto che il cibo è il nuovo petrolio e i terreni agricoli il nuovo oro. La domanda di cereali cresce proporzionalmente alla popolazione, perché tutti vogliono salire la catena alimentare mangiando carne, e gli allevamenti divorano cereali, e perché servono per produrre etanolo, come combustibile per autotrazione. Di  conseguenza ci saranno ancora più bambini di oggi a soffrire la fame e famiglie, come in Congo, che non si potranno permettere più di un pasto al giorno sebbene entrambi i genitori lavorino, oppure che non avranno di che mangiare per giorni.

Ecco una semplice tabella che mostra quanto sia cresciuta la popolazione mondiale e quanto si prevede crescerà.

Anno Popolazione mondiale
1804 1 miliardo
1927 2 miliardi
1960 3 miliardi
2011 7 miliardi
2050 ?? 9,3 miliardi

Con un tasso di crescita demografica annuo del 3%, nel giro di un secolo avremo una popolazione umana 20 volte superiore a quella attuale. Forse già ora le necessità umane hanno oltrepassato quelle che sono le capacità di supporto degli ecosistemi, foreste, riserve ittiche, pascoli, acquiferi o suoli che siano. Nonostante ciò, ad esempio, nessun paese ha messo in atto un piano per ridurre i consumi idrici nel rispetto dei limiti della capacità di un acquifero. L’unico piano, dico io, è quello della cicala: approfittare di chi ha ancora quelle risorse perché nel tempo è vissuto in maniera sostenibile.

L’acqua è diventata il nuovo oro, insieme ai terreni. Stiamo esaurendo gli acquiferi e prosciugando i pozzi, ma l’unica soluzione che alcuni paesi – come Arabia Saudita, Cina e Corea del Sud – hanno adottato è quella del land grabbing: si arrogano cioè il diritto di utilizzare i terreni e quindi l’acqua di altri Stati per produrre il cibo destinato al loro consumo interno. E tutto questo avviene in gran segreto: alcuni governi purtroppo pensano al guadagno immediato, ma non alle conseguenze per la popolazione che scopre la cosa nel momento in cui viene cacciata dalla propria casa.
La domanda che, secondo me, hanno tutto il diritto di farsi quelle popolazioni è: perché voi, che non siete riusciti a gestire le risorse nel vostro paese, vi permettete di venire a casa mia, di cacciarmi dalle terre che i miei antenati prima e ora io coltivo, di lasciarmi senza possibilità di dare da mangiare alla mia famiglia, di consumare le mie risorse e la mia acqua? La risposta che mi sento di dare è: perché siamo degli stupidi.
E se è vero che, come abbiamo visto dai numeri sulle nascite, tutta la crescita negli anni a venire avrà luogo nei paesi in via di sviluppo, è anche vero che proprio queste sono le aree meno in grado di sostenerla. Sebbene milioni di donne in tutto il mondo vorrebbero aver accesso a servizi di salute riproduttiva e di pianificazione familiare, la realtà è che non lo possono fare. Come dice Brown, colmare questo deficit non solo aprirebbe la strada alla stabilizzazione della popolazione mondiale, ma migliorerebbe anche la salute e le condizioni di vita delle donne e delle loro famiglie.
Infatti “le nazioni che non sono state in grado di ridurre la dimensione dei nuclei familiari rischiano di essere sopraffatte dalla scarsità di terra e acqua, dalle malattie, dalle guerre civili e dagli altri effetti negativi di una prolungata espansione demografica. Sono questi gli stati in fallimento, paesi ove i governi non possono più provvedere alla sicurezza delle persone, alla sicurezza alimentare o ai servizi sociali di base come l’educazione e la sanità”. Secondo Brown l’unica strada umanamente percorribile per ovviare a questo è il passaggio a un livello di fertilità di due figli per coppia, il più presto possibile.

Vediamo ora quanto sono aumentati i consumi di carne e pesce.
Consumo annuale di carne

Anno Mondiale Procapite
1950 50 milioni di tonnellate 17 kg
2010 280 milioni di tonnellate 40 kg

Consumo annuale di pesce

Anno Mondiale Procapite
1950 17 milioni di tonnellate 7 kg
1990 84 milioni di tonnellate 16 kg

Mano a mano che il reddito aumenta, aumenta anche il consumo di proteine animali nella dieta. Per il pesce questo comporta già il superamento del limite di sostenibilità delle riserve ittiche, che sono in declino o collassate del tutto. Ma anche l’allevamento di bovini sta mettendo a rischio i limiti di sostenibilità delle praterie. Cina e Stati Uniti, con 71 e 35 milioni di tonnellate, sono i più grandi consumatori di carne.
Aumentando il consumo di carne, latte, uova e prodotti ittici allevati, cresce anche il consumo indiretto di cereali.
Interessante sapere che in India, paese a basso reddito, il consumo di cereali procapite è di circa 172 kg l’anno, quantitativo interamente usato per soddisfare le esigenze energetiche di base (se lo mangiano); mentre solo il 4% viene convertito in proteine animali. L’americano medio invece consuma all’incirca 635 kg di cereali l’anno, di cui l’80% indirettamente sotto forma di carne, latte e uova. In più, in India nutrono le mucche quasi interamente con fibre di scarto (residui quali paglia di riso, frumento, gambi delle pannocchie del mais ed erba raccolti lungo le strade), cioè non vengono piantati ettari ed ettari a mais (frumento e riso sono destinati agli umani, mentre il mais agli animali) o non vengono alimentati con cartone, rifiuti & c.
Fortunatamente, anche se le cifre rimangono alte, gli americani stanno riducendo il loro consumo di carne, forse per la maggior attenzione verso le conseguenze negative sulla salute o per la crescente opposizione verso i metodi di produzione disumani e l’inquinamento associato all’agroindustria. Evviva! Rimangono i cinesi.

Come se non bastasse la carne, c’è un’altra piaga che piano piano sta dilagando: l’impiego di una parte delle colture agricole da parte della moderna industria dei carburanti per produrre carburante per autotrazione. Con l’innalzarsi dei prezzi del cibo che hanno visto un raddoppio dei livelli storici.
Sbalorditevi anche voi nell’apprendere che “il quantitativo necessario per riempire una sola volta il serbatoio da circa 95 litri di un suv è lo stesso sufficiente a nutrire un essere umano per un intero anno. I cereali convertiti in etanolo negli Stati Uniti nel 2011 avrebbero sfamato, secondo i consumi mondiali medi pro capite, qualcosa come 400 milioni di persone”. Gli Stati Uniti da soli utilizzano più benzina di tutti gli altri sedici paesi nella classifica dei consumatori.
Sono 7000 i bambini che ogni giorno muoiono per fame o per le malattie a essa correlate. Quando pensate che vorreste comprarvi un suv, prima fate il conto delle persone alle quali rubate il cibo. E’ molto chiaro Brown quando dice che “i proprietari di quel miliardo di motori sparsi per il mondo si trovano a competere per il consumo di cereali con le popolazioni più povere del pianeta”, solo che gli automobilisti lo usano prevalentemente per mostrare il loro status sociale (riferito ai beni materiali) e gli altri per sfamarsi. Ovvio che poi, tra il 2007 e il 2009, ci siano state rivolte per il cibo in 60 nazioni.
Pensate anche al fatto che “quando i governi incentivano la produzione di biocarburanti da coltivazioni di tipo alimentare stanno in realtà spendendo soldi dei contribuenti per alzare i costi della spesa al supermercato”.
Si aggiunga una direttiva europea che prevede che, entro il 2020, il 10% dell’energia impiegata nei trasporti derivi da fonti rinnovabili, principalmente biocarburanti. Ciò comporterà l’accaparramento di terreni, prevalentemente in Africa, da parte delle compagnie dell’agroindustria per produrre carburante da esportare. “Se mettiamo in conto il cambiamento di destinazione dei campi agricoli e l’emissione di ossidi di azoto, non è dimostrato che la produzione di biocarburanti con i sistemi esistenti produca effetti positivi rispetto alla benzina ottenuta con metodi tradizionali.” I biocarburanti infatti contribuiscono al riscaldamento globale piuttosto che mitigarlo.

Brown scrive che “le nuove generazioni urbanizzate sono meno propense a usare l’automobile rispetto ai loro genitori”, per fortuna. Servirebbero comunque delle normative più severe relative agli standard di efficienza dei carburanti, di modo che la benzina consumata dalle automobili vendute nei prossimi decenni sarà la metà rispetto ad ora. Vale a dire, se non possiamo fare a meno della macchina, almeno troviamo il modo per renderla più efficiente. Aggiungo che servirebbe anche una nuova testa per alcuni umani che hanno come massima aspirazione quella di gareggiare nel “circuito” urbano o autostradale con altri umani, a cui magari non frega un fico secco, e consumano benzina a nastro.
Per ridurre l’uso della benzina, Brown auspica l’utilizzo sempre maggiore di veicoli ibridi plug-in o completamente elettrici, da qui investimenti in migliaia di campi eolici; spero non a svantaggio delle coltivazioni alimentari. E poi ovviamente via libera alla preferenza per gli spostamenti a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici ogni volta che è possibile, così si riduce la domanda di automobili, ma anche il consumo di suolo per strade e parcheggi; a questo non avevo pensato.
Si, perché il suolo che si è formato in una scala di tempo geologica si sta consumando in una scala di tempo umana, noi lo stiamo consumando. L’effetto dell’erosione del vento è chiaramente visibile quando si manifestano tempeste di polvere/sabbia che segnano la fase finale del processo di desertificazione. Ricordo bene quella avvenuta a Sidney a settembre 2009, mi è rimasta impressa perché solo un mese prima ero li a finire la mia vacanza.
Gli Stati Uniti, una paese con un’estensione di pascoli paragonabile a quella cinese, possiedono 94 milioni di capi bovini, qualcosa in più della Cina che ne ha 84 milioni. Ma quando si va a confrontare il numero delle pecore e delle capre, gli USA ne contano 9 milioni, mentre la Cina ne possiede 285 milioni. … Questi animali stanno spogliando il terreno dalla vegetazione che lo protegge e il vento compie il resto del lavoro, rimuovendo il suolo e trasformando i pascoli in deserti.” Addirittura in Corea del Sud hanno denominato “quinta stagione” le tempeste di polvere che avvengono tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.
E la stessa cosa sta succedendo in Australia ed in Africa. In Nigeria la desertificazione è il principale problema ambientale che peggiorerà con la corsa demografica in atto (da 47 milioni di abitanti nel 1961 ai 167 milioni nel 2012) e l’incremento di capi di bestiame (da 8 a 109 milioni). Le cifre tra parentesi, non so voi, mai io devo leggerle due volte per rendermi conto della quantità: ma a cosa ci serve tutta questa carne se, alla fin fine, qualcuno ci deve rimettere?
Le nazioni che perdono il proprio strato superficiale di suolo perdono anche la loro autosufficienza alimentare”, vale a dire che non potranno più coltivarci nulla, perché non crescerà nulla per molto tempo, a volte per sempre e questo va a cozzare con il costante incremento demografico. Nel Lesotho quasi la metà dei bambini sotto i cinque anni presentano disturbi della crescita, “molti di loro sono troppo deboli per affrontare il tragitto fino a scuola”.

A ciò si deve aggiungere la diminuzione di risorse idriche sotterranee, che rappresenta un pericolo molto più grave per il nostro futuro rispetto alla scarsità di petrolio. Se il petrolio può avere sostituti, così non è per l’acqua. Siamo vissuti bene anche senza petrolio prima, possiamo rifarlo, ma senza acqua duriamo solo pochi giorni. E purtroppo enormi quantità se ne vanno per produrre cibo.
Dovremmo riuscire a consumare acqua in modo sostenibile, cioè quel tanto che basta per fare in modo che gli acquiferi possano regolarmente ricaricarsi con le precipitazioni meteoriche, così da essere sfruttati indefinitamente. Invece “conseguentemente alla crescita della domanda mondiale di cereali, gli agricoltori hanno perforato sempre più pozzi, senza preoccuparsi di quanto gli acquiferi locali sarebbero stati in grado di sopportare”.
Nella capitale dello Yemen, nel 2006, l’acqua corrente era disponibile un giorno su quattro e più a sud una volta ogni venti giorni. Quasi il 60% dei bambini sono cronicamente sottonutriti e psicologicamente ritardati.
Anche la Cina è minacciata dalla scarsità idrica: 130 milioni di cinesi mangiano cereali prodotti con un uso delle risorse idriche insostenibile. La Banca Mondiale prevede “conseguenze catastrofiche per le future generazioni” se il consumo dell’acqua e la sua disponibilità non saranno rapidamente riportati in equilibrio. Il problema potrebbe perfino essere più serio in India. Ma ci sono anche altri paesi in pericolo, come gli Stati Uniti, il Messico (“un tempo gli agricoltori pompavano l’acqua dall’acquifero alla profondità di circa 12 metri, oggi occorre scendere oltre i 120 metri”), l’Egitto (“costretto a importare il frumento oppure l’acqua per coltivarlo”). E si parla anche di acquisizione idrica nell’alto bacino del Nilo: paesi ricchi e aziende internazionali dell’agrobusiness si impossessano di ampie fette di terre coltivabili.
C’è un’altra cosa importante su cui riflettere: spesso l’agricoltore vende i suoi diritti irrigui alla città e lascia così inaridire il suo terreno. Ma su quali terreni coltiveremo il cibo per nutrirci allora? “Nei paesi in cui praticamente tutta l’acqua è contesa, come in Nord Africa e nel Medio Oriente, le città possono averne di più solo sottraendola all’irrigazione, portando quindi alla necessità di importare cereali per compensare la perdita di produzione locale. Dato che sono necessarie 1000 tonnellate di acqua per produrre una di cereali, importarli è la maniera più efficiente di importare acqua”. Da qui è chiaro che “esiste un mercato mondiale dell’acqua che è incorporato nel mercato mondiale dei cereali.”

Si devono anche considerare i cambiamenti climatici: con l’aumento della temperatura globale c’è un calo dei raccolti. E sebbene si usino concimi chimici (14 milioni di tonnellate del 1950 ai 177 milioni nel 2010; in Cina gli agricoltori usano già il doppio dei fertilizzanti rispetto agli Stati Uniti), di certo la resa per ettaro non può continuare a crescere all’infinito. Senza tener conto ovviamente dei danni provocati dai concimi chimici.
Il caldo anomalo interferisce anche con l’impollinazione e riduce la fotosintesi delle colture alimentari di base. Insomma, va da se che l’aumento della temperatura renderà sempre più difficile alimentare la popolazione in crescita del pianeta.
L’elenco dei ghiacciai che si stanno ritirando o sciogliendo è spaventoso, si prospetta una catastrofe ambientale. Uno su tutti a darci l’idea della misura è il ghiacciaio Quelccaya, nel Perù meridionale: negli anni 60 si ritirava di 6 metri l’anno, mentre ora sono 60 i metri. La fusione di alcuni ghiacciai sta innalzando il livello del mare mettendo a rischio le risaie nei delta dei fiumi asiatici. “Non è di così immediata comprensione il nesso che lega la fusione del ghiaccio su una grande isola nel lontano nord dell’Oceano Atlantico alla riduzione del raccolto di riso in Asia, ma questa è la realtà”.

Si parlava prima di competizione per l’acquisto dei raccolti, beh che ne dite di 1,35 miliardi di cinesi con un reddito rapidamente in crescita disposti a pagare cifre maggiori per i cereali degli Stati Uniti ad esempio? E possedendo attualmente quasi 1000 miliardi di debito statunitense, va da se che la Cina abbia il coltello dalla parte del manico. “L’idea che la riduzione dei ghiacciai dell’altopiano del Tibet potrebbe un giorno far innalzare i prezzi del carrello della spesa nei supermercati degli Stati Uniti è un altro segno di come sia diventata interconnessa la nostra civiltà globale”.

In conclusione, a spingere sulla deforestazione in Brasile è la crescente domanda mondiale per la carne, il latte e le uova, perciò per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia è necessario limitare la crescita della domanda e  stabilizzare il più presto possibile la crescita demografica. Per la popolazione mondiale più ricca significa mangiare meno carne.
La crescita demografica spinge invece paesi come l’Arabia Saudita, la Corea del Sud, la Cina e l’India, ad adottare il land grabbing, praticamente una sottrazione territoriale, per soddisfare il proprio fabbisogno di cibo in terreni agricoli all’estero. Prevalentemente nell’Africa sub sahariana, probabilmente perché in quei luoghi il terreno è molto più economico che in Asia (in Etiopia un ettaro di terreno può essere affittato per meno di 50 centesimi di dollaro l’anno, mentre in Asia, ove la terra scarseggia, può arrivare a costare più di 50 dollari).
Il land grapping è in aumento anche a causa delle politiche energetiche che incoraggiano la produzione e l’uso dei biocarburanti, che ricordiamo sottraggono cibo alla popolazione mondiale, soprattutto a questi stessi che vengono sfrattati dai terreni che abitavano e coltivavano. Il numero di affamati nel mondo è destinato a crescere, oltre alla violazione dei diritti umani.
La soluzione quattro volte vincente sarebbe invece dare aiuto diretto agli agricoltori locali per incrementare la produzione alimentare, innalzare il reddito degli abitanti, ridurre la fame, guadagnare scambi con l’estero. Ciò contrasta con quella invece tre volte perdente che segue alle sottrazioni territoriali: gli abitanti perdono le proprie terre, il proprio cibo e i loro mezzi di sostentamento.
La domanda è: chi ne trae beneficio? Ovviamente i più ricchi, come sempre a scapito dei più poveri. E la Banca Mondiale non sembra intenzionata a fare nulla secondo la teoria che ciò porterà dei benefici alle popolazioni che vivono nei paesi ospitanti. Ecco, teoria, la pratica mi sembra ben un’altra.
Altra soluzione vincente è quella di scendere lungo la catena alimentare, consumando meno carne, così una quantità di cereali diventa disponibile al consumo diretto, diminuiscono anche le pressioni sulle terre e sulle risorse idriche… tre volte vincente.

Ci deve essere una riforma fiscale che abbassi le tasse sul reddito e alzi quelle sulle emissioni di carbonio, affinchè i costi dei cambiamenti climatici e altri costi indiretti legati ai carburanti fossili vengano incorporati nei prezzi di mercato. “Se rimuovessimo anche i pesanti incentivi all’industria dei combustibili fossili, il processo di transizione sarebbe ancora più veloce”.

Bisogna anche incrementare la produttività agricola, scegliendo quelle tecnologie irrigue che sono più efficienti di altre, quindi incoraggiare colture meno bisognose di acqua. Trovare soluzioni per evitare lo spreco dell’acqua: Brown afferma che essa venga sprecata perché sottopagata. A Singapore ad esempio si “fa affidamento su un esteso programma di riciclo idrico e su una tassazione graduale, per cui più se ne usa, più la si paga”.

Tutti noi abbiamo bisogno di scegliere un tema sul quale concentrarci, unendoci alle persone che hanno le medesime preoccupazioni perché salvare la civiltà non è uno sport che prevede spettatori. E chiudo con la frase di  Garrett Hardin: “L’umanità non può non limitare la libertà individuale rispetto alla gestione dei beni comuni dai quali dipende la propria stessa esistenza”.

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Spreco di cibo, ecco il libro nero

Intervista a Luca Falasconi
di Paola Fraschini

Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo
di Andrea Segrè, Luca Falasconi

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A metà maggio la FAO ha reso disponibile il rapporto su Perdita e spreco di cibo nel mondo, ebbene nel documento si legge che la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire abbondantemente 12 miliardi di esseri umani, cioè il doppio di quelli attualmente presenti sul pianeta… Com’è possibile, allora, che il numero di affamati non diminuisca, anzi aumenti? Nello State of the World di quest’anno si dice che, se vogliamo nutrire una popolazione mondiale in crescita, dobbiamo cambiare il modo in cui coltiviamo ciò che mangiamo. Ma è possibile anche puntare sulla riduzione degli sprechi lungo tutta la filiera agroalimentare.
In Italia vengono gettate oltre dieci milioni di tonnellate di cibo l’anno sufficienti a nutrire 44 milioni di persone (in Italia siamo circa 60 milioni). Numeri alla mano significa che ogni famiglia italiana in un anno spende mediamente 515 euro in alimenti che poi non consumerà. Esistono svariati modi per recuperare i beni invenduti, uno di questi si chiama Last Minute Market. Parliamone con Luca Falasconi* curatore insieme ad Andrea Segré** de Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo.

In Italia finiscono nel pattume, con i rifiuti agroalimentari, 12,5 miliardi di euro. Quali sono le cause di tanto spreco?
Le cause dello spreco sono innumerevoli, molte legate ad aspetti meramente commerciali altre alla semplice male-educazione alimentare dei consumatori. Mi spiego. “Le regole del mercato” in una parte degli sprechi alimentari giocano un ruolo fondamentale, ad esempio quando l’agricoltore non ha convenienza economica nel raccogliere il frutto del suo lavoro, è proprio il caso di dire, a malincuore preferisce lasciarlo marcire in campo (vedi ad esempio frutta e verdura che in alcuni casi spuntano prezzi sul mercato inferiori ai soli costi di raccolta). Oppure, per passare al consumatore finale, la mancata consapevolezza della differenza che corre tra “data di scadenza” e “preferenza di consumo” (la prima la troviamo su alcuni alimenti quali ad esempio carne, pesce, latte fresco ecc. la cui vita è rigidamente stabilita dalla legge ad esempio per il latte, vendita e consumo devono avvenire entro 7 giorni dal confezionamento, mentre “la preferenza di consumo” stabilisce il periodo in cui il produttore assicura che il bene manterrà le caratteristiche organolettiche originarie, superato tale periodo il prodotto perderà progressivamente parte del suo valore nutrizionale ma non è assolutamente tossico) fa sì che vengano gettati in pattumiera alimenti ancora integri. Anche il fatto che nei supermercati si possa scegliere la merce direttamente a scaffale, e quindi si preferisce acquistare un prodotto con il packaging integro piuttosto che quello leggermente difettato (ad esempio una confezione di tre di tonno dove il cartone presenta un piccolo strappo).

Ci sono alimenti più sprecati di altri? In che modo lo spreco di cibo ha delle ricadute in termini ambientali?
Sicuramente frutta e verdura sono le categorie di alimenti con la percentuale più elevata di spreco, la loro natura di prodotti freschi-freschissimi li rende beni facilmente danneggiabili dal punto di vista estetico e ciò ne causa la loro invendibilità e quindi il loro spreco. Le ricadute in termini ambientali le possiamo leggere in modo indiretto. Infatti sprecare prodotti alimentari comporta non solo la distruzione di quel bene fisico ma anche lo spreco di tutte le risorse che sono state utilizzate per produrlo: l’acqua impiegata per far crescere un frutto, i concimi e gli antiparassitari usati per la coltivazione, i carburanti per il trasporto ecc. Per dare un’idea delle cifre, nel 2009 sono state lasciate a marcire in campo ben 177.000 tonnellate di mele per la cui produzione sono stati necessari ben 124.235.300 metri cubi di acqua, ma visto che quelle mele sono andate distrutte significa che quell’acqua in un certo senso è servita per produrre “rifiuti”. Oppure pensate al fatto che in un anno un grande ipermercato può arrivare a sprecare anche 140 tonnellate di prodotti alimentari. Se consideriamo che mediamente prima di arrivare sugli scaffali quel cibo ha percorso 1.700 Km, ciò significa che le 19 tonnellate di anidride carbonica equivalente prodotte dal loro trasporto sono state emesse anche in questo caso per produrre solo rifiuti.

Chi sono i principali colpevoli dello spreco nella filiera agroalimentare?
Come accennavo prima forse i principali colpevoli dell’immane spreco siamo noi consumatori che ci siamo fatti viziare e abbiamo perso parte della nostra razionalità nel consumo di cibo. Negli ultimi anni, sempre più spesso, il cibo percorre nella media circa 1.700 km prima di arrivare sugli scaffali dei negozi e, più o meno necessariamente, ha perso il contatto con chi lo produce (soggetto che potrebbe raccontarci la storia dell’alimento che mangiamo, la sua “genesi”, i problemi e le difficoltà affrontate ma anche e soprattutto il legame che quel prodotto ha con il territorio e la terra che lo ha generato). Questo implica la presenza di innumerevoli soggetti coinvolti nel suo trasporto, trasformazione, condizionamento e commercializzazione, e in alcuni casi anche somministrazione. Più il percorso tra produttore e consumatore si allunga e più soggetti si frappongono, più il bene che entra nelle nostre case è ricco di servizi. In molti casi questi servizi, sia in termini di valore sia di percezione del consumatore, acquistano più importanza del bene alimentare stesso e quindi quando presentano delle difettosità ciò determina un rifiuto dell’intero prodotto. La perdita o il non passaggio di informazioni tra chi realizza quel bene e chi realmente lo utilizza porta spesso a dar poco valore alla sostanza e molto di più a ciò che è accessorio. Per questo motivo è indispensabile che il consumatore torni nuovamente a informarsi sugli alimenti e che il produttore possa comunicare al consumatore stesso i valori portanti della sua attività (in questo senso si veda l’esperienza dei mercati della terra Slow Food e in generale le occasioni di vendita diretta dal produttore al consumatore sempre più diffuse, ndr).

C’è forse qualcosa che non va nel sistema produttivo?
Credo che in molti casi si produca troppo, la FAO stima che oggi produciamo cibo per 12 miliardi di persone e siamo “solo” in sei miliardi. Ma anche e soprattutto che siamo entrati nel circolo perverso del consumo, nel quale lo spreco e l’obsolescenza sono mali tollerati per portarci a consumare sempre più in quanto vige l’imperativo della crescita infinita, in un mondo in cui le risorse sono finite…

Come evitare lo spreco alimentare?
In primo luogo riappropriandoci dell’educazione alimentare, nel senso che nel bagaglio di conoscenze della maggior parte dei consumatori vi è ricompreso tutto il know-how per l’utilizzo delle più moderne tecnologie, ma spesso manca il know-how relativo a quello che mangiamo (vedi ad esempio la semplice differenza tra “data di scadenza” e “preferenza di consumo”). L’azione di alimentarci viene compiuta mediamente da ognuno di noi 3 volte al giorno, senza questa azione non potremmo vivere e spesso la diamo per scontata. Questo dare per scontato tutto ciò comporta spesso il dimenticarci delle regole base (ad esempio quando si fa sempre una stessa strada in auto non si fa più caso ai segnali stradali e se questi cambiano non ce ne accorgiamo subito). Quindi ritengo fondamentale che le scuole di ogni ordine e grado, e che le istituzioni pubbliche lancino campagne di sensibilizzazione e formazione in materia di educazione alimentare in modo tale che le famiglie possano riappropriarsi della consapevolezza di un’azione così “scontata” ma allo stesso tempo vitale.

Come trasformare gli avanzi in risorsa e lo spreco in sviluppo sostenibile?
Di modi ce ne possono essere più di uno ma noi di Last Minute Market abbiamo scelto la strada del loro recupero e redistribuzione gratuita alle fasce più deboli della nostra popolazione, attraverso un mercato dell’ultimo minuto del tutto particolare. L’obiettivo è quello di creare una rete sul territorio capace di coniugare le esigenze delle imprese con quelle del terzo settore che assiste le fasce deboli della popolazione, ma anche l’amministrazione pubblica. Tale rete è quindi capace di implementare sul territorio un recupero che ha ricadute positive sia di tipo ambientale, sia sociale, sia nutrizionale, sia economico. Last Minute Market ha origine dai banchi della Facoltà di agraria di Bologna dove si è cercato di analizzare la catena agroalimentare da un punto di vista differente (analisi dei soggetti che la compongono, peso dei vari settori, efficienza del sistema ecc.) e cioè andando ad analizzare uno dei suoi “fallimenti”, quello degli sprechi. L’obiettivo era quello di capire dimensioni e cause del fenomeno, in modo tale da proporre soluzioni che portassero a un suo ridimensionamento. Laddove ciò non era possibile abbiamo pensato di lanciare un’idea, un progetto, non troppo nuova nel suo concetto (in quanto al mondo, ma anche in Italia, già vi erano altre realtà che implementavano azioni simili a quella che avevamo pensato) ma nuova nelle modalità. L’idea di base quindi è stata quella di mettere direttamente in contatto le imprese che quotidianamente si trovano a dover gestire il problema degli sprechi e le associazioni che assistono le fasce deboli della popolazione, per le quali il problema dell’acquisto di cibo non è secondario. Così è nato Last Minute Market, ora Spin-off Accademico (impresa nata da studenti e docenti universitari in cui la stessa Università è socia), che si prefigge l’obiettivo di creare tutte le condizioni (fiscali, igienico-sanitarie, logistiche) perché quei cibi, che qualcuno reputa non più vendibili ma che sono ancora perfettamente consumabili (che altrimenti diventerebbero rifiuto), giungano nelle tavole delle associazioni che assistono i bisognosi delle nostre città. Caratteristica fondante dell’azione di Last Minute Market è che ciò che si recupera in un paese, in un quartiere rimane nello stesso paese o quartiere, quindi il bene recuperato spesso non fa più di qualche chilometro o addirittura qualche centinaio di metri. Ciò permette di tagliare le due variabili che quotidianamente ci rincorrono, spazio e tempo.
Questo aspetto è la base del concetto di sviluppo sostenibile locale. In quanto un’azione così mirata porta ricadute positive in tutte e tre le sue dimensioni, sociali economici e ambientali. Riduciamo la produzione di rifiuti e lo spreco di risorse, beneficiamo le fasce deboli della popolazione e permettiamo a tutti i soggetti di ottenere dei vantaggi economici, chi dalla riduzione delle spese legate allo smaltimento dei rifiuti, chi per la riduzione delle spese per l’acquisto di prodotti alimentari, risparmi comunque reinvestiti per l’acquisizione di altri beni e servizi per i propri assistiti.

Qual è il trend mondiale dello spreco e come si pone l’Italia rispetto a questo andamento generale?
Come accennato precedentemente al mondo, secondo le stime FAO, produciamo cibo per il doppio della popolazione attualmente presente, per cui chi più, chi meno produce sprechi alimentari.
Sicuramente Inghilterra e Stati Uniti sono due tra i paesi che producono maggiori sprechi alimentari, rispettivamente sprecano il 30-40% e il 25% del cibo che circola nel loro sistema agroalimentare. L’Italia in questa spiacevole classifica ha un posizione non di vertice per fortuna (mediamente lo spreco si attesta intorno al 10-15%). Forse i retaggi di una cultura alimentare ancora radicata in parte dei membri delle nostre famiglie ci permette di avere un rapporto accettabile con il cibo. E se ciò è vero non perdiamo “i saperi” che ci vengono dalla nostra tradizione perché oltre a non perdere le nostre radici culturali ci danno la possibilità di essere dei soggetti sostenibili, dal punto di vista economico ma anche, e soprattutto, ambientale e sociale.

Tanti alimenti buttati e tante bocche affamate (secondo i dati FAO sono quasi un miliardo), a livello globale è davvero un controsenso… è possibile ridistribuire questo “valore” in modo equo o ci raccontiamo una favola?
Nella situazione socio-politico-culturale in cui siamo ora credo che purtroppo ci raccontiamo delle favole, e ciò che sta succedendo in questi mesi nella sponda sud del Mediterraneo ne è un chiaro esempio. Se c’è qualcuno che si permette non solo di pensare ma anche di attuare azioni speculative sulle commodities (la base del cibo) credo che siamo molto lontani da una distribuzione equa dei diritti sul nostro pianeta. Sicuramente la speculazione sulle commodities non è l’unica o la principale causa della fame al mondo, ma è un chiaro segno di quali siano i valori che stanno alla base dei nostri sistemi economici.

* Ricercatore presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, è co-fondatore e socio di Last Minute Market.

** Preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Fondatore e presidente di Last Minute Market.

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Un report rilasciato dal Natural Resources Defense Council lancia un allarme agghiacchiante sugli sprechi del consumismo americano: ben il 40% del cibo acquistato negli Stati Uniti finisce in pattumiera senza essere utilizzato, il che tradotto in cifre vuol dire 20 kg al mese per ogni famiglia.

Stiamo parlando di rifiuti che hanno un loro costo sia in termini economici che ambientali: 2.275 dollari al mese per una famiglia di 4 persone e globalmente 165 miliardi l’anno di rifiuti.

Sono numeri davvero esorbitanti che la dicono lunga sulla mentalità usa e getta del popolo americano e sulla noncuranza della ricaduta che questo atteggiamento ha in termini di inquinamento. Tra le cause vengono ipotizzate il basso costo e l’abbondanza del cibo che determinerebbero una scarsa attenzione verso gli sprechi facendo innalzare le cifre intorno al 25% per famiglia.

Ci sono poi da valutare gli acquisti impulsivi, gli incentivi al risparmio attraverso spese in grandi quantità, il mangiar fuori quando il frigorifero è ancora pieno di prodotti deteriorabili, le porzioni dei ristoranti più grandi della media.

Il problema tuttavia non riguarda solo gli acquirenti, ma interessa i vari settori della catena alimentare. Gli stessi punti vendita hanno impostato le loro strategie di marketing sul mito del prodotto fresco e dei cibi pronti, inevitabilmente destinati a finire nella spazzatura a fine giornata.

La produzione alimentare comporta il consumo dell’80% di acqua dolce, di cui il 25% andrà sprecato. Il circolo tuttavia non si chiude qui, perchè il cibo lasciato a marcire in discarica andrà a produrre gas metano, responsabile anch’esso dell’effetto serra con i suoi tempi quindicinali di permanenza in atmosfera.

Facendo una stima a livello temporale, dagli anni ’70 ad oggi la produzione di rifiuti è purtroppo duplicata.

Un primo semplice modo per razionalizzare gli sprechi a livello di vendite potrebbe essere sostituire le etichette “sell by” (vendere entro) con “use by” (da consumarsi entro). Pensate che se si riducessero solo del 15% le perdite si potrebbero sfamare 25 milioni di persone ogni anno!

I numeri parlano da sè, cosa ne dite?

Dal Forum di TuttoGreen:

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Lei è un eco-integralista, un “freegan”: per mangiare cerca tra la spazzatura dei supermercati. Perché?

La ragione principale per cui vado a recuperare cibo ancora commestibile nei cassonetti dei supermercati è perché si tratta di cibo che si può ancora mangiare.

Quindi tutti a pranzo tra i rifiuti?

Assolutamente no: io non voglio incoraggiare le persone a fare quello che faccio io. Semmai il contrario: rendere impossibile il rovistare tra i rifiuti. Perché questo significherebbe che tutti gli sprechi sono stati eliminati.

Rovistare tra i rifiuti non la disgusta?

Sa l’unica cosa che mi disgusta qual è? Vedere tonnellate di prodotti alimentari assolutamente commestibili gettate via. In una famiglia media del Nord Italia, dove si usano bidoni per i rifiuti organici, ogni persona produce 73 chilogrammi di avanzi alimentari. Nessuno sa quanta parte di questi rifiuti sia commestibile. Ma confrontando tale dato con quelli di altri Paesi come il Regno Unito, la cifra potrebbe essere circa l’80% del totale. Ciò vorrebbe dire che gli italiani sprecano 60 chilogrammi di cibo a persona ogni anno. Esclusi gli sprechi alimentari di mense, ristoranti, fast food e scuole.

Meno sprechi, più benefici. Quali?

I Paesi ricchi sprecano da un terzo al 50% di tutto il cibo che viene prodotto. Come se il cibo fosse una risorsa infinita. Non è così. Per produrre cibo si erodono risorse: terra, acqua, combustibili. Con impatti devastanti sull’ambiente: dalle imponenti deforestazioni in Sud America e nel Sud-Est Asiatico all’impoverimento dei terreni a causa dell’agricoltura intensiva, allo spreco di acqua, alle emissioni di Co2 legate al trasporto, alla produzione, e alla decomposizione del cibo. Tutto documentato nel mio libro, “Sprechi” ( Bruno Mondadori).

Chi c’è al top della black list degli sprechi?

Gli sprechi ci sono lungo tutta la filiera alimentare. Mi sono focalizzato sui supermercati perché hanno un potere dominante, soprattutto nei Paesi più ricchi. Loro sono colpevoli: ma tocca a noi cambiare le cose.

Come?

Cominciando ad esempio dalla “cosmetica” di frutta e verdura: le sembra possibile imporre che siano di misura e forma uniformi? Questo obbliga i coltivatori a disfarsi di forti percentuali dei loro raccolti. Noi consumatori abbiamo il potere di cambiare questa pratica. Possiamo chiedere di cominciare a vedere sugli scaffali frutta meno “bella” ma sempre commestibile. Più saremo, più saranno obbligati ad ascoltare la nostra voce.

Lei mette sul banco degli imputati anche le politiche di marketing. Come le offerte “prendi tre, paghi due”…

Il più delle volte si tratta di offerte pensate per rifilare al consumatore le eccedenze o i prodotti prossimi alla data di scadenza. Così si finisce per comprare ciò che non serve, buttando via quello che non si consuma: un quarto di tutti gli alimenti che acquistiamo finisce nella spazzatura!

E “accusa” le date di scadenza…

Esatto. Il sistema di dare una datazione, che all’inizio è stato sviluppato per proteggere il consumatore, è diventato un modo di salvaguardare le aziende. Tolte le indicazioni “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”, che sono necessarie e imposte da leggi comunitarie, le altre andrebbero abolite.

I rischi per la salute?

Le intossicazioni alimentari sono solo uno spauracchio agitato dalle industrie alimentari. Non dimentichiamo che produttori e supermercati stabiliscono le date di scadenza concedendosi ampi margini di errore relativamente al tempo sufficiente perché un prodotto vada a male. Quasi sempre la data stabilita anticipa di molti giorni quella effettiva di scadenza.

Cosa possiamo fare da consumatori per limitare gli sprechi?

La prima regola è: se compri cibo, non buttarlo. Prima di entrare in un negozio o in un supermercato prepariamo una lista della spesa: avremo le idee più chiare su quello che ci serve. Eviteremo così gli acquisti compulsivi, quelli che più spesso finiscono nella pattumiera.

Quando ha cominciato a prendere a cuore il problema del cibo sprecato?

Avevo 15 anni e avevo un maiale che nutrivo con avanzi alimentari (oggi una legge comunitaria scandalosa lo vieta). Così ho cominciato a raccogliere gli avanzi della mensa scolastica, degli agricoltori che buttavano le patate “imperfette”, dei panettieri che si liberavano del pane non ben lievitato. Ho imparato presto a capire che molti rifiuti sono in realtà commestibili, e che il cassonetto migliore è quello vuoto. E sa una cosa? Non ho mai avuto niente, neanche un mal di pancia.

Perché non regalare il cibo in scadenza a chi non ha niente da mangiare?

Quasi tutti i supermercati americani donano le eccedenze alimentari a enti assistenziali perché le distribuiscano ai bisognosi. In Italia esiste un’associazione, Last Minute Market (www.lastminutemarket.org), specializzata nel raccogliere i surplus alimentari e distribuirli ai poveri. Spesso i supermercati hanno eccedenze di prodotti di alta qualità perché hanno ordinato troppa merce, o perché la confezione ha qualche leggero difetto. Perché buttare tutto questo buon cibo?

Laura Zangarini

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Freegan: barboni, scansafatiche, o rivoluzionari?

Che esista gente che vive mangiando cibo recuperato dai bidoni della spazzatura, non ha mai fatto notiza nel mondo. Ma l’esistenza di una nuova categoria di persone che lo fa per principio, è già stata più volte un argomento in primo piano, sui media americani.

Il loro nome, “freegan”, nasce dalla consonanza col termine vegan (pronunciato “vigan”), che a sua volta è la contrazione di vegetarian. Ma mentre il vegan, come noto, non mangia carne e derivati, il free-gan è libero di scegliersi la dieta che vuole. In compenso però, il cibo si rifiuta di comperarlo. Mangia quello che riesce a trovare in avanzo, e non perchè non abbia i soldi, ma perchè vuole combattere, con questo gesto altamente simbolico, lo “spreco della società moderna”.

Pare che in effetti, negli Stati Uniti, finiscano in pattumiera ogni anno circa 600 chilogrammi di scarti alimentari per ogni cittadino (non solo di “avanzi” del piatto, ovviamente, ma di prodotti comperati e solo parzialmente consumati).

Ecco allora spuntare gruppetti di strane persone – soprattutto ragazzi, ma anche avvocati, …

… dottori e professori – che bazzicano intorno alle cucine dei ristoranti, intenti a recuperare tutti gli scarti commestibili che andrebbero altrimenti all’inceneritore. (Sempre che non siano già finiti nelle polpette destinate ai clienti del giorno dopo).

Ma non è solo sul cibo che è caduta questa sua drastica scelta esistenziale. Il freegan cerca generalmente di limitare al massimo ogni suo contributo al ciclo produzione-consumo, che ritiene ormai in preda a una spirale senza ritorno, e sostiene quindi ogni forma possibile di riciclaggio. E così dai cassoni della spazzatura saltano fuori CD usati, scarti di sartoria, pattini senza più rotelle e vecchi comodini da riverniciare. E poi riviste, apparecchiature per la casa, attaccapanni, scarpe, strumenti musicali, libri, biciclette, e qualunque altra cosa faccia parte del ciclo del cosiddetto “consumismo”.

Una volta recuperati, i diversi materiali vengono raccolti presso dei veri e propri centri organizzati, che stanno proliferando un pò dovunque negli States. Qui vengono “ricondizionati” al meglio delle loro possibilità, e poi rimessi in circolo – spesso gratuitamente – attraverso le varie pubblicazioni tipo “secondamano”, su carta o via Internet.

E se proprio i freegan vogliono realizzare qualcosa dal loro operato – come nel caso dei metalli da riciclare, ad esempio – lo tornano a vendere alle stesse corporation che vorrebbero boicottare evitando l’acquisto dei loro prodotti.

Nemici dichiarati dell’automobile, soprattutto per la sua dipendenza dal petrolio, i freegan cercano di viaggiare esclusivamente in treno, autobus, a piedi o in autostop. E quelli che la macchina devono per forza comprarsela, la convertono immediatamente al consumo di olio vegetale.

Anche la casa, per il freegan, è una vittima del ciclo usa-e getta. Eccoli allora prendere possesso di edifici fatiscenti o abbandonati, riportarli a un minimo di decenza, per poi abitarli, in maniera non molto diversa dalle comunità hyppie degli anni ’70.

In generale, il freegan si contraddistingue dal totale rifiuto dell’attuale sistema economico, del quale preferisce essere un peso morto, piuttosto che contribuire in qualunque modo alla sua sussistenza.

Il lavoro quindi, per il freegan, è il tabù per eccellenza, ed avendo ridotto al minimo indispensabile le proprie necessità, molti di loro riescono in effetti a campare senza far niente.

Se però non sono ancora dei profeti di un “mondo nuovo”, sono certo qualcosa di più di semplici barboni che abbiamo trovato in sistema elegante per fare di necessità virtù.

Un dubbio però aleggia sull’intera faccenda: visto che i media ufficiali stanno parlando così “simpaticamente” di questo fenomeno (questo indicatore raramente fallisce la diagnosi), non sarà che nell’occuparsi così meticolosamente di recuperare le briciole di un sistema all’interno del quale vivrebbero in ogni caso, i freegan finiscono per rendere un grandissimo servizio al sistema stesso? E non sarà, soprattutto, che questo nuovo “movimento” possa tornare utile per incanalare – e poi imbrigliare – le nascenti forze giovanili, sempre più scontente di una società che fatica sempre più a regalarci anche solo qualche etto di felicità?

Massimo Mazzucco

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Freegan, Freecycle e Guerrilla Gardening

martedì 10 febbraio 2009


Qualche giorno fa ho parlato della bellissima iniziativa chiamata FreeCycle che viene discussa nel video che potete vedere sopra; il filmato inizia presentando il fenomeno dei Fregan ovvero coloro che recuperano il cibo ancora buono che viene buttato e lo usano per alimentarsi; personalmente trovo questa pratica molto utile per l’ambiente ma anche troppo poco igienica e quindi sostanzialmente non la condivido, quel cibo dovrebbe essere utilizzato per fare compost non per l’alimentazione umana. Successivamente nel filmato si parla anche di Guellilla Gardening, un fenomeno di cui avevo parlato tempo fa dove delle persone si riuniscono e di notte coltivano bellissimi fiori e piante in spazi di terra pubblici lasciati all’ abbandono.

FreeCycle ed il Guerrilla Gardening sono tutte iniziative che televisione, governo e comuni dovrebbero proporre ma ad esempio in TV sostanzialmente non ci dicono altro di comprare tantissimi oggetti di non abbiamo un reale bisogno che sono anche alla base di questi problemi legati ai rifiuti.

Se ogni settimana si organizzassero giornate di Guellilla Gardening e giornate del riciclo in ogni comune si avrebbe un aumento della sensibilità pubblica verso tematiche importanti ed il tutto questo socializzando e divertendosi.

Spero che tutto ciò possa avvenire in un prossimo futuro.

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EUROPA. S’avanza l’avanguardia «rifiutariana» dei Freegan

di Luca Sebastiani

Più che untori del «decoro» civile, si ritengono le avanguardie, i salvatori della terra dalla «decorosa» civiltà dei consumi. Sono i Freegan. Non barboni o indigenti, ma militanti dallo spiccato senso civico. Ambientalisti e altermondialisti che contro la prospettiva di vedere la civiltà ricoperta dai suoi stessi rifiuti, combattono lo spreco consumistico con un regime alimentare rigorosamente «rifiutariano». Il movimento è nato negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, ma ora sta espandendosi anche sul Vecchio continente. In particolar modo al Nord. Per farne parte basta fare la spesa nei cassonetti. Con sacchi o sporte di plastica, da soli o in gruppo, per riempire i frigoriferi i freegan fanno le compere nottetempo. Di cibo, dicono, nei cassonetti ce n’è in quantità. E non hanno tutti i torti. Secondo l’istituto britannico Waste and Resource Action Programme, ogni giorno solo le famiglie inglesi buttano nella spazzatura 5milioni di patate, oltre 4milioni di mele o circa 3milioni di pomodori. E questo se si vuol restare nel reparto frutta e verdura. Perché gli inglesi buttano anche 7milioni di fette di pane e un milione di salsicce. Di che farsi gustosi panini, magari facendoli seguire come dessert da uno del milione 300mila yogurt ancora chiusi che vengono buttati quotidianamente, o da una delle 700mila barrette di cioccolato ancora incartate. Con tutto questo ben di dio, è facile capire perché, inizialmente vegetariani, i freegan siano diventati col tempo onnivori. Il fatto che il cibo gettato nella spazzatura sia immangiabile, spiegano, è solo un tabù delle nostre società avanzate. È sufficiente seguire una serie d’accorgimenti. Anzitutto l’aspetto, poi l’odore e in fine il gusto. Una volta che il prodotto supera queste tre analisi, è, dicono, commestibilissimo. Inoltre, col tempo si apprende anche a fare un’analisi rapida e pertinente della monnezza che s’incrocia per strada. E a mettere a punto alcune strategie. È ovvio, ad esempio, che recarsi poco dopo la chiusura nei pressi dei cassonetti degli iper e supermercati possa essere una vera cuccagna. A Parigi invece, dicono, sono le panetterie a dare grande soddisfazione. Ma bisogna agire rapidi. Baguette, panini e croissant restano nei sacchi solo una decina di minuti. Gli spazzini parigini sono solerti e bisogna giocare d’anticipo.

8 August 2008

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Prendete la parola “vegan” e sostituite alle verdure (veg) la parola “gratis” (free in inglese), otterrete “Freegan”. Si tratta di una filosofia di vita praticata in particolar modo negli Stati Uniti e in Canada, dove alcune persone vivono solamente di quello che trovano nella spazzatura: cibo gettato dai fastfood o dai supermercati anche se in buone condizioni.
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21.02.2006

| di KARIMA ISD,
«Freegan», ecoraccoglitori urbani
Come osa qualcuno mangiare cibi buoni destinati alla spazzatura? E’ una pratica intollerabile per i supermercati di San Francisco, molti dei quali stanno adottando soluzioni tecniche, come lucchetti ai bidoni della propria immondizia e perfino vigilantes nelle aree rifiuti dopo le ore di chiusura, per boicottare gli approvvigionamenti dei «palombari della spazzatura». Tanto che adesso il sito dei Freegan (www.freegan.info) lancia un appello: se conoscete luoghi dai quali si può tuttora attingere, segnalateceli! Altra segnalazione sul sito: Food not Bombs distribuisce cibo stasera a… Ma come: barboni, seppur d’oltreoceano, che gestiscono un sito e trattano di cibo-non-bombe? Il fatto è che i freegan in questione non fanno parte della folta schiera di senzatetto obbligati dall’indigenza ad attingere agli altrui scarti. Sono piuttosto contestatori della (in)civiltà dei consumi e dello spreco. Mangiare rovistando nei bidoni dei negozi, ricchi non di immondizia ma di buoni alimenti invenduti prossimi alla scadenza, o approvvigionarsi dopo la chiusura ai mercatini di frutta e verdura è un’alternativa ecologica e decente al fare la spesa, in un paese dove ogni anno si gettano via 17 milioni di tonnellate di cibo ancora buono. Ce n’è così tanto che gruppi di solidarietà chiamati Food Not Bombs (Cibo, non bombe), ormai diffusi in tutto il mondo e anche in Italia, lo cucinano e lo distribuiscono gratis periodicamente ai senzatetto.

Il termine freegan nasce dall’unione non casuale di: free (libero, e anche gratuito), e vegan (vegano, che si nutre solo di vegetali). La scelta non è solo dovuta al fatto che i prodotti animali si deteriorano molto più facilmente, ma in genere anche a ragioni ideali, fra cui l’ecologismo nei consumi e il rispetto dei viventi. Ecco come si autodefiniscono i freegan: «Persone che usano strategie di vita alternative fondate su una partecipazione quanto più possibile limitata all’economia convenzionale e sul consumo minimo di risorse. Un’alternativa al sistema di spreco, a partire dal cibo gettato via mentre intere popolazioni mancano del necessario». Dunque, meglio minimizzare gli acquisti, giusto recuperando quel che il sistema rigetta.

Si può essere freegan in modo parziale o totale. C’è chi, studente o perfino professionista, in solitaria o in combinata, si limita a procurarsi buona parte del cibo attingendo fuori da negozi, ristoranti, hotel, mercati, mentre per il resto ha abitudini di vita e lavoro ordinarie. C’è chi invece sceglie di ottenere «scavando» anziché acquistando anche il resto: abiti, libri, giornali, video, cd e dintorni, strumenti musicali, mobili, elettronica, biciclette, e… la lista occuperebbe pagine. Da buoni «riduttori di rifiuti e conservatori delle materie prime», i freegan poi riciclano, fanno il composto dell’organico, riparano anziché sostituire, regalano e scambiano: diversi gli eventi di scambio, come «Mercati davvero, davvero gratis» e «Liberincontri».

Il freegan totale si è anche affrancato dai mezzi di trasporto individuali a motore, «rovina del mondo e concausa di guerre». Per «non comprare», cammina, pedala, magari salta sui treni; e poi con l’autostop aiuta a riempire macchine vuote, suddividendone l’impatto individuale. E non sono schiavitù e sfruttamento gli affitti elevati, le case sfitte? Sono in genere abbastanza freegan – insomma attingono dai rifiuti – gli squatters o occupanti di case abbandonate; abitare è un diritto, non un privilegio. Altri freegan cercano poi di recuperare anche le terre urbane «rifiutate»: pezzi senza cemento magari pieni di spazzatura, una volta ripuliti e accuditi diventano orti produttivi e oasi di verde (la diffusione degli orti urbani è comunque un fenomeno parallelo e solo eventualmente si intreccia con il freeganism). Altro aspetto della filosofia freegan: coprendo senza spendere le proprie necessità alimentari, abitative e altre senza spendere, ci si può affrancare dal lavoro salariato. O almeno, ridurlo al massimo: in effetti le cure dentarie non sono a libero gratuito accesso. Soprattutto negli Usa.

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Un anno gratis con gli scarti

dall’inviato Leonardo Maisano – 21 luglio 2009
Immaginate di avere fame, di non avere un quattrino e di non poter chiedere un prestito. Immaginate, in altre parole, di essere in una città sconosciuta a caccia di cibo. All’elemosina c’è un’alternativa più dignitosa, mostruosamente ovvia, sorprendentemente rivoluzionaria: andare al supermercato.

O meglio, andate nel retro del negozio a scoprire, fra i cassonetti dell’immondizia, i tesori di una silenziosa tragedia quotidiana. Tonnellate di prodotti alimentari assolutamente commestibili sono gettate via, ogni sera, in tutto il mondo occidentale. Nel pomeriggio di un giorno qualsiasi in uno dei tanti Waitrose – catena up market britannica – nella campagna del Sussex, non troppo lontano da Brighton, abbiamo fatto la spesa fra i rifiuti per almeno 100 euro mettendo in fila: tre confezioni di formaggio cheddar organico grattugiato, un ananas, fette di tacchino bio, una confezione di panna, quattro pizze, due sandwich con humus, un pacco di pan carrè, due chili di carote, due di zucchine, uno di cavolfiori, mezzo chilo di salsicce, verdure tagliate e confezionate, un pollo satay, mezzo chilo di carne trita, un salamino italiano e due mazzi di gladioli non ancora fioriti. Tutto perfettamente confezionato, scaduto da 24 ore oppure in scadenza quel giorno stesso o nei mesi a venire. Tutto commestibile, eccezion fatta per la carne trita di inquietante pallore. L’ananas era perfetto, gusto intenso, sapore allappante. Provato per credere.

«Non è andata molto bene. Questa è una spesa mediocre. Da Spitafield, a Londra, sono tornato a casa con 25 cesti di mango delizioso. Il cassonetto aiuta la maturazione». Tristram Stuart, 32 anni, una laurea a Cambridge, militante Freegan, ovvero divoratore di quanto è gettato via, per scelta ecologista e non politico-ideologica, si concede a farmi da guida nel mondo della spazzatura. Setacciamo insieme il pattume sotto gli occhi del tutto disinteressati dei passanti, che vanno a comperare quello che domani Tristram raccoglierà gratis.

Affonda fino ai gomiti, si fa largo, scava e, reperto alla mano, commenta. «Prendiamo questo salame italiano. È stato distrutto un pezzo di foresta amazzonica per far crescere la soya, importata in Europa e usata per sfamare i maiali, poi macellati, lavorati, insaccati, messi in vendita. E buttati via». Tristram ama le immagini forti e, sicuramente, le esemplificazioni, ma siede su un vulcano di dati complessi e di grande impatto messi in ordine in anni di lavoro per dare a una sensazione diffusa – quella dello spreco alimentare – la certezza dello scandalo planetario.

Da un terzo a metà del cibo dell’Occidente, sostiene, è gettato via nella lunga filiera che muove dalla produzione per finire nelle dispense dei consumatori. Che le arance in Sicilia e i pomodori in Spagna siano sempre distrutti è noto; che le patate deformi o le mele nane siano spesso eliminate è fatto quasi risaputo; che i supermercati mandino agli inceneritori migliaia di tonnellate di alimenti pronti per la tavola, molto meno.

Waste-Uncovering the global food scandal è la summa del grande lavoro di Tristram Stuart che analizza tutta la catena alimentare in buona parte del mondo. Un atto d’accusa che vagamente echeggia, nell’approccio globale, Super Size me, la vita a forza di McDonalds del regista Morgan Spurlock. «Mi hanno chiesto di fare un film, ho contatti con documentaristi, vedremo». Per ora si accontenta del libro e di una gloria nata per caso.

In principio fu Gudrun, formosa e insaziabile scrofa della qualità Gloucester Old Spot. «Avevo 15 anni – ricorda Tristram – e volevo nutrire il mio maiale con avanzi alimentari. Oggi è vietato da una legge europea scandalosa. È stata varata per far fronte all’afta, ma peggiora tutto, costringendo a produrre alimenti per i maiali quando si potrebbero allevare molto meglio con gli scarti». E continua: «Torniamo a Gudrun e alla sua fame. Per accontentarla e per far nascere maialini organici (Tristram li mangia, non li contempla perché Freegan non significa Vegan, ovvero vegetariano estremo, ndr) ho cominciato a raccogliere gli avanzi della mensa scolastica, degli agricoltori che buttavano le patate malformate, dei panettieri che si liberavano del pane poco lievitato».

Grazie all’amore di Gudrun, Tristram ha sviluppato l’occhio clinico per quel che resta. Utilissimo a Cambridge quando non c’erano più maiali da sfamare, ma lo stomaco di un giovanotto da riempire. Il suo. «Negli anni del liceo avevo capito che molti rifiuti sono in realtà commestibili. Da allora rummaging the bins è diventato normale per me. Non lo faccio per contestare la società capitalista come molti Freegan, né per risparmiare, a parte forse quando studiavo, ma per passione ecologica. Il cassonetto migliore per me è quello vuoto».

In realtà è un po’ una fissazione che la moglie Alice, giovane scrittrice di successo, sembra accettare, più che favorire. Ma non disdegna, apparentemente. «Quanto spendo per mangiare? Dipende da quello che voglio, se non lo trovo lo compro. Ma mi creda, si trova tutto. Me lo ha insegnato Spider».

Se Gudrun è stata la scoperta, il clochard Spider, con una tela di ragno tatuata in faccia, è stata l’illuminazione: «Ci siamo incontrati nel supermercato Sainsbury’s: quando gli ho fatto presente che non volevo prendere cibo utile ai mendicanti, lui mi ha risposto “Hey mate…, ma tu non capisci. Se tutti gli homeless del paese dovessero venire a sfamarsi qui ci sarebbe ancora molto cibo per te”». Era vero, e non solo in quel Sainsbury’s o da Sainsbury’s in quanto tale. È per tutti così. La verità è che i manager dei supermercati in quegli anni non erano affatto interessati al cibo che si buttava via. E oggi? «La situazione è un po’ migliorata, ma nel mio libro porto l’esempio di una recentissima spesa di successo, non come quella mediocre fatta insieme. In un Waitrose ho trovato: 28 pasti pronti – da chicken tikka a lasagne – 83 yogurt, 16 paste, sei meloni, 223 frutti vari, 23 brioche, una torta al cioccolato, sei pacchi di patate, 18 forme di pane.

Quello del pane è un dramma. I produttori dei panini di Marks & Spencer eliminano le due croste e le prime fette dopo le croste di ogni pane a cassetta. Migliaia di pezzi ogni giorno».
Il caso britannico, sul quale il libro si diffonde maggiormente, non deve fuorviare: è una realtà che si moltiplica, per ragioni quasi analoghe, ben oltre i confini del Regno. Per Tristram Stuart accade ovunque, anche in Italia. «Nelle sole abitazioni del Regno Unito il governo ha calcolato che si getta via un quarto del cibo acquistato. Cibo vero, non bucce di banana o avanzi non commestibili. Sono 5,4 milioni di tonnellate all’anno. Si parla di una media di 112 chili a persona. In America 96 anche se, calcolato con un metodo diverso che ridurrebbe, qualora applicato al Regno Unito, lo spreco britannico a 70 chili. In Italia ho ipotizzato 73 chili, ma sulla base di quanto è stato recuperato dalle pattumiere di un campione di case in alcune aree del nord del paese. È difficile dire, in questo caso, quanto cibo fosse davvero commestibile, resta un’indicazione. Quando studiavo a Firenze battevo i supermercati con lo stesso successo di Londra».

Sulle ragioni dello spreco Tristram Stuart mette in fila varie motivazioni: «Limitandoci a considerare i supermercati, pesano una serie di fattori. Nessuno vuole vedere scaffali semivuoti e l’abbondanza della merce è considerata dai manager essenziale; è più semplice eliminare piuttosto che pianificare il riciclaggio; è più economico per un supermercato avere più cibo ed eventualmente gettarlo piuttosto che non averne; è opinabile la capacità di programmazione dei quantitativi necessari». E prosegue: «Un elemento che contribuisce parecchio allo spreco sono le offerte “prendi tre, paghi due”: compri ciò che non ti serve e finisce che il consumatore cestina l’eccedenza. Se acquistassi una cosa a prezzo ridotto sarebbe molto meglio. In Inghilterra ogni anno, finiscono in discarica 480 milioni di yogurt mai aperti».

Resta da capire perché al macero e non a favore dei meno abbienti, degli anziani bisognosi, del mondo delle charity. FareShare, l’unica organizzazione britannica che si occupa di recuperare gli scarti dei supermercati ponendosi in concorrenza diretta con le discariche, ritiene che il motivo principale sia, come dice la portavoce Maria Olsen, «la difficoltà da parte della grande distribuzione di integrare politiche del genere nel proprio modello di business».

Come dire: è più semplice buttare via, senza curarsi di quanto si appesantisce l’ecoinsostenibilità del sistema. «Se le mie raccomandazioni – aggiunge Stuart – fossero accolte si recupererebbe un terzo della produzione alimentare del pianeta». Qualcuno lo ascolta se è vero che Sainsbury’s ha portato a 6.600 le tonnellate di cibo che riesce a dirottare ai più bisognosi. L’inizio di un nuovo corso? La strada è lunga e, prima dei supermercati, incrocia la produzione, l’industria e le cattive abitudini dei consumatori.

Tristram fa la sua parte da quindici anni. Per amore di Gudrun e, per la cronaca, senza mai essersi preso neppure un legittimo mal di pancia.

leonardo.maisano@ilsole24ore.com

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Giornata Mondiale della Terra, verdure brutte e cibo dalla spazzatura: così evitiamo gli sprechi (FOTO,VIDEO)

Laura Eduati, L’Huffington Post | Pubblicato: 21/04/2013 16:13

Giornata Mondiale Della Terra

Lynn Ubell, impiegata newyorchese, è la Benedetta Parodi della spazzatura. Da quando il marito ha perso il lavoro ha cominciato a rovistare nei bidoni dei rifiuti alla ricerca di verdure, formaggi e confezioni di carne ancora commestibili, poi gira dei video seguitissimi (“What’s for Freegan Dinner?”) per insegnare ottime ricette con il cibo scartato.

Intanto a Berlino due ragazze hanno ideato un catering che usa esclusivamente le verdure scartate dai supermercati perché esteticamente poco riuscite: carote storte, patate bitorzolute, fragole biforcute. Sono buone, e le Culinary Misfits stanno avendo grande successo.

A Lione invece i rovistatori di spazzatura hanno pensato di creare un mercatino parallelo dove vendono i prodotti ancora freschi e perfettamente conservati: chili e chili di yogurt, wurstel, carne in scatola e mozzarelle recuperati dai cassonetti. Gli acquirenti sono poveri, migranti, ma anche famiglie del ceto medio che in questo modo riempiono il frigo con alimenti di buona qualità.

Nella Giornata Mondiale della Terra – World Earth Day – torna l’enorme ingombro del cibo che destiniamo con noncuranza alle discariche, uno dei grandi scandali contemporanei. Secondo un calcolo della Fao, che lo scorso gennaio ha lanciato il programma “Think Eat Save”, ogni anno vengono sprecati 1,3 miliardi di tonnellate di cibo che sfamerebbero quattro volte i 900 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo.

Si tratta di un terzo degli alimenti prodotti nel pianeta, che comporta anche la perdita irragionevole di 900km cubi di acqua utilizzata per la produzione di quegli alimenti. Nei paesi ricchi gettiamo nell’immondizia circa 100 chili di porzioni a testa l’anno, e per un valore totale di un trilione di dollari. La maglia nera va agli Stati Uniti, che sprecano il 40% dei prodotti in vendita.

Nonostante la crisi economica, però, l’abitudine di gettare enormi quantità di cibo non accenna a cambiare: il primo osservatorio italiano sugli sprechi alimentari lanciato dal “Last minute market”, Waste Watchers, ha calcolato che ciascuno di noi spende dai 5 ai 20 euro a settimana in cose che poi non mangerà. Il problema, dicono i ricercatori, non è soltanto la data di scadenza: spesso è la cattiva conservazione dei cibi, il riempire il carrello senza pensare al reale fabbisogno, e soprattutto porzioni troppo abbondanti. Uno studio norvegese che ha interessato decine di hotel e ristoranti a buffet è arrivato alla conclusione che diminuire di 3cm il diametro dei nostri piatti porterebbe a gettare il 22% di cibo in meno. Per esempio una bisteccheria bavarese finita nel recente documentario “Taste the Waste” di Valentin Thurn da tempo serve ai clienti 200 grammi di filetto di maiale anziché i canonici 350: nessuno protesta, e nelle cucine si evita di buttare nei secchioni l’equivalente di due maiali a settimana.

Eppure la coscienza del cibo sprecato sta lentamente prendendo piede, soprattutto negli Stati Uniti e in Nord Europa, con originali iniziative dove i “dumpster divers” – letteralmente i tuffatori nella spazzatura – e i freegans sono la punta più estrema: in un quartiere di Helsinki, per esempio, è stato istituito il primo punto di raccolta al mondo per quel cibo che le famiglie non consumano: chi ha bisogno può prendere le confezioni abbandonate, gratuitamente.

Questa è anche l’idea del sito tedesco Food Sharing, lanciato a Colonia ma già operativo a Berlino con oltre 8mila aderenti: una piattaforma per cittadini e aziende dove è possibile offrire pasta, formaggi, carne, cioccolata, spezie, birre e insomma tutto quello che per qualche motivo finirebbe nella spazzatura.

Ma la battaglia allo spreco di cibo conquista anche il mondo delle App: recentissima è quella lanciata dalla catena di supermercati svedesi Ica che non solo ricorda nel telefonino dei clienti i cibi acquistati in scadenza – e dunque da consumare prima degli altri – ma mette anche in rete i frigoriferi degli amici per segnalare che se servono due cipolle è meglio chiederle in prestito a coloro che ne hanno molte, e abbandonate nella dispensa, piuttosto che comperarne altre.

Un’altra App di nome Crunchd va oltre e mette in relazioni coloro che coltivano il proprio orto e desiderano scambiare prodotti con altri mini-agricoltori delle vicinanze.

Tuttavia prima di arrivare alle frontiere tecnologiche basterebbe conoscere piccoli trucchi per non sprecare inutilmente il cibo che acquistiamo. È sempre la Fao a fornire consigli fin dal carrello della spesa: evitare acquisti impulsivi e offerte imbattibili che però non potremo consumare, comperare soltanto quello che effettivamente serve, cucinare e mangiare per primi gli alimenti più vecchi che giacciono nel frigorifero, scegliere le verdure esteticamente poco perfette (sono ugualmente buone) e considerare che la data di scadenza è una rigida indicazione e che spesso i cibi sono commestibili per vari giorni.

E fioriscono i siti come l’australiano Food Wise dove è possibile inserire il nome di un alimento che altrimenti finirebbe nell’immondizia – anche cucinato come gli avanzi di una frittata o il pane secco – per ottenere decine di ricette per recuperarlo. La campagna inglese Love Food Hate Waste tenta anche di guardare diversamente il cibo che abbiamo in frigorifero: le carote ormai molli sono ancora buone se bollite, mentre i pomodorini avanzati dal pasto di un collega davanti al computer possono costituire un ottimo ingrediente per una zuppa.

E in Italia? Oltre al Banco Alimentare che distribuisce il cibo in eccesso alle persone bisognose, finora 231 Comuni e due Regioni (Veneto e Friuli Venezia Giulia) hanno aderito alla carta di Last Minute Market per dimezzare gli sprechi di cibo entro
il 2025, così come approvato da una risoluzione europea nel 2012, sostenendo le iniziative locali, le vendite scontate nei supermercati dei prodotti in scadenza e in generale intervenendo sulle perdite alimentari durante la loro produzione.

Tra gli obiettivi anche la distinzione nelle etichette tra scadenza commerciale – la data entro la quale quella confezione va venduta – e la scadenza di consumo. E una cinquantina di supermercati fa parte di una rete che destina gli alimenti scartati alle associazioni umanitarie.

Gli italiani poi dovrebbero cominciare a non vergognarsi di chiedere di portare a casa gli avanzi dal ristorante. Già succede in Lombardia, dove molti ristoratori aderenti alla rete il Buono che Avanza incoraggiano questa pratica e forniscono bustine e contenitori ai clienti. E nel frattempo alcuni ospedali, come a Bologna e Caserta, hanno cominciato a donare i pasti non consumati alle mense della Caritas. Lo stesso accade da pochi giorni nella piccola Capannori, con i pasti eccedenti delle mense scolastiche.

Piccoli passi per risparmiare ma anche per evitare che nei prossimi decenni, come avverte l’Onu, il pianeta non vada incontro ad un paradossale collasso alimentare.

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Sprechi di cibo e fame imperante: due facce della stessa medaglia.

24 luglio 2008

Recessione? Avete perso casa perchè non riuscite a pagare il mutuo? Vi hanno licenziato?

Allegria! C’è un modo di trasformare tutto questo in una nuova «tendenza», che sta conquistando l’Inghilterra: razzolare nei bidoni della spazzatura alla ricerca di cibo, vestiario, pezzi da arredamento.
Il fenomeno è in crescita fra la classe media. La novità è che il Telegraph (di Murdoch) si sforza di presentarlo come una nuova moda, molto «cool» e persino chic. I nuovi barboni vengono ribattezzati «consumatori etici», o gente della «free economy» o, in modo definitivamente elegante, «freegans», che risuona come «vegans», i vegetariani di lusso della California, che vivono di succhi di carota e zucchine organiche per buddhismo o ecologismo.
Grandi interviste a questi «dumpster divers» (sommozzatori dei bidoni) e al loro fresco stile di vita, per mostrare che la loro è una libera scelta.

Per esempio Alf, che se ne va’ per l’Irlanda col suo camper alimentato ad olio di friggitoria, che è anche la sua casa da quando ha lasciato il suo lavoro come contabile ad una ditta di marketing di Londra nel 1999.
«In ditta sentivo che mi pagavano per manipolare la gente e creare prodotti inesistenti. Ho deciso di prendermi una vacanza», dice Alf. Nonostante dieci anni di questa vita, egli rimane «risolutamente di classe media»; solo «ama il freegan lifestyle». Le sue uniche spese, dice, consistono nell’assicurazione per il suo camper-casa e l’abbonamento al telefono cellulare. Le sue spese vive, ritiene, sono diminuite del 90 per cento. Fa lavoretti e non chiede compensi ma regali (la gente risponde con entusiasmo), condivide tutto con gli altri freegans (a parte le mutande e lo spazzolino da denti).
«La quantità di cibo che troviamo nelle discariche dei supermarket è prodigiosa. Una volta ho trovato un barile di sidro. Dei miei amici hanno trovato 150 polli surgelati e bistecche».
Susan e Roland Gianstefani, di lontana origine italiana, sono barboni (pardon, freegans) da vent’anni. Mantengono se stessi e il figlio tredicenne con quel che trovano nella spazzatura. In questo modo, non spendono – assicurano – più di 2 mila sterline l’anno (3 mila euro), per lo più per la manutenzione del furgone. La loro vita è tutta serenità e abbondanza, perchè si immergono nei bidoni di Mark&Spencer, la catena dei grandi magazzini di lusso: una volta, raccontano, ci hanno trovato un sacco «pieno di aragoste canadesi fresche e congelate, abbiamo dato una festa».
(*)

Una volta parcheggiato il loro furgone-abitazione (anch’esso va’ a olio fritto usato) davanti ai bidoni come schermo contro occhi indiscreti, i coniugi – sotto gli occhi del cronista – mostrano la loro abilità. Ficcano la testa nei bidoni del reparto surgelati e dimostrano che «la quantità di cibo gettata via è immensa». In breve, recuperano due litri di latte (con ancora 4 giorni prima della scadenza), quattro confezioni di zuppa di pollo, due mele, due confezioni di patate e due di cavolfiori-carote-broccoli. Più una confezione di funghi, una di formaggio fresco Muller, un cartone di panna da montare e le fragole con cui mangiarla. Oltre ad una bottiglietta di ketchup marca Heinz e 30 fette di pane sotto plastica, marca Kingsmill, ancora mangiabile. Una volta ripuliti dei mozziconi di sigarette, ed altri scarti non del tutto alimentari con cui sono mescolati nel bidone.
«Personalmente, prendo solo pane che sia integrale ed organico», dice la signora. Il barbone postmoderno è ecologicamente cosciente e solidale. I coniugi, del resto, lasciano parecchio cibo «buono» nei bidoni, per gli altri freegan che verranno.
Eccome se verranno. «Vediamo una quantità di nuovi freegans negli ultimi mesi», assicurano i Gianstefani, certo in coincidenza con il crollo della finanza alla City e la crisi dei subprime. Ma per loro, è uno stile di vita eccitante, giurano. «Ci sentiamo come avventurieri ed esploratori».
D’altra parte, appena qualche settimana fa il premier Gordon Brown ha tuonato contro gli enormi sprechi dei consumatori inglesi, che buttano via 10 miliardi di sterline l’anno in cibi ancora buoni, fra cui 7 milioni di pane affettato e 4,4 milioni di mele ogni giorno. Ora le cose cambiano: razzolare nella spazzatura, oltre che ecologico e frugale, diventa anche patriottico, dice il Telegraph.
Nascono come funghi siti internet dedicati allo scambio di roba trovata nelle discariche, come Freecycle.org, Swapstyle.com, Selfsufficientish.com, i cui visitatori aumentano di giorno in giorno. In quel modo due gemelli Hamilton, di Bristol, si sono procurati il letto di casa loro (una casa ad affitto bloccato del municipio) e il materasso a 3 sterline.
I due Hamilton, Andy e Dave, hanno addirittura scritto un libro sul nuovo stile di vita, pubblicato da Hodder & Stoughton; e si parla di trarne una serie tv, un reality-show sull’allegra vita dei razzolatori.
Non è un sogno? Il capitalismo, anche terminale, è pieno di risorse: il marketing che gabella la vita dei dumpster divers come tendenza non è certo la meno brillante delle sue realizzazioni.

(*) La foto è tratta dal sito Giovinazzo.it e non raffigura un cassonetto inglese di quelli alla moda che abbiamo appena descritto, ma uno italiano, e lascio che siano le parole dell’editorialista del sito a farvi riflettere sulla nostra situazione:

“La foto che vedete è datata 26 dicembre, giorno della festività di Santo Stefano. E’ stata scattata subito dopo pranzo. E giù la solita tirata moraleggiante perché il cogitare dovrebbe subito correre lì, nel sud-est asiatico, alle popolazioni colpite dal maremoto. Che hanno fame di pane, mentre noi siamo sazi di pane, di Amore, di Attenzione, di Dio. Di tutto! Ho la nausea per il lauto pasto consumato poco prima. Lo sguardo alla tavola: le tovaglie rosse, i tovaglioli rossi di stoffa e quelli di carta (la carta per pulire mani e labbra, la stoffa di abbellimento).

E poi ancora, bevande e dolci e avanzi di ogni tipo. La tavola imbandita a Natale e il pane – quanto pane! – nel cassonetto di via Eustachio, tutto nello stesso giorno. Due facce della stessa medaglia: l’Occidente che produce, consuma e spreca. Le grandi feste, i grandi banchetti. Non vi ho mai creduto, ma oggi forse capisco di più, o forse posso provare a capire il perché di così tanta abbondanza, di così tanto spreco nei giorni di festa: sembra la celebrazione di un rito per esorcizzare la miseria, uno schiaffo alle malattie, alle carestie, la capacità tutta umana di distruggere materia per provare a costruire delle certezze.

Li ho visti io, con i miei occhi, i disperati di Giovinazzo nelle notti scure affannarsi fra i cassonetti delle nostre vie a cercare il pane. Già, il pane che molti giovinazzesi sono capaci di buttare via. Cosa siamo capaci di distruggere/digerire solo per sentirci più vivi, più presenti. E il pane è solo una piccola parte di tutto ciò che mandiamo al macero. Il più delle volte succede che il surplus di produzione che noi non riusciamo a consumare viene inviato nei paesi poveri e venduto, non regalato. Viene venduto sottocosto perché i nostri produttori beneficiano di ogni tipo di sovvenzionamenti: così distruggiamo l’economia dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo, perché i produttori di quei paesi non riescono a vendere i loro prodotti che costano di più, e collassano. “E’ il capitalismo, baby” – direbbe qualcuno. Ma così non va. Così siamo tutti coinvolti. Anche e soprattutto le nostre imprese che fuggono dai nostri paesi sviluppati per far produrre ciò che noi consumiamo e fuggono perché nelle periferie del mondo non li controlla nessuno, non ci sono regole né tutele per i lavoratori e fanno quello che vogliono. Ma noi, si potrebbe obiettare, compriamo soltanto, non decidiamo dove produrre i prodotti che acquistiamo. Ma, dico, siamo noi che facciamo la società. Siamo noi che diamo giudizi, anche attraverso la spesa. Siamo noi che creiamo i sistemi di valori che poi caratterizzano la vita di una società e di una collettività. Certo è che se una mucca europea vive con tre euro al giorno e i bambini, le donne e gli uomini delle zone degradate del mondo, comprese anche le periferie delle nostre città, vivono con più o meno trenta centesimi di euro al giorno, allora vuol dire che i nostri sistemi di valori sono depravati. Vuol dire ancora che Dio è davvero molto malato. Che non abbiamo grande considerazione della vita umana, che il nostro unico cruccio è la produttività, l’inseguire a tutti i costi un’idea di sviluppo e di modernità che portano solo al baratro, perché sviluppo non è, perché noi continuiamo a consumare e sprecare e tutti gli altri restano indietro.

Buona notte umanità, purtroppo, buona notte.”

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Wise Society Abbasso gli spreconi

(Fonte http://www.wise-society.com) Tristram Stuart ricercatore, scrittore e convinto attivista inglese del freeganism (stile di vita anticonsumistico) ha iniziato da ragazzo a combattere gli sprechi imparando a fare “la spesa” nei cassonetti della spazzatura. È cresciuto bene: bello, atletico, simpatico e pure intelligente, a riprova che il cibo, buttato da negozi, supermercati, aziende agricole, perfettamente commestibile, non solo non nuoce alla salute, ma anzi aiuta a crescere bene e potrebbe sfamare migliaia di persone.

Ecco perché Tristram continua la sua protesta e denuncia tutto questo nel suo libro Sprechi, un viaggio intorno al mondo per segnalarli, senza però tralasciare proposte, idee concrete e possibili vie d’uscita. E la soluzione è a portata di tutti, infatti, la responsabilità non è solo da imputare alle industrie, ai supermercati e alle leggi che li regolano, ma anche ai consumatori. Scrive Stuart nel suo ultimo libro: « i 5,4 milioni di tonnellate di sprechi alimentari prodotti dalle famiglie inglesi corrispondono a un esorbitante 25 per cento di tutto il cibo che le persone comprano per il consumo domestico. I colleghi di altri paesi europei non riescono a credere a queste cifre. Sono stato in contatto con un membro dell’Agenzia per l’ambiente tedesca che calcolava, (sulla base dei contenuti stimati dei secchi per la raccolta differenziata dei rifiuti biodegradabili forniti a metà dei cittadini) che lo spreco di cibo delle famiglie tedesche ammontasse a soli 15 chilogrammi a persona, meno di un settimo dei 112 chilogrammi pro capite calcolati dallo studio del WRAP nel Regno Unito. Un programma italiano di raccolta di rifiuti differenziati ha calcolato che le famiglie buttano in media 73 chilogrammi di rifiuti alimentari per persona all’anno, anche se non indica ulteriori quantità di rifiuti alimentari e non specifica quanti di questi fossero ancora commestibili».

Con il suo libro Sprechi cosa si propone?
L’obbiettivoè quello di far conoscere lo scandaloso spreco di cibo che viene buttato e chiuso nei bidoni della spazzatura. Le industrie, le fattorie, i supermercati sono migliaia e nessuno si accorge dei cumuli di alimenti scartati, nessuno ha l’opportunità di vederli. Io invece racconto quello che trovo per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Non possiamo far finta di niente, il problema c’è ed è enorme.

Cosa vuol dire per lei freeganism?
Freeganism, per me, significa semplicemente tirare fuori il cibo dal bidone della spazzatura scoprendo che è perfettamente commestibile. E protesto per questo. Non bisognerebbe gettare cibo ancora buono. Credo che ognuno di noi, nel profondo, sia un freegan, è il buon senso che ci dice di non sprecare alimenti. Se qualcuno avanza del cibo nel piatto viene spontaneo dirgli: «finiscilo». Lo scopo di questo movimento anticonsumistico non è indurre gli altri a cercare cibo nelle pattumiere ma fare in modo che la gente smetta di mettercelo. È una grande opportunità questa per ridurre l’impatto ambientale e combattere la fame nel mondo. Non c’è nessuna ragione per cui non dovremmo farlo.

Non le fa impressione mangiare qualcosa che ha trovato nel bidone della spazzatura?
Molte persone pensano che sia disgustoso. Sì, lo è. Ma la cosa più terribile è che quel cibo sia ancora perfettamente commestibile e si trovi lì. Buttare via tonnellate di alimenti freschi ogni singolo giorno, questo sì che è disgustoso.

Cosa trova nella spazzatura?
Qualsiasi cibo possa venirci in mente. I supermercati buttano via un po’ di tutto, così se apri un loro cassonetto ti ritrovi un intero scaffale. Anche le aziende agricole sprecano tonnellate e tonnellate di frutta e verdura, e la stessa cosa vale per i mattatoi che buttano via carne. Inoltre solo nell’Unione Europea buttiamo il 40-60 percento del pesce che viene pescato. Nelle industrie invece si butta tutto quello che si produce, a partire dai sandwich

Quando ha iniziato questa “attività”?
Ho incominciato a recuperare cibo a 15 anni. Avevo dei maiali che allevavo in maniera tradizionale, con gli scarti e gli avanzi di cibo. È a Gudrum, la mia prima scrofa, che ho dedicato il libro. Grazie a lei ho ricevuto un’importante lezione di vita. Il cibo lo recuperavo a scuola, dalla panetteria, dal fruttivendolo, dal supermercato e dalla fattoria vicina che buttava via le patate perché avevano una dimensione o una forma non adatta per gli standard dei supermercati. Un giorno ho mangiato anche il pane trovato scoprendo che era ancora fresco e buono. Ho cominciato così a capire che il cibo per i miei maiali avrebbe potuto essere tranquillamente consumato anche dalle persone

I consumatori hanno delle responsabilità?
Sicuramente, se si apre un qualsiasi frigorifero ci troveremo qualcosa di scaduto o andato a male. Così anche noi contribuiamo a sprecare cibo. La cosa positiva è che possiamo risolvere il problema comprando meno o consumando tutto anzichè buttare via cose ancora commestibili. Scrive Stuart nel suo libro: «Il cibo sprecato dalle famiglie britanniche ammonta a 10,2 miliardi di sterline all’anno, 167 sterline a persona e 420 per una famiglia di medie dimensioni. Negli Stati Uniti è stato calcolato che gli sprechi dei consumatori ammontano a 54 miliardi di dollari annui. Nessuna di queste cifre comprende i costi di smaltimento dei rifiuti pagati in tasse. Le cifre annuali complessive ottenute dalla somma di questi costi potrebbe far nascere in qualcuno la voglia di risparmiare evitando gli sprechi. Ma per molti l’abitudine di comprare più di ciò che serve è penetrata a fondo nel comportamento d’acquisto. Consciamente o no, le persone sanno che quando riempiono il carrello del supermercato hanno solo il 75 per cento di probabilità di mangiare tutto quello che pagano, eppure decidono lo stesso che vale la pena di spendere quei soldi»

Contro l’abitudine allo spreco sta cambiando qualcosa?
Trent’anni fa in Europa non sprecavamo tanto cibo come oggi, e credo sia possibile cambiare il modo di vedere le cose, prendendo spunti da soluzioni trovate in altre parti del mondo.
In Giappone e Corea, ad esempio, riciclano il cibo nutrendoci i maiali che è invece un sistema considerato illegale nell’Unione Europea. Ma non credo ci sia un motivo valido per non adottarlo anche noi. C’è un episodio che mi ha molto ispirato in questo senso. Mi trovavo in Cina e stavo mangiando del riso. Una volta finito ho allontanato la ciotola in cui erano riamasti tre chicchi, a quel punto il cuoco con cui stavo parlando, mi ha fissato con un’espressione molto seria dicendo: «finiscilo». Ai suoi occhi io ero un terribile sprecone! Ho pensato che, se una società può considerare lo spreco di poco cibo un simile tabù, la nostra deve smettere di sprecarne montagne.

Cosa preferisce mangiare?
Mi piacciono molto i vostri ravioli, sto anche imparando a farli. Sono vegetariano, ma trovo interessante che in Italia si mangi ancora la trippa, che da noi sta scomparendo. Credo che se si deve proprio uccidere un animale, tanto vale utilizzarne ogni parte.

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Spreco alimentare, dal campo alla tavola tra i rifiuti nove milioni di tonnellate di viveri

Martedì 23 Aprile 2013

In Italia si spreca molto. I soldi pubblici, l’acqua e anche il cibo. Nel 2010 ogni italiano ha buttato via 27 chilogrammi di alimenti ancora commestibili, 8,8 milioni di tonnellate in tutto, il 10% del totale europeo. Una perdita di 454 euro a famiglia. Questi dati emergono da uno studio inedito sul tema “Spreco del cibo”, curato dal Barilla Center 1. I risultati verranno analizzati mercoledì 23 maggio alle 17.00 a Milano in occasione del webinar internazionale dal titolo “Spreco alimentare: come ridurlo dal campo alla tavola”. Il tema sarà l’emergenza alimentare che il pianeta sta affrontando e la riduzione dei consumi come modo di risolverla: quasi un miliardo di persone, infatti, sono ancora sottonutrite, mentre in molti Paesi la quantità di cibo non consumata è altissima.

Spreco alimentare, dal campo alla tavola  tra i rifiuti nove milioni di tonnellate di viveri

I numeri dello spreco.
Secondo le stime Adoc, mediamente le famiglie italiane buttano il 35% dei prodotti freschi, il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura. Il fenomeno però non si limita alle sole famiglie. Se si considera l’intero percorso di produzione di alimenti, dai campi ai supermercati lo spreco sale a 20 milioni di tonnellate. Al giorno, ognuno dei 600 ipermercati della penisola butta 250 chilogrammi cibo, perché vicino alla data di scadenza o per ragioni estetiche. Questo costa al Paese più di dieci miliardi di euro nel settore agricolo, 1,2 miliardi nell’industria alimentare e 1,5 miliardi nella distribuzione. Per un totale di quasi 12,7 miliardi di euro l’anno.

Il ruolo della crisi. Una perdita che negli ultimi tempi risulta più contenuta in conseguenza della crisi, che ha modificato le abitudini delle famiglie. Tre italiani su quattro prestano maggiore attenzione alla spesa rispetto al passato per risparmiare di più, con una conseguente riduzione degli sprechi del 57%. Secondo un’indagine di Coldiretti-SGW relativa al 2011, oltre a una spesa più oculata, le altre azioni messe in pratica per ridurre gli sprechi sono diminuire le quantità acquistate (31%), utilizzare gli avanzi nei propri pasti (24%), fare più attenzione alle date di scadenza (18%).

I relatori. Al seminario online, che potrà essere seguito in streaming sul sito http://www.barillacfn.com 2, parteciperanno Andrea Segre, presidente di Last Minute Market e preside della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, Jean Schwab, capo del National Food Recovery Initiative dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) degli Stati Uniti d’America, e Tristram Stuart, scrittore e attivista inglese. Stuart è uno dei sostenitori della filosofia freegan, uno stile di vita anticonsumista per combattere gli sprechi limitando il consumo di risorse. Nel 2009 e nel 2011 ha organizzato la campagna http://www.feeding5k.org 3, con la quale è stato possibile offrire a 5.000 persone un pranzo gratuito usando solo alimenti che altrimenti sarebbero andati sprecati. Nel suo libro Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare, Stuart ha mostrato che i Paesi occidentali sprecano fino a metà del loro cibo e che affrontare questo problema è uno dei modi più semplici per ridurre la pressione sull’ambiente e sull’offerta globale alimentare.

Paola Rosa Adragna

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Paesi troppo spreconi, anche con i cibi

Spreconi. Come definire altrimenti i cittadini dei paesi occidentali? Gli inglesi per esempio, scrive Lucy Siegle sul Guardian, gettano nella spazzatura 10 milioni di tonnellate di immondizia l’anno, di cui il 60 per cento è composto da alimenti per il 40 per cento ancora commestibili. Il Sun, la testata di Rupert Murdoch che si è lanciata in una poderosa campagna ambientalista, per ribadire lo stesso concetto utilizza delle immagini molto convincenti: i rifiuti domestici prodotti ogni dodici mesi in Gran Bretagna pesano quanto 4 milioni e 300mila elefanti africani. Ma il dato più aberrante riguarda lo spreco prevendita: il 70 per cento delle vivande viene avviato allo smaltimento prima di giungere sullo scaffale e ciascun suddito di sua Maestà sperpera 420 sterline l’anno (oltre 600 euro) in cibo mai consumato.
E così persino Leo Hickman, il columnist “etico” del Guardian ripreso anche da Internazionale, finisce per dare il suo placet ad un elettrodomestico che gli ambientalisti non hanno mai guardato di buon occhio: il tritarifiuti, utilizzato dal 6 per cento delle famiglie inglesi (ma negli Usa stiamo intorno al 47), che disperde gli avanzi nel lavello, vanifica la prospettiva del compostaggio, arricchisce di elementi organici le acque e in più consuma corrente.
Quello dell’Inghilterra, nel ritratto che ne forniscono le due testate, sembra un caso limite. Ma in realtà la dissipazione delle risorse alimentari (e non solo) rappresenta un tratto distintivo dell’intera civiltà dei consumi: secondo uno studio realizzato dall’Università dell’Arizona negli Usa il cibo in esubero sfiora il 50 per
cento di quello prodotto. E anche in Italia non si scherza: i ricercatori dell’Università di Bologna, che hanno realizzato il progetto Last minut market proprio per arginare la dissipazione agroalimentare, avvertono che il 15 per cento del pane e della pasta finisce nell’inceneritore, così come il 18 della carne e il 12 di frutta e verdura.
Più in generale secondo l’ultimo rapporto Apat-Onr (un’utilissima lettura sull’entropia del paese scaricabile da http://www.apat.gov.it) nel 2005 i rifiuti urbani hanno raggiunto quota 31,1 milioni di tonnellate, il 3,7 per cento in più rispetto al 2003. Come dire: da noi va meglio la produzione di immondizia che il prodotto interno lordo.
L’antidoto, si sa, è la riduzione a monte, la raccolta differenziata e (con tutti i distinguo del caso) la termovalorizzazione: uno scenario di cui si tornerà a discutere durante Ecomondo, la fiera internazionale sul recupero energetico che si
tiene a Rimini dal 9 novembre.
C’è però chi va oltre e sceglie la strada della “filiera corta” anche nell’abbattimento degli sprechi. Sono i freegan: un movimento d’ispirazione vegetariana (il nome deriva dall’unione tra free e vegan) che pratica il recupero militante degli alimenti gettati da supermarket, ristoranti e nuclei familiari.
Le comunità riducono gli acquisti allo stretto necessario e sono sparse,
come racconta www.freegan.info, fra Londra, New York e diverse altre città americane.«L’unico svantaggio – scriveva tempo fa Liz Scarff, giornalista dell’Independent che si è trasformata in freegan per un giorno – è che non sai bene che cosa potrai mangiare. Ma ho capito quanto cibo finisce in discarica: una volta lavato non è tanto diverso da quello che si trova sugli scaffali. E sono tentata
dal rimanere una freegan per il resto della vita».

di MARCO FRATODDI

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La Legge che fa marcire cibo

Ogni anno fino al 50% del cibo commestibile viene sprecato nelle case degli europei, nei supermercati, nei ristoranti e lungo la catena di approvvigionamento alimentare, mentre 79 milioni di cittadini dell’Unione Europea vivono al di sotto della soglia di povertà e 16 milioni di persone dipendono dagli aiuti alimentari.

Secondo una ricerca del Politecnico di Milano, in Italia sono 6 milioni di tonnellate, pari a un valore di 12,3 miliardi di euro, le eccedenze alimentari generate per oltre il 55% dalla filiera agroalimentare e per il restante nell’ambito del consumo domestico. Di questo, quasi il 50% è recuperabile per l’alimentazione umana con relativa facilità, indicando in circa 3,2 milioni di tonnellate annue quelle definite «ad alta e media fungibilità», ossia rapidamente e perfettamente recuperabili per il consumo umano. Ma solo il 6% delle eccedenze viene recuperato per essere donato e distribuito agli indigenti e quando il surplus ancora buono non viene recuperato diventa spreco. Le cifre più difficili da recuperare riguardano gli sprechi di piccole attività commerciali e alimentari, tipo bar e piccole tavole calde, che comunque si attestano su 100 kg di cibo annuali per ogni singola attività.

L’importanza di queste cifre è notevole, e dunque appare notevole la follia legislativa che impedisce a questo cibo di arrivare sulle tavole di chi ha bisogno. Basta guardare una qualsiasi strada di una città europea per rendersi conto che la moltiplicazione di questi 100 kg produce montagne di cibo vertiginose che finiscono tutte nell’ambiente sotto forma di spazzatura, trasformandosi in grande fonte d’inquinamento. Una volta, venivano contemplati i peccati che gridano vendetta al cielo. Ora, in tempi d’indifferenza consumistica, nessuno sembra più scandalizzarsi di questo scialo. Eppure, sono convinta che non ci sia nulla di così profondamente scandaloso quanto il cibo sprecato.

Tra le tante iniziative lodevoli — come ad esempio l’impegno del professor Andrea Segrè con il suo Last Minute Market e l’Emporio della Solidarietà delle Caritas — esiste anche un’associazione che dal 2007 cerca di ovviare a questo scandalo — perché di scandalo si tratta — con gesti concreti e logisticamente efficienti ma, per una perversione burocratica — che investe ogni ambito del nostro Paese, rendendo facile la vita ai disonesti e impossibile agli onesti — questo progetto non riesce a decollare.

Il progetto Pasto Buono — sostenuto da Qui Foundation (www.quigroup.it) e che conta già 120 mila esercizi di ristorazione in tutta Italia — ha appunto lo scopo di rendere usufruibile il cibo già preparato e rimasto invenduto, impedendogli di finire nella spazzatura.

Oltre alla burocrazia eccessiva, si sovrappongono delle clausole legate all’igiene che ne rendono quasi impossibile la realizzazione. I donatori virtuosi, infatti, — che esporrebbero nelle loro vetrine una vetrofania apposita per dimostrare la loro partecipazione — dovrebbe rifornirsi, oltre che di contenitori di alimenti a norma, di furgoni refrigerati per il trasporto del cibo e anche di un costoso «abbattitore di temperatura». La cosa paradossale è che tutti noi, come clienti della rosticceria possiamo comprare il cibo e portarcelo a casa, magari lasciandolo anche due ore in macchina, ma, per donarlo, è necessario abbattere la temperatura. Sarebbe dunque importante semplificare la legge, permettendo alle persone che hanno bisogno di poter mangiare questo cibo civilmente e non accalcandosi ai cassonetti nei quali viene gettato, cosa che accade attualmente.

È una questione di dignità del cibo e di dignità della persona, e dunque di tutta la società civile. Purtroppo sempre più spesso si vedono persone, soprattutto anziani, che frugano nella spazzatura alla ricerca di qualcosa da mangiare e, con questa terribile crisi che stiamo vivendo, il fenomeno si sta allargando anche alle famiglie monoreddito e di coloro che hanno perso il lavoro. Il cibo c’è, e anche in abbondanza, ma non lo si può mangiare perché non sono igieniche le condizioni di trasporto. Perché, mangiare dal cassonetto è forse igienico?

Chi ha provato a fare una qualsiasi cosa in questo Paese — non per interesse personale ma per il bene della collettività — sa che i bastoni tra le ruote sono infiniti perché, nel sadismo paralizzante della burocrazia, c’è sempre un desiderio di perseguitare chi agisce con onestà, correttezza e senza avere tornaconti personali. Il nostro è il Paese del cartelli del «severamente vietato». Mi sono sempre chiesta cosa voglia dire «severamente». O una cosa è vietata o non lo è.
Perché non sognare un cambiamento che ci faccia andare tutti verso la semplicità, la convivialità, la responsabilità condivisa da tutti? Nel caso del cibo sprecato, abbiamo un problema e abbiamo anche la soluzione, ma da questa soluzione nessuno ci guadagna niente, tranne la civiltà e l’umanità. Forse l’inciampo è proprio questo.

Se il problema risiede, come probabilmente sarà, in una legge della Comunità europea — questa Comunità che, a furia di proteggerci, ci farà tutti morire un giorno per un banale batterio — perché, per una volta, non fare una bella figura e lottare per il bene comune in sede di Parlamento europeo, cercando di modificare le clausole che permettono questo scandalo?

Susanna Tamaro
Fonte: www.corriere.it
13.05.2013

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