Disonorevole essere indebitati? Non per tutti.

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Credo sappiate già tutti dell’”epidemia di suicidi” che ha colpito i coltivatori indiani negli ultimi anni a seguito dell’introduzione del cotone modificato geneticamente dalla Monsanto, la variante “BT“, che contiene al suo interno gli antiparassitari e avrebbe dovuto garantire raccolti più alti con minore irrorazione di pesticidi. I contadini si sono indebitati, i risultati promessi non sono arrivati, i raccolti sono stati di gran lunga inferiori alle aspettative, e i contadini, impossibilitati a pagare i loro debiti, non hanno retto e, in grandissima quantità (si parla di oltre 200.000!), colti dalla vergogna, hanno preferito porre fine alla loro vita. Una scelta estrema, sicuramente non condivisibile, ma comunque indice di un concetto di dignità e di onore che in molti, ance ai massimi livelli dello stato nel nostro occidente avanzato, hanno dimenticato. Pensate ad uno Scaiola che ha il coraggio di affermare impunemente che “non sa chi gli ha regalato la casa a piazza di Spagna, ma se lo scopre….”. Dignità zero, sotto le scarpe, faccia di bronzo come pochi.

Mi veniva in mente questo ieri sera che, aspettando il figlio fuori dalla palestra, ascoltavo la radio delle forze armate americane, e tutto il dibattito sull’innalzamento del limite del debito pubblico americano, ed il rischio di shutdown della macchina statale, e via dicendo. Una rapida ricerca solo sui pezzi odierni in merito porta a moltissimi risultati:

…e molti altri….

Come ben spiegato da molti, il paragone stato<->famiglia non regge, per spiegare i meccanismi dell’economia: sono troppo diverse le variabili in gioco, però, nonostante questo, possiamo tranquillamente porci questa domanda: se un capofamiglia si indebita oltre ogni limite, che opinione ne abbiamo? Non pensiamo forse che sia un inetto, un incapace, al limite un distratto zuzzurellone ma sicuramente uno al quale è meglio non dare affidamento? E allora perchè non ci indigmamo con altrettanta forza, anzi, molta di più, a considerare quanto spendaccioni e incapaci di programmazione economica sono coloro che pretendono di mettersi a capo delle nazioni? Perchè per loro siamo disposti ad accettare qualunque scusa, qualunque diversivo, qualunque “distrazione” od errore?

Certo, la scusa più ricorrente è che per mantenere lo stato sociale, per pagarci i servizi di cui tutti noi abbiamo bisogno, le spese non possono essere contenute. Ma perchè non dicono la verità? Perchè non dicono che gli interessi pagati sul nulla (perchè il nulla è quello che ci è stato prestato, perchè appunto creato dal nulla da organismi privati come la BCE) sono quelli che ci hanno mandato in rovina? Ma è ovvio: primo, non si può svelare il meccanismo di creazione di denaro dal nulla, altrimenti la gente scenderebbe in piazza domani mattina (Henry Ford), ma soprattutto, è molto più comodo far leva sui sensi di colpa della gente, dirgli che “ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, che “ha fatto il passo più lungo della gamba“, in modo tale che adesso accetti i tagli allo stato sociale, l’aumento delle tasse, la disoccupazione, la crisi. Tutto torna.

Fino a che non sapremo tutti la verità. E si scoprirà che l’imperatore è nudo.

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Decrescita Felice e Resilienza Cattolica

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Vivere al minimo. Ecco come faccio io

Categoria: Esperienze

Confesso che, quando mi definiscono “minimalista”, mi viene un po’ da ridere e inizio subito a fare dei distinguo, a dire “ma no dai non esageriamo”. Ancora oggi, dopo quasi due anni di blog e di “esperienza minima”, continuo a sentirmi alle prime armi, e non credo che questa percezione cambierà mai. Un po’ perché il minimalismo è un ambito veramente molto complesso e stratificato, direi inesauribile. Un po’ perché per una vita sono andata in direzione esattamente contraria.

Ho iniziato a lavorare da libera professionista, un po’ per caso, appena prima di laurearmi. Mi è andata subito bene, per una serie di motivi (talento, fortuna, tempismo). Mi sono resa indipendente dalla mia famiglia di origine, e ho cominciato a percorrere (senza rendermene conto) una strada, credo, condivisa da molti. Quella in cui gli oggetti che compri, dai vestiti alla casa, contribuiscono a definire la tua identità.

In effetti, l’acquisto di una casa insieme al mio compagno è stato un po’ il culmine di questo processo. Una casa bella e grande, non esattamente “quella che ci serviva” (come metratura, come spazi), ma “quella che potevamo permetterci”. Si sa come funziona. “È un investimento, i soldi dell’affitto sono soldi buttati”.

Sette anni dopo, a salvarci è solo il fatto che amiamo profondamente la nostra casa, che tutto sommato l’abbiamo acquistata a un buon prezzo, e che potevamo davvero permettercela (mutuo sì, ma non capestro). Ma, con la crisi economica e lo scoppio della bolla immobiliare, non possiamo affermare onestamente che comprare casa sia stato un investimento.

E se è così per la casa, classico bene rifugio, meglio non pensare nemmeno alla miriade di oggetti che abbiamo accumulato nel corso degli anni. Abiti, scarpe, accessori, libri, Cd, Dvd, gadget elettronici, piccoli elettrodomestici, stoviglie, oggetti per la casa in generale… l’elenco è infinito. Abbiamo comprato e comprato e comprato, e ogni oggetto era un piccolo riflesso di quel che eravamo, o volevamo essere, come singoli e come coppia. A salvarci (di nuovo) è stata l’allergia ai debiti di qualsiasi tipo, che ci ha tenuti lontani dalle sirene dei finanziamenti a tasso 0, del frigorifero americano in 48 comode rate (con ampie probabilità che il frigorifero si rompa prima che sia concluso il finanziamento), della Tv ancora un po’ più grande,

“tanto sono solo 100 euro al mese”.

Come per la casa, abbiamo sempre e solo acquistato quel che potevamo permetterci, cioè che potevamo acquistare in contanti. Ma questo non toglie che, in tanti casi, non siano stati acquisti molto validi.

Il risultato? Quello che io chiamo la fatica del superfluo: una casa, una vita, piena di oggetti, molti dei quali poco o niente utilizzati, ma che non riusciamo nemmeno a pensare di eliminare. Se vi è mai capitato di provare a riordinare anche solo un armadio, ci siete passati: non si sa mai, potrebbe tornare utile, con quello che è costato, sarebbe uno spreco, ci sono affezionata, ma ce l’ha regalato Tizio, è un ricordo, è nuovo di zecca…

Dietro tutte queste motivazioni-alibi si nasconde l’unica vera ragione per la quale rimaniamo aggrappati alle cose: la sensazione che, con loro, se ne andrà anche un pezzetto di noi.

La nostra esperienza in particolare è partita dalla riflessione sull’oggetto che più di tutti era rappresentativo in questo senso: la nostra seconda macchina (che poi era la mia), comprata quasi solo per sfizio, km totali percorsi 12.000 in tre anni (!). Lasciarla andare è stato difficile, mi verrebbe da dire doloroso. Significava rinunciare a quella parte di me che guidava una macchina, anzi meglio, che possedeva e guidava una spider. Ma significava anche ritrovarsi con un bel mucchietto di euro in banca e circa 1200 euro di spese annue in meno

Venduta l’auto, abbiamo attaccato con il decluttering: per i dettagli vi rimando al blog ma, in sintesi, abbiamo eliminato il superfluo da casa, stanza per stanza. Tutto quello che non si sa mai, è uno spreco, è nuovo di zecca: le stoviglie triple, gli elettrodomestici mai usati, gli asciugamani in più, le tonnellate di magliette che il mio compagno si portava dietro dal liceo, e i quintali di capi di abbigliamento che avevo comprato e mai messo, oppure in cui non entravo più. E i libri (che meriterebbero un discorso a parte), e i Cd, e i Dvd.

Abbiamo venduto (su eBay, nei negozi specializzati nella compravendita di usato), regalato, buttato: e quando a cose fatte, ci siamo imbattuti in alcune vecchie foto dei vari ambienti della casa, siamo rimasti di sale nel renderci conto della differenza.

Il passo successivo è stato smettere di fare acquisti sull’onda dell’entusiasmo e fare più attenzione alle nostre spese in generale. Tutto questo, ovviamente, ha avuto conseguenze importanti, e positive, sulle nostre finanze: le entrate, grandi e piccole, delle varie vendite, si sono sommate alla riduzione delle spese, che si è rivelata significativa.

Di pari passo con l’eliminazione fisica del superfluo, è proseguita la nostra riflessione: ci siamo resi conto che il punto vero, importante, non erano gli armadi a muro più sgombri, ma la maggiore libertà che avevano conquistato. Entrambi liberi professionisti, e quindi privi di entrate fisse, non avevamo mai avuto problemi di mancanza di lavoro; ma, per forza di cose, il mantra era sempre stato che il lavoro bisogna prenderlo quando c’è, tutto quel che c’è, perché il mese prossimo le cose potrebbero andare male.

Rendersi conto all’improvviso che potevamo vivere con una cifra nettamente inferiore era esilarante: ci apriva tutta una serie di possibilità, di alternative, di scelte.

Lavorare a ritmi più serrati e mettere da parte qualcosa in più, oppure concederci un (altro) viaggio.

Lavorare un po’ meno (per scelta o per motivi contingenti)… senza che per questo scattasse il panico.

Nel frattempo il mio piccolo blog iniziava a ricevere consensi e scoprivo con piacere che non eravamo i soli a farci certe domande, e a darci certe risposte, anche qui in Italia.

Complice la crisi economica, in moltissimi si trovano costretti a semplificare. Molti altri, senza essere necessariamente in difficoltà, trovano sensato prendere una direzione diversa. Per qualcuno questo significa separarsi da una serie di cose, per altri imparare a fare in casa il sapone o il detersivo per la lavastoviglie, o coltivare un orto sul balcone. Per altri ancora, il cambiamento è più importante: lasciare il lavoro, aprire un’attività propria, traslocare in una casa più piccola…

Ognuno compie un suo percorso proprio, adeguato al suo stile di vita e agli obiettivi che si pone: non esistono formule magiche né comandamenti (è una delle bellezze del minimalismo, credo). Ad accomunarci è il fatto che, un bel giorno, abbiamo deciso che era venuto il momento: il momento di smettere di aver paura di porci certe domande. Ci siamo dati delle risposte oneste, anche se, spesso, significava ammettere che avevamo fatto degli errori anche gravi, e stupidi. E da lì siamo (ri)partiti. Capita spesso di incrociarsi, tra un cambio degli armadi e un metodo per rinfrescare la pasta madre, tra una richiesta di aiuto e il confronto su un’esperienza estrema di downshifting. Ci riconosciamo anche se siamo tutti diversi. Non siamo strani e “alternativi”: non siamo tutti vegani, ecologisti d’assalto, casalinghe con tanto tempo da perdere, disoccupati che devono reinventarsi per forza, figli di papà con le spalle molto coperte e il pallino di seguire l’ultima moda radical-chic.

Siamo un po’ più liberi. Siamo un po’ più sereni. Non è poco, di questi tempi. Unitevi a noi e… vedrete.

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martedì 23 aprile 2013

Frugalità biblica: Giuseppe e come superare i tempi duri

martedì 23 aprile 2013

Non so se lo sapete, ma la Bibbia è piena di esempi di frugalità. Vi concedo che spesso essa è collegata al discorso della provvidenza, ma l’arte di accontentarsi con quello che si ha, quindi avere un atteggiamento umile rispetto alla vita, e quella di saper mettere da parte al momento giusto, insieme al carattere della diligenza, sono virtù molto esaltate nelle Sacre Scritture. Vediamo oggi la storia di Giuseppe, e impariamo da lui una strategia per superare brillantemente i tempi duri.

Giuseppe era l’undicesimo figlio di Giacobbe. Invidiato e odiato dai fratelli perché era il prediletto del padre, venne da loro venduto ad una carovana che andava in Egitto, e rivenduto lì a sua volta ad un funzionario del faraone. Dopo alcune peripezie Giuseppe finì in carcere dove rimase per due anni, e dove ebbe l’occasione di interpretare i sogni di due carcerati. Un giorno il faraone fece un sogno che nessuno dei suoi indovini riuscì a interpretare. Arrivò voce quindi che Giuseppe era in grado di farlo e fu portato davanti al faraone. Il sogno prediceva che ci sarebbero stati sette anni di grande abbondanza e sette anni di carestia. Giuseppe consigliò di mettere da parte un quinto della raccolta del grano durante i primi sette anni, in modo da combattere l’indigenza nei successivi sette. Il faraone fu così compiaciuto che lo nominò in pratica quasi viceré e gli diede l’incarico di soprassedere la raccolta del grano.

Ecco, stanno per venire sette anni, in cui sarà grande abbondanza in tutto il paese d’Egitto. Poi a questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quella abbondanza nel paese d’Egitto e la carestia consumerà il paese. Si dimenticherà che vi era stata l’abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà molto dura.” … “Il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio, e lo metta a capo del paese d’Egitto. Il faraone inoltre proceda ad istituire funzionari sul paese, per prelevare un quinto sui prodotti del paese d’Egitto durante i sette anni di abbondanza. Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. Questi viveri serviranno di riserva al paese per i sette anni di carestia che verranno nel paese d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia” Genesi 41:29-36

Arrivarono così i primi anni di grande abbondanza, durante i quali vennero costruiti grandi silos per raccogliere il grano in eccesso. Quando poi arrivò la carestia, molti paesi limitrofi soffrirono la fame, ma in Egitto c’era il pane in abbondanza.

Devo dire che mi ha sempre affascinato questa storia. A parte la provvidenza divina che gioca senz’altro un ruolo importante in questo contesto, trovo che si nascondi qui una grande caratteristica di frugalità, un’abilità propria dell’uomo che messo di fronte ad una difficoltà e ad una via per risolverla, sceglie di accettarla e di lavorare sodo.

Con questo voglio dire che spesso la vita è proprio così: ci sono momenti di abbondanza e momenti di crisi, in cui per esempio abbiamo nuovi o inaspettati conti da pagare, tasse, guasti e riparazioni, ecc. È bene quindi sfruttare al massimo i tempi buoni e usarli per mettere da parte qualcosa, sia in termini di denaro, sia in termini di beni. In questo modo saremo pronti ad affrontare qualsiasi imprevisto finanziario.

È un po’ il discorso della cicala e della formica. In estate con l’abbondanza della raccolta, la cicala passa il tempo a cantare mentre la formica lavora instancabilmente per provvedere al cibo per l’inverno. Nella nostra vita di inverni ce ne abbiamo abbastanza, e non parlo solo dal punto di vista meteorologico, quindi perché non approfittare delle nostre “estati” per creare per esempio un fondo emergenze, fare scorta di viveri, prevenire guasti domestici in futuro con un piccolo risparmio o semplicemente mettersi da parte qualcosa? Ovvio che non vi invito a vivere una vita di rinunce quando non ne avete bisogno, ma di tutto c’è una misura e pensare al futuro e ad eventuali ricadute economiche, che possono veramente toccare tutti, trovo che sia estremamente saggio.

Siete abituati a prevenire disastri finanziari con un fondo emergenze? O dimenticate i tempi difficili quando le cose vanno bene?

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Vita frugale degli anni ‘40

mercoledì 29 febbraio 2012

Gli anni ‘40, gli anni della Guerra e del dopoguerra sono stati degli anni molto difficili per le popolazioni coinvolte nel conflitto mondiale, per ovvie ragioni di scarsità di prodotti alimentari, risorse di energia, vestiario, ecc. E, come in quasi tutti i paesi europei, su questi prodotti vigeva un razionamento, cioè ad ogni persona spettava un tot di cibo alla settimana (e niente più). Nonostante il razionamento fosse ritenuto essere il minimo indispensabile per il fabbisogno di un individuo, la mancanza di un sovrappiù rendeva difficile l’adeguamento della gente ad un’austerità appesantita dall’angoscia del conflitto e del coinvolgimento dei propri cari in prima linea. Ciononostante, come si sa, necessità fa virtù, ed è proprio in questi casi che le soluzioni più disparate vengono fuori con non poca creatività e capacità e ingegno. Ed è questo quello che rende interessante* questo periodo… come hanno fatto a vivere con così poco?

Ecco un esempio di razionamento di cibo a persona per settimana in Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale (le quantità devono aver oscillato negli anni e questi dati corrispondono al massimo della quantià distribuita):

Prosciutto 227g
Zucchero 454g
Tè sfuso 113g
Carne 540 g (le salsicce furono razionante solo per un paio d’anni, ma comunque la carne per farle era così scarsa che spesso contenevano un’alta quantità di pane)
Formaggio 227g
Conserve 0,45 kg al mese
Burro 227g
Margarina 340g
Lardo 85g
Dolci 454g (caramelle immagino)
Uova 1 (a seconda della disponibilità)
Latte in polvere 1 tazza ogni 8 settimane, ma venivano dati da 1 a 2 litri alla settimane a donne incinte e a bambini.

In Inghilterra non tutti i cibi erano razionati: la verdura e la farina per esempio non lo erano, e i contadini quindi erano in vantaggio rispetto agli abitanti delle città. Fu proprio in questo periodo infatti, che il governo incentivò la creazione dei cosiddetti “Victory Gardens” (giardini della vittoria), ovvero  il trasformare i giardinetti e le aiuole davanti a casa in veri e propri orti, allo scopo di poter coltivare ortaggi per integrare il regime alimentare. Questa iniziativa, che divenne famosa anche in altri paesi europei, in Italia e anche in America, aveva l’obiettivo di far risparmiare al governo non poco denaro, e di permettergli di concentrarsi economicamente in altri affari urgenti del momento. Ma per la popolazione, per chi ci riuscì e ne ebbe l’occasione, fu una fortuna incredible e contribuì a combattere la fame di quegli anni.

A proposito del razionamento, esistono dei libri di cucina inglese di ricette che usano i cibi razionati dell’epoca creando dei piatti molto frugali. Uno di questi è per esempio il Woolton Pie, una sorta di torta rustica con una base di patate, e per nominarne altri il Carrot Cake, una torta di carote, buona per la scarsità di farina e zucchero, Wartime Turnover, fagotti di pane ripieni di verdura, Corned Beef Fritters, polpette di carne in scatola, e dolci fatti con il pane raffermo come il Bread Pudding.

C’è un blog di una donna che usa il razionamento della seconda guerra mondiale come dieta e anche per risparmiare sul cibo. È interessantissimo e ci sono varie ricette dell’epoca prese da alcuni libri di cucina inglese degli anni ‘40. Per chi fosse curioso clicchi pure qui.

Non solo il cibo era razionato. I vestiti, per esempio, si potevano comprare con un tot numero di punti, che però variavano, anzi diminuivano da anno in anno, lasciando la popolazione quasi priva del necessario. Una volta ho visto un video di donne che durante la guerra, usavano sfilare un maglione, per ricavarci la lana e ne rifacevano uno o due per i bambini. Per far questo, lavavano la lana ricavata, la tiravano avvolgendola sulla sponda di una sedia e la rilavoravano. Anche altri vestiti smessi si trasformavano in nuovi capi, da camicie a vestiti per bambina, da canovacci a magliette, da pantaloni a gonne.

Altre cose razionate erano il sapone, sia per la pulizia personale che per il bucato, il carbone e naturalmente e la carta.

Anche in Italia la dieta era molto ristretta a quel tempo, ma anche qui troviamo pietanze simili a ciò che mangiamo oggi, ma preparate in modo più frugale, come pasta, minestre, stufati vari, per lo più di verdura. Si utilizzava tutto il possibile come le bucce di patate e di altre verdure, i baccelli dei legumi, le interiora del pollo, il grasso di carne veniva conservato e le croste di pane raffermo venivano utilizzate per fare varie cose.

Mia nonna, che ora non c’è più, mi diceva di questo periodo, principalmente, che “c’era una gran fame”. Mi dispiace di non poter chiederle di più ora, ma sapendo com’era lei dopo, una donna che non buttava via niente, dal bottone alla tazzina sbeccata, e che il frigo era pieno di avanzi che dovevano assolutamente essere mangiati al pasto successivo o trasformati o riutilizzati in chissà cosa ancora, so che questo periodo deve averle dato una forte impronta, come del resto a tutti coloro che l’anno vissuto.

E noi invece possiamo anche adesso imparare tantissimo da queste pratiche, non così lontane dai nostri giorni, e cominciare a non sprecare più…

* Dopo aver riletto quello che ho scritto, un articolo su un periodo storico abbastanza pesante, questo aggettivo, interessante, mi sembra un po’ fuori luogo. Quello che voglio dire è che il mio interesse per alcune situazioni del passato, in cui la gente abbia dovuto vivere in ristrettezze, per un motivo o per un altro, non vuole essere espressione di mancanza di rispetto per la sofferenza vissuta da molti in quei periodi, o di superficialità riguardo a questioni del passato così gravose. Al contrario, io penso che facendo tesoro di queste esperienze, si potrebbe oggi valutare la vita in un altro modo, più semplice, avvicinandosi di più a quei valori di una volta, che questa era consumistica ha purtroppo soffocato.

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Vivere senza rifiuti (o quasi)

7 febbraio 2013 • Numero 27 del 7 febbraio 2013 • by
Scoprite la storia di John Newson, un cittadino britannico, diventato famoso per essere il primo uomo ad impatto zero.
Impatto zero. Sostenibilità, impatto ambientale, riciclo sono temi verso cui l’opinione pubblica dimostra fortunatamente sempre maggiore sensibilità. E così la notizia dell’impresa riuscita a un tranquillo cittadino britannico ha fatto subito il giro del mondo: nel corso di un anno ha prodotto un solo sacchetto di rifiuti. Insomma, non proprio un uomo a impatto zero, ma quasi.
Imballaggi addio. Lo riferisce il tabloid ingese , che racconta anche come John Newson, questo il nome dell’”eco-eroe”, abbia raggiunto l’importante traguardo. Il primo passo è stato eliminare carne e pesce dalla dieta. Con qualche dispiacere per la gola, forse, ma col grande vantaggio di non dover  più avere a che fare con centinaia di imballaggi di ogni tipo e forma. La maggior parte dei rifiuti prodotti dagli esseri umani sono proprio le confezioni degli alimenti, e Newson lo aveva capito.
Faccio tutto io. Il secondo passo è stato provvedere da sé, per quanto possibile, al proprio fabbisogno alimentare. E nel modo più semplice: coltivando frutta e verdura nell’orto dietro casa ed evitando, anche in questo caso, l’acquisto di prodotti confezionati. Un consistente vantaggio per il portafoglio, mentre il livello dei rifiuti restava ancora a zero, visto che eventuali scarti finivano nella cassetta per il compostaggio, in attesa di diventare concime per le prossime colture.
Non si butta niente. Beh, anche impegnandosi con l’autoproduzione non si possono fare miracoli, e così Newson ha comunque dovuto vedersela con carta, plastica, vetro, metalli, cartone: la questione è stata risolta separando meticolosamente ogni materiale con pazienza certosina, avviando agli appositi centri cittadini quelli riciclabili e riutilizzando, per quanto possibile, quelli che non lo erano.

Bagaglio appresso. Addirittura, per smaltire i tetrapack alimentari, Newson, che non era soddisfatto del servizio di riciclo della sua città (Balsall Heath, Birmingham) si è rivolto a quelli di Bristol e Londra, giudicati più efficienti. A questo proposito, però, il Mirror trascura di spiegare in che modo, e quindi con quale impatto ambientale, sia avvenuto il trasferimento nelle due città, che distano rispettivamente 85 e 115 miglia da Birmingham: più o meno 137 e 185 chilometri. Sappiamo però che Newson le portava con sé quando andava in visita da amici: qualunque sia stato il mezzo di trasporto, dunque, il viaggio non era organizzato solo per quello scopo.

Regole precise. Con questi semplici accorgimenti – pochi, ma osservati scrupolosamente – Newson ha riciclato tra l’80 e il 90% dei rifiuti contro un modesto 31,5% della sua città (la media inglese è del 30%) e alla fine dell’anno ha mostrato alla stampa, con giusto orgoglio, il suo unico, solitario sacchetto di spazzatura. Un esempio da seguire? Sicuramente, soprattutto da chi abita in campagna o in una villetta con giardino. Per chi vive in condominio le cose sono meno semplici, ma vale comunque la pena tentare.

Sfuso è meglio. Partiamo dalla prima regola, ridurre gli imballaggi. Si può fare, almeno in parte, preferendo gli alimenti freschi a quelli confezionati: comprando la carne dal macellaio (compatibilmente con il prezzo, naturalmente) non ci si deve portare a casa anche l’imballo. Stesso discorso per frutta e verdura che si possono acquistare anche al supermercato, preferendo però la merce sfusa ed evitando quella confezionata sui vassoi di polistirolo.

Piccole scorte. Aiutano a eliminare le confezioni anche i formaggi e i salumi da banco, affettati al momento. Durano meno, ma non è necessariamente uno svantaggio: mangiati freschi sono sicuramente più buoni e in più si evita di stipare il frigo con scorte che andranno facilmente a male. Ma non sono da comprare neppure le confezioni monodose, che hanno una percentuale d’imballo in rapporto al cibo contenuto molto alta. Molto meglio le confezioni famiglia: si risparmia e quello che non si consuma subito si può congelare.

L’acqua del sindaco. A casa c’è un sistema molto semplice per eliminare una montagna di rifiuti di plastica: non comprare acqua minerale in bottiglia. Se proprio non vi piace quella del rubinetto (che è altrettanto sana) applicate un filtro e se la volete gasata acquistate un gasatore. Il principio vale anche per i detersivi liquidi, che sono disponibili alla spina nei negozi specializzati e in molte catene di supermercati. Il flacone lo si porta da casa: si inquina e si spende di meno. Per l’igiene personale, invece, scegliete le saponette al posto del sapone liquido.

Più dura meglio è. Infine, ma è quasi inutile ricordarlo, evitare – come la peste, si potrebbe aggiungere – tutti i prodotti usa e getta: piatti, bicchieri e posate di plastica, rasoi senza testina intercambiabile, tovaglioli di carta e così via. Vale anche per la borsa della spesa, naturalmente: dev’essere di stoffa o comunque riutilizzabile e bisogna portarla da casa.

Serve ancora. Seconda regola, riutilizzare. Era un concetto ben presente ai nostri nonni ma che noi, figli del consumismo, abbiamo dimenticato. Siamo abituati a pensare che un oggetto abbia un solo possibile utilizzo mentre il più delle volte può essere reimpiegato. Un’idea semplice semplice? Le vaschette di gelato che si comprano al supermarket sono fatte per stare in congelatore: perché non riutilizzarle per surgelare? E ancora: l’oblò della vecchia lavatrice è di vetro termoresistente e grazie alla forma concava può trovare facilmente impiego in cucina. Le possibilità, specialmente se con risvolti “artistici”, sono moltissime e su internet si trovano infiniti esempi. L’unico limite è la fantasia.

Fino alla fine. Riutilizzare è anche sinonimo di non sprecare, il che impone un’altra semplice regola di comportamento: usare gli oggetti fino in fondo. Fino alla fine della loro vita o fino a quando proprio non ci servono più. Vale anche in cucina con gli avanzi di cibo, che prima di essere buttati possono – e devono – essere riutilizzati in mille modi, diventando a volte perfino più gustosi della preparazione originale. I più creativi si possono spingere ancora più in là, arrivando a qualche “uso estremo” degli alimenti, per esempio fabbricando da sé il sapone con la farina avanzata e l’aggiunta di soda caustica (attenzione alle ustioni però!). Oppure ottenendo, sempre con la farina fatta bollire nell’acqua, un valido sostituto della colla vinilica.

Seconda vita. Ridotto quello che si può ridurre, riutilizzato quello che si può riusare, i rifiuti riciclabli vanno affidati ai servizio di smaltimento e riciclo della propria città, nella speranza che possano iniziare presto una nuova vita. I presupposti ci sono tutti: dopo le panchine, i maglioni sintetici e altri oggetti fatti con il la plastica delle bottiglie, ora è la volta delle abitazioni. A Brighton, in Inghilterra, sorgerà un’intera casa costruita solo con materiali di scarto: i lavori dovrebbero concludersi a maggio. Insomma, è quello che a buon diritto si può definire  un progetto davvero eco-sostenibile.

(Da Voce Arancio)

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Re-food…ovvero vivere dello spreco!

by admin – 26 January 2013

Ecco, inauguro questo blog sul nostro sito, dopo aver combinato qualche pasticcetto elettronico (è sparito il titolo “Pubblicazioni” dal nostro menù, quando Michael si sveglierà…accipicchia!). Bene, da un po’di tempo mi sto occupando del tema dello scarto alimentare, dello spreco insito nella grande distribuzione alimentare. Tutto è partito con il progetto Voku Pocu, nato in seno a Transition BZ lo scorso anno. Si andava, e si va, al mercato del sabato di piazza Vittoria a Bolzano, per recuperare frutta e verdura che altrimenti andrebbero buttate per cucinarle sotto forma di ottimi manicaretti da offrire durante delle cene conviviali (http://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/9466). Lo spreco al mercato settimanale è molto, ma soprattutto il forte impatto ambientale è dato da imballaggi e cassette di legno/cartone che contengono i generi alimentari, che si accumulano a montagne e finiscono in discarica! Nei mesi passati a Dresda, però, siamo venuti in contatto con il VERO SPRECO, cioè quello che i supermercati producono ogni giorno! La casa dove abitavamo, un Wohnprojekt, progetto abitativo autogestito di studenti in città, WUMS (http://www.wums.org/), attuava un recupero massiccio dai bidoni dei supermercati degli alimenti gettati. Ciò è di fatto illegale e chi attua questa infrazione della proprietà privata che è il furto della spazzatura compie un reato punibile dalla legge. Eppure i freegan, vegani che si nutrono di rifiuti, in Germania sono sempre di più. Ne da un ritratto il film di Valentin Thurn “Taste the waste”. Immaginatevi, in estate, interi container pieni di cocomeri dolcissimi e prelibati provenienti da Spagna e Italia e l’impatto ambientale disastroso di tale pratica dello spreco: emissioni derivate dalla produzione, dal trasporto, sfruttamento dei lavoratori…il tutto per finire nel bidone e incrementare il circolo vizioso del consumismo.

Tornati a Bolzano, e dopo l’incontro con Raphael Fellmer, che da anni vive praticamente senza soldi impegnandosi contro lo spreco alimentare (è tra i promotori e ideatori del simpatico portale foodsharing http://foodsharing.de/) con Edith, Giacomo, Heinz, Santija e gli altri amici di Transition BZ si è pensato di portare avanti in collaborazione con i negozi biologici un progetto di recupero del cibo che abbiamo denominato Re.food (http://www.ilcambiamento.it/stili_di_vita/re_food_recupero_cibo_bolzano….).

Alcuni negozi biologici di Bolzano come Triade, Mandala e ProNatura hanno aderito al progetto, alcuni donando settimanalmente la verdura e frutta non più vendibile, altri donando anche altra merce in scadenza. Ciò ha contribuito ad organizzare le cene Voku Pocu e a creare una rete antispreco, per ora piccola, ma piccolo è bello, che sta incidendo positivamente anche sul nostro bilancio famigliare. Ultimamente infatti viviamo di spreco, ci sentiamo felici poiché la nostra azione fa bene alla terra, mangiamo bene e siamo felici delle relazioni personali che stiamo venendo a creare anche con i commercianti dei negozi biologici. Perchè solo uniti si inverte la tendenza allo spreco e si costruiscono buone pratiche!

  • Peter alla scoperta delle mele recuperate

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    “Non ho un conto né soldi, vivere senza denaro si può”

    Da due anni a questa parte due giovani laureati, Raphael Fellmer, tedesco di 28 anni, e Nieves Palme

    Raphael Fellmer, Nieves Palmer e la piccola Alma Lucia

    BERLINO. – Da due anni a questa parte Raphael Fellmer, tedesco di 28 anni, e Nieves Palmer, spagnola di 26, si alimentano esclusivamente di prodotti che loro definiscono “salvati”, sarebbe a dire selezionati nei container della spazzatura dei supermercati tedeschi. Nel motore economico d’Europa, Fellmer non ha un conto corrente, si muove solo a piedi e ha rinunciato al denaro. La scelta di vita di questa giovane famiglia sta obbligando molti a fermarsi a pensare, proprio mentre il capitalismo mostra le sue incongruenze all’interno della crisi dei debiti.

    Da quando la loro storia è arrivata sulle pagine dei giornali, l’attenzione non ha fatto che crescere, molto di più di quanto potessero immaginare: Raphael Fellmer è intervistato da giornalisti quasi ogni giorno, viene invitato come ospite in televisione, parla nelle università e nelle scuole. La sua convinzione è semplice: “Dobbiamo andare verso una società dove si riducono al minimo gli sprechi”.

    Dopo due anni passati ad alimentarsi dalla spazzatura, assicurano che non hanno avuto problemi di stomaco, ne infezioni, ne nausee, nonostante Nieves fosse incinta della piccola Alma Lucia che oggi ha cinque mesi. C’è di più: entrambi sono vegani e si alimentano quasi esclusivamente di prodotti dell’agricoltura biologica o del commercio equo solidale.

    Come fanno? “Quattro volte alla settimana vado con lo zaino a ispezionare i container della spazzatura, in particolare dei supermercati biologici”, spiega Fellmer, “tutto ciò che si vende nei supermercati finisce nella spazzatura: cosmetici, saponi, cioccolato…Per menzionare prodotti che un non si aspetta di trovare. Ovviamente poi moltissima frutta e verdura e latticini che si possono ancora consumare”. “Trovo molto più di quello che posso portare con lo zaino e porto con me più di quello che realmente ci serve. Il resto lo regalo a vicini, amici, persone che hanno bisogno. L’idea è far vedere che non solo si butta una mela ogni tanto ma che tutto finisce nella spazzatura”.

    Fellmer appartiene alla scena sempre più grande di persone che si alimentano degli scarti della società consumista e che decidono di rinunciare al denaro. Li muove la convinzione che ciò che si spreca è esagerato e che questo spreco, questo rapporto irreale tra ciò che si produce e ciò che si consuma, farà solo male alla società. Dopo due anni di vita radicale e un viaggio di iniziazione in Messico realizzato totalmente senza soldi, il suo messaggio inizia ad arrivare, e sul sito forwardtherevolution.net si raccolgono le esperienza delle persone che in tutto il mondo scelgono di rinunciare al denaro. Sempre dal sito ci si scambia informazione su come e dove trovare i prodotti, il passo successivo, secondo quanto spiega, sarà organizzare una rete di distribuzione e scambio tra persone che “salvano” il cibo.

    Secondo recenti stime della Fao, un terzo del cibo prodotto nel mondo è sprecato: vuol dire 1,3 miliardi di tonnellate all’anno. In particolare in Europa gli sprechi toccano il 40-50% degli alimenti in commercio. Ogni europeo getta via 179 chili di cibo ogni anno. E assieme a questi alimenti vanno sprecate l’energia e l’acqua servite a produrli: nel 2010, in Italia, si sono persi in questo modo 12 miliardi di metri cubi di acqua virtuale (contenuta nei prodotti), equivalente a circa un decimo di quella dell’Adriatico. L’Istituto Austriaco di Economia dei Rifiuti ha calcolato che il 45% dei prodotti scartati dai supermercati in Europa si possono ancora consumare.

    Fellmer sa che ogni volta che “salva” il cibo dai container compie un reato: la violazione di proprietà. Questo lo indigna profondamente: “In Germania è legale buttare cibo però non è legale salvarlo. È un controsenso del sistema”, denuncia. Per questa ragione sta raccogliendo firme: ne ha bisogno 50.000 per poter chiedere di esporre la sua causa di fronte al Bundestag: “vogliamo che sia proibito ai supermercati negarsi a dare i prodotti che verrebbero buttati a chi li chiede”.

    È chiaro che non li muove la necessità: entrambi hanno una laurea, Fellmer in scienze politiche, Palmer in psicologia. Fellmer è cresciuto nel quartiere borghese di Zehlendorf a Berlino. Li muove piuttosto la convinzione che solo attraverso scelte di vita radicali si può attirare la attenzioni su problemi che considerano urgenti. Non sono incoscienti: argomentano le loro posizioni citando dati e studi sullo spreco energetico e cercano di dimostrare che non espongono loro figlia a rischi.

    Vivono nel seminterrato di una villa nel Brandeburgo dove il proprietario cede la parte di casa in cambio di lavoretti nell’amministrazione domestica. Mentre Fellmer ha rinunciato completamente al denaro, la gravidanza e la nascita della figlia hanno obbligato Palmer a essere meno radicale nel progetto: il sussidio di all’incirca 150 euro che lo stato destina a qualsiasi bambino nato in Germania senza distinzione tra condizioni sociali copre esattamente la spesa dell’assicurazione medica della bambina. Per il resto Palmer calcola che spende al massimo 30 euro al mese.

    Sanno che con la loro decisione si espongono a critiche di ogni tipo. “No vogliamo sembrare persone che se ne approfittano”, insiste Fellmer, “io non me ne sto con le mani in mano: aiuto nei lavori di giardinaggio, riparo computer, curo animali, faccio piccoli lavori da muratore, coltivo un orto”, in cambio non riceve denaro, ma aiuti, vestiti per la bambina, oggetti utili. Sanno che “salvare” il cibo dei supermercati non può essere un modo di salvare il mondo a lungo termine, però serve in questa fase per mandare un messaggio. Nel futuro pensano di vivere in campagna e produrre per il proprio consumo. Hanno le idee chiare “questo sistema non può continuare così”.

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    Come la pensano i benpensanti… Ecco perchè si fanno le guerre!

    che puttanata di articolo, facciamo tutti cosi e blocchiamo il mondo a meno che torniamo al baratto tutti quanti ma senza assolutamente la tecnologia ( se torniamo al baratto si chiudono le industrie, non si può barattare il lavoro dipendente) ognuno il proprio orto e il proprio allevamento, Non ci sarà la corrente, non avremmo il denaro per pagare la bolletta,quindi non ci sarà internet e i loro scambi vanno a farsi friggere( volevo usare altri termini ma sto facendo un corso di bonton) insomma si torna a molto prima del medio evo: è questo che vogliamo?

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    Quindi secondo Pietro queste persone vivono così SOLO perchè c’è un sistema che glielo consente.
    Ovvero, secondo lui (e la maggior parte della gente) il fatto di vivere di scarti significa essere dei barboni (mentre farsi schiavizzare da un lavoro a vita per denaro cosa sarebbe?) impedirebbe a questi soggetti di scegliere di rinunciare al denaro, perchè senza qualcuno che scarta il cibo non potrebbero procurarselo in altri modi?
    Secondo te la questione di questi tizi è procurarsi il cibo scartato, oppure rinunciare al denaro progettando di raggiungere l’auto sostentamento nel lungo termine ed in modi che probabilmente non riusciresti ad immaginare, da buono schiavo del sistema?
    Pensate davvero che sia preferibile essere schiavi in un posto di lavoro per 8 ore al giorno (come minimo) in cambio di denaro per comprare cose inutili (che potreste autoprodurvi con un orto e con il tempo che avreste non lavorando) il sabato pomeriggio mentre fate la spesa?
    Credete che per uscire dalla crisi servano lavoro e soldi, ovvero schiavitù e acquisti di molte cose inutili.
    Basterebbe buona volontà, curiosità, capacità di pensare (cosa impossibile se si lavora da schiavi moderni una vita intera per denaro e per una pensione ben misera).
    Avete idea di cosa succederebbe alle persone ricche ed alle disuguaglianze, guerre ed ingiustizie provocate dal denaro se la maggior parte della gente decidesse di piantarla di fare parte di questo malato sistema consumistico???
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si che ne ho un’idea: il tuo vicino di casa, che ha il ruscello che passa nella sua proprieta`, ingrassa coltivando belle verdure, e tu che non ce l’hai muori di fame perche` le tue verdure non le puoi innaffiare, ma il tuo vicino non e` un fetente, ti cede parte dell’acqua in cambio di una parte di quello che produci, solo che tu in questo modo devi coltivare il doppio di roba rispetto alle tue esigenze, non hai piu` tempo di fare niente altro se non zappare la terra, e il tuo vicino (che ormai e` grasso come un porco) butta via un sacco di roba di quella che gli dai, perche` non riesce a mangiare tutto … ops … questo tipo di societa` mi sembra di averlo gia` visto 😉

la ricchezza, il consumo, lo spreco, sono concetti legati al mondo fisico, non al denaro, al fatto che come esseri fisici abbiamo bisogni che non possono essere ignorati, e che essendo tutti differenti, pur nella base comune, una soluzione che va bene per alcuni necessariamente e` un problema per altri, quindi si deve arrivare per forza ad un compromesso

raga, apprezzo molto le iniziative estreme come quella di questi due ragazzi, ma rendiamoci conto che sono solo simboliche, a livello pratico sono insostenibili

ovviamente il sistema attuale fa schifo, ed occorre riformarlo al piu` presto, ne va della nostra sopravvivenza (no, quella del pianeta no, quello sopravvive benissimo, anzi, forse meglio, se noi ci estinguiamo) .. ma al di la` dell’importante aspetto simbolico di certe iniziative ci vogliono soluzioni un po’ piu` pratiche per stare al mondo, e la bambina si ammalasse seriamente (per dire, spero proprio di no) hai voglia di curarla andando a ravanare nei bidoni della spazzatura, ricoveri, analisi, medicinali costano, e se anche il sistema stato funziona e li passa “gratuitamente”, qualcuno deve averli prodottil, i medici e gli infermieri si fanno i loro turni, e via discorrendo

la decrescita e` una buona base di partenza per un cambiamento, ma l’idea di vivere come gli amish e` un’idiozia totale

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Facile vivere come questi… alla fine sono solo parassiti della società che sfruttano il lavoro altrui!!!!
Vanno nella spazzatura dei supermercati e prendono di tutto, ad esempio le verdure, ma il contadino a lavorato per produrle, e loro le prendono senza fare niente per averle!
Fanno l’autostop per viaggiare, ma chi si ferma a darglielo lavora per avere la macchina e la benzina e usa i soldi per averli.
Quindi per quanto siano buone le intenzioni, loro vivono sempre grazie al sistema, e lo fanno sulle spalle degli altri… quelli che la mattina si svegliano presto per farsi un culo così, per guadagnare quei soldi che forse sprecheranno, e sarà lì che questi due interverranno e li recupereranno senza fatica!

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la natura nn è parassita ! pensare di essere migliori lo è. loro vivono nn grazie al sistema ma nel sistema e si devono adeguare.senza macchine ne soldi ne Cose non esisterebbe la fatica ma solo la vera natura dell’essere umano.ok fanno l’autostop e allora ? loro offrono un cambiamento ,una speranza. per quanto riguarda il cibo…..è di tutti !

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il contadino e’ gia’ stato pagato. il cibo e’ stato buttato via. non hanno rubato. hanno preso cio’ che di diritto appartiene all’uomo e che non dovrebbe essere mai pagato come l’acqua il cibo ecc….. ma questa e’ un’altra storia.
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Questa è gente da applauso. Un vero esempio nella costrzione del nuovo mondo. Loro hanno fatto il primo passo, il più difficile. Se solo ci fosse il coraggio di seguirli la strada verso un modello economico basato sulle risorse sarebbe tutta in discesa.

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questi ragazzi vogliono vivere secondo gli equilibri naturali, allevare la loro figlia in prima persona(nn scaricarla in un asilo,nè dai nonni,nè davanti la tele..).Raphael e Nives vogliono vivere la vita sulla propria pelle,sono solari.Si amano.Perchè temere per la bambina?Nessuno meglio d una madre e un padre sa cosa è meglio per i figli.Noi nn apparteniamo ad un sistema economico..facciamo parte della creazione.E’ naturale,amare,avere dei figli,allevare dei figli,giocare con loro,avere tempo per noi stessi,per leggere un libro,camminare nella natura, sentirsi bene..andare a caccia..d funghi,d frutta, d erbe commestibili da mangiare, crude, lesse..sì, nutrire il corpo va fatto,nutrire l’anima pure..ma il denaro cosa nutre?,se per andare a caccia d denaro bisogna,in cambio,bruciare la ns stessa,unica esistenza..no,il gioco nn vale la candela!..nn è divertente..!
Possiamo migliorare la ns vita a partire da ora..eliminando molte cose inutili (anche nocive!).
Se noi la smettiamo d comprare ‘robaccia’ (..plastiche e chimica e medicine e materiali cancerogeni e cibi artefatti..e..) automaticamente eliminiamo quelle fabbriche.click!..e loro scompaiono.La nostra ARIA,di nuovo pura! la ns TERRA d nuovo odorosa e fertile,la ns ACQUA,d nuovo pura e limpida..e sorella,come diceva Francesco..un abbraccio a Nieves,Raphael,Alma
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li governanti del mondo non anno capito niente che il troppo progresso porta al regresso io vivo zappando la terra e allevando animali e non o bisogno di nulla anche non avendo 1 centesimo in tasca .Non o mai mangiato la mondezza che le grandi multinazionali offrono ai supermercati se la magnassero loro sono dei parassiti . La terra e la nostra mamma noi seminiamo un chicco di grano e lei ne da 100
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Sono bravi.Hanno il coraggio di andare contro il consumismo.Esiste anche un’alternativa.”La valle dell’elfi” in Toscana e “Il popolo della Luna” a Sardegna.Solo le comunita’ di hippy,che in anni 70 sono andati vivere mezzo la natura.non usano i telefonini,pc,non hanno la luce,usano le candelle,prodotti da loro stessi.Tengono le pecore,coltivano le verdure,fanno il formaggio,vanno per le citta’ e fanno loro feste.Non vogliono sapere di politica,delle guerre,sono pacifisti.Io li invidio e un giorno penso di andare a conoscere e se mi vogliono,rimango almeno in tempo di ferie con loro.Vorrei vivere in casetta di legnio,lavorare mezzo i campi,fare i formaggi e il pane.Non li conosco,ma li voglio bene x loro l’altruismo e i loro modo di rispettare la natura.
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Decrescita felice
Secondo me questi due ragazzi sono veramente in gamba !! Hanno gli attributi!!
Troppo semplicistico considerarli dei barboni!!
Io ho appena chiuso la partita iva tanto è inutire guadagnare bene, quando poi praticamente spendi tutto tra tasse, assicurazioni e per mantenere l’attivita e il sistema.
Altro che “povera bambina” !! Se andate a studiare un po’ di Nuova. Medicina. Germanica !!
Grazie a questo tipo di medicina, l’intervento medico classico ( chirurgia, farmaci chimici ed esami )
Si puo’ ridurre del 90% perchè la cosiddetta malattia serve all’organismo per sopravvivere non per morire.
Se la studiate capite che virus, funghi e batteri sono nostri amici e vengono attivati dal cervello.
Quindi potete tranquillamente fare come me che non ho neppure un dottore assegnato, non prendo farmaci chimici, e non ho vaccinato mia figlia ( notare che a differenza dei suoi coetanei non si ammala quasi mai ). Alla fine è veramente assurdo il modo di vivere tramoandatoci dai nostri genitori !!
Pensate a quanti “santoni” indiani vivono per anni senza mangiare e bere !! ( ed è vero!! È stato dimostrato) cavoli !! Se non hai la preoccupazione delmsostentamento alimentare la vita è veramente diversa, hai più tempo per i tuoi figli, i rapporti sociali, l’arte, lettura bricolage…
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complimenti per il tuo commento approvo in pieno quanto dici e come ti comporti! sono pienamente convinta che questi due ragazzi siano davvero felici!io vivo in 5 con 5 euro al giorno ,questo badget comprende ;cibo,vestiario ,scarpe ,detersione persona e casa,materiale scolastico dei bambini e salute , ci credono poche persone ma ti giuro che è vero semplicemente mi faccio tutto in casa,da quando ho perso il lavoro mi sono data da fare e faccio semplicemente quello che facevano le donne 50 /100 anni fà,i miei bimbi stanno benone ,siamo felici non ci manca nulla (dipende poi il nulla come lo si intende) e ci sentiamo più liberi di prima!!!
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è sempre bello sapere di persone che cercano e trovano modi per essere il meno impattanti possibile su questo mondo!
certo, non mi stupisco che un sacco di persone non riescano neanche ad arrivarci al motivo per cui questa famiglia abbia fatto una scelta simile… magari sono anche gli stessi che appena sentono che uno è vegetariano/vegano pensano che si mangi solo ed unicamente carote e insalata… quanta ignoranza!
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E’ evidente che questi 2 signori sono dei “free rider”, come scrive Pietro se tutti vivessero di scarto nessuno produrrebbe scarti e nessuno mangerebbe.

Esiste un approccio, a mio avviso che risolve il problema senza per forza dire che il sistema è rotto e non funziona, come sono preoccupati a fare molti, iniziamo a vivere, piuttosto che lamentarci:

http://www.lastminutemarket.it/

E se proprio si vuole fare un’altra vita, con il motto vivi e lascia vivere:

http://progettogat.blogspot.com/
http://www.retegas.org/

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Ripensandoci anche Pietro sembra affetto da una forma particolarmente virulenta di Sindrome di Stoccolma. Mi permetto di consigliare “A farm for the future”

Se gli argomenti scientifici non lo convincono e vuole comunque mettersi alla mercè di una supply chain che non controlla (e che ormai parte dal disegno genetico di ciò che mangia) che dire? Inizi a risparmiare per comprarsi una bel loculo hyper-tech a Songdo e buon pro gli faccia.

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Prima dei cosiddetti “barboni” esistevano i cacciatori raccoglitori. Chiedete ai paleontologi quanti secoli di “progresso” sono stati necessari perchè le ossa umane riaccquistassero (un poco de) la lunghezza e la solidità che avevano quelle dei nostri antenati. Quando si dice la Sindrome di Stoccolma…

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Prima dei cosiddetti “barboni” esistevano i cacciatori raccoglitori. Chiedete ai paleontologi quanti secoli di “progresso” sono stati necessari perchè le ossa umane riaccquistassero (un poco de) la lunghezza e la solidità che avevano quelle dei nostri antenati. Quando si dice la Sindrome di Stoccolma…

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La decrescita di Latouche che piace a de Magistris? È reazionaria

Daniele Demarco

C’è una Sinistra di Destra: un socialismo che all’operosità antepone la nobile pratica dell’ozio; un ecologismo che rinuncia al progresso e paventa il ritorno ai piccoli centri rurali, un femminismo che predica la diversità di genere e prende a modello il matriarcato. C’è, infine, un nuovo Umanesimo che annuncia l’Apocalisse e l’approssimarsi di un medioevo postmoderno in cui fattorie e borghi sociali sostituiranno i vecchi monasteri. Tutto questo, si dice, dovrebbe avvenire a prescindere dalle riforme dei governi tecnici e delle grandi coalizioni politiche, poiché la crisi attuale non deriva da un accidente esterno, ma è proprio un bug del sistema tecnico-industriale.Il presupposto del capitalismo, sosteneva infatti Marx, è l’abbattimento di ogni limite. Ma, chiedono oggi i movimenti no-global, come può un mondo finito contenere ambizioni talmente infinite senza poi esplodere? È così che i radicali e gli indignati di mezza Europa finiscono per trovarsi in accordo con un costumato borghese come Thomas Mann, il quale sosteneva che a inseguire la meta finale del progresso “non ci si accorge che infondo si aspira a trovare la morte”. A questo punto, per evitare la catastrofe, la Sinistra si dice pronta a rinunciare a quella che è sempre stata la sua religione, lo sviluppo. Inserisce, quindi, la retromarcia e prova ad invertire il corso dei tempi. È questa la strategia-Latouche ovvero la de-crescita.Serge Latouche, professore emerito all’Università di Parigi e autore di un Breve trattato sulla decrescita serena, è stato recentemente in Campania, dove vengono messe in opera alcune “buone pratiche” ispirate alla sua filosofia e dove ha incontrato anche un suo illustre fan, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Fin qui niente di strano. Uomo mite, dai modi conviviali e vecchio operaista, Latouche cita volentieri Berlinguer e ama chiamare “compagni” i propri interlocutori. È, insomma, l’uomo giusto per quell’ala rossa e rifondarola che sta sostenendo la rivoluzione arancione.

Il problema è che pur non esibendo la ferocia intellettuale di un Joseph de Maistre, il pessimismo antropologico di un Oswald Spengler o le inquietudini esistenziale di un Carl Schmitt, Latouche dice cose che potrebbero essere condivise da gran parte delle intelligenze “pericolose” del ventesimo secolo. Tanto per cominciare, crede che il paradiso edenico sia esistito per davvero e più precisamente durante l’età della pietra, quando gli uomini potevano dedicare gran parte della vita alla festa e alla danza. Cita, in proposito, le ricerche dell’antropologo americano Marshall Sahlins, ma non dice che questa mania di storicizzare l’età dell’oro era già stata l’ossessione di Julius Evola e René Guenon, personalità vicine al fascismo e alla Destra esoterica.

Il professore attacca poi la concezione di tempo assoluto, tipica delle società evolute, e rispolvera l’antica fede nei cicli cosmici. Roba da far impazzire il Lenin di Materialismo ed empiro-criticismo, il quale bollava come “reazionarie” tutte le filosofie che negano l’oggettività del tempo e dello spazio. Con piglio heideggeriano Latouche demolisce poi le tecno-scienze e lancia contro l’economia capitalista un’invettiva che condivide più i toni di un Carl Schmitt, il noto giurista ultracattolico del Reich, che quelli di un Gramsci, di un Togliatti o di un Berlinguer.

Da Schmitt il professore sembra mutuare anche la concezione della dialettica politica come uno scontro amico-nemico. E infatti ha individuato il proprio avversario con la precisione e l’accortezza di un cecchino. Questa controparte sarebbe il cosiddetto Wasp, acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, l’uomo bianco, anglosassone, protestante; vale a dire l’americano medio individuato secondo caratteristiche razziali, etniche e religiose. Da sapiente teologo della nuova rivoluzione, Latouche ha identificato nel tipo anglosassone il Male incarnato. Da quando quest’essere demoniaco ha colonizzato il mondo, dice, il motto delle scuole di economia britanniche “greed is good” (l’avidità è buona) è diventato legge universale.

E così viviamo oggi in un’orgia di ambizioni e in assenza di valori. Insomma, la tipica condizione da Basso Impero dalla quale solo un Messia potrà salvarci. Il Salvatore non sarà, però, un uomo. Latouche assicura, infatti, che la de-crescita “o sarà al femminile e femminista o non sarà”. Toccherà, in altre parole, alle donne, liberare il mondo dall’oppressione del maschio capitalista e decolonizzare l’immaginario dai simboli virili della volontà di potenza. A questo punto si dischiude uno scenario al limite della mitologia in cui alla lotta di classe si sostituisce lo scontro fra i generi.

Da simili prospettive si possono trarre due conclusioni: o la Sinistra, quella vera, sta perdendo la lucidità o sta tentando di coprire con pezze a colori le falle aperte nel proprio sistema concettuale. Non era stato forse Julius Evola, un uomo a destra del fascismo, ad affermare che la forma più radicale di rivoluzione è quella che porta indietro e non avanti?

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L’INCHIESTA / Verdure di stagione, docce brevi, luci a bassa intensità, poco riscaldamento
Per sette giorni abbiamo provato a vivere consumando il minor quantitativo di CO2

Niente auto, poco cibo la mia vita a emissioni zero

di PAOLO RUMIZ

<B>Niente auto, poco cibo<br>la mia vita a emissioni zero</B>Paolo Rumiz

C’è un uomo che vive al freddo, senza automobile e con la dispensa semivuota. Mangia poca carne, riutilizza la carta usata e va in bici al mercato per comprare rape sporche di terra dai contadini. E’ un cuorcontento, accetta ogni restrizione e anche nei giorni di festa vive lietamente con i motori al minimo. Chi può essere? Un originale, direte. Un poveraccio con la pensione da fame.

Sbagliato. Quel tale è un paladino solitario di “Emissione-zero”, uno che tenta di vivere producendo il minimo di Co2, il gas che la civiltà dello spreco spara nell’atmosfera surriscaldando la Terra e chiudendoci tutti in una cappa mortale. Uno che cerca di vivere mirando a quello zero impossibile, testardamente, per salvare il mondo che verrà.

Ecco, per una settimana ho provato a vivere così. All’osso, calcolando l’equivalente in anidride carbonica di ogni minimo atto. Ho misurato i chilometri in treno, il cibo consumato, i tempi di cottura, gli sciacquoni, e poi ho tirato le somme.

Risultato? Ho consumato metà della metà e la mia vita è cambiata. Sono diventato più ricco, più leggero, più sensibile all’insulto dello spreco. E sicuramente più ai ferri corti con un Paese che non fa nulla per premiare il consumo virtuoso.

La storia comincia quando sento parlare di una società di Legambiente dal nome trasparente di “Azzero Co2”, col timbro del Kyoto Club. Telefono, dico cosa vorrei fare, spiego che vivo a Trieste, in una situazione ottimale, già di “bassa energia”.

Non sono pendolare, non ho auto né lavastoviglie, sto a un secondo piano senza ascensore e ho tutto sotto casa: ufficio, negozi, stazione. La Tv l’ho buttata per manifesta inutilità; possiedo solo una radiolina a onde corte e un glorioso telefonino vecchio di sette anni.

“Lei è un virtuoso”, annunciano. Ma la virtù non basta: loro vogliono accertarsi che sia anche matto abbastanza per sottomettermi alle prove più dure. Così frugano nella mia privacy, annotando ogni minuzia dei miei consumi e si buttano nel conteggio.

Elettrodomestici, caldaia, luce, eccetera: totale 2427 chilowattore annui, corrispondenti a 1578 chili di Co2, come sette frigoriferi pieni. Al giorno fanno 4,32. La metà della media europea che è di nove chili pro capite, dato confermato da Greenpeace.

“Ottimo – penso – parto in vantaggio”. Invece no, non sono inclusi i trasporti, e sono proprio quelli che sballano il conto. L’aereo soprattutto, che spara gas-serra in quantità letali. Solo per ricuperare i voli di quest’anno, mi dicono, dovrei piantare alberi per una vita. Replico che sono pronto, anche a non volare più, come Terzani dopo il famoso incontro con l’Indovino. Risposta: “Intanto cominci leggendosi un bel vademecum di consumo etico”.

L’inizio è terrificante. Regole penitenziali a raffica. Se fosse prescritto anche il caffè di cicoria, sarebbe un perfetto manuale di autarchia fascista. Ma è una guerra necessaria: Co2 è in agguato ovunque. Nei cibi refrigerati e nelle lunghe cotture. Nelle confezioni luccicanti di plastica e nel cibo che ha alle spalle grandi distanze di trasporto camion. Soprattutto nella carne, perché il foraggio inquina cento volte più del letame.

Scopro che la mia vita va rivoltata come un calzino. Devo acquistare il pane sotto casa; comprare verdure di stagione, meglio se locali; fare scorta di legumi secchi e abbandonare l’acqua minerale. E poi luci a basso consumo, riscaldamento minimo, docce brevi non quotidiane e – ovviamente – raccolta differenziata della spazzatura. Ultimo sigillo: viaggiare meno. Solo treno e bicicletta.

Mi dicono che avrò a disposizione consulenti “etici”, pronti a sciogliere i miei dubbi e a calcolare l’effetto-Co2 delle mie giornate, sulla base di un rapporto quotidiano che mi impegno a mandare. “Lo zero se lo scordi – mi smontano in partenza – a quello non arriva neanche un monaco tibetano”. Chiedo almeno quale può essere un buon obiettivo. Risposta lapidaria: “Il massimo”. Tanta è l’apnea della Terra.

MERCOLEDI’ – PRIMO GIORNO
Mi sento sommerso di divieti, come un ebreo osservante cui è prescritto anche il piede con cui scendere dal letto. Dio mio, se devo stare attento a ogni boccone che mangio, al compostaggio, al riciclaggio eccetera, il mio diventa uno sforzo monomaniaco, e allora dove va a finire l’etica se non ho più tempo per accorgermi del mendicante sotto casa? E poi come racconterò tutto questo? Elencare una serie di piccoli gesti sparagnini è una noia mortale; come tenere un diario di bordo restando chiusi in cambusa. Una sfida narrativa oltre che ecologica.

Per cominciare azzero tutto, nel timore di sbagliare. Per un giorno, niente riscaldamento, acquisti, spostamenti. Posso farlo, la dispensa è piena, non ho viaggi in vista e fuori fa un caldo schifoso. M’accorgo che posso cucinare anche senza il fuoco, così mi regalo un pranzo con acciughe marinate, pane e spinaci crudi col parmigiano a scaglie. Funziona, ma sono pieno di dubbi. E’ Natale ma sul mio tavolo è quaresima. E poi che senso ha tirare la cinghia se il mondo continua a vomitare gas fottendosene del domani? A fine giornata mi sento strano e leggero, come dopo un Ramadan.

GIOVEDI’ – SECONDO GIORNO
Avvio energico. Avvito una cassetta sul retro della bici e, così bardato, affronto il mercato ortofrutticolo. In un angolo trovo un contadino che ha steso a terra un tappeto di meraviglie dimenticate. Verze terragne, crauti, aglio piccolo e pestilenziale, miele di ape dalmatica, uova ruspanti. Compro rape e cachi. Non un’occhiata alle fragole spagnole e ai pomodori di serra. Spendo la metà del solito e mi faccio pure una chiacchierata. Intanto arriva la buona notizia: la prima giornata è andata bene: 1.57 chili di Co2. Grande.

Ma la sera mi chiama Repubblica, l’indomani mi spediscono a Monza per servizio ed è chiaro che il viaggio sballerà la media Co2. Ma è meglio così, lo scontro si fa duro. Così scelgo il massimo: solo treno, niente taxi e partenza con bici al seguito. Cominciano le sorprese: gli Eurostar non hanno il vano necessario al trasporto. In Italia le due ruote viaggiano solo su polverosi regionali, il che vuol dire cambi continui e tempi da tradotta del Piave.

Comincio a capire. La mia è una guerriglia, un atto eversivo. Devo rassegnarmi ad avere il sistema contro. Tengo duro, cerco ancora, finché scopro sull’orario cartaceo che un treno veloce col porta-bici esiste. Va a Schaffhausen, Svizzera. L’unico, in tutto il Grande Nord. Dai, che ce la fai.

La bici comporta altre complicazioni. La liturgia del bagaglio cambia completamente. Devo dividerlo in due sacche e metterci accanto lo zainetto da computer. Come ricambio, niente camicie: solo magliette che non si stirano. Un salutare esercizio di alleggerimento.

Dovrei anche cercare un albergo eco-compatibile – c’è una guida apposita che li elenca – ma è troppo complicato e chiedo a un amico di ospitarmi. Sotto casa scopro un’osteria nuova, mi faccio un baccalà in umido e un calice di rosso. Per la prima volta sono ottimista: a fine giornata ho prodotto 1.22 kg di Co2. Un po’ meglio di ieri.

VENERDI’ – TERZO GIORNO
Dal treno per Venezia vedo migliaia di camion fermi in una nube di Co2. Tradotte di agnelli dall’Ungheria alle Calabrie, yogourth francesi diretti in Friuli. Lo sciopero-incubo è finito da una settimana e tutto è come prima. L’Italia ostaggio dei Tir, come il Cile di Allende.

A Mestre piazzo le due ruote sull’Intercity. Nella tratta italiana il vano-bici non lo usa nessuno, è tristemente vuoto. In carrozza la gente mi guarda strano. Esco dagli schemi: viaggio con un mezzo povero, ma porto una cravatta elegante e un cappello da rabbino (naturalmente l’ho fatto apposta).

A Vicenza mi si siede accanto una mamma ansiogena con due bambini-mostri. Il dialogo si limita al cibo: tavola pancino fame prosciutto mangia bevi ancora basta finisci gnam gnam. Il maschietto ripete: mio mio mio. Poi, guardando il vuoto: io io io io. Conosce solo l’ausiliare “voglio”. Ignora il “posso” e il “devo”. Risate, urla, colpi ai tavolini senza timore di punizioni. E’ chiaro: sono i bambini il primo anello della catena dello spreco. Ai bambini non si nega nulla. Il livello mondiale di Co2 dipende anche da loro.

Il bar della stazione di Milano è una mostruosa macchina di rifiuti. In un minuto vedo sparire nelle borse dei viaggiatori tonnellate di confezioni di plastica. Fuori l’aria è irrespirabile, inghiotto polveri sottili per una settimana. Ma è un avvelenamento utile: aumenta la rabbia e la voglia di cambiare. Sento che in me sta avvenendo una trasformazione irreversibile.

La sera a Monza piove. Non demordo, pedalo nel buio in mezzo a villette blindate, tra soli immigrati, fino a destinazione, un condominio di periferia. A intervista finita mi chiedono di restare a cena. Accetto, ma è un clamoroso errore. Per restare nella norma devo rinunciare al meglio: lo stufato di manzo, perché ha consumato troppo gas. Ci ridiamo su, ma io torno a Milano-Centrale scornato, bici-treno nella nebbia tra torvi pendolari lumbard.

SABATO – QUARTO GIORNO

Rientro a casa. A Mestre tutti i treni sono in ritardo ma in compenso quaranta megaschermi sparano in simultanea pubblicità per intontire l’utenza. Un costo spaventoso in termini di inquinamento, acustico e atmosferico. Ma nessuno si ribella, siamo una repubblica delle babane. Tacere, obbedire, consumare.
La carrozza per Trieste è surriscaldata (mi prendo un raffreddore da fieno) e piena di telefonini sintonizzati sul nulla. Ragazzi ridono ascoltando da un computer una voce che gracchia minacce anti-immigrati in un veneto barbarico condito di bestemmie. Torno a casa nella pioggia, stanchissimo, ma la performance Co2 del viaggio è buona: 26.81 (14.40 + 12.41) in due giorni, tutto compreso.

DOMENICA – QUINTO GIORNO
Vado in centro, tra le luminarie. Gli italiani saranno anche più poveri ma i loro carrelli sono stracolmi. In un Paese che frana riempire la dispensa è una terapia ansiolitica, l’unica consentita. Dilapidare, per non pensare che si sta dilapidando. Ma la paura affiora negli sguardi. E’ quasi Natale e nessuno sorride. A me sembra invece di sentire le feste per la prima volta dopo anni.

Approfitto della domenica, vado in ufficio e metto la stanza in assetto-risparmio. Nella risma della fotocopiatrice piazzo fogli già usati da un lato, poi elimino ogni situazione di stand-by e faccio strage di luci inutili. E la sera, visto che ho un cesto di pane secco, metto a mollo le pagnotte per fare gli gnocchi. Ricetta della nonna, con aggiunta di speck, aglio, formaggio, prezzemolo eccetera. Vengono una meraviglia, e la performance migliora ancora: 0.97.

LUNEDI’, NATALE – SESTO GIORNO
E’ Natale e faccio la rivoluzione. Chiudo il freezer, tanto non serve. Visto che è dicembre, metto in terrazza una dispensa per le verdure. Sposto il tavolo vicino alla finestra per consumare meno luce. Compro due prese elettriche intelligenti, che si disattivano quando le batterie del telefonino o computer sono cariche. Installo in bagno un rompi-getto, che dimezza i consumi. Ordino un carica-telefonino da bici che sfrutta l’energia della pedalata.

Ormai ci ho preso gusto. Sostituisco il dentifricio col bicarbonato. Elimino i sacchi di plastica della spesa e metto accanto alla porta una borsa con le ruote. Poi divido le immondizie alla tedesca. Cinque contenitori: vetro, plastica, cibo e carta, divisa tra confezioni alimentari e giornali. E’ un atto solo simbolico – nella civilissima Trieste non esiste raccolta differenziata – ma che importa: mi serve come autodisciplina e a capire quanto spreco. La prima somma è stupefacente: in cinque giorni la spazzatura si è dimezzata.

Mi chiedo: perché, accanto alla Costituzione, a scuola non si insegna anche consumo etico? Perché i presidi non smantellano quegli osceni distributori di merendine? Mi accorgo di tante cose, per esempio che i negozi di cose “biologiche” hanno spesso prezzi immorali e vendono roba che ha alle spalle trasporti lunghissimi. Un imbroglio per ricchi e malati terminali.

Un amico mi sfotte, dice che lo sforzo è patetico e il mondo affonderà lo stesso. Rispondo che la parola “Economia” viene dal greco e significa “gestione della casa”. Vuol dire che gli antichi sapevano: il mondo si cambia partendo dal proprio piccolo. Sì, sento che funziona. Sono entrato a regime: il bilancio della giornata è ottimo: 0.75. E’ una settimana che non accendo il riscaldamento e l’idea che Putin – il “genio” della fiamma azzurra nel mio bollitore – abbia guadagnato meno, mi fa godere.

MARTEDI’ – ULTIMO GIORNO
Invece dell’abete natalizio, che non ho mai comprato, trovo dai Forestali una piantina di quercia e salgo a piantarla in un parco di periferia. Scopo della missione: compensare l’anidride emessa nel viaggio a Milano. Per coerenza ci vado a piedi, seguendo le prescrizioni di Kyoto. Poi torno in città felice, con le mani sporche di terra e una fame da bestie. Così ho santificato le feste.

Chiudo la mia settimana “all’osso” invitando a casa tre amici. Cena natalizia autarchica: tonno marinato con sedano e cipolla, seppie in umido. Al posto delle lampadine, candele; e così scopro che con la luce bassa ci di diverte di più. C’è un gran discettare di consumi, la storia di Co2 appassiona tutti. Il risultato del giorno è ottimo: 0.36. Un decimo della mia già virtuosa base di partenza.

Festeggiamo con coppe di yogurth coperto di miele e mirtilli secchi, poi una grappa di Ribolla. In una settimana ho messo a segno una media-record di kg. 0.84 di Co2, che sale a 4.52 con tutto il viaggio a Milano (senza lo sconto dell’albero piantato). E’ stato difficile? Per niente. A Natale finito ripenso ai supermarket, agli schieramenti di inutilità luccicanti, e mi sembra di rivedere i reduci malconci di una guerra perduta, mille anni fa.

(28 dicembre 2007)

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Secondo uno studio Coldiretti in Italia il 30% del cibo che acquistiamo finisce direttamente nella spazzatura, senza neanche passare dal piatto.

Lo spreco di cibo è tale che ogni anno potrebbero essere nutriti (teoricamente) ben 44 milioni di persone , una nazione come la Spagna Campione del Mondo per intenderci….;-(

La notizia mi rende irrequieto e mi fa sorgere spontanea una riflessione amara:  ma a cosa serve la politica delle multinazioni alimentari sul tema delle coltivazioni intensive giustificata col fatto che “se no non riusciremmo a sfamarvi tutti” se poi gettiamo allegramente nella pattumiera 1 KG su 3 del cibo che compriamo?

Ovviamente il gran picco dello spreco si ha a Natale dove ogni famiglia butta via 50 euro di alimenti in media!

Forse una maggiore presa di coscienza a livello delle famiglie e anche nella scuola potrebbe migliorare la situazione: una volta c’era Educazione Civica a scuola, ora non saprei dirvi ma comunque ho ancora nella testa le parole di mio padre che mi diceva, “se NON finisci quello che hai nel piatto NON ti alzi da tavola”

Che ne pensate? sono l’unico a pensarla cosi’?

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Più volte abbiamo parlato dello spreco di cibo, che in un anno raggiunge l’incredibile cifra di 6 milioni di tonnellate che senza motivo finisce nelle nostre pattumiere.

Oggi invece vogliamo parlarvi del bellissimo progetto “Il pane che unisce” , lanciato dalla cooperativa sociale Cauto e finanziato da Fondazione Telecom Italia, che punta alla gestione dei rifiuti che derivano dai supermercati e dalla Grande Distribuzione Organizzata per poter poi distribuire gli alimenti a scopo benefico.

I risvolti positivi de Il pane che unisce sono molteplici: i supermercati e la Grande Distribuzione Organizzata possono migliorare la loro gestione di raccolta e smaltimento della differenziata con conseguente riduzione dei costi, la cooperativa Cauto crea occupazione, i prodotti alimentari raccolti non finisco nelle discariche ma vengono distribuiti gratuitamente agli enti di beneficienza.

In questo modo  i benefici si traducono in economici, ambientali e sociali tanto che “Il pane che unisce” ha ricevuto il premio “Dal dire al fare impresa sociale“.

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Sempre più spesso la strada verso un futuro veramente green passa attraverso i progetti, le partnership e le idee messe in campo da operatori e professionisti di settori diversi capaci di unire il proprio know-how per raggiungere un obiettivo comune. È il caso di Eurven – azienda leader nella progettazione di sistemi per la raccolta differenziata, compattazione e riciclo di rifiuti – e della nota catena di supermercati Despar che in occasione di Ecomondo (9-12 novembre, Fiera di Rimini) presenteranno l’innovativo sistema di raccolta con incentivo della carta.

Un progetto che non ha precedenti in Italia, nato con l’intento di facilitare e accrescere la raccolta e il riciclo della carta. Per chi si trova a passare da un supermercato Despar, sarà una piacevole sorpresa eco trovare all’interno dei macchinari destinati alla raccolta di carta e cartone che in cambio della carta danno dei punti, utili per ottenere sconti extra sulla spesa…

Una bella spinta a fare la raccolta differenziata, non c’è che dire! Ma i vantaggi non finiscono qui. Anche Despar potrà trarre beneficio dall’iniziativa rivendendo ai consorzi di riferimento tutto il materiale raccolto e compattato. Non ultimi i vantaggi per l’ambiente: saltando tutti i passaggi tradizionali della filiera della raccolta dei rifiuti, verrà prodotta meno CO2.

Ed in seguito, grazie alla movimentazione, i costi di smaltimento si abbasseranno e il materiale potrà essere immediatamente riutilizzato con un bel vantaggio anche in termini di tempo.

Il progetto vuole essere un ulteriore prova dell’impegno profuso dalla catene di supermercati verso politiche ambientali più all’avanguardia, nonché un valido strumento di fidelizzazione di una clientela sempre più sensibile e attenta alle tematiche ambientali.

Speriamo, quindi, che l’iniziativa venga presto “imitata” da un numero sempre maggiore di aziende e società.

Se ti è piaciuta l’idea del riciclo di carta incentivato, allora ti interesseranno questi articoli:

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Lezioni di ecostile. Consumare, crescere, vivere

Quanti di voi smuovono gli scaffali del market in cerca del prodotto con la scadenza più lontana? Leggete le Eco Lezioni di A. Segrè e cambiate abitudini!

Pubblicato il 20/09/10 in Libri e riviste| TAGS: consumare, eco, lezioni, andrea segrè, leggere

Confessioni di un eco-peccatore

Viaggio all’origine delle cose che compriamo.

lezioni ecostile 280Immaginate quanto cibo viene sprecato in tutta la catena agro alimentare, ovvero in tutto il percorso che un alimento compie trasportato dal produttore al consumatore. Poi leggete il libro di Andrea Segrè, e saprete la verità: circa 20.290.767 tonnellate di cibo vengono butatte via in un anno, una quantità enorme.

Ovviamente oltre al cibo si buttano via anche i soldi, con cui viene prodotto il cibo andato perso e con cui le famiglie acquistano prodotti, poi non consumati perché scaduti da mezza giornata.
Proprio in questo dilemma si inserisce il nuovo libro di Segré, “Lezioni di ecostile. Consumare, crescere, vivere”, un manuale all’insegna di uno stile di vita green, che propone riflessioni ed esempi dedicati al consumo critico, alla riduzione degli sprechi, contro l’imperativo della crescita ad ogni costo.
“Il libro richiama l’attenzione sulla possibilità di consumare meno, ridurre i rifiuti e limitare gli imballaggi, fino a trasformare gli sprechi in risorsa”.
Se pensiamo infatti a quanti alimenti vengono eliminati dagli scaffali dei supermercati e buttati in discarica solo per la data di scadenza, c’è da rabbrividire: 4.000 tonnellate di alimenti che sarebbero ancora assolutamente consumabili.
L’autore è infatti presidente di Last Minute Market, progetto attraverso cui promuove il recupero dei prodotti freschi scartati dalla grande distribuzione perché sull’orlo della scadenza o usciti male dalla catena di confezionamento, che vengono così affidati agli enti di carità.
Ma in tutto questo c’è un messaggio ben più preoccupante: la gente compra spesso i prodotti più economici che arrivano da chissà dove, non badando all’origine e alla qualità della merce. E ancora peggio, si fa influenzare dalle scadenze e getta via un sacco di cose, esempio su tutti, lo yogurt. Ma che succede a questo cibo il giorno dopo la sua scadenza? Praticamente nulla.
Nonostante ciò, la maggior parte dei cittadini butta nell’immondizia quelli appena scaduti e corre al supermercato a comprare un barattolo nuovo -ovviamente facendo attenzione a prendere la confezione in fondo, con la scadenza più lontana possibile.
E il giro ricomincia: il supermercato l’indomani butterà via i prodotti appena scaduti perché nessuno li ha acquistati e così via.
E’ ora di modificare i nostri consumi e ridurre gli sprechi.
Il libro: Andrea Segrè, Lezioni di ecostile. Consumare, crescere, vivere, Mondadori Editore, 2010, 15 euro.
L’autore: Andrea Segrè, presidente di Lat Minute Market e preside dell’Università di Agraria di Bologna, già autore di numerosi libri focalizzati su agricoltura, risorse alimentari, consumi e sprechi in un’ottica di solidarietà di mercato.
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Vivere senza frigorifero… si può?

martedì 17 gennaio 2012

Come si sa, il frigorifero è un’invenzione piuttosto moderna, e fino a poco fa la gente, per millenni, ne è stata senza. In effetti la conservazione del cibo è sempre stata la principale preoccupazione dell’essere umano, ma nel corso dei secoli si sono tramandate tecniche che hanno funzionato abbastanza bene, seppur laboriose. Oggi una vita senza frigorifero sembra impensabile, ma è così solo perchè non conosciamo altre alternative, o non siamo abituati ad agire e ad organizzarci. E se volessimo invece risparmiare un po’ di soldi e vivere senza frigorifero?

Come dicevo esistono varie tecniche per mantenere i cibi, o strategie che possiamo mettere in pratica, e non sono neanche tanto complicate. Vediamo come potremmo organizzarci nel caso decidessimo di rinunciare al frigorifero, per risparmiare, perché si è rotto e non vogliamo correre a comprarne un’altro o forse perché un’altro subito non ce lo possiamo permettere:

Sfruttiamo i mesi freddi: d’inverno, se la cucina non è riscaldata, i cibi possono benissimo conservarsi a temperatura ambiente. Se poniamo verdure e avanzi appositamente chiusi in un contenitore di plastica in una dispensa a giorno o in quei carrelli a più piani da cucina, si conserveranno bene (ma gli avanzi cerchiamo di consumarli almeno il giorno dopo). Possiamo naturalmente conservare i cibi anche fuori sul balcone o in giardino, se organizziamo un armadietto e facciamo attenzione ad eventuali animali (anche se a temperature sotto zero tutto si congelerà e non ci saranno odori…).

Usiamo la cantina: i fortunati che hanno una cantina, possono usarla per conservare verdura e frutta.

Compriamo e mangiamo soprattutto cibi che si conservano a temperatura ambiente: ci sono cibi che si conservano fuori dal frigorifero più di altri, come patate, carote, cavoli, zucchine, melanzane, pomodori, ecc. La verdura a foglia e l’insalata non si mantengono fuori per troppo tempo. Le uova si conservano bene a temperatura ambiente.

Facciamo una scorta di scatolame: riempiamo la dispensa di prodotti inscatolati come legumi, piselli, fagiolini, e naturalmente anche prodotti secchi come la pasta , il riso, farine varie e polenta. In scatola si trova, ovviamente anche pesce e carne, che non potremmo conservare altrimenti. Anche olii, spezie e aromi per dolci potremmo conservare in dispensa.

Legumi secchi: anche questi si possono conservare in dispensa e non hanno bisogno di essere messi in frigo. Se vogliamo usarli basta prenderne la dose che ci serve per il pasto che vogliamo preparare.

Disidratiamo verdura e frutta: ci sono in commercio degli essiccatoi che disidratano la verdura e la frutta. In questo modo potremmo conservarle chiuse in sacchetti e riposte nella dispensa. In estate però si potrebbe anche essiccare i cibi al sole, come per esempio fichi, mele, fagioli, mais, ecc.

Facciamo delle conserve di cibi: possiamo ovviamente anche conservare i cibi sterilizzandoli in vasetti nell’acqua bollente, sott’olio o sott’aceto. È così che si faceva in particolare prima, tutti i cibi di stagione che non venivano mangiati venivano messi sotto vetro!

Come si può vedere, modi per conservare il cibo ce ne sono, basta solo organizzarsi. Che bello pensare che in caso di necessità si può ricorrere a questi metodi fattibilissimi…

Vi è mai capitato di rimanere senza frigorifero? Avete mai pensato di avventurarvi in un tentativo simile? In che modo conservereste voi il cibo fuori dal frigorifero?

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Elettrodomestici: se ne può (quasi del tutto) fare a meno!

giovedì 10 novembre 2011

La vita della donna di casa moderna è molto diversa da quella di 100 o 150 anni fa. Se prima aveva delle serve per adempiere a tutti i lavori domestici (o se era povera faceva tutto da sé, lavorando duramente tutto il giorno), oggi i nostri “servi” sono gli elettrodomestici! Ammettiamolo, siamo letteralmente circondate da questi servi che lavano, stirano, impastano, aspirano, tritano e tosano anche l’erba! Immaginate come reagirebbe una donna dell’800 alla vista di tutto questo: probabilmente urlerebbe Eureka! E non vorrebbe più ritornare indietro!D’altra parte però non tutti questi elettrodomestici sono davvero indispensabili. Siamo presi totalmente dalla mania di avere tutto elettrico, tutto che si fa da sé, ma la comodità costa, e in molti casi tutti questi aiuti ci rendono anche un po’ pigre… qualcosina possiamo ancora farla noi, non vi pare?

Gli elettrodomestici mangiano energia elettrica per la quale dobbiamo pagare conti salati a fine mese. Se non possiamo fare a meno di qualche “aiuto”, sicuramente possiamo fare a meno di altri… Ecco una lista di elettrodomestici che a mio avviso si possono evitare, da quello più superfluo a quello meno:

Apriscatole elettrico: e insieme a lui tutta la categoria di elettrodomestici completamente inutili come la macchina per fare i pop corn, quella per fare lo yogurt, quella per cuocere le uova, il riso, a vapore, ecc. Queste sono tutte cose che possiamo fare sul fornello e le scatole di latta le apriamo davvero senza difficultà con un cominissimo apriscatole normale!
Macchina per fare il gelato: davvero non serve, basta usare il freezer!
Microonde: io personalmente non lo uso perché credo che sia dannoso alla salute, e questo dopo essermi documentata con studi sull’argomento. Ho però un piccolissimo fornetto scaldavivande, che ho ricevuto in regalo e che uso per riscaldare o scongelare piccoli alimenti, come per esempio le fette di pane surgelate, e questo per evitare di usare il mio grande forno elettrico.

Macchina del caffè: questa è dura, ma sinceramente non capisco perché dobbiamo spendere un sacco di soldi per comprare una macchina che ci fa il caffè come al bar, magari anche una di quelle che funzionano solo con le cialde, che a conti fatti al kg costano molto di più del caffé comprato al supermercato … quando possiamo usare quelle meravigliose caffettiere che fanno ugualmente un buonissimo caffè (e gorgogliano quando è pronto, come ai vecchi tempi e diffondono il profumo in tutta la casa! Che meraviglia!).

“Rigenerare” i vecchi Pc: un bel gesto nei confronti dell’ambiente

17 maggio 2013

azienda freepcSmaltire un PC costa 20 volte più energia che ricondizionarlo e riutilizzarlo…

Come vi comportate, quando comprate un nuovo computer, nei confronti di quello vecchio? Ormai non si fa altro – finalmente e giustamente, direi – che parlare di rispetto per l’ambiente e di risparmio energetico, e come sappiamo spesso e volentieri gli apparecchi tecnologici che tanto ci piacciono quando arrivano alla fine del loro ciclo di vita sono sempre alquanto difficili da smaltire. L’idea di parlare di tecnologia ed ecologia mi è venuta da questo articolo di C|Net News, in cui vengono messe a confronto le opinioni di diversi esperti verso il ricondizionamento o il riciclo totale di un computer. E a vincere sembra proprio il ricondizionamento (o la rigenerazione, che dir si voglia): il modo più semplice, economico ed ecologico per riciclare.

Ricondizionare offre, secondo molti esperti, la migliore alternativa alla crescita incondizionata della spazzatura elettronica (la cosiddetta e-waste, di cui ci siamo tra l’altro già occupati) in tutto il mondo. Per rimettere a nuovo un Pc, infatti, non vengono utilizzate le enormi quantità di energie che servono a distruggere i materiali di cui questo è composto: quando mandiamo un computer al riciclo, infatti, il riciclaggio consuma circa 20 volte l’energia necessaria per riutilizzare lo stesso computer.

Fonte: geekissimo.com | Link

Un esempio di azienda che crede nel ricondizionamento dei computer e vende attraverso negozi convenzionati dando modo alle persone di toccare con mano la qualità del prodotto é FREEPC ITALIA.

FREEPC è un’azienda padovana che acquista, controlla, ricondiziona e distribuisce in Italia computer professionali di classe A. Si distingue nel panorama dei venditori di computer ricondizionati per aver adottato una filosofia etica, sostenibile e di risparmio.
Non scende a compromessi con l’affidabilità del prodotto e ne favorisce un utilizzo prolungato scegliendo marche e modelli che più si distinguono nella realizzazione di prodotti durevoli e prestanti.

inscatolamento Computer affidabili di classe A

I computer si dividono principalmente in due categorie:

  • la fascia medio-economica dedicata a quel pubblico che ne farà principalmente un uso domestico e/o di intrattenimento;
  • la fascia professionale, generalmente molto più costosa, è dedicata alle aziende o più in generale all’ambito lavorativo per persone che devono avere la massima sicurezza del mezzo.

I computer professionali devono rispondere a precise esigenze in termini di sicurezza e affidabilità poiché pensati per elaborare dati e informazioni importanti che non si può rischiare di perdere. Sono predisposti inoltre per un uso intensivo, prolungato e per situazioni di sollecitazione estrema. Per questo motivo, a differenza dei computer “domestici”, essi hanno una qualità di componenti e di progettazione decisamente migliore ed in molti casi usano schede madri più performanti.

La differenza é notevole quando paragoniamo la fascia alta dei più rinomati marchi di computer professionali come IBM-Lenovo, Dell, Fujitsu-Siemens, Apple, Toshiba e HP con la fascia commerciale o consumer.

Ci troviamo di fronte a prodotti completamente diversi il cui costo notevolmente maggiore è ricompensato abbondantemente dalla longevità e resistenza della macchina. Sistemi anti-shock per hard disk, cerniere dei notebook in metallo e non in plastica. Sistemi di protezione anti-liquido, dispositivi integrati dedicati alla sicurezza dei dati personali come lettori di impronte o smartcard, monitor opachi antiriflesso di serie, luce notturna sulla tastiera. Queste sono solo alcune delle caratteristiche peculiari che rendono il computer professionale nettamente superiore a quelli di fascia consumer.

FREEPC ricondiziona e vende con un lungo periodo di garanzia i suoi prodotti con hardware testato singolarmente e di grado estetico ottimo, adottando così la Classe A Europea (aspetto pari al nuovo).

www.freepcitalia.com

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Olio di frittura per alimentare pescherecci e città

Di su giugno 19, 2013

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Olio di frittura come biocarburante per alimentare pescherecci e produrre energia per la città. Sono due progetti realmente esistenti e ideati, il primo, in una città italiana, Trieste, e il secondo a Londra.

Vediamo da vicino questi due progetti sostenibili che, non solo permetterebbero di avere energia utilizzando fonti alternative, ma consentirebbero anche di ridurre il problema dello smaltimento dell’olio esausto, che tanto fa male al nostro ambiente.

Partiamo dal progetto che ci riguarda più da vicino: quello di Trieste. Qui, una cooperativa di pescatori ha sperimentato la possibilità di utilizzare l’olio di frittura per la produzione di un biocarburante con cui alimentare i propri pescherecci.

Una soluzione alternativa per far fronte il rincaro del carburante che sta preoccupando il mondo della pesca e dell’acquacoltura regionale. Nel 2013, infatti, il prezzo del gasolio è aumentato fino ad arrivare a 80 centesimi al litro. Con questo sistema, il biodiesel prodotto dalla cooperativa arriverebbe a costare invece 0,18 euro per litro, compreso il costo dell’alcol metilico e l’energia elettrica necessari per far funzionare l’impianto di trasformazione in biodiesel.

Guido Doz, responsabile per il Friuli Venezia Giulia dell’Agci pesca, dichiara che, utilizzando l’alimentazione prodotta attraverso l’uso dell’olio delle fritture, “i pescatori stimano di poter risparmiare circa 300 mila euro ogni anno”. Non poco, visto che il carburante è la voce di spesa più importante nel bilancio delle imprese.

Il processo di trasformazione lo descrive lo stesso Doz: “L’olio vegetale per essere utilizzato come carburante deve essere sottoposto a un processo di transesterificazione, che è una tecnica ormai collaudata: consiste nella trasformazione dei trigliceridi contenuti nell’olio vegetale in biodiesel e glicerolo, che a sua volta può trovare diversi impieghi, per esempio nell’industria alimentare e farmaceutica”.

E così, dalla scorsa estate, è partita la raccolta dell’olio usato. L’unico problema è che sembra che le navi emettano puzza di patatine fritte. Il motore, invece, sembra rispondere bene anche all’alimentazione generata dall’olio: gira normalmente e non perde colpi.

Il secondo progetto, molto simile al primo, riguarda invece Londra, dove verrà prodotta una centrale termica funzionante grazie all’utilizzo di oli esausti e grassi provenienti dai ristoranti della città.

Le due società coinvolte nell’operazione, la Thames Water e la 2OC, hanno ideato un progetto che consentirà di raccogliere oli e grassi da ristoranti e aziende alimentari presenti in città. Questo consentirà di alimentare un’apposita centrale che immetterà energia elettrica nella rete nazionale.

L’impianto produrrà 130 Gigawatt (GWh) all’anno di energia elettrica rinnovabile senza utilizzare una sola coltivazione di colza o altre piante da bio-carburante.

Circa 30 tonnellate di olio esausto saranno raccolte quotidianamente per far funzionare la centrale. La parte mancante sarà raggiunta utilizzando olio vegetale e sego (grasso di animale).

Si pensa che la centrale possa essere operativa a partire dal 2015.

Fonti articolo:

(Foto: Utente Flickr Ernesto Andrade)