Decrescita Felice e Resilienza Cattolica. I Re-food

C`e` un gruppo che per vivere si tuffa nella spazzatura dei supermercati. Barboni per scelta contro la societa` dello spreco. In realta` si tratta, anche se la definizione e` riduttiva, di esploratori urbani di rispettabili cittadini con la fissazione del riciclo.
Il freeganism (nome composto dalle parole free e vegan, ossia vegano, chi non mangia alimenti che provengono da animali) e` un movimento che nasce negli Usa negli anni 90 e che sta avendo un gran successo in Gran Bretagna. Gli adepti, che non necessariamente sono vegetariani, non comprano cibo, ma lo raccolgono. Non perche` non abbiano i mezzi (molti sono laureati, impiegati, manager), ma per convinzione ideologica, per combattere gli sprechi del mondo occidentale e non alimentare il consumismo; quindi e` bandita la spesa nei supermercati. Permessi solo i dumpster diving, in gergo i tuffi nei bidoni (dumpster) della spazzatura di negozi, panetterie, ristoranti, chioschi e mercatini.

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In Italia nel 2012 +9% delle famiglie ha chiesto aiuti alimentari

martedì 23 aprile 2013

Nel 2012 si registra un aumento del 9 per cento delle famiglie che hanno chiesto aiuto per mangiare con un totale di ben 3,7 milioni di persone assistite con pacchi alimentari e pasti gratuiti nelle mense”. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dal Piano nazionale di distribuzione degli alimenti agli indigenti nel 2012 realizzato da Agea da quale si evidenzia che ”molte famiglie sono cadute in poverta’ con tanti bambini e anziani che hanno difficolta’ economiche anche per garantirsi da mangiare”.
”E’ anche questo -sottolinea la Coldiretti – l’effetto del quasi un milione di famiglie rimasto senza reddito da lavoro perche’ tutti i componenti ‘attivi’ che partecipano al mercato del lavoro sono disoccupati, secondo i dati Istat sul 2012. Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si sta registrando -precisa la Coldiretti- un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti a sfamarsi che erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto il massimo di 3,7 milioni nel 2012 (3.686.942)”.”Una situazione drammatica che – conclude la Coldiretti – rappresenta la punta di un iceberg delle difficolta’ che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa”.

Fonte:http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Crisi-Coldiretti-+9-famiglie-ha-chiesto-aiuti-alimentari-nel-2012_32114397291.html

http://nientebarriere.blogspot.it/2013/04/in-italia-nel-2012-9-delle-famiglie.html

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Cassonetto freeganQualche tempo fa rimasi colpito dalla recensione di un libro uscito in Inghilterra dal titolo Waste (“Spreco”), recentemente edito da Bruno Mondadori col titolo al plurale Sprechi. L’autore era Tristram Stuart, uno scrittore e universitario di Cambridge che ha improntato la propria vita sul vivere di rifiuti. Ma non rifiuti intesi tanto come contenuto dei cassonetti dell’immondizia, quanto piuttosto come beni considerati rifiuti dalla logica commerciale, come, un esempio per tutti, ciò che viene gettato via dai supermercati perché vicino a scadenza, o perché la confezione è alterata o perché il cibo non si presenta bene.

Ed in effetti – lo sappiamo benissimo – se c’è qualcosa che dà l’idea della profonda ingiustizia della nostra società è appunto lo spreco di cibo. Si calcola che nel mondo occidentale si sprechi mediamente nella catena alimentare il 30% dei prodotti, con una punta ovvia del 50 % negli Stati Uniti.  Si va dai cosiddetti “eccessi di produzione”, ai sopra ricordati scarti dei supermercati, agli sprechi delle mense e in famiglia (alimentati questi ultimi da acquisti eccedenti le necessità fagocitati dai supermercati). In Italia basti pensare alle arance della Sicilia (lo sapevate in compenso che l’80% del succo d’arancia l’Europa lo importa da Stati Uniti e Brasile?).

Ma Stuart non è solo in questa scelta: c’è addirittura un movimento che si riconosce in questa filosofia di vita che si chiama freegan (acronimo delle parole free, libero e vegan, alimentazione senza prodotti animali, creato dall’attivista per i diritti degli animali statunitense Alan Weissman). Oggi peraltro la parola freegan esula dal suo contesto originario e sta ad indicare tutti coloro che adottano la tecnica di rovistare tra i rifiuti, indipendentemente dalle loro abitudini alimentari. Del resto, lo stesso Stuart alleva e mangia maiali…

È chiaro che i freegan, se da un lato approfittano della situazione di sovrabbondanza, dall’altro, con la loro azione, lanciano un monito ben preciso alla nostra società, e cioè produrre di meno e consumare meglio. Senza contare il valore del comportamento individuale. Come dice Tristram Stuart: “Compra solo ciò di cui hai bisogno, e mangia tutto quello che compri”.

Lo stesso Stuart, per pubblicizzare l’enormità degli sprechi, ha organizzato in Trafalgar Square a Londra, il 16 dicembre 2009, un megapranzo per 5.000 persone, solo ed esclusivamente utilizzando prodotti di scarto. Neanche a dirlo, la manifestazione è stata un grosso successo, è c’è da scommettere che nessuno si è sentito male!

Nella stessa ottica dei freegan, il prof. Andrea Segré dell’Università di Bologna ha promosso l’iniziativa Last Minute Market (recentemente estesa al Piemonte grazie a Slow Food), che ha messo a punto fin dall’anno 2000 un sistema professionale di riutilizzo di beni invenduti dalla grande distribuzione.

Beh, adesso vi devo lasciare: vado a rovistare.

Foto di Laura Olivieri

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I freegans sono persone che adottano strategie di vita alternative allo stile di vita basato su economie  convenzionali e puntano a diminuire l’utilizzo delle risorse disponibili. I freegans credono nella condivisione, nella generosità, nella solidarietà sociale, nel libero arbitrio e nella  cooperazione, in contrasto con una società fondata sul materialismo, l’apatia morale, la competitività, il conformismo, e l’avidità.
Dopo anni di tentativi per boicottare prodotti di provenienza non etica, responsabili di violazioni dei diritti civili, disastri ambientali, e abusi sugli animali, molti tra noi hanno cominciato a pensare che indipendentemente da dove acquistavamo le nostre merci, finivamo sempre per supportare qualcosa di deplorevole. Siamo arrivati alla conclusione che il problema non sono poche multinazionali incuranti del pianeta ma líintero sistema economico.

Essere freegan è il totale boicottaggio di un sistema economico dove la ricerca del profitto ha cancellato considerazioni  etiche e dove complicati sistemi di produzione, preparazione, imballaggio e distribuzione  delle merci comportano che la maggior parte dei  prodotti abbiano un impatto deleterio sul pianeta del quale spesso non ci rendiamo neanche conto. Perciò, per evitare di acquistare un certo prodotto da uníazienda solo per poi finire di favorirne un’altra, cerchiamo di limitare gli acquisti al massimo.

La parola freegans è composta da “free” (libero) e “vegan” (veganiano). I veganiani  sono persone che evitano prodotti di origine animale, prodotti testati sugli animali nella speranza di risparmiare sofferenze agli animali. I freegans hanno accentuato la consapevolezza  che in un sistema di produzione di massa in cui il profitto, l’abuso dei diritti umani, degli animali, e del pianeta concerne tutti i gradi della filiera (dall’acquisizione delle materie prime alla produzione al trasporto) qualsiasi prodotto disponibile è coinvolto nel processo. Sfruttamento, la distruzione delle foreste pluviali, il riscaldamento globale, lo sradicamento delle popolazioni locali, l’inquinamento delle acque e dell’aria, la distruzione della fauna indigena nelle coltivazioni intese come parassiti, il mantenimento in vita di dittature per garantire gli interessi economici di pochi, lo sfruttamento intensivo del miniere, le trivellazioni petrolifere in aree sensibili, l’impotenza dei sindacati, lo sfruttamento minorile, l’appoggio a regimi repressivi sono solo alcune delle problematiche che un inconsapevole cliente non può evitare.

I freegans impiegano una serie di misure nella vita quotidiana ispirate a nostri principi:

RECUPERO DEI RIFIUTI

Viviamo in un sistema economico dove i venditori danno un valore ai prodotti e al terreno in base a quanto potrà fruttare economicamente. I consumatori sono costantemente bombardati con messaggi pubblicitari che consigliano di buttare e sostituire gli articoli che abbiamo già per incrementare le vendite, o di continuare consumare all’infinito. Questa pratica comporta la produzione di quantità di rifiuti così ingenti che molti potrebbero essere nutriti utilizzando gli scarti. Come freegans noi recuperiamo invece di comprare, nel tentativo di non essere “consumatori” noi stessi, e per confrontarci politicamente con l’ingiustizia di permettere che risorse vitali vadano sprecate mentre moltissime persone sono senza cibo, vestiti e riparo, e per ridurre l’ammontare dei rifiuti che vanno a riempire discariche e inceneritori (che sono sproporzionatamente presenti in maggioranza in aree con popolazione povera, non bianca, e che incrementano i rischi di cancro e asma).

Probabilmente l’attività più clamorosa dei freegans rientra nei termini “urban foraging” (raccolta urbana) e “dumpster diving” (il recupero dai rifiuti di quanto ancora utilizzabile). Questa pratica comporta la selezione direttamente dai bidoni dell’immondizia degli articoli che possono ancora essere utilizzati. Al contrario di quanto ci portano a pensare gli stereotipi relativi ai rifiuti, quanto recuperiamo è pulito, sicuro, e spesso in condizioni quasi perfette, una prova di quanto la nostra società sia incline allo spreco, consigliando un continuo rimpiazzo di articoli ancora in buono stato con articoli identici ma nuovi, magari diversi solo nella confezione ammiccante. I recuperatori agiscono da soli o in gruppo, ma la caratteristica comune è la condivisione di quanto recuperato con chi ha bisogno. Gruppi come il Food Not Bombs recupera cibo buttato nell’immondizia e lo cucina in posti pubblici distribuendolo a chi lo richiede.

Il recupero dei rifiuti fuori delle scuole, dagli hotel, dagli uffici ecc ci permette di recuperare ogni tipo di articolo: dal cibo agli indumenti ai giocattoli, ai mobili, ma anche veicoli, video, articoli di arredamento, parti elettroniche, e quantíaltro. Invece di contribuire ulteriormente all’aumento dei rifiuti, il riciclo fatto dai freegans riduce l’impatto ambientale che quantità enormi di rifiuti hanno sul pianeta.

Molti oggetti possono essere recuperati gratuitamente o condivisi anche utilizzando internet. Ad esempio su  Freecycle.org (che ha sedi anche in Italia) o nella rubrica donazioni dei siti o delle pubblicazioni gratuite di inserzioni.

RIDUZIONE DEI RIFIUTI

A causa delle frequenti visite nei depositi di rifiuti, gli aderenti al movimento freegans hanno preso consapevolezza delle quantità enormi di rifiuti che produciamo quotidianamente e hanno deciso di comportarsi diversamente; riciclando, riparando gli oggetti invece di sostituirli quando possibile. Tutto ciò che non ha uno scopo pratico per noi viene ridistribuito tra i nostri conoscenti, nei centri di raccolta, o attraverso scambi organizzati in rete.

TRASFERIMENTI ECOSOLIDALI

Siamo consci dell’impatto devastante sull’ambiente comportato dall’automobile. Non solo i gas provenienti dalla combustione del petrolio ma anche le aree verdi distrutte per far posto alle strade e gli incidenti che colpiscono uomini e animali. Inoltre la sete di petrolio è alla base di conflitti in molte parti del mondo, compreso l’Iraq. Perciò cerchiamo di evitare l’uso dell’automobile favorendo l’uso della bicicletta, l’autostop, camminando. L’autostop ottimizza lo spazio all’interno di un veicolo, che produrrebbe comunque inquinamento, senza incrementarlo.

Non sempre l’uso delle automobili è vitabile ma cerchiamo di non utilizzare carburanti fossili utilizzando automobili diesel dove con carburante ecologico (olio recuperato dalle friggitrici industriali). Un altro esempio del riutilizzo di prodotti che andrebbero ad aumentare il totale dei rifiuti altrimenti. Gruppi di volontari stanno creandosi in diverse parti del territorio per aiutare chi è interessato a riconvertire le auto con motori diesel in auto a olio riciclato.

EDILIZIA GARANTITA

Noi crediamo che la casa sia un diritto e non un privilegio. Allo stesso modo in cui i freegans credono sia oltraggioso che ancora tanta gente non abbia da mangiare visto gli sprechi alimentari che ci sono, consideriamo vergognoso che ci sia gente che muore di freddo per strada quando migliaia di abitazioni rimangono vuote perché i proprietari speculano sul prezzo di affitto o di vendita. Occupare spazi disabitati e decrepiti, ristrutturandoli, e dando un tetto a chi ne ha bisogno vale più del concetto astratto di proprietà, senza dimenticare che chi possiede un immobile e non ne ha cura, favorendone la distruzione, non ha diritto di vantarne il possesso. Inoltre questi centri occupati possono diventare importanti per la comunità che li ospita, gestendo attività ricreative, fornendo informazioni utili alla conversione ecologica, fornendo accoglienza ecc.

DIVENTARE VERDI

Viviamo in un mondo dove spesso il cibo che mangiano è prodotto dall’altra parte del mondo, trattato chimicamente, e trasportato per migliaia di chilometri, conservato per tempi troppo lunghi, tutto questo ad alti costi per l’ecosistema. Tutto questo ci ha fatto perdere di vista il ciclo stagionale e naturale della vita.

Gli ecologisti urbani  (esistono anche in Italia) trasformano aree abbandonate e destinate alla discarica abusiva in aree verdi, piantando fiori e pulendo. La creazione di giardini comunali autogestiti può sostituire sugli scaffali dei nostri supermercati il cibo trattato con vegetali freschi prodotti in zona. Nelle aree dove le percentuali di inquinamento dell’aria sono a livelli troppo alti, piantare degli alberi favorisce la produzione di ossigeno. In un panorama caratterizzato da mattoni, asfalto e cemento, un’area verde modifica l’architettura urbana, mettendo a disposizione di tutti aree che possono essere utilizzate per aggregazioni, cerimonie collettive, e facilitare connessioni interpersonali in un mondo che tende sempre più a isolarci.

L’agricoltura biologica alternativa ci permette di nutrirci senza passare attraverso le grandi catene di distribuzione e di disintossicarci utilizzando erbe che crescono spontaneamente intorno a noi. Perino nei nostri parchi cittadini possiamo trovare piante officinali, dandoci la sensazione di poter vivere consumando i prodotti offerti dalla Madre Terra e non imposti dalla grande distribuzione. Alcuni tra noi, fedeli a questa nuova consapevolezza, abbandonano i centri abitati e si trasferiscono in zone poco abitate dove creano comunità che rispettano l’ambiente e i ritmi di vita naturali.

LAVORARE MENO / DISOCCUPAZIONE VOLONTARIA

Quanto del nostro tempo perdiamo per pagare i conti o acquistare nuovi prodotti inutili? Per molti di noi lavorare significa sacrificare la nostra libertà per ricevere ordini da altri, stress, noia, monotonia, e in molti casi aumentando il rischio di squilibri fisici e mentali.

Una volta afferrato il concetto che non sono solo un numero limitato di prodotti o un numero limitato di aziende a causare la devastazione del pianeta ma che è proprio il sistema che non funziona, si comincia a capire che noi, in quanto lavoratori, siamo solo ingranaggi di una macchina che produce violenza, morte, sfruttamento, e distruzione. Il commesso della macelleria che ti taglia la bistecca è forse meno responsabile del contadino di una fattoria che pratica l’allevamento intensivo? E il creativo che mostra il prodotto in maniera appetibile? E il commercialista che tiene la contabilità del negozio e gli permette di continuare a lavorare? O l’operaio che produce fisicamente il frigo? E, naturalmente, i managers che gestiscono le grandi concentrazioni economiche hanno la più grande responsabilità per la produzione di rifiuti e di sprechi. Non bisogna essere azionista di una società che possiede una fabbrica o un impianto chimico per essere considerato responsabile.

Riuscendo a nutrirsi, muoversi, trovare casa, e cambiando i ritmi di vita senza spendere grosse quantità di denaro, un freegans può rimanere senza lavorare per periodi medio lunghi. Avremo così più tempo per le mostre famiglie, fare volontariato, unirsi a gruppi di attivisti che tengano a bada le grandi concentrazioni economiche che altrimenti tenderebbero a decidere per noi mentre lavoriamo per loro. Certo per la maggior parte di noi non avere un impiego non è attuabile: è molto più facile trovare un mobile nella spazzatura di un dentista che offrano cure gratuite, ma limitando le proprie uscite molti tra noi possono diminuire il tempo lavorativo e avere tempo libero per se stessi e la comunità. Ma anche se costretti a lavorare possiamo cercare di creare all’interno del nostro posto di lavoro una sensibilità verso i bisogni di tutti e un diverso approccio verso le associazioni di lavoratori.

translation by GianLuca Quaglia
web site: http://www.qgl.it
email: info@qgl.it

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Mangia il tuo marciapiede: il ricettario che preferivi non scoprire

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Oltre ai vegetariani, ai vegani e ai fruttariani, nel variegato universo dei regimi alimentari alternativi esistono anche i freegan: in sostanza, gente che cucina solo con ciò che recupera dagli altrui cassonetti della spazzatura. Una filosofia di vita davvero estrema, non certo adatta a tutti i palati. Se volete cimentarvi con qualche piatto tipico di questa dieta, è in arrivo il primo ricettario ufficiale del movimento: Eat your sidewalk, letteralmente “mangia il tuo marciapiede”.

Scritto con la collaborazione di numerosi freegan convinti, ma anche di chef di chiara fama, Eat your sidewalk nasce a New York e il suo scopo è insegnare ai cittadini a nutrirsi delle risorse disponibili in città: non solo rifiuti, quindi, ma anche i fiori che crescono ai giardinetti o gli animaletti selvatici che vivono tra i palazzi (ebbene sì, piccioni e insetti compresi). In un’appendice, inoltre, insegna anche a coltivare qualcosa di utile e commestibile perfino in un ambiente costituito da un buon 90% di asfalto. Il progetto, lanciato su Kickstarter, ha ottenuto finanziamenti e donazioni per quasi 10.000 dollari e verrà finalmente pubblicato in primavera. La stagione ideale per cominciare a seminare l’aiuola davanti a casa.

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Tristram Stuart. Il Freegan che mangia i cibi recuperati dai rifiuti. E ha convinto migliaia di persone a farlo

tristram-stuart-riciclo-cibo-caricaturaTristram Stuart, è un giovane atti­vista e scrittore inglese.

E’ un freegan, cioè mangia il cibo recuperato dai bi­doni fuori dai supermercati ed è stato il promotore di “Feeding the 5.000” (letteralmente nutrire/alimentare i 5.000), un evento organizzato a londra a fine 2009 in cui migliaia di persone hanno mangiato del cibo che sarebbe stato buttato.

Ne abbiamo parlato nell’articolo “C’era una volta il ‘Trash food’. Quando la sostenibilità parte dai bidoni della spazzatura“.

Vive in una fattoria dove dà la caccia agli scoiattoli per mangiarli. Alleva i maiali e ne cucina anche le teste per non buttare niente.

E’ autore del libro Sprechi, uscito in Italia nel 2009.

Pubblichiamo l’articolo “Tristram Stuart. In difesa del cibo” tratto dal numero 381 di Internazionale il 29 gennaio 2010 e che la redazione di Internazionale ci ha gentilmente permesso di utilizzare.

Ritratti Tristram Stuart. In difesa del cibo

Sto aspettando Tristram Stuart al Wahaca, un rumoroso ristorante messicano di Covent garden, a Londra. Stuart, attivista e scrittore, è noto per due motivi. Innanzitutto è un freegan, cioè mangia il cibo raccolto dai bidoni fuori dai supermercati. Poi è stato il promotore di Feeding the 5.000, un evento in collaborazione con ActionAid e Save the children che si è tenuto il 16 dicembre 2009 a Trafalgar square. Quel giorno migliaia di persone hanno mangiato del cibo che sarebbe stato buttato. Stuart, autore del libro Sprechi (Mondadori 2009), è un’autorità in materia. E un genio della frugalità.

Ma non della puntualità. Lo aspetto seduto al tavolo del Wahaca mentre osservo il menù, un enorme pieghevole che ricorda l’elenco dei programmi delle tv satellitari. La scelta è sterminata. Carni tenere e marinate, con una vasta offerta di salse. Manzo, pollo, pesce e chorizo. Ordino una birra scura e una tequila invecchiata, sorprendentemente delicata.

Al suo arrivo Stuart, 32 anni, è proprio come ci s’immaginerebbe il difensore dei senzatetto e degli affamati: è alto, bello e ha giusto un filo di barba. Ma ha anche l’aspetto di uno che non ha paura di mettersi a frugare in un cassonetto del supermercato. Ha perfino compilato delle tabelle su quello che si trova nella spazzatura, confrontando le statistiche sugli sprechi con quelle dei ricavi dei supermercati.

Si toglie il montgomery con degli enormi alamari. Indossa una camicia bianca e un maglione grigio. Guarda il menu. “La cosa che mi piace di questo ristorante”, dice, “è che non sbandierano ai quattro venti la sostenibilità ma la danno per scontata. Non dico che sia perfetto ma almeno si sforzano di usare cibi sostenibili. Non si limitano alle parole ma si preoccupano di mettere in pratica le buone intenzioni. Ed è questo che vogliamo: che certe cose siano date per scontate”. La chef del Wahaca, Thomasina Miers, ha partecipato all’evento di Trafalgar square facendo una dimostrazione di cucina.

internazionale-tristram-stuart-riciclo-cibo-03A tavola in cinquemila

Arriva il cameriere e ci spiega il menu, che è piuttosto complicato. Si possono condividere i piatti, fare diverse piccole ordinazioni o chiedere porzioni grandi. Le portate hanno forme divertenti e le salse a disposizione sono tante. “Questa è delicata al limone. Questa è affumicata. E questa è diabolica, mi creda”.

Poi, rivolgendosi a Stuart, il cameriere dice: “Credo di averla vista in televisione”. “Sì”, risponde lui. “Probabilmente perché il 16 dicembre abbiamo dato da mangiare gratis a 5.000 persone. Abbiamo servito 3.500 porzioni di curry, tre tonnellate di prodotti alimentari e circa mezza tonnel­ lata di frullati”. Le cifre, spiega, sono state calcolate contando le posate inutilizzate.

Torniamo al menù. “Consiglio il merluzzo nero”, dice Stuart, “è relativamente sostenibile”. E merluzzo sia. Stuart ordina un burrito di verdure di stagione con salsa di avocado.

Il suo primo libro The bloodless revolution (2006) è una storia del vegetarianismo, anche se lui mangia di tutto. Vive in una fattoria nel Sussex dove dà la caccia agli scoiattoli per mangiarli. Alleva i maiali e ne cucina anche le teste per non sprecare proprio niente. Ama così tanto i maiali che il suo nuovo libro è dedicato a Gudrun, la sua prima scrofa.

“Ti dà fastidio se condividiamo le bevande?”, mi chiede.

“No”.

“Perfetto, ordiniamo un drink alla mandorla e uno all’ibisco”. Ordina anche un caffellatte. Io scelgo un espresso.

Il ristorante è rumoroso e Stuart deve alzare la voce per farsi sentire. Mi racconta com’è andata a Trafalgar square. “Abbiamo portato una quantità di cibo sufficiente per cinquemila persone. Di solito, passo gran parte del mio tempo a spiegare perché è importante non sprecare gli alimenti e quali sono i modi migliori per farlo. Ma quel giorno non ho dovuto dire niente. Le persone facevano la coda e, quando toccava a loro, dicevano frasi del tipo: ‘Perché l’hanno buttato? Non ha niente di strano’. Be’, di fronte a commenti del genere non c’era niente da aggiungere”.

Anche alla radio hanno detto che il cibo era fantastico. “Davvero?”, continua Stuart. “Non avrei mai immaginato che tutto potesse essere così magico. La fila sembrava infinita: faceva tutto il giro della piazza”.

Passiamo a parlare di Sprechi, un libro sconvolgente anche se, tutto sommato, basato su un’idea semplice. Stuart usa i dati ottenuti dall’esame di duemila cassonetti di abitazioni private, effettuato dal Waste and resources action programme, per spiegare perché produciamo troppo cibo e ne gettiamo via enormi quantità ancora intatte. Il pane e i prodotti da forno buttati ogni anno in Gran Bretagna salverebbero dalla fame 26 milioni di persone. Ogni anno gli inglesi sprecano 2,6 miliardi di fette di pane, 484 milioni di vasetti di yogurt ancora sigillati e 1,6 miliardi di mele. Complessivamente più del 30 per cento del cibo comprato finisce nella spazzatura.

La ragione, spiega Stuart nel libro, sta nell’inclinazione dell’essere umano agli eccessi. “Il surplus ha rappresentato la base del successo umano per diecimila anni”, spiega. Una tribù con cibo in eccesso diventa più forte e più grande. Gli esseri umani hanno sempre pensato che avere troppo è meglio che non avere abbastanza.

Oggi è lo stesso. “Facciamo un’ipotesi”, dice Stuart. “Un prodotto costa 50 centesimi di euro al produttore ed è venduto a un euro. Dal punto di vista finanziario è più conveniente eccedere nelle scorte e perdere, al massimo, il prezzo di costo, piuttosto che approvvigionarsi di una quantità insufficiente e perdere…”.

“I ricavi della vendita?”.

“Esatto. La vendita. È una strada obbligata per qualunque distributore. Ma il problema è l’approvvigionamento eccessivo per evitare il rischio di perdere vendite. In altre parole, si riempiono gli scafali per offrire un’immagine di abbondanza. I clienti se l’aspettano. Sono abituati così. È un fenomeno recente: negli anni ottanta capitava ancora di vedere degli scafali vuoti nei negozi. Ma ora l’esposizione del cibo è diventata una forma di ostentazione per impressionare i clienti”.

Arriva il nostro pranzo. Il pesce è accompagnato da verdure piccanti, peperoni e cipolle. Il merluzzo nero ha la carne bianca e soda, è simile al merluzzo comune ma non è sottoposto a una pesca intensiva. Nel suo libro Stuart ha descritto anche gli enormi sprechi dell’industria ittica. Nel tentativo di catturare le specie più richieste dai grossisti, i pescherecci raccolgono grandi quantità di pesci, non altrettanto ricercati, che finiscono per essere ributtati in mare senza vita.

Stuart comincia a mangiare. “Sono un grande sostenitore del cibo venduto per strada”, dice. “Penso che sia un ottimo modo per capire la cultura di un posto. E di solito trascuro qualsiasi tipo di avvertimento. Per esempio, anche se dicono che si può contrarre l’epatite, ho mangiato trippa di cavallo ripiena di carne di cavallo in una stazione ferroviaria del Kazakistan, dove la gente cucina questi cibi a casa e poi esce a venderli quando arriva il treno da Mosca”.

Stuart è cresciuto in Sussex, nella foresta di Ashdown, insieme ai suoi due fratelli maggiori. Ha passato dei momenti diicili, come il divorzio dei genitori e la malattia del padre. Per un periodo ha vissuto in collegio a Sevenoaks ma non gli piaceva. Gli anni più belli sono stati quelli con il padre. “Eravamo solo noi due”, racconta. “Ho cominciato a comprare maiali, tra cui Gudrun”.

Allevare maiali ha aiutato Stuart a capire molte cose sugli sprechi alimentari. Per dare da mangiare agli animali raccoglieva gli avanzi della mensa scolastica e le patate, le foglie di cavoliori e i pomodori scartati dai negozianti e dai contadini della zona. I maiali erano belli grassi. La carne, dice, era fantastica. Inoltre, i semi di pomodoro contenuti negli escrementi degli animali concimavano il terreno e, a volte, germogliavano. Stuart ha ottenuto così anche delle meravigliose piante di pomodoro e si è messo a produrre il chutney.

“Io avevo i maiali, mio padre dei meravigliosi orti traboccanti di verdure. Allevavamo anche i polli”, dice Stuart. “Anche se in modo del tutto inconsapevole, cercavamo di produrre alimenti biologici e di essere autosufficienti. È stato un periodo bellissimo”. Il padre di Stuart era un insegnante con idee progressiste. “Quando entrava in classe per prima cosa faceva sedere gli alunni in circolo”.

Alla fine delle superiori Stuart è andato a vivere in una fattoria in Francia. “Ho abitato con dei veri contadini. Sono stati una vera ispirazione”, dice. In seguito, si è iscritto al corso di letteratura inglese a Cambridge, dove ha conosciuto Alice Albinia, che ha sposato nel 2001. Dopo la laurea è andato in Kosovo “per portare un po’ di aiuti umanitari”. Inine, ha raggiunto Alice in India, dove hanno lavorato per il Centro per la scienza e l’ambiente di New Delhi.

Animali da riscaldamento

Il burrito è piacevolmente insipido, l’involucro è morbido e spesso. Mi chiedo se assaggiare la salsa che il cameriere ha definito “diabolica”. Preferisco di no. Stuart e Alice, anche lei scrittrice, hanno deciso di tornare a vivere nella foresta di Ashdown. Allevano maiali, polli e api. “Le volevo da tanto”, dice Stuart. Gli chiedo se hanno in programma dei figli. Ci pensa su un attimo e alla fine risponde: “Credo che esistano delle buone ragioni, dal punto di vista ambientale, per ritardare la riproduzione”.

Ci scambiamo le bevande. Ho assaggiato quella alla mandorla. Ora sorseggio l’ibisco, che ricorda il succo di mirtillo ma è meno dolce. Parliamo di produzione alimentare globale, dell’abuso dei fertilizzanti nei terreni, dell’abbattimento delle foreste per fare posto ai campi di soia con cui nutrire il bestiame e produrre carne per le nostre tavole. Secondo Stuart, il fatto che i bovini siano allevati a mais e soia rovescia la logica dell’addomesticamento degli animali. “Lo scopo iniziale”, spiega, “era aumentare il rifornimento netto alimentare, dal momento che gli animali erano in grado di convertire alcune risorse inutilizzabili in…”.

“Calorie?”.

“Esatto. Calorie. Ma anche in energia, per la trazione degli aratri, in latte, carne… Erano anche una fonte di riscaldamento. Nei paesi dai climi rigidi gli animali erano tenuti in casa. Funzionavano come termosifoni. I contadini francesi con cui ho abitato tenevano le mucche in sala. Era un peccato sprecare tutto quel calore”.

Il mondo occidentale produce troppo cibo, continua Stuart. E non ci rendiamo conto dei costi di tutto questo: l’esaurimento dei terreni, la distruzione degli alberi, l’impoverimento delle riserve ittiche. Ma, cambiando le nostre abitudini, possiamo fare molto: pianificare i pasti per fare una spesa più oculata. Comprare meno. Usare gli avanzi. Non sbucciare le verdure. Mangiare meno carne.

A un certo punto guarda il telefono. È di nuovo in ritardo. “Mia moglie mi sta aspettando!”, dice. Le fa uno squillo, indossa il montgomery con gli enormi alamari e mi stringe la mano per congedarsi.

internazionaleLa notizia è apparsa su Internazionale (n. 831 del 29 gennaio 2010) con il titolo Tristram Stuart. In difesa del cibo“.

Internazionale riporta “ogni settimana il meglio dei giornali di tutto il mondo”. Questo articolo è di William Leith, Financial Times, Gran Bretagna. Foto di Andy Hall.

Fonte: internazionale.it
Pubblicazione: 05/02/2010 – Ultimo aggiornamento: 05/02/2010

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LA NOSTALGIA DI QUELL’ABBRACCIO

24 novembre 2012 / In News

Un sabato di festa e di solidarietà. Oggi si compie in Italia il più grande evento di carità del nostro Paese: la “Colletta alimentare”.

L’anno scorso 5 milioni di italiani hanno partecipato, consegnando ai 130 mila volontari (di decine di associazioni diverse), presenti fuori dai supermercati, 9700 tonnellate di cibo.

Che si sono sommate a eccedenze e donazioni confluite per tutto l’anno al “Banco alimentare”. In tutto 70 mila tonnellate di derrate.

Così nel 2011, attraverso 9 mila istituzioni caritative, si è dato da mangiare a 1 milione e 700 mila persone che ogni giorno si rivolgono a queste strutture di solidarietà.

Bisogna riflettere sull’enormità di questa cifra, perché si tratta di 1 milione e 700 mila persone, coi loro volti, nomi, storie, drammi umani.

In tempi di crisi, disoccupazione e impoverimento la “Colletta alimentare” è dunque un avvenimento popolare e – con il Banco – anche un fatto sociale di straordinaria importanza che dovrebbe insegnare molte cose. Pure a politici ed economisti.

Ma l’imponenza di quest’opera del volontariato non deve far dimenticare come tutto questo è nato. Ogni grande quercia infatti cresce da un piccolissimo seme, apparentemente trascurabile.

E’ una storia che inizia nel 1967. Siamo negli Stati Uniti. Un certo John Van Hengel, ex playboy in crisi e in difficoltà, in fuga dai problemi, finisce a Phoenix, in Arizona.

Senza meta, bussa alla parrocchia cattolica di Saint Mary, tenuta da frati francescani, e lì viene accolto. Non c’entrava niente con la Chiesa, ma era un uomo alla deriva e fu ospitato come un fratello. Per riconoscenza cercò subito di rendersi utile ai frati, specie alla loro mensa dei poveri.

Un giorno fu colpito da una povera donna, madre di dieci figli, che venne a chiedere aiuti, ma non il cibo. Lui si domandò: “Ma perché – con tanti figli – non chiede qualcosa da mangiare?”.
Così decide di tenerla d’occhio e scopre che lei andava nei supermercati e si faceva regalare quello che doveva essere buttato e che era ancora buono. Geniale idea.

John decise di fare lo stesso per la mensa dei frati. In poco tempo riempì di alimentari la stanza di una ex pasticceria. Così, quando incontrò di nuovo quella donna, le raccontò tutto e lei gli rispose con una battuta che di nuovo accese qualcosa nella sua testa: “noi poveri avremmo bisogno di una banca del cibo”.

Nacque in questo modo – e proprio con il nome suggerito da quella madre – la “Food Bank”, il primo Banco alimentare del mondo, che – essendo germogliato all’ombra della chiesa di Saint Mary – fu denominato “St. Mary’s Food Bank”.

Il nome ha un suo senso profetico. Del resto i francescani di Phoenix sapevano bene che la Madonna, a Betlemme (toponimo che significa “casa del pane”), aveva messo al mondo Colui che si definì “il pane della vita”. Colui che ha descritto così il Giudizio finale: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…”.

Il Banco alimentare nacque dunque negli Stati Uniti dall’intelligenza e la generosità di John Van Hengel, ma presto l’idea rimbalzò e si concretizzò pure in Canada, poi in Francia e in Spagna.

“Noi” mi racconta Marco Lucchini, Direttore generale del Banco alimentare italiano “incontrammo questa esperienza nel 1989”. Per “noi” intende un gruppo di amici che fanno parte di Comunione e liberazione.

Ancora una volta tutto accade tramite semplici incontri umani.

“Mi telefona Giorgio Vittadini perché sapeva che io lavoravo allora in una piccola catena di supermercati. E mi dice: ‘bisogna andare a Barcellona perché Diego mi ha raccontato che là ha visto una cosa che l’ha colpito: si chiama banco degli alimenti’. Vuoi andare a capire di che si tratta?”.

Lucchini continua: “Da quel viaggio ci venne la prima spinta. Così provammo a sondare il terreno fra le aziende. Finché incontrammo una persona straordinaria, Danilo Fossati fondatore della ‘Star’, la famosa azienda alimentare”.

Fossati è il classico lombardo tutto lavoro e voglia di fare. E’ diventato un imprenditore di grande successo, ma non si accontenta della ricchezza raggiunta. Si pone domande profonde sulla vita.

Del resto ha chiamato “Star” la sua azienda in onore a sua madre che si chiamava Stella, donna di grande fede, che, pur nella povertà, era sempre lieta. Non gli sfugge il paradosso per cui lui – pur avendo successo e ricchezza – si sente invece inquieto.

“Dunque” racconta Lucchini “gli facciamo incontrare don Giussani, per conoscerci meglio. Era il 1989. Non dimenticherò mai quel giorno. Don Giussani lo abbracciò alla sua maniera, con forza e affetto, e gli disse le parole che folgorarono quell’uomo: ‘lei ha un cuore grande come sua madre’. Fossati da quell’incontro intuì che poteva vivere la stessa umanità che ricordava in sua madre. Rispose commosso: ‘qualunque cosa mi chiederà io la farò’. Don Giussani non gli chiese mai niente, perché era già accaduto tutto. Fossati aveva capito che da lì, dall’azienda dove lavorava, poteva aiutare tanta gente. Era ciò a cui aspirava, un senso diverso della sua vita”.

Ma anche coloro che erano presenti a quell’incontro e a quell’abbraccio, e che iniziarono il Banco Alimentare con l’aiuto di Fossati, restarono commossi e colpiti per sempre. Lucchini per esempio lasciò il precedente lavoro e si buttò totalmente in questa avventura.

“Da allora” confida oggi “io ho desiderato essere abbracciato tutti i giorni in quel modo e ho desiderato di poter abbracciare tutte le persone che incontravo così, ogni giorno”.

Il Banco alimentare in fondo è stato ed è solo lo strumento per realizzare questo desiderio.

Lo è stato per i primi che lo iniziarono e oggi è lo strumento con cui migliaia di volontari e milioni di italiani, ogni anno, con la “Colletta alimentare” realizzano il desiderio di abbracciare chi è nell’indigenza e non ha neanche pane a sufficienza per sé e per i propri figli.

In fondo è lo stesso abbraccio che John Van Hengel ebbe quando bussò alla porta di quei frati francescani di Phoenix. E – andando a ritroso – è lo stesso abbraccio che ebbero quelle persone, in aperta campagna e senza cibo, a cui Gesù, “preso da compassione”, fece distribuire i due pani e cinque pesci.

Che prodigiosamente si moltiplicarono sotto i loro occhi sfamando cinquemila persone.

Tutta la vita di Gesù era l’immenso abbraccio di Dio: a ciascun uomo, ognuno con la sua fame di amore, la sua sete di significato. Ognuno col suo segreto dolore.

“La Colletta” aggiunge Lucchini “è un’idea che dal 1997 abbiamo copiato dai francesi. Per coinvolgere tutti nell’opera del Banco Alimentare”.

Oggi è davvero diventata quello che desiderava don Giussani, un immenso fondo comune volontario creato dagli italiani a favore dei poveri.

E non è solo un grande gesto di carità. E’ anche la soluzione di un grave problema sociale perché migliaia di persone che hanno fame sarebbero pure un problema di ordine pubblico e di sicurezza collettiva.

“Per questo” aggiunge Lucchini “chi dona un centesimo al Banco alimentare, ha indietro dieci volte tanto”.

E’ una storia molto istruttiva. Fra l’altro spiega la grandezza di un principio – la sussidiarietà – che tutti a parole omaggiano (ma senza praticarlo).

Basta immaginare cosa accadrebbe se fosse lo Stato a doversi occupare di allestire e gestire un simile “ammortizzatore sociale” per 1 milione e 700 mila persone.

E’ lecito temere enormi problemi di sprechi, inefficienze, spesa pubblica e quant’altro? Anche nei casi eventuali di efficienza, una cosa sarebbe ricevere un piatto di minestra da un ufficio, per via burocratica, altra invece riceverlo con un sorriso e un gesto di fraternità in opere di volontariato e di carità.

Perché l’uomo non vive di solo pane, ma soprattutto di umanità e ideali morali. Così pure l’economia di mercato, come ha spiegato Benedetto XVI nella “Caritas in veritate”. E qui comincerebbe un’altra riflessione sulla crisi economica che ci attanaglia.

Ma per oggi partecipiamo alla festa della gratuità.

Antonio Socci

Da “Libero”, 24 novembre 2012

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La straordinaria vita di un giovane tedesco

Vivere, bene, con 40 euro al mese
Che servono solo per le sigarette

Philipp Hauschild raccoglie roba buttata via e utilizza il web

Un ragazzo di Amburgo vive una vita sorprendente, senza spendere un soldo – o quasi: vive in una fattoria, viaggia in tutt’Europa, ha un Rolex al polso, veste abiti firmati e mangia formaggio Roquefort. Com’è possibile? Grazie alla società «usa e getta», che produce sempre più rifiuti, ma anche a internet.

Philipp Hauschild (foto Dapd)Philipp Hauschild (foto Dapd)

SENZA UN SOLDO – La necessità aguzza l’ingegno e la vita di Philipp Hauschild lascia a bocca aperta. Il 23enne tedesco spende solo 40 euro al mese, e non si fa mancare nulla. Il giovane approfitta della crisi economica per sperimentare un nuovo stile di vita. Che, dice lui, funziona. Se con 40 euro oggi al supermercato si riempie a fatica il carrello della spesa, al ragazzo diplomato in amministrazione aziendale bastano due banconote da venti – al mese – per vivere felice. La storia viene raccontata dall’agenzia di stampa tedesca dapd. A colazione c’è pane integrale, formaggio di capra, Roquefort e un sacco di frutta bio – della migliore qualità. Ok, ma come fa? «Non c’è quasi nulla che oggigiorno non si possa trovare nella spazzatura», dice. Nella sua camera da letto ci sono un mucchio di vestiti. Tutti di marca: una giacca della North Face, una camicia Aigner, un trench di H&M. «Li ho pescati dai contenitori dei rifiuti delle aziende», spiega. E sottolinea: «Molti li ho regalati a un amico che ne ha più bisogno di me. In cambio lui mi ha regalato altre cose». Insomma, la vecchia e buona regola del baratto, quel sistema di scambio che permette di riscoprire antichi valori e un rapporto umano che troppo spesso si tende a evitare. Ognuno mette a disposizione ciò che può: in questo modo il giovane è venuto in possesso anche del Rolex. «Il gioielliere l’ha scartato solamente perché il funzionamento della chiusura ballava un po’». Recentemente il 23enne ha trovato persino una costosa fotocamera nella spazzatura. Non basta: a costo zero Philipp ha viaggiato attraverso la Scandinavia – grazie all’auto stop e al cosidetto couch-surfing.

UNA MANO DA INTERNET – Dunque, è di sola fortuna che stiamo parlando? Non proprio. Un sostanziale aiuto arriva anche da internet, dove negli ultimi tempi sono spuntati come funghi i siti che invitano le persone a un consumo condiviso e sostenibile. In Germania sono nati portali dove è possibile dividere l’uso dell’auto col vicino di casa, altri che offrono di cenare in casa di perfetti sconosciuti. Poi ci sono le piattaforme specializzate nel baratto (un cd in cambio di un libro) e pagine web che offrono stanze in abitazioni private come alternativa agli hotel. Tutto gratis, o quasi. Di più. Sempre in Germania è partito da poco l’iniziativa «foodsharing.de»: coloro che in casa hanno cibo in eccesso, possono regalarlo a chi ne ha più bisogno. Anche in un momento di grande difficoltà economica c’è chi riesce lo stesso a dare un contributo a chi sta peggio, ha raccontato ai media tedeschi la promotrice di «foodsharing.de». Che sottolinea: «Recentemente, un contadino è arrivato da noi con un camion di pane del giorno prima; lo avrebbe dato da mangiare ai suoi maiali». Il concetto pare che funzioni. Anche perchè una montagna di cibo finisce nella spazzatura. Come rivela l’ultimo studio delle Nazioni Unite, ogni anno finiscono nella spazzatura 1,3 miliardi di tonnellate di cibo. A livello teorico, quattro volte più di quanto servirebbe per risolvere il problema della fame nel mondo. Ogni anno in Italia vengono buttate 6,6 milioni di tonnellate di cibo. Sono 146 chili a testa.

CAMBIO VITA – Certo, il caso di Philipp Hauschild è particolare: il ragazzo ha deciso di cambiare radicalmente stile di vita, e mettersi in gioco, un anno fa. Si è licenziato dal suo posto di lavoro (era responsabile commerciale per una società finanziaria di Amburgo), ha rinunciato ad uno stipendio mensile di 4.350 euro e all’indennità di disoccupazione. Ha disdetto il contratto d’affitto ed è andato a vivere alle porte di Amburgo, ospitato assieme a due altre persone in una fattoria di proprietà di un medico, un’attivista del movimento «Occupy». «Lo so -, dice il 23enne -, col mio stipendio potrei sfamare dieci persone e so pure che le risorse nella nostra società sono distribuite in modo ingiusto.» Resta la domanda: i 40 euro al mese per cosa li spende? «La maggior parte per le sigarette, che purtroppo non si trovano nella spazzatura».

Elmar Burchia24 gennaio 2013 | 15:40

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Come Risparmiare Soldi Usando Quello che gli Altri Buttano

mercoledì 3 ottobre 2012

come risparmiare

Diciamolo subito, non si tratta di frugare nella spazzatura per risparmiare soldi, ma di combattere gli sprechi di cui è pieno il Mondo; stiamo parlando del Dumpster Diving, una pratica sicuramente discutibile, del tutto legale in Italia, nata per protestare contro gli oltre 6 milioni di tonnellate di generi alimentari che, solo nel nostro Paese, vengono gettati via, in condizioni ancora perfette.

Quanto è diffusa questa pratica nel nostro Paese? Dove sono gli spot nei quali possiamo trovare cibo e oggetti senza l’impiego del denaro? Oggi scopriamo in cosa consiste questa stravagante corrente di pensiero, dove è possibile praticarla in Italia e quali sono i principi che spingono, centinaia di migliaia di persone nel Mondo, a vivere senza soldi, praticando questa bizzarra abitudine.

Si tratta di recuperare cibo in perfette condizioni, elettrodomestici funzionanti, computer, vestiti, cellulari, semplicemente cercandoli nei container, dislocati nel retro dei supermercati, dei centri commerciali o dei grandi negozi di elettronica.  Le persone che praticando questa forma estrema di rifiuto del consumismo, possiamo chiamarle accattoni, ma hanno le loro buone ragioni e riescono a vivere a costo zero, grazie a quello che gli altri hanno pagato e poi gettato.

Quindi si Tratta di Risparmiare Mangiando Avanzi?

Non è così, chi si dedica a quest’attività non raccoglie dalla spazzatura bistecche mezze morsicate o banane lasciate a metà, si tratta di prelevare quegli alimenti, ancora confezionati e perfettamente commestibili, che vengono gettati via dalla grande distribuzione, perché prossimi alla scadenza o rimpiazzati con prodotti nuovi. Ovviamente non si tratta solo di cibo, ma anche di oggettistica di qualunque tipologia, per esempio elettrodomestici datati che vengono buttati perché invenduti per troppo tempo o sostituiti con modelli più recenti. Si parla anche di capi di abbigliamento scartati perché presentano piccoli difetti di fabbrica o semplicemente perché sono rimasti a lungo sugli scaffali e rubano spazio ad altri articoli che, potenzialmente, possono vendere di più.
Ricorderete sicuramente il recente articolo in cui avevo raccontato come Cambiare Vita Dopo i 50 Anni, Senza Soldi, riportando la storia di Heidemarie Schwermer, l’anziana signora che rifiuta completamente il denaro; ebbene, anche lei (probabilmente senza saperlo) pratica fa parte di questa corrente di pensiero, recandosi al mercato cittadino quando i venditori stanno smontando, e chiedendo di poter prendere la frutta e la verdura invenduta, che altrimenti finirebbe nei cassonetti.
Si tratta cioè, semplicemente, di usufruire di quello che viene buttato via, causa leggi di mercato senza senso e concorrenza spietata, che obbligano i negozianti a disfarsi di cibo in ottime condizioni o oggetti ancora perfettamente utilizzabili, solo perché leggi grossolane o ridicole logiche si business, lo impongono.

La Data di Scadenza degli Alimenti

Molti fanno confusione sul significato della data di scadenza degli alimenti, questa, infatti, non indica la fine del periodo di commestibilità di un prodotto, ma la data entro la quale “è preferibile” consumare un determinato alimento.
Questo significa che molti dei cibi che vengono gettati, perché scaduti, sono in verità perfettamente commestibili, e possono essere consumati, senza rischi, anche oltre la data di scadenza indicata sulla confezione.
Nella seguente tabella riassumo alcuni degli alimenti più comuni, la durata tipica indicata per legge dal produttore, e di quanto è possibile “sforare” oltre la data riportata sulla confezione.
Naturalmente questi numeri sono solo indicativi, ma servono per dare un’idea di come sia possibile “risparmiare denaro”, evitando di gettare via qualcosa che è ancora perfettamente commestibile. Vige tuttavia il buon senso, se aprendo le confezioni sono presenti muffe o se il sapore del cibo non è gradevole, conviene evitare di nutrirsene.

Come e Dove Trovare Cose Gratis in Italia

Esiste un sito dedicato proprio a questa tipologia di risparmio, sto parlando di trashwiki, portale che raccoglie una grande quantità di informazioni, per tutti coloro che intendono cimentarsi nel riciclo di materiali destinati alla discarica.
Navigando nel portale si evince che il mondo di cui parlo, non riguarda solamente il frugare nei container alla ricerca di oggetti per i quali non si vuole spendere soldi, ma anche tutta una serie di iniziative legate al mondo del riciclo, del riuso e dello scambio gratuito di materiali. Si scopre così che a Copenhagen esiste un posto chiamato Floating City, dove le persone costruiscono cose incredibili con oggetti che recuperano gratis in ogni luogo della città, come, per esempio, barche! Chiunque può entrare a far parte del progetto e costruire qualcosa usando oggetti recuperati senza spendere soldi.
Anche in Italia è possibile praticare questa forma di risparmio di denaro, esiste infatti Una Sezione Apposita di trashwiki, dove possiamo visualizzare l’elenco delle città italiane e scoprire dove prendere cibo e oggetti gratis. Come accade per il surf, i luoghi dove potersi rifornire senza soldi, vengono chiamati “spot”; per esempio nel momento in cui scrivo, leggo che, a Roma, in via degli Umbri, esiste un supermercato chiamato Tuodi dove, tra le 12.00 e le 13.00, nei primi 3 container, vengono gettati sandwiches  ancora incellofanati.
Anche se la lista delle città italiane non è completa, e non ci sono moltissime segnalazioni, ma credo che in futuro possa crescere e con essa i luoghi dove, (senza utilizzare il denaro), tutti hanno la possibilità di sfruttare gli sprechi della grande distribuzione.
Tanto per dare un’idea della dimensione di questo fenomeno, a livello mondiale, linko un video significativo di gruppi di persone che recuperano e cucinano cibo in alcune zone di New York; nella città che non dorme mai, gli sprechi sono all’estremo, e con essi la possibilità di fare la spesa senza soldi.

Un po’ per Crisi, un po’ per Etica

Il mio parare personale in merito alla pratica bizzarra pratica di risparmiare i nostri soldi, cercando quello che ci serve nei container, è che, per “risparmiare soldi” o comunque per riuscire a vivere felici con pochi soldi, il modo tramite il quale ci si procura il cibo è un fattore cruciale; ritengono che sia più che sufficiente imparare a risparmiare denaro facendo la spesa, perché già con alcuni semplici accorgimenti, si possono risparmiare cifre importanti.
Se si hanno gravi problemi economici, praticare questa forma alternativa di risparmio, può essere un modo furbo per arrivare a fine mese con meno preoccupazioni e, dal punto di vista etico, non posso che appoggiare una filosofia volta a limitare gli sprechi e allo stesso tempo risparmiare denaro.

In un Mondo dove ogni giorno vengono gettati via milioni di tonnellate di cibo, vestiti, elettrodomestici, ancora perfettamente commestibili o utilizzabili, imparare a limitare gli sprechi è la strada giusta da seguire, al fine di riuscire a liberarsi dalla morsa del consumismo e vivere felici.

Smettere di lavorare, lo sappiamo bene, passa attraverso il risparmio a 360 gradi, il risparmio a suo volta si pratica grazie alla capacità di limitare gli sprechi e imparare a vivere con poco; questa strana “disciplina” racchiude in se un po’ tutti questi concetti.

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Quando il cibo diventa immondizia

4 febbraio 2013

Quando il cibo diventa immondizia - 1 (© Olycom)Aprire un cassonetto dell’immondizia e trovarvi dentro confezioni alimentari ancora intatte e commestibili. Pare un’assurdità, eppure quello riguardante il cibo è uno dei principali casi di spreco che affliggono l’economia del Bel Paese. Se già i dati mondiali sono allarmanti (come mostrano gli esperti dell’Institution of Mechanical Engineers nel dossier “Global Food, Waste Not, Want Not”, circa due miliardi di tonnellate di cibo, la metà di quanto viene prodotto al mondo, spesso finisce nel bidone della spazzatura), in Italia la situazione pare particolarmente drammatica. A darci un quadro della situazione è la ricerca “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità” realizzata da Fondazione per la sussidiarietà, Politecnico di Milano, Nielsen Italia e Edizioni Guerini e Associati: sarebbero 6 milioni le tonnellate di eccedenze alimentari generate ogni anno nel nostro paese, sia nell’ambito del consumo domestico che nella grande distribuzione (questa incide per il 55 per cento).
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Con il cibo buttato, l’Italia nutrirebbe 44 milioni di persone

Pubblicato il 1 ottobre 2010 20.39 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2010 20.39

La sacralità del cibo, a cominciare dal pane, sembra essere totalmente sparita, ne è la prova lo spreco di beni alimentari buttati nelle discariche dei paesi ricchi, Italia compresa. Un’offesa per tutta l’altra parte del mondo che muore di fame.

Dal 1974 lo spreco mondiale di cibo è cresciuto del 50 per cento. In Italia ogni anno si buttano via alimenti che potrebbero nutrire 44 milioni di persone. È uno dei dati contenuti nel “Libro nero dello spreco alimentare in Italia” che sarà presentato a Bologna il 30 ottobre. Ma è anche anche uno dei numeri che solleciterà la firma di una dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare per arrivare a dimezzarlo nel mondo entro il 2025.

Sarà sottoscritta da parlamentari europei, accademici e rappresentanti di organizzazioni della società civile il 28 ottobre a Bruxelles in quella che sarà la prima iniziativa dalla prima Giornata europea contro lo spreco. L’iniziativa si aprirà con una conferenza, nella sede del Parlamento europeo, su “Trasformare lo spreco alimentare in risorsa”.

La organizza Last Minute Market (spin-off della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna per il recupero di cibo invenduto), con organizzazioni europee attive nella lotta agli sprechi. Sarà presente, tra gli altri, il presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento Ue, Paolo De Castro. In quell’occasione sarà sottoscritta la dichiarazione congiunta, che poi sarà proposta (come ordine del giorno) all’approvazione del Parlamento affinché venga inserita come priorità nell’agenda delle iniziative comunitarie.

In conclusione, sempre nella sede del Parlamento, è previsto un “pranzo antispreco”cucinato con cibo di recupero. Un pranzo simile, per 500 persone, sarà poi offerto due giorni dopo, il 30 ottobre, nella sede del Comune di Bologna, città dove tutta l’iniziativa è nata. In quella giornata sarà presentato il Libro Nero, il primo rapporto sulla catena agroalimentare e i suoi sprechi, a cura di Luca Falasconi e del preside di Agraria, Andrea Segrè. Poi sarà assegnato il premio “Non Sprecare “(a un’associazione, un’istituzione, un’azienda e un personaggio) che si sono distinti per iniziative tangibili anti-spreco. Gran finale in serata, a Rimini, con lo spettacolo “Spr+Eco” firmato a quattro mani dallo stesso Segrè e dal conduttore di Caterpillar Massimo Cirri.

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Sappiamo quanti alimenti in scadenza vanno alle Onlus; ma quanti vengono buttati nei rifiuti?

in sintesi un articolo di Valentina Murelli che leggo su Il Fatto Alimentare

Carne, pasta fresca e latticini troppo vicini alla data di scadenza oppure confezioni di riso, biscotti e conserve con qualche imperfezione vengono ritirati ogni giorno dagli scaffali dei supermercati.

Che fine fanno?

Tre le soluzioni possibili: vendite promozionali, donazioni nell’ambito di progetti di solidarietà o eliminazione nei rifiuti.

Può sembrare davvero brutto che del cibo ancora buono finisca in pattumiera, ma una parte “fisiologica” di invenduto (o di invendibile) che non trova destinazione c’è sempre. Il punto è capire di quanto prodotto si tratta. È plausibile che non sia molto, trattandosi di un costo che si eviterebbe volentieri.

Abbiamo provato a chiedere ad alcune delle principali catene distributive italiane – Coop, Conad, Bennet, Auchan, Esselunga – qualche dato sia sulle donazioni di questo cibo, sia sulla merce che finisce nei rifiuti.

Nel primo caso abbiamo ottenuto un buon livello di informazioni, mentre nel secondo un incomprensibile silenzio generalizzato, a parte Bennet, che non ha rivelato alcun dato. Vediamo meglio.

Nel 2011 Coop ha donato oltre 3400 tonnellate di merce alimentare ad associazioni no-profit, come mense per poveri o case famiglia. Le donazioni sono avvenute nell’ambito del progetto Buon fine (detto anche Brutti ma buoni), che ha coinvolto 492 punti vendita (sui 1468 totali) e 827 associazioni.

Auchan ha attivi diversi progetti di solidarietà con Banco alimentare, Banco opere di carità, Cauto (cooperativa sociale) e Croce rossa italiana, che coinvolgono al momento 30 dei 51 ipermercati presenti sul territorio nazionale.

Per chiudere, Esselunga segnala un accordo con il Banco alimentare per la cessione di prodotti freschi (latticini, frutta e verdura) dai propri negozi, mentre dai centri distributivi il Banco ritira anche derrate secche. Esselunga dichiara di aver donato, nel complesso, 815 tonnellate di merce.

Dunque, chi più chi meno, chi in maniera organizzata e chi in maniera sporadica, chi da tempo e chi solo da poco, le principali catene distributive italiane donano merce in scadenza o con confezione danneggiata. Però è inevitabile che qualcosa finisca anche nei cassonetti: lo ammettono tutti, ma interrogati sulle quantità, nessuno si sbilancia.

Conad parla di una «minima percentuale non monitorata» e Coop di «volume fisiologico di invenduto», mentre Esselunga afferma che si tratta di dati che non intende divulgare e Auchan si limita a sottolineare genericamente di aver ottenuto ottimi livelli di differenziazione dei rifiuti.

Sul tema sprechi alimentari, la Gdo preferisce non sbilanciarsi.

Peccato: se è davvero così poca roba, perché nessuno vuole dire di quanto si tratta esattamente?

Il fatto alimentare ha già evidenziato in una nota lo spreco quotidiano di migliaia di litri di latte fresco, dovuto alla scelta di  supermercati e ipermercati di restituire cartoni e bottiglie di prodotto che scade dopo due-tre giorni. Si tratta di latte che finisce nel circuito mangimistico. Questo spreco non viene  preso in considerazione dalle catene,  perchè per loro non rappresenta un costo, visto che le spese dell’operazione ricadono sul produttore.

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Freegan, come vivere eticamente di ciò che gli altri sprecano

La società dei consumi produce un’enorme quantità di sprechi in fatto di cibo, prodotti e beni. C’è chi ha deciso di vivere di ciò che la società ha sprecato: i freegan

Freegan, come vivere eticamente di ciò che gli altri sprecano
di del 16 agosto 2010
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“Ridurre gli sprechi” è un concetto che comprende una grande quantità di sfumature. C’è chi ricicla, c’è chi sceglie prodotti senza packaging inutile, c’è chi usa prodotti alla spina. Poi ci sono gruppi di persone che hanno fatto un passo molto più radicale, e hanno deciso di vivere esclusivamente di quello che la società occidentale spreca. Sono i freegan.

Le basi dell’alimentazione freegan sono semplici: nutrirsi di quello che viene gettato. Lo so cosa state pensando: li immaginate intenti a frugare nei cestini in cerca di un mezzo panino o una mela morsicata. Niente di più sbagliato. Nelle tonnellate di cibo che viene gettato ogni giorno, gli avanzi veri e propri sono una parte minima. Buona parte del cibo viene buttato ancora prima di finire su una tavola, e non perché è malsano, insalubre o scaduto.

La grande distribuzione getta ogni giorni enormi quantità di prodotti in base a decisioni di marketing: perché la confezione è ammaccata e non più attrante per la massaia, perché la frutta non ha risponde agli standard estetici, perché l’etichetta riporta offerte non più attive. Tutto cibo ancora perfettamente commestibile, solo non più rispondente a criteri commerciali. Ed è da questa fonte che si riforniscono i freegan. E non solo cibo: vestiti, arredamento, persino elettronica. L’abbiamo detto: l’universo dello spreco è molto più variegato di quello che si pensi.

Vediamo assieme come i blog commentano questa scelta di vita.

Innanzitutto il nome. Spiega News Europa:

Vera, André, João e Ana sono più che riciclatori, sono freegani. Arredano la casa, si vestono e si nutrono di oggetti e prodotti abbandonati. Raccolgono i “rifiuti degli altri” non per questioni economiche, ma perché non sopportano lo spreco.

Senza conoscere il termine “freegan” che deriva dalla fusione delle parole “free” e vegan (persone che non mangiano tutto ciò che proviene dagli animali”, il musicista Joãodice di non comprare vestiti nuovi da anni e che basta una visita settimanale ai supermercati e mercati di Lisbona per riempire la dispensa.

Queste visite però non servono a comprare, ma per raccogliere alimenti dai contenitori, una pratica che ha conosciuto otto anni fa in Olanda.

La rete ha dato una grossa mano alla diffusione del movimento, attraverso il sito freegan.info, come sottolinea Indebitati:

Come spiega il sito freegan.infostrategie per un vivere sostenibile contro il capitalismo “Freegan sono persone che utilizzano sistemi alternativi per vivere, basati sulla limitata partecipazione all’economia convenzionale e sul un minimo impiego delle risorse”. Tra le altre cose il sito riporta informazioni sul dove e quando fare rifornimenti. Esempio: a Brooklyn, domenica e giovedì sera nei pressi di tale store si può reperire gratuitamente verdura fresca. A Manhattan, nell’Upper West Side, vicino a quella panetteria si trovano pane e sandwiches. Qualche isolato più in là c’è un supermercato kasher, l’ideale per chi cerca formaggio e maccheroni. Senza sprecare nulla e senza spendere un dollaro.

Dall’esperienza di uno degli attivisti freegan più noti, Tristam Stuart, è nato un libro che parla proprio degli sprechi della società occidentale. Ne scrive Libriblog:

Tristram ha cominciato a fare la spesa recuperando il cibo abbandonato nei cassonetti della spazzatura dei supermercati, scoprendo una realtà sconvolgente: la filiera alimentare provoca uno spreco fra il 30% e il 40% del cibo prodotto, quando ancora è perfettamente commestibile. Seguendo un processo automatico, dettato proprio dalla società consumistica, il cibo vicino alla data di scadenza, ancora perfettamente integro viene eliminato dalla catena produttiva e distributiva, quando in realtà sarebbe ancora perfettamente consumabile, utilizzabile per creare gustosissime ricette. Il tutto considerando che al mondo ci sono un miliardo e venti milioni di persone che soffrono di mal nutrizione o denutrizione e che rischiano la vita per la mancanza di risorse.

Tristram è noto, oltre che per il libro, per avere organizzato a Londra un evento di dimensioni imponenti: nutrire oltre 5000 persone col cibo gettato dalla grande distribuzione. Racconta Made in Kitchen:

Oggi parliamo di un’iniziativa svoltasi nel mese di dicembre a Londra, più precisamente in Trafalgar Square, dal titolo: Feeding the 5K.

Si tratta di un pranzo per 5.000 persone realizzato solamente con il cibo recuperato che altrimenti sarebbe stato buttato.

L’idea alla base dell’iniziativa è che il bene comune parte del basso (dai bidoni della spazzatura in effetti), riutilizzato gli scarti di qualità dei ricchi si possono sostentare i più poveri ed evitare gli sprechi di cibo.

Dietro questo evento c’è l’attivista inglese Tristram Stuart che da anni è promotore di iniziative sul riciclo dei cibi contenuti nei bidoni della spazzatura.

Quest’iniziativa è nata per sensibilizzare la gente comune verso il tema del possesso irrazionale di cibo non necessario, quindi superfluo e del suo inevitabile spreco, per arrivare ad una visione di sostenibilità e partecipazione collettiva.

Tristram stesso racconta in un’intervista l’evento di Trafalga. Riporta Katerpillar:

Mi racconta com’è andata a Trafalgar square. “Abbiamo portato una quantità di cibo sufficiente per cinquemila persone. Di solito, passo gran parte del mio tempo a spiegare perché è importante non sprecare gli alimenti e quali sono i modi migliori per farlo. Ma quel giorno non ho dovuto dire niente. Le persone facevano la coda e, quando toccava a loro, dicevano frasi del tipo: ‘Perché l’hanno buttato? Non ha niente di strano’. Be’, di fronte a commenti del genere non c’era niente da aggiungere”.
Anche alla radio hanno detto che il cibo era fantastico. “Davvero?”, continua Stuart. “Non avrei mai immaginato che tutto potesse essere così magico. La fila sembrava ininita: faceva tutto il giro della piazza”.
Passiamo a parlare di Sprechi, un libro sconvolgente anche se, tutto sommato, basato su un’idea semplice. Stuart usa i dati ottenuti dall’esame di duemila cassonetti di abitazioni private, efettuato dal Waste and resources action programme, per spiegare perché produciamo troppo cibo e ne gettiamo via enormi quantità ancora intatte.
Il pane e i prodotti da forno buttati ogni anno in Gran Bretagna salverebbero dalla fame 26 milioni di persone. Ogni anno gli inglesi sprecano 2,6 miliardi di fette di pane, 484 milioni di vasetti di yogurt ancora sigillati e 1,6 miliardi di mele. Complessivamente più del 30 per cento del cibo comprato finisce nella spazzatura. La ragione, spiega Stuart nel libro, sta nell’inclinazione dell’essere umano agli eccessi. “Il surplus ha rappresentato la base del successo umano per diecimila anni”, spiega. Una tribù con cibo in eccesso diventa più forte e più grande. Gli esseri umani hanno sempre pensato che avere troppo è meglio che non avere abbastanza.
Oggi è lo stesso. “Facciamo un’ipotesi”, dice Stuart. “Un prodotto costa 50 centesimi di euro al produttore ed è venduto a un euro. Dal punto di vista inanziario è più conveniente eccedere nelle scorte e perdere, al massimo, il prezzo di costo, piuttosto che approvvigionarsi di una quantità insuficiente e perdere…”.
“I ricavi della vendita?”.
“Esatto. La vendita. È una strada obbligata per qualunque distributore. Ma il problema è l’approvvigionamento eccessivo per evitare il rischio di perdere vendite. In altre parole, si riempiono gli scaffali per offrire un’immagine di abbondanza. I clienti se l’aspettano. Sono abituati così. È un fenomeno recente: negli anni ottanta capitava ancora di vedere degli scafali vuoti nei negozi. Ma ora l’esposizione del cibo è diventata una forma di ostentazione per impressionare i clienti”.

Ovviamente gli sprechi si situano su molti livelli, ma quelli della grande distribuzione sono quelli su cui i consumatori possono agire con le loro scelte. Commenta Dissapore:

Reparto frutta, adesso: i sacchetti neri traboccano di banane fuori mercato perché troppo diritte e arance gettate via per controllare i prezzi: troppa produzione incide sul valore. Dal magazzino all’immondizia, e da lì nel mio sacchetto della spesa!
Io per oggi ho finito la spesa, se volete cominciate voi, tanto ce n’è per tutti. Non ci credete?

Con il cibo prodotto ogni anno nel mondo, si potrebbero sfamare 12 miliardi di persone, il doppio della popolazione mondiale, mentre un miliardo di persone muore silenziosamente di fame. È questo il vero delirio: l’uomo inquina, avvelena, sfrutta e distrugge risorse che finiranno sprecate in un sacco d’immondizia.

I dati sono impressionanti, come ricorda Nella botte piccola:

Pensate che nel Regno Unito si getta un quarto del cibo acquistato, 480 milioni di yogurt, il 40% dell’insalata; l’azienda fornitrice del pane per i panini di Marks & Spencer elimina quotidianamente 13 mila fette di pane; i supermercati rifiutano il 40% di frutta e verdura per motivi meramente estetici.

Sono numeri che non possono lasciare indifferenti, anche perchè potremmo facilmente iniziare a ridurre gli sprechi dal nostro piccolo: la tradizione culinaria italiana è piena di gustose ricette di recupero, ideate quando eravamo costretti a gestire le risorse alimentari con più lungimiranza.

Ma non si tratta solo degli sprechi di cibo. Tutti i prodotti della nostra cultura spesso finiscono il loro ciclo d’uso molto prima di essere realmente guasti, rotti o inutilizzabili. Scrive Marrai a Fura:

Anneli Rufus e Kristan Lawson sono una coppia americana benestante che vive in California in una bella casa, grande e ben arredata. Ma hanno una particolarità: tutto ciò che possiedono e utilizzano è già stato posseduto e utilizzato da qualcuno.

[…] La loro è una vera e propria filosofia di vita, che parte dal rispetto per l’ambiente e per gli altri e ha un obiettivo: salvare il mondo (a piccoli passi e per strada) recuperando, riciclando e ricostruendo.

[..] Gli scavengers hanno pubblicato un loro manifesto, diventato poi un libro che spiega i semplici passi da fare per essere dei frugatori eccellenti.

Ecco i punti del loro codice etico, da seguire se si vuole applicare la filosofia scavengers alla propria quotidianità:

1 ► Non rubare

Non si prendono le cose altrui, ma si recupera ciò che gli altri non usano, non vogliono o ignorano. Rubare non solo è illegale, ma mina i principi stessi dello scavenging, confermando i pregiudizi che molti hanno nei confronti di chi ha sposato questa filosofia.

2 ► Non danneggiare l’ambiente

Aiutare la Terra è lo scopo della filosofia scavengers, perciò ogni cosa che vada in senso contrario non è ben accetto.

3 ► Vivere comodamente, senza negarsi il necessario per dimostrare le proprie credenziali scavenging

Tutto ciò che si fa, lo si deve fare perchè si è convinti e perchè è piacevole farlo. Non dovete dimostrare niente a nessuno: se l’idea di mangiare cibo preso dalla spazzatura vi nausea, lasciate perdere!

8 ► Non vantarsi e non intimidire gli altri spiegando la filosofia scavenging

Anche se sei orgoglioso del tuo stile di vita, non diventare uno “snob scavenging”. Non devi convertire nessuno: pittosto che insistere, dai il buon esempio.

Conclude Intervistemadyur:

Quindi tutti a pranzo tra i rifiuti?

“Assolutamente no: io non voglio incoraggiare le persone a fare quello che faccio io. Semmai il contrario: rendere impossibile il rovistare tra i rifiuti. Perché questo significherebbe che tutti gli sprechi sono stati eliminati”

Rovistare tra i rifiuti non la disgusta?

“Sa l’unica cosa che mi disgusta qual è? Vedere tonnellate di prodotti alimentari assolutamente commestibili gettate via. In una famiglia media del Nord Italia, dove si usano bidoni per i rifiuti organici , ogni persona produce 73 Kg di avanzi alimentari . Nessuno sa quanta parte di questi rifiuti sia commestibile. Ma confrontando questo dato con quelli di altri Paesi come il Regno Unito, la cifra potrebbe essere circa l’80% del totale. Ciò vorrebbe dire che gli italiani sprecano 60 Kg di cibo a persona ogni anno. Esclusi gli sprechi alimentari di mense, ristoranti , fast food e scuole”

Meno sprechi, più benefici. Quali?

“I Paesi ricchi sprecano da un terzo al 50% di tutto il cobo che viene prodotto. Come se il cibo fosse una risorsa infinita. Non è così. Per produrre cibo si erodono risorse : terra , acqua, combustibili. Con impianti devastanti sull’ambiente : dalle imponenti deforestazioni in Sud America e nel Sud Est asiatico all’impoverimento dei terreni a causa dell’agricoltura intensiva , allo spreco di acqua, alle emissioni di Co2 legate al trasporto , alla produzione , e alla decomposizione del cibo . Tutto documentato nel libro “Sprechi”

Chi c’è al top della black list degli sprechi?

“Gli sprechi ci sono lungo tutta la filiera alimentare. Mi sono focalizzato sui supermercati perché hanno un potere dominante, soprattutto nei paesi più ricchi. Loro sono colpevoli: ma tocca a noi cambiare le cose”

Come?

“Cominciando ad esempio dalla cosmetica di frutta e verdura : le sembra impossibile imporre che siano di misura e forma uniformi? Questo obbliga i coltivatori a disfarsi di forti percentuali dei loro raccolti. Noi consumatori abbiamo il potere di questa pratica. Possiamo chiedere di cominciare a vedere sugli scaffali meno frutta meno bella , ma sempre commestibile. Più saremo , più saranno obbligati ad ascoltare la nostra voce”

Insomma, il freeganism è certo una scelta molto netta, e non in molti sarebbero pronti ad abbracciarla, ma è sicuramente utile riflettere su esperienze di questo genere, per imparare a ridurre gli sprechi e ad avere un rapporto diverso con gli oggetti, per evitare che arrivino ai cassonetti prima del tempo.

Tag correlate: Tristam Stuart, rifiuti, cibo

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Sprechi alimentari, 8 milioni di tonnellate van buttate

Scritto da: Redazione 14 gennaio 2013 in Alimentazione

sprechi alimentariNel nostro Paese ogni anno buttiamo via circa 8 milioni di tonnellate di alimenti. Le cause sono diverse: dagli acquisti poco oculati agli sprechi in fase di preparazione delle pietanze.

Si spreca tanto, troppo. Chiediamoci: consumiamo per vivere o viviamo per consumare?

A parlare con Linkiesta è Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell’università di Bologna e ideatore di Last Minute Market, spin-off accademico per il recupero sostenibile e solidale degli sprechi alimentari. Nel 2010 ha promosso la campagna “Un anno contro lo spreco” che ha portato il Parlamento Europeo a votare una risoluzione per ridurre gli sprechi alimentari del 50% e a proclamare il 2014 “Anno europeo contro lo spreco alimentare”.

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8 nilioni di tonnellate. E’ cibo buono ma lo buttiamo nella spazzatura

28 dicembre 2012 – Stefania Saltalamacchia

“Da consumarsi preferibilmente entro”: quando la scadenza viene decisa per la siccurezza del produttore

Nel nostro Paese ogni anno buttiamo via circa 8 milioni di tonnellate di alimenti. Le cause sono diverse: dagli acquisti poco oculati agli sprechi in fase di preparazione delle pietanze. «Si spreca tanto, troppo. Chiediamoci: consumiamo per vivere o viviamo per consumare?». A parlare con Linkiesta è Andrea Segrè, preside della facoltà di Agraria dell’università di Bologna e ideatore di Last Minute Market, spin-off accademico per il recupero sostenibile e solidale degli sprechi alimentari. Nel 2010 ha promosso la campagna “Un anno contro lo spreco” che ha portato il Parlamento Europeo a votare una risoluzione per ridurre gli sprechi alimentari del 50% e a proclamare il 2014 “Anno europeo contro lo spreco alimentare”.

Professor Segrè, che cosa sprechiamo e perché?
In realtà sprechiamo tutto, anche le nostre vite. Gli alimenti e tutto il resto fanno parte di un’economia della crescita creata per sprecare. La nostra filosofia è quella del produrre e consumare all’infinito. Così, di conseguenza non si utilizza una parte importante dei prodotti acquistati.

Qual è la differenza tra rifiuto e spreco?
Tra rifiuto e spreco c’è una grossa differenza. Spreco significa gettare qualcosa che è ancora buono. E quello che buttiamo via costituisce circa i 2/3 dei rifiuti solidi urbani. Nonostante la crisi e la diminuzione dei consumi, il delta tra quello che acquistiamo e quello che sprechiamo è ancora elevato perché lo spreco è nel nostro dna.

Quali prodotti alimentari sprechiamo maggiormente?
Sprechiamo soprattutto quello che è deperibile, dalla frutta e verdura alla carne e latticini. Ma anche pasta e biscotti. Perché lo spreco è anche conseguenza delle etichette di scadenza dei prodotti. Sugli spaghetti, per esempio, c’è scritto “da consumare preferibilmente entro”. Questa data la decide il produttore, ma la pasta potrebbe essere consumata tranquillamente anche dopo. Invece il 28-30% dei consumatori la butta via. Per quanto riguarda la scadenza dei prodotti freschi che di solito è da rispettare, anche lì si generano molti sprechi. Al supermercato, per esempio, nel comprare lo yogurt scegliamo sempre il vasetto che scade un paio di giorni dopo rispetto agli altri. Così quello che scade prima probabilmente non lo sceglierà nessuno e andrà sprecato.

Dove si origina maggiormente lo spreco alimentare?
Lo spreco è ovunque. Intanto in agricoltura, si spreca già nei campi, soprattutto d’estate o in periodi in cui il mercato non richiede molti prodotti. L’altro spreco costante è, poi, quello domestico. In Europa si butta via tra il 18 e il 27% dell’acquistato. Nella distribuzione o ristorazione invece lo spreco è minore perché lì si mira alla vendita. A casa invece quello che non si consuma, non si recupera più e finisce nel bidone della spazzatura.

Dall’esperienza maturata a livello accademico è nato il Last Minute Market. Cos’è e come opera?
Il Last Minute Market è una società spin-off dell’Università di Bologna che nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale e opera su tutto il territorio nazionale. Il nostro obiettivo è non solo ridurre lo spreco a zero, ma anche dimostrare che un’altra forma di economia è possibile. E il modo da noi scelto per ridurre lo spreco è rigorosamente a chilometro zero, in modo ecosostenibile. Noi, infatti, guardiamo se vicino a ipermercati e supermercati ci sono enti caritatevoli e favoriamo il recupero di tutto ciò che non si vende proprio lì dove si forma l’eccedenza. Per questo ci chiamiamo “last minute market”.

Quanto costa smaltire i rifiuti alimentari?
Costa tantissimo smaltire i rifiuti. Innanzitutto in termini economici incide tra i 40 mila e i 60 mila euro l’anno, oltre ai danni che derivano dal mancato guadagno della vendita dei prodotti. Enorme è anche l’impatto ambientale.

Non pensa che il packaging alimentare sia eccessivo? Distribuire gli alimenti sfusi può essere una soluzione?
Abbiamo esagerato col packaging, la soluzione non è, però, vendere tutto sfuso. L’imballaggio deve essere ridimensionato, molto spesso alimenti come i biscotti vengono impacchettati in tre diverse confezioni. Così, si scarta oltre il 20% dei prodotti alimentari che acquistiamo. Poi magari carta e plastica possono essere riciclate ma dobbiamo lavorare all’origine del fenomeno.

Come possono essere ridotti gli sprechi?
Solo creando un meccanismo economico innovativo e virtuoso, affrontando il problema a monte. Perché gli sprechi non si riducono dando gli scarti ai poveri ma rendendo il sistema più efficiente in modo da risparmiare le risorse. Perché se non si fa ciò, aumentano sia gli sprechi sia gli affamati. Con la nostra attività i supermercati possono anche imparare dagli errori che commettono. Per esempio, in un ipermercato di Bologna a pochi metri dall’università, nel 2003 (il primo anno in cui siamo partiti con la nostra iniziativa) si sprecavano circa 150 tonnellate di prodotti l’anno mentre adesso se ne sprecano circa 80, quasi la metà. E questo per noi rappresenta un successo. La nostra missione, infatti, deve indirizzare chi produce, chi distribuisce e anche chi acquista verso un modello che consideri più la qualità che la quantità.

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Qualche anno fa, un politico di formazione bocconiana, strenuo pro-OGM, in polemica con Zaia, sosteneva di volere gli OGM perché aveva a cuore la fame del Sud del mondo, a differenza di quest’ ultimo. Io non ho mai sentito un liberista dichiararsi preoccupato per il problema sollevato dal prof. Segré: problema di ETICA e di GIUSTIZIA verso i diseredati, di cui fra qualche anno il III mondo, affamato e strumentalizzato, catastroficamente chiederà conto a noi e ai nostri figli.

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Cibo e acqua buttati via. Giornata contro lo spreco!

Nel nostro Paese circa 20 milioni di tonnellate di derrate alimentari ogni anno vanno al macero, quantità che potrebbe sfamare 40 milioni di abitanti (tipo una nazione come l’Argentina). Dietro a tutto questo c’è lo spreco d’acqua, quella che si utilizza per produrre cibo.
E proprio all’acqua è dedicata la Giornata europea contro gli sprechi che si terrà a Bologna il 15 Ottobre e a Bruxelles il 9 Novembre.

L’iniziativa è stata ideata da Andrea Segré. presidente di Last Minute Market. Il progetto, alla seconda edizione, ha già ottenuto un risultato: portare il Parlamento Europeo ad avviare l’iter per dichiarare il 2013 Anno Europeo contro lo Spreco, con l’obiettivo di inserire nell’agenda Ue un programma per abbattere del 50% gli sprechi entro il 2025.

Il gruppo Last Minute Market ha elaborato la Guida low water per vivere a basso impatto idrico (www.unannocontrolospreco.org) per un consumo consapevole delle risorse.

Un pò di numeri per capirci. Il 70% dei consumi di acqua dolce a livello planetario è impiegato nel settore agricolo (40% per i Paesi industrializzati, 80% per i Paesi del Sud del mondo), quindi per produrre cibo. Per un chilo di carne di manzo servono 16mila litri d’acqua, per una tazza di caffé 140 litri. Tra le diete una delle meno esose è quella mediterranea con 1715 metri cubi d’acqua annuali, mentre l’anglosassone necessita di 2607 metri cubi.

Il consumo d’acqua è rivelatore anche di uno dei tanti squilibri tra Nord e Sud del mondo. Ogni giorno noi italiani utilizziamo in media 213 d’acqua, un americano 600, mentre il consumo nei Paesi in via di sviluppo è di 20 litri pro capite. A conti fatti l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse idriche. Risultato: ben 1.4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e più di 2 miliardi subiscono gli effetti negativi causati da acque malsane.
Infine l’Eurostat ci dice che l’Italia è ai vertici continentali per l’elevato consumo d’acqua per usi domestici con 68.8 metri cubi per abitante.

Tra i testimonial delle Giornate contro lo spreco 2011 ci saranno Don Luigi Ciotti, Milena Gabanelli, Margherita Hack, Piergiorgio Odifreddi, Mario Tozzi, Dario Vergassola, Piero Angela e Carlo Petrini.

Leggi l’accordo siglato tra Last Minute Market e Slow Food contro gli sprechi alimentari

Luca Bernardini
l.bernardini@slowfood.it

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Cibo buttato, cibo sprecato. Dossier RAI

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Vivere freegan

Ogni giorno vediamo sprechi di ogni tipo: cibo e oggetti buttati pur essendo ancora tranquillamente utilizzabili. Per combattere questa brutta tendenza, si può scegliere una vita freegan.

Di Alessandra Mallarino – 7 prile 2011

FreeganQuando si esce di casa con il proprio sacchetto dell’immondizia e si apre il cassonetto, capita spesso di vedere al suo interno una mole di rifiuti di cui una buona parte è un peccato che sia stata buttata, poiché si vede chiaramente che sarebbe potuta essere ancora usata. Ad esempio mi è capitato di vedere mezzi panettoni o pandori, confezioni quasi intere di biscotti, e ci si chiede se davvero non vi era la possibilità di consumarli o di riutilizzarli in qualche modo.
Per ridurre gli sprechi i modi possono essere davvero tanti, ad esempio riciclare, barattare, acquistare senza imballaggi presso i negozi leggeri, oppure fare scelte consapevoli e attente come ad esempio organizzare i GAS, gruppi di acquisto solidale, per andare insieme ad altre persone a fare compere, in modo da ridurre l’impatto ambientale, i consumi della benzina o del gasolio.

FreeganEsistono però oggi delle persone che, per scelta personale, consapevole e critica, hanno deciso di usare proprio quegli scarti, di vivere con ciò che gli altri, forse con troppa leggerezza, decidono di buttare. Queste persone si chiamano freegan e adottano questo stile di vita come modo per dimostrare che la nostra società è davvero troppo legata al consumo facile, smodato, poco attento, allo spreco.
Non pensate male però, il pasto freegan non è rappresentato da pezzi di cibo iniziati, con muffa o morsicati, niente di tutto questo; pensate invece alle tonnellate di cibo che vengono eliminate nel cassonetto, ad esempio dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata), che scarta ogni giorno grandi quantità di prodotti per motivi di marketing: perché la confezione è ammaccata, perché la frutta non è perfetta, perché l’etichetta non è totalmente leggibile. Si tratta quindi di cibo ancora perfetto internamente ma “difettoso” per il nostro senso di estetica così esagerato.
E pensate che lo spreco è estendibile anche alla categoria no-food, non solo alimenti quindi. Ecco allora persone che si vestono, mangiano e vivono con ciò che trovano “in giro”, molti di loro si documentano su siti web specializzati come ad esempio www.freegan.info, in cui ci si confronta e si cresce per combattere il consumismo e il capitalismo che continuano a incedere.

Tristram Stuart freeganDa qui un libro interessante: Sprechi, scritto da Tristram Stuart, il quale per esperienza personale si dedica a queste attività di ricerca, facendo la spesa quotidiana direttamente nei cassonetti, in cui il cibo prossimo alla data di scadenza, ma perfetto e igienicamente valido, viene normalmente gettato via. Questo è davvero un affronto etico e morale nei confronti di milioni di persone che muoiono di fame nel mondo.
Quest’uomo ha organizzato a Londra, in Trafalgar Square, un enorme evento che consiste nel dare da mangiare a più di 5.000 persone con cibo assolutamente e unicamente recuperato. Il titolo di questa iniziativa è Feeding the 5.000. Il motivo è quello di sensibilizzare la gente su questi problemi sempre crescenti.

Altro esempio simile lo dà una coppia americana, Anneli Rufus e Kristan Lawson, molto ricchi e con una bella casa ben arredata, al cui interno tutto è stato utilizzato da altri, cioè derivante da cose “raccattate in giro”. La coppia applica una filosofia di vita, una scelta consapevole, un modo per rispettare l’ambiente, per non consumare più del necessario, per non sprecare insomma; si definiscono come molti altri degli scavengers cioè  frugatori eccellenti!
Perché non condividere tutto ciò?

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Buttati! Esci allo scoperto e cambia vita

  • 10 febbraio, 2013

C_Joybell_C_Quote_Throw_YourselfPrima di prendere questa aspettativa, 7 mesi fa, ero piena di timori:

E se poi va male?

E se finirò tutto i soldi che ho risparmiato e dovrò tornare a casa dopo pochi mesi con la coda tra le gambe?

Riuscirò a sopportare la solitudine e l’incertezza, l’incognita e il rischio?

Se avrò il coraggio di scrivere ciò che penso in un blog, ci sarà qualcuno che mi leggerà, a parte mia sorella, mia mamma e il gatto?

Ma cosa diranno gli altri di me? Che mi manca una rotella, che non sono normale perchè NON SONO COME TUTTE LE ALTRE BRAVE RAGAZZE CHE SI SPOSANO – PROLIFICANO – BENEDICONO IL LORO POSTO FISSO – SI ACCONTENTANO DI UNA VACANZA ALL’ANNO SE VA BENE, E RINGRAZIA?

Riuscirò a dire ai miei genitori che no, io così non sono felice, non è che non vi voglio bene ma ho deciso di essere me stessa, e quindi parto?

Accetteranno una figlia con la valigia sempre in mano (ma felice), o preferiranno la brava maestrina di paese che però sta sempre male, ha il viso spento e si limita a sognare la libertà anzichè inseguirla?

Perchè gli altri si accontentano e io invece no?

E’ così sbagliato ribellarsi a dover vivere una vita che gli altri si aspettano da me, piuttosto che SCEGLIERE di vivere la vita che voglio IO?

Troverò mai il lavoro che va bene per me?

Se imboccherò il sentiero sbagliato, con che faccia poi lo dirò a tutti quelli che mi risponderanno “Te l’avevo detto”?

Perchè mi sto sentendo in colpa ad avere un sogno e voler realizzarlo?

Queste sono state le mie paure per un anno di fila, un anno pieno di incertezze, anche se dentro di me la risposta già la sapevo. E’ più facile dar retta alle paure, e così si finisce sempre per fare la cosa sbagliata per noi, per educazione e condizionamenti familiari, e la nostra felicità va a farsi benedire. Certo, è più semplice indossare maschere, non rischiare in prima persona, non mettersi mai in gioco. Il rischio però è quello di svegliarsi a quarant’anni e dire: “Ma che vita sto facendo?”.

Prima che sia troppo tardi (Alzheimer, Parkinson, ictus, matrimoni, bambini, mutui), ascoltiamo quella voce che da tempo sta tentando di dirci una cosa sola:

Buttati e metti in moto il tuo destino: LA FELICITA’ NON PUO’ ATTENDERE.

Poichè conosco i miei polli, so che vi starete chiedendo “Bene, ma com’è andata a te, che ti sei buttata?”. E’ andata così: Non sono morta di fame. Non sto dormendo sotto un ponte. Non ho (ancora) finito tutti i soldi. C’è qualcun altro che mi sta leggendo oltre a mia sorella e il gatto (mia mamma si è già stufata). I miei genitori mi parlano ancora (mio padre non troppo, ma si sta sciogliendo). Ho trovato più di un lavoro.

La prossima volta vi racconto come ho messo in moto il mio, di destino: se state ancora leggendo questo articolo, vuol dire che, in fondo, avete bisogno di qualcuno che vi dia un calcio nel sedere.

E voi, vi riconoscete in queste paure? Cosa temete di più nel prendere QUELLA decisione che vi cambierebbe la vita? Uscite allo scoperto, approfittate di questo spazio e dite la vostra: il vostro pensiero potrebbe fare la differenza per qualcuno là fuori che ci sta leggendo.

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In Italia il 25% del cibo viene buttato

  • giovedì, 24 gennaio 2013, 0:29

Quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Eppure le restanti 6 miliardi ogni giorno buttano metà del loro cibo. Anche se tutti pensiamo di non rientrare in questa brutale statistica di esagerato spreco di cibo, in qualche modo, invece, siamo tutti coinvolti. È quanto sostiene l’Ime (Institution of mechanical engineers) che ha calcolato come quasi il 50% del cibo prodotto non viene poi effettivamente consumato. Secondo i calcoli dell’Onu nei prossimi decenni le persone che patiranno la fame passeranno dall’attuale miliardo a 3 miliardi, e certamente se continueremo in questo modo, è molto probabile che la previsione si avveri.

Anche in Italia non siamo messi bene. Le famiglie sprecano il 25% del cibo prodotto. Sono dati inaccettabili in ogni tempo e contesto, ma che sconvolgono se si pensa che secondo l’Ufficio statistico dell’Ue il 24,5% della popolazione italiana, un italiano su 4, è a rischio povertà. Le questioni del modello di sviluppo capitalistico e dello spreco alimentare non sono scollegate: dentro la tendenza allo spreco c’è anche all’opera quella chiamata al consumo permanente e compulsivo, che ci fa comprare più del necessario, che ci rende suscettibili a promozioni e trovate pubblicitarie; c’è la questione del tempo che manca e che non lascia spazio per scegliere cosa mangiare.

E’ venuto il momento di un cambio profondo di mentalità. Ad esempio, ancora oggi, solo una piccola parte, poco più del 6%, è donata alle cosiddette “banche del cibo” come il Banco Alimentare. Eppure senza di esso milioni di persone non potrebbero usufruire delle eccedenze di viveri che ci sono nel nostro paese. Ma non basta. Ci vuole un lavoro più profondo, un lavoro di educazione, che non può essere delegato a nessuno. E che ci coinvolge tutti. Oggi quasi 1 miliardo di euro di cibo viene recuperato con il lavoro dei volontari del Banco Alimentare. Per il futuro l’obiettivo è portare sulla tavola dei poveri altri 6 miliardi di euro di alimenti. Tutti, in realtà, possiamo collaborare a questo lavoro. Famiglia e scuola. Si incomincia da una cosa semplicissima. Iniziando a considerare il cibo non come un bene da sprecare, ma come un dono.

Nuccio Condorelli

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1 marzo 2013
Categories: ECOCHIC & DIY
by Nicole

L’altro giorno stavo leggendo un po’ di notizie al pc e mi sono imbattuta nella storia di una giovane famiglia tedesca. Con uno stile di vita che mi ha decisamente stupito. Sarà provocatorio, sarà strano ma sicuramente fa riflettere ed è per questo che il post di questa settimana è dedicato a chi nel 2013 vive (bene) recuperando gli sprechi degli altri. Dall’immondizia.

Sì, avete capito bene, dall’immondizia! Ma non stiamo parlando di poveri che rovistano nei cestini delle nostre grandi città, ma di giovani o famiglie con bambini piccoli che hanno deciso di vivere con quello che supermercati e aziende buttano continuamente.

Philippe Hauschild ha 23 anni e vive ad Amburgo con 40 euro al mese, che spende solo per le sigarette, l’unica cosa che non trova nella spazzatura. Ha lasciato un lavoro fisso e ben pagato per vivere in modo più modesto e senza sprechi. Dai cestini delle aziende pesca abiti di marca, scarpe e tutto ciò che gli serve per vivere. In uno dei suoi giri ha addirittura trovato un rolex difettoso buttato da un gioiellierie. Lavora in una fattoria in cambio di frutta, verdura e un alloggio e una parte di quello che trova lo regala a persone che hanno più bisogno di lui.

A Berlino invece da due anni Raphael Fellmer, tedesco di 28 anni, e Nieves Palmer, spagnola di 26, si alimentano esclusivamente di prodotti che loro definiscono “salvati”, ovvero selezionati nei container della spazzatura dei supermercati tedeschi. Raphael non ha un conto corrente, si muove solo a piedi e non possiede denaro. Quattro volte alla settimana prende il suo zaino e ispeziona i container della spazzatura, in particolare quelli dei supermercati biologici: lì trova cosmetici, saponi, cioccolato, frutta, verdura e latticini che possono essere ancora consumati ma che i supermercati buttano perché invenduti e a rischio scadenza. Il frutto delle sue ricerche non solo è sufficiente per lui, la sua compagna e la loro bambina, ma gli permette di aiutare vicini, amici o bisognosi. In questo modo mostra al mondo che non solo si butta una mela ogni tanto ma che davvero tutto finisce nella spazzatura con sprechi enormi. Entrambi laureati, pagano l’affitto e ricevono beni necessari con il baratto lavorando nel giardino, aiutando i vicini, riparando computer, coltivando un orto. Sanno che “salvare” il cibo dei supermercati non può essere un modo di salvare il mondo a lungo termine, però serve in questa fase per mandare un messaggio.

Storie come queste dovrebbero farci pensare a quanto davvero buttiamo nella spazzatura, a quante cose inutili e a quanto ammonta il nostro spreco. Volete saperlo? Secondo recenti stime della Fao, un terzo del cibo prodotto nel mondo è sprecato: vuol dire 1,3 miliardi di tonnellate all’anno. In particolare in Europa gli sprechi toccano il 40-50% degli alimenti in commercio. Ogni europeo getta via 179 chili di cibo ogni anno. E assieme a questi alimenti vanno sprecate l’energia e l’acqua servite a produrli: nel 2010, in Italia, si sono persi in questo modo 12 miliardi di metri cubi di acqua virtuale (contenuta nei prodotti), equivalente a circa un decimo di quella dell’Adriatico. L’Istituto Austriaco di Economia dei Rifiuti ha calcolato che il 45% dei prodotti scartati dai supermercati in Europa si possono ancora consumare. Sprechiamo quattro volte più di quanto servirebbe per risolvere il problema della fame nel mondo. Ogni anno in Italia vengono buttate 6,6 milioni di tonnellate di cibo. Sono 146 chili a testa.

Quello che Raphael e Philippe fanno è reato, punibile con sanzioni molto alte. Non esiste una legge che permetta alle persone di salvare il cibo né alle aziende di non buttarlo e donarlo per esempio. Ma le cose stanno cambiando.

Per fortuna grazie anche ad internet sono nati numerosi portali che permettono sia alle aziende che alle persone di ridurre i propri sprechi e risorse in favore delle persone che più ne hanno bisogno: in Germania il sito foodsharing.de permette a chi dovesse avere cibo in eccesso in casa di evitare di buttarlo ma di donarlo o scambiarlo con chi ne ha più bisogno. In Italia Last Minute Market invece “trasforma lo spreco in risorse”. Nata come spinoff universitario, si occupa sia del recupero di prodotti invenduti dai supermercati che di ortaggi rimasti non raccolti o di pasti pronti non consumati nei catering, farmaci, libri destinati al macero e tante altre cose che le aziende butterebbero ma che possono davvero essere utili, permettendo riduzioni di spese per lo smaltimento dei rifiuti per es. e quindi maggiori risorse per altre necessità.

Oggi quando andrete a fare la spesa pensateci!

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Dalla spazzatura alla tavola: la lotta allo spreco alimentare va di moda

foodsharing

In principio era il Banco Alimentare, la fondazione che dal 1989 si occupa per fini benefici della raccolta delle eccedenze da parte di produzione agricola, industria alimentare, grande distribuzione e ristorazione. Ma negli ultimi tempi questa iniziativa sta venendo replicata e addirittura superata, applicata con una nuova mentalità più vicina alla gente comune, complice forse la crisi che induce molti a trovare modi per risparmiare, e sicuramente grazie ad una crescente attenzione verso l’ambiente e la necessità di evitare gli sprechi.

Ogni anno anno infatti 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti vengono buttati, un terzo del cibo prodotto in tutto il mondo, secondo la FAO. Per ogni europeo si parla di 179 chili di alimenti che nemmeno raggiungono la tavola, con il conseguente inutile dispendio di acqua ed energia legati alla loro produzione. Un paradosso della società moderna che  getta via, nei paesi industrializzati, praticamente la stessa quantità di cibo disponibile nell’Africa sub sahariana (220-230 milioni di tonnellate, fonte ONU).

È evidente quindi la necessità di porre un freno a questa “incoscienza” alimentare, modificando l’attuale organizzazione del ciclo produttivo del cibo che, per obbedire alle leggi di mercato, è responsabile di molti sperperi (per le date di scadenza troppo rigide, e spesso solo a scopo precauzionale, e la predilezione di noi consumatori occidentali per dei cibi esteticamente perfetti)Deve crescere la consapevolezza di ognuno sul valore del cibo, evitando che la società del benessere e del consumismo ci porti a comprare più di quanto abbiamo bisogno, per poi essere costretti a gettarne via la maggior parte. Se n’è accorta anche la Commissione Europea che ha dichiarato il 2014 Anno Europeo Contro lo Spreco Alimentare.

E sono già numerose le iniziative che stanno prendendo piede in Europa facendosi promotrici di questa nuova ideologia. Il progetto più recente è stato realizzato in Germania sulla scia dell’orientamento crescente alla condivisione grazie al web: si tratta del sito internet Foodsharing.de, lanciato a dicembre 2012, che dà la possibilità a privati, produttori e commercianti di mettere a disposizione gratuitamente alimenti eccedenti o vicini alla data di scadenza, che altrimenti andrebbero gettati. Il servizio è attualmente disponibile solo in alcune città tedesche (Berlino, Colonia, Monaco di Baviera, Ludwigsburg e Chemnitz) ma l’obiettivo è quello di estendersi a breve anche ad altri paesi europei, creando così il primo servizio solidale globalizzato.
Più estrema è invece l’azione di uno dei maggiori attivisti contro gli sprechi, il 35enne inglese Tristram Stuart, che dopo aver scritto un libro dal titolo “Sprechi” (edito in Italia da Mondadori), sta girando in questi mesi l’Europa con il suo evento “Feeding the 5k( letteralmente sfamare i 5mila). Si tratta di un pranzo di massa, reso possibile grazie al supporto operativo di Onlus e Ong e alla collaborazione di centinaia di volontari ad ogni occasione,  in cui i piatti serviti sono ottenuti da prodotti salvati dai cassonetti: la dimostrazione  concreta che ciò che si butta è in realtà ancora il più delle volte non solo commestibile ma addirittura ottimo da mangiare.

Anche il 23enne tedesco Philipp Hauschild, protagonista nei mesi scorsi della stampa locale (Welt.de) e internazionale (anche italiana), è sostenitore di questa teoria. Disoccupato per scelta, ha detto addio ad uno stipendio di 4.350 euro al mese per accettare la sfida di un nuovo stile di vita: è andato a vivere fuori Amburgo nella fattoria di un medico, attivista del movimento “Occupy”, ma non si fa mancare niente, nemmeno i vestiti firmati. “Non c’è quasi nulla che oggigiorno non si possa trovare nella spazzatura”, ha dichiarato. Pare si mantenga con soli 40 euro al mese (che servono soprattutto per le sigarette!).

Sempre dalla Germania viene un altro progetto interessante che mira al recupero degli scarti alimentari: si tratta di Culinary Misfits, il primo servizio catering che utilizza solo ingredienti scartati da ristoranti e supermercati, inaugurato all’inizio del 2012 da due ex designer.

L’iniziativa più vicina ai cittadini è però quella del “supermercato cooperativa” che ha tra i suoi obiettivi principali quello di ridurre al minimo gli sprechi, rompendo gli schemi tradizionali della distribuzione organizzata. Comparso per la prima volta a New York nel 1973 con il nome Park Slope Food Cope (http://foodcoop.com), recentemente un progetto simile è diventato realtà anche a Londra: The People’s Supermarket, il supermercato della gente, mira a soddisfare i bisogni dei consumatori e il benessere della comunità più che rispondere alle mere logiche di mercato. Con solo 25 sterline (circa 30 euro) si può diventare soci e ottenere così uno sconto sulla spesa. Ma la rivoluzione sta sia nella merce che viene venduta, fornita prevalentemente da piccoli produttori locali e rigorosamente biologica, sia nell’approccio alla spesa, che non stimola l’abbondanza ma mira a favorire scelte individuali responsabili. L’idea geniale che accompagna il lancio di questo supermercato rivoluzionario e sostenibile è stata peròquella di fondare al suo fianco anche una cucina dove poter preparare i prodotti in scadenza o esteticamente non vendibili, in modo da eliminare gli sprechi e offrire un take-away genuino ed economico.

IN ITALIA non siamo da meno e possiamo vantare un’iniziativa storica ed affermata come Last Minute Market, spin-off dell’Università di Bologna fondato da Andrea Segrè nel 1998 come attività di ricerca e diventato realtà imprenditoriale nel 2003. Si tratta del primo sistema professionale in Italia per il riutilizzo di beni invenduti dalla Grande Distribuzione Organizzata che, pur non gestendo direttamente i prodotti, permette l’incontro diretto tra “domanda” e “offerta”, garantendo così cibo a costo zero a organizzazioni o enti che ne facciano richiesta e riducendo allo stesso tempo gli scarti ed i costi relativi al loro smaltimento.
Ma ci sono anche tante piccole realtà che finalmente si stanno attivando per favorire nella società una nuova consapevolezza del valore del cibo e per abolire gli sprechi. Bolzano ad esempio ha lanciato a metà dicembre 2012 l’iniziativa RE-Food, portato avanti da alcuni volontari che recuperano  il cibo scartato, soprattutto frutta e verdura, da alcuni supermercati aderenti (per ora del circuito biologico) suddividendolo tra familiari e amici o organizzando delle cene per la collettività. Dal recupero quindi alla promozione della convivialità.
È nata a Brescia invece l’iniziativa “Un pane per tutti”, che mira a recuperare il cibo avanzato da mense e negozi, donandolo a chi ne ha bisogno. E attraverso un gruppo Facebook vuole fare di più, sensibilizzando sul tema anche oltre i confini bresciani.
Infine anche i ristoranti si danno da fare in prima persona per quest’opera di sensibilizzazione contro la società dello spreco, mettendosi in rete grazie al progetto della onlus Cena dell’Amicizia: l’iniziativa si chiama Il buono che avanza e prevede che nei ristoranti aderenti, per ora soprattutto milanesi e lombardi, ai clienti venga proposto di portare a casa, in una doggy bag, il cibo e il vino avanzati, informandoli sul valore sociale di questa scelta.

Abbiamo citato solo alcuni esempi di piccole iniziative italiane ma siamo sicuri che a livello locale molto di più si sta muovendo nel nostro paese, e che cambiare – le cose o la mentalità – si può, basta volerlo. Se conoscete altre realtà di questo tipo e volete raccontarcele non esitate a contattarci o inviarci i vostri commenti.

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Spreco alimentare: ogni 4 sacchetti della spesa uno viene buttato

Ogni italiano spreca 454 euro l’anno in cibo buttato: ecco perché è necessario ridurre lo spreco alimentare imparando a fare una spesa sensata.

qualità e sicurezza

cibo italiaEconomia dell’inganno: cibo italiano “rapinato” da falsi e tarocchi

I dati sui sequestri di cibo confermano quanto annunciato dalla Cia: da una parte ci sono i consumatori che vengono truffati, dall’altra gli agricoltori onesti che vengono derubati.

corretta informazione

etichetta data scadenzaCibo scaduto, non sempre va buttato. Ecco le regole da seguire

Non sempre è necessario essere super-rigidi per quanto riguarda le scadenze. Per evitare gli sprechi, è bene sapere che alcuni alimenti si possono consumare anche dopo la data riportata sull’etichetta.

letture consigliate

lezioni ecostile 280Lezioni di ecostile. Consumare, crescere, vivere

Quanti di voi smuovono gli scaffali del market in cerca del prodotto con la scadenza più lontana? Leggete le Eco Lezioni di A. Segrè e cambiate abitudini!

Parlando di cibo ormai tutti sanno che c’è un grosso problema: se ne spreca troppo. Molto più difficile, però, è rendersi conto dell’entità di questo spreco. Servirà quindi sapere che nei paesi industrializzati, ogni anno, vengono gettate 222 milioni di tonnellate di cibo – quantità sufficiente a sfamare l’intera popolazione dell’Africa Sub Sahariana, pari a circa 230 milioni.

spesa alimentareQuesto il dato allarmante che esce dall’incontro organizzato a Milano dal Barilla Center for Food and Nutrition, “Spreco alimentare: come ridurlo dal campo alla tavola”.  Il cibo «é la principale materia che mandiamo in discarica – sottolinea Jean Schwab, responsabile della National Food Recovery Initiative dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) degli Stati Uniti d’America – il 50% viene dall’industria di produzione e trasformazione, il 50% dai privati».

Il maggiore spreco domestico pro capite si registra nel Regno Unito, con 110 kg a testa, seguono gli Usa (109 kg) e l’Italia (108 kg), Francia (99 kg), Germania (82 kg), Svezia (72 kg). In termini economici, lo spreco medio annuo di un cittadino italiano si attesta intorno ai 27 Kg pro-capite, che si traducono in un costo di 454 euro all’anno per famiglia.

E se, come ribadito da Jean Schwab durante il webseminar di Barilla, l’entità dello spreco alimentare va comunicata «per far sì che la gente si renda conto e cominci a cambiare stile di vita a partire dalle piccole cose, come chiedere al ristorante gli avanzi del pasto o diminuire le offerte speciali ai supermarket che contribuiscono al fenomeno del food waste», una strategia a più ampio respiro può arrivare da una collaborazione tra industria e politica locale, volta per esempio a creare banche alimentari: è sempre più comune vedere ristoranti e aziende che raccolgono la sfida puntando ad una certificazione nella riduzione degli sprechi. Il cibo recuperato grazie al circuito virtuoso locale può essere così redistribuito attraverso reti di associazioni e donazioni, come suggerisce il modello Last Minute Market di Andrea Segré.

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Freegan e il cibo dei cassonetti

freegan che ricerca di cibo nella spazzaturaLi si vede a notte fonda rovistare nella spazzatura, in cerca di cibo. Non sono barboni, hanno un alto senso civico, credono nei valori sociali della condivisione, sono preoccupati per lo stato dell’ambiente e fanno qualcosa per salvare il Pianeta. Sono i freegan (free + vegan) che hanno deciso di recuperare dagli scarti del sistema quello che basta loro per vivere.

Sono vegani e contestano il sistema.
Non solo quello delle multinazionali che sfruttano i lavoratori, la terra e che bombardano la gente di pubblicità, no, loro contestano proprio tutto il sistema dello scambio economico e hanno adottato uno stile di vita che ne denuncia apertamente gli sprechi e che tenta di soddisfare i bisogni fondamentali dell’uomo in modo sociale, non economico.

Per cominciare aggiustano tutto quel che trovano (bici, vestiti, mobili,…) e se lo scambiano senza chiedere soldi in cambio. Raccolgono anche quanto di commestibile cresce nei parchi urbani e talvolta si fanno dei piccoli orti. Abitano in case abbandonate, che ristrutturano da soli, cercano di lavorare il minimo necessario a comprarsi quello che non trovano in giro.

Nel loro sito c’è una gallery fotografica delle loro spedizioni notturne in cerca di cibo. Dicono che un ottimo punto di raccolta sono i cassonetti dei supermercati, dove si trova un sacco di roba perfettamente conservata. Danno anche consigli sulle muffe veramente pericolose e da evitare e sugli eventi di condivisione organizzati.

» Il sito dei freegan (in inglese)
» In Italia c’e’ il Last Minute Market

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Trash Food e filosofia Freegan: mangiare dai rifiuti per salvare il pianeta!

lun, feb 22, 2010

feeding the 5kOggi parliamo di un’iniziativa svoltasi nel mese di dicembre a Londra, più precisamente in Trafalgar Square, dal titolo: Feeding the 5K.

Si tratta di un pranzo per 5.000 persone realizzato solamente con il cibo recuperato che altrimenti sarebbe stato buttato.

L’idea alla base dell’iniziativa è che il bene comune parte del basso (dai bidoni della spazzatura in effetti), riutilizzato gli scarti di qualità dei ricchi si possono sostentare i più poveri ed evitare gli sprechi di cibo.

Dietro questo evento c’è l’attivista inglese Tristram Stuart che da anni è promotore di iniziative sul riciclo dei cibi contenuti nei bidoni della spazzatura.

Quest’iniziativa è nata per sensibilizzare la gente comune verso il tema del possesso irrazionale di cibo non necessario, quindi superfluo e del suo inevitabile spreco, per arrivare ad una visione di sostenibilità e partecipazione collettiva.

Tristram Stuart (vedi la sua intervista) è un sostenitore della filosofia freegan, per la quale per salvare il pianeta è necessario riciclare e riusare i cibi e gli oggetti di uso quotidiano.

Gli adepti freegan mangiano solo cibo trovato nei bidoni dei ristoranti e dei supermercati per dimostare che gli scarti possono davvero essere una fonte enorme di sostentamento non solo per i meno abbienti ma per tutti coloro che tengono alla salute del pianeta.

Nella grande distribuzione, nei ristoranti e negli alberghi gli sprechi alimentari sono grandi, sarebbe buona norma quindi recuperare e distribuire il cibo in eccesso avanzato a chi non ha modo di acquistarne, permettendo a tutti di avere almeno il necessario per vivere degnamente.

In America questa pratica è già abbastanza diffusa, l’Europa è ancora indietro e in Italia al momento c’è solo una associazione che si occupa di riciclo alimentare: la Last Minute Market.

E voi riciclate?

Fonte: Marrai a Fura

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Arrivano i Freegan, gli integralisti dell’anti spreco

di Giovanni Frenda

Freegan è una parola strana che a molti di noi non dice niente, la parola viene da free + vegan. Quello dei Freegan si può definire un movimento, una filosofia di vita che si sta diffondendo nel mondo occidentale. Nasce attorno ai primi anni novanta a Manhattan, dove ogni mercoledì un gruppetto d’integralisti dell’anti-spreco andava in giro a fare la spesa nei cassonetti, preferendo quelli vicini ai supermercati e alle panetterie, luoghi dove era più facile trovare cibo.

Le persone che aderiscono a questa filosofia di vita hanno deciso di recuperare dagli scarti del sistema quello che basta loro per vivere.
Il leader del movimento afferma che qualsiasi cosa noi troviamo al supermercato, lui la trova nel cassonetto dell’immondizia gratuitamente.
Voi penserete che persone che vanno alla sera in giro per i cassonetti alla ricerca di cibo e di cose da riciclare siano dei barboni, dei senza casa, senza soldi! E’ questa l’idea che si ha nel vedere una persona che fruga nell’immondizia.

E invece no! molte di queste persone possiedono una casa, hanno disponibilità economiche e scelgono di vivere una vita diversa da quello che è il canone tradizionale occidentale.
C’è un tabù che ci viene dalla nostra cultura, che ci impedisce di bere una bibita quasi piena, trovata per strada o che ci impedisce di mangiare una banana, ancora buona, trovata nel cestino dell’immondizia.

I Freegan hanno scelto di superare questo tabù.
Adam Weissman spiega che i Freegan non rovistano nell’immondizia per necessità, ma per scelta. Nell’immondizia a causa della nostra economia consumistica, drogata dal piacere dell’acquisto e non dalla necessità, si trova di tutto, cibo, vestiti, mobili, accessori elettronici ancora funzionanti.
Se vogliamo, la loro è una forma di protesta contro il sistema e attuano uno stile di vita contro gli sprechi.

I punti che leggiamo nel manifesto del movimento sono: recupero dei rifiuti. Si oppongono ai messaggi pubblicitari che spingono all’acquisto di un prodotto, nonostante che quello che abbiamo sia perfettamente funzionante. Con il loro modo di vivere vogliono attuare una diminuzione dei rifiuti e il loro recupero. Criticano con forza le migliaia di tonnellate di cibo che sono buttate tutti i giorni dal nostro stile di vita. In Italia, per esempio, vengono buttati 1,5 milioni di tonnellate di cibo, per un valore di mercato di 4 miliardi di euro. Ogni giorno vengono distrutti 4 mila tonnellate di alimenti, il 15% del pane e della pasta acquistati dagli Italiani, il 18% della carne e il 12% della verdura e della frutta. I Freegan cercano anche di limitare l’utilizzo de mezzi di trasporto a benzina preferendo biciclette e l’autostop e scelgono di sostituire i carburanti fossili con carburanti ecologici, per esempio l’olio recuperato dalle friggitrici industriali.

Nel loro manifesto troviamo altri punti: edilizia garantita. I Freegan criticano anche il fatto che ci siano troppi appartamenti sfitti e gente per la strada che muore di freddo. Altro punto del loro manifesto è: diventare più verdi. I Freegan criticano il sistema di produzione e distribuzione del cibo, troppi conservanti a causa dei viaggi sempre più lunghi. Chiedono aree, da risanare e destinare al verde, da autogestire e controllare, dove piantare e far crescere verdure e frutta.

Ultimo punto del loro programma è lavorare meno: la disoccupazione volontaria. Sembra un paradosso, ma molte delle ore da noi lavorate servono per comprare qualcosa che già abbiamo e che vogliamo cambiare per acquistare un modello nuovo. I Freegan con il loro stile di vita, riesce a lavorare pochissimo, per scelta, utilizzando il tempo che hanno a disposizione per dedicarlo alla famiglia e al volontariato.Quello che ho descritto in quest’articolo è sicuramente una filosofia di vita molta alternativa che si basa però su problemi reali.

I Freegan cercano di risolvere a loro modo le gravi distorsioni che sono alla base della nostra cultura occidentale, il consumismo di massa, lo spreco, l’inquinamento dato dalla produzioni di prodotti spesso non necessari, lo sfruttamento delle risorse energetiche, lo spreco di prodotti alimentari, in un mondo dove, su sei persone, una non ha il cibo necessario per vivere.

I Freegan lanciano un allarme che deve far riflettere le persone che non s’interessano delle migliaia di tonnellata di cibo che vengono buttate e incenerite ogni giorno e che sono parte integrante di questo processo.

http://periodicoitaliano.info/2009/10/26/arrivano-i-freegan-gli-integralisti-dellanti-spreco/

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Freegan, un bell’esempio

Pubblicato il Ambiente, Stili di vita

2 aprile 2009

dscn4643A New York ogni giorno i marciapiedi, con l’avanzare della sera, si riempiono di cumuli di sacchi di spazzatura e ,verso mezzanotte, l’aspetto di molte strade è simile alle immagini trasmesse della Napoli in emergenza “munnezza”. Questa disinvoltura nel produrre spazzatura ha fatto nascere un movimento che reagisce alle abitudini della società del consumismo e al suo sistema economico: il movimento dei freegan. Freegan è un acronimo da free (libero) e vegan (veganiano, persone che evitano prodotti provenienti da animali). Il loro “modus vivendi”: utilizzare ciò che trovano gettato sulle strade per riempire i loro piatti quotidiani. Naturalmente non rovistano negli scarti di cucina delle famiglie, ma tra quelli di ristoranti, negozi, supermercati, mense e altre isituzioni della collettività. Sembra incredibile, ma numerosi filmati mostrano come questi sacchi sono riempiti molto spesso con alimenti perfettamente imballati e non scaduti: pane, ciambelle, frutta, addiritura carne. Adam Weissman, fondatore e teorico del movimento, afferma che negli Stati Unitit, circa 25% degli alimenti in perfetto stato di conservazione viene buttato via e sostituito, senza una necessità reale. I freegan raccolgono questi prodotti e li usano per preparare i loro pasti, per libera scelta, non perché

appartengono alla classe dei poveri.

Il fatto che i freegan siano vegani e quindi non mangino prodotti animali, mi sembra irrivelante. Quello che conta è il pensiero dei freegan e le azioni e i comportamenti che ne derivano.

I freegan, pur vivendo in una città come New York, si negano al sistema economico che sollecita i cittadini a consumare, consumare, consumare…, non per il benessere, ma per tenere in vita il sistema produttivo. Infatti, la quantità di prodotti che esce dalle fabbriche e laboratori è superiore alla quantità che può essere consumata. La spazzatura in continuo ed inesorabile aumento ne è la prova evidente. Ne risente l’ambiente, ne risente la qualità della vita di un’umanità che sembra condannata a correre dalla mattina alla sera per produrre ed acquistare, unicamente per tener in vita un modello economico basato sostanzialmente sull’aumento del Pil (prodotto interno lordo), slegato dal pensiero che considera salute, benessere e serenità delle persone.

Proprio in questo periodo in cui molti lavoratori stanno perdendo l’impiego e lo stipendio fisso, c’è un motivo in più per utilizzare e riciclare meglio le risorse, perché questo aiuta a ridurre i costi della vita. Nelle nostre città il cibo e l’abbigliamento dismesso viene raccolto per darlo a chi ha bisogno, ma la logica del consumare per produrre viene praticato comunque e ovunque.

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Freegan: lo conoscete?

Posted by on 2, nov, 2012

– di Maurizio Elia Spezia –

Di recente mi è giunta una segnalazione sulla pagina Boicottiamo le multinazionali di una pratica che non conoscevo, il freegan.
Questa pratica consiste nel rovistare tra i cassonetti della spazzatura dei grandi supermercati per prendere prodotti ancora in ottimo stato o ancora non scaduti per poterli consumare.

Se vi sta venendo il ribrezzo, cari lettori, non pensiate che nei cassonetti si trovano merci marce, guaste o scadute, anzi!

Anche io ero incredulo poi ho visto queste foto (le seguenti foto sono state scattate da un utente che vuole rimanere anonimo, ma garantiamo per l’esattezza delle date):

Martedì 16 Novembre 2010: Non avevo mai fatto freegan prima di quel giorno. Questa è stata la mia prima impressione. Arrivando al retro del supermercato sono andato direttamente al cassonetto dei rifiuti organici. Vi era una distesa di Insalata e verdura a foglia verde, molte pere e alcuni peperoni. Avrei potuto portare a casa tutta quell’insalata perchè era in condizioni eccellenti, ma mi sono limitato a recuperare questi favolosi carciofi che vedete in foto. Ce ne sarà stata un’altra decina. Ad ogni modo, mi sono molto incuriosito… ho continuato a pensare a cosa avrei trovato il giorno dopo…

Mercoledì 17 Novembre 2010 : Beh, non potevo credere ai miei occhi. Il cassonetto si era praticamente riempito. se prima era pieno per 1/4, ora lo era per 3/4. La quantità di uva che c’è nella foto è da moltiplicare per 4 o per 5 (era confezionata), stesso discorso per tutta la frutta presente in questa foto e anche per le fragole, che non ho recuperato, tranne per il cavolfiore e il cetriolo. Le clementine erano nella retina. Tutto questo in un giorno.. Ma non avevo ancora aperto i cassonetti della raccolta indifferenziata…

Giovedì 18 Novembre 2010: Non ho portato a casa nulla di organico, perchè il cassonetto era stato svuotato!! Ora c’era una distesa di finocchi che non sono riuscito a recuperare perchè erano troppo in basso! Stessa cosa per le 4 o 5 mele rosse che c’erano. Sta di fatto che ho finalmente aperto i due cassonetti della raccolta indifferenziata (che prima avevo sbadatamente trascurato) e QUESTO E’ IL RISULTATO, GIUDICATE VOI. Questa è tutta la roba che sono riuscito a trasportare, ma di Actimel ve ne era uno scatolone intero, stessa cosa per gli yogurt Muller e per gli Activia. E questa è solo la roba che stava negli scatoloni in cima, sopra a pile di sacchetti con confezioni vuote dentro. Molto probabilmente ce ne sarebbero stati altri sotto la massa di scatole e sacchetti. Il punto è che NULLA DI QUESTI ALIMENTI E’ SCADUTO!

Foto scattata il 18 Novembre 2010, data scadenza prodotto 24 Novembre 2010

Foto scattata il 18 Novembre 2010, data scadenza prodotto 25 Novembre 2010

Foto scattata il 18 Novembre 2010, data scadenza prodotto 05 Dicembre 2010

Foto scattata il 18 Novembre 2010, data scadenza prodotto 07 Dicembre 2010

Nonostante queste foto risalgano a 2 anni fa, siamo sicuri che questo continua ad accadere in moltissimi supermercati e come avrete potuto constatare tutto ciò è davvero al limite dell’incredibile.

In una società basata sul consumo per queste grandi catene di distribuzione la fame non ha prezzo, le centinaia di senzatetto affamati nella sola Italia potrebbero avere un pasto TUTTI I GIORNI! Pensate se in tutto il mondo si potessero recuperare frutta, verdure e cibi non scaduti per donarli GRATUITAMENTE a chi non ha da mangiare, di sicuro sarebbe un piccolo passo verso un mondo migliore, non pensate?

Detto questo invitiamo tutti a boicottare tutte le multinazionali possibili e ricominciare a rivolgersi al fruttivendolo, al panettiere, al negozietto del vostro paese basta grandi catene fondate sullo spreco e sul denaro!Restiamo Umani

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CHIODO SC(HI)ACCIA CHIODO

I freegans non sono né poveri né disperati, non hanno vissuto una guerra, non hanno conosciuto la fame. Possiamo definirli come difensori del buon senso dimenticato. La loro massima è non si butta il cibo nella spazzatura. Cosa fare allora? Facile! Recuperarlo. I freegans, gli anti-consumisti di New York, stanno facendo proseliti anche in Europa.
Laureati, funzionari ed impiegati che non avrebbero alcuna necessità di aspettare la chiusura dei mercati, dei supermercati e dei ristoranti per fare la spesa gratuita recuperano avanzi inutilizzati, prodotti vicini alla scadenza o confezioni imperfette che andrebbero a finire nella pattumiera. Non si sentono barboni, ma boicottatori dello spreco.
Obiettivi? Cassette di frutta troppo matura, yogurt quasi scaduti, sacchi di pane invenduto ed altri prodotti che vengono gettati via ogni giorno.

I freegans battono sul tempo il camion dei rifiuti.
E’ stato calcolato che negli Usa circa il 40% degli alimenti prodotti finisce nell’immondizia! In Italia, il Corriere della Sera denuncia che circa 4 mila tonnellate di cibo al giorno vanno a finire nella pattumiera. In soldoni: 584 euro a testa buttati via. Tra i rifiuti il 15% di pane e pasta, il 18% della carne e il 12% di frutta e verdura. In media ogni nucleo famigliare getta via l’11% della spesa mensile!

Il collettivo leader dei freegans europei -Olla Móbil- si trova in Catalogna. Famosi sono i cenoni di capodanno organizzati con prodotti che sarebbero finiti nella spazzatura. Sempre in Catalogna, i consigli freegan sono stati pubblicati nella Guida della sopravvivenza urbana di Alicia, elaborata da una studentessa 24enne -Alicia Martinez- che fornisce indirizzi e orari di mercati e ristoranti, illustra il grado di disponibilità di camerieri e commercianti nel cedere il cibo superfluo, la qualità dei prodotti e persino le condizioni igieniche dei locali!
Il movimento non si interessa solo al cibo. Il riciclaggio e la mobilità sono altri cavalli di battaglia dei freegans. In Italia sono sorte, in questi ultimi anni, delle interessanti iniziative : il car sharing, che punta sull’acquisto dell’uso effettivo di un mezzo più che sul mezzo stesso e il Matrec il primo catalogo nazionale sui manufatti post-consumo.

Ah! Molte mamme italiane iniziano a noleggiare bilance e passeggini nelle farmacie di quartiere!

Che ve ne pare?

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 COINCIDENZE, FREEGANS E I ROMANI

novembre 16, 2010

C’è un tizio inglese o tedesco, un bel ragazzo determinato… che non mangia altro: immondizia. Non è indigente, è fissato. Da quando, ragazzino, per dare una mano nella fattoria di famiglia, era addetto al porcile e il suo compito consisteva anche nel procacciare il cibo per gli animali, raccogliere gli scarti di cucina ad esempio. Pane vecchio, bucce… roba avanzata. Un giorno ne assaggiò e capì che si poteva tranquillamente consumare. Capì lo spreco.

A Pisa, qualche mese fa, qualcuno aveva lasciato una sportina bianca sul parapetto del lungarno. Non resistetti, mi avvicinai e apersi le vaschette in alluminio con coperchietto di cartoncino. La mia curiosità scientifica fu soddisfatta: cibi cotti, carne e verdure occhieggiavano dai contenitori. Erano cibi fragranti, appena cucinati, dimenticati o lasciati lì apposta in dono. Forse dalle finestre di un palazzo che si affaccia sul fiume, c’era chi osservava la reazione dei passanti.

Non conoscevo la storia del freegan anglosassone sennò mi sarei sentita confortata. Invece mi sconsigliarono. Mi chiedo: ci può essere una sorta di UNABOMBER dei cibi che si diverte a far del male ad affamati o golosoni? Uno scienziato pazzo che inocula pericolosi batteri per sterminare i barboni?

A Roma vedo gettare via una quantità di cibo impressionante. A Milano sarà pure peggio… ma io personalmente ne ho avuto evidenza laggiù. Una guerra tra poveri, o tra ‘pseudoricchi’ che è la stessa cosa. E gettare via le risorse naturali è altra similare aberrazione: a Castel Porziano ci sono i 7 CANCELLI, stabilimenti balneari, di cui in questa stagione aperti tre. Qui la macchia mediterranea e le dune sposano il mare. A ben guardare, oltre a scarti umani lungo la strada a prostituirsi, molti rifiuti abbandonati sono seminascosti tra la vegetazione. A Santa Marinella, cumuli di immondizia ad ogni angolo: è la mareggiata, fa una. Certo, se gettiamo i rifiuti in mare, prima o poi tornano. Tutto va a finire da qualche parte. Il mar Mediterraneo è chiuso e le plastiche ricircolano sbattendo sulle coste tirreniche a seconda dei venti, su o giù. La Toscana è particolarmente bersagliata. Ma anche il Lazio non scherza. Ci rimangiamo la merda che facciamo. Ormai la plastica è mescolata al suolo e frammentata in mare, entra nella catena alimentare sempre più massicciamente.

Auguri!

Tra le coincidenze: un tizio dalla voce disperata cantava …accanto a te non ci sto più guardo le nuvole lassù… chi se ne va che male faaaaaaa… i peperoni ripieni di numidio quadrato sono una favola, in una laterale di viale Libia c’è la Sedia del Diavolo, pochi i residenti che la conoscono.. Ma lo scenario è raccapricciante. Edifici ributtanti la circondano. Uno scempio. Chi salverà Roma? Chi salverà l’Italia? Un’illusione. L’Italia non esiste, perciò neanche gli italiani. Un popolo indefinibile. Italici? Italicazzoni! Andate a vedere le coste erose e cementate, le valli sfruttate e ferite dalle autostrade e dai capannoni. Politica di consumo del suolo. Traduzione: alluvioni, frane. Gli affaristi del cemento se la spassano al mare delle isole caraibiche. Nel fango affondi tu. Quale dio hanno pregato?

(nella foto, cibo ‘spazzatura’ da non acquistare, nè recuperare… cercate di meglio: frutta, verdura… ancora fresca!)

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