Io sto col cinque stelle? (per leggere i commenti su Stampa Libera clicca qui)

bassano m5s

Sabato a Bassano del Grappa sono stato al “Parlamento in piazza“: carrellata di parlamentari del M5S della zona pedemontana che, a turno, hanno raccontato quello che stanno facendo in parlamento e nelle varie commissioni di cui fanno parte. 10 minuti ciascuno. L’esigenza, molto sentita, deriva dal totale oscurantismo e tentativo di ridicolizzare tutte le attività che il M5S sta portando avanti da quando è in parlamento. Questi parlamentari, alcuni bravi a parlare, altri chiaramente imbarazzati e meno avvezzi a parlare in pubblico, mi hanno tutti però lasciato una buona impressione. Di fatto l’impressione è quella del ragazzo/ragazza della porta accanto che, senza troppo aspettarselo, senza troppo calcolo, si è trovato catapultato in una realtà più grande di lui/lei, lanciati nella tana dei leoni, o meglio dei marpioni, ovverossia politici di professione da decenni abituati ad intrallazzare, combinare, fare e disfare; e questi parveù, questi nuovi arrivati che scombinano le regole, rinunciano ai soldi dei rimborsi, costringono PD e PDL a gettare la maschera e far vedere che sono sempre stati d’accordo su tutto.

Ebbene sì, lo devo dire, questi ragazzi e ragazze della porta accanto mi sono proprio piaciuti. Non hanno paura, non si sono tirati indietro, non hanno timori reverenziali, sanno che sono forti di un mandato di 9 milioni di elettori, di oltre il 25% dei votanti, e si stanno dando un gran daffare per capovolgere il tavolo e riscrivere le regole. Prima che questa Italia ce la scippino del tutto.

Non sono un ingenuo! C’è chi dice che

  • …Casaleggio piloti il movimento. Può darsi.
  • …che il M5S sia stato creato dai soliti poteri forti che, come sempre, non tollerano di avere avversari non controllati e non infiltrati da loro emissari. Può darsi.
  • …che nel programma politico non è stato esplicitato il ritorno ad una moneta nazionale od una uscita dall’Europa. Certo.
  • … che l’organizzazione sia ancora confusionaria e carente di strutture atte a promuovere e portare avanti le proposte più votate, le esigenze più sentite. Ci sta.

Ma nel panorama politico italiano, se si cerca di cambiare qualcosa, oggi, questa è per me l’unica scelta, oggi. Sempre che si voglia restare nella legalità. Come ha detto un deputato, al termine del suo discorso: “Se pensavate che fosse facile, e vi pare che non sia ancora successo quello che vi aspettavate, e siete delusi, vi dico: non si cambia tutto dall’oggi al domani. Ma noi la strada la stiamo tracciando, e non ci tiriamo indietro, anche se è difficile, e per questa strada vogliamo continuare ad impegnarci. Anche perchè, se escludiamo altre scelte che io non condivido, questa è l’unica strada che abbiamo” Bravo: sottoscrivo.

Insomma, come avevo detto in questa nota, io non ho votato per beppe Grillo. Ho votato per queste persone, persone normali, come me, come voi, che hanno deciso di smettere di stare a bordo campo, si son messi i pantaloncini e sono scesi in campo. Per questi io faccio il tifo.

————–o0o————–

Chi ricorda Quinto Potere di Sidney Lumet del 1976?

-o0o-

Conferenza stampa di Beppe Grillo l’indomani l’elezione di Napolitano

-o0o-

Esce “Tsunami tour”, primo e unico film sul fenomeno Beppe Grillo

Diretto e prodotto da Francesco Raganato, sbarcherà anche sulla nuova tv di Feltrinelli, sul digitale terrestre e a maggio in Dvd

di Clauda Terracina

ROMA – Francesco Raganato ha poco più di trent’anni, ha diretto, prodotto e distribuito in proprio il primo e finora unico film sul fenomeno Beppe Grillo, Tsunami tour, proiettato in alcune sale d’Italia, solo nella giornata di ieri.
Dopo di che, sbarcherà sulla nuova tv di Feltrinelli, sul digitale terrestre, e a maggio uscirà in dvd. Un’ora e mezza per raccontare come il leader dei 5Stelle è riuscito a conquistare gli italiani. Raganato ha filmato tutte le fasi della campagna elettorale, seguendo il camper del comico genovese fin dalla prima uscita a Pistoia. E, alla fine, Grillo, impietosito, o incuriosito dalla sua costanza, gli ha concesso forse l’unica intervista rilasciata davanti a una telecamera italiana.

Grillo parla sdraiato sul letto del camper e racconta, a modo suo, la sua strategia: «Piazze e rete, tutto qui. La rete va connessa ai marciapiedi, alle piazze delle città dei paesi. Io sono un facilitatore, dico le stesse cose da vent’anni. Solo adesso i politici se ne stanno accorgendo, ma è tardi. Gli italiani sono incavolatissimi e io mi limito a dare voce alla loro rabbia e al loro malessere». E che rabbia e che malessere covano tra le migliaia che, sempre più disperati, seguono il comico con un’adesione che, a pochi giorni dalle elezioni politiche, diventa totale. «Sono disoccupato, Beppe, aiutami», grida uno. E lui arriva fino alle transenne, parla con lui, gli assicura che «tutto cambierà». A fine campagna, Beppe è diventato un faro, un santone, l’unico «che può fare piazza pulita di tutti questi che ci hanno ridotto così». La rabbia è uguale dappertutto. Dalla Sicilia, alla Sardegna dei disoccupati, all’Ilva di Taranto, fino al ricco Nord Est. Anzi, a Treviso, le urla si moltiplicano. Ma anche le risate, il bisogno di affetto. E lui sta al gioco. «Ho voglia di abbracciarvi tutti e di guardarvi negli occhi- si accalora- perché ormai i vostri occhi hanno una luce nuova».

E proprio a Treviso, durante una riunione con gli imprenditori, inferociti più che mai, appare l’inafferrabile Casaleggio, completo grigio, capello appena lavato, aria affabile. Solo due volte Raganato riesce a immortalarlo nel suo film. A Siena, durante l’assemblea degli azionisti del Monte Paschi e a Treviso. E quando entra in scena il guru, Grillo pare subirne il carisma. Ma lui dà poca confidenza. Appare e, in un attimo scompare, si volatilizza. «Dove è Casaleggio?», chiede il comico, dopo il confronto con gli industriali trevigiani. «E’ giàandato via», lo informano i suoi. E lui, smarrito: «Ma non ci siamo neanche salutati..».

Il camper attraversa tutta l’Italia. E, piazza dopo piazza, di fronte alle folle che aumentano, che lo riempiono di regali, salumi, radicchio, dolci, biscotti, vino, e lo invocano, Grillo appare commosso, ma anche stupefatto. «Non sarà un po’ troppo?», si chiede nella debordante piazza San Giovanni. E’ un attimo, ma rivela che anche a lui tanto successo mette un po’ paura.

Mercoledì 10 Aprile 2013 – 21:05

——————-o0o——————-

Cosa dicevano e dicono gli studiosi del fenomeno Beppe Grillo

Michele Nobile: Il Movimento 5 Stelle

Venerdì 12 Aprile 2013 14:49 amministratore

Il Movimento 5 Stelle

Una rivolta nella postdemocrazia e le ossessioni della (ex) sinistra italiana

di Michele Nobile

Demonizzazione e captatio benevolentiae verso il M5S

È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.

Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.
È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.
Tuttavia il M5S rifiuta, certamente non senza tensioni, di giungere ad accordi con il Pd: accordi che in altre circostanze si sarebbero spregiativamente bollati come consociativi e che costituirebbero il definitivo colpo di grazia alla ventennale retorica circa l’alternanza bipartitica (colpo, in effetti, già sferrato dal consenso bipartitico al governo Monti). Tentando di coagulare il consenso di Pd e Pdl intorno ai presunti «saggi» il presidente Napolitano non ha fatto altro che giocare nuovamente la carta consociativa.
Ma la sinistra – intendendo Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e quel che resta del «popolo» che a questi partiti continua a far riferimento – come si comporta nei confronti dell’impasse cui è giunta la casta partitica, attualmente più screditata che al tempo di Tangentopoli?
Nell’articolo precedente auspicavo che dai risultati delle elezioni politiche si sapesse trarre la giusta lezione1. Evidentemente non è così. La sinistra post-Pci sembra anzi in preda a un crollo psichico, che si manifesta nell’isteria antigrillina e nella marchiatura a fuoco della figura di Beppe Grillo, considerato come un seduttore di masse istupidite, una sorta di Grande fratello totalitario in versione postmoderna, mentre i risultati elettorali del M5S vengono qualificati come «diversione» o addirittura come un esempio della «reazione che avanza». E siamo arrivati al vergognoso paradosso per cui questa sinistra formalmente antimontiana oggi si scaglia contro Grillo perché ha il coraggio di dire no a un inciucio tra Pdl e Pd, che di Monti è stato il più fedele sostenitore2; e questo dopo che Prc, Pdci e Verdi hanno condiviso responsabilità di governo con il centrosinistra, vale a dire con la coalizione che negli anni ‘90 fece la maggior parte del lavoro sporco di stampo neoliberistico. Stiamo parlando di un’area politica (i Forchettoni rossi) reduce da tre lustri di battimani, in adorazione di ogni minima svolta del guru e autentico demagogo Bertinotti, oppure di Diliberto, ministro nel governo D’Alema, quello che bombardò la Jugoslavia.
Non è difficile comprendere i motivi della reazione antigrillina di questi professionisti della politica e del forchettonismo di sinistra: dal loro punto di vista, il successo del M5S non ha dato vita soltanto a un enorme concorrente sul terreno elettorale (come si è potuto vedere), ma intacca anche il portafoglio economico dei rimborsi, delle sovvenzioni e dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali. In altri termini, l’insuccesso nel mercato politico minaccia alla fonte l’afflusso della linfa che è vitale per la riproduzione di questi apparati e degli apparatini ad essi collegati. La perdita dello status istituzionale e la minimizzazione del loro ruolo nel sistema politico compromettono la possibilità di apparire mediaticamente, di partecipare attivamente allo spettacolo parlamentare e televisivo.
Quanto alle correnti minori, gruppi, blog e social networks vari (considerati in genere erroneamente come il nocciolo duro del cosiddetto «popolo di sinistra»), lungi dal valorizzare il dato crescente dell’astensionismo e l’impasse in cui il M5S ha contribuito a mettere l’intera casta, si sono scatenati nell’opera di amplificazione di ogni sbavatura dei grillini, nell’estrema semplificazione del discorso del o intorno al M5S, nell’invettiva urlata (in questo paradossalmente simili allo stile di Beppe Grillo). Per questo «popolo di sinistra», che nel passato ha dimostrato ampiamente di essere altrettanto «populista» dei cosiddetti grillini – anche se in forma più antiquata – la seconda batosta elettorale consecutiva ha generato frustrazione, risentimento e invidia nei confronti dell’enorme successo elettorale (ma anche di mobilitazione nelle piazze) conseguito dal M5S. E questi stati d’animo rancorosi stanno impedendo una radicale autocritica che, finalmente, faccia i conti sino in fondo con vent’anni di subalternità strategica al centrosinistra e ai miti dell’elettoralismo – nonché con il sottostante retroterra ideologico, togliattiano e ingraiano, dei partiti post-Pci. In effetti, lo zelo digital-militante sarebbe meglio impiegato nell’autocritica e nella liquidazione dei Forchettoni rossi che non nella denigrazione di Grillo e del suo movimento.
Il risentimento e l’invidia non solo rendono più difficile interpretare il fenomeno M5S (sommandosi in questo a limiti e incapacità di analisi che noi di Utopia rossa stiamo denunciando da tempo), ma stanno dando vita a una volontà di rivalsa elettorale, di ricomposizione della «sinistra» in funzione del ritorno (degli zombies?) in Parlamento, riproponendo per l’ennesima volta il vaniloquio di un «vero e proprio processo costituente, democratico e partecipato».
Si direbbe che la sinistra post-Pci sia afflitta da una irresistibile coazione a ripetere secondo un modello di base e dall’incapacità di rielaborare le sconfitte che necessariamente conseguono. È come se, in fondo, fosse vittima di un trauma originario mai compreso sino in fondo: la mutazione del Pci da partito stalinista in partito organicamente capitalistico – e quindi torni sistematicamente a cercare l’affetto di questo padre padrone e «traditore». Con ciò non solo si vanifica la possibilità di comprendere e superare il passato, ma anche di autonomizzarsi, di divenire adulta e battere nuove vie, costruire il futuro. In tale abisso mentale, la sinistra post-Pci non riesce nemmeno a sentire il bisogno di incarnare e radicalizzare politicamente il sentimento antioligarchico che da tempo si sta esprimendo nella crescita dell’astensionismo e, più recentemente, nel boom del voto per il M5S – e ciò impedisce a priori di creare le condizioni per convertirlo in lotta sociale fuori e contro le istituzioni del capitale. È un’ossessione che ha profonde radici ideologiche, sostenuta dalla necessità di riprodursi di apparati di professionisti della politica; è una condanna al declino e alla degenerazione, ormai giunta a uno stadio irreversibile. Questa ossessione forchettonica continua invece a produrre danni: se ne uscirà fuori solo se e quando dalla società emergeranno energie nuove, capaci di assimilare le lezioni del passato e cercare forme nuove della lotta contro il sistema capitalistico.

Un sintomatico post di Paolo Ferrero…
Il 31 marzo, Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione ed ex ministro nel secondo governo Prodi) ha pubblicato questo post, titolato «Capolavoro di Grillo: il governo Monti resta in carica. Complimenti»:

«Crimi (5 Stelle): “Una scelta che ci piace. Il Presidente ci dà ragione, Parlamento subito al lavoro”. Grillo, con un consenso del 25% è riuscito in un vero e proprio capolavoro: tenere in piedi il governo Monti, uscito sconfitto dalle urne e che rappresenta il quadro politico peggiore che si possa immaginare. Ovviamente questo porterà con sé l’elezione di un uomo o una donna gradita ai poteri forti alla Presidenza della Repubblica. Mai tanti voti espressi per rovesciare le cose sono stati usati in modo così netto e determinato per rafforzare il sistema esistente. Come diceva Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Tutto cambia affinché nulla cambi”»3.

Quel che più mi colpisce in queste parole non è la dichiarazione di Crimi, peraltro presentata male, in contraddizione con altre e presto seccamente annullata da Grillo in persona. È il fatto che Ferrero non solo imputa al M5S quel di cui non ha alcuna responsabilità (la continuità del governo Monti) ma suggerisce implicitamente che esista la possibilità di un quadro politico migliore, cioè di un governo borghese e capitalistico (come si diceva un tempo) migliore. In cosa consisterebbe questo governo migliore? Ovvio: un governo Bersani!
Questa citazione ha senso proprio perché si tratta di Paolo Ferrero, l’ex ministro di Prodi, che condanna l’appoggio del Pd a Monti, considerandolo un errore e non qualcosa di perfettamente logico e in linea con tutta la storia del centrosinistra. Ferrero sembra dimenticare che il partito di cui è segretario per anni ha sostenuto il Pd in sede nazionale e locale; e che in tempi più recenti ha usato la pregiudiziale anti-Monti come un tempo Bertinotti (e tantissimi altri) usarono Berlusconi come alibi per ristabilire la collaborazione con il centrosinistra. Questo però gli ha preferito l’ala più apertamente governista di Rifondazione, quella di cui Vendola è il capo carismatico (altro guru, anche se in declino…); infine, è lo stesso segretario di partito che sarebbe stato disponibile a non fare l’opposizione in cambio di un accordo sul lavoro. Se ciò fosse accaduto, non ci vuole molta immaginazione per indovinarne gli inevitabili risultati – basterebbe ripensare alle precedenti esperienze governative con Bertinotti. Figurarsi le prospettive ora: a quali accordi potrà mai aspirare un partitino che può vantare un seguito elettorale pari all’1,6% dell’elettorato?
Nell’idea che i parlamentari del M5S debbano essere «costruttivi», ovvero che essi debbano ragionevolmente contribuire a un quadro politico migliore, si misura la portata dell’involuzione politica della sinistra italiana e la congenita vocazione governista dei suoi dirigenti. Sembra che questi non possano neanche immaginare di praticare un’opposizione dura e intransigente, che non ceda al ricatto della responsabilità e della governabilità, che sia disposta a rompere irreversibilmente con il centrosinistra assumendolo per quel che è: un progetto dell’imperialismo italiano, un nemico di classe al pari del centrodestra.

Gli effetti del professionismo politico e la sua interiorizzazione nel «popolo di sinistra»
Ho accennato a chi della politica ha fatto una professione, riferendomi quindi a coloro il cui reddito e il cui status sociale dipendono, da dieci, venti o trent’anni a questa parte, dai ruoli ricoperti in un partito (o in un sindacato) e nelle istituzioni; il livello del reddito e le motivazioni personali sono indifferenti nel definire il fatto obiettivo del professionismo politico. Gli effetti politici della politica come professione non si riducono al «vendersi» e al «tradire»: questi fenomeni sono presenti ma, ai fini del discorso, sono anche del tutto secondari. Molto più importante è la logica o la prospettiva fondamentale cui il professionismo gradualmente spinge e cui poi costringe in modo ferreo.
Una logica che, in poche parole, inverte nei fatti (a prescindere dai discorsi di cui si ammanta) il rapporto tra fine e mezzi, facendo della riproduzione e del successo istituzionale dell’apparato il criterio fondamentale dell’azione e dell’analisi politica. È tenendo conto del fatto sociologico del professionismo politico – e nell’àmbito della visione del mondo che ne consegue – che si spiegano l’assoluta centralità del momento elettorale, che è sempre inteso come lo sbocco naturale di tutta l’azione extraistituzionale, sindacale, sul territorio, nei movimenti ecc.; ed è sempre in forza di quanto detto prima che la discussione in seno alla sinistra verte su come riuscire a determinare le migliori condizioni possibili per giungere a un qualche tipo di collaborazione col partito di governo detto di centrosinistra, ovviamente contro la «destra», il neoliberismo, Berlusconi, Monti e via di seguito.
Va sottolineato che non solo i professionisti e le figure assimilabili di intellettuali e giornalisti, ma i militanti e i bravi elettori di sinistra (come furono definiti in uno dei primi libri di Utopia rossa) sembrano incapaci di immaginare e apprezzare la possibilità che il funzionamento «normale» del sistema politico possa essere inceppato e destabilizzato. Questa sinistra discute, si divide o si unisce in funzione delle elezioni e in base alle diverse opzioni sulla tattica da seguire per condizionare il centrosinistra: opzioni più o meno movimentistiche o partitistiche, più o meno accomodanti.
È per queste ragioni che invece di incitare il M5S a tener duro, così costringendo le due coalizioni politiche dell’imperialismo italiano a dimostrare quanto siano simili, invece d’incalzare il M5S nel merito e su eventuali compromessi con la partitocrazia, Ferrero, e con lui quel che resta dei bravi elettori di sinistra, pretende che il M5S contribuisca a un governo migliore, che dovrebbe scaturire dall’interno della casta partitico-statale peggiore della storia repubblicana. Proprio così agiscono i Gattopardi.

Una premessa
Occorre fare piazza pulita dei pregiudizi (e dell’interesse di parte del ceto politico e dell’intellettualità di sinistra) che impediscono di cogliere il significato del successo di Grillo e del M5S (e, non dimentichiamolo mai, della crescita dell’astensione), di valorizzarlo, d’intervenire nelle contraddizioni, di radicalizzare la protesta che si è manifestata nei risultati elettorali. La posta in gioco non è il M5S ma quel che esso esprime.
Inizio dunque a ragionare partendo dall’interpretazione dei risultati elettorali e del M5S quale risulta dai documenti di Rifondazione comunista e dagli articoli del collettivo Wu Ming, in quanto esemplari di una posizione diffusa nella sinistra «alternativa». Gli articoli di Wu Ming hanno avuto amplissima diffusione in rete, sono riportati nei siti di Rc: i testi di Rifondazione comunista ne riprendono alcuni argomenti. Wu Ming è stato intervistato anche da giornali esteri. È un’interpretazione che rivela molto più sugli autori che sul M5S.
Una precisazione su oggetto e limiti di questo intervento.
Intorno a Grillo e al M5S è ripresa rigogliosa la discussione intorno a quell’ambigua nozione che è il populismo, ora declinato in versione digitale. La prima precisazione è dunque che rimando ad altro articolo la discussione dell’esperienza del populismo storico e del modo in cui il termine è ora applicato nella politologia e nella polemica politica. Qui dirò solo che i problemi da sempre associati con questa categoria sono ora moltiplicati a dismisura4; che è del tutto fuorviante identificare il concetto di populismo con la destra; e che, in definitiva, un concetto di matrice ottocentesca è di limitata o nessuna utilità nel contesto della società dello spettacolo, della postdemocrazia e dell’atmosfera culturale postmoderna. In realtà il termine populismo funge da coperta alla difficoltà di comprendere fenomeni che sfuggono alle coordinate usuali della politologia. Ma, specialmente, manifesta il pregiudizio, liberale e veterosinistrorso (comune sia alla socialdemocrazia che ai «leninisti»), contro qualcosa che sfugge all’organizzazione partitica e all’inquadramento ideologico e che, sia pur molto confusamente, contraddittoriamente e con una grossa dose di feticismo tecnologico, rilancia l’idea della democrazia diretta contro gli apparati partitici del potere politico.
L’oggetto di questo articolo è l’interpretazione corrente a sinistra del M5S e del significato dei risultati di queste elezioni. Tuttavia, le questioni cruciali non sono la valutazione di Grillo e del M5S, ma la caratterizzazione dell’involuzione dei sistemi politici contemporanei, la prospettiva circa i rapporti tra lotta sociale e rappresentanza istituzionale, la decisione se il centrosinistra è oppure no un nemico di classe, in quanto formazione politica dell’imperialismo italiano al pari del centrodestra, la coerenza etico-politica.

Rifondazione comunista e la sua valutazione cinque volte ipocrita dei risultati elettorali
Per quel che dice e per quel che omette, il Documento approvato dal Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista (Rc) del 9 e 10 marzo 2013 è un compendio delle ragioni del fallimento della sinistra post-Pci e dell’incomprensione del successo del M5S.
La valutazione complessiva dei risultati elettorali è quella di «una rivolta dell’elettorato che si è espressa però non sul terreno della lotta di classe ma su quello della contrapposizione dei cittadini contro la casta»: la funzione di Grillo e del M5S sarebbe stata dunque «diversiva».
Il crollo della sinistra post-Pci, tanto più grave perché in cartello con l’Italia dei valori, è coperto dalla foglia di fico della banalità per cui «va riconosciuto il fallimento del tentativo Rivoluzione Civile che non è riuscita a diventare il punto di riferimento per la domanda di cambiamento e la protesta di milioni di elettori».
In quel però si racchiude il nocciolo del congenito opportunismo di questo quadro dirigente, tanto più ipocrita perché cerca di nascondersi con l’uso di una fraseologia apparentemente classista, la cui unica funzione è suscitare una reazione d’identificazione ideologica nei militanti e di alleggerire le proprie responsabilità. È un però cinque volte ipocrita, per cinque buone ragioni.
Innanzitutto perché le elezioni non sono la lotta di classe: al meglio ne costituiscono un riflesso distorto e parziale ma, per lo più, sono un modo mediante il quale la lotta di classe è neutralizzata, appunto perché effettivamente deviata sul terreno della delega istituzionale e scissa dalla lotta diretta contro il capitale. Se si vuole usare coerentemente un linguaggio classista è questo il concetto da cui si dovrebbe partire; ne conseguirebbe, allora, che la decisione se presentarsi o meno alle elezioni non è affatto ovvia, ma deve essere attentamente valutata, e che si determini in funzione dell’utilità congiunturale per la lotta di classe e della natura del regime politico.
Invece, come in una sorta di lapsus freudiano qui traspare l’inconscio politico della direzione di Rifondazione: che la lotta di classe debba esprimersi come voto per il partito e in una folta rappresentanza di eletti, magari con qualche rappresentante della «società civile». Un inconscio che è poi quello del buon elettore di sinistra.
Discorso analogo si può fare per la valutazione dei risultati elettorali fatta dal Partito comunista dei lavoratori che ha definito il risultato elettorale «sconfitta del movimento operaio». Ma di quale movimento si parla? Dove starebbero oggi questi partiti operai in versione elettorale e soprattutto dove starebbero lottando?  Quale partito rappresentava il movimento operaio? Ovviamente il Pcl stesso che andava dicendo in campagna elettorale di essere l’unico partito operaio che si presentava alle elezioni. Allora sì, il suo miserrimo risultato elettorale (il gruppo ha più che dimezzati i voti precedenti, prendendone poco più di ottantamila) può essere considerato una sconfitta del movimento operaio. Ma non si negherà che tale criterio è piuttosto presuntuoso e schiettamente elettoralistico, a voler restare nel campo della politica senza sconfinare in altri campi di analisi…
Fatto è che, stando alla ricerca sintetizzata da Ilvo Diamanti su La Repubblica, il 40% degli operai italiani che non si sono astenuti, ha votato per il M5S, che sotto questo profilo stacca di 16 punti di percentuale il Pdl, di 18 il Pd e di 36 Rivoluzione civile5. Gli operai, dunque, si sarebbero gettati nelle braccia del «populismo reazionario» di Grillo? Bene, provassero per lo meno a chiedersi perché.

Parentesi sul referendismo
Corollario, a futura memoria: le campagne referendarie lanciate dalla sinistra più o meno radicale su normative relative ai diritti socioeconomici sono anch’esse il frutto di una visione profondamente elettoralistica della lotta di classe (ovvero, di una non-visione della stessa). Sia perché, a prescindere dalla bontà del quesito referendario, sono concepite come anticipazione propagandistica delle campagne elettorali; sia perché l’esperienza storica insegna che lo strumento del referendum può essere utile quando riguarda i diritti civili o l’ambiente (il nucleare, l’acqua), in generale tematiche trasversali alle classi sociali; lo stesso strumento ha invece un’altissima probabilità di risolversi in un fiasco quando riguarda i diritti socioeconomici (si ricordino il referendum del 1985 sul taglio della scala mobile promosso dal Pci e il referendum del 2003 sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, referendum fin dall’inizio «a perdere» – come lo definimmo in un celebre libro di Utopia rossa6. A chi prende sul serio la lotta di classe è chiaro il motivo di questi fallimenti: quello elettorale è il terreno in assoluto meno favorevole alla conquista di un obiettivo specifico dei salariati, per quanto sulla carta essi possano essere la maggioranza della popolazione. Una maggioranza astratta, se si prescinde dai tanti meccanismi strutturali e dai tanti motivi ideologici mediante i quali la società capitalistica frantuma l’unità teorica della classe; unità che può costruirsi, con estrema difficoltà, solo in un processo di mobilitazione e lotta di massa, non nell’istante della votazione anonima e individualizzata, soggetta a tutte le enormi pressioni che il sistema può esercitare sui singoli.
Il tardivo scimmiottamento della strategia referendaria del Partito radicale è la forma perfetta del cretinismo elettorale di sinistra. Spesso e volentieri praticato sulla pelle degli operai, quelli che poi pagano i prezzi delle sconfitte referendarie volute dagli apparati e dai loro fiancheggiatori.

Altre valutazioni ipocrite dei risultati elettorali
In secondo luogo, quel «però» è del tutto ipocrita perché i partiti della sinistra post-Pci (Rc, Pdci, Verdi) hanno passato vent’anni a corteggiare il centrosinistra a tutti i livelli, diversificandosi per le tattiche, oscillanti tra il movimentismo strumentale e la pronta disponibilità a far comunque parte di un qualsiasi governo, nazionale o regionale. Da sempre, nel cuore delle direzioni politiche di Rifondazione comunista si annidano: 1) una corrente che con il centrosinistra vuol collaborare facendosi forte di una presunta rappresentanza dei movimenti, il cui capo e maestro fu a lungo Bertinotti, ma le cui prospettive elettoralistiche sono ormai a zero; 2) una corrente disposta a utilizzare la propria posizione nelle istituzioni per collaborare con il centrosinistra, anche a costo della scissione: fu prima la volta degli ingraiani doc come Magri e della maggior parte dei parlamentari (che fecero la scissione per poter appoggiare il governo Dini, confluendo poi nel progenitore del Pd); poi quella dello staliniano non-pentito Cossutta e del suo erede Diliberto; poi di Bertinotti insieme al governatore Vendola, in attesa di vedere chi saranno i prossimi. E non è che le scissioni «purifichino» il partito: il meccanismo si ripete puntualmente. Continuerà ad essere così, almeno fino all’estinzione di Rc o al suo scioglimento in qualcosa d’altro.
Una delle ragioni per cui si può sostenere che l’attuale regime politico sia postdemocratico è appunto il fatto che nel Parlamento la lotta dei salariati non appare neanche come riflesso parziale e distorto: quel che si produce realmente è l’attacco istituzionale ai diritti sociali – per restare alla sola politica interna. Ciò a causa della mutazione del Pci e della volontaria cooptazione dei partiti post-Pci nel sistema politico.
In terzo luogo, sul terreno delle elezioni, cos’altro deve auspicarsi una forza politica che si pretende «comunista» se non la «contrapposizione dei cittadini contro la casta»? Forse i comunisti dovrebbero invece auspicare un voto a favore della casta bipartitica? Magari a favore della sua frazione più a «sinistra», quella di Bersani?
Per chiarezza: la casta politica una e bina dei partiti di governo è organica ad uno Stato che è irrimediabilmente capitalistico e imperialistico. Questo concetto non può affatto appartenere alla cultura politica del M5S; ma sicuramente esso non appartiene neanche alla pratica della sinistra italiana e, direi, neanche alla sua teoria, ammesso ne abbia una, sempre pronta a ricorrere all’espediente retorico della «sovranità popolare» e della Costituzione.
Dunque, per la corretta valutazione del risultato delle elezioni da un punto di vista anticapitalistico e anti-istituzionale, quel che importa sono il grado e la dimensione che assume la contrarietà espressa dagli elettori nei confronti della casta dirigente partitico-statale: è in questo che si esprime, sempre come un debole eco, la tensione extraelettorale tra classe dominante e classe dominata, la lotta tra le classi. Che piaccia o no, il significato obiettivo sia della crescita dell’astensione sia del successo del M5S è appunto quello di esprimere la contrarietà alla casta partitico-statale. Questo significato può essere apprezzato, con ciò valutandone anche i limiti, solo nel suo contesto macrosociale, non cercando con la lente d’ingrandimento le pulci dei deputati M5S o mettendo sotto il microscopio il linguaggio di Beppe Grillo. Si può e si deve fare, come con tutto il personale politico (con il proprio innanzitutto!), ma non in alternativa o predeterminando i risultati dell’operazione fondamentale, il cui oggetto è il rapporto tra le classi come è filtrato (e distorto) attraverso le elezioni.
Innanzitutto è doveroso riconoscere che i cittadini hanno ampiamente scavalcato a sinistra tutti i partiti e i partitini che hanno fatto campagna elettorale: o perché hanno rifiutato a priori, con l’astensione, di legittimare il regime postdemocratico attraverso il rito del voto; oppure perché, con il semplice buon senso (un tempo si sarebbe detto con l’istinto di classe), hanno individuato nel M5S l’arma con cui potevano ferire la casta politica, sputarle in faccia, svergognare anche il partito di Bersani e Renzi, rivendicare un margine d’autonomia critica. Se questo fa paura, figurarsi allora quanta paura farà un vero processo di radicalizzazione extraparlamentare o antiparlamentare di massa, con le sue espressioni confuse e contraddittorie, le sfasature, le molteplici correnti ideologiche… L’idea del popolo monoliticamente unito sotto la rossa bandiera e l’illuminata guida del Capo è ormai, per fortuna, solo mitologia; perché nella misura in cui è apparsa reale attraverso l’esercizio del potere si è rivelata un orrore.
Che nel caso italiano la tensione sociale tra classe dominante e classe dominata non si sia espressa come consenso elettorale per la lista Ingroia ma per il M5S, non può spiegarsi con la constatazione che la lista Ingroia «è rimasta schiacciata tra le spinte al voto utile e quelle al voto di protesta» (comunicato della segreteria nazionale di Rc del 27 febbraio). Questa è argomentazione tautologica, cioè vuota, ovvero un esempio della popolare scoperta dell’acqua calda. Ovvio che, date determinate circostanze, un presunto vuoto politico venga in qualche modo colmato da qualcosa. Berlusconi ci riuscì benissimo all’alba della Seconda repubblica, Grillo ci è riuscito al tramonto della stessa. Ciò che i militanti in buona fede dovrebbero chiedersi è allora: come mai anche loro, la sinistra presuntamente alternativa o radicale, la presunta vera sinistra, sono stati travolti dalla crisi di rappresentatività e di legittimazione del sistema dei partiti?
La questione non può neanche ridursi al ritardo della proposta di «Cambiare si può» e alla obbligata rapidità della formazione del cartello intorno a Ingroia (come da comunicato Cpn di Rc), o alla mancanza di carisma e alla fragilità politica del candidato Ingroia; e neanche allo spudorato opportunismo dell’alleanza con Antonio Di Pietro.
(Osservo, di passata, che Di Pietro è stato qualificato, con alcuni ottimi titoli, tra i potenziali leader populisti italiani e, in aggiunta, che la sua percezione, almeno in parte della sinistra, fu di un populista «manettaro» (poliziesco), se non al servizio di qualche complotto destabilizzante della prima Repubblica. Lo ricordo solo per ritorcere il facile uso dell’etichetta populista, per evidenziare l’incoerenza, l’opportunismo e la smemoratezza della sinistra, e per porre un altra questione: come mai lo spazio aperto dalla crisi di rappresentatività dei partiti maggiori non è stato occupato dal cosiddetto populista Di Pietro?)
Come mai la lista Ingroia è riuscita a perdere il 70% della somma dei voti espressi nel 2008 per la Sinistra arcobaleno e per Italia dei valori o circa l’85% dei voti cumulati di Rc, Pdci, Verdi e Idv nelle politiche del 2006? Il quadro non migliora granché se nel calcolo si considerano anche i voti ottenuti da Sel, organicamente alleata del Pd. Diciamo che da un’apocalissi di livello estintivo si passa a una catastrofe, che ci si augura possa essere definitiva per le mire elettoralistiche di questa parte della ex sinistra.
Tutti gli ultimi fattori indicati hanno concorso all’insuccesso e nessuno di essi è casuale, bensì il frutto marcio di una lunga storia. Il tempo, ad esempio, conta poco: Rc e partiti associati hanno deciso l’affossamento di «Cambiare si può» e l’accaparramento delle posizioni migliori nelle liste a favore dei professionisti di lungo corso della politica. Ed è anche un fatto che questa è la seconda clamorosa bocciatura elettorale, che continua un corso iniziato prima dell’entrata in gioco del M5S. Ciò di cui occorre rendere conto, inoltre, non è solo lo spostamento di voti verso il M5S, ma anche – lo ripeto – la forte crescita dell’astensione nelle ultime due elezioni politiche.
Per non essere banali occorre spiegare le ragioni di lungo periodo per cui il malcontento sociale e il disgusto politico nella congiuntura attuale non siano stati capitalizzati dai partiti post-Pci.
Tuttavia, è autoassolutorio assumere «che la nostra sconfitta è l’ultimo capitolo di una sconfitta più grande e storica che è quella del movimento operaio e di processi di atomizzazione sociale di lungo periodo» (comunicato Cpn di Rc).
È la quarta affermazione ipocrita perché la sinistra post-Pci non è caduta combattendo contro il centrosinistra e la casta partitico-statale, non ha un suo campo dell’onore, ma è stata invece esclusa contro la propria volontà dal campo del centrosinistra nelle elezioni politiche (ma non nelle regionali lombarde). È tesi fuorviante perché, se si guarda al tanto decantato esempio di Syriza in Grecia, si può ben constatare che in una situazione di crisi è pur possibile che un partito balzi dal 3,6% al 16,6% del consenso sul totale degli elettori (le percentuali sul totale dei votanti sono diverse ma mistificanti, considerando l’alto tasso di astensione dal voto, in Grecia come in Italia)7. Ma i forchettoni rossi e verdi italiani, che per il tempo di un sospiro si vollero far forti della suggestione di «fare Syriza» in Italia, non sono affatto Syriza, che volente o nolente, si è contrapposta non solo alla destra di Nuova democrazia ma anche al Pasok, e che nei confronti della violenza degli scontri intorno al Parlamento greco ha tenuto un atteggiamento inconcepibile per i forchettoni rossi italiani, che di sicuro parlerebbero di provocazione voluta o consentita dalla polizia. Non a caso hanno avuto come capilista ben 3 magistrati…
L’idea che i forchettoni rossi potessero «fare Syriza» in Italia era ridicola fin dall’inizio e, con un personale politico incapace di comprendere il significato di queste elezioni, resta tale. Chi è riuscito a «fare Syriza» in Italia è stato, invece, il M5S, non il «populista» Di Pietro o Rivoluzione civile (anch’essa definibile «populista» nel senso generico in cui possono esserlo tutte le formazioni politiche non anticapitalistiche). Perché?
Per il semplice motivo che il personale politico dei partiti post-Pci ormai è percepito dai cittadini per quel che è: una componente subordinata del sistema dei partiti, una frazione della casta politica, un insieme di mini-apparati diretti da professionisti della politica. Si tratta di una percezione che si può obiettivamente sostanziare con i dati sul finanziamento dei partiti: con l’eccezione del 1991, anno in cui la quota fu «solo» il 66,5%, tra il 1992 e il 2004 la somma delle sovvenzioni statali e dei contributi dei parlamentari sulle entrate totali di Rifondazione fu mediamente il 93% e di oltre il 98% la corrispondente media del Pdci per gli anni tra il 2001 e il 2005; e questi partiti hanno sempre condiviso le decisioni volte a garantire il finanziamento che ha completato la trasformazione dei partiti in organi parastatali. I veri costi della politica non sono essenzialmente economici, ma squisitamente politici: e questo è vero specialmente per la sinistra, che pure pretende di cambiare il mondo.
Quinto, è pure ipocrita e autoassolutorio imputare i risultati elettorali al «mancato sviluppo del conflitto sociale». Con questo si potrebbe spiegare la stasi del consenso per la sinistra post-Pci, ma non il suo netto arretramento né il consenso raccolto dal M5S in alcune situazioni di lotta (come in Val di Susa) o in quartieri la cui composizione sociale dovrebbe favorire la sinistra, ragionando un po’ meccanicamente.

Il M5S come fattore «diversivo» e «criptofascismo», secondo il collettivo Wu Ming
Il ruolo diversivo del M5S, che nel comunicato di Rc suona come insinuazione, è invece tesi forte degli articoli del collettivo Wu Ming. Nell’intervista di Wu Ming per il Manifesto del primo marzo si legge: «quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’ “indignazione”, tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane». Il concetto è ripreso nell’articolo dell’8 marzo per New Statesman: «“the Caste vs. the Honest People” proved to be the perfect diversionary narrative» e «5SM acts as a diversionary movement and prevents social conflict from erupting»8.
Sempre nell’intervista per il Manifesto, Wu Ming sostiene che «la nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio» e che, «in seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica “cattura” delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più “fotogeniche”» (corsivo mio). Infine, la ragione della crisi che «una decina d’anni fa» ha colpito i movimenti è da attribuirsi al fatto che, secondo Wu Ming, «non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune».
Ora, che il «grillismo» come movimento politico inizi dopo la crisi dei movimenti altermondialisti è un fatto, ma Wu Ming si guarda bene dal periodizzare in modo più preciso e logico, così da stabilire un rapporto di causa ed effetto tra ciò che è accaduto «dopo» e quel che accadde «prima».

Se la crisi dei movimenti altermondialisti precede il 2006, allora essa non impedì la trionfale entrata nel parlamento italiano di 110 «onorevoli» di Rc, Comunisti italiani e Verdi, di cui 68 di Rc, determinanti per la formazione del governo Prodi e consapevoli pontieri tra Piazza e Palazzo, tra governo e movimenti di cui appunto si atteggiavano a rappresentanti
. Come è noto, fatto qualificante dell’azione dei forchettoni rossi in Parlamento fu l’impegno ad approvare e a far approvare, anche a chi si faceva scrupoli di coscienza, il rinnovo della missione italiana in Afghanistan e tutte le altre sedicenti «missioni di pace»: funzione di ponte tra Piazza e Palazzo effettuata il 19 luglio 2006.

E se invece la crisi dei movimenti altermondialisti fu successiva al 2006, allora è difficile sottrarsi all’idea che essa abbia qualcosa a che fare con la partecipazione ministeriale della sinistra post-Pci nel secondo governo Prodi
: idea che sarebbe confermata dalla batosta elettorale del 2008. E allora, chi ha svolto una funzione «diversiva» per i movimenti: Grillo oppure Bertinotti, Ferrero, Diliberto & co.? Il M5S oppure i partiti, in primo luogo Rc?
E poi, quale straordinario potere viene attribuito a Grillo! Come se dei movimenti sociali – non uno, ma più movimenti! – possano essere suscitati o affossati da un individuo, per quanto influente. Mi riesce difficile immaginare un’asserzione più antimarxiana di questa e più mimetica dei movimenti effimeri della società dello spettacolo.
Insomma, se è difficile capire esattamente in qual modo Grillo possa essere causa o «concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia», è invece facile intendere, limitandomi qui a considerare solo il livello del governo centrale e delle alleanze e collaborazioni parlamentari, quanto l’orientamento della sinistra post-Pci abbia contribuito ad affossare se stessa, non senza aver prima prodotto grandi guasti nelle prospettive dei movimenti, reali e potenziali, e nel cosiddetto popolo di sinistra. Ciò a causa delle illusioni nel centrosinistra e nei suoi governi che i partiti post-Pci hanno contribuito a suscitare e della conseguente disillusione, che giustamente si è tradotta nel tracollo elettorale. Non insisto su questo, rimandando ad altre analisi9; osservo però che sono stati proprio i partiti post-Pci a nutrire a sinistra la logica del meno peggio che Wu Ming attribuisce al solo centrosinistra. Sicché, parafrasando il titolo dell’intervista per il Manifesto e un espediente comunicativo da Wu Ming attribuito al solo M5S, si potrebbe dire che «Rifondazione crebbe sulle macerie dei movimenti, presentandosi come “non c’è alternativa”». Altro che assenza di lavoro riorganizzativo: la questione è tutta politica.
Inoltre, è contraddittorio e ipocrita imputare a Grillo e al M5S una funzione diversiva nei confronti dei movimenti e sostenere o insinuare, nello stesso tempo, la natura reazionaria o addirittura criptofascista del M5S:

«Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “né destra, né sinistra” serve a questo, ecco perché diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto. Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra»10.

Se presa sul serio, questa diffamazione del M5S in quanto «criptofascista» significa che buona parte di coloro che hanno lottato nei movimenti (ad esempio tanti no Tav) o sono dei perfetti cretini o hanno una coscienza politica di livello infinitesimale o nulla. Al punto che viene spontaneo chiedersi se per caso anche quei movimenti non fossero criptofascisti o, magari, solo un po’ troppo populisti, visto il frequente accostamento dei due termini nella vulgata corrente.
Il punto più grave e politicamente diseducativo è però un altro. Il fascismo e il nazismo si affermarono dopo le sconfitte sul campo del movimento operaio o, meglio, dopo che la lotta tra le classi aveva raggiunto un punto di non ritorno: cioè quando il culmine della mobilitazione e della radicalizzazione di massa era stato già raggiunto sicché, svanita la finestra d’opportunità in cui era possibile estendere ed approfondire l’offensiva, il movimento non poteva che arretrare cercando di ridurre i danni (nel vivo della situazione critica questo non fu chiaro per tempo a tutti né intendo connotare meccanicisticamente la tesi); in ogni caso, i movimenti reazionari o fascistoidi non ebbero una funzione diversiva ma distruttiva dei movimenti sociali progressisti, distruttiva fino alla liquidazione fisica. Una vera funzione diversiva della lotta di classe è invece quella esercitata dai partiti e dai sindacati di sinistra: sono questi che hanno la capacità di deviare l’energia sociale sul piano elettorale, istituzionale, del compromesso sociale, della mediazione subalterna tra Piazza e Palazzo. Tipicamente, questo avviene attraverso il feticismo della rappresentanza parlamentare e dello Stato «democratico nato dalla Resistenza». Una specialità che in Italia è da vent’anni prerogativa anche della sinistra post-Pci.
Dunque, se il M5S ha avuto una qualche funzione diversiva è appunto dello stesso genere di quella per diversi lustri esercitata da Rifondazione comunista, Pdci e Verdi.
Purtroppo è vecchia consuetudine assegnare con grande facilità l’etichetta di fascista; anzi, con tanta più disinvoltura ed energia si lancia l’epiteto «fascista!» tanto più ci si sente mooolto di sinistra; discorso analogo può farsi per la facilità con cui si parla di colpo di Stato (Berlusconi e il golpe strisciante; Monti e il golpe delle banche; adesso forse sarà il turno di Napolitano? Temo d’aver perso il conto dei golpes italiani…). Questo modo di fare esprime la rabbia e/o un senso d’appartenenza ideologica, ma non un’analisi della situazione reale, per cui può adattarsi a prospettive politiche diverse. Tuttavia, non è solo questione di povertà di strumenti d’analisi e d’ignoranza del dibattito politico (dei tempi) e storiografico intorno al fascismo. La faciloneria con cui si evocano i paurosi spettri del fascismo e del criptofascismo, del regime, del golpe ecc., ha la sua ragion d’essere nella necessità di giustificare, in nome della lotta al peggio, la disponibilità alla collaborazione subalterna con i partiti presuntamente «progressisti» o che rappresentano il meno peggio. In questa sindrome ossessiva della ricerca dell’accordo si esprime la persistenza, neanche tanto nascosta, della matrice togliattiana (e quindi stalinista) della sinistra post-Pci. Potrebbe dirsi un complesso edipico male o poco superato, che richiede un «altro» cattivo che, sotto la minaccia di una simbolica castrazione, consenta la sottomissione al Padre, odiato ma, più di tutto, amato.
Dulcis in fundo, ma con amara ironia, ritengo che l’uso inopportuno e inflazionato del fascismo-epiteto abbia contribuito a consumare il valore dell’antifascismo storico nella coscienza comune, alla maniera del pastore della favola che si divertiva a gridare «al lupo, al lupo!»: e se questo è vero allora, paradossalmente, si tratta anche dello specifico contributo dell’antifascismo mooolto di sinistra all’indebolimento della dicotomia destra-sinistra, già di per sé aggiustabile a seconda delle convenienze.
È poi bizzarro come Wu Ming tratta l’elettorato del M5S, enfatizzando l’apporto dei voti in precedenza dati alla destra e all’estrema destra. Ma un partito che nel 2013 si presenta per la prima volta nelle politiche, e ottiene il consenso del 18% degli elettori (cioè degli aventi diritto al voto e non dei votanti), ovviamente non può che pescare voti da tutti gli altri partiti e da tutte le categorie sociali. Tuttavia, dall’analisi dei flussi elettorali di nove comuni svolta dall’Istituto Cattaneo, a cui Wu Ming allude ma che non specifica, risulta che, con le sole eccezioni di Padova e Reggio Calabria, è dal centrosinistra (compresi i partiti della ex Sinistra arcobaleno) che il M5S ha attinto la maggior parte dei suoi voti: da un minimo della metà, a Brescia, tra il 60% e il 65% negli altri centri. L’apporto di chi aveva votato per il centrodestra e la destra è estremamente variabile a seconda delle città, oscillando tra l’11% di Torino e il 58% di Reggio Calabria.
Per quanto i dati non siano confrontabili, può essere utile motivo di riflessione considerare la composizione sociale del voto per Syriza, secondo la tabella riportata da politologo greco Xristoforos Vernardakis. Ebbene, Syriza ottenne le percentuali più alte non solo tra i lavoratori salariati pubblici e privati (32%) e i disoccupati (32,7%), ma anche tra i managers privati (34%) e pubblici (34,9%), gli artigiani e i negozianti (32,6%): ovviamente, anche i voti  per Syriza non potevano non provenire dagli altri partiti; e questo mentre si asteneva il 37,5% del corpo elettorale11.
Sul piano politico la questione fondamentale non è però l’esatta provenienza del voto relativamente alle elezioni passate (per chi vede sfumare o ottenere la poltrona, al contrario, sarà tutta lì) e neanche il senso di appartenenza ideologica alla destra piuttosto che alla sinistra.
In un movimento che interessa milioni di persone saranno sempre presenti più livelli di coscienza politica, motivazioni diverse, differenze nell’appartenenza ideologica. Quel che conta, però, non è la fotografia del movimento in un istante dato ma la direzione (più o meno tendenziale) nella quale queste persone collettivamente si muovono e ciò che collettivamente esse fanno e sperimentano nel presente. Sono la dinamica complessiva del movimento e l’esperienza pratica nel presente che possono trasformare le coscienze, e pure l’appartenenza a una famiglia ideologica; è nella lotta che mette fianco a fianco soggetti con storie diverse che si può creare il senso di condividere un medesimo destino, d’essere fratelli e sorelle di fronte allo stesso nemico politico e di classe, superando precedenti differenze e divisioni. Tanto più duro il conflitto e radicale il movimento, tanto più veloce, ampio e profondo potrà essere l’impatto sulle coscienze individuali, spingendo verso la loro convergenza.
Tenendo conto che le elezioni e il voto non sono l’esperienza della lotta, quanto sopra vale metodologicamente anche per la decisione circa l’indicazione di voto o di non-voto e per la valutazione dei risultati elettorali. Quel che importa è la direzione che vogliamo dare al voto o al non-voto, e la direzione effettiva verso cui muovono le decisioni dei cittadini: un aggregato di decisioni individuali che può però esprimere correnti sociali profonde da far emergere, potenzialità diffuse che possono essere concentrate, divenire azione.
Se, ipotizziamo, in futuro Rc riuscisse a ottenere il 20% del voto espresso per la Lega nord in questa scadenza elettorale (circa 280 mila voti), si direbbe che è diventata per quasi un quarto leghista? Si direbbe che Rc si è spostata verso la xenofobia? Oppure si direbbe che ha ottenuto un grande successo, capitalizzando parte del voto di protesta dei lavoratori e spostandone l’orientamento da destra verso sinistra? Dovremmo considerare tale spostamento di voti come un fatto progressivo oppure reazionario?
E quindi, ritornando al caso concreto del voto per il M5S, costituisce qualcosa di progressivo o di regressivo il fatto che si spostino voti, molti voti (circa 8,5 milioni!), verso un partito che attacca l’oligarchia governante di centrosinistra e di centrodestra? È progressivo o regressivo che questo avvenga in nome della democrazia diretta?  È fatto progressivo o reazionario che un’organizzazione politica che sostiene movimenti di lotta e obiettivi associati al riformismo di sinistra (e non alla destra) ottenga il consenso del 18% dei cittadini, superando l’ala destra della casta partitica e pareggiando con l’ala «sinistra»? È bene o no che per la prima volta dopo almeno un paio di decenni torni in Parlamento un’opposizione che a quanto ha dimostrato in questa fase di avvio sarà probabilmente degna d’esser detta tale dopo vari decenni di inesistenza di un’opposizione reale e radicale?

Conclusione
Il successo di Grillo e del M5S è inconcepibile fuori del regime postdemocratico (che, ripeto, è fatto internazionale e non solo italiano). Esso esprime la crisi di rappresentatività e di legittimazione di tutti i partiti (inclusi quelli dei Forchettoni rossi) che hanno avuto responsabilità di governo.
Oltre trent’anni fa Nicos Poulantzas aveva già individuato la tendenza alla totale integrazione dei partiti nello Stato e alla formazione di una sorta di partito unico; negli anni ‘90 questa tesi è stata confermata dalle ricerche che hanno portato al concetto di cartel party, detto così proprio per la tendenza a escludere, appunto formando un cartello col partito competitore, l’ingresso di nuovi attori nel sistema politico12. Nella discussione si è però chiarito che i caratteri più rilevanti di questo nuovo tipo di partito sono la convergenza programmatica tra «destra» e «sinistra», l’assoluto prevalere delle funzioni di governo su quelle di rappresentanza e la piena integrazione nello Stato, con la connessa dipendenza economica dal finanziamento pubblico. Tutti elementi che rientrano nel quadro delle trasformazioni involutive della statualità nei paesi a capitalismo avanzato (qualcosa quindi che comprende ma va oltre le politiche  cosiddette neoliberistiche o, come preferisco dire, neomercantilistiche) e che permettono di definire il passaggio da un regime liberaldemocratico a uno postdemocratico.
In diversi paesi il passaggio alla postdemocrazia è stato accompagnato dall’emergere di competitori che sfidavano i partiti tradizionalmente dominanti, collocandosi di fatto alla loro destra, però spesso dichiarandosi «né di destra né di sinistra»: la Lega lombarda (poi Lega nord), il Front national in Francia, il Partito della libertà (Fpö) di Jörg Haider in Austria, la Lista di Pim Fortuyn in Olanda, per fare alcuni esempi importanti in Europa occidentale. Il «né di destra né di sinistra» che, attenzione!, è motto che fu già dei Verdi (che con la «sinistra» di governo hanno frequentemente e diffusamente collaborato), è indicativo della convergenza delle politiche dei partiti tradizionali, appunto sia di «destra» che di «sinistra», della loro statalizzazione. L’appello al popolo e il particolare registro linguistico frequente nella retorica di questi competitori, basso o anche volgare, si comprende con l’intenzione di far leva sulla diffusa e crescente alienazione dei cittadini dalla politica istituzionale, dalle sue pratiche come dal suo stile. Questi partiti sono sovente indicati come populisti o neopopulisti: da qui la volgare identificazione tra populismo e destra ricorrente nella polemica politica (ma non nella letteratura scientifica).
Se si riesce a escludere il risentimento di parte e i pregiudizi liberali e partitistici, e se si adotta un metodo diverso da quello della costruzione di un tipo ideale, detto «populismo», assemblando elementi disparati e poi dividendolo in sottocategorie nel tentativo di mantenere l’unità di fenomeni qualitativamente diversi, la posizione del M5S risulterà molto diversa da quella dei partiti citati sopra.
Ciò che il M5S esprime e si propone è una «rivoluzione democratica»: in realtà si tratta di una rivolta contro la casta politica, che è bipartitica ma unitaria nel suo essere integrata nello Stato capitalistico e  convergente, nella prassi reale di governo, nell’esclusiva garanzia di interessi contrari a quelli dei lavoratori, dei giovani, delle donne, dei pensionati, insomma delle classi dominate. È questa casta che s‘incarna nel sistema dei partiti ad essere il vero sovrano politico, la «partitocrazia» del linguaggio quotidiano. È questa aspirazione da «rivoltoso» che spiega la durezza sarcastica del linguaggio di Beppe Grillo, che gli costa l’etichetta di populista: motivata dall’accusa, letteralmente antidemocratica, di voler restituire la sovranità al popolo, facendola finita con la partitocrazia, non con la democrazia parlamentare e i partiti in quanto tali. Come, tra l’altro, dovrebbe essere secondo la lettera della Costituzione repubblicana: che è, tuttavia, la Costituzione di uno Stato capitalistico che, per strutturale necessità, nega la socializzazione del potere politico perché, altrettanto necessariamente, nega la socializzazione del potere socioeconomico, garantendo la riproduzione del potere di classe e del capitalismo.
A differenza della Lega dei primi tempi, l’attacco antipartitocratico del M5S muove da una prospettiva democratica che sarà pure zeppa di illusioni e contraddizioni (anche per quel che riguarda i rapporti interni al movimento stesso), ma non si tratta d’illusioni peggiori di quelle del «bilancio partecipato» e di altre formule presuntamente partecipazionistiche che hanno furoreggiato nel cosiddetto popolo di sinistra» (salvo poi dimenticarsene all’apparizione di una nuova moda. Chi ricorda ancora il bilancio partecipato di Porto Alegre? Non certo i cittadini di Porto Alegre, che si sono liberati della giunta di allora appena hanno potuto).
Al di là della retorica, dei riti e dei simboli, delle chiacchiere dei dirigenti, della buona fede dei militanti, né Rifondazione comunista né il Pdci (un partito – non lo si dimentichi mai, nato per rendere possibile la formazione di un governo imperialistico e guerrafondaio!) né i Verdi (non parliamo dell’Idv!) possono definirsi anticapitalisti: sotto questo aspetto non si distinguono dal M5S. Per convincersene basta fare un rapido confronto tra il programma di Rivoluzione Civile e la Lettera agli italiani di Beppe Grillo; nel programma del M5S sono inclusi l’abolizione della legge Biagi e il sussidio di disoccupazione garantito (detto per chi ha diffuso voci infondate al riguardo). Rispetto a Rivoluzione Civile il grosso buco programmatico del M5S è nella politica internazionale (ma Grillo propone anche un referendum sull’euro, errore di cui non ha affatto l’esclusiva, come ho esaminato in altri miei precedenti lavori). Non si può però accusare Grillo di sciovinismo o militarismo; mi piace questo esempio:

«La guerra… Esportiamo la democrazia con una siringa. Come il botulino. Accettiamo parole senza significato: “guerra preventiva”, “pacificatori”… Ma stiamo scherzando? Ma quando dici che un mitragliere su un elicottero è un costruttore di pace, io divento pazzo. Perché non ho più parole per definire Emergency, Gino Strada, i Beati Costruttore di Pace, quelli veri. Io sono stufo di essere preso per il culo»13.

Il testo di Grillo è del 2005. Chi l’anno dopo votò per le «missioni di pace» e i «pacificatori» elitrasportati e mitraglia-muniti oggi dovrebbe avere la decenza di tacere – a partire da Rifondazione e l’intera sottocasta dei Forchettoni rossi. Anche perché, se non fosse più disponibile a votare le «missioni di pace», non potrebbe neanche più considerare il centrosinistra come propria sponda politica, illudendo il prossimo di poterlo condizionare da sinistra.
Insomma, sia la sinistra sia il M5S hanno come orizzonte dell’azione politica un capitalismo «dal volto umano». Senza affatto negare la possibilità di conquistare riforme parziali che migliorino le condizioni di vita e di lavoro, ritengo sia una prospettiva sbagliata ma, in questo momento, non discuto di riforme o di rivoluzione in generale, bensì della natura del M5S e del significato del suo successo elettorale.
E dunque, la differenza tra i partiti post-Pci e il M5S si riduce al fatto che la «rivoluzione democratica» del secondo, a differenza della «rivoluzione civile» propugnata dai forchettoni rossi, è veramente un attacco frontale alla casta politica del regime postdemocratico italiano, condotta da chi ha le carte in regola per farlo e che così è stato percepito da una parte importante dell’elettorato.
Allora, se si mettono da parte le stupidaggini sul M5S «reazionario», «diversionista» o «criptofascista» si potranno definire meglio le contraddizioni nelle quali inizia a dibattersi insieme a una prospettiva politica che possa renderle feconde.
La contraddizione fondamentale del M5S è di voler fare una rivoluzione democratica entrando nelle istituzioni di uno Stato che è ormai e irreversibilmente postdemocratico. E questa è complementare (successiva e forse, ma non necessariamente, conseguente) a quella per cui, con le sue straordinarie doti di comunicatore, Beppe Grillo è riuscito, a ribaltare temporaneamente a proprio favore il meccanismo spettacolare della società dello spettacolo che era stato armato contro di lui. Come nella citazione sui «costruttori di pace», la spettacolarità progressista del linguaggio di Grillo consiste nella decostruzione, attraverso l’ironia, il sarcasmo e l’ossimoro, del linguaggio della società dei consumi del capitalismo avanzato e della postdemocrazia, questo sì del tipo della neolingua di 1984 di Orwell. Certamente, Grillo è un giullare moderno, anzi criticamente postmodernista, non un «militante rivoluzionario» o un intellettuale militante con esperienza politica e ampia formazione teorica; e questo si vede anche dal livello medio del militante del M5S e dalle stupidaggini (amplificate) e dalle ingenuità di alcuni esponenti. Bene, e allora?
Non è insolito in un movimento politico giovane, per giunta dopo decenni culturalmente devastanti (e quante grandi stupidaggini e ingenuità si sentivano e si sentono dalla ex estrema sinistra!). La questione più importante dovrebbe essere: in cosa abbiamo sbagliato, noi «rivoluzionari» (dei forchettoni rossi si è già detto), per cui la più grande rivolta politica almeno dal 1968 si è espressa solo nelle elezioni ed è stata catalizzata da un movimento che si propone (soltanto?) una «rivoluzione democratica»?
L’altra contraddizione è relativa alla democrazia interna del M5S: originata dal modo in cui il M5S si è formato intorno alla figura e al blog di Grillo, essa può esplodere in conseguenza del successo elettorale. L’entrata nelle istituzioni tende a creare professionisti della politica e a istituzionalizzare in partito quel che pure vorrebbe essere un movimento. È a questo punto che la leadership di Grillo può svilupparsi in modo ambivalente: da una parte come argine alle pressioni «da destra», cioè all’accordo col Pd, all’integrazione nel sistema dei partiti, alla strutturazione in partito, con le sue gerarchie, formali e informali (che contano molto più dei momenti assembleari); dall’altra, si palesa come illusoria l’idea che la Rete possa di per sé assicurare la democrazia interna, piuttosto che essere solo un mezzo che può, ma non necessariamente, facilitare processi democratici.
Che anche gruppi e individui della sinistra detta erroneamente «rivoluzionaria», quella per capirsi che si richiama al marxismo e all’anarchia, cada nella trappola della demonizzazione del M5S ritengo sia indice della devastazione politico-culturale di questi decenni o della sclerosi dogmatica. Se si vuole criticare Grillo e il M5S, allora bisogna partire dal presupposto che, in regime postdemocratico, l’espansione della democrazia deve volgersi contro l’istituzione che funge da centro formale del potere della casta partitico-statale, il Parlamento, e che occorre rifiutare di partecipare al rito di legittimazione di questa casta attraverso la partecipazione alle elezioni politiche. Del resto è proprio su questo aspetto che il M5S entra in contraddizione ed è l’errore di continuare a presentarsi alle elezioni che in prospettiva può risultargli fatale.
L’alternativa può essere abbandonare il terreno delle istituzioni statali per contrapporre ad esse un Antiparlamento dei movimenti sociali, strumento di lotta e di sperimentazione di nuove forme di democrazia.
_____________________________________________________
Note

1) «I risultati elettorali confermano e accelerano il disfacimento del sistema parlamentare italiano», http://utopiarossa.blogspot.com.ar/2013/02/i-risultati-elettorali-confermano-e.html

2) Siamo addirittura al livello di minacciare manifestazioni contro il M5S, come pare si sia fatto a Genova per la «libertà dei parlamentari 5 stelle», leggo sul sito Globalist; che questo si faccia o meno, resta il dato di fatto dell’atteggiamento mentale nei confronti del M5S: che in massima parte preme da destra, cioè verso la collaborazione col Pd. Questa storia della possibile manifestazione contro il M5S mi fa venire in mente quella realissima dei metalmeccanici bresciani guidati da Maurizio Zipponi sotto la sede del Prc nell’ottobre 1997: anche questa spingeva a destra, avendo lo scopo di evitare la rottura di Rc con il governo Prodi. Zipponi fu poi Segretario generale della Fiom milanese nel 2002, nel 2006 membro della Segreteria nazionale di Rc e responsabile per l’area Lavoro, quindi parlamentare e sostenitore di Prodi. Attualmente Zipponi è Responsabile nazionale Dipartimento Lavoro e Welfare per… l’Italia dei valori, ovviamente è stato candidato di Rivoluzione civile. Lo cito solo per fare un ironico esempio della carriera dei professionisti della politica e del sindacalismo della sinistra italiana, nonché della solidità dell’«anima di classe» dei suoi dirigenti. Bisognerebbe ricordarseli tutti i forchettoni rossi del 2006-2008 e, tanto per iniziare, mandarli a casa.

3) Il post si può leggere sul sito di Rc: http://www2.rifondazione.it/primapagina/?p=2309

4) Si veda: «Dopo le sciocchezze sul populismo e il «regime» berlusconiano, ora quelle su Beppe Grillo e il movimento cinque stelle, di Michele Nobile, http://utopiarossa.blogspot.it/2013/03/dopo-le-schiocchezze-sul-populismo-e-il.html#more; introduce un testo pubblicato in Michele Nobile, Capitalismo e postdemocrazia. Economia e politica nella crisi sistemica, Massari editore, Bolsena 2012.

5) «Destra e sinistra perdono il proprio popolo. M5S come la vecchia dc: interclassista», di Ilvo Diamanti, La Repubblica, 11 marzo 2013; elaborazione su 4585 casi, http://www.demos.it/a00832.php

6) Referendum fallito per mancanza del quorum, seguito il giorno dopo, 17 giugno 2003, da una Direzione nazionale nella quale Bertinotti rilanciava «un confronto di peso con il centrosinistra» per «guadagnare un accordo politico programmatico di profilo». Confronto con la stessa forza che il referendum aveva boicottato! Il giorno dopo! Si veda «La sottocasta dei forchettoni rossi», di Roberto Massari, in I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale», Massari editore, Bolsena 2007, pp. 69-77.

7) Rimando a Grecia I – «Formazione e crisi del regime postdemocratico in Grecia» e Grecia II – «Analisi dei risultati delle elezioni del 17 giugno 2012», di Michele Nobile, articoli per il blog di Utopia Rossa.

8) Intervista a Wu Ming, a cura di Roberto Ciccarelli, «Grillo cresce sulle macerie dei movimenti», il Manifesto, 1° marzo 2013; l’articolo per New Statesman («Grillo leads yet another right-wing cult from Italy), interviste e documenti del collettivo si possono leggere sul sito http://www.wumingfoundation.com/giap/, oltre che su numerosi altri siti e blog. La mia dura valutazione di come Wu Ming «legge» Grillo e il M5S non coinvolge gli altri aspetti del loro lavoro.

9) Si veda I Forchettoni rossi. La sottocasta della «sinistra radicale», a cura di Roberto Massari, op. cit.

10) Intervista a Wu Ming per La Repubblica, «Un movimento di destra che usa slogan di sinistra ma la colpa è del Pd», http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/12/un-movimento-di-destra-che-usa-slogan.html?ref=search; anche sui siti del collettivo Wu Ming, di Rifondazione comunista e molti altri ma con il titolo «A forza di iniettarsi dosi di male “minore”…».

11) La ricerca dell’Istituto Cattaneo a cui mi riferisco è «I flussi elettorali in 9 città: Torino, Brescia, Padova, Bologna, Firenze, Ancona, Napoli, Reggio Calabria, Catania»; una sua versione aggiornata aggiunge alle precedenti città Milano e Roma, dove l’apporto dei flussi dal centrosinistra è rispettivamente il 36,5% e il 26,9% del voto per il M5S, quello dal centrodestra 37,9% e 36,5%. Il dato più interessante in questi due casi importanti è però quello del flusso di voti proveniente dall’astensione: il 20% per Milano e il 35% per Roma (la percentuale più alta fra le 11 città considerate). Ricordo che la crescita dell’astensionismo nel 2008 interessò principalmente il centrosinistra e, in particolare, la «sinistra arcobaleno». Si veda il presente PDF.

I dati su Syriza sono da: Xristoforos Vernardakis, «The June 17 elections and new alignments in the party system», luglio 2012, http://transform-network.net/journal/issue-112012/news/detail/Journal/the-greek-left-in-the-2012-elections-the-return-to-the-class-vote.html

12) Mi riferisco ai lavori di Richard Katz e Peter Mair, tra cui Party organization 1960-1990. A data handbook, Sage, London 1992; di Mair: «La trasformazione del partito di massa in Europa», in Come cambiano i partiti, a cura di Mauro Calise, il Mulino, Bologna 1992; sempre di Mair, più accessibili dei saggi su riviste specialistiche: «Partyless democracy?», New Left Review, n. II/2, marzo-aprile 2000 e «Ruling the void», in New Left Review, n. II/42, novembre-dicembre 2006.

13) Tutto il Grillo che conta. Dodici anni di monologhi, polemiche, censure, Feltrinelli, Milano 2006, p. 224.

—————-o0o—————-

IL ‘FENOMENO’ BEPPE GRILLO E IL LATO OSCURO DELLA RETE

DI UTOPICO
Cani Sciolti

PRIMA PARTE

La rete è il nuovo ‘Eldorado’ per i politici e ‘movimentisti’ italiani. Il ‘fenomeno’ Beppe Grillo, il V-Day sono solo l’ultimo esempio di come Internet stia diventando terra di conquista e di manipolazione dell’opinione pubblica o di costruzione del consenso. Spulciando il web e motori di ricerca si trovano informazioni interessanti che aiutano a capire qualcosa di più di quella che sembra essere, all’apparenza, una ‘rivoluzione dal basso’ difficilmente catalogabile o, per lo meno, poco comprensibile a chi non ha conoscenza ed esperienza della rete, dei suoi meccanismi, del potenziale distruttivo o costruttivo di cui è dotata.

Il blog di Beppe Grillo è diventato, in poco tempo, uno dei siti più frequentati della rete a livello mondiale. Solo merito del comico genovese o dietro questo ‘successo’ c’è una ben precisa strategia (di marketing web) pensata e gestita da chi, della rete, è attore, protagonista e mentore?

C’è un altro blog italiano, quello di Antonio Di Pietro, che ha molte similitudini con quello di Beppe Grillo e, come faceva notare Massimo Mantellini qualche tempo fa. Se proviamo a ricercare i ‘ gestori’ dei due siti in questione (quello di Grillo e quello di Di Pietro) salta fuori la Casaleggio Associati (guardate in fondo alla home page del blog di Grillo nei Credits).

Chi è la Casaleggio Associati?

La società, come si legge sul loro sito: “nasce nel 2004 a Milano per volontà di cinque persone interessate alla Rete ed alla sua evoluzione.”

Fin qui tutto normale… Ma è l’obiettivo che chiarisce la natura della Casaleggio Associati:

“L’obiettivo della società è di sviluppare in Italia una cultura della Rete attraverso studi originali, consulenza strategica, articoli, libri, newsletter, seminari e con la creazione di gruppi di pensiero e di orientamento.”

Bingo!, direbbero gli americani. E infatti è proprio dagli americani che la Casaleggio Associati ha copiato molto e in particolare dalla Bivings group.

Il Marketing virale

La Bivings group è un’agenzia leader nel social network negli USA, nasce nel 1993 matura una esperienza decennale collaborando con corporation di massimo livello. Le multinazionali come la Monsanto, ad esempio, affidano i propri messaggi a società come la Bivings Group, che manipolano l’opinione pubblica grazie al «marketing virale», intrufolandosi nei forum di discussione su internet e diffondendo le opinioni delle multinazionali sotto le sembianze di «comuni cittadini». Le multinazionali hanno imparato che il modo migliore per affermare il proprio punto di vista è stare in disparte e lasciare che a sostenerlo siano dei comuni cittadini.

Non vi sembra che anche nel caso di Beppe Grillo e dei ‘grillini’ vi siano molte analogie?

Un articolo sul sito web della Bivings intitolato “Marketing virale: come infettare il mondo” avverte che “vi sono alcune campagne in cui sarebbe poco opportuno o persino disastroso lasciare che il pubblico sappia in cosa è direttamente coinvolta la vostra azienda… semplicemente non è una mossa intelligente nel campo delle pubbliche relazioni. In casi come questo è importante prima “ascoltare” quello che viene detto on-line… una volta che vi siete collegati in questo mondo, è possibile inserire su questi canali dei messaggi, che presentano il vostro punto di vita come quello di una disinteressata terza parte… Forse il più grande vantaggio del marketing virale è che il vostro messaggio è posto nel contesto in cui è più probabile che sia preso in seria considerazione.” Sul sito della Bivings viene citato un dirigente della Monsanto che ringrazia l’azienda di pubbliche relazioni per il suo “straordinario lavoro”.

“A volte”, si vanta la Bivings, “vinciamo dei premi. A volte soltanto il nostro cliente conosce il ruolo preciso che noi abbiamo giocato. In altre parole, a volte la gente non ha la minima idea di essere manipolata da impostori.

Riprendiamo da un post su un Meetup:
“Se pensiamo alla struttura dei due siti (quello di Grillo e quello della Bivings – ndr), che sono sostanzialmente identici, addirittura nella scelta dei colori, nella disposizione dei link, nella mappa e organizzazione del sito, che fra l’altro trattano la stessa materia, fanno gli stessi studi sull’influenza di internet e sulle reti sociali on-line, con particolare interesse per le applicazioni in politica:

studio sulla politica, Bivings group
studio sulla politica, Casaleggio associati

Leggiamo quello della Casaleggio:

La vita dei siti dei partiti politici è scandita dalle scadenze elettorali. Gli indecisi prendono le proprie scelte nei 30 giorni precedenti le elezioni e tendono ad utilizzare tutti i media a loro disposizione per informarsi. […] Riuscire ad influenzare il voto degli elettori è l’obiettivo primario in periodo di elezioni.

Abbiamo scaricato, dal sito della Casaleggio, questo report: “Novembre 2004 I partiti politici on line in Italia. Dati, interviste e trend della politica on line in Italia” dove leggiamo:

Gli obiettivi
– Convincere gli indecisi a votare il proprio partito.
Comunicare senza intermediazioni ai cittadini.
– Ricevere finanziamenti direttamente, tramite iscrizioni al partito o acquisto di merchandising.
– Avvicinare le persone al partito, soprattutto i giovani ai quali piace poco frequentare le sezioni locali del partito.
Mettere a disposizione tutti i materiali e le informazioni per le sedi locali.
Promuovere le attività delle sezioni locali e dei loro candidati.
Fare pressioni politiche con iniziative di coinvolgimento attivo del pubblico.
Costruire programmi politici assieme agli elettori.
– Tenere il contatto con i simpatizzanti con newsletter.

In pratica è quello che sta accadendo con i Meetup di Grillo. Il blog di Beppe Grillo funziona da catalizzatore, promotore e da ‘fornitore’ di materiali, i meetup sono le ‘sezioni locali’, il coinvolgimento attivo sono la raccolta di firme, non c’è intermediazione ma filo diretto di comunicazione attraverso il web.

I blog di Antonio Di Pietro, e di Beppe Grillo concepiti e gestiti dalla Casaleggio e Associati (gli stessi di Beppe Grillo) stanno realizzando un progetto e quelli della Casaleggio hanno capito che i messaggi semplici, diretti e con un tocco di populismo in rete funzionano sempre.

Massimo Mantellini citava un intervento sul blog di Tiziano Fogliata che si chiedeva il 18 Gennaio 2006:

Di cosa avranno mai parlato Antonio Di Pietro e Gianroberto Casaleggio? Alcune voci mi hanno riferito di averli visti pranzare insieme lunedì in un locale milanese. Ripeto la domanda: di cosa avranno mai parlato? Forse che il leader dell’Italia dei Valori vuole replicare il successo di Beppe Grillo scalando le classifiche di Technorati? Se questo è l’obiettivo la scelta naturale è rivolgersi appunto alle stesse persone che curano il blog di Beppe Grillo.

La strategia mediatica e le tecniche

Ricapitaliamo… Il ‘fenomeno’ Grillo non sembra essere così ‘naif’ ma un progetto di web-marketing e comunicazione studiato a tavolino e con ben definiti obiettivi e caratteristiche mutuate da esperienze già attive e realizzate. La rete diventa il mezzo di manipolazione dell’opinione pubblica e di cambiamento dei modi e del sistema di relazione e azione. Le tecniche usate e facilmente individuabili sono le stesse della pubblicità applicate a prodotti non materiali ma, come in questo caso, a opinioni e alla formazione di ‘consumatori-utenti’ di un progetto politico.

Leggiamo al definizione di ‘marketing-virale’ e avremo altre informazioni:

Il marketing virale è un tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero esponenziale di utenti finali. È un’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna. Il principio del viral marketing si basa sull’originalità di un’idea: qualcosa che, a causa della sua natura o del suo contenuto, riesce a espandersi molto velocemente in una data popolazione. Come un virus, l’idea che può rivelarsi interessante per un utente, viene passata da questo ad altri contatti, da questi ad altri e così via. In questo modo si espande rapidamente, tramite il principio del “passaparola”, la conoscenza dell’idea.

Un altro termine e metodo è il ‘guerrilla advertising‘ dove si collaudano e si sfruttano tutti i nuovi percorsi della mente connettiva. La guerrilla non colpisce la massa ma il singolo, invertendo il meccanismo di generazione di notorietà. Gli attacchi di guerrilla infatti generano spiazzamento, lo spiazzamento produce passaparola, il passaparola si diffonde in maniera “virale” nella popolazione. E la diffusione virale garantisce notorietà al prodotto. L’importante è riuscire a catturare l’attenzione dell’utente-consumatore in maniera originale, perchè ormai siamo ‘assuefatti’ e quasi ‘impermeabili’ ai messaggi veicolati dai media tradizionali.

Il guerrilla advertising ha una sorta di piano di battaglia suddiviso in tre fasi:
1. Fase teaser, preparatoria, caratterizzata da attacchi sporadici e da attività propagandistica al fine di incuriosire;
2. Fase della guerrilla vera e propria: le azioni si intensificano e la marca si svela al pubblico;
3. Fase di consolidamento, in cui le operazioni diventano convenzionali e, se possibile, si passa ai mezzi di comunicazione tradizionali. Questa fase si verifica anche se l’attacco è riuscito e quindi se la guerrilla ha prodotto i risultati voluti.

Al punto 1 mettete le iniziative di Grillo ( il blog, la campagna Parlamento pulito, le inserzioni sui giornali ecc.ecc.)
Al punto 2 mettete il V-Day e le liste civiche ‘certificate’
Al punto 3 mettete il passaparola, i Meetup e i comitati che nasceranno per le liste cicivhe.

Una parte del piano sembra che sia stata realizzata…

– Continua…

Note:

Il marketing virale da Wikipedia

Guerrilla advertising da Wikipedia ( in inglese)

La pubblicità, il marketing e la guerrilla

I persuasori fasulli
Vi sono aziende che inventano cittadini fittizi per cercare di cambiare il nostro modo di pensare

La mente del ‘fenomeno’ Beppe Grillo?
Interessante filmato su You Tube con Gianroberto Casaleggio ( Presidente e socio fondatore della Casaleggio Associati e che è il gestore del blog di Beppe Grillo )

Ipse dixit:
La Rete ha una valenza anticapitalista, con la sua diffusione aumenta il valore delle idee e della conoscenza e diminuisce quello del denaro
dall’articolo “Gli alberi nella neve” di Gianroberto Casaleggio, pubblicato su Web Marketing Tools del settembre 2001

Utopico
Fonte: http://www.canisciolti.info/
Link: http://www.canisciolti.info/rubriche_dettaglio.php?id=8801
19.09.2007

SECONDA PARTE

Mentre infuriano le polemiche e Beppe Grillo rilancia, come un esperto giocatore di poker, aiutato dagli scivoloni dell’informazione di regime (vedi editoriale del direttore del Tg2 Mazza) noi continuiamo a guardare dietro le quinte del ‘fenomeno’ sociale e politico di Grillo e dei suoi ‘seguaci’.

Abbiamo visto, anche se sommariamente, chi c’è dietro la gestione tecnica e non solo, del blog di Beppe Grillo. Un ben collaudato gruppo di operatori della Rete, esperto in tecniche di marketing e di guerriglia pubblicitaria. Ora approfondiamo il tema che ha scatenato, più della raccolta di firme, il dibattito politico e anche reazioni, non sempre positive, tra i ‘supporter del Grillo-pensiero’ e cioè l’indicazione lanciata da Grillo sul suo blog di costituire liste civiche ( certificate) alle prossime elezioni amministrative.

Sempre navigando in Rete e facendo una semplice ricerca con Google abbiamo trovato questo sito: www.listacivicanazionale.it

Navigando il sito troviamo il loro Manifesto che recita:

I firmatari di questo manifesto (singole personalità, associazioni, liste civiche, organizzazioni politiche e indipendenti) promuovono una campagna di informazione e di iniziativa politica su questioni che l’attuale ceto politico ignora (con la complicità dell’informazione televisiva) perché affrontarle significherebbe mettere in discussione se stesso e gli equilibri di potere sui quali ha costruito le sue fortune.

I firmatari si pongono l’obiettivo di restituire dignità alla Politica, intesa come servizio al Paese, di rilanciare democrazia ed economia, dopo anni di decadenza, attraverso la partecipazione dei cittadini, il controllo sul potere politico e l’impegno diretto nella gestione della cosa pubblica.

Se i cittadini saranno sensibili e i promotori saranno onesti e credibili, alla conclusione del percorso che ci separa dalle prossime elezioni nazionali, si potrà promuovere una grande iniziativa Civica per garantire rappresentanza politica a quei milioni di elettori che oggi ne sono privi.

I primi firmatari del Manifesto sono:
Elio Veltri, Oliviero Beha, Pancho Pardi, Roberto Alagna, Dario Fo, Beppe Grillo, Franca Rame, Lidia Ravera, Antonio Tabucchi, Marco Travaglio Franco Barbato, Gianni Barbacetto, Andrea Cinquegrani, Armando Della Bella, Giuseppe Ielo, Stefano Montanari, Cristina Naso, Rita Pennarola, Sonia Toni, Gianni Zamperini.

Avete letto bene? Uno dei firmatari è il buon Beppe Grillo.

Il sito in questione è stato registrato il 23 maggio del 2007 a nome della Cooperativa Ekoes e di Domenico Andrea Laguardia. L’Ekoes è un’azienda web che ha queste attività:

Comunicazione multimediale.
Organizzazione di congressi, concerti ed eventi in genere.
Progettazione e gestione di architetture informatiche complesse.

Spulciando nel sito della Ekoes troviamo tra i clienti il Ministero della Pubblica Istruzione, una squadra di pallavolo e la Legacoop. Nazionale e alcuni siti (sempre della Legacoop) legati a fidi, centrostudi ecc.ecc. Ma, come potete verificare, quelli più interessanti, tra la clientela della Ekoes, quello diCarlo Antonio Fayer, ( nato a Roma il 24 luglio 1973, eletto nel maggio 2006 per la seconda volta in Consiglio comunale con la lista civica Roma per Veltroni) e, appunto quello della Lista Civica Roma per Veltroni.

In apertura del sito del buon Fayer c’è una foto di lui medesimo con Beppe Grillo e un ‘editoriale’ a commento della proposta delle liste civiche certificate. Leggetevelo.

Facciamo il punto… Esiste, da maggio del 2007 un sito che si propone la creazione, sul territorio nazionale, di liste civiche. Tra i promotori ci sono Beppe Grillo, Elio Veltri che è stato legato a Antonio Di Pietro ai tempi di Tangentopoli e anche dopo, Marco Travaglio, Pancho Pardi uno dei ‘fondatori’ dei Girotondi e Roberto Alagna.

Vi chiederete chi è Roberto Alagna. Eccovi le informazioni:
Roberto Alagna nel 2001 è eletto Consigliere Comunale del Comune di Roma, e, dopo aver presieduto la Commissione Commercio è oggi Presidente del Gruppo Consiliare “Lista Civica Roma per Veltroni”. E’ stato tra i promotori della Rete delle Liste Civiche Italiane della quale è il Coordinatore Nazionale.

Navigate il suo sito e leggetevi questo: Dai partiti in poi

Perchè questi personaggi alcuni mesi fa realizzano il sito della Lista Civica Nazionale, scrivono e sottoscrivono quel manifesto e qualche mese dopo Beppe Grillo inizia una campagna martellante sulle liste civiche? Perchè Carlo Antonio Fayer, scrive sul suo sito che ci sono ” trecento liste civiche di Alagna, Pardi, Veltri e Beha già pronte a candidarsi” ( non si capisce bene se nel Partito democratico o per la competizione elettorale) e afferma, commentando le ultime uscite di Grillo e alla crisi della politica: “ io non vedo altra soluzione che non siano le liste civiche”?

Ma ci sono, nei firmatari del Manifesto della Lista Civica Nazionale altri personaggi come Stefano Montanari, esperto mondiale di Nanopatologie ( inquinamento da polveri, quindi traffico ecc.) che il 17 luglio 2007 era a Firenze con Beppe Grillo in Piazza SS.Annunziata a sostegno del NO a tutti gli inceneritori.
Guardatevi questo video con Montanari e Grillo: http://video.google.it/videoplay

Per il 6 ottobre 2007 la Lista Civica Nazionale ha organizzato una manifestazione a Roma dal titolo: Dal V-Day alla Lista Civica Nazionale e questo è il manifesto

Beppe Grillo, che è tra i firmatari e promotori del Manifesto della Lista Civica Nazionale, ha informato i ‘grillini’ di questa iniziativa?

Utopico
Fonte: http://www.canisciolti.info/
Link: http://www.canisciolti.info/rubriche_dettaglio.php?id=8876
21.09.2007

-o0o-

Articolo di una certa sagacia, ma a mio parere dietrologico e incompleto.

L”autore delinea una “linea oscura” dietro le attivita di alcuni blog e siti che cercherebbero di manipolare l’opinione pubblica. Ma se mi è permesso chiederlo: a quale scopo? La conquista del potere, forse? Perchè non dice chiaramente quale sarebbe lo scopo di tutta questa apparente messa in scena? L’autore lascia solo intuire che ci potrebbero essere scopi oscuri dietro questa fantomatica operazione di marketing.

A me sembra solo la visione di una mente abituata a vedere mani invisibili ovunque. Le relazioni individuate tra i diversi attori non mi sembrano nulla di trascendente, ma semplici relazioni di interesse comune e comuni obbiettivi. E’ tanto strano che Di Pietro si incontri con il curatore del suo sito? Di cosa avranno mai potuto discutere? Di come conquistare il mondo? O più semplicemente di come strutturarlo e come gestirlo? Visto che Di Pietro, come molti, non è un esperto di rete.

L’autore trascura poi il fatto che non c’è nulla di oscuro nella creazione delle liste civiche. E’ una operazione fatta alla luce del sole e che si propone di risolvere dei problemi ben noti a chi frequenta il blog o fa parte dei meetup. Che poi tra i proponenti ci possa essere qualcuno che miri a gloria personale, non è una cosa che si può escudere: i santi non ci sono da nessuna parte. Però a me sembra che tanto la posizione di Grillo che qualla degli altri firmatari siano posizioni chiare, se non altro molto più chiare degli attuali politici in carica.

A dar retta all’autore la gente non potrebbe più riunirsi per discutere di obbiettivi e interessi comuni. Qui non si stà mica parlando del gruppo Bildenbergh, di cui non si sa nulla e che non ha mai rilasciato dichiarazioni sullo scopo della sua esistenza!

Questa voglia di vedere dei secondi fini ovunque è davvero esasperante a volte!

Sarebbe così strano che della gente, tra l’altro di notevole prestigio sociale e culturale, si riunisca per formare una lista civica, o anche un partito per portare avanti i propri ideali? Se poi la rete possa aiutare a questo scopo ben venga. Di sicuro la rete non può sostituire la credibilità di una persona, e se un personaggio come Grillo ha seguito, è soprattutto per la sua credibilità. Le stronzate a volte le dice anche, come le diciamo tutti, ma quello che più conta sono le azioni che uno compie.

Un commento a parte invece merita l’utilizzo della rete in modo poco ortodosso da parte delle multinazionali, che a mio parere è un problema serio. La rete come tutti gli strumenti può essere pericoloso, e di tentativi di censurarla e piegarla a fini di parte se ne vedono già tanti, ma rimane l’unico strumento di una certa democrazia.

I fenomeni di strutture più o meno piramidale che si generano sono connaturati alla natura della società umana e non alla rete, così come il fantomatico meccanismo del “passaparola” mi sembra che non sia nato proprio con la rete. Mia nonna ha sempre usato il passaparola per comunicare, specie quando non c’era la TV!

——————–o0o——————–

Il ‘fenomeno Grillo’ visto da uno spagnolo

Pubblicato: 22/03/2013 20:15

Circa due mesi fa, la notizia delle imminenti elezioni italiane è passata quasi in sordina sui media spagnoli. La maggior parte dei riflettori erano puntati sullo Stato del Vaticano per le inaspettate dimissioni del Papa. Improvvisamente, parte di queste risorse si sono spostate, risvegliate dall’arrivo dei risultati delle urne italiane.

Dal 25 di febbraio i media spagnoli lavorano febbrilmente alla costruzione di editoriali ed analisi sul nuovo fenomeno italiano: Beppe Grillo e il suo Movimento Cinque Stelle. Lo “tsunami populista”, come lo chiama El País, impazza fra analisti e soprattutto i giovani spagnoli. Le prime reazioni dei media hanno riguardato l’instabilità politica e un eventuale “contagio” economico. Tuttavia, anche all’interno della stampa si mescolano le più disparate opinioni, fra risposte di sorpresa, spavento e speranza.

A Madrid, da essere bersaglio di domande sulla cucina e la mafia, mi sono improvvisamente trovata ad essere la fonte primaria d’informazione sul M5S. Le domande più comuni di amici e conoscenti riguardano la posizione politica di Grillo (destra o sinistra?) e la possibile equiparazione con il loro “Movimento 15-M” formato dai famosi indignados. Basta leggere i commenti dei lettori agli articoli per scoprire che, anche in terra straniera, Grillo esercita il suo fascino.

Fra le interminabili tribune politiche tenute via Facebook e Skype con amici e parenti italiani, ho trovato un valido interlocutore in un mio caro amico e giovane giornalista. Ivan Fombella Alvarez ha una particolarità, quella di aver vissuto a Roma, lavorando per un anno per Efe, un’agenzia di stampa spagnola. Italiano impeccabile e un lavoro presso Unidad Editorial (il gruppo editoriale del giornale El Mundo) esordisce dicendo: “Il movimento 5 Stelle non mi pare troppo originale”. Il paragone, già utilizzato dai media spagnoli, è quello con il Front National di Jean-Marie Le Pen, il “Take your country back” del Tea Party e il “No nos representan” del 15-M. Tutti hanno approfittato del momento di crisi e della cosiddetta “antipolitica”, ma solo Grillo, secondo Ivan, ha saputo utilizzare la “teatralità del vaffanculo”, conquistando anche il voto moderato. Un po’ come gli esordi della prima Lega Nord anti-sistema, mi ricorda.

L’argomento ritorna inevitabilmente sul tema più analizzato dai media spagnoli: l’ingovernabilità del paese. Lo stesso governo spagnolo ha utilizzato il risultato elettorale italiano per esaltare la stabilità dell’esecutivo. In un sistema essenzialmente bipartitista come quello spagnolo è difficile intendere questa scissione al momento di votare. La colpa, secondo Ivan, non sarebbe da attribuire alla legge elettorale: “Quella italiana avrebbe bisogno di modifiche, ma non è la causa di questa situazione”. Si ritorna quindi al punto che ci ha visto spesso in disaccordo. Per lui, italiani e politici italiani, rispetto ad altri paesi europei, sarebbero attratti da una sorta di “tribalismo” che causa scissioni piuttosto che la ricerca di una soluzione di compromesso, basata su posizioni comuni.

Un po’ contrariata da questa visione degli italiani “sempre e comunque contro corrente”, gli propongo il paragone tra le strategie di Grillo e Berlusconi e la necessità per l’Italia di seguire un leader. “Oltre all’ovvio populismo, non vedo molto in comune, oltre al fatto che entrambi hanno fatto della sua personalità il brand del loro partito” mi risponde. “Berlusconi non si è presentato come un outsider, ma come uno “chiamato” a fare parte della politica (il famoso “scendo in campo”), Grillo propone sé stesso come modello del nuovo cittadino per la nuova non-politica”. “Molto più pericoloso”, aggiunge.

Per Ivan, l’abbaglio della rivoluzione proposta dal M5S e dal suo leader potrebbe avere vita breve. Per avallare la sua teoria mi offre due opzioni. La prima è quella attuale. Grillo sceglie di non allearsi con gli altri schieramenti per non “tradire” i suoi elettori. Il rischio è quello di trasformarsi in una brutta copia dei partiti tradizionali, con tanto di disciplina imposta dall’alto. Ci si dimentica del volere degli elettori a favore della sopravvivenza del partito-movimento.

L’altra opzione, fino ad ora non considerata, sarebbe quella di scendere a patti. Ma anche questa possibilità potrebbe provocare la perdita di fiducia dei fedelissimi, che si renderebbero conto che nessuno è realmente al di fuori dei giochi della politica. Insomma, un po’ il gioco di forza che ha permeato l’elezione di Pietro Grasso come presidente del Senato: la dicotomia tra responsabilità politica e la fedeltà cieca al partito.

Riprendendo la parola “populismo” utilizzata da tutti i media del mondo, Ivan afferma: “Grillo ha scelto la prima opzione perché è la preferita dalle correnti fortemente legate al culto di una persona. Il leader si riconosce e si fonde con il movimento, altrimenti rischia di sparire”. Proprio la difficoltà nel mantenere costante questa tensione, ricorda Ivan, potrebbe portare Grillo a vacillare, con la possibilità di perdere attuali e potenziali elettori.

——————o0o——————

TUTTE LE CONTRADDIZIONI DEL FENOMENO GRILLO – LA SEDE DELLA CASALEGGIO ASSOCIATI, GLI STRATEGHI DEL GRILLISMO, SI TROVA NEL CUORE DELLA MILANO ULTRA-BENE – NESSUNO DEVE AVERE CARICHI PENDENTI, MA LO STESSO GRILLO FU CONDANNATO PER OMICIDIO COLPOSO – LUI SI IMPONE COME LEADER ASSOLUTO, MA QUANTO CI METTA DI SUO, PER FINANZIARE IL NETWORK, NON È STATO DICHIARATO NÉ CHIARITO – CHI COMANDA NEL M5S? CHI DECIDEREBBE I CANDIDATI, SE SI VOTASSE ALLE POLITICHE COL PORCELLUM DEI LISTINI BLOCCATI?…

18 MAG 2012 – 18:55

Enrico Arosio per “l’Espresso

TRE SCATTI DI BEPPE GRILLOTRE SCATTI DI BEPPE GRILLO

No, la Lamborghini nera nel cortile di via Morone non è loro. Né di Beppe Grillo, che preferisce la Ferrari F 40, né del suo editore e guru Gianroberto Casaleggio, che va a piedi. Se la sede del Movimento 5 Stelle esiste solo in Rete, nel senso che è il blog di Grillo, il blog di Grillo è fabbricato qui, in un luogo ben preciso. Un indirizzo emblematico della Milano ultra-bene: via Morone, tra Montenapoleone e quel Palazzo Belgiojoso dove l’imprenditore Raul Gardini si sparò un colpo in testa nei mesi caldi dell’inchiesta Mani pulite.

La sede della Casaleggio Associati, gli strateghi del grillismo, e del marketing virale che ha fatto dei 5 Stelle il fenomeno emergente della politica italiana, si trova nello stesso palazzo che ospita la Camera della Moda, tra avvocatoni, ereditiere e private banker.

GIANROBERTO CASALEGGIOGIANROBERTO CASALEGGIO

Questo indirizzo “riche, très riche, extra très riche” (Ennio Flaiano) stride con tanti cinquestellati in giro per l’Italia: studenti, impiegati da mille euro al mese che fanno politica per civismo contro i partiti corrotti e a favore di un’altra economia e di energie sostenibili. Il metodo Grillo è ancora un bel mistero.

Il suo meccanismo, in apparenza semplice, è un grumo di contraddizioni. All’orizzontalità del Web, alla democrazia diretta, al “tutti contano uguale” corrisponde un centralismo, il duo Grillo-Casaleggio, dai contorni poco chiari. Mario Bucchich, il socio portavoce di Casaleggio, interpellato dall'”Espresso”, dichiara: “Non rilasciamo dichiarazioni di alcun tipo” e “farci pubblicità non ci interessa”. E allora ricostruiamoli un po’ noi, il metodo e le contraddizioni, dopo i successi alle amministrative.

Come ci si candida. Nei 5 Stelle si entra facilmente, iscrivendosi al blog di Grillo, luogo immateriale della linea politica. Per candidarsi basta mandare una mail allo staff grilliano (in realtà: la Casaleggio Associati) con fotocopia della carta d’identità e del casellario giudiziario per dimostrare di non avere carichi pendenti. E già qui inciampa l’asino: Grillo stesso non si candiderà alle politiche del dopo-Monti per una vecchia condanna del 1988 (omicidio colposo plurimo, per un terribile incidente stradale nelle Alpi marittime che causò tre morti). Le candidature, questo è vero, si selezionano dal basso.

Federico Pizzarotti, la sorpresona delle comunali a Parma, è stato scelto da una platea minima, una cinquantina di persone, battendo quattro sfidanti alle primarie. Il fai-da-te ce lo spiega Pizzarotti stesso: “Non intendo dotarmi di uno staff per rispondere ai cittadini, preferisco farlo di persona. Ci sono software in grado di gestire le richieste in base alla categoria e permettono agli utenti di sapere l’avanzamento del proprio quesito”, spiega lui, project manager informatico in una banca.

ANNA MARIA TARANTOLAANNA MARIA TARANTOLA

E l’eventuale ricerca degli assessori? “Abbiamo fatto un bando per ricevere i curricula da tutta Italia, dopo il primo turno ne sono arrivati oltre cento”. Anche in Veneto, a Sarègo, dove è stato eletto il primo sindaco dei 5 Stelle, Roberto Castiglion, ingegnere informatico, le riunioni politiche sono passate dalla Rete al ristorante Il Brolo, in paese: “Abbiamo evitato di prendere assessori esterni al movimento in segno di trasparenza verso i nostri elettori”. Castiglion si è messo in aspettativa presso l’Enel dove lavora.

Chi paga. I 5 Stelle spendono pochissimo. Pizzarotti ha dichiarato 6 mila euro in tutto. Antonio Giacon, recordman di voti con il 20,4 per cento a Budrio in Emilia, 500 euro appena. Il Castiglion di Sarègo, addirittura 300. Lo stesso Mattia Calise, unico consigliere cinquestellato nella Milano di Pisapia, ha vinto le primarie (erano in nove, ciascuno ha esposto alla platea la propria idea sulla città) davanti a 300 persone.

E per farsi eleggere dice di aver speso 9.500 euro: “Su circa 10 mila raccolti con donazioni volontarie via PayPal o ai banchetti, tutte nominali e consultabili on line”, racconta: “Il nostro è volontariato vero: i due attivisti che seguono le sedute di consiglio a Palazzo Marino e ne diffondono l’andamento via Twitter, e chi risponde alla mail della segreteria del Movimento a Milano”. In Piemonte, i 5 Stelle hanno voluto introdurre un tetto di mille euro alle singole donazioni.

BEPPE GRILLO MOVIMENTO 5 STELLEBEPPE GRILLO MOVIMENTO 5 STELLE

Timori da democrazia diretta, che il più forte si compri il consenso scavalcando i deboli? Quanto Grillo ci metta di suo, per finanziare il network, non è stato dichiarato né chiarito. I 5 Stelle, nota l’esperto di comunicazione politica Marco Marturano, iniziano a dividersi: tra la fedeltà al Grillo catalizzatore mediatico e la crescente diffidenza per il suo “leaderismo carismatico, affiancato da una struttura decisionale che manca di trasparenza”.

Chi decide. È il punto-chiave. Chi comanda nel M5S? Chi deciderebbe i candidati, se si votasse alle politiche col Porcellum dei listini bloccati? Primarie, liste civiche, un organismo centrale tutto da definire? E rieccoci all’asse Grillo-Casaleggio. Gianroberto Casaleggio, il gestore esclusivo dei Meetup, del blog, dei tour, della comunicazione Web attraverso i social forum, ha una storia speciale. Piemontese, fisico mancato, computer nerd della prima ora, fissato sulla fantasy, su Re Artù e Gengis Khan, esordì nella Olivetti di Roberto Colaninno.

Ha amministrato la Webegg, una Internet company partecipata dalla Telecom di Tronchetti Provera, studiando anche i temi delicati della sicurezza elettronica. Da quel nucleo crea nel 2004 Casaleggio Associati, a oggi cinque soci. Fino al 2009 ha gestito anche il blog di Antonio Di Pietro, con cui ruppe dopo le Europee (Di Pietro non accettò il sistema “chiavi in mano” dei Casaleggio, Gianroberto e il fratello Davide).

Il riccioluto esperto dagli occhiali tondi, con villa a Settimo Vittone, sopra Ivrea, ha come socio più sorprendente il giornalista-manager Enrico Sassoon: ex Sole-24 Ore, è stato otto anni amministratore delegato della American Chamber of Commerce in Italy, agguerrita lobby per la penetrazione delle imprese hi-tech in Italia; oggi presiede una sua società, Global Trends, e dirige la “Harvard Business Review” in edizione italiana.

BEPPE GRILLO MOVIMENTO 5 STELLE

Chi è il vero guru. S’è intuito? Casaleggio e colleghi sono ben più che computer freaks di talento. E basta vedere il video “Gaia. The Future of Politics” sul loro sito, per ricordarsi che l’idea dei Meetup proviene dal candidato alle presidenziali Usa del 2004, Howard Dean.

E per notare lo strano tono oracolare sulla nuova politica basata sul “sapere collettivo” del Web. Il video prevede, nientemeno, che nel 2018 il mondo sarà diviso in due: l’Occidente con democrazia diretta e libero accesso a Internet e il trio liberticida Cina-Russia-Medio Oriente. E per il 2020 si spinge a profetizzare la Terza guerra mondiale, riduzione della popolazione a un miliardo, catarsi e rinascita verso Gaia, il governo mondiale…

Qualcosa è fuggito di mano a Grillo, ai grillini, ai bravi ragazzi a 5 Stelle. E infatti, insieme al successo nelle urne, sta crescendo anche il malumore della base. Destinato, così prevedono alcuni osservatori, ad aumentare nei prossimi mesi.

——————o0o—————–

Ma i vertici temono il crollo finale
e chiedono al segretario di restare
Ci sarà una fuga verso SEL «benedetta» da Barca
però la scissione non è all’orizzonte

ROMA – C’è un fotogramma da conservare nel film del Pd in ansia da Quirinale. È venerdì sera, Pier Luigi Bersani ha parlato all’assemblea dei gruppi parlamentari del suo partito, al Capranica, e poi se n’è andato, senza aspettare repliche, domande, interventi.
Il segretario ha dato la sua cambiale per le dimissioni postdatate ed è scomparso. Deputati a senatori si guardano negli occhi, o, almeno cercano di farlo, perché lo sguardo di ognuno sfugge altrove, perso nella preoccupazione. Un gruppetto di colonnelli privi di generali chiede al consigliere politico di Bersani, Miguel Gotor, di prendere lui le redini dell’assemblea. Il neo parlamentare si guarda attonito e poi dice: «Io? Perché mai, non sono neanche iscritto al Pd!».
È una scena, e non farà l’insieme, ma la dice lunga su quello che sta accadendo nel Partito democratico. Bersani è già sepolto nei pensieri di tutti e viene riesumato solo quando la paura di fare la sua stessa fine attanaglia il gruppo dirigente. Franceschini, Fioroni ed Epifani, tanto per fare tre nomi, chiedono a Bersani di rimangiarsi le dimissioni, o, quanto meno, di congelarle fino al Congresso che verrà.
Gli ex ppi vorrebbero che Bersani cambiasse idea, e portasse lui il partito fino al congresso, perché temono che la dipartita politica del segretario coincida con un bel «game over» per tutti loro. E non vorrebbero togliere il disturbo adesso, né tanto meno intendono assoggettassi all’era renziana. Ma nonostante i loro sforzi e le loro perplessità, un treno è già partito ed è difficile che si fermi prima del traguardo.

Renzi guarda da Firenze quel che accade a Roma e fa mostra di disinteressarsene, ma non è così. Il sindaco è disposto ad aspettare ancora. Non oltre una certa data però. Renzi immagina un «governo che duri un anno al massimo, non di più e che poi riporti il Paese alle elezioni». Ma anche gli altri leader del Pd non riescono a immaginare un futuro che scavalchi governo, partiti, e timori. La dirigenza del partito su questo è stata chiara, pure con Napolitano: «Noi siamo pronti anche a fare un governo del presidente, ma non può essere uno del Pd a presiederlo». No, niente Enrico Letta, piuttosto meglio il presidente dell’Istat Giovannini: più il governo è politicamente scolorito più è facile portare l’intero gruppo parlamentare a votare la fiducia.

I vertici del Partito democratico sono preoccupatissimi dell’incidenza che avranno il nuovo presidente e il nuovo governo: «Andiamo avanti, ma con grande cautela perché non possiamo dare vita a un governo a cui Berlusconi può staccare la spina quando vuole», è stato l’ammonimento di Letta. E nessuno ha avuto da ridire, nemmeno quel Matteo Renzi che si immagina un Pd diverso: «Andiamo pure avanti, tanto il governo dura un anno al massimo». Quel che basta per preparare il centrosinistra alla sfida elettorale che verrà, quella con il Pdl. Nel frattempo Renzi aspetta di capire se gli conviene tentare la sfida congressuale o se, piuttosto, deve tenersi lontano dalle beghe del partito e pensare solo alla candidatura a premier del centrosinistra. In questo caso potrebbe essere l’attuale presidente dell’Anci Graziano Delrio a guidare il partito.

Ma ciò non vuol dire che il sindaco si defilerà: «Matteo, sei l’ultima carta che abbiamo», gli ha detto Dario Franceschini. E la pensano nello stesso modo anche Veltroni, D’Alema e i Giovani turchi che puntano su di lui per il ricambio generazionale del gruppo dirigente. Il partito comunque regge. A fatica ma regge. Ci sarà una fuga di qualcuno verso Sel benedetta da Fabrizio Barca, ma non è all’orizzonte una scissione vera e propria. Tutti hanno capito che alla fine dovranno trattare, litigare o accordarsi con Renzi. È quello il futuro del Pd. E c’è chi pensa già di facilitare la strada al sindaco rottamatore, mettendo nel governo Rodotà. Offrirgli un ministero importante, come quello delle Riforme, potrebbe essere il modo per tenere buoni i filogrillini del Pd e costringere il Movimento 5 stelle a misurarsi con la politica reale. Ma queste sono solo elucubrazioni e idee buttate lì: il futuro immediato del Partito democratico prevede una direzione per domani e un’assemblea nazionale tra una decina di giorni, dopodiché si veleggerà in mare aperto.

http://www.corriere.it/politica/13_aprile_22/ma-i-vertici-temono-il-crollo-finale-e-chiedono-al-segretario-di-restare-maria-teresa-meli_f378606c-ab05-11e2-8dd6-b5ff5800dec2.shtml

——————o0o——————-

1. ATTENZIONE, CADUTA GRILLO! RISPETTO AL VOTO DELLE POLITICHE, DUE MESI FA, IL VOTO IN FRIULI RESTITUISCE UN TRACOLLO 5 PIPPE. LA LISTA M5S ERA AL 27%, ORA È AL 13! – 2. A SORPRESA, IL CENTROSINISTRA GUIDATO DALLA RENZIANA DEBORA SERRACCHIANI VINCE PER DUEMILA DI SCARTO (ALLE POLITICHE ERA AL 27 PER CENTO, OGGI È AL 39,3%) – 3. IL CENTRODESTRA OGGI È AL 38%, MENTRE ERA AL 28 % ALLE SCORSE ELEZIONI POLITICHE – 4. SCOMPARSA LA COALIZIONE DEI MONTIANI, CHE AL VOTO DI FEBBRAIO ERA AL 12,8 PER CENTO – 5. IL COMMENTO DELLA SERRACCHIANI: “SE NON C’ERA ROMA SAREBBE STATA UN’ASFALTATA'” – 6. GRILLO, UN FENOMENO TRANSITORIO, COME STA EMERGENDO NELL’ORA DEL SUO MASSIMO SUCCESSO APPARENTE, DOVUTO IN GRAN PARTE AL DISFACIMENTO SUICIDA DEL PD –

22 APRILE 2012 23:45

Repubblica.it

“Abbiamo vinto”: ufficializza la vittoria alle regionali del Friuli Venezia Giulia in serata, quando mancano 35 sezioni da scrutinare. Il presidente uscente della regione Renzo Tondo, del Pdl, ammette la sconfitta e telefona alla candidata del centrosinistra per complimentarsi. Delusione per i 5 Stelle: “Ci aspettavamo qualcosa di più”, commenta il candidato Saverio Galluccio.

MATTEO RENZI E DEBORAH SERRACCHIANI jpegMATTEO RENZI E DEBORAH SERRACCHIANI jpegDEBORA SERRACCHIANI - copyright PizziDEBORA SERRACCHIANI – copyright Pizzi

Finisce così, alle 20 e 30, uno spoglio al fotofinish. E’ stato testa a testa fino all’ultimo voto quello tra Serracchiani e Renzo Tondo per la poltrona di governatore del Friuli Venezia Giulia. La candidata del Pd vince per una manciata di voti, neanche duemila di scarto.

LA CAVALLERIZZA DEBORA SERRACCHIANILA CAVALLERIZZA DEBORA SERRACCHIANI

Serracchiani: “Senza Roma sarebbe stata un’asfaltata”. Una vittoria che incoraggia il Pd. E’ andata “straordinariamente bene, visto che dall’esito delle politiche in poi, non abbiamo brillato per iniziativa politica, fino ad arrivare all’elezione del presidente della Repubblica con tutto quello che è accaduto”, commenta Serracchiani. Che, agli ultimi voti diceva, dal quartier generale: “Se non c’era Roma sarebbe stata un’asfaltata’”.

renzii dalema krenzii dalema k

Opinione condivisa anche da altri esponenti del Pd del Friuli Venezia Giulia, che, presenti al quartier generale, hanno commentato: “Se a livello nazionale le cose fossero andate in modo diverso e cioè se il Pd fosse stato in grado di formare un governo e di eleggere un suo Presidente della Repubblica, il dato nazionale non avrebbe penalizzato quello regionale e a questo punto la partita si sarebbe chiusa a nostro favore”.

GRILLO A ROMAGRILLO A ROMA

Molto contento anche Matteo Renzi, che dalla trasmissione Otto e mezzo manda “un abbraccio agli amici friulani che hanno vinto”. I complimenti a Serracchiani arrivano anche da Massimo D’Alema secondo il quale l’elezione dell’esponente del Partito democratico alla guida della Regione Friuli Venezia Giulia rappresenta “senza dubbio un riconoscimento del lavoro da lei svolto in questi anni. Non solo, perchè il successo conseguito da Debora Serracchiani è un segnale di incoraggiamento e speranza nel momento non facile che sta vivendo il Pd e conferma che il centrosinistra può raggiungere risultati positivi anche al Nord”.

Il confronto con le elezioni politiche. Rispetto al voto delle politiche, due mesi fa, il voto in Friuli restituisce un panorama mutato. Allora la coalizione del centrosinistra era al 27%, oggi è al 39,3%. L’area di centrodestra oggi è al 38 per cento, mentre era ail 28 per cento alle scorse elezioni politiche. Il candidato grillino Galluccio ha conquistato in Friuli il 19 per cento delle preferenze, ma la lista M5S fa registrare un calo significativo: alle politiche era al 27%, ora in Friuli è circa al 13 per cento. Scomparsa la coalizione dei Montiani, che al voto del 24-25 febbraio era al 12,8 per cento. Riguardo ai partiti principali, il Pd prende oggi il 2 per cento in più rispetto alle politiche, stessa percentuale per Sel, mentre Pdl e Lega crescono dell’1,5 per cento.

Galluccio (M5S) deluso. ”Ho sempre detto che per me abbiamo già vinto, perché abbiamo messo in piedi un Movimento”, sono state le parole del candidato M5S, Saverio Galluccio. Galluccio ha ricordato che ”abbiamo portato la gente in piazza, abbiamo avvicinato molti alla politica. Abbiamo ricevuto 600 curriculum di persone per sostenerci nell’azione di governo. Le useremo – ha annunciato – anche a livello politico, indipendentemente dal risultato”.

MATTEO RENZI FOTO DA CHIMATTEO RENZI FOTO DA CHI GRILLO A ROMAGRILLO A ROMA

Galluccio ha inoltre rivendicato di ”non aver mai fatto promesse in campagna elettorale; vediamo invece se chi vincerà manterrà le sue. Noi siamo stati sempre umili – ha concluso – e questo ha pagato”. Il candidato M5S non condivide il paragone con le febbraio, ritenendo che ”il voto alla Politiche sia diverso dal voto territoriale”, e che quindi non si possa confrontare la performance di 2 mesi fa con il voto delle Regionali. ”Continuare a dire che noi abbiamo perso voti perché alle Politiche avevamo il 27%, è un’analisi che parte da un dato che è sbagliato”.

Sel: sorpresa positiva. “La sorpresa positiva è che il Friuli Venezia Giulia non sarà la prima Regione a 5 stelle”, ha commentato il segretario provinciale di Trieste di Sel, Fulvio Vallon. Buone performance per Sel: “Dovremmo essere il secondo partito della coalizione. Mi pare che il centrosinistra tenga”, afferma Vallon. “Può darsi che il governatore uscente non riesca a recuperare”, ha aggiunto.

GRILLO A ROMAGRILLO A ROMA

Berlusconi: “Elettori poco mobili”. “Non mi è ancora arrivata questa notizia. Il centrosinistra ha scarsissima mobilità, sa sempre votano sinistra e c’è poca mobilità anche rispetto agli accadimenti dei giorni scorsi”. Così Silvio Berlusconi su La7 ha commentato i dati sulle elezioni in Friuli dove è in vantaggio il centrosinistra.

GRILLO A ROMAGRILLO A ROMA

Crolla l’affluenza. È stata pari al 50,51% l’affluenza alle urne. Il dato segna una netta flessione rispetto alla tornata regionale 2008, quando la percentuale fu del 72,33. Nel 2008, però, si votò sia per le regionali che per le politiche, dunque con l’Election Day. Due mesi fa, invece, in occasione delle elezioni politiche, l’affluenza per i voti della Camera è stata del 77,19%. Nella circoscrizione di Trieste hanno votato 97.369 (45,86%), in quella di Gorizia 63.089 (52,61%), in quella di Udine, dove si votava anche per il Comune di Udine e la Provincia, 218.029 (53,46%), a Tolmezzo 38.327 (46,67%), a Pordenone 138.496 (49,99%).

I seggi. I seggi sono stati chiusi alle 15 i seggi nei 218 Comuni della regione per il rinnovo del Consiglio Regionale, per l’elezione del presidente e del Consiglio della Provincia di Udine e di 13 Amministrazioni comunali, tra le quali Udine. Lo spoglio delle schede è iniziato subito dopo.

PROTESTA GRILLINA CONTRO LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO ROBERTA LOMBARDIPROTESTA GRILLINA CONTRO LA RIELEZIONE DI NAPOLITANO ROBERTA LOMBARDI

Complessivamente sono 1.099.336 gli aventi diritto al voto, di cui 528.823 uomini e 570.513 donne. Per circoscrizione elettorale gli elettori risultano 212.338 a Trieste, 119.924 a Gorizia, 407.875 a Udine, 82.132 a Tolmezzo e 277.067 a Pordenone.

GRILLO A ROMAGRILLO A ROMA

Gli sfidanti. Alla guida della regione hanno concorso il centrodestra con il presidente uscente del Pdl, Renzo Tondo il quale ha potuto contare su sei liste (Autonomia responsabile, Unione di centro, Pdl, La Destra, Lega Nord e Partito pensionati), per il centrosinistra Debora Serracchiani, già europarlamentare, sostenuta da cinque liste (Sel, Pd, Lovenska Skupnost, la lista civica “Cittadini per Debora Serracchiani presidente” e Italia dei valori), per il Movimento Cinque Stelle Saverio Galluccio e, infine, “Per un’altra regione” (già costola del Pdl) Franco Bandelli. Uno dei candidati, Marino Andolina, della lista “Sinistra”, sostenuta da Rifondazione Comunista e dal Partito dei Comunisti Italiani, è stato escluso dalle elezioni a causa della mancanza di una firma nei documenti relativi alla presentazione della lista nella cirscocrizione di Trieste. Andolina ha presentato ricorso al Tar che, però, lo ha respinto.

Fotofinish. Finale al fotofinish. Con 1239 sezioni scrutinate su 1374, la candidata del centrosinistra ha un vantaggio limitato: +0,7%. Serracchiani (centrosinistra) ha il 39,42%, Tondo (centrodestra) il 38,7%. Il candidato Saverio Galluccio si è fermato sotto il 20% delle preferenze, con una perdita secca dell’ 8,5% sul territorio rispetto alle politiche dello scorso febbraio.

—————-o0o—————-

23 APR 12:29

1. CON GRANDE RITARDO GRILLO & CASALEGGIO PUBBLICANO I DATI: PER RODOTÀ HANNO VOTATO IN 4.677 SU 28.518 VOTANTI (METÀ DEGLI ISCRITTI AL BLOG NON HA PARTECIPATO) – 2. ESSÌ: ERA PROPRIO IL POPOLO A VOLERLO. ADDIRITTURA UN ELETTORE ITALIANO SU 10 MILA! – 4. SI SCATENA L’IRONIA SU TWITTER, FAVOLOSO QUESTO TWEET: “RODOTÀ VOTATO DA 4667 PERSONE. ABBONATI AS ROMA 30.000. NON ERA PIÙ DEMOCRATICO PROPORRE TOTTI?” – 4. GRILLO AI TEDESCHI: “L’ITALIA IN AUTUNNO SARÀ IN BANCAROTTA” (SVEGLIA, LO SIAMO GIÀ!) – 5. “I VECCHI PARTITI SPARIRANNO. SAREI CONTENTO SE I TEDESCHI CI INVADESSERO” – 6. IL NAPOLITANO-BIS NON È PIÙ UN “GOLPE FURBETTO” MA UN “SUBDOLO COLPO DI STATO” – 7. DOPO LA BATOSTA IN FRIULI, TWITTA: “IN ITALIA SIAMO AL 29,1%, PRIMI ASSOLUTI” –

1 – DAGOREPORT – I NUMERI DELLE ‘QUIRINARIE’
Con grande ritardo e dopo le pressioni della stampa sono usciti i dati delle #Quirinarie e su twitter si scatena la delusione di molti, la rabbia e l’ironia di altri, qualche militante M5S prova a ribattere. 28.518 i votanti, 4.677 le preferenze per Rodotà

grillo casaleggiogrillo casaleggio

Ecco lo scarno comunicato pubblicato oggi (Da http://www.beppegrillo.it )

‘’Lo scorso 15 aprile, 48.292 persone sono state chiamate a partecipare all’elezione del candidato Presidente della Repubblica del MoVimento 5 Stelle. Il processo dei due turni di voto è stato verificato dalla società di certificazione internazionale DNV Business Assurance.
I voti espressi sono stati 28.518, così ripartiti:
- Gabanelli Milena Jole: 5.796
- Strada Luigi detto Gino: 4.938
- Rodota’ Stefano: 4.677
- Zagrebelsky Gustavo: 4.335
- Imposimato Ferdinando: 2.476
- Bonino Emma: 2.200
- Caselli Gian Carlo: 1.761
- Prodi Romano: 1.394
- Fo Dario: 941

casaleggio grillocasaleggio grillo

Dopo la rinuncia di Milena Gabanelli e Gino Strada, Stefano Rodotà ha accettato di candidarsi ed è stato il candidato votato dal MoVimento 5 Stelle in aula.
Nei sei turni di votazione Rodotà è stato votato rispettivamente 240, 230, 250, 213, 210, 217 volte. Il numero dei parlamentari 5 stelle è di 163.”

Milena Gabanelli candidata Stelle al Colle h partbMilena Gabanelli candidata Stelle al Colle h partb

CHE “PACCO”
Tra i primi a twittare vergogna c’è stato Marco De Benedetti, il primo politico a cavalcare la notizia Renzi con questo tweet dove definisce alla romana “sòla” la consultazione grillina:

Il flop di ‪#Grillo è nei voti reali del ‪#FVG e in quelli virtuali delle ‪#quirinarie con Rodotá votato da poco più di 4.100 persone! Una sòla

Molti degli iscritti a twitter con 5.000 follower si sono spontaneamente candidati alle prossime Quirinarie, i grillini ribattono che Marini di voti ne aveva certamente di meno, anche nel PD, resta la delusione per un sistema poco trasparente, basato su numeri modesti e a cui a questo punto credono in pochi, come ha denunciato anche ieri Sabina Guzzanti nel suo video.

Stefano RodotaStefano Rodota

FAVOLOSO QUESTO TWEET
Rodotà votato da 4667 persone. Abbonati As Roma 30.000. Non era più democratico proporre Totti? ‪#quirinarie

2 – BECHIS TWEET: @FrancoBechis
Rodotà, ben 4.677 voti alle Quirinarie! Era proprio il popolo a volerlo. Addirittura un elettore italiano su 10 mila… Ma vaffa! ^fb
Quasi un iscritto su due di M5s non ha creduto alle Quirinarie! Sono meno astensionisti gli italiani che i militanti di Grillo ^fb

3 – VIDEO – GRILLO SUONA “FLY TO THE MOON” (PIÙ O MENO) AL PIANOFORTE PER I REPORTER DI “BILD”
http://bit.ly/15DugW5

GRILLO A BILD, IN AUTUNNO ITALIA IN BANCAROTTA
(ANSA) – “L’Italia in autunno va in bancarotta”. Beppe Grillo parla col tabloid tedesco Bild, che così titola l’intervista. “Berlusconi è finito. Le Pmi vanno in bancarotta. Fra settembre e ottobre allo Stato finiranno i soldi, e sarà difficile pagare pensioni e stipendi”.

EMMA BONINO FOTO AGF REPUBBLICA jpegEMMA BONINO FOTO AGF REPUBBLICA jpeg

VECCHI PARTITI SI SABOTANO, STANNO PER SPARIRE
(ANSA) – Non è il Movimento 5 Stelle a sabotare i partiti, sono loro “a sabotare se stessi”. E in Italia, secondo Beppe Grillo, “si vive una frattura storica, poiché i vecchi partiti stanno per sparire”. Il leader di M5S lo dice alla Bild. “Noi non sabotiamo nulla. I partiti sabotano se stessi”, risponde al tabloid di Axel Springer. “Non si può nutrire più alcuna speranza in loro – continua -. Da loro non arriva più nulla”. E’ arrivato il momento, aggiunge, in cui si assiste “alla nascita di nuovi movimenti come il mio, che vengono dal basso”.

Marco De BenedettiMarco De Benedetti

GRILLO A BILD, CONTENTO SE TEDESCHI CI INVADESSERO
(ANSA) – “In Italia siedono in Parlamento ancora 30 parlamentari condannati, con sentenze passate in giudicato, per reati gravi. A me piacerebbe avere anche persone oneste, competenti, professionali, nelle posizioni giuste. In questo senso sarei contento di un’invasione tedesca in Italia”. Così il leader del M5S, Beppe Grillo, al tabloid Bild.

GRILLO A BILD, BASTA COMPROMESSI IN ITALIA
(ANSA) – La politica non è anche l’arte del compromesso? “Oh no, nessun compromesso”, risponde il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, intervistato dal tabloid tedesco Bild. “In Italia – aggiunge – sono stati fatti troppo a lungo sempre nuovi compromessi”

Francesco Totti e il buioFrancesco Totti e il buio

RIELEZIONE NAPOLITANO SUBDOLO COLPO DI STATO
(ANSA) – “La rielezione di Giorgio Napolitano equivale a un subdolo colpo di Stato”. Beppe Grillo lo ripete in un’intervista rilasciata alla tedesca Bild. “I partiti lottano per la sopravvivenza”, aggiunge il leader del M5S.

M5S: GRILLO ‘TWITTA’, AL 29,1% SIAMO PRIMI ASSOLUTI
(ANSA) – “M5S primo assoluto”. Così con un post su Twitter Beppe Grillo commenta, dopo i risultati del Friuli, i sondaggi a livello nazionale. Il riferimento, nel link, è ai dati di Emg diffusi dal Tg de La7 che danno il M5S al 29,1% in crescita del 5,2%.

bechisbechis

M5S: MASTRANGELI, ILLEGITTIMA VOTAZIONE SU MIA ESPULSIONE
(ANSA) – “La votazione che ha deciso la mia espulsione è illegittima. Non possono buttarmi fuori “. Così Marino Mastrangeli intervenuto nella tarda serata di ieri a “Quinta Colonna”, su Retequattro. “Alla votazione, 3 persone si sono astenute, 25 erano contrari e solo 62 hanno votato a favore della mia espulsione. Poiché la maggioranza dei nostri parlamentari è di 82 persone, mancano 20 voti”, ha sostenuto Mastrangeli.

MARINO MASTRANGELIMARINO MASTRANGELI

“Inoltre, non ho mai violato nulla: anche in questo momento, non sto partecipando ad alcun talk show televisivo, sto solo rilasciando un’intervista e non sto violando il regolamento. In riunione ho chiesto che venga domandato, via web, ai 50.000 iscritti del Movimento se è giusto che i parlamentari partecipino alle trasmissioni televisive”. Quanto ad un possibile cambio di partito, Mastrangeli ha risposto: “Ho il M5S nel sangue. Sarò sempre del M5S perché sono a favore della democrazia diretta”.

BEPPE GRILLO SU BILD jpegBEPPE GRILLO SU BILD jpeg

“Non lo so perché vogliano espellermi – ha concluso Mastrangeli – forse Vito Crimi mi vede come un nemico politico. Ma si sbaglia perché sono una persona leale, mentre lui mi ha pugnalato alle spalle e ha organizzato questo processo farsa. Da Grillo e Casaleggio ho ricevuto solo strette di mano e sorrisi”.

Annunci