La Russia “riscrive” la sua storia: finisce il mito della Rivoluzione d’Ottobre

La Russia “riscrive” la sua storia: finisce il mito della Rivoluzione d’Ottobredi Antonio Pannullo

La Russia post-comunista ha il coraggio di fare i conti col proprio passato. E lo fa con un manuale scolastico in cui la storia è diversa da com’è stata raccontata per oltre settant’anni in quel Paese. Ed è subito polemica per quanto scritto sulla Rivoluzione d’Ottobre. Finalmente, dopo quasi un secolo, Putin fa giustizia di una favola troppo a lungo raccontata, quella appunto sulla rivoluzione del 1917, che rivoluzione non fu mai, ma piuttosto golpe, e cruento, anche se il peggio verrà negli anni seguenti. La bozza, elaborata su incarico del presidente Putin da esperti dell’Accademia delle Scienze e del ministero della pubblica Istruzione, deve essere consegnata entro il primo novembre ma potrebbe essere pronta già la prossima settimana, secondo alcuni media. Le attese sono forti, in un Paese che secondo molti non ha ancora fatto del tutti i conti con il proprio passato e non mancano le voci dissenzienti. Uno degli autori, Serghiei Zhuzavliov ha anticipato che dopo un lungo dibattito si è deciso di chiudere il testo con un capitolo dedicato alla stagione attuale, segnata dalla figura di Putin, sino alla sua rielezione al Cremlino nel marzo del 2012: una scelta contestata da altri studiosi, favorevoli a chiudere il manuale all’anno 2000 per lasciare un margine di prospettiva e allontanare il sospetto di condizionamenti politici. In realtà l’operazione è condivisibile: la Russia esce da un periodo in cui la storia è stata letteralmente scritta dal governo, anche quella passata. Per decenni ha imperato il culto della personalità nel confronti di Stalin e degli altri della nomenklatura comunista, gli scrittori e gli intellettuali non conformi non solo non erano citati nei libri di storia ma erano addirittura rinchiusi nei gulag. D’altra parte è indubbio che Putin stia segnando un’autentica epoca per la Russia, caratterizzata da svolte e da scelte differenti rispetto al passato. Pochi giorni fa Putin ha detto di non escludere la possibilità di una sua nuova candidatura al Cremlino. Il presidente russo è stato eletto lo scorso anno per il suo terzo mandato, dopo aver ceduto la carica a Dmitri Medvedev nel 2008 e nel frattempo modificato la costituzione introducendo la possibilità di ricandidarsi. Nel quadro della stessa riforma, il mandato del presidente è stato esteso da quattro a sei anni.Fonte: http://www.secoloditalia.it/2013/09/la-russia-riscrive-la-sua-storia-finisce-il-mito-della-rivoluzione-dottobre/

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Peggio Stalin o Hitler?

di Arrigo Petacco

L’anniversario della morte di Giuseppe Stalin — 50 anni fa, il 5 marzo 1953, quando il dittatore aveva 73 anni — oltre a consentire ai pochi e malinconici nostalgici del culto della personalità di levare suffragi alla memoria del «grande e amato capo del popolo lavoratore» come lo definivano con reverenza Togliatti e i suoi seguaci, ha anche riaperto il gioco della comparazione. Chi era più criminale, chi ne ha ammazzati di più, chi si merita di finire più in giù dell’altro nelle profondità dell’inferno: Hitler o Stalin? Io me ne guarderò bene dal dare una risposta perché non sarà certo la cinica conta dei milioni di cadaveri, a stabilire il primato fra i due principali protagonisti negativi del secolo scorso.
Non ho invece la minima esitazione a indicare il più ipocrita: l’Oscar della doppiezza spetta a Giuseppe Stalin. Hitler, a modo suo, era sincero. Non ha mai tenuto nascosta la sua volontà di sopraffare, il suo razzismo sanguinario. Da quando pubblicò il Mein Kampf nel 1921, il futuro Fuhrer non ha mai fatto mistero dei suoi infernali progetti e chi aderì al suo movimento sapeva di entrare a far parte di una congrega di malfattori. Stalin invece ingannò per decenni il suo e altri popoli promettendo il Paradiso in terra per i lavoratori di tutto il mondo e realizzando invece un sistema infernale che dovunque è stato applicato ha prodotto soltanto miseria, fame, ingiustizia e morte.
Ancora oggi a 50 anni dalla morte di Stalin e a 10 dall’implosione epocale dell’Unione Sovietica, c’è qualcuno (soprattutto sui libri di scuola, purtroppo) che si ostina a «salvare» la memoria di Stalin ammettendo certi suoi errori più o meno gravi ma sottolineando che a lui si deve l’industrializzazione dell’Unione Sovietica e soprattutto la vittoria delle democrazie occidentali nella seconda guerra mondiale. Ora, a parte il fatto che lo sviluppo industriale dell’Unione Sovietica costò un tale prezzo di sangue che fa ancora inorridire, è sullo Stalin salvatore delle democrazie che vorrei soffermarmi. Stalin infatti non salvò affatto le democrazie occidentali dalla minaccia nazista ma al contrario ne fu salvato. Molti ancora oggi non sanno o non amano ricordare che nei primi due anni del secondo conflitto mondiale l’Unione Sovietica fu alleata e complice della Germania nazista. Dall’agosto del 1939, quando firmò il patto di amicizia con Hitler, al giugno del 1941 quando con l’«operazione Barbarossa» le armate naziste aggredirono l’Unione Sovietica a tradimento, Stalin aveva sempre aiutato l’«amico» di Berlino a realizzare i suoi piani di conquista. Con Hitler Stalin si spartì la sventurata Polonia, d’accordo con Hitler si impadronì della Bessarabia, dei tre paesi baltici (Estonia, Lituania, Lettonia) e cercò infine di piegare la resistenza degli eroici finlandesi. Non solo: anche quando la svastica sventolava ormai su tutte le capitali europee e l’Inghilterra sembrava ridotta al lumicino, Stalin continuò volenterosamente a rifornire di materie prime le industrie belliche tedesche e continuò anche quando, alla vigilia dell’aggressione, la Germania aveva improvvisamente congelato i propri rifornimenti verso l’Urss. Il 21 giugno 1941, l’inizio
di «Barbarossa» fu ritardato di alcune ore per consentire a un treno sovietico carico di preziosa gomma, di oltrepassare il confine russo-tedesco. Poi come è noto le divisioni corazzate germaniche penetrarono in Russia «come una baionetta in un pane di burro». Se Hitler non avesse calcolato male i tempi e se le democrazie occidentali e soprattutto gli Stati Uniti con i loro convogli artici non avessero rimpinguato di armi e di mezzi l’esauste risorse sovietiche, difficilmente l’Armata rossa avrebbe trovato la forza di reagire.
L’imputazione quasi giudiziaria che oggi grava su Stalin è quella della smisurata falcidia di vite umane. In questo, milione più milione meno egli eguaglia certamente Hitler ma con una differenza. Salvo il colonnello Roehm, che fece uccidere nella famosa «notte dei lunghi coltelli» perché gli insidiava il potere, Hitler fu leale e collaborativo con tutti i suoi principali gerarchi. Stalin invece, tutto istinto, rozzezza, crudeltà, passionalità vendicativa, in nome di un idilliaco paradiso socialista che non arrivava mai, portò milioni di individui a morte, comprese schiere di comunisti sinceri che credevano ciecamente in lui. L’immane carneficina cominciò subito dopo la sua conquista del potere. Liquidò per primi gli altri membri della «cinquina» dei possibili eredi nominati nel famoso testamento di Lenin fra i quali forse non a caso lui era collocato all’ultimo posto (Trotzcky, Bucharin, Kamenev, Zinoviev e Stalin) poi liquidò il 95% dei componenti del comitato centrale, quindi il 90% dello stato maggiore dell’Armata rossa con in testa il famoso maresciallo Tukacewsky; e il tragico balletto delle cifre potrebbe continuare a lungo. Ancora alla vigilia della sua morte, Stalin aveva appena avviato «il caso dei medici» prologo di una nuova purga che puntava a eliminare tutti i suoi possibili concorrenti e in particolare l’altro genio del male Laurenti Beria il quale, secondo alcune ipotesi, avrebbe giocato d’anticipo affrettando la fine del dittatore.
Oggi il mito di Stalin è ancora vivo e sopravviverà a lungo. Non c’è dubbio infatti che l’uomo ha lasciato una profonda impronta nella storia del mondo. Ancora a lungo storici e studiosi si affanneranno per studiare la complessa psiche di questo personaggio che fu certamente l’uomo più amato e più odiato della storia. Continueranno anche a cercare di individuare la molla segreta che fece scattare nel rozzo ex-seminarista di Tbilisi la sua inarrestabile volontà di potenza. Fra le ipotesi finora avanzate ne sono emerse anche di singolari. L’ultima, più curiosa, addebita il temperamento di Stalin alla sua statura. Il «piccolo padre» era infatti piccolo di nome e di fatto. Misurava appena un metro e cinquantotto.

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STALIN

Iosif Vissarionovič Džugašvili (in russo: Иосиф Виссарионович Джугашвили[?] ascolta[?·info]; georg. იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი, Ioseb Besarionis Dze Jughašvili; Gori, 21 dicembre 1879, 8 dicembre del calendario giuliano[1]Mosca, 5 marzo 1953) fu un militare dittatore sovietico bolscevico conosciuto come Josif Stalin (dal russo: сталь/stal’, “acciaio”), Segretario Generale del Partito Comunista dell’URSS e leader di tale Paese dal 1924 al 1953.

Nativo della Georgia, di umili origini, visse un’avventurosa giovinezza come rivoluzionario socialista di professione, prima di assumere un ruolo importante di dirigente all’interno della fazione bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, guidata da Lenin. Capace organizzatore, dotato di grande energia e di durezza di modi e di metodi, Stalin, strettamente fedele alle direttive di Lenin, divenne uno dei principali capi della Rivoluzione d’ottobre e del nuovo stato socialista: l’Unione Sovietica. Il suo ruolo e il suo potere politico crebbero durante la Guerra civile russa in cui svolse compiti politico-militari di grande importanza, entrando spesso in rivalità con Lev Trockij.

Nonostante le critiche mossegli nell’ultima parte della sua vita da Lenin e il duro contrasto con Trockij, Stalin alla morte del capo bolscevico, assunse progressivamente, grazie alla sua abilità organizzativa e politica e al ruolo di segretario generale del partito, il potere supremo in Unione Sovietica. Dopo aver sconfitto politicamente prima la sinistra di Trockij e quindi la destra di Zinovev, Kamenev e Bucharin, Stalin adottò una prudente politica di costruzione del “socialismo in un solo paese”, mentre nel campo economico mise in atto le politiche estremistiche di interruzione della NEP, di collettivizzazione forzata delle campagne e di industrializzazione mediante i Piani Quinquennali, lo stakanovismo e la crescita dell’industria pesante[2].

A metà degli anni trenta, in una fase di superamento delle difficoltà economiche e di crescita industriale, Stalin iniziò il tragico periodo delle purghe e del Grande terrore in cui progressivamente eliminò fisicamente, con un metodico e spietato programma di repressione, tutti i suoi reali o presunti avversari nel partito, nell’economia, nella scienza, nelle forze armate, nelle minoranze etniche. Per rafforzare il suo potere e lo stato sovietico contro possibili minacce esterne o interne di disgregazione, Stalin organizzò un vasto sistema di campi di detenzione e lavoro (GULag) in cui furono imprigionati in condizioni miserevoli milioni di persone[3].

Nel campo della politica estera, Stalin, timoroso delle minacce tedesche e giapponesi alla sopravvivenza dell’Unione Sovietica, in un primo momento adottò una politica di collaborazione con l’occidente secondo la dottrina della sicurezza collettiva; dopo l’Accordo di Monaco, il dittatore, sospettoso delle potenze occidentali e intimorito dalla potenza tedesca, preferì ricercare un accordo temporaneo con Adolf Hitler che favorì l’espansionismo sovietico verso occidente e i Paesi Baltici.

Colto di sorpresa dall’attacco iniziale tedesco con il quale la Germania nazista violava il patto di non aggressione sottoscritto dalle due potenze solo due anni prima[4], nonostante alcuni errori di strategia militare nella fase iniziale della guerra, Stalin seppe riorganizzare il Paese e l’Armata Rossa fino a ottenere, pur a costo di gravi perdite militari e civili, la vittoria totale nella Grande Guerra Patriottica. Il dittatore rivestì un ruolo di grande importanza nella lotta contro il nazismo e nella sconfitta di Hitler; le sue truppe, dopo aver liberato l’Europa Orientale dall’occupazione tedesca, conquistarono Berlino e Vienna, costringendo il Führer al suicidio[5]..

Dopo la vittoria Stalin, divenuto detentore di un enorme potere in Unione Sovietica e nell’Europa centro-orientale e assurto al ruolo di capo indiscusso e prestigioso del comunismo mondiale, accrebbe il suo dispotismo violento riprendendo politiche di terrore e di repressione. Stalin morì per una emorragia cerebrale nel 1953, quando l’Unione Sovietica era diventata una grande potenza economica[6][7][8], delle due superpotenze mondiali, dotata di armi nucleari, e guida del mondo comunista mondiale.

Dal 1956, a partire dal XX Congresso del PCUS, Stalin, che era stato oggetto di un vero e proprio culto della personalità nella ultima parte della sua vita da parte dei dirigenti e dei simpatizzanti del comunismo mondiale, è stato sottoposto a pesanti critiche da parte di politici e storici per la sua attività politica e per i suoi spietati metodi di governo.

Rivoluzionario di professione

Nacque nel 1879 da Vissarion Džugašvili (18531890) e da Ekaterina Geladze (18581937), in una povera famiglia georgiana. Picchiato spesso dal padre, Stalin ebbe per tutta la sua esistenza rapporti difficili con la propria famiglia; alcuni studiosi hanno ritenuto che tali conflitti familiari abbiano provocato in lui diverse turbe psicologiche [9]; tuttavia, queste affermazioni furono smentite dal diretto interessato che, di fronte a una precisa domanda del biografo Emil Ludwig, rispose: “Assolutamente no. I miei genitori non mi maltrattavano affatto”[10]. In seguito, in un suo manuale di marxismo scolastico, Stalin parlò del padre come un classico esempio di proletario con una coscienza ancora “piccolo-borghese”[11].

Stalin a 16 anni, nel 1894.

L’infanzia di “Soso” (diminutivo georgiano di Josif) non fu priva di momenti critici per la sua salute fisica, dapprima per una forma acuta di varicella e poi quando, a dieci anni, fu investito e travolto da un cavallo nel corso di una festa di paese: rimase gravemente ferito al braccio sinistro, perdendone parte della capacità di articolazione. Giovanissimo poté frequentare, grazie a una borsa di studio, il seminario teologico ortodosso di Tbilisi.

Il contatto, però, con le idee e con l’ambiente dei deportati politici lo avvicinò alle dottrine socialiste. Entrato, così, nel movimento marxista clandestino di Tbilisi nel 1898, allora rappresentato dal Partito socialdemocratico (POSDR), lavorò per qualche tempo al locale osservatorio astronomico. Ma soprattutto cominciò, da allora, un’intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale, che lo portò ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.

Stalin a 23 anni, nel 1902.

Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tbilisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.

Spostatosi a Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire ma fu ripreso e internato nel 1913 a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riuscì progressivamente ad imporre la sua personalità pragmatica e le sue capacità organizzative (nonostante un approccio talvolta eccessivamente “ruvido” che i compagni di partito gli rimproveravano) e ad emergere come dirigente di livello nazionale, tanto da essere chiamato da Lenin nel 1912 a far parte del Comitato centrale del partito.

Protagonista nella Rivoluzione bolscevica e nella Guerra civile

Nello stesso anno contribuì a far rinascere a San Pietroburgo la Pravda, mentre definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma). Tornato a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l’abbattimento dell’assolutismo zarista, Stalin, insieme a Lev Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l’incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l’elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell’ambito dello Stato sovietico.

Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell’aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l’Ucraina. Nella lotta contro i generali “bianchi”, fu incaricato di occuparsi del vettovagliamento delle forze bolsceviche sul fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd). In questa circostanza dimostrò grande energia e cominciò a organizzare un suo gruppo di fedeli seguaci; spesso in contrasto con le direttive di Trockij, Stalin venne infine richiamato a Mosca da Lenin che tuttavia apprezzò la sua capacità di direzione e la sua spietate decisione[12]. Lenin si preoccupò della crescente rivalità tra Stalin e Trockij e richiese ad entrambi di comporre le loro divergenze e collaborare per la vittoria della Rivoluzione bolscevica; in effetti Stalin in questa fase elogiò ripetutamente in alcuni discorsi l’operato e l’efficienza di Trockij e sembrò mosso dal desiderio di riavvicinarsi al capo dell’Armata Rossa[13].

Considerato da Lenin e anche da Trockij il dirigente bolscevico più duro e efficiente[14], Stalin venne inviato successivamente negli Urali dove contribuì alla nomina del generale Sergeij Kamenev al comando supremo[15], quindi nel maggio 1919 si recò a Pietrogrado, dove denunciò e represse una presunta cospirazione antibolscevica e organizzò la riconquista di alcune piazzeforti. Infine partì il 3 ottobre 1919 per il fronte sud, come commissario politico del Fronte meridionale, dove riallacciò i rapporti con i suoi fedeli amici della Prima armata a cavallo: Kliment Vorošilov, Grigorij Ordžonikidze, Semën Budënnyj[16].

Durante la guerra sovietico-polacca Stalin, commissario politico del Fronte Sud-occidentale del generale Egorov, inizialmente condivise con Trockij le forti riserve sui progetti di offensiva verso il cuore dell’Europa promossi da Lenin; dubbioso sulla possibilità di una insurrezione socialista in Polonia o in Germania, egli evidenziò invece come fosse prudente occuparsi soprattutto della situazione in Crimea e nel Kuban dove le forze bianche avevano ripreso la loro attività e minacciavano la sicurezza delle retrovie del suo fronte. Alla fine però si imposero i progetti strategici di Lenin e del generale Michail Tuchačevskij e Stalin finì per votare disciplinatamente nel Politburo a favore dell’offensiva su Varsavia[17]. Durante la battaglia, che terminò con la sconfitta dell’Armata Rossa, sorse un nuovo violento contrasto con Trockij, quando Stalin si rifiutò, in ragione dei reali pericoli sulle sue comunicazioni ma anche per rivalità personale, di distaccare una parte delle sue forze in appoggio al generale Tuchačevskij e decise di concentrarle invece nella inutile conquista di Lvov[18]. Nel X Congresso del partito del 1921 la condotta e le decisioni di Stalin vennero criticate in una sessione a porte chiuse, nonostante le spiegazioni che egli fornì del suo operato[19]. Le controversie sulle responsabilità nella sconfitta di Varsavia sarebbero continuate fino agli anni trenta e concorsero a rovinare i rapporti tra Stalin e il generale Tuchačevskij[17].

Lenin espresse anche esplicite riserve nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui accusava Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all’interesse generale del movimento. Lenin era preoccupato che il governo perdesse sempre più la sua matrice proletaria, e diventasse esclusivamente un’ala dei burocrati di partito, sempre più lontani dalla generazione vissuta tanto tempo in clandestinità prima delle rivolte del 1917. Oltretutto intravvedeva un futuro dominio incontrastato del Comitato Centrale, ed è per questo che propose nei suoi ultimi scritti una riorganizzazione dei sistemi di controllo, auspicandone una formazione prevalentemente operaia che potesse tenere a bada la vasta e nascente nomenclatura di funzionari di partito[20].

Stalin e Lenin, nel 1919.

Il segretario generale

Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a Zinov’ev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all’origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all’interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Lev Trockij, ostile alla Nuova Politica Economica e sostenitore dell’internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva al contrario che la “rivoluzione permanente” fosse una pura utopia e che l’Unione Sovietica dovesse puntare sulla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del “socialismo in un Paese solo“).

Trockij accusava Stalin e il partito, assieme alla crescente opposizione creatasi in seno al partito (tra cui i Decei, critici del Centralismo Democratico), che ci volesse invece un rinnovamento democratico all’interno degli organi dirigenti, che sempre più venivano scelti su matrice non elettiva, dall’alto verso il basso, contrariamente agli spiriti che accesero la rivoluzione. Espresse queste sue posizioni al XIII congresso del partito, ma la sua accusa venne respinta e Trotsky venne sconfitto, oltretutto accusato da Stalin e dal “triumvirato” (Stalin, Kamenev, Zinov’ev) di “frazionismo“, tendenza contraria alla direzione “monolitica” presa dal partito dal X congresso. Trockij venne isolato anche a causa delle norme di emergenza (prese precedentemente dallo stesso Lenin nel pieno della guerra civile sempre nell’ambito del X congresso) tese a strutturare un partito compatto, eliminando le tendenze frazionistico-scissioniste.

Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1926, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane, isolando Trockij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinov’ev).

Nel corso di questi anni sia l’Opposizione Operaia di Aleksandra Kollontaj, che si batteva per il ritorno alla democrazia dei Soviet contro la burocratizzazione,[21] sia l’Opposizione di Sinistra, guidata da Trockij, e la sua momentanea trasformazione in Opposizione Unificata, con Kamenev e Zinov’ev, che poi capitolarono, furono sconfitte con i metodi più brutali di intimidazione e di persecuzione, dalla propaganda perniciosa di falsità da parte dell’apparato del partito dominato dagli staliniani, all’irruzione nelle sedi di partito, che ospitavano riunioni ed assemblee, con la devastazione delle stesse ed il pestaggio degli intervenuti[22].

Lo psichiatra russo Vladimir Bechterev nel 1927 visitò Stalin e gli diagnosticò una sindrome paranoide. Poco tempo dopo morì in circostanze non chiarite. Stalin avrebbe ordinato l’assassinio del medico perché non d’accordo con la diagnosi[23].

Lo stalinismo

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stalinismo e Grandi purghe.

Francobollo sovietico anni cinquanta: “La pace sconfiggerà la guerra”. Fa parte delle raffigurazioni del dopoguerra. Sul manifesto c’è scritto: “Grazie, caro Stalin, per i nostri bambini felici”.

Stalin diede anche alcuni contributi allo sviluppo teorico del marxismo-leninismo, in particolare sul rapporto tra socialismo e movimenti nazionalisti[24]. La prassi politica realizzatasi nei trent’anni del suo governo è stata definita dai suoi oppositori (in particolare trotskisti e anti-comunisti) “stalinismo” al fine di mostrare una sua parziale differenza rispetto alla formulazione classica del marxismo-leninismo. Partendo dal concetto leninista di “dittatura del proletariato“, secondo il quale dopo la rivoluzione e prima della realizzazione di una società comunista compiuta sarebbe necessaria una fase politica di transizione in cui i mezzi dello stato conquistato dai lavoratori vengano da essi impiegati contro la resistenza della minoranza capitalista sconfitta[25], e dalla teoria dell’estinzione dello stato una volta terminato il periodo della dittatura del proletariato[26], Stalin seguì la teoria della violenza rivoluzionaria crescente all’interno del periodo di transizione[27][28][29] già elaborata da Lenin[30]. La prassi politica realizzatasi nei trent’anni del suo governo è stata definita “stalinismo”. Le caratteristiche distintive della gestione stalinista del potere in politica interna sono il culto della personalità e l’impiego del terrore (Gianfranco Pasquino. Dizionario di politica, Gruppo Editoriale l’Espresso. Pag 498), partendo dal concetto leninista di “dittatura del proletariato”. Lenin, in “Stato e Rivoluzione”, aveva previsto che immediatamente dopo la presa del potere rivoluzionario l’apparato di repressione dello stato, fin dall’inizio del periodo di transizione, avrebbe iniziato a indebolirsi fino ad estinguersi una volta raggiunto il comunismo. Di fatto la pratica staliniana di governo andava nella direzione opposta: una crescita abnorme dell’apparato repressivo dello stato. Questo creava dei problemi teorici e pratici di difficile soluzione: che socialismo poteva essere quello che si serviva di un apparato repressivo di tal fatta? Sul punto “dell’intensificarsi della lotta di classe man mano che si procedeva verso il socialismo” Stalin fu chiaro. Disse nel Plenum del Febbraio-Marzo 1937: ”Quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più i residui delle classi sfruttatrici distrutte diverranno feroci”. (Storia dell’Unione Sovietica. Giuseppe Boffa. Arnaldo Mondadori Editore L’Unità. P,252).

Con il 1928 iniziò la cosiddetta “era di Stalin”. Da quell’anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell’URSS, di cui fu l’onnipotente artefice fino alla morte. Dopo aver posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell’agricoltura e soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz e quelli che si opponevano avviati a campi di lavoro), fu dato avvio al primo piano quinquennale (192832) che dava la precedenza all’industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale fu dedicata all’opera di trasformazione di un Paese povero e arretrato in una grande potenza industriale. Furono fatte massicce importazioni di macchinari e chiamate alcune decine di migliaia di tecnici stranieri. Sorsero nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passarono dal 17 al 33% della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debellava l’analfabetismo e preparava i nuovi tecnici.

Anche il secondo piano quinquennale (193337) diede la precedenza all’industria che compì un nuovo grande balzo in avanti; ma non altrettanto brillante fu il rendimento agricolo per cui, in concomitanza con l’entrata in vigore di una nuova Costituzione (1936), ne fu modificata la troppo rigida struttura. A quest’opera indubbiamente gigantesca corrisposero tuttavia un ferreo autoritarismo e un’implacabile intransigenza: ogni dissenso ideologico fu condannato come “complotto”.[31]

Furono le terribili “purghe” degli anni trenta (successive al misterioso assassinio di S. Kirov) che videro la condanna a morte o a lunghi anni di carcere di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinov’ev a Radek a Sokolnikov a Jurij Pjatakov; da Bucharin e Rykov a G. Jagoda e a M. Tuchačevskij (18931938), in totale 35.000 ufficiali su 144.000 che componevano l’Armata Rossa[32].

Secondo le stime del KGB (1960, rese note dopo la caduta dell’URSS) 681.692 persone vennero condannate a morte nel 193738 (353.074 nel 1937 e 328.018 nel 1938), 1.118 nel 1936 e 2.552 nel 1939 per reati politici. Il totale di condanne a morte politiche tra il 1930 e il 1953 è, sempre secondo queste stime, di 786.098, anche se molti storici le considerano sottostimate per diversi motivi.[33]

Stalin e i suoi collaboratori giustificarono il bagno di sangue che spazzò via dal PCUS ogni residuo di opposizione alla linea Stalinista (operazione che privò, fra l’altro, l’Armata Rossa di oltre la metà dei suoi comandanti più prestigiosi e il partito dei dirigenti della generazione rivoluzionaria), con il timore di complotti e di moti reazionari, nonché con la presenza di una “quinta colonna” borghese-fascista nei vertici dell’esercito. La totale riabilitazione delle vittime di Stalin ha definitivamente dimostrato che non è mai esistito alcun “comploto militare fascista” nell’esercito.[34]

Venne intrapresa una lotta senza tregua contro i reali o presunti nemici del socialismo o antipartito. Vennero allontanati dal potere i più famosi leader della rivoluzione, Trotskij, Kamenev, Zinovev, Bucharin, fino a giungere al culmine, coi processi di Mosca e con l’eliminazione fisica di tutta la vecchia guardia bolscevica e, infine, di Trotskij (1940), già in esilio da più di un decennio[35]). Per dare un’idea dell’entità della repressione, solo considerando i componenti del Politburo degli anni 20, perirono nelle purghe i seguenti Vecchi Bolschevichi, in gran parte “compagni d’armi di Lenin”: Lev Kamenev, Nikolay Krestinsky Leon Trotsky, Nikolai Bukharin, Grigory Zinoviev, Alexei Rykov Jānis Rudzutaks Grigori Sokolnikov, Nikolai Uglanov, Vlas Chubar, Valerian Kuybyshev, Stanislav Kosior, Sergei Syrtsov. Dei 139 membri e supplenti del Comitato centrale del partito, eletti al XVII Congresso del 1934, nei due anni successivi 98 furono arrestati e fucilati. Dei 1.966 delegati con diritto di voto o di consulenza, 1.108, cioè chiaramente più della maggioranza, furono arrestati sotto l’accusa di delitti controrivoluzionari. (dati del rapporto Krusciov).[36]

Foto del 1930 in cui sono presenti Stalin, Voroshilov, Molotov, e Nikolai Yezhov. Quest’ultimo venne ucciso nel 1940 e la foto fu in seguito ritoccata. Questo tipo di falsificazione a scopo propagandistico fu ampiamente utilizzato durante il governo di Stalin.

Ammessa alla Società delle Nazioni nel 1934, l’URSS avanzò proposte di disarmo generale e cercò di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi sia al loro interno (politica dei “fronti popolari”). Nel 1935 concluse patti di amicizia e reciproca assistenza con la Francia e la Cecoslovacchia; l’anno successivo appoggiò con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Franco. Ma il Patto di Monaco (1938) costituì un duro colpo per la politica “collaborazionista” di Stalin che a Litvinov sostituì Vjačeslav Molotov (1939) e alla linea possibilista alternò una politica puramente realistica.

Per lunghi mesi nel 1939 l’Unione sovietica tentò di stringere accordi con l’Inghilterra e la Francia[37], per giungere a un patto che garantisse l’aiuto delle due nazioni all’Unione Sovietica in caso di invasione tedesca, ma le due potenze occidentali inviarono a Mosca solo delegazioni di secondo grado senza il potere di stringere alcun accordo. Così, di fronte alle tergiversazioni occidentali e temendo il sostegno di Francia e Inghilterra alla Germania per costruire un unitario fronte anticomunista, Stalin preferì la “concretezza” tedesca (Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939) che, secondo lui, se non era più in condizione di salvare la pace europea, poteva almeno momentaneamente assicurare la pace all’URSS e prepararlo a quella che poi verrà chiamata la Grande Guerra Patriottica[7][8][38]. Una diversa interpretazione storiografica è, tuttavia, quella che vede il Patto Molotov-Ribbentrop come un tentativo di Stalin di far uscire l’URSS dall’isolamento internazionale in cui si trovava da almeno un biennio, reso palese dalla Conferenza di Monaco del 2930 settembre 1938 cui l’Unione Sovietica non era stata invitata. Una ulteriore interpretazione storiografica (ad esempio, quella dello storico russo marxista-leninista Roy Medvedev, che ha scritto diverse opere su Stalin) vede uno Stalin in attesa degli eventi, pronto a schierarsi dalla parte del vincitore appena si fosse palesato come tale. La spartizione della Polonia (1939) e l’annessione di Estonia, Lettonia e Lituania e la guerra alla Finlandia (1940) rientrarono nella stessa concezione: garantire al massimo le frontiere sovietiche “calde”. In seguito al patto di non aggressione con la Germania, il Comintern strettamente controllato da Stalin, riesumò il vecchio slogan leniniano della guerra tra opposti imperialismi, attribuendo le maggiori responsabilità a Francia e Inghilterra[39]. Tale linea provocò non poco scompiglio e disorientamento tra le file dei comunisti molti dei quali erano approdati alle idee del comunismo proprio in funzione dell’anti-nazismo e dell’antifascismo[40].

La Grande Guerra Patriottica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi seconda guerra mondiale, battaglia di Stalingrado e Fronte Orientale.

I Tre Grandi: il Primo Ministro Inglese Winston Churchill, il Presidente degli Stati Uniti d’America Franklin Delano Roosvelt e Stalin alla Conferenza di Jalta, febbraio 1945. Nella foto si riconoscono anche Molotov (estrema sinistra), Sir Andrew Cunningham e Sir Charles Portal (alle spalle di Churchill) e William D. Leahy (dietro Roosevelt).
« Quando volgo indietro lo sguardo, mi permetto di dire che nessun’altra direzione politico-militare di qualsiasi paese avrebbe retto a simili prove, né avrebbe trovato una via d’uscita dalla situazione eccezionalmente grave che si era creata […][41] »

La successiva guerra contro i paesi dell’Asse nazifascista (19411945) costituì una pagina importantissima e decisiva della vita di Stalin. Dopo un cedimento psicologico iniziale, di fronte alla sorpresa dell’attacco tedesco che sconvolgeva tutte le sue previsioni e i suoi piani, seppe organizzare e guidare l’Armata Rossa e l’Unione Sovietica nella durissima lotta contro la Germania nazista, che metteva in pericolo la sopravvivenza stessa dello stato bolscevico ed anche delle popolazioni sovietiche, destinate allo sterminio, alla schiavitù e alla deportazione secondo i piani di Hitler. Durante la seconda guerra mondiale, l’URSS subì enormi perdite, quantificabili in circa 9.000.000 di militari e 12.000.000 di civili, in parte a causa delle disastrose sconfitte iniziali e in parte a causa dei metodi operativi adottati di fronte alle potenti forze tedesche e delle straordinarie dimensioni delle battaglie e delle campagne di guerra del fronte orientale. La Germania impiegò sempre il grosso delle sue forze armate in Russia e subì anch’essa gravi perdite, quasi 4 milioni di militari, cioè oltre 80% del suo totale su tutti i fronti.

Stalin, usando spesso i suoi metodi violenti e brutali, specie contro collaborazionisti ed etnie a suo parere infide, diresse la lotta con determinazione e grande energia, anche se non senza alcuni momenti di pessimismo, specie a Mosca nel 1941 e a Stalingrado nell’estate 1942. Col tempo si costruì anche una notevole competenza militare strategica per ammissione degli stessi esperti occidentali che lo conobbero[42] e coordinò nel complesso con abilità le grandi operazioni strategiche ideate e pianificate da alcuni suoi competenti generali, a cui diede fiducia (come Žukov, Rokossovskij, Vasilevskij, Konev e Vatutin).

Stalin e l’Armata Rossa svolsero un ruolo decisivo nella sconfitta di Hitler e del Nazismo, prima respingendo l’attacco nazista, con la battaglia di Mosca del dicembre 1941; poi con la decisiva vittoria di Stalingrado dell’inverno 1942-1943 e il grande scontro di mezzi corazzati a Kursk; infine con le grandi offensive degli anni 1943-1945 (i “dieci colpi di maglio”, secondo la terminologia staliniana dell’epoca[43]), che distrussero la potenza della Wehrmacht, fino alla conquista finale della capitale tedesca a seguito della battaglia di Berlino e del suicidio di Hitler[44]. Durante la guerra il nome in codice di Stalin nelle direttive segrete e nelle comunicazioni con i vari comandi era Vasilev[45].

Oltre al suo apporto – notevole e decisivo – alla conduzione della guerra, fu comunque estremamente significativo anche il ruolo di Stalin come grande diplomatico, evidenziato dalle conferenze al vertice: un negoziatore rigoroso, logico, tenace, non privo di ragionevolezza[46]. Fu assai stimato da Franklin Delano Roosevelt, meno da Winston Churchill, cui fece velo la vecchia ruggine (rinforzata dai fatti del 1939) anticomunista.[senza fonte]

Il dopoguerra e la morte

Si sostiene che stimasse Chiang Kai-shek più di Mao Zedong[senza fonte] (che tra l’altro aveva di lui un’ottima opinione, come testimonia la visita che fece allo statista sovietico il 21 dicembre 1949, in occasione del suo compleanno nonché gli onori che gli tributò nei giorni successivi alla sua scomparsa) e solo con riluttanza smise di pensare che la Cina poteva essere governata dal Kuomintang con l’adesione dei comunisti[senza fonte]. Ad ogni modo, durante la guerra civile cinese l’URSS fornì al Partito Comunista Cinese un contributo in materiale bellico e un certo numero di consiglieri; fin dall’agosto del 1945 inoltre, dopo la sua dichiarazione di guerra al Giappone, appoggiò i maoisti conquistando la Manciuria e lasciando al PCC il bottino ottenuto.

Per ciò che concerneva la Germania, Stalin fu un assertore della divisione in due Stati: Repubblica Federale Tedesca capitalista e Repubblica Democratica Tedesca socialista. Quando le potenze occidentali decisero unilateralmente di introdurre il Marco Tedesco al posto della valuta di occupazione, per convincere Stalin a lasciar riunificare la Germania, il leader georgiano rispose con il blocco della città: il 24 giugno 1948 l’URSS impedì gli accessi ai tre settori occupati da americani, inglesi e francesi di Berlino, tagliando tutti i collegamenti stradali e ferroviari che attraversavano la parte di Germania sotto controllo sovietico. Gli americani risposero con il celebre ponte aereo che convinse l’Unione Sovietica a togliere il blocco il 12 maggio 1949 (ma le missioni aeree USA perdurarono fino al 30 settembre).

Il dopoguerra trovò l’URSS impegnata nuovamente su un doppio fronte: la ricostruzione all’interno e l’ostilità verso l’Occidente all’esterno, Nell’immediato dopoguerra l’Unione Sovietica infranse il monopolio americano sul possesso della bomba atomica sperimentata nel 1949. Furono gli anni degli inizi della Guerra fredda, che videro Stalin irrigidire ancor più il monolitismo del Partito comunista fuori e dentro i confini, ma al contempo del rispetto dei patti post-bellici, di cui è espressione evidente lo scioglimento del Comintern e la creazione del Cominform e la “scomunica” della deviazionista Iugoslavia.

In occasione della Guerra di Corea Stalin offrì all’alleato Kim Il Sung l’appoggio di 26.000 soldati sovietici (un apporto molto moderato, se confrontato con quello concesso invece da Mao pari a 780.000 militi) e regalò delle forniture alimentari e di mezzi corazzati ai nordcoreani, ma fu sempre restio a intervenire direttamente nel conflitto. Durante la guerra civile greca rispettò i patti firmati con le potenze alleate e non supportò i comunisti ellenici, lasciando che Gran Bretagna e Stati Uniti, sempre nel rispetto dei patti che dividevano l’Europa in aree d’influenza, a rotazione dessero aiuti determinanti al governo di Atene nella repressione dell’insurrezione comunista. In sostanza Stalin lasciava mano libera agli occidentali in Grecia ed in Italia, ma pretendeva i medesimi diritti su tutta l’Europa orientale.

Stalin, ormai in età avanzata, subì un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo la notte tra il e 2 marzo 1953, ma le guardie di ronda davanti alla sua camera da letto non osarono forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando Stalin era già in condizioni disperate: metà del corpo era paralizzata e aveva perso l’uso della parola. Morì all’alba del 5 marzo, dopo aver dato per diverse volte segnali di miglioramento. Drammatico è il racconto dell’ultimo istante di vita del dittatore fatto dalla figlia Svetlana: convinto di essere vittima di una congiura, Stalin maledisse i leaders comunisti riuniti attorno al divano sul quale giaceva. Alcuni storici hanno accettato l’ipotesi dell’assassinio, ipotesi categoricamente smentita dal grande storico Roy Medvedev[senza fonte].

Il suo funerale fu imponente, con una partecipazione stimata in un milione di persone[47]: il corpo, dopo essere stato imbalsamato e vestito in uniforme, fu solennemente esposto al pubblico nella Sala delle Colonne del Cremlino (dove era già stato esposto Lenin). Almeno 500 persone morirono schiacciate nel tentativo di rendergli omaggio[47]. Fu sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.

Quando Stalin morì, la sua popolarità come capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo era ancora intatta presso tutti i partiti comunisti al mondo. Alla fine del decennio, con la pubblicazione del discorso tenuto da Nikita Chruščёv durante il XX Congresso del PCUS, l’Unione Sovietica rinnegò ufficialmente gran parte delle scelte politiche e ideologiche di Stalin, ridimensionò il suo ruolo durante la Grande Guerra Patriottica, rimosse i riferimenti a lui in campo culturale e politico (con un processo definito “destalinizzazione” in Occidente), riabilitò alcuni degli esponenti politici condannati a morte durante le purghe, mise in pratica un radicale programma di riforme economiche e intraprese rapporti più distesi con l’Occidente capitalista. Il programma di riforme non fu accettato all’unanimità dai numerosi partiti comunisti sparsi nel mondo: tra le reazioni più clamorose vanno ricordate quelle dell’Albania (allora parte del Patto di Varsavia) e soprattutto della Cina, che ruppero i rapporti di collaborazione con l’URSS definendo “revisionista” l’operazione Chruščёv. Uno dei primi provvedimenti della politica di destalinizzazione fu la rimozione della salma di Stalin dal Mausoleo di Lenin, accanto al quale era stato deposto subito dopo la morte. Da allora è sepolto in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.

Tra le opere di Stalin hanno notevole importanza ideologica e politica: La questione nazionale (1912), Materialismo dialettico e materialismo storico (1938), Questioni del leninismo (1941), Il marxismo e la linguistica (1950), Problemi del socialismo in URSS (1952).

Commemorazioni

La commemorazione su L’Unità

« Stalin è morto.
Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità.
Il Capo dei lavoratori di tutto il mondo si è spento ieri sera a Mosca alle 21:50 »
(L’Unità, 6 marzo 1953, prima pagina[48])

Cinquantenario

Il 2 marzo 2003 il partito marxista-leninista italiano ha organizzato a Firenze una commemorazione pubblica in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte[49].

Il tributo di sangue

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Berlino est, 1951: Statua di Stalin nella Karl Marx Allee.

Buona parte degli storici concorda sul fatto che, tenendo in considerazione oltre al terrorismo di stato (deportazioni e purghe politiche), le carestie (tra cui la grande tragedia dell’Holodomor) e la mortalità in prigione e nei campi di lavoro, Stalin e i suoi collaboratori furono direttamente o indirettamente responsabili della morte di un numero di persone compreso tra 20 e 60 milioni. Secondo Aleksandr Jakovlev, che diresse la Commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni, creata dal presidente Eltsin nel 1992  i morti causati dal regime di Stalin furono oltre 20 milioni.[senza fonte] Secondo quanto affermato da Robert Conquest nel suo libro “Il grande terrore” i morti nei Gulag e nei campi di lavoro sarebbero stimabili tra i 13 e i 15 milioni, su una popolazione di 30 milioni di internati[50]. Conquest aveva affermato che i dati d’archivio che sarebbero stati rilasciati dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbero corroborato le sue analisi[51], tuttavia Viktor N. Zemskov, uno degli storici che hanno potuto visionare gli archivi desecretati del NKVD/MVD, ha pubblicato dati fortemente contrastanti con le supposizioni di Conquest[52]:

Confronto tra i dati ricavati dagli archivi dell’NKVD/MVD e le stime esterne[52]
arresti nel ’37-’38 popolazione dei gulag nel ’38 popolazione dei gulag e delle carceri nel ’38 popolazione dei gulag nel ’52 morti nei gulag nel ’37-’38 esecuzioni nel ’37-’38 esecuzioni totali tra il ’21 ed il ’53
A. Antonov-Ovseenko 18,8 milioni 16 milioni 7 milioni
R. A. Medvedev 5-7 milioni 0,5-0,6 milioni
O. Shatunovskaia 19,8 milioni 7 milioni
D. Volkogonov 3,5-4,5 milioni
R. Conquest 7-8 milioni ~7 milioni ~8 milioni 12 milioni 2 milioni 1 milione
Accertati ~2,5 milioni ~1,9 milioni 2,0 milioni 2,5 milioni 160.084 681.682 799.455

La discrepanza tra le stime di Conquest ed i dati d’archivio ha portato lo storico Stephen G. Wheatcroft a sostenere un’aspra diatriba con il collega: mentre Conquest sostiene che gli archivi del NKVD sono inaffidabili e presentano dati palesemente contraffatti[53], Wheatcroft afferma che l’analisi di Conquest abbia esagerato il numero di prigionieri e di morti nei campi di lavoro e sia in contraddizione con le analisi demografiche, gli studi condotti sull’uso dei lavori forzati in URSS ed i dati d’archivio desecretati[54].

Il 5 marzo 1940 Stalin e altri alti funzionari sovietici firmarono l’ordine di esecuzione di 25.700 cittadini polacchi, tra cui 14.700 prigionieri di guerra. Questo episodio è noto come Massacro di Katyń. Il 20 agosto dello stesso anno un agente dell’NKVD assassinò l’antico avversario di Stalin Lev Trotsky, su suo personale ordine, esiliato in Messico.

Oltre alla morte nei lager Stalin è accusato di aver provocato in Ucraina la morte di diversi milioni di persone per fame (Holodomor): le stime oscillano tra un milione e mezzo di vittime (stima ufficiale degli archivi sovietici) e 10 milioni. Occorre precisare che Stalin è considerato direttamente responsabile di questi decessi, poiché negli archivi sovietici sono numerosi i documenti che confermano la pianificazione della carestia tramite la confisca del grano dei contadini[55]. Nella vigilia della 61ª sessione dell’Assemblea generale dell’ONU nell’estate 2006 il ministro degli esteri ucraino Boris Tarasiuk dichiarò: “lo sterminio di massa pianificato appositamente dal regime totalitario comunista dell’epoca ha causato la morte di una cifra oscillante tra i 7 e 10 milioni di uomini, donne e bambini innocenti, cioe’ di circa un quarto della popolazione ucraina dell’epoca”.

Le missive scritte dai contadini agonizzanti dalla fame ai propri parenti arruolati nell’Armata Rossa non giungevano mai ai rispettivi destinatari, in quanto venivano regolarmente intercettate dalla censura militare affinché le voci relative a ciò che stava effettivamente accadendo nelle zone colpite dalla carestia non si diffondessero per tutto il paese, e tantomeno al di fuori dell’URSS[senza fonte].

Tra le testimonianze dell’epoca:

  • Lettera scritta ad un artigliere dalla sorella residente a Krylovskaja, provincia di Rostov.
« Non ti puoi nemmeno immaginare l’orrore che stiamo vivendo al paese. La gente sta morendo di fame e quando qualcuno entra in casa per chiedere un pezzo di pane se non glielo dai rischi che ti taglino il collo. Se vedessi quante persone affamate, ammalate e gonfie dalla fame ci sono adesso… è una cosa spaventosa. La gente è affamata sino al punto che mangia carne di cavallo putrefatta. »
  • Lettera scritta dai genitori al soldato dell’Armata Rossa Jurčenko da Novo-Derevjanovskaja, Caucaso del Nord.
« Quanta gente muore di fame; i cadaveri giacciono fino a 5 giorni lungo le strade senza che nessuno si preoccupi di sotterrarli. La gente ha fame, le forze per scavare le fosse non le ha più. Fa paura persino a guardare chi è ancora vivo…le facce stravolte, gli occhi piccoli e prima della morte il gonfiore diminuisce, diventando di un colore giallastro. Non sappiamo che ne sarà di noi, ci attende la morte per fame… »

Al riguardo vi sono le seguenti affermazioni, che però sono totalmente prive di fonti storicamente accettabili in base agli standard storiografici internazionali, e perciò possono essere frutto di elaborazioni ideologiche di parte: “Per i villaggi, che ogni anno dovevano consegnare una parte del raccolto allo Stato, furono fissate quote altissime, proprio in un periodo di raccolti magri. Di fronte al mancato rispetto delle quote, Stalin inviò la polizia politica a requisire l’intero raccolto. «Arrivavano, cercavano dappertutto e si portavano via anche il cibo cotto nelle pentole», racconta Dmytro Kalenyk, 88 anni, uno dei due sopravvissuti in una famiglia di 14 persone. I contadini, ai quali era vietato lasciare i villaggi, erano condannati. «Per una spiga di grano si veniva fucilati sul posto», racconta ancora il vecchio agricoltore. Interi villaggi vennero cancellati. Quando anche l’ultimo abitante era morto, issavano una bandiera nera e qualcuno arrivava a seppellire i morti. Chi ci riusciva, abbandonava i figli alle stazioni, sperando che le autorità li avrebbero portati in orfanotrofio. «Uccidemmo i gatti, cucinammo i cani; poi le persone iniziarono a mangiarsi fra di loro», racconta Anna Vasilieva, 85 anni. Tale tragedia provocata dal dittatore Stalin non riguardò solo l’Ucraina. L’Izvestija ha pubblicato la lettera inviata dalla figlia che abitava a Rostov sul Don a un certo Rostenko: «Ero andata a cercare pane e ho visto che tutti correvano in vicolo Nikolaevskij. C’era un mucchio di gambe e braccia buttate nel catrame. Poi ho saputo che una donna è stata arrestata al mercato perché vendeva salame di carne umana».”[senza fonte]

Di fronte a tale situazione, il Comitato Centrale del partito comunista sovietico, in data 22 gennaio 1933, proibì l’esodo di massa dei contadini dalle loro terre.

« Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo sono stati informati in merito ad un esodo di massa in corso nelle zone del Kuban e dell’Ucraina da parte di contadini alla ricerca “di pane” che si dirigono nelle zone del Volga, della provincia di Mosca, nel Caucaso ed in Bielorussia. Sia il Comitato centrale del partito comunista sovietico che il Soviet dei commissari del popolo non dubitano minimamente che si tratti di un atto simile a quello dell’anno scorso avvenuto in Ucraina e pianificato da nemici del potere sovietico ed agenti polacchi allo scopo di organizzare agitazioni “attraverso i contadini” nelle zone settentrionali dell’Unione Sovietica contro i kolchoz e soprattutto contro il potere sovietico. L’anno scorso sia gli organi di partito che quelli della polizia militare ucraina non si sono rivelati in grado di opporsi a questo atto contro-rivoluzionario organizzato nei confronti del potere sovietico. Quest’anno non verranno in nessun modo tollerati errori del genere.Per tanto il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica ordinano alle autorità di polizia militare del Caucaso del Nord e dell’Ucraina di contrapporsi all’esodo di massa dei contadini locali in altre zone. Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica ordinano altresì alle autorità di polizia militare della provincia di Mosca, della Bielorussia e del Volga innanzitutto di arrestare sul posto i contadini ucraini e caucasici che in qualche modo siano già riusciti a penetrare nei territori soprindicati e, in secondo luogo, una volta che gli elementi controrivoluzionari siano stati individuati, provvedere al rientro di tutti gli altri nei rispettivi luoghi di residenza.Il presidente del Soviet dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica,V.M. MolotovIl segretario generale del Comitato centrale del partito comunista dell’Unione Sovietica,

I.V. Stalin »

(Direttiva da parte del Comitato centrale del Partito Comunista Sovietico, 22 gennaio 1933)

Coloro che negano che le vittime del periodo staliniano siano statisticamente rilevanti si basano soprattutto sul confronto tra i censimenti della popolazione. Infatti, in base ai dati del censo russo[56], se si confronta la popolazione dell’Unione Sovietica nel gennaio del 1959 che è di 208.827.000 mentre nel 1913, negli stessi confini, era di 159.153.000, si può stabilire che l’incremento annuale della popolazione è dello 0,60%. Se confrontiamo questi dati con altri paesi otteniamo:

Stalin a pochi mesi dalla morte

Crescita della popolazione, in migliaia[56]

Paese 1920 1960 Aumento annuo
Regno Unito 43.718 52.559 0,46%
Francia 38.750 45.684 0,41%
Germania 61.794 72.664 0,41%
17.241
2.199
53.224
URSS 159.153 208.827 0,68%

Come si vede, la popolazione dell’Unione Sovietica, nonostante nel calcolo, a differenza degli altri stati, sia compreso il periodo della prima guerra mondiale e della guerra civile, e nonostante i 26 milioni di morti nella seconda guerra mondiale, ha registrato un incremento demografico corrispondente ad un tasso medio di aumento annuale del 50% superiore agli altri stati menzionati nella tabella. Angus Maddison, nel suo libro “Economic growth in Japan and the USSR”, presenta risultati simili, citando un incremento di popolazione tra il 1913 ed il 1953, aggiustato alle variazioni territoriali, del 23% per l’Unione Sovietica, del 19% per la Gran Bretagna e del 2% per la Francia[57].

Anche considerando che l’Unione Sovietica, tra il 1939 e il 1945, estese i propri confini nazionali inglobando la Carelia, gli Stati baltici, parte della Polonia e della Prussia orientale, la Bessarabia e l’isola di Sakhalin, l’incremento della popolazione non può aver alterato in modo radicale il tasso di crescita, trattandosi di territori che hanno tutt’oggi una densità demografica molto bassa, e che all’epoca furono percorsi da emigrazioni conseguenti all’annessione sovietica, riducendo ulteriormente una popolazione locale già decimata dalla guerra.

Nella cultura popolare

  • Una frase erroneamente attribuita a Stalin è “La morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni è statistica” che si ritiene riportata da Churchill alla Conferenza di Potsdam del 1945. In realtà la frase, della quale non c’è traccia nei discorsi e negli scritti di Stalin, è tratta da un romanzo di Erich Maria Remarque, L’obelisco nero (1956).
  • Gli anticomunisti italiani lo chiamavano “Baffone”. Questo soprannome venne usato anche da don Camillo nel film: Don Camillo e l’Onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955). Infatti in una scena il prete, interpretato da Fernandel, conia questo slogan per diffamare l’avversario: «Lista Peppone, lista Baffone!».
  • Nel racconto Il pappagallo di Ennio Flaiano si racconta dell’immaginario rapporto tra Stalin e un pappagallo detentore del segreto della morte del dittatore all’interno del bunker[58].

Famiglia

Mogli

Figli

Curiosità

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  • Sebbene le fotografie e i manifesti gli conferissero un aspetto di imponenza, era alto solo 164 cm[60].
  • Stalin aveva varie patologie fisiche: il braccio sinistro semiparalizzato e più corto del destro di 5 cm in seguito a un incidente nell’infanzia; la faccia butterata da una malattia, sempre nell’infanzia; due dita del piede sinistro erano fuse insieme. A causa di questi handicap venne scartato alla visita di leva per la Prima guerra mondiale dalla commissione zarista.[senza fonte]
  • È l’ultimo Capo di Stato della storia ad aver inviato ufficialmente una dichiarazione di guerra: ciò accadde l’8 agosto del 1945, quando scese in campo contro l’Impero giapponese.

Edizioni in italiano degli scritti di Stalin

  • Principi del leninismo, Napoli, G. Macchiaroli, 1924.
  • Su Lenin. Discorso agli allievi della scuola del Cremlino. 28 gennaio 1924, Roma, Edizioni del Partito Comunista Italiano, 1924.
  • Il leninismo. Teoria e pratica, Roma, Libreria editrice del Partito Comunista d’Italia, 1925.
  • La crisi mondiale e l’edificazione socialista. Rapporto del C.C. al 16. Congresso del P.C. dell’Unione Soviettista, Paris, Edizioni di coltura sociale, 1931.
  • Bolscevismo e capitalismo. [scritti di] Iosif Stalin, V. Molotov, V. Kuibyscev, G. F. Grinko. Con un’avvertenza di Giuseppe Bottai, Firenze, Sansoni, 1934.
  • Due mondi. Rapporto sull’attività del Comitato centrale presentato al XVII congresso del PC dell’URSS, gennaio 1934, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1934.
  • Per una vita bella e felice. Discorso alla prima conferenza generale degli stakhanovisti dell’Unione sovietica, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1935.
  • Il socialismo e la pace!, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1936.
  • Per la conquista del bolscevismo. Rapporto e discorso di chiusura alla sessione di marzo del Comitato centrale del Partito comunista (bolscevico) dell’URSS, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1937.
  • Il trionfo della democrazia nell’U.R.S.S. Rapporto all’VIII congresso straordinario dei soviet dell’U.R.S.S. sul progetto di costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1937.
  • Lettera a Ivanov, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1938.
  • Il materialismo dialettico ed il materialismo storico, Marseille, Editions du Parti communiste francais, 1938.
  • Sulla scienza d’avanguardia, con Vjačeslav Michajlovič Molotov, Bruxelles, Edizioni di coltura sociale, 1938.
  • Il marxismo e la questione nazionale, Paris, Edizioni di cultura sociale, 1939.
  • Rapporto al XVIII congresso del Partito Comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S. sull’attivita del Comitato Centrale, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1939.
  • L’Unione Sovietica alla vigilia della guerra, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1939.
  • Questioni del leninismo, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1940.
  • XXVI anniversario della grande rivoluzione socialista d’ottobre, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1943.
  • Ordine del giorno del comandante supremo delle forze armate dell’U.R.S.S. G. Stalin n. 195. Mosca, 1 maggio 1943, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1943.
  • Sulla grande guerra patriottica dell’U.R.S.S., Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1943.
  • Storia del Partito comunista (bolscevico) dell’U.R.S.S., con altri, Roma, l’Unità, 1944.
  • XXVII anniversario della grande rivoluzione socialista d’ottobre, Mosca, Edizioni in lingue Straniere, 1944.
  • Bilancio di vittorie, programma di combattimento. Rapporto presentato alla seduta solenne del Soviet dei deputati dei lavoratori di Mosca il 6 novembre 1943 in occasione del XXVI anniversario della grande rivoluzione socialista d’ottobre, Roma, l’Unità, 1944.
  • Discorsi di guerra. 1941-1944, Napoli, G. Macchiaroli, 1944.
  • Ordine del giorno n. 16 del comandante supremo delle forze armate dell’U.R.S.S. G. Stalin. Mosca, 23 febbraio 1944, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944.
  • Ordine del giorno n. 70 del comandante supremo delle forze armate dell’URSS G. Stalin. Mosca, 1 maggio 1944, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1944.
  • Vita dell’U.R.S.S. nel panorama politico europeo. Discorso di Stalin al XVIII Congresso del Partito comunista bolscevico di tutta l’Unione, s.l., Ed. del Tirreno, 1944.
  • Il carattere internazionale della rivoluzione d’ottobre. Per il X Anniversario dell’ottobre, S.l., Casa editrice Giulia, 1945.
  • Discorso alla riunione elettorale della circoscrizione “Stalin” di Mosca. Pronunciato l’11 dicembre 1937 nel Gran Teatro, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1945.
  • Lenin, Roma, l’Unità, 1945.
  • La questione contadina, Napoli, Soc. Tip. Anon. Libraria Italia Nuova, 1945.
  • Il socialismo e la pace, Roma, l’Unità, 1945.
  • Lo stakhanovismo. Discorso alla prima conferenza degli stakhanovisti dell’U.R.S.S., 17 novembre 1935, Roma, l’Unità, 1945.
  • Sulla grande guerra dell’URSS per la difesa della patria, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1945.
  • L’uomo, il capitale più prezioso-Per una vita più bella e felice, Roma, l’Unità, 1945.
  • Come abbiamo vinto, Roma, l’Unità, 1946.
  • Il marxismo e la questione nazionale e coloniale, Torino, Einaudi, 1948.
  • Lenin è morto. Discorso pronunciato da Stalin al II Congresso dei Soviet dell’URSS il 24-1-1924, Roma, CDS, 1949.
  • Opere complete, 10 voll., 1901-1927, Roma, Rinascita, 1949-1956.
  • Anarchia o socialismo?, Roma, Rinascita, 1950.
  • Sul marxismo nella linguistica, Roma, Edizioni Italia-URSS, 1950.
  • Sul progetto di Costituzione dell’URSS, Roma, Rinascita, 1951.
  • Verso il comunismo. Resoconto del XIX Congresso del P.C. (b.) dell’U.R.S.S., con Georgij Maksimilianovič Malenkov e Vjačeslav Michajlovič Molotov, Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1952.
  • Problemi economici del socialismo nell’URSS, Roma, Rinascita, 1952; 1953.
  • Problemi della pace, Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1953.
  • La seconda guerra mondiale nel carteggio di I. V. Stalin con Churchill, Roosevelt, Attlee, Truman, 2 voll., Roma, Editori Riuniti, 1957.
  • Roosevelt-Stalin. Carteggio di guerra, Milano, Schwarz, 1962.
  • Carteggio Churchill-Stalin. (1941-1945), Milano, Bonetti, 1965.
  • Da Teheran a Yalta. Verbali delle conferenze dei capi di governo della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica durante la seconda guerra mondiale, con Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt, Roma, Editori Riuniti, 1965.
  • Per conoscere Stalin, Milano, A. Mondadori, 1970.
  • Principi del leninismo e altri scritti, Roma, La nuova sinistra, 1970.
  • Il libretto rosso di Stalin, Roma, Napoleone, 1973.
  • Opere scelte, Milano, Movimento Studentesco, 1973.
  • Opere complete XI. 1928-Marzo 1929, Roma, Nuova Unità, 1973.
  • Opere complete XV. Storia del partito comunista (b) dell’URSS, breve corso. Redatto da una commissione del Comitato centrale del PC (b) dell’URSS diretta da Giuseppe Stalin. Approvato dal Comitato centrale del PC (b) dell’URSS nel 1938, Roma, Nuova Unità, 1974.
  • Intervista a Stalin, Roma, Carecas, 1979.
  • Sulla parola d’ordine della autocritica, Napoli, Laboratorio politico, 1994.
  • La dittatura del proletariato, Milano, M&B Publishing, 1995. ISBN 88-86083-35-1
  • Soselo Stalin poeta, Pasian di Prato, Campanotto Editore, 1999.

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Stalin? «Un leader saggio che portò prosperità all’Unione Sovietica». Lo pensa il 50% dei russi

marzo 5, 2013

A sessant’anni dalla sua morte, i russi sono divisi su come ricordare lo spietato dittatore comunista. E una petizione vuole ridare il nome di Stalingrado alla città di Volgograd.

Omicida di massa o eroe nazionale? Che cos’è Stalin oggi per i russi a 60 anni dalla sua morte? Se lo chiede Samuel Rachlin sul New York Times. All’inizio di quest’anno «i comunisti russi hanno raccolto centomila firme per una petizione che ridia a Volgograd il nome di Stalingrado». Per celebrare i settant’anni dalla battaglia di Stalingrado che fermò l’avanzata di tedeschi e italiani in Russia molte città sono state decorate con il ritratto di Stalin, che diede il nome alla città. «Se c’è una stazione metro a Parigi chiamata Stalingrado» si chiedono i firmatari della petizione, «perché il nome deve essere bandito in Russia? ». Stalin, sostengono, è stato determinante «nella sconfitta del nazismo e nell’industrializzazione del paese».

METÀ RUSSI “PRO-STALIN”. La celebrazione della battaglia si sovrappone all’anniversario dei sessant’anni dalla morte del dittatore sovietico. A questo riguardo Carnegie Endowement for International Peace ha fatto un sondaggio: «Si è scoperto che per i russi Stalin è l’incontestato numero uno tra le grandi figure storiche, insieme a Lenin, Marx e Pietro il Grande». Nel 1989, ricorda il quotidiano, solamente il 12 per cento dei russi lo pensava. Oggi, la metà.

LA RIABILITAZIONE DEL DITTATORE. «Nel 1994, il 27 per cento dei Russi aveva un’opinione positiva di Stalin. Nel 2011, il 45 per cento. Il 50 per cento delle persone sottoposte al sondaggio pensava che Stalin fosse stato un leader saggio» che portò «prosperità all’Unione Sovietica». «Allo stesso tempo» però, registra il Nyt, «il 68 per cento concordava sul fatto che fosse un crudele tiranno, colpevole della morte di milioni di innocenti». Tuttavia il 60 per cento affermava che la figura di Stalin era storicamente più importante per avere vinto la seconda guerra mondiale che per i suoi crimini. Insomma, per i russi sembra che Stalin sia allo stesso tempo un grande criminale ma anche un eroe nazionale.

IL CULTO UFFICIOSO. Dopo l’iniziale riconoscimento dei suoi orrori, i successori imposero il silenzio sui crimini perpetrati dall’uomo “d’acciaio”. La campagna di destalinizzazione dopo la morte di Stalin non è mai stata completata e il culto della sua persona continua a resistere, se pur non in modo aperto. I camionisti sovietici hanno continuato a portare sul cruscotto il ritratto di Stalin, «come simbolo di potere antico e di grandezza». Il culto ufficioso non fu mai abbandonato, nemmeno dopo la fine dell’Unione Sovietica. Nonostante Putin abbia «apertamente deplorato le vittime dell’epoca del terrore», «non ha mai condannato Stalin» e «qualsiasi dibattito pubblico sulla costruzione di un monumento per le vittime del terrore instaurato da Stalin è scomparso».

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Stalin verrà riabilitato: grande criminale, certo, ma ancor più grande uomo di Stato”. Pronunciate da Michel Heller, storico russo che si rifugi in Francia nel lontano 1969, queste parole fanno rabbrividire. Uno Stalin rivisitato in chiave revisionista? “È l’aria che tira a Mosca”, dice il professore della Sorbona che porta ancora il marchio dello stalinismo nell’animo. È in partenza per Roma dove, oggi, parteciperà a un colloquio. Le sue analisi, fin dai tempi in cui l’Europa lo conobbe grazie alla sua “Storia dell’Urss”, pubblicata in Italia dalla Rizzoli, hanno talvolta il bagliore dei lampi nei cieli oscuri. “Non solo penso che Stalin tornerà sugli altari, ma vedo anche la resurrezione del partito comunista nella veste di partito nazionalista. Stalin diventerà il suo patrono”. Lei, personalmente, se la sente di riabilitare Stalin? Sappiamo che la domanda pu turbarla… Il professore c’interrompe con uno dei suoi lunghi e indecifrabili sospiri: “Riabilitarlo dal punto di vista umano mi è impossibile. Come dimenticare i crimini che ha commesso? Quando parlo di riabilitazione, mi riferisco al personaggio politico. Insisto nell’affermare che era un grande uomo di Stato. Ha adattato ai suoi tempi alcune precise tradizioni russe, di cui, in un certo modo, era figlio. La stampa comunista e nazionalista, in Russia, scrivono: il bene che Stalin ha fatto è molto più importante del numero delle sue vittime. Che sono vittime “dovute” alla costruzione del socialismo”. In che senso Stalin ha fatto del bene? “Ha creato una superpotenza come l’Urss”. Ma, professore, lei non pu condividere quest’idea. “Non la condivido perchè Stalin ha creato uno Stato forte distruggendo l’anima del suo popolo. Lo ha pervertito. Tanto che si pu dire, oggi, che i russi sono tutti figli o nipoti di Stalin. Per, bisogna guardare le cose con realismo”.

Superiore a Lenin Dunque, Stalin era grande e, forse, più grande di Lenin. “Più grande di Lenin, certo. Lenin ha gettato le fondamenta del nuovo Stato, ha stabilito le regole per il comportamento dei suoi dirigenti e ha indicato le finalità. Stalin ha realizzato i suoi piani. Voleva che tutti i cittadini fossero al servizio dell’Urss e c’è riuscito. Ha forgiato un modello economico che ha permesso alla Russia, gravemente indebolita dopo la guerra civile, di diventare una potenza industriale. Agiva solo per la “grandeur” dello Stato. I suoi modelli erano i grandi zar che costruirono l’impero”. Ivan il Terribile… “E Pietro il Grande”, aggiunge subito il professor Heller. “Lo zar Ivan che aveva esteso i domini ai bordi del Baltico e, soprattutto, lo zar Pietro che aveva edificato l’impero russo moderno. Fu il primo zar a fregiarsi del titolo d’imperatore. Ma entrambi sacrificarono una moltitudine di russi ai loro scopi. Oggi, difatti, cosa si dice? Stalin è l’erede di Pietro il Grande”. E così i gulag, le purghe e tutto quell’insieme di terrore erano necessari. “Necessari? Diciamo che il fatto di creare un grande Stato era più importante della vita di quanti erano potenzialmente i nemici del popolo. I russi, per gli zar Ivan e Pietro nonchè per lo “zar” Stalin, erano solo del “materiale”. L’olocausto si è vissuto anche in Russia. Hitler, sei milioni di ebrei. Stalin, dieci milioni di contadini. Un identico genocidio: per Hitler aveva origini razziali, per Stalin aveva origini sociali. Ma un ebreo poteva convertirsi, un kulak non poteva cambiare padre. Stalin era un sadico come Hitler, ma allo stesso tempo, ripeto, era un uomo di Stato con una visione grandiosa. Era il capo dell’impero russo e, allo stesso tempo, il capo del movimento comunista, il che gli permetteva di avere mire espansionistiche molto superiori a quelle degli zar. A Potsdam, nell’agosto del 1945, Churchill si felicit con lui dicendogli: l’armata russa è entrata a Berlino. Stalin gli rispose: “Ma lo zar Alessandro Primo era arrivato a Parigi””. Un Bukharin avrebbe potuto commettere gli stessi crimini di Stalin? “Non credo proprio nelle stesse proporzioni di Stalin. Anzi, dico di no: era un teorico e non era un dirigente. Forse, Trotzkij. Se fosse stato alla testa dello Stato, Trotzkij avrebbe potuto agire in modo simile. Anche politicamente. Bukharin doveva essere eliminato, del resto, perchè, secondo la logica di Stalin, solo uno Stato totalitario poteva essere uno Stato forte. Quando è andato al potere, Stalin era, diciamo, un essere normale e ragionevole. Quando ci sono state le purghe, pensava che, per costruire lo Stato, si doveva eliminare un certo numero di persone. Nel 1931 ha detto a Emil Ludwig: il 90 per cento della popolazione sostiene il potere sovietico, il resto è costituito da nemici: dobbiamo eliminarli. Ha rispettato i calcoli. Per lui era una necessità e il terrore è cominciato nel 1934. Dopo la guerra, Stalin è diventato un megalomane paranoico”. Come è nato questo revisionismo sulla figura di Stalin? “È un risultato della catastrofe vissuta oggi dalla Russia. Si sperava che la scomparsa del Pcus avrebbe migliorato la vita. Invece, accade il contrario. E la gente guarda con nostalgia al passato, ricordando solo il bene e dimenticando il male dei giorni di Stalin. Lui offriva ordine e sicurezza. La vita era più facile. Erano grossi vantaggi. Si sente il peso della morte del “padre”. Stalin era un “padre”, anche se crudele e severo: i russi si sentivano protetti. La gente, oggi, deve decidere da sola e la libertà fa paura. Il dramma della Russia sta nella mancanza di uomini di Stato. Non si sa chi governa il Paese. Guardi Eltsin: se un uomo di Stato pretende un referendum perchè il popolo decida chi deve governare, ci significa che non ha il timone nelle sue mani”.

Nazionalista e bolscevico E quando Gorbaciov scrive che Stalin ha tradito Lenin? “Com’è sua abitudine, Gorbaciov non dice la verità. Stalin era il solo erede di Lenin. Non lo ha affatto tradito. Semmai, Stalin ha tradito Marx edificando una potenza nazionalista al posto di uno Stato proletario. Del resto, era un vero nazionalista bolscevico. Voleva creare un impero russo con slogan comunisti. E ci resta molto vivo e molto valido nel cuore dei russi. Hitler è stato sepolto nel bunker insieme con il suo impero, mentre l’impero di Stalin è durato ancora quarant’anni dopo la sua morte. Si è dimenticato che Pietro il Grande costruì Pietroburgo sacrificando molte migliaia di contadini. Si dimenticheranno anche le vittime di Stalin”.

scritto il 2/12/04 alle 17:39

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26 ottobre 2012

Dal sito di Andrea Carancini

 Da Andrea Giacobazzi ricevo e pubblico: Ebrei e Rivoluzione
Se si volesse guardare all’origine famigliare, si dovrebbe riscontrare che la Rivoluzione russa fu un avvenimento considerevolmente ebraico. In questa panoramica storica non indagheremo le ragioni di questa ampia partecipazione, le lasceremo ai sociologi ed eventualmente ai criptopolemologi. In ogni caso, l’instaurazione del socialismo vide tra i suoi principali protagonisti talmente tanti soggetti dall’inequivocabile ascendenza israelitica da far scrivere a Winston Churchill:
 Non c’è bisogno di esagerare il ruolo giocato da questi Ebrei internazionali e per lo più atei, nella creazione del Bolscevismo e nell’attuale realizzazione della Rivoluzione Russa. E’ stato certamente un importantissimo ruolo che ha inciso più di qualsiasi altro. […]

Così Tchitcherin, un russo puro, viene eclissato dal suo simbolico subalterno Litvinoff, e l’influenza di russi come Bukharin o Lunacharsky non può essere paragonata al potere di Trotsky o di Zinovieff […][1].

 Lo stesso Lenin poteva contare nella sua genealogia famigliare “un quarto” ebraico essendo suo nonno materno Israel (Alexander) Blank, poi battezzato. Lo storico israeliano L. Rapoport, scrisse che “subito dopo la Rivoluzione [Bolscevica], molti ebrei erano euforici della loro presenza nel nuovo governo in un così alto numero. Il primo Politburo di Lenin era dominato da uomini di origine ebraica”[2]. Un altro storico ebreo – L. Schapiro – sostenne che chiunque fosse caduto nelle mani della Cheka aveva “ottime possibilità di trovarsi davanti ad un inquirente ebreo e con ogni eventualità essere fatto fucilare da quest’ultimo”[3]. È generalmente riconosciuto che “molti ebrei parteciparono attivamente alle purghe staliniane e occuparono posti-chiave nel famigerato sistema dei Gulag”[4], anche se a questo proposito bisogna sfatare il mito che vuole il brutale sistema repressivo sovietico come una creazione di Stalin; Lenin e il suo governo lo avevano ideato e sviluppato sensibilmente: ne faranno le spese anche diversi ebrei.

Nel 1919, anche l’effimera e sanguinosa esperienza della Repubblica Sovietica Ungherese vide una “presenza ebraica” del tutto sproporzionata. Al Memento Park di Budapest è ancora possibile vedere il Béla Kun, Jenő Landler and Tibor Szamuely Memorial raffigurante tre esponenti di spicco della Repubblica: tutti e tre di origine israelitica. Béla Kun, aveva magiarizzato il suo nome che in origine era Khon, il padre era ebreo. Lo stesso Georg Lukács, famigerato Ministro (commissario) – e censore – della Cultura nel breve esperimento rosso ungherese, proveniva da una famiglia ebraica.

Casi non troppo dissimili si potevano riscontrare in altri Paesi che in seguito formarono il Patto di Varsavia. Già nel 1936, il cardinale polacco A. Hlond parlava di lotta degli ebrei contro la Chiesa Cattolica, sottolineando come dalle fila israelitiche provenissero quei soggetti che costituivano “l’avanguardia dell’ateismo, del movimento bolscevico e delle attività rivoluzionarie”[5]. Quando dopo la guerra il socialismo fu impiantato in Polonia, lo stesso cardinale – come si scrisse sul Catholic Herald – denunciò: “Gli ebrei occupano i posti chiave nel governo polacco”[6]. J. Gunther, autore di Oltre la cortina, riconobbe che “gli uomini che dominavano la Polonia erano ebrei, il segretario generale del partito comunista cecoslovacco era ebreo, Ana Pauker [Hannah Rabinsohn, alto dirigente del partito comunista e ministro degli esteri] in Romania era ebrea”[7], in generale – come riferisce L. Canfora – si può dire che i vertici delle “democrazie popolari”, specie in Cecoslovacchia, fossero “in larga parte rappresentati da comunisti di origine ebraica”[8]. Appare quindi corretta[9] la definizione riportata in Questione ebraica e socialismo reale: “L’influenza ebraica nel partito comunista e nel governo [cecoslovacco] era considerevole”[10].

Sul bollettino dei rifugiati ebrei in Gran Bretagna, Richard Yaffe non nascondeva che – citiamo testualmente – il governo di Praga “con l’aiuto di agenzie ebraiche americane, si mise a ricostruire sinagoghe ovunque gli ebrei le volessero”. Poco dopo affermava addirittura: “In one case, in the Sudetenland [Sudeti], where the Germans have been expelled and which is being populated from other parts of the country, the Jews there asked for synagogues, got them, and promptly departed for Israel”. Parlando chiaramente di “supporto del governo”, diceva: tutte le spese delle sinagoghe, gli stipendi del rabbinato e di altri funzionari sono a carico del regime: ricevono lo stesso stipendio del Primate Cattolico. Le case di riposo per ebrei anziani sono in alberghi requisiti. Il Dr. Unger [neurologo, dirigente della comunità ebraica] ha detto: – “Abbiamo un grande beneficio, perché abbiamo ricevuto il corretto riconoscimento dal Governo. Non c’è bisogno di mendicare denaro al nuovo, essi vengono da me e continuano a chiedere se ne voglio di più[11]. I toni ottimistici qui riportati descrivevano un ruolo centrale nel governo di Praga, ruolo che, come vedremo a breve, andrà verso un sostanziale ridimensionamento di lì a qualche anno.

Quelli che abbiamo riportato in relazione a Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, URSS sono solo esempi minimali di un quadro ben più ampio. Trattandosi di una panoramica non entreremo eccessivamente nei dettagli ma molto ancora si potrebbe scrivere sui dati statistici riguardanti la “presenza ebraica” nei vari organi degli Stati presi in esame e sulla parte non secondaria avuta da molti soggetti con ascendenza israelitica nelle varie fasi del cosiddetto “Terrore Rosso”.

Si può in generale affermare che il peso degli ebrei fu ampio ma che – con modalità diverse da Paese a Paese e in determinati casi attraverso interventi esterni – gli esponenti delle etnie maggioritarie arrivarono ad una successiva presa di coscienza, talvolta violenta, con la quale si identificò la consistente presenza israelitica nei gangli dello Stato come un fattore non positivo per gli interessi generali o come un vero e proprio elemento di penetrazione straniera. In ambito sovietico, il ridimensionamento numerico della componente ebraica procedette concretamente con il consolidamento al potere di Stalin. Non solo nell’URSS ma anche nelle repubbliche socialiste instaurate dopo il secondo conflitto mondiale, si arrivò dopo alcuni anni ad un redde rationem, contornato di imprigionamenti ed esecuzioni.

 Stalin e il sionismo

L’era di Stalin coincise per decenni con l’affermazione in Europa di governi nazional-corporativi: dal fascismo italiano, al salazarismo portoghese, dal franchismo spagnolo al nazionalsocialismo tedesco, modelli diversi ma che nel loro complesso non potevano non influenzare, almeno indirettamente, l’uomo forte di Mosca. Non v’è dubbio che in questi anni il carattere più schiettamente ideologico della politica sovietica abbia lasciato il passo a toni patriottici e a grandi gesti di pragmatismo politico (si pensi al Patto Molotov-Ribbentrop).

Appoggiandosi al principio dell’autonomia nazionale, Stalin tentò di creare una provincia ebraica (Oblast’ autonoma ebraica) in cui concentrare gli israeliti. L’area consisteva in uno sperduto territorio dell’estrema Siberia orientale, confinante con la Cina, caratterizzato da condizioni climatiche non facili e privo di accesso al mare. I risultati di questo progetto furono fallimentari: secondo un censimento del 1989 i giudei non supervano il 4,2% della popolazione a fronte di un 7,4% di ucraini e di un 83,2% di russi, per un totale di circa 200.000 abitanti[12]. La Gerusalemme sovietica – che si contrapponeva al sionismo “nazionalismo borghese” – non poteva prendere piede.

Nei primi decenni del ’900 il sionismo era tutt’altro che maggioritario in seno alle comunità israelitiche e l’idea che alcuni ebrei volessero costituire una loro Patria attorno al Monte Sion era considerata dall’URSS come reazionaria, sciovinista, sostanzialmente antisocialista. Giusto per inquadrare il clima politico si tenga presente che quando nel 1941 il dirigente sionista E. Epstein si intrattenne con l’ambasciatore di Mosca in Turchia S. Vinogradov, il diplomatico gli chiese: “Ma davvero in Palestina gli ebrei lavorano?”[13].

L’Unione sovietica, in ogni caso, era guidata da un grande pragmatico che non mancò di dare un contributo indispensabile alla nascita dello Stato di Israele.

Abba Eban, diplomatico e ministro degli esteri israeliano, ricordando il suo lavoro nel comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, scrisse nella sua autobiografia: “L’Urss era la sola potenza mondiale che sosteneva la nostra causa”[14]. Effettivamente nel periodo immediatamente precedente l’indipendenza, inglesi e statunitensi erano tiepidi se non contrari alla nascita di uno Stato ebraico sicuramente inviso a quei Paesi arabi ricchi di petrolio con cui le potenze occidentali volevano mantenere buone relazioni politiche ed economiche. Inoltre, dato non secondario, Israele sarebbe probabilmente stata una repubblica di “sinistra” in mezzo a Stati non ostili agli anglo-americani. Il Dipartimento di Stato si manteneva abbastanza freddo verso i sionisti e raccomandò al presidente Truman che si evitasse di favorire la nascita di un loro Stato perché “nell’arco di tre anni questo si sarebbe trasformato in una marionetta comunista”[15].

In effetti è possibile che Stalin pensasse che uno Stato israeliano, popolato in buona parte da ebrei provenienti da Paesi slavi, con un governo quasi certamente filosocialista, sarebbe potuto essere un’utile pedina nello scacchiere del Vicino Oriente e una spina nel fianco per le Potenze che di lì a poco avrebbero costituito il Patto Atlantico. L’appoggio dato ai sionisti in questa fase non fu comunque dettato da simpatie ebraiche, anzi si può dire che questo fatto fu accompagnato e seguito da un inasprimento dell’atteggiamento sovietico verso le comunità israelitiche sotto la giurisdizione di Mosca: la battaglia per la creazione di Israele era affiancata dall’espulsione degli ebrei dall’apparato[16] e ad una forte diffidenza verso gli israeliti sovietici che approvavono il sionismo.

Senza voler confondere situazioni differenti, si può notare un certo parallelismo con il fascismo italiano: lo stesso Mussolini in alcune fasi della sua esperienza di governo appoggiò il sionismo identificandolo, almeno pubblicamente, come movimento votato alla creazione di una Patria israelitica per gli ebrei che non erano stati integrati in alcuni Stati europei ma, allo stesso tempo, vedeva con sospetto le ragioni del sionismo italiano, non esistendo in Italia alcuna necessità per gli ebrei residenti di abbandonare la terra in cui erano nati, la Penisola doveva essere la “loro Sionne”, almeno fino al 1938. Hitler, a differenza di quanto appena scritto, favorì l’emigrazione ebraica dalla Germania – anche verso la Palestina –  proprio perché credeva che gli ebrei non dovessero essere integrati, fu così che decine di migliaia di giudei tedeschi si trasferirono nelle colonie sioniste. In sostanza si può dire che se il nazionalsocialismo guardò al sionismo come ad un’opportunità per risolvere la questione ebraica nel Reich, sia Stalin che Mussolini credettero, in momenti distinti e con scenari diversi, nella possibilità di utilizzare il movimento sionista come strumento per estendere la propria influenza e per trarre alcuni benefici politici. Resteranno entrambi delusi.

A parziale conferma di quanto detto, L. Mlečin nel suo Perché Stalin creò Israele sostiene:

Stalin si accingeva a donare uno stato agli ebrei palestinesi, ma vietava a quelli sovietici di solidarizzare con i sionisti, cosa che invece consentiva ai suoi diplomatici. In Unione sovietica persino il sostegno morale al sionismo era considerato un crimine[17]  

Nel 1947 la posizione sovietica fu decisiva, arrivati al voto sulla risoluzione per spartizione della Palestina (indispensabile per la nascita di Israele) si ebbero trentatrè voti a favore, tredici contro e dieci astensioni. Insieme all’URSS votarono Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia e Ucraina. Se si fossero astenuti o se avessero votato contro la risoluzione non sarebbe passata.

Tanto più esplicitamente l’Unione Sovietica si avvicinava alle istanze sioniste tanto più gli statunitensi temevano l’idea di creare uno Stato israeliano. Truman tuttavia, siccome Stalin aveva deciso di dare uno Stato agli ebrei, probabilmente pensò che opporsi sarebbe stato inutile se non dannoso per gli USA. Gli avversari più intransigenti erano il segretario di Stato G. Marshall (che diede il nome al celeberrimo piano) e il ministro della difesa J. Forrestal. Lo stesso Marshall pochi giorni prima della proclamazione dell’indipendenza, guardò il presidente negli occhi e gli disse che se avesse riconosciuto lo Stato ebraico avrebbe votato contro di lui alle elezioni di novembre[18]. Gore Vidal, aggiunge a questa vicenda alcuni suoi ricordi:

quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele. A differenza di suo padre, il vecchio Joe, e di mio nonno, il senatore Gore, né io né Jack eravamo antisemiti e così commentammo quell’episodio come una delle tante storielle divertenti che circolavano sul conto di Truman e sulla corruzione tranquilla e alla luce del sole della politica americana[19]

Mentre la Gran Bretagna (che in quanto Potenza mandataria era stata duramente colpita dal terrorismo sionista in Palestina) riforniva di armi gli arabi, le operazioni sovietiche di supporto ai sionisti videro un ruolo centrale della Cecoslovacchia. Un ponte aereo fece giungere in Palestina il materiale bellico al punto che il governo statunitense protestò ufficialmente con quello cecoslovacco e informò le Nazioni Unite delle forniture clandestine di armi[20]. Golda Meir[21] avrebbe commentato anni dopo: “Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi[22]. Dello stesso parere era Yitzhak Rabin[23].

 Una volta fondato, lo Stato andò incontro al riconoscimento delle due principali Potenze mondiali, nei mesi successivi il ministro degli esteri israeliano Shertok parlava di sostegno fermo del blocco orientale ad Israele, di ottima intesa con l’URSS sulla maggior parte delle questioni aggiungendo: “al Consiglio di Sicurezza si comportano non solo come nostri alleati ma addirittura come nostri emissari”[24]. Qualche tempo dopo[25] Yaakon Arié Hazan, dirigente del partito della sinistra israeliana Mapam, sostenne: “il sionismo ha potuto raggiungere il suo scopo solo grazie alla Rivoluzione russa”[26].

In sintesi il ruolo sovietico fu essenziale in ordine alla nascita di Israele, in particolare in tre fasi: l’approvazione della proposta di spartizione del 1947[27], il riconoscimento dopo la fondazione del nuovo Stato e l’aiuto militare determinate dato durante la prima guerra arabo-israeliana.

Non passò molto tempo e questo clima svanì, del resto i sionisti erano ben lontani dal volersi consacrare al comunismo sovietico. Già prima della proclamazione d’indipendenza israeliana, il presidente Truman aveva deciso di incontrare segretamente Weizmann per avere rassicurazioni circa il fatto che l’URSS non fosse sul punto di utilizzare la presenza ebraica per penetrare la regione. Il dirigente sionista gli rispose:

ciò non accadrà, se i Soviet avessero voluto servirsi dell’emigrazione ebraica per la diffusione delle loro idee, avrebbero potuto farlo già da un pezzo. Ma da noi vengono colore che fuggono il comunismo. I buoni coltivatori e gli operi qualificati aspirano ad un livello di vita che è impossibile in un regime comunista. Il comunismo si può diffondere solo negli strati impoveriti e incolti della società[28] 

Una volta riconosciuto Israele, i sovietici iniziarono a vedere di cattivo occhio gli scambi tra la rappresentanza diplomatica israeliana e la comunità ebraica moscovita, il ministro degli esteri Sharett nel dicembre 1949 dichiarò che Israele si atteneva al non allineamento e che non si darebbe schierato con alcuna delle parti coinvolte nello scontro bipolare (in realtà lo Stato ebraico era sempre più spesso a fianco del cosiddetto “Occidente”), inoltre, come già detto, nell’URSS si procedeva a ritmo intenso con l’allontanamento di molti ebrei dai ranghi dello Stato, il clima di diffidenza verso gli israeliti era in crescita.

Nel luglio 1949 sul bollettino informativo dell’AJC (Association of Jewish Refugees in Great Britain) apparve un attacco allo stalinismo che, pur con alcune evidenti forzature, rifletteva sul mutamento dell’atteggiamento sovietico rispetto agli ebrei. Si scriveva del ruolo prominente dei comunisti di origine ebraica nel primo Politburo e del fatto che dopo il 1917 l’ “antisemitismo” fosse punito “under criminal law” ma quando “il comunismo si sviluppò nello stalinismo l’idea della solidarietà del proletariato si sostituì il panslavismo, all’internazionalismo si sostituì lo sciovinismo e così le virtù di molti ebrei diventarono vizi”[29]. Più avanti si prendeva di mira la cattiva accoglienza riservata dalle popolazioni residenti agli ebrei in fuga dalle truppe nazionalsocialiste ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e si concludeva parlando della xenofobia e sostenendo che l’URSS subiva “un attacco acuto di questa patologia mentale”[30]. L’ultima frase del pezzo firmato da Herbert Freeden era chiara: “Questo può passare solo con un nuovo orientamento russo verso il mondo”[31].

Gli accenti non devono stupire: a ottobre Sharett disse al rappresentante diplomatico israeliano M. Namir  che sarebbe stato opportuno “lanciare una campagna sulla stampa ebraica internazionale, soprattutto statunitense, e anche sulla stampa non ebraica”[32] in relazione alla questione degli ebrei sovietici. Il governo di Mosca, parecchio infastidito dalla situazione, percepiva la presenza di una “quinta colonna” ebraica e gli israeliani non sapevano esattamente che fare: un attacco mediatico diretto contro l’URSS avrebbe portato alla rottura delle relazioni. A dicembre S. Carapkin, il numero due dalla rappresentanza di Mosca all’ONU, disse al delegato israeliano G. Rafael: “I vostri interventi all’Assemblea generale dimostrano chiaramente che state passando dalla parte degli Stati Uniti”[33]. Nel 1952 la presenza ebraica negli organi dirigenti dello Stato sovietico era stata ridotta all’osso, il primo dicembre di quell’anno Stalin affermò:

Ogni ebreo è un nazionalista, un potenziale agente dei servizi americani. I nazionalisti ebrei si ritengono in debito con gli USA, che avrebbero salvato il loro popolo. E fra i medici si annidano molti ebrei nazionalisti[34]

Era in ebollizione il caso giudiziario-politico passato alle cronache come “Complotto dei Dottori”. Diversi medici, in larga parte ebrei, furono accusati di aver assassinato alcuni esponenti di spicco dell’URSS, il 13 gennaio 1953 la Pravda pubblicò un articolo dal titolo Sotto la maschera dei professori-dottori: Spie ed assassini infami. La campagna si smorzò con la morte di Stalin (5 marzo) e venne in seguito sconfessata dalle stesse autorità sovietiche.

Nel febbraio ’53 Lucjan Blit, sempre da AJR Information, puntava il dito verso Mosca e si domandava: “La Russia comunista sta per scatenare le forze del razzismo? L’antisemitismo nazista sarà seguito dall’antisemitismo comunista?”[35]. La situazione stava precipitando: il 9 febbraio una bomba devastò la rappresentanza diplomatica sovietica a Tel Aviv, l’atto fu condannato ufficialmente dalle autorità israeliane ma l’URSS decise di rompere le relazioni con lo Stato ebraico.

L’arrivo al potere di Chruščёv e il ripristino delle relazioni diplomatiche nel luglio di quello stesso anno segnarono un miglioramento dei rapporti ma i tempi dell’idillio non tornarono. Nel 1956, in occasione della Crisi di Suez, l’Unione Sovietica si trovò nuovamente contrapposta al governo israeliano.

 Anni ’50-’60-‘70. Battaglie culturali e politiche.

Certa stampa israelitica, non senza una visibile utilità di fazione nello scontro bipolare, sottolineava ancora nell’autunno 1960 come  le organizzazioni ebraiche americane avessero emesso un solenne

appello agli “uomini di buona volontà in tutto il mondo” per contribuire ad alleviare le sofferenze degli ebrei sovietici. I gruppi, in una dichiarazione in occasione dello Yom Kippur, espressero “Profondo dolore e montante preoccupazione” per la posizione “tragica” degli ebrei sovietici, e condannarono la campagna di incitamento in Russia contro il giudaismo[36]

Qualche mese prima il congresso del P.E.N. (poets, essaysts, novelists) a Rio de Janeiro aveva espresso una condanna formale riguardo alla “suppression of Yiddish and Hebrew culture and language in the Soviet Union”[37]*.

Nel febbraio 1963, su alcuni periodici ebraici non mancò chi sostenne che nell’URSS fossero stati attuati attacchi alla cultura ebraica, chiuse frequentemente delle sinagoghe ed identificato – durante alcuni processi – i luoghi di culto giudaici come punti d’incontro di “truffatori e speculatori”[38].

Sul bollettino informativo dell’AJR[39] dell’ottobre 1963 una delle due colonne relative alle notizie dall’estero era dedicata all’Unione Sovietica. In tre riquadri venivano sintetizzate le informazioni. Nel primo si parlava della condanna a morte di un rabbino per “crimini economici”. Contestualmente la nota esprimeva dubbi circa la qualifica di “rabbi” che la stampa sovietica aveva attribuito al soggetto da giustiziare.

Secondo riquadro: il cimitero ebraico di Mosca era stato chiuso a luglio dalle autorità “presumibilmente per mancanza di spazio”. I funerali ebraici “avrebbero dovuto essere celebrati in cimiteri non-ebraici”[40]. Numerosi appelli “di Rabbi Levin – Rabbino Capo di Mosca – e di altri esponenti di spicco della sinagoga moscovita per l’ottenimento di una enclave ebraica di fianco alla nuova area di sepoltura municipale, erano stati rigettati”. Si concludeva evidenziando “la diffusa paura tra gli ebrei di Mosca che questo fatto potesse creare un precedente”[41].

Nel terzo riquadro si passava la parola a Nahum Goldmann il quale sosteneva che la condizione degli ebrei in Russia non era come ai tempi di Stalin ma che la situazione, “sostanzialmente migliorata dopo la sua morte, è gradualmente e nuovamente deteriorata”.

Il Governo Sovietico, ci si lamentava nella nota, “usava tutti i mezzi possibili per raggiungere l’assimilazione della popolazione ebraica”. A tal fine “la pratica della religione ebraica e l’organizzazione dell’ebraismo sovietico come minoranza nazionale erano limitate o interamente vietate”.

Il testo si concludeva sottolineando che la risoluzione del World Jewish Congress “esprimeva la speranza che nell’Unione Sovietica fossero garantiti agli ebrei gli stessi diritti e le stesse agevolazioni che le Nazioni Unite garantivano a tutte le minoranze e che l’Unione Sovietica concedeva alle altre minoranze nazionali o religiose”[42].

Quello stesso anno ebbe luogo l’uscita del libro di Trofim K. Kichko Giudaismo senza abbellimenti, pubblicato con l’importante avallo dell’Accademia ucraina delle Scienze. Il testo venne in seguito ritirato dalla circolazione  per le dure contestazioni che aveva suscitato in tutto il mondo e per le accuse di antisemitismo che sempre più frequentemente erano lanciate in direzione dell’URSS, pochi anni dopo Kichko fu comunque premiato dal Presidente del Soviet supremo ucraino con un diploma d’onore (1967) e diede alle stampe un nuovo libro dal titolo Giudaismo e sionismo (1968). In Italia una dura protesta per la pubblicazione fu fatta dal giornale comunista Paese Sera diretto da Fausto Coen[43].

In Giudaismo senza abbellimenti la critica non si limitava affatto al sionismo ma si estendeva all’ebraismo in quanto tale, definito come religione “al servizio delle classi ricche, le quali se ne servivano per distogliere l’attenzione degli ebrei poveri dalla lotta per la giustizia sociale”[44]. Più avanti si sottolineava: “Tutto il culto ebraico è un commercio trasposto in termini religiosi. Sono traffici la vendita del pane azzimo, i riti dei funerali e della circoncisione, delle nozze e del divorzio. Dappertutto c’è al primo posto il denaro e il disprezzo per il lavoro produttivo”[45]. In più passaggi si faceva riferimento al giudaismo descrivendone le pretese d’elezione ed alcuni tratti xenofobi, collegando questi aspetti alla politica sionista, vista come manifestazione attuale e “statale” di elementi identitari già riscontrabili nel passato. Scriveva Kichko: “Le invenzioni della Torah sul “popolo prescelto da Dio” e sulla superiorità del popolo ebraico in confronto agli altri, da tempo nutrono e continuano a nutrire il nazionalismo e il sionismo”[46]. In sostanza, “la lotta coi relitti del giudaismo, nella fase attuale, non è una lotta astratta, puramente accademica, che abbia un interesse solo teorico, ma è dettata dalle necessità dell’edificazione della società comunista ed acquista grande valore patriottico”[47]. In questo clima non devono stupire gli inviti ateizzanti – lanciati nel 1964 sulla stampa lituana – nei quali veniva sottolineata “l’essenza  reazionaria del giudaismo”, contestualmente si ribadiva che la lotta doveva essere rivolta principalmente contro il Cattolicesimo, in quanto Fede maggioritaria, ma non andava dimenticato che gli scismatici* e “la Sinagoga ebraica” avevano una certa influenza su determinati settori della società[48]. Su una linea affine si inseriva una notizia diffusa da Canadian Jewish News in base alla quale era stato pubblicato (1966) dall’Istituto di filosofia della Accademia Sovietica delle Scienze un testo dal titolo La costruzione del comunismo e la rimozione dei residui religiosi in cui il sionismo veniva condannato in quanto nemico dei popoli e dei lavoratori ebrei[49].

Il 1967 fu l’anno della Guerra dei Sei Giorni attraverso la quale Israele riuscì ad occupare importanti territori arabi. Tutti i Paesi del blocco orientale, ad eccezione della Romania, recisero le loro relazioni con lo Stato ebraico. Di lì a pochi anni l’equazione sionismo-razzismo fu sancita dalle Nazioni Unite con la risoluzione n° 3379 (1975) dell’Assemblea Generale – “[…] il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale[50] – il testo sarà revocato sedici anni dopo come precondizione posta da Israele per la partecipazione alla Conferenza di pace di Madrid[51]. Inutile dire che nel 1975 il voto di Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria ed URSS fu favorevole, il rappresentante rumeno era assente.

In particolare tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 sulla stampa sovietica prese forma una intensa critica rivolta tanto alla politica sionista quanto alla storia ebraica[52]. Veniva pubblicato a puntate da un periodico il nuovo libro di Kichko Giudaismo e sionismo. Vi si poteva leggere:

Sotto il coperchio del Talmud e della Torah, l’ideologia sionista dispiega la sua propaganda per la creazione di uno stato ebraico-aristocratico, destinato a dominare tutte le nazioni. Riferendosi alla Torah, Herzl e gli altri sionisti fecero, per i bisogni della loro propaganda, un vasto uso della religione ebraica e dei suoi istituti.. Il giudaismo riformato si è rivelato un eccellente fattore di coesione fra l’ideologia del giudaismo, il sionismo militante e le attività aggressive attuali del gruppo dirigente di Israele. L’essenza di questo giudaismo riformato, che ha trovato la sua espressione politica nell’ideologia del sionismo, riposa sulla sua rinascita, in terra di Sion, là dove si suppone che il popolo ebraico debba acquisire la sua sovranità nazionale, dell’immortale aspirazione del giudaismo e del popolo ebraico a sottomettere spiritualmente – quando i tempi saranno maturi – l’universo intero[53].

Poco più avanti, ancora sul rapporto Talmud-sionismo si scriveva del “concetto fanatico dell’elezione divina del popolo ebraico, la propaganda messianica e l’idea della dominazione su tutti i popoli della terra”[54]*.

Nell’agosto di quello stesso anno, pochi giorni prima dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia, diversi organi d’informazione, compreso l’importante giornale del ministero della difesa, parlarono di sabotatori che minacciavano il socialismo. Il giudaismo divenne oggetto di condanna in quanto diffusore di “esclusivismo razziale” ed in quanto giustificava “crimini contro i gentili [non ebrei]“[55]. Già all’inizio degli anni ’50 nella Repubblica cecoslovacca ebbe luogo una prima resa dei conti che ridimensionò il peso degli ebrei nell’amministrazione del Paese: al processo Slansky furono messi sul banco degli imputati e condannati (diversi alla pena capitale) un numero considerevole di esponenti politici, principalmente di origine israelitica, con l’accusa di essere cospiratori al servizio degli Stati Uniti e “traditori trozkisto-titoisti, sionisti, borghesi nazionalisti”[56]. A distanza di quasi vent’anni la stampa israelitica (dicembre 1969) attaccava: “Diverse personalità ebraiche sono state espulse dal partito comunista cecoslovacco, dall’Assemblea nazionale, dai sindacati e dalle organizzazioni professionali nella ampia purga volta a rimuovere tutti i liberali che hanno sostenuto le riforme di Dubček (1968-69)”[57]. Prima dell’intervento sovietico del 1968 diversi condannati al processo Slansky furono riabilitati dalle autorità: l’arrivo delle truppe da Mosca rappresentò un nuovo colpo, causando “l’esodo dalla Cecoslovacchia di un numero considerevole di sionisti”[58].

Fatte le dovute proporzioni si può dire che in quel periodo pure nella Polonia di Gomułka e del ministro dell’interno Moczar (fervente nazional-comunista) il clima non fosse troppo diverso[59], l’AJR Information lamentava “purghe polacche”[60] e parlava di “esodo polacco”[61]. Anche in Romania, con l’arrivo al potere di Ceausescu alla fine del 1967, il ruolo delle “minoranze” fu sostanzialmente ridimensionato[62]*.

Nel 1969 un nuovo libro veniva diffuso in Unione Sovietica per un totale di 75.000 copie: Attenzione: Sionismo! L’autore era Y. Ivanov, del Comitato Centrale del Partito[63]. Nelle sue 173 pagine il sionismo era presentato come una gigante “impresa” internazionale dell’ebraismo mondiale. La Pravda scrisse che l’indubitabile importanza del volume stava nel far emergere “la vera immagine malvagia del sionismo”[64]. Un articolo dello stesso Ivanov era apparso a giugno su Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani. Si affermava: “il complesso religioso giudaico è caratterizzato dall’odio all’umanità, dalla predicazione del genocidio, dall’amore del potere e dall’elogio dei mezzi criminali per conquistarlo”[65]. Del resto nel 1971 il bollettino dell’Ambasciata sovietica a Roma parlava dello studio della Torah in Israele come mezzo “per alimentare l’odio verso i non ebrei o verso gli ebrei che non professano il giudaismo”[66] e sui sionisti sosteneva: “condividono l’impostazione di base dell’ideologia antisemita, giungendo però ad altre conclusioni. Al posto del teutone c’è l’ebreo, che rappresenta la razza pura e superiore”[67].

Se dalla fine degli anni ’70 iniziarono a fiorire ricerche e studi organici sui rapporti intercorsi tra sionisti da un lato e Germania nazionalsocialista dall’altro[68], si può dire che alcuni di questi articoli apparsi sulla stampa sovietica avessero in parte preceduto questa fase[69]*. Curioso notare che nel 1982 Mahmoud Abbas (Abu Mazen, co-fondatore di Fatah) ottenne il Ph.D. presso l’Università Patrice Lumumba di Mosca con una tesi intitolata La connessione tra nazismo e sionismo, 1933-1945[70].

[1] W. Churchill, Illustrated Sunday Herald, 8 Febbraio 1920, Londra. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber, The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.
[2] L. Rapoport, La Guerra di Stalin contro gli Ebrei (New York: Free Press, 1990), pag. 30,31, 37. Vedi anche pag. 43, 44, 45, 49, 50. Traduzione dall’inglese di G.F. Spotti, cfr.: M. Weber, The Journal of Historical Review, Gennaio-Febbraio 1994 (Vol. 14, N° 1), pagg. 4-22.
[3] Y. Slezkine, The Jewish Century, Princeton University Press, 2008, pag. 177.
[4] Postfazione di M. Ovadia, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 227.
[5] H. A. Strauss, Hostages of Modernization: Austria, Hungary, Poland, Russia, Walter de Gruyter, 1993, pag. 1145.
[6] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 41.
[7] J. Gunther, Behind the Curtain, 1949, pag. 40.
[8] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[9] Anche alla luce di quanto diremo in seguito sul sionismo va ribadito che è bene evitare erronee equazioni politiche “sionismo-ebrasimo”: avranno luogo talvolta casi eclatanti di frizioni interne al mondo ebraico, in particolare sulla questione sionista: a differenza di oggi le comunità israelitiche della diaspora non erano in larga maggioranza schierate al fianco di Israele. Si pensi all’approccio tiepido di una parte degli ebrei statunitensi nel dopoguerra o agli scontri interni alla comunità israelitica della Polonia negli anni ’60. N. Finkelstein ricorda: “Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele «aveva ben poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana». I membri della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel 1948, si ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967, solamente un ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956, la comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower, che aveva appena costretto Israele all’umiliante ritiro dal Sinai”. [N. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, Rizzoli, Milano, 2002, pag. 31].
[10] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[11] R. Yaffe, JEWS IN CZECHOSLOVAKIA, AJR INFORMATION, Vol. V. No. 2 February, 1950, pag. 3.
[12] R. W. Orttung, D. N. Lussier, A. Paretskaya, The Republics and Regions of the Russian Federation: A Guide to Politics, Policies, and Leaders, M.E. Sharpe, 2000, pag. 153.
[13] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 64.
[14] Prefazione di L. Canfora, in: L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 12.
[15] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 61.
[16] Ivi, pag. 93.
[17] Ivi, pag. 87.
[18] Ivi, pag. 136.
[19] Prefazione di G. Vidal, in: I. Shahak, Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni, Centro Librario Sodalitium, Verrua Savoia, 1997.* A questa memoria di Vidal va affiancato il parere diffuso circa l’onestà morale di Truman e il senso di giustizia che da molti gli veniva riconosciuto.
[20] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 133.
[21] Che tra l’altro fu il primo rappresentante diplomatico israeliano a Mosca.
[22] M. C. Desch, Power and Military Effectiveness: The Fallacy of Democratic Triumphalism, JHU Press, 2008, pag. 122.
[23] Ibidem.
[24] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 158.
[25] Nel 1951, quando i rapporti israelo-sovietici erano già sostanzialmente cambiati.
[26] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 165.
[27] A. Gromyko, Rappresentante Permanente dell’Unione sovietica all’ONU argomentò in questa occasione in favore del diritto degli ebrei a costruire il loro Stato in Palestina: “I rappresentanti dei paesi arabi sostengono che la spartizione della Palestina costituirebbe un’ingiustizia storica, ma questa opinione non è condivisibile, perché in realtà il popolo ebraico ha mantenuto il suo legame con la Palestina dai tempi più antichi. Inoltre, non possiamo non tener conto della situazione in cui esso si è venuto a trovare dopo l’ultima guerra scatenata dalla Germania nazista, che gli ha recato più sofferenze che a qualsiasi altro popolo. Sapete bene che nessun stato capitalista Europeo ha saputo difenderlo dall’arbitrio e dalla violenza hitleriana” [La Palestina della Convivenza, Storia dei palestinesi 1880-1848, pag. 18].
[28] Ivi, pag. 99.
[29] H. Freeden , Antisemitism in Russia, AJR INFORMATION, Vol. IV. No. 7, Luglio 1949, pag. 1.
[30] Ibidem.
[31] Ibidem.
[32] L. Mlečin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti Editore, 2010, pag. 181.
[33] Ivi, pag. 183.
[34] Ivi, pag. 173.
[35] L. Blit, POISON FROM MOSCOW, AJR INFORMATION, Vol. VIII No. 2, February, 1953, pag. 1.
[36] NEWS FROM ABROAD, AJR INFORMATION, Vol. XV No. 11- November, 1960, pag. 4.
[37] P. E. N. Congress Protests Suppression of Jewish Culture in Russia, Jewish Telegraphic Agency, 27 July 1960. *West and East Germany, Poland, Hungary, Belgium and Thailand abstained from voting.
[38] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII No. 2 – February, 1963, pag. 4.
[39] L’ AJR INFORMATION, in questi anni e nei successivi, seppur edito nel Regno Unito ed inevitabilmente orientato in senso “occidentale”, alternava notizie positive e negative “da oltre cortina” fornendo una panoramica mensile sulle comunità ebraiche nel mondo.
[40] News from Abroad, AJR INFORMATION, Vol. XVIII, No. 10 – Ottobre 1963, pag. 4.
[41] Ibidem.
[42] Ibidem.
[43] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011
[44] Ivi, pag. 18.
[45] Ivi, pag. 19.
[46] Ivi, pag. 23.
[47] Ivi, pag. 39.
[48] NEWS FROM RUSSIA, ISRAEL AND AMERICA, AJR INFORMATION, VOL. XIX No. 10 October, 1964, pag. 3.* Nel testo: “Russian Orthodox Church”.
[49] Zionism is the Enemy, Canadian Jewish News, April 1, 1966, pag. 6.
[50] The Palestine Yearbook of International Law 1990-1991, Martinus Nijhoff Publishers, 1991, pag. 146.
[51] P. T. Chamberlin, The Global Offensive: The United States, the Palestine Liberation Organization, and the Making of the Post-Cold War Order, Oxford University Press, 2012, pag. 309
[52] J. Frankel, The anti-Zionist press campaigns in the USSR 1969-1971: political implications, Hebrew University of Jerusalem, Soviet and East European Research Centre, 1972.
[53] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 82. cfr.: Volume di Kichko “Giudaismo e sionismo” (1968) pubblicato dopo il ritiro dell’opera precedente e pubblicata a puntate sul periodico Liuddina y Svit.
[54] Ibidem.* E’ tuttavia bene puntualizzare che in relazione alla questione messianica, l’ortodossia ebraica ha opposto al sionismo secolare la necessità dell’attesa del presunto Messia per la restaurazione del “Regno d’Israele”.
[55] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[56] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 62.
[57] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIV No. 12 December, 1969, pag. 4.
[58] Ivi, pag. 78.
[59] A. J. Wolak, Forced Out: The Fate of Polish Jewry in Communist Poland, 2004, pagg. 5-6-7.
[60] News from Abroad, AJR INFORMATION, Volume XXIII No. 8 August, 1968, pag. 4.
[61] Ivi, September 1968, pag. 4.
[62] M. Costa, CONDUCĂTOR, l’edificazione del socialismo romeno, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2012. *Va tenuto presente che il Presidente romeno conservò una certa autonomia in politica estera e, ad esempio, mantenne le relazioni diplomatiche con Israele dopo la guerra dei Sei Giorni. In questa occasione gli altri Paesi del blocco orientale, come abbiamo visto, optarono per la rottura.
[63] W. Korrey, Russian Antisemitism, Pamyat and the Demonology of Zionism, Routledge, 1995, pag. 20.
[64] Ivi, pag. 21.
[65] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pag. 84. Y. Ivanov, Un problema dimenticato ma urgente, 6 giugno 1969, Molodoj Kommunist, organo del Comitato Centrale della Lega Comunista Sovietica dei Giovani
[66] Ivi, pag. 112. Complicità nel delitto, Bollettino dell’Ambasciata sovietica a Roma , 1971
[67] Ibidem.
[68] F. Glubb (Yahya), Zionist relations with Nazi Germany, Palestine research Center, Beirut, 1978; L. Brenner, Zionism in the age of the dictators, Croom Helm, 1983 et alii.
[69] AA.VV., Questione ebraica e socialismo reale, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 2011, pagg. 84-85-100-108. *In questi riferimenti non manca a volte una certa retorica sovietica condita con ampi riferimenti all’”imperialismo”.
Sulla Literaturnaja Gazeta  si scrive che i sionisti “avevano prestato i loro servigi a tutti gli imperialismi, da quello tedesco a quello inglese a quello americano” [L’inganno sionista, Literaturnaja Gazeta, n. 25, 17 giugno 1970] dimenticando che l’URSS per prima favorì la nascita dello Stato d’Israele per tentare di avere un proprio “avamposto” in mezzo ai Paesi arabi.

[70] The Middle East: Abstracts and index, Vol. 28, Part 2, pag. 209, 2004.

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Ottimo articolo dell’ottimo Giacobazzi.
Bene, vedo che si comincia finalmente a parlarne del problema ebraico in senso storico. La cesnura e’ ancora tanta e non mancano le persecuzioni, ma ogni atto futuro, che vada contro i sistema vigente, dovra’ tenere conto di questo Problema che sta pian, piano – mica tanto – disgregando l’intera Europa per volere di Sion.

Ce ne sarebbe da dibattere molto sul rapporto comunismo-bolscevismo-ebraismo. Non considererei Stalin come un “antisemita”, dato che era’ pure sposato con un’ebrea. C’e’ da considerare, secondo me, dopo l’instaurazione dello Stato d’Israele, che Mosca ha perso la sua centralita’ dell’internazionale ebraica, spostatasi a Tel-Aviv. Wall Street voleva far diventare Israele una forza d’occupazione militare, che in un certo senso limitasse la stessa influenza dell’URSS su essa. Stalin capi’ che il sionismo va oltre il comunismo stesso e cerco’ di limitarne l’influenza politica nella URSS, ma era un operazione di limitata portata, dato che l’Unione Sovietica dipendeva dall’oro, sequestrato allo Zar Nicola, ormai in mano ai banchieri ebrei, dove la stessa Gosbank (banca centrale sovietica) divenne proprieta’ del banchiere Armand Hammer. Le maggiori istituzioni sovietiche erano in mano agli ebrei, Stalin pote’ solo conservarsi il suo trono, ma quando mori’ parti la destalinizzazione, che fece diventare ogni futuro segretario del Partito un fantoccio nelle mani di Sion… un po’ come per i presidenti americani. Israele poi’ xxxxx xxxx xxxx un po’ a tutti. Nel ’56 con la crisi di Suez, gli USA stessi dovettero intervenire per limitare l’intervento anglo-francese promosso da Israele. Penso che Israele abbia scelto USA come alleato non per qeustioni ideologiche, ma geo-politiche. Nel mondo arabo, il socialismo, integrato nel pan-arabismo nazionalista, era sempre nemico di Israele… e quindi Israele dovette disconnetertsi ideologicamente dall’URSS, cercando di portare i paesi limitrofi nella sfera “occidentale” d’influenza. Probabilmente e’ nata qui la Guerra Fredda… che era’ piu’ una questione di influenza geostrategica che ideologica. Con la forza della dialettica, attraverso queste due sfere contrapposte, Sion pote’ accappararsi ogni angoletto del globo. Come dire: non vuoi i sovietici? Allora ci sono gli americani… e vice-versa ovviamente.

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N. 23 – Aprile 2007

STALIN E LA CHIESA ORTODOSSA DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

La pacificazione “bellica”

di Stefano De Luca

La Chiesa ortodossa costituiva per i dirigenti sovietici l’ostacolo principale a causa del suo antico e profondo radicamento tra la popolazione, e venne combattuta con estrema durezza fino al 1941.

Le finalità della nuova ‘religione’ (il comunismo) e, più tardi, del nuovo ‘dio’ (Stalin), molto più materiali, erano in contrasto con quelle della Chiesa ortodossa e delle altre confessioni religiose.

Nel 1940 Stalin, per motivare il popolo russo a battersi con tutte le forze contro l’invasore nazista, non fece leva sui valori del comunismo, ma su quelli della Russia. Il primo interlocutore fu per lui la Chiesa ortodossa.

Il popolo non avrebbe combattuto volentieri per il comunismo, ma lo avrebbe fatto per difendere la patria in pericolo.

La Chiesa ortodossa, capace di mobilitare un numero altissimo di cittadini, venne ‘resuscitata’ da Stalin per convogliarne le rinnovate energie contro la follia hitleriana.

Stalin, per ottenere l’appoggio degli ortodossi nella guerra ‘patriottica’, dichiarò che “fin dai tempi più remoti il popolo russo è pervaso di sentimento religioso.

La Chiesa, dopo l’avvio delle operazioni militari contro la Germania, si è mostrata nella sua luce migliore […] il Partito non può più privare il popolo delle sue chiese e della libertà di coscienza”.

Così, nel 1943 fu permessa l’elezione di un nuovo Patriarca, il metropolita di Leningrado Aleksij, e venne rimessa in moto l’intera vita della Chiesa ortodossa, che tornò al suo livello pre-rivoluzionario.

“Il prezzo che la Chiesa dovette pagare per la tolleranza relativa di cui beneficiò prima dell’era Chruščëv”, spiega Dimitrij Pospelovskij, “fu il suo sostegno totale alla politica estera sovietica, attraverso la partecipazione a riunioni internazionali o l’organizzazione di riunioni ecclesiastiche nel corso delle quali i suoi rappresentanti dovevano proclamare che il governo sovietico conduceva una politica autenticamente pacifica, e dovevano condannare gli Stati Uniti e gli altri Paesi occidentali”.

Con l’arrivo al potere di Chruščëv, e poi ancor più con Breznev, la condizione della Chiesa ortodossa russa peggiorò a tal punto che molti ecclesiastici e fedeli entrarono in aperto dissenso col Partito.

Cominciò un nuovo braccio di ferro che si concluse solo dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’Urss.

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