Vangelo secondo Giovanni

Vangelo secondo Luca

Vangelo secondo Marco

Vangelo secondo Matteo

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Animazioni in Power Point

Dal momento che una immagine può essere più eloquente di molte parole e per facilitare in cinque minuti la lettura di libri che richiederebbero molto più tempo e fatica, offriamo queste “presentazioni di Power-point” col desiderio di introdurre per direttissima nella Divina Rivelazione, proprio nel suo inizio, che riguarda l’Opera della Creazione. L’Universo e la Terra non “si sono fatti“, ma “sono stati fatti” da Dio in un modo preciso, per un motivo preciso, e l’Autore stesso ce lo spiega, perché riguarda il Suo progetto su di noi, la nostra vita e il nostro destino. Al testo biblico della Genesi, che la Chiesa conosce e confessa di essere “Parola di Dio”, si aggiunge, senza minimamente soppiantarlo, la traduzione etimologica realizzata da Fernand Crombette mediante la lingua copta, la lingua parlata in Egitto al tempo di Mosè e arrivata praticamente intatta fino a noi. E’ una luce che in modo stupefacente dimostra che la Parola di Dio è veritiera sotto ogni punto di vista, non solo quello religioso, ma anche scientifico: mai potrebbe la Scienza contraddire in qualche cosa la Divina Rivelazione. E se contraddizioni sembrano esserci, quanto alle origini del mondo, della vita e dell’uomo, e altre ancora sulla vera storia dell’umanità, mai si possono risolvere a scapito della credibilità e dell’onore dovuto a Dio “che non può ingannarsi né ingannarci“. Le apparenti contraddizioni sono frutto di una conoscenza della Parola di Dio vera, sì, ma limitata al livello di comprensione che offre il testo ebraico; e soprattutto sono dovute ad una cattiva scienza, portata avanti con molta presunzione e con atteggiamenti non sempre leali verso la ragione. Ci dovrebbe sempre muovere, come prima cosa, l’amore alla Verità, e non altri moventi, con i quali si cerca di strumentalizzare ogni cosa pur di raggiungere qualche altro scopo. “O Timoteo, custodisci il deposito (rivelato); evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla Fede” (1 Tim.6,20).

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pps crombette 1 pps crombette 2 la terra
Fernand Crombette – parte 1 Fernand Crombette – parte 2 La Terra come Dio la creò
in principio universo il cinese
In principio L’Universo come Dio lo creò Il cinese ed i suoi riferimenti biblici

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Tu credi nella vita dopo il parto?

by Matteo Russi 17 apr 2013

Non so chi sia l’autore, ma posto una bellissima parabola trovata sul web.

”Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiese all’altro:

– Tu credi nella vita dopo il parto? >

– Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci per quello saremo più tardi.

– Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita? >

– Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.

-Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione … Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto. >

– Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.>

– Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla. >

– Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.

– Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora? >

– Dove? Tutta in torno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe. >

– Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista.

– Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o percepire come accarezza il nostro mondo. Sai? … Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa …> “

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La Rovina della Città di Roma

by Sant’Agostino da Ippona 16 apr 2013

Umiltà di Daniele.

1. 1. Cerchiamo di penetrare il senso della prima lettura sul santo profeta Daniele lì dove lo abbiamo sentito pregare e lo abbiamo ammirato sentendolo confessare non solo i peccati del popolo ma anche i suoi propri. Le sue erano parole di preghiera ma anche di confessione. Diceva: Pregando e confessando i peccati miei e quelli del mio popolo al Signore Dio mio (Daniele 9,20). Dopo questa preghiera chi potrebbe dichiararsi senza colpa dato che perfino Daniele fa confessione di propri peccati? A un orgoglioso una volta Ezechiele disse: Sei forse più sapiente di Daniele? (Ezechiele 28,3) La Scrittura pose questo Daniele anche fra i santi uomini nei quali sono adombrate le tre categorie umane che il Signore fa capire che salverà quando si abbatterà una grande tribolazione sul genere umano. Ha detto che nessuno da quella tribolazione scamperà tranne Noè, Daniele e Giobbe (Ezechiele 14,14). E` chiaro che in questi tre personaggi, come ho detto, Dio adombra tre categorie di uomini. Infatti quei tre grandi morirono e le loro anime sono presso Dio, mentre i loro corpi si sono dissolti nella terra. Essi sono ormai alla destra di Dio e non possono più temere alcuna tribolazione da cui abbiano a chiedere di essere liberati in questo mondo. Come si spiega dunque che Noè, Daniele e Giobbe saranno liberati da quella tribolazione? Quando Ezechiele diceva queste cose, solo Daniele forse era ancora vivo. Noè e Giobbe erano morti e affiancati ai Padri nel sonno della morte. Come poteva porsi per loro il problema di venir liberati da una imminente tribolazione, se erano già stati liberati dalla vita mortale? Ma in Noè sono raffigurate le autorità buone, coloro che guidano e governano la Chiesa, come Noè governava l’arca del diluvio. In Daniele sono adombrati tutti i santi che vivono nella continenza. In Giobbe tutti i coniugati che vivono onestamente. Dio infatti libera dalla tribolazione annunciata queste tre categorie di uomini. Tuttavia Daniele è posto sopra gli altri due e da ciò appare evidente che lui solo meritò di essere nominato. E, ciononostante, egli confessa i suoi peccati. Di fronte a Daniele che confessa i suoi peccati come possono non essere presi da timore i superbi, non sgonfiarsi i vanagloriosi, non trovare il freno dell’umiltà gli orgogliosi e i presuntuosi? Chi può vantarsi di avere il cuore puro o chi può vantarsi di essere esente da peccato? (Proverbi 20,9)

2. 1. E poi gli uomini si meravigliano (e magari solo si meravigliassero e non giungessero alla bestemmia!) quando il Signore castiga il genere umano e lo colpisce con le punizioni di un pio emendamento, esercitando prima del giudizio finale il rimedio di una correzione. Spesso manda afflizioni, dettate da misericordia, senza fare una scelta di quelli che mette alla prova. Il fatto è che non vuol trovare nessuno da condannare. Colpisce indistintamente ingiusti e giusti (Ebrei 12,6), per quanto chi può considerarsi giusto, se anche Daniele fa confessione dei propri peccati?

Roma e Sodoma.

2. 2. Abbiamo letto precedentemente un passo del libro della Genesi (Genesi 18,23-32) che ha suscitato, se non erro, la più viva attenzione. In quel passo Abramo chiede al Signore se è disposto a risparmiare la città [di Sodoma] a condizione che in essa trovi cinquanta giusti, o se la vuol distruggere anche con quei giusti. Il Signore risponde che è disposto a risparmiare la città se in essa trova cinquanta giusti. Allora Abramo domanda ancora: ” Se ce ne fossero cinque in meno, solo quarantacinque, ugualmente sei disposto a risparmiare la città? “. Il Signore risponde che si accontenta di quarantacinque. Ma non è tutto. [Abramo] in un seguito d’interrogazioni, diminuendo poco alla volta quel numero giunse sino a dieci, e chiese al Signore se, una volta trovati dieci giusti nella città, li avrebbe anch’essi annientati con la folla innumerevole degli altri malvagi, o se piuttosto, per quei dieci giusti, non avrebbe salvato la città. Dio rispose che non avrebbe mandato in rovina la città anche solo per quei dieci giusti. Che cosa diremo a questo punto, fratelli? Ci si presenta infatti una questione grave e importante, sollevata specie da persone che guardano alle nostre Scritture con empietà, non da quelli che le investigano con spirito di pietà. Essi dicono, ora di fronte alla rovina di così grande città: ” Non vi erano in Roma cinquanta giusti? In mezzo a un così grande numero di fedeli, di monache, di uomini consacrati nella continenza, di servi e di serve di Dio, non si poterono trovare cinquanta giusti, né quaranta, né trenta, né venti, né dieci? Se ciò è inammissibile, perché dunque Dio per quei cinquanta, o anche per quei soli dieci non risparmiò quella città? “. La Scrittura non inganna, se non è l’uomo che inganna se stesso. Quando si tratta della giustizia di Dio, è Dio [anzitutto] che risponde della giustizia. Egli vuole giusti secondo la regola divina non secondo quella umana. Rispondo subito dunque: [i casi sono due] ” o trovò quel numero di giusti e salvò la città, oppure non salvò la città, e allora non aveva trovato i giusti “. Mi si risponde che è chiaro il fatto che Dio non salvò la città. E io ribatto: ” A me invece non è affatto chiaro “. La rovina infatti che si è abbattuta su questa città non è come quella di Sodoma (Genesi 18,24-33). Quando Abramo interrogava Dio si trattava dell’esistenza stessa di Sodoma. Infatti Dio parlava di distruzione, non di castigo. Non salvò Sodoma, la distrusse; la fece bruciare totalmente dal fuoco. Non la riservò al giudizio finale: fece con essa subito quello che ad altri malvagi riservò per il giudizio finale. Proprio nessuno rimase superstite da Sodoma. Non restò traccia né di animali, né di uomini, né di case. Il fuoco consumò assolutamente tutto. Ecco in che modo Dio distrusse quella città. Ma dalla città di Roma quanti sono fuggiti e ritorneranno! Quanti rimasero e schivarono la morte! Quanti, rifugiatisi nei luoghi sacri, non poterono nemmeno essere toccati! ” Molti però – mi si obietta – furono fatti prigionieri “. Questo toccò anche a Daniele, non per punizione sua ma perché potesse confortare gli altri prigionieri. ” Molti – mi si dice – sono stati uccisi “. Questo toccò anche a molti giusti Profeti dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria (Matteo 23, 35; Luca 11, 51). Questo toccò anche agli Apostoli, anche al Signore dei Profeti e degli Apostoli, a Gesù. ” Molti – si insiste – sono stati in vari modi tormentati “. Possiamo credere che qualcuno lo sia stato quanto Giobbe?

2. 3. Ci sono state portate orrende notizie: di stragi, di incendi, di rapine, di uccisioni, di torture. E` vero, molte cose del genere ci sono state riferite. Di ognuna abbiamo sofferto. Spesso abbiamo pianto, da riuscire a stento a consolarci; non nego, ammetto di aver sentito che in quella città sono avvenute molte [nefandezze].

Roma e Giobbe.

3. 3. Nondimeno, fratelli miei, la Carità vostra porga attenzione alle mie parole. Abbiamo udito dal libro del santo Giobbe che, dopo aver perso i suoi beni e dopo aver perso i figli, non poté aver salva neanche la carne che sola era rimasta, ma, coperto di piaghe dalla testa fino ai piedi, stava in mezzo allo sterco, col fetore di ulcere, imbrattato di umore corrotto, formicolante di vermi, straziato da fortissimi tormenti di dolori. Ebbene, se ci si desse notizia che tutta la cittadinanza ha questo tormento, che non ce n’è uno sano, anzi che tutti sono afflitti da gravissime ferite e che uomini vivi vanno in putredine verminosa come i morti, che cosa sarebbe più grave, questa situazione o quella guerra? Penso che è meno crudele dei vermi la spada che incrudelisce sulla carne umana, che è più tollerabile il sangue che zampilla dalle ferite che la putredine che sgocciola dalla materia corrotta. Quando tu vedi un cadavere in decomposizione inorridisci, ma è minore sofferenza, anzi non c’è alcuna sofferenza perché l’anima è assente. Ma in Giobbe c’era presente l’anima che sentiva, legata [al corpo] perché non sfuggisse, a lui soggetta perché soffrisse, assillata perché fosse indotta a bestemmiare. Tuttavia Giobbe sopportò la tribolazione e ciò gli fu ascritto a grande giustizia. Dunque non bisogna considerare che cosa uno soffra, ma che cosa fa [nella sofferenza]. Non è in potere dell’uomo regolare la sofferenza. Ma comportarsi in essa bene o male, questo rende la volontà dell’uomo innocente o colpevole. Giobbe sopportava. Gli era rimasta solo la moglie, non per suo conforto, ma per tentarlo; non per porgergli qualche rimedio, ma per indurlo alla bestemmia: Di’ qualcosa contro Dio e muori 9. A questo punto vedete quale beneficio sarebbe stata la morte e tuttavia questo bene non glielo poteva dare nessuno. Ma in tutte le pene che quella santa anima sopportò, si esercitava la sua pazienza, era messa a prova la sua fede, mentre la moglie restava confusa e il demonio vinto. Grande spettacolo la splendida bellezza di quella virtù nell’immonda bruttura di quel marciume. Il nemico lo tentava con una subdola devastazione, la nemica con un aperto invito al male, aiuto al diavolo, non al marito. Essa, nuova Eva, ma egli non vecchio Adamo. Gli diceva: ” Di’ qualcosa contro Dio e muori. Strappa a forza con la bestemmia quello che non riesci ad impetrare con la preghiera “. Ma egli rispose: Hai parlato come una donna stolta. Se da Dio accettiamo il bene perché non dovremmo accettare il male? (Giobbe 2,9) Osservate le parole di quel forte fedele; osservate le parole di quell’uomo putrefatto all’esterno, integro all’interno: Hai parlato come una donna stolta. Se da Dio accettiamo il bene perché non dovremmo accettare il male? Dio è padre. Dovremmo amarlo solo quando ci blandisce e dovremmo rifiutarlo quando ci corregge? Non è lo stesso padre sia quando promette vita sia quando impone disciplina? Ti è uscito di mente [il passo che dice]: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, sta’ saldo nella giustizia e nel timore, e prepara la tua anima alla prova. Accetta quanto ti capita, sii paziente con umiltà nelle vicende dolorose, perché con il fuoco si prova l’oro e l’argento e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore Ti è uscito di mente [il passo che dice]: Il Signore corregge chi ama, e sferza chi riconosce come figlio (Proverbi 3,12).

Pene temporali pene eterne.

4. 4. Supponi qualunque tormento, escogita qualsiasi pena umana; fa’ il confronto con le pene dell’inferno e ti apparirà lieve tutto ciò che soffri. Qui sia chi procura la pena, sia chi la patisce è limitato nel tempo, là eterno. Forse che stanno ancora soffrendo coloro che hanno avuto sofferenze al tempo della devastazione di Roma? Mentre quel ricco [del Vangelo] (Luca 16, 19-26.) soffre ancora all’inferno; è arso, arde, arderà fino a quando si presenterà al giudizio finale. Riavrà il corpo, non per un vantaggio, ma ancora per il supplizio. Quelle sono le pene che dobbiamo temere, se abbiamo timore di Dio. Qualunque cosa soffre l’uomo in questo mondo, se egli si corregge è un emendamento, se non si corregge c’è una duplice punizione. Perché qui soffrirà pene temporali e là sperimenterà quelle eterne. Parlo alla Carità vostra, fratelli. Noi certamente lodiamo, glorifichiamo, ammiriamo i santi martiri. Celebriamo i loro anniversari con pia solennità, ricordiamo i loro meriti e per quanto ci è possibile li imitiamo. Indubbiamente è grande la gloria dei martiri, ma non credo che sia minore la gloria del santo Giobbe. Tuttavia non gli si proponeva: ” Da’ l’incenso agli idoli, sacrifica a dèi stranieri “, o: ” Rinnega Cristo “. Gli si proponeva di bestemmiare Dio. E neanche glielo si diceva con questo senso: ” Se bestemmierai, andrà via ogni infezione, ritornerà la salute “, ma quella inetta e insulsa donna gli diceva: ” Se bestemmierai morirai e con la morte sarai liberato dai tormenti “. Come se a chi muore bestemmiando non seguisse un eterno dolore! Quella fatua donna inorridiva di fronte alla molestia della presente putredine e non pensava minimamente alla fiamma eterna. Lui invece sosteneva le pene presenti per non cadere nelle future. Tratteneva l’animo dai cattivi pensieri, la lingua dalle maledizioni. Serbava l’integrità dell’animo nella putrefazione del corpo. Vedeva le pene a cui si sottraeva per il futuro, perciò sopportava le pene presenti. Così ogni cristiano quando soffre di qualche afflizione nella vita temporale pensi alla Geenna e troverà lievi le sue sofferenze. Non mormori contro Dio, non dica: ” Dio, che cosa ti ho fatto da dover soffrire queste pene? “. Anzi dica quello che Giobbe ammetteva, benché santo: Hai esaminato tutti i miei peccati, e li hai chiusi come in un sacchetto (Giobbe 14, 16-17). Lui che pativa non per punizione ma per prova non osava proclamarsi senza peccato. Così si comporti ognuno nella sofferenza.

Dio solo toglie il peccato.

5. 5. A Roma [che fu risparmiata] ci furono dunque cinquanta giusti, anzi se vai secondo la regola umana, migliaia di giusti, ma se vai secondo la regola della perfezione nessun giusto esisterebbe in Roma. Chi osasse proclamarsi giusto ascolti ciò che dice la Verità: Tu sei forse più sapiente di Daniele? (Ezechiele 28, 3). Eppure puoi sentirlo confessare i suoi peccati (Daniele 9,20). O forse egli mentiva quando confessava i suoi peccati? Questo sarebbe stato un peccato: mentire a Dio sui propri peccati. Talvolta gli uomini nei loro ragionamenti dicono: ” L’uomo giusto deve dire a Dio: Sono peccatore. E anche se gli risulta di non aver nessun peccato sulla coscienza, deve dire a Dio: Ho peccato “. Mi stupirei se si chiamasse questo un sano modo di giudicare. C’è qualcuno che può averti reso tale da non essere nel peccato? Se tu sei del tutto privo di peccati è Dio che ha sanato la tua anima, se proprio non hai in te il peccato. Ma considera bene: troverai molte mancanze non una sola. Tuttavia se proprio fossi mondo totalmente da peccati, non sarebbe un dono ricevuto da Colui che tu hai pregato così: Io ho detto: Pietà di me, Signore, risana l’anima mia perché contro di te ho peccato (Salmo 40,5)? Se dunque la tua anima è senza peccato, [dipende dal fatto che] in ogni modo è stata risanata. E se è stata completamente risanata, perché sei ingrato col Medico al punto da sostenere che c’è ancora la piaga, lì dove invece te l’ha risanata? Se tu presentassi a un medico il tuo corpo malato o ferito e lo pregassi di curarti con premura ed egli te lo rendesse sano, integro, ma tu sostenessi che non è sano, non saresti ingrato, non terresti un atteggiamento offensivo verso il medico? Così anche Dio ti ha risanato e tu osi dire ancora: ” Ho la piaga “? Non temi che ti risponda: ” Allora non ho fatto nulla o quel che ho fatto si è perso del tutto? Non devo avere compenso, non merito lode? “. Dio ci preservi da una tale follia, da un ragionamento così privo di senso. L’uomo dica dunque: ” Sono peccatore “; perché è peccatore. Dica: ” Sto nel peccato “, perché sta nel peccato. Non può essere più sapiente di Daniele, non può essere senza peccato. Ma ora, fratelli miei, concludiamo il discorso. Dio ha risparmiato Roma perché a Roma c’erano molti giusti, se giusti sono da chiamarsi, alla maniera umana, coloro che vivono irreprensibilmente nella società. Molti scamparono alla morte. Ma Dio risparmiò anche quelli che morirono. Quelli che sono morti dopo una vita buona, caratterizzata dalla vera giustizia e dalla fede, non furono con la morte privati di sventure, di tribolazioni umane, non giunsero al divino conforto? ” Ma alcuni – mi direte – sono morti dopo aver sofferto le tribolazioni “. E quel povero [Lazzaro] allora, davanti alla porta del ricco? Ma patirono la fame? Anche quel povero la patì. Hanno avuto ferite? Anche lui ne aveva. Forse essi non hanno avuto cani a leccargliele. Morirono? Anch’egli morì, ma ascolta con che finale: Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo Luca 16,22).

Roma risparmiata.

6. 6. Oh, se potessimo vedere le anime dei santi che morirono durante quella guerra! Allora capireste come Dio ha risparmiato la città. Migliaia di santi sono nella felicità eterna e lieti dicono a Dio: ” Ti ringraziamo, Signore, perché ci hai liberato dalle molestie della carne e da strazi e tormenti. Ti ringraziamo perché ormai non abbiamo più timore né dei barbari né del diavolo. Non temiamo più la fame sulla terra, non temiamo né il nemico, né il persecutore, né l’oppressore; sulla terra siamo morti, ma presso di te, Signore, siamo immortali per un dono tuo, non per merito nostro “. Meravigliosa sarebbe la città di umili che parlasse in questo modo? O forse credete, fratelli, che una città consista nelle sue costruzioni, non nei suoi cittadini? E quindi, se Dio avesse detto ai Sodomiti: ” Fuggite, perché sto per dare alle fiamme questo luogo “, non diremmo forse che hanno avuto un grande privilegio se, una volta fuggiti, il fuoco disceso dal cielo avesse fatto rovinare soltanto le mura e le pareti delle case? Non diremmo forse che Dio ha risparmiato la città, perché la popolazione era emigrata ed era, così, scampata allo sterminio di quel fuoco?

Mirabili avvertimenti anche a Costantinopoli.

6. 7. Anche pochi anni fa, a Costantinopoli, sotto l’imperatore Arcadio (sono forse qui presenti ad ascoltare, in mezzo a questa gente, alcuni che erano presenti anche là) Dio volle atterrire la città, per emendarla con lo spavento, convertirla con lo spavento, purificarla, mutarla. E si rivelò a un suo servo fedele, a un militare, si dice. Gli annunciò che la città sarebbe perita per un fuoco sceso dal cielo, e lo incaricò di darne notizia al vescovo. Al vescovo la notizia fu data, ed egli non trascurò l’avvertimento, parlò al popolo. La città si convertì in lutto di penitenza, come un tempo l’antica Ninive (Giona 3,5-10). Tuttavia perché gli uomini non credessero che colui che aveva dato l’annunzio fosse caduto in un abbaglio o avesse voluto ingannare, avvenne che nel giorno indicato dalla minaccia di Dio: mentre tutti stavano sospesi e aspettavano con gran timore il realizzarsi della predizione, all’inizio della notte, quando le tenebre cominciavano a scendere sul mondo, apparve dall’Oriente una nube di fuoco. Essa era prima piccola, poi, mano a mano che si avvicinava alla città, sempre più grande e minacciosa, fino a quando su tutta la città incombeva un terribile spavento. Si vedeva un’orrenda fiamma sovrastare dal cielo e non mancava neppure l’odore di zolfo. Tutti fuggivano in chiesa, il luogo non riusciva a contenere la folla. Esigevano con forza l’amministrazione del Battesimo, a chiunque lo potesse dare. Si esigeva la salvezza del sacramento non solo nella chiesa, ma anche per le case, per le vie e per le piazze, per sfuggire all’ira [divina] non presente senz’altro, ma imminente. Tuttavia dopo quella grande minaccia, quando Dio ebbe mostrato la fedeltà del suo servo, la veridicità dell’annuncio che il suo fedele aveva dato, la nube, così come s’era addensata, così cominciò a diminuire e, a poco a poco, si dissolse. Il popolo, fattosi un poco tranquillo, udì un’altra predizione: che bisognava evacuare totalmente la città, perché essa il sabato successivo sarebbe andata in rovina. Uscì, insieme con l’Imperatore, tutta la cittadinanza. Nessuno rimase in casa, nessuno chiuse la sua casa. I cittadini, allontanatisi alquanto dalle mura, con gli occhi rivolti alle dolci case, davano piangendo l’estremo saluto alle carissime residenze lasciate. Quella moltitudine, che si era allontanata parecchie miglia e si era radunata tutta in uno stesso luogo per pregare insieme il Signore, poté scorgere a un tratto un grande fumo [sulla città] e alzò al Signore un grande lamento. Poi, visto tutto tranquillo, mandò alcuni in esplorazione perché riportassero notizie. Trascorsa l’angosciosa ora della predizione, e d’altra parte riportando notizia gli inviati che tutti gli edifici erano salvi, le case in piedi, tutta la popolazione, con grandissima gioiosa riconoscenza, ritornò in città. Nessuno perse la minima cosa della sua casa e la ritrovò con la porta aperta, così come l’aveva lasciata.

Correzione non distruzione.

7. 8. Che cosa dobbiamo concluderne? Che questa fu collera di Dio o piuttosto sua misericordia? Nessuno può mettere in dubbio che questo misericordiosissimo padre ha voluto correggere con lo spavento, piuttosto ché punire, dal momento che nessun uomo, nessuna casa, nessun edificio venne sfiorato da così imminente calamità che pareva sovrastare. Proprio come quando una mano si alza per ferire e poi si ritrae per pietà, di fronte alla costernazione di quello che stava per essere ferito, così avvenne per quella città. Tuttavia se nello spazio di tempo in cui la città era vuota perché tutta la popolazione se n’era andata, fosse avvenuta la distruzione del luogo, e Dio avesse mandato in rovina l’intera città come Sodoma, senza lasciarne traccia, nessuno potrebbe dubitare che quella città è stata risparmiata perché il luogo fu distrutto dopo che la popolazione, avvisata anticipatamente e spaventata, era interamente emigrata dalla città. Così non c’è dubbio che Dio ha risparmiato anche la città di Roma perché prima della devastazione dell’incendio nemico, in molti punti della città gli abitanti in gran parte erano partiti: erano scampati sia quelli che erano fuggiti, sia quelli che, ancora più rapidamente, erano usciti dal corpo. Molti, presenti all’eccidio, in qualche modo si nascosero; molti, riparatisi nei luoghi sacri, scamparono sani e salvi. La città fu piuttosto punita da Dio che corregge, non distrutta, punita come un servo, che sa quale è la volontà del suo padrone e invece fa cose degne di percosse e molte ne riceve (Luca 12,47).

Umiltà della tribolazione.

8. 9. C’è da augurarsi che il fatto valga da esempio, incuta timore, sia di freno alla cattiva cupidigia avida delle cose mondane, insaziabile nei piaceri, nelle dannosissime voluttà, mentre il Signore mostra quanto siano instabili ed effimere tutte le vanità mondane e un inganno le nostre follie. Questo dovremmo meditare invece di mormorare contro il Signore per le punizioni meritatissime. Sull’aia c’è una sola trebbia per far cadere a terra la paglia e mondare il grano. La fornace dell’orafo ha un solo fuoco per mandare in cenere la limatura e purificare l’oro dalle scorie. Così anche Roma ha sopportato una sola tribolazione, nella quale l’uomo pio è stato liberato o purificato, e l’empio condannato, e intendo tanto nel caso che sia stato strappato dalla vita a scontare giustissima punizione, quanto se rimasto qui a bestemmiare, aggiungendo colpe a colpe. O certamente Dio, nella sua ineffabile misericordia, li lascia in vita per riservare una possibilità di penitenza a quelli che sa di poter salvare. In quanto al penare dei buoni non turbatevi: è una prova. A meno che non succeda di scandalizzarci quando vediamo che un giusto deve sopportare cose indegne, gravi sofferenze su questa terra e dimentichiamo che cosa ha sopportato il Giusto dei giusti, il Santo dei santi. Tutto ciò che sopportò quella città intera, lo sopportò quell’Uno. Ma osservate chi era quell’Uno: Il Re dei re, il Signore dei signori (Apocalisse 19,16), che fu arrestato, legato, flagellato, fatto oggetto di ogni scherno, sospeso alla croce, crocifisso, ucciso. Se tu metti Roma accanto alla croce di Cristo, se vi metti tutta la terra, se vi metti cielo e terra, vedrai che nessuna cosa creata può essere considerata alla pari del suo Creatore, nessun’opera si può paragonare al suo artefice. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto (Giovanni 1,3), e tuttavia fu perseguitato e tradito. Sopportiamo dunque quello che Dio ci vuol far sopportare. Egli, che ha mandato il suo Figlio per curarci e risanarci, sa, come un medico, anche quale dolore ci può essere utile. Per l’appunto è stato scritto: La pazienza completi l’opera sua (Giacomo 1,4). E quale sarà l’opera della pazienza se non sopportiamo nessuna avversità? Perché ci rifiutiamo di sopportare i mali temporali? Paventiamo forse di completare l’opera? Vi esorto invece a pregare apertamente, a chiedere gemendo al Signore che sia riservato a noi quello che l’Apostolo dice: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla (1Corinzi 10, 13).

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L’orrore del terrorismo

by Michael Crusader 16 apr 2013

Il mondo nella tarda serata di ieri ha conosciuto nuovamente l’orrore del terrorismo internazionale. Non sappiamo cosa ci sia veramente dietro, chi muova le fila di simili eventi, traendone vantaggio.

Forse integralisti islamici o piuttosto servizi segreti deviati.

In Italia negli Anni Settanta abbiamo conosciuto gli effetti di simili giochetti.

Le morti e le distruzioni sono purtroppo solo una piccola parte del danno che arrecano all’intera Umanità. Miliardi di persone sono gettate nella paura e nella disperazione, si scatenano guerre e sono provocate rivoluzioni i cui effetti non saranno di certo la nascita di un mondo più sicuro.

E’ quello che è accaduto dopo l’11 Settembre 2001.

A distanza di dodici lunghi anni la situazione è peggiorata.

Sono caduti i regimi Baht che, per quanto autoritari, si opponevano al terrorismo internazionale in Libia, Tunisia, Egitto, Iraq e nel futuro Siria e al loro posto sono andati al potere i “Fratelli Musulmani”, integralisti islamici che sognano la nascita di un nuovo Califfato. Si è caduti consapevolmente dalla padella alla brace e l’Occidente ed i media occidentali si sono adoperati in modo molto deciso affinché ciò accadesse.

La tragedia delle Torri Gemelle ha regalato il casus belli per realizzare questa operazione politica sulla carta disastrosa, ma che, evidentemente, a qualcuno deve essere convenuta.

A dire il vero, volendo combattere il terrorismo, sarebbe stato necessario fare in modo che i partiti islamici rimanessero lontani dal potere. I servizi di intelligence avrebbero avuto tutti i modi per dividerli e disarcionarli. Migliori condizioni di vita e, soprattutto, l’istruzione laica avrebbero tolto l’acqua nella quale questi pesci nuotavano.

Tutto è stato fatto, fuorché questo e alle dittature laiche, rischiano di subentrare quelle islamiche. In Egitto si è ad un passo da ciò. La Libia, lo stato più prospero del continente africano, rischia di finire in mille pezzi, contesi tra le varie fazioni.

Se, però, la sicurezza internazionale è peggiorata, devo ammettere che, senza le guerre e le rivoluzioni arabe, oggi l’Occidente sarebbe molto più povero e ancor più in ginocchio di fronte alla crisi.

Tutti questi avvenimenti dal 2001 ad oggi hanno una causa, una motivazione economica.

Le materie prime sul pianeta sono poche e sono sfruttate fino all’eccesso. L’industria per vendere è costretta a puntare sempre più sull’usa e getta, ma la produzione industriale richiede beni primari, petrolio e carbone innanzitutto. Un tempo solo l’Occidente li richiedeva. Oggi si assiste alla concorrenza spietata di Cina, Brasile, Russia, Sud Africa e molte altre nuove potenze. L’Occidente per sopravvivere deve mettere le mani sulle nazioni che le permettano di prelevare le materie prime al minor costo.

Per questo motivo le guerre e le rivoluzioni sono funzionali a rallentare il declino dell’Occidente e a frenare l’espansionismo cinese.

L’obiettivo oggi è far cadere il governo siriano, domani quello Iraniano. E’ una strategia terribile e disperata di un Occidente che rischia di fare la fine dell’URSS.

Affermare questo non significa prendere le parti di nessuno, non significa demonizzare nessuno. Ci sono delle contingenze storiche ormai impossibili da cambiare, strade che non potranno essere abbandonate. E’ la lotta per la sopravvivenza!

Dire ciò non ci può permettere di considerare la violenza la soluzione. Il male non si combatte con il male. L’Occidente ha retto sulla rapina delle ricchezze del Terzo Mondo, ha costretto milioni di persone a morire di fame. Ora rischia di pagare il conto, un conto terribile!

Eppure alternative c’erano e ci sono. Basterebbe, anziché inseguire la logica del PIL e del profitto, quella della produzione di ciò che serve per vivere. Basterebbe orientare la produzione a ciò che serve, garantendo a tutti il necessario. Penso sia possibile un’alternativa al Capitalismo, come al Comunismo, una terza via che riproponga la produzione interna e uno sfruttamento razionale e solidale di questo pianeta.

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SOS : Mare d’Aral

by Michael Crusader 15 apr 2013

Sin dai tempi della scuola la geografia mi ha sempre appassionato. Essa mi permetteva di viaggiare con la mente, visitando mete esotiche e sconosciute, sognando di vivere incredibili avventure in posti a me ignoti. Accadeva così che alcuni nomi di città, popoli, lingue, nazioni, fiumi, laghi o mari mi restassero scolpiti nella mente.

Era così che un lontanissimo lago salato, diventava per me familiare come il fiume che passa a pochi metri da casa mia. Peccato che esso non esista più.

Non sono molti a saperlo, ma il Mare d’Ara, quell’enorme lago salato, ad Est del Caspio, in piena Asia Centrale non esiste più, ucciso dall’avidità e dalla stupidità umana, tanto di casa negli ultimi lustri di vita dell’ultima Unione Sovietica. Si tratta di una tragedia peggiore di quella di Chernobyl, ma di cui non se ne vuole parlare, nessuno ha interesse a ché se ne parli.

Secondo Wikipedia l’Aral (in russo Aralskoje More, Аральскοе мοре; in kazako Арал Теңізі) è un lago salato di origine oceanica, situato alla frontiera tra l’Uzbekistan (nel territorio della repubblica autonoma del Karakalpakstan) e il Kazakistan. È talvolta chiamato erroneamente mare d’Aral, poiché possiede due immissari (Amu Darya e Syr Darya), ma non ha emissari che lo colleghino all’oceano risultando dunque un bacino endoreico. Il lago d’Aral è vittima di uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall’uomo.

Originariamente infatti, il lago era ampio all’incirca 68.000 km², ma dal 1960 il volume e la sua superficie sono diminuiti di circa il 75%. Nel 2007 il lago era ridotto al 10% della dimensione originaria. Questo è stato principalmente dovuto al piano di coltura intensiva voluto dal regime sovietico dell’immediato dopoguerra. L’acqua dei due fiumi che tributavano nel lago è stata prelevata, tramite l’uso di canali e per gran parte della lunghezza dei fiumi stessi, per irrigare i neonati vasti campi di cotone delle aree circostanti.

Sin dal 1950 si poterono osservare i primi vistosi abbassamenti del livello delle acque del lago. Già nel 1952 alcuni rami della grande foce a delta dell’Amu Darya non avevano più abbastanza acqua per poter sfociare nel lago. Il piano di sfruttamento delle acque dei fiumi a scopo agricolo aveva come responsabile Grigory Voropaev. Voropaev durante una conferenza sui lavori dichiarò, a chi osservava che le conseguenze per il lago sarebbero state nefaste, che il suo scopo era proprio quello di “far morire serenamente il lago d’Aral”. Era infatti così abbondante la necessità di acqua che i pianificatori arrivarono a dichiarare che l’enorme lago era ritenuto uno spreco di risorse idriche utili all’agricoltura e, testualmente, “un errore della natura” che andava corretto.

I pianificatori ritenevano che il lago, una volta ridotto ad una grande palude acquitrinosa sarebbe stato facilmente utilizzabile per la coltivazione del riso. Per far posto alle piantagioni, i consorzi agricoli non hanno lesinato l’uso di diserbanti e pesticidi che hanno inquinato il terreno circostante. Nel corso di quattro decenni la linea della costa è arretrata in alcuni punti anche di 150 km lasciando al posto del lago un deserto di sabbia salata invece del previsto acquitrino.

A causa infatti della sua posizione geografica (si trova al centro dell’arido bassopiano turanico) è soggetto a una forte evaporazione che non è più compensata dalle acque degli immissari. L’impatto ambientale sulla fauna lacustre è stato devastante. Il vento che spira costantemente verso est/sud-est trasportando la sabbia, salata e tossica per i pesticidi, ha reso inabitabile gran parte dell’area e le malattie respiratorie e renali hanno un’incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell’Himalaya.

I numerosi insediamenti di pescatori che vivevano del pesce del lago sono stati via via abbandonati fino al 1982, anno della definitiva cessazione di ogni attività direttamente correlata alla pesca nel lago. Gli stabilimenti di lavorazione del pesce hanno continuato comunque a funzionare per molti anni grazie allo sforzo del governo di Mosca che aveva ordinato che parte del pesce pescato sul Mar Baltico fosse trasportato e lavorato presso gli impianti di inscatolamento di Moynaq in Uzbekistan.

A lungo andare, tuttavia, gli irragionevoli costi di questa pratica ne imposero il fermo. Ogni attività produttiva legata al pesce ha quindi avuto termine. Nel corso degli anni sia la città di Moynaq (situata a sud del lago, in Uzbekistan, nel territorio della repubblica del Karakalpakstan) che la città di Aralsk (situata a nord-est del lago, in Kazakistan) sono diventate meta di un lugubre turismo che cerca le carcasse delle navi arrugginite abbandonate in quello che ora è un deserto di sale ed una volta era un florido lago.

Una grave preoccupazione è costituita dall’installazione di una base militare Russa-Sovietica, la cui base si trova tuttora su quella che una volta era l’isola di Vozroždenie. In quella base infatti vengono condotti esperimenti di armamenti chimico-batteriologici. A causa dell’abbassamento del livello del lago, tale isola ormai era di fatto diventata parte della terraferma e facilmente raggiungibile. La presenza di fusti di antrace e di altri agenti tossici è nota e confermata sia dalle autorità Russe, sia dalle autorità uzbeke, sia da quelle statunitensi incaricate di indagare sulla effettiva pericolosità del luogo. Tale installazione non è stata bonificata definitivamente.

Allo stato attuale, l’unica nazione che ha intrapreso provvedimenti concreti per la situazione è il Kazakistan. In pratica, al di là di alcuni accordi formali tra loro, i governi delle altre nazioni che insistono nell’area interessata al passaggio dei due fiumi (Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan ed in parte l’Afghanistan) non hanno intrapreso significative azioni comuni per ripristinare l’afflusso delle acque verso il bacino del lago. Il motivo è che la coltivazione del cotone impiega ormai una quantità di lavoratori cinque volte maggiore di quella che una volta era impiegata nella pesca, che peraltro era concentrata nei soli Kazakistan ed Uzbekistan.

Inoltre i terreni che le acque del lago hanno scoperto ritirandosi hanno mostrato di essere ricchissimi giacimenti di gas naturale. Nel corso del 2006 un importante accordo per lo sfruttamento del sottosuolo del lago è stato raggiunto tra il governo dell’Uzbekistan, la società russa LUKoil, la Petronas, la Uzbekneftegaz e la China National Petroleum Corporation. Un eventuale ritorno dell’acqua al livello originario sulla riva uzbeka renderebbe complicato questo genere di attività.

Il lago, prosciugandosi, si è diviso, dal 1987, in due laghi distinti. Quello a sud, e quello (molto più piccolo) a nord. Il lago a nord (“Piccolo Aral”), dopo alcuni lavori di bonifica, è stato completamente isolato dalla parte sud con la costruzione, finanziata dalla Banca Mondiale, della diga chiamata Kokaral e nuovamente ricongiunto, seppur con un afflusso ridotto, all’antico affluente Syr Darya. La costruzione della diga è stata completata nel 2005. Essa è una parte di un progetto più grande che punta alla riqualificazione della parte kazaka del lago. Il completamento dei lavori, che tra l’altro prevedono una forte riduzione degli sprechi idrici del Syr Darya in modo da far arrivare al lago quanta più acqua possibile, è previsto per la fine del 2008.

I risultati del lavoro sono stati notevoli. Dal 2003 al 2008 la superficie del Piccolo Aral è passata da 2.550 km² a 3.300 km². Nello stesso periodo la profondità è passata da 30 a 42 metri.In alcuni villaggi è ripresa l’attività di pesca dopo che alcune specie di pesci erano state reintrodotte proprio per tentare di rendere la pesca nuovamente praticabile. Nel 2011, secondo le dichiarazione del presidente kazako Nursultan Nazarbayev, la quantità di pescato del Piccolo Aral è arrivata a 6000 tonnellate.Secondo gli imprenditori locali, il pescato del 2011 ammonterebbe addirittura a 18.000 tonnellate. Le acque del lago, inoltre, sono risultate abbastanza pulite da essere potabili e la salinità è tornata ai livelli simili a quelli pre-1960.

La costruzione di una nuova e più grande diga è allo studio. Sarebbe anch’essa finanziata per l’85% dalla Banca Mondiale e per il 15% dal governo del Kazakistan. L’obiettivo della nuova diga sarebbe quello di riportare il livello del “Piccolo Aral” fino a consentirgli di bagnare e rendere nuovamente operativo, entro il 2015, il porto di Aralsk, che al momento è ancora a circa 25 km di distanza dal lago. La nuova diga non andrebbe a sostituire l’attuale Kokaral bensì andrebbe ad integrarsi in un complesso sistema di nuove costruzioni e canalizzazioni localizzate principalmente nella baia di Saryshaganak, alla cui estremità sorge la città di Aralsk. I lavori, che ammonterebbero a 191 milioni di dollari, consisterebbero nella costruzione di un canale che porti l’acqua dal Syr Darya direttamente nella baia. La baia sarebbe poi chiusa dalla nuova diga. Nel giro di poco tempo, il livello dell’acqua dovrebbe tornare a bagnare il porto di Aralsk

C’è da considerare tuttavia il fatto che il “Piccolo Aral” giace completamente sul suolo del Kazakistan e la sua divisione ha, in pratica, condannato a morte il “Grande Aral”, che invece giace in gran parte in Uzbekistan. Le autorità dell’Uzbekistan ritengono che ormai la situazione sia talmente compromessa che l’unica soluzione sia quella di investire nel rinverdimento del deserto lasciato dal lago evaporato invece di provvedere ad un suo eventuale nuovo riempimento. Stanno avendo un discreto successo delle opere di rimboschimento di Haloxylon ammodendron, un arbusto noto anche con il nome di “albero del sale”, in grado di vivere in ambienti aridi e dalla salinità elevata. Secondo un piano curato da autorità tedesche, uzbeke e kazake, nel giro di 10 anni circa 300.000 ettari saranno rimboschiti con questo tipo di vegetazione. L’obiettivo è quello di ridurre del 60%-70% la velocità del vento al suolo durante le frequenti tempeste di sabbia in modo da ridurre sensibilmente la quantità di polveri che i venti portano nei dintorni.

Ciononostante, l’esistenza di soluzioni per riportare il lago al livello originario è stata dimostrata in più occasioni da ingegneri idraulici e studiosi di varie parti del mondo.

Come Cristiani non possiamo essere insensibili alla mancanza di rispetto e al vilipendio della Natura creata da Dio. L’Uomo è solo un custode, non può prendersi l’arbitrio di modificare la Creazione a suo piacimento. Ha dei doveri nei confronti del Suo Creatore.

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Il Muro della Tristezza

by Michael Crusader 15 apr 2013

Quest’oggi vi voglio proporre un video molto triste, particolarmente per noi Cristiani che amiamo i luoghi della Bibbia e le persone che vi vivono, siano esse Israeliani o Palestinesi:

A parlare in questo video non sono attivisti politici, ma semplici suore. Denunciano ciò che il tentativo umano di realizzare con la forza le promesse di Dio provoca nel cuore degli uomini.

Quella che si combatte in Terra Santa è una guerra fratricida. Pochi sanno che la genetica ha dimostrato che tanto gli Israeliani che i Palestinesi discendono da Abramo, Isacco e Giacobbe. I Palestinesi sono i discendenti degli Ebrei che non sono finiti in diaspora dopo il 70 d.C..

Ciò rende ancora più biasimabile ciò che sta accadendo.

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Non abbiamo bisogno di grandi leader, ma di umili servi.

by Matteo Russi 15 apr 2013

Ci sono delle cose che la Bibbia condanna, ma che sono la prassi nel Cristianesimo di oggi. Il desiderio di potere e di successo, una visione manageriale della “Chiesa” si sostituiscono all’umile servizio verso gli altri.

Quello di oggi è il Cristianesimo dei leader che predicano a folle oceaniche, “che si ergono al di sopra di tutto ciò che è sacro ed è oggetto di culto, fino a divenire” un punto di riferimento per i loro adepti.

Si parla della Chiesa del reverendo Tizio, del pastore Caio, del vescovo Sempronio, piuttosto di quella di Cristo.

Questi personaggi diventano delle star, capaci di avere un’influenza molto forte sui fedeli. Usano il loro carisma umano, la loro abilità come comunicatori ed in qualche caso i loro presunti prodigi per imporsi sugli altri. Essi, tolgono il primato a Cristo, prendendoselo loro.

La Scrittura non prevede neppure il ministero che questi uomini pretendono di esercitare.

Duemila anni fa, infatti, se è vero che in ogni città vi era un’unica comunità cristiana, governata da un collegio di presbiteri/vescovi, essa si radunava in modo permanente in piccoli gruppi in case private, governate da un presbitero. Quest’ultimo aveva il dovere di insegnare la Parola di Dio a poche persone. Lo scarso numero dei propri discepoli né impediva l’esaltazione. Anche quando il vescovo nel Secondo Secolo si innalzò sui presbiteri, non fu mai un monarca tanto potente e carismatico. Egli presiedeva gli altri nella carità. Non predicava a folle oceaniche!

Un uomo che parla a tanta gente ogni domenica, che è visto come un punto di riferimento da migliaia di persone, rischia di insuperbirsi, se non è umile. Le cronache purtroppo ci parlano del decadimento morale di queste persone che percepiscono lauti stipendi e vivono nei peggiori peccati.

Gesù al contrario ci ha detto:

chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; (Matteo 20,27)

ed ancora:

Ma voi non vi fate chiamare “Rabbì”; perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo; ma il maggiore tra di voi sia vostro servitore. Chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato.

(Matteo 23,8-12)

I Cristiani non hanno bisogno di capi e di leader: il loro unico leader è Gesù.

I cristiani non hanno bisogno di pastori, perchè Gesù è il loro pastore.

Scriverà l’apostolo Pietro:

Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce. (1 Pietro 5,1-4)

I “presbiteri” del Nuovo Testamento non pretendevano di sostituirsi al Pastore, ma a lavorare con Lui e per Lui. Erano quei fedeli cani che tengono unite le pecore al loro Signore, predicando umilmente la Parola di Dio. E’ tutto molto semplice ed umile. Non servono grandi cattedrali, grandi liturgie, grandi pastori, ma piuttosto uomini consacrati a Dio che facciano la sua volontà.

La Chiesa altrimenti diventerebbe una setta spregevole ed autoreferenziale. Guai a noi a cadere in un simile inganno!

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Una gioia meravigliosa.

by Matteo Russi 09 apr 2013

“Tu mi hai messo più gioia nel cuore di quanto ne provano essi, quando il loro grano ed il loro mosto abbondano. In pace mi coricherò e in pace dormirò, poiché tu solo, o Eterno, mi fai dimorare al sicuro.” (Salmo 4,7-8)

Nel post di qualche giorno fa parlavo di un’esperienza spirituale, di una nuova nascita, di una conversione a Gesù e di come essa sia prodotta dalla fede.

Questa esperienza, se autentica, non può che capovolgere la nostra vita. La parola greca “metanoia”, “conversione” che la Bibbia usa, significa proprio questo. Chi prima camminava in una direzione, ora decide di camminare in quell’opposta.

L’esperienza non è emotiva, ma perfettamente razionale, nascendo dalla presa di coscienza della verità e dalla nostra fede in essa.

Le nostre scelte razionali, tuttavia, hanno delle implicazioni anche legate alla sfera psicologica ed emotiva.

E’ quella che è ben espressa dal salmista Davide nel passo che vi ho proposto di sopra.

Gli uomini si lasciano rallegrare dalle cose materiali, ma la gioia che viene da Dio è molto più grande. Nasce dalla certezza che la nostra vita è nelle mani di Dio e che Lui non ci abbandonerà mai. Il versetto nove ci parla, infatti, di sicurezza, di pace, di tranquillità.

E’ lo stato d’animo di un bambino che dorme sicuro sul seno di sua madre. In quel momento non teme nulla, non ha nulla che gli manca, non ha bisogno di altro. Non vuole altro che godere dell’amore materno! Riceve in quel momento un latte psicologico ed emotivo che lo sazia ancor più di quello fisico. Riceve l’amore.

Gesù stesso ci invita ad essere come bambini:

Allora Gesù li chiamò a sé e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. (Luca 18,16)

Con la conversione i Cristiani ricevono il dono dello Spirito Santo. Esso si manifesta in loro con due frutti la gioia e la pace:

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo; (Galati 5,22)

Più ci lasceremo santificare, più questi frutti riempiranno la nostra vita. Essi non dipenderanno dalle circostanze, ma dalla nostra comunione con Dio.

L’apostolo Paolo scrisse dalla prigionia la Lettera ai Filippesi che è stata definita l’ epistola della gioia. Quando la scrisse era prigioniero ed abbandonato quasi da tutti, sapeva di essere forse alla fine della sua vita ed anche la salute non era un granché.

In quel momento, tuttavia, lui era “nella gioia”, perché Dio era con Lui. Avrebbe potuto perdere la sua vita terrena, ma nessuno lo avrebbe potuto privare di quella eterna.

Al versetto dieci del capitolo quattro dice:

“Ho avuto una grande gioia nel Signore”

E al versetto quattro:

“Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi.”

In nessun libro della Bibbia la parola gioia è tanto ripetuta.

L’uomo di oggi non conosce la gioia, corre senza meta alla ricerca di un po’ di sollievo, di un po’ di pace. Si accontenta della felicità effimera di un minuto, anche a costo di rischiare anni di dolore.

Gesù può dare a chi viene a Lui, chi si converte a Lui, la vera gioia, quella che non dipende dalle circostanze e che dura in eterno.

Se è questo il tuo desiderio, sappi che Cristo ti tende la mano ed aspetta solo te!

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Ogni cosa è nelle mani di Dio.

by Roberto Borghini 09 apr 2013

Ecclesiaste 3:11 Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta.

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Il Precursore

by Paolo Mirabelli 08 apr 2013

“Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta (venne su) Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento (conversione) per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie (accidentate), spianate. Ogni uomo (carne) vedrà la salvezza di Dio” (Luca 3,1-6).

Giovanni il Battista (l’immersore, perché immergeva le persone nel Giordano) appare come l’ultimo dei profeti dell’AT. Anche gli scritti profetici iniziano presentando il contesto storico in cui si svolge la predicazione profetica, e la protagonista è la Parola del Signore. Gli stessi termini li ritroviamo, ad esempio, in Geremia 11: “La Parola di Dio fu su Geremia”. La Parola del Signore non rimane una teoria, un discorso astratto, una filosofia, ma è una realtà storica, con delle coordinate storiche e geografiche molto concrete. Paolo dirà al re Agrippa che i fatti evangelici “non sono accaduti in un angolo” (At 26,26). Luca ci informa sull’anno dell’inizio della predicazione di Giovanni: versetti 1-2. I grandi avvenimenti della storia della salvezza hanno dei testimoni molto concreti, pagani ed ebrei: l’imperatore romano Tiberio Cesare, il procuratore Ponzio Pilato, Erode Antipa, Filippo e Lisania. Come ai tempi dei profeti non solo le autorità politiche, ma anche quelle religiose sono testimoni della Parola di Dio: il sommo sacerdote in carica, Caiafa, e quello deposto, Anna. Viene presentata anche la mappa geografica: Giudea-Samaria, Galilea, Iturea, Traconitide, Abilene. In questo contesto storico c’è l’irruzione della Parola di Dio nella storia degli uomini. In questo contesto profano, la Parola di Dio accade. In questo quadro geografico c’è un luogo privilegiato in cui Dio parla al cuore del suo popolo: il deserto. Come al tempo del profeta Osea: “Ecco, la attirerò a me nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). Il deserto come luogo di incontro con Dio. E nel deserto di Giuda, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria (v. 2). Una Parola che irrompe nella storia senza farsi annunciare. Una Parola che investe l’uomo di Dio e lo fa diventare annunciatore. Chi parla attraverso la voce del Battista è la Parola. Quando la Parola si renderà visibile (Gv 1,1-14), la voce scomparirà: Giovanni verrà messo in prigione e decapitato. Quando Gesù entra nella vita di una persona, il predicatore deve scomparire. Il profeta Isaia nella sua visione non vede un uomo, sente una voce che grida e che parla di Dio: il ministero di Giovanni fu così incentrato nella predicazione, da far scomparire l’uomo e far rimanere solo la voce, quella voce che parla di Gesù. La Parola non è solo un grido, una chiamata alla conversione, ma essendo Parola (dabar) di Dio fa ciò che dice e incomincia già a sentirsi la sua efficacia. Il brano infatti termina con una inclusione dicendo: ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (v. 6). È l’esperienza stupefacente fatta dai discepoli di vedere risplendere la Parola della vita (1 Gv 1,1). È un annuncio itinerante come quello di Giovanni che percorre tutta la regione del Giordano (v.3). È una salvezza che ogni uomo vedrà (v. 6). È a disposizione di tutti gli uomini, non solo degli ebrei. Tutti allora sono invitati a preparare la via del Signore (v. 4). Questa strada non è materiale, ma una via interiore attraverso la quale la Parola di Dio entra nell’uomo. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (3,6). L’antico annuncio del profeta Isaia, così universale da apparire generico, dopo secoli viene ribadito e nuovamente proclamato da Giovanni il Battista. Soprattutto viene storicizzato e reso contemporaneo: si apre e vuole interessare la terra intera. Ma qualcosa che accade e risuona in uno sperduto deserto della Giudea, può avere ricadute o interessare il potente impero romano? L’impalpabilità leggerezza di una voce, può giungere fino all’orecchio dell’imperatore e osare pretendere di cambiargli la vita? Questa Parola, questa voce può sperare di ottenere ogni risultato perché viene dal profondo, dall’alto, da Dio. Non teme di mescolarsi ad altre voci o di confondersi con le parole degli uomini, perché è Parola di Dio. Poiché la Parola di Dio accade, la salvezza è resa possibile e ogni uomo può ascoltarla e vederla; può farla propria nella sua vita. Ma qual è il contenuto che la voce profetica e la predicazione del Battista annunciano? Il suo involucro esterno potrebbe spaventare gli “amanti delle alture”: chiede infatti che “ogni monte e colle siano abbassati”, per poi proseguire “le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie spianate” (3,5). Il senso autentico di queste strane parole non è certo da ricercarsi in ambito geologico o stradale, ma ci è ben ritradotto dalla Scrittura stessa: Dio chiama gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i suoi sentieri, spiana le alture della superbia. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (3,6; cf Gv 9,37). Tu l’hai veduta?

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Genesi 1,16

by Roberto Borghini 08 apr 2013

Genesi 1:16 Dio fece le due grandi luci: la luce maggiore per presiedere al giorno e la luce minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle.

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L’unità nella fede

by Matteo Russi 07 apr 2013

fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo; (Efesini 4,13)

Gli uomini classificano e dividono i loro simili in molte categorie: uomini e donne, ricchi e poveri, grandi e piccoli. La gente è suddivisa in popoli, lingue, religioni, appartenenze politiche e molte altre cose ancora.

La Bibbia, tuttavia, conosce solo due categorie “quelli che sono in Cristo” e quelli che non lo sono. I primi trascorreranno la loro eternità con Gesù, gli altri nello “Stagno di Fuoco”.

I due gruppi sono separati nettamente. Tutti nasciamo membri del secondo gruppo, a causa delle nostre cattive azioni, essendo tutti peccatori. L’obiettivo di Dio è che passiamo al primo, riponendo la nostra fiducia nel sangue di Gesù per essere salvati. Non si passa un po’ alla volta da un gruppo all’altro, ma attraverso una rinascita spirituale improvvisa, netta e completa, capace di farci passare dalle tenebre del peccato alla luce del Cristo. Questa esperienza è chiamata dalla Bibbia “metanoia”, ossia conversione.

In quel momento, l’uomo riconosce di essere un peccatore, destinato alla morte eterna, ritenendo questa essere la giusta punizione per i propri peccati. Riconosce di non poter per mezzo delle sue buone azioni piacere a Dio. Per quanto numerose esse saranno sempre meno dei propri peccati. Affida il proprio destino nelle mani di Dio, chiedendo di poter ricevere il perdono per mezzo di Gesù, per ciò che Lui ha fatto sulla croce. Cristo sulla croce ha pagato la pena eterna che spettava a coloro che in seguito avrebbero riposto fede nel suo sacrificio. L’uomo comprende, quindi, che l’unico modo per essere perdonato e salvato, è quello di affidarsi al sacrificio di Gesù che ha pagato sulla croce, ciò che i futuri credenti avrebbero dovuto espiare per l’Eternità. Si tratta di una scelta di fede che i primi cristiani compivano battezzandosi.

Ne segue una rinascita spirituale che cambierà completamente il modo di agire e di vivere del credente. Egli è salvo per grazia per mezzo della fede e, quindi, grazie a questo, può finalmente compiere “quelle opere buone che Dio ha preparato per lui”.

Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, anche quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo (è per grazia che siete stati salvati), e ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù, per mostrare nei tempi futuri l’immensa ricchezza della sua grazia, mediante la bontà che egli ha avuta per noi in Cristo Gesù.
Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo. (Efesini 2,4-10)

Una persona che ha ricevuto questa grazia, non può non considerare proprio fratello o sorella chi abbia vissuto questa meravigliosa esperienza. Entrambi, seppur oggi appartenenti a contrapposte organizzazioni religiose, dovranno trascorrere assieme l’Eternità con Gesù. Entrambi hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo che è uno Spirito di Unità e non di divisione.

Sono gli uomini con le loro tradizioni, i loro dogmi, le loro organizzazioni che soggiogano e dividono i veri cristiani. E’ una schiavitù babilonese della Chiesa che come la profetessa Iezebel tiranneggiava la comunità di Tiatira (Apocalisse 2,20), impedisce ai veri cristiani di crescere spiritualmente, inducendoli al peccato. Queste organizzazioni, infatti, non aiutano a crescere spiritualmente nessuno, ma piuttosto inducono al peccato i loro adepti. Gesù diceva a proposito delle tradizioni religiose: “Deve essere sradicato ogni albero che il Padre mio non ha piantato!” (Matteo 15,13)

Fare queste affermazioni non significa essere ecumenici. L’ecumenismo degli ultimi decenni, infatti, ha obiettivi molto diversi. La base dell’Unità non è la fede, non è un’esperienza spirituale comune, non è la verità del Vangelo, ma è l’essere parte di un’unica organizzazione nella quale raccogliere tutti, mettendo da parte tutto ciò che potrebbe dividere. Tra queste cose il primo criterio di divisione pericoloso sarebbe la fede.

Parlare di unità nella fede, significa affermare quella nella verità. Una vera esperienza spirituale non può prescindere dalla verità.

Dietro una conversione, c’è la convinzione della verità delle affermazioni che abbiamo fatto di sopra relative alla salvezza, c’è un insegnamento soteriologico chiaro nella mente della persona, alle cui basi non può che non esserci un’idea trinitaria di Dio. Nessuno che neghi la Trinità o la salvezza per grazia potrà essere spinto a una vera conversione. La Trinità e la salvezza per grazia per mezzo dell’opera della croce, la morte e la resurrezione di Gesù, sono la verità. Sono queste le cose alle quali crediamo per essere salvati. Di conseguenza la fede e la verità sono una medesima cosa. Aggiungerei anche che nessuno che neghi Satana, il peccato, il giudizio e l’Inferno potrà mai chiedere a Dio di essere salvato in virtù dell’opera di Gesù. A quel punto chiederebbe di essere salvato da che cosa, da ciò che ritiene non esistere?

Nessuno che neghi una vita ultra terrena o la resurrezione dei morti potrà mai chiedere a Gesù di essere da Lui risuscitato nell’Ultimo Giorno.

Al di là di questo, vi è l’insegnante che non esita a esporre chiaramente la verità, ma che non l’ha mai fatta propria perché intimamente non vi ha mai veramente riposto fede e che quindi, a fronte della sua perfetta ortodossia, non ha mai fatto una vera esperienza spirituale.

Ci sono altri ai quali, forse la verità non è mai stata spiegata e che probabilmente non sarebbero in grado di spiegarcela, ma il cui cuore l’ha capita molto profondamente. C’è gente che solo guardando un crocifisso ha potuto cogliere ciò che Gesù ha fatto per noi, la propria condizione di fronte a Dio e la necessità del perdono.

I Cristiani devono imparare a dividere gli uomini sulla base della loro appartenenza a Cristo. Solo in questo modo potranno portare il loro messaggio al mondo e liberarsi della schiavitù spirituale che li opprime. In questo modo, impareranno a distinguere la vera unità nella fede e nella verità, dalla falsa del mondo che vuol privare i Cristiani di Gesù, il fondamento stesso della loro fede.

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Uzbekistan: la pressione aumenta

by Matteo Russi 04 apr 2013

Notizia da PorteAperte

Sintesi: vi presentiamo 3 differenti casi persecutori in questo paese, che ci dimostrano come vi sia una sistematica e pesante discriminazione e persecuzione a danno dei cristiani in Uzbekistan e come la pressione sembri aumentare.

Quattro intere famiglie sono state arrestate per il fatto di possedere libri e CD cristiani. L’irruzione è avvenuta nei giorni di Pasqua e la polizia ha confiscato il materiale e trattenuto in centrale i membri di queste 4 famiglie, interrogandoli aspramente, minacciandoli e trattandoli piuttosto male. Uno dei cristiani arrestati, persino durante il pesante interrogatorio ha portato il messaggio di salvezza di Cristo ai poliziotti. Lo scopo di questi arresti è bloccare la diffusione del cristianesimo in tutta la regione, risalendo alle fonti che forniscono materiale e preparazione.

In un’altra città, un’altra irruzione della polizia ha portato alla confisca di altro materiale cristiano e all’arresto temporaneo dei credenti presenti, i quali si sono visti rilasciare con una multa di oltre 2300 euro: una cifra esorbitante considerato il fatto che il loro salario medio mensile è di 80 euro! Tra loro una giovane donna ha subito lo stesso trattamento, pur non essendo cristiana (era presente alla riunione solo per occuparsi dei bambini).

In un’altra località, una ragazza, a causa della sua fede cristiana, è stata pesantemente picchiata dalla sua famiglia, al punto di dover fuggire di casa e rifugiarsi in un posto sicuro, accudita da una famiglia di cristiani. E’ riuscita a fuggire grazie all’intervento di suo fratello, il quale per difenderla è finito in ospedale con una preoccupante frattura cranica. I parenti la stanno ancora cercando e sembrano intenzionati addirittura a farsi aiutare dalla polizia.

Queste sono solo 3 delle tante notizie che ci giungono da questo paese: purtroppo in Uzbekistan vi è una sistematica e pesante discriminazione e persecuzione a danno dei cristiani. Preferiamo in alcuni casi mantenere segrete le località e le persone coinvolte per ragioni di sicurezza.

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La Resurrezione

by Matteo Russi 31 mar 2013

Carissime amiche e carissimi amici, oggi è un giorno meraviglioso!

La gioia e la letizia riempiono i nostri cuori che sono ricolmi della certa speranza della Vita Eterna. Noi eravamo perduti e senza speranza, condannati a un presente e a un futuro di dolore e di morte, eravamo nelle tenebre ma Iddio ci ha trasportato nella meravigliosa luce del Suo Regno, noi eravamo schiavi e siamo stati riscattati. Gesù è stato il nostro prezzo, quale Agnello di Dio che ha tolto il peccato del mondo. Lui sulla croce ha pagato il prezzo del nostro peccato e risorgendo ci ha donato Vita Eterna. Noi, infatti, confidando in Lui e nella sua opera abbiamo potuto usufruire dei suoi meriti, siamo stati uniti a Lui in una morte simile alla Sua, per essere un giorno risuscitati come Lui, è stato risuscitato.

E’ questo che noi oggi ricordiamo: la Sua vittoria che è la nostra vittoria.

Senza di Lui e del suo sacrificio, infatti, nulla avremmo potuto fare. Il peso del nostro peccato ci rendeva colpevoli agli occhi del Giusto Giudice e meritevoli di condanna. Gesù, tuttavia, si è sostituito a noi, ha pagato a posto nostro, è stato quell’Agnello purissimo, quel solo sacrificio accettevole al Padre, capace di cancellare una volta per sempre le nostre colpe e noi abbiamo immeritatamente ricevuto grazia.

Se è vero che ogni giorno, chiunque abbia riposto la propria fiducia nel sangue di Gesù, gioisce, rallegrandosi del meraviglioso dono della Vita Eterna in Cristo Gesù, nella ricorrenza della Pasqua, questa letizia è ancora più grande e più profonda in noi.

La resurrezione di Gesù è la nostra risurrezione. Corriamo come Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto e guardiamo compiaciuti il panno di lino piegato. Le nostre lacrime di dolore, come quelle della Maddalena, diventano di gioia e il nostro cuore esulta per ciò che il nostro Re ha fatto per noi.

Leggiamo, infatti, nel Vangelo di Giovanni al capitolo venti, nei versetti dall’uno al diciotto che

Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’abbiano messo».
Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. I discepoli dunque se ne tornarono a casa. Maria, invece, se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere. Mentre piangeva, si chinò a guardare dentro il sepolcro, ed ecco, vide due angeli, vestiti di bianco, seduti uno a capo e l’altro ai piedi, lì dov’era stato il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Ella rispose loro: «Perché hanno tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano deposto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò». Gesù le disse: «Maria!» Ella, voltatasi, gli disse in ebraico: «Rabbunì!» che vuol dire: «Maestro!» Gesù le disse: «Non trattenermi, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro”». Maria Maddalena andò ad annunciare ai discepoli che aveva visto il Signore, e che egli le aveva detto queste cose.

In questa narrazione, nei personaggi di cui si narra, troviamo la stessa esperienza di tutti quelli che nel corso dei secoli hanno riposto la loro fede in Gesù. Essi erano tristi e spaesati: il loro Messia era morto appeso a una croce, il più infamante dei supplizi. Tutte le certezze erano crollate, lasciando il posto alla disperazione. Giunti al sepolcro, però, il dolore lascia il posto allo stupore. Maria Maddalena si domanda, dove fosse finito il corpo di Gesù. Sembra impossibile che Egli sia risuscitato. Sembra che a dolore si aggiunga altro dolore. Ora non ci sarebbe stato più neanche un corpo da piangere. Sembra non esserci veramente più limite al peggio.

Lei corre piangendo dagli Apostoli. Crede che qualcuno abbia rubato il corpo del Maestro, è confusa e attonita. Il suo annuncio ai discepoli, il primo di questa storia, è un messaggio triste che lascia profondamente scossi i suoi destinatari che, quasi increduli alle parole della donna, corrono al sepolcro. Essi non camminano, corrono, Giovanni più in fretta di Pietro. Fanno ciò, increduli alla notizia, preoccupati per la sorte del corpo di Gesù, temendo chissà quali misteriose nuove scoperte. Quando furono giunti ed ebbero visto le fasce e il panno, compresero che il corpo era scomparso nudo. La cosa gli riempì la mente di altre domande. Sapevano di non esser stati loro a rubare la salma. Il sepolcro era sigillato con un masso molto grande che le donne al mattino si domandavano come sarebbero riuscite da sole a spostare, come ci narrano i Vangeli di Matteo e Marco. C’erano poi le guardie che sorvegliavano. Non si sarebbero mai fatte corrompere da nessuno, sapendo, in caso di sparizione del corpo, di essere destinate alla pena capitale. I discepoli conoscevano bene il luogo del sepolcro, non potevano essersi sbagliati, il panno e le fasce dimostravano, ulteriormente, che quella era la tomba. Pietro e Giovanni, ma anche Maria Maddalena,pensavano che i capi sacerdoti avessero rubato il corpo per sottrarlo alla vista di chi aveva amato Gesù. Non si chiedevano, però, quale interesse avrebbero avuto a fare ciò. Oggi possiamo affermare, conoscendo il seguito della storia, che se avessero loro rubato il corpo di Gesù, lo avrebbero prontamente tirato fuori per smentire i Cristiani. Giovanni e Pietro vedendo il sepolcro vuoto credettero. Non alla Resurrezione, ma a Maria di cui avevano messo in dubbio la testimonianza. Continuavano, tuttavia, a non capire ciò che molti profeti avevano predetto nell’Antico Testamento, che il Messia sarebbe morto e risuscitato dopo tre giorni per la salvezza del genere umano.

I discepoli vanno via e Maria resta lì a piangere. Alcuni angeli le chiedono il motivo: dovrebbero essere di gioia e non di dolore quelle lacrime! La Maddalena quasi non li vede, non si cura di loro e, persino la vista di Cristo, le sembra quella del giardiniere, un perfetto estraneo, il ladro ideale del corpo di Gesù. La disperazione l’ha accecata e le impedisce di vedere le cose come realmente sono. Spesso capita anche a noi, in alcuni momenti, di fare lo stesso: vediamo tutto nero, non lasciamo posto alla speranza nella nostra mente, sentendoci abbandonati da Dio.

E’ qui, tuttavia, che Gesù si rivela, lo fa chiamandoci per nome: “Maria!”

A quelle parole, ogni lacrima è asciugata, ogni dubbio è fugato: “Rabbunì! Maestro!” La maddalena riconosce il suo Signore e il suo animo si accende di una luce nuova. E’ il bagliore della Resurrezione che la vista dona ai ciechi, che dà un significato a ciò che ne era privo. La gioia è talmente grande che Maria non vorrebbe più lasciare Gesù. Il Maestro però le chiede di non trattenerlo e le comanda di andare ad annunciare la lieta notizia agli altri fratelli, a dir loro che la morte non poteva trattenere il Creatore della vita! Lei non avrebbe annunciato solo la Resurrezione di Gesù, ma anche quella di chi avrebbe riposto la sua fede in Cristo! Per la prima volta, il Vangelo, la Buona Novella, sarebbe stato annunciato e sarebbe stata una donna a svolgere un simile compito. Si trattava della persona meno credibile e meno degna di fede. Poco o nulla era considerata la parola di una donna presso i Giudei di quel tempo. Gesù, tuttavia, non avrebbe esitato a renderla la prima evangelizzatrice della Storia. Similmente non esita a servirsi ancora oggi di tanti di noi, ultimi degli ultimi, magari privi di valore agli occhi del mondo, ma preziosi a quelli di Dio.

La Resurrezione di Gesù spiega tutte le cose, fuga ogni dubbio dalla mente di Maria e dalla nostra. Il male è sconfitto, la morte è sconfitta e Gesù trionfa sul suo nemico in modo netto e definitivo. La Resurrezione di Gesù non è solo la vittoria del Signore, ma è anche quella di chi ha confidato in Lui per la propria salvezza.

Agli Efesini, al capitolo due, al versetto sei, l’apostolo Paolo dirà:

“ci ha risuscitati con lui e con lui ci ha fatti sedere nel cielo in Cristo Gesù.”

I cristiani sono risuscitati con Gesù. Erano morti a causa dei loro peccati, meritavano per questo di pagare per le proprie colpe, di subire la “morte seconda”, ma nel momento in cui hanno riposto la loro fiducia nell’opera di Gesù, sono nati di nuovi, sono stati vivificati, risuscitati con Gesù e, addirittura, sono già seduti virtualmente in Cielo con Gesù, alla destra di Dio Padre.

Ai Colossesi, al capitolo due, al versetto dodici lo stesso apostolo, afferma:

“siete stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che l’ha risuscitato dai morti.”

Con il battesimo, quel gesto con cui i Cristiani hanno chiesto a Dio di poter usufruire del sangue di Cristo, di ottenere il perdono dei peccati e la vita eterna per la fede, essi sono stati sepolti, sono divenuti una nuova creatura, risuscitando a nuova vita.

Per questo, Paolo, al capitolo tre e al versetto primo della stessa lettera termina:

“Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio.”

L’essere nato di nuovo per la fede non può prescindere dall’essere una nuova creatura, una nuova persona che guarda e ricerca le cose di lassù, anziché quelle di quaggiù.

Gesù, nel Vangelo secondo Giovanni, al capitolo undici e al versetto venticinque, ci promette:

Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;

Paolo nel capitolo sei, al versetto cinque della Lettera ai Romani aggiunge:

“Perché se siamo stati totalmente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche in una risurrezione simile alla sua.”

La morte di cui qui si parla è la stessa di prima, quella del battesimo.

A chi metteva in dubbio questa verità, l’apostolo nella Prima Lettera ai Corinzi, al capitolo quindici, al versetto tredici afferma:

Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato;

Questo insegnamento aggiunge alla Resurrezione di Cristo un significato escatologico. La Bibbia non esita a descriverci il momento in cui questa promessa si realizzerà. In quel giorno i veri cristiani risusciteranno come Gesù è risuscitato.

Noi crediamo, infatti, che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. (1 Tessalonicesi 4,14-17)

Gesù stesso ci parla di quel giorno:

Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria. E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba per riunire i suoi eletti dai quattro venti, da un capo all’altro dei cieli. così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata. (Matteo 24,30-31 e 24,39-41)

Al Ritorno di Gesù, i veri cristiani ancora in vita saranno raccolti dai quattro angoli della Terra, saranno presi e andranno a incontrare il loro Signore. Gli altri, invece, saranno lasciati al Giudizio. I morti in Cristo risusciteranno e saranno sempre con il Signore.

Il Libro dell’Apocalisse, al capitolo venti, ai versetti dal quattro al sei, dopo aver descritto il Ritorno visibile e glorioso di Gesù e la cattura di Satana, ci parla dipò questo meraviglioso evento:

Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. Beati e santi chi prende parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.

In queste parole vi è tutta la gioia della vittoria. Le promesse di Dio si compiono e la Resurrezione di Gesù si estende a quelli che avranno confidato nel Figlio di Dio. Essi risuscitano come lui è risuscitato. E’ questa la prima resurrezione. Ce ne sarà un’altra, in seguito, ma non sarà come questa. Questi risorti non potranno subire la “seconda morte”, risorgeranno per regnare, non per essere gettati nello Stagno di Fuoco!

Ciò non avverrà perché essi saranno stati più bravi, più buoni o più religiosi degli altri, ma perché umilmente avranno riposto la loro più intima e profonda fiducia in Gesù, dandogli la possibilità di essere trasformati per mezzo dello Spirito Santo.

E’ così che la Resurrezione di Gesù, diventa la nostra resurrezione, diventa la nostra salvezza, cambia in modo radicale e profondo la nostra vita, portandoci dalle tenebre alla meravigliosa luce di Cristo.

Che l’Iddio Uno e Trino possa benedirvi nella persona del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!

Amen!

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Una volta per sempre…

by Matteo Russi 29 mar 2013

La giornata di oggi ci ricorda ancora una volta del sacrificio perfetto di Gesù che ha dato una seconda opportunità all’Umanità di far pace con Dio.

Egli è stato quell’agnello purissimo offerto dall’Umanità al Padre per il perdono dei peccati.

Gesù si è caricato i peccati di coloro che in seguito avrebbero riposto la loro fede in Lui e li ha pagati a posto loro.

Il suo sacrificio è stato completo e definitivo, una volta per tutte e proprio per questo è unico ed irripetibile.

Ognuno di noi aveva peccato almeno una volta nella sua vita e, di conseguenza, era meritevole di condanna.

Dio, però, non volendo l’eterno castigo per tutta l’Umanità, ha offerto ad essa una seconda opportunità, attraverso il Suo Unigenito Figlio Gesù Cristo.

Egli ha pagato sulla croce ciò che i peccatori avrebbero dovuto pagare per l’Eternità a patto che, ovviamente, avessero riposto la loro fede in questo piano di salvezza.

Alla croce troviamo due uomini accanto a Gesù, entrambi colpevoli. L’uno si affida a Gesù, l’altro non lo fa. In loro troviamo il simbolo di tutta l’Umanità, di coloro che si affidano a Gesù e coloro che non lo fanno, i primi salvati, i secondi perduti.

Siamo soliti dividere l’Umanità in molte categorie, sesso, lingua, cultura, religione. Davanti a Dio esistono solo due gruppi di persone, i credenti e i non credenti, i salvati e i perduti, quelli in Cristo e quelli non in Cristo.

A queste due categorie corrispondono due diversi destini. La croce è il confine tra di loro.

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La Passione di Cristo, descritta 700 anni prima che avvenisse

by Matteo Russi 29 mar 2013

Isaia 53

1 Chi ha creduto a quello che abbiamo annunciato?

A chi è stato rivelato il braccio del SIGNORE?

2 Egli è cresciuto davanti a lui come una pianticella,

come una radice che esce da un arido suolo;

non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi,

né aspetto tale da piacerci.

3 Disprezzato e abbandonato dagli uomini,

uomo di dolore, familiare con la sofferenza,

pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,

era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.

4 Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,

erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;

ma noi lo ritenevamo colpito,

percosso da Dio e umiliato!

5 Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,

stroncato a causa delle nostre iniquità;

il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui

e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

6 Noi tutti eravamo smarriti come pecore,

ognuno di noi seguiva la propria via;

ma il SIGNORE ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.

7 Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la bocca.

Come l’agnello condotto al mattatoio,

come la pecora muta davanti a chi la tosa,

egli non aprì la bocca.

8 Dopo l’arresto e la condanna fu tolto di mezzo;

e tra quelli della sua generazione chi rifletté

che egli era strappato dalla terra dei viventi

e colpito a causa dei peccati del mio popolo?

9 Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi,

ma nella sua morte, egli è stato con il ricco,

perché non aveva commesso violenze

né c’era stato inganno nella sua bocca.

10 Ma il SIGNORE ha voluto stroncarlo con i patimenti.

Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per il peccato,

egli vedrà una discendenza, prolungherà i suoi giorni,

e l’opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani.

11 Dopo il tormento dell’anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto;

per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti,

si caricherà egli stesso delle loro iniquità.

12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

egli dividerà il bottino con i molti,

perché ha dato se stesso alla morte

ed è stato contato fra i malfattori;

perché egli ha portato i peccati di molti

e ha interceduto per i colpevoli.

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Oggi sarai con me in Paradiso

by Paolo Mirabelli 29 mar 2013

“Quando furono giunti al luogo detto il Teschio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra …” (Luca 23,33-43). Nel racconto di Luca compare un personaggio che ci pone nel giusto angolo prospettico dal quale guardare a quello che l’evangelista definisce lo “spettacolo della croce” (23,48). È il “buon ladrone”. Con lui Gesù ha un ultimo intenso dialogo proprio nella imminenza della morte. Prestiamo ascolto a questo dialogo tra Gesù e il ladrone e cerchiamo di coglierne la profondità spirituale e il senso teologico. Cominciamo dalle parole del ladrone. Prima però rimaniamo ancora a guardare sgomenti lo “spettacolo” che si sta consumando. Il nostro sguardo si incrocia assieme a quello delle donne, del popolo, dei magistrati, dei soldati romani e di qualche discepolo di Gesù. Soffermiamoci ora sulla scena della crocifissione, perché persino il modo come Gesù muore tra due malfattori è per Luca luogo di rivelazione. Il terzo vangelo sottolinea con enfasi che Gesù viene crocifisso tra due malfattori. Soltanto Luca parla della loro presenza durante la via che sale al luogo della crocifissione: “insieme con lui venivano condotti a morte altri due malfattori” (23,32). Nel versetto successivo, che introduce la nostra lettura, Luca insiste e precisa che “quando giunsero al luogo detto ‘il Teschio’ (Golgota in aramaico, Calvario in latino), vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra” (23,33). Si realizza così la profezia di Isaia che Gesù cita durante l’ultima cena, applicandola a se stesso: “Egli è stato annoverato tra i malfattori” (22,37; Isaia 53,12). Luca, tuttavia, non intende solo mostrare l’adempimento della profezia, ma gli preme soprattutto mettere in luce il significato salvifico di tale evento. Il dialogo con il ladrone ha proprio questo intento teologico: rivelare il senso salvifico che ha il modo di morire di Gesù in mezzo a due peccatori. Questo particolare, nel contesto del racconto della passione, assume perciò un valore sintetico e interpretativo di come comprendere l’evento della crocifissione. A introdurre il dialogo con Gesù è il ladrone stesso, che prima si rivolge non a Gesù, ma al suo compagno, per rimproverarlo di non avere il giusto atteggiamento di fronte a Dio. Anche il “buon ladrone” non ha avuto finora timore di Dio e rispetto degli uomini, infatti ha compiuto delle azioni gravi che lo hanno condotto a subire la condanna a morte. Ora però ha timore di Dio; timore inteso nel suo significato biblico: non paura o terrore, ma avere il giusto rispetto di Dio e della sua giustizia. Rimanendo davanti a Dio con timore, egli riconosce, da un lato, la propria colpevolezza, il proprio peccato e, dall’altro, l’innocenza e la giustizia di Gesù (23,41). Questi due aspetti non vanno separati: confessare la giustizia di Gesù fa riconoscere il nostro peccato; riconoscere il nostro peccato fa risaltare la giustizia di Gesù. Nelle parole del ladrone emerge il suo pentimento, espresso in una invocazione breve ma molto ricca nella sua essenzialità: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (23,42). Gesù: è l’unica ricorrenza in tutto il Nuovo Testamento in cui leggiamo il nome Gesù al vocativo senza che venga aggiunto qualche altro titolo. Nessun altro personaggio si rivolge a Gesù con la stessa familiarità di questo ladrone, accomunato a lui dalla medesima terribile condanna. Non è però soltanto la confidenza a farlo parlare in questo modo. Il nome Gesù significa: “Dio salva”. Nel libro degli Atti Luca dirà che Gesù è il solo nome nel quale noi possiamo essere salvati (4,12). Il “buon ladrone”, anziché oltraggiare, schernire, bestemmiare, come fa il suo compagno, invoca in Gesù la salvezza di Dio, e lo fa proprio mentre Gesù non sta salvando se stesso, ma rimane accanto a lui sulla croce. Altri personaggi nel vangelo di Luca si sono accostati a Gesù per chiedere guarigione e liberazione, perché sapevano che egli era potente in parole e in opere. Ma ora questo ladrone rivolge la sua invocazione a un Gesù che sembra impossibilitato a salvare persino se stesso. Il racconto suscita così una riflessione sulla fede: sembra che nel vangelo di Luca la confessione nella quale si ricapitola e si esprime la pienezza della fede sia proprio quella del ladrone. L’intero vangelo mostra come Gesù, nella sua vita, accoglie e mangia con i peccatori, e sono proprio i peccatori in Luca che accolgono Gesù, mentre i “giusti” lo respingono. Pensiamo alla peccatrice in casa di Simone il fariseo o a Zaccheo. E proprio in casa di Zaccheo, mentre è in cammino verso Gerusalemme, Gesù dice che “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (19,10). Il significato di quelle parole diviene ora chiaro sulla croce. Ecco perché Gesù non risponde alla triplice sfida che gli viene lanciata di salvare se stesso. Non salva se stesso perché è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto, e il suo amore per l’uomo giunge fino al punto di perdere se stesso, di non salvare se stesso dalla croce e dalla morte. Al “buon ladrone”, che chiede di essere ricordato, Gesù risponde: “Io ti dico in verità che oggi tu sarai con me in paradiso” (23,43). Nel vangelo di Luca la vita di Gesù è interamente ritmata da un oggi, che per la prima volta risuona nel racconto della nascita e l’ultima volta in quello della morte. Appare pure altre volte, come all’inizio del ministero pubblico nella sinagoga di Nazaret (4,21) o in casa di Zaccheo (19,10). È interessante notare il gioco delle preposizioni che risuona nei due testi, della nascita e della morte. Nella nascita gli angeli annunciano ai pastori: “oggi è nato per voi un Salvatore” (2,11). Nella morte Gesù promette al ladrone: “oggi sarai con me in paradiso” (23,43). La vita di Gesù segna questo passaggio: dal per voi al con me. Gesù è venuto per noi perché noi potessimo essere per sempre con lui. Ecco, questo è l’oggi della salvezza. Non domani, ma oggi.

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Eritrea: firma o muori

by Michael Crusader 28 mar 2013

Notizioe dall’Associazione Porte Aperte:

Eritrea: firma o muori

Sintesi: un altro cristiano detenuto in Eritrea è morto. Nello stesso campo militare altri 45 languono in celle sotterranee. Continua la campagna di arresti di cristiani del governo.

Porte Aperte è venuta a conoscenza della morte di un altro cristiano detenuto in Eritrea a causa della sua manifesta fede in Gesù. Belay Gebrezgi Tekabo aveva circa 30 anni ed è morto nel campo militare di Ala, situato a circa 34 km da Dekemhare, città del sudest del paese. Il reato che ha portato alla sua carcerazione? Una confusa e poco chiara accusa di “pregare e leggere la Bibbia”. La storia di questo credente è toccante e al contempo incomprensibile per il trattamento a cui è stato sottoposto.

Belay ha subito pesanti maltrattamenti durante la sua prigionia, espressamente a causa delle sue “attività religiose”. Secondo le informazioni che abbiamo raccolto sul campo, gli era stata diagnosticata la leucemia 6 mesi prima di morire, ma gli ufficiali del carcere hanno posto Belay di fronte a un bivio: firmare un documento in cui ritrattava la sua fede cristiana per poi ricevere le cure mediche presso l’ospedale di Dekemhare, oppure non firmare quel documento e non ricevere cure mediche. Oggi sappiamo che Belay ha preferito rimanere saldo nella propria fede, pagando con la vita e puntando a qualcosa di maggiore.

Nello stesso carcere/campo militare di Ala abbiamo notizie di almeno altri 45 cristiani detenuti nelle celle sotterranee in condizioni inumane: anche loro vengono sistematicamente sottoposti a pesanti maltrattamenti a causa delle loro attività cristiane. Il 16 marzo inoltre sono stati arrestati altri 17 cristiani sempre a Keren, cittadina già nell’obiettivo delle irruzioni delle autorità governative: ad oggi non è permesso agli arrestati ricevere visite da parte dei familiari.

A quanto pare, dunque, continua l’intensa campagna di arresti di cristiani cominciata all’inizio di questo 2013. Chi ha partecipato al nostro convegno di un paio di anni fa, ricorderà Helen Berhane, sorella che è stata prigioniera in uno di questi campi, dove rinchiudono le persone in container metallici: la sua storia è raccontata nel libro Non fermerete il mio canto ed è simile a quella del fratello Belay e di tutti quei cristiani in Eritrea che decidono di non rinnegare Cristo.

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La Lavanda dei Piedi- L’esempio da imitare.

by Sant’Agostino da Ippona 28 mar 2013

La lavanda dei piedi, immagine della nostra conversione a Cristo.

Sempre ci lava i piedi, colui che sempre intercede per noi; e ogni giorno abbiamo bisogno di lavarci i piedi, cioè di dirigere i nostri passi sulla via della salvezza.

1. Essendosi messo a lavare i piedi dei discepoli, il Signore venne a Simon Pietro, il quale gli dice: Signore, tu lavare i piedi a me? (Gv 13, 6). Chi non si spaventerebbe nel vedersi lavare i piedi dal Figlio di Dio? Sebbene sia segno di temeraria audacia per il servo contraddire il Signore, per l’uomo opporsi a Dio, tuttavia Pietro preferì questo piuttosto che lasciarsi lavare i piedi dal suo Signore e Dio. Né dobbiamo credere che Pietro sia stato il solo a spaventarsi e a rifiutare il gesto del Signore, quasi che gli altri, prima di lui, avessero accettato volentieri e senza scomporsi quel servizio. Le parole del Vangelo, veramente, si lascerebbero più facilmente intendere nel senso che Gesù comincia a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli col panno di cui si era cinto, e subito dopo viene a Simon Pietro, facendo supporre che il Signore avesse già lavato i piedi a qualcuno, e che, dopo, fosse arrivato al “primo” degli Apostoli. Chi non sa infatti che il beatissimo Pietro era il primo degli Apostoli? In realtà non è da pensare che sia arrivato a lui dopo aver lavato i piedi ad altri, ma che abbia cominciato da lui. Quando, dunque, cominciò a lavare i piedi dei discepoli, si appressò a colui dal quale doveva cominciare, cioè a Pietro; e allora Pietro rimase senza fiato, come sarebbe rimasto senza fiato qualsiasi altro di loro, e disse: Signore, tu lavare i piedi a me? Tu? A me? E’ meglio meditare che tentare di spiegare queste parole, nel timore che la lingua sia incapace di esprimere quanto l’anima è riuscita a concepire.

[La protesta di Pietro.]

2. Ma Gesù risponde, e gli dice: Ciò che io faccio, tu adesso non lo comprendi: lo comprenderai dopo. E tuttavia, sgomento per l’altezza di quel gesto del Signore, Pietro non lascia fare ciò di cui ancora non comprende il motivo: ancora non accetta, ancora non tollera che Cristo si umili ai suoi piedi. Non mi laverai – gli dice – i piedi in eterno. Che significa in eterno? Significa: mai accetterò, mai sopporterò, mai permetterò una cosa simile. Si dice infatti che una cosa non accadrà in eterno se non accadrà mai. Allora il Salvatore vince la riluttanza del malato spaventandolo col pericolo che corre la sua salute. Gli risponde: Se non ti laverò, non avrai parte con me. Gli dice: Se non ti laverò, pur trattandosi soltanto dei piedi, così come si usa dire: “mi calpesti”, quando soltanto i piedi vengono calpestati. Ma Pietro combattuto fra l’amore e il timore, spaventato più all’idea di perdere Cristo che di vederselo umiliato ai suoi piedi, Signore – dice – non soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo! (Gv 13, 7-9). Cioè, davanti a questa minaccia, io ti do da lavare tutte le mie membra; non solo non ti sottraggo più quelle inferiori, ma ti presento altresì quelle superiori. Purché tu non mi rifiuti di aver parte con te, non ti rifiuto nessuna parte del mio corpo che tu voglia lavare.

3. Gli risponde Gesù: Chi si è lavato, non ha bisogno che di lavarsi i piedi; ed è tutto mondo (Gv 13, 10). Può darsi che qualcuno colpito, si domandi: Se è del tutto mondo, che bisogno ha di lavarsi i piedi? Il Signore però sapeva quel che diceva, anche se la nostra debolezza non riesce a penetrare i suoi segreti. Tuttavia, nella misura che egli si degna istruirci ed educarci con la sua legge, per quel poco che mi è dato di capire e di esprimere, tenterò con il suo aiuto, di dare una risposta a questo problema profondo. Anzitutto non mi è difficile dimostrare che nelle parole del Signore non vi sono contraddizioni. Non si può forse dire, parlando correttamente, che uno è del tutto mondo eccetto che nei piedi? Sarebbe più elegante dire: è del tutto mondo, ma non i piedi; il che è lo stesso. E’ questo che il Signore dice: Non ha bisogno che di lavarsi i piedi, perché è del tutto mondo. Vale a dire: è interamente pulito, eccetto i piedi, oppure: ha bisogno di lavarsi soltanto i piedi.

4. Ma perché questa frase? che vuol dire? e perché è necessario ricercarne il significato? E’ il Signore che così si esprime, è la verità che parla: anche chi è pulito ha bisogno di lavarsi i piedi. A che cosa vi fa pensare, fratelli miei? A che cosa se non a questo, che l’uomo nel santo battesimo è lavato tutto intero compresi i piedi, tutto completamente; ma siccome poi deve vivere nella condizione umana, non può fare a meno di calcare con i piedi la terra? Gli stessi affetti umani, di cui non si può fare a meno in questa vita mortale, sono come i piedi con cui ci mescoliamo alle cose terrene; talmente che, se ci dicessimo immuni dal peccato, inganneremmo noi stessi e la verità non sarebbe in noi (cf. 1 Io 1, 8). Ogni giorno ci lava i piedi colui che intercede per noi (cf. Rm 8, 34); e ogni giorno noi abbiamo bisogno di lavarci i piedi, cioè di raddrizzare i nostri passi sulla via dello spirito, come confessiamo quando nell’orazione del Signore diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12). Se infatti – come sta scritto – confessiamo i nostri peccati, colui che lavò i piedi ai suoi discepoli senza dubbio è fedele e giusto da rimetterceli e purificarci da ogni iniquità (1 Io 1, 9), cioè da purificarci anche i piedi con cui camminiamo sulla terra.

[Cristo purifica la sua Chiesa.]

5. La Chiesa dunque, che Cristo purifica con il lavacro dell’acqua mediante la parola, è senza macchia e senza rughe (cf. Ef 5, 26-27) in coloro che subito dopo il lavacro di rigenerazione vengono sottratti al contagio di questa vita, cosicché, non calpestando la terra, non hanno bisogno di lavarsi i piedi; non solo: lo è pure in coloro ai quali la misericordia del Signore ha concesso di emigrare da questo mondo anche con i piedi lavati. Ma anche ammesso che la Chiesa sia pura in coloro che dimorando in terra vivono degnamente, questi tuttavia hanno bisogno di lavarsi i piedi, non essendo del tutto senza peccato. Perciò il Cantico dei Cantici dice: Mi son lavati i piedi; dovrò ancora sporcarmeli? (Ct 5, 3). La Sposa dice così in quanto, per raggiungere Cristo, deve camminare sulla terra. Si presenta qui un’altra difficoltà. Cristo non è forse lassù in alto? Non è forse asceso in cielo, dove siede alla destra del Padre? Non esclama l’Apostolo: Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose che stanno in alto, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; abbiate la mente alle cose dell’alto, non a quelle della terra (Col 3, 1-2)? Come mai allora, per raggiungere Cristo, siamo costretti a camminare coi piedi in terra, dal momento che occorre piuttosto avere il cuore in alto verso il Signore, per poter essere sempre con lui? Vedete bene, o fratelli, che oggi non abbiamo il tempo per affrontare con calma una tale questione. Anche se voi non ve ne rendete conto, io vedo che occorre un serio approfondimento. Perciò vi chiedo di rimandarla piuttosto che trattare la questione con fretta e superficialmente, non defraudando ma rinviando la vostra attesa. Il Signore, che oggi ci fa vostri debitori, ci concederà di pagare il debito.

La lavanda dei Piedi: Esempio di Umiltà

Lavare i piedi, su l’esempio di Cristo, è un esercizio di umiltà che, mentre costringe il corpo a piegarsi, coltiva nell’animo sentimenti di rispetto e di amore fraterno.

1. Già abbiamo spiegato alla vostra Carità, come il Signore ci ha concesso, le parole che egli rivolse ai suoi discepoli nell’atto di lavar loro i piedi: Chi si è lavato, non ha bisogno che di lavarsi i piedi, perché è tutto mondo (Gv 13, 10). Vediamo ora quello che segue: E voi siete mondi, ma non tutti. Di questa frase non dobbiamo cercare il significato perché l’evangelista stesso ce lo ha spiegato, aggiungendo: Sapeva, infatti, chi lo tradiva, perciò disse: Non tutti siete mondi (Gv 13, 11). Niente di più chiaro; perciò andiamo avanti.

2. Quando, dunque, ebbe lavato i loro piedi e riprese le sue vesti e si fu adagiato di nuovo a mensa, disse loro: Comprendete ciò che vi ho fatto? (Gv 13, 12). E’ giunto il momento di mantenere la promessa che aveva fatto a san Pietro e che aveva differita quando, a lui che si era spaventato e gli aveva detto: Non mi laverai i piedi in eterno, il Signore aveva risposto: Quello che io faccio tu adesso non lo comprendi: lo comprenderai, però, dopo (Gv 13, 7). Questo momento è giunto: è tempo che gli dica ciò che prima ha differito. Il Signore, dunque, si è ricordato che aveva promesso di rivelare il significato del suo gesto così inatteso, così straordinario, così sconvolgente, che se egli non li avesse spaventati tanto, non avrebbero mai permesso che il loro maestro e maestro degli angeli, il loro Signore e Signore dell’universo, lavasse i piedi dei suoi discepoli e servi. Ora, per l’appunto, comincia a spiegare il significato del suo gesto, come aveva promesso dicendo: Lo capirai dopo.

[Giova a noi servire alla verità.]

3. Voi mi chiamate – egli dice – Maestro e Signore, e dite bene, perché lo sono (Gv 13, 13). Dite bene perché dite la verità; sono infatti ciò che dite. All’uomo è stato rivolto l’ammonimento: Non ti lodi la tua bocca, ma ti lodi la bocca del tuo prossimo (Prv 27, 2). E’ infatti pericoloso compiacersi, per chi deve stare attento alla superbia. Ma chi sta al di sopra di tutte le cose, per quanto si lodi non può innalzarsi più di quello che è: non si può certo accusare Dio di presunzione. E’ a noi, non a lui, che giova conoscere Dio; e nessuno può conoscerlo, se lui, che si conosce, non si rivela. Se, per non apparire presuntuoso, avesse taciuto la sua lode, ci avrebbe privato della sua conoscenza. Nessuno, certo, può rimproverargli di essersi chiamato maestro, neppure chi lo considera soltanto un uomo; perché ognuno che sia esperto in una qualsiasi materia, si fa chiamare professore, senza che per questo venga considerato presuntuoso. Il fatto però che egli si chiami il Signore dei suoi discepoli, che anche di fronte al mondo sono uomini liberi, come si può tollerare? Ma qui è Dio che parla. Non corre nessun pericolo di elevarsi in superbia una tale altezza, non corre nessun pericolo di mentire la Verità. E’ per noi salutare sottometterci a così eccelsa grandezza ed è utile servire alla Verità. Il fatto che egli si chiami Signore non costituisce una colpa per lui, ma è un vantaggio per noi. Si lodano le parole di quell’autore profano, che dice: Ogni arroganza è sempre odiosa, ma l’arroganza dell’ingegno e dell’eloquenza è insopportabile (Cicerone, in Q. Caecilium); e tuttavia lo stesso autore profano così parla della sua eloquenza: Se la giudicassi così, direi che è perfetta; senza timore di presunzione, perché è la verità (Cicerone, in Oratore). Se dunque quel maestro di eloquenza non doveva temere di essere arrogante nel dire la verità, come potrebbe avere questo timore la stessa Verità? Dica il Signore di essere il Signore, dica la Verità di essere la verità: se egli non dicesse ciò che è, io non potrei apprendere quanto mi è utile sapere. Il beatissimo Paolo che non era certo il Figlio unigenito di Dio, ma il servo e l’apostolo del Figlio unigenito di Dio, e che non era la verità ma solamente partecipe di essa, con franchezza e sicurezza dice: Se volessi vantarmi, non sarei insensato perché direi solo la verità (2 Cor 12, 6). Perché non è in se stesso, ma nella verità, a lui superiore, che umilmente e sinceramente si vanta, secondo quanto egli stesso raccomanda: Chi si vanta, si vanti nel Signore (cf. 1 Cor 1, 31). Ora, se un uomo che ama la sapienza, non teme di essere insensato gloriandosi in essa, dovrà forse temere di essere insensata la Sapienza stessa nel manifestare la sua gloria? Se non ebbe timore di essere arrogante colui che disse: Nel Signore si vanterà l’anima mia (Sal 33, 3), dovrà temere di esserlo la potenza del Signore, in cui l’anima del servo si vanta? Voi mi chiamate – dice – Signore e Maestro; e dite bene, perché lo sono. Appunto dite bene, perché lo sono; infatti se io non fossi ciò che voi dite, direste male anche lodandomi. Come può la Verità negare ciò che affermano i discepoli della Verità? Come può negare ciò che hanno appreso proprio da essa? Come può la fonte smentire ciò che proclama chi ad essa beve? Come può la luce nascondere quanto viene manifestando a chi vede?

[Serviamoci vicendevolmente.]

4. Se dunque – egli aggiunge – io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13, 14-15). Questo, o beato Pietro, è ciò che tu non comprendevi, quando non volevi lasciarti lavare i piedi. Egli ti promise che l’avresti compreso dopo, allorché il tuo Signore e Maestro ti spaventò affinché tu gli lasciassi lavare i tuoi piedi. Abbiamo appreso, fratelli, l’umiltà dall’Altissimo; rendiamoci reciprocamente, e con umiltà, il servizio che umilmente ha compiuto l’Altissimo. E’ un grande esempio di umiltà, il suo. A questo esempio si ispirano i fratelli che rinnovano anche esternamente questo gesto, quando vicendevolmente si ospitano; è molto diffuso questo esercizio di umiltà che così efficacemente viene espressa in questo gesto. E’ per questo che l’Apostolo, presentandoci la vedova ideale, sottolinea questa benemerenza: essa pratica l’ospitalità, lava i piedi ai santi (1 Tim 5, 10). E i fedeli, presso i quali non esiste la consuetudine di lavare i piedi materialmente con le mani, lo fanno spiritualmente, se sono del numero di coloro ai quali nel canto dei tre giovani vien detto: Benedite il Signore, santi e umili di cuore (Dn 3, 87). Però è meglio, e più conforme alla verità, se si segua anche materialmente l’esempio del Signore. Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà.

5. Ma, a parte questa applicazione morale, ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (cf. Mt 6, 12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io. Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (cf. Rm 8, 34). Ascoltiamo l’apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Gc 5, 16). E’ questo l’esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l’Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell’altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3, 13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. E’ nostro dovere adempiere, con l’aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.

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La strage degli Innocenti

by Michael Crusader 26 mar 2013

Se è vero che già dal 1938 in Svezia una Legge consentiva alle donne di abortire, da qualche anno, quale “grande conquista di Civiltà”, è possibile assassinare il nascituro, se il suo sesso non corrisponde ai desiderata materni o paterni. Molte “civilizzate” mamme e molti “moderni” papà non esitano a godere i “benefici” di questa Legge. Anni fa lo stesso fu fatto nella Cina del Libro Rosso di Mao, il Paradiso in terra dei Sassantottini. Il risultato è stata la nascita di una generazione in cui i maschi sono più delle femmine, cosa che ad oggi costituisce un gravissimo problema sociale. “Grande progresso” direbbero i nostri politici più illuminati. A me, però, viene in mente solo una parola: assassini!

Il Novecento ha conosciuto due terribile guerre mondiali, la shoà, i gulag, le foibe e molti altri massacri per i quali, giustamente, si ricordano le vittime. Nessuno, tuttavia, piange il crimine più efferato commesso che si suole continuare a perpetrare: la strage degli innocenti, un massacro molto più terribile di quello di Erode perchè perpetrato dalle mamme ai danni dei loro piccoli. Non vi è nulla di più inumano. Nessun mammifero in natura ucciderebbe suo figlio, anzi lo curerebbe, anteponendo i suoi interessi ai propri. Una madre che uccide suo figlio non è solo cristianamente riprovevole, ma non dimostra di avere una sensibilità umana, ha annichilito la sua umanità sull’altare dell’egoismo.

Ciò è possibile a causa del lavaggio del cervello e delle coscienze che la TV ci ha fatto. L’Uomo sta diventando una bestia, perdendo anche i minimi affetti naturali.

Più colpevoli delle mamme sono i cattivi maestri che ispirano queste leggi efferate o non vi si oppongono.

Comprendo che ci siano donne che concepiscono figli che non possono mantenere. Possibile che non ci sia qualcuno disponibile a prendersi cura di questi innocenti?

Se sei incinta e vuoi abortire, ti prego non lo fare! Scrivici, lo prendiamo noi il tuo bambino! Non lo uccidere! Ricordati che sei madre e che il tuo essere donna ti impedisce per natura di desiderare la morte della tua prole.

Io non sono contro di te! Se sto pronunciando parole dure, è per inveire contro chi ti ha messo in condizione di pensare ad abortire! Vorrei proprio sapere cosa avrebbero detto, se la loro madre avrebbe fatto lo stesso con loro! Chi di noi avrebbe voluto essere abortito? Tu avresti preferito morire nel grembo di tua madre?

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Gli eventi del Lunedì

by Matteo Russi 25 mar 2013

Gli eventi del Lunedì:

Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi. E disse loro: «È scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”, ma voi ne fate un covo di ladri».

Allora vennero a lui, nel tempio, dei ciechi e degli zoppi, ed egli li guarì.

Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedute le meraviglie che aveva fatte e i bambini che gridavano nel tempio: «Osanna al Figlio di Davide!», ne furono indignati e gli dissero: «Odi tu quello che dicono costoro?» Gesù disse loro: «Sì. Non avete mai letto: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode”?»

E, lasciatili, se ne andò fuori della città, a Betania, dove passò la notte. (Matteo 21,12-17)

Il giorno seguente, quando furono usciti da Betania, egli ebbe fame. Veduto di lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se vi trovasse qualche cosa; ma, avvicinatosi al fico, non vi trovò niente altro che foglie; perché non era la stagione dei fichi. Gesù, rivolgendosi al fico, gli disse: «Nessuno mangi mai più frutto da te!» E i suoi discepoli udirono. Vennero a Gerusalemme e Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare coloro che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombi; e non permetteva a nessuno di portare oggetti attraverso il tempio. E insegnava, dicendo loro: «Non è scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti”? Ma voi ne avete fatto un covo di ladroni». I capi dei sacerdoti e gli scribi udirono queste cose e cercavano il modo di farlo morire. Infatti avevano paura di lui, perché tutta la folla era piena d’ammirazione per il suo insegnamento.Quando fu sera, uscirono dalla città. (Marco 11,12-19)

Poi, entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, 46 dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà una casa di preghiera”, ma voi ne avete fatto un covo di ladri». (Luca 19:45-46)

Come spiegato nel post di ieri, gli ultimi eventi della vita terrena di Gesù si articolano, secondo la lettura comparata dei quattro Vangeli in otto giorni. Questo periodo è ricordato ogni anno a partire dalla Domenica delle Palme fino a quella di Pasqua.

Nel primo giorno, che era ricordato ieri, Gesù era entrato in Gerusalemme, acclamato dal popolo come Messia e Re, suscitando le ire dei capi sacerdoti, dei farisei, dei sadducei e dei dottori della Legge che vedevano in Lui un nemico. Molte profezie dell’Antico Testamento erano state adempiute in quel momento.

A sera era tornato a Betania, a casa di Lazzaro, Maria e Marta dove alloggiava. Era questo un paese a pochi chilometri da Gerusalemme. Gesù ogni mattina, di buon ora, partiva e giungeva nella città santa e insegnava nel Tempio. Poi, abbandonava la città nel pomeriggio per ritornare dai suoi amici.

Gesù farà questo per tutti i giorni della settimana fino a quello di Pasqua, fino alla sera dell’Ultima Cena.

Ogni giorno, al suo arrivo nel Tempio, era solito cacciare i mercanti. La Scrittura ci narra questo episodio in momenti diversi, cosa che ci suggerisce che esso si sia verificato più volte.

Nel Tempio i Giudei andavano a sacrificare animali per il perdono dei propri peccati o per ringraziare Dio. Molti di loro non erano però allevatori di bestiame e quindi non potevano offrire in sacrificio i propri animali. Avevano, tuttavia, del denaro con cui comodamente potevano, una volta giunti nel Tempio, acquistare le vittime sacrificali. Non facevano nulla, in effetti, di sbagliato agli occhi della Legge di Mosé.

Niente, tuttavia, come lo spettacolo offerto da questi mercanti, offendeva e faceva adirare Gesù. Eppure i clienti, senza di loro, non avrebbero potuto trovare animali da sacrificare.

Il problema era un altro: Gesù non accettava che si dovesse speculare sui rituali religiosi e lo si dovesse fare nel Tempio. Questi mercanti si arricchivano, utilizzando tutti i trucchi meno leciti della loro professione. Lo stesso animale venduto per molto meno, altrove, veniva offerto a somme indecenti su cui sicuramente si arrivava dopo lunghe contrattazioni che partivano da prezzi molto più alti.

In loro cuore era pieno di cupidigia e di amore per la ricchezza materiale.

Il culto a Dio era diventato un business!

Anche oggi accade nella Cristianità la stessa cosa. Si cerca di fare soldi su tutto. Alcune cose come, ad esempio, la vendita di Libri o di film è una cosa buona, così come lo era la vendita degli animali. In altri casi, si vendono cose a dir poco inutili o addirittura contrarie alla Scrittura. In entrambi i casi, c’è chi specula, vende per arricchirsi, alzando o abbassando i prezzi a seconda del luogo o della circostanza.

Il giro di soldi che è mosso dalle organizzazioni cristiane, o sedicenti tali, è enorme. Credo non ci sia più grande business al mondo. I grandi leader sono spesso i più ricchi di tutti!

Gesù con loro farebbe lo stesso che con quei ladroni del Tempio!

Egli è stato povero, non ha mai cercato per sé beni materiali e ci ha insegnato a fare lo stesso. La Chiesa del Signore deve essere povera, altrimenti tradisce il cuore dell’insegnamento del Signore.

Il lunedì Gesù incontra sulla sua strada un fico. Erano i primi di aprile e non era stagione. Gesù, tuttavia, sperava di trovare dei fichi primaticci. Non ne trovò. Aveva fame e lo maledisse.

Il fico diventa il simbolo di chiunque si avvicini a Gesù senza portar frutto. Gesù non guarda alla stagione, al momento della vita nella quale ci troviamo. Si aspetta sempre da noi un frutto, una condotta cdi vita che lo onori.

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