Sinistra, aborto, e gli inganni delle etichette facili

Ecuadorean President Rafael Correa has expressed sympathy for Julian Assange.

Si sa: dover tenere la mente sempre sveglia, sempre curiosa, sempre in funzione, è una bella fatica. Molto più facile quindi assumere le categorie. Alto<->basso, sinistra<->destra, credente<->ateo, buono<->cattivo, amico<->nemico, e via dicendo. Non si deve fare lo sforzo di pensare, analizzare, capire. Su ogni argomento, su ogni soggetto, basta trovare la giusta classificazione, il giusto cassetto, il giusto spazio nello scaffale del nostro cervello giudicante. Vuoi mettere la semplicità?

Peccato che proprio sfruttando questa naturale “pigrizia” che ci caratterizza abbiano potuto ingannarci su così tanti e tali aspetti della nostra vita.

Nel caso specifico, riprendo un bell’articolo dal sito Arca di San Michele, autore Alver Metalli, sulle svariate posizioni anti-abortiste dei presidenti sudamericani, Correa in testa. E la tradizionale associazione mentale “sinistra“, quindi -> “teologia-della-liberazione“, quindi -> “opposto alla chiesa“, quindi -> “male“, forse va un po’ rivista, o no? Anche perchè noi, solo per parlare dell’Italia, con gli oltre tre milioni di omicidi compiuti in un trentennio, completamente assistiti e pagati con i soldi delle nostre tasse, siamo gli ultimi a poter parlare. Chi firmò quella legge? Non fu forse un governo che si proclamava “demo-CRISTIANO”, coun un ministro della salute che si definiva “demo-CRISTIANO”?

Con le etichette ci ingannano. Teniamo acceso il cervello, (sempre in unione col cuore).

(grassetti e commenti miei)

Sud America, la sinistra rivoluzionaria contro l’aborto. Effetto Correa?

Fonte vatican insider 18/10/2013

Autore Alver Metalli

Le dichiarazioni del presidente dell’Ecuador riaprono il dibattito su interruzione di gravidanza e legislazione in America Latina

Gli apprezzamenti della Chiesa ecuadoriana non si sono fatti aspettare e per bocca del presidente dei vescovi Antonio Arregui sono arrivati al destinatario con tanto di elogio pubblico “per il coraggio e la nobiltà d’animo con cui ha parlato”. Un veto che pesa quello preannunciato dal presidente dell’Ecuador Rafael Correa alla depenalizzazione dell’aborto se la legge passasse nel Congresso del suo paese con l’appoggio dei suoi compagni di partito di Alianza País.

Come un sasso nello stagno il “cattolico” e “rivoluzionario” presidente ecuadoriano ha smosso le acque in tutto il continente, dove la sinistra, nelle sue differenti gradazioni governa oramai da un decennio. E con un Papa come Francesco, “avanzato” in materia sociale, che propone un “nuovo equilibrio all’edificio morale della Chiesa”, rimescola le carte anche nella sinistra latinoamericana.

Tabaré VazquezL’ex presidente dell’Uruguay Tabaré Vazquez ha puntato la barra nella stessa direzione di Correa nel 2008; il veto alla legge gli costò l’ostracismo di una parte maggioritaria del Frente Amplio nel cui nome governava e la stessa poltrona presidenziale. (notevole dimostrazione di coerenza e di importanza dei valori non negoziabili, mentre da noi l’attaccamento alla poltrona fa dire di tutto e il contrario di tutto- Nota AM) Ma non ha cambiato posizione e di recente, da candidato presidente, è tornato a ripetere che “nessun scienziato mediamente sensato può negare che il zigote, frutto della fusione di due cellule, è un individuo distinto dal padre e dalla madre”. Con linguaggio medico qual è (Tabaré Vazquez è ginecologo) ha chiarito che “la filiazione non è determinata dall’annidamento ma dalla fecondazione e questa non è una questione religiosa ma una certezza biologica”. Tabaré Vazquez, secondo i sondaggi, si appresta a recuperare il posto perduto nel 2010 nelle prossime elezioni di ottobre 2014.

In Argentina, mentre la presidente Cristina Kirchner mantiene la sua posizione antiabortista sul piano personale nonostante la maggioranza del kirchnerismo sia a favore, un altro socialista, per di più candidato presidente, Hermes Binner, alla pari di Tabaré Vazquez afferma “come medico” di “difendere la vita e essere contro l’aborto”, pur non condividendo la sua penalizzazione (toh! mi trovo d’accordo! Nota AM).

MoralesSimile in questo al presidente della Bolivia Evo Morales quando sostiene che “l’aborto è un delitto”, anche se nel dibattito in corso sulla depenalizzazione sembra inclinare a favore di quest’ultima.

Sorprende osservare che la sinistra più rivoluzionaria, quella ex guerrigliera, è anche la più intransigente contro l’aborto. (sorprende perchè? Essere per una giustizia sociale deve per forza accompagnarsi ad essere contro la vita? Dove sta scritto? Nota AM)Probabilmente perché più proclive storicamente ad aderire al “sentire” delle popolazioni rurali e prevalentemente cattoliche che si proponeva si sollevare in armi (Ah! sarebbe un puro e semplice calclolo politico allora? Nota AM). Il presidente salvadoregno Mauricio Funes, in conto FMNL, si è opposto in più occasioni, durante il suo mandato iniziato nel giugno 2009, alla depenalizzazione dell’aborto, e anche di recente ha ripetuto che non promuoverà nessuna riforma della Costituzione in questa direzione. Daniel Ortega, sandinista doc ed ex guerrigliero, ha addirittura respinto gli emendamenti che depenalizzavano l‘aborto terapeutico dettando la linea al Fronte sandinista. La posizione antiabortista del plurimandatario nicaraguense è condivisa anche dalla moglie Rosario Murillo che con tutta probabilità – stando ai sondaggi di oggi – gli succederà alla presidenza nelle prossime elezioni.

La sinistra che vuole l’aborto, pur con gradi diversi di “libera autodeterminazione della dona”, ha i suoi paladini nell’ex presidente brasiliano Lula Da Silva, contrario all’aborto come cittadino, favorevole come Capo di stato, e la socialista Michelle Bachelet, la cui elezione, data per certa, riproporrebbe la depenalizzazione nel codice penale cileno. Notorie le posizioni favorevoli della sinistra messicana in generale e del Partito democratico rivoluzionario in particolare, che nel distretto federale di Città del Messico, governato da un suo candidato, ha già approvato la depenalizzazione dell’aborto offrendo il servizio pubblico negli ospedali per l’interruzione della gravidanza. E mentre il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, alla pari di Chávez, legalizzerebbe l’aborto solo nei casi di violenza e incesto, l’oppositore Henrique Caprile è di più larghe vedute, dichiarandosi “d’accordo con l’aborto terapeutico e la pillola del giorno dopo” e a seguire le unioni civili omosessuali.

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AVVOLTOI FINANZIARI CONTRO L’ARGENTINA
Postato il Lunedì, 14 ottobre @ 00:10:00 CEST di Truman

DI VALENTIN KATASONOV
strategic-culture.org

Gli avvoltoi finanziari sono una particolare categoria di possessori di titoli di debito (debt holders) nei paesi alle periferie del capitalismo globale. Innanzi tutto, sono holders che possiedono solo una piccola percentuale del debito sovrano di un paese. In secondo luogo, essi sono per lo più holders secondari, il che significa che acquistano titoli dai creditori originali. In più godono del sostegno non ufficiale delle corti occidentali. Infine, sono i fondi speculativi a giocare il ruolo di avvoltoi. Le altre istituzioni si astengono da saccheggi finanziari così ovvi, nel timore di rovinarsi la reputazione.

Il fondatore iniziale dei “fondi avvoltoio” specializzato nei debiti sovrani si crede che sia Paul Singer, un miliardario americano di New York. Nel 1977 creò il fondo di investimento Elliot Associates, che riuscì a derubare diverse nazioni povere. Al momento, ci sono almeno 40 cause intentate da nei tribunali da “fondi avvoltoio” nei confronti dei paesi nelle periferie del capitalismo globale. Sono riusciti a strizzare un gran numero di paesi e ricavarci somme considerevoli. Secondo un rapporto del FMI (Fondo Monetario Internazionale) e della World Bank, almeno 11 paesi in via di sviluppo sono diventate vittime degli avvoltoi finanziari specializzati nei debiti sovrani.

Avvoltoi in America Latina

Si ritiene che lo sviluppo di tecniche di saccheggio finanziario, incluse quelle relative al debito sovrano iniziò in America Latina. Negli anni ’90 gli avvoltoi puntarono il Brasile e il Perù. L’ assalto al Brasile fu organizzato dal rinomato speculatore Kenneth Dart. Nel 1992 Dart iniziò a comprare il debito estero del Brasile al 24-40 % del suo valore nominale. Dopo aver acquistato approssimativamente il 4 % del debito statale (35 miliardi di dollari USA) per 375 milioni di dollari, divenne il più grande creditore privato del Brasile. Tanto per cominciare, lo stato non aveva idea di con chi avesse a che fare, e vide il finanziatore quasi come un benefattore. Dopo un anno, comunque, Dart tirò fuori i denti quando iniziò a dialogare con gli investitori a proposito di una riorganizzazione del debito estero. Tutti gli investitori approvarono l’idea eccetto Dart. Kenneth Dart si scoprì essere la persona che era riuscita a ricattare un intero governo –il piano di riorganizzazione non poteva andare avanti senza di lui. Citicorp, Citibank, Banco di Brasil e altri investitori provarono a convincerlo, ma senza successo. William Rhodes, vicepresidente della Citicorp, si incontrò segretamente con Dart in una pista d’ atterraggio privata, a New York, per convincerlo a lasciare il Brasile da solo. Ancora nessun risultato. Alla fine il governo del Brasile fu costretto a prendere un accordo in segreto con Dart, ed offrirgli condizioni insolitamente vantaggiose. Dart sentiva già di aver messo il paese all’angolo, e chiese ancora di più. Il risultato fu che il Brasile rischiò il tutto per tutto e riorganizzò il suo debito estero indipendentemente da Dart. In principio aveva già fatto abbastanza soldi durante il processo di riorganizzazione dal momento che ricevette più denaro di quanto ne avesse spesi per comprare i titoli sul mercato secondario. Dart intentò comunque una causa chiedendo che il governo brasiliano pagasse 1,4 miliardi di dollari statunitensi come risarcimento. Dart fu in causa con il Brasile per più di due anni, e nel 1992 gli fu concesso il risarcimento, sebbene fosse significativamente meno di quanto avesse chiesto. Ci sono voci secondo le quali attualmente Dart stia puntando sull’ Ecuador.

Circa nello stesso momento in cui il Brasile veniva depredato da Dart, il già menzionato Paul Singer agiva ai danni del Perù tramite il suo fondo di investimento Elliot Associates. Nel 1996 comprò i titoli di debito peruviani ad un valore nominale di 20 milioni di USD (dollari statunitensi) per un totale di 11 milioni. Successivamente, minacciò di bancarotta il paese se Lima non avesse restituito il denaro con gli interessi. Messo all’ angolo, il governo pagò a Singer 58 milioni di USD nel 2000, più di 5 volte il valore con cui gli speculatori avevano inizialmente comprato i titoli.

La cronologia degli eventi in Argentina

Ad oggi, l’operazione col più alto profilo operata dagli avvoltoi finanziari è quella contro l’ Argentina. Negli anni ’90 il FMI e i media mondiali indicarono l’ Argentina quale modello degno d’essere imitato. Era un esempio del modello di economia liberale sviluppato nel FMI ed introdotto attivamente nel Ministero dell’ Economia argentino ad opera di Domingo Cavallo. Alla fine del 1998 l’ economia argentina entrò in una fase di declino. In cambio di una serie di misure impopolari, inclusi tagli di bilancio e aumento delle tasse, il FMI, la World Bank e la US Treasury fecero al paese diversi prestiti. La crisi finanziaria si intensificò e ci fu un ondata di panico finanziario su larga scala che portò alla crisi politica e sociale del 2001. L’ economia del paese arrivò a un punto morto, il suo debito estero arrivò alla cifra record di 132 miliardi di USD (166 % del PIL), e il governo fu in grado di estinguere il debito (e pagarne gli interessi) solo grazie a una nuova serie finanziamenti esteri.

Alla fine del 2001 il FMI bloccò i nuovi finanziamenti e all’ Argentina non rimase che un’ opzione: dichiarare il default delle obbligazioni per un valore nominale di 95 miliardi di USD (riguardo ai suoi cosiddetti prestiti “privilegiati”, principalmente prestiti da organizzazioni finanziarie internazionali, il paese continuò a rispettare i propri impegni e non dichiarò il default). Un riassetto dei titoli di debito in Argentina ebbe luogo tra il 2005 e il 2010. Si scambiarono vecchi titoli per degli altri nuovi con uno sconto del 70% (fino a 30 centesimi al dollaro). Possessori di titoli di debito ricevettero bond legati al PIL: più velocemente cresceva l’economia del paese, più i creditori guadagnavano. E’ interessante che la maggior parte, ma non tutti, i possessori dei titoli argentini accettarono di scambiarli con quelli nuovi. Alcuni di loro decisero di vendere le loro obbligazioni a fondi “avvoltoio” per un prezzo decisamente minorato. Alcuni speculatori di lunga data, primariamente il fondo speculativo Elliot Management, sotto la guida del miliardario Paul Singer, videro un’ opportunità di enorme guadagno nella situazione problematica in cui si trovava il governo latino americano. Essi comprarono dunque le vecchie obbligazioni a poco e niente, ed iniziarono a chiedere che l’Argentina ripagasse l’intero debito –fino a 100 centesimi per ogni dollaro. Come ha notato con arguzia un blogger: “i fondi speculativi si sono comportati come una ragazzina viziata che, dopo aver comprato ai saldi un maglione con il 70% di sconto, chiedesse al negozio di riprenderselo e ripagarlo a prezzo pieno”. L’Argentina era finita nella stessa identica situazione in cui Brasile, Perù ed alcuni paesi africani si erano trovati poco tempo prima. Le autorità argentine non si fecero piegare, resistendo ai tentativi di ricatto degli avvoltoi e respingendo le loro pretese. Prima, nel 2005, quando la riorganizzazione del debito stava avendo luogo, centinaia di cause vennero intentate contro l’Argentina, ma il paese era sicuro di essere al sicuro: piccoli prestasoldi difficilmente vincono cause e ancora più difficilmente riescono a mettere le mani sul governo.

Avendo fallito nel tentativo di far pagare all’ Argentina il suo debito al 100%, i fondi avvoltoio americani (NML Capital, Elliot Management) decisero di intentare una causa presso una corte di New York. Nel novembre 2012, la più “imparziale” corte d’America decise che l’ Argentina dovesse pagare ai creditori 1,33 miliardi di dollari statunitensi. Inoltre, prima di trasferire il denaro agli avvoltoi, tutti gli altri ripaga menti del debito vennero sospesi. Al tempo in cui fu annunciata la sentenza della corte, il debito sovrano dell’ Argentina ammontava a circa 24 miliardi di dollari (45% del PIL). Prima del 15 dicembre 2012, l’Argentina fu costretta a pagare 3 miliardi di dollari sulle sue obbligazioni. Gli interessi dei possessori dei nuovi titoli furono discriminati. Gli esperti dicono che la somma di 1,33 miliardi che doveva essere pagata non è che la punta dell’ iceberg. Secondo le loro stime, il volume totale dei titoli (al loro valore nominale originario) nelle mani di coloro che is opposero alla riorganizzazione, ammonta a circa 10 miliardi di dollari statunitensi.

“Colonialismo giuridico”

La decisione della corte di New York è stata un duro colpo per l’Argentina. Dopo la sentenza tutti gli investimenti e ogni affidabilità creditizia del paese precipitarono. Sul finire del 2012 era ormai chiaro per tutti che le armi al servizio dell’egemonia globale americano non erano solo missili e portaerei, ma anche corti americane che avevano esteso la loro giurisdizione a tutto il mondo. In Argentina la decisione della Themis americana fu definita “colonialismo giuridico”. Buenos Aires si rifiutò di rispettare la tale sentenza e presentò un ricorso ai tribunali americani.

Gli avvoltoi finanziari esercitano una grande influenza non solo sulle autorità giuridiche. Sarebbe poi una sorpresa se Paul Singer fosse uno dei principali sponsor del Partito Repubblicano, per esempio? Sfruttando tale influenza, essi cercano di organizzare un blocco dell’ Argentina, senza nemmeno dover ricorrere alle norme legislative per proporre sanzioni, ma semplicemente affidandosi alle sentenze dei tribunali. Tentativi di impadronirsi dei beni esteri argentini sono già stati compiuti più d’una volta. Principalmente tali beni sono costituiti dai trasporti via aria e via terra. Il presidente Cristina Kirchner, per esempio, è impossibilitata di volare verso ovest con il suo aereo presidenziale, dal momento che al primo cenno di Washington, esso sarebbe requisito all’ istante.

Quest’anno, la Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Secondo Circuito ha accettato di esaminare le proteste dell’ Argentina. Alla fine di agosto 2013, la corte ha annunciato la decisione, probabilmente storica, di revocare il diritto di uno stato sovrano a gestire indipendentemente il proprio debito…

L’ Argentina ha riorganizzato il proprio debito parecchi anni fa, ma ora, a causa della decisione della corte, e nonostante l’annuncio del default in conformità alle regolamentazioni e aver firmato accordi con gli investitori, dovrà pagare agli speculatori americani, che hanno comprato parte del debito sovrano argentino a basso costo, l’intera somma dovuta dalle obbligazioni, come se il default non ci fosse mai stato.

La disputa non è ancora finita, ed all’ Argentina non resta che ricorrere ad un’ ultima via legale –fare ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

La Corte Suprema degli USA potrebbe trasformare ogni paese in una “colonia del debito”

Se l’ Argentina pagasse quanto stabilito dalla corte, costituirebbe un pericoloso precedente. I possessori dei titoli di debito argentini, che avevano accettato una ristrutturazione del debito (equivalente al 97 per cento del valore originale) richiederebbero un ritorno alla situazione originaria. In altre parole, l’ Argentina sarebbe nuovamente stretta nella medesima posizione in cui si trovava nel 2001, alla vigilia del default.

Come dichiarato dall’ economista americano premio Nobel Joseph Stiglitz, il precedente legale riguardante il debito argentino cambia fondamentalmente il concetto moderno di mercato del debito sovrano, e trasforma gli investitori americani in una casta privilegiata di “dei” del sistema finanziario globale, davanti ai quali i debiti assumono un carattere assoluto e irrevocabile. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha espresso la sua perplessità riguardo al precedente costituito dal debito argentino. La decisione priva il FMI della possibilità di guidare i paesi nel riassetto dei loro debiti e fa precipitare gli stati del “terzo mondo” in un buco nero di debiti, senza lasciargli alcuna possibilità.

Nel novembre 2012 (subito dopo la scandalosa decisione della corte di New York) apparve un articolo sul Guardian intitolato “Come fare a liberare la Grecia e l’ Argentina –le nuove colonie del debito?” L’articolo analizzava il diritto di bancarotta delle nazioni, e conteneva suggerimenti per la regolamentazione dei debiti sovrani. Il pezzo è stato scritto dall’ economista sud coreano Ha-Joon Chang, uno dei massimi esperti di sviluppo economico al mondo, ed attualmente professore a Cambridge. Ha-Joon Chang solleva la seguente questione: E’ possibile che un piccolo fondo speculativo porti alla bancarotta uno o anche due paesi? La comunità globale si trova faccia a faccia con un enorme problema etico ed economico. In definitiva, il prezzo da pagare per la bancarotta potrebbe essere altissimo –un nuovo round della crisi economica globale. Il problema è anche che le discussioni con i creditori possono durare svariati anni, spingendo a forza i paesi debitori in una spirale di crisi.

L’ Europa ha tenuto gli occhi chiusi su quello che accadeva in Argentina. Se l’ Argentina ottemperasse alla decisione della corte, sarebbe un grave precedente anche per i paesi membri dell’ UE. Vi ricorderete che il più grande riassetto del debito sovrano in Europa (e forse nel mondo) ebbe luogo nel 2012. Mi riferisco alla Grecia. Un imponente fetta dei possessori di titoli di debito greci accettò i termini della riorganizzazione. Inizialmente, il valore nominale dei titoli fu ridotto del 54%. Successivamente i periodi dei pagamenti e i tassi di interesse furono rivisti. In totale le obbligazioni sui titoli di debito greci furono ridotte del 70-75%. Il debito greco, semplicemente tramite una revisione del valore nominale dei titoli, si ridusse di 107 miliardi di euro. Sarebbe stato tutto a posto, ma la sfortuna fu che un esiguo numero di possessori di titoli (non più del 3-4%) non accettarono la revisione. Alcuni di essi hanno intentato svariate cause nello scorso anno. Il precedente argentino ha aumentato le loro chance di vittoria, e nel caso la avessero, l’ intero riassetto del debito greco (furono cancellati circa 107 miliardi di euro) potrebbe essere soggetto a un’ ulteriore revisione. Avrebbe inizio un tumulto finanziario globale, le cui conseguenze sono difficili da predire. Nel febbraio 2013, il ministro argentino dell’ economia, Hernàn Lorenzino, ha fatto notare che la decisione a favore dei quel 7% di creditori che vorrebbero i loro titoli ripagati a prezzo pieno non è corretta nei confronti del restante 93% che aveva votato per il riassetto. Secondo Lorenzino “la domanda fondamentale è se la riorganizzazione del debito sovrano, una necessità con cui potrebbero trovarsi faccia a faccia altri paesi nel mondo, abbia o no un futuro”.

Sono necessarie procedure internazionali per risolvere le controversie del debito

Fino ad ora le clausole di azione collettiva (CAC) erano state usate in casi di imminente default nei quali il debitore suggerisse le condizioni per una ristrutturazione del debito. La questione viene messa ai voti. Se la maggioranza dei possessori di titoli (in genere tra i due terzi e i tre quarti) si trovano d’accordo sulla ristrutturazione, allora l’ obbligo di adottare le misure convenute ed aderire al programma fissato si applica a tutti i creditori. Negli ultimi 10 anni praticamente ogni paese ha emesso titoli secondo le CAC. E’ diventata la norma. Ad ogni modo, le regole delle CAC sono state bersagliate (legalmente) dagli avvoltoi finanziari.

Negli anni 90, era nell’ aria l’ idea di creare un ente internazionale che facilitasse le soluzioni delle dispute a proposito del debito sovrano. Dopo la crisi in Argentina, ci fu un tentativo di creare un unico meccanismo internazionale che assicurasse un giusto riassetto del debito, ma l’ amministrazione Bush pose un veto sul progetto.
Ha-Joon Chang crede che nella gestione dei casi di bancarotta andrebbero introdotte le consuetudini del diritto d’ impresa. Un soggetto dovrebbe tornare indietro alle sopra menzionate CAC dopo aver concluso gli accordi internazionali (convenzioni). L’ economista coreano non è il solo a pensarla così: gli analisti iniziano sempre più a propendere per l’ idea che i rischi del colonialismo del debito siano troppo alti, specialmente per l’economia globale nel complesso.

Il famoso economista americano Nouriel Roubini, soprannominato dalla stampa “profeta dell’ economia”, ha commentato le decisioni della corte americana. Fa notare che dalla fine degli anni ’90, un sistema per gestire i default controllati si è gradualmente evoluto nel mondo. Fu esattamente uno di questi sistemi quello sperimentato dalla Grecia nel marzo scorso, quando parte del debito del paese verso creditori privati venne cancellato. La decisione della corte di New York poteva minare l’ intero sistema, dice Roubini, sebbene richiedesse solo un miglioramento. Roubini è certo che la sentenza costituisca un pericoloso precedente per tutti i paesi del mondo, ma soprattutto per la Grecia. E’ Atene che dovrà sostenere l’ impatto: la seconda riorganizzazione del suo debito privato, cosa necessaria al paese, non avverrà. Roubini nota che i creditori ufficiali della Grecia proveniente dalla “Troika” ( la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il FMI) non sono assolutamente migliori dei fondi speculativi dei cosiddetti avvoltoi. Dopo tutto, i default controllati, hanno mantenuto tali istituzioni in una posizione di creditori “privilegiati”, dovendo essere pagati al 100%. Roubini sostiene che il FMI possa e dovrebbe analizzare la risoluzione di tali dispute nei casi in cui la minaccia di un default sia vicina, cosa che non sta facendo. Il FMI sta solo silenziosamente impiegando il tempo osservando le decisioni illegali delle corti americane.

L’Argentina contro gli avvoltoi del debito

Dunque, Buenos Aires sta provando a contestare le sentenze emesse presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. In questo caso, secondo gli esperti, la questione potrebbe rimanere sospesa fino alla metà del 2015. Il team di difesa dell’ Argentina ha apertamente ammesso che se la corte non dovesse pronunciarsi in suo favore, Buenos Aires semplicemente si rifiuterà di pagare. “Stiamo rappresentando un governo”, sottolinea l’ avvocato Jonathan Blackman, “ed ai governi non si può dire di fare qualcosa che viola i suoi principi”. Se prima era il FMI ad interferire con gli affari interni del paese, ora è la corte americana a farlo.

Se un default sta per essere annunciato, potrebbe causare una caduta del valore dei titoli di stato e sferrare un colpo alle banche locali troppo indebitate. Ad ogni modo, la maggioranza degli esperti crede che un default tecnico non farebbe precipitare il paese in una crisi, dato che le esportazioni argentine non dipendono più tanto dai creditori per il finanziamento del commercio estero quanto facevano invece nel 2001. Dopo la morte del Presidente del Venezuela Hugo Chavez, Cristina Kirchner è probabilmente il più duro oppositore dell’ imperialismo americano in America Latina. La Kirchner compare nella “lista nera” della finanza internazionale insieme a Fidel Castro.

Comunque, non è solo il Presidente dell’ Argentina a trovarsi in tale posizione, ma l’ intero paese. Il Presidente non riesce a sfruttare le opportunità del mercato finanziario internazionale per attirare investimenti, ma d’ altra parte ha imparato ad andare avanti senza tali finanziamenti esterni mantenendo positivo il bilancio del commercio estero. Attualmente, in altre parole, l’ Argentina non sta prendendo in prestito denaro, ma lo sta guadagnando. Nel 2011, il paese aveva un bilancio in positivo di 13,3 miliardi di dollari, e nel 2012 di 12,6 miliardi. Il paese sta affrontando molte difficoltà sociali ed economiche, ma il ritmo del suo sviluppo economico è più alto che non quello dei paesi che stanno seguendo con obbedienza le raccomandazioni del FMI e le decisioni delle corti americane.

Valentin Katasonov
Fonte: www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/10/03/financial-vultures-against-argentina.html
3.10.2013

Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org a cura di STEFANO GRECO

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Obiettivo Bolivia

http://www.cubainforma.it

Data la mancanza di credibilità e di leadership, la destra boliviana, con chiare indicazioni del regime degli Stati Uniti, scommette sui conflitti locali a bassa intensità per indebolire il governo del presidente Evo Morales, e creare un’immagine di caos in vista delle elezioni del 2014 in questa nazione andina.

Da ora i malconci partiti oppositori e i loro leader senza leadership e sostegno alcuno, saggiano la strategia di corrodere l’unità dei boliviani in diverse punti del territorio nazionale, istigando ed esacerbando antiche differenze territoriali ed etniche.

Washington ed i suoi sudditi in questo stato del sud America non hanno altra scelta che scommettere per promuovere il razzismo e aggiungere benzina su vecchie divergenze tra gli abitanti delle città e della campagna, eredità del colonialismo spagnolo e dei precedenti governi neoliberali.

Lo scopo è quello di cercare di erodere l’esecutivo della Bolivia e in particolare il suo presidente, prima delle elezioni del prossimo anno, in cui Morales appare come il vincitore finale, in assenza di un avversario con possibilità reali di affrontarlo.

L’amministrazione degli Stati Uniti e i suoi tentacoli destabilizzatori, impegnati a interrompere a tutti i costi il ​​processo rivoluzionario di cambiamento che va in scena in questo paese dell’America latina e rovesciare il suo leader, sanno molto bene il deterioro in cui versa la destra tradizionale boliviano.

Sanno allo stesso modo che non si vede un candidato dell’opposizione che possa rivaleggiare con Morales, anche se ha cercato costruirlo senza ottenere, fino ad ora, il loro obiettivo.

D’altra parte, sono consapevoli dei trionfi ottenuti in questi ultimi tempi dal presidente della Bolivia in diversi scenari, che hanno favorito l’unità di questo paese, e le hanno fornito un noto prestigio a livello mondiale.

Tra le vittorie, si evidenzia l’aver collocato nell’arena pubblica internazionale la ripetuta richiesta marittima della Bolivia al Cile per il suo accesso al mare, che ha anche avuto un grande impatto sulla scena politica nazionale, ed è diventato un elemento in più di supporto per Morales.

Si evidenzia anche il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite dell’acullico (masticazione delle foglie di coca), e la promozione da parte dell’organizzazione mondiale della Quinoa, un ancestrale cereale di eccezionali proprietà nutrizionali coltivato in queste terre andine.

Nessuno dubita, neppure Washington, che Morales è diventato un leader latino-americano, e un pericolo per gli interessi di dominazione della Casa Bianca in questa regione, per le sue chiare posizioni antimperialiste e a favore dell’integrazione della Patria Grande.

Non sono state poche le occasioni in cui il presidente boliviano ha denunciato gli Stati Uniti per la sua mancanza di rispetto e di ingerenza negli affari dell’America Latina, per le sue flagranti violazioni dei diritti umani, e per la sua politica di imposizione e di oppressione.

Più chiaro dell’acqua, Morales è oggi un ostacolo per l’amministrazione statunitense, che deve cercare di deporlo a qualsiasi prezzo.

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Bolivia, Morales gravemente malato

Annullati appuntamenti in agenda

21:12 – Il presidente boliviano, Evo Morales, soffre di “un complesso problema di salute” che interessa “il suo sistema respiratorio” che lo ha obbligato a cancellare tutti i suoi impegni previsti per oggi: lo ha annunciato il vicepresidente Alvaro Garcia Linera, durante un discorso ufficiale in occasione del 468 anniversario della città di Potosì.

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Gli USA cercano di recuperare il controllo sul Venezuela

Poco dopo la morte del leader della Rivoluzione Bolivariana e presidente del Venezuela, Hugo Chàvez, alcuni media della destra statunitense hanno lanciato una campagna di calunnie, descrivendolo come un leader “autoritario” e “provocatore di divisioni”. Alcuni hanno anche espresso la loro speranza che il progetto politico di Chàvez crollasse.
Ma, come tutto il mondo può vedere, sono i governi di Stati Uniti e Canada, e non Chàvez, quelli che sono isolati nel continente. I presidenti di tutta l’America Latina sono andati a Caracas per partecipare al funerale e a rendere omaggio a Chàvez. Lì molti di essi hanno riaffermato il loro appoggio agli ideali di giustizia sociale e sviluppo, integrazione e indipendenza per l’America Latina che il leader venezuelano ha appoggiato per tutta la sua vita. Molti messaggi di simpatia e solidarietà sono arrivati a Caracas, dal Messico all’Argentina.

Vari governanti latinoamericani hanno affermato che, anche in assenza del leader della Rivoluzione Bolivariana, avrebbero continuato a lavorare insieme per sviluppare gli ideali di Hugo Chàvez, che sono stati messi in pratica con successo. Anche il capo di Stato della Colombia – un paese nemico del Venezuela durante il mandato dell’ex presidente Alvaro Uribe – José Manuel Santos ha elogiato l’impegno di Chàvez e del governo del Venezuela nel processo di pace nel suo paese.

In forte contrasto con i caldi tributi di tutta l’America Latina, le dichiarazioni del presidente statunitense Barak Obama sono state considerate dispregiative della figura di Chàvez, il che corrisponde all’atteggiamento dei passati governi verso la crescente indipendenza del Venezuela e dell’America Latina. Obama ha parlato di “un nuovo capitolo nella storia del Venezuela” e , come se quest’ultimo fosse un paese dittatoriale, ha aggiunto che gli USA “continuano nel loro impegno per politiche che promuovano i principi democratici, l’impero della legge e il rispetto dei diritti umani”. Obama non ha neppure fatto le sue condoglianze per la morte di Chàvez.
In realtà Obama dovrebbe “conoscere meglio” ciò di cui parla. I venezuelani, secondo le inchieste, danno alla loro democrazia il voto 7 su 10, mentre la media latinoamericana è di 5,8. Mentre l’81% ha votato nelle passate elezioni venezuelane, solo il 57,5% lo ha fatto nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2012.

Da parte sua, la portavoce del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, ha detto ai media che il suo governo stava aspettando una decisione delle autorità venezuelane sulla “transizione”; stava cioè dicendo ai venezuelani che Washington vuole che essi facciano marcia indietro e, di fatto, cancellino la loro indipendenza e i loro risultati sociali.
Ma, in una dichiarazione, il ministro degli Esteri venezuelano ha descritto le irrispettose e insolenti dichiarazioni della Nuland come “una nuova e volgare ingerenza statunitense negli affari interni venezuelani”.

Nello stesso tempo tutte queste dichiarazioni di alti responsabili degli USA hanno provocato una grande indignazione tra il popolo venezuelano, che aveva accompagnato il suo presidente con affetto e dolore durante i funerali. La denigrazione di Chàvez da parte di Obama ha offeso la maggioranza dei venezuelani, sia quelli che avevano votato per rieleggerlo come loro Presidente il 7 ottobre sia quelli che non lo avevanofatto.

Ma non è la prima volta che Obama si è visto isolato. Nel Vertice delle Americhe della OEA del 2012, a Cartagena, USA e Canada sono stati duramente criticati, specialmente per il loro NO a permettere che Cuba vi partecipasse. Questo ha rappresentato un forte contrasto con il Vertice precedente del 2009, quando i leaders latinoamericani – compreso Chàvez – salutarono con calore Obama perché credevano erroneamente che egli avrebbe potuto aprire una nuova fase nella storia delle relazioni tra USA e America Latina.

Maduro accusa

Poco dopo la morte di Chàvez, il governo venezuelano ha espulso l’aggiunto delle Forze Aeree dell’Ambasciata USA a Caracas e il suo immediato subordinato, affermando che essi avevano mantenuto “contatti impropri” con ufficiali venezuelani al fine di destabilizzare il paese.
Gli USA hanno risposto espellendo il secondo segretario dell’Ambasciata del Venezuela a Washington e un altro diplomatico. Infine, il governo venezuelano ha ordinato un’inchiesta per sapere se il cancro di Chàvez sia stato indotto dai nemici della sua Rivoluzione Bolivariana, in particolare l’ambasciata statunitense.

Da parte sua, il presidente incaricato Nicolàs Maduro ha promesso di continuare il cammino di Chàvez e di opporsi ai “tentativi dell’Impero di impedire che l’indipendenza del Venezuela e dell’America Latina si consolidi”.
Egli ha anche annunciato che “alcuni, al Pentagono e nella CIA , stanno cospirando rispetto alle elezioni che si avvicinano nel paese. Vi sto dicendo l’assoluta verità – ha detto Maduro – perché abbiamo testimoni e informazioni dirette, di prima mano”.
Egli ha accusato direttamente un gruppo di ex responsabili statunitensi – compresi Roger Noriega, Otto Reich e John Negroponte – di lavorare per destabilizzare il Venezuela. Poco dopo Maduro ha aggiunto che il Venezuela aveva scoperto un complotto di quegli stessi circoli per uccidere il suo oppositore nelle elezioni, Henrique Capriles Radonski. L’implicazione era che l’attacco contro il candidato della destra sarebbe stata una provocazione diretta a creare il caos nel paese. Maduro non ha dato altri dettagli.

Otto Reich fu ambasciatore in Venezuela dal 1986 al 1989 e segretario di Stato aggiunto per i temi dell’Emisfero Occidentale nell’amministrazione di George W. Bush. E’ stato profondamente implicato nel golpe anti-Chàvez del 2002 ed era amico intimo dell’industriale e avvocato della destra Robert Carmona-Borjas, che fuggì dal paese sudamericano poco dopo il fallimento del golpe, in cui anch’egli era profondamente coinvolto.
Il secondo individuo denunciato da Maduro è Roger Noriega, rappresentante permanente degli USA nell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). Anche Noriega appoggiò il fallito golpe del 2002. Dopo il colpo di stato militare in Honduras nel 2009, Noriega ha lavorato come lobbysta per il nuovo regime.

Il terzo individuo, John Negroponte, è stato direttore dei Servizi segreti nazionali ed implicato attivamente nella guerra dei “contras” contro il Nicaragua sandinista nel decennio 1980.
Va ricordato che questi tre individui hanno scritto numerosi articoli in cui chiedevano all’Amministrazione statunitense di adottare la linea dura contro il Venezuela.

Tutti questi fatti dimostrano che l’Amministrazione Obama continua a portare avanti le stesse politiche fallimentari, ereditate dalla Guerra Fredda, verso l’America Latina che George W.Bush ha messo in pratica. Washington continua a militarizzare gran parte del continente e a spendere enormi somme di denaro per creare governi obbedienti, addestrare eserciti, dispiegare truppe e costruire nuove basi militari in paesi come il Guatemala, Panama, Belize, Honduras e Repubblica Dominicana.

Reimporre il vecchio ordine
Va segnalato che i discorsi di Obama e della Nuland sono in linea con il discorso politico della corrotta e aggressiva destra venezuelana, il che mostra nuovamente i vincoli di subordinazione di quest’ultima rispetto alle politiche statunitensi. L’oligarchia venezuelana aiutò gli USA a portare avanti la loro agenda neoliberista in Venezuela attraverso il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, come fecero nel resto dell’America Latina.

Nel 1989 l’allora presidente Carlos Andrès Pérez implementò il cosiddetto “Consenso di Washington” di politiche neoliberiste – privatizzazioni e tagli ai servizi sociali – e, di conseguenza, mise fine ai sussidi al petrolio e i prezzi della benzina e dei trasporti pubblici raddoppiarono.
Le proteste scoppiarono in un quartiere periferico di Caracas e si estesero alla capitale. Carlos Andés Pérez revocò allora il diritto costituzionale di protestare e dispiegò i militari, che uccisero circa 3.000 persone. In generale, durante il mandato di Pérez il livello di vita continuò a cadere per tutti, salvo i più ricchi.

Ma Chàvez ha tolto il popolo venezuelano dalla povertà. Ha utilizzato le entrate petrolifere per finanziare programmi di educazione e, così, più persone sono riuscite ad accedere all’Università. Il governo venezuelano ha ampliato l’accesso alla cure sanitarie e dentali e ha promosso la riforma della terra e della casa. Ha creato supermercati sussidiati e migliaia di cooperative di lavoratori.
In Venezuela, dove gran parte della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, questi programmi hanno avuto un enorme impatto. Oggi il fossato tra ricchi e poveri in Venezuela è la metà di quello che esiste negli Stati Uniti, e il Venezuela è anche stato classificato come “la quinta nazione più felice” da Gallup (famoso istituto statunitense di sondaggi, n.d.t.).

Insieme al suo popolo, Chàvez è stato capace di liberare il paese dal giogo statunitense ed è diventato il promotore di una sollevazione latinoamericana contro il dominio nordamericano. Egli ha aperto la strada per creare la Banca del Sud con lo scopo di finanziare progetti in America Latina e permettere che altre nazioni si liberassero anche dalla dominazione del FMI e della Banca Mondiale.

Dai consigli locali alle fabbriche, il Venezuela ha portato a termine uno degli esperimenti di democrazia diretta e controllo dei lavoratori più di successo al mondo, il che lo rende un paese molto più democratico che gli stessi Stati Uniti, dove poveri e persone ordinarie sono esclusi dalla politica e dalle decisioni, e i molto ricchi governano il paese attraverso una democrazia formale e diretta, che assicura che questi settori siano quelli che più guadagnano dall’economia.

In questo senso, mentre Chàvez è stato una figura chiave nella creazione e nello sviluppo di questi programmi e iniziative, è il popolo venezuelano che li ha portati alla vita e li manterrà vivi dopo la sua morte. Lo slogan “Siamo tutti Chàvez” non è fatto di vane parole, ma esprime la coscienza di un popolo che vuole che il processo continui.
Recentemente un venezuelano ha detto ad un giornale straniero: “I nordamericani e l’opposizione credono che se Chàvez, come persona, scomparirà la rivoluzione finirà e il vecchio ordine verrà di nuovo imposto; dobbiamo fargli vedere che non sarà così”.

Fonte: http://www.aporrea.org/tiburon/a162346.html

http://tlaxcala-int.org/article.asp?reference=9477

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In occasione della morte di Hugo Chavez, pubblichiamo l’articolo di Comedonchisciotte del febbraio 2012.

CIA: esperimenti di cancro con i presidenti dell’America Latina?
di Nil Nikandrov (Fonte: strategic-culture.org / comedonchisciotte)
visto su http://www.luogocomune.net

In una serie di suoi discorsi pubblici Hugo Chavez ha definito come “epidemia” i casi di cancro che stanno colpendo molti presidenti latino-americano, definendo tutto ciò un fenomeno strano ed allarmante. Il cancro ha colpito Chavez in primis, il presidente paraguayano Fernando Lugo, Dilma Rouseff e Lula da Silva (Brasile), Crisitina Fernandez (Argentina). Tutti loro sono conosciuti come politici di centro-sinistra che lottano per accelerare il processo di integrazione dell’America Latina e per liberarsi del dominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Chavez ha parlato di imperi che sono pronti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi.

La risposta di Washington non si è fatta attendere. Victoria Nuland, portavoce ufficiale del Dipartimento di Stato americano, ha definito le parole di Chavez “orribili e riprovevoli”. Cioè esse sono state percepite dall’amministrazione Obama come una accusa di utilizzo di particolari tecnologie biologiche per causare il cancro tra i leader latino-americani colpevoli di non perseguire una politica amichevole nei confronti degli Stati Uniti.

Naturalmente, Hugo Chavez non è così maleducato. Ha capito che Washington avrebbe richiesto prove. Così il presidente ha spiegato la propria posizione dicendo di non aver mai incolpato nessuno, ma che piuttosto ha fatto utilizzo della libertà di pensiero di fronte ad una strana serie di eventi di difficile spiegazione. La sua ansia è ben compresa, poiché per scongiurare il rischio di morte si è dovuto sottoporre ad una serie invasive chemioterapie a Cuba. E l’ansia è destinata a rimanere. Come compaiono queste malattie? Come un tumore maligno ha potuto colpire un uomo sano, …

… militare in pensione, ex giocatore di baseball, regolare frequentatore di palestre nonché corridore agonista? Perché solo i politici populisti incappano in questi problemi e ciò non accade mai ai presidenti di destra che favoriscono l’Impero?

Il dottor Salomon Yakubowicz, un popolare dottore venezuelano, specialista in diete e frequente visitatore dell’ambasciata degli Stati Uniti, si è precipitato a chiudere la questione. Egli ha detto in modo autorevole, non usando note preparate dalla CIA, che sono i presidenti stessi ad essersi attirati questi problemi. Ha asserito che Lula da Silva ha fumato troppo. Christina Fernandez si è sottoposta a troppe procedure per il ringiovanimento del viso e del collo. Il paraguayano Lugo non ha usato alcuna protezione durante i numerosi rapporti sessuali avuti durante la sua vita; il linfoma è una cosa comune in questi casi ed egli deve essere già grato a Dio per non aver sviluppato l’AIDS. Chavez deve biasimare solo se stesso per non aver vissuto in armonia con i bioritmi, lavorando di notte, mangiando male: questo è ciò che la sua malsana tendenza a espletare troppe attività testimonia. I circoli di opposizione ed i media a favore degli Stati Uniti hanno fatto da cassa di risonanza a queste affermazioni: Chavez ed i suoi amici populisti sono soggetti a stress, paura del futuro e soffrono di manie di persecuzione vedendo “cospirazioni dell’impero” ovunque.

Eppure la spiegazione dell’epidemia ventilata da Chavez è stata presa sul serio. Studiosi di politica non dubitano che i servizi speciali americani stiano conducendo un’operazione su vasta scala per neutralizzare i “ribelli leader latino-americani”. Hanno studiato la storia; sanno come il Pentagono e la CIA abbiano usato sostanze radioattive, biologiche ed armi chimiche sul continente e ricordano eventi mostruosi in cui sono stati utilizzati esseri umani come cavie, nel totale silenzio dei mass media.
C’è solo una piccola possibilità che un approfondito resoconto del programma statunitense sulle armi biologiche possa mai vedere la luce. La maggior parte degli archivi è classificata, i file più riprovevoli sono progressivamente eliminati e gli studiosi, che miravano a rendere nota la verità sugli esperimenti criminali, sono morti in strane circostanze.

Nel 1947 cioè poco dopo la sua istituzione, la C.I.A. è stata colta in flagrante mente compiva tali esperimenti. Gli agenti della F.B.I. e della C.I.A. “proteggevano” i medici degli Stati Uniti che in Guatemala infettarono 2000 guatamaltechi per studiare la sifilide e la gonorrea. Il consenso ai guatamaltechi sulla loro volontà a sottoporsi a tali esperimenti non è mai stato chiesto.
Il Presidente del Guatemala Alvaro Colom ha definito questi esperimenti un crimine contro l’umanità. Barack Obama ha dovuto chiedere scusa in una conversazione telefonica con il Guatemala. Ha detto che gli esperimenti erano in contraddizione con i valori degli Stati Uniti. Ma quale contraddizione! Gli esperimenti ed i valori degli USA sono ben allineati.

Fu sempre nel 1947 che la CIA lanciò il programma di test su “materiale umano” dell’LSD (dietilamide dell’acido lisergico). Più tardi l’intelligenza militare degli Stati Uniti ha portato il programma ulteriormente avanti e ha utilizzato i suoi risultati “sul campo” nell’Estremo Oriente ed in Europa occidentale.
Nel 1953 la CIA ha lanciato il progetto MK ULTRA. Esso aveva ad oggetto lo studio dei modi per influenzare “il comportamento umano ed il modo di pensare degli uomini tramite l’aiuto di farmaci e microrganismi. Gli “studi” della Cia e dei laboratori militari hanno incluso la dispersione di batteri patogeni nella metropolitana di New York. Come si vede, gli sperimentatori non ha risparmiato neanche i propri compatrioti. In questo modo è stato attuato il contagio intenzionale di 240 città della provincia americana nonchè dei quartieri poveri di Washington, San Francisko e del Minnesota. Alcuni esperimenti sono stati condotti nei tropici, a Panama City per esempio. Nel 1970 la CIA e il Pentagono lanciarono un programma di test per sperimentare armi genetiche super segrete. Una missione strategica fu assegnata a degli scienziati con lo scopo di ottenere una massiva riduzione della popolazione nei paesi potenzialmente ostili. La Cina, l’Iran, l’India ed il Pakistan sono stati presi di mira dai genetisti americani che da tempo hanno superato i “successi” del medico nazista Mengele.

Nell’emisfero occidentale è stata Cuba a subire la maggior parte degli attacchi biologici made in USA. Almeno 300 mila cubani hanno sofferto di febbre emorragica dengue. 150 uomini, tra cui 50 bambini, sono morti. I “mosquitos” cresciuti nei laboratori della Georgia e della Florida sono stati portati sull’isola in diversi modi. Anche il personale militare sovietico di stanza a Cuba è stato oggetto di febbre dengue e sono stati registrati dei morti.
Lo scrittore guatemalteca Persi Francisko Alvarado, che ha lavorato 20 anni per l’intelligence cubana negli Stati Uniti, ha pubblicato un articolo sull’uso dell’impianto di cancro quale arma da parte della C.I.A. Egli ha fornito elementi concreti sull’esistenza di decine di laboratori di guerra biologica sul suolo americano. Fort Detrick, un reparto di virologia, è un luogo dove sono stati ottenuti molti sinistri successi.

Gli studiosi venezuelani di politica spesso commentano il potenziale uso di armi sperimentali che emanano radiazioni elettromagnetiche e direzionabili da parte dei servizi speciali degli Stati Uniti. È possibile che l’arma sia già operativa per attacchi selettivi contro il “i politici invisi agli USA”. Una vittima non muore subito ma dopo qualche tempo, caratteristica positiva che permette di fuggire senza lasciare tracce.
Una domanda viene spontanea: cosa ha portato i capi del governo americano ad autorizzare le attività della CIA volte alla “neutralizzazione” (uso proprio questo termine) dei presidenti – populisti?

Si può supporre con grande credibilità che la sconfitta al IV vertice americano (novembre 2005), quando la squadra degli Stati Uniti ha cercato di imporre l’accordo del libero commercio (ALCA) sull’emisfero occidentale, ha contribuito a questo tipo di decisione. Alla cerimonia di apertura l’ospite allora presidente argentino Nestor Kirchner ha dichiarato che l’integrazione sarebbe potuta diventare una realtà solo nel caso in cui fossero state attuate misure appropriate per eliminare sproporzioni di sviluppo. In caso contrario, il “libero mercato” avrebbe ulteriormente indebolito l’America Latina e fatto crescere il suo debito estero. Rivolgendosi a Bush ha detto che la politica imposta dagli Stati Uniti ha aggravato la povertà del continente e ha anche portato all’instabilità e alla caduta di governi democraticamente eletti. Kirchner ha invitato i partecipanti al vertice a ricercare una nuova strategia di sviluppo regionale che avrebbe potuto incontrare l’interesse dei latino-americani. Presto un nuovo modello di integrazione – l’Unione delle Nazioni Sudamericane – UNASUR sarebbe nato. Durante gli anni della sua esistenza l’Unione ha impedito alla CIA l’attuazione di colpi di stato sia in Bolivia, sia in Ecuador, per esempio. Ha incoraggiato il dialogo tra vicini in conflitto e ha facilitato il ripristino della democrazia in Honduras.

Grazie a Chavez e ai fratelli Castro l’ALBA (Alternativa Boliviana per l’America Latina), un’alleanza di integrazione, creata nel 2004, ha ottenuto un impulso potente. È stata fondata per fungere da contrappeso alla ALCA, basandola sui principi dell’ideologia anti-imperialista al fine di garantire la sicurezza energetica dei partecipanti. Il Petocaribe (giugno 2005) è stato un successo dovuto agli sforzi da parte di Chavez. L’alleanza prevede forniture di idrocarburi preferenziali dal Venezuela ai Caraibi e Centro America Stati. Ciò pone fine agli abusi commessi da compagnie petrolifere transnazionali.
Un altro importantissimo evento è stato il forum tenuto a Caracas all’inizio del dicembre 2011 che ha avuto come risultato la creazione della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). La nuova alleanza comprende 33 membri dell’emisfero occidentale, esclusi USA e Canada.

Chavez ed i suoi amici vedono il nuovo blocco come un necessario contrappeso alla dittatura degli Stati Uniti nella OAS. Il CELAC nel prossimo decennio diventerà la forza più influente dell’emisfero occidentale. L’OAS dovrà rinunciare alla sua presentazione permanente negli Stati Uniti per conservare la sua posizione nella regione.
Naturalmente Washington non è conciliante con l’idea di una America Latina sempre più indipendente, ignorando le grida perentorie dei dittatori e le minacce di usare la forza. Il primo tentativo di sbarazzarsi dei “presidenti ostili” non è riuscito. Rafael Correa si ferma nei tempi duri del tentativo di colpo di stato in Ecuador. I cecchini addestrati della CIA mancarono il bersaglio. Hugo Chavez ha sconfitto il cancro e sta con fiducia guardando alle elezioni dell’ottobre 2012. Cristina Fernandez ha consultato i medici in tempo e lo sviluppo critico della malattia è stato prevenuto. Anche se il pericolo è ancora lì.

Gli Stati Uniti si stanno tuffando nella crisi più profonda della loro storia. La fase di stallo della élite si fa più acuta. Non hanno pietà per le proteste dei loro connazionali e non saranno più teneri con gli stranieri.

Nil Nikandrov
11.01.2012

Fonte originale: strategic-culture.org
Traduzione per comedonchisciotte a cura di ALESSIA

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Morto Chavez, Morales è nel mirino dei Globalizzatori

Com’è facile spingere la gente … Ma com’è difficile guidarla
(Rabindranath Tagore, 1861 – 1941)

L’agenda degli “illuminati” globalizzatori, il cui vero fine è stabilire un controllo assoluto sulle risorse natutrali del pianeta attraverso la lotta preventiva contro i leaders che osano sfidare questo processo difendendo gli interessi nazionali dei loro paesi, non ha mai riposo o intervallo.
E’ permanente, irreversibile, spietata ed essi utilizzano tutti i mezzi disponibili che vanno dai più rudimentali ai più sofisticati. Per più di 14 anni hanno fatto una guerra “nascosta” contro il governo bolilvariano di Hugo Chàvez, ma non hanno mutato le loro intenzioni neppure dopo la sua morte annunciata.
Ora è il turno del primo presidente aymara della Bolivia, Evo Morales, che ha osato dichiararsi “antimperialista” guidando il suo popolo verso uno Stato del Buon Vivere, realizzando cambiamenti sostanziali con nuovi impegni sulla qualità di vita e la protezione della natura.

Negli ultimi mesi la guerra mediatica contro Evo Morales e il suo governo si è intensificata; lo hanno definito comunista, dittatore, chavista, fidelista, individualista, egocentrico, anticlericale, narcisista, ecc. ecc. Ma c’è un elemento nuovo che consiste nel corrompere, confondere e sviare le basi tradizionali di appoggio alla gestione del presidente attraverso le Organizzazioni Non Governative (ONGs).

In realtà di tratta del riciclaggio della premessa del concetto di “democrazia controllata” elaborato e spiegato dal professore nordamericano William A. Douglas già nel 1972, nel suo libro “Developing Democracy” (Sviluppando la democrazia).
Per Douglas, la strada più sicura per mantenere l’egemonia nordamericana nel Terzo Mondo, e in questo caso in America Latina, è creare agenzie specializzate nordamericane per prendere il controllo, evitando che sia visibile, sulle organizzazioni di base perchè queste diventino strumenti per la promozione e l’imposizione degli interessi geopolitici e geoeconomici di Washington in ogni paese considerato importante per la sicurezza degli USA.

L’agitazione indigena contro un progetto di costruzione della strada Villa Tunari-San Ignacio de Moxos, che attraverserebbe il Territorio Indigeno Parco Nazionale Isiboro-Secure (TIPNIS) è uno dei casi dell’influenza delle ONGs nell’organizzazione delle nove marce contro il progetto e nella preparazione della decima, annunciata dal presidente della Confederazione dei Popoli Indigeni della Bolivia (CIDOB), Adolfo Chàvez.

Le ONGs REDD (finanziata dalla Svezia), il Fondo Verde (finanziato da Gran Bretagna, Norvegia, Australia e Messico) e altre 20 hanno partecipato attivamente a tutte queste marce.
Attualmente sono coinvolte in un progetto, questo sì davvero assurdo, tra le 64 comunità indigene degli yurakares, trinitorios, mojenos e chimanes, in totale circa 10.000 persone del TIPNIS, perchè il governo “riconosca il nostro diritto di ricevere il pagamento di compensazione per la mitigazione dei gas serra che effettuano i nostri territori”.
Si sa che il progetto di questa strada esiste dal 1765 e che nel 1826, durante il governo del maresciallo José Antonio de Sucre, fu emessa una legge per unire i dipartimenti del Beni e di Cochabamba attraverso una strada e che ciò è favorevole all’economia di entrambe le regioni oltre che al benessere degli abitanti del TIPNIS.
Si sa anche che la maggioranza dei popoli indigeni della zona si è pronunciata a favore della costruzione della strada e che il governo si è impegnato a fornire, martedì 2 aprile, il rapporto finale della consultazione dei popoli del TIPNIS.
La consultazione ha raggiunto 58 delle 69 comunità indigene, 11 hanno deciso di non partecipare. In totale sono 55 le comunità che appoggiano la costruzione della strada e 3 che sono contrarie.
Nonostante il voto della maggioranza, le marce della minoranza non finiscono, dato che esistono interessi di grandi corporations che utilizzano con frequenza le ONGs per ottenere l’accesso alle risorse naturali della Bolivia.

Ufficialmente nel paese stanno operando 399 ONGs e non si sa quante altre non registrate. Si sa anche che 22 di esse sono dietro alle marce indigene. Recentemente la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini ha avvertito che “dietro le marce degli indigeni dell’Oriente esiste un forte movimento politico per destabilizzare il governo”.

Sembra vi sia la consegna, da parte dei globalizzatori, di alterare la stabilità socio-economica della Bolivia per non permettere che Evo Morales vinca le prossime elezioni presidenziali, nell’aprile 2014.
Da dicembre dello scorso anno è cominciata una campagna orchestrata dall’opposizione, che denuncia l’alto grado di corruzione del governo nazionale.
Successivamente si è intensificato il processo di divisione tra le basi di appoggio di Evo Morales.
La cosa strana di tutto questo processo è la coincidenza degli interessi di destra e sinistra nel’attaccare il presidente utilizzando pretesti elaborati dall’opposizione dell’élite tradizionale boliviana.

I due gruppi non hanno risparmiato sforzi per denunciare l’”evonarcisismo” e la “megalomania” del presidente, col pretesto che 16 strutture pubbliche, tra aeroporti, stadi, scuole e centri culturali e sportivi portano il nome di Morales. Sia la sinistra che la destra lo accusano di vanità perchè ha ricevuto 20 lauree Honoris Causa concessegli da diverse università straniere.
Quello di cui i suoi detrattori non tengono conto che che è stato per volontà degli abitanti dei diversi luoghi mettere il nome del presidente alle opere, come ringraziamento per aver cercato di migliorare il livello di vita costantemente ignorato dalle precedenti autorità.

L’opposizione ha paralizzato la vita economica di Oruro per 40 giorni per il mero fatto che all’aeroporto locale, che il presidente ha fatto riattivare per il funzionamento normale, sia stato cambiato il nome, da Juan Mendoza a Evo Morales, per volontà dell’Assemblea Legislativa Dipartimentale.
Questa protesta è stata così abilmente diretta che nessuno ha tenuto conto del danno che è stato fatto all’economia del dipartimento di Oruro e delle perdite che si sono dovuti accollare i suoi abitanti. E, in questo contesto, i maestri trotskisti sono stati i più attivi nel destabilizzre il dipartimento, come se non esistessero altre forme di lotta contro ciò che si ritiene un’arbitrarietà o un’ingiustizia storica.

Sorprendentemente anche vari gruppi di dirigenti minatori guidati dal segretario esecutivo della Centrale Operaia Dipartimentale (COD) di Oruro, un’organizzazione storicamente conosciuta come rivoluzionaria, si sono alleati con la destra razzista in questo sciopero. I minatori di Huanuni si sono dimenticati che, per la prima volta nella loro storia, i loro salati, grazie alla gestione dell’attuale governo di Bolivia, hanno raggiunto i 30.000 boliviani al mese.

Ma la storia non finisce qui. Appena la situazione ad Oruro si era tranquillizzata, i contadini della provincia di Manco Kapac hanno bloccato la strada Tiquina-Copacabana proprio all’inizio della Settimana Santa, in cui migliaia di credenti prendono questa via per venerare la vergine di Copacabana. I promotori dell’azione propongono un referendum per determinare la costruzione di un ponte sullo stretto di Tiquina rifiutando il dialogo con il governo.
Neppure la Confederazione Operaia Boliviana (COB), di orientamento trotskista, è rimasta indietro in questa lotta contro Evo Morales, decidendo di costruire il Partito dei Lavoratori. Il proposito di questa creazione è opporsi a Evo Morales nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2014 e la parola d’ordine del nuovo partito è “Trema, Evo! Siamo minatori”. Ma alla COB sono affiliati 6.186 minatori appartenenti al settore statale, mentre 112.000 lavoratori del ramo appartengono al settore cooperativo minerario e non hanno nulla a che vedere con la COB.

Neppure la Chiesa cattolica ha simpatia per Evo Morales. Come in Venezuela, Ecuador, Nicaragua e Argentina, questa istituzione religiosa si è opposta ai programmi sociali che favorivano i poveri.
Durante il secondo tentatvvo di colpo di stato nel giugno dell’anno scorso (il primo ha avuto luogo nell’aprile 2009), la Chiesa cattolica ha benedetto i disordini messi in atto dalla polizia.

Secondo il presidente, “in Bolivia ci sono nuovi nemici. Non più soltanto la stampa di destra ma gruppi della Chiesa Cattolica, i gerarchi della Chiesa cattolica che sono nemici della trasformazione pacifica della Bolivia”.
Non ci si aspetta che con il nuovo papa Francesco le relazioni tra Evo Morales e la chiesa abbiano occasione di migliorare, a causa delle tensioni che il governo attuale ha sempre avuto con la “Agenzia di Notizie FIDES”, un organo di stampa gesuita.
Secondo Evo Morales, “Quando il popolo è rovinato dallo Stato coloniale, la Chiesa cattolica non appare per salvarlo. Quando il popolo mette all’angolo lo Stato coloniale, lì appare il padre, pregando con i dirigenti, con i mediatori. Ma quando il popolo è sconfitto dallo Stato, non c’è Chiesa”.

Neppure gli Stati Uniti perdonano ad Evo Morales l’espulsione delle loro agenzie USAID (Agenzia di Aiuto Esterno) e DEA (Agenzia di Lotta Antidroga) per spionaggio e tentativo di destabilizzare il paese, insieme all’ambasciatore nordamerica Philip Goldberg per aver istigato le proteste violente contro il Governo boliviano. Tutto questo spiega perchè il Dipartimento di Stato ha scritto, per quattro anni consecutivi nei suoi rapporti annuali, che la Bolivia “ha fallito manifestamente” nella lotta al narcotraffico, e questo nonostante le statistiche diverse che le autità del paese hanno mostrato in questi anni.
Sicuramente, se Evo Morales avesse accettato il ritorno della DEA, i risultati dei rapporti arebbero stati più positivi per la Bolivia. Ma la storia conserva la statistica che mostra, nel periodo 1985-1990 con la presenza della DEA, che le piantagioni di coca aumentarono da 35.000 ettari a 75.000. Ma questa è farina di un altro sacco.

Intanto, nonostante tutte le difficoltà, i sabotaggi, gli sioperi e le marce, la Bolivia prosegue il suo corso verso uno Stato del Buon Vivere.
Recentemente, nella celebrazione del 18° anniversario della creazione del partito Movimento al Socialismo (MAS), Evo Morales ha detto che continuerà “combattendo il capitalismo, l’imperialismo e il neoliberismo”. Ha anche sottolineato che “ora abbiamo la Patria, abbiamo recuperato la Patria per i boliviani”.
E in questa Patria, secondo il vice-presidente Alvaro Garcìa Linera, “sempre meno boliviani e, in tempi brevi, nessun boliviano, se ne andranno a dormire affamati perchè qui stiamo distribuendo la ricchezza, quello che apprtiene a tutti per favorire i più poveri, i più umili, quelli che hanno più bisogno”.

Se il drammaturgo nordamericano Arthur Miller avesse visto il processo boliviano, cominciato da Evo Morales, avrebbe certo pronunciato la sua famosa frase: “ci sono ruote che muovono ruote in questo popolo e fuochi che nutrono fuochi”. Speriamo che questi fuochi siano positivi per il loro popolo e che nessun vento del Nord possa spegnerli.

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=9507

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Il delfino di Chavez batte Capriles in volata con solo il 50,66% dei voti

06:00 – Nicolas Maduro, delfino di Hugo Chavez e candidato “chavista”, ha vinto le elezioni presidenziali in Venezuela. Quella di Maduro è stata un’affermazione sul filo di lana: ha infatti ottenuto il 50,66% dei voti, contro il 49,07% ottenuto dal candidato oppositore Henrique Capriles. Lo ha annunciato la presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Tibisay Lucena.

Lucena ha precisato che questo risultato è stato ottenuto in base allo scrutinio del 99,12% dei voti, dopo una giornata elettorale nella quale si è registrata un’affluenza del 78,71%.
Lo scorso 7 ottobre Hugo Chavez aveva battuto lo stesso Capriles con il 55,07% contro il 44,31% dei voti, con una affluenza record dell’80,56% (+8%).

Capriles non ci sta: “Voglio la verifica dei voti” – La contesa elettorale per le presidenziali sembra tutt’altro che conclusa. Il candidato oppositore Henrique Capriles ha annunciato che non riconoscerà la vittoria di Nicolas Maduro finché “non sarà verificato il 100% dei voti”. “Lo sconfitto oggi è lei” ha detto Capriles rivolgendosi al presidente eletto, spiegando di disporre di “un risultato differente a quello annunciato oggi”.
Capriles ha risposto con durezza a Maduro, che nel suo primo discorso dopo l’annuncio dei risultati ha detto che il leader dell’opposizione lo aveva chiamato per offrirgli un patto politico: “Io non patteggio con la menzogna e con la corruzione”, ha detto il candidato della Mud. Capriles ha promesso di consegnare alla stampa internazionale l’informazione raccolta dai suoi militanti riguardo a “3.200 incidenze”registratesi durante la giornata elettorale, che motiverebbero la “necessità di un controllo voto a voto”.

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La vittoria è solo di misura, col 50,66 per cento contro il 49,07 dell’avversario, e anche al di là delle diatribe sugli ipotetici brogli elettorali si presta a interpretazioni opposte.

La prima è positiva: sia pure con difficoltà, il chavismo sopravvive alla scomparsa, assai prematura, del suo leader carismatico. A partire dall’ascendente personale di Chavez, si è formato un seguito massiccio, che in parte potrà anche essere dovuto all’esercizio del potere ma che in una parte molto più consistente poggia sulla diffusione/condivisione delle idee della Rivoluzione bolivariana. Che però, proprio in quanto rivoluzione a tutto campo, nel senso non solo economico ma culturale, esige tempi lunghi per radicarsi appieno nella coscienza collettiva.

La seconda lettura, invece, potrebbe vedere nella risicata prevalenza di Maduro il segnale di un’inversione di tendenza. Che è ormai avviata e che è destinata ad accentuarsi. Visto che l’arretramento è cospicuo, rispetto alle Presidenziali dell’ottobre 2012 che furono vinte in maniera assai più netta da Chavez, è infatti legittimo chiedersi quale autorità possa avere il neo presidente. Sia nei confronti del suo partito, sia agli occhi del resto della società venezuelana. Per non parlare, poi, delle controparti internazionali, da quelle ostili che hanno il proprio capofila negli Usa a quelle, soprattutto latinoamericane, che sono a loro volta in cerca di una propria autonomia dal modello liberista occidentale.

Quello che è certo, però, è che d’ora in poi il chavismo dovrà dare fondo alle sue energie migliori. Al posto della straordinaria suggestione di un solo uomo, andranno dispiegati numerosissimi, “ordinari”, solidi, fattori di convinzione. Al posto di un’economia basata solo sugli introiti connessi al petrolio, un tessuto di imprese produttive che incrementi l’occupazione e attenui la dipendenza dalle importazioni.

L’eredità di Chavez – la grande eredità di Chavez – darà frutto soltanto se sarà proiettata nel futuro. Lo slogan che è stato scandito in queste elezioni, «La lucha sigue», è quello giusto: la lotta prosegue, deve proseguire, ma per riuscirci bisogna guardare in avanti.

Fonte: http://www.ilribelle.com

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Carotenuto – Venezuela, la destra torna golpista?

Mentre tutte le organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea all’Unasur a Mercosur, certificano la correttezza del risultato elettorale venezuelano e Nicolás Maduro riceve le felicitazioni anche di governi di destra, come quello cileno o quello messicano, la civilizzazione della destra venezuelana, un processo lungo dieci anni, va a gambe all’aria e apre uno scenario nuovamente eversivo con decine di episodi di violenza.

Capriles ha atteso la notte per invitare i suoi alla calma dopo aver gettato benzina sul fuoco per tutto il giorno con dichiarazioni di crescente gravità e già si prepara la giornata campale di domani quando tutte le destre marceranno alla sede del Consiglio Nazionale Elettorale per protestare contro il risultato elettorale. Le classi agiate sono tornate a manifestare nella piazza Altamira, simbolo della destabilizzazione nel primo lustro dell’era Chávez. Manifestano con un cacerolazo, battendo pentole che mai per loro sono state vuote. Intanto sono segnalati decine di atti di violenza contro media pubblici (per i quali né la SIP né Pigì Battista si scandalizzeranno), contro sedi del PSUV (almeno tre sono state bruciate), soprattutto contro poliambulatori pubblici (i CDI) a caccia di medici cubani ai quali fino a ieri Capriles stesso (che nel 2002 durante il golpe guidò l’assalto all’ambasciata dell’Avana) prometteva la cittadinanza e che oggi vengono dai suoi minacciati di morte. Dopo avere per anni finto di farsi piacere il sistema sanitario pubblico messo in piedi da Chávez con l’appoggio solidale di Cuba, anche perché per aumentare il proprio consenso verso classi non benestanti, la permanenza del sistema sanitario pubblico e gratuito garantito dai cubani era essenziale, ecco che l’odio malcelato della destra per i diritti fondamentali, torna a sgorgare spontaneo.

Per qualcuno il quadro di contrapposizione frontale è desiderabile, chiarificatorio, militante, rivoluzionario. Per chi scrive il clima di scontro permanente impedisce il continuare la crescita riformatrice intrapresa certosinamente negli anni di Chávez e l’affrontare mali storici ancora da intaccare. Il nemico alle porte potrebbe essere il pretesto per non fare i conti, dall’interno del processo rivoluzionario, su lassismo, inefficienza, corruzione. È desiderabile -per tutti- che la destra venezuelana, sbollita la rabbia per la sconfitta di misura, accetti il risultato attestato da tutte le entità di osservazione e permanga nel solco della legalità e delle basi costituenti partecipative della V Repubblica. Altrimenti sarà evidente per tutti (gli intellettualmente onesti, ovvio) che quella maschera del Capriles progressista, autonominato erede politico di Lula da Silva, fosse pura propaganda decisa da qualche spin doctor illusionista sbarcato dal Nord.

I risultati definitivi indicano che la vittoria di Nicolás Maduro è stata legittima e chiara, con una differenza di 235.000 voti, oltre il doppio -per capirci- della differenza tra centro-destra e centro-sinistra in Italia, circa il quintuplo considerando il differente numero di votanti. Come chi scrive ha più volte rilevato i sondaggi di entrambe le parti erano fasulli, inservibili prima e tanto più inservibili ora per fare valutazioni sul voto. Il pensare in un trionfale travaso di voti da Chávez a Maduro si è poi rivelato una pericolosa illusione alla quale in molti hanno credito con irresponsabile superficialità. Da oggi Maduro, che ha davanti non sei ma tre anni per convincere i venezuelani, dovrà scegliere, innovare, governare, trasformare, oppure perire nell’imitazione del grande dirigente del quale si dichiara figlio.

C’è un dato infatti che non può essere eluso da nessun osservatore. Rispetto all’ottobre 2012, quando il fuoriclasse Hugo Chávez aveva vinto di 1.6 milioni di voti, Capriles ha guadagnato 680.000 voti e il candidato del PSUV ne ha persi 685.000, uno ogni undici. È un travaso di voti perfetto in un sistema rigidamente bipolare. Anche considerando altri flussi minori tra voto e astensione possiamo affermare che almeno mezzo milione di elettori che avevano votato Chávez in ottobre hanno dato questa volta credito all’opposizione. Li ha persi Maduro, che ha scelto di appiattirsi sulla continuità oppure è il PSUV (forse il parto più difficile e sofferto dell’era Chávez) senza il leader storico è già in crisi di legittimità? Li ha guadagnati il Capriles che si atteggiava a progressista e potrebbe già riperderli riprendendo in queste ore il volto della destra rancida, nemica dei diritti ed eversiva? O infine lo spostamento, comunque di pochi punti percentuali, è un fatto non sostanziale in un contesto da sempre polarizzato? In Venezuela si fa politica, ed è un bene prezioso.

Gennaro Carotenuto
Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/
16.04.2013

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VENEZUELA: CRISI ISTITUZIONALE O SOLO “CACEROLAZOS”?

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI VALERIE LARES MARTIZ
http://www.eltiempo.com

LA VOCE DELL’OPPOSIZIONE VISTA DALLA COLOMBIA :

Capriles rifiuta di riconoscere la vittoria di Maduro, che è stato proclamato presidente eletto.

In un clima di tensione per le chiusure di strade, decine le proteste di gente che batteva pentole e coperchi, malgrado la richiesta di un riconteggio avanzata dal candidato dell’opposizione Henrique Capriles, lunedì alle 16:30 ora locale, sia stata accettata dal Consiglio Nazionale Elettorale ( CNE), che però ha proclamato ufficialmente Nicolas Maduro nuovo Presidente del Venezuela. (Analisi : Maduro e il nuovo pragmatismo venezuelano)

Al momento della proclamazione, Tibisay Lucena, responsabile del CNE, ha dichiarato che Maduro ha vinto con 7.563.747 voti contro 7.298.491, una differenza di solo 265.256 voti. In termini percentuali, l’erede di Chavez ha ottenuto il 50,75%, mentre l’opposizione ha preso il 48,97% una differenza dell’ 1,78%.

Dal mattino, centinaia di persone si sono mobilitate a Caracas, Barquisimeto, Anzoategui e in altre città per chiedere il conteggio del cento per cento dei voti in tutti i seggi elettorali, come richiesto dal candidato Capriles domenica sera e dal rettore del CNE, Vicente Diaz.

La mozione è stata sostenuta pubblicamente da Maduro nel primo discorso tenuto dopo aver conosciuto i risultati, quindi ci si aspettava che l’annuncio fosse rimandato alla fine del riconteggio dei voti, una volta dissipato qualsiasi dubbio dell’opposizione sul margine ristretto di voti con cui Maduro ha riportato la vittoria. Ma il consiglio elettorale del CNE ha proceduto subito alla proclamazione senza attendere la verifica delle schede votate.

Prevedendo questo comportamento, Capriles aveva messo subito pressione sulle istituzioni richiedendo il riconteggio immediato e attivando meccanismi di protesta popolare “perché crediamo che abbiamo vinto noi le elezioni, come lo crede anche l’altra parte. Abbiamo il diritto quindi di chiedere di contare i voti. ”

“Che cosa stanno nascondendo? Perché si sta affrettando la proclamazione “ ha rimprovato e ammonito Capriles:” Se stasera si procede alla proclamazione del candidato ufficiale, voglio ricordare che Maduro aveva già accettato di ricontare i voti quindi, proclamando il Presidente oggi, si proclama un presidente illegittimo, spurio “.

Capriles ha ordinato mobilitazioni sotto le sedi elettorali del Consiglio inogni stato ” restiamo calmi, ma con fermezza,” ed esigiamo il riconteggio, poi domani, con lo stesso obiettivo, si farà una marcia fino alla sede del CNE di Caracas.

Ha anche denunciato che diversi soldati sarebbero stati arrestati per aver contratiato il compimento di reati come il furto di materiale elettorale o l’aver rilevato irregolarità nei seggi. Ha anche presentato 200 denunce al CNE per violazione del silenzio elettorale del giorno prima delle elezioni ed ha raccolto 3.000 segnalazioni di irregolarità avvenute nel giorno stesso delle elezioni, come impedimento a testimoni di partecipare alle revisioni, intimidazione a elettori e segretari di seggio che contestavano la scomparsa di materiale elettorale.

“I risultati in democrazia non sono il prodotto del consenso, sono il prodotto delle volontà” ha dichiarato Lucena durante la proclamazione.

Circondato dai membri del Gabinetto e delle Istituzioni Pubbliche, Maduro ha ricevuto le credenziali come Presidente Eletto, mentre si sentiva arrivare un gran clamore da fuori per i Cacerolazos e per i cornetazos che sbattevano in tutta Caracas. La gente sui balconi gridava “truffa, truffa, ” e faceva scoppiare petardi.

Scontri nelle strade

Nelle strade sono stati segnalati scontri tra oppositori e picchetti di polizia che ha sparato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. A Barquisimeto sembra ci siano stati diversi feriti, tra cui due fotoreporter, colpiti da proiettili di gomma.
Maduro, poco dopo la sua proclamazione, ha dichiarato: “Io sono il figlio di Chavez, sono chavista sono il primo Presidente Chavista, dopo Hugo Chavez e raccoglierò la sua eredità per proteggere gli umili, i poveri, per curare l’indipendenza della patria occupandomi del bene del paese, per costruire il socialismo. “ E ha invitato i suoi seguaci a non cadere nella trappola della violenza, perché a suo parere, “Il nostro è il progetto giusto.” ( Maduro dice che il Presidente dovrà farsi conoscere dal popolo
Ha denunciato che l’opposizione sta cercando di mettere in atto un colpo di stato: “Chi cerca di minare la democrazia della maggioranza, o che sta invocando un colpo di stato, io lo denuncio e denuncio anche che in Venezuela si sta tentando di disconoscere le istituzioni democratiche “.

Un avvertimento alla Spagna

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García-Margallo, per un rapido riconteggio dei voti ha spinto Maduro a far richiamare, lunedì stesso, l’ambasciatore venezuelano a Madrid, Bernardo Alvarez, per consultazioni. Il Presidente eletto ha detto di sperare che la Spagna rettifichi la sua posizione, perché altrimenti potranno essere presi provvedimenti “esemplari”, anche in campo economico. “Che si chiedano in Spagna, come se la passano le imprese spagnole in Venezuela? Attenta Spagna! “

I governi amici riconoscono il trionfo

I Governi latino-americani che eran più vicini al compianto Presidente venezuelano Hugo Chavez, come Cuba, Ecuador, Bolivia, Nicaragua, Brasile e Argentina sono stati i primi a congratularsi con il suo successore, Nicolas Maduro, per la vittoria elettorale, non ancora riconosciuta dall’opposizione.
Ma anche Russia e Cina si sono affrettate a inviare le loro congratulazioni a Maduro, mentre alcuni governi europei, come Spagna, Francia e Regno Unito, hanno reagito con cautela e hanno esortato ad evitare una polarizzazione del paese.
Il presidente di Cuba, Raul Castro, ha ratificato “solidarietà e impegno” del suo paese con il Presidente eletto del Venezuela e si è congratulato con lui per il ” trascendente trionfo “.
Da quando si insediò Chavez, l’isola riceve 100.000 barili di greggio venezuelano al giorno che vengono pagati con le prestazioni di 45.000 tecnici cubani che vengono impiegati in diversi settori pubblici .
Da parte sua, il segretario generale dell’OSA, José Miguel Insulza, si è congratulato con il popolo venezuelano per il civismo dimostrato il giorno delle elezioni e ha espresso “il suo sostegno per lo svolgimento di una verifica e di un riconteggio dei voti”.
Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha detto che gli Stati Uniti ritengono “necessario” e “prudente” Il conteggio dei voti, visto lo”stretto margine” della vittoria riportata da Nicolas Maduro.

La Colombia accoglie e sostiene l’auditoria

Prima della proclamazione di Maduro, la Colombia, per mezzo della Cancelleria del Ministero degli Esteri, si è congratulata con Nicolas Maduro per la sua elezione e ha accolto con favore la volontà del governo e dell’opposizione ad una audit “che contribuisca a dare tranquillità al paese e permetta una lettura autenticata dei risultati del voto”.
Allo stesso modo, l’ex Presidente Andrés Pastrana ha chiesto al presidente Juan Manuel Santos di non pronunciarsi “fino a quando il conteggio non avrà rivelato la verità.”

Valentina Lares Martiz
Fonte:http://www.eltiempo.com/
Link :http://www.eltiempo.com/mundo/latinoamerica/crisis-en-venezuela-tras-elecciones-presidenciales_12743893-4
15.04.2013

Scelto e tradotto Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org da Bosque Primario

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Di religione cattolica, Capriles è figlio di Henrique Capriles García, uomo d’affari di ascendenze ebraiche sefardite, e di Mónica Cristina Radonski Bochenek, ebrea aschenazita, discendente di una famiglia giudaica russo-polacca sopravvissuta all’olocausto. Citazione da Wikipedia

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Di religione cattolica, Capriles è figlio di Henrique Capriles García, uomo d’affari di ascendenze ebraiche sefardite, e di Mónica Cristina Radonski Bochenek, ebrea aschenazita, discendente di una famiglia giudaica russo-polacca sopravvissuta all’olocausto. Citazione da Wikipedia

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Mentre tutte le organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea all’Unasur a Mercosur, certificano la correttezza del risultato elettorale venezuelano e Nicolás Maduro riceve le felicitazioni anche di governi di destra, come quello cileno o quello messicano, la civilizzazione della destra venezuelana, un processo lungo dieci anni, va a gambe all’aria e apre uno scenario nuovamente eversivo con decine di episodi di violenza.

Capriles ha atteso la notte per invitare i suoi alla calma dopo aver gettato benzina sul fuoco per tutto il giorno con dichiarazioni di crescente gravità e già si prepara la giornata campale di domani quando tutte le destre marceranno alla sede del Consiglio Nazionale Elettorale per protestare contro il risultato elettorale. Le classi agiate sono tornate a manifestare nella piazza Altamira, simbolo della destabilizzazione nel primo lustro dell’era Chávez. Manifestano con un cacerolazo, battendo pentole che mai per loro sono state vuote. Intanto sono segnalati decine di atti di violenza contro media pubblici (per i quali né la SIP né Pigì Battista si scandalizzeranno), contro sedi del PSUV (almeno tre sono state bruciate), soprattutto contro poliambulatori pubblici (i CDI) a caccia di medici cubani ai quali fino a ieri Capriles stesso (che nel 2002 durante il golpe guidò l’assalto all’ambasciata dell’Avana) prometteva la cittadinanza e che oggi vengono dai suoi minacciati di morte. Dopo avere per anni finto di farsi piacere il sistema sanitario pubblico messo in piedi da Chávez con l’appoggio solidale di Cuba, anche perché per aumentare il proprio consenso verso classi non benestanti, la permanenza del sistema sanitario pubblico e gratuito garantito dai cubani era essenziale, ecco che l’odio malcelato della destra per i diritti fondamentali, torna a sgorgare spontaneo.

Per qualcuno il quadro di contrapposizione frontale è desiderabile, chiarificatorio, militante, rivoluzionario. Per chi scrive il clima di scontro permanente impedisce il continuare la crescita riformatrice intrapresa certosinamente negli anni di Chávez e l’affrontare mali storici ancora da intaccare. Il nemico alle porte potrebbe essere il pretesto per non fare i conti, dall’interno del processo rivoluzionario, su lassismo, inefficienza, corruzione. È desiderabile -per tutti- che la destra venezuelana, sbollita la rabbia per la sconfitta di misura, accetti il risultato attestato da tutte le entità di osservazione e permanga nel solco della legalità e delle basi costituenti partecipative della V Repubblica. Altrimenti sarà evidente per tutti (gli intellettualmente onesti, ovvio) che quella maschera del Capriles progressista, autonominato erede politico di Lula da Silva, fosse pura propaganda decisa da qualche spin doctor illusionista sbarcato dal Nord.

I risultati definitivi indicano che la vittoria di Nicolás Maduro è stata legittima e chiara, con una differenza di 235.000 voti, oltre il doppio -per capirci- della differenza tra centro-destra e centro-sinistra in Italia, circa il quintuplo considerando il differente numero di votanti. Come chi scrive ha più volte rilevato i sondaggi di entrambe le parti erano fasulli, inservibili prima e tanto più inservibili ora per fare valutazioni sul voto. Il pensare in un trionfale travaso di voti da Chávez a Maduro si è poi rivelato una pericolosa illusione alla quale in molti hanno credito con irresponsabile superficialità. Da oggi Maduro, che ha davanti non sei ma tre anni per convincere i venezuelani, dovrà scegliere, innovare, governare, trasformare, oppure perire nell’imitazione del grande dirigente del quale si dichiara figlio.

C’è un dato infatti che non può essere eluso da nessun osservatore. Rispetto all’ottobre 2012, quando il fuoriclasse Hugo Chávez aveva vinto di 1.6 milioni di voti, Capriles ha guadagnato 680.000 voti e il candidato del PSUV ne ha persi 685.000, uno ogni undici. È un travaso di voti perfetto in un sistema rigidamente bipolare. Anche considerando altri flussi minori tra voto e astensione possiamo affermare che almeno mezzo milione di elettori che avevano votato Chávez in ottobre hanno dato questa volta credito all’opposizione. Li ha persi Maduro, che ha scelto di appiattirsi sulla continuità oppure è il PSUV (forse il parto più difficile e sofferto dell’era Chávez) senza il leader storico è già in crisi di legittimità? Li ha guadagnati il Capriles che si atteggiava a progressista e potrebbe già riperderli riprendendo in queste ore il volto della destra rancida, nemica dei diritti ed eversiva? O infine lo spostamento, comunque di pochi punti percentuali, è un fatto non sostanziale in un contesto da sempre polarizzato? In Venezuela si fa politica, ed è un bene prezioso.

Gennaro Carotenuto
Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/
16.04.2013

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Il fatto è che una rivoluzione, DA SOLA, non scoppia ( la Grecia ne è oggi la dimostrazione più lampante ).
La “rivoluzione proletaria” teorizzata da Marx quindi, oltre che essere una BALLA COLOSSALE, è potenzialmente pericolosa in quanto: 1) dovrebbe servirsi di quella stessa borghesia e capitale che intende abbattere 2) andrebbe ad instaurare una nuova classe egemone, di fatto tradendo ogni ideale. MARX E’ UNA FREGATURA, OK !?, in quanto non teorizza un modello alternativo a quello capitalistico-borghese.
Vedasi quanto successo in ogni paese “comunista”, vedi quanto successo ieri nell’ est, oggi in sudamerica, ecc ecc … SONO SPARITE LE CLASSI, E’ SPARITO IL CAPITALISMO ??? Par minga … !!!
Hai voglia quindi ad aspettare la “dittatura del proletariato” e la successiva “dissoluzione delle classi” … qui mi sa che di dittature, gira e rigira, c’è sempre e solo quella del capitale.
MENO SBALLATA, perlomeno sulla carta, sarebbe l’ ipotesi anarco-comunista, ma anche quella prevede il passaggio da una fantomatica ed irrealizzabile rivoluzione …
Il fatto è che questa “rivoluzione”, A MIO VEDERE, è GIA’ IN ATTO, ed è proprio quella che stanno effettuando i cattivissimi “banchieri” ( o mercati, o pluto-massoni, o come li si voglia chiamare ) …
Togli dai piedi il Capitale, togli dai piedi lo Stato-Nazione ( strumento del vettore borghese ) … et voilà: Proudhon, Bakunin ! … ( Grillo ? )
Risposta

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Scambio reciproco di accuse e responsabilità tra oppositori e chavisti per gli scontri, seguiti al voto contestato, in cui sono morte sette persone. Un centinaio gli arrestati per le violenze

19:40 – Almeno sette persone sono morte e 61 sono rimaste ferite negli scontri verificatisi a Caracas tra oppositori e chavisti. Lo rendono noto fonti ufficiali. I sostenitori dello sconfitto Henrique Capriles non accettano l’elezione di ieri di Nicolas Maduro alla presidenza del Venezuela e sono scesi in piazza. Maduro ha subito accusato l’avversario di progettare un colpo di stato. Dopo il voto, 135 persone sono state arrestate per violenze.

E’ in realtà scambio di accuse per le violenze: Capriles e Maduro hanno entrambi accusato il fronte opposto di essere responsabile degli scontri che hanno causato i morti dopo l’annuncio del risultato delle elezioni di domenica. “L’illegittimo (Maduro) e il suo governo hanno ordinato queste violenze, per evitare il riconteggio dei voti! Loro sono i responsabili”, ha scritto Capriles sulla suo profilo Twitter.

In un altro messaggio, il leader dell’opposizione ha detto: “Per quelli che stanno con me: il vostro cammino è la pace. Quelli che vogliono la violenza stiano ben lontani da noi!”. Poche ore prima Maduro aveva puntato il dito contro l’opposizione “fascista”, responsabile, secondo lui delle violenze. Il presidente venezuelano ha poi annunciato che “non permetterà” la manifestazione di protesta convocata per domani a Caracas da Capriles.

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Il dopo Chavez visto da Ignacio Ramonet (intervista)

Secondo il giornalista, autore dell’ultima biografia del «comandante bolivariano», il «proceso» andrà avanti anche senza il suo leader «Ora per il Venezuela si apre una nuova fase», dice al manifesto Ignacio Ramonet. Ex direttore di Le Monde diplomatique, profondo conoscitore dell’America latina, Ramonet è autore di una biografia di Hugo Chávez, che uscirà a breve in Venezuela per la casa editrice Vadell Hermanos e che il Diplo in uscita oggi con il nostro giornale anticipa nel dossier dedicato alla morte del leader venezuelano, scomparso il 5 marzo.

Che momento sta attraversando il Venezuela?

La scomparsa di un leader della statura di Hugo Chávez ha pesato, e molto. Non si può far finta che non sia successo niente. Il proceso deve andare avanti da solo: senza colui che è stato il fondatore della V Repubblica, del Partito socialista unito del Venezuela, il partito dominante, e che ha messo in moto tutta la dinamica teorico-politica del Socialismo del XXI secolo. Ora Maduro e la nuova leadership devono affrontare alcune sfide fondamentali.

Quali?

Prima di tutto, mantenere l’unità interna. Quando Chávez, dopo aver studiato le rivolte militari in Venezuela arriva alla convinzione che sia possibile prendere il potere per sconfiggere la povertà endemica che affligge il suo paese, lo fa basandosi su una idea-forza, quella dell’unione civico-militare. Costruisce un’alleanza tra le forze armate e le organizzazioni politiche di sinistra. Un’alleanza che non ha funzionato in nessun’altra parte salvo qui. L’alleanza civico-militare è una costruzione originale che ora si tratta di mantenere e vedremo in che modo funzionerà. La seconda sfida riguarda il piano economico. In questi anni, con Chávez si è cercato di costruire altre fonti di entrata per un paese rentistico che dipende prevalentemente dal petrolio e che sta cercando di sviluppare l’industria, la sovranità alimentare… e che in questo deve vedersela con gli interessi avversi del grande capitale all’interno e a livello internazionale.

Potrà farcela Maduro in questa situazione?

Nicolas Maduro possiede sia la competenza che le qualità umane e politiche adatte. Ha proposto alcuni punti importanti che approfondiscono le linee di indirizzo contenute nel Plan de la Patria, come le 3 nuove missioni. Ha soprattutto rotto alcuni tabù facendo un discorso molto chiaro, senza estremismi o demagogia. Il primo riguarda l’insicurezza, un tema molto sensibile per la popolazione, utilizzato in modo strumentale dall’opposizione. Ottenere successi in questo campo renderà più solida e ampia la rivoluzione. Un altro punto importante riguarda la lotta alla corruzione, una piaga che noi conosciamo bene: in Francia, in Spagna, in Italia. Un problema che, in un paese come il Venezuela, dove circola molto denaro per via della rendita petrolifera, viene da lontano. Questa rivoluzione che ha distribuito gran parte della rendita per ridurre le disuguaglianze si caratterizza però anche come una grande sfida sul piano etico, morale. C’è quindi una contraddizione ancora più stridente tra corruzione e rivoluzione, prendere di petto il problema non può che rendere più forte la credibilità del proceso. Maduro ne ha fatto un obiettivo prioritario per ridare fiducia alla popolazione nel gruppo che la dirige.

L’opposizione ha però capitalizzato meglio questi temi. Ce la farà questa “rivoluzione” senza il suo leader storico?

Su alcuni cambiamenti strutturali il popolo non vuole tornare indietro, questo lo sa anche l’opposizione. Quelle del socialismo bolivariano sono sfide prospettiche, però, come diceva Chávez citando Victor Hugo: «C’è una cosa più potente di tutti gli eserciti del mondo: è l’idea la cui ora è scoccata».

Geraldina Colotti
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
16.04.2013

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Bolivia, Morales: gli USA pianificano golpe in Venezuela

La Paz – Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha accusato gli Stati Uniti di progettare un colpo di stato in Venezuela, definendo il “scetticismo espresso” da Washington sulla veridicita’ delle presidenziali venezuelane che hanno visto il trionfo di Nicolas Maduro, il vice del defunto leader Hugo Chavez.

Lo ha detto ieri durante una conferenza stampa a La Paz. Sull’esito delle elezioni in Venezuela, e’ intervenuto il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, sostenendo che una verifica del voto sarebbe, “un passo necessario, prudente e importante”. Secondo Morales invece, la presa di posizione americana costituisce “una flagrante interferenza negli affari di un paese sovrano e un attacco contro la democrazia venezuelana. E’ diventata ormai un’abitudine per gli Usa mettere in discussione l’esito delle elezioni politiche in tutto il mondo, quando il risultato non sia in linea con quella di Washington. Sono certo che dietro a queste osservazioni, c’e’ un progetto da parte degli Stati Uniti per metere in un colpo di stato in Venezuela”, ha aggiunto Morales, il quale Morales ha anche confermato che partecipera’ alla cerimonia di investitura di Maduro, prevista venerdi’, a cui prenderanno parte anche il capo di stato iraniano Mahmud Ahmadineyad, l’argentina Cristina Fernandez e il nicaraguense Daniel Ortega.

Maduro ha vinto le elezioni presidenziali di domenica con il 50,66% dei voti contro il 49,07% del candidato dell’opposizione, il filo-americano Henrique Capriles, che si e’ rifiutato di riconoscere la vittoria del vice di Chavez e ha chiesto che le schede di voto delle elezioni presidenziali siano ricontate. Durante le violenze post-elettorali nel paese sono morte sette morte e altre 61 feriti. Ci sono anche 135 arresti in diversi episodi accaduti in altrettante zone del paese.

http://italian.irib.ir/notizie/politica5/item/124307-bolivia,-morales-gli-usa-pianificano-un-golpe-venezuela

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Venezuela, l’Ue riconosce Maduro

Capriles non molla e chiede ancora il riconteggio dei voti.

(di Martino Rigacci)

Tensione sempre alta e occhi puntati sulle piazze a Caracas, dopo i morti e i feriti del 16 aprile e le accuse incrociate tra chavisti e oppositori. Con un’eccezione rilevante, quella degli Usa, il presidente proclamato Nicolas Maduro ha incassato il via libera di Ue, Francia e Spagna che, come avevano già fatto Brasile, Argentina e i vecchi alleati del ‘socialismo bolivariano’, tra i quali Iran e Russia, hanno riconosciuto la legittimità della sua elezione.

Il rivale di Maduro alle elezioni di domenica 14 aprile, Henrique Capriles, non demorde e continua comunque a sostenere che è necessario ricontare i voti.

CAPRILES PENSA ALL’IMPUGNAZIONE. Il leader dell’opposizione intende presentare presso l’autorità elettorale a Caracas l’impugnazione del risultato delle presidenziali, sulla base di una serie di «irregolarità» che in un modo o in un altro riguardano circa 1 milione di voti.
Il tribunale supremo della giustizia ha però escluso tale possibilità. A precisarlo è stata la presidente Luisa Morales, ricordando che «il nostro sistema elettorale è automatizzato» e che «il conteggio manuale non esiste».

A conferma della confusione e del nervosismo politico, c’è d’altra parte il monito lanciato dal dirigente oppositore Leopoldo Lopez, secondo il quale sia lui sia Capriles potrebbero essere arrestati: l’ordine, ha affermato, potrebbe arrivare da qualche tribunale vicino al potere ‘chavista’.

WASHINGTON CONTRO MADURO. Sulla sua richiesta del riconteggio, Capriles ha comunque il sostegno di Washington: il segretario di Stato, John Kerry, si è infatti detto indeciso se riconoscere o meno Maduro quale presidente. «Dipenderà dall’esito della verifica sul voto».

Anche la Chiesa venezuelana si è pronunciata. La Conferenza episcopale di Caracas ha precisato in una nota che se l’auditing dei voti fosse accettato da Maduro, ciò porterebbe serenità al Paese. Il delfino di Chavez è comunque riuscito a far spostare la bilancia di diversi Paesi dalla sua parte.

La Spagna, con la quale Caracas ha un rapporto a dir poco teso, ha detto di considerare chiusa la crisi diplomatica bilaterale, e di riconoscere la vittoria elettorale di Maduro. Il quale ha subito risposto, giudicando «eccellente» l’atteggiamento di Madrid.

ANCHE PARIGI RICONOSCE IL PRESIDENTE. Simile anche la posizione del ministero degli Esteri francese, che «prende atto» della vittoria di Maduro, invocando il «dialogo» tra gli schieramenti in campo, e della responsabile della diplomazia Ue, Catherine Ashton, che non ha nascosto però le proprie «preoccupazioni» per la «crescente polarizzazione della società venezuelana»: posizione condivisa da tante altre capitali, anche in America Latina.

L’erede di Hugo Chavez, morto il 5 marzo 2013, ha quindi visto crescere il numero di Paesi che dopo aver tentennato per un po’ sono pronti, anche se non del tutto convinti, a riconoscere in pieno Maduro. La cerimonia di insediamento è fissata per venerdì 19 aprile a Caracas.

(Ansa)
Mercoledì, 17 Aprile 2013

http://www.lettera43.it/politica/venezuela-l-ue-riconosce-maduro_4367591900.htm

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Maduro assume l’incarico e resiste

Scongiurato per ora il rischio di «golpe suave», ma la tensione resta alta. Critiche a Kerry per le ingerenze Usa. In un video l’assalto a un bus di neri e portatori di handicap da parte dell’opposizione

CARACAS. Scioperi, cacerolazos e un’altra vittima – l’ottava. La tensione persiste, in Venezuela, ma il peggio sembra per ora scongiurato. Oggi Nicolas Maduro assume l’incarico come nuovo presidente. Il 14 aprile ha battuto il candidato della destra, Henrique Capriles Radonski, con uno scarto di 272.865 voti: un margine decisamente inferiore a tutte le previsioni, che lo davano vincente con almeno 10 punti di vantaggio.

Una vittoria incontestabile, tuttavia, secondo tutti gli organismi internazionali presenti come osservatori e ancora sul posto. Capriles ha però subito gridato alla frode, ha chiesto di ricontare i voti uno per uno e ha chiamato i suoi allo scontro frontale con il chavismo. Morti, violenze, e una decisa reazione internazionale lo hanno però convinto a revocare la manifestazione indetta davanti alle sedi del Consiglio nazionale elettorale (Cne) e a seguire soprattutto le vie legali. A suo nome, il Comando Simon Bolivar che ha organizzato la campagna elettorale dell’opposizione, ha presentato al Cne una richiesta di verifica dei voti, in base a supposte denunce di irregolarità riscontrate in alcuni seggi. Se la risposta del Cne non risulta soddisfacente, l’opposizione ha 15 giorni per impugnarla e ricorrere alla sezione competente del Tribunal supremo de justicia (Tsj). La presidente del Tsj, Luisa Estella Morales, ha però precisato che la Costituzione del 1999 esclude il ricorso al voto manuale, in favore di quello automatizzato: la richiesta dell’opposizione di ricontare tutti i voti manualmente appare perciò inappropriata.

Il sistema elettorale prevede d’altronde una verifica anche manuale del 54% dei voti – una norma inclusa all’epoca su sollecitazione dell’opposizione -, e questo è avvenuto anche il 14 aprile. «Rispetteremo la decisione del Cne qualunque essa sia», ha dichiarato Nicolas Maduro.

A nome del Comando di campagna Hugo Chávez, il portavoce Jorge Rodriguez ha poi ribattuto punto per punto alle contestazioni dell’opposizione, animando la conferenza stampa con l’umore che gli è proprio. Alludendo alle dichiarazioni di tre deputati di opposizione, che già il 26 marzo avevano denunciato l’intenzione di Capriles di non riconoscere i risultati elettorali, Rodriguez ha detto: «Questa è un’elezione in cui molto prima di conoscere i risultati, la borghesia arancione (allusione al colore delle “rivoluzioni” inaugurate in Ucraina e Serbia, ndr) stava gridando alla frode. Siamo qui per smontare le menzogne di questo candidato a perdere – unico caso al mondo ad aver perso due presidenziali in meno di sei mesi». Ha mostrato un video che documenta aggressioni razziste dei gruppi di opposizione a un autobus di elettori afrodiscendenti e portatori di handicap. Ha invitato a visitare il sito del Psv per l’accesso a tutti i materiali. Poi ha commentato un foto del presidente Usa Barack Obama intento a votare: con una macchina costruita dalla stessa impresa che costruisce quelle venezuelane. «Però lì non si riconta, come da noi il 54% dei voti. Se il signor Capriles fosse stato candidato negli Stati uniti, avrebbe incendiato il paese», ha detto.

Oltre 30 nazioni hanno salutato l’elezione di Maduro: praticamente tutti i paesi dell’America latina salvo il Paraguay, più timida l’Unione europea. L’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) ha discusso ieri in Perù la crisi politica in Venezuela prima di recarsi a Caracas per accompagnare il nuovo presidente lungo le principali strade della capitale: nello stesso percorso compiuto durante la chiusura di campagna elettorale. Dagli Stati uniti, il Segretario di stato John Kerry ha invece condizionato il suo appoggio al nuovo conteggio dei voti chiesto da Capriles: «Se ci sono state irregolarità così gravi, bisogna porsi seri interrogativi sulla legalità di questo governo», ha affermato Kerry. A nome del popolo venezuelano, Maduro ha innanzitutto espresso solidarietà a quello nordamericano, ha condannato «energicamente» l’attentato alla Maratona di Boston. Ha però rifiutato «l’interventismo Usa» negli affari interni del Venezuela: «Non ci importa del suo riconoscimento, signor Kerry. Abbiamo deciso di essere liberi e continueremo a esserlo, con voi o senza di voi», ha detto Maduro. E ha aggiunto: «Perché si occupa del Venezuela e non dei gravi problemi economici, sociali e politici che colpiscono il popolo statunitense? Tolga il suo naso dal Venezuela, John Kerry, fuori da qui, basta ingerenze».

Da mesi, il governo bolivariano denuncia i piani di Washington (grande compratore di petrolio venezuelano) per sostenere Capriles nella riuscita di un nuovo «golpe suave»: non un colpo di stato militare come quello intentato contro Hugo Chávez l’11 aprile del 2002, perché l’unione civico-militare esistente oggi nel paese appare solida. La Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) – coinvolta a tutti i livelli nella costruzione del «socialismo del XXI secolo» venezuelano – ha apertamente espresso il suo sostegno alla costituzione e alla legalità del voto, facendo cadere nel vuoto gli appelli di Capriles. Piuttosto, quindi, un processo di destabilitazione permanente, una guerra interna «di debole intensità» preparata con allarmi, denunce, provocazioni e discredito internazionale: perché finisca come in Honduras (la deposizione di Manuel Zelaya) o come in Paraguay (quella di Fernando Lugo). Nonostante la complessità dei problemi che presenta il proceso bolivariano, la democrazia «protagonista e protagonica» che ha messo in campo, forgiata in 18 elezioni compiute in 14 anni, ha però una ben diversa tenuta: si basa su un forte consenso popolare e sul rispetto della propria avanzata costituzione, che inquadra in forma pacifica il conflitto politico, ma non esclude il ricorso alla resistenza popolare.

Martedì, il ministro degli Esteri, Elias Jaua, ha inaugurato l’insediamento del Comitato per la difesa del popolo palestinese, rinnovando l’appoggio del suo governo «al piano di pace che esige il ritiro di Israele entro le frontiere precedenti il ’67 e per uno stato palestinese con Gerusalemme est come capitale». Maduro ha invece presenziato ai funerali di un militante ucciso e ha dichiarato le vittime «martiri della rivoluzione». I familiari degli scomparsi hanno invitato alla pace. La gente intorno gridava: «Giustizia, giustizia, Capriles responsabile, deve andare in prigione».

Geraldina Colotti
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
19.04.2013

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Venezuela, sullo sfondo della guerriglia la vera guerra è per l’industria elettrica

Arrestato un cittadino americano accusato di “essere coinvolto in piani di destabilizzazione”. Timothy Allet Tracy, 35 anni, è ritenuto il collettore di finanziamenti destinati a giovani e studenti con il fine di organizzare disordini e violenze in funzione antigovernativa

Militarizzazione dell’industria elettrica, già nazionalizzata da anni ma dove l’opposizione ha ancora una presenza notevole tra i tecnici, anche se non più tra i dirigenti. Questa è la vera vera guerra che si combatte in queste ore a Caracas tra chavisti e antichavisti, mentre continua il braccio di ferro mediatico sulla contestazione del risultato elettorale (battaglia di retroguardia per l’opposizione perché i giochi ormai sono fatti). Herique Capriles, candidato della destra sconfitto il 14 aprile per meno di 280mila voti da Nicolas Maduro, designato da Chávez come suo successore, ha dichiarato che non accetterà la verifica del risultato del voto perché non considera sufficienti le garanzie di imparzialità offerte dal Consiglio nazionale elettorale. Impugnerà la vittoria chavista. Ma la battaglia formale sulla contestazione dei risultati gli serve più che altro a tenere mobilitati i suoi sostenitori.

Con Maduro proclamato formalmente presidente, riconosciuto come tale internazionalmente, benedetto da una provvidenziale riunione straordianaria di Unasur (l’Unione delle nazioni dell’america del sud, organismo di crescente efficacia nella risoluzione delle crisi politiche latinoamericane) e con tanto di giuramento dei nuovi ministri già avvenuto, sarà difficile ribaltare l’esito delle elezioni. Per di più Maduro tra men di due mesi assumerà la presidenza temporanea del Mercosur, il mercato comune latinoamericano a tandem politico (finora) brasiliano-argentino.

Difficile che una battaglia sul risultato di elezioni, già dichiarate corrette da tre organismi internazionali chiamati a vigilarle, sfoci in qualche risultato concreto. Continuare con le azioni di contestazione formale del voto serve in realtà a Capriles quasi solo a non svuotare le sue piazze. La polarizzazione politica in Venezuela è altissima, la violenza politica pure. Ciascuno deve avere le sue truppe a disposizione, sempre pronte a scendere in strada, a confrontarsi e a misurarsi in marce contrapposte.

Ma Maduro sa che ha vinto per poco e soprattutto che ha perso sostenitori anche in quei settori popolari tradizionalmente chavisti. Mentre manda i militari a prendere il controllo dell’industria elettrica nazionale, unica vera mossa politica pesante compiuta nell’era del dopo Chávez e che gli serve anche a tener buona una parte delle forze armate, chiede ogni due per tre “a quei compatrioti che hanno votato per la borghesia fascista” di tendergli una mano. “Venite con noi, il Venezuela è di tutti” sta dicendo in ogni comizio, in ogni angolo del Paese, dal giorno del voto.

I dissidi interni nel dietro le quinte del chavismo di governo sono tanti. I rivali di Maduro pure. Riuscire a tenerli buoni tutti, tentando di riconquistare contemporaneamente i voti persi, non è impresa facile. Non rasserena gli animi dei militanti dell’una e dell’altra parte la notizia dell’arresto di uno statunitense accusato di “essere coinvolto in piani di destabilizzazione” . Si chiama Timothy Allet Tracy, ha 35 anni e il ministero degli Interni lo considera il collettore di finanziamenti destinati a giovani e studenti con il fine di organizzare disordini e violenze in funzione antigovernativa.

Secondo il ministro degli Interni, Miguel Rodriguez, i supposti finanziamenti sarebbero arrivati attraverso ong prima delle elezioni presidenziali. L’accusa pronunciata dal ministro è pesante: il ragazzo avrebbe ricevuto “istruzioni da servizi di intelligenza“. “La missione era condurci sull’orlo della guerra civile” perché poi “una potenza straniera” potesse “intervenire a riportare l’ordine”. Il ministero vincola Timothy Allet Tracy ai militanti di “operazione sovranità”, nuovo gruppetto antichavista di pochi mesi di vita. L’episodio segna un cambio di marcia da parte del governo nella reazione agli scontri violenti di questi giorni. Il dipartimento di Stato ha fatto sapere venerdì di essere “in attesa di notizie”.

A dimostrazione di quale brutta aria tiri a Caracas basti sapere che Diosdado Cabello – presidente del parlamento unicamerale, militare influente e leader interno contrapposto (a parte la recita della direzione collettiva) a Nicolas Maduro, – ha fatto sapere di volere “sospendere il pagamento” degli stipendi ai deputati dell’opposizione. “Perché pagarli se non lavorano?”, ha detto. La settimana scorsa durante una seduta dell’Assemblea Cabello li ha interpellati in aula uno per uno. “Lei deputato (nome e cognome) riconosce il presidente Maduro? Ah non lo riconosce? Non parla. Finché io sono il presidente di quest’Assemblea chi non riconosce il presidente non ha diritto di parola”. Diosdado Cabello ha buon gioco, in questo momento, a forzare la mano per imporre a Maduro il gioco duro.

Angela Nocioni
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
28.04.2013

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Kerry come Monroe

www.cubainforma.it

Sembra che il segretario di Stato, John Kerry, sia salito nella macchina del tempo ed abbia assunto la personalità dell’ex presidente degli Stati Uniti James Monroe, il creatore nel 1823 della dottrina che esprime “l’America solo per gli americani”.

E’ chiaro che il signor Kerry ha cancellato in un colpo la storia delle lotte di liberazione dei popoli latinoamericani contro il dominio coloniale spagnolo, portoghese, francese, inglese ed olandese, quando lo scorso 17 aprile davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti ha dichiarato “L’America Latina è il nostro cortile di casa”.

Proprio quel giorno, ma nel 1961, Cuba dava al governo USA e alla CIA una lezione indimenticabile quando coraggiosamente affrontava l’invasione mercenaria a Baia dei Porci, organizzata, addestrata e finanziata dagli Stati Uniti.

Se il nuovo Segretario di Stato inizia così il suo lavoro è perduto. I latino-americani da molti anni hanno cessato di essere vassalli degli yankee e la vittoria cubana nelle sabbie di Playa Girón molto ha influenzato questo cambiamento.

Pertanto, coloro che devono fare sforzi per cambiare atteggiamento sono gli Stati Uniti e non un gruppo di nazioni, come sottolineato dal Segretario di Stato John Kerry.

Il non cambiare e mantenere i concetti del XIX secolo sono proprio le cause della rottura con l’America Latina. I popoli del continente hanno cessato di essere schiavi e mentre gli yankee continuano la loro arcaica politica di pistolero occidentali, non potranno avere buone relazioni con i loro vicini meridionali.

Proprio per questo motivo i popoli latino americani hanno deciso di costituire la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi, CELAC, e lasciarli fuori, considerando che il suo Nord si trova a Sud.

La doctrina Monroe en plena vigencia

Arthur Gónzalez

Tal parece que el secretario de Estado, John Kerry, se subió a la máquina del tiempo y asumió la personalidad del ex presidente norteamericano James Monroe, creador en 1823 de la doctrina que expresa “América para solo los americanos”.
Es evidente que mister Kerry borró de un plumazo la historia de las luchas por la liberación de los pueblos latinoamericanos contra el yugo colonial español, portugués, francés, británico y holandés, cuando el pasado 17 de abril ante el Comité de Asuntos Exteriores de la Cámara de Representantes afirmó “América Latina es nuestro patrio trasero”.
Precisamente ese día pero en 1961, Cuba le daba al gobierno norteamericano y a la CIA una lección inolvidable, cuando enfrentó valientemente la invasión mercenaria por Bahía de Cochinos, organizada, entrenada y financiada por los Estados Unidos.
Si el nuevo Secretario de Estado inicia así su trabajo está perdido. Los latinoamericanos hace muchos años que dejaron de ser vasallos de los yanquis y la victoria cubana en las arenas de Playa Girón mucho influyó en ese cambio.
Por tanto, quienes tienen que hacer lo posible por cambia de actitud son los Estados Unidos y no un grupo de naciones, como enfatizó el Secretario de Estado John Kerry.
Por no cambiar y mantener los conceptos del siglo XIX, es precisamente la causa de su ruptura con América latina. Los pueblos del continente dejaron de ser esclavos y mientras los yanquis continúen con su arcaica política de pistoleros del Oeste, no podrán tener buenas relaciones con sus vecinos del Sur.
Precisamente por esa razón fue que los pueblos latinoamericanos decidieron constituir la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños -CELAC- y dejarlos fuera, al considerar con su Norte está en el Sur.

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L’esperimento europeo è fallito: qui ci sono 23 modi per dire “grazie”

Thank you. Merci. Grazie. Gracias. Grazzi. Go raibh maith agat. Dziękuję. Danke. Aitäh. Köszönöm. Mulţumesc. Děkuji. Paldies. Ačiū. Ďakujem. Obrigado. Hvala. Dank u. Kiitti. Blagodarja. Tack. Efharistò. E il mio preferito, tak.
Ci sono ventitré modi per dire «grazie» nell’Unione europea e a mio parere basta questo per far capire perché l’esperimento europeo si sia concluso in un fallimento. Vi ricordate quegli esperimenti che si facevano da bambini con il piccolo chimico? Si continuavano ad aggiungere elementi, uno dopo l’altro, per vedere quale sarebbe stato quello che alla fine avrebbe prodotto un’esplosione. È quello che hanno fatto in Europa. Hanno cominciato con sei: non era abbastanza. Sono passati a nove… niente. Dieci… cominciava a fare un po’ di fumo, ma niente di più. Dodici… nulla. Quindici… ancora nulla. Venticinque… ha iniziato a gorgogliare. Ventisette… esplosione!

Sono assolutamente certo che Lord Mandelson e Daniel Cohn-Bendit vi diranno che l’esperimento europeo è stato un successo perché da quando ha preso il via, negli anni Cinquanta, l’Europa è stata in pace. Ecco, vorrei che la si smettesse con questa storia: l’integrazione europea non ha assolutamente nulla a che fare con la pace in Europa dopo la Seconda guerra mondiale: questo è merito della Nato. La creazione dell’Unione europea non aveva niente a che vedere con la guerra e la pace, altrimenti ci sarebbe stata una Comunità europea di difesa, a cui invece l’Assemblea nazionale francese oppose il veto nel 1954.

L’Europa dev’essere giudicata con criteri economici, visto che i suoi criteri sono sempre stati economici. E qual è la conclusione? Negli anni Cinquanta l’economia dell’Europa integrata crebbe del 4 per cento. Negli anni Sessanta, più o meno lo stesso. Negli anni Settanta, la crescita fu del 2,8 per cento; negli anni Ottanta scese al 2,1 per cento; negli anni Novanta fu solo dell’1,7 per cento; e così via, fino a scendere a zero. Man mano che l’integrazione europea procedeva, la crescita calava. La quota dell’Europa sul pil globale è scesa dal 31 per cento del 1980 ad appena il 19 per cento oggi. Dopo il 1980 l’Ue ha registrato una crescita superiore a quella degli Stati Uniti solo in 9 anni su 32, e con un tasso di disoccupazione costantemente più alto di quello americano. Qualcuno di voi investe? Quali sono stati i mercati azionari peggiori negli ultimi dieci anni? Grecia, Irlanda, Italia, Finlandia, Portogallo, Olanda e Belgio: i peggiori del mondo. E in aggiunta a tutto questo abbiamo l’unione monetaria: il più grande degli esperimenti falliti.

Eravate stati avvisati, signore e signori. Lo avevamo detto che un’unione monetaria senza un’integrazione del mercato del lavoro e senza alcun tipo di federalismo fiscale sarebbe finita per esplodere. Io lo predissi nel 2000 e sta accadendo ora.
Ma l’Unione europea è stato un esperimento fallito anche sul piano politico. Qual era questo esperimento? Cercare di costringere gli europei a realizzare un’unione ancora più stretta – contro il loro volere – usando mezzi economici, visto che quelli politici avevano fallito.

E quando i popoli europei votavano contro un’integrazione più spinta, si diceva ai loro governi di provarci un’altra volta. Successe con i danesi nel 1992 e con gli irlandesi due volte: nel 2001 e di nuovo nel 2008. I cittadini al referendum avevano dato la risposta sbagliata, e i governi, semplicemente ne hanno organizzato un altro. Questo fornisce qualche indizio sul perché l’esperimento sia fallito: perché ha perso legittimazione politica. E lo abbiamo visto non soltanto in Grecia, ma nei governi di tutta Europa, uno dopo l’altro: dall’inizio della crisi, due anni fa, ne sono caduti tredici, e altri seguiranno nei prossimi mesi.

L’esperimento europeo, infine, è stato un fallimento geopolitico. L’Unione europea avrebbe dovuto agire da contrappreso rispetto agli Stati Uniti. Vi ricordate il discorso di Jacques Poos nel 1991 sull’«ora dell’Europa», in cui proclamava che l’Europa avrebbe risolto la guerra in Bosnia? (1) Sì, così si pensava nel 1991. Ma poi quel conflitto ha fatto centomila vittime e 2,2 milioni di profughi, ed è finito solo quando gli Stati Uniti, finalmente, sono intervenuti per mettere rimedio a quel disastro.

Henry Kissinger una volta chiese: «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?». La risposta è arrivata, parecchi anni dopo: bisogna chiamare la baronessa Ashton di Upholland (2). Nessuno aveva mai sentito parlare di lei, o aveva mai sentito parlare lei. I canadesi sanno quanto sia difficile gestire un sistema federale che pure conta solo dieci province e appena due lingue ufficiali: possono capire perciò meglio di tanti altri perché l’esperimento europeo, con ventisette Paesi e qualcosa come ventitré lingue diverse, sia sfociato in un fallimento ignominioso. Grazie al cielo, in Canada posso limitarmi a dire «grazie» in due lingue: thank you e merci.

di Niall Ferguson – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/10qbaP

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La Germania lascia Europa e Italia senza scampo

La non simmetria è il tratto caratteristico delle relazioni economiche e interstatuali del mondo odierno. Caratteristica accentuata, naturalmente, dalla recessione in corso. In Europa questo emerge più fortemente di quanto non accada in altri continenti. Il ministro tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che il piano di gestire unitariamente il sistema bancario tramite un’agenzia europea che svolga sia un compito di regolazione, sia un compito di mutualizzazione dei debiti, sostenuto da un’altrettanto mutualistica raccolta di fondi utilizzabile a questo scopo, è legalmente insostenibile sulla base dei trattati europei vigenti.

Questa, che appare come una semplice dichiarazione tecnica, è in verità una bomba politica. Essa rende chiaramente esplicito che, almeno fino alle elezioni tedesche in settembre di quest’anno, nessuna proposta di condivisione delle strategie anticicliche, dagli Eurobond agli aiuti alle banche e ai paesi in difficoltà, sarà sostenuto dalla Germania. Questa strategia tedesca ha un substrato sostanzialistico, ossia di realtà. La realtà è la crescente nazionalizzazione del finanziamento dei debiti statali europei: la quota di investitori nazionali che li acquista cresce proporzionalmente e sempre di più di quelli internazionali, anche se, come è noto, questi ultimi sono riapparsi all’orizzonte anche dei paesi dell’Europa del Sud, facilitando enormemente il compito della maggioranza della Banca centrale europea che fa capo a Mario Draghi.

Questa nazionalizzazione, o rinazionalizzazione, del debito pubblico, tramite i patrimoni privati delle famiglie dei singoli stati europei, è seguita con grande attenzione dagli analisti tedeschi. Come è noto, essi hanno prodotto copiose ricerche sulle ricchezze comparate degli stati europei, che sono state politicamente utilizzate per far risaltare la ricchezza relativa delle famiglie sudeuropee rispetto alla ricchezza moderatamente austera e in ogni caso inferiore delle famiglie tedesche. Come sappiamo, si tratta dei soliti escamotage statistici perché nei patrimoni sudeuropei sono comprese le proprietà abitative che anche i poveri nuclei familiari dell’Alto Minho portoghese o dell’Andalusia spagnola o della Campania tradizionalmente posseggono pur vivendo in posizioni di reale e non fittizia povertà. Si è trattato di un’offensiva politica delle classi dominanti tedesche che hanno propagandisticamente diffuso dei dati falsi che non tengono conto, per esempio, che gran parte delle abitazioni nell’Europa centrale appartengono ai Comuni.

Rimane il fatto che questo è l’orientamento politico maggioritario tedesco in gran parte condiviso dal partito socialdemocratico tedesco. Se a ciò aggiungiamo le innumerevoli sentenze della Corte costituzionale tedesca, tutte di fatto antieuropeiste, il quadro asimmettrico è completo.

Ma di che asimmetria parlo? Parlo dell’asimmetria che si crea tra queste posizioni culturali, giuridico-economiche, politico-partitiche tedesche, e la necessità impellente che i paesi dell’Europa del Sud hanno di rinegoziare trattati, accordi, statuti bancari, regole generali per passare da una politica dell’austerità a una politica neokeynesiana che ponga le basi per un fuoriuscita dalla crisi. Nessuno ha meglio espresso questa necessità con realismo, buon senso ma anche accurata urgenza del governo Letta.

L’asse dunque attorno a cui oscilla l’asimmetria è il tempo, la dimensione temporale. Le società sudeuropee non possono reggere fino a settembre senza sostegni della domanda aggregata, siano essi realizzati tanto con gli stimoli fiscali quanto con modelli di trasferimento di denaro direttamente dalle famiglie alle imprese. L’ora delle decisioni tragiche, perché impellenti, è giunta. O i tedeschi diventano europei o l‘Europa si ammala definitivamente di una malattia inguaribile.

Giulio Sapelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/5/15/FINANZA-Sapelli-la-Germania-lascia-Europa-e-Italia-senza-scampo/2/392713/
15.05.2013

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Pino Cabras – La crisi europea: il sonno prima della rapina

Strana e intorpidita atmosfera di maggio. Il grande spauracchio dello spread sembra assopito, abbastanza da non far suonare gli allarmi. Eppure nessuno è veramente tranquillo. Le banche non erogano quasi nulla, il senso di strozzamento dell’economia c’è ancora, e gli annunci di Beppe Grillo sul crollo che ci aspetta in autunno prendono consistenza. Sull’autunno si concentrano tante ansie. Quello che inizierà il 22 settembre non sarà il solito autunno. Quel giorno il popolo tedesco voterà.

Dopo di allora, chiarita la direzione che prenderà la Germania, la crisi si scongelerà pienamente in tutta Europa.

È perciò importante capire quali sono la vera faccia, la vera natura, gli attori principali, i mezzi utilizzati, il disegno ultimo di coloro che stanno demolendo l’Europa, la sua identità e i suoi popoli.

Occorre che afferriamo senza indugio il senso di tutto questo, pronti a trarne le conseguenze.

Ai piani alti non sono fermi. Stanno preparando progetti operativi che proseguiranno la destabilizzazione su scala continentale. Dovremo essere pronti a elaborare politiche e progetti alternativi per impedire alla Troika (composta da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale) di proseguire nel suo cammino dittatoriale e, contemporaneamente, lanciare un concreto messaggio di speranza a milioni di Europei già in miseria o – come nel caso dell’Italia, della Francia, e, più tardi perfino della Germania – sul procinto di esserlo.

Molti obietteranno: anche la Germania? La Germania no. E invece sì. Il suo debito pubblico supera i 2 trilioni di Euro, molte casse di risparmio di proprietà pubblica sono da tempo in bancarotta tecnica, la Kommerzbank é sta già salvata più volte. Ma queste sono noccioline, in confronto ai numeri di un altro baratro. La Deutsche Bank, ossia il maggiore azionista della Bundesbank e della BCE, ha un record mondiale poco invidiabile: è la prima banca al mondo nella classifica esplosiva del rischio derivati (seguita dalla JPMorgan). L’istituto germanico ha in pancia oltre 55 trilioni di derivati a rischio “subprime”. Detta in un’altra maniera, sono più di 55 milioni di milioni di euro, qualcosa come 35 volte il PIL dell’Italia.

È pur vero che il rischio è compensato in parte da posizioni di copertura per 23 trilioni di Euro presso altri grandi istituti bancari. Ma in momenti di crisi acuta un’assicurazione come questa è solo teorica, perché si basa su equilibri da catena di Sant’Antonio.

«Ma niente paura», ironizza Zero Hedge ( http://www.zerohedge.com/news/2013-04-29/728-trillion-presenting-bank-biggest-derivative-exposure-world-hint-not-jpmorgan ) , «questi quasi 56 trilioni di euro di esposizione, se tutto dovesse andare davvero malissimo, sono coperti dai bilanciatissimi volumi di 575,2 miliardi di depositi, ossia appena 100 volte di meno. Naturalmente, nel caso di Deutsche Bank sarebbe a quel punto richiesto un prelievo un pochino più aggressivo del normale, seguendo le orme di Cipro».

I numeri sono da brivido, e gli equilibri fragilissimi, retti su meccanismi di fiducia sempre più volatili. Basta che una sola maglia di questa catena truffaldina si spezzi, e tutto il sistema mondiale salta in aria. A quel punto non ci sarà nessun “Quantitative Easing” o nessuna convulsa stampa di moneta elettronica o cartacea – da parte della FED,della BCE, della Banca del Giappone o della Banca d’Inghilterra, o di una Banca d’Italia rifondata a tempo di record – che potrà salvarci nell’immediato. L’atterraggio non è morbido.

Non c’è mossa politica, anche quelle di chi come noi vuole difendersi, che possa ignorare questa spada di Damocle che pende sulla condizione, già tragica, o sul punto di esserlo, di gran parte dell’Europa.
A Bruxelles sanno benissimo che molti degli istituti finanziari dell’Eurozona navigano in pessime acque. Seguire «le orme di Cipro» è più che un’opzione sul tavolo. La “Direttiva Barnier” sulla regolamentazione dei casi di insolvenza, in corso di preparazione, prevede in ultima istanza la “confisca” – parziale o totale – dei depositi e crediti correlati.
In altre parole,una spoliazione del risparmio dei depositanti.

Naturalmente ,dopo la maxirapina di Cipro,molti cittadini di Eurolandia disertano le banche, o, se già clienti, riducono al minimo i loro depositi. Perciò lo stesso commissario europeo Michel Barnier ha anticipato un provvedimento per far sì che – lo vogliano o no – i 59 milioni di cittadini che non tengono ancora il loro denaro in banca, vadano a depositarlo.
La crisi non è più solo una questione di solvibilità, ma di fiducia nel sistema politico-istituzionale che ci governa dai tempi della rimozione del Muro di Berlino. Un sistema che aumenta via via il tasso di illegalità e illegittimità dei suoi provvedimenti.

La “Direttiva Barnier” è ancora in corso di riservata gestazione. Ma l’impianto é ormai delineato. In pratica, il “salvataggio” di una banca di Eurolandia ricadrà in buona parte sui depositanti-risparmiatori.

Le linee fondamentali della direttiva sono state preannunciate dallo stesso Barnier, durante una recente conferenza stampa. Il testo finale dovrà essere approvato dal Consiglio Europeo del 27/28 Giugno 2013. Non sono da escludere importanti sviluppi che potranno influenzare nel frattempo la stesura finale. Il 18 maggio è la data limite del superamento del tetto del debito USA, inevitabile. Come reagiranno quelle entità impropriamente definite “mercati”, ossia gli speculatori finanziari, comprese le grandi banche?

Il tema dei prelievi forzosi dal risparmio depositato in banca non si ferma qui. Il Consiglio europeo del 22 Maggio ha all’ordine del giorno una normativa di coordinamento delle politiche fiscali. Oltre alle misure di armonizzazione fiscale, è prevista la tassazione dei depositi di risparmio: ad esempio, in Francia, i depositi sul “Livret A” – sino ad ora esenti e con un tetto massimo di 25mila Euro – cadranno non solo sotto la scure invisibile dell’inflazione reale (Istat ed Eurostat non calcolano tassi attendibili), ma anche sotto la tassazione imposta ope legis dall’Unione Europea.

Se i depositi verranno confiscati, in tutto o in parte, in caso di insolvenza, e a questo si unirà la tassazione forzosa dei risparmi, queste saranno altrettante scintille che faranno esplodere la polveriera dell’Euro moneta privata.

Niente di nuovo sotto il sole quel che ne conseguirà: il ritiro in massa dai depositi bancari prima, il crollo sistemico delle banche poi, una depressione terrificante infine, dagli esiti imprevedibili.
Quel che resterà dell’Europa potrà soltanto ricorrere alle riserve auree e a quelle in divise straniere “solide”: fra queste, data la situazione finanziaria USA, non rientra il dollaro.
Ora come ora non dobbiamo aspettarci nulla da un governo Letta-Berlusconi ad alto tasso Bilderberg. Fin qui il governo si regge e rimane in campo con lo spread basso per consentire ad Angela Merkel di arrivare al 22 settembre, senza aggiungere altri incontrollabili guai ai già troppi disordini, al netto della capacità dei maggiordomi italiani di crearne maldestramente comunque.

Come difendersi, allora? Il tempo è scaduto, e l’opposizione deve crescere molto in fretta. Dovrà elaborare in fretta un piano B, visto che Draghi e soci non lo contemplano neppure. E far diventare quel piano materia di schieramento politico che faccia l’opposto di quel che si è fatto finora.

Pino Cabras e Carlo Tia
Fonte: http://megachip.globalist.it
Link: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74884&typeb=0&La-crisi-europea-il-sonno-prima-della-rapina-
18.05.2013

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25 maggio 2013

24 Mag 2013 + Fonte: http://it.cubadebate.cu/notizie/2013/05/24/correa-la-rivoluzione-cittadina-ha-dato-stabilita-politica-al-paese/

“Fino a che la povertà non sarà cancellata dalla Patria Grande, per questa seconda indipendenza, lottiamo ed avanziamo”, ha affermato il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, prendendo oggi possesso del suo secondo mandato.

Il mandatario ha pronunciato un vibrante discorso in un atto solenne, nel quale hanno partecipato più di 90 delegazioni di differenti paesi del mondo, dopo avere prestato giuramento davanti alla presidentessa dell’Assemblea Nazionale, Gabriela Rivadeneira.

Ha sottolineato che il paese sta cambiando profondamente e positivamente in tutti i sensi ed ha segnalato che secondo i dati delle Nazioni Unite del 2012, tra 186 paesi, l’Ecuador è uno dei quattro che ha scalato 10 posizioni nella classificazione dell’Indice di Sviluppo Umano.

“Non credo che abbiamo uno sviluppo umano alto”, ha affermato, “ma è indubbio che il paese avanza verso il Buen Vivir, abbiamo un’economia più dinamica, che è cresciuta del 4,3%, quando la regione è cresciuta del 3,5%, a dispetto della crisi mondiale e senza moneta nazionale”.

Ha risaltato che l’Ecuador ostenta il più basso tasso di povertà, 4,1%, abbiamo eliminato la terziarizzazione, eleviamo il salario nominale e quello reale al più alto livello della storia, fatto che copre la canasta basica di consumo ed abbiamo oggi un milione di affiliati alla previdenza sociale.

D’accordo con la Commissione Economica per America Latina ed i Caraibi, ha osservato, questa nazione sud-americana è tra i tre paesi che più riducono la povertà ed ha considerato la povertà come il maggiore attentato alla dignità umana.

Più di un milione di ecuadoriani hanno smesso di essere poveri, la povertà estrema è scesa da 16,9 al 11,2% della popolazione, ha indicato Correa, che considera che un solo povero in America Latina è già troppo, per questo vincere la povertà è l’imperativo morale del continente e del mondo, ha esclamato.

Abbiamo buoni risultati sociali, tra questi essere il paese che ha portato all’università la quantità maggiore di poveri, grazie alla nuova costituzione che ha stabilito la gratuità dell’educazione, ha segnalato.

Ha considerato che l’Ecuador è all’avanguardia in politica di inclusione di persone con “capacità speciali” con un lavoro ed oggi molti di loro sono il sostegno delle famiglie, ha sottolineato.

Ha risaltato, inoltre, i risultati nell’ottimizzazione delle funzioni della Banca Centrale, una nuova negoziazione del debito estero e dei contratti petroliferi, come nell’efficienza della lotta contro l’evasione fiscale.

preso da Prensa Latina

traduzione Ida Garberi