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titolo il b'nai b'rith

di Epiphanius 1

 29 ottobre 2010

b'nai b'rith europa

«Nelle Logge B’nai B’ríth tutti gli ebrei sono i benvenuti e si sentono a casa loro. Essi erano “Fratelli” prima di avere gustato la poesia del rituale di iniziazione. Essi erano “Figli dell’Alleanza” per loro nascita e l’Alleanza non é stata tracciata da qualche uomo riunito in Loggia; essa è stata fatta da Dio e Israele ai piedi del Monte Sinai. Abramo, padre della razza ebraica, è – potremmo dire in modo figurato – il fondatore della prima Loggia, e scopre il suo rituale allorché innalza gli occhi verso la miriade di stelle brillanti sotto la volta dei ciel e vede in esse l’opera di un Creatore. Le stelle gli parlarono: esse dissero: “Vedi, il tuo popolo sarà come le stelle del Cielo […] Che sia benedetto…”».

(Cfr. B’nai B’rith Magazine, «Why the B’nai B’rith»?, maggio 1929. pag. 274).

«Il B’nai B’rith è un’associazione fraterna ebraica fondata negli Stati Uniti nel 1843. B’nai Berith significa in lingua ebraica “i figli dell’Alleanza”. Lo scopo di questa associazione è di mantenere la tradizione e la cultura ebraiche e di lottare contro l’antisemitismo […]. I membri di chiamano “Fratelli“, ricevono un’iniziazione e si riuniscono in Logge» 2. «New York, 13 ottobre 1843. Al Caffè Sinsberner (nel quartiere del Lower East Side, a Manhattan, N.d.R.), dodici ebrei, emigrati dalla Germania, tengono una misteriosa riunione. Essi progettano di creare un’obbedienza massonica riservata ai soli ebrei. Curioso. Dal momento che la Massoneria si certificato del b'nai b'rithproclama al di sopra di tutte le religioni e di tutte le razze, perché costoro non si uniscono ad una Loggia già esistente? Sembra che in quella metà del XIX secolo, la società protestante newyorchese non fosse esente da un certo antisemitismo. Si può supporre che i dodici fondatori del B’nai B’rith fossero già frammassoni affiliati a Logge americane, dal momento che essi sceglieranno un rituale che è un misto di Rito dì York e dì Rito americano degli Odd Fellows (società segreta fondata nel Settecento, N.d.R.)» 3. Il B’nai B’rith, assolutamente sconosciuto al grande pubblico e sul quale i giornalisti amano sorvolare, è senza dubbio una delle società segrete, attualmente note, di vertice. Sembra infatti che Massoneria, Pilgrims Society, Commissione Trilaterale, Council on Foreign Relations, ecc…, non fungano che da catene di trasmissione di questo colossale organismo aristocratico ebraico. Significativa la dichiarazione nel 1975 dell’allora presidente mondiale del B’nai B’rith David M. Blumberg 4, in un opuscolo dal titolo Un modo di essere ebreo: «Il posto dei B’nai B’rith è unico fra le organizzazioni ebraiche […]. Essi contano più membri di ogni altra organizzazione ebraica. Si menzionano questi fatti non per orgoglio, ma semplicemente per indicare che abbiamo una responsabilità particolare nella famiglia delle organizzazioni ebraiche nei riguardi del nostro popolo e dellumanità» 5. Israele, secondo i suoi rabbini e le sue guide, ha un destino religioso e una missione da compiere presso i goim, i non ebrei, che è quella di illuminarli coi principî talmudici dai quali derivano i tanto declamati Diritti dell’Uomo, in attesa dell’epoca messianica veniente che vedrà la divinizzazione del popolo ebraico: «L’ebreo potrebbe essere definito dalle sue responsabilità davanti a Dio, davanti alla Storia, davanti al suo popolo, davanti all’umanità […]. L’etica ebraica è una di quelle che danno all’uomo il posto più elevato nella creazione. È per lui che il mondo, e tutto ciò che contiene, esiste. È affinché egli si realizzi, concretando così l’epoca messianica, che l’Universo è stato creato […]. D’altra parte, la storia ebraica è un richiamo costante a questa responsabilità degli ebrei. Da Abramo che intercedeva per Sodoma e Gomorra ai sacrifici presentati al Tempio per le settanta nazioni del mondo, non mancano nei nostri testi biblici gli esempi di intervento degli ebrei in favore dei fratelli non ebrei. Da allora, a torto o a ragione, il mondo non-ebreo ha spesso (troppo spesso) considerato il popolo ebraico responsabile di tutti gli avvenimenti (soprattutto quelli cattivi). La tradizione ebraica ci impone di essere un esempio per tutte le nazioni, di comportarci come un popolo di sacerdoti, sottolinea chiaramente quale deve essere il nostro ruolo nell’umanità […]. È questo senso di responsabilità che ha dato nascita al Bnai Brith e che spiega la sua lunga storia» 6.

b'ani b'rith - almanacco massonico

Riproduzione fotografica delle pagine 214 e 215 dell’Almanacco Massonico d’Europa del 1966, comprovante la natura massonica del B’nai B’rith.

Sulla stessa pagina compare l’A.M.O.R.C. (acroniimo di Antiquus Mysticusque Ordo Rosæ Crucis) su cui vale la pena spendere una parola. Il massone Ligou, curatore del Dictionnaire Universel de la Maçonnerie, ricorda: «Nel 1916, a New York, H. Spencer Lewis (1883-1939) fonda l’Ordine Rosicruciano AMORC […], composto di dodici Gradi, con direzione mondiale a S. José in California». Nel 1939 gli succederà alla testa dell’Ordine il figlio RalphMaxwell, membro anche dell’Ordine Cabalistico della Rosacroce. Gli scopi mondialisti dell’AMORC sono espliciti in un libro dello stesso Ralph-Maxwell, intitolato Frammenti di Saggezza Rosicruciana: «Le differenze di condizioni sociali spariranno. Con questa sparizione si estenderanno i conflitti e i malintesi che nascono da rivalità inutili, dovute al desiderio di dominazione e di supremazia. Il mondo sarà allora diviso non in Stati politici, ma in zone. Gli abitanti di ciascuna zona saranno in diritto di eleggere un rappresentante. Questi ultimi costituiranno un Congresso o Consiglio mondiale. A sua volta, questo Congresso mondiale eleggerà dei dirigenti esecutivi di un solo Stato mondiale. Questo Congresso adotterà una Costituzione le cui clausole non avranno per scopo che il mantenimento e il progresso dei diritti inalienabili dell’umanità» 7.

 
harvey spencer lewis ralph-maxwell lewis simbolo dell'a.m.o.r.c.
Harvey Spencer Lewis RalphMaxwell Lewis Simbolo dellA.M.O.R.C.

Naturalmente, fini sono così elevati presuppongono lo spiegamento di mezzi proporzionati; si comprendono allora meglio le dimensioni che lo storico israelita britannico Paul Goodman 8 presidente della prima Loggia del Bnai B’rith fondata a Londra e citato con fierezza dalla rivista del B’nai B’rith del Distretto nº 19 – quello dell’Europa continentale – attribuiva all’Ordine massonico internazionale del B’nai B’rith: «Questo raggruppamento di ebrei profondamente impegnato nel mondo Nuovo e Antico, strettamente unito in una sola associazione e motivato da un ideale comune, rappresenta la più grande forza organizzata dei tempi moderni lottante per la promozione degli interessi del giudaismo» 9. Il B’nai B’rith è oggi un’aristocrazia ebraica di 600.000 affiliati originari di quarantotto Paesi (in Italia con una sede a Livorno e un’altra dell’Anti-Defamation League – uno dei suoi bracci operativi – a Roma), ai quali si aggiungono, dopo l’apertura nel 1990 di proprie Logge a Mosca, in Lituania, in Lettonia, e negli ex Paesi dell’Est 10, «la più potente delle organizzazioni ebraiche […] composta di Logge 11 entro le quali ianti-defamation league - b'nai b'rith membri di ripartiscono in commissioni specializzate», a dire del giornale israelita francese Tribune Juive del 23 dicembre 1985, il quale precisa che il B’nai B’rith «è inoltre rappresentato in seno alla maggior parte delle organizzazioni internazionali come l’ONU, l’UNESCO, (il Consiglio d’Europa, con funzioni consultive; N.d.R.) quale organizzazione non governativa 12 e ha pure le sue entrature in Vaticano. La sua influenza spinge i candidati alla presidenza degli Stati Uniti a presentarsi innanzi ad esso prima di ogni elezione» 13. Alla fine di agosto del 1981 il centro mondiale del B’nai B’rith era stato spostato a Gerusalemme, mentre il centro internazionale rimaneva a Washington al numero 1640 di Rhode Island Avenue. Si osservi che l’emblema ufficiale dello Stato di Israele, fatto adottare nel 1949 dal «Fratello» Haim Weizmann (1874-1952), porta al suo centro la menoràh, il candelabro a sette braccia, lo stesso simbolo del B’nai B’rith. Il B’nai B’rith funge da esecutivo al molto più oligarchico Gran Kahal («Gran Sinedrio») 14 e che sembra coincidere, almeno nella descrizione, con l’entità così descritta da E. C. Knuth nella sua opera The Empire of «The City»: «Il numero magico di 400 (membri) – un tempo simbolo della ricchezza e dei privilegi dominanti – appare qui in un ruolo affatto nuovo […]. Uomini che possiedono milioni e che sono presenti fra noi dominano sul destino, la vita e la morte dei loro compatrioti per mezzo di un’organizzazione che si innalza contro lo spirito e la lettera della Costituzione degli Stati Uniti. Non v’è un solo uomo su mille fra i loro compatrioti che abbia inteso parlare di questa organizzazione. Lo scopo comune a tutti questi uomini è strettamente connesso col fatto che le loro grandi fortune sono invariabilmente legate alle operazioni di “The City”, la cittadella della Finanza Internazionale. Questi uomini esercitano non solo un’influenza pianificata immensa, e ciò nel segreto più completo, ma operano anche grazie al contributo di sussidi immensi messi a loro disposizione da Cecil Rhodes e Andrew Carnegie» 15. È curioso affiancare a queste righe una testimonianza raccolta da Pierre Virion sulla funzione storica degli Stati Uniti, guidati da questo nucleo ristretto: «I troni marittimi di Inghilterra, Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda, (nazioni) protestanti e bibliche, rimasero tranquillamente per misericordia divina e così anche la loro figlia, la repubblica degli Stati Uniti, che, con soli due secoli di vita, cullando una dozzina di razze sotto l’antica Legge di Dio, a due riprese ha messo le sue forze al servizio della libertà e ha consacrato la sua economia a fornire i mezzi per impedire il ritorno della barbarie medioevale e della tirannia spirituale (ossia del cattolicesimo; N.d.R.)» 16.

 
haim weizmann stemma dello stato d'israele andrew carnegie
Haim Weizmann Stemma dello Stato dIsraele Andrew Carnegie

L’Anti-Defamation League, più nota con l’acronimo A.D.L., emanazione e braccio operativo planetario del B’nai B’rith, incaricato di assumere informazioni e documentazione su ogni espressione di antisemitismo e antisionismo che nuoccia ai suoi fini, ovunque accada, e di combatterli con ogni mezzo. Giova tuttavia aggiungere qualche parola sulla sua organizzazione. L’Anti-Defamation League americana fino a metà degli anni ’80 si presentava diretta da una troika comprendente Maxwell Greenberg in veste di presidente nazionale, Nathan Perlmutter, direttore nazionale, e Abraham H. Foxman, direttore nazionale aggiunto. Quest’ultimo, dal 1987 è diventato presidente nazionale, mentre vice-presidente onorario è Edgar Miles Bronfman, titolare della Seagram, multinazionale dell’alcool, e di una sostanziosa fetta del pacchetto azionario del gigante della chimica, la multinazionale Du Pont de Nemours. Membro fondatore del Rockefeller anti-defamation leagueCouncil, Bronfman è un alto responsabile del B’nai B’rith, presidente del Consiglio Mondiale Ebraico e membro del Council on Foreign Relations, il vero governo-ombra americano con funzioni di politburo del capitalismo internazionale. Dietro la troika si schierano 144 dirigenti israeliti, di cui la metà più uno appartiene per statuto al B’nai B’rith. Questa commissione è affiancata da un esecutivo i cui componenti sono eletti o cooptati a vita. LAnti-Defamation League si compone di otto divisioni: amministrazione, diritti civili (a cui appartiene il famoso dipartimento Fact Finding, presieduto da Irvin Suall), servizi comunitari, comunicazioni, sviluppo, affari internazionali, leadership e programma. La divisione delle comunicazioni è incaricata della diffusione dei testi e della propaganda; la divisione affari internazionali ha autorità sugli uffici succursali in Europa, (l’equivalente britannico dell’Anti-Defamation League è l’Institute for Jewish Affairs di Londra) Medio Oriente e America Latina. La divisione affari internazionali, guidata da Alan Bayer, è ulteriormente ripartita in sottosezioni dell’istruzione (Frances M. Sonnenschein), dell’istruzione superiore nei campus (Jeffrey A. Ross), degli affari interreligiosi, affidata al rabbino Leon Klentiki, uomo di collegamento col Vaticano, della radiotelevisione e film (Howard J. Langer) e un centro internazionale per studi sull’Olocausto (Dennis B. Klein). Fra i più generosi finanziatori dell’Anti-Defamation League c’è il mercante di grano di Minneapolis, Dwayne Andreas (assai prossimo ad Edgar Bronfman), co­direttore della Cargill, una delle «cinque sorelle» del cartello mondiale del grano, risultando membro del Bilderberg Club e vicino a tutti i presidenti americani del dopoguerra. Andreas, pur non essendo ebreo, non ha fatto mai mancare il suo sostegno all’Anti-Defamation League, soprattutto negli anni ’70 quando venne creata l’A.D.L. Foundation. Quando Andreas mosse i primi passi per entrare in politica ebbe per maestro l’allora presidente dell’Anti-Defamation League Benjamin Epstein, come testimoniò egli stesso in un discorso tenuto nel 1987: «Ben Epstein, che possa egli riposare in pace, del quale fui amico per vent’anni, a lui onore perenne, fu il mio mentore e guida in tema di rapporti diplomatici. Lavorai con lui per settimane su questo tema, di come espandere il commercio verso l’U.R.S.S.» 17.

edgar miles bronfman abraham h. foxman bennis b. klein
Edgar Miles Bronfman Abraham H. Foxman Dennis B. Klein

L’Anti-Defamation League è stata robustamente appoggiata anche da una delle più antiche e ricche famiglie americane, quella dei Moore, dei quali faceva parte il vescovo episcopaliano di New York City Paul Moore (1909-2003), presidente della cattedrale di St. John The Divine, notorio centro New Age, sede attuale del «Tempio della Comprensione», ma soprattutto del Lucis Trust. Il B’nai B’rith è l’Ordine supremo che, oltre che su l’Anti-Defamation League, influisce poderosamente su tutti i rami della Massoneria, sopra ogni società, consiglio o associazione visibile od occulta ebraica come l’Alleanza Israelita Universale, il Consiglio Mondiale Ebraico (guidato dal re dell’alcool, il canadese Edgar Bronfman), il Fondo Sociale Ebraico, il British Israel, il Consiglio delle Sinagoghe, le Leghe contro l’Antisemitismo, le Associazioni Interpaese fra Paesi europei e Israele, la cosiddetta «lobby ebraica» americana con l’A.I.P.A.C., ecc…

epiphanius - massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia

Il presente articolo è stato estratto da un’edizione piuttosto datata dell’opera di Epiphanius Massoneria e sette segrete: la faccia occulta della storia. Nel maggio del 2008, è stata pubblicata un’edizione accresciuta (pagg. 989 contro le 659 dell’edizione precedente) della stessa opera di cui consigliamo caldamente la lettura.

Note

1 Estratto dall’opera Massoneria e sètte segrete: la faccia occulta della Storia, Editrice Icthys, Albano Laziale s.d., pagg. 574-580.

2 Cfr. Dictionnaire Universel de la Maçonnerie, a cura del massone Daniel Ligou, Ed. Presses Universitaires de France (P.U.F.), Evry 1987.

3 Cfr. Tribune Juive (giornale israelita francese), nº 997 del 1986.

4 Gran Maestro mondiale del B’nai B’rith fino al 1991 è stato Seymour D. Reich, che presiedeva ugualmente il Comitato Ebraico Internazionale; gli è succeduto Kent Schiner.

5 Cfr. Y. Moncomble, Les professionnels de l’anti-racisme («I professionisti dell’antirazzismo»), éd. Yann Moncomble, Parigi 1987, pagg. 231­232.

6 Tratto da un opuscolo edito dal B’nai B’rith europeo; cit. in E. Ratier, Mystères et secretes du B’nai B’rith, Ed. Facta, Parigi 1993, pagg. 68-69.

7 Cfr. H. Le Caron, Le plan de domination mondiale de la Contre-église, éd. Fideliter, Escurolles 1985, pag. 49.

8 Nel 1940, Goodman era Segretario Generale della Comunità Sefardita (discendenti di ebrei residenti in Spagna prima della loro espulsione nel XV sec.) di Londra (vedi anche Y. Moncomble, op. cit., pag. 245).

9 Cfr. Y. Moncomble, op. cit., pagg. 231-32; vedi anche Lectures Françaises, nº 251, marzo 1978; secondo altra fonte, obiettivo proclamato del B’nai B’rith è quello di unire gli ebrei «per i loro più alti interessi e quelli dell’umanità» (cfr. Jewish Observer and Middle East Review, dell’11 ottobre 1968).

10 Cfr. Lectures Françaises, nº 395, marzo 1990, pag. 46; e nº 422, pag. 24.

11 In numero di 1.800 (di cui più di 200 solo in Israele) con ben 1.450 capitoli femminili («capitolo» è termine usato in Massoneria per designare le Logge che raccolgono i massoni dal 15° al 18° Grado – di Cavaliere Rosacroce).

12 Al pari del Lucis Trust.

13 Si segnala che il presidente Bush, 33º della Massoneria, iniziato della società superiore Skull and Bones, e membro della Pilgrims Society, aveva dato l’incarico di rappresentare gli Stati Uniti alle Nazioni Unite all’israelita Morris Abram, ex presidente dell’American Jewish Committee e direttore della Conferenza delle Organizzazioni ebraiche americane (cfr. Lectures Françaises, nº 385, maggio 1990). Notevole è stato il ruolo dell’A.I.P.A.C., uno degli strumenti operativi del B’nai B’rith americano, nell’elezione di Bill Clinton.

14 Kahal significa letteralmente «comunità», «repubblica». Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e l’uccisione dei capi patrioti, la massa del popolo si trovava a dover dipendere da «società di savi» detentrici del segreto del sacerdozio e delle copie sfuggite alla distruzione dei testi sacri. Questi nuovi governatori ben presto riuscirono a stabilire sul popolo uno stretto controllo, ponendo le proprie leggi al di sopra dei Dieci Comandamenti e a costituire un governo assai efficiente, chiamato Kahal, che si riformerà su nuove basi dopo la dispersione del 135 d. C., contribuendo nei secoli successivi alla formazione del Talmud, il vero «libro dei libri» dell’ebraismo post-cristiano, posto dai rabbini al di sopra della stessa Bibbia. Ben presto questo Kahal assunse la forma di «Sinedrio mobile», trasferendosi a Babilonia nel 320 d. C., indi a Cordova, in Spagna, ai tempi della conquista musulmana, per trasferirsi infine (a dire di M. Blondet, nel suo I fanatici dell’Apocalisse, Ed. Il Cerchio, Rimini 1992, pag. 50) nel 1492, quando gli ebrei vennero cacciati dalla Spagna da Isabella la Cattolica, a Cracovia in Polonia.

15 Cfr. E. C. Knuth, The Empire of The City, The Noontide Press, 1983, pag. 63.

16 Cfr. P. Virion, Le Nouvel Ordre du Monde, éd. Téqui, 1974, pag. 105.

17 Cfr. Executive Intelligence Review «Dope, Inc.», Washington 1992, pag. 617.

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Benedetto XVI a una delegazione di B’nai B’rith International

Cristiani ed ebrei insieme
per promuovere i diritti di ogni uomo

Tutti i credenti sono chiamati a dare costante testimonianzadel trascendente e «a incarnare la convinzione che una Provvidenza amorevole e compassionevole» guida la storia «indipendentemente da quanto difficile e minaccioso possa apparire il cammino». Lo ha detto il Pontefice a una delegazione di B’nai B’rith International, organizzazione ebraica di volontariato, ricevuta in udienza giovedì mattina, 12 maggio, nella Sala dei Papi.

Cari amici,

sono lieto di salutare questa delegazione di B’nai B’rith International. Ricordo con piacere il mio primo incontro con una delegazione della vostra organizzazione circa cinque anni fa.In questa occasione, desidero esprimere apprezzamento per il vostro impegno nel dialogo tra cattolici ed ebrei e in particolare per la vostra partecipazione attiva all’incontro del Comitato Internazionale di Collegamento Cattolico-Ebraico, svoltosi a Parigi alla fine di febbraio. L’incontro si è tenuto nel quarantesimo anniversario del dialogo, che è stato organizzato congiuntamente dalla Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo e il Comitato Internazionale Ebraico per le Consultazioni Interreligiose. Ciò che è accaduto in questi quarant’anni va considerato come un grande dono del Signore e un motivo di sincera gratitudine verso Colui che guida i nostri passi con la sua saggezza infinita ed eterna.

L’incontro di Parigi ha confermato il desiderio dei cattolici e degli ebrei di affrontare insieme le sfide immense delle nostre comunità in un mondo in rapido mutamento e, in maniera significativa, la nostra comune responsabilità religiosa di combattere la povertà, l’ingiustizia, la discriminazione e la negazione dei diritti universali dell’uomo. Ci sono molti modi in cui ebrei e cristiani possono cooperare per migliorare il mondo secondo la volontà dell’Onnipotente per il bene dell’umanità. Nell’immediato i nostri pensieri sono rivolti a opere concrete di carità e servizio ai poveri e ai bisognosi. Tuttavia, una delle cose più importanti che possiamo fare insieme è rendere una testimonianza comune del nostro credo, profondamente sentito, che tutti gli uomini e tutte le donne sono creati a immagine divina (cfr. Gn 1, 26-27) e quindi possiedono pari inviolabile dignità. Questa convinzione rimane il fondamento più sicuro di ogni sforzo volto a difendere e a promuovere i diritti inalienabili di ogni essere umano.

In un colloquio recente fra delegazioni del Gran Rabbinato d’Israele e la Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, svoltosi a Gerusalemme alla fine di marzo, è stata sottolineata la necessità di promuovere una giusta comprensione del ruolo della religione nella vita delle società contemporanee come correttivo a una visione meramente orizzontale e quindi tronca della persona umana e della coesistenza sociale. La vita e l’opera di tutti i credenti dovrebbero rendere una testimonianza costante del trascendente, mirare alle realtà invisibili che sono al di là di noi e incarnare la convinzione che una Provvidenza amorevole e compassionevole guida l’esito finale della storia, indipendentemente da quanto difficile e minaccioso possa apparire a volte il cammino. Grazie al profeta abbiamo questa assicurazione: «Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo — dice il Signore — progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29, 11).

Con questi sentimenti invoco su di voi e sulle vostre famiglie le benedizioni divine di saggezza, misericordia e pace.

13 maggio 2011

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L’organizzazione segreta che controlla il Vaticano (e non solo)

– di Daniele Di Luciano –

A marzo del 2011 è uscito il libro di Papa Benedetto XVIGesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione“.
Come evidenziato in questo articolo di Repubblica, il Papa, nel volume, reinterpreta tre vangeli giungendo alla conclusione che “gli ebrei non condannarono Gesù”.
A prescindere dalle motivazioni apportate, la notizia mi apparve bizzarra per un motivo semplicissimo: reinterpretare degli scritti dopo 2000 anni significa, tra le righe, affermare che tutti coloro che hanno letto in precedenza tali scritti, non ne abbiano capito il senso. Se poi, ad essere reinterpretati, sono i vangeli, ovvero i libri più letti e studiati di sempre, la notizia diventa ancora più particolare. Può essere – mi chiedevo – che prima di Ratzinger nessuno si fosse mai accorto del fraintendimento?? Ma la mia domanda rimase senza risposta e presto mi dimenticai della questione.

Fino a questa mattina.
Nel corso delle mie ricerche sulla massoneria e sul nuovo ordine mondiale, mi sono spesso imbattuto in un’organizzazione dal nome particolare: “B’nai B’rith“. L’organizzazione è talmente riservata che è difficile trovare informazioni su di essa. L’unico testo che ne parla ampiamente è di un giornalista francese, Emmanuel Ratier, dal titolo “Misteri e segreti del B’nai B’rith“.

Mentre lo leggevo, ho scoperto una curiosa coincidenza: Papa Benedetto XVI non è affatto stato il primo a reinterpretare il ruolo degli ebrei nella morte di Gesù. Nel 1927 il B’nai B’rith firmò un accordo con il principale sindacato di produzione e distribuzione dei film americani, la Motion Picture Producers and Distributors of America. Cito:

Il pretesto fu il film Il re dei Re di Cecil B. De Mille, che racconta la vita di Gesù. Alfred M. Cohen, all’epoca presidente del B’nai B’rith, ottenne dal celebre cineasta la modifica di diversi passaggi e di certe scene in modo da “correggere” il copione, in particolare i passaggi relativi alla Passione, con il fine di assolvere gli ebrei da ogni responsabilità.

Il B’nai B’rith, infatti si è da subito interessato a quella nuova forma d’arte per le masse che era il cinema. Ad esempio Alfred W. Schwalberg e Harry Goldberg, membri dell’organizzazione, erano rispettivamente il presidente della Paramount Pictures e della Warner Brothers. Alfred M. Cohen, presidente del B’nai B’rith diventò consigliere di filmografia di Will Hays, lo “Zar del cinema”. Addirittura Alfred W. Schwalberg diventò presidente di una Loggia registrata al B’nai B’rith, che contava più di 1600 Fratelli tra attori, registi, produttori, sceneggiatori, ecc. Negli anni la Loggia cambiò nome per diventare prima la Cinema Unit 6.000 e dopo la Cinema-Radio-TV Unit 6.000.

Ci sarebbe altro da scrivere ma chiudiamo la parentesi e torniamo a noi.
Coincidenza vuole che solo due mesi dopo l’uscita del libro di Papa Benedetto XVI, esattamente il 12 maggio 2011, una delegazione del B’nai B’rith è stata accolta in Vaticano dallo stesso Papa.

L’incontro potrebbe risultare curioso per diversi motivi. Il primo, e forse il più importante, è che il B’nai B’rith è a tutti gli effetti una setta massonica fondata da massoni e la massoneria è stata anatemizzata dalla Chiesa, nell’arco di 245 anni, ben 590 volte! [confronta “Jesus”, ottobre 1988]

Ma Papa Benedetto XVI non è stato il primo Pontefice a ricevere il B’nai B’rith. Lo aveva preceduto Giovanni Paolo II per ben tre volte. Importante è sottolineare il secondo di questi incontri avvenuto nel 1985 in un’occasione molto particolare: le celebrazioni per il ventesimo anniversario di uno dei più imprtanti documenti del Concilio Vaticano II, “Nostra aetate”. Cito Carlo Alberto Agnoli, dal libro “La massoneria alla conquista della Chiesa“:

Di quelle celebrazioni commemorative romane, il B’nai B’rith fu uno degli istituti promotori […] In tal modo quella massoneria apponeva, anche di fronte al mondo intero, la propria firma sotto il documento conciliare e il ricevimento in quella occasione da parte di Giovanni Paolo II, convalidava e confermava quella rivendicata paternità.

Il rapporto tra Chiesa e B’nai B’rith dovrebbe suonare anocra più stridente se si considera che il B’nai B’rith, oltre a essere collegato al traffico di stupefacenti e alla malavita americana [confronta “Droga SPA” di K. Kalimtgis, D. Goldman, J. Steinberg] e oltre a sostenere la rivista “Playboy” che si impegna a diffondere la cultura della droga [confronta “Le pouvoir de la drogue dans la politique mondiale” di Yann Moncomble], cerca con ogni mezzo di cancellare dalle istituzioni americane ogni traccia di cristianesimo!

Dobbiamo credere che si tratti di coincidenze oppure è lecito supporre che dal Concilio Vaticano II la Chiesa sia in mano alla “Controchiesa“, come alcuni massoni amano definire la massoneria??

Giusto per la cronaca, il B’nai B’rith non si limita a intrattenere rapporti solo con la Chiesa…

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Benedetto XVI in sinagoga: la delusione del B’nai B’rith

venerdì 22 gennaio 2010

IL B’NAI B’RITH: LA VISITA DEL PAPA HA LASCIATO I PROBLEMI IRRISOLTI[1]

L’organizzazione ebraica internazionale apprezza le aperture di Benedetto XVI alla comunità ebraica durante la sua visita alla Grande Sinagoga di Roma, ma dice che l’evidente desiderio di evitare una discussione diretta sulle questioni pertinenti alle relazioni cattolico-ebraiche è spiacevole

Ynetnews

Il B’nai B’rith International ha apprezzato le aperture alla comunità ebraica di Papa Benedetto XVI durante la sua visita alla Grande Sinagoga di Roma domenica, ma ha detto che l’evidente desiderio del papa di evitare una discussione diretta sulle questioni più controverse pertinenti le relazioni cattolico-ebraiche, come la beatificazione di Papa Pio XII[2], è stato spiacevole.

Il Presidente Onorario Tommy Baer di Richmond, Virginia, ha guidato una delegazione del B’nai B’rith che includeva i vice-Presidenti Anziani Bruce Pascal, di North Potomac, Maryland, e Yves-Victor Kamami di Parigi, insieme al Presidente del B’nai B’rith di Roma Sandro Di Castro, come ospiti alla sinagoga.

La visita, la terza del papa ad una sinagoga dal 2005, arrivata poco dopo il suo pellegrinaggio in Israele del 2009, ha luogo in un momento critico delle relazioni cattolico-ebraiche e aiuta a conservare un legame che si è molto rafforzato a partire dalla metà degli anni ’60.

Esprimendo la “stima e l’affetto” che lui, “come tutta la Chiesa cattolica, prova per questa comunità e per tutte le comunità ebraiche del mondo”, Benedetto ha condannato “la piaga dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo”, e ha evocato “il singolare e profondamente inquietante dramma della Shoah”.

Tuttavia, lo sforzo di affrontare una serie di pressanti preoccupazioni ebraiche era assente. Subito dopo il discorso del papa, Baer ha detto: “Mentre riconosciamo l’importanza storica di questa visita e apprezziamo i richiami del papa alla comprensione e al rispetto reciproci, siamo profondamente delusi che il papa abbia scelto di non affrontare la questione della beatificazione di Papa Pio XII. Se non voleva discuterne pubblicamente nella sua visita alla sinagoga, avrebbe potuto coglierne l’occasione nelle riunioni più private con i leader della comunità ebraica. Era ovvio che voleva evitare la controversia”.

Una beatificazione prematura

Di principio, il B’nai B’rith riconosce il conferimento cattolico della santità come una questione interna della chiesa. Nello stesso tempo, Baer ha osservato: “Continuiamo a credere che la beatificazione sia prematura fino a quando gli archivi di Papa Pio XII e del Vaticano durante la seconda guerra mondiale non verranno esaminati. Il perdurante fallimento del Vaticano nel permettere tale accesso agli archivi rende tutto ciò impossibile. Si può solo presumere che se la documentazione provasse che Pio XII abbia salvato con discrezione le vite degli ebrei, la chiesa vorrebbe condividere tali prove”.

Baer, Pascal e Kamami hanno anche partecipato alla riunione privata che il papa ha condiviso con circa 30 leader ebrei alla conclusione della cerimonia ufficiale.

Baer, che è nato in Germania e arrivò negli Stati Uniti quando era bambino, ha detto: “Se avessi potuto parlare al papa, lo avrei fatto in tedesco e gli avrei chiesto di aprire gli archivi vaticani”.

La questione della beatificazione è solo la spaccatura più recente nelle relazioni cattolico-ebraiche, che erano già tese dopo la decisione del papa dello scorso anno di togliere la scomunica ai quattro vescovi, incluso Richard Williamson, che ha affermato pubblicamente che durante l’Olocausto non vennero utilizzate camere a gas e che dalla Germania nazista non vennero uccisi più di 300.000 ebrei. Il papa aveva poi espresso la condanna del negazionismo.

Nel frattempo, nel 2007, la decisione del papa di riportare in auge l’uso della Messa Tridentina in latino, come alternativa alla moderna liturgia adottata negli ultimi decenni, ha molto allarmato gli ebrei e i cattolici impegnati nel dialogo interreligioso. La liturgia in latino include una preghiera del Venerdì Santo “per la conversione degli ebrei”.

Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana e membro del B’nai B’rith, ha preceduto il discorso del papa in sinagoga con un richiamo ad un minuto di silenzio per le vittime del terremoto di Haiti del 12 Gennaio[3]. Egli ha sollecitato gli aiuti della comunità internazionale e ha detto che il B’nai B’rith ha intrapreso uno sforzo mondiale per assistere le vittime.
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[1] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3836810,00.html
[2] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3823237,00.html
[3] http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3834620,00.html

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La liturgia in latino non porta più la preghiera per i “perfidi giudei” perché è stata già abrogata da Giovanni XXIII, su richiesta ed esposto di Mons. Jakob Ukmar, sacerdote triestino di lingua slovena.
Per quanto attiene la documentazione su Pio XII è DOVERE, ripeto e ribadisco DOVERE della Chiesa, non solo aprire gli archivi, ma anche pubblicare tutti gli atti e scritti riguardanti il beatificando.
E’ una norma prevista per la canonizzazione di qualsiasi cristiano, sia esso un semplice fedele, un sacerdote, un vescovo o un papa. Non esistono eccezioni, né atti di benevolenza.
Saluti
Dario Bazec

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Il B’nai B’rith Argentina saluda a Francisco

4564893_origSegnalazione del Centro Studi Federici

B´nai B´rith Argentina saluda la elección del Papa Francisco I Reconocemos en el Papa Francisco I, Cardenal Jorge Mario Bergoglio, a un amigo de los judíos, un hombre consustanciado con el diálogo y comprometido con el encuentro fraterno.
 
En la foto el Cardenal Jorge Mario Bergoglio, hoy Papa Francisco I, realizando las reflexiones finales en el acto de Conmemoración de la Noche de los Cristales Rotos, el 12 de noviembre de 2012 en la Catedral Metropolitana de Buenos Aires. Frente a él seis velas que fueron encendidas en recordación de los 6 millones de judíos muertos en la Shoá.
 
OJG_3706B´nai B´rith Argentina saluda la elección del Cardenal Jorge Mario Bergoglio como Francisco I .
 
El Cardenal Jorge Mario Bergoglio es un católico comprometido con el diálogo interreligioso y ha cimentado una sólida relación fraterna con la comunidad judía argentina, en particular con B´nai B´rith que ha sido gratificada con su trato cordial y sincero. B´nai B´rith realizó con su apoyo la conmemoración de la Noche de los Cristales Rotos en distintas iglesias de la Diócesis de Buenos Aires, entre ellas en dos oportunidades la Catedral Metropolitana de la Ciudad de Buenos Aires. También en dos oportunidades fue él quien hizo las reflexiones finales tras la lectura del texto litúrgico “De la muerte a la esperanza” , siendo la más reciente el pasado 12 de noviembre de 2012. La celebración de la Pascua Judía en la Basílica de San Francisco en el año 2009 también contó con su apoyo.
 
Reconocemos en Francisco I a un amigo de los judíos, un hombre consustanciado con el diálogo y comprometido en el encuentro fraterno.
 
Estamos seguros que en su mandato papal podrá mantener el mismo compromiso y poner en acción sus convicciones en el camino del diálogo interreligioso.
 
 
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Archivi tag: B’nai B’rith argentina

Quando il cardinale Jorge Bergoglio ospitò nella cattedrale la potentissima massoneria ebraica

Il 12 Novembre del 2012, presso la Cattedrale di Buenos Aires centinaia di persone parteciparono alla commemorazione da parte della B’nai B’rith argentina della Kristallnacht (‘Notte dei cristalli’) con cui viene ricordata la devastazione condotta dai nazisti (SS) nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia contro gli Ebrei. L’allora cardinale Jorge Bergoglio, ora ‘papa’ Francesco, condusse l’evento a cui parteciparono alti rappresentanti delle Chiese Metodiste, Luterane, Presbiteriane e Cattoliche. Ecco alcune foto di quell’evento prese dal profilo facebook del B’nai B’rith International.

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bergoglio-bnai-04Fonte: https://www.facebook.com/

Questo spiega perchè il B’nai B’rith ha accolto bene l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio.

Chi ha orecchi da udire oda.

Giacinto Butindaro

Tratto da: http://giacintobutindaro.org/

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Giannino, che partecipò a serata B’nai B’rith, augura Buon Purim

Oggi Giannino è stato sbugiardato dal suo collega Zingales che ha abbandonato il suo movimento. Le dimissioni, annunciate dallo stesso professore dell’Università di Chicago sulla sua pagina Facebook, sarebbero dipese dal fatto che Oscar Giannino avrebbe dichiarato “credenziali accademiche molto specifiche e false”. Questo è stato reso noto da molti siti e giornali.

Meno noto è invece un testo (meta)politico che ben definisice gli orientamenti di questo eccentrico personaggio. Citiamo da Kolot.it un post intitolato “Buon Purim da Oscar Giannino”:l43-giannino-130117183846_big

Cari amici della Comunità ebraica, Ho avuto il piacere di incontrare tanti di voi nel corso di una serata del Bene Berith a Roma. È stato un momento per me molto piacevole e molto sentito, che mi ha dato modo di affrontare alcuni temi che questa lettera mi permette di meglio diffondere.

La scadenza elettorale del 24-25 Febbraio coincide con la Festa di Purim. Questa ricorrenza ebraica fornisce tantissimi spunti di attualità. In primis la riflessione che i “potenti” di ogni epoca e di ogni paese possono essere sconfitti se ci sono delle agguerrite minoranze che sanno difendere i principi in cui credono.

Questa è la storia di Fare per Fermare il declino, il nostro Partito (vedi http://www.fare2013.it). Siamo partiti dalla pubblicazione di un manifesto che denunciava le carenze del nostro Paese proponendo soluzioni forti ed un preciso piano di azioni, spiegato nei dettagli con numeri e validazioni autorevoli. Questo appello ha registrato un successo clamoroso, l’adesione di decine di migliaia di Italiani, e da qui la decisione di presentarci alle elezioni.

Non inginocchiarsi di fronte alle autorità, evitare il culto della personalità, credere nella forza dei pochi che possono sconfiggere i molti. Questi messaggi erano validi 2.500 anni fa in Persia e lo sono per noi ancora adesso in Italia.

È importante essere sicuri di quello che si vuole. La propria motivazione può essere contagiosa e instillare dubbi nei nostri apparentemente granitici interlocutori. A questo proposito mi ritornano in mente due episodi della mia vita.

Il primo. Quando da giovane stetti in piedi per diverse ore di fronte alla polizia sovietica che mi chiedeva spiegazione sul perché portavo delle Bibbie ai refusnik. Il secondo. La forte sensazione che ebbi, quando accompagnando Spadolini in Israele, assistetti al giuramento dei soldati israeliani che urlavano “Mai più!” a Masada.

Cito queste esperienze personali perché so che poche realtà come quella del popolo ebraico sanno capire cosa intendo quando voglio trasmettere il messaggio che ORA è il momento di prendere una posizione coraggiosa. Quante volte nella storia il popolo ebraico, pur in condizioni di inferiorità è riuscito a ribaltare il corso della storia?

Ora Fare per Fermare il declino, una piccola ma crescente forza politica vuole imporre una nuova agenda al Paese. Non è un fatto episodico, tant’è che gli attacchi che Berlusconi ci ha rivolto sono la migliore dimostrazione di come siamo diventati ormai una realtà con cui fare i conti. Non sorprende poi come in questi giorni siamo stati accostati ad una bella frase del Mahatma Gandhi: “prima ci ignorano, poi ci deridono, poi ci combattono, poi vinciamo”. Questa è la spiegazione del nostro crescente successo: di fronte alla delusione per le proposte titubanti di tre coalizione ben poco omogenee e credibili, tutti i sondaggi stanno registrando il fenomeno del nostro arrivo in Parlamento e nelle Assemblee regionali.

Nell’augurarti una buona Festa di Purim, ti e mi auguro che riusciremo insieme a Fare qualcosa per rovesciare le sorti del nostro comune Paese.

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L’AIPAC è stata fondata nel 1953 da Isaiah L. Kenen. Da principio il suo nome era American Zionist Committee for Public Affairs. Secondo Steven Spiegel, docente di scienze politiche dell’Università della California a Los Angeles, “la tensione fra l’amministrazione Eisenhower e i sostenitori di Israele era così forte da provocare voci (infondate, si scoprì dopo) su un’imminente indagine del governo sul American Zionist Council (Consiglio Sionista d’America, n.d.r.). Quindi fu creata una lobby indipendente, che anni dopo fu ribattezzata AIPAC

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Come cambiano le lobby pro-Israele
Maria Grazia Enardu
28/04/2010

I rapporti tra Israele e Usa stanno attraversando una fase nuova, caratterizzata da un paradosso: le due parti ribadiscono in ogni occasione che il rapporto è solido, ma le divergenze politiche si sono accentuate e non se ne intravede all’orizzonte un superamento. Nel frattempo, si susseguono appelli di organismi e personalità pro-Israele, affinché Washington non abbandoni il suo principale alleato in Medioriente. Queste voci però sono troppo insistenti per non far pensare che scaturiscano dal timore di un bradisisma che potrebbe diventare incontrollabile.

Un terreno su cui si inserisce il continuo lavoro delle lobby filo-Israele negli Stati Uniti, spesso sbrigativamente definite lobby ebraiche, termine che semmai andrebbe usato solo per quegli organismi che lavorano sui rapporti tra comunità ebraica americana e le altre componenti del paese, nel governo e nella società.

Le lobby filo-Israele infatti sono assai composite, con una forte presenza non ebraica, e il loro sostegno a Israele ha un’amplissima gamma di motivazioni: ideali, religiose, politiche, economiche. A volte distinte, spesso mescolate, se non deliberatamente sovrapposte. O addirittura francamente antisemite: alcuni settori cristiani sostengono Israele e lavorano attivamente per rafforzarlo, in modo che possa radunare a sé gli ebrei del mondo, come profetizzato nella Bibbia, e porre la premessa all’Armageddon che – dopo la distruzione o semmai la conversione di Israele – annunci il ritorno di Gesù Cristo (Parusia, ndr).

L’Aipac
Il mondo delle lobby filo Israele negli Usa ha visto in prima linea negli ultimi decenni l’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), il gruppo più attivo e conosciuto. Dall’avvento al potere del Likud, nel 1977, l’Aipac ha assunto un ruolo crescente nel sostegno a Israele, sia in sede di Congresso sia nelle amministrazioni locali. Come tutti i public action Committee registrati per attività di lobbying, l’Aipac lavora alla luce del sole, e in particolare dedica ogni cura ai membri del Congresso Usa, sia scegliendo quali candidati appoggiare, sia vagliando con attenzione ogni aspetto delle loro attività che abbia relazione, diretta o indiretta, con Israele.

L’attività dell’Aipac tende però ad essere poco chiara in particolare su un aspetto: non è una lobby ebraica, e alcuni suoi membri, individui privati o società, ne fanno parte perché interessati a uno specifico aspetto dei rapporti tra i due paesi, ovvero quello economico. Al centro dell’attenzione sono soprattutto le forniture militari, sotto forma sia di aiuti americani a Israele, sia di acquisti o scambi. Se scoppiasse la pace all’improvviso, alcune lobby pro-Israele, ‘l’Aipac in particolare, ne risentirebbero fortemente. I grossi interessi che fanno capo all’Aipac la rendono però vulnerabile. Quando diventa troppo invadente suscita inevitabilmente rezioni all’interno degli Stati Uniti e spesso anche tensioni nei rapporti tra Washington e Gerusalemme. A volte l’Aipac sopravvaluta il suo pur rilevante peso rischiando di scivolare nell’interferenza. Nel 1992, il primo ministro Rabin, in visita negli Stati Uniti, colse l’occasione per una famosa lavata di capo all’Aipac, con l’esplicito invito a non intromettersi negli affari, internazionali e non, di Israele. Quest’ultimo, in verità, non è l’unico paese ad avere a Washington sia una rappresentanza diplomatica ufficiale sia gruppi di sostegno, ma è probabilmente quello per il quale queste due dimensioni sono più strettamente intrecciate, in maniera a volte controproducente.

Ci sono negli Stati Uniti diverse altre grandi associazioni che appoggiano Israele, alcune delle quali sono ebraiche, come ad esempio la Zionist Organization of America o il Jewish Council for Public Affairs, che comprende a sua volta l’Anti-Defamation League, in prima linea nella lotta all’antisemitismo. Non sempre le sfere di azione di questi organismi sono divise e definite, né potrebbe essere altrimenti. Ad esempio, il sostegno a Israele, in nome dell’assoluto valore della solidarietà del popolo ebraico, ha una ovvia valenza politica, ma passa anche per aspetti culturali e sociali. Primo tra tutti la vita delle comunità ebraiche e le scuole, istituzioni che vengono sostenute in ogni modo anche per evitare il pericolo maggiore da cui gli ebrei americani si sentono minacciati: l’assimilazione.

Formare nuove generazioni con forte attaccamento alle radici ebraiche e grande senso di solidarietà verso Israele è uno sforzo intenso e costante, reso difficile dalla grande articolazione degli ebrei americani, tra cui prevalgono i movimenti di ebraismo riformato. Molti di questi movimenti non sono affatto filosionisti, o per ragioni politiche o anche, e in numero crescente, per ragioni religiose. Gli ultraortodossi non riconoscono legittimità allo stato di Israele, perché non è il regno del Messia, e le loro attività politiche, lobbying compreso, sono volte alla difesa delle proprie comunità e di uno stile di vita di rigida osservanza, non di Israele in quanto tale. Tra i filosionisti poi abbondano i distinguo: sostegno a Israele ma non a certe sue politiche, allo stato, non al governo. Questo universo è attraversato da un continuo dibattito su come appoggiare l’uno senza automaticamente sottoscrivere le politiche dell’altro, con divisioni anche gravi tra ebrei americani ed Israele, ma soprattutto all’interno della comunità ebraica.

Le associazioni sioniste non ebraiche, annoverano Christians United for Israel, di tendenze millenariste, o altre, come la più moderata International Christian Embassy Jerusalem, tutte legate al mondo protestante e soprattutto evangelico, anche se il sostegno a Israele viene da alcune di queste visto in modo più critico, con attenzione anche all’aspetto palestinese.

Novità J Street
Ma l’Aipac è pur sempre la corazzata in prima linea e quando, due anni fa, in coincidenza con l’avvio della campagna presidenziale di Barack Obama, è nata J Street, la notizia ha destato poca attenzione: in fondo era solo l’ennesima associazione filo Israele, piccola e assai liberal, nulla che potesse togliere spazio ai grandi soggetti già sul campo.

J Street è stata fondata da un gruppo di giovani attivisti ebrei e il loro capo, Jeremy Ben-Ami, li riassume idealmente: ha iniziato giovanissimo l’attività politica nello staff di Bill Clinton, ha vissuto in Israele, conosce bene le due realtà. Ha creato un’organizzazione agile, con nuovi strumenti di comunicazione, per cercare e ottenere sostegno in quella grande componente dell’ebraismo americano che è giovane, ben diversa dai padri e dai nonni, spesso segnati dalle ferite e dalla memoria della Shoah. Una generazione decisa ad appoggiare Israele, ma non qualunque sua politica, soprattutto se contraddice i valori americani e ebraici: democrazia piena, diritti garantiti, giustizia come premessa alla pace.

L’arrivo di J Street ha suscitato, nel mondo pro Israele, sia grande interesse sia una seria preoccupazione. Sono volate accuse di antisemitismo, di essere ebrei che odiano se stessi, e si è cercato di ridurre, spesso ignorandolo, l’impatto del nuovo arrivato. Linea scelta anche da Israele e che ora sta lentamente rientrando, anche perché il governo e altri gruppi più avveduti – soprattutto l’Aipac – si rendono conto che J Street è una concorrente sul terreno più importante: quello delle nuove generazioni, protagoniste di un inarrestabile ricambio. Attaccarli frontalmente potrebbe significare perderli irrimediabilmente; meglio dunque usare la giusta misura di blandizia e sperare che J Street commetta errori.

Nuova identità
Benché possa sembrare che il terreno di confronto tra le lobby filo Israele sia prevalentemente politico, esso riguarda direttamente anche il modo di interpretare la religione. Il complesso mondo delle lobby filo Israele, e in particolare quelle propriamente ebraiche, opera attraverso una faglia quasi invisibile all’esterno, ma determinante nell’assetto dei rapporti tra ebrei americani (in verità, la cosa vale per tutta la diaspora) e Israele, soprattutto con governi fortemente connotati da componenti religiose.

L’ebraismo americano è, in larga parte, composto da denominazioni riformiste, in vario grado, mentre Israele è sempre più connotato da una rigida ortodossia, ostile ai movimenti riformisti. Questioni come la definizione di ebreo, o come il riconoscimento delle conversioni, possono apparire poco rilevanti se paragonate alla ricerca della pace e della stabilità in Medioriente. Ma esse sono invece di cruciale importanza e spaccano il mondo ebraico, diviso così tra Israele (che vuole sostegno acritico) e diaspora (che si sente chiamata ad essere paladina ma in condizione di subordinazione anche in tema di religione). La forte comunità ebraica americana, inoltre, si sta trasformando. Crescono demograficamente gli ortodossi, diminuiscono le componenti riformiste, peraltro con maggiori rischi di assimilazione e quindi alla ricerca di una nuova identità ebraica, meno codificata e più allargata. Tutti cercano nuovi rapporti con lo stato che incarna il sionismo realizzato. Una serie di mutamenti che investiranno tutto, mentre cambia anche l’America, sempre più composita, e la missione del sostegno a Israele diventerà ancora più complessa: richiederà soprattutto idee e metodi nuovi, da parte sia dei vecchi sia dei nuovi gruppi.

Maria Grazia Enardu è ricercatrice di Storia delle Relazioni Internazionali e docente di Storia di Israele moderno, Facoltà di Scienze politiche, Firenze.

Vedi anche:

R. Aliboni: L’illuminismo di Obama e la Realpolitik mediorientale

C. Calia: Militari Usa contro Netanyahu

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Lobby israeliana

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Con il termine lobby israeliana (o sionista) si suole generalmente indicare l’influenza internazionale che attuano gruppi d’interesse proisraeliani tramite organizzazioni, associazioni e individui legati tra loro dal comune interesse di incidere sulle istituzioni legislative, sull’industria mediatica, l’opinione pubblica e le relazioni internazionali in favore di una politica estera favorevole allo Stato di Israele, alle sue specifiche politiche del governo eletto e al sionismo.[1][2]

I gruppi includono storicamente organizzazioni sia laiche che religiose, appartenenti a correnti cristiane ed ebreoamericane. Nel corso degli anni le dimensioni e l’influenza della coalizione proisraeliana sono aumentate notevolmente, tanto da considerare alcune nazioni (come gli Stati Uniti) tradizionalmente dedicate alla causa sionista.

Storia

Nel XIX secolo, alcune neonate correnti cristiane, precedenti alla nascita del sionismo e della considerazione generale di creare uno stato ebraico, promossero il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Queste associazioni religiose divennero col tempo un gruppo di pressione coeso nell’interesse generale di influenzare la politica degli Stati Uniti in favore della causa israeliana. Una delle prime opere più importanti sul neonato dibattito politico-religioso fu il libro The Valley of Vision; or, The Dry Bones of Israel Revived di George Bush, professore di Ebraico presso la New York University e antenato dell’omonima famiglia di politici. Nel testo si denunciava l’oppressione secolare nei confronti degli ebrei, e l’idea generale sempre più forte di una politica decisa da parte dei governi in favore della costituzione di uno Stato ebraico. Fino al periodo prebellico, l’opera di Bush vendette all’incirca un milione di copie.[3][4]

Il Blackstone Memorial del 1891 fu un altro forte tentativo da parte del ristorazionismo cristiano di persuadere il governo del presidente americano in carica Benjamin Harrison di favorire una politica filo-israeliana. Guidati da William Eugene Blackstone, i movimentisti erano convinti che se il presidente Harrison avesse aperto un dialogo con il sultanato ottomano, sarebbe stato possibile cedere la Palestina agli ebrei.[5][6]

Dopo che il membro della Corte Suprema di Giustizia, Louis Brandeis, aderì nel 1914 al movimento sionista americano, il numero delle persone che accettavano in parte o del tutto l’ideologia sionista aumentò notevolmente, e sotto la sua guida si contarono più di 200.000 adesioni. Brandeis favorì campagne di raccolta fondi per aiutare la vita degli ebrei nell’Europa in pieno conflitto, riuscendo ad ottenere diversi milioni di dollari e facendo diventare da quegli anni il “centro finanziario per il movimento sionista internazionale“.[7][8]

L’accettazione comune del sionismo si espanse quindi dagli Stati Uniti al resto del mondo occidentale, ottenendo sempre più consensi. Nel Regno Unito il movimento fu legittimato ufficialmente dal governo con il Balfour Declaration of 1917. Il Congresso degli Stati Uniti passò il primo punto d’intesa per il supporto della creazione di uno Stato ebraico in Palestina il 21 settembre 1922.[9]

Durante il governo di Dwight D. Eisenhower, la politica filo-israeliana non fu in prima linea a causa del nascente confronto con l’Unione Sovietica e l’espansione nel Medio Oriente. L’influenza decisionale dei movimenti sionisti americani fu quanto mai drastica e l’interesse del nuovo governo per essi fu abbastanza altalenante e dubbioso, tanto che fu aperta un’indagine governativa per investigare sulle attività dell’American Zionist Council. In relazione a questi fatti, in quell’epoca è stata datata la formazione di una prima lobby indipendente sionista.[10] In una indagine a parte appartenente al Senato, si scoprì invece che l’American Zionist Committee for Public Affairs fondato da Isaiah L. “Si” Kenen nel 1953, fu finanziato dalla sua creazione sino agli anni sessanta dal governo israeliano.[11]

Fino agli anni sessanta, quindi, la pressione delle lobby pro e israeliane riguardo alla politica dedicata alla causa sionista da parte degli Stati Uniti fu abbastanza debole e poco considerata. Secondo George Friedman, fino al 1967 gli “Stati Uniti furono attivamente ostili nei confronti di Israele“.[12][13]

Nel libro The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy di John Mearsheimer e Stephen Walt, vengono riprese le stesse considerazioni di Friedman, secondo cui dopo il 1967 gli Stati Uniti si attivarono fortemente a sostenere Israele attraverso pesanti manovre politiche ed economiche, che al 2004 avrebbero superato la soglia dei 140 miliardi €, come ad esempio il fondo annuale di 3 miliardi diretti in aiuti economici ad Israele, pari a 1/4 dell’intero bilancio americano stanziato per gli aiuti all’estero.[14]

Contesto

Molti studiosi vedono nel tradizionale favoritismo dei gruppi d’interesse ebraici a Israele, uno degli esempi più evidenti della forte influenza che hanno in America i gruppi di pressione di stampo etnico. È anche in larga parte accettato che il successo avuto dalla lobby sionista nella riuscita dei suoi progetti sia dovuto al forte sostegno ricevuto dai più numerosi e forti gruppi cristiani del primo periodo di sviluppo del sionismo.[15][16]

I professori John Mearsheimer e Stephen Walt hanno scritto al London Review of Books il loro personale parere sulla lobby israeliana: “Nelle sue operazioni di base, la lobby israeliana non è molto diversa dai sindacati per i lavoratori o gruppi d’interesse per l’agricoltura o l’acciaio, o altre lobby di origine etnica. Non c’è nulla di improprio nei tentativi d’influenzamento degli ebrei americani e dei loro alleati cristiani sulla politica degli Stati Uniti: le attività della Lobby non sono una cospirazione del tipo rappresentato su I Protocolli dei Savi di Sion. Per una larga parte, i singoli e i gruppi che la compongono fanno le stesse cose che fanno gli altri gruppi d’interesse, solo che lo fanno molto meglio. Per contro, i gruppi d’interesse proarabi, che sono noti a tutti, essendo deboli, rendono il compito ancora più facile alla lobby israeliana.[14]

Struttura

Secondo Mitchell Bard dell’American Israel Public Affairs Committee, la “lobby israeliana (o proisraeliana) è composta sia da componenti formali che informali. Questi membri sono così intersecati tra loro in vari punti, che la distinzione tra uno e l’altro non è sempre chiara“.[2] Bard definisce come ala informale della lobby tutti quei comportamenti indiretti attuati dagli ebrei americani sull’opinione pubblica per volgere in proprio favore le politiche mediorientale degli Stati Uniti.[2]

Gli ebrei americani partecipano alle operazioni di voto con un tasso di partecipazione maggiore rispetto ad altri gruppi, con una distribuzione del voto significativa in particolare in alcuni stati, fattore che può essere tenuto presente dai candidati elettorali.[2]

Voci correlate

Bibliografia

Note

  1. ^ Mearsheimer, John J. and Walt, Stephen. The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, London Review of Books, Volume 28 Number 6, March 22, 2006. Accessed March 24, 2006.
  2. ^ a b c d Mitchell Bard The Israeli and Arab Lobbies“, Jewish Virtual Library, published 2009, accessed October 5, 2009.
  3. ^ Michael B. Oren, Power, Faith, and Fantasy Reviewed by Hillel Halkin, Commentary, January 2007.
  4. ^ Dr. Michael Oren, address before the AIPAC Policy Conference 2007, delivered March 11, 2007; quoted in Foxman, The Deadliest Lies, pp. 17-18.
  5. ^ http://en.wikisource.org/wiki/Blackstone_Memorial Blackstone Memorial
  6. ^ Paul Charles Merkley, The Politics of Christian Zionism, 1891–1948‎, 1998, p. 68 ff.
  7. ^ Donald Neff, Fallen Pillars U.S. Policy towards Palestine and Israel since 1945Chapter One: Zionism: Jewish Americans and the State Department, 1897-1945
  8. ^ http://www.ajhs.org/publications/chapters/chapter.cfm?documentID=281 Louis D. Brandeis and American Zionism
  9. ^ Cheryl Rubenberg, Israel and the American National Interest: A Critical Examination, University of Illinois Press, 1986, pp. 27. ISBN 0-252-06074-1
  10. ^ Steven Spiegel, The Other Arab-Israeli Conflict: Making America’s Middle East Policy, from Truman to Reagan, University Of Chicago Press, 15 ottobre 1986, pp. 52. ISBN 0226769623
  11. ^ The Israel Lobby Archive [1] Accessed November 14, 2008
  12. ^ George Friedman, The Israel Lobby in U.S. Strategy, September 4, 2007 [2].
  13. ^ Abraham Ben-Zvi, Decade of Transition: Eisenhower, Kennedy, and the Origins of the American-Israel Alliance, Columbia University Press, 1998.
  14. ^ a b John Mearsheimer and Stephen Walt · The Israel Lobby: the Israel Lobby · LRB 23 March 2006
  15. ^ Ambrosio, Thomas, Ethnic identity groups and U.S. foreign policy, Praeger Publishers, 2002.
  16. ^ Gertrude Himmelfarb, American Jewry, Pre=- and Post-9/11, p. 118, in Religion as a public good: Jews and other Americans on religion in the public square, ed. Alan Mittleman, Rowman & Littlefield, 2003

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ISRAELE E L’ AMERICA DI OBAMA

Dopo soli quattro mesi dal suo varo, il governo israeliano è in serie difficoltà. L’ altro giorno è esploso il caso Lieberman, il ministro degli Esteri vicino all’ estrema destra, che la polizia accusa di corruzione, falso e riciclaggio di capitali. Sugli altri due partner maggiori della coalizione messa insieme da Netanyahu, il Labore l’ ortodosso Shas, incombe il pericolo d’ una spaccatura che farebbe dissolvere la maggioranza del governo in parlamento. E soprattutto, ben più rischioso politicamente dei malesseri interni alla coalizione, c’ è oggi lo stato dei rapporti tra Israele e l’ America di Barack Obama. Per la prima volta negli ultimi diciotto anni, infatti, un governo di Washington ha messo un governo d’ Israele con le spalle al muro. Come il presidente Obama aveva detto subito dopo il suo insediamento, gli Stati Uniti non intendono più tollerare che gli israeliani continuino ad espandere le colonie ebraiche a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Non è più questione di vaghe esortazioni, come ce ne furono anche negli anni di Bush, quando Condoleezza Rice raccomandava un congelamento delle nuove costruzioni perché “non aiutano il processo di pace”. Adesso la musica è diversa, le richieste americane sono drastiche. Gli insediamenti sono “illegittimi”, impediscono l’ intesa con i palestinesi, e quindi da ora in poi non un mattone dev’ essere più messo su un altro, ad opera dei governi di Gerusalemme, nelle terre che faranno parte del futuro Stato palestinese. La pressione politica di Washington s’ è fatta sempre più decisa. La scorsa settimana c’ erano a Gerusalemme ben quattro inviati di Obama: il negoziatore tra israeliani e palestinesi George Mitchell, il segretario alla Difesa Robert Gates, il consigliere per la sicurezza nazionale James Jones e l’ esperto di Iran alla Casa Bianca Dennis Ross. E benché abbiano parlato con i governanti israeliani anche di Iran, tutti e quattro hanno insistito sulla necessità di sospendere subito e completamente l’ allargamento delle colonie. Da qui i cartelli inalberati nelle manifestazioni delle destre israeliane. Lì, Barack Obama è indicato sempre e soltanto col suo secondo nome, Hussein, a denunciarne la discendenza da un padre kenyota. In altri cartelliè disegnato con un turbante intorno al capo. E in altri ancora, definito in questi termini: “L’ arabo che gli americani chiamano presidente”. Colore e demagogia a parte, nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai subito un simile trattamento nelle piazze d’ Israele. Quando la nuova amministrazione americana dichiarò che non avrebbe più taciuto sull’ illegalità dei nuovi insediamenti ebraici, nell’ ambiente liberale pacifista israeliano si fecero molte scommesse. Sarebbe riuscito Obama ad ottenere da un governo israeliano quel che nessuno dei suoi predecessori aveva mai ottenuto dai governi di sinistra e di destra che si succedevano a Gerusalemme? Erano circa vent’ anni, infatti, che gli americani avevano capito quanto sarebbe stato importante, sulla strada d’ una soluzione del conflitto in Palestina, che Israele cessasse di costruire colonie sulle terre palestinesi. Ma ad eccezione d’ un tentativo fatto da Bush padre nel ‘ 91 di sospendere gli aiuti economici ad Israele se gli insediamenti avessero continuato a crescere (tentativo abortito dopo pochi mesi), nei sedici anni di Clinton e Bush jr. pressioni americane serie, efficaci, non ne erano mai venute. Da qui le discussioni e le scommesse dei pacifisti israeliani. Le parole di Barack Obama si sarebbero disperse al vento dopo i primi rifiuti di Benyamin Netanyahu, o il governo di Washington era stavolta deciso a imporre la sua linea? A giudicare dal clima politico che c’ è oggi in Israele, le scommesse le hanno vinte i pochissimi che prevedevano una svolta nei rapporti tra Washington e Gerusalemme. Nessun dubbio, infatti che la svolta ci sia stata, e più brusca, più veloce di quanto si potesse immaginare. La presa di distanza degli Stati Uniti rispetto al loro maggiore alleato in Medio Oriente (dopo che da anni molti politologi americani avevano messo in discussione la coincidenza tra “interessi dell’ America” e “interessi d’ Israele”), è a questo punto clamorosa. Né i contraccolpi in Israele s’ avvertono soltanto nei settori di destra o tra i coloni. Secondo un recente sondaggio solo il 6 per cento degli israeliani si fida infatti della politica mediorientale di Obama, mentre il 50 per cento si dice convinto che il presidente americano sia ormai su posizioni più pro-palestinesi che pro-israeliane. Il primo segnale, dunque, d’ una sfiducia nei confronti dell’ America, sino a ieri considerata la più sicura, incrollabile protettrice dello Stato ebraico. Uno degli effetti di questa diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, è stato tuttavia la crescita in Israele della popolarità di Netanyahu. Il primo ministro appare adesso il coraggioso difensore dell’ autonomia nazionale. Nessuna personalità del paese, nemmeno sul versante della sinistra, si è sinora pronunciata contro di lui e il suo rifiuto di fermare del tutto l’ ampliamento delle colonie. Ed è anzi da qui che Netanyahu sta ricavando in questi giorni il consenso per il suo governo, che altrimenti – come s’ è detto all’ inizio – sarebbe già pericolante. La sua linea di difesa è duplice. Verso l’ esterno, insistere sul fatto che il pericolo di un’ arma nucleare iraniana è ben più urgente della questione palestinese. All’ interno, mostrarsi come la diga che si erge contro le pressioni di Washington. E questo mentre Barack Obama viene visto dagli israeliani come un alleato incerto, flessibile con tutti (con gli ayatollah di Teheran, con la Siria, con Putin), meno che con Israele. La partita tra Netanyahu e Obama è quindi ancora aperta. Obama ha dalla sua parte l’ intero Occidente, la Russia, e forse la maggioranza degli ebrei americani. Ma a sorreggere Netanyahu ci sono una società, un elettorato tra i più orgogliosi e imprevedibili, oltre che viziati in questi trent’ anni dalla pazienza e remissività dell’ America e degli europei. Ancora qualche mese, e si vedrà se “l’ arabo che gli americani chiamano presidente”, come si legge sui cartelli nelle manifestazioni delle destre israeliane, riuscirà ad ottenere da Netanyahu, dopo l’ assenso forzoso per la formula “due popoli, due Stati”, anche la fine dell’ irragionevole, ingiusta proliferazione delle colonie ebraiche in Palestina.

SANDRO VIOLA

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Israele vende segreti militari americani alla Cina

È accaduto qualche giorno prima di Natale. Le autorità doganali finlandesi compiono un’ispezione di ruotine sulla «Thor Liberty», una nave da carico che batte bandiera dell’Isola di Man, il paradiso fiscale (e non solo) sotto influenza britannica, che ha fatto scalo al porto finnico di Kotka. A bordo, scoprono 69 missili americani Patriot, fabbricati dalla Raytheon, e 160 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale: il tutto viaggiante sotto la dicitura «fuochi d’artificio» e diretti a Shanghai, la Cina avendo notoriamente bisogno di fuochi artificiali. Il cargo appartiene a una ditta chiamata «Thorco Shipping». Il suo rappresentante in Finlandia, Thomas Mikkelsen, dice di non saper niente di quel carico. Il capitano della nave e il suo secondo, due ucraini, sono agli arresti.

I missili contrabbandati sono del tipo PAC-3, a tecnologia supersegreta, ritenuto capace di contrastare missili a testata multipla ICBM: valore sui 4 miliardi di dollari «anche senza il suo sistema radar», che ne vale molto di più. Se fossero arrivati in Cina, la perdita per gli Stati Uniti si sarebbe valutata in 123 miliardi solo dal punto di vista commerciale, senza contare l’immenso danno strategico: sui Patriot si basa la protezione di Taiwan da attacchi cinesi.

Il Pentagono ufficialmente non dice niente. Ufficiosamente, fa sapere che se deve consegnare simili gioielli, non lo fa su una nave privata con bandiera di Man, ma sui suoi Boeing C-17. I grandi giornali, Washington Post e New York Times, nemmeno danno la notizia, anche se la cosa è resa nota dalla BBC.

Grande imbarazzo. Perchè, a dirla tutta, quei Patriot della versione più avanzata, gli americani li hanno forniti ad un solo Paese estero: il loro miglior alleato in Medio Oriente, nonchè la sola democrazia razzista nel medesimo. In una parola, Israele. Anzi sembra che Israele avesse chiesto segretamente quei Patriot di nuovo tipo come protezione contro una ritorsione missilistica dell’Iran, in caso di attacco sionista alle sue installazioni atomiche.

Il governo israeliano tanto crede alla minaccia iraniana, da denudarsi del suo scudo anti-missile in nome di un buon affare: la vendita a Pechino. Dopo di che, si capisce, ha chiesto al governo americano un aumento di 100 milioni di dollari del solito regalo per la sua difesa (nel 2011 è stato di 3.075 miliardi di dollari) a causa dello «sviluppo di protezioni contro razzi e missili che possono essere lanciati su Israele da Hezbollah e Iran». Quando si dice Chutzpah.  www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/151018#.TviRXVbNTtv

Pechino, ha negato di essere la destinazione finale, anzi ha asserito che quei Patriot erano destinati alla Corea del Sud: cosa che è stato facile smentire, e che sa di excusatio non petita.

Non sarebbe la prima volta che Israele, il miglior alleato eccetera, tradisce gli USA a favore dei cinesi, vendendo loro materiale segreto americano. Nell’aprile 2009, il Pentagono annunciò che qualcuno aveva rubato 1,5 therabytes di dati segreti sull’F35, il supercaccia invisibile e costosissimo che dovrebbe dare ali USA la superiorità aerea per i prossimi 40 anni. Qualcosa come 300 miliardi di dollari di valore. Nel gennaio 2011, quando i cinesi resero note le prime foto del loro caccia-bombardiere J-20, gli esperti occidentali di aviazione notarono la sua notevole somiglianza con la tecnologia di «invisibilità» dell’F-35 e dell’F-22. Un avanzamento del tutto inaspettato da parte dlela Cina, che era di colpo capace di presentare il suo aereo di quinta generazione con anni di anticipo. La notizia – e la straordinaria somiglianza – fu segnalata dal britannico Guardian: anche allora, e media americani tacquero. Anzi, l’intera informazione fu soppressa negli USA. http://www.guardian.co.uk/world/2011/jan/05/chinese-j20-stealth-fighter-image-military-power

Adesso, Gordon Duff (di Veterans Today) un ex ufficiale dei Marines con buoni agganci nel settore Difesa, riporta alcune «fonti» del Pentagono molto allarmate da «numero dispari» dei Patriot recuperati. Si sa infatti che i Patriot vanno a coppie, due per ogni container che è anche il loro apparato di lancio; «sono concepiti per essere montati su nave o su lanciatori mobili a terra. I container non possono essere facilmente aperti, e i missili rimossi, senza danneggiare il meccanismo di lancio». Qualcuno però lo ha fatto. Qualcuno abbastanza esperto. Fonti dell’Air Force hanno indicato a Duff che i materiali ad alta tecnologia e segretezza che gli USA inviano ad Israele sono generalmente scaricati «all’aeroporto Skiphol di Amsterdam, dove Israele mantiene magazzini di sicurezza». http://www.veteranstoday.com/2011/12/23/breaking-patriot-missiles-seized-sold-to-china-by-israel/

La security per i voli civili nell’aeroporto olandese è notoriamente affidata alla ICTS, la ditta israeliana, fatta di ex-agenti del Mossad che controlla altri diversi aeroporti europei. È la ditta che ha lasciato passare numerosi terroristi «islamici», fra cui il bombardiere dalla scarpa esplosiva Richard Reid, ed altri…  http://coastal-post.com/index.php?option=com_content&view=article&id=156:an-interesting-conspiracy-theory-about-a-shoe-bomber-and-israeli-security-at-airports&catid=55:national-news&Itemid=115

Quanto alle 160 tonnellate di esplosivo trovato sulla nave coi 69 Patriot, è stato ufficialmente identificato dalla Polizia finlandese come «nitroguandina, un esplosivo a bassa sensibilità ed altissima velocità di detonazione. Tale esplosivo ha diversi usi, fra cui il lancio di missili da sottomarini e i test di prova di progettazione di armi nucleari».

Effedieffe 26 dicembre 2011

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di Emmanuel Todd – 20/10/2010

Fonte: Andrea Carancini Blog [scheda fonte]

Dal libro di Emmanuel Todd, DOPO L’IMPEROLadissoluzione del sistema americano[1], riproduco a seguire, stante il particolare interesse, il paragrafo Ilripiegamento dell’universalismo esterno: la scelta diIsraele (pp. 106-110):

Per gli specialisti di analisi strategica, la fedeltà dell’America a Israele costituisce un autentico mistero. La lettura dei classici recenti non porta alcun chiarimento. Kissinger tratta la questione israelo-palestinese in dettaglio, ma con l’esasperazione di un seguace del “realismo” costretto a negoziare con popoli irrazionali che lottano per il possesso di una terra promessa. Huntington colloca Israele all’esterno della sfera della civiltà occidentale concepita come blocco strategico. Brzezinski non ne parla. Fukuyama neppure. Il che è molto strano se si considera l’importanza del legame con Israele nell’istituzione di un rapporto antagonista generalizzato degli Stati Uniti con il mondo arabo o, più ampiamente, musulmano.La razionalità e l’utilità di quel legame sono difficili da dimostrare. L’ipotesi di una cooperazione necessaria tra democrazie non regge. L’ingiustizia commessa giorno dopo giorno dalla colonizzazione israeliana su quel che resta delle terre dei palestinesi è in se stessa una negazione del principio di uguaglianza, fondamento della democrazia. D’altronde, le altre nazioni democratiche, in particolar modo quelle europee, non provano per Israele la simpatia dichiarata che contraddistingue gli Stati Uniti.

L’utilità militare di Tsahal, l’esercito israeliano, sarebbe quasi un argomento più serio. La debolezza dell’esercito di terra americano, così lento e per di più incapace di accettare perdite, implica per le operazioni sul territorio l’uso crescente e sistematico di contingenti alleati o, addirittura, mercenari. I dirigenti americani, ossessionati dal controllo della rendita petrolifera, forse non osano fare a meno del sostegno locale del primo esercito del Medio Oriente, quello di Israele, paese la cui piccola dimensione, la forma e l’ipermilitarizzazione evocano sempre più l’immagine di una portaerei fissa. Dal punto di vista del realista strategico americano militare o civile, poter contare su una forza militare capace di eliminare qualunque esercito arabo in pochi giorni o in poche settimane sembra più importante dell’amicizia o della considerazione del mondo musulmano. Ma allora, se il calcolo è questo, perché gli strateghi realisti non ne parlano? E si può prendere in seria considerazione un esercito israeliano che controlla i pozzi di petrolio dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli Emirati, quando non è mai stato capace di mantenere senza grosse perdite il sud del Libano un tempo e la Cisgiordania oggi?

Le interpretazioni che insistono sul ruolo della comunità ebraica americana e sulla sua capacità di influire sul meccanismo elettorale contengono una piccola parte di verità. È la teoria della “lobby ebraica” e, d’altronde, si potrebbe completare con una teoria della non-lobby araba. In assenza di una comunità araba sufficientemente importante per fare da contrappeso, per qualunque politicante con problemi di rielezione il costo politico del sostegno a Israele può apparire nullo. Perché perdere i voti degli elettori ebrei se non ce ne sono altrettanti da guadagnare tra gli arabi? Tuttavia, non è il caso d’ingigantire la massa della comunità ebraica che, con 6,5 milioni di individui, costituisce soltanto il 2,2% della popolazione statunitense. Inoltre, l’America non è priva di tradizioni antisemite e si potrebbe immaginare che numerosi elettori, nel 97,8% di americani non ebrei, puniscano i politici favorevoli a Israele. Ma gli antisemiti, ormai, non sono più anti-israeliani. Ci stiamo avvicinando al cuore del mistero.

I gruppi considerati antisemiti dagli stessi ebrei americani, ossia i fondamentalisti cristiani, sono politicamente allineati alla destra repubblicana. Ora, il sostegno a Israele è massimo nell’elettorato repubblicano e la destra religiosa americana, che sostiene Bush, sta scoprendo una passione per lo Stato d’Israele, contropartita positiva del suo odio verso l’islam e il mondo arabo. Se si aggiunge che i tre quarti degli ebrei americani continuano a essere orientati verso il centrosinistra, votano per il partito democratico e temono i fondamentalisti cristiani, arriviamo a un paradosso cruciale: esiste una relazione antagonista fra gli ebrei americani e la frazione di elettorato americano che sostiene maggiormente Israele. Quindi, non si può capire l’appoggio sempre più determinato all’Israele di Ariel Sharon senza fare l’ipotesi che esistano due tipi di sostegno, di natura differente, la cui combinazione e le cui motivazioni contraddittorie spiegano la continuità e insieme le incoerenze della politica americana nei confronti di Israele.

Da una parte c’è l’appoggio tradizionale degli ebrei americani che, quando il partito democratico è al potere, conduce a dei tentativi per proteggere Israele pur rispettando nella misura del possibile i diritti dei palestinesi. L’azione di Clinton per ottenere un accordo di pace a Camp David corrispondeva a quel tipo di motivazione.

Un altro sostegno a Israele, più nuovo e originale, è quello della destra repubblicana, che proietta nel campo del Medio Oriente la preferenza per la disuguaglianza che contraddistingue l’America attuale. Infatti, la preferenza per la disuguaglianza e per l’ingiustizia esiste.

Le ideologie universaliste proclamano l’equivalenza dei popoli. Quest’attitudine “giusta” ci fa credere che il principio di uguaglianza sia necessario alla costituzione dell’alleanza tra i popoli. Invece, ci si può identificare con l’altro indipendentemente dalla nozione di uguaglianza. Durante la guerra del Peloponneso, Atene, campione delle democrazie, sosteneva ovviamente i democratici dello spazio greco ogni volta che poteva. Ma Sparta, campione delle oligarchie, quando assumeva il controllo di una città vi istituiva un regime oligarchico. Alla fine del XVII secolo, i diversi regimi monarchici d’Europa erano riusciti senza troppa difficoltà a coalizzarsi contro il principio di uguaglianza propugnato dalla Rivoluzione francese. Ma l’esempio più spettacolare di un’identificazione a distanza tra due regimi non soltanto ostili al principio di uguaglianza, ma anche legati dall’idea di gerarchia dei popoli, è quello della Germania e del Giappone durante la Seconda guerra mondiale. Dopo Pearl Harbor, Hitler dichiarò la guerra agli Stati Uniti per solidarietà con il Giappone. E così, nelle relazioni internazionali come in quelle interpersonali, può esistere una preferenza per il male o, più modestamente, per l’ingiustizia se si è malvagi o ingiusti. Il principio fondamentale dell’identificazione con l’altro non è il riconoscimento del bene, ma il riconoscimento di sé nell’altro.

Si potrebbe anche sostenere che la consapevolezza di comportarsi male intensifichi il bisogno di trovare degli altri che agiscano allo stesso modo per trovare altrettante giustificazioni. Credo che il legame nuovo e rinsaldato dell’America con Israele vada spiegato in questi termini. Visto che Israele si sta comportando male proprio quando lo sta facendo anche l’America, quest’ultima ne approva l’atteggiamento sempre più feroce nei confronti dei palestinesi. L’America è sempre più convinta della disuguaglianza degli uomini e crede sempre meno nell’unità del genere umano[2]. Tutte queste constatazioni possono essere applicate tali e quali allo Stato di Israele, la cui politica nei confronti degli arabi si accompagna a una frammentazione interna causata dalla disuguaglianza economica e dalle opinioni religiose. Per chi segue le informazioni della stampa o della televisione, l’incapacità sempre più grande degli israeliani di considerare gli arabi come esseri umani in generale è un’evidenza, mentre il processo di frammentazione interna della società israeliana, trascinata dalla febbre della disuguaglianza come la società americana, risulta meno evidente. Ma le differenze di reddito sono ormai tra le più importanti del mondo sviluppato e democratico. I diversi gruppi – laici, ashkenaziti, sefarditi, ultraortodossi – si separano, un fenomeno che può essere misurato dai divari di fecondità tra i gruppi che vanno da meno di 2 figli per donna per i laici a 7 per gli ultraortodossi.

All’inizio della relazione tra Israele e gli Stati Uniti c’era l’appartenenza alla sfera comune delle democrazie liberali. C’era anche il legame concreto costituito dalla presenza in America della più importante comunità ebraica della diaspora, senza dimenticare il legame biblico tra calvinismo e giudaismo. Quando un protestante leggeva la Bibbia con uno spirito un po’ letterale, s’identificava con il popolo di Israele. Nel caso specifico dei puritani americani del XVII secolo, immigrati in una nuova terra promessa, l’orrore a priori provato nei confronti dei popoli idolatri – il differenzialismo biblico – poteva concentrarsi sugli indiani o sui neri. Probabilmente, la fissazione globale e recente degli Stati Uniti su Israele non ha più molto a che vedere con q uella parentela religiosa originaria, con l’amore per la Bibbia, con un’identificazione positiva e ottimista con il popolo eletto di Israele. Sono convinto che se la Francia, repubblicana o cattolica, fosse ancora impegnata nella guerra d’Algeria reprimendo, imprigionando e uccidendo gli arabi come lo Stato di Israele fa in Palestina, l’America attuale – differenzialista, non egualitaria, travagliata dalla cattiva coscienza – si identificherebbe con una Francia colonialista decaduta dal suo universalismo. Quando si abbandona il campo della giustizia, non c’è niente di più rassicurante che osservare gli altri che compiono il male. In questi giorni, quello che Israele fa di ingiusto non sconvolge la potenza dominante dell’Occidente.

La cosa più importante per un’analisi strategica planetaria è cogliere bene la logica profonda del comportamento americano: l’incapacità degli Stati Uniti di considerare gli arabi come esseri umani in senso generale s’inscrive nella dinamica di riflusso dall’universalismo endogena alla società americana.
[1] Gruppo editoriale Il Saggiatore, Milano, 2005.
[2] N. d. R.: Quell’unità che, ci ricorda Donoso Cortés, è anche un dogma cattolico: “Dal dogma della concentrazione in Adamo della natura umana, e da quello della trasmissione di questa medesima natura a tutti gli uomini, deriva, come conseguenza, il dogma dell’unità sostanziale del genere umano”. Donoso Cortés, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo eil socialismo, Rusconi, Milano, 1972, p. 309 e seguenti.

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

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Il rabbino Meir Hirsch è la guida dei Neturei Karta, un gruppo di ebrei ortodossi che rifiutano di riconoscere lo Stato di Israele

Chi sono gli ebrei antisionisti

(Reuters/ Jamal Saidi)

Articoli CorrelatiI Falasha, ebrei d’EtiopiaNeturei Karta è un gruppo di ebrei ultra-ortodossi, residenti nel quartiere di Mea Shearim a Gerusalemme, che considerano il sionismo una distorsione della vera natura ebraica. Il rabbino Meir Hirsch, attuale leader del gruppo, da anni si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, intrattenendo rapporti stretti con i nemici storici di Israele: Ahmadinejad, Hezbollah e Hamas.

È già buio da un pezzo a Mea Shearim ma le strade sono affollate, e gli ultra-urtodossi sembrano indaffarati a fare compere come fosse mezzogiorno. I lampioni sono fuori uso, e ogni angolo dei muri è tappezzato da pashkvil, i manifesti che i locali utilizzano per fare comunicazioni importanti. L’interprete ne traduce qualcuno: quasi tutti inneggiano contro internet, cellulari, televisioni e vestiti occidentali. I muri delle case e delle scuole sono dipinti con numerose bandiere palestinesi.

È facile perdersi, ma basta fare il nome del rabbino Meir Hirsch a chiunque per farsi indicare la casa dove vive con la sua famiglia. Una volta arrivati la prima cosa che colpisce è un cartello appeso a un balcone, che recita: ‘Zionism holocaust of the jewish nation. Jews are not zionist’. Ad aprirci la porta è la moglie, ma dopo solo qualche minuto ci raggiunge Meir Hirsch: abito nero, cappello nero, giacca nera, lunga barba bianca e una spilla palestinese sul petto.

Domanda: Cos’è Neturei Karta?

Hirsch: Neturei Karta è stato fondato dopo l’assassinio da parte dei sionisti di Jacob Israel de Haan. Il nome trae origine dall’aramaico, traducibile in ebraico come ‘I Guardiani della Citta’. Noi siamo però guardiani disarmati e vogliamo difendere la città dalla penetrazione laica sionista.

D: Che differenza c’è tra voi e gli Haredim, sono anche loro ultraortodossi e antisionisti?

H: Il pubblico degli Haredim è integralmente antisionista; l’esempio lampante è che la maggior parte di loro rifiutano di prestare servizio militare. Purtroppo un’ala del movimento ha deciso di voler essere rappresentata in Parlamento fondando la ‘Yahadut HaTorah HaMeukhedet’, United Torah Judaism. Noi ovviamente rifiutiamo qualunque tipo di rappresentanza politica, anche quella Haredim.

D: Voi quindi non votate?

H: Consideriamo un’eresia votare, perché sarebbe legittimare uno Stato che per noi non esiste.

D: Lei non considera antisionisti i gruppi Haredim eletti in Parlamento?

H: Loro si considerano antisionisti pur stando all’interno della Knesset. Questa è una contraddizione razionale. Non si può stare in Parlamento proclamando un’ideologia antisionista e contemporaneamente ricevere finanziamenti e benefici dallo Stato che loro dicono di volere abbattere.

D: Cos’e’ il sionismo per Neturei Karta?

H: Il sionismo per noi è la continuazione della Haskalah, ovvero l’illuminismo ebraico, che ha portato l’ebraismo a essere osservato solo nella vita privata e mai in quella pubblica. Theodor Herzl, considerato il fondatore del sionismo, è figlio della Haskalah. Nei suoi diari racconta che il sentimento sionista è nato in lui dopo uno scontro avuto con un passante nelle vie di Parigi, che l’ha offeso con pesanti parole antisemite. Herzl rimase molto colpito dell’evento e pensò che l’unica soluzione per gli ebrei fosse la creazione di uno Stato sotto la bandiera dell’Haskalah. Il sionismo però ha portato un intero popolo ad abbracciare la miscredenza, staccandolo dalla sua vera natura ebraica.

D: La vostra ideologia antisionista trova fondamenti oltre che nella teologia anche nei diritti dell’uomo?

H: Non è di nostra competenza intrometterci in questioni strettamente politiche. Le nostre convinzioni sono di natura squisitamente religiosa. Ovviamente critichiamo qualunque forma di prevaricazione dei sionisti nei confronti del popolo palestinese, unici veri proprietari di questa terra.

D: Ma questa non è la terra promessa ad Abramo 4 mila anni fa?

H: Si, ci era stata promessa, ma a causa dei nostri peccati siamo stati allontanati.

D: Quindi che le diaspore sono una punizione divina?

H: Si.

D: Per tornare alla questione palestinese, lei non trova che considerare il sionismo una deviazione religiosa e non politica vi porterà a essere stati antisionisti solo a tempo determinato? Dopotutto l’avvento del Messia vi ridarà possesso di questa terra.

H: Nel Talmud, il trattato Ketubot 111a riporta i tre principi in base al quale il popolo di Israele è stato disperso nelle diaspore. Secondo questi principi non si può fare ritorno in massa in Terra Santa, né ribellarsi alla diaspora, né affrettare attraverso la preghiera l’avvento messianico.

D: Insisto, quando arriverà il Messia dove andranno i palestinesi?

H: Tutti i popoli assisteranno all’avvento messianico fianco a fianco.

D: Voi non fate la leva militare, questa non la considerate una comoda concessione che lo Stato vi dà?

H: In principio lo Stato avrebbe voluto arruolare tutti, ma presto si è reso conto che sarebbe stato impossibile. Da ragazzo fui addirittura arrestato di notte per non essermi presentato alla chiamata. Fu un tentativo di destabilizzare l’opera di mio padre che allora svolgeva il ruolo di ministro degli Affari Ebraici nella coalizione di Arafat. Della mia cartella infatti si occupò direttamente Moshe Levi. Fui rilasciato perchè allora avevo nazionalità statunitense, la stessa di mio padre.

D: Pagate le tasse?

H: Siamo costretti giuridicamente. Non facciamo però nessun tipo di attività per essere considerati cittadini attivi.

D: Lei va a pregare al Muro Occidentale?

H: No, è terra occupata così come lo è tutta Gerusalemme Est. Alcuni Haredim si recano in preghiera al Muro perché evidentemente non colgono l’enorme contraddizione.

D: Qual è la soluzione al conflitto israelo-palestinese?

H: Noi consideriamo la proposta di due Stati per due popoli una follia. Questa è la terra che appartiene di diritto al popolo palestinese.

D: Voi intrattenete rapporti con Hezbollah, Abu Mazen e Ahmadinejad. Cosa ne pensa Israele di questa strana amicizia?

H: Lo Stato ci considera traditori, ma è costretto a mantenere una parvenza di democrazia e di credibilità all’estero, e non ci impedisce di essere amici delle persone che lei ha nominato.

D: Un ultima domanda, lei lo usa il cellulare?

H: Il cellulare si, ma internet e tv no. Per comunicare tra di noi utilizziamo solo i pashkvil.

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Il B’nai B’rith spara su Brzezinski

 
giovedì 1 ottobre 2009
 

IL B’NAI B’RITH SPARA SU BRZEZINSKI PER AVER SUGGERITO CHE GLI AEREI ISRAELIANI VENGANO ABBATTUTI30 Settembre 2009[1]

Washington, DC – Il B’nai B’rith International è rimasto scioccato dai commenti, in un’intervista con The Daily Beast, dell’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’era Carter, Zbigniew Brzezinski, che ha detto che gli Stati Uniti dovrebbero colpire gli aerei da guerra israeliani in volo se Israele cercasse di attaccare gli impianti nucleari iraniani.

In una dichiarazione, il B’nai B’rith ha detto: “E’ inutile, e forse addirittura pericoloso, da parte di Zbigniew Brzezinski fare dichiarazioni tanto vergognose su un’ipotetica azione israeliana”.

“Siamo scioccati che qualcuno con la profonda esperienza di politica estera e di diplomazia di Zbigniew Brzezisnki suggerisca un’azione così sconsiderata come quella di abbattere un aereo di uno dei più stretti alleati dell’America. Le parole contano, e qualcuno così edotto nel delicato linguaggio delle relazioni internazionali dovrebbe saper scegliere le parole con maggiore attenzione.

“La noncuranza di Brzezinski per la stessa reale minaccia alla sicurezza che l’Iran pone a Israele e al mondo è sbalorditiva”.
[1] http://www.jewishtribune.ca/TribuneV2/index.php/200909302147/B-nai-B-rith-fires-back-at-Brzezinski-for-suggesting-Israeli-jets-be-shot-down.html

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L’ ADL E IL B’NAI B’RITH NON RAPPRESENTANO GLI EBREI

  DI HENRY MAKOW Ph.D.

Nonostante affermi di rappresentare “gli interessi della comunità ebraica nel mondo” il B’nai B’rith è in realtà un ordine massonico che rappresenta la massoneria britannica, e a causa dei suoi progetti luciferiani per un “governo mondiale” porta a pensare che il popolo ebraico in generale ne sia responsabile. Facendo finta di combattere l’antisemitismo, di fatto invece mette in pericolo gli ebrei.
Il B’nai B’rith non ha un mandato per rappresentare il popolo ebraico, ma mettendo sullo stesso piano l’opposizione al disegno di un governo mondiale e l’antisemitismo riesce contemporaneamente a disarmare le critiche e ad assicurare che gli ebrei siano accusati per l’emergente Nuovo Ordine Mondiale.

Recentemente per esempio, è stato postato in un forum un articolo sul supporto del B’nai B’rith alle “Hate laws” (ndt. Lett. “leggi dell’odio”, sono leggi che riconoscono e puniscono crimini motivati da odio) e alla censura su internet. Un membro del forum ha risposto, “Questi ebrei stanno mettendosi nelle condizioni di essere sterminati un’altra volta.”

Per cui gli “ebrei” diventano il capro espiatorio dei progetti massonici, nonostante la metà degli ebrei americani non abbia nulla a che fare né con con le organizzazioni ebraiche, né con la religione, e in realtà spesso fanno matrimoni misti.

Certo, molti altri ebrei che non sono a conoscenza del piano massonico aderiscono inconsapevoli al sionismo e alla falsa “guerra al terrorismo”. Rimarrebbero sorpresi se sapessero che la stella di Davide che compare sulla bandiera israeliana è un simbolo occulto che non viene mai menzionato nell’Antico Testamento. Potrebbero rimanere sorpresi se sapessero che la maggior parte dei leader israeliani, così come i presidenti americani, sono massoni e che la nuova corte suprema israeliana è piena di simboli massonici ed è situata lungo linee “di flusso” sataniche. È stata finanziata e progettata dai Rothschild per diventare il tribunale del Nuovo Ordine Mondiale.

La Anti Diffamation League (ADL, Lega contro la diffamazione) del B’nai B’rith probabilmente è attiva anche nella tua città. Si rivolge alle scuole locali, società private e associazioni professionali offrendo indottrinamento sulla “diversità” e sui “crimini dettati dall’odio” e prepara la polizia locale ad affrontare questo genere di crimini politici. “L’odio” viene identificato con qualsiasi cosa o chiunque interferisca con il progetto di governo mondiale, e i crimini in parte sono elencati sul sito dell’ADL (il link giustamente sulla colonna sinistra).

Il B’nai B’rith fa parte dell’ordine massonico di rito scozzese fondato nel 1843 e il suo braccio militante, la “Anti Defamation League” (ADL), è nata nel 1913, lo stesso anno in cui è stata creata la Riserva Federale americana.

Secondo il libro The Ugly Truth About the ADL (L’orribile verità sull’ADL) (1992) pubblicato dall’ Executive Intelligence Review, il B’nai B’rith ha sempre svolto un ruolo cruciale nel riportare gli Stati uniti sotto il controllo massonico della ”Corona” britannica (conosciuta anche come Nuovo Ordine Mondiale.)

“In ogni caso l’ADL non è assolutamente una lobby per i diritti civili ebraici, e inoltre, insieme al suo ente superiore B’nai B’rith, sono stati fin dal loro inizio anche un’emanazione dei servizi segreti e delle società segrete che sono nemici giurati degli Stati Uniti. Il B’nai B’rith e l’ ADL hanno usato il loro titolo ebraico per celare la loro attuale obbedienza e i loro piani.” (Ugly Truth,p.3)

Il B’nai B’rith/ rito scozzese ha contribuito alla creazione del Ku Klux Klan e a causare la guerra civile americana, che ha distrutto il fior fiore degli uomini americani. Un leader del B’nai B’rith, Simon Wolf, era una spia confederata ed era implicato nell’omicidio di Abraham Lincoln, il primo di molti colpi di stato del genere (p.es. l’assassinio dei presidenti Garfield, McKinley, Kennedy.)

Il libro continua con una descrizione dettagliata dei rapporti dell’ ADL con il crimine organizzato, la droga e la prostituzione, spionaggio interno, la corruzione del Congresso degli Stati Uniti e l’eliminazione della cristianità dalle istituzioni pubbliche. Aggiunge che l’ ADL ha combattuto la legislazione texana che perseguiva i rituali satanici e ha mosso numerose istanze d’accusa contro critiche diffamanti in quanto “antisemite”

STRATAGEMMI DELL’ADL PER UN PIANO EGEMONICO

Come ho detto, il movente principale del Nuovo Ordine Mondiale è la necessità dei banchieri centrali di trasferire il loro potere finanziario illimitato, derivato dal loro controllo del credito dei governi, ad istituzioni permanenti mondiali di controllo politico e sociale.

Milioni di persone, sia non ebrei che uno sproporzionato numero di ebrei, hanno venduto le loro anime a questi banchieri amanti di Lucifero. Il cartello bancario, guidato dai Rothschild e dai Rockefeller, ha mosso i fili degli attacchi dell’11 settembre, della guerra in Iraq e della falsa “Guerra al Terrorismo”. Si nascondono dietro l’ADL del B’nai B’rith.

Oggi non si può lavorare per una grossa società o per un governo senza ricevere la loro educazione alla “Diversità”, un ingiurioso indottrinamento politico di stampo stalinista. Il livello di controllo massonico della società occidentale è tale che la “Diversità” non è mai stata discussa né messa ai voti ed è diventata come per magia l’ideologia ufficiale.

È particolarmente disgustosa poi la “early childhood initiative (iniziativa per la prima infanzia)” dell’ ADL, che mira all’indottrinamento dei bambini dai 3 ai 5 anni. Si nascondono dietro una cortina di fumo di banalità, ma l’effetto finale è che i più giovani di origine europea non imparano a sentirsi orgogliosi delle loro radici. L’ ADL si vanta del fatto che 375.000 insegnanti e 12 milioni di studenti hanno partecipato a questi programmi.

Sul posto di lavoro, la “Diversità” discrimina gli europei e soprattutto gli uomini eterosessuali bianchi, a favore delle donne, delle persone di colore e degli omosessuali. Le persone vengono scelte in base a questo profilo politico invece che per le loro competenze, che sarebbe davvero non discriminante e giusto, per non dire efficiente.

Lo scopo è di frammentare la società e di destabilizzare la famiglia, in modo che non ci sia una base compatta per la resistenza al governo mondiale. Allo stesso tempo l’ ADL promuove attivamente l’educazione e la consapevolezza sioniste, compresi viaggi gratis in Israele per i giovani ebrei. Quindi gli ebrei vengono indottrinati per promuovere il piano massonico e prendersi la responsabilità.

CONCLUSIONE: La TRAPPOLA

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto recentemente ad un’assemblea di studenti che “Israele deve essere cancellato dalla carta geografica.” Dopodiché si è unito ad una manifestazione di un milione di persone gridando “Morte a Israele, Morte all’America” ed ha richiamato tre ambasciatori che si erano scusati per la sua affermazione originale.

Non è pensabile che con questa sparata faccia proprio il gioco dei sionisti, a meno che non sia controllato anche lui dagli Illuminati (cioè il rango più potente della massoneria.)

L’obiettivo dichiarato degli Illuminati è di fomentare una Terza Guerra Mondiale tra i “sionisti politici e i leader del mondo islamico.” Presumibilmente l’Iran appoggiato da Russia e Cina affronterebbe Israele, gli Stati Uniti e il Regno Unito.

Albert Pike, gran maestro del rito scozzese nel 19esimo secolo, continuava: “La [terza] guerra deve essere condotta in modo che l’Islam (il mondo arabo musulmano) e il sionismo politico (lo stato di Israele) si distruggano reciprocamente.”

Il resto del mondo verrà risucchiato. “Intanto gli altri paesi, divisi ulteriormente su questa questione, saranno costretti a combattere fino al completo esaurimento fisico, morale, spirituale ed economico…”

A questo punto saranno costretti ad accettare il governo unico mondiale di Lucifero. Vedi “Countdown to World War Three“.

Quindi siamo tutte pedine di un gioco diabolico dal quale nessuno, e certamente né gli ebrei né gli israeliani usciranno vittoriosi. Dobbiamo unirci per resistere a coloro che vogliono spingerci in questa trappola mortale.

L’ADL del B’nai B’rith non rappresenta gli ebrei. Rappresenta la massoneria Britannica che esercita un subdolo controllo sulla classe dirigente angloamericana e cospira per far cadere la civiltà occidentale.

Henry Makow, è l’inventore del gioco da tavolo Scruples, e autore di http://alongwaytogoforadate.netfirms.com/ A Long Way to go for a Date. Ha svolto un dottorato in letteratura inglese all’Università di Toronto. Sono graditi commenti ed idee scrivendo a henry@savethemales.ca.

Fonte: http://www.savethemales.ca/
Link: http://www.savethemales.ca/001211.html
28.10.2005

Scelto e Tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da OLIMPIA BERTOLDINI

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Nuovi 007 del Mossad la ricerca ora è online

I servizi segreti israeliani lanciano un’inedita campagna di reclutamento su siti web e social network. Lo slogan della réclame in stile hollywoodiano è: “Con nemici come questi, abbiamo bisogno di amici”

GERUSALEMME. «Cerchiamo giovani audaci, intelligenti, creativi che amino le sfide, pronti ad avventure oltreoceano. Sei hai valore, intelligenza e abilità mentale, puoi realizzare il sogno di compiere una missione nazionale e personale». È questo il messaggio centrale della vasta campagna di arruolamento lanciata su siti web israeliani e social network dal Mossad, il servizio segreto israeliano, che cerca nuove reclute da avviare nel “mondo delle ombre” dove serve «carisma, capacita di leadership, e fascino ».

La racconta un po’ troppo in stile hollywoodiano il Mossad per attirare aspiranti 007 nella sua campagna pubblicitaria che si intitola “Con nemici come questi, abbiamo bisogno di amici”, ma è evidente che anche il mondo dello spionaggio ha bisogno di messaggi accattivanti.

I posti disponibili per uomini e donne riguardano incarichi diversi, ed è possibile presentare candidature per un massimo di tre offerte di lavoro. Ma c’è certamente meno fascino e glamour vedendo le posizioni vacanti. L’Istituto per l’intelligence e i servizi speciali è alla ricerca di persone altamente qualificate che siano veterani delle unità di intelligence dell’esercito israeliano, persone che parlino lingue straniere — in particolare il persiano e l’arabo — , insegnanti di lingue straniere, specialisti nell’hi-tech, chimici, tecnici scientifici, graphic-designer, avvocati, psicologi, ma anche un magazziniere e un falegname.

Accolti con favore gli aspiranti con doppia cittadinanza e doppio passaporto.
Il Mossad è una delle agenzie di intelligence più famose al mondo. I suoi numerosi successi gli hanno procurato una solida reputazione di efficienza, spesso ingigantita dai mass media e resa mitica dagli arabi che tendono a enfatizzare le risorse del nemico. Due anni fa il governatore del Sud Sinai accusò lo spionaggio israeliano di aver addestrato pescecani per attaccare i turisti nei resort sul Mar Rosso per far fallire l’industria turistica egiziana. La notorietà dell’Istituto è tale che spesso le sue imprese sono oggetto di romanzi e film di spionaggio. Ma negli anni non è sfuggito a grandi fiaschi e disfatte, che però non hanno intaccato il mito della sua efficienza. L’operato del Mossad resta il più efficace baluardo contro la minaccia nucleare iraniana.
La sede ufficiale dell’Istituto è a Tel Aviv, dove la sua torre di comunicazione svetta su ogni altra costruzione: la chiamano “il dito di Dio”, perché “Dio” è anche il soprannome del Mossad nel linguaggio di strada. A dispetto di quel che si crede fra le tre agenzie che si occupano di sicurezza in Israele — lo Shabak (meglio noto come Shin Bet), competente per la sicurezza interna dello Stato, e l’Aman, quello militare — è quella meno numerosa.

I dipendenti ufficiali dell’Istituto fondato da David Ben Gurion nel 1949 sono poco meno di 2mila — anche se stime ufficiali non ce ne sono — organizzati in sei diversi dipartimenti, fra cui le Operazioni Speciali, da cui dipendono le Kidon (baionette), le micidiali unità di eliminazione. Un tempo la parola Mossad non si poteva scrivere sui giornali per non incappare nella censura e il nome del suo “ramsad”, capo, poteva essere indicato soltanto come “Mr. M.”. Adesso gli si può mandare una e-mail.

Fabio Scuto
Fonte: http://www.repububblica.it
20.04.2013

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La fama del Mossad ha una precisa origine che viene poco considerata. Non è vero che siano più furbi o intelligenti degli altri. Il fatto è che hanno 25 milioni di informatori sparsi per il mondo, moltissimi dei quali ricoprono ruoli di alto e altissimo livello. Vengono chiamati “sayanim”. E’ del tutto ovvio, stando alla loro cultura e soprattutto religione, che quando la patria chiama loro rispondono e danno informazioni. Piccolo esempio: l’ex ministro Frattini è di religione ebraica, capite che manna per Israele sapere in diretta i contenuti delle riunioni del Consiglio dei Ministri italiano?

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Il discorso del vice presidente Usa Biden così elogiativo degli ebrei da scatenare timori antisemiti

Corrispondenza romana n. 1297 – 12 giugno 2013

Discorso antisemita del vice presidente Usa Joe Biden?

Il vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nel corso del ricevimento organizzato, il 21 maggio u.s., dal Comitato Democratico Nazionale per celebrare il Jewish Heritage Month, ha ringraziato pubblicamente gli ebrei americani per il ruolo fondamentale da loro svolto nella lotta per ottenere un mondo migliore. Secondo Biden gli ebrei sono stati, se non proprio il maggiore, uno dei maggiori fattori del cambiamento culturale e sociale negli Stati Uniti. «…scommetto che l’85 % di quei cambiamenti ‒ ha detto ‒ sia che si tratti di Hollywood o dei social media, sono una conseguenza dei leader ebrei nell’industria». «L’eredità culturale ebraica ci ha formato così come siamo – tutti noi, anch’io – più di ogni altro fattore negli ultimi 223 anni. E questo è un dato di fatto».

Il vice presidente ha messo in rilievo il ruolo fondamentale svolto dagli ebrei per l’affermazione del movimento femministanon si può parlare del movimento femminista senza parlare di Betty Friedan») e quello svolto nelle politiche relative all’immigrazione in modo da far entrare nel paese una gran massa di immigrati dal terzo mondo definito «l’abbraccio dell’immigrazione».

Ancora agli ebrei Americani si deve un ruolo trainante nel far passare la nuova morale civile «Non è stato qualcosa di legislativo che abbiamo fatto. È stato Volere e Grazia, sono stati i social media. Letteralmente questo è ciò che ha cambiato l’atteggiamento del popolo. È questa la ragione per la quale ero certo che la maggioranza avrebbe abbracciato e abbraccerà rapidamente il matrimonio gay». Sempre secondo il vice presidente «il popolo ebreo ha contribuito largamente all’America. Nessun altro gruppo ha avuto un’influenza così importante individualmente come voi tutti e tutti coloro che sono venuti prima di me e tutti coloro che sono venuti prima di voi». «Voi siete l’11 % dei rappresentanti che siedono nel Congresso. Voi rappresentate un terzo dei premi Nobel…Io credo che voi sottostimiate, come sempre, l’impatto dell’eredità culturale Ebraica».

Il discorso è terminato con «noi vi siamo debitori, noi siamo debitori alle generazioni che sono venute prima di voi». L’elogio alla comunità ebraica americana è stato certamente sincero e sentito, ma sorge una domanda spontanea: è sicuro il vice presidente Joe Biden di aver fatto un favore agli amici ebrei? Ci sono in giro complottisti che da tempo sostengono tesi del genere e, guarda il caso, si trovano niente di meno che il vice presidente degli Stati Uniti a dar loro ragione. Forse Joe Biden credeva che il suo discorso sarebbe passato inosservato, che sarebbe rimasto dentro i confini della serata, ma è possibile mai ritenere che, di questi tempi, qualcosa resti confinato dentro una stanza?

Queste preoccupazioni sono state avvertite anche da Jonathan Chait, un giornalista del “New York Times” (http://nymag.com/daily/intelligencer/2013/05/biden-praises-jews-goes-too-far.html ) che addirittura arriva ad affermare che questo discorso verrà citato negli anni e decenni a venire da parte degli anti-semiti.

Non so se il solo fatto di riferire l’accaduto possa, ipso facto, catalogare questo breve scritto in messaggio antisemita, certo è che il vice presidente si è spinto un pò troppo in là nel suo discorso elogiativo. Infatti se, a suo giudizio, tutti i cambiamenti favoriti dall’élite ebraico-americana sono “buoni” non tutti sono dello stesso avviso. Non tutti infatti sono convinti che l’abbattimento delle frontiere e la globalizzazione siano un processo politicamente saggio e non tutti sono convinti che i diritti civili per le persone che si definiscono LGBT siano una cosa buona e giusta, come ha percepito chiaramente anche il giornalista del “New York Times”, Jonathan Chait.

Dina Nerozzi

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