25 Aprile, ore 10.30, a Valdobbiadene: S. Messa in suffragio dei caduti della X^ Mas

valdobbiadeneSegnalazione di Alessio Lovisetto

L’associazione ricerca storica e approfondimento culturale RSI organizza un incontro /commemorazione Giovedi 25 aprile presso il cimitero di Valdobbiadene dove verrà deposta una corona di alloro presso la stele che ricorda i 45 nuotatori paracadutisti della X^ uccisi a guerra finita nelle località di Saccol,  Medean di Combai e nel bosco di Segusino.
Alle ore 10,30 ritrovo piazzale antistante il cimitero, ore 11,00 don Floriano Abrahamowicz celebra una Santa Messa in loro suffragio.
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Benito Mussolini
25 Aprile 1943

Nella mattinata di domenica 25 luglio Mussolini chiese udienza col re, che venne fissata per le ore 17. Nel colloquio, svoltosi a Villa Savoia sulla via Salaria, che era la residenza privata del sovrano, Mussolini, che si aspettava al massimo il ritiro della delega del comando supremo (come aveva detto a Scorza durante la breve interruzione della seduta del Gran Consiglio) e sostenne che il voto della notte precedente non aveva valore deliberativo, si vide invece defenestrato.
Badoglio era già stato nominato al suo posto capo del Governo, e l’ex Duce, mentre chiedeva “E che sarà di me? e della mia famiglia?” e il re gli rispondeva che avrebbe preso a cuore la sua incolumità personale e quella dei suoi, fù fatto salire dai carabinieri in un’autoambulanza e condotto nella caserma Podgora in Trastevere, e dopo un’ora nella caserma degli Allievi carabinieri in via Legnano, dove fu trattenuto fino alla sera del 27 luglio.

Col giornale-radio delle ore 22,45 fù data notizia che il re aveva “accettato le dimissioni” di Mussolini e nominato Badoglio. Fu, quella notte, un’esplosione collettiva di gioia: le strade e le piazze d’Italia si riempirono di folle tripudianti. Badoglio proclamò: “Nessuna deviazione può essere tollerata, nessuna recriminazione puo essere consentita”. E poi: “Per ordine di Sua Maestà il re e imperatore assumo il governo militare del paese con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni”.
Dopo la caduta di Mussolini sembrava che l’Italia fosse composta soltanto di antifascisti. Perfino il Popolo d’Italia mostrò di accettare il cambiamento di regime, limitandosi a sostituire in prima pagina la fotografia di Mussolini con quella di Badoglio. Nessuno tentò un gesto di resistenza, neppure nella Milizia. Starace scrisse a Badoglio una lettera di congratulazioni. Lo stesso Mussolini gli scrisse una lettera offrendo “ogni possibile collaborazione” (più tardi avrebbe considerato simili atti, da parte dei suoi ex collaboratori, come tradimento punibile con la morte). Il regime cadde come un castello di carta.

Poiché questa è una biografia di Mussolini e non una storia d’Italia nel periodo fascista, di cui non si parla se non per quanto ha riferimento diretto alle decisioni e ai comportamenti del Duce, nulla si dirà qui né dei quarantacinque giorni badogliani, né delle confuse trattative con gli Alleati per l’armistizio, né dell’8 settembre, della mancata difesa di Roma e della fuga di Vittorio Emanuele III e di Badoglio a Pescara e a Brindisi e di tutti gli eventi nei quali Mussolini non ebbe e non poteva avere alcuna parte.

Nella caserma in cui era stato portato in autoambulanza la sera del 25 luglio, Mussolini ricevette una lettera di Badoglio, con la quale il suo successore gli chiedeva dove avrebbe desiderato essere trasferito, ed egli rispose che avrebbe gradito di sistemarsi alla Rocca delle Caminate. Invece, dopo tre giorni trascorsi nella caserma, quando lo prelevarono e lo fecero salire in macchina, si accorse che non si stava no dirigendo verso nord ma verso sud. senza dargli le spiegazioni che egli chiedeva, lo trasportarono a Gaeta, e di lì a Ponza, dove egli compì sessant’anni e dove trovò alcuni di coloro che egli aveva confinato nell’isola, tra i quali Zaniboni. A Ponza Mussolini rimase dieci giorni e il 7 agosto fu trasferito nell’isola della Maddalena, presso l’estremità settentrionale della Sardegna. Durante quel trasferimento disse all’ammiraglio Maugeri, il quale lo assicurava che il suo trasferimento era stato dettato dal timore di un colpo di mano tedesco per liberarlo: “Questa è la più grande delle umiliazioni che mi si può infliggere. E si può pensare che io possa andarmene in Germania e tentare di riprendere il governo con l’appoggio tedesco? Ah, no davvero!”. Che fù poi esattamente quello che fece. In quei giorni temeva di venir avvelenato e si nutriva principalmente di frutta e latte.

Infine il 28 agosto fu ritrasportato in idrovolante nella penisola e in autolettiga a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, a 2100 metri.
In tutto il periodo della sua detenzione Mussolini attraversò stati d’animo e umori alterni, molto però riflettendo sul proprio passato, paragonandosi a Cristo, anche lui tradito, e affermando che gli italiani lo avrebbero rimpianto. Da parte sua Hitler che fino all’ultimo continuò nonostante tutto a considerare Mussolini un grande uomo politico e i due destini, il suo e quello del Duce, “tra loro legati” fù ossessionato dall’idea di liberare l’ex dittatore italiano caduto in disgrazia.

Nella disgrazia, Mussolini si preoccupa di tramandare ai posteri un im magine di sé che lo avvicini per quanto è possibile al cliché napoleonico. Del resto, questa preoccupazione napoleonica lo aveva assillato fin dagli anni dell’ascesa e del trionfo. Sebbene tutta la sua opera, della quale nei momenti propizi aveva tenuto ad assumere per sé solo il merito e l’onore, sia ora completamente fallita (e di cio riversa adesso la responsabilità su tutti, eccetto che su se stesso); benché si consideri, come dichiara, “politicamente defunto”, è ancora convinto di essere superiore a Hitler, il suo grande segreto antagonista, almeno come genialità politica. Si vanta di aver tanto insistito col dittatore tedesco per una pace separata con l’Unione Sovietica, ma dimentica di averlo fatto quando nessun compromesso era più possibile, e di essere stato proprio lui, in precedenza, a incitare il Fùhrer sulla via della rottura con Mosca (nella lettera del 5 gennaio 1940 gli aveva scritto tra l’altro che in Italia “l’unanimità antibolscevica, specie tra le masse fasciste, è assoluta, granitica, inscindibile”, che Hitler non doveva “abbandonare la bandiera antisemita e antibolscevica”, esortandolo a cercare in Russia il Lebensraum germanico); dimentica di aver approvato l’attacco tedesco a Est scrivendo a Hitler di esserne lieto, di aver voluto inviare centinaia di migliaia di soldati italiani a combattere con i tedeschi in Unione Sovietica, dopo che aveva sempre pensato che l’URSS costituisse un nemico potenziale da non lasciare indisturbato mentre si preparava. Ora afferma di non aver mai sollecitato il conferimento del comando supremo delle forze armate in guerra, ma dimentica la grave tensione provocata con la Corona nell’aprile-maggio 1939, quando era entrato in aspro dissidio col re, il quale su questa innovazione, che gli sembrava, come era, lesiva dei propri diritti statutari, non voleva cedere.

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Perché proprio il 25 aprile

La guerra continuò anche il 26, il 27 e nei giorni seguenti, ma abbiamo scelto quella data lì per festeggiare la Liberazione

25 aprile 2012

Oggi è una delle festività civili della Repubblica italiana, quella in cui si ricorda la fine dell’occupazione tedesca in Italia, del regime fascista e della Seconda guerra mondiale, simbolicamente sancita al 25 aprile 1945. La data venne stabilita ufficialmente nel 1949, e fu scelta convenzionalmente perché fu il giorno della liberazione da parte dei partigiani delle città di Milano e Torino, ma la guerra continuò per qualche giorno ancora, fino ai primi giorni di maggio.

La fine della guerra
Nei primi mesi del 1945 i partigiani che combattevano contro l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò nell’Italia settentrionale erano diverse decine di migliaia di persone, abbastanza bene organizzate dal punto di vista militare. Molti soldati occupanti, nel marzo del 1945, si trovavano a sud della pianura padana per cercare di resistere all’offensiva finale degli americani e degli inglesi, che iniziò il 9 aprile (in una zona a est di Bologna) lungo un fronte più o meno parallelo alla via Emilia. L’offensiva fu subito un successo, sia per la superiorità di uomini e mezzi degli attaccanti che per il generale sentimento di sfiducia e inevitabilità della sconfitta che si era diffuso tra i soldati tedeschi e i repubblichini, nonostante la volontà delle massime autorità tedesche e fasciste di continuare la guerra fino all’ultimo.

Il 10 aprile il Partito Comunista fece arrivare a tutte le organizzazioni locali con cui era in contatto e che dipendevano da esso la “Direttiva n. 16″, in cui si diceva che era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo»; il 16 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui facevano parte tutti i movimenti antifascisti e di resistenza italiani, dai comunisti ai socialisti ai democristiani e agli azionisti) emanò simili istruzioni di insurrezione generale. I partigiani iniziarono quindi una serie di attacchi verso i centri urbani. Bologna, ad esempio, venne attaccata dai partigiani il 19 aprile e definitivamente liberata con l’aiuto degli alleati il 21.

Il 24 aprile gli alleati superarono il Po, e il 25 aprile 1945 i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino, dove la popolazione si era ribellata e iniziarono ad arrivare i partigiani, con un coordinamento pianificato. A Milano era stato proclamato, a partire dalla mattina del giorno precedente, uno sciopero generale, annunciato alla radio “Milano Libera” da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, allora partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Le fabbriche vennero occupate e presidiate e la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria. La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como (verrà catturato dai partigiani due giorni dopo e ucciso il 28 aprile). I partigiani continuarono ad arrivare a Milano nei giorni tra il 25 e il 28, sconfiggendo le residue e limitate resistenze. Una grande manifestazione di celebrazione della liberazione si tenne a Milano il 28 aprile. Gli americani arrivarono nella città il 1° maggio.

La guerra continuò anche dopo il 25 aprile 1945: la liberazione di Genova avvenne il 26 aprile, il 29 aprile venne liberata Piacenza e fu firmato l’atto ufficiale di resa dell’esercito tedesco in Italia. Alcuni reparti continuarono i combattimenti ancora per qualche giorno, fino all’inizio di maggio.

La festa
A guerra conclusa, un decreto legislativo del governo italiano provvisorio, datato 22 aprile 1946, dichiarò “festa nazionale” il 25 aprile, limitatamente all’anno 1946. Fu allora che, per la prima volta, si decise convenzionalmente di fissare la data della Liberazione al 25 aprile, giorno della liberazione di Milano e Torino. La scelta venne fissata in modo definitivo con la legge n. 260 del maggio 1949, presentata da Alcide De Gasperi in Senato nel settembre 1948, che stabilì che il 25 aprile sarebbe stato un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio o il giorno di Natale, in quanto “anniversario della liberazione”.

Il 25 aprile non è la festa della Repubblica italiana, che si celebra invece il 2 giugno (per alcuni anni, dal 1977 al 2001, fu trasformata in una festa mobile, la prima domenica di giugno): con riferimento al 2 giugno 1946, giorno in cui gli italiani votarono al referendum per scegliere tra forma di governo monarchica e repubblicana nel nuovo stato.

Anche altri paesi europei ricordano la fine dall’occupazione straniera durante la Seconda guerra mondiale: Olanda e Danimarca la festeggiano il 5 maggio, la Norvegia l’8 maggio, la Romania il 23 agosto. Anche l’Etiopia festeggia il 5 maggio la festa della Liberazione, anche se in quel caso si tratta della fine dell’occupazione italiana (avvenuta nel 1941).

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25 APRILE, FU VERA GLORIA?

LA STORIA NON SI CELEBRA, SI STUDIA

di Gianfredo Ruggiero

Ogni anno, con l’approssimarsi del 25 aprile, si susseguono a ritmo incalzante le rievocazioni della guerra di liberazione. E’ un crescendo di manifestazioni, convegni e interventi per celebrare degnamente il sacrificio dei partigiani e di quanti si immolarono per riportare in Italia libertà e democrazia. Le piazze si tingono di rosso e i ricordi della barbarie nazifascista riaffiorano alla mente.

Tutto bene tranne che…

Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma cosa sappiamo del lato oscuro della resistenza, quello fatto di processi sommari, fucilazioni, fosse comuni e soldati uccisi sui letti di ospedale o prelevati dalle prigioni e freddati con un colpo alla nuca, di violenze e stupri ai danni delle ausiliarie e delle donne fasciste? Poco, molto poco.

E delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile cosa ci è fatto sapere? Praticamente nulla.

Conosciamo tutti la triste vicenda dei 7 fratelli Cervi uccisi dai fascisti (è stato perfino tratto un film), ma quanti conoscono l’altrettanto dolorosa storia dei 7 fratelli Govoni, tra cui una donna, assassinati dai partigiani perché uno di essi vestiva la camicia nera?

Si ricordano giustamente le 365 vittime della strage nazista delle Fosse Ardeatine, mentre è stata rimossa dalla storia un’altra orribile strage, quella di Oderzo dove, a guerra finita, 598 tra allievi ufficiali e militi della Guardia Nazionale Repubblicana furono fucilati dai partigiani e gettati nel Piave dopo essersi arresi e aver deposto le armi.

Di vicende come queste la storia, quella vera, ne è piena. Non è mia intenzione fare la macabra contabilità dei morti o stabilire chi maggiormente si macchiò le mani di sangue innocente, ma solo contribuire a sollevare quel velo di omertà che copre le malefatte dei vincitori e questo non per spirito di rivalsa, ma solo per amore di verità, perché solo riconoscendo gli errori del passato possiamo evitare di ripeterli in futuro(1)

Messi con le spalle al muro i sostenitori della mitologia partigiana, dopo aver negato per sessant’anni i crimini della loro parte, ora ammettono, a bassa voce e con evidente imbarazzo, che “in effetti qualche errore e qualche eccesso effettivamente ci furono….però” e qui incomincia la solita tesi di comodo secondo cui da una parte, quella partigiana, c’era chi combatteva per la libertà, mentre dall’altra parte c’erano i sostenitori della tirannide nazifascista. Quindi, secondo loro, quei crimini sono pienamente giustificati dal nobile fine, esattamente come le Foibe, anch’esse nascoste per sessant’anni e poi presentate come reazione alla presunta oppressione fascista.

Se dovesse prevalere questa logica qualunque crimine, anche il più efferato, sarebbe giustificato. Dipenderebbe solo dalla potenza di comunicazione e dalla forza di persuasione di chi detiene il potere.

Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia in maniera superficiale dai libri di testo, dai programmi televisivi e attraverso la cinematografia imperniata sui soliti luoghi comuni che vede i cattivi da una parte e i buoni dall’altra. Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale – quella scritta dei vincitori – e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che man mano colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano. Dubbi che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di sciogliermi.

Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali ”patrioti e combattenti per la libertà”.

Il movimento partigiano pur essendo variegato(2) e spesso al suo interno profondamente diviso(3) era militarmente e, soprattutto, politicamente egemonizzato dal Partito Comunista Italiano (Pci), all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine (e denari) tramite Togliatti, stretto collaboratore di Stalin, che infatti viveva in Russia.

Obiettivo dichiarato di questi partigiani era quello di fare dell’Italia, una volta sconfitto il fascismo, uno stato comunista satellite dell’Unione Sovietica e di instaurare la dittatura del proletariato.

Non si capisce quindi su quale base logica e storica i partigiani si possano definire tout court patrioti e combattenti per la libertà. Se l’Italia è oggi una Repubblica “democratica” (sul concetto di democrazia, altro grande equivoco, torneremo) non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.

Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, infatti, del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati. Le fila partigiane s’ingrossavano man mano che l’esercito tedesco si ritirava sotto l’incalzare degli angloamericani. Gli stessi americani avevano una scarsa considerazione dei partigiani e li tolleravano solo perché facevano per loro il lavoro sporco come assassinare i gerarchi fascisti e fare attentati dinamitardi per suscitare la rappresaglia tedesca che fu quasi sempre spietata e spropositata(4).

Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come testimoniano le lapidi al Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano che raccoglie le spoglie dei fascisti (di quelle che si riuscì a recuperare, oltre un migliaio) molti dei quali barbaramente assassinati o fucilati ben oltre il 25 aprile e dopo che ebbero deposto le armi (il canale Villoresi era rosso del sangue delle vittime, mi disse un vecchio fascista scampato alla mattanza).

Lo stesso discorso riguarda la Russia di Stalin la quale contribuì in maniera determinante alla sconfitta della Germania nazista, pagando per questo un pesante tributo di sangue, ma al solo scopo di estendere il suo dominio su tutto l’est europeo e non certo per portare in quelle sciagurate terre democrazia e libertà.

Non dimentichiamoci poi che l’Unione Sovietica fu alleata della Germania nazista fino al 1941(5) con la quale si spartì la Polonia due anni prima. Particolare importante che la storiografia ufficiale nasconde – perché farebbe smontare in un sol colpo la tesi di comodo della “lotta della democrazia contro la tirannide” – riguarda la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra all’indomani dell’invasione tedesca della Polonia: fu dichiarata alla Germania, ma non alla Russia pur avendo anch’essa attaccato la Polonia alcuni giorni dopo da est. Perché? Evidentemente la Polonia fu solo un pretesto per muovere guerra alla Germania, mentre Stalin, che dopo la Polonia si apprestava ad invadere la Finlandia e ad annettersi le deboli Repubbliche Baltiche con l’assenso occidentale, era considerato già da allora un prezioso alleato, ben sapendo che questi era uno spietato dittatore, che con le sue “purghe” aveva massacrato, deportato nella gelida Siberia e ridotto alla fame milioni di russi, molti dei quali ebrei, definiti “nemici della rivoluzione” (ma questo evidentemente alle democrazie occidentali, America in testa, poco importava).

Il secondo dubbio riguarda la definizione di “guerra di liberazione”, quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli. La guerra è una realtà tragica e quella civile lo è ancor di più, in queste circostanze gli uomini tendono a perdere la loro dimensione umana per accostarsi a quella bestiale, per cui o stendiamo un pietoso velo e consideriamo tutti i morti uguali e rispettiamo gli ideali che animarono le loro azioni giusti o sbagliati che possano apparire, oppure la storia la raccontiamo tutta e per intero, senza reticenze e convenienze politiche.

Altro grande equivoco riguarda la presunta invasione nazista dell’Italia: tedeschi non invasero l’Italia, c’erano già. Dopo la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, il governo Badoglio chiese aiuto all’alleato tedesco per contrastare gli anglo americani che nel frattempo erano sbarcati in Sicilia(6).

I soldati italiani e tedeschi si ritrovarono, quindi, a combattere spalla a spalla contro l’invasore americano fino all’8 settembre ’43, quando il Re e Badoglio, con estrema disinvoltura e lasciando allo sbando il nostro esercito, passarono armi e bagagli dalla parte del nemico, scatenando l’ira di Hitler.

Solo la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la ricostituzione di un esercito lealista cui aderirono, secondo uno studio di Silvio Bertoldi (7) e confermati dai libri matricola, in seicentomila (quanti fossero i partigiani è invece ancora oggi un mistero), frenò i propositi di Hitler che aveva previsto il totale smantellamento e trasferimento in Germania del nostro apparato industriale, la deportazione nei campi di lavoro e nelle fabbriche tedesche di tutti gli uomini che si fossero rifiutati di arruolarsi nella Wehrmacht e chissà cos’altro.

Le motivazione che spinsero tanti giovani ad entrare nel neo costituito Esercito Fascista Repubblicano furono diverse e non sempre nobili (come spesso accade in questi casi): il rischio di fucilazione per i renitenti alla leva, l’intento di molti militari deportati nei campi di concentramento in Germania di tornare in Italia per poi disertare, la paga e la voglia di protagonismo. Vi aderirono anche fior di criminali(8), ma la stragrande maggioranza di essi lo fece per riscattare l’onore perduto e per sottrarre l’Italia alla vendetta hitleriana.

Questi giovani, uomini e donne, potevano al pari di molti loro coetanei, aspettare in qualche luogo sicuro che la tempesta passasse, oppure andare con i partigiani le cui fila s’ingrossavano man mano che i tedeschi si ritiravano e la vittoria alleata si approssimava. Potevano, ma non lo fecero. Preferirono continuare a combattere, in divisa e a volto scoperto, per quel senso dell’onore che oggi, in epoca di consumismo e individualismo, si fatica a comprendere, consapevoli che le sorti del conflitto erano segnate e che difficilmente ne sarebbero usciti indenni.

Furono migliaia e migliaia in tutta Italia i soldati fascisti fucilati dopo la loro resa o condannati a morte dopo processi sommari, come ampiamente documentato nei libri di Gianpaolo Pansa, di Giorgio Pisanò e di Lodovico Ellena (solo per citarne alcuni).

Un capitolo a parte lo meritano le ausiliarie, Il primo reparto al mondo di donne combattenti, addestrate senza nessuna differenza con i loro commilitoni maschi. Il loro tributo di sangue fu altissimo, catturate dai partigiani venivano spesso stuprate e uccise. A guerra finita molte di loro, rapate a zero, furono costrette a passare su carri bestiame tra ali di folla inferocita, sottoposte a insulti e angherie di ogni genere.Il terzo dubbio riguarda la modalità di lotta dei partigiani. Mentre i fascisti come abbiamo visto combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa – essendo armati e finanziati dagli americani(9) – e pur potendo combattere nell’esercito italiano di Badoglio secondo le regole di guerra, preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.

Il fine era infatti quello di scatenare la rappresaglia tedesca e creare i presupposti per quella guerra civile, poi eufemisticamente definita di “liberazione”, le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.

Non si capisce infine l’ostinazione dei partigiani con la quale insistono nel definirsi militari nonostante una sentenza del Tribunale Supremo Militare abbia negato loro tale status, attribuendolo invece ai combattenti fascisti della Repubblica Sociale Italiana.

La sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano afferma senza mezzi termini che:

«i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi. Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano assoggettati alla legge penale militare»

Sono questi i dubbi su cui mi piacerebbe si sviluppasse un sereno dibattito, scevro da pregiudizi ideologici e senza reticenze, finalizzato a capire la storia e non solo a celebrarla, come purtroppo avviene da oltre sessant’anni.

Gianfredo Ruggiero

NOTE

(1) Anche se dando un sguardo al mondo e vedendo le violenza e le guerre che lo attraversano mi pare che gli insegnamenti del passato non siano tenuti in grande considerazione.

(2) Vi erano i partigiani bianchi di estrazione cattolica e legati alla nascente Democrazia Cristiana, i partigiani di Edgardo Sogno di tendenza liberali e di sentimenti monarchici, gli azionisti ed infine i partigiani comunisti, la maggioranza, legati a Mosca.

(3) Vedi la strage dei 17 partigiani cattolici della brigata Osoppo avvenuta a Porzus fra il 7 e il 18 febbraio 1945 ad opera di partigiani comunisti.

(4) Come accadde con le Fosse Ardeatine conseguenza della bomba partigiana di Via Rasella che fece strage di riservisti tedeschi e scempio di una donna italiana con suo bambino.

(5) patto Rippentrop-Molotov.

(6) iI governo Badoglio, per bocca del Generale Ambrosio capo di stato maggiore generale, chiese ai tedeschi, il 6 agosto del 1943 a Tarvisio, 16 divisioni per rafforzare il fronte del sud.

(7) “Soldati a Salò” ed. Rizzoli, Milano 1995.

(8) Casi tipici furono la famigerata Villa Triste di Milano, gestita da quel malvivente di Koh, e i criminali della banda di Mario Carità a Firenze, tutti delinquenti che si ritenevano fascisti perché indossavano la camicia nera.

(9) Ferruccio Parri, esponente partigiano e Presidente del Consiglio dei Ministri subito dopo la fine della guerra, afferma testualmente: «senza i soldi versati dagli angloamericani, il C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) avrebbe dovuto pressappoco chiudere bottega ».

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Pubblicato in Storia negata

OLOCAUSTO

QUELLO CHE GLI STORICI NON DICONO

La collaborazione tra nazisti ed ebrei e l’atteggiamento ipocrita dell’Occidente democratico

di Gianfredo Ruggiero

La Germania nazionalsocialista considerava pregiudizialmente gli ebrei come un elemento estraneo alla nazione. Durante la sfortunata Repubblica di Weimar (1919-33), quando la popolazione tedesca subì la più grande crisi economica e sociale della sua storia (a causa soprattutto degli enormi debiti di guerra imposti dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale), molti ebrei, nonostante rappresentassero meno dell’1% della popolazione, raggiunsero nel settore economico-finanziario posizioni di alto livello e di considerevole benessere tali da essere additati, a causa della loro presunta cupidigia, come responsabili della stato di crisi in cui versava la Germania. A ciò si aggiungeva l’atavico antiebraismo cristiano, il nazionalismo esasperato e il mito della purezza ariana dell’ideologia hitleriana.

L’origine ebraica di Karl Marx, il teorico del comunismo, e di parte della dirigenza socialista tedesca, contribuì a rafforzare tale convincimento su cui basò la sua azione Adolf Hitler che fin da subito adottò nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per spingerli a lasciare la Germania (judenfrei), anche attraverso il sostegno all’emigrazione. Quest’ultimo aspetto rispecchiava l’ideale della patria ebraica preconizzata da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista il quale, per quanto possa sembrare paradossale, concordava con i nazisti sul fatto che ebrei e tedeschi erano nazionalità distinte e tali dovevano restare.

Come risultato, il Governo di Hitler sostenne con vigore il Sionismo e l’emigrazione ebraica in Palestina dal 1933 fino al 1940-41 (1).

L’incoraggiamento all’emigrazione degli ebrei trovò però forti resistenze da parte della comunità internazionale e sfociò nel fallimento della conferenza di Evian del 1938, convocata da Roosevelt, dove i trentadue due stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni. L’unica nazione che si propose di accogliere rifugiati fu la Repubblica Dominicana che ne accettò circa 700, tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza (L’Italia fascista, invece, pur non avendo partecipato alla conferenza, da anni attuava una politica di ospitalità nei confronti degli ebrei).

L’atteggiamento ipocrita delle nazioni democratiche riguardo l’accoglienza degli ebrei è stato condensato in una frase di Goebbels che nel marzo 1943 poteva rilevare sarcasticamente:

« Quale sarà la soluzione del problema ebraico? Si creerà un giorno uno stato ebraico in qualche parte del mondo? Lo si saprà a suo tempo. Ma è interessante notare che i paesi la cui opinione pubblica si agita in favore degli Ebrei, rifiutano costantemente di accoglierli. Dicono che sono i pionieri della civiltà, che sono i geni della filosofia e della creazione artistica, ma quando si chiede loro di accettare questi geni, chiudono loro le frontiere e dicono che non sanno che farsene. E’ un caso unico nella storia questo rifiuto di accogliere in casa propria dei geni »(2).

Un episodio che testimonia il rifiuto dell’America ad accogliere gli ebrei riguarda la vicenda della nave St.Louis. Partita da Amburgo il 13 maggio 1939 con 937 profughi Ebrei, la nave era diretta a Cuba dove i migranti erano convinti di ottenere il visto per gli Stati Uniti. Sia Cuba sia gli Stati Uniti rifiuteranno però il permesso d’accesso ai rifugiati, obbligando così la nave a tornare in Europa.

Anche l’ipotesi di creare, prima nell’Isola di Madagascar e poi in Palestina, uno stato ebraico fallì per la forte opposizione di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Fallirono anche le trattative condotte Ministro degli Affari Esteri germanico Helmut Wohltat nell’aprile 1939 con il governo inglese per un insediamento ebraico in Rhodesia e nella Guinea britannica (3).

Nonostante la sostanziale indisponibilità, che rasentava il boicottaggio, delle nazioni democratiche la politica emigratoria del governo nazista proseguì con l’istituzione dell’”Ufficio per l’Emigrazione Ebraica” con sedi a Berlino, Vienna e Praga che aveva il compito di agevolare il trasferimento degli ebrei e dei loro beni in Palestina. Furono anche organizzati dei campi di addestramento in Germania dove i giovani ebrei potevano essere iniziati ai lavori agricoli prima di essere introdotti più o meno clandestinamente in Palestina (all’epoca la Palestina era un protettorato inglese che si opponeva con forza alla colonizzazione ebraica, nonostante nel 1917 si impegnò formalmente, con la dichiarazione di Balfour del 2 novembre, a costituire il focolare ebraico in Palestina).

Fatto singolare e che nei circa 40 campi e centri agricoli della Germania hitleriana gestiti direttamente dal Mossad in cui i futuri coloni venivano addestrati alla vita nei kibbutz, sventolava per la prima volta quella bandiera blu e bianca che un giorno diventerà il vessillo ufficiale dello Stato di Israele (4).

Per liberarsi della presenza ebraica favorendo l’emigrazione in Palestina, il governo tedesco stipulò con le organizzazioni sioniste il cosiddetto “Accordo di Trasferimento” noto anche come Haavara, in virtù del quale gli ebrei emigranti depositavano il denaro ricavato dalla vendita dei loro beni in un conto speciale destinato all’acquisto di attrezzi per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina dalla compagnia ebraica Haavara di Tel Aviv.

Certificato di trasferimento di capitali ebraici dalla Germania alla Palestina

L’accordo di Trasferimento è stato sottoscritto il 10 agosto 1933 dal Ministro dell’economia del Reich Kurt Schmitt e dal rappresentante del Movimento Sionista in Palestina Haim Arlosoroff che agiva per conto del Mapaï, il partito Sionista antenato del partito Laburista israeliano. A questa iniziativa politico-commerciale parteciparono personaggi divenuti in seguito molto noti come i futuri Primi Ministri David Ben-Gurion e Golda Meir (che collaborava da New York)(5).

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, grazie all’ Haavara e ad altri accordi tedesco-sionisti, dei circa 522 mila ebrei presenti in Germania più della metà, 304 mila, poterono lasciare il paese con i loro beni superando il rigido embargo inglese. Alcuni di loro trasferirono in Palestina considerevoli fortune personali.

L’importo complessivo di danaro trasferito per mezzo dell’Haavara fra l’agosto del 1933 e la fine del 1939, fu di circa 139 milioni di marchi (equivalenti a oltre 40 milioni di dollari). A cui si aggiungono ulteriori 70 milioni di dollari attraverso accordi commerciali collaterali. Grazie a questi trasferimenti e ai prelievi obbligatori imposti dal Movimento Sionista sulle transazion, furono costruite le infrastrutture del futuro stato ebraico in Palestina.

Lo storico ebreo Edwin Black sottolinea che i fondi ebraici provenienti dalla Germania ebbero un significativo impatto in un paese sottosviluppato com’era la Palestina degli anni ’30. Con i capitali provenienti dalla Germania furono costruite varie importanti imprese industriali, compresi l’acquedotto Mekoroth e l’industria tessile Lodzia. «attraverso questo patto, il Terzo Reich di Hitler fece più di ogni altro governo negli anni ’30 per sostenere lo sviluppo ebraico in Palestina» conclude Edwin Black(6).

Questa intesa portò successivamente ad un accordo commerciale tra Governo tedesco ed organizzazioni ebraiche con il quale arance e altri prodotti coltivati in Palestina venivano scambiati con macchinario agricolo tedesco(7).

Una immagine singolare che sintetizza meglio di altre la collaborazione tra nazisti tedeschi ed ebrei sionisti è la medaglia commemorativa coniata allo scopo dal Governo tedesco che reca su una faccia la svastica e sull’altra la stella di David.

Medaglia commemorativa della collaborazione tra autorità tedesche e associazioni ebraiche sioniste durante gli anni trenta

Altra vicenda poco nota riguarda la nave passeggeri partita nel 1935 dal porto tedesco di Bremerhaven con un carico di ebrei diretti ad Haifa, in Palestina. Questa nave, recava sul fianco il suo nome, Tel Aviv, scritto in caratteri ebraici, e sull’albero sventolava la bandiera nazista con la croce uncinata. La nave di proprietà ebraica era comandata da un membro del Partito Nazionalsocialista(8).

Altro esempio della stretta collaborazione tra regime hitleriano e sionismo tedesco riguarda i gruppi giovanili ebraici come il “Bétar“ ed ai boy scouts sionisti cui fu permesso di indossare uniformi proprie e di sventolare bandiere con simbolo dello Stato Sionista (cosa negata ad esempio ai gruppi giovanili cattolici, nonostante il Concordato).

Manifestazione del gruppo giovanile ebraico tedesco Betar nel 1934

Intanto il governo britannico, da sempre ostile agli insediamenti ebraici in Palestina, impose delle restrizioni ancora più drastiche. In risposta a ciò, il servizio segreto delle SS concluse una alleanza con il gruppo sionista clandestino Mossad le-Aliya Bet per portare illegalmente gli ebrei in Palestina. Come risultato di questa intensa collaborazione, vari convogli marittimi riuscirono a raggiungere la Palestina superando le navi da guerra britanniche pronte a colpire le imbarcazioni ebraiche. Nell’ottobre del 1939 era programmata la partenza di altri 10.000 ebrei, ma lo scoppio della guerra a settembre fece fallire il tentativo. Le autorità tedesche continuarono lo stesso a promuovere indirettamente l’emigrazione ebraica in Palestina negli anni successivi fino al 1941.

Una stima, seppur approssimativa, fissa in circa 800 mila gli ebrei che lasciarono i territori sotto il controllo germanico fino al 1941.

Con l’avvicinarsi della guerra ci fu la svolta e la posizione degli Ebrei cambiò in modo radicale. Il 5 settembre 1939, Chaim Weitzmann, futuro primo presidente dello stato di Israele, a nome dell’ebraismo mondiale si dichiarò parte belligerante contro i tedeschi e a fianco di Gran Bretagna e Francia (Jewish Chronicle, 8 settembre 1939). Questa vera e propria dichiarazione di guerra, che precedette l’identico atto del marzo ’33, causò un inasprimento delle misure repressive contro gli ebrei e conferì ai nazisti una motivazione legale per la loro reclusione.

La prima pagina del quotidiano londinese Daily Expressi del 24 Marzo 1933: “L’Ebraismo dichiara guerra alla Germania, Ebrei di tutto il mondo unitevi”. “Il popolo israelita del mondo intero dichiara guerra economica e finanziaria alla Germania. La comparsa della svastica come il simbolo della nuova Germania fa rivivere il vecchio simbolo di guerra degli Ebrei. Quattordici milioni di ebrei sono uniti come un solo corpo per dichiarare guerra alla Germania. Il commerciante ebreo lasci il suo commercio, il banchiere la sua banca, il negoziante il suo negozio, il mendicante il suo miserabile cappello allo scopo di unire le forze nella guerra santa contro il popolo di Hitler”.

Il diritto internazionale, infatti, prevede la possibilità di internare i cittadini di origine straniera per evitare possibili azioni di spionaggio a favore dei paesi di origine (art. 5 della convenzione di Ginevra), cosa che fece l’America con i cittadini di origine giapponese: dopo averli spogliati di tutti i beni confiscandogli casa, attività e conti bancari, furono rinchiusi in campi di concentramento in condizioni disumane. Verso la fine della guerra nel campo di prigionia di Hereford, nella ricca America, i soldati italiani che rifiutarono di collaborare con gli alleati venivano volutamente sottoalimentati e lasciati morire di tubercolosi, senza cure, sotto l’acqua o il sole cocente, in mezzo agli abusi dei carcerieri che non esitavano ad uccidere al primo cenno di insofferenza. Prima di loro gli inglesi avevano internato, durante la guerra contro i Boeri, oltre 100 mila donne e bambini nei campi di concentramento in sud Africa, di questi 27 mila morirono di stenti, malattie e malnutrizione (crimini passati sotto silenzio).

Lo scoppio del conflitto pose fine alla politica tedesca di incoraggiamento al trasferimento degli ebrei verso la Palestina (nel 1942 restava in attività nella Germania un solo Kibbutz a Neuend(9).

Tuttavia, nei primi anni di guerra, i rapporti tra nazisti e organizzazioni ebraiche non furono del tutto interrotti, ma si spostarono sul piano prettamente militare in funzione anti inglese, anche se l’influenza che ebbero sugli avvenimenti bellici fu praticamente nulla.

Agli inizi di gennaio del 1941 una piccola, ma importante organizzazione sionista, Lehi o Banda Stern (il cui leader Avraham Stern fu assassinato dalla polizia britannica l’anno successivo), fece ai diplomatici nazisti a Beirut una proposta formale di alleanza per lottare contro gli inglesi: la cosa che più colpisce è che uno di essi era Yitzhak Shamir, futuro primo ministro di Israele(10).

Con il proseguimento della guerra che richiedeva sempre più soldati al fronte e operai nelle fabbriche il governo tedesco abbozzò l’idea di utilizzare massicciamente gli ebrei nell’industria bellica. Dopo l’attacco alla Russia l’idea del lavoro forzato prese corpo e fu perfezionata nel corso della conferenza di Wannsee del 20 gennaio del 1942 con il definitivo abbandono della politica di emigrazione e l’adozione della cosiddetta “soluzione finale territoriale” (eine territoriale Endlösung) che sostituiva la politica del trasferimento con quella della deportazione di tutti gli ebrei nei campi di lavoro dell’est.

«Adesso, nell’ambito della soluzione finale, gli ebrei dovrebbero essere utilizzati in impieghi lavorativi a est, nei modi più opportuni e con una direzione adeguata. In grandi squadre di lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in grado di lavorare verranno portati in questi territori per la costruzione di strade, e non vi è dubbio che una gran parte verrà a mancare per decremento naturale. Quanto all’eventuale residuo che alla fine dovesse ancora rimanere, bisognerà provvedere in maniera adeguata, dal momento che esso, costituendo una selezione naturale, è da considerare, in caso di rilascio, come la cellula germinale di una rinascita ebraica» (Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942).

Gli studiosi dell’Olocausto hanno sempre sostenuto che il piano generale dell’ebreicidio nazista venne ideato nella riunione di Wannsee, ma Norbert Kampe direttore del Centro Commemorativo della Conferenza di Berlino, contesta questa tesi. Egli afferma che la conferenza riguardò solo “questioni operative” e non fu in alcun modo una piattaforma di “processi decisionali”, confermato dal fatto che alla conferenza di Wannsee Hitler e i suoi ministri non erano presenti.

Dove erano situati grandi insediamenti industriali furono istituiti campi di lavoro, come per esempio la fabbrica di caucciù sintetico a Bergen-Belsen, la I.G. Farben ad Auschwitz, la Siemens a Ravensbrück, la fabbrica sotterranea delle V-2 di Mittelbau-Dora collegata al campo di Buchenwald.

Il compito di utilizzare al meglio i campi di concentramento come centri di produzione industriale fu affidato all’Ufficio Centrale di Amministrazione Economica delle S.S. diretto da Oswald Pohl.

Il lavoro coatto fu utilizzato anche dalla società di costruzioni Todt per il ripristino delle linee di comunicazione (strade, ponti ferrovie,) che venivano costantemente distrutte dai bombardamenti alleati. questi lavori, che richiedevano un’enorme massa di operai (più di 1.500.000 nel 1944), furono svolti in buona parte ebrei e prigionieri di guerra(11).

Un aspetto inquietante e poco dibattuto riguarda le linee ferroviarie da cui transitavano i convogli carichi di ebrei. Gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti alleati che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale (come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia).

Come mai, mi domando, questi fatti sono sottaciuti se non del tutto ignorati anche dagli storici più autorevoli? Forse per non mettere in imbarazzo i cosidetti “paladini della libertà”?

Nel “Giorno della Memoria” esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo ebraico per la persecuzione subita e la ferma condanna ad ogni forma di discriminazione razziale. Questo però non deve indurci a sorvolare sulle pesanti responsabilità, condite di cinismo e ipocrisia, delle democrazie occidentali che vedevano, sapevano e volgevano lo sguardo altrove, rendendosi, perlomeno sotto il profilo politico e morale, complici dei carnefici.

Gianfredo Ruggiero

Note

1) Il giornale ufficiale della SS, “Das Schwarze Korps”, dichiarò il proprio sostegno al Sionismo in un editoriale di prima pagina del maggio del 1935:

« Può non essere troppo lontano il momento in cui la Palestina sarà di nuovo in grado di ricevere i propri figli che ha perduto per più di mille anni. A loro vanno i nostri migliori auguri ».

Gli ebrei sionisti a loro volta, nel settembre del 1935 dopo la promulgazione della legislazione razziale tedesca (leggi di Norimberga) che sancivano la netta separazione della comunità ebraica dal resto della nazione tedesca ponendo il divieto di matrimoni misti e altre pesanti limitazioni che andavano in tale direzione, dichiararono, attraverso un editoriale del più diffuso settimanale sionista tedesco, il “Die Judische Rundschau”:

« la Germania viene incontro alle richieste del Congresso Mondiale Sionista quando dichiara gli ebrei che oggi vivono in Germania una minoranza nazionale… Le nuove leggi danno alla minoranza ebraica in Germania la propria vita culturale, la propria vita nazionale. In breve, essa può creare il proprio futuro ».

2) Bernd Nellessen: “Der Prozesi von Jerusalem”, Düsseldorf/Wien, 1964, p. 201.

3) Theodor Herzl, nella sua prima opera “Der Judische Staat” (Lo stato ebraico) aveva individuato, nell’isola di Madagascar il luogo ideale dove fondare lo stato di Israele. Questa ipotesi fu presa in seria considerazione dai nazionalsocialisti in quanto l’insediamento in Palestina, la patria ideale degli ebrei, avrebbe inevitabilmente portato ad un scontro con gli arabo-palestinesi (cosa che effettivamente avvenne a partire dal 1948). Tuttavia anche questa ipotesi fu in seguito accantonata a causa del netto rifiuto delle democrazie occidentali. La patata bollente ritornò, di conseguenza, nelle mani dei tedeschi che riprese l’opzione Palestina.

4) Manvell e Fankl: “SS und Gestapo”.

5) L’accordo di Trasferimento autorizzava i Sionisti a creare due camere di compensazione, la prima sotto la supervisione della Federazione Sionista Tedesca di Berlino, l’altra sotto la supervisione dell’Anglo Palestine Trust in Palestina. L’ufficio di Tel Aviv è stato chiamato Haavara Transfert Office Ltd. Si trattò di un vero e proprio accordo commerciale che, fra l’altro, contribuì a rompere il boicottaggio mondiale anti-nazista organizzato contro la Germania. Le compagnie erano due: la Haavara, ebraica a Tel Aviv, e la Paltreu, tedesca a Berlino. Il deposito minimo era di 1.000 sterline inglesi presso la Banca Wasserman di Berlino oppure presso la Banca Warburg di Amburgo. Tom Segev in “Le septieme million”, ed. Liana Levi, 1993.

6) Edwin Black: “The Transfert Agreement”, 1984; F. Nicosia: “Third Reich”; W. Feilchenfeld: “Haavara-Transfer”; Encyclopaedia Judaica: “Haavara”, Vol. 7.

7) Questa sorta di baratto esteso a tutte le esportazioni/importazioni, cardine della politica economica nazista che contribuì alla ripresa della Germania dopo i disastri della Repubblica di Weimar, fu fortemente osteggiato dalle organizzazioni ebraiche non sioniste che, al contrario, sostenevano l’embargo dei prodotti Made in Germany.

8) W. Martini: “Hebräisch unterm Hakenkreuz”, Die Welt , 10 gennaio 1975.

9) Y. Arad: “Documents On the Holocaust”, 1981, p. 155.

10) http://holywar.org/Sio_Naz.htm.

11) Creata da Fritz Todt, l’organizzazione operò in stretta sinergia con gli alti comandi militari durante tutta la Seconda guerra mondiale. Il principale ruolo dell’impresa era la costruzione di strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, così come della costruzione di opere difensive: la Linea Sigfrido, il Vallo Atlantico e – in Italia – la Linea Gustav e la Linea Gotica.

Link

Falsificazioni fotografiche http://ita.vho.org/valendy/ugo.htm

campo di concentramento di Buchenwald: http://www.fncampoli.altervista.org/bw.htm

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Carteggio Churchill-Mussolini

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

25 aprile 1945: Mussolini abbandona la prefettura di Milano, portando con sé due borse contenenti i documenti del Carteggio

Con l’espressione carteggio Churchill-Mussolini ci si riferisce comunemente ad una serie di documenti, concernenti la corrispondenza intrattenuta dal Primo Ministro italiano Benito Mussolini con il Primo Ministro britannico Sir Winston Churchill, con particolare riferimento al periodo della seconda guerra mondiale, che il capo del fascismo aveva avuto cura di portare con sé all’atto di lasciare Milano il 25 aprile 1945, e che custodiva personalmente al momento della cattura.

Nell’immediato dopoguerra, Churchill e i servizi segreti britannici, si mossero con successo per recuperare gli originali e gran parte delle copie del carteggio[1]. Pertanto, poiché tale documentazione è ancora inaccessibile agli storici o è andata distrutta, è azzardato definirne il contenuto, pur essendone state formulate numerose ipotesi e ricostruzioni.

All’interesse dei servizi segreti britannici per tali documenti si ricollega la versione sull’uccisione del capo del fascismo di cui al memoriale dell’ex comandante della divisione partigiana formata dalla 111ª, 112ª e 113ª Brigata Garibaldi, Bruno Giovanni Lonati “Giacomo”[2] e comunemente definita come la “pista inglese”.

La vicenda

In una delle borse contenenti i documenti del Carteggio vi era anche un dossier sulla vita sessuale del principe Umberto di Savoia

Il 27 aprile 1945, al momento della sua cattura, Benito Mussolini aveva con sé due borse piene di documenti contenenti, tra l’altro – secondo le testimonianze di coloro che hanno dichiarato di averle ispezionate in quei giorni (partigiani, funzionari etc.) – parte della sua corrispondenza con Churchill[3][4], ma di cui – al momento – non fu accertata né la datazione, né l’esatto contenuto. Le due borse, di cui una temporaneamente affidata dall’ex-duce al colonnello Vito Casalinuovo, proprio al momento dell’arresto, furono subito requisite dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” e ne fu fatta una sommaria ispezione.

In particolare, la borsa ancora nelle mani di Mussolini era a quattro scomparti, e conteneva cartelle con trecentocinquanta documenti riservatissimi; un milione e settecentomila lire in assegni e centossessanta sterline d’oro[5]. Le cartelle erano marcate: “Mussolini. Segreto”; una di esse conteneva – appunto – il carteggio riguardante Churchill e un’altra i rapporti dei servizi segreti sulla vita sessuale dell’erede al trono Umberto[3]. Anche l’altra borsa conteneva parte del carteggio con Churchill; entrambe pesavano – piene – 4,8 chilogrammi, l’una, e 5,4, l’altra[6].

Quella stessa sera le borse furono messe in due sacchi di tela e depositate presso la filiale della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde di Domaso dal partigiano Urbano Lazzaro “Bill”, accompagnato dal collaboratore ed interprete svizzero Alois Hofman, e dal partigiano Stefano Tunesi[5]. Successivamente i due sacchi furono affidati al parroco di Gera Lario, don Franco Gusmeroli, che li nascose nella cripta della chiesa. Infine, i due sacchi pervennero al comando del CVL di Como[6], privi, peraltro, del fascicolo relativo al principe Umberto, che ”Pedro” Bellini delle Stelle, il comandante della 52ª Brigata, aveva curato di far pervenire all’interessato[7].

Il 4 maggio 1945 tutto il materiale, a cui erano stati uniti altri documenti di Mussolini provenienti da una terza borsa sequestrata a Marcello Petacci[8] e consegnati da Aldo Lampredi al comando comasco, furono esaminati da una commissione formata, tra l’altro, dal segretario della Federazione comunista locale, Dante Gorreri e dal nuovo prefetto di Como, Virginio Bertinelli[9]. Il carteggio constava di 62 lettere, di cui 31 a firma Churchill e 31 a firma Mussolini[10].

Dopo la visione degli stessi, fu commissionata la fotoriproduzione di tutti i documenti alla Fototecnica Ballarate di Como, che ne effettuò alcune copie, di cui l’originale rimase in possesso di Dante Gorreri, una copia fu consegnata a Bertinelli – che la nascose all’interno di un “cavallo con maniglie” di una palestra di Como[9] – e un’altra fu riposta nella cassaforte della federazione comunista[11].

Il carteggio in mani britanniche

Dante Gorreri, segretario della Federazione comunista di Como: consegnò gli originali del carteggio ai Servizi segreti britannici

Il 2 settembre 1945, a nemmeno due mesi dalla conclusione della guerra in Europa, dopo aver perso le elezioni nazionali e non più primo ministro, Winston Churchill si reco’ sul lago di Como, a trascorrere una breve vacanza nella Villa Apraxin di Moltrasio, dietro il falso nome di colonnello Waltham[10]. L’ex premier britannico si recò nella sede del comando della 52ª Brigata Garibaldi e poi incontrò il direttore della filiale CARIPLO di Domaso, che per alcune ore aveva custodito le borse contenenti il carteggio; infine, fece contattare Dante Gorreri dal capitano dei servizi segreti britannici Malcolm Smith.

Il 15 settembre 1945, nella trattoria “La pergola” di Como, Dante Gorreri consegnò gli originali delle 62 lettere del carteggio Churchill-Mussolini al capitano Smith, in cambio della somma di due milioni e mezzo di lire in contanti[10]. Le copie del carteggio in possesso del prefetto Virginio Bertinelli erano già state recuperate dal capitano inglese, il precedente 22 maggio[9].

La copia del carteggio riposta nella cassaforte della federazione comunista fu trafugata nel 1946 da Luigi Carissimi Priori, ex capo dell’ufficio politico della questura di Como. In un’intervista rilasciata nel 1998 al giornalista Roberto Festorazzi[12], Carissimi Priori dichiarò di aver consegnato il plico contenente le 62 lettere al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, resistendo ad un’offerta di 100.000 sterline di alcuni agenti segreti inglesi. De Gasperi avrebbe trasferito l’intero carteggio in una cassetta di sicurezza in Svizzera; alla scadenza del contratto, l’intero contenuto del deposito, in accordo con la legislazione svizzera in materia di desecretazione dei documenti storici, sarà riversato nell’Archivio storico confederale[11]. Carissimi Priori ha comunque dichiarato di aver preso sommariamente visione del carteggio, prima di consegnarlo allo statista trentino, e lo ha riferito al periodo anteriore all’ingresso in guerra dell’Italia (giugno 1940); la documentazione avrebbe riguardato le offerte fatte da Churchill per il mantenimento della non belligeranza: Tunisia, Dalmazia, nizzardo, e la conferma di tutte le colonie in contestazione (Etiopia, Dodecaneso)[13].

In contrasto con quanto sostenuto da Carissimi Priori, Pietro Carradori, ex autista del duce, ha testimoniato che almeno due contatti segreti tra Mussolini ed emissari britannici erano avvenuti a Porto Ceresio (CO), presso il confine svizzero, il 21 settembre 1944 e il 21 gennaio 1945[14][15].

29 aprile 1945. Sebbene i documenti siano stati dichiarati recuperati, due aerei “picchiatelli” (Stukas italiani) bombardarono la zona 24 ore dopo la morte di Mussolini. Le trasmissioni radiofoniche italiane, britanniche e statunitensi trasmisero per mesi una canzone contenente la chiave per sconosciute informazioni. Le testimonianze di questa Sciarada sono contenute nel volume “BISABOSA” di Alvaro Picchi – Feltrinelli.

Fotoriproduzioni precedenti alla cattura di Mussolini

Carlo Alberto Biggini, affidatario di una copia dei documenti segreti di Mussolini comprendente, presumibilmente, anche il Carteggio

I documenti contenuti nelle borse sequestrate a Mussolini e a Petacci dai partigiani della 52ª Brigata, erano originariamente conservati nell’archivio personale del duce a Gargnano, da cui il 18 aprile 1945, Mussolini medesimo ne aveva selezionati i più importanti, prima di trasferirsi a Milano. In precedenza, il capo del fascismo aveva già curato la fotoriproduzione in più copie di alcuni atti e missive particolarmente importanti, da distribuire ad elementi di cui riponeva la massima fiducia.

Tali copie risultano essere state consegnate:

1) Al Ministro dell’Educazione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana Carlo Alberto Biggini; concernenti, in particolare, dei documenti contenuti in una cartella di marocchino rosso e la copia di un’agenda (diario) con appunti di Mussolini stesso [16]. Alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, Biggini fu costretto a rifugiarsi in convento, lasciando la cartellina rossa sulla sua scrivania, ma portando con sé l’agenda del duce. Della cartellina non si è avuto più notizia, mentre l’agenda fu lasciata da Biggini in convento, al momento del suo urgente ricovero nella casa di cura dove morrà sotto falso nome, il 19 novembre 1945 [16].

2) All’ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka, che se li portò con sé al momento di riparare in Svizzera. Tali documenti – a detta di Hidaka – furono distrutti al momento della resa del Giappone, secondo il regolamento diplomatico giapponese [17][18][19].

3) Alla moglie Rachele, che tenterà invano di espatriare in Svizzera, con i due figli minori e due casse di documenti, nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1945[16]. Respinta alla frontiera di Cernobbio, Rachele Guidi e i suoi figli furono alloggiati nella Villa Mantero di Como, nel cui giardino fece seppellire la borsa consegnatale dal marito; alcuni giorni dopo, i partigiani disseppelliranno tale borsa e la riporranno nella cassaforte della caserma dei Vigili del Fuoco di Como. All’indomani della liberazione, il citato agente britannico Malcolm Smith aveva requisito la Villa Apraxin di Moltrasio (ove successivamente alloggerà Winston Churchill), il cui proprietario, Guido Donegani, era stato incarcerato per i suoi stretti rapporti con l’ex duce. Donegani si impegnò con l’agente britannico a fargli recuperare la borsa in cambio della sua scarcerazione e, il 31 agosto 1945, riuscì nell’intento[10].

4) A un personaggio tuttora non identificato. La borsa contenente copia dell’epistolario e del fascicolo sulla vita sessuale del principe Umberto, fu rinvenuta dall’agente segreto italiano Aristide Tabasso nel marzo del 1946. Tabasso ne fece un’ulteriore copia per il Counter Intelligence Corps, con il quale collaborava, e consegnò la copia originale al luogotenente del regno, da cui fu nominato Commendatore della Corona d’Italia[20][21].

Winston Churchill

5) A un presunto ebreo svizzero di Lugano, tramite il sottotenente della Guardia nazionale repubblicana Enrico De Toma ed a seguito di ordini impartiti da Mussolini in persona. Si tratterebbe di centosessanta lettere in parte a firma Churchill e in parte, in “brutta copia”, a firma Mussolini; documenti politici e militari; accordi segreti con il Regno Unito, per il riconoscimento della R.S.I. e la cessione all’Italia di parte delle colonie francesi. È il caso più dubbio e contestato.

De Toma, infatti, asserirà che nessuno si sia presentato all’appuntamento di Lugano e che i suoi contatti con i nuovi governi democratici per la riconsegna del carteggio si sarebbero rivelati infruttuosi. Una parte dei documenti furono così ceduti da De Toma al Corriere Lombardo e poi al Candido di Giovanni Guareschi per essere pubblicati: tra di essi anche una falsa nota (secondo l’avv. Giuliani Balestrino era genuina, questo spiegherebbe perché, contrariamente alle sue abitudini, De Gasperi lo querelò) datata 1944 di Alcide De Gasperi, all’epoca rifugiato in Vaticano, che avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia della città di Roma, allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Querelato dal Presidente del Consiglio, Guareschi sarà condannato nel 1954 e, rifiutando di firmare una richiesta di grazia, incarcerato per diffamazione a mezzo stampa. Tutto il “carteggio De Toma” sarà poi distrutto per ordine della magistratura[22][23].

Tuttavia, il testo delle intercettazioni telefoniche effettuate dai servizi segreti tedeschi a Salò, sulle conversazioni di Mussolini[24], confermano l’esistenza di tentativi segreti di accordo e lo scambio di lettere tra il dittatore italiano e il Primo ministro inglese Winston Churchill, anche nel periodo successivo all’entrata in guerra dell’Italia.

Note

  1. ^ Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Tropea, Milano, 2001, pagg. 351 e succ.ve
  2. ^ Bruno Giovanni Lonati, Quel 28 aprile, Mussolini e Claretta: la verità, Mursia, Milano, 1994
  3. ^ a b Peter Tompkins, cit., pag. 352
  4. ^ Luciano Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci? , Ares, 2002, pagg. 89 e succ.ve
  5. ^ a b Alessandro Zanella,L’ora di Dongo, Rusconi, Milano, 1993, pag 378.
  6. ^ a b Peter Tompkins, cit., pagg. 353
  7. ^ L’Unità ammette l’esistenza dei dossier
  8. ^ Marcello Petacci, fratello dell’amante di Mussolini, Claretta, seguiva il convoglio dei fuggitivi con la propria vettura e fu anch’egli catturato dai partigiani il 27 aprile 1945.
  9. ^ a b c Peter Tompkins, cit., pagg. 354
  10. ^ a b c d Peter Tompkins, cit., pagg. 356-57
  11. ^ a b In Svizzera il carteggio
  12. ^ Cfr. Roberto Festorazzi, Churchill-Mussolini, le carte segrete. La straordinaria vicenda dell’uomo che ha salvato l’epistolario più scottante del ventesimo secolo, Datanews, Milano, 1998
  13. ^ Luciano Garibaldi, cit., pagg. 74-77
  14. ^ Peter Tompkins, cit., pag. 317
  15. ^ Luciano Garibaldi, cit., pagg. 84 e succ.ve
  16. ^ a b c Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 2009, pag. 175
  17. ^ Pierluigi Baima Bollone, cit., pag. 176
  18. ^ Peter Tompkins, cit., pag. 359
  19. ^ Luciano Garibaldi, cit., pagg. 89-91
  20. ^ Peter Tompkins, cit., pagg. 364-65
  21. ^ Corriere della Sera del 28 gennaio 1996
  22. ^ Pierluigi Baima Bollone, cit., pagg. 171-74
  23. ^ Peter Tompkins, cit., pagg. 359-64
  24. ^ Documenti pubblicati in: Ricciotti Lazzero, Il sacco d’Italia. Razzie e stragi tedesche nella Repubblica di Salò, Mondadori, Milano, 1994, e in parte in: Luciano Garibaldi, cit., pagg. 68 e succ.ve

Bibliografia

  • Fabio Andriola, Appuntamento sul lago. L’ultimo piano di Benito Mussolini, Milano, SugarCo, 1990.
  • Fabio Andriola, Carteggio segreto Churchill-Mussolini, Milano, SugarCo, 2007. ISBN 978-88-7198-528-2
  • Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 1971.
  • Dino Campini, Mussolini, Churchill: i carteggi, Milano, Italpress, 1952.
  • Roberto Festorazzi, Churchill-Mussolini, le carte segrete. La straordinaria vicenda dell’uomo che ha salvato l’epistolario più scottante del ventesimo secolo, Milano, Datanews, 1998. ISBN 88-7981-119-3
  • Luciano Garibaldi, La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?, Ares, 2002. ISBN 88-8155-238-8
  • Ricciotti Lazzero, Il sacco d’Italia. Razzie e stragi tedesche nella Repubblica di Salò, Mondadori, 1994. ISBN 88-04-35973-0
  • Bruno Giovanni Lonati, Quel 28 aprile, Mussolini e Claretta: la verità, Milano, Mursia, 1994. ISBN 88-425-1761-5
  • Arrigo Petacco, Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill-Mussolini, Milano, Mondadori, 1985.
  • Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Milano, Tropea, 2001. ISBN 88-04-45696-5
  • Alessandro Zanella, L’ora di Dongo, Milano, Rusconi, 1993. ISBN 88-18-12113-8
  • Angelo Paratico, BEN, Milano, Mursia, 2010.
  • Ubaldo Giuliani Balestrino, Il Carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi, Settimo Sigillo, 2010.
  • Alvaro Picchi, “BISABOSA” – CAPITOLO TESTIMONIANZE DELLA “SCIARADA – LA SCOMPARSA DEI CARTEGGI DI MUSSOLINI”, FELTRINELLI.

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L’omicidio di Mussolini e l’oro di Dongo

Alla fine della guerra si arriva all’assassinio di Mussolini.
Dico assassinio sapendo bene cosa dico.
Mussolini fu infatti ucciso senza nemmeno l’ombra di un processo ed in piena violazione delle condizioni poste dall’armistizio che tassativamente stabilivano dovesse essere, nell’eventualità di una cattura, consegnato vivo agli Alleati.

Perchè dunque fu assassinato.

Non certamente per in un impeto di odio.
Fu trattenuto per un paio di giorni e, tutto sommato, in quel periodo fu trattato bene. Poi, su ordine del PCI, venne assassinato.
Il motivo era che non si voleva assolutamente, per tre ragioni, che potesse in qualche modo dare la sua versione dei fatti in un Tribunale. La prima ragione riguarda il ‘famoso’, quanto misterioso ‘carteggio’ con Churchill che presumibilmente aveva con sè. Carteggio che, se esibito, non solo peteva portare a condizioni migliori nel trattato di pace, ma soprattutto poteva diminuire, e di molto, la responsabilità della guerra. La seconda che un suo processo avrebbe portato in causa tutti coloro che erano stati fascisti. La terza ragione era che ai comunisti occorreva il ‘mostro’

Ricostruiamo gli ultimi giorni.

25 APRILE – ORE 8 -Al collegio dei Salesiani di Via Copernico, nella biblioteca del collegio milanese, alle ore 8 del mattino del 25 aprile, si riunirono Marazza, Pertini, Arpesani, Sereni e Valiani. Ci fu la riunione più risolutiva del Clnai. Approvarono il primo decreto: “Tutti i poteri al Clnai”; il secondo riguardava l’amministrazione della “giustizia”. Cioè le sentenze di morte (un po’ all’ingrosso!). E tra queste fu anche decisa l’eliminazione di Mussolini. Il Duce non doveva essere consegnato agli americani!

25 APRILE – ORE 16 – Mussolini ignaro di quanto è stato deciso in via Copernico, dalla prefettura si reca in Arcivescovado; nell’incontro con il cardinale Schuster propone o riceve la proposta di arrendersi. L’invito del prelato che intercede per conto degli alleati, è di arrendersi senza condizioni; per la sua incolumità gli ha già preparato una stanza per la notte, in attesa dell’arrivo degli alleati per poi a loro consegnarsi. Sono invitati a partecipare e a esaminare le condizioni i rappresentanti del CLN-AI. Sono i moderati ACHILLE MARAZZA (DC), GIUSTINO ARPESANI (PLI), RICCARDO LOMBARDI (PdA).
L’unico che non sa ancora nulla é SANDRO PERTINI (PSIUP) che il mattino in via Copernico aveva una sola idea “Mussolini doveva arrendersi senza condizioni, e poi sarebbe stato passato per le armi” ( lo scrive lui, nelle sue memorie).

25 APRILE – ORE 17.30 – Ritorniamo nella sala del cardinale e al dialogo che si é svolto nei pochi minuti. Il CLN-AI detta le condizioni:

  1. L’esercito e le milizie fasciste consegneranno le armi e verranno fatti prigionieri con le norme della Convenzione di Ginevra.
  2. Le famiglie dei fascisti, come tali non avranno alcun fastidio, ma tutti devono abbandonare Milano.
  3. Mussolini deve consegnarsi al CLN-AI.

Sembra tutto filare liscio, Mussolini nella stanza del cardinale sembra quasi soddisfatto anche se non sa la sorte che lo aspetta; ma a rovinare tutto é GRAZIANI che si fa uno scrupolo: quello di non volere tradire i tedeschi, non informati della resa. PAOLO ZERBINO reagisce e non può trattenere di dire quello che ha saputo da poche ore: comunica a tutti i presenti che WOLF ha già trattato la resa. Il cardinale Schuster che già sapeva, conferma la notizia. Mussolini é furibondo e indignato ” Ci hanno sempre trattati come schiavi e servi e alla fine mi hanno anche tradito”. Crolla dunque nell’indignazione il dialogo; Mussolini chiede di poter ritornare in prefettura per prendersi un’ora di tempo e per deliberare non sentendosi più legato ai “traditori tedeschi – e aggiunge- e poi dicono di noi!” .

25 APRILE – ORE 19 – Irrompono in arcivescovado (mentre Mussolini vi sta uscendo) EMILIO SERENI, e LEO VALIANI con SANDRO PERTINI che brandisce una pistola in pugno. Dalla foga salendo le scale ha incrociato un gruppo di persone, in mezzo alle quali c’è Mussolini, ma non lo ha notato. (“Gli avrei sparato subito” dirà in seguito)
Entra impetuosamente e quasi insulta il cardinale quando il prelato gli riferisce i tre punti esposti da Mussolini per la resa. “Mai! Deve solo consegnarsi a noi”, “per cosa fare?” chiede il Card. Schuster, “Questa é cosa che non la riguarda” risponde Pertini. E rivolgendosi agli altri “siete stati tutti giocati”. Monsignor Bicchierai presente riferisce anche altro nelle sue Memorie “Uno dei tre ci minacciò pure…”per voialtri c’é un colpo di rivoltella pronto”.

25 APRILE – ORE 20 – CARLO TIENGO che ha assistito alla scena corre ad avvisare Mussolini in prefettura ” Vi vogliono uccidere, stasera stessa”. Mussolini viene quindi dissuaso o ritiene lui stesso di non doversi più recare in arcivescovado; decide di fuggire a Como per incontrarsi con un misterioso emissario di Churchill. Ha con sé una cartella con importanti documenti di cui parleremo più avanti.

26 APRILE – Giunto a Como Mussolini si dirige verso Menaggio; qui passa la notte; lo raggiunge la sua inseparabile amante Petacci, e la mattina successiva si aggrega a una colonna di automezzi tedeschi che in ritirata e quasi indisturbati si stanno avviando verso il confine svizzero per il rientro in Germania. Tenterà inutilmente due volte di sganciarsi da loro per raggiungere attraverso i monti il confine. Ma i tedeschi non lo perdono di vista.
Salito su un camion vestito con un cappotto e un elmetto tedesco, a un posto di blocco a MUSSO (il destino!), MUSSOLINI viene riconosciuto da due partigiani saliti sul camion per un controllo. I tedeschi in ritirata li lasciano passare indisturbati, ma i partigiani quel sistema dei fascisti in fuga di mimetizzarsi con i tedeschi lo conoscono già, quindi fanno le perquisizioni su ogni mezzo. Ed ecco che su uno di questi trovano nascosto Mussolini. I due partigiani sono PEDRO (Pier Bellini delle Stelle), e BILL (Urbano Lazzaro). Mussolini viene dunque catturato e portato in un casolare a passare la notte (nel frattempo é stata catturata anche la Petacci) mentre la notizia rimbalza fino a Milano, e nella notte “qualcuno” parte per fare, si dirà, “giustizia” in “gran fretta“.

28 APRILE – Mussolini con altri cinquantuno fascisti fra cui 16 gerarchi sono consegnati (“si racconta“) al colonnello VALERIO (WALTER AUDISIO) all’alba giunto da Milano a Dongo. Convocato un improvvisato Tribunale di guerra, con un rapidissimo processo sommario in base (“si dice“) alle disposizioni del CLM-AI, sono tutti condannati a morte e fucilati nella piazzetta di Dongo davanti a tutta la popolazione, mentre Mussolini e la Petacci portati fuori Dongo a Giulino di Mezzegra, fatti scendere dall’auto davanti a un cancello (“si dice“) sono stati giustiziati. In effetti dopo le rivelazioni fatte dal segretario di Palmiro Togliatti, MASSIMO CAPRARA il 23 gennaio del 1997, a sparare a Mussolini fu ALDO LAMPREDI; Togliatti per non offuscare la popolarità di uno dei capi storici del PCI, diede invece la celebrità a Walter Audisio che (“si dice“) recitò la parte per anni.

Delle due verità sembra che nemmeno questa di Togliatti sia quella giusta. Infatti arrivano le clamorose rivelazioni di BILL (Urbano Lazzaro) di Vicenza, che ora vive a San Paolo del Brasile. Il 27 agosto sul Borghese ha dichiarato con tutta la sua piena responsabilità che “Valerio non era Walter Audisio, come si continua a raccontare da due generazioni, ma LUIGI LONGO, Comandante generale delle Brigate Garibaldi, a quell’epoca numero due del partito comunista dopo Togliatti. Egli nell’ordinare le fucilazioni di Dongo, non eseguì affatto un legittimo ordine del governo di Sua Maestà il luogotenente, ma una disposizione interna del PCI e dunque dell’Armata Rossa sovietica, di cui il PCI, era la longa manus in Italia“. Scopriremo più avanti un altro particolare, coincidente, che legato a queste dichiarazioni fanno diventare il tutto abbastanza credibile.
(ma sulle ore dell’esecuzione di Mussolini e la Petacci qualcosa non quadra)

29 APRILE – Eseguite le condanne, raccolti i cadaveri dei giustiziati su un camion, si parte per Milano nella notte; i corpi massacrati sono scaricati all’alba sul selciato di Piazzale Loreto e lasciati il balia della folla imbestialita che si avventa assetata di sangue per vedere lo “spettacolo“. A terra i cadaveri ricevono lo scempio, calci, sputi, dileggio, “una donna ha scaricato contro il cadavere di Mussolini cinque colpi di rivoltella“.( Comun. Ansa, 29 aprile irradiato alle ore 13.30)”.

La folla si accalca sempre più numerosa, la moltitudine vuol vedere, si pigia e si fa largo a forza di spinte, preme, spinge, urla. Tutti vogliono vedere. Qualcuno ha la “brillante” idea macabra di prendere i corpi e appenderli per i piedi al traliccio di un chiosco di un distributore di benzina della Standard, dove rimangono esposti “al pubblico” in un modo oltre che tragico, anche osceno. La donna più famosa d’Italia, odiata, disprezzata, per anni invidiata e chiacchierata, appesa per i piedi mostra in quel modo le sue vergogne. Una donna presente forse offesa dalla sua dignità di donna, si sfila una spilla, raccoglie e ricompone la gonna della sciagurata. Le “vergogne” sono cosi occultate, la “vergogna” di quello spettacolo invece no. Quello scempio tribale non fu una liberazione, ma un incubo che un popolo di milioni di italiani vedrà chissà fino a quando, oltre la stessa esistenza delle varie generazioni che vi hanno o no assistito.

Sandro Pertini, raccontò Leo Valiani, già il 25 aprile riteneva indispensabile deferire Mussolini a un tribunale popolare; ma dopo lo spettacolo di Piazzale Loreto commentò: “L’insurrezione si è disonorata“. Ferruccio Parri definì l’esposizione dei corpi “un’esibizione di macelleria messicana“.
Fu quella di Mussolini una esecuzione e uno “spettacolo” gratuito? – Molti concordono che il processo l’avrebbero fatto gli americani (i vincitori contro i vinti, come poi avvenne a Norimberga). E sarebbe stato per l’Italia imbarazzante, e forse ancor più imbarazzante per gli inglesi se sul banco degli imputati compariva e parlava Mussolini. E se compariva lui, a fianco sarebbero stati chiamati anche tutti coloro che con lui avevano portato al disastro l’Italia, e con loro tutto il fascismo. Quindi il processo sarebbe stato un processo contro l’intera nazione.

Dirà il giornalista-scrittore Giorgio Bocca “La morte del dittatore era inevitabile e fu accolta con manifestazioni di gioia non soltanto da noi antifascisti. Lasciare a Mussolini la parola in un processo avrebbe significato consentirgli di chiamarci tutti in causa, anche noi partigiani, che eravamo stati fascisti come tutti”.

Piazzale Loreto non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di tribù arcaiche della più profonda e nera Africa, era una compensazione o una rivalsa ad un altrettanto delitto e strage che era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944), quando furono trucidati da altri pazzi “italiani” e tedeschi 15 partigiani e lasciati lì nella piazza per giorni, come monito. Un monito osceno pure questo, simile a quello successivo. Ma di questo parlerò nel prossimo capitolo.

Nei giorni che seguirono il 25 aprile (quindi alle cessate ostilità) i “giustizieri” improvvisati, come brutalità e ferocia e con vaghe motivazioni, andarono molto oltre la ritrovata “libertà” (di farsi giustizia) e andarono oltre la “giustizia“. I giustizieri imitavano le gesta dei giustiziati. Si calcola insomma che da questo 25 aprile e fino al 6 luglio siano stati giustiziati chi afferma 600 chi 20.000 fascisti, ma secondo i parenti delle vittime furono circa 50.000.

Trattato di pace
Dopo la “resa senza condizioni“, quella che noi comunemente chiamiamo “Armistizio” arriva il 10 febbraio 1947 il definitivo trattato di pace.
E’ un atto di natura unilaterale imposto all’Italia ed accettato dal suo governo post bellico. In esso l’Italia sarà costretta a riconoscere il principio di aver “intrapreso una guerra di aggressione” (premessa cpv. 2°) e pertanto le sue clausole avranno carattere punitivo: mutilazione del territorio nazionale; rinunzia alle colonie; riparazioni; limitazione della sovranità dello Stato; divieti per gli armamenti anche solo difensivi; restrizioni di vario genere.
(Anno 1945)

Ha detto Valiani al suo intervistatore Massimo Pini (Sessant’anni di avventure e battaglie): “Noi quattro del comitato insurrezionale ci consultammo, senza neppure riunirci, per telefono. Pertini, Sereni, Longo e io prendemmo nella notte la decisione di fucilare Mussolini senza processo, data l’urgenza della cosa“. “

Gli americani infatti chiedevano, per radio, che Mussolini fosse consegnato a loro. Longo chiese a Cadorna di dare il lasciapassare a due suoi ufficiali, Lampredi e Audisio, perché si recassero a prelevarlo. Cadorna racconta lealmente nelle sue memorie di avere subito capito che andavano per fucilarlo, ma di aver ugualmente firmato il foglio. Cadorna non era un cospiratore antifascista…, ma pensava che era più giusto che Mussolini morisse per mano di italiani che per mano di stranieri: perciò firmò il lasciapassare.

Nel dicembre 2006 il premier iracheno Al Maliki, rispondendo a Prodi allora capo del governo italiano gli disse: “…alla fine della seconda guerra mondiale, Mussolini è stato processato per un solo minuto. Il giudice gli ha chiesto il suo nome e alla risposta ‘Benito Mussolini’ gli ha detto: ‘il tribunale vi condanna a morte’ e la sentenza è stata eseguita immediatamente“.

L’oro di Dongo
I più furbi tra i partigiani, intanto, cominciano a razziare le auto della colonna rimaste incustodite. Ad un certo punto, davanti ai loro occhi allibiti, saltano fuori le sei famose valigie. Per evitare un saccheggio di più ampie proporzioni, il capo di stato maggiore della 52ª Brigata Garibaldi, capitano «Neri» ordina di portarle nel municipio di Dongo, dove la partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia «Gianna», fa l’inventario di tutto quel ben di Dio. La «Gianna» è anche la donna del capitano «Neri».

Sulla destinazione da dare al tesoro scoppia ben presto una lite furibonda. Il segretario del Partito comunista clandestino di Como, Dante Gorreri, sostiene che quei beni appartengono al Partito comunista. Il capitano «Neri» sostiene invece che quei beni appartengono allo Stato italiano e che pertanto vanno riconsegnati alla Banca d’Italia. Nel tardo pomeriggio del 28 aprile il tesoro viene trasportato nella villa delle sorelle Teresa e Luisa Venini, a Dòmaso. All’alba del 29, poco dopo le quattro, un gruppo di partigiani bussa alla porta della villa. Hanno in mano un foglio con il timbro del Partito comunista di Como. Caricano tutto su un’auto e spariscono.

Dove è finito il «tesoro di Dongo»?

Il 17 gennaio 1949, la rivista americana Life pubblica un’inchiesta del giornalista John Kobler dal titolo: «The great Dongo’s robbery». Kobler è uno che di tesori e manipolazioni se ne intende: ha fatto parte infatti del’Oss, il servizio segreto statunitense durante la campagna d’Italia. La sua tesi è che il tesoro sia finito nelle casse del Pci e utilizzato per sostenere le due campagne elettorali del 1946 e del 1948, per acquistare il palazzo di via delle Botteghe Oscure e per finanziare le forze militari clandestine e l’apparato di sezioni e cellule in tutta Italia.

Anni dopo Massimo Caprara, segretario di Palmiro Togliatti, testimonierà che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo sono finiti nelle casse del Partito comunista. Da dove poi un esperto avvocato provvide a riciclare tutto in Svizzera. Lo stesso avvocato che, ogni quindici giorni, si recava a Roma, a Botteghe Oscure. «Si fermava a chiacchierare con me in attesa che Togliatti fosse libero», ricorda Caprara. «A ogni visita compiva una singolare triangolazione che non poteva non incuriosirmi: dopo essere stato da noi al secondo piano, saliva al terzo dall’amministrazione e poi al quarto da Pietro Secchia. Fu quello stesso avvocato un giorno, a pranzo, a spiegarmi l’arcano: lui si stava occupando di riciclare il bottino di Dongo, trasformandolo in depositi e titoli presso alcune banche svizzere, poi riutilizzabili in Italia».

Il «tesoro di Dongo» presenta somiglianze agghiaccianti col «Memoriale Moro». Chiunque ci si avvicini, paga con la vita. Luigi Canali, il capitano «Neri», scompare l’8 maggio 1945. Il suo cadavere non verrà mai più ritrovato.
Il 23 giugno 1945, mentre cerca disperatamente notizie del suo uomo, scompare Giuseppina Tuissi. Alle dieci di sera, due fidanzati vedono una moto rossa con due uomini e una donna fermarsi al Pizzo di Cernobbio e scendere verso il lago. Poi sentono un urlo e uno sparo. La moto riparte. Sul posto verrà trovato un giornale sporco di sangue e budella umane. «Gianna» è stata sventrata e gettata nel lago.
Il 4 luglio, tra Acquasena e Santa Maria Rezzonico, riaffiora il cadavere di Anna Bianchi, amica della «Gianna» e sua confidente, colpita con due pallottole alla nuca e gettata ancora viva nel lago.
Il 6 luglio scompare Michele Bianchi, il padre di Anna. Il cadavere riaffiora il 12 luglio con due pallottole alla nuca.
Il 26 ottobre 1945 viene pugnalato a morte in una strada alla periferia di Como Gaetano Melker, cittadino svizzero. È lui che ha trasportato il tesoro di Dongo dalla federazione del Partito comunista di Como alla federazione del Pci di Milano.
Inutile sottolineare che Luigi Gatti, l’uomo che guidava l’Alfa Romeo rossa e Mario Nudi, l’uomo che sedeva al suo fianco furono tra i quindici fucilati a Dongo.

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La seconda guerra: dalla caduta di Mussolini alla Liberazione (25 luglio 1943-25 aprile 1945)

Dal 25 luglio all’8 settembre

La speranza della fine della guerra venne però frustrata da Badoglio che proclamò il perseguimento dello sforzo bellico a fianco dell’alleato tedesco. In realtà il governo italiano avviò trattative segrete con gli Alleati per giungere a una pace separata. Le trattative si prolungarono però fra ostilità e dinieghi, vista l’inconciliabilità fra le posizioni italiane, volte a trattare la resa, e il principio di “resa incondizionata” adottata dagli Alleati. In questo clima i tedeschi, non fidandosi degli italiani, iniziarono ad occupare militarmente la penisola.

Il 3 settembre infine, italiani ed Alleati sottoscrissero il “breve armistizio”. Di nuovo i tentennamenti italiani, portarono a procrastinare l’annuncio dell’armistizio, fino a far scivolare il Paese nel caos. Di fronte infatti alle lungaggini degli italiani, che ritardavano così l’annunciato sbarco Alleato nei dintorni di Salerno, Eisenhower prese la situazione in mano e dall’Africa annunciò la firma dell’armistizio (peraltro ancora in quei giorni Badoglio vagliò con i suoi consiglieri l’opportunità di smentire la firma dell’armistizio e continuare la guerra con i tedeschi). Colto alla sprovvista Badoglio lanciò il famoso proclama via radio in cui annunciava la fine della guerra contro gli Alleati. Il comportamento da tenere nei confronti dei tedeschi non veniva spiegato, tanto che la dichiarazione di guerra alla Germania sarebbe avvenuta solo il 13 ottobre.

Il tutto avvenne in maniera convulsa: mentre gli Alleati sbarcavano vicino a Salerno, il re e il governo fuggivano precipitosamente da Roma, rifugiandosi a Brindisi (9 settembre). Le truppe vennero abbandonate a se stesse: lasciate senza ordini videro la totale disgregazione, fra reparti che disertavano e altri che tentarono inutili combattimenti contro i tedeschi, subendo veri e propri massacri. La gran parte dei combattenti italiani (più di 600mila) venne invece arrestata dai tedeschi e tradotta in campi di internamento fuori dall’Italia. Il disastro dell’8 settembre fu reso poi totale dalla mancata difesa di Roma: il progetto Alleato di lanciare dei paracadutisti su Roma fu frustrato dalla mancata protezione offerta dall’esercito; i tedeschi passarono così all’occupazione della capitale trovando la sola disperata ed eroica difesa di alcuni militari e civili.

Nei giorni successivi l’avanzata Alleata si interrompeva quasi immediatamente, grazie alla capacità tedesca di costruire una linea difensiva (denominata Gustav) che andava da Gaeta al Sangro. L’Italia veniva così spaccata in due e il centro-nord diventava territorio di occupazione e di guerra. Peraltro il 12 settembre Mussolini veniva liberato da un raid tedesco e, sotto pressione nazista, diede vita alla Repubblica sociale italiana con sede a Salò: un governo sostanzialmente fantoccio e del tutto assoggettato ai nazisti.

Per gli italiani, dai civili ai militari, l’8 settembre, in pieno caos e di dissoluzione delle istituzioni, fu poi, come ben sottolineato dallo storico Cesare Pavone, il momento della “scelta”. Come infatti affermato dallo storico, il vuoto istituzionale lasciò ogni singola persona autonoma nel compiere una scelta di campo: scegliere di continuare a vivere, scegliere di prendere parte alla Resistenza, scegliere di aderire alla Rsi. Una scelta che coinvolse tutti, anche gli internati italiani che scelsero di non riprendere le armi per la Rsi e continuare a rimanere nei campi di internamento, spinti magari anche solo da un istinto di sopravvivenza, dall’idea che la guerra sarebbe presto finita.

La Resistenza e i repubblichini

Per quanto riguarda la Resistenza, questa prese forma sin da subito. I partiti antifascisti, ricostituitesi dal 25 luglio si costituirono in Comitato di Liberazione Nazionale e il 9 settembre emanavano un proclama per invitare gli italiani alla resistenza.

A costituire il Cln erano il Pci, il Psiup, la Dc, il Partito Liberale, il Partito d’Azione e la Democrazia del Lavoro. Quello Comunista era il partito più strutturato e che immediatamente fu in grado di attivare la propria rete che si era mantenuta in attività clandestina. Per quanto riguarda gli altri (dalla Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione nati nel ’42, ai ricostituiti Psiup e Pli, arrivando al piccolissimo Democrazia del Lavoro di Bonomi) le strutture di base erano quasi inesistenti a prescindere dal grado di autorità morale dei loro leader.

Il Cln si basava su strutture cittadine: benché quella romana puntava a essere il punto di direzione dell’intera Resistenza, il perno sarebbe diventato il Clnai, ovvero il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia, quello che col tempo sarebbe stato più direttamente coinvolto nell’azione partigiana.

Fondamentali nel dare organicità ad una Resistenza che prendeva forma in maniera disordinata e spontanea, organizzatori di bande partigiane proprie (dalle Garibalde comuniste alle Matteotti socialiste, passando da quelle di Giustizia e Libertà degli azionisti), i partiti rappresentarono però solo una parte dell’universo resistenziale. La Resistenza prese infatti forme molto diverse: da quella “militare” delle bande che si rifugiavano in montagna e dei gruppi clandestini di città a quella di “sostegno” svolta da figure come ad esempio le “staffette partigiane”. Varie erano le motivazioni che spinsero gli italiani ad imbracciare il fucile o sostenere in mille maniere la Resistenza: vi erano militari che scelsero di continuare a combattere per fedeltà al re, altri che furono costretti alla montagna dopo aver disertato o essere riusciti a fuggire ai tedeschi, altri ancora che avevano conosciuto troppo da vicino le brutalità tedesche; vi erano comunisti, socialisti e azionisti che arrivarono alla Resistenza consapevoli della loro scelta politica, ma vi erano anche cattolici e monarchici che combattevano per altri fini; vi erano poi coloro che iniziarono la propria formazione politica solo dopo essere stati inglobati nelle fila partigiane, ed anche in questi casi le motivazioni erano plurime, dall’odio verso i fascisti e i nazisti alla necessità di fuggire, passando per chi era stato richiamato alle armi e non voleva andare in guerra. Accanto a questa Resistenza, accanto a quella organizzata di sostegno, vi era poi una resistenza magari passiva e non consapevole, quella dei comportamenti di silenziosa non adesione alla Rsi.

Vi erano poi altri due universi. Il primo che era quello di chi fu spinto dal motto “prima di tutto vivere”. Chi ebbe come obiettivo quello di arrivare a vedere la fine della guerra, spinto dalla paura di imbracciare il fucile e magari anche dell’ostilità alla Resistenza, supportato dalla speranza di una veloce avanzata degli Alleati. Questo universo, unito a quello di chi non aderì alla Resistenza ma attraverso i suoi comportamenti dimostrava la non adesione alla Rsi, è certamente quello numericamente più consistente.

Vi erano poi l’universo antitetico a quello della Resistenza: di chi decise di combattere nelle fila dell’esercito di Salò. Anche qui le motivazioni sono molteplici: dalla fedeltà a Mussolini al sentire come una “vergogna” l’aver abbandonato l’alleato tedesco, passando per l’ostilità nei confronti degli aderenti alla Resistenza. Ma ancora una volta ci sentiamo di accogliere la riflessione di Pavone: per quanto motivate, non tutte le scelte sono uguali. I morti non sono tutti uguali e non si può comparare chi scelse di entrare nelle bande partigiane e chi di entrare nelle squadre fasciste.

La Resistenza: il rapporto con gli Alleati e con il Sud

Il governo Badoglio si presentava come il governo legittimo italiano. Con la dichiarazione di guerra ai tedeschi ottiene lo status di “cobelligerante”: in sostanza una alleanza non piena e che, in base all’effettivo contributo che si sarebbe offerto durante la guerra agli Alleati, avrebbe condizionato le future clausole della pace.

Gli Alleati vedono come interlocutore ufficiale il governo Badoglio. Da parte del Cln vi è invece nei confronti di questo una aperta ostilità (esasperata anche dall’evidente atteggiamento tenuto da Badoglio nei confronti della popolazione nei “45 giorni”), da cui il rifiuto di collaborazione. In questo rifiuto di collaborazione vi è in primo luogo un principio proprio dei socialisti e degli azionisti, ma non sostenuto dagli altri partiti, in particolare Dc e Pli: ovvero la questione istituzionale, il non riconoscimento della legittimità della monarchia italiana.

Il riconoscimento che gli Alleati davano al governo Badoglio voleva dire anche una sostanziale mancanza di aiuti offerti al Cln: scopo Alleato era infatti impedire che la Resistenza acquisisse una dimensione tale da offrire al Cln il merito della liberazione.

La svolta di Salerno e il superamento della linea Gustav

A marzo il leader comunista, Palmiro Togliatti, rientrava in Italia dopo venti anni nell’Urss e propose, su indicazione di Stalin, di accantonare la pregiudiziale istituzionale e formare un governo di unità nazionale. Questa posizione, poi passata alla storia come “la svolta di Salerno”, benché criticata da socialisti e azionisti, portò alla formazione di un governo di unità nazionale: presieduto da Badoglio, vedeva la rappresentanza dei partiti del Cln e si basava sulla promessa che, una volta liberata Roma, Vittorio Emanuele III avrebbe passato i poteri al figlio Umberto, Badoglio si sarebbe dimesso e la questione istituzionale sarebbe stata affrontata solo nel dopoguerra.

Questa svolta permise ai partiti del Cln di ottenere un maggior riconoscimento da parte degli Alleati e un più sostanzioso contributo. Questi intanto, dopo il fallito sbarco di Anzio nel gennaio ’44, con il ritorno della primavera avevano ripreso la loro offensiva contro la linea Gustav. A maggio viene superato l’ostacolo di Cassino, maggiore roccaforte tedesca e a giugno Roma viene liberata. La liberazione di Roma fu tutta dovuta all’azione alleata: bisognò attendere la successiva liberazione di Firenze in agosto per vedere messi a frutto l’operato della Resistenza e la sua capacità mobilitativa. Intanto, in ossequio all’accordo precedente, Badoglio si dimetteva e al suo posto subentrava Bonomi, mentre Umberto assumeva la luogotenenza.

La risalita Alleata, proprio mentre in Francia veniva aperto un nuovo fronte con lo sbarco in Normandia, sembrò ad un tratto irresistibile: i tedeschi si ritiravano verso Nord, sulla linea Gotica (da Massa Carrara a Pesaro), lasciando dietro di loro una scia di sangue, con i saccheggi e le stragi, ma dimostrando al contempo di cominciare a soffrire una carenza di mezzi rispetto al passato. All’ascesa Alleata, corrispondeva una nuova linfa nelle fila della Resistenza, la quale andava ingrossando le sue fila e cominciava ad anticipare gli alleati nella liberazione di alcune città: a settembre appariva come imminente anche il superamento della Gotica, e l’insurrezione generale per cacciare i tedeschi appariva sul punto di prendere vita. Le stesse formazioni partigiane ora sembrano qualitativamente più pronte e, grazie all’organizzazione di un comando unico, il Comando Volontario di Liberazione, meglio collegate. Al contempo, la prospettiva della fine della guerra porta la Resistenza a essere protesa verso il dopoguerra: la politicizzazione aumenta, l’importanza di essere protagonisti altrettanto. Benché comunque non manchino tensioni interne, per il momento l’obiettivo comune di portare a termine la liberazione avrebbe sempre avuto la meglio.

Sfruttando la necessità dei nazisti di concentrare i propri sforzi sulla linea Gotica e le difficoltà dei fascisti di mettere in piedi efficaci azioni di contrasto, mentre l’Italia centro-settentrionale viene liberata, al di là della linea Gotica azioni partigiane riescono a condurre alla conquista di alcune città e all’instaurazione di “zone libere” o “repubbliche partigiane”.

Poco adeguate però a una classica battaglia di tipo militare, molto più adatte alla guerriglia, le bande partigiane si sarebbe però trovate costrette a perdere le zone liberate: con l’arrivo dell’inverno e il dislocamento delle truppe Alleate sul fronte ormai principale della guerra, quello francese, l’offensiva contro i tedeschi perdeva spinta e ci si andava attestando definitivamente sulla linea Gotica.

L’autunno-inverno del ’44

Ripreso il controllo della situazione, tedeschi e fascisti possono passare a una più sistematica opera di rastrellamento delle bande partigiane, macchiandosi di ulteriori e più pesanti violenze nei confronti della popolazione civile.

Ad aumentare lo spaesamento dei partigiani, fiaccati dalla controffensiva tedesca, mal armati e non più supportati dall’offensiva Alleata, inaugurando il durissimo inverno ’44, è il proclama del generale Alexander del 13 novembre, in cui l’inglese invita i partigiani a cessare le operazioni su vasta scala e a limitarsi a “stare in difesa”. Il proclama aprì ampie ed ulteriori ambiguità fra gli Alleati, i partigiani e il governo di Roma: inteso come un “tutti a casa”, il proclama suscitò infatti ulteriore sfiducia nei confronti degli Alleati.

Per quanto il governo Bonomi nel dicembre ’44 riconoscesse come suo legittimo rappresentante nell’Italia del Nord il Clnai, quello a cui andavano incontro i partigiani fu l’inverno più duro, fra i rastrellamenti sempre più duri, le difficoltà del vivere quotidiano nelle montagne e l’insicurezza dei trasferimenti in città, l’abbandono di molti della lotta armata, la necessità di stare sulla difensiva, la “politica del terrore” attuata dai nazifascisti.

Per ottenere il riconoscimento di Bonomi, era occorsa una missione a Sud di esponenti del Clnai per incontrare gli Alleati. In un clima che si faceva teso per l’inizio della guerra civile in Grecia e il deterioramento dei rapporti con Tito in Jugoslavia, gli esponenti del Clnai dovettero subire dure condizioni da parte degli Alleati preoccupati da un’eccessiva autonomia della Resistenza. In cambio di aiuti finanziari e militari ottenuti con i “Protocolli di Roma” il Clnai si impegnava a sottostare agli ordini Alleati, a nominare nuovo comandante del Cvl un uomo gradito dagli Alleati (Cadorna) e di cedere tutti i posti di governo assunti nel corso della liberazione delle varie città.

La Liberazione

Superato il duro inverno con una struttura indebolita ma comunque ancora salda, i partigiani da febbraio cominciano a ricevere gli aiuti accordati dagli Alleati. Al contempo la ripresa della guerra su tutti i fronti dà la precisa percezione che la tenuta nazista è agli sgoccioli. Nel Nord Italia questa sensazione è resa più evidente dallo sgretolarsi progressivo dell’alleanza nazifascista.

Il nuovo comandante alleato in Italia, Clark, è un ulteriore elemento che contribuisce a un miglioramento dei rapporti fra la Resistenza e gli Alleati e a un ruolo da protagoniste intrapreso dalle bande partigiane nella parte finale della guerra. Proprio ai partigiani Clark si rivolge agli inizi del ’45 decretando la fine della “stasi invernale” e chiedendogli un ruolo attivo nel favorire l’offensiva Alleata.

Con la fine dell’inverno e il mutamento delle prospettive, le fila partigiane tornano ad ingrandirsi e a diventare sempre più efficaci nella loro azione.

Sempre più all’ordine del giorno si fa la questione della liberazione. Il tema principale è intervenire prima dell’arrivo alleato, ma non con largo anticipo, data l’impossibilità di mantenere le posizioni a lungo contro i tedeschi. Proprio per questo fine, si lavora con celerità per unificare le varie bande ad un comando unico e organizzarle come un vero e proprio esercito, con la rinuncia a nomi e distinzioni. Obiettivo che viene raggiunto però troppo tardi, solo il 18 aprile, e che comunque non suscita particolare interesse presso gli Alleati. Particolarmente acuta è poi la tensione in Friuli Venezia Giulia, date le pretese annessionistiche avallate da Tito e il sostegno a queste inizialmente espresso da Togliatti, che diedero vita a una fuoriuscita dalle bande partigiane di comunisti italiane per aderire a quelle jugoslave, dando vita anche a scontri armati fra gli stessi partigiani.

In assoluto a dividere al suo interno il Cln è la volontà di rompere col passato e rinunciare alla continuità scatenando la rivoluzione: l’annunciata Liberazione diventa infatti un fatto sempre più politico, essendo chiara la sua quasi “inutilità” da un punto di vista militare. Ovviamente molto preoccupati per questa prospettiva sono gli Alleati, che puntavano a un solo aiuto militare da parte dei partigiani e volevano che questi non intervenissero nelle grandi città, il che avrebbe avuto un significato politico.

A lavorare per salvaguardare le industrie e le infrastrutture, ed evitare al contempo che i Cln acquistassero significativi ruoli politici, è poi la Chiesa. Altrettanto preoccupato di evitare che il Clnai acquisisse una preminenza politica è lo stesso Bonomi che aveva già ampiamente lavorato per chiarire che il governo effettivo delle zone liberate sarebbe dovuto passare in toto al governo di Roma e per assicurarsi che le bande partigiane non sarebbe state fatte confluire nelle forze dell’ordine.

Stretti in questa morsa, a cui si aggiunge la inquietante “prospettiva greca”, ai capi della Resistenza non rimangono quei pochi giorni che sarebbero trascorsi fra la Liberazione e l’arrivo degli Alleati per cercare di cambiare le carte in tavola.

Ma l’avanzata Alleata sarebbe stata più rapida del previsto, anche a causa dell’inatteso e disorganizzato crollo dei tedeschi. Le formazioni partigiane avrebbero dimostrato nella loro azione di aver acquisito ormai la giusta maturità nello scontrarsi col nemico, mentre il ruolo assunto dagli operai all’interno delle fabbriche, in particolare a Milano a Torino, nei mesi precedenti la Liberazione, avrebbe dimostrato la forza di una volontà di forte cambiamento da parte della base operaia comunista. Se infatti si guardasse alla Resistenza solo con la prospettiva temporale dell’ultima settimana e con quella geografica del triangolo industriale, vedrebbe sostanzialmente una “Resistenza rossa”. Ma sarebbe un’immagine fuorviante della Resistenza nel suo complesso e altrettanto fuorviante sul grado di politicizzazione e partecipazione alla Resistenza, per quanto i giorni finali abbiano rappresentato un protagonismo popolare assolutamente unico nella nostra storia nazionale.

Mentre l’Italia del Nord veniva liberata, prima e dopo l’annuncio dell’insurrezione finale il 25 aprile, il 28 aprile Mussolini veniva catturato dai partigiani e giustiziato. Il suo cadavere, assieme a quello della sua amante, Clarissa Petacci, fu esposto a Milano in piazzale Loreto.

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L’esecuzione di Mussolini


Il precipitare della situazione militare, con il crollo del fronte appenninico e la liberazione di Bologna, inducevano Mussolini ad un tentativo estremo di compromesso.
Il pomeriggio del 25 aprile, nella sede arcivescovile e alla presenza del cardinale Schuster, egli si incontrava con i rappresentanti del ClnAl, Giustino Arpesani, Luigi Cadorna, Riccardo Lombardi, Achille Marazza e Sandro Pertini.
Le proposte del ClnAl erano precise e ultimative: resa incondizionata entro due ore; concentrazione di tutte le forze fasciste nel triangolo Milano-Como-Lecco e la loro consegna al Corpo Volontari della Libertà con formale deposizione delle armi. Secondo le testimonianze dei presenti, Mussolini sembrava sul punto di accettare la proposta, quando entrava nello studio Graziani, annunciando l’imminente resa dei tedeschi. La notizia interrompeva il colloquio: Mussolini, attonito, minacciava di denunciare per radio il tradimento tedesco e contemporaneamente si impegnava a dare una risposta entro un’ora al ClnAl.
I momenti successivi erano un intrecciarsi di consultazioni febbrili: mentre l’insurrezione divampava in tutta l’Italia del Nord, il fascismo viveva il panico della fine, isolato sia dai controllo degli eventi, sia da ogni contatto con la realtà.
La sera del 25 Mussolini prendeva la decisione della fuga, forse con il proposito di raggiungere la Svizzera, o forse una zona ancora controllata dalla Wehrmacht.
Prevedendo di essere prima o poi catturato dagli Alleati, lasciava Milano per Como, portandosi dietro una quantità di documenti che presumbilmente gli sarebbero serviti per la difesa in un futuro processo.
Da Como il viaggio proseguiva a rilento, tra timori di attacchi partigiani e dubbi sui percorso e sulla destinazione, finché nel pomeriggio del 27 aprile la colonna, composta da gerarchi fascisti e da soldati tedeschi, veniva fermata a un posto di blocco partigiano a Musso, poco prima di Dongo, sulla via per Svizzera. Mussolini,riconosciuto,venne condotto in una vicina casa colonica con l’amante Claretta Petacci.
Il mattino successivo venivano consegnati al rappresentante del ClnAl, Walter Audisio, il quale, secondo quanto avrebbe raccontato più tardi, giustiziava personalmente il Duce con una raffica di mitra. Lo stesso 28 aprile venivano fucilati a Dongo alti dirigenti fascisti e uomini vicino al Duce, tra cui Pavolini, Mezzasoma, Zerbino, Marcello Petacci.
Il 29 aprile i cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei fucilati di Dongo vennero trasportati a Milano ed esposti alla pubblica vista in piazzale Loreto. Appesi per i piedi al tetto di un distributore di benzina, i cadaveri penzolarono per tutta la giornata, di fronte a una folla esacerbata e tumultuante.

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Un enigma indecifrabile o il segreto di Pulcinella?

Fallite le trattative di resa intavolate con esponenti della resistenza convocati in Arcivescovado dal Cardinale Schuster (A. Fortuna. «Incontri all’Arcivescovado», Sansoni, 1971; I. Schuster,
«Gli ultimi tempi di un regime», NED, 1995), Benito Mussolini e un coacervo di figure minori, inclusa Claretta Petacci (l’amante del Duce stregata dall’orpello che aveva il fascino rugiadoso delle italiane in carne), hanno lasciato la Prefettura di Milano, la sera di un uggioso sabato 25 aprile del 1945, per trasferirsi a Como nel palazzo prefettizio allora abitato dall’inquilino fascista, il prefetto R. Celio (A. Bertotto, «Como. L’ultima Prefettura fascista», Arte & Storia, numero 33, aprile-giugno, 2007).
Alle 4 del 26 aprile il Duce ed il suo entourage hanno abbandonato la città lariana per raggiungere prima Menaggio e poi Grandola da cui sono ridiscesi in serata per far ritorno al paese rivierasco che avevano disertato alle 10 di quello stesso mattino (F. Bandini, «Le ultime 95 ore di Mussolini», Mondadori, 1968; A. Zanella. «L’ora di Dongo», Rusconi, 1993).
Alle 6 del 27 aprile, in compagnia di una poco baldanzosa colonna di soldati della contraerea tedesca, il capo fascista si è messo in cammino per raggiungere l’alto lago e più precisamente
la Valtellina dove si voleva arroccare per consumare il disperato olocausto redentore che il segretario del Partito Fascista Repubblicano e comandante delle Brigate Nere, Alessandro Pavolini, aveva più volte iconizzato a parole (V. Podda, «Morire col sole in faccia», Ritter, 2005).

Giunta a Musso, la «Colonna Mussolini» veniva fermata da uno sparuto gruppo di partigiani mal in arnese appartenenti alla 52° Brigata Garibaldi operante sui monti della Tremezzina.
Alle 3 del pomeriggio del 27 aprile il Duce è stato arrestato sulla piazza di Dongo tra gli avieri del Furher sotto le mentite spoglie di un sottoufficiale della Luftwaffe (U. Lazzaro. «Il compagno Bill», SEI, 1989).
Il tergiversare sulla sponda occidentale del lago di Como per ben 24 ore ha permesso alle forze della resistenza di organizzarsi e di creare le premesse che hanno portato all’arresto del capo del fascismo (P. L. Bellini delle Stelle, U. Lazzaro, «Mussolini. Ultimo atto», Mondadori, 1962). L’apparentemente immotivato andirivieni su e giù per paesi situati in prossimità del confine svizzero ha indotto gli agiografi di Mussolini, e non solo, ad ipotizzare che il comportamento del leader fascista era condizionato dalla necessità di incontrare emissari del governo inglese a cui affidare importanti documenti, tra cui il fantomatico e scottante carteggio Churchill-Mussolini
(F. Andriola, «Mussolini-Churchill. Carteggio segreto», Piemme, 1996; F. Andriola. «Carteggio segreto. Churchill-Mussolini», Sugarco, 2007).

In cambio del maneggio cartaceo Mussolini avrebbe ottenuto dagli alleati le formali garanzie per una pace onorevole.
Ha scritto F. Andriola («Appuntamento sul lago», Sugarco, 1990): «Il dittatore non era un militare, era un politico di razza e come un politico si voleva comportare: utilizzare le armi della diplomazia, del compromesso e, perché no, anche quelle del… ricatto se la situazione lo richiedeva».
Continua l’Andriola: «Ipotizzare un possibile rendez-vous sul lago di Como (incentrato sullo scambio di documenti contro garanzie di un trattamento equo al tavolo della pace) porta necessariamente con sé un ulteriore corollario: passare dallo studio del Mussolini ‘oggetto’ della storia allo studio di Mussolini ‘soggetto’ di storia… Bisogna concentrarsi sugli atti compiuti da un uomo ancora padrone dei propri movimenti, libero di decidere e di seguire la propria strategia».
In realtà questa tesi, che va per la maggiore in certi ambienti che amano il nero, è un volo pindarico inzaffardato di ipocrisia, anche se d’ipocrisia epica, di cui è utopistica la finalità e fievole l’echeggio.
I fiori di queste serre retoriche sono destinati a disseccarsi ancor prima di essere cosparsi sui supposti sentieri della Storia o, per meglio dire, della sua fantasiosa parodia.
Vediamo in dettaglio per quali motivi.

L’improvvisato abbandono di Como alla volta di Menaggio è stato imposto Mussolini più che da lui voluto.
Ha affermato P. Caporilli («Crepuscolo di sangue», Edizioni Ardita, 1963): «Ricordo che Mussolini fu letteralmente bombardato dall’allarmismo che, alleato della paura, non poteva generare niente di buono in una situazione già di per se stessa drammatica. La psicosi dei partigiani che stavano calando su Como a battaglioni affiancati ingigantiva sempre più l’aspettazione di tragedia e, ad avvalorarla come ineluttabile, il questore Pozzoli venne in prefettura per mettere Mussolini dinnanzi a questo pericolo; il comandante militare della Piazza avvertì che la città, noto centro ospedaliero, non era militarmente tenibile; Celio dal canto suo, interpretando con aria apocalittica le insistenze del CLN per il trapasso dei poteri, ventilò anche la probabilità di una notte di San Bartolomeo. Balle. Tutte balle che ebbero purtroppo il loro funesto effetto su uomini i cui nervi, sottoposti all’incalzare degli eventi ad uno sforzo sovrumano, non reggevano più. Il resto venne da se».
Così chiosa di rincalzo M. Viganò («Mussolini, i gerarchi e la ‘fuga’ in Svizzera 1944-‘45», Nuova Storia Contemporanea, numero 3, 2001): «In effetti, la sosta a Como anziché prolungata diventa in poche ore momentanea. Le massime autorità, dal capo della provincia al questore, dal comandante provinciale della GNR a quello del distretto, concorrono nel rappresentare la città come luogo indifendibile perchè esposto all’attacco aereo dei nemici e all’assalto dei partigiani. E’ così il commissario federale di Como suggerisce una località di sfollamento, Menaggio, dove fermarsi ed è il locale comandante della Confinaria a consigliare Grandola quale ulteriore posto di tappa».

P. E. Castelli, vicefederale di Menaggio, ha detto: «Il trasferimento di Mussolini e dei ministri a Grandola nella giornata del 26 fu escogitato solo ed esclusivamente da me e dal Maggiore Comandante del Battaglione Confinaria dislocato a Menaggio (Maggiore Guido Fiaccarini) ad evitare eventuali disturbi o danni alla Colonna ed al paese (Menaggio), specie dagli aerei del nemico, data la necessità della sosta (in attesa del ritorno di Pavolini con il grosso) per un periodo allora non stabilito».
Il Maggiore G. Fiaccarini, comandante del II battaglione della GNR di Nobiallo, ha precisato ulteriormente: «Mentre ero a casa Castelli venni avvicinato da Nicola Bombacci che mi disse: ‘Maggiore bisogna cercare di mettere in salvo il Duce, per guadagnare tempo in attesa che si chiarisca la situazione. Risposi che una buona soluzione poteva essere quella di isolare Mussolini dal suo seguito, alloggiandolo nella caserma della Confinaria a Grandola… Protetto dai miei confinari e dagli squadristi della brigata nera locale, Mussolini avrebbe potuto attendere con una certa sicurezza gli sviluppi della situazione. Ma il Duce, in un primo momento, non fu del parere di separarsi dal suo seguito. Fu Bombacci a convincerlo, dicendo, tra l’altro, che alcuni dei suoi ministri volevano tentare di raggiungere la Svizzera. Il Duce, allora, che non voleva saperne di espatriare, decise di trasferirsi altrove per lasciare i suoi collaboratori liberi di scegliere il proprio destino’ » (A. Bertotto, «Le ultime ore del fascismo. La cattura di Mussolini», Rinascita,
14 Gennaio, 2007).

L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, ha affermato (Luciano Garibaldi, «Vita col Duce» , EFFEDIEFFE, 2001): «Debbo smentire alcuni storici che hannno ipotizzato un rendez-vous mancato, a Grandola, tra il Duce ed emissari di Churchill. Non era in programma alcun incontro del genere, quella mattina. Incontri con agenti britannici, Mussolini ne aveva avuti più d’uno, negli ultimi suoi mesi di vita, ma non ne ebbe in quel frangente».
Anche E. Curti, la figlia naturale del Duce presente a Grandola, ha negato il presunto appuntamento del capo del fascismo con messaggeri inglesi che avrebbero dovuto raggiungerlo, varcando il vicino confine svizzero.
Dice la gentile E. Curti (comunicazione personale; E. Curti, «Il chiodo a tre punte», Gianni Iuculano Editore, 2003): «Buffarini è uscito dall’albergo (di Grandola) e mi ha detto che il Duce era molto preoccupato perché non potevano contattare Pavolini che era a Como (dove si era radunata una rilevante compagine di fascisti in armi). Io gli ho detto che sarei andata ben volentieri a Como per avvisare il Capo delle Camicie Nere e lui mi ha procurato una bicicletta per farlo, facendomi promettere tre volte che sarei tornata indietro per riferire le decisioni del Segretario del Partito (Pavolini). Le sembra questo l’atteggiamento di un governo che aspetta degli emissari inglesi?».
L’esempio paradigmatico di Grandola (si pensi alla bicicletta, la massima preoccupazione per un Governo in crisi «intento» a trescare con gli inglesi) vale anche per le due soste cadenzate a Menaggio.

Ricorda F. Feliciani: «Siamo in 19, nella caserma di Grandola, 10 chilometri dalla frontiera svizzera, quel 26 aprile 1945: Mussolini a capotavola, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare della Repubblica Sociale e mio amico, altri ministri, e poi Bombacci, Daquanno direttore dell’agenzia Stefani… Militi ne sono rimasti quattro, sono le ausiliarie a preparare il pranzo. ‘Duce, entriamo in Svizzera con un colpo di mano’, insistono i ministri Liverani e Romano. Al che Mussolini risponde: ‘Non vorrei che un giorno, nell’inedia di un campo di concentramento, provassimo pentimento e disperazione per una scelta del genere. Non capite che è tutto finito? Ognuno pensi ai fatti suoi. E anch’io bisogna che pensi ai miei’ » (M. Viganò. opera citata).
Così si è espresso il Ministro A. Tarchi («Teste dure», S. E. L. C., 1967): «Appena partito Vezzalini (da Grandola) e rendendomi conto che occorreva una radicale decisione, investii Porta davanti a Mussolini, dicendogli che era inutile ingannare ancora il Duce; l’unica soluzione era affrontare la Svizzera e passare la frontiera, per finire prigionieri in un campo d’internamento. Liverani e Romano appoggiarono la mia tesi… Il Duce rispose: ‘Può essere che abbiate ragione, ma prima di tutto, Tarchi, chi è che va a vedere se la strada è libera? Come avrete notato, anche il nostro gruppo si assottiglia: il mio autista è scomparso, siamo soli, isolati, e tutto è ormai nelle mani del destino’ ». Se il Duce fosse stato in attesa di qualcuno con cui poter patteggiare una resa condizionata e non umiliante (funzionari britannici) non si sarebbe espresso in questi termini, parlando con alcuni dei suoi fidati subalterni. In realtà si era arreso ormai imbelle alle fatalità contingenti. Stando così le cose, direbbe Dante: ‘Il romagnolo spirito bizzarro in se medesimo si volgea coi denti’».

Partendo da Grandola, il Tarchi e G. Buffarini Guidi (ex Ministro degli Interni) avevano tentato invano di varcare il confine elvetico di Oria (Porlezza).
Una mossa azzardata (gli costerà l’arresto) che non avrebbero sicuramente fatto se c’erano in ballo trattative segrete con gli alleati destinate a concretizzarsi nel breve volgere di poche ore (A. Zanella, opera citata).
A Menaggio Mussolini, con mussulmana indifferenza, ha accondisceso affinchè il Generale Rodolfo Graziani ritornasse nella sede del comando della sua armata Liguria dislocato a Mandello tra Como e Lecco (Rodolfo Graziani, «Una vita per l’Italia», Mursia, 1986).
Cosa che non gli avrebbe mai concesso di fare se ci fossero state le premesse per imminenti e vantaggiose decisioni armistiziali che coinvolgevano le residue forze fasciste.
Ha asserito l’attendente del Duce, Pietro Carradori (Luciano Garibaldi, opera citata): «Dopo il tramonto venne su il Castelli e ci consigliò di ridiscendere a Menaggio perché lassù, a Grandola, non si potevano escludere, specie di notte, colpi di mano da parte dei partigiani».
Un buon motivo per fare marcia indietro e ritornare alla sede di partenza (Menaggio) dove trascorrere la notte in attesa dei bellicosi fascisti guidati da Pavolini.
Le milizie si erano radunate a Como, sede di un precampo, una tappa intermedia prima di raggiungere congiunti la agognata Valtellina, l’ultima Thule del regime littorio in cui «cercar la bella morte», combattendo «con il sole in faccia» (A. Petacco, «Il Superfascista», Mondadori, 1999).

Mussolini nei giorni dell’epilogo più che un abile statista pronto ad intavolare una proficua mercatura surrettizia dei carteggi era un uomo in balia di un destino ineluttabile.
Il modo in cui si è comportato non aveva niente di premeditato e non era l’espressione del tentativo di porre in atto un astuto piano politico che aveva architettato, con oculato tatticismo, prima di partire da Milano.
I precedenti tentativi da lui fatti per contattare i fiduciari degli inglesi in Svizzera, utilizzando il tenente delle SS F. Spoegler ed il console spagnolo F. Canthal y Giron, erano, infatti, falliti il 24 aprile del 1945 (F. Andriola, opera citata).
Anche se ciò che sto per dire non farà piacere ad alcuni, dal 25 aprile fino al giorno in cui è morto (il 28), il Duce non è stato un artefice del suo «prometeico» destino, ma un semplice segnavento esposto sia al freddo vento d’Aquilone che a quello tiepido di Ostro (A. Bertotto, «L’attonito Mussolini di Gargnano. Storia del Novecento», in corso di stampa).
Un comportamento già prospettato nel 1985 da F. Bandini («Appuntamento al lago», Il Tempo,
26, 27 Aprile) da sempre poco tenero nei confronti del capo del fascismo perché dedito al suo vetrioleggiamento caricaturale.

Anche sulla morte del capo fascista si è passati dai cupolini dei teatrini di provincia (la fucilazione davanti al cancello di villa Belmonte ad opera di W. Audisio) («In nome del poplo italiano», Edizioni Teti, 1975; P. L. Baima Bollone, «Le ultime ore di Mussolini», Mondadori, 2005) alle coturnate controscene eschilee (il Duce che muore lottando eroicamente per difendere la Petacci vittima di uno stupro) (R. Putignani, «Caccia ai vinti», Iniziative Editoriali, 2004).
In altri casi, impavidi agenti segreti inglesi avrebbero fatto la parte del leone, lasciando alle iene rosse il privilegio di divorare una preda uccisa dai giustizieri di W. Churchill (B. G. Lonati, «Quel 28 aprile: la verità», Mursia, 1994; L. Garibaldi, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?», Ares, 2002).
In altri ancora, L. Longo, numero due del Partito Comunista Italiano dopo Togliatti, sarebbe stato il vindice encomiastico della Patria oppressa dalla tirannide nazifascista (F. Bandini, «Vita e morte segreta di Mussolini», Mondadori, 1987; U. Lazzaro, «Dongo. Mezzo secolo di vergogne», Mondadori, 1997; G. Pisanò, «Gli ultimi cinque secondi di Mussolini», Il Saggiatore, 2004; P. Tompkins, «Dalle carte segrete del Duce», Il Saggiatore, 2004).
A questi inaspettati accostamenti di senso, a cotanto sbalorditivo trasporto di significati e a tropi così audaci non si erano cimentati nemmeno i più tronfi dei secentisti, cioè gli autori de «La pulce» e de «Le lettere alle bestie» (E. Ardissino, «Storia della letteratura italiana. Il Seicento», Il Mulino, 2005).

In realtà non è ancora dato di sapere come effettivamente sia morto il Duce.
Una testimone oculare a lungo reticente (G. Pisanò, opera citata) ha dato una intrigante versione dei fatti che non è stata confermata da controlli incrociati, non ha cioè avuto corali e tenorili consensi.
E non mi si venga a dire che anche San Giovanni pontificava da solo nel deserto.
«Il crimine è comune, la logica è rara. E’ dunque sulla logica più che sul crimine che bisogna soffermarsi» (H. C. Doyle).

Professor Alberto Bertotto

Fonte:http://firewolfdossier.blogspot.it/2008/05/le-ultime-ore-di-vita-di-mussolini.html

Mussolini non aveva piani di fuga. Da un dossier dei servizi Usa nuova luce sulla fine del Duce

Benito Mussolini, il 27 aprile 1945, quando fu fermato dai partigiani a Dongo, non stava portando avanti nessun piano di fuga prestabilito. ‘’Il Duce stava improvvisando’’. A smentire un possibile progetto di espatrio in Svizzera oppure in Spagna, come anche l’estremo tentativo di dar vita al ‘’ridotto della Valtellina’’, è un rapporto dei servizi segreti americani rimasto nascosto per 64 anni. Si tratta del dossier del colonnello Valerian Lada Mocarski, ufficiale dell’Oss (antesignano della Cia), ritrovato recentemente tra le carte del grande storico del fascismo Renzo De Felice (1929-1996), depositate presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma.
Una sintesi del documento top-secret apparirà sul prossimo fascicolo della rivista ‘’Nuova Storia Contemporanea’’ (Le Lettere editrice), diretta dal professor Francesco Perfetti, accompagnato da un saggio di Micaela Sapio, dottore di ricerca dell’Università del Molise, che ha rinvenuto la testimonianza storica.
Al termine della sua ricerca sugli ultimi giorni di vita di Mussolini (redatta nel tardo autunno del 1945), il colonnello dell’Oss Mocarski arrivò alla conclusione che ‘’nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l’indagine e forse non esisteva alcun piano definito’’, ritenendo, anzi, ovvio che ‘’i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano’’.
Dalle 500 pagine del rapporto dell’Oss emerge l’estrema incertezza degli americani circa la sorte di Mussolini nel caso in cui fosse stato catturato dai partigiani. Nel maggio 1945, pochi giorni dopo l’uccisione del dittatore fascista, risultava già agli agenti segreti che erano ben poche le persone realmente a conoscenza dei fatti e che avevano preso parte o assistito alla vicenda finale del duce. Il colonnello Mocarski, vice presidente della G. Henry Schroder Banking Corporation a New York, a partire dal 1941 fu inviato come agente segreto in Italia, Medio Oriente e Francia.

Al momento della cattura di Mussolini Mocarski si trovava in Svizzera. Nel giorno di piazzale Loreto (29 aprile 1945) si trasferì nel Nord Italia, dove cominciò un lavoro di investigazione durato sei mesi: intervistò l’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, che aveva promosso l’incontro del 25 aprile tra Mussolini e i rappresentanti della Resistenza, il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà, il leader azionista Leo Valiani, il partigiano “Pedro”, a capo del gruppo che fermò la colonna in cui si nascondeva il capo del fascismo travestito da tedesco, il prefetto di Como e tanti altri testimoni.

Gli unici che Mocarski non riuscì a intervistare furono i quattro partigiani direttamente coinvolti nell’esecuzione il pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra: Giuseppe Frangi, detto “Lino”, coinvolto pochi giorni dopo in un fatale ‘’accidente’’; Luigi Canali, detto “Neri”, scomparso misteriosamente; gli altri due, Walter Audisio (”Valerio”) e Aldo Lampredi (”Guido”) si rifiutarono di collaborare. Nel rapporto all’Oss, Lada Mocarski evidenzia infatti che l’esecuzione di Mussolini era stata commessa e testimoniata da tre o massimo quattro persone.

Una di questa si imbatè’ in un fatale ‘’accidente’’ (si trattava del partigiano ‘’Lino’’); un’altra scomparve in strane circostanze, e costui era probabilmente il ben noto ‘’Neri’’; gli altri due infine si resero irreperibili e il diligente agente americano non poté intervistarli (erano il ‘’Pietro’’ e il ben noto colonnello ‘’Valerio’’).

Si osserva nel rapporto consegnato all’Oss che ‘’ad eccezione dei dieci minuti che trascorsero dal momento in cui Valerio prelevò Mussolini e la Petacci dalla casa in Bonzanigo di Mezzegra a quello in cui essi furono uccisi sulla strada fuori dal paesino, tutto il racconto può essere considerato affidabile. Per il breve periodo di tempo in esame, la dichiarazione resa da Valerio, in persona, e pubblicata sul quotidiano del Partito Comunista “L’Unità” 24 ore dopo l’esecuzione, può essere nell’insieme considerata corretta, in quanto ha ricevuto diretto o indiretto riscontro da altre testimonianze’’.

Fonte: http://firewolfdossier.blogspot.it/2009/02/mussolini-non-aveva-piani-di-fuga-da-un.html

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ANPI ripudia le bandiere palestinesi

Comunicato su quanto accaduto alla giornata dell’ANPI S.Salvario
Ieri 21 aprile un gruppo di attivisti filopalestinesi è intervenuto all’iniziativa “A passo di Resistenza” promossa dall’ANPI S.Salvario in piazza Madama Cristina a Torino per l’anniversario della Liberazione, con l’obiettivo di sottolineare che “i valori della nostra Resistenza continuano a vivere nella lotta del popolo palestinese” come recitava il titolo del volantino distribuito.

Avendo preventivamente chiesto a uno degli organizzatori e non avendo ricevuto un diniego abbiamo posizionato un banchetto, due bandiere palestinesi e quattro cartelli su Samer Issawi e il boicottaggio di Israele su un lato della piazza, a debita distanza dal palco e occupando complessivamente due o tre metri di spazio, iniziando a distribuire volantini.
Di lì a poco alcuni organizzatori hanno manifestato disappunto per la nostra presenza, affermando che non era l’occasione giusta per parlare di Palestina. Abbiamo replicato tranquillamente spiegando che il modo migliore di commemorare la Resistenza al nazifascismo è quello di parlare della Resistenza degli oppressi di oggi, tra cui il popolo palestinese oppresso da Israele e in particolare i prigionieri politici come Samer Issawi.
Dopo un altro quarto d’ora circa è spuntata la polizia e poi la digos, evidentemente chiamati dagli anpisti o dal presidente della circoscrizione 8, Levi, che a quel punto si appigliavano alla mancata autorizzazione a mettere il banchetto per farci sloggiare.
Per non esasperare gli anziani organizzatori, magari già provati dalle convulsioni di questi giorni del PD alle prese con l’elezione dell’ipersionista Napolitano alla presidenza della repubblica, abbiamo tolto il banchetto e proseguito il volantinaggio con bandiere e cartelli appesi al collo, al che tuttavia un altro individuo dal palco chiedeva provocatoriamente cosa ci facessero delle bandiere palestinesi a quella giornata, ricevendo una sonora replica da parte nostra.
L’episodio dimostra ancora una volta l’importanza di intervenire alle iniziative commemorative del 25 aprile per portare la voce delle lotte di Resistenza di oggi, soprattutto nelle occasioni in cui queste lotte altrimenti verrebbero completamente ignorate come ha fatto ieri l’ANPI di S.Salvario.
Si invita perciò tutti i compagni/e, in particolare gli iscritti/e alle sezioni ANPI (di cui sappiamo per esperienza che molti accolgono ben volentieri le bandiere palestinesi nell’anniversario della Liberazione) a proseguire in questa direzione partecipando alla fiaccolata cittadina del 24 aprile (con partenza da piazza Arbarello alle 20,30) dietro lo striscione dedicato alla Resistenza palestinese.
Appuntamento dalle 20 in corso Siccardi angolo via Bertola
Collettivo Boycott Israel – per uno stato unico in Palestina
boycottisrael2012@libero.it

La testimonianza di Alfonso, un compagno presente all’accaduto:
Come tutti gli anni, con l’avvicinarsi del 25 aprile vado alle manifestazioni di tale ricorrenza portando la bandiera palestinese.
Oggi, domenica 21/4/2013, sono andato con alcuni amici nel quartiere San Salvario di Torino, dove la locale sezione dell’ANPI aveva organizzato un evento con le scuole del posto. San Salvario e’ un noto quartiere di immigrazione negli ultimi 15 anni, nonché il luogo dove sorge la sinagoga di Torino.
Io mi sarei aspettato approvazione da parte dei rappresentanti dei nostri partigiani, ma gli organizzatori, pur essendo a conoscenza della nostra presenza, seppur discreta, hanno richiesto di andarcene in quanto eravamo di disturbo all’evento da loro organizzato (chissà poi perché).
Dopo pochi minuti e’ arrivata la polizia, nonché l’immancabile Digos, in quanto quattro simpatizzanti del popolo palestinese e due bandiere palestinesi rappresentavano un pericolo pubblico col quale i locali rappresentanti dell’ANPI non avevano il coraggio di confrontarsi.
Io ho sempre ritenuto che i valori della nostra resistenza si celebrano oltre che con il ricordo dei nostri martiri per la libertà, anche e soprattutto con la solidarietà verso i popoli che, oggi, lottano per la propria autodeterminazione ed in primis verso la eroica resistenza del popolo palestinese all’occupazione della loro terra da parte dei sionisti.
Non avendo vissuto direttamente quel periodo (sono nato nel 1951), questo è quello che mi hanno insegnato i partigiani che ho conosciuto e che sono stati miei pazienti. Parlo dei partigiani veri, quelli che hanno combattuto con estremo coraggio il nazifascismo, rimanendo feriti e vedendo morire i loro compagni accanto a loro.
E’ qui il caso di menzionare le parole di Calamandrei che ricordava che la nostra costituzione è nata sule montagne dove sono morti i partigiani, combattendo per la nostra libertà o nelle carceri dove sono stati imprigionati e giustiziati.
Per questo riteniamo di collegare i valori della nostra resistenza con la solidarietà che dobbiamo ai palestinesi quando vengono imprigionati ingiustamente per motivi politici nelle carceri israeliane o quando assistiamo alla insensibilità dei nostri politici di fronte ai soprusi che dal 1948 vengono impunemente commessi nei confronti della popolazione palestinese.
Alfonso

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http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/blog/grave-episodio-torino-la-sezione-anpi-di-san-salvario-allontana-le-bandiere-della-paleso per chi lavorano sti soggetti pagati con soldi pubblici