Torna “Via Rasella, 50 anni (70 anni) di menzogne”

Segnalazione di don Floriano Abrahamowicz

di Paolo Giachini

Gentili amici,
Vi segnalo, per chi lo volesse prenotare, l’interessante ri-edizione del libro di Pierangelo Maurizio su Via Rasella e Fosse Ardeatine, Vi pregherei anche di passare parola.
Dopo 17 anni torna il libro che ha cambiato la storia, svelando i silenzi e l’omertà sull’impresa più importante – o forse solo più famosa – della Resistenza, quella che provocò la rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine. Un silenzio che prosegue ancora oggi.
Stiamo pubblicando la nuova edizione, l’uscita è prevista all’inizio di settembre in tiratura limitata. Per ora può essere ordinata solo on- line. Potete prenotare e acquistare la vostra copia. Pagando, in via promozionale fino al 30 settembre, solo il prezzo di copertina di 15 euro senza spese postali, riceverete il libro a casa vostra. Cliccate su: www.pierangelomaurizio.com

Inoltre, per chi volesse intervenire, preavviso di una conferenza che si terrà il 7 settembre a Vicenza sul caso Priebke, alla
quale probabilmente parteciperà Massimo Fini.

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Revisionismo storico alla WilliamsonBergoglio, Vileda e Kissinger

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Le ratlines patrocinate da mons. Alois Hudal e da padre Krunoslav S. Draganović per l’espatrio clandestino degli ex gerarchi nazisti e ustascia

imageSfogliando le pagine dei giornali qualche giorno fa è balzata agli occhi una notizia che, a prim’acchito, lascia sgomenti. Mi riferisco alla vexata quaestio relativa alla vicenda, passata tristemente alla storia, come “l’armadio della vergogna”. Un armadio della Procura militare di palazzo Cesi a Roma, voltato per lunghi anni con l’apertura rivolta verso il muro, in cui furono scoperti 695 dossier e il Registro generale riportante 2.274 notizie di reato, sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione nazifascista, dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 in cui furono barbaramente trucidate ben 560 persone, all’eccidio delle Fosse Ardeatine, senza contare l’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto) che fece registrare circa 700 morti tra il 29 settembre e il 5 ottobre dello stesso anno, e ancora l’eccidio di Korica, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato, di Biagioni e di Castelluccio. A rinvenirlo fu nel 1994, voltato contro un muro, il procuratore militare Antonino Intelisano che si stava occupimageando del processo contro l’ex ufficiale delle S.S. Erich Priebke. Tra questi importanti documenti fu ritrovato anche un promemoria segreto stilato dal comando dei servizi segretibritannici, dal titolo quanto mai eloquente Atrocities in Italy, che raccoglieva le testimonianze dele prime indagini condotte sui casi di violenze perpetrate dai nazifascisti, fatto prontamente pervenire ai giudici italiani subito dopo la fine della guerra. Nel 2008 furono spiccate le prime condanne definitive all’ergastolo per stragi naziste, nell’ambito di processi istruiti in Italia anni addietro, ai danni di 17 criminali di guerra, tutti ultraottantenni e alcuni quasi centenari, che si resero responsabili di alcuni dei più efferati eccidi compiuti nel corso del secondo conflitto mondiale. Tuttavia, morale della favola, tutti questi aguzzini ancora oggi non stanno scontando la pena, ma vivono indisturbati nelle loro case in Germania. Difatti tutti i mandati di arresto europeo emessi nei loro confronti sono stati puntualmente respinti al mittente. Né tantomeno hanno sortito gli effetti sperati le successive richieste di far scontare queste pene nei rispettivi paesi d’appartenenza.

I primi processi in Italia vengono fatti nel ’45 con gli inglesi e gli americani, vengono istituite le corti straordinarie d’Assise per punire i collaborazionisti italiani. Ma nel ’46 c’è l’amnistia di Togliatti. Vengono processati Kappler, Reder e pochi altri. Bisogna aspettare il 1994 perché Intelisano scopra nel famoso Armadio della vergogna i documenti che erano stati occultati. Provvisoriamente dal 1960. Perché questo patto di silenzio – si chiede sconcertato lo storico Marcello Pezzetti, direttore del futuro Museo della Shoah di Roma – su un episodio tra i più rovinosi per la giustizia italiana? Perché così non si parlò dei crimini italiani commessi fuori dai nostri confini, dai Balcani alla Grecia. Ma così l’Italia i conti con il passato non li ha mai fatti.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, riporto qui di seguito un intero paragrafo del primo capitolo del mio libro scritto qualche anno fa, dal titolo “Sulle tracce dei fascisti in fuga. La vera storia degli uomini del duce durante i loro anni di clandestinità” (pagg. 372, Walter Pellecchia Editore, 2006) relativo alla vicenda delle famose ratlines per l’espatrio clandestino degli ex gerarchi nazisti e ustascia, molti dei quali si erano macchiati dei più orrendi delitti.

Considerata la piega negativa che stavano prendendo gli eventi, anche alcuni ex gerarchi fascisti e nazisti, per sfuggire ai loro aguzzini, riuscirono a trovare dapprima un provvidenziale rifugio in vari monasteri, conventi e collegi ecclesiastici dopodiché, usufruendo molto probabilmente delle ben note ratlines, riuscirono ad espatriare oltreoceano sotto mentite spoglie in paesi piuttosto compiacenti. Del resto queste “reti di fuga” si rivelarono davvero molto efficaci in quanto disponevano della quantità sufficiente di denaro e di appoggi logistici tali da garantire un adeguato funzionamento.

È noto, ormai, che all’indomani della caduta del regime fascista alcuni religiosi, talvolta con il patrocinio della Sezione per gli Affari Ecclesiastici Ordinari del Segretariato di Stato Vaticano[1] da cui dipendeva anche l’ufficio rifugiati, furono coinvolti nella grande operazione di esfiltrazione[2] di alcuni dei più famigerati gerarchi nazi-fascisti, che passarono l’Atlantico travestiti da prete e muniti di adeguati passaporti di copertura in collaborazione, dapprima con l’Office of Strategic Service[3] e poi con il Secret Service Unity image(organismo di transizione tra l’O.S.S. e la C.I.A.) diretto a Roma dal capitano James Jesus Angleton[4]. In questa sofisticata operazione di esfiltrazione, dunque, fu coinvolta anche l’intelligence statunitense, che si adoperò per impedire la cattura di tutti quei personaggi legati a filo doppio con i regimi dittatoriali nazista, fascista e ustascia – evidentemente allo scopo di poter utilizzare gli importanti segreti politico-militari di cui erano al corrente – mettendoli nelle condizioni di poter sfuggire ai propri aguzzini, mediante l’ausilio di una rete ben collaudata chiamata per l’appunto la “via dei conventi”.

Dalla copiosa documentazione venuta alla luce nei National Archives di College Park nel Maryland, in effetti è emerso che l’amministrazione statunitense nel corso di quegli anni individuò nella Santa Sede un alleato affidabile per la lotta al bolscevismo, al punto che già a partire dal 1942 in Svizzera il responsabile della sezione europea dell’O.S.S., Allen Dulles, allacciò proficui contatti con il frateimage domenicano belga Félix Andrew Morlion – fondatore del Centro d’informazione cattolico “Pro Deo” – che proseguirono con maggiore intensità dopo la Liberazione allorché anche William Donovan[5] si avvalse della sua preziosa collaborazione[6].

Tanti altri gerarchi fascisti e nazisti – scrivono Antonio e Gianni Cipriani –, usufruirono dell’appoggio dell’OSS per salvare la vita dopo la guerra. Un appoggio fondamentale a Dulles e Donovan venne ancora una volta dal Vaticano, in particolare dalla sezione speciale diretta da Giovanbattista Montini. Un rapporto segreto del dipartimento di Stato Usa, datato 1947, spiega che 22 sacerdoti, con l’aiuto delle autorità italiane avevano aiutato le fuga di decine di criminali nazisti e fascisti […][7].

Naturalmente si alludeva ad un’interpretazione, diciamo così, piuttosto estensiva del diritto d’asilo, considerate le pressanti richieste che provenivano da ogni parte alle varie autorità ecclesiastiche. Per chiarire meglio la questione, ci sia consentito, a questo punto, una breve digressione per comprendere il significato che fin dalle origini assunse questo istituto e i motivi che indussero la gerarchia cattolica a predisporre questa rete assistenziale. In pratica il diritto d’asilo affonda le sue radici nell’antichità classica greca e romana, allorquando gli autori di qualche crimine, per sfuggire ai propri aguzzini, si ponevano sotto la protezione di una divinità rifugiandosi in un luogo sacro. Del resto l’origine della parola “asilo” deriva proprio dal greco “asŷlon”, termine con il quale i Greci erano soliti indicare l’azione predatoria compiuta dai pirati. Difatti, facendo precedere al sostantivo sŷlon la particella privativa a, il significato che ne deriva è per l’appunto “luogo non depredabile”.

In seguito, per estensione, questo termine passò ad indicare tutti quei luoghi che godevano del privilegio o – come si diceva allora dell’immunità – che consentiva di difendere da ogni persecuzione qualsiasi persona vi si fosse rifugiata[8]. Ragion per cui da allora in poi la Chiesa cristiana, mutuando questa antica consuetudine dalla tradizione ebraica delle “città di rifugio”, stabilite per salvare l’omicida involontario dalla vendetta del go’el[9], applicò costantemente l’asilo canonico in tutti quei periodi di grande disordine politico[10]. In seguito divenne una prassi molto diffusa, sebbene a partire dal 1850, con l’affermazione degli Stati Nazionali e la promulgazione delle cosiddette “Leggi Siccardi” – confermate, poi, nel Concordato del 1929 – cadde in desuetudine, finendo per essere abolito progressivamente nella legislazione di tutta Europa. In realtà, a differenza delle altre tipologie d’asilo politico, la peculiarità di quello canonico, era rappresentata dal prevalere della “pietas” cristiana, al punto che in seguito questa pratica ebbe un’applicazione ancora più estesa, tant’è che ogni altare di santuario – in quanto consacrato alla divinità – era considerato a tutti gli effetti “zona franca” di rifugio anche per i ricercati politici come, del resto, lo sono adesso le sedi diplomatiche.

Originariamente l’asilo canonico, infatti, era considerato un espediente con il quale si poteva sottrarre il colpevole alle atrocità delle pene corporali per offrirgli la via del pentimento e della redenzione. Pertanto, a partire dal IV secolo, si affermò una consuetudine secondo la quale l’autorità ecclesiastica poteva intercedere presso l’imperatore e dinanzi ai giudici a beneficio di coloro che si erano posti sotto la sua protezione. Da allora in poi, il diritto d’asilo nei luoghi di culto diventò una prassi consolidata che si è perpetuata fino ai nostri giorni, in base alla quale si riconosceva l’immunità a chiunque si fosse rifugiato negli ambienti ecclesiastici, sottraendolo in tal modo alla giustizia ordinaria, al punto che, persino nelle fasi più acute del secondo conflitto mondiale:

I conventi, i seminari, i luoghi di culto divennero negli anni cupi dell’occupazione nazista in tutti i paesi del vecchio continente, il rifugio più sicuro di migliaia e migliaia di ebrei, di partigiani, di laici, di marxisti senza distinzione di nazionalità, di ideologie politiche, di religione o di razza […] Non si può ignorare che la Chiesa visse la tragedia della guerra soprattutto dalla parte delle vittime incolpevoli, fu attivamente presente nelle diverse realtà sociali, con un’opera di orientamento, di assistenza, di conforto e di guida per aiutare l’uomo ad uscire dalle tenebre di una crisi morale e materiale senza precedenti nella storia dell’umanità[11].

Del resto, come si evince anche da alcuni studi recenti e da svariati documenti della C.I.A. da qualche anno desegretati e messi a disposizione degli studiosi, sembra che il Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli affari ordinari, mons. Giovanni Battista imageMontini, in qualche circostanza fornì il proprio aiuto sia al vescovo austriaco filonazista Alois Hudal – vero deus ex machina di quella che fu definita in codice “la via dei conventi” – sia al sacerdote croato padre Krunoslav Stjepan Draganović, per agevolare la fuga di alcuni personaggi di spicco nazisti e ustascia[12]. Mons. Alois Hudal, nacque nella città austriaca di Graz il 31 maggio 1885. Terminati i suoi studi a Roma presso il Pontificio Istituto Biblico, nel 1919 ottenne l’abilitazione ad insegnare nell’Università di Graz come professore di Antico Testamento e Lingue orientali.

Quindi, nel 1923, si trasferì a Roma divenendo rettore del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima, di cui l’allora card. Eugenio Pacelli era il Protettore. In seguito, in virtù dei buoni ufficiimage di quest’ultimo, divenne finanche consultore del S. Uffizio, funzione che esercitò dal 1929 fino alla sua morte. Alcuni anni dopo, per la precisione nel giugno del 1933, fu elevato al rango di vescovo titolare di Ela. Inoltre, merita di essere sottolineato il ruolo determinante che mons. Hudal svolse nell’aprile del 1933, in occasione dei negozati con Franz von Papen, il vice-cancelliere di Hitler, nella cornice dei lavori preparatori per la stipulazione dei concordati tra la Santa Sede e i governi austriaco e tedesco.

Il Pontificio Collegio Teutonico di S. Maria dell’Anima, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma, nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l’espatrio clandestino dei nazisti fino al 1947 allorché, in un dettagliato rapporto stilato da Vincent La Vista per il Dipartimento di Stato americano, fu adombrato il coinvolgimento del prelato austriaco in questa vicenda che, naturalmente, sollevò subito un enorme vespaio di polemiche al punto da costringerlo, suo malgrado, a rassegnare le dimissioni dalla carica di rettore che aveva ricoperto fino a quel momento[13]. Tuttavia ci vollero quasi quattro anni per nominare il suo sostituto, a cui fu affidata la direzione del Collegio di S. Maria dell’Anima. Mons. Hudal, infatti, rimase a Roma fino alla sua morte, che sopraggiunse il 13 maggio 1963 nella clinica “Villa Stuart” a Grottaferrata[14]. L’opera di salvataggio messa in atto da mons. Hudal a beneficio dei vari gerarchi nazisti finiti inevitabilmente nell’occhio del ciclone a causa dei loro misfatti, si può far risalire approssimativamente al 1944, allorché l’ineffabile presule austriaco aveva fondato l’Österreich Komitee col preciso intento di venire incontro alle esigenze dei tanti poveri austriaci che allora risiedevano a Roma. Inoltre, nell’immediato dopoguerra fu incaricato di dirigere perfino il Comitato austriaco della Pontificia Commissione di Assistenza per i rifugiati (Österreichische Abteilung), prodigandosi – spesso, a dire il vero, con fin troppo zelo – per soccorrere tutti i rifugiati di lingua tedesca, soprattutto quelli che si trovavano nei campi di Fraschette.

imageDifatti, il 23 agosto 1944, col pretesto di svolgere azioni caritative a beneficio dei detenuti, era stato inviato in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili di lingua tedesca che allora gremivano i vari campi italiani (P.O.W.) per portare «un’assistenza religiosa»[15]. Di conseguenza, il 2 dicembre successivo, dopo aver ottenuto l’investitura ufficiale da parte della S. Sede di direttore del Comitato che si occupava dei tedeschi detenuti in Italia, il presule austriaco ebbe carta bianca per poter visitare indisturbato i prigionieri di guerra per portare una parola di conforto e, allo stesso tempo, approfittando della situazione favorevole, fornire loro anche dei documenti falsi di copertura, in modo tale da metterli nelle condizioni di poter lasciare l’Italia e rifarsi una nuova vita altrove. Del resto lo stesso presule austriaco – che nel frattempo era stato ribattezzato dalla stampa con l’epiteto poco lusinghiero di “vescovo nero” (“Brauner Bischof”) – non faceva alcun mistero nell’ammettere di aver svolto questo ruolo a beneficio di tali persone, dichiarando candidamente nel suo diario:

Ringrazio Dio per avermi aperto gli occhi e per avermi concesso l’immeritata grazia di poter visitare e dare conforto a molte vittime nelle loro prigioni e nei campi di concentramento nel periodo postbellico, e di esserne riuscito a strapparne non pochi dalle mani dei loro torturatori, aiutandoli a farli fuggire in paesi più felici con falsi documenti d’identità.

[…] La guerra intrapresa dagli alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per la cui vittoria essi avevano combattuto. Questo cosiddetto business […] si servì di slogan come democrazia, razza, libertà religiosa e cristianesimo quali esche per le masse. Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole principalmente agli ex-nazionalsocialisti e fascisti, soprattutto ai cosiddetti “criminali di guerra”[16].

Proprio per questo motivo, nei mesi successivi allacciò contatti con le varie autorità alleate ed italiane per raccomandare la sorte dei propri connazionali che desideravano emigrare. Allo stesso tempo si prese cura anche dei cattolici di lingua tedesca che vivevano in Italia, prestando particolare attenzione a quelli che si trovavano internati nei campi di concentramento alleati, preoccupandosi finanche dei prigionieri tedeschi reclusi nelle carceri italiane, francesi, olandesi e britanniche. Difatti, analizzando attentamente l’archivio del rettore del Collegio di S. Maria dell’Anima, emerge in modo inequivocabile il ruolo di primo piano che svolse in questa vicenda, ricorrendo, con una certa disinvoltura, persino a metodi a dir poco illeciti per aiutare questi suoi “figli prediletti”. Un esempio tangibile di questa sua attività, possiamo ricavarlo da due lettere autografe: la prima, scritta nell’agosto del 1947 al ministro dell’Interno italiano Mario Scelba per stigmatizzare le condizioni in cui versavano gli internati dei campi di Fraschette presso Alatri e di Farfa Sabina[17], e l’altra nell’ottobre successivo fatta pervenire ai propri superiori in Vaticano per sollecitare il rimpatrio dei prigionieri tedeschi che erano rinchiusi in questi due campi in quanto «alcuni di questi internati forse per ragioni politiche non po[tevano] ritornare in Germania […] molti [dei quali erano] unicamente vittima di denuncianti tedeschi e italiani»[18].

Inoltre, in virtù della carica che ricopriva in seno al Comitato austriaco della Pontificia Commissione di Assistenza ai rifugiati, riuscì ad allacciare contatti con l’Auxilium di Genova e con vari religiosi del capoluogo ligure, nell’intento di procurare imbarchi e visti sicuri avvalendosi dell’ausilio, in particolare, dei preti croati Draganović e Petranović, nonché del francescano di origine ungherese, don Edoardo Dömöter, che all’epoca era il parroco della chiesa di San Antonio a Genova-Pegli[19].

Tra il 1947 e il 1952 – scrive in merito lo storico Matteo Sanfilippo – Hudal non si batté soltanto per la liberazione e l’assistenza dei prigionieri, ma mise in piedi una vastissima rete per l’emigrazione nelle due Americhe e in Oceania di profughi di lingua tedesca. Tale attività era in gran parte alla luce del sole: contatti con il governo italiano per favorire l’imbarco e con i governi stranieri disposti ad accettare nuovi immigrati, con enti e associazioni internazionali, con diocesi e strutture caritative d’oltre oceano. Tuttavia alcune lettere di privati lasciano intuire sorprendenti coni d’ombra.

I carteggi con austriaci, tedeschi e altoatesini che nel 1947-1948 volevano emigrare in Argentina salpando da Genova sono numerosissime. Hudal promosse personalmente gli interessi di questi disperati e alla fine di agosto 1948 scrisse a Perón chiedendo visti per 3.000 tedeschi e 2.000 austriaci: specificò che non si trattava di profughi, ma di soldati che si erano battuti contro il “bolscevismo” e aggiunse che l’Europa era libera grazie al loro “sacrificio”.

[…] Grazie al proprio ruolo nella Pontificia Commissione Assistenza, che aveva un ufficio genovese alla stazione di Principe, entrò in contatto con l’Auxilium di Genova e con alcuni sacerdoti locali. Cercò quindi di assicurare imbarchi e visti tramite questa via; inoltre mantenne stretti contatti con sacerdoti croati e ungheresi attivi a Genova: Draganovic, Petranovic e Dömöter[20].

Difatti, nel 1948, il imagesacerdote ungherese Dömöter scrisse a Hudal per chiedergli un visto – «non importa[va] con quale nome» – di cui «una personalità tedesca, degna di aiuto» necessitava con la massima urgenza. In tale circostanza, si guardò bene dal suggerire a Hudal di non chiederla al Vaticano, poiché «dal lato del Vaticano – dichiarava il sacerdote ungherese – non vi è per ora nulla da aspettare». Inoltre, come scrive lo stesso Matteo Sanfilippo, in una lettera che il profugo tedesco Hans Mahler fece pervenire a mons. Hudal nel maggio di quello stesso anno, mentre era nascosto in un appartamento genovese – che condivideva con un gruppo di fuggiaschi croati – non mancò di far osservare al prelato austriaco che:

[si era] recato a Genova per trovare un passaggio verso l’America latina. Nella lettera racconta di aver contattato i sacerdoti che si occupano dei rifugiati dell’Europa centro-orientale nel capoluogo ligure. Mahler dipinge un quadro abbastanza nero: le pratiche burocratiche per imbarcarsi sono complicate e i preti che sanno come snellirle, per esempio il croato Carlo Petranovic e l’ungherese Edoardo Dömöter, si preoccupano soltanto dei propri connazionali. Secondo Mahler, ci sarebbe bisogno di un maggior coordinamento e soprattutto di aiutare le persone di lingua tedesca […]

Alla fine [Mahler, n.d.a.] riesce a varcare l’oceano e a stabilirsi a Buenos Aires grazie ai contatti di Hudal. Nella capitale argentina fonda una rivista neo-nazista, Der Weg, cui il prelato collabora, e mette in guardia i cattolici di estrema destra contro un mondo dominato dall’America massone e protestante.

imageNegli anni successivi, soprattutto quando scoppiò il caso Eichmann, mons. Hudal fu accusato da Simon Wiesenthal di aver agevolato la fuga all’estero di molti ex gerarchi nazisti, premurandosi di fornire loro finanche dei documenti falsi di copertura, «aiuta[ndo] i profughi di lingua tedesca a imbarcarsi scavalcando ogni controllo italiano»[21]. Inoltre, il 5 aprile 1949, il prelato austriaco scrisse un’accorata lettera anche al Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità, mons. Montini, esortando la Santa Sede ad adoperarsi nelle sedi opportune per rivendicare una sanatoria a beneficio dei prigionieri di guerra tedeschi che erano stati condannati dalla giustizia italiana[22]. La risposta non si fece attendere tant’è che, il 12 maggio successivo, mons. Montini si affrettò a rassicurare il vescovo Hudal che il papa era dell’avviso che, a quel punto, per risolvere questa intricata situazione era assolutamente indispensabile applicare un’«ampia amnistia» che, tuttavia, incontrò una ferma opposizione dei vescovi tedeschi, i quali si mostrarono piuttosto scettici riguardo al coinvolgimento della Chiesa in questa vicenda[23]. A conferma di quanto andiamo dicendo basta citare la richiesta fatta pervenire dal pontefice in persona al governo britannico, il 27 marzo 1946, per perorare la causa di alcuni militanti croati ustascia, esortando gli inglesi a «riconsiderare [la] classificazione come prigionieri di guerra».

Questo accorato appello, tuttavia, non sortì gli effetti auspicati, tant’è che il Foreign Office poco dopo si mostrò irremovibile, comunicando alla S. Sede che non si poteva essere indulgenti proprio verso quei personaggi che si erano macchiati di efferati delitti, tanto da essere annoverati tra i più feroci criminali di guerra[24]. Ad ogni modo, alla fine la tenacia del Vaticano riuscì almeno ad ottenere cheimage queste persone segnalate fossero trasferite nel campo di prigionia partenopeo n. 209 di Afragola. Il prete filoustascia Krunoslav S. Draganović, viceversa, fu uno stretto collaboratore del poglavnik croato Ante Pavelić, sia durante che dopo la guerra. In seguito si impegnò a far fuggire numerosi attivisti ustascia ed a organizzare il movimento della resistenza croata, meglio noto con l’appellativo di Krizari (crociati).

Nacque il 30 ottobre 1903 a Matici, un distretto di Brcko in Bosnia, e prese i voti nel 1928. Dal 1932 al 1935 studiò al Pio Pontificio Istituto Orientale e alla Pontificia Università Gregoriana, lavorando negli archivi vaticani. Divenne in seguito segretario del vescovo di Sarajevo Ivan Sarić. Quindi, nel 1940 fu nominato per concorso professore aggiunto di storia ecclesiastica nell’Università di Zagabria divenendo, due anni più tardi, perfino docente di ruolo. Poi, nella fase più acuta del conflitto, nell’agosto del 1943, fu inviato a Roma nella veste di rappresentante croato in Vaticano. In tal modo, approfittando astutamente di questa carica, e di quella di rappresentante della Croce Rossa croata, iniziò a preparare i percorsi di fuga dei suoi connazionali.

Proprio in quel periodo, infatti, divenne anche segretario della Confraternita croata di San Girolamo degli Illirici, situata a Roma in via Tomacelli 132. I servizi segreti inglesi in seguito appurarono che il vero deus ex machina di questa attività di assistenza agli ustascia a Roma era, in realtà, proprio padre Krunoslav Draganović[25]. Nel rapporto stilato il 10 ottobre 1946 dagli agenti speciali del C.I.C. Louis Caniglia ed Anthony Ragonetti, si legge infatti che

[P. Draganović] è il segretario della “Confraternita Croata”, Chiesa di San Girolamo, Roma ed è considerato la persona più importante della Confraternita. È risaputo che questa organizzazione ha stampato carte d’identità false per i criminali di guerra Ustascia allo scopo di permettere loro di sfuggire alle autorità Alleate.

Questa organizzazione ha un prete chiamato Dominic Mandić come rappresentante del Vaticano[26].

La maggior parte dei fuggiaschi finì per trovare rifugio in Gran Bretagna, Canada, Australia e Stati Uniti. Difatti, quanto andiamo dicendo trova puntuale conferma anche in un articolo scritto nel lontano 1967 da Francisco Nevistić sulla rivista “Studia Croatica”, il quale riferisce che:

Nel 1943, […] quando il paese croato lottava per il suo diritto di autodeterminazione contro i nemici interni ed esterni, Draganović, soddisfando il desiderio dell’episcopato e del governo croato, si trasferisce a Roma per incaricarsi di prestare attenzione agli internati croati che gli italiani avevano tirato fuori dalle loro case e rinchiusi in diversi campi di concentramento in Italia. […] In collaborazione con la Pontificia [Commissione] di Assistenza, Draganović […] compie questa nobile missione fino al termine della guerra […] Perché il 15 maggio del 1945, l’esercito croato, segregato nel campo di Bleiburg, sulla frontiera sloveno-austriaca, si consegnò all’esercito britannico. […] Migliaia di croati riuscirono a scappare e si rifugiarono in Austria e in Italia. Ma non si sentivano al sicuro, perché sciami di agenti comunisti jugoslavi e sovietici, a volte in complicità con le autorità alleate, li inseguivano dando loro la caccia come se si trattasse di selvaggi. In quel deserto di totale incomprensione, l’unica speranza era il Vaticano e lì, l’artefice di questa azione di salvataggio, si chiamava Draganović. Consapevole di ciò che aveva passato nella sua patria con i suoi fratelli croati, Draganović fece sforzi sovraumani per prestare loro aiuto. In ciò poté contare sull’appoggio della Pontificia [Commissione] di Assistenza, la Croce Rossa Internazionale e varie istituzioni religiose e civili italiane. Molti esiliati croati gli devono la vita ed altri l’aver aperto loro la porta di una nuova esistenza nei paesi liberi di oltremare[27].

Inoltre, secondo alcune informazioni raccolte nel marzo del 1946image dall’intelligence britannica, il Collegio di S. Girolamo degli Illirici era ritenuto il nascondiglio preferito degli ustascia capeggiati dal loro lider maximo Ante Pavelić[28]. Difatti, in un rapporto desegretato di recente dalla CIA, che reca la data del 4 novembre 1946, si legge quanto segue:

Il leader ideologico del movimento ustascia in Italia è il (Dott.) Krunoslav Draganovich, prete e professore di teologia che dovrebbe rappresentare in Vaticano gli interessi degli emigrati croati. Questa autorizzazione che lui ha ricevuto da tutti i Vescovi cattolici in Iugoslavia, l’ha utilizzata per rappresentare solamente gli ustascia ed i loro interessi. […]

Uno stretto collaboratore ed aiutante di Draganovich è il (Dott.) Juraj Madjereć.

Entrambi vivono nella Società “San Jeronimo” a Roma, Via Tomacelli no. 132.

Lo strumento [di cui si servono] Pečnikar e Draganovich è il cosiddetto “Comitato dei rifugiati croati a Roma” che ha la sua sede nella “Società di San Jeronimo” in Via Tomacelli 132.

La struttura ufficiale di questo comitato è la seguente:

presidente: Ante Budimirovich, […];

Vicepresidente: (Dott.) Josip Reberski, primo membro del Parlamento del HSS. […];

Segretario: (Dott.) Josip Rspudich, criminale di guerra Ustascia, il primo capo della sezione politica della Polizia dello Stato Indipendente della Croazia e capo di gabinetto del ministro dell’Interno.

Membri del Comitato [sono]: (Dott.) Zvonko Pinterovich, professore Ustascia; (Dott.) Josip Buturac, ex commissario Ustascia [sic] per l’industria nello Stato Indipendente di Croazia; (Dott.) Salko Banjić, ex console dello Stato Indipendente di Croazia in Ljubljana; (Dott.) Marijan Banich, Ustascia, ex capo dell’Accademia Sanitaria dello Stato Indipendente di Croazia; Fra Kodrich, prete, Ustascia; (Dott.) Rudo Baricevich, Ustascia; Mate Vidich, Ustascia; Mira Malenica (sembra che il suo vero cognome sia Balich), studente, Ustascia corrotto ed il Comandante della “Sezione femminile della Gioventù Ustascia”; (Dott.) Ivan Pejich […]; Pavo Tijan, professore Ustascia e capo della sezione del Ministero dell’Istruzione dello Stato Indipendente di Croazia; Franjo Jovich, Ustascia, ex comandante del campo di Banja Luka; Niko Filipovich, Ustascia ex membro [sic] del Parlamento; Ilija Saravanja, primo “procelnik” (com. di Polizia) nella principale polizia politica ustascia.

Come secondo strumento è [stata utilizzato] la cosiddetta “Zona Segreta dell’Organizzazione e Assistenza”.

Il capo di questa organizzazione è personalmente Vilko Pečnikar[29].

Collaboratori: Ivan Devicich, tenente degli ustascia, […] un vecchio emigrante; Petar Simich, segretario personale di Lovro Susich; Zvonko Bilak […]. Adesso questi funge da contatto con le organizzazioni fasciste; Il Dott. Bozidar Anich, prete di Kula vicino Metkovich. Bif [sic] Ustascia. Ora funge da contatto con i conventi italiani nei quali sono nascosti gli Ustascia, definiti criminali di guerra; Ivan Peci “Djovani”, di Split che alcuni mesi fa giunse dalla Iugoslavia (tra di noi si pensa che lui appartenga all’OZNA e che è stato messo in questo posto con il compito [di occuparsi dell’Italia]. Lui ha un lavoro a Roma come una tipografo in una tipografia italiana in Via di Cesbria 51.

Il contatto di questa organizzazione è su una vasta zona e sembra che loro stanno lavorando senza fermarsi.

L’organizzatore principale di questi contatti a Roma è Zvonko Kojadin che si sta nascondendo sotto il falso nome di Zajin Muftich, egli vive in Via Piave 70. […] lui è in contatto col vaticano [sic] la polizia segreta e specialmente il servizio segreto americano.

I contatti sono:

Per l’Austria: Fra Stpe Jelcich, prete; Il Dott. Ivan Colich, canonico [sic], Don Mate Papac; Zdravko Bjelo Marich; Marko Urmovich e Josip Pinter.

Per il Vaticano: (Dott.) Krunoslav Draganovich (del quale si è scritto precedentemente); (Dott.) Zvonko Zanko, capo amministrativo del campo ustascia di Fermo; (Dott.) Andreja Jelicich in servizio presso il Vaticano.

imageQuesto contatto passa attraverso il (Dott.) Fra Domenik Mandich, che vive in Via Po 6 a Roma.

Con le Autorità italiane: Professor Alija Suljak (amico personale di De Gasperi). Alija Suljak era l’aiutante personale di Pavelich. […] (Dott.) Franje Krezevich [?], avvocato di Banja Luka. (Dott.) Baldo Drekich (amico personale di De Gasperi [sic]) e il (Dott.) Nikola Belek (anche amico personale di De Gasperi [sic]).

Come contatto con il partito della Democrazia Cristiana è citato ancora: Niko Filipovich, ex membro del Parlamento, il Dott. Josip Raspudich, il Generale Canich, il Dott. Niko Rpsandich e il Dott. Ivo Bogdan, capo della propaganda ustascia a Zagabria.

Con i croati americani: (Dott.) Ivan Vidale, professore dell’Università di Zagabria; Il Dott. Marko Colak, ex segretario di qualche ministero dello Stato Indipendente di Croazia; l’ing. Eduard Mance, ex Ministro delle Poste nello Stato Indipendente di Croazia; Il Dott. Sarich Arcivescovo di Sarajevo, attualmente a Klagenfurt in Austria. […]

L’auspicio degli emigrati Ustascia è che il movimento dei Krizari [sic] in Croazia passi agli Ustascia. Sulla realizzazione di questo piano ogni cosa è fatta attraverso i preti ustascia […]. Su questo sta lavorando specialmente il Dott. Draganovich. Stando ad alcune informazioni attendibili è stato inviato in Croazia un certo numero di ustascia armati. Le armi furono concesse dalle organizzazioni fasciste italiane[30].

Inoltre, la confraternita di San Girolamo fornì persino carte di identità con nomi falsi a questi transfughi croati, permettendo loro di sfuggire alla giustizia ed alle prigioni degli Alleati come, del resto, si legge anche in un altro dispaccio dell’intelligence americana stilato nel 1947, che si esprime in questi termini:

Il Dott. Draganović ha stretti contatti con i circoli politici austriaci, specialmente col clero cattolico e con uomini dell’ex-cancelliere Dott. Schuschnig[31]. Il Dott. Schuschnig vive con la sua famiglia nel convento del Dott. Draganović a Borgo Santo Spirito (in territorio extraterritoriale).

imageTre giorni fa, il Dott. Schuschnig andò via dall’Austria sotto un nome falso. Lui porta con sé una lettera del Dott. Draganović che deve consegnare all’Arcivescovo Croato Dott. Sarić per un alto ufficiale degli Ustasha ed ex-consigliere di Pavelić, Ivanković.

Attraverso il vescovo Steinbach di Salisburgo e il cappellano britannico, Capt. Dott. Haman, il Dott. Draganović riceveva ogni informazioni e il Dott. Haman e il segretario del Vescovo Steinbach lo utilizzavo come corriere tra l’Austria e l’Italia.

Il Dott. Draganović ha contatti con il quartier generale degi Ustasha in Austria e riceve istruzioni e direttive per l’attività politica in Italia. Dove il Dott. Ante Pavelić è nascosto in Italia è noto all’ex ministro il Dott. Farković, Mate, al Dott. Draganović e al prete Wurster (Wurster ora è a Madrid, Spagna ma secondo informazioni attendibili, lui viene a volte a Roma in un aereo con i membri dell’Ambasciata spagnola). Wurster è andato via di nascosto da “castelo dei angeli” (castel degli angeli: si riferisce probabilmente a Castel Sant’Angelo a Roma), una base radio di ricetrasmissioni con emissioni sufficientemente potenti.

Il corriere di Pavelić, il Capitano Ustasha Krilić lavorava come suo segretario privato nell’ufficio del Dott. Draganović. Krilić lavora anche per i servizi di informazioni di Draganović.

Recentemente, a Draganović fu affidato il compito di spedire in Iugoslavia, attraverso l’Austria, chiaramente in modo clandestino, piccoli gruppi di 3 persone (trojke) per eseguire atti di sabotaggio. Per questo scopo è arrivato dall’Austria un certo Urban (o Urbano) Drago che fungerà da guida per l’attraversamento del confine Italo-austriaco.

[…] image

I criminali di guerra ricercati dalle Autorità britanniche furono nascosti da Draganović ed in seguito molti furono spediti in Sud America. Così Draganović nascose in Borgo S. Spirito 4, il Generale Pečnikar Vilko, in Via della Conciliazione 15 Kvaternik Eugen ed in un convento vicino al Colosseo, il Ministro Mate Farković[32].

Difatti, considerata la piega negativa che stavano prendendo gli eventi bellici, sia padre Draganović che il vescovo Hudal, si prodigarono per agevolare l’espatrio clandestino di vari gerarchi nazifascisti, contando sul tacito accordo dei servizi segreti angloamericani, i quali erano seriamente intenzionati a servirsi di questi individui in funzione antisovietica. In effetti, secondo un rapporto stilato il 12 luglio 1948 dal 430° distaccamento del Counter Intelligence Corps dislocato sul territorio austriaco, in quel periodo fu stipulato un accordo segreto tra i leaders del movimento nazionalista croato degli ustascia e i servizi segreti statunitensi, teso a spianare la strada verso la libertà a questi personaggi legati a filo doppio col regime del poglavnik Ante Pavelić.

Tramite i collegamenti con il Vaticano di Padre Draganović – si legge in questa relazione –, croato, capo dell’organizzazione vaticana per il reinsediamento dei profughi, si è raggiunto un accordo provvisorio di assistenza per agevolare il compimento di questa operazione. L’accordo consiste semplicemente in un impegno di assistenza reciproca, in pratica questi agenti aiuteranno persone che interessano a Padre Draganović a lasciare la Germania e, a sua volta, Padre Draganović aiuterà questi agenti ad ottenere i visti necessari per l’Argentina e il Sudamerica per quelle persone che interessano a questo Comando[33].

Inoltre, nel promemoria scritto il 10 aprile 1950 dall’agente speciale del Counter Intelligence Corps Paul Lyon – quello, per intenderci, che si occupò di allacciare i primi contatti tra il controspionaggio americano e padre Draganović – per il maggiore Milano, viene tracciato un resoconto particolareggiato riguardante proprio la “ratline” italiana. È interessante sottolineare che questo accordo segreto tra l’intelligence statunitense ed il sacerdote croato, fu raggiunto nell’estate del 1947, neanche a farlo apposta proprio quando il C.I.C. aveva predisposto un sofisticato piano per acciuffare il leader degli ustascia Ante Pavelić che di conseguenza, su ordine dell’Ambasciata americana, fu subito sospeso “misteriosamente”.

imageArrivati a Roma – scrive Paul Lyon –, i viaggiatori si rivolgevano a Draganović che li alloggiava in case d’accoglienza sicure che operavano sotto la sua diretta supervisione. Durante questo periodo, il sottoscritto a quel tempo era assistito attivamente da Padre Draganović con l’aiuto di un cittadino degli Stati Uniti [Robert Bishop] che era il Capo dell’ufficio idoneità dell’IRO [International Refugee Organization] a Roma che assicurava la documentazione supplementare e l’IRO contribuiva a fornire un ulteriore trasporto. Questo, chiaramente, si faceva illegalmente poiché tali persone non potevano dimostrare la loro identità all’IRO di Ginevra. Comunque, dopo molti mesi l’americano perse improvvisamente la sua stabilità mentale attraverso l’abuso di alcol e rivelò alcuni dettagli di questa operazione ai suoi superiori ed alle altre agenzie ufficiali di Roma al punto che costrinse il sottoscritto a riprendere l’operazione e cessare il contatto con l’ufficio dell’IRO. Così, Padre Draganović fu costretto a rivolgersi alle altre fonti dell’Organizzazione di Assistenza cattolica. Egli si procurò dalla polizia italiana anche dei permessi di residenza per queste persone, permettendo loro di viaggiare da Roma a Genova o Napoli, […] e permessi dall’Ufficio Stranieri italiano per vari visti. In breve, si può affermare che Draganović si occupò di tutte le fasi dell’operazione dopo che i fuggiaschi arrivarono a Roma, come l’approvvigionamento di documenti dell’IRO italiano e del Sud America, visti, timbri, accordi per le sistemazioni, terra o mare, e notifica di comitati di ristabilimento in terre straniere.

Le possibilità di Draganović per reperire i mezzi necessari, la documentazione, il viaggio ed i relativi permessi aumentarono e così fu possibile inviare i visitatori dall’Austria, eliminando in tal modo la scorta personale degli agenti del C.I.C. a Roma. Una fase nuova fu così stabilita ed un dipendente di Draganović fu inviato in Austria, qui raccolse questi individui e li trasportò a Genova dove furono messi al sicuro in case di accoglienza attendendo disposizioni per il Sud America. […]

Draganović è conosciuto e schedato come un fascista, criminale di guerra, […] i suoi contatti con diplomatici sudamericani di categoria simile alla sua non raccolgono, in genere, l’approvazione dei funzionari del Dipartimento di Stato[34].

In tal modo ci si copriva reciprocamente nelle operazioni clandestine che venivano effettuate per sottrarre alla giustizia persone ricercate come responsabili di gravi crimini di guerra. Tutto ciò, del resto, è suffragato anche dalle rivelazioni dell’ex agente del controspionaggio militare americano William Gowen che, in una recente intervista rilasciata al quotidiano genovese “Il Secolo XIX”, ha dichiarato senza mezzi termini:

I rapporti con la Gestapo e le SS iniziarono separatamente e prima dell’accordo segreto fatto con Draganović nel luglio del ’47 [tramite il capitano Paul Lyon della 430ª unità del C.I.C. di stanza nella città austriaca di Salisburgo, in virtù del quale il C.I.C. avrebbe consegnato i criminali di guerra al prete croato per agevolarne la fuga in Sud America, n.d.a.]. Molti vogliono puntare solo sul Vaticano, ma cosí facendo non capiscono niente. […] Quell’accordo segreto è alla base della “rat line”. Ma la “rat line” di Draganović fu organizzata come sistema dopo che, nel luglio del ’47, fu bloccata l’indagine su Pavelić, cui partecipavo anch’io. Il contratto firmato nel luglio del ’47 dava a Draganović e ai suoi collaboratori un’immunità che gli permise poi di far scappare Pavelić e la sua famiglia in Spagna e quindi in Argentina.

Quindi, Gowen si sofferma sui particolari relativi al piano predisposto per la cattura di Pavelić, che fu inopinatamente bloccato all’ultimo momento.

L’agente speciale Clayton Mudd, del CIC di Napoli, ci disse che era convinto che Pavelić fosse nascosto al Collegio di San Girolamo a Roma (il Pontificio Collegio Croato di San Girolamo all’Urbe, n.d.r.). Mudd diceva che tentava di penetrare nel Collegio, cosa pericolosissima perché erano tutti armati ed era difficilissimo entrare. Pavelić non era a San Girolamo, il Collegio era pieno di profughi che lo avrebbero riconosciuto. Ma ci era stato riferito che Pavelić girava per Roma vestito da prete, in macchine di lusso targate Città del Vaticano. Così iniziò l’indagine. Dal comando americano arrivò la richiesta di scovare Pavelić e farlo arrestare perché era un noto criminale di guerra[35].

Queste reti di fuga, con un linguaggio convenzionale, furono definite “ratlines”, ovvero il “canale dei topi”. Difatti, letteralmente una ratline negli antichi velieri rappresentava quella scala di corda che saliva fino alla cima dell’albero della nave ed era considerata, dunque, l’ultimo rifugio sicuro prima che questa venisse inghiottita dalle onde. Pertanto in seguito questo termine è divenuto il sinonimo con cui i servizi segreti identificarono le organizzazioni istituite allo scopo di far fuggire qualcuno. La procedura seguita era piuttosto semplice: i fuggiaschi, il più delle volte, venivano ospitati in conventi o in enti ecclesiastici protetti dal diritto di extraterritorialità; quindi ricevevano dei salvacondotti con nomi fittizi rilasciati dalla Croce Rossa in modo da poter riparare, qualche volta persino in abito talare, in Spagna o in Sud America. In virtù di questo sottile escamotage riuscirono a farla franca circa 5.000 nazisti[36]. Del resto, come è noto, fin dall’antichità a guerra conclusa, prima o poi il vincitore passava per le armi gli sconfitti o, quanto meno, li riduceva al rango di schiavi, applicando alla lettera la legge di Brenno che recitava pressappoco così: “Guai ai vinti”. Di conseguenza, per far fronte a questo spiacevole inconveniente, al termine del secondo conflitto mondiale furono predisposte strutture clandestine – come ad esempio, tanto per citarne alcune delle più note, Spinne (ragno), Stille Hilfe e la leggendaria Odessa – col preciso intento di sottrarre gli sconfitti dall’inesorabile vendetta dei vincitori.

In tal modo migliaia di criminali videro realizzati i loro sogni e, in un batter d’occhio, presero il largo abbandonando in fretta e furia la Germania servendosi di tre direttrici principali: la prima conduceva – passando per la Baviera e Innsbruck – dall’Austria all’Italia attraverso il valico del Brennero e poi da qui in Spagna. Le altre due reti di fuga, invece, sempre attraverso l’Italia, portavano verso i Paesi Arabi e verso il Sudamerica – in particolare in Argentina e in Paraguay – dove avevano conquistato il potere regimi dittatoriali o giunte militari piuttosto compiacenti verso questi esuli illustri.

imageLe basi della fondazione di Odessa (acronimo di Organisation Der Ehemaligen SS Anghehörigen, ovvero Organizzazione degli ex Membri delle S.S.) sarebbero state gettate nel corso di una riunione segreta che si svolse a Strasburgo presso il Maison Rouge Hotel, il 10 agosto 1944, tra alcuni influenti industriali (fra cui spiccava il tycoon del carbone Emil Kirdorf ed il magnate dell’acciaio Gustav Krupp von Bohlen) e banchieri tedeschi come Kurt von Schroeder, alla quale presero parte anche alti funzionari del ministero della Guerra, il segretario del Führer Martin Bormann ed il ministro degli Armamenti Albert Speer.

L’obiettivo di questa organizzazione era, fondamentalmente, quello di assicurare un valido sostegno a tutti quei gerarchi nazisti che avevano intrapreso la strada della clandestinità, aiutandoli a rifarsi una nuova vita in Germania o in altri paesi oltreoceano – in particolare il Sudamerica – e di fornire loro finanche un’adeguata assistenza legale se, per caso, venivano acciuffati dai loro aguzzini e sottoposti ad un regolare processo. Ad ogni modo le decisioni immediate che furono prese nel corso di questo incontro segreto furono quelle di trasferire ingenti somme di denaro nelle banche di vari Paesi neutrali quali Svizzera, Spagna, Turchia, Argentina e Paraguay. Lo scopo di questa operazione era quello di costituire, mediante gli enormi capitali messi a disposizione dagli industriali nazisti, numerose società commerciali che, stando ad un rapporto stilato nel 1946 dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ammontavano complessivamente a ben 750 imprese così suddivise: 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 214 in Svizzera e 233 disseminate in altre nazioni[37].

Inoltre, a questa organizzazione clandestina ne fu affiancata un’altra, denominata in codice “Spinne” (Ragno), ramificata sull’intero territorio tedesco, col preciso intento di mettere in contatto tutti gli ex gerarchi nazisti che erano finiti dietro le sbarre e i gruppi clandestini, allo scopo di procacciare loro carte d’identità false, passaporti di copertura e finanche dei rifugi sicuri. Tutto ciò grazie al prezioso contributo di alcune persone di provata affidabilità che si occuparono di agevolarne la fuga attraverso i confini svizzeri, contando sul fatto che non erano sorvegliati dalle truppe alleate. In virtù di questo sottile escamotage un numero considerevole di ex gerarchi nazisti, una volta giunti in Svizzera, riuscirono a trasferirsi rapidamente in Italia, usufruendo di quella che alcuni hanno definito la “via dei conventi”, grazie alla quale, poi, sotto mentite spoglie, potevano espatriare in altri paesi per rifarsi una nuova vita.

“Stille Hilfe für Kriegsgefangene und Internierte” – ovvero “Aiutoimage silenzioso per prigionieri di guerra e internati” –, invece, secondo una recente ricerca effettuata dai due giornalisti tedeschi Andrea Röpke e Oliver Schröm, era una delle più efficienti organizzazioni di aiuto e sostegno ai nazisti sopravvissuti all’indomani della dissoluzione del regime hitleriano. Fin dalle origini il fulcro di questa società di mutuo soccorso è stata un’anziana donna tedesca di settantasei anni di nome Gudrun Burwitz Himmler, figlia del famigerato capo supremo delle S.S., nonché ideatore della “soluzione finale”, Heinrich Himmler.

La donna oggi vive in un’appartata residenza a Fürstenried, un sobborgo di Monaco, usufruendo di una modesta pensione. Lo scopo principale di questa organizzazione era quello di creare in Germania una rete di supporto per le persone cadute in difficoltà in seguito alle vicende militari e politiche del secondo conflitto mondiale. In realtà, però, “Stille Hilfe” ha operato segretamente per oltre quarant’anni anni con il preciso intento di fornire sostegno a tutti quei nazisti in fuga verso località europee ed extraeuropee. Inoltre, stando a quanto è emerso dal recente reportage di questi due giornalisti tedeschi, questa organizzazione avrebbe utilizzato gli ingenti fondi di cui disponeva per procuare discreti luoghi di rifugio, alleviare le condizioni di prigionia, assistere coloro che erano molto ammalati a causa dell’età avanzata, contribuire alle spese processuali di quei criminali di guerra finiti dietro le sbarre, ed inoltre cercare finanche appoggi politici per ottenere scarcerazioni anticipate.

Presentata come un’organizzazione “umanitaria”, “Stille Hilfe” vide la luce ufficialmente nel novembre del 1951, sotto l’ala protettrice dei membri dell’aristocrazia tedesca e persino con la connivenza di eminenti esponenti della chiesa cattolica e di quella protestante della Germania – come, ad esempio, il vescovo evangelico di Württemberg Theophil Wurm, che era anche il vicepresidente; il vescovo ausiliare di Monaco Johannes Baptist Neuhäusler ed il responsabile della Caritas della Germania, padre Augustinus R”sch – ispirati senza dubbio da un gruppo di ex capi nazisti. Fin dagli anni ’50 la ramificazione delle reti di soccorso nazista si estendeva da Monaco a Roma per finire poi in Argentina e Sudafrica[38].

È soprattutto grazie […] alla sua rete di legami e complicità – scrive in un articolo Paolo Valentino sul “Corriere della Sera” – che, nel dopoguerra, decine e decine di ex gerarchi e soldati della svastica, autori di massacri e crimini contro l’umanità, hanno potuto vivere indisturbati e protetti, sono stati coperti, finanziati, assistiti e poi aiutati in ogni modo, quando alcuni di loro cadevano nelle mani di una giustizia spesso indulgente e comunque lentissima. Da Priebke al suo superiore, Herbert Kappler; dal carnefice di Milano, Theo Saevecke, al torvo guardiano di Theresienstadt, quell’Anton Malloth appena condannato all’ergastolo a Monaco, dopo aver vissuto per oltre 40 anni a Merano; da Klaus Barbie, il boia di Lione, a Josef Schwammberger, famigerato responsabile del lager di sterminio di Rozwadow, in Polonia, l’elenco dei carnefici beneficiati dall’organizzazione è lungo e impressionante[39].

Accanto a queste reti di fuga clandestine, nella prima metà degli anni ‘40 ne furono allestite altre due – che, sebbene distinte l’una dall’altra, mantenevano tuttavia una certa unità d’azione – una a beneficio dei tedeschi, diretta dal vescovo Hudal, ed una per i croati, predisposta da padre Krunoslav Draganović, considerato dai servizi segreti statunitensi l’alter ego di Ante Pavelić[40]. Difatti, come si evince persino da un rapporto della C.I.A., spesso e volentieri si assisteva anche ad una stretta collaborazione fra questi due ecclesiastici[41]. Del resto, come sostiene anche in un suo libro Holger M. Meding, all’epoca esistevano due reti di fuga: la prima era gestita dall’Intelligence statunitense che si avvaleva dell’ausilio del prete croato Krunoslav Draganović, ed un’altra – denominata “la via dei conventi” – patrocinata da mons. Hudal e dagli altri religiosi tedeschi, coadiuvati da alcuni membri della Pontificia Commissione Assistenza. Tuttavia, come sottolinea acutamente Meding, questa seconda ratline era la risultante dell’azione individuale di alcuni religiosi, che si adoperarono per aiutare i propri connazionali a sfuggire dai loro persecutori, e non – come lasciato intendere da qualcuno – la prova inconfutabile della connivenza tra la gerarchia ecclesiastica vaticana ed il regime nazista. Quindi, approfittando delle numerose organizzazioni assistenziali per i profughi legalmente riconosciute, allestite all’epoca dalla Chiesa Cattolica, alla fine fu un gioco da ragazzi per alcuni ex gerarchi nazisti infiltrarsi al loro interno ed utilizzare questi canali per rifarsi una nuova vita oltreoceano[42].

imageDifatti, nell’immediato dopoguerra, la situazione in Europa Centrale era talmente precaria sotto il profilo giuridico, politico e lavorativo che milioni di persone decisero di emigrare in altri paesi in grado di garantire loro un futuro più roseo. Fu così che tra queste persone provate dalla guerra, fin dall’inizio, si intrufolarono anche gli scienziati e i tecnici militari tedeschi, seriamente preoccupati per la loro sorte, i quali a quel punto ritennero opportuno rifugiarsi in quei paesi che potevano garantire loro una certa copertura, come del resto faceva l’Argentina di Juan Domingo Perón.

A questo gruppo, subito dopo, si aggiunsero anche quei gerarchi nazisti attivamente ricercati dagli Alleati, perché ritenuti dei pericolosi criminali di guerra[43]. In effetti alle medesime conclusioni sembra giungere anche la ricerca condotta dalla Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, che si è rivelata molto interessante da questo punto di vista, in quanto è riuscita a stabilire che, su migliaia e migliaia di profughi transitati in Argentina nell’immediato dopoguerra, furono appena 19 i criminali di guerra nazisti che giunsero effettivamente in questo Paese senza dover occultare la propria identità[44].

In pratica il meccanismo era piuttosto semplice e collaudato: alcuni religiosi si occupavano dell’organizzazione, mettendo a disposizione dei fuggiaschi finanche gli alloggi per garantire loro una certa riservatezza; la Croce Rossa procurava la documentazione necessaria ed, infine, i consolati argentini concedevano il visto, previa consultazione con le autorità di immigrazione a Buenos Aires. Tuttavia, stando a quanto riportato dalla Revue internationale de la Croix-Rouge, le cose starebbero diversamente. Scrive infatti François Bugnion:

In seguito alle affermazioni che mettevano in causa alcuni dei suoi delegati durante la Seconda Guerra mondiale, apparsa sulla stampa durante l’estate del 1996, il CICR [Comitato Internazionale della Croce Rossa, n.d.a.] si era impegnato a fare piena luce su questo periodo del suo passato. Queste affermazioni erano fondate su un certo numero di osservazioni registrate dagli agenti dell’Office of Strategic Services (OSS) americano; esse lasciavano intendere che i delegati avevano avuto un comportamento poco compatibile con il fine umanitario del CICR.

Sulla base di ricerche approfondite fatte nei propri archivi e negli Archivi federali svizzeri, il CICR è oggi in grado di affermare che, sulle 49 persone citate nei documenti dell’OSS, solo 18 appartenevano al CICR; di questo numero, tre individui sembrano aver commesso effettivamente degli atti riprovevoli. Una di queste persone si è dedicata alle malversazioni, due altri sono stati coinvolti in attività di spionaggio che sembrano motivate per scopo di guadagno. Soltanto nel primo caso, le presunte attività delittuose si sono svolte mentre la persona in questione era al servizio del CICR, e l’affare si è concluso con le dimissioni di questa persona, seguite da un’inchiesta interna. Negli altri due casi, gli atti criticabili sono stati compiuti prima o dopo il passaggio di queste persone al CICR. Tutte le altre affermazioni scaturivano da un’evidente ignoranza dell’istituzione, del suo manndato e del suo modo di lavorare.

Alla luce di questi elementi dell’inchiesta, sembra chiaro dunque che solo un piccolo numero di individui ha ceduto alle influenze contrarie agli ideali umanitari durante la Seconda Guerra mondiale[45].

L’operazione di esfiltrazione verso l’Argentina, dunque, ufficialmente ebbe inizio proprio così. Il 26 ottobre 1946, infatti, padre Draganović riuscì ad «ottenere dal governo di Perón un permesso di sbarco in bianco per 250 croati»[46] tramite l’intercessione dei due frati francescani, Blas Stefanić e Vladimiro Bilobrk – cappellani della comunità croata e membri della vicaria “Santo Cristo” di José Ingenieros – i quali scrissero un’accorata lettera al dittatore argentino Juan Domingo Perón allo scopo di esortarlo a farsi carico della sorte di 30 mila “profughi croati” in Italia e Austria, accogliendoli come coloni nelle proprie terre[47].

In tal modo, personaggi come il crudele poglavnik ustascia Ante Pavelić – che era stato messo da Hitler a capo dello stato fantoccio della Croazia Indipendente – sfuggirono ai tribunali che dovevano punirli per i loro efferati delitti, attraverso la rete dei conventi e degli istituti religiosi che era stata predisposta ad hoc, in modo da impedire che la revanche antifascista, che stava cominciando a prendere il sopravvento nel continente europeo, potesse pregiudicare la loro situazione mediante giudizi sommari e vendicativi. Di conseguenza, alla fine quasi tutti riuscirono a farla franca, uscendo silenziosamente di scena e rifugiandosi in America Latina, in Australia e in Nord America.

Da fonte confidenziale seria – si legge in un “pro-memoria”image stilato il 10 maggio 1946 dall’ex ministro della Guerra del governo Badoglio, il gen. Antonio Sorice – ho appreso che l’ex Poglavnik di Croazia Ante Pavelić si trova nascosto a Roma in uno stabile su cui ha giurisdizione lo Stato della Città del Vaticano.

Con lui si trova anche tale professore Saić, già suo segretario particolare a Zagabria.

Il Pavelić mantiene frequenti segreti rapporti con Monsignor Montini, Sostituto Segretario di Stato della Santa Sede[48].

A tal proposito Mark Aarons e John Loftus scrivono:

Nell’aprile del 1946, Pavelić lasciò l’Austria e giunse a Roma, accompagnato soltanto da un tenente Ustascia di nome Dochsen. Entrambi erano vestiti come dei preti della Chiesa cattolica romana. Trovarono rifugio in un collegio situato in via Gioacchino Belli n. 3. che è l’unico collegio a Roma che gode completamente del diritto di extraterritorialità, e nel quale si può entrare solamente presentando le giuste credenziali. (Presumibilmente c’è bisogno del sigillo Papale perché si dice che questo sia l’unico collegio a Roma sotto l’amministrazione diretta del Papa). Il compagno di viaggio di Pavelić era, in realtà, Dragutin Dosen, un ex-alto ufficiale della guardia del corpo del poglavnik. […] Subito dopo essere arrivato […] a Roma, il poglavnik […] aveva trovato rifugio presso Castelgandolfo, residenza estiva del papa, dove aveva spesso l’occasione di incontrarsi in segreto con monsignor Montini. […] Sembra che molti nazisti gravitassero intorno a Castelgandolfo, [e] che Pavelić alloggiasse con un ex-ministro del governo nazista rumeno[49].

Poi, verso la fine del 1946, resosi quel luogo nel frattempo poco sicuro, Pavelić decise nuovamente di trasferirsi altrove, a quanto pare proprio presso l’Istituto croato di San Girolamo degli Illirici, dove, tra l’altro, furono ospitati anche i suoi familiari ed il genero, il generale ustascia Vilko Pečnikar[50]. Nel gennaio del 1947, Pavelić cambiò di nuovo rifugio trovando ospitalità, per qualche tempo, nel convento di S. Sabina situato «nel recinto murario extraterritoriale posto sulla riva sinistra del Tevere, sul Lungo Tevere Aventino», sede della curia generalizia dell’ordine domenicano, dove stabilì la sua dimora fino al mese di marzo di quello stesso anno, come del resto è suffragato anche dal dispaccio stilato dagli agenti del controspionaggio americano, i quali riferirono che il poglavnik ustascia

Nella primavera del 1946 si recò in Italia a Roma accompagnato da una persona ignota (probabilmente potrebbe essere il Tenente Ustascia Dosen) e vestito con gli abiti di un prete cattolico sotto il falso [sic] nome di “Don Pedro Gonner” lui ha vissuto a Roma in un Collegio cattolico in via Giocomo Belli. [Pavelić] ha un passaporto spagnolo con il nome sovraimpresso che gli fu rilasciato dal Consolato spagnolo a Milano[51].

Nell’estate successiva Pavelić si trasferì in un appartamento situato al secondo piano di via Giacomo Venezian n. 17, scalinata “C” come si legge, del resto, anche nel rapporto dell’agente americano William Gowen a Louis Caniglia del 9 giugno 1947, in cui si afferma quanto segue:

Ante Pavelić si nasconde come un ex Generale ungherese sotto il [falso] nome di “Giuseppe”. Lui porta un pizzetto e porta i capelli tagliati corti ai lati alla maniera di un ufficiale dell’Esercito tedesco.

[…] vive in una proprietà ecclesiastica sotto la protezioneimage del Vaticano, in Via Giacomo Venezian N.ro 17-C, secondo piano. Entrando nell’edificio, si percorre un corridoio lungo e buio. Alla fine del corridoio ci sono due scalinate, una sulla sinistra e una sulla destra. Si deve prendere quella a destra. Sulla destra le stanze sono numerate 1,2,3, ecc. Se Lei bussa una volta o due volte alla porta N.ro 3 aprirà una persona qualunque. Ma se si bussa per tre volte alla porta N.ro 3, si aprirà la porta N.ro 2. Conduce alla stanza dove vive Pavelić, insieme al famigerato terrorista bulgaro Vancia Mikoiloff e altre due persone.

Approssimativamente altri dodici uomini vivono nell’edificio. Sono tutti Ustasha e costituiscono la guardia del corpo di Pavelić.

Quando Pavelić esce utilizza un’auto con una targa del Vaticano (SCV).

Le seguenti persone visitano il convento di tanto in tanto:

a) Ivica Frković, redattore del giornale Ustasha “Hrvatski Narod”;

b) il Dott. Feliks Poljanić, Asst. capo della polizia di Sarajevo;

c) Ciro Kuduia, Colonnello degli Ustasha;

d) il Dott. Vidali, Asst. capo della Polizia di Pubblica Sicurezza Croato-Ustasha;

e) Zvonko Duganić, Asst. capo del Servizio d’Informazioni Croato (vive a Roma,

tel.N. 43302);

f) Peter Simić;

g) il Dott. Lovro Susić, segretario del movimento Ustasha in Italia. Viaggia

frequentemente (Bologna, Roma, Trieste). Vive attualmente a Caserta.

h) Joso Zubić, commissario di polizia di Sarajevo;

i) Husnija Hrustanović giornalista;

j) Zdravko Bjelomarić[52].

Nel frattempo, visto che Pavelić era riuscito a procurarsi un passaporto falso di nazionalità spagnola intestato ad un certo padre Gomez «ministro della religione spagnolo», incominciò a circolare insistentemente una voce secondo la quale il poglavnik ustascia stava ormai meditando una fuga in grande stile verso la penisola iberica con imagel’ausilio di alcuni gesuiti che operavano in Vaticano, i quali si erano premurati finanche di organizzargli il viaggio[53]. Alla fine, dopo varie peregrinazioni, l’11 ottobre 1948, Pavelić riuscì a coronare il suo sogno vagheggiato da tempo, salpando dal porto di Genova provvisto di un adeguato passaporto di copertura che recava il n. 74369 rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale ad un tale Pal Aranyos – un ingegnere di origini ungheresi – che gli consentì di rifarsi una nuova vita nell’Argentina di Perón, come del resto si evince chiaramente anche dal rapporto stilato dall’intelligence statunitense il 2 dicembre di quello stesso anno:

Si riporta che Ante Pavelić il primo capo dello Stato Indipendente della Croazia e criminale di guerra alleato con i Nazisti, è arrivato a Buenos Aires a bordo della nave italiana SS Sestriere che gettò l’ancora […] da Genova, Italia.

Pavelić viaggiò sotto un falso nome non identificato, come un ingegnere, con documenti della Croce Rossa Internazionale. Sulla nave, si camuffò con una lunga barba e baffi. Si dice che si sia tagliato la barba e i baffi, quando giunse a Buenos Aires. […]

Per alcuni mesi prima della sua partenza dall’Italia, Pavelić stette in un convento di Castel Gandolfo vicino Roma, la residenza estiva del Papa. Con l’aiuto di Padre Draganović, si fece in modo che raggiungesse Genova da dove poi si diresse in Argentina[54].

A beneficiare di queste reti di fuga furono anche diversi ex gerarchi nazi-fascisti, tra i quali spiccano due nomi illustri: ci riferiamo a Josef Mengele – il medico del campo di sterminio di Auschwitz, soprannominato l’“angelo della morte” a causa dei suoi efferati esperimenti – e ad Adolf Eichmann[55] il pianificatore della “soluzione finale”, responsabile della sezione IV-B-4 dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich (R.S.H.A.), che si occupava degli affari riguardanti gli ebrei[56].

Inoltre, usufruirono di queste cosiddette “ratlines”, anche il famigerato “macellaio di Lione” Klaus Barbie – che, il 22 marzo 1951, riuscì a far perdere le proprie tracce imbarcandosi sul piroscafo battente bandiera argentina Corrientes, grazie al quale riuscì a rifugiarsi, sotto mentite spoglie, in Bolivia con lo pseudonimo di Klauss Altmann – e l’ex colonnello delle S.S. Walter Rauff, tanto per intenderci l’ideatore delle mostruose camere a gas mobili. Quest’ultimo subito dopo la resa dell’esercito tedesco, ricevette un passaporto di copertura intestato ad un tale Carlo Comte, in virtù del quale riuscì ad affittare, senza dare troppo nell’occhio, un appartamento nella città di Milano dove, però, alla fine di aprile del image1945, fu acciuffato dagli americani e rinchiuso nel carcere di San Vittore. Tuttavia, nel giro di qualche ora – stando alle ricerche effettuate dal cacciatore dei nazisti Simon Wiesenthal – grazie ad un provvidenziale intervento di mons. Giuseppe Bicchierai, segretario dell’allora arcivescovo di Milano card. Ildefonso Schuster, riacquistò di nuovo la libertà, provvedendo subito a far perdere le proprie tracce nascondendosi in alcuni conventi cattolici[57]. Quindi, nel 1949 lasciò l’Italia salpando anch’egli dal porto di Genova insieme alla propria consorte ed al figlio diretto verso la capitale argentina, dove si fermò per alcuni mesi prima di stabilirsi definitivamente nella zona meridionale del Cile[58].

Anche l’allora capitano delle S.S. Erich Priebke riuscì a sfuggire alla giustizia, evadendo dapprima rocambolescamente dal campo di prigionia inglese di Rimini nella notte di Capodanno del 1946 e poi, dopo aver vissuto indisturbato per circa due anni a Vipiteno con la moglie e i suoi due figli grazie all’aiuto fornitogli da un prete italiano di nome don Corradini[59], il 24 ottobre 1948, munito del passaporto di copertura a nome di Otto Pape rilasciato dalla sede romana della Croce Rossa sulla base del visto d’entrata in Argentina garantito dalla Direction argentina de Immigracion Europea, si imbarcò insieme alla propria famiglia dal molo di Genova a bordo del piroscafo “San Giorgio” per recarsi in Argentina[60]. In realtà, di questo traffico illecito di documenti, i servizi segreti americani ne erano perfettamente al corrente, come del resto risulta in modo incontrovertibile dall’inchiesta avviata dal Counter Intelligence Corps, denominata in codice “Operation Circle”, che aveva proprio il compito di localizzare ed eliminare, fra gli altri, i gerarchi fascisti italiani, i criminali di guerra nazisti e i loro collaboratori compresi gli esponenti di punta degli ustascia. Questa indagine minuziosa, inoltre, portò alla luce il coinvolgimento di alcuni dignitari ecclesiastici nella fuga di personaggi di spicco del terzo Reich e del regime ustascia. A tal proposito scrive, infatti, lo storico Matteo Sanfilippo:

Un rapporto di Vincent La Vista per il Dipartimento di Stato americano aveva adombrato già nel 1947 il coinvolgimento del vescovo [Hudal], ma gli americani avevano preferito mettere a tacere la faccenda, finché tra il 1948 e il 1949 si erano resi conto che anche l’Unione Sovietica, nonché potenze minori e di scarsa affidabilità, come l’Argentina e la Siria, beneficiavano di tali movimenti. I servizi statunitensi informarono allora la stampa e contemporaneamente si adoperarono per controllare le vie di fuga, delle quali in seguito si sarebbero serviti […]

Nei mesi successivi [del 1944, Hudal] si mise in contatto con le autorità alleate e poi con quelle italiane, nonché con i vescovi degli Stati Uniti e del Canada, cui raccomandò la sorte dei connazionali desiderosi di emigrare. Nel frattempo si occupò anche dei cattolici tedeschi in Italia, in particolare di quelli nei campi di concentramento alleati. Successivamente estese la sua protezione ai prigionieri tedeschi nelle carceri italiane, francesi, olandesi e britanniche[61].

In tal modo molti individui che si erano macchiati di orribili delitti uscirono silenziosamente di scena lasciando il loro Paese per varcare l’Oceano e rifarsi così una nuova vita in nazioni piuttosto compiacenti, senza pagare alla giustizia il conto dei loro misfatti[62]. In realtà i governi occidentali permisero alle più alte cariche politiche del regime nazista, croato e fascista di poter espatriare indisturbati non soltanto per evitare loro inevitabili processi dai quali non sarebbero usciti di certo indenni, ma soprattutto per poter riutilizzate le preziose informazioni di cui questi ultimi erano in possesso, allo scopo di tenere sotto controllo la minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica.

© Giovanni Preziosi, 2011

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[1] A quel tempo la Segreteria di Stato di Sua Santità era divisa in due sezioni: la prima, denominata “Sezione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari” (A.E.S.), era stata affidata a mons. Domenico Tardini, mentre la seconda, chiamata “Sezione per gli Affari Ecclesiastici Ordinari” (A.S.S.), era guidata da mons. Giovanni Battista Montini. Sebbene i due prelati si fregiavano entrambi del titolo di “Sostituti” della Segreteria di Stato, bisogna rilevare che, Tardini ricopriva la carica di “segretario” in quanto segretario della congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, mentre Montini era chiamato “Sostituto” poiché svolgeva le mansioni di assistente del cardinal segretario di Stato, che in quel periodo era il card. Luigi Maglione. In pratica, a mons. Tardini erano affidate questioni relative all’alta politica, mentre mons. Montini si interessava esclusivamente dell’amministrazione ordinaria.

[2] Nel gergo dei servizi segreti sta a significare la messa in fuga di qualcuno oltre frontiera. Il Sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità, mons. Giovanni Battista Montini, aveva infatti sotto la sua supervisione l’ufficio che rilasciava i documenti per l’espatrio dei rifugiati.

[3] Questa struttura fu sciolta ufficialmente dal presidente Truman il 20 settembre 1945 ed al suo posto fu istituita la Strategic Services Unit che era sotto il controllo del Dipartimento della Guerra. Tuttavia poco dopo anche la S.S.U. fu sciolta e dalle sue ceneri nacque l’attuale C.I.A. Per un ulteriore approfondimento si rimanda alla seguente bibliografia: M. Corvo, The OSS in Italy. 1942-1945. A Personal Memoir, Praeger Publishers, New York. 1989; F. Bradley Smith, The Shadow Warriors: O.S.S. and the Origins of the C.I.A., Basic Books, Inc., New York 1983; R.H. Smith, The Secret History of America’s First Central Intelligence Agency, University of California Press, Berkeley, Los Angeles, London 1972; G.C. Chalou, The Secrets War: The Office of Strategic Services in World War II, National Archives and Records Administration, Washington, D.C. 1992; D.K.E. Bruce, OSS Against the Reich: The World War II Diaries of Colonel David K. E. Bruce, Nelson Lankford, Kent State University Press, Ohio 1991; H. Montgomery Hyde, Secret Intelligence Agent: British Espionage in America and the Creation of the OSS, St. Martin’s Press, New York 1982; W. Casey, The Secret War against Hitler, Washington, D.C., Regnery, Gateway 1988; J.E. Persico, Piercing the Reich: The Penetration of Nazi Germany by American Secret Agents During World War II, Viking Press, New York 1979; J.H. Waller, The Unseen War in Europe: Espionage and Conspiracy in the Second World War, Random House, New York 1996; N.H. Petersen, From Hitler’s Doorstep. The Wartime Intelligence Reports of Allen Dulles, 1942-1945, The Pennsylvania State University Press, University Park, Pennsylvania 1996; B.M. Katz, Foreign Intelligence: Research and Analysis in the Office of Strategic Services 1942-1945, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts 1989; A.W. Dulles, The Craft of Intelligence, Harper & Row, New York 1963; E. Hymoff, The OSS in World War II, Richardson & Steirman, New York 1986.

[4] Dopo la liberazione di Roma Angleton fu inviato in Italia per assumere il comando della Strategic Services Unit, meglio nota come X-2 Branch, ovverosia quella sezione più segreta e indipendente dell’O.S.S. prima e del S.S.U. poi, che si occupava delle cosiddette “Special Operations” con compiti di sabotaggio, legami con i gruppi clandestini all’estero, finanziamento e assistenza a quei movimenti eversivi e gruppi politici che potevano ritornare utili agli interessi americani per operazioni di controspionaggio e infiltrazioni nei servizi segreti nemici (cfr. in merito A. Cipriani – G. Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia, Edizioni Associate, Roma 1991, p. 28; R. Faenza – M. Fini, Gli americani in Italia, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 3-4). Il quartier generale dell’O.S.S. fu installato in via Sicilia, mentre la sede operativa della X-2 fu sistemata presso villa Errazuriz, in prossimità di via Quintino Sella. Al termine della sua missione in Italia, nel settembre del 1947 Angleton fece ritorno negli Stati Uniti dove, sei anni dopo ricevette l’incarico di guidare il servizio di controspionaggio della C.I.A. Tuttavia, nel 1974, fu costretto a rassegnare le dimissioni dopo essere stato travolto dallo scandalo Watergate. Angleton è morto nel 1987 negli Stati Uniti.

[5] Per una biografia completa su William Donovan si rimanda alle seguenti opere: A. Cave Brown, The Last Hero: Wild Bill Donovan, Vintage Books, New York 1984; C. Ford, Donovan of OSS, Little, Brown, Boston 1970; R. Dunlop, Donovan: America’s Master Spy, Rand McNally, Chicago 1982; T.F. Troy, Donovan and the CIA, Frederick, University Press of America, Maryland 1981.

[6] Cfr. E. Caretto, Montini, una scelta americana per l’Italia, in “Corriere della Sera”, 26 agosto 2003. Nel 1932 il frate domenicano di origini belghe, Félix Andrew Morlion, fondò il servizio d’informazioni cattolico denominato “Unione Internazionale Pro Deo” (nota anche come “United People’s Movement”) che, fin dall’inizio, si presentò come una sorta di associazione indipendente per promuovere l’ecumenismo nel mondo fra la giovane classe politica emergente. Fino alla morte del suo fondatore, questa organizzazione pubblicò un bollettino d’informazioni mensile, denominato “United People” diffuso in ben 152 paesi. All’inizio delle sue attività padre Morlion stabilì la base dei suoi uffici a Lisbona, poi, a partire dal 1943, allacciò stretti contatti con i servizi segreti americani, e segnatamente con il capo dell’Office of Strategic Service William Donovan, il quale lo aiutò ad aprire una sezione negli Stati Uniti. Difatti, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, sotto gli auspici di Donovan, la “Pro Deo” trasferì la sua sede centrale a New York. Successivamente, nel 1944, all’indomani della liberazione di Roma, l’Office of Strategic Service inviò padre Morlion nella capitale italiana dove fondò, grazie ad un cospicuo finanziamento americano, l’Agenzia di stampa cattolica internazionale (meglio nota con l’acronimo C.I.P.) e l’università internazionale “Pro Deo”, allo scopo di acquisire informazioni sulla situazione riguardante il fronte tedesco. Queste due organizzazioni − la prima di informazione e di propaganda, la seconda di formazione di quadri cattolici anticomunisti − costituirono nel dopoguerra le due maggiori basi della sua attività politica. Il compito affidato a padre Morlion era quello di organizzare una rete informativa che avrebbe fornito all’intelligence statunitense gli elementi necessari per elaborare regolarmente relazioni riservate da recapitare alla C.I.A. e alla Casa Bianca. Soltanto dopo la riforma della Segreteria di Stato vaticana, decisa nel 1968 da Paolo VI, la rete informativa allestita da padre Morlion fu parzialmente smantellata (vedi in merito C. Palermo, Il papa nel mirino, Editori Riuniti, Roma 1998, pp. 111-112).

[7] Cfr. A. e G. Cipriani, Sovranità limitata, cit., pp. 27-28. Vedi anche il volume di N. Tranfaglia, Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943/1947, Bompiani, Milano 2004.

[8] Cfr. M. Giriodi, Asilo (Diritto di) – (Storia del Diritto), in “Digesto italiano”, vol. IV, parte I, UTET, Torino 1896, pp. 777-781. Vedi anche E. Bernardi, Asilo politico, in “Digesto delle discipline pubblicistiche”, vol. I, UTET, Torino 1987, pp. 421-430; P.G. Caron, Asilo. Diritto canonico e diritto pubblico statuale, medioevale e moderno, in “Novissimo digesto italiano”, vol. I, parte 2, UTET, Torino 1968, pp. 1036-1039; P. Ciprotti, Asilo (diritto di). b) Diritto canonico ed ecclesiastico, in “Enciclopedia del diritto”, vol. II, Giuffrè, Milano 1958, pp. 203-204.

[9] Cfr. Esodo 21,13; Numeri 35,9-34; Deuteronomio 19,5s; Giosuè 20,1-6. Di fronte alla rigidità della legislazione criminale e alla possibilità di errori giudiziari, nella legge ebraica fu introdotto questo correttivo del diritto d’asilo in alcune città franche extraterritoriali, soltanto a scopo cautelativo (cfr. Deuteronomio cap. 19 e Numeri cap. 35). Tanto è vero che chiunque avesse vendicato l’omicidio involontario presso una delle città di rifugio, si rendeva lui stesso colpevole di omicidio. «Colui che colpisce un uomo causandone la morte, sarà messo a morte. Però per colui che non ha teso insidia, ma che Dio gli ha fatto incontrare, io ti fisserò un luogo dove potrà rifugiarsi» (Esodo cap. 21 vv. 12-13).

[10] La soppressione di questo istituto si può far risalire al 1764, anno in cui fu pubblicato anonimo il trattato “Dei delitti e delle pene”, nel quale si afferma: «L’impunità e l’asilo non differiscono che di più e meno, e come l’impressione della pena consiste più nella sicurezza d’incontrarla che nella forza di essa, gli asili invitano più ai delitti di quello che le pene non allontanano». Inoltre, nel 1850, Camillo Benso di Cavour difese a spada tratta le leggi Siccardi introdotte allo scopo di diminuire i privilegi ecclesiastici, le quali prevedevano, tra l’altro, proprio l’abolizione del diritto d’asilo nelle chiese e nei conventi.

[11] A. Riccardi, Pio XII, 2ª ed., Laterza, Bari 1985, pp. 97-99; cfr. anche P. Monelli, Roma 1943, Longanesi, Roma 1945, p. 415 s.

[12] Cfr. in merito il dossier del Counter Intelligence Corps (C.I.C.) su mons. Giovanni Battista Montini contenuto in: N.A.R.A., “Montini Giovanni”, file n. XE204085, Box n. 444, Deposito di documenti investigativi dell’esercito americano, Inscom Dossier, oggetto: “Giovanni Montini”, nota del 30 luglio 1946. Cfr. al riguardo anche M. Aarons e J. Loftus, Ratlines, cit., pp. 67, 94, 125 e sgg.; Cfr. anche il saggio di M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, cit., pp. 185-210. Inoltre su questo argomento vedi anche M.G. Pace, La via dei demoni. La fuga in Sudamerica dei criminali nazisti: segreti, complicità, silenzi, Sperling & Kupfer, Milano 2000; U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 263 e sgg.; Storia illustrata, supplemento al n. 186 del 1973, intitolato La caccia ai criminali nazisti.

[13] Difatti, già dal 24 gennaio 1952, mons. Hudal era stato messo in guardia dall’arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher, il quale aveva comunicato al rettore del collegio “Germanico” che la S. Sede, ormai, lo riteneva troppo compromesso e perciò aveva deciso di rimuoverlo.

[14] La vicenda relativa all’allestimento delle ratlines da parte del vescovo austriaco mons. Alois Hudal e del prete filo-ustascia Krunoslav Stjepan Draganović sono fin troppo note per richiedere un’ulteriore riflessione, pertanto per un maggiore approfondimento si consiglia di consultare la seguente bibliografia: M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, in “Estudios Migratorios Latinoamericanos”, 1999, Vol. 14, n. 43, pp. 185-210 (Ib., Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, d’ora in poi C.E.A.N.A., Final Report, 1999), il quale ha utilizzato le carte del vescovo austriaco conservate nell’archivio del Pontificio Collegio Teutonico di Santa Maria dell’Anima di Roma. La Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina è sorta nel 1997 ed i risultati delle ricerche effettuate, presentati in due Progress Reports ed un Final Report, adesso si possono consultare anche on-line al seguente indirizzo: http://www.ceana.org.ar. U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, Milano 2003; S. Olivastri, Il Vaticano e la seconda guerra mondiale: il caso del Vescovo austriaco Alois Hudal, in “settimanale cattolico”, anno XXV, n. 30, 31 agosto 2003, p. 12; Simón Wiesenthal, The Murderers Among Us, Heinemann, Londra 1967; W. Brockdorff [Alfred Jarschel], Flucht vor Nürnberg. Plane und Organisation der Fluchtwege der NS-Priminenz in “Römischen Weg”, Welsermüuhl Verlag, Munich 1969; G. Sereny, In quelle tenebre, 1974, Adelphi, Milano 1994; L. Farago, Aftermath. Martin Bormann and the Fourth Reich, Pan, Londra 1976, pp. 210-212; H.M. Meding, Flucht vor Nürnberg? Deutsche und Oesterreichen Einwanderung in Argentinien 1945-1955, Böhlau, Colonia 1992; J. Camarasa, Organizzazione Odessa. Dossier sui nazisti rifugiati in Argentina, Mursia, Milano 1998, p. 11; Mark Aarons e John Loftus, Ratlines, Newton Compton, Roma 1993; id., Unholy Trinity. The Vatican, the Nazis and the Swiss Banks, St. Martin’s Griffin, Nueva York 1998, pp. 25-47. Numerosi storici di estrazione cattolica sono persuasi che Hudal, in realtà, fu soltanto un pesce piccolo; questa continua ad essere l’opinione di D. Álvarez – R.A. Graham, Nothing Sacred. Nazi Espionage against the Vatican 1939-1945, Frank Cass, Londra-Portland 1997, pp. 97-100: secondo altri, invece, Hudal fu un informatore dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, ma nessuno gli prestò ascolto in Vaticano e, quello che non è meno importante, Berlino non si fidò mai di lui. Può trattarsi di una sottovalutazione del personaggio, ma P. Blet, R. A. Graham, A. Martini, B. Schneider, in A.D.S.S., voll. X: “Le Saint-Siège et les victimes de la guerre (Janvier 1944 – Juillet 1945)” e XI: “Le Saint-Siège et la guerre mondiale (Janvier 1944 – Mai 1945)”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1980-1981, mostrano che il Vaticano non si fidava affatto di Hudal.

[15] Ivi, pp. 43-44.

[16] A. Hudal, Römische Tagebücher. Lebensberichte eines alten Bischofs, Leopold Stocker, Graz-Stuttgart 1976, p. 21.

[17] Cfr. M. Sanfilippo, Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, cit., Lettera di mons. Hudal al ministro dell’Interno italiano Scelba, 31 agosto 1947, p. 192. Per ulteriori approfondimenti su questa vicenda si possono consultare i fondi depositati presso l’Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di P.S., Divisione AA.GG.RR., Massime, busta 88, Campo di Concentramento di Fraschette – Schedario internati.

[18] Ivi, Hudal Papers 26, Lettera di mons. Hudal a “Eccellenza reverendissima”, 26 ottobre 1947, p. 192.

[19] Cfr. l’articolo di P. Fontana, Accuse senza riscontri credibili, in “Settimanale Cattolico” della Diocesi di Genova, anno XXV, n. 30, 31 agosto 2003, p. 3.

[20] M. Sanfilippo, Il vescovo nero, in “The Vatican Files.net”, 2003. Una versione più breve di questo articolo è apparsa sotto il titolo: A Trieste il vescovo amico dei nazisti, su “Il Secolo XIX”, 14 settembre 2003, p. 9.

[21] Id., German Connection, in “Il Secolo XIX”, 1 agosto 2003, pp. 1 e 8.

[22] Id., Los Papeles de Hudal como fuente para la historia de la migración de Alemanes y Nazis después de la segunda guerra mundial, cit., Hudal Papers 40, Lettera di mons. Hudal a mons. Montini, 5 aprile 1949, pp. 193-194.

[23] Ibidem, Hudal Papers 39, Lettera di mons. Montini a mons. Hudal, 12 maggio 1949, pp. 193-194.

[24] PRO WO 204/1113, Richiesta del Vaticano in data 27 marzo 1946. Citato da U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 387-389.

[25] Per un ulteriore approfondimento sull’operato di padre Draganović, si rimanda alle seguenti pubblicazioni: U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit.; Ivi, C.I.A., Operational Files, Rapporto su Draganović, “1945-1952”, A dangerous and uncompromising extremist, Rapporto del 24 luglio 1952; G. Weber, Argentina: vecchi camerati arruolano mercenari per la Croazia, in “WoZ-die Wochenzeitung” di Zurigo, n. 29, 23 luglio 1993; R. Parodi, Il patto segreto tra ustascia e americani. Mediatore padre Draganović, stipendiato dalla Cia, in “Il Secolo XIX”, 14 settembre 2003, p. 9; A. Coppola, L’Argentina apre gli archivi sulla fuga dei nazisti, in “Corriere della Sera”, 29 luglio 2003. Cfr. anche i seguenti documenti: N.A.R.A., fascicolo del Central Intelligence Group di Pavelić, “Pavelić, Ante”, 29 agosto 1947; N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, schedario 173, Cartella “Ante Pavelić”, IRR XE001109, “Pro-memoria” del 10 maggio 1946.

[26] Cfr. in merito United States National Archives and Records Administration (d’ora in poi N.A.R.A.), U.S. Army File, Counter Intelligence Corps, Rome Detachment, Zone Five, APO 512, U.S. Army, Case No. B-4240, Memorandum for the Officer in Charge, subject: “Draganović, Krunoslav Don”, Background Material on Krunoslav Draganović, 10 ottobre 1946; vedi anche N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/54-54/1-4, Schedario 107, Memorandum del 6 novembre 1946, “Draganović Krunoslav Stefano”, 26 novembre 1946; Id., “Father Krunoslav Draganović”, Past Background and Present Activity, appunto stilato dall’Agente Speciale del C.I.C. Robert Clayton Mudd in data 12 febbraio 1947; Ivi, C.I.A., Memorandum from A.C. of S, G-2 (CI) A.F.H.Q. (Allied Forces Headquarters) from A.F.H.Q. Liaison (I.A.I.), November 26, 1947, Subject: “Draganović, Krunoslav Stefano”. Si veda anche il saggio di M. Aarons e J. Loftus, Unholy Trinity: How the Vatican’s Nazi Networks Betrayed Western Intelligence to the Soviets, cit., pp. 88-119 e pp. 308-314 per i riferimenti documentari.

[27] F. Nevistić, El caso del padre Draganović. Una discusión acerca de los valores ideales que termina en un knock-out físico y de propaganda, in “Studia Croatica”, Anno 1967, nn. 24-27.

[28] In un circostanziato articolo scritto da Susan Headden, Dana Hawkins e Jason Vest, si sostiene, inoltre, che anche un altro sacerdote croato, che all’epoca viveva a San Girolamo degli Illirici, era molto attivo nel prestare soccorso a questi personaggi, procacciando loro i documenti falsi necessari per l’espatrio. A sostegno di questa affermazione, i cronisti americani citano un promemoria, recentemente declassificato, che risale al 17 giugno 1946 redatto da un agente dell’Office of Strategic Services, nel quale si sostiene per l’appunto che il prete croato, mons. Ante Golik, stava fornendo denaro e passaporti di copertura agli ustascia. Secondo questo promemoria padre Golik, era ritenuto «il finanziatore principale di ogni residente Croato a Roma, con particolare attenzione alle necessità dei primi membri ustascia». Il promemoria riferiva, inoltre, che agli ustascia veniva corrisposto «un assegno mensile di 6,000 lire a persona [l’equivalente di $ 2,700 odierni], oltre al diritto di ricevere pasti a buon prezzo a San Girolamo». Infine questo rapporto dichiara che «Padre Golik era ritenuto essere vicino al Vaticano» (cfr. N.A.R.A., R.G. 226, documento 183, schedario 29, Rapporto del 17 giugno 1946. Vedi anche Ivi, Military Agency Records, Interallied and Interservice Military Agencies Records, “Other OSS Records Pertaining to Safehaven Operations and Related Matters”, COI/OSS Central Files 1942-1946, Entry 92, Box 29, Folder 170, Rapporto 6495 relativo a Monsignor Ante Golik); vedi anche l’articolo di S. Headden, D. Hawkins, J. Vest, A Vow of Silence: did gold stolen by Croatian fascists reach the Vatican?, in “US News and World Report”, 30 marzo 1998. pp. 34-37.

[29] In effetti il generale della gendarmeria ustascia Vilko Pečnikar, neanche a farlo apposta, era proprio il genero del poglavnik Ante Pavelić avendo impalmato la figlia Visnja. Come scrivono Aarons e Loftus Pečnikar era «un veterano del movimento e organizzatore dei gruppi terroristici di Pavelić prima della guerra. Durante il conflitto raggiunse il grado di generale nella guardia del corpo personale di Pavelić e fu capo anche della brutale gendarmeria che operava in stretta collaborazione con la Gestapo». Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra «Draganović e Pečnikar lavorarono a stretto contatto per riorganizzare il movimento ustascia» ed entrambi gestirono insieme il tesoro degli ustascia. Vilko Pečnikar «manteneva contatti con diverse organizzazioni naziste clandestine e gestiva un sofisticato servizio segreto che collegava i gruppi italiani con quelli austriaci» (cfr. M. Aarons e J. Loftus, Ratlines, cit., pp. 112 e 134)

[30] N.A.R.A, C.I.A. Operational Files, The Organization of the Ustashi Abroad, 4 novembre 1946. Questo documento, reso pubblico dalla C.I.A. nel febbraio del 1998, costituisce una sintesi delle informazioni carpite da fonti iugoslave sulla ramificazione dell’organizzazione degli ustascia in Italia, Austria, Francia e America nell’ottobre del 1946. Per quanto concerne l’operato di Vilko Pečnikar cfr. anche: N.A.R.A, Records of the Army Staff , Record Group 319/631/31/54-54/1-4, schedario 107, Counter Intelligence Corps (CIC) Collection, Records of the Investigative Records Repository (IRR), IRR Case Files, Memorandum, 6 novembre 1946. In un’altra relazione della C.I.A., datata 14 giugno 1948, relativa al movimento della resistenza croata, meglio noto con l’appellativo di Krizari, si sostiene che Mime Rosandić era ritenuto essere uno dei principali organizzatori politici di questo movimento. Altri personaggi di spicco erano: Bozidar Kavran, Lovro Susić ed il luogotenente di Pavelić “Mate” Frković – probabilmente ci si riferisce ad Ivica Frković – ministro dello Stato Indipendente di Croazia dal 1941 fino al 1945. Questi individui erano ufficiali maggiori che organizzarono i Krizari approssimativamente dalla fine della guerra fino al 1948. Degli altri nomi alcuni sono, per ovvi motivi, crittografati (in particolare quel misterioso “Monsignore”), altri invece sembrano essere Krunoslav Draganović che compare nella seconda parte di questo documento, nel quale si afferma per l’appunto che: «È stato accertato che il (Dott.) Krunoslav Draganović è in contatto con almeno un funzionario dell’Ambasciata americana a Roma al quale fornisce rapporti sulle questioni croate. Questi rapporti sono compilati sulla base di informazioni che Draganović raccoglie dai rifugiati che scappano dalla Jugoslavia. Questi rapporti di Draganović sulla situazione interna jugoslava, pertanto, riguardano la resistenza croata, e riflettono il suo proprio profondo [illeggibile] nel campo della scienza politica piuttosto che la realtà corrente. Prezioso dal punto di vista teorico dell’analisi e dell’interpretazione di certi fatti e tendenze, i suoi rapporti indubbiamente vengono meno nel presentare una vera immagine dei tentativi attuali dell’opposizione in Croazia. Recentemente Draganović ha tentato di stabilire un contatto con i leaders locali della C.R.M. [Croatian Resistance Movement], probabilmente perché la sua conoscenza dell’Ambasciata americana ha richiesto informazioni circa l’attività svolta dalla resistenza croata, e si è rivolto naturalmente a Monsignore. Quest’ultimo, [censurato] così decise a malincuore di informare Draganović che un C.R.M. piuttosto bene organizzato esiste davvero. Si sentì il bisogno di estendere la fiducia a Draganović per assicurare che quest’ultimo non potesse in alcun modo impedire il flusso Italia-Austria di personale necessario per i quadri del C.R.M. Perciò, le uniche informazioni valide circa il CRM che Draganović ora può fornire al suo contatto dell’Ambasciata americana sono quelle fornitegli da Monsignore» (cfr. N.A.R.A, C.I.A. Operational Files, declassificato nel febbraio del 1998, Croatian Resistance Movement, Activities of Mime Rosandić, Mate Frković, [illegible], Lovro Susić, Monsignore, et. al., 14 giugno 1948).

[31] Si tratta probabilmente di un refuso in quanto il nome del cancelliere austriaco a cui qui si fa riferimento è quello di Kurt Alois von Schuschnigg (Riva del Garda, 14 dicembre 1897 – Mutters, vicino Innsbruck, 18 Novembre 1977).

[32] Cfr. N.A.R.A., U.S. Army, documento declassificato il 12 settembre 1983, U.S. Army File: Dr. Draganović Krunoslav, s.d. Questo documento fu declassificato in seguito allo scandalo riguardante Klaus Barbie. Sembra aver avuto origine – come del resto quasi tutta l’altra documentazione desegretata dal governo degli Stati Uniti nel 1983 – dal Counter Intelligence Corps dell’Esercito degli Stati Uniti, ma non compare alcuna indicazione riguardo all’autore ed alla data di emissione. Cfr. In merito anche British Public Records Office, War Office Files, WO 204/11574. Si veda in particolare il file dell’intelligence britannica identificato con il titolo: Croatian priest Dominic Mandić as the Vatican representative to San Girolamo. Si veda inoltre N.A.R.A., U.S. Department of Justice, Criminal Division, Klaus Barbie and the United States Government: A Report to the Attorney General of the United States (Washington, D.C., 1983), pp. 136-139; CIA Operational Files, Memorandum from Deputy Director for Plans (CIA) to Deputy Assistant Secretary for Security, Department of State, “Dr. Krunoslav Stepan Draganovich”, January 9, 1968. Il rapporto del 1947 dell’U.S. Army Counter Intelligence Corps relativo al coinvolgimento degli ustascia nella gestione degli affari presso il collegio di San Girolamo degli Illirici, nonché dell’aiuto fornito al leader ustascia Ante Pavelić per farlo fuggire è descritto in S. Headden, D. Hawkins e J. Vest, A Vow of Silence: did gold stolen by Croatian fascists reach the Vatican?, U.S. News & World Report, 30 marzo 1998, pp. 34-37.

[33] N.A.R.A., Appendice a U.S. Department of Justice, Criminal Division, “Klaus Barbie and the United States Government, A Report to the Attorney General of the United States, Agosto 1983, Counter Intelligence Corps, 430th C.I.C. Detachment, City of Vienna, Apo 777 Us Army, “Rapporto di Paul Lyon del 12 luglio 1948”, Rat Line from Austria to South America, paragrafi 2 e 3, App. 481.

[34] P. Lyon, History of the Italian Rat Line, 10 aprile 1950, in U.S. Department of Justice, Criminal Division, “Klaus Barbie and the United States Government, A Report to the Attorney General of the United States, agosto 1983. Per una retrospettiva sul ruolo svolto dal C.I.C. in Austria durante questo periodo, si veda anche J.V. Milano e P. Brogan, Soldiers, Spies, and the Rat Line: America’s Undeclared War against the Soviets, Brassey’s, Washington, DC 1995.

[35] E. Fazzino, «Patto Usa-Draganović». Gowen: «Il prete croato era potente in Vaticano» , in “Il Secolo XIX”, 16 settembre 2003. Si veda, inoltre, anche l’articolo di R. Parodi, Il patto segreto tra ustascia e americani. Mediatore padre Draganović, stipendiato dalla Cia, in “Il Secolo XIX”, 14 settembre 2003, p. 9. Cfr. anche C.I.A., Operational Files, Rapporto su Draganović, “1945-1952”, A dangerous and uncompromising extremist, Rapporto del 24 luglio 1952. Questi archivi includono tutti i documenti che finirono in possesso del Central Intelligence Agency, inclusi quelli che erano in possesso dell’agenzia di Roma del Counter Intelligence Corps che localizzò i fuggiaschi ustascia in Italia dal 1945 al 1948. Questi files includono anche molti documenti che erano originariamente in possesso dell’Office of Strategic Services. Nel corso della deposizione resa, nel dicembre 2005, dall’agente del controspionaggio americano William Gowen, dinanzi alla Corte federale di San Francisco – chiamata a giudicare su una serie di istanze di risarcimento presentate dai sopravvissuti della Shoah nei confronti della Banca Vaticana, lo I.O.R. (Istituto opere di religione), e verso l’ordine francescano – è stato chiamato in causa nell’oscura vicenda ribattezzata “rat-lines”, direttamente l’allora Sostituto delle Segreteria di Stato di Sua Santità, mons. Giovanni Battista Montini, che, stando a questa testimonianza, sarebbe stato al corrente di tutto ciò che il Vaticano stava facendo per favorire l’esfiltrazione di numerosi responsabili dell’Olocausto, nonché delle operazioni per agevolare la fuga in Sudamerica del leader ustascia Ante Pavelić. Difatti, nel giugno 1947, la first lady argentina Eva Perón giunse a Roma, dove ebbe un’udienza privata finanche con Pio XII, annunciando alla stampa che il suo Paese sarebbe stato il primo a ospitare i profughi dell’Europa centrale. In questa circostanza incontrò anche padre Draganović, al quale assicurò il suo aiuto per gli ustascia. «Ho indagato personalmente su Draganović – ha, inoltre, confermato Gowen ai giudici americani – il quale mi ha detto che riferiva tutto a Montini». Addirittura, secondo l’ex ufficiale del Counter Intelligence Corps, in seguito mons. Montini venne a sapere, evidentemente dal capo dell’unità dell’O.S.S. di Roma, James Angleton, con il quale era in ottimi rapporti, che l’unità investigativa che faceva capo a Gowen stava svolgendo le indagini proprio su Pavelić. A quel punto, col chiaro intento di intralciare le indagini, manifestò il proprio disappunto sull’operato di Gowen ai suoi superiori, accusandolo di aver violato la sovranità territoriale del Vaticano, essendo entrato all’interno di edifici ecclesiastici – come il Pontificio Collegio Croato di S. Girolamo degli Illirici – che godevano del diritto di extraterritorialità, per effettuare una perquisizione (cfr. l’articolo di Y. Melman, Tied up in the Rat Lines, in “Haaretz”, 15 gennaio 2006). Nel “memorandum” su Ante Pavelić che Gowen inviò ai propri superiori, il 12 settembre 1947, affermava infatti che: «I contatti di Pavelic sono così alti che la sua attuale posizione è talmente compromettente per il Vaticano che qualsiasi estradizione del Soggetto [Pavelić] darebbe un duro colpo alla Chiesa Cattolica Romana» (N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, Schedario 173, Cartella “Ante Pavelić”, IRR XE001109, Memorandum dell’agente speciale William E.W. Gowen all’Ufficiale in carica del 22 gennaio 1947).

[36] In merito alla vexata quaestio relativa alla fuga degli ex gerarchi nazisti in Argentina e Sud America cfr. U.S. National Archives and Records Administration, I.W.G., Declassified Records, R.G. 263 CIA Records, Records of the Central Intelligence Agency, Nazi Escape Routes to Argentina, vol. 04, R.C. Box 05, Location 2000/06/02; Ivi, Nazi Escape Routes/South America, vol. 04, R.C. Box 05, Location 2000/06/02. Per un quadro d’insieme più organico di tutti i documenti relativi alla seconda guerra mondiale contenuti negli archivi di stato americani, si può visitare il sito internet http://www.nara.gov/iwg/report.html.

[37] Cfr. in merito l’articolo di M. Coglitore, Odessa nera, in “Diario” del 17 settembre 2004; si veda anche U. Barbisan, Sulle tracce dell’Odessa. Mito o enigma del Novecento?, Tecnologos, Mantova 2002 e J. Camarasa, Organizzazione Odessa. Dossier sui nazisti rifugiati in Argentina, Mursia, Milano 1998; S. Wiesenthal, Gli assassini sono tra noi, Garzanti, Milano 1967, pp. 79-96.

[38] Cfr. A. Röpke – O. Schröm, La rete segreta. Vecchi e nuovi nazisti, Traduzione di Riccardo Cravero, Collana Serie Bianca, Feltrinelli, Milano 2002. Vedi anche l’articolo di J. Algañaraz, La Pasionaria nazista. in “Clarín”, 13 Dicembre 1998.

[39] P. Valentino, Nazisti: un angelo custode di nome Gudrun, in “Corriere della Sera”, 16 giugno 2001.

[40] Padre Krunoslav Draganović era il perno e l’ispiratore principale di questa “ratline”, al punto che nel rapporto stilato il 26 novembre 1947 dagli agenti del Counter Intelligence Corps William Gowen e Robert Clayton Mudd, si asserisce che: «[Draganović era] aiutato in questa attività dai suoi numerosi contatti con le Ambasciate e le Legazioni del Sud America in Italia e con la Croce Rossa Internazionale e dal fatto che la Confraternita croata del Collegio di S. Girolamo degli Illirici, dove lui [aveva] il suo ufficio, distribui[va] falsi documenti d’identità agli Ustascia. Con tali documenti e con l’approvazione della Pontificia Commissione di Assistenza ai Rifugiati, situata a Roma in via Piave 41, che [era] pressoché controllata esclusivamente dagli Ustascia, si po[tevano] ottenere passaporti dalla Croce Rossa internazionale, dove Draganović [aveva] il modo per risolvere il loro problema.

[…] fino a poco tempo fa, lui fu aiutato da un certo Elias Ivica, che lavorava nella Pontificia Commissione in via Piave 41 che sembra essere andato via alcuni giorni fa diretto in Sud America con un gruppo di Croati i quali erano, in gran parte, in possesso di documenti falsi» (N.A.R.A., Interagency Working Group, Records of the Central Intelligence Agency, Record Group 263, “Draganović Krunoslav Stjepan”, RC Box 12, Location 2000/06/04, AFHQ Liaison Office I.A.I. – RAAC, Rapporto su Draganović Krunoslav Stefano del Capt. AFHQ, Ref. 3938, 26 novembre 1947). Padre Draganović, infatti, era il responsabile dell’organizzazione clandestina che a Genova si appoggiava alla Delegaciòn argentina de Immigraciòn en Europa, con uffici in via Albaro attraverso la quale si riuscì a far espatriare pezzi grossi del regime nazista del calibro di Eichmann, Mengele, Priebke e Barbie, nonché centinaia di criminali di guerra croati compromessi con l’occupazione nazista. I nuovi documenti resi pubblici dall’U.S. National Archives and Records Administration dimostrano, in modo inconfutabile, il ruolo centrale svolto dal sacerdote croato nell’allestimento dell’organizzazione clandestina, la cosiddetta ratline. Negli anni immediatamente successivi Draganović risulta iscritto finanche nel libro paga dei servizi segreti militari americani con i quali collaborò fino al 1962. Espulso dai quadri segreti militari, venne riarruolato dalla Cia per la quale lavorò fino al 1967 quando, misteriosamente, si rifugiò proprio nella Jugoslavia del comunista dissidente Josip Broz, detto Tito, che lo aveva ricercato per vent’anni come criminale di guerra. Difatti nel rapporto relativo all’operazione di esfiltrazione del criminale di guerra nazista Klaus Barbie, tristemente passato alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “boia di Lione” per aver deportato migliaia di ebrei, fra cui anche numerosi bambini, si legge quanto segue: «È estremamente chiaro che Draganović non era fedele agli Stati Uniti; lui accettò semplicemente le richieste degli Stati Uniti nella misura in cui esse erano confacenti, o avrebbero potuto contribuire [a realizzare] i suoi obiettivi nell’aiutare i suoi compatrioti» (cfr. U.S. Department of Justice, Criminal Division, Klaus Barbie and the United States Government: A Report to the Attorney General of the United States (Washington, D.C., 1983), p. 211. Cfr. anche Uki Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Milano, 2003, pp. 254-256.

[41] C.I.A., Operational Files, Rapporto su Draganović, “1945-1952”, A dangerous and uncompromising extremist, Rapporto del 24 luglio 1952.

[42] Cfr. H.M. Meding, La ruta de los nazis en tiempo de Perón, Emecé, Buenos Aires 1999.

[43] Si veda in merito a questa vicenda la ricerca realizzata da H.M. Meding, German Emigration to Argentina and the Illegal Brain Drain to the Plate, 1945-1955, in “Jahrbuch fuer Geschichte von Staat, Wirtschaft und Gesellschaft Lateinamerikas”, 1992, pp. 397-418.

[44] Cfr. l’articolo di A. Rey e J. Camarasa, Aseguran que 19 criminales ingresaron en el país con su verdadera identitad, in “La Nación”, 10 marzo 1998. Di questi 19 individui, è stato accertato dalla Ceana che cinque approdarono proprio in Argentina. I loro nomi sono; Fridolin Guth, ex membro della Polizia Politica tedesca in Francia, che arrivò in Argentina con un passaporto della Croce Rossa Internazionale, a bordo della motonave “Philippi” che aveva gettato l’ancora dal porto di Genova l’8 ottobre 1948; Erich Mueller, ex alto funzionario del Ministero della Propaganda tedesca giunto in Argentina il 16 ottobre 1950, proveniente da Genova, col passaporto di copertura n. 100.958 a nome di Francisco Noelke; Friedrich Rauch, ex ufficiale delle Waffen SS, transitato in Argentina il 16 febbraio 1948; Gerhard Bohne, giunto in Argentina il 4 aprile 1949, sul piroscafo “Anna C” proveniente da Genova, grazie ad un passaporto rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale a Roma il 24 agosto di 1948 col n. 83.465, vistato del Console argentino a Genova il 7 gennaio di 1949; ed, infine, Eduard Roschmann il quale approdò in Argentina il 2 ottobre 1948, anch’egli a bordo di una nave proveniente da Genova, con un passaporto della Croce Rossa Internazionale rilasciato a tale Federico Wegener, vistato dal Console argentino a Genova il 13 settembre 1948, e firmato dalla Dirección de Migraciones il 2 ottobre successivo (cfr. C. Jackisch, Cuantificacion de criminales de guerra segun fuentes argentinas, Proyecto de investigacion de la CEANA, Informe de Avance, Julio 1998).

[45] F. Bugnion, L’action du CICR pendant la Seconde Guerre mondiale, in “Revue internationale de la Croix-Rouge”, n. 824, 30 aprile 1997, pp. 165-188. Si veda anche la prima versione di questa ricerca pubblicata in “Revue internationale de la Croix-Rouge”, n. 821, settembre-ottobre 1996, pp. 606-611.

[46] Cfr. Uki Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 264-265. Dopo aver trascorso un anno intero negli archivi dell’Hotel de Inmigrantes, il ricercatore argentino è riuscito a risalire ad un vecchio albergo che custodiva, nella stanza B217-1, i fascicoli del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, all’interno dei quali sono stati rinvenuti i documenti di viaggio di alcuni immigrati eccellenti che si rifugiarono in Argentina all’indomani del secondo conflitto mondiale. Rovistando tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco Goñi è riuscito a trovare anche quelle relative a molti gerarchi nazisti, fascisti e ustascia, rintracciando finanche i numeri dei relativi dossier custoditi nell’archivio riservato dell’Hotel.

[47] Il contatto di Draganović in Argentina per questo tipo di operazioni fu Branko Benzon, ex ministro dello Stato Indipendente di Croazia ed ambasciatore croato nel Terzo Reich. Inoltre, tra il 1946 e il 1949, Benzon fu consulente per l’immigrazione iugoslava e croata, facendo parte del corpo dei consiglieri del direttore della Dirección General de Migraciones, Pablo Diana. Secondo quanto scrive nel suo libro Uki Goñi, il numero complessivo dei croati che si rifugiarono in Argentina nel periodo post-bellico ammontava a circa 5.000 unità, «2.000 provenineti da Amburgo, 2.000 da Monaco e 1.000 da Roma. Altre stime indicano una cifra compresa tra 10.000 e 35.000. […] Ciò nonostante, un certosino lavoro di analisi dei dati compiuto sugli elenchi passeggeri sopravvissuti ha permesso di individuare i nomi di 150 persone che lasciarono l’Europa grazie a esso [il fascicolo n. 72513/46 aperto dal frate francescano Blas Stefanić a nome della Caritas croata, n.d.a.]. Almeno dodici di questi individui sono stati definitivamente identificati come criminali di guerra, mentre altri cinque nominativi corrispondono a quelli di noti criminali di guerra. Possiamo quindi ritenere per semplice induzione – conclude il ricercatore argentino – che almeno 200 criminali di guerra entrarono in Argentina grazie a quest’unico fascicolo della Caritas croata» (cfr. Uki Goñi, op. cit., p. 265).

[48] N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, Schedario 173, Cartella “Ante Pavelić”, IRR XE001109, “Pro-memoria” del 10 maggio 1946.

[49] Ivi, Headquarters Counter Intelligence Corps, Allied Forces Headquarters, Apo 512, Rapporto dell’agente speciale del C.I.C. Robert Clayton Mudd, Subject: Present Whereabouts an d Past Background of Ante Pavelić, Croat Quisling, 30 gennaio 1947. Difatti, col favore delle tenebre, alle 3 del mattino del 7 maggio 1945, in seguito all’avanzare delle truppe jugoslave, Pavelić era stato costretto ad abbandonare precipitosamente Zagabria, rifugiandosi nei conventi austriaci di S. Gilgen presso Salisburgo, e di Bad Ischl (cfr. K. Deschner, Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari Editore, Bolsena 1998). Il rifugio romano del poglavnik ustascia a cui si allude in questo rapporto è il Pontificio Collegio Latino-Americano, retto dai gesuiti, che sorgeva nel quartiere Prati a Roma. Citato anche in Mark Aarons e John Loftus, Ratlines, cit., pp. 86-87.

[50] Cfr. N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, Schedario 173, Cartella “Ante Pavelić”, IRR XE001109, “Pavelić Ante”, relazione del 20 giugno 1947; “Summary of Information”, relazione del 9 giugno 1947; “Memorandum for the Officer in Charge”, 15 marzo 1947. Citato anche in Uki Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., p. 272 e p. 440 nota 44.

[51] N.A.R.A, C.I.A. Operational Files, The Organization of the Ustashi Abroad, 4 novembre 1946; cfr. In merito anche il seguente file Pavelitch Ante, CIC Zone 3, Filed Z – [illegible], Yugoslav Anti-Communists, 14 Aprile 1947. Difatti un informatore del Counter Intelligence Corps, aveva riferito all’agente speciale statunitense, Robert Clayton Mudd, che poco tempo prima, Pavelić era riuscito a procurarsi presso il «Consolato spagnolo in Milano un passaporto sotto il nome di don Pedro Gonner. Questo passaporto è pronto per la Spagna ed ha un visto per il Sud America o il Canada» (N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, Schedario 173, Cartella “Ante Pavelić”, IRR XE001109, Rapporto dell’agente speciale del C.I.C. Robert Clayton Mudd, Subject: Present Whereabouts and Past Background of Ante Pavelić, Croat Quisling, 30 gennaio 1947). Cfr. anche Ivi, Telegramma di Key a Smith del 7 gennaio 1947; Memorandum dell’agente speciale William E.W. Gowen all’Ufficiale in carica del 22 gennaio 1947.

[52] N.A.R.A., R.G. 319, 631/31/59/04, schedario 173, U.S. Army File, C.I.C. Information Sheet, Ante Pavelić and other Ustasha personalities, 8 agosto 1947; cfr. anche Ivi, Summary of information, William E. W. Gowen a Louis Caniglia, 9 giugno 1947.

[53] Ivi, CIC Information Sheet, 19 Maggio 1947, e Memorandum for the Officer in Charge, 15 marzo 1947.

[54] Ivi, Reported Arrival of Ante Pavelić in Argentina, 2 Dicembre 1948; si veda in merito alla fuga di Pavelić anche l’altro rapporto del 16 gennaio 1947 ivi contenuto: Shipment of Ustase to South America, 16 gennaio 1947. Inoltre Carlota Jackisch riferisce nella sua ricerca che: «Nella documentazione del Ministero dell’Interno, si è potuto scoprire che il 23 aprile 1957, per mezzo di un radiogramma si comunica al Capo della Polizia Federale che si impegnino le misure per ostacolare l’uscita del paese ad Antonio Serdar o Ante Pavelić, ex-leader del regime ustasha in Croazia.

Pavelić, era entrato col suo nome falso di Antonio Serdar il 6 di novembre 1948, dal Brasile. Presenta all’ingresso il passaporto della Croce Rossa Internazionale NR. 74.369. A dispetto di questo, nella scheda di entrata della Dirección de Migraciones figura col nome di Aranyos, Pal.

Il 4 gennaio 1950 il Segretario della Caritas Croata, dichiara che il costruttore Antonio Serdar, si era stabilito nel paese dal novembre del 1948. Il 20 gennaio dello stesso anno appare un documento dove si certifica che Antonio Serdar effettua con la “Madelem” Soc. Commerciale ed Industriale, lavori di edilizia e cemento e anche montaggio di macchinari. Il 1° febbraio, sempre del 1950, Serdar, Pavelić, richiede il Cl e presenta il passaporto Nº 1156, spedito il 12 dicembre 1944 dal consolato croato di Graz dove risulta chiamarsi Antonio Serdar. Giustifica la sua residenza nel novembre del 1948 con un certificato timbrato dall’Arcivescovato di Buenos Aires.

[…] Il certificato di Serdar in Argentina ha il N. 4.304.761 e fu spedito il 1° febbraio 1950» (Cfr. C.E.A.N.A., Final Report, C. Jackisch, Cuantificacion de criminales de guerra según fuentes argentinas, 1999).

[55] Per un ulteriore approfondimento su Adolf Eichmann si rimanda alle seguenti opere: I. Harel, La casa di via Garibaldi, trad. di Bianca Ugo, titolo originale: The house on Garibaldi street, A. Mondadori, Milano 1976; J. Von Lang, Il verbale. La registrazione degli interrogatori a Adolf Eichmann, Sperling & Kupfer, Milano 1982; H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1992; S. Lauryssens, Diario di un nazista: le confessioni di Adolf Eichmann, Newton & Compton, Roma 2002; E. Rony – S. Brauman, Adolf Eichmann, il gerarca nazista che organizzò lo sterminio degli ebrei, Einaudi, Torino 2003; Y. Lozowick, I burocrati di Hitler: Eichmann, i suoi volenterosi carnefici e la banalità del male, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2004. Per maggiori delucidazioni circa il processo riguardante Eichmann si possono visitare i seguenti siti internet: http://www.nizkor.org/hweb/people/e/eichmann-adolf/transcripts/; e http://www.nizkor.org/ftp.cgi/people/e/eichmann.adolf/memoire/.

[56] In merito ai particolari relativi alla fuga dei due gerarchi nazisti, Josef Mengele e Adolf Eichmann, si consiglia di consultare la seguente bibliografia: U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., p. 340 e sgg. e p. 449 e sgg.; M. Pearlmann, È lui: Eichmann!, Mondadori, Milano 1961; Eichmann giunse a Roma con un passaporto Nansen, in “Vita”, 30 marzo 1961; C.E.A.N.A., Final Report, C. Jackisch, Cuantificacion de criminales de guerra según fuentes argentinas, 1999; A. Casazza, Le SS della porta accanto, in “Il Secolo XIX”, 31 luglio 2003; Id., Tra i segreti dei gerarchi in fuga, in “Il Secolo XIX”, 10 agosto 2003; Id., La grande fuga in Argentina, in “Il Secolo XIX”, 13 agosto 2003; Id., Un frate francescano “firmò” la fuga da Genova di Eichmann, in “Il Secolo XIX”, 14 agosto 2003.

[57] Cfr. C. Simpson, Blowback: America’s Recruitment of Nazis and Its Effects on the Cold War, Weidenfeld & Nicolson, New York 1988, pp. 92-94 e n. 93-94. Tuttavia Mark Aarons e John Loftus sostengono che, secondo l’ex capo della gioventù nazista Alfred Jarschel, la liberazione di Rauff fu congegnata dai comunisti milanesi i quali avrebbero richiesto come contropartita al gerarca nazista la consegna delle liste degli iscritti al partito fascista italiano che custodiva gelosamente (cfr. Mark Aarons e John Loftus, Ratlines, cit., p. 46). Sulla figura e l’opera dell’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster si veda L. Crivelli, Nell’ora di Barabba. Il cardinale Schuster, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

[58] Cfr. C.E.A.N.A., Final Report, C. Jackisch, Cuantificacion de criminales de guerra según fuentes argentinas, cit.

[59] Cfr. in merito a questa vicenda i seguenti articoli: R. Parodi, Priebke: «Sapevano chi ero mi aiutò la Croce Rossa», in “Il Secolo XIX”, 25 settembre 2003, p. 8; E. Priebke, Priebke: «Petranovic era l’uomo giusto per fuggire dall’Italia», in “Il Secolo XIX”, 21 settembre 2003, p. 7.

[60] Cfr. E. Priebke – P. Giachini, Autobiografia. Vae victis, Priebke, Roma 2003, pp. 143-220; U. Goñi, Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, cit., pp. 314-316. In merito alla vicenda del processo avviato contro Erich Priebke si consiglia la consultazione delle seguenti pubblicazioni: W. Leszl, Priebke, anatomia di un processo, Roma, Editori Riuniti, 1997; R. Katz, Dossier Priebke. Anatomia di un processo, Rizzoli, Milano 1997; C. Del Mazo – S. Micheli, Processo Priebke, Il Mondo, Milano 1997.

[61] Nel maggio del 1947, l’ufficiale americano della Division of Foreign Activity Correlation di stanza a Roma Vincent La Vista, in una circostanziata relazione riferì al ministro degli esteri statunitense George Marshall che «la Santa Sede [era] estremamente preoccupata del progresso comunista in Sudamerica. Per questo motivo appoggiava anche le richieste d’asilo di quelle persone che avevano dei trascorsi fascisti» col preciso intento di creare un adeguato contrappeso in modo da arginare la diffusione del comunismo. M. Sanfilippo, A Trieste il vescovo amico dei nazisti, in “Il Secolo XIX”, 14 settembre 2003, p. 9. Vedi anche Id., German Connection, in “Il Secolo XIX”, 1 agosto 2003, pp. 1 e 8; N.A.R.A., Record Group 59, FW 800.0128/5-1547, Rapporto del Dipartimento di Stato da parte di Vincent La Vista a Herbert J. Cummings “Illegal Emigration Movements in and through Italy”, 15 maggio 1947, p. 10; C.E.A.N.A., Final Report, 1999, F. J. Devoto, Italia como país de transito a la Argentina para Nazis y otros criminales de guerra, Proyecto de investigacion de la Ceana, Informe de avance Febrero 1998; Id., Inmigrantes, refugiados y criminales en la “via italiana” hacia la Argentina en la segunda posguerra, in “Ciclos”, a. X, vol. X, n. 19, 1° semestre del 2000, pp. 151-176; E. Klee, Chiesa e nazismo, Einaudi Contemporanea, Torino 1993, pp 22-25.

[62] Cfr. La Chiesa e la guerra. Documentazione dell’opera dell’ufficio informazioni del Vaticano, Edizioni Civitas Gentium, Città del Vaticano 1944, p. 39.

<p style=”text-align: center;”><a href=”https://escogitur.wordpress.com/2013/03/16/onore-e-gloria-a-mons-richard-williamson-successore-degli-apostoli-e-confessore-della-fede&#8221; target=”_blank”><em><strong>Revisionismo</strong></em><strong> stori</strong><strong>co</strong><em><strong> alla Williamson</strong></em></a>  –  <a href=”https://escogitur.wordpress.com/2013/03/21/chi-e-jorge-bergoglio-loperazione-condor-vileda-e-kissinger-quando-lamerica-del-sud-era-dei-dittatori-made-usa&#8221; target=”_blank”><em><strong>Bergoglio, Vileda e Kissinger</strong></em></a></p>

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