18 ottobre 2013
Ambrose Evans-Pritchard – Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk
Link: http://blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100025783/time-to-take-bets-on-frexit-and-the-french-franc/
14.10.2013
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTIANO ROSA

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

[Le questioni sono distinte: l’appartenza all’unione monetaria implica l’appartenenza all’Unione Europea, non è vero il viceversa, Ndt]

Assistiamo ad un piccolo terremoto in Francia. Un partito schierato per l’uscita dall’euro, per il ritorno al franco francese e per la totale disgregazione dell’unione monetaria ha appena sconfitto il partito al potere [UMP, principale partito di centrodestra nel quale milita l’ex presidente della repubblica N. Sarkozy, Ndt] al ballottaggio nella località di Brignoles.

Non c’è in ballo solo l’euro ma anche la minaccia dell’uscita della Francia dall’Unione Europea, fattore che eserciterà un’influenza politica nell’eventualità di un analogo referendum in Gran Bretagna [il partito conservatore del premier inglese D. Cameron è favorevole ad indirlo nel giro di qualche anno, probabilmente entro il 2017, Ndt ].

Il Front National di Marine Le Pen ha vinto con il 54% dei voti. E’ stata una dura sconfitta per i gollisti dell’UMP che rischiano la scissione se non saranno capaci di individuare un nuovo leader in tempi brevi.

I socialisti del presidente Hollande sono stati sconfitti nella prima tornata elettorale, a causa dei loro tanti militanti che hanno votato per il Front National. I socialisti pensavano che quest’ultimo li avrebbe avvantaggiati dividendo l’elettorato di destra. Si sono resi conto, solo alla fine, dell’errore compiuto.

Il Front National è attualmente il principale partito in Francia con il 24% dei consensi secondo il più recente sondaggio dell’Ifop. Non era mai accaduto, dal dopo-guerra ad oggi, che i due maggiori partiti (UMP e Socialisti) venissero superati. I gollisti (UMP) sono al 22% e i socialisti al 21%.

Mi viene da sorridere ripensando a ciò che mi disse a giugno Marine Le Pen: [http://www.telegraph.co.uk/finance/financialcrisis/10151286/Frances-triumphant-Joan-of-Arc-vows-to-bring-back-franc-and-destroy-euro.html] se vincesse le elezioni presidenziali, come primo atto, annuncerebbe un referendum sull’uscita dall’Unione Europea, invitandomi ad incontrarci l’anno successivo.

“Negozierò sulle questioni per noi irrinunciabili. Se non si giungesse ad una soluzione soddisfacente, chiederò l’uscita. L’Europa è solo un bluff. Da un lato vi è l’enorme potere di popoli sovrani, dall’altro un pugno di tecnocrati.”

Alla domanda su un’uscita immediata della Francia dall’euro, dopo qualche istante di esitazione, mi rispose: “Si, perché l’euro impedisce qualsiasi autonomia nelle scelte di politica economica. La Francia non è un paese che possa accettare di ricevere ordini da Bruxelles”.

I tecnici verrebbero incaricati di pianificare un ritorno al franco. I leaders dell’Eurozona sarebbe chiamati ad una difficile decisione: collaborare con la Francia per concertare l’uscita, coordinando la rottura dell’unione monetaria o attendere fatalmente una disgregazione disordinata.

“Non dobbiamo ascoltare le sirene. L’euro cesserebbe nel momento stesso della nostra uscita, questa è la nostra forza. Cosa farebbero? Invierebbero i carri armati?”

I suoi quattro punti irrinunciabili per restare nell’ Unione Europea sono: l’uscita dall’euro, la re-introduzione dei controlli alla frontiera, la superiorità della legge francese [rispetto alle norme europee, Ndt] e ciò che lei chiama “patriottismo economico”, cioè la possibilità per la Francia di perseguire un “protezionismo intelligente” e salvaguardare lo stato sociale. “Non riesco ad immaginare una politica economica senza il pieno controllo di quella monetaria”.

L’intervista risale a giugno, da allora il Front sta mietendo i maggiori successi elettorali nei cantoni tradizionalmente socialisti, chiara prova che sta avendo successo, anche al di fuori delle proprie enclavi di destra, e divenendo una forza elettorale capace di rappresentare la classe dei lavoratori [classe lavoratrice “bianca”, non vi è alcuna volontà di attrarre l’elettorato di colore, Ndt].

Da qui il nuovo termine coniato dalla stampa francese “Le-penismo di sinistra”. Sta scavalcando a sinistra i socialisti attaccando le banche ed il capitalismo internazionale. Il partito ha da poco accolto tra le sue fila Anna Rosso-Roig, candidata per il partito comunista nelle elezioni del 2012.

Il piano di uscita dall’euro della Le Pen è basato sugli studi degli economisti dell’École des Hautes Études di Parigi, diretta dal professore Jacques Sapir.

Secondo gli studiosi la Francia, la Spagna e l’Italia beneficerebbero di un’uscita dall’euro, potendo riacquistare immediatamente competitività sul versante del costo del lavoro senza anni di decrescita [per riacquistare competitività nei confronti dell’estero, se non si ha la possibilità di svalutare la moneta perché si appartiene ad una unione monetaria, occorre realizzare una svalutazione interna, cioè ridurre i salari con la conseguenza però di deprimere ulteriormente la domanda interna, Ndt].

L’ipotesi alla base del loro studio è che gli squilibri [nella bilancia dei pagamenti, Ndt] fra Paesi del Nord Europa e Paesi del Sud Europa siano giunti ad un punto di non ritorno. I tentativi di ridurli attraverso una deflazione ed il tagli dei salari causerebbe disoccupazione di massa e la perdita di buona parte dell’apparato industriale.

Il professor Sapir ha sostenuto che la soluzione migliore sarebbe uno smantellamento coordinato dell’euro con controlli nei movimenti dei capitali e con le banche centrali impegnate a far convergere le nuove valute verso le quotazioni desiderate. Il modello stima che il marco tedesco ed il fiorino olandese siano rivalutati del 15% rispetto al vecchio euro mentre il franco sia svalutato del 20%. I vantaggi dell’uscita dall’euro sarebbero minori in caso di una disgregazione non concertata e di brusche fluttuazioni delle valute. Si verificherebbe una pesante deflazione in Germania, ma comporterebbe comunque benefici per i Paesi del Sud.

Non ho intenzione di entrare nel dibattito sulla sincerità o meno del Front National nell’aver rimosso le sue istanze antisemite, o se le sue proposte politiche sull’immigrazione e l’integrazione condurranno inevitabilmente ad una resa dei conti con i 5 milioni di francesi musulmani. Questo è un blog che si occupa di finanza.

La mia impressione è che Marine Le Pen abbia una visione più moderata sui diritti degli omosessuali e sull’aborto di quello che dica. Per certi versi è più vicina alle posizioni populiste del politico olandese assassinato Pim Fortuyn che a quelle di suo padre Jean-Marie Le Pen, che si lamenta delle idee “piccolo borghesi” maturate dalla figlia frequentando le scuole di Parigi.

La sua campagna di “de-demonizzazione” sembra stia funzionando. Solamente una minoranza di elettori ancora ritiene che il Front sia “una minaccia per la democrazia”. La Le Pen sta conquistando il consenso di moltissime lavoratrici bianche. Il Front, con una leadership femminile, non è più un partito maschilista bianco.

Se il padre chiamò l’Olocausto un “dettaglio” della storia, lei lo definisce “l’apice della barbarie umana”. Comprendo quanti ritengono ciò puro cinismo. I partiti non cambiano volto così velocemente. Ma così come i consiglieri dei socialisti avevano avvisato Hollande, la situazione è cambiata. Non è più il momento di continuare ad insistere che il Front ha posizioni inaccettabili. Si è aperto un nuovo scenario.

Potrei aggiungere che il Front non ha nulla a che vedere con l’Ukip, essenzialmente nazionalista, di destra, libertario, contro lo stato sociale e a favore del libero mercato. Marine Le Pen è una fiera sostenitrice del modello francese di stato sociale. La sua critica al capitalismo le dona una sfumatura di sinistra. Alcuni chiamano questo atteggiamento nazionalismo socialista degli anni ’30 tendendo verso posizioni populiste.

Critica severamente Washington e la Nato, rivendicando per la Francia una politica di Paese “non schierato” in un mondo multipolare, e rinfaccia al partito gollista UMP di aver venduto l’anima della Francia all’Europa e all’egemonia anglo-americana. “De Gaulle aveva tratti di sinistra e tratti di destra. Noi siamo per entrambi”.

L’ascesa del Front National continua a ricordarci che la lenta crisi politica dell’Europa è lungi dall’aver raggiunto l’apice. La disoccupazione di massa e le conseguenze negative delle politiche di deflazione stanno minando le fondamenta dell’establishment, così come avvenne nei primi anni ’30 sotto il regime del Gold Standard [regime di cambi fissi che coinvolse i principali Paesi del mondo, cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_aureo, Ndt], analoga situazione dell’attuale unione monetaria europea.

La Francia sta soffrendo la stessa lenta agonia di allora, quando accettò stoicamente la politica deflazionistica del premier Pierre Laval. La situazione fu arginata solo momentaneamente. Ma nel 1936 deflagrò con il sostegno del Fronte Popolare, coalizione di sinistra, ed il supporto dei comunisti. Il regime del Gold Standard crollò.

Il Fiscal Compact voluto da Angela Merkel è esattamente una rivisitazione della politica deflazionista di Laval. Non c’è nessuna giustificazione macroeconomica per aver costretto la Francia all’inasprimento fiscale così pesante degli ultimi due anni, spingendo l’economia nuovamente in recessione. Le misure sono state fatte ingoiare alla Francia perché la dottrina dell’Unione Europea prevede solo “austerity” [riduzione della spesa pubblica ed aumento delle tasse con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico, Ndt] (senza controbilanciarla con stimoli monetari [creazione di moneta da parte della banca centrale per facilitare il credito a beneficio di consumatori ed imprese, Ndt]) e perché la Francia ha permesso alla Germania di decidere per tutti.

Possiamo discutere se la politica perseguita sia stata controproducente per l’economia. Ciò che è palese è che abbia frantumato l’assetto politico francese, aprendo le porte al Front National.

E’ ora probabilissimo che il Front abbia la strada spianata nelle prossime elezioni europee nel maggio 2014, un appuntamento perfetto per la loro agenda. Non sarà solo. Gli euro-scettici minacciano l’emiciclo di Strasburgo [sede del Parlamento Europeo, Ndt]. Sarà un altro fattore in gioco.

Le più grandi paure delle elite europee si stanno avverando. E’ solamente colpa loro.

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Francia fuori dall’UE?

Da:
http://www.mattinonline.ch/se-vinciamo-francia-fuori-dallue-le-pen-annuncia-le-proprie-intenzioni-e-chiama-beppe-grillo/

“Se vinciamo Francia fuori dall’UE.” Le Pen annuncia le proprie intenzioni e chiama Beppe Grillo

di RDP – 11 ottobre 2013

FRANCIA – In seguito al risultato del primo sondaggio elettorale in vista dell’europee che vede il Front National in testa, Marina Le Pen annuncia: “Se vinceremo le elezioni usciremo dall’Unione Europea”. E intanto chiama Beppe Grillo.

Marine Le Pen, leader del Front National si dichiara interessata a incontrare Beppe Grillo in vista di un possibile referendum contro l’Unione Europea: “Se Grillo vuole vedermi puo’ chiedermelo. Dobbiamo prendere coscienza che le forze euroscettiche che vogliono il cambiamento devono incontrarsi”.

Le Pen sceglie il M5S e lo chiama al fronte per cercare di costruire un altro tipo di Europa: “I popoli europei devono riprendere la mano, sono loro che hanno diritto alla sovranità, non si può continuare a costruire un’Europa totalitaria, costruita contro di loro. I leader europei hanno il dovere di organizzare un referendum sull’Europa. Penso che non si possono risolvere le cose con quelli che le hanno create”

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Quello che non capisce il povero Bagnai (e i sovranisti)

Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo: Euro al capolinea?

“C’è una linea sottile tra l’avere torto ed essere dei visionari.
Sfortunatamente per vederla si deve essere dei visionari”
(Sheldon Cooper, The Big Bang Theory)

Il libro di Alberto Bagnai (Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur , Roma 2012) è un libro utile sia lo si condivida nelle sue tesi di fondo sia, come nel nostro caso, pur apprezzandone i meriti, si abbiano su punti chiave opinioni diverse.

Il libro è utile in primo luogo perché rappresenta uno sforzo divulgativo di alto livello; ciò consente a molti di potere comprendere il merito di complesse questioni economiche e di potere quindi partecipare a una discussione, sulle sorti dell’Italia, che si vuole ristretta a minoranze tecnocratiche.

In secondo luogo perché è tra i primi, e altrettanto sicuramente lo fa con massima radicalità, che da noi pone la questione della dissoluzione dell’unione monetaria, e propone seccamente l’uscita dall’euro: una posizione che in varia forma ha preso il largo, e oggi molti, in un modo o nell’altro, vi aderiscono, senza avere forse il coraggio dell’estremismo della tesi di Bagnai. Tesi discussa, da almeno due – tre anni, da altri economisti non ortodossi italiani (tra gli altri, Bellofiore, 2010), e comunque ben presente nel dibattito tra gli economisti a livello internazionale. I dubbi sulla sostenibilità dell’euro risalgono per altro alla sua stessa nascita. (Gaffard, 1992; Grahl, 1997; in tempi più recenti Vianello, 2013, e per un inquadramento generale Toporowski 2010 e Wray 2012)

Non era difficile, in verità, predirlo. Durante la fase del cosiddetto SME credibile (dal 1987 agli inizi del 1992), con cambi fissi fra le valute aderenti, situazione allora vista come una sorta di antipasto della moneta unica, le contraddizioni si andarono accumulando sino all’esplosione.

Prima di passare alle nostre osservazioni critiche vanno messi nella dovuta evidenza i punti importanti che il libro mette in luce.

Dice innanzi tutto una cosa sacrosanta. Ogni economia vive di debito. Può essere il debito che l’imprenditore schumpeteriano ottiene dall’autentico banchiere che scommette su di lui, e che si vede ormai poco in giro. Anche il debito pubblico ha i suoi meriti. Basta vedere come nella crisi, benché tutti parlino male del debito pubblico, anche quando la crisi si dice provenga dalla crisi della finanza pubblica, nell’incertezza la caccia è innanzi tutto ai titoli di debito pubblico. Dopo di che giustamente Bagnai dice, attenzione che il debito privato è più rischioso e pericoloso del debito pubblico, e aggiunge, ancora a ragione, il vero problema è il debito estero.

E’ evidente che se c’è un debito c’è un credito. I bilanci dei macro-operatori – il settore privato, il settore pubblico ed il settore estero – sono connessi tra di loro, e tutti e tre insieme danno un saldo nullo. Se, per esempio, il settore estero fosse in pareggio, e se ci fosse un surplus del settore privato, ci deve essere un corrispondente deficit del settore pubblico. Se l’area dell’eurozona avesse un bilancio con l’estero pari a zero (ed è stato grosso modo così fino a un paio d’anni fa, ora il saldo è in leggero attivo), allora, perché ci sia un avanzo del settore privato, questo richiederebbe un bilancio negativo dell’operatore pubblico. Da questo punto di vista, si deve dire, i movimenti per il non pagamento del debito commettono spesso un errore elementare, si dimenticano che non pagare il debito vuol dire non pagare il creditore, ed è rilevantissimo a questo punto chi sia il creditore, e se sia possibile discriminare i creditori; tra i creditori dello stato vi sono spesso famiglie di classe media, non particolarmente ricche. La crisi dell’Europa, come altrove, non è affatto una crisi del debito pubblico ma è semmai una crisi del debito privato scaricata sulle finanze dei governi.

Il terzo punto importante – ed è questo, a noi pare, il fuoco del discorso di Alberto Bagnai – è l’attenzione prevalente, qualche volta addirittura esclusiva, al bilancio con l’estero, cioè alla bilancia dei pagamenti, ma forse più ancora alla bilancia delle partite correnti, e forse più ancora alla bilancia commerciale.

Indubbiamente, si tratta di un punto di vista importante per capire cosa sta succedendo in Europa, e nell’eurozona. Alcuni di noi – Bellofiore, assieme a Joseph Halevi – lo sostennero nel 2005 per un convegno di economisti italiani eterodossi, i quali ritenevano all’epoca che il problema cruciale fosse il Patto di Stabilità e la proposta da farsi la stabilizzazione del disavanzo dello stato. Noi lo vedevamo piuttosto come un’imposizione di natura prettamente politica, tant’è che fu infranto a ripetizione senza che ne subissero conseguenze paesi come la Germania e la Francia, e ritenevamo che i problemi strutturali richiedessero nel medio-termine di concordare, o imporre, un aumento del rapporto disavanzo/PIL in una logica di piano del lavoro. La questione dei disavanzi di partite correnti è sicuramente cruciale per comprendere come si configurano le relazioni tra nazioni e aree regionali in questo continente. Dopo un paio d’anni il tema degli squilibri commerciali interni all’eurozona è entrato nell’orizzonte degli economisti critici prendendosi la rivincita, perché quegli squilibri sono a questo punto diventati per loro il problema, attribuito per di più sic et simpliciter alla moneta unica; come più avanti argomenteremo meglio, questa tesi, che sembra condivisa da Bagnai, a noi pare una semplificazione eccessiva, come hanno ben messo in evidenza, in un loro recente saggio, Simonazzi (et al. 2013)1.

Alberto Bagnai nel suo libro disegna molto bene la situazione squilibrata dell’economia europea, per cui c’è un’area, grosso modo il Centro Nord, in attivo sistematico, difeso ferreamente, e c’è l’area dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia), il Sud Europa più l’Irlanda, che invece è in passivo. Bagnai quasi identifica la prima area con la Germania, si tratta invece della Germania con i suoi “satelliti”, una cosa un po’ diversa ora che anche quel blocco sta disgregandosi. E’ vero comunque che ereditiamo una divisione dell’Europa in due blocchi, da un lato quelli che esportano più di quanto importano, non solo all’esterno ma anche all’interno dell’area, e dall’altro quelli che importano più di quanto esportano. Tra i satelliti vi erano, almeno fino a poco tempo fa, l’Olanda, il Belgio, cui si aggiungevano la Svizzera e la Danimarca, che però stanno fuori dall’euro, vi erano poi l’Austria, la Finlandia, e ancora la Svezia che è fuori dall’euro. Bagnai chiarisce gli effetti devastanti di questa frattura, come questa divisione in due esistesse prima della nascita dell’euro, come sia stata aggravata dalla moneta unica.

Un quarto punto, infine, è il giusto rilievo dato da Bagnai al divorzio Tesoro-Banca Centrale del 1981, come un vero e proprio spartiacque nella storia italiana recente. Tale decisione – il divieto per la Banca centrale di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro e il ricorso quindi, senza salvagenti, al mercato finanziario per finanziare lo Stato, con il conseguente aumento vertiginoso dei tassi d’interesse – è, infatti, assimilabile alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana. Un evento catastrofico nelle sue conseguenze, all’origine dell’esplosione del debito pubblico, un segno del cambio di regime, assieme alla sconfitta alla Fiat nel settembre-ottobre 1980, che sanzionò la svolta nei rapporti di forza tra le classi, nel senso che “chiuse” i primi conti di una strategia di normalizzazione iniziata a metà degli anni Settanta, aprendo così la nuova fase.

Le nostre osservazioni critiche riguardano in primo luogo la storia dell’esperienza dell’euro come è ricostruita da Bagnai. Prima è utile ricordare che nell’analisi e nella proposta di Bagnai un concetto cardine, assieme all’indipendenza o meno della Banca Centrale, è la sovranità monetaria ed è per lui il criterio con cui analizzare le diverse fasi della storia economica italiana recente: prima e dopo la perdita della sovranità monetaria, a causa dell’adesione all’euro, e, durante le diverse fasi della partecipazione allo SME.

La differenza di valutazione nasce da una diversa idea dell’unità d’analisi necessaria a comprendere quanto è accaduto. Il discorso di Bagnai è spesso troppo rinchiuso nel contesto dell’eurozona, per di più con una opposizione troppo secca tra la Germania e il resto dei paesi. L’Europa sta nel mondo.

La storia dell’esperienza dell’euro, che va divisa tra il periodo degli albori (1999-2002) e poi la fase di realizzazione (2003 – 2013), appare in questa prospettiva alquanto diversa. Il disegno della moneta unica è un progetto francese, non tedesco. E’ un progetto costruito nel mondo di prima, non la risposta alla caduta del muro. L’idea dietro il trattato di Maastricht la superiorità del capitalismo europeo- continentale contro quello USA, salta in aria tra il 1992 e il 1993 proprio a causa della caduta del muro. Come l’Araba Fenice, è risorta dalle sue ceneri qualche anno dopo per più motivi, tra i quali la relativa debolezza (allora) della Germania e il grande rilancio egemonico del capitalismo USA2. Ciò che bisogna capire è che gli anni Novanta sono un decennio in cui la Germania è rivolta al suo interno, e patisce una qualche debolezza verso l’esterno, e ha dovuto accettare una moneta unica “larga” e non “stretta”, come probabilmente nelle sue intenzioni, cioè comprendente soltanto i suoi satelliti, ed eventualmente la Francia. Costretta a cedere, la Germania ha agito come sempre, dal Trattato di Maastricht alla crisi più recente: “scambiando” ogni passo in avanti verso una unione monetaria più integrata, con la previa imposizione di vincoli stretti sulla finanza pubblica (allora furono, prima i parametri sulla finanza pubblica, poi il Patto di Stabilità, negli anni a noi più vicini il Fiscal Compact). Salvo essere lei stessa, sinora, a infrangerli – non si dimentichi che la stessa ripresa ormai evanescente dell’economia tedesca degli anni più recenti è dovuta in primis a (intelligenti) politiche attive di disavanzo keynesiano in risposta alla crisi del 2008.

Perché andò in questo modo? L’euro riparte perché negli anni Novanta gli Stati Uniti diventano di nuovo un traino dell’economia mondiale, nelle forme contraddittorie della new economy. Sono anni in cui i tassi di interesse, oltre che l’inflazione, declinano, mentre i tassi di crescita degli Stati Uniti forniscono sbocchi alle economie neomercantiliste, come quella tedesca e italiana. In occasione del primo decennio della moneta unica, un attimo prima che la crisi investisse l’Europa, nel 2008, si sono sprecate le iniziative e gli articoli che ne celebravano il successo. Al di là di crederci o non crederci va spiegato per quale motivo la moneta unica è parsa, fino alla crisi, un modello di successo, e per quale ragione l’area europea sia poi sprofondata nella crisi. La nostra tesi, a differenza di quella di Bagnai, è che l’elemento scatenante non sia affatto riconducibile alla bizzarra costruzione dell’euro, per le sue contraddizioni (che ci sono). Non sono stati gli squilibri commerciali, e neanche quelli della finanza pubblica. E’ stata una crisi importata dall’esterno, un rimbalzo violento della crisi globale nata negli Stati Uniti. Una grande crisi del capitalismo. Questo segna una novità enorme. Noi parliamo di una crisi dell’Europa e dell’euro dentro una crisi finale del neoliberismo, cioè dentro una crisi lunga, di quelle che segnano uno spartiacque tra una fase e l’altra del capitalismo: e noi siamo nel bel mezzo della transizione, senza poter intravedere lo sbocco. Ogni parallelo tra un’eventuale uscita dall’euro e svalutazioni precedenti, che è l’argomento centrale di Bagnai sul perché e sul come bisogna uscire dall’euro, è inficiato anche solo per questa considerazione.

La crisi europea non nasce dall’interno, nasce dal crollo del modello di capitalismo anglosassone, il cui centro sono stati gli USA, basato sul consumo a debito e su un certo tipo di finanza. E’ quel modello che ha consentito ai modelli neomercantilisti, che fanno profitti dalle esportazioni nette, di prosperare, trovando sbocchi alle proprie merci. Le due cose vanno in qualche modo legate, e qui il libro ha un buco, non lo fa, ed è un limite non da poco. Non si può replicare che è un’obiezione illegittima, un parlare d’altro. Si parla della cosa stessa.

Infatti, il progetto dell’euro e il suo concreto svolgimento, contraddizioni comprese, sono difficilmente comprensibili senza riferirsi all‘economia reale, all’obiettivo cioè, prima francese, coi campioni settoriali governati politicamente, poi tedesco, con la selezione naturale per via di mercato e di capacità innovativa, di costruzione di un unico capitalismo europeo industriale e manifatturiero che privilegiasse le esportazioni. L’assunto implicito di tale scelta era che la globalizzazione in concreto significasse l’inizio di una guerra commerciale globale per conquistare i nuovi mercati emergenti, nel mentre si doveva consolidare il mercato interno europeo come il “cortile di casa” di questo nuovo capitalismo europeo. Un cortile di casa il cui obiettivo strategico era quello di posporre ogni altra considerazione alla competitività delle sue industrie con una discriminazione interna, verificata sia dalla capacità di ciascuna impresa di occupare il mercato interno che quello globale. In questa prospettiva le bilance commerciali sono sì un indicatore chiave, ma un indicatore, appunto, di una gigantesca e continua ristrutturazione industriale e di ridefinizione del potere di mercato delle singole imprese, non solo in Europa ma a livello globale. In questa prospettiva neomercantilistica e di forzatura sulla competitività si capisce meglio come il destino dell’euro sia fortemente dipendente dall’economia globale, più specificatamente dal livello di sovrapproduzione relativa sia a livello globale sia tra le aree geopolitiche; in questa partita le scelte politiche e istituzionali delle autorità nazionali e sovranazionali hanno un peso rilevante.

Alberto Bagnai propone, con molta coerenza e con molta chiarezza, che è bene uscire dall’euro, senza se e senza ma. Il sottotitolo del suo libro recita: “come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”. Per rispondere alle critiche a questa prospettiva, che non può non dar luogo a una subitanea svalutazione, per valutarne conseguenze e dimensioni, Bagnai ripercorre alcuni degli episodi passati di svalutazione del nostro paese. Lo fa però, di nuovo, quasi come se il quadro storico, il contesto generale e le scelte politiche e istituzionali non contassero. Non è così. La vicenda del cambio del nostro paese è più articolata, e piena di insegnamenti.

E’ utile partire da una crisi in cui la svalutazione non ci fu, la crisi del 1963-1964. Vigeva allora il sistema dei cambi fissi (benché aggiustabili) pattuito a Bretton Woods. Le lotte salariali, conseguenza del pieno impiego nel triangolo industriale seguita agli anni ruggenti del miracolo economico di fine Cinquanta-primissimi Sessanta, rovesciarono in un anno solo il rapporto salario-produttività dal 1950. Eravamo uno stato-nazione indipendente, con sovranità monetaria, e una Banca Centrale non autonoma dal Tesoro, condizioni ottimali nell’ipotesi di Bagnai. Il Governatore della Banca Centrale, malgrado ciò optò per una difesa strenua dei margini di profitto delle imprese per il tramite di una strategia inflazionistica, sostenendola con la tesi che alti profitti significavano alti investimenti, e per questo andavano ristabiliti. L’esito fu un passivo della bilancia commerciale (in verità erano andati in rosso anche i movimenti di capitale, per fughe illegali), che fu assunta come motivazione di una svolta a 180 gradi, verso una deflazione della quantità di moneta, e quindi una caduta degli investimenti, del reddito, dell’occupazione. I capitalisti italiani – questa purtroppo è una storia di lungo periodo e a nostro parere (che qui seguiamo Marcello De Cecco) all’origine delle traversie del nostro paese – hanno avuto un’incapacità di reagire a quel conflitto distributivo in un’ottica di qualche respiro.

A conferma di quanto dice De Cecco, è bene ricordare che, caduto il fascismo, la scuola liberale, sfruttando anche la scelta delle sinistre di lavorare per la ricostruzione del paese senza porre problemi di controllo statale dell’economia, attuò una politica liberista pura, unico paese del dopoguerra, senza porsi un problema di transizione, anzi “volendo consolidare i vecchi rapporti economico-finanziari, all’interno dei gruppi privati e fra tali gruppi e l’apparato statale” (Daneo 1975:155). L’Italia, infatti, spicca, tra i paesi europei destinatari del piano Marshall, per una politica economica a tal punto di rigorosa cautela da provocare le critiche dell’amministrazione americana dei fondi ERP (European Recovery Program). Insomma, nel mentre in Europa si sviluppava il piano Beveridge, in Inghilterra e il piano Monet in Francia, in Italia si attuava un riaggiustamento selvaggio secondo principi liberisti – un ritirarsi dello Stato – motivato dal fatto che la presenza dello Stato in assenza del controllo poliziesco sui lavoratori ed il sindacato era potenzialmente pericoloso. Si determina così un intreccio perverso tra liberismo, proclamato in chiave di controllo sociale, e politiche di freno alla crescita della base produttiva (nel 1946 la produzione industriale fu pari ad un terzo delle possibilità tecniche, Daneo, 1975: 155). La situazione divenne a tal punto ingovernabile – una iperinflazione fuori controllo – che nel ’46 si ebbe un parziale sblocco dei licenziamenti ed una tregua salariale la tregua salariale che aprì la strada, nel ’47, alla svolta deflattiva: la così detta stabilizzazione che si tradusse in una stagnazione produttiva rotta solo negli anni ’50 (Daneo, 1975).

Ciò che si vuole metter in luce è che l’uscita dal fascismo, riaprendo una sia pur timida, ipercentralizzata e fortemente controllata dalla convenienza politica, dinamica tra capitale e lavoro, spinge i gruppi dirigenti a respingere l’idea, affacciata da Togliatti, di un patto di solidarietà nazionale, cioè di una uscita lunga e regolata dalle distruzioni della guerra – come in Inghilterra e Francia -e dalla ingessatura fascista della società e dell’economia italiana. Liberismo significa liquidare l’ingerenza statale fascista e lasciare che il mercato si autoregoli ma, quando l’ipotesi naufraga nella iperinflazione, allora si dà inizio ad una ristrutturazione finanziata dallo Stato e dai fondi ERP (Daneo , 1975), in una ipotesi di rigorosa cautela, sfruttando la moderazione rivendicativa e salariale offerta per favorire la ripresa. L’idea che la rottura con lo stato fascista significasse introdurre i diritti sociali, in corso di affermazione in Inghilterra, veniva esplicitamente scartata; impressionante in uno scritto di Einaudi (1942), il brano riportata da Daneo (1975: 109):

anche là dove la macchina comanda, dove la concorrenza impone al massimo la divisione del lavoro, importa porre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento (…) ponendo un limite al crescere delle città industriali.(…) Se anche ne andrà di mezzo una parte, forse grande, della moderna legislazione sociale di tutela universale e sulle assicurazioni in caso di malattie, disoccupazione, vecchiaia, invalidità, se anche ne usciranno stremate le organizzazioni coattive in cui oggi i lavoratori sono classificati [i sindacati], poco male. Anzi, molto bene, se così avremo ridato agli uomini il senso della vita morale, della indipendenza materiale e spirituale.i

Questo pensiero einaudiano ricorda niente?

Alla metà degli anni Sessanta vivemmo dunque una ristrutturazione senza investimenti. La ripresa dell’accumulazione della fine degli anni Sessanta fu dovuta in primo luogo ad un aumento selvaggio dell’intensità di lavoro, ben rappresentato in film come La classe operaia va in Paradiso. E’ da allora che si è imboccata la via della crisi della grande industria, e dello smantellamento di buona parte della nostra base industriale.

Il secondo grande episodio inflazionistico, in condizioni non poco diverse, è quello degli anni Settanta. Il sistema di Bretton Woods collassa tra il 1971 e il 1972, e l’Italia entra nel mondo dei cambi flessibili tra il 1972 e il 1973, dopo una presenza fugace nel serpente monetario. Gli aumenti di salario superiori agli aumenti di produttività furono accompagnati da una serie di svalutazioni tra il 1973 e il 1979. Quello che, con riferimento al 1974-1975, fu chiamato il processo di disinflazione dell’economia mondiale non fu un processo neutrale rispetto alle classi e non può essere letto solo in termini di economia nazionale. Si poteva scegliere tra diverse modalità e si scelse di fare precipitare ciò che in teoria (con i cambi fluttuanti, in particolare) avrebbe dovuto evitare, una prova di forza interna verso il movimento operaio e sindacale. (Biasco, 1979: 120-123)

Alberto Bagnai ne parla, ma a noi pare non ne chiarisca gli aspetti più significativi: importanti, perché il “successo” di quella manovra, se così lo si vuole chiamare, venne dal tipo particolare di svalutazione che fu praticata, e dal particolare contesto internazionale che la rendevano possibile. Il contesto internazionale era quello di un dollaro che tendeva alla svalutazione rispetto al marco. La scelta politica delle autorità di politica economica fu di agganciarci al dollaro, e dunque di svalutarci rispetto al marco, riducendo l’impatto negativo dal lato delle importazioni (dove la valuta significativa era per noi quella statunitense), massimizzando l’impatto positivo sull’esportazione (la nostra area principale di sbocco essendo al contrario l’area del marco).Ciò consentì di dare una mano alle imprese nel conflitto distributivo con i salari. Una svalutazione “differenziata” e non socialmente neutrale.

L’altra cosa di rilievo che ci pare assente nel libro di Alberto Bagnai è che le svalutazioni degli anni Settanta furono svalutazioni eccedenti quella che era stata l’inflazione passata, e la cosa non si ripeté successivamente. Per questa ragione negli anni Settanta le svalutazioni offrivano subito un vantaggio competitivo alle industrie italiane, cosa che non accadde più in seguito. Per Bagnai la possibilità di un rilancio produttivo a seguito di una inflazione guidata, come secondo lui, sarebbe possibile nel caso di un abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia, è un dato incontestabile. Non fu così allora.

Le imprese italiane, infatti, cosa fecero nella loro grande maggioranza? Fecero, mutatis mutandis, come negli anni Sessanta rispetto alla manovra prima inflazionistica e poi deflazionistica: accolsero con gratitudine l’aiuto, alzarono i prezzi, e si guardarono bene da un impiego del vantaggio competitivo che così era loro temporaneamente concesso per migliorare in modo strutturale e permanente sui mercati esteri, a differenza di ciò che fece ad esempio la Germania. E’ chiaro che una risposta di lungo periodo al conflitto distributivo sarebbe stata l’aumento della produttività attraverso una strategia di investimenti. Negli anni Settanta l’industria italiana usò invece la svalutazione non per aumentare le quote di mercato, ma per aumentare i prezzi, dissolvendone rapidamente i vantaggi senza lasciare un sedimento positivo permanente.

Nel 1976 ci fu un altro picco di svalutazione. Eravamo anche qui uno stato sovrano, con la propria Banca Centrale, non divorziata dal Tesoro. Non di meno dovemmo ricorrere all’FMI, che ci impose (a noi come alla Gran Bretagna) delle condizioni dure. La storia degli anni successivi fu dovuta anche a ciò, oltre alla circostanza che il Partito Comunista Italiano aderì alla politica di solidarietà nazionale. La svalutazione fu, da molti punti di vista, un’occasione persa. E un episodio della normalizzazione e ristrutturazione del “caso” italiano: per quello disegnata, per quello agita.

Gli anni Ottanta sono tutta un’altra storia, divisa per di più in due fasi, se non tre. Il periodo dal 1980 al 1987 è caratterizzato dal fatto che l’Italia, che è entrata nel Sistema Monetario Europeo, vive sì altre svalutazioni, ma queste ultime sono sempre inferiori all’inflazione passata, non consentono perciò alcun recupero del guadagno competitivo, e non permettono di conseguenza alle imprese di proseguire nella strategia accomodante sul terreno del salario. Secondo autori come Giavazzi e Pagano vi sarebbero dei vantaggi nel “legarsi le mani”. Si può così razionalizzare la scelta di aderire allo SME. La Banca d’Italia, in accordo con il Tesoro, era convinta che impedire svalutazioni “competitive” avrebbe imposto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano (il che fu vero, ma in termini di puro adeguamento tecnologico, non di autentica innovazione, come sostiene a ragione Graziani, 2000). E si era per di più convinti, del tutto a torto, come Bagnai dimostra e come tutti dovremmo sapere, che in questo modo si costringeva lo Stato a spendere meno. La spesa sociale corrente iniziava a venire compressa, è vero, ma, al suo posto, cresceva la spesa per interessi, dato il forzato ricorso del governo al finanziamento sul mercato dei titoli, a causa del divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro avvenuta nel 1981, in un decennio di alto costo del denaro. L’aumento del rapporto debito pubblico/PIL è poi da attribuire in larga misura all’andamento del denominatore.

Un’altra cosa che va detta è che in questi anni la situazione del cambio marco-dollaro si è totalmente invertita nella prima metà degli anni Ottanta: è il dollaro che tende a rivalutare, mentre il marco tende corrispettivamente a svalutarsi. La politica della svalutazione differenziata non era più praticabile. C’è un interludio, 1985-87 (un interludio in cui cambia di nuovo la situazione globale sul terreno dei cambi). Dal 1980 al 1985 la lira godeva di una banda di oscillazione più larga di quella concessa agli altri aderenti all’accordo valutario, dal 1985 al 1987 rientra nella fascia ristretta. Si arriva così al periodo dello SME credibile, 1987-1992. Una cosa che va detta, e lo stesso Bagnai a un certo punto del suo libro la ricorda, è che non esiste il mercato libero dei cambi. I cambi sono sempre sporchi, la loro fluttuazione sempre manovrata. Francesco Farina, Adriano Giannola e Ugo Marani all’epoca sostennero, a ragione, che in quel periodo la lira fosse una valuta forte (tanto che premeva sulla fascia superiore, non quella inferiore della banda di oscillazione) perché la Banca Centrale manteneva il tasso d’interesse più alto di quanto sarebbe stato richiesto dalle altre condizioni dell’economia, incluso lo stato della finanza pubblica3. La ratio era, ancora una volta, quella di premere sulla ristrutturazione interna delle imprese e sulla compressione del disavanzo pubblico di parte corrente al netto degli interessi. E così dall’inizio degli anni ’90 che noi viviamo in un universo di avanzi primari del settore pubblico che si accumulano, senza sollievo alcuno della situazione.

In queste vicende ebbe un ruolo significativo l’accordo sulla scala mobile del dicembre del 1975 che tutelava il salario lordo della gran parte dei lavoratori al 100%. Ottima cosa, si dirà. Peccato che era entrato in vigore, da pochissimo, un sistema fiscale progressivo, per cui quando aumentavano i redditi monetari (per esempio i salari, causa l’inflazione elevata, a sua volta favorita dalla svalutazione), aumentava il prelievo fiscale, e dunque il salario reale al netto delle tasse cadeva anche se era tutelato al lordo. Quei soldi cosa sono andati a finanziare? Sono andati a finanziare la ristrutturazione dell’impresa privata, dentro il nuovo quadro di rapporti di forza che si andava delineando. A questo era servita la svalutazione di uno stato sovrano monetariamente.

Insomma, la storia della svalutazione, è una storia complicata: sempre segnata dal rapporto capitale-lavoro, dalle vicende dell’industria e delle banche, dalle scelte autonome di politica economica. E quando non c’era l’euro, l’imposizione si chiamava comunque vincolo esterno.

Arriva il 1992. Non fu una catastrofe, ci dice Bagnai. No, la svalutazione del 1992 non fu una catastrofe: se non per un soggetto. Non che si stesse bene prima (il declino dell’autonomia sindacale data dalla seconda metà degli anni Settanta, e aveva vissuto già gravi colpi come la Fiat o il referendum della scala mobile). Ma certo la pietra tombale sulla scala mobile, per quel poco che ne era rimasto, e l’inizio di una lunga lotta di svuotamento della contrattazione nazionale collettiva, hanno nel 1992 un anno di realizzazione e drammatica accelerazione.

Lamberto Dini, allora Direttore Generale della Banca d’Italia, al convegno dell’AIOTE (associazione degli operatori in titoli esteri) nel Giugno del 1993, invitò le imprese “a trasformare il margine offerto dal più basso valore della lira in un duraturo guadagno di competitività e di quote di mercato, piuttosto che in un effimero recupero di profitti” e definì la manovra come il raggiungimento di “una dinamica del costo unitario del lavoro che seguiti ad essere allineata a quella dei principali paesi concorrenti“, costruendo così i “capisaldi di un circolo virtuoso, che potrà coniugare aggiustamento della bilancia dei pagamenti, rientro dell’ inflazione e stimolo allo sviluppo. Ne conseguirà per l’economia la possibilità di beneficiare anche di una sostenibile tendenza al ribasso dei tassi di interesse reali e di un cambio stabile“. Se l’economia italiana “procederà lungo la strada intrapresa – disse Dini – quella del risanamento della finanza pubblica della moderazione nella dinamica dei redditi, potrà trasformare il trauma della svalutazione in una rinnovata occasione di crescita del prodotto e dell’occupazione”. Su questa base fu costruito l’accordo di concertazione del 1993, ma del circolo virtuoso non ci fu traccia e, dopo due anni, fonti sindacali4 già denunciavano la deriva di quell’accordo nella direzione di una riduzione drastica del peso del monte salari nel reddito nazionale.

“Noi” riacquistammo allora la sovranità monetaria, dice Bagnai. Ma chi è quel “noi”. Il popolo italiano? Lo stato italiano? La svalutazione fece ripartire la piccola impresa (la grande impresa privata entrava in una crisi con pochi margini di respiro, quella pubblica venne di fatto svenduta), e certe regioni del paese. L’inflazione, è vero, non ripartì, perché i salari vennero compressi, complice la concertazione, e perché la torsione verso l’austerità divenne ora sistematica. Il riaggancio all’euro fu comunque dovuto alla ripresa della new economy, alla caduta esogena dei tassi d’interesse, al rallentamento dell’inflazione importata, e così via.

Non sapremmo trovare parole migliori su quella esperienza quelle che pronunciò Augusto Graziani nel 1994 ad un convegno sullo SME – parole che sono di monito a chi veda nell’uscita dall’euro e nella conseguente svalutazione una sorta di “salvezza”:

c’è un altro problema, cioè che questo ritorno a una politica della svalutazione come protezione delle esportazioni e della politica di sviluppo guidata dalle esportazioni è una politica che, da un lato, ha degli effetti diseguali dal punto di vista territoriale sullo sviluppo del nostro paese perché avvantaggia largamente le regioni della piccola e media impresa esportatrici, mentre penalizza tutte le altre regioni che non sono in grado di trarre vantaggio dalla svalutazione. E poi è, ancora una volta, una politica di sostegno all’industria, attraverso la svalutazione e non attraverso l’avanzamento tecnologico. 5

Nel libro di Bagnai, non a caso, vi è un’assenza assoluta di analisi della struttura industriale ed economica europea, prima e dopo l’Unione Europea e la creazione dell’Euro, e delle ragioni geopolitiche, oltre che economiche, del modificarsi dei rapporti interni all’area dei paesi aderenti all’Unione Europea. Analisi, queste, che sono essenziali per spiegare il perché del successo della politica neomercatilista tedesca e la direzione dei processi di ristrutturazione messi in moto dalla nascita dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea (Bellofiore, 2013; Simonazzi, et al, 2013, Bellofiore e Garibaldo, 2011, Garibaldo et al., 2012). In questa prospettiva analitica gli aspetti qualitativi della produzione e il posizionamento relativo dei settori chiave dei singoli paesi nella divisione del lavoro globale e interna all’Unione Europea acquistano un carattere discriminante nel giudicare i margini odierni di una classica manovra di inflazione/svalutazione; di qui i dubbi espressi da Simonazzi (et al, 2013: 670-673) sul fatto che manovrando solo le leve macroeconomiche senza mettere mano a scelte di politica industriale e di politica sociale e del lavoro si possa uscire dalla drammatica situazione attuale.

Il secondo gruppo di obiezioni che facciamo al libro di Bagnai riguarda il ruolo delle tecnocrazie sovranazionali, la BCE in Europa ad esempio, e nazionali, la FED negli USA e quello delle autorità politiche, ad esempio il governo Abe in Giappone. Queste autorità hanno un mandato manifesto, definito per legge, ma anche spesso un’agenda non manifesta, una strategia che discende non solo da una valutazione della realtà ma da un progetto d’intervento trasformativo della realtà.

Proviamo, per esempio, a prendere sul serio Mario Draghi quando dice – in un discorso a Londra del luglio dell’anno scorso – che lui farà whatever it takes per evitare la dissoluzione della moneta unica – al che fa seguire, un po’ come in un film di Scorsese, la battuta “e vi assicuro, sarà abbastanza”. Una cosa a cui nel libro non si presta adeguata attenzione è l’entità del cambiamento istituzionale nell’eurozona, a partire dalla Banca Centrale Europea, almeno dopo Lehman Brothers, cioè dopo il settembre 2008, già con Trichet e poi ancor di più con Draghi. Gli economisti e gli analisti sociali critici, come noi, sono bravissimi a rivelare la massa di contraddizioni delle istituzioni europee in un momento dato, e a dedurne (prendendo a questo punto quel contesto istituzionale come un dato) le catastrofi prossime venture. Solo che quelle contraddizioni medesime, con le crisi che esse stesse provocano, impongono, come dice Soros con la teoria della riflessività, il cambiamento, e quel cambiamento sospende per un po’ la crisi, e la catastrofe viene rimandata. Non succede per caso, o reattivamente. E’ parte della strategia di Draghi, e non solo.

Il meccanismo che Mario Draghi ha costruito tra luglio e settembre dell’anno passato la Outright Monetary Transaction – la promessa di un acquisto illimitato di titoli di stato sul mercato secondario, condizionata alla richiesta esplicita degli stati e, in buona misura, alla loro accettazione di un controllo esterno sulle loro politiche – non sta in piedi. Infatti, nessuno l’ha chiesta (anche se non crediamo che il punto di Draghi fosse allora chiedere più austerità, semmai mettere in sicurezza quanto già gli stati andavano decidendo: come sempre, un gioco sulle aspettative). Se mai venisse davvero messa in opera, se ne rivelerebbero tutte le pecche e i problemi che essa comporterebbe6, come mette in evidenza Stark, uno dei due membri tedeschi dimessisi della BCE a causa della scelta di Draghi. Fino ad adesso è bastato l’annuncio perché la situazione di drammatizzazione sulle sorti dell’euro di un anno fa rientrasse, e gli spread si sgonfiassero rispetto ai livelli di allora. La riflessività degli agenti istituzionali, ma anche privati e le scelte non ortodosse che ne conseguono cambiano la situazione e per esempio può succedere che l’euro, invece di esplodere subito, abbia la possibilità di sopravvivere.

Dal nostro punto di vista questo non rappresenta necessariamente un miglioramento della situazione; Hans-Werner Sinn7 dice che l’unica strada è “muddling through”, cioè tirare a campare, avrebbe detto Andreotti. Tirare a campare in questa situazione vuol dire condannare milioni di persone a una situazione sociale intollerabile.

Draghi utilizza un approccio che può non piacerci, quello secondo cui in Europa le cose cambiano solo grazie alla crisi, e lo gioca all’interno di un sapiente progetto politico volto a favorire la costituzione di un capitale tendenzialmente unificato su scala europea, che impone regole non soltanto ai lavoratori, ma anche alle varie frazioni della finanza e dell’industria dell’area. La Merkel si è alleata a Draghi: ha praticamente licenziato, o accettato il licenziamento (che è la stessa cosa), di due membri tedeschi della BCE provenienti dalla Bundesbank, tra cui Stark. Ci sono forze e idee che si stanno dislocando direttamente su un contesto sovranazionale, europeo. Per questo progetto l’euro è essenziale, e verrà difeso con determinazione. Tale difesa interagisce, e interagirà, con i calcoli strategici della FED, così come con la scelta aggressiva del governo Abe, in Giappone, e la scelta di riequilibrio tra mercato interno e strategia esportatrice del governo cinese, mettendo così in moto nuovi circuiti di riflessività. Questi circuiti interagenti devono fare i conti con una situazione inedita della crisi globale, una situazione nella quale ogni attore rilevante, con un ridimensionamento cinese volto al suo sistema economico, sembra volere ripartire dalla produzione manifatturiera come fattore guida di una strategia espansiva di tipo neomercantile.

La sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari. Senza peraltro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi su base stabile, fuori dalla tempesta, nel lungo termine. Per quanti siano gli sforzi, l’euro non potrà che rimandare la sua fine, se non cambia pelle e natura, o passare, più che attraverso crisi, attraverso catastrofi (basta ricordarsi come si sono costituite le unioni monetarie dollaro e lira: non ne sappiamo abbastanza, ma sospettiamo che non sia troppo diverso per l’unione monetaria marco). La tendenza deflazionistica implicita non solo nella struttura istituzionale della moneta unica come fu disegnata al suo parto, ma anche insita nel disegno di Draghi per spingere ristrutturazione del lavoro, regolazione delle frazioni del capitale, transizione da una visione sostanzialmente confederale a una autenticamente federale, non può reggere a meno che lo sviluppo capitalistico non riparta altrove. Non si vede però oggi chi sia l’acquirente finale di una strategia neomercantile, tanto più che gli Stati Uniti vorrebbero essi stessi tornare a far parte degli esportatori netti. Non si vede delinearsi la forma del nuovo capitalismo. E’ un quadro aperto, e fosco.
Ma il “tempo comprato” – qui vale più l’inglese, buying time, che il nostro tempo guadagnato – da Draghi a favore del progetto dell’euro significa due cose importanti. Ci rammenta che il problema del soggetto su una scala immediatamente europea non può non porsi anche dal lato del lavoro e dei movimenti. Davvero non si capisce perché la sinistra, sia sindacale sia politica, italiana predichi un internazionalismo astratto, parli così tanto di globalizzazione, ma stia chiusa in un recinto di analisi e proposte così strettamente nazionale. Lo stesso è vero per l’atteggiamento degli economisti e degli analisti sociali critici sull’euro: se si cancella l’unione monetaria all’inizio di un ragionamento, non è strano che alla fine un’unione monetaria non esista più nel proprio discorso, e che non si vedano neanche le forze che la perpetuano. Se la categoria chiave del discorso sulla moneta o l’industria o la banca è la nazione, se si pensa che non sia comunque possibile una transfer union, una banking union e così via, è ovvio che l’euro non può sopravvivere. Draghi tutte queste cose le sa benissimo (la sua tesi di laurea con Federico Caffè era critica del progetto di moneta unica!), tant’è che ha definito la moneta unica come un calabrone: non dovrebbe volare ma vola, ha volato. Se vogliamo che continui a volare – l’ha detto, evidentemente, dal suo lato della barricata – si deve produrre un cambiamento strutturale di portata enorme, perché il capitalismo è cambiato, vive una nuova fase, e questo cambiamento avverrà spinto dalle crisi. Una coscienza della sfida analoga latita dal lato del lavoro, dei soggetti sociali, dei movimenti sociali, come ha osservato recentemente anche Brancaccio (2013), anche se il suo ragionamento continua a restare nell’ambito di una prospettiva ancora una volta sostanzialmente nazionale. Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale è di questa natura, ed è sostanzialmente consolatorio.
Se dunque l’euro è difficile che alla lunga possa vivere, così com’è, per le sue contraddizioni interne e se è vero che la determinazione a farlo vivere è nondimeno potente, allora quello che ci attende – per citare una poesia famosa di T.S. Eliot – non è che questo mondo finisca con un bang, cioè con una esplosione, ma con un whimper, con un gemito.
C’era una alternativa alla moneta unica negli anni Novanta? E c’è oggi, nella crisi, qualcosa che non sia il puro semplice ritorno al passato? A metà degli anni Novanta vi era, tra gli economisti, già chi pensava che ci fosse un’alternativa alle monete nazionali, e alla forbice deflazione competitiva (tedesca) versus svalutazioni (italiane), un’alternativa che non fosse la moneta unica. Tutti i limiti dell’euro erano noti ante litteram, basta andarsi a leggere un economista non certo radicalissimo come Jean Luc Gaffard, su Le Monde Diplomatique del 1992. L’alternativa possibile alla moneta unica è quella che i francesi, che sono bravissimi nelle distinzioni, chiamano moneta comune. La differenza tra moneta unica e moneta comune un qualche interesse ce l’ha. La moneta unica è anche circolante tra i cittadini dell’area. La moneta comune è invece soltanto mezzo di pagamento tra le banche centrali aderenti all’unione. Ogni nazione mantiene la sua moneta, i vari aderenti mantengono cambi fissi ma esistono alla bisogna margini di flessibilità. Se c’è uno squilibrio grave che nel medio periodo non possa essere aggiustato dall’espansione dei paesi in avanzo, viene consentita una svalutazione, mentre intanto la Banca Centrale Europea ha il potere di far credito alle aree in crisi, come anche ai governi. Non è un’idea di un’originalità devastante, è l’applicazione all’Europa di un’idea di Keynes del 1944, è il progetto di una qualche Bretton Woods europea. In questo orizzonte aveva scritto cose di grande interesse una marxista solida come Suzanne de Brunhoff (1997).

La nostra convinzione è che una pura e semplice uscita dall’euro non sia la soluzione, che anzi gli effetti domino possono essere gravi, e la pressione per l’austerità che ne risulterebbe più e non meno elevata. Ma non crediamo che cambi il segno di questa uscita dalla moneta unica la pura difesa del lavoro su scala nazionale, o di un’area particolare d’Europa (detto tra parentesi, le contraddizioni dell’euro si ripeterebbero su una scala minore, come se per esempio si volesse costruire l’Europa del Sud). Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica, o della transizione alla moneta comune. L’alternativa vera che abbiamo davanti non ci pare essere quella tra esplosione a breve dell’area dell’euro o ritorno alle valute nazionali in Europa, ma semmai quella tra stagnazione prolungata (funzionale alla ristrutturazione contro il lavoro, contro le donne, contro i soggetti sociali) o lotte transnazionali in grado di imporre un vincolo sociale e un cambio di rotta. La questione autentica non è euro sì euro no, ma come si devono configurare la lotta di classe e le lotte sociali per poter riaprire quegli spazi che oggi non possono non apparire, allo stato delle cose, inesorabilmente chiusi, come in una cappa d’acciaio.

Bibliografia

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De Brunhoff, S. 1997. L’euro, un compromis pour une Europe des marchés, in La monnaie unique en débat, Syros, Paris, pp. 111–25

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De Cecco, M. 2013. Ciò che la Fed dice e ciò che la Fed fa, http://temi.repubblica.it/micromega-online/cio-che-la-fed-dice-e-cio-che-la-fed-fa/?printpage=undefined [ultimo accesso: 31/07/2013]

Farina, F. 1990, La politica monetaria e valutaria della Banca d’Italia e la crescita del debito pubblico, in Giannola-Marani 1990

Gaffard, J. L. 1992. Les dangers d’une monnaie unique. Le Monde Diplomatique, September, http://www.monde-diplomatique.fr/1992/09/GAFFARD/44696 [ultimo accesso: 31/07/2013]

Garibaldo,F., Baglioni, M., Casey, C., Telljohann, V. (a cura di) 2012. Workers, Citizens, Governace. Socio-Cultural Innovation at Work. Peter Lang, Frankfurt

Grahl, J. 1997. After Maastricht: A Guide to European Monetary Union. Lawrence and Wishart, London

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NOTE

1 Si veda anche De Cecco 2012

2 Per uno sviluppo di queste tesi cfr. Riccardo Bellofiore 2013

3 Rimandiamo a Farina 1990, e più in generale al volume di cui quel saggio è parte Giannola-Marani 1990.

4 Si veda Sabattini (1995)

5 Il riferimento è a Graziani (1994)

6 Cfr. De Cecco (2013)

7 Cfr. Sinn (2013)

http://www.inchiestaonline.it/economia/riccardo-bellofiore-francesco-garibaldo-euro-al-capolinea/

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I poteri degli Stati Sovrani dovrebbero essere: Legislativo, Esecutivo, Giudiziario e Monetario. Ma il Nuovo Ordine Mondiale vuole l’unificazione dei sistemi degli Stati

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Con moneta sovrana non si fallisce

Reinhart e Rogoff hanno dato alla stampa un lavoro ( Questa volta e’ diverso)
che dovrebbe descrivere come, nella storia, paesi con moneta sovrana ( o quasi) possano andare in default.
E stilano un elenco che parte dal medio evo ( o giù di li) di paesi e di numeri finanziari che dovrebbero descrivere come sono avvenuti determinati default nei paesi sovrani nel corso dei secoli.
Naturalmente, tutto questo in antitesi con chi dice che la moneta sovrana, cioè la possibilità di emettere moneta senza debito, e’ condizione , non sufficiente, ma necessaria, per la prosperità di un paese.
Dal loro libro emerge che essi non considerano le contingenze nella loro analisi.
Rimetto all’analisi di un altro loro lavoro, ove emergono, attraverso un esame obbiettivo di loro colleghi, le stesse perplessità emerse nel loro ultimo libro.

“Nel 2010, gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno pubblicato il documento, “La crescita in un periodo di debito.”

Il loro risultato principale è che … “i tassi di crescita mediani per i paesi con debito pubblico superiore al 90 per cento del PIL, sono più o meno l’uno per cento inferiore agli altri;
In media i tassi di crescita sono diversi punti percentuali più basso”
I Paesi con un rapporto debito/PIL sopra al 90 per cento hanno un tasso di crescita medio leggermente negativo.

Questa è stata una delle statistiche più citate nel dibattito pubblico durante la Grande Recessione.
“Path to Prosperity budget” di Paul Ryan afferma che il loro studio “ha trovato evidenze empiriche conclusiva che il debito superiore al 90 per cento rispetto all’economia ha un effetto negativo significativo sulla crescita economica.”
La redazione del Washington Post afferma che “il debito su PIL potrebbe continuare a crescere e posizionarsi pericolosamente vicino alla soglia del 90 per cento che gli economisti considerano una minaccia per la crescita economica sostenibile”

E’ una conclusione definitiva? Una risposta è stata quella di sostenere che la causalità sta da qualche altra parte o che la crescita più lenta porta il rapporto debito/PIL ad aumentare.
Josh Bivens e John Irons hanno presentato il caso presso l’Istituto di politica economica.
Ad ogni modo tutto presuppone che i dati siano corretti.
Fin dall’inizio ci sono state lamentele sul fatto che Reinhart e Rogoff non fornivano i dati relativi ai loro risultati (ad esempio, Dean Baker).
Diverse persone che hanno cercato di replicare i risultati sono andati a sbattere contro le pareti, a destra e sinistra, affermando che non poteva essere fatto.

Nel paper “Può un elevato debito pubblico bloccare la crescita economica? Una critica a Reinhart e Rogoff,” Thomas Herndon, Michael Ash, e Robert Pollin della University of Massachusetts-Amherst hanno tentato invano di replicare i risultati. Al che hanno contattato Reinhart e Rogoff per capire se erano disposti a condividere i loro spreadhseet di dati.
Questo ha permesso loro di capire come come i dati “Reinhart e Rogoff” sono stati costruiti.

Scoprono tre questioni principali.
In primo luogo, Reinhart e Rogoff escludono selettivamente anni di alto debito e crescita nella media.
In secondo luogo, usano un metodo discutibile per ponderare i paesi.
In terzo luogo, segnalano l’errore di escludere i paesi ad alto debito e di media-crescita.
Tutti e tre pregiudizi che giocano a favore della loro causa, e senza di loro non si ottiene il loro stesso controverso risultato .

Cerchiamo di approfondire ulteriormente:

Esclusioni selettive.
Reinhart-Rogoff usano il periodo 1946-2009, differenziando l’anno di partenza di riferimento da paese a paese.
Nelle loro fonti dati originali ci sono 110 anni di dati disponibili per i paesi che hanno un debito / PIL superiore al 90 per cento, ma ne usano solo 96 di quegli anni.
Il loro studio non ha rivelato quali anni sono esclusi o perché.

Herndon-Ash-Pollin scoprono che essi escludono l’Australia (1946-1950), Nuova Zelanda (1946-1949), e il Canada (1946-1950).
Questo ha conseguenze, in quanto questi paesi hanno un elevato debito accompagnato da una solida crescita.
Il Canada aveva un debito-PIL di oltre il 90 per cento nel corso di questo periodo e il 3 per cento di crescita. La Nuova Zelanda aveva un debito / PIL di oltre il 90 per cento tra il 1946 e 1951.
Se si considera il tasso medio di crescita del periodo in questione esso è al 2,58 per cento. Se si utilizza solo l’ultimo anno (1951), come fanno Reinhart-Rogoff, il tasso di crescita è al -7,6 per cento.
Questa è una grande differenza, soprattutto considerando quanto pesano i paesi.

Ponderazione non convenzionale.
Reinhart-Rogoff dividono in tanti cassetti i paesi in base al rapporto debito pubblico / PIL.
Poi Prendono la crescita reale media per ogni paese e la mettono in quei cassetti.
Quindi, il tasso di crescita dei 19 anni in cui il Regno Unito vede il rapporto debito/PIL superiore al 90 per cento, viene “mediato” in un unico numero. Questi dati-nazione sono poi mediati, indistintamente da paese a paese, per calcolare il peso medio di crescita del PIL reale.

nel caso in cui non sia chiaro diamo un’occhiata a un esempio.
Il Regno Unito ha 19 anni (1946-1964) sopra al 90 per cento del debito-PIL, con un tasso di crescita medio del 2,4%.
La Nuova Zelanda, nei loro campioni, ha un anno sopra il 90 per cento al PIL con un tasso di crescita di -7,6.
Questi due numeri, 2,4 e -7,6 % ricevono lo stesso peso nel calcolo finale, in quanto media i paesi allo stesso modo. Anche se il Regno Unito ha 19 dati di riferimento in più.

Ora forse non si è voluto dare lo stesso peso ad anni (nota tecnica: Herndon-Ash-Pollin suppongono ci possa esser stata una correlazione seriale).
Forse si è voluto prendere solo dei singoli episodi. Ma questa ponderazione riduce significativamente la media; se si considera il numero di anni si riscontra un tasso di crescita più elevato in presenza di debito oltre il 90 per cento.
Reinhart-Rogoff non citano la loro metodologia, ne i loro criteri di valutazione, nel loro lavoro.

Errore di codifica.
Come Herndon-Ash-Pollin dicono:. “Un errore di codifica nel foglio di lavoro di Reinhart-Rogoff esclude totalmente dall’analisi cinque paesi: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca. [Reinhart-Rogoff]
Ci sono valori mediati nelle linee 30-44 invece di linee da 30 a 49 …
Questo errore nel loro foglio di calcolo … è responsabile di un errore di -0,3 punti percentuali nei tassi di crescita per i paesei inclusi nella categoria con alto rapporto debito/PIL”
Il Belgio, in particolare, ha 26 anni con il debito-PIL superiori al 90 per cento, con un tasso medio di crescita del 2,6 per cento (anche se questo viene contato solamente come un punto in totale dovuto alla ponderazione di cui sopra).

Inizialmente dubitavo della possibilità di un simile errore di codifica, non ci avrei creduto se non avessi toccato l’excel Excel originale.
Uno degli autori è stato in grado di mostrarmelo e potete vedere qui sotto il blue-box Excel con i dati mancanti per alcune formule:
SCREENSHOT DEL FOGLIO EXCEL

Occorre Questo errore per ottenere i risultati che hanno pubblicato e sarebbe stato arduo spiegare il motivo per cui è stato impossibile per gli altri replicare questi risultati senza di esso.
Se questo errore si rivela essere un errore reale, bene, tutto quello che posso sperare è che i futuri storici terranno presente che uno dei pilastri empirici fondamentali che hanno fornito la base intellettuale per il movimento globale verso l’austerità dei primi anni del decennio 2010 si è basato su una formula non aggiornata in una riga di un documento Excel.

Quindi cosa concludono Herndon-Ash-Pollin ? Trovano che “il tasso medio di crescita del PIL reale per i paesi che un rapporto di oltre il 90 per cento del debito-PIL pubblico è in realtà 2,2 per cento, non -0.1 per cento come [Reinhart-Rogoff affermano].”
Per chiarire, trovano il 2,2 per cento se si includono tutti gli anni, se si pesa il numero di anni e se si evita l’errore nell’Excel.
Approfondendo i dati, non sono in grado di trovare un punto in cui la crescita scende velocemente e in modo significativo.

Questa è anche una buona motivazione affinchè si rendano disponibili i dati on-line, per un adeguato controllo preventivo.
Ma oltre a questo, guardando attraverso i dati e considerando come una ipotesi o l’altra posso crollare, diventa abbastanza chiaro che non c’è nessun numero magico là fuori.
Il debito deve essere pensato come una risposta alle circostanze contingenti in cui ci troviamo, con la disoccupazione di massa, una Federal Reserve che cerca disperatamente di raggiungere la soglia zero, e un divario tra ciò che potremmo essere e produrre e ciò che siamo .
Il passato ci guida, ma finora non è riuscito a fornire la prova dell’esistenza di una soglia di emergenza. In realtà, ci dice che un deficit più grande in questo momento sarebbe per noi di grande aiuto.”

http://www.nextnewdeal.net/rortybomb/researchers-finally-replicated-reinhart-rogoff-and-there-are-serious-problems

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17 aprile 2013 | Autore
di Marco Saba e Nicoletta Forcheri
Chi ha il potere di creare moneta LEGALE (cioè obbligatoria) tassa invisibilmente la comunità del potere d’acquisto corrispondente che si arroga. E’ un diritto sovrano, non può essere lasciato ai privati ai quali comunque può essere consentito di emettere moneta complementare a circolazione libera, a CORSO LIBERO, poiché l’uso della stessa non è imposto dallo Stato.
Lo Stato non può imporre ai cittadini, depauperandoli mostruosamente, di adottare una moneta privata per l’assolvimento delle obbligazioni. Si tratta di ALTO TRADIMENTO.
Per capire il sistema bancario, i punti da tener presenti sono tre:
1 – Nascono prima i prestiti dei depositi, il denaro virtuale viene creato dalla banca all’atto del prestito e dopo viene depositato.
2 – Le banche sono principalmente delle creatrici di denaro creditizio (virtuale) e svolgono solo marginalmente l’attività d’intermediazione finanziaria vera e propria.
3 – Le banche non hanno bisogno di percepire anche gli interessi, rubano già l’intero capitale all’atto della creazione del credito. Le banche non pagano tasse sul capitale rubato perché lo mettono al passivo del bilancio realizzando un’evasione doppia.
Se ne desume che le banconote in euro rappresentano un curioso caso di corpo del reato che è anche allo stesso tempo refurtiva e mezzo di riciclaggio.
Nota bene: si salvano solo gli euro metallici a signoraggio statale, contingentati però dall’UE: in Pochi spiccioli all’Italia la dimostrazione la dimostrazione che una decisione della BCE ci strozza nel tetto imposto di emissione di valore da spiccioli pro capite, inusitatamente basso per l’Italia rispetto al pro capite degli altri Stati. Contingentati dalla BCE lo sono anche i titoli del debito pubblico, di cui la facoltà di emissione sarà prossimamente scippata semplicemente agli Stati per regalarla al MES. Il presidente del MES al momento è – in conflitto di interessi? in cumulo di poltrone? – il ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, che è anche il presidente dell’Eurogruppo, subentrando a Juncker che era in carica dal 2005. Il ministro olandese, che è stato nominato dall’Eurogruppo con l’opposizione espressa della Spagna, rompendo con la tradizione che richiedeva l’elezione all’unanimità dei paesi, è lo stesso che ha deciso l’esproprio dei conti ciprioti e la cancellazione pura e semplice dei titoli dei piccoli obbligazionisti della banca olandese SNS nazionalizzata
Si può dimostrare in Tribunale che ogni cittadino è stato derubato di 2 milioni di euro con la truffa della moneta privata e del debito pubblico. Ma la magistratura deve fare quel minimo sforzo che le consente di capire che, poiché tutta la moneta in circolazione è corpo del reato, le transazioni imposte in euro non hanno valore. In sostanza, se usi euro sei un riciclatore. Punto.

Riepilogo: Durante la seconda guerra mondiale, fortemente voluta dall’esponente della mafia bancaria internazionale, il signor presidente Roosevelt, la mafia bancaria si mise d’accordo con la mafia “tradizionale” (criminalità comune organizzata) per organizzare lo sbarco in Sicilia e l’occupazione dell’Italia. La prima cosa che fecero gli americani, schiavi del dollaro privatizzato, organizzarono una bella emissione di moneta falsa per 140 miliardi che fu poi addebitata allo stato facendo mnascere il “debito pubblico” (se lo chiamavano “debito dell’occupante” magari nessuno voleva pagarlo…). Nel 1944 il bilancio dello stato vide l’ultimo anno di attivo. 70 anni dopo, dopo decine di basi militari d’occupazione che contaminano il territorio anche radioattivamente, in piena crisi artificiale ordita dai soliti oligarchi usurai… dimmi tu che facciamo.

Siamo riusciti a rinominare l’oligarchia bancaria come “democrazia”. Siamo in pieno democrazismo totalitario. Democrazismo sancito dai trattati UE laddove prescrivono agli Stati di passare dalle forche caudine dell’oligarchia bancaria (il mercato primario delle banche dealer) per rifornirsi di moneta.

Come si arriva al calcolo che 2 milioni di euro di rendita monetaria a testa sono il risultato della truffa monetaria del sistema bancario in Italia? Il calcolo, per difetto, è semplice: la massa dei titoli del debito pubblico venne usata dalle banche come base di riserva frazionaria nell’area euro che era il 2%. Significa che potevano creare il 98% con il 2% di riserva, e cioè circa 50 volte il valore dei titoli posti a riserva. Quindi le banche hanno creato soldi per 50 volte questo importo e li hanno riciclati prestandoli in circolazione. Il riflusso aggregato dei prestiti rappresenta il loro bottino: capitale + interessi. Limitandoci alla sola cifra di capitale creato di cui le banche si sono appropriate: 50 volte il debito pubblico. 100.000 miliardi di euro oltre a quelli che riescono a strappare agli Stati per i “salvataggi”. E’ scandaloso.

Comunque, la cifra totale risultante la dividi per il numero di abitanti ed ottieni l’importo pro-capite. Quindi, debito pubblico totale moltiplicato per 50 e diviso per il numero di abitanti. Vedete voi quanto viene. Il problema tecnico è il seguente: se le banche decidessero di rimborsare (basterebbe anche nazionalizzarle), non potrebbero farlo emettendo NUOVA moneta, poiché così creerebbero un altro nuovo debito verso la società. Quindi devono rimborsare con i mezzi propri e, siccome abbiamo accertato la criminalità di queste imprese, e quindi non vale la clausola della responsabilità limitata per le imprese criminali, ANCHE I SOCI DELLE BANCHE DEBBONO RIMBORSARE FINO ALL’ULTIMO COL PATRIMONIO PERSONALE.

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17 aprile 2013

mercoledì 17 aprile 2013 Fonte: http://dadietroilsipario.blogspot.it/2013/04/la-francia-stampa-denaro.html

Secondo questo articolo di un giornale economico la Francia potrà stampare denaro:
Operazione segreta: Draghi concede alla Francia la licenza per stampare denaro. Sembra che sarà utilizzato una sorta di circuito bancario ombra per impedire alla Germania di interferire con il salvataggio della Francia.
La Francia, la Germania…..La stampaccia mainstream e non solo usa i nomi delle nazioni quando si parla di salvataggi bancari o politiche del rigore, fingendo di precisare che non sono decisioni prese liberamente, né in nome dei propri cittadini, bensì SU ORDINE DELLA BANCOCRAZIA. I vari Merkel Hollande etc eseguono ordini, ma non dei propri sudditi.

Si usano i nomi delle nazioni come paravento, omettendo di specificare che non si tratta di decisioni, come i tagli e le iniezioni di denaro etc prese a livello nazionale. Eh già
perché è prassi da un po’ di tempo a questa parte considerare i popoli ed il loro circuito bancario come una unica inscindibile entità. Non si salvano le banche francesi, ma il popolo francese, a leggere tanti soloni a servizio o sedicenti indipendenti. Secondo tali analisi, se ne evince la strana idea per cui se le banche vengono rimpinzate di euri il rigore si arresta ed i cittadini possono andare felici a prendere soldi agli sportelli, tanto i soldi poi li tirano dietro.
Come se l’esempio dei Quantitave easing americani non avesse ben chiarito chi abbia beneficiato di tali iniezioni di danaro. Ho la vaga sensazione che tutto questo abbia più che altro a che fare con il sistema Basilea III, il quale dispone che le banche aumentino la riserva dal 2 al 7% e siccome hanno prestato quello che non possiedono ecco perché sono “in rosso” (per semplificare). Vedere anche EUROZONA: decolla il tasso insolvenza nelle banche

Bene, saranno tutti contenti.Il popolo francese sarà salvo. Finalmente la BCE è diventata come la Federal Reserve….il “mostro” Germania è stato sconfitto. La Germania così tignosa nel sostenere che la Bce non può stampare soldi perché così è scritto nello statuto. Cattiva la Germania…manco l’avesse scritto il popolo tedesco questo regolamento.
Un’altro ritornello ricorrente è che la Germania (non le sue banche, tutto il popolo ha scientemente deliberato l’attuale assetto delle cose in Europa) sia fissata con l’austerità per salvare le sue banche. Strano, a giudicare da questo azzardo di Draghi, a beneficiare sarebbero proprio le banche FRANCESI. Ammesso che abbia senso tifare per le banche di una particolare nazionalità, quasi si trattasse di associazioni no profit.

Vedete la luce in fondo al tunnel? Poco importa se tali iniezioni finiscono dritte nelle banche francesi che non credo gireranno i soldi ai loro correntisti…alla gente.
Nell’articolo si parla di una operazione nell’ordine di MILIARDI, pensate che nessuno pagherà per questo nuovo “aiuto”? Se questo è il successo della cosiddetta supervisione bancaria, sfido che Draghi e soci hanno festeggiato….
Intanto Draghi richiama all’ordine i governi….povera Bce, tutto da sola deve fare..
Crisi: Draghi, non puo’ risolverla solo Bce. Governi agiscano (1Upd)
16 Aprile 2013 – 17:17
(ASCA) – Bruxelles, 16 apr – Le risposte anti-crisi non possono essere fornite solo dalla Bce, ma devono arrivare dai paesi membri dell’Eurozona. Lo afferma il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, intervenendo a Strasburgo nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. ”Un ripristino del canale di trasmissione non puo’ dipendere solo dalla Bce, anche i governi devono svolgere il proprio ruolo”.
La Bce, aggiunge, ”non puo’ fare tutto per tutti sempre”. Per questo ”abbiamo bisogno degli altri attori: i governi, la Bei e le banche centrali nazionali”.

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basilea3 stabilisce, come da accordi storici chi deve restare in piedi e chi deve fallire.
naturalmente in piedi devono restare le banche d’affari fallite mentre in bancarotta, per i nuovi criteri di b3 dovranno andarci le solide banche commerciali, consegnando tutti i loro asset sani alle prime. è una colossale azione di pulizia e redistribuzione di ricchezze.
le commerciali dovranno consegnare tutti gli attivi a collaterale delle aziende indebitate con i quali le banche elette rileveranno gli ultimi pezzi importanti dell’economia.

ci resteranno le bancarelle e i mercati domenicali per soddisfare la voglia di impresa..
per chi ancora ne avesse

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La Francia dal 1789 è uno stato sionista e massonico, e certamente l’èlite finanziaria ebraica che vi comanda avrà fatto pressioni su Draghi per stampare gli euri.

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17 aprile 2013 | Autore

Fonte: http://www.ukipmeps.org/articles_649_Farage-You-are-common-criminals.html – Traduzione a cura di Nicoletta Forcheri

• Parlamento europeo, Strasburgo, 17 Aprile 2013

• Oratore:  Nigel Farage MEP, Presidente del Partito per l’Indipendenza di UK (UKIP), Co-Presidente del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (EFD) del Parlamento europeo.

• Dibattito: Situazione attuale a Cipro
Dichiaraizoni del Consiglio e della Commissione – [2013/2603(RSP)]

Trascrizione:

«Anni fa la Thatcher riconobbe la verità del Progetto europeo. Vide che riguardava la distruzione della democrazia degli Stati nazione e la cessione della sovranità a persone che non devono rendere conto a nessuno.

Sapendo che l’euro non avrebbe funzionato, intravide la pericolosità estrema del progetto. Noi dell’UKIP abbiamo la stessa visione e ho tentato negli anni in questo parlamento di prevedere le prossime mosse man mano che il disastro dell’euro si sviluppava davanti ai nostri occhi.
Ma neanch’io, nei miei discorsi più pessimistici, avrei potuto immaginare, Sig. Rehn, che Lei e gli altri della Troika, vi sareste ridotti a comportarvi come volgari criminali e a rubare i soldi dai conti bancari della gente al fine di puntellare questo fallimento integrale che è l’euro.

Avete persino provato a rubare i soldi dei piccoli investitori in violazione totale della promessa che avete fatto nel 2008!

Adesso che è stato creato il precedente, se consideriamo paesi come la Spagna dove i fallimenti aziendali sono del 45% l’anno, possiamo indovinare come avete l’intenzione di affrontare gli altri bailout man mano che si presentano!

Devo dire che il messaggio inviato agli investitori è chiaro e forte: togliete i soldi dall’eurozona prima che tocchi a voi.
Quello che avete fatto a Cipro è di suonare le campane a morto dell’euro. Nessuno nella comunità internazionale avrà più la fiducia di lasciare nella zona i suoi soldi.

E non è forse ironico che il primo ministro russo Dmitry Medvedev parli dei vostri atti dicendo: ‘ Posso paragonarle solo ad alcune delle decisioni prese dalle autorità sovietiche.’?

E poi abbiamo una nuova proposta tedesca che dice che in realtà dovremmo confiscare parte del valore delle proprietà dei popoli degli Stati mediterranei dell’eurozona.

Questa Unione europea è il nuovo comunismo. E’ potere senza limiti. E’ creare un’ondata di disperazione umana e quanto prima verrà spazzata, tanto meglio.

E che dire di questo consesso, di questo parlamento? Il parlamento ha la facoltà di porre la fiducia alla Commissione. Ho messo sul tavolo un dibattito per  una mozione di sfiducia. Mi chiedo se qualcuno di voi abbia il coraggio di ammetterlo e di sostenerlo. Ne dubito fortemente.

E mi viene detto che vi è una nuova Thatcher in Europa e che si chiama Frits Bolkenstein. E ha detto di questo parlamento – badate bene che è un ex commissario, non è rappresentativo né dei cittadini olandesi né di quelli europei: “Il Parlamento europeo è sopravvissuto a una fantasia federalista che non è più sostenibile.”

Come non dargli ragione?”.

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No, gli USA non faranno mai e poi mai la fine della Grecia

di Matthew O’Brien

Non esistono evidenze per cui Paesi come gli USA fronteggino punti di non ritorno sul debito

Avete letto i quotidiani negli ultimi 3 anni? Si? Allora, non esiste chance migliore che voi non siate capitati in qualche analisi che prevedeva per gli USA la fine della Grecia.

Forse perché è da un po’ di tempo che… ricapitoliamo. La versione breve della storia prevede che finiamo in bancarotta. La versione lunga dice che troppo debito pubblico rende i mercati nervosi. Mercati nervosi richiedono maggiori tassi di interesse. Interessi più alti e crescita più debole, entrambi i quali si traducono in un debito più pesante. Il debito più pesante rende i mercati ancora più nervosi. E cosi ci avvolgiamo all’interno di un ciclo che ci conduce al fallimento.

Da quando esistono racconti spaventosi, questo è una di quelli dannatamente spaventosi. Ma è solo una favola. I tassi di interesse non sono saliti e lo stesso vale per il debito; sono caduti a livelli mai cosi bassi nella storia. Certamente, non hanno fermato i cori greci che predicevano come la nostra economia stesse andando verso Hades. Ma quando? Quando il debito raggiunge il 100% del PIL? O il 90%, come Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff hanno affermato?

O l’80%?

Questa era la linea bianca disegnata su un recente paper da David Greenlaw, James Hamilton, Peter Hooper e Frederic Mishkin. Greenlaw & Co. Riguardava una regressione su 20 economie avanzate dal 2000 al 2011 per capire se ci fosse una relazione tra i costi per prendere in prestito e il debito pubblico di un determinato Paese, quello netto e le partite correnti medie a 5 anni comparate con le precedenti. (Glossario: debito lordo, si riferisce all’ammontare totale di debito, inclusi i debiti che il governo deve a se stesso. Il debito netto è l’ammontare tenuto dal pubblico, meno gli asset del governo. Le partite correnti rappresentano il saldo commerciale, che include le esportazioni nette, le importazioni nette e gli investimenti esteri).

Essi hanno trovato un collegamento. Secondo i loro calcoli, il coefficiente per il debito lordo e netto “era altamente significativo per entrambi”, e aumenti per entrambi i debiti dell’1% sul PIL avrebbero incrementato i costi relativi al prestito del 4.5%. Il coefficiente per le partite correnti era anche esso altamente significativo, e una diminuzione dell’1% delle partite correnti rispetto al PIL avrebbero fatto crescere i costi per l’indebitamento del 18%.

Questo è un grosso problema. Non che questa equazione regressiva abbia chi sa quale potere predittivo (gli autori ammettono che non lo ha) o che sopra il 4.5% tutti sono preoccupati; è la dichiarazione stessa secondo cui vale una relazione statistica significativa tra debito e tassi [ad avere una certa influenza, ndt]. Dopo tutto, se Greenlaw & Co. avessero ragione sul fatto che esiste un punto di non ritorno per il debito, allora noi siamo, tecnicamente parlando, fottuti. Il nostro debito/PIL è già al 102% [il riferimento è agli USA, ndt] – abbastanza per rendere i nostri costi per l’indebitamento crescenti, come loro hanno predetto sotto.

Se loro hanno ragione.

https://i2.wp.com/cdn.theatlantic.com/static/mt/assets/business/DebtTippingPoint.pngLoro non ce l’hanno.

PERCHÉ SIAMO SPECIALI.

[le cose stanno per diventare abbastanza complicate, cosi l’editore mi ha costretto a riassumere qualcosa qui. Le 2 conclusioni più importanti: (1) Per i Paesi che possono prestare nella loro valuta, come gli USA, un maggiore debito chiaramente non conduce verso più alti costi causa interessi. (2) Per Paesi che non controllano la loro valuta, come la Grecia, che prende troppo in prestito da stranieri (NON che prende troppo in prestito in generale) questo chiaramente conduce a più alti costi per prendere in prestito. OK, andiamo verso le cose complicate…]

Non tutto il debito creato è uguale. Paesi che prendono in prestito nella valuta che controllano agiscono sotto un differente set di regole. Essi non possono mai finire i soldi per pagare i debiti, poiché possono sempre stamparne quanta necessitano in ultima istanza. Questo non è come dire che realmente lo fanno o che dovrebbero rivolgersi alla stampante per finanziare loro stessi. Però l’opzione di dichiarare di poterlo fare calma i mercati. Dopo tutto, l’inflazione è una perdita molto minore rispetto al default per i creditori. Questo è il motivo per cui è tutto complicato per le nazioni che non prendono in prestito nella valuta che emettono. Loro possono fare default. E questo è uno di quei casi dove le cose che si pensano possono accadere. Invece, come Paul De Grauwe ha sottolineato, Paesi che non hanno la loro propria Banca Centrale, come i membri dell’area euro, possono cadere vittime di crisi di panico auto-realizzate che li spingono in bancarotta. In altre parole, le forze di mercato spingono i tassi di interesse perché temono il default – che allora spinge loro realmente al default. Come se tutti andassero a ritirare i soldi in banca, ma la banca qui è uno Stato.

Rispondiamo a una questione importante. Quanto dei risultati di Greenlaw & Co. sono influenzati dai Paesi dell’area euro che hanno completamente dinamiche del debito differenti rispetto agli Stati non-euro?

Bene, come Paul Krugman ha sottolineato, 12 dei 20 Paesi osservati fanno parte dell’euro, o, come il caso della Danimarca, hanno agganciato la loro valuta all’euro. I rimanenti mostrano dinamiche diverse in merito al discorso del punto di non ritorno sul debito. Spesso dinamiche opposte. Questo è abbastanza semplice per permetterci di non rispettare il loro modello. Il grafico sotto mostra i livelli pre crisi dal loro campione, e mostra gli Stati non-euro in rosso, i Paesi dell’area-euro in verde, e i PIIGS in blue. Prima, almeno, non c’erano differenze tra loro, tranne per il Giappone, che aveva sia molto più debito sia costi per l’indebitamento minori. Né erano notabili relazioni significative debito-tassi di interesse.

Ma quando Lehman fallì, il mondo cambiò. I debiti aumentarono e i costi per l’indebitamento diminuirono, tranne per i PIIGS

[img] http://cdn.theatlantic.com/static/mt/assets/business/GreenlawScatter3.png ][/img]

Decisi di tornare indietro e vedere che tipo di risultati avrei ottenuto osservando i Paesi non-euro e i PIIGS separatamente. Iniziai tentando di ricreare i risultati di Greenlaw & Co. Per tutto il campione dei 20 Paesi nell’arco dei 12 anni considerati – che io ero in grado di elaborare, con qualche minima incongruenza dovuta all’utilizzo di diverse fonti (Non ho trovato i dati IMF sui tassi di interesse per ogni Paese di lungo termine, cosi ho usato quelli OECD per colmare i vuoti). Poi, ho costruito una regressione con gli effetti sui Paesi non-euro considerando una tabella temporale fissa — Australia, Canada, Giappone, Norvegia, Svezia, Svizzera, U.K., e U.S. — dal 2000 al 2011. Ho ottenuto i coefficienti di .00743, .00575, e -0.0695 per il debito lordo, debito netto e le partite correnti, rispettivamente. Nessuno di loro ha mostrato risultati rilevanti, cioè prossime al livello di 95%. (I valori P>t erano 0.13, 0.18, e 0.087).

In parole povere: la nostra equazione per i Paesi non-euro ci dice che un aumento del debito dell’1% sul PIL aumenta il costo dell’indebitamento solo dell’1.3%. E questo risultato, in realtà, non è statisticamente rilevante. In altre parole, non esiste evidenza di un punto di rottura sul debito per gli Stati che prendono in prestito la moneta che emettono.

Per quanto riguarda i problemi economici dell’Europa? I risultati Greenlaw & Co. Dovrebbero condurci li, e dove se no? Bene, in un certo senso. Ho costruito una regressione a intervalli temporali fissi per i PIIGS — Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, e Spagna — dal 2000 al 2011, e ho ottenuto i coefficienti di 0.0605, 0.0209, e -.8952 per il debito lordo, il debito netto e le partite correnti. Il coefficiente per il debito pubblico e le partite correnti era statisticamente significativo (l’ultimo soprattutto), ma questo non vale per il debito netto dal momento in cui i PIIGS hanno più o meno lo stesso ammontare di debito netto e lordo. (I valori P>t erano 0.046, 0.342, e 0). Sono tornato indietro per creare un’altra regressione, questa volta senza considerare il debito netto e ho ottenuto i coefficienti 0.0843 e -0.9157 per il debito pubblico e le partite correnti. Entrambi i dati sono significativi. (I valori P>t erano 0 per entrambi).

Traduzione: la nostra equazione per i PIIGS ci dice che un aumento del debito dell’1% sul PIL aumenta i costi per l’indebitamento dell’8.4% — ma un incremento del deficit delle partite correnti dell’1% induce un aumento dei costi per l’indebitamento del 91%! I PIIGS hanno un serio problema, il problema è quello di prendere troppo in prestito dagli stranieri e non dal fatto che un governo si indebiti troppo in generale. Certamente, queste non sono novità Paul Krugman, tra gli altri, ha mostrato per anni come la crisi dell’euro sia in realtà una crisi della bilancia dei pagamenti che però sembra una crisi del debito a causa della moneta unica.

***
Attenzione economisti che non sopportate le regressioni – stesso discorso per i giornalisti.
La dimensione del mio campione era talmente piccola che i risultati sono a malapena presentabili. Cosi non poni l’attenzione all’evidenza. Concentrati sulla mancanza di evidenze.

Non esiste evidenza alcuna che gli U.S., o qualsiasi altro Paese che prende in prestito nella stessa valuta che controlla, possano fronteggiare problemi di non ritorno del debito nel momento in cui i costi per l’indebitamento andassero fuori controllo. Allo stesso modo non ci sono evidenze che questo sia vero per le traballanti economie europee. I costi per l’indebitamento sono diminuiti per i PIIGS nel 2012 (un anno dopo la conclusione dello studio di Greenlaw & Co.), non perché queste nazioni avessero ridotto il debito, ma perché la Banca Centrale Europea promise di fare “whatever it takes” [qualsiasi cosa, ndt] per salvare l’euro. Uno scudo monetario è più importante di qualsiasi ammontare del debito. La riduzione del debito non è empiricamente urgente come vogliono farci credere.

I cori greci assomigliano più a piccoli pulcini piuttosto che a Cassandra.

Link con i grafici qui :http://memmt.info/site/no-gli-usa-non-faranno-mai-e-poi-mai-la-fine-della-grecia/

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I Margini della Libertà si fanno sempre più ristretti?

SPIACENTE…, LIBERTARI, LA STORIA INSEGNA CHE LA MONETA DIGITALE NON È IL FUTURO!

 
DI MATTHEW ZEITLIN
bloomberg.com

Considerando il fenomeno della valuta digitale, quale è il bitcoin, viene alla mente che in generale ci sono due spiegazioni sull’origine e la storia della moneta: la prima è elegante, intuitiva, ed è quella insegnata in gran parte dei libri di testo introduttivi di economia; la seconda è quella vera.

L’economista finanziario Charles Goodhart, ex membro del consiglio di politica monetaria della banca centrale d’Inghilterra, ha esposto i due diversi punti di vista sull’argomento in un suo scritto del 1998, “The Two Concepts of Money: Implications for the Analysis of Optimal Currency Areas.” (“I due concetti di moneta”: implicazioni nell’analisi di aree valutarie ottimali”, NdT).

Il primo punto di vista, il cosiddetto “M View”, prende il nome dallo storico ed economista austriaco del diciannovesimo secolo Karl Menger, il cui saggio del 1882 “Sull’origine della moneta” non è altro che la tradizionale trattazione di un argomento di discussione iniziato con Aristotele. Nel momento in cui un’agricoltura di sussistenza fa spazio ad economie più complesse, nasce negli individui il bisogno di commerciare: il semplice baratto (otto stai di grano in cambio di una botte di vino) non è più sufficiente, poiché i desideri del compratore non si incontreranno mai con la disponibilità di merci del venditore: se, ad esempio, un mercante arriva in un villaggio con del vino e tutto ciò che un contadino ha da offrire in cambio è del grano, nel caso in cui il primo voglia delle noci, non ci sarà scambio ed entrambe le parti se andranno insoddisfatte. Altrimenti, il contadino dovrà preoccuparsi di andare a cercare un altro mercante con cui scambiare il proprio vino con noci, nella speranza che il primo mercante non si sia nel frattempo spostato in un altro villaggio. Ma, se il mercante ed il contadino hanno la possibilità di utilizzare un altro mezzo, allora lo scambio può avvenire.
Questo mezzo di scambio dev’essere però, come dice Menger, “smerciabile”, inteso come “facilmente trasportabile”, che non si deteriori nel tempo e che possa essere diviso; che si tratti di monete, conchiglie o palline non importa, si adatta allo scopo, come le sigarette nei campi di prigionia e nelle carceri, o i detersivi per il bucato per i trafficanti di droga .
E questo processo, fa notare Menger, avviene senza l’intervento dello stato: “la moneta non è stata istituita per legge; all’origine, essa fu un’istituzione sociale, non statale”.

Goodhart sottolinea tuttavia che Menger si sbaglia riguardo alla reale evoluzione storica della moneta fisica, in particolar modo delle monete metalliche; e scrive che le monete non seguono affatto la teoria di Menger.

In effetti la gente comune non riesce a giudicare la qualità di pezzi di metallo allo stesso modo in cui riesce a contare le sigarette o le conchiglie; riesce però a contare le monete. Ma le monete devono essere coniate, ed i governi rappresentano il corpo ideale per fare questo. I metalli preziosi trasformati in monete sono, appunto, preziosi e bisogna quindi mettere grandi riserve di questi metalli al riparo da furti. C’è da dire che una zecca privata avrebbe sempre l’interesse di dire che le proprie monete contengono una quantità di materia prima preziosa maggiore di quanto non ne abbiano in realtà. Inoltre i governi possono durare più a lungo e assumere impegni a lunghissima scadenza sulle loro valute rispetto a quanto possa fare il nostro fabbro ferraio locale.

Ma perché porre l’attenzione principale sulla questione della creazione della moneta? E questo ci porta alla seconda teoria della moneta, quella che Goodhart chiama “Il punto di vista C”, dove C sta per Cartalista (l’ortografia corrente è Chartalista). Portato ad estrema semplificazione, questo punto di vista parte dall’idea che gli Stati battevano moneta per pagare i soldati e che successivamente fecero di questa moneta l’unica valuta accettata per pagare le tasse. Con una valuta standard, l’imposizione e l’esazione delle imposte divenne più semplice e lo stato poteva ottenere un piccolo profitto attraverso il signoraggio.

La teoria di una stretta relazione tra Stato e moneta trova storicamente molti più sostenitori di quanti non ne abbia quella più organica sostenuta da Menger. Come sottolinea Goodheart, i più grandi sovrani costruttori dello Stato, come Edoardo I d’Inghilterra o Carlo Magno, tendono ad apportare importanti innovazioni nel campo della circolazione monetaria; e a questi si potrebbe facilmente aggiungere Franklin D. Roosevelt, quando nel 1933 ritirò gli USA dal sistema monetario aureo, o Abramo Lincoln, il quale finanziò la guerra civile mettendo in circolazione nuove banconote.

D’altra parte, è vero anche il contrario, quando gli Stati collassano, portano al collasso anche la propria moneta: quando nel 958 il Giappone smise di battere moneta, l’economia ritornò al baratto nell’arco di un cinquantennio, e quando cadde l’impero romano nell’Europa Occidentale, la creazione di moneta si frantumò lungo nuovi confini politici. Se la moneta fosse improvvisamente indipendente dagli Stati, come secondo il punto di vista M, si potrebbe pensare che essa sopravvivrebbe alle strutture politiche transitorie; tuttavia, la storia ci insegna che di solito le cose non stanno proprio così, valida ragione in più, questa, a sostegno del punto di vista C.

Ebbene, che relazione ha tutto ciò con i Bitcoins? La moneta elettronica, introdotta all’inizio del 2009, famosa presso i fanatici della tecnologia libertari, i giocatori d’azzardo on-line e i trafficanti di droga su internet, sta vivendo il suo apice. Probabilmente influenzata dalla crisi bancaria e dal taglio sui depositi a Cipro, i bitcoins hanno visto schizzare alle stelle il proprio valore nell’ultimo mese, passando da 33 dollari a Bitcoin il 3 marzo a quasi oltre 140 dollari oggi, e più che raddoppiando il suo valore nelle ultime due settimane.

Sebbene i creatori ed i maggiori utilizzatori di bitcoins mostrino un certo scetticismo sulla sicurezza e sul valore delle monete ufficiali emesse dallo Stato, la spiegazione “centralista” su come sia nata la moneta ci aiuta a capire perché i bitcoins godano oggi di tanta popolarità. D’altra parte è anche vero che solo potenti computer ed una crittografia digitale molto sofisticata possono far sì che una valuta privata possa funzionare al pari delle monete tradizionali, affiancandosi a queste.

Ma se il requisito fondamentale del denaro, sia esso sotto forma di monete metalliche, soldi di carta affiancati da monete, o carta affiancata da promesse del governo, è quella di essere trasportabile, durevole e divisibile, allora il bitcoin si adatta perfettamente allo scopo.

Un programma open-source utilizzato da computers in tutto il mondo crea bitcoins ad un tasso predeterminato; ogni nodo di rete, ovvero un gruppo di computers collegati fra di loro in rete, risolve un complicato problema matematico che richiede una notevole capacità di calcolo informatico, e viene retribuito con 25 bitcoins. Il programma è impostato in maniera tale che entro il 2140 ci saranno in circolazione 21 milioni di bitcoin (ad oggi se ne contano circa 11milioni), dopodiché il programma si arresta.

Ciascuna transazione ha una firma digitale unica, in modo tale che ognuno in rete possa tenere traccia di ciascun bitcoin evitando contraffazioni o doppi computi; e poiché è stabilito che il numero di bitcoins cresca ad un tasso predeterminato, il loro valore non è soggetto a diluizione o deprezzamento unitario; inoltre essi risultano di gran lunga più “trasportabili” del denaro tradizionale per tutti i casi di transazioni commerciali via internet, ed i suoi sottomultipli possono scendere fino al valore di 0.00000001, cioè un Satoshi (dal nome dell’inventore del bitcoin, conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto). Questa moneta possiede insomma tutte le caratteristiche di una tipica zecca medievale: sicurezza, disponibilità limitata, denominazioni certe, ma totalmente decentralizzata.

Si può certamente considerare un successo, ma non rappresenta di certo il futuro del denaro. Anche mettendo da parte i problemi relativi alla sicurezza, non c’è da stupirsi che la valuta elettronica possa essere un obiettivo privilegiato degli hackers, senza contare il rischio potenziale che il bitcoin, da semplice mezzo per effettuare transazioni commerciali anonime, diventi oggetto di investimenti speculativi, specialmente se continuerà a crescere di prezzo; il che potrebbe dare il via da un accaparramento di bitcoins da parte dei primi utilizzatori, distruggendo così il mercato. E, sebbene le transazioni non abbiano ancora accennato a diminuire, neanche i libertari digitali utilizzerebbero subito e volentieri una valuta dal valore e dall’aspetto superfantastico…!

Ed è proprio in questo che lo Stato può avere una marcia in più, poiché, stampando nuova moneta, potrebbe evitare che l’attività economica venga strozzata da scarsezza o accumulo di denaro; ciò sarebbe perfettamente in linea con il “punto di vista C”, secondo il quale sono gli Stati che devono creare il denaro, per facilitare l’attività economica. E, poiché i bitcoins possono essere prodotti soltanto ad un tasso predeterminato, c’è un costante rischio di deflazione, o comunque la possibilità che essi diventino più una merce da acquistare che uno strumento da utilizzare.

Ma anche se il bitcoin rimarrà un prodotto di nicchia per il popolo di libertari online, esso rappresenta pur sempre una grande lezione di economia monetaria: chiamatelo pure “il punto di vista B”!

Matthew Zeitlin è collaboratore del Ticker di Bloomberg. Seguilo su Twitter
Fonte: http://www.bloomberg.com
Link: http://www.bloomberg.com/news/2013-04-04/sorry-libertarians-history-shows-bitcoin-isn-t-the-future.html
4.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MARCO OSSINO

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Euro in spiccioli ( esenti da signoraggio ) + stampa di moneta locale 1:1 intanto per il mercato interno; mantenere momentaneamente l’ Euro per il mercato internazionale fino a revisione europea di tutta la baracca economico-monetaria che va INTEGRALMENTE riscritta. Assieme all’ abolizione della schiavitù …

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concordo pienamente con Mondart, NON ESISTONO MEZZE SOLUZIONI, ma chi si è arricchito in maniera spropositata nell’ultimo secolo con la Truffa della Moneta-Debito mollerà la presa senza stragi, guerre, genocidi? ….vedi Gheddafi la fine che ha fatto non appena ha tentato di introdurre una moneta sganciata dal sistema internazionale e diffonderla in tutta l’Africa, lì ha firmato la sua condanna a morte. La Moneta per i Mostri-banksters DEVE rimanere LORO ESCLUSIVO DOMINIO E PROPRIETA’.

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Ma a dire il vero non è una teoria MMT, ma una cosa che si sa da quando ci si è slegati dal gold standard nel 1971. Wray, L Randall. “Alternative Approaches to Money.” Theoretical Inquiries in Law 11, no. 1 (January 14, 2010) 1. Bloomberg invece fa trapelare IL TERRORE dei cartelli finanziari globali davanti a bitcoin. Sì, bitcoin, in un sistema monetario FIAT, non troverebbe DA SOLO una base solida per proliferare. Invece, prolifera perché esistono le monete FIAT: è un sopralivello, slegato dalle folli politiche di austerità occidentali, dai salvataggi dei cartelli finanziari, dalla parzialità della politica verso le banche. Tuttavia, per sopravvivere ha bisogno delle monete nazionali.

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17 aprile 2013 | Autore

Creating Economic Dynamism: Vittorio Grillidi Luciano Lago

Nella giornata del 17 aprile il dr. Grilli, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo “tecnico” di Monti e soci, a proposito dei debiti della Pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, ha espressamente dichiarato che” il limite del 3% sul deficit di  bilancio è un numero sacro ed inviolabile, per noi è come la Bibbia”. Non ha aggiunto “ce lo ha chiesto l’Europa” ma è stato chiaro a tutti che questo  intendeva come massimo ossequio ai trattati.

In altri termini, per i “tecnici” di fiducia dell’oligarchia europea, la stabilità finanziaria viene prima di tutto, non importa che le imprese chiudano perché avanzano crediti non saldati con le P.A., non importa che i mancati provvedimenti di spesa del governo accrescano il numero dei disoccupati, la sofferenza delle piccole imprese ed il ristagno dell’economia, no questo è secondario, la priorità si trova tutta in quel numerino imposto anche dal Fiscal Compact: il 3% di deficit massimo.

Se qualcuno aveva dei dubbi su  Grilli, sapevamo  che è considerato uno dei “super tecnici”  della compagine di Monti ed in effetti Vittorio Grilli nella sua carriera è stato un tecnico ombra per tutte le compagini governative, sia che fossero di centro sinistra sia che di centro destra.  Un personaggio trasversale e superiore alla politica partitica, come i poteri che di cui è espressione. E’ stato Direttore generale del Tesoro da maggio 2005 fino a novembre 2011, con la conferma in tale ruolo dai ministri Domenico Siniscalco (Berlusconi III), Tommaso Padoa-Schioppa (Prodi II) e Giulio Tremonti (Berlusconi IV). Un tecnico che non ha mai avuto bisogno di essere eletto.

E’ stato uno degli artefici della svendita delle società di Stato “per entrare in Europa”, conclusasi con l’alienazione delle maggiori imprese statali. Di questo ancora gli sono grati a lui stesso  come anche ai Prodi, agli Amato ed ai  Ciampi, i grandi “privatizzatori” che si sono avvalsi dell’opera di tecnici esperti come Grilli e come, a suo tempo, Draghi, un altro “super tecnico” che oggi ricopre il prestigioso incarico alla BCE.

Un uomo di totale fiducia quindi dei poteri dell’oligarchia finanziaria che tiene i fili del governo tecnico di Monti e soci e da cui si aspettano presto altri “progressi” nelle “privatizzazioni” prossime delle aziende pubbliche italiane ancora partecipate dallo Stato (ENI, ENEL, Finmeccanica, ecc.) a cui la finanza sopranazionale  guarda con forte interesse per fare “business” a spese dell’Italia.

D’altra parte, se questo personaggio mantiene sul suo comodino a posto della Bibbia i trattati europei, sembra chiaro che la fiducia in lui da parte dei membri dell’oligarchia europea, come i Barroso, i Von Rumpuy e lo stesso Mario Draghi, è una fiducia ben riposta.  Basta una telefonata e Grilli “esegue prontamente” gli ordini, un pò come una volta facevano i vecchi “ragionieri” di fiducia di ogni titolare delle imprese lombarde.

A questo punto ci sembra opportuno e ci permettiamo di suggerire  che il nuovo Presidente della Repubblica, presto eletto, proponga al nuovo Parlamento una modifica costituzionale importante: al posto di quell’articolo 1 ormai obsoleto (l’Italia è una Repubblica fondata sul LAVORO……) che suona tanto di ipocrita e stonato in un paese che in un solo anno di governo tecnico ha accumulato ben un milione di nuovi disoccupati, sostituiamo presto tale articolo con altro, “L’Italia è una Repubblica fondata sulla STABILITA’ FINANZIARIA”.

Potrebbe essere una riforma anche richiesta dall’Europa in un futuro prossimo, tuttavia  noi in Italia potremmo anticiparla dimostrandoci “attenti e solerti” come i “primi della classe”.

Tutto sarà più attuale e realistico ed anche a Bruxelles e Francoforte i personaggi dell’eurocrazia saranno molto contenti di noi italiani, sempre disponibili ad “adeguarci” anche prima che venga richiesto.

Altri Riferimenti:

Dimissioni con la condizionale, 11/12/12

Goldman Sachs conquista l’Europa, 18/11/2011

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Grilli neppure deve permettersi di nominarla la Bibbia, perché nominata da lui, esponente della politica usuraia dei colossi bancari di cui è servo, è pura blasfemia.

Questa della stabilità finanziaria è una delle tante menzogne rivolte al popolo italiano, per giustificare l’estorsione attuata nei suoi confronti con l’aumento delle tasse, quando in realtà questa politica di austerità serve a ingrossare le pance dei finanzieri padroni di Monti e Co., provocando l’aumento del debito pubblico e dei relativi interessi.

Si può avere la ripresa economica senza necessariamente tagliare le spese, anzi sono necessari investimenti, perché questi servono a creare occupazione e a far girare soldi, fattori che creano sviluppo. Ma prima di pensare a fare questo è necessaria una mossa molto particolare: NON PAGARE PIU’ IL DEBITO PUBBLICO, ESSENDO UN DEBITO PAGATO AGLI USURAI DI GOLDMAN, ROTSCHILD, ROCKEFELLER, ETC., FAR TORNARE LA BANCA D’ITALIA SOTTO IL CONTROLLO DEL MINISTERO DEL TESORO, E STAMPARE MONETA, ALTRIMENTI DA QUESTA SITUAZIONE NON SE NE ESCE PIU’.

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Controllare l’inflazione nell’Interesse Pubblico

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICO PER L’ITALIA
http://memmt.info/site/programma/

Poiché il presupposto fondamentale del ritorno dell’Italia alla sovranità monetaria è la Spesa a Deficit Positivo in funzione del pieno impiego, uno sguardo va rivolto all’inflazione. Anche qui una breve premessa: l’inflazione è direttamente correlata ai prezzi pagati dal creatore e monopolista della moneta sovrana, cioè dallo Stato. Per esempio: se lo Stato decide di raddoppiare il salario pubblico per il medesimo lavoro, di fatto dimezza il valore della moneta. Tuttavia, questa azione inflattiva è limitata nel momento in cui il governo cessa di aumentare i salari. Dunque si può dire che la vera inflazione deve essere un processo permanente, e non limitato a singoli aumenti di prezzi, e
deve essere non pianificata dal governo.
Il governo italiano delle nuove Lire sa però che la Piena Occupazione (il PLG) rappresenta il maggior stabilizzatore dei prezzi di tutta l’economia, per le seguenti ragioni:

A. La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione.

B. La Piena Occupazione attraverso il PLG comporta per il governo un aumento di Spesa a Deficit Positiva quando esiste disoccupazione, e non di per sé. Ciò di nuovo impedisce all’inflazione di apparire. Infatti la Spesa a Deficit Positiva del governo nuovamente sovrano si ferma a fronte di Piena Occupazione con piena produzione nazionale (full capacity), proprio per impedire inflazione.

C. La Piena Occupazione, come già detto, riduce drasticamente la spesa a Deficit Negativa del governo, cioè il denaro sprecato per i costi sociali dei disoccupati, e questo significa meno denaro improduttivo circolante, quindi meno inflazione. È noto infatti che salari pagati a persone che non producono aumentano la domanda (denaro disponibile da spendere) ma non la produzione di beni e servizi, e questo può causare inflazione. Non con il PLG.

D. La temuta iperinflazione è impossibile se il Paese gode di Piena Occupazione. Essa è un fenomeno che si è verificato in contesti storici ben definiti (scenari di devastazione del sistema produttivo ed enormi debiti denominati in oro o in una valuta non controllata dallo Stato debitore).

Inoltre, la Piena Occupazione del nuovo governo sovrano italiano incoraggerà la produzione domestica del maggior numero di beni e servizi possibili, riducendo la dipendenza dell’Italia dall’acquisto estero di talibeni e servizi. Questo diminuisce in parte l’esposizione del Paese a shock dei prezzi (aumenti) causati da eventi esterni che non può controllare. Infine, il nuovo governo sovrano italiano sarà consapevole che l’inflazione non è mai un valore assoluto in economia. L’Italia del 1980 (con moneta sovrana) era uno dei sette Paesi più ricchi del mondo, col più alto risparmio delle famiglie del pianeta (25%) nonostante un’inflazione molto alta (21,2%). Oggi nell’Eurozona l’Italia ha inflazioni virtuose ma è crollata nell’economia al livello dei PIIGS (i ‘maiali’) e ha i redditi fra i più bassi
dell’OCSE. Lo stesso vale per il Giappone, che ristagna da oltre 10 anni nonostante inflazioni vicine allo 0%.

LinK:http://memmt.info/site/controllare-linflazione-nellinteresse-pubblico/

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Germania: l’aria di crisi si fa pesante

E alla fine anche gli altri si accorgono che la Germania rallenta. I dati erano evidenti da tempo, da quando abbiamo iniziato ad aggiornare sulla situazione sociale in crescente fermento, con l’aumento degli scioperi, a quando abbiamo riportato gli enormi problemi pensionistici dietro l’angolo a quando abbiamo rilevato la falsa occupazione dei “mini jobs” (qui). Sino, ovviamente, ai dati duri e puri.

Lasciamo perdere, almeno per ora, lo spread e il fatto che i Bund tedeschi siano presi come riferimento: tutto il resto d’Europa è in picchiata, e se la Germania ancora tiene, il tutto lo si deve al motivo che l’Euro imposto a tutti è di fatto un Marco tedesco mascherato. Come sappiamo.

Siccome la crisi attuale è sistemica, come continuiamo a ripetere da sempre, era evidente che o prima o poi essa si sarebbe abbattuta anche su chi pretende di trarne il meglio. Al di là della finta occupazione e del fatto che tra non molto i problemi pensionistici si faranno vedere in tutta la loro crudezza sociale, quelle che sono state sbandierate come “le grandi riforme dei primi anni Duemila che la Germania ha fatto e che ora le stanno dando il successo che ha”, sono fandonie.

Per quanto possa essere in posizione dominante con l’Euro, per quanto possa pagare pochissimi interessi sui titoli di Stato che emette, per quanto possa abbassare i salari dei lavoratori e per quanto possa tagliare il welfare, anche i prodotti tedeschi devono scontrarsi con la competitività della Cina, inarrivabile anche per la Germania stessa. E poi, ovviamente, quei prodotti che esporta devono pur essere acquistati da qualcuno. Ora, quei qualcuno non hanno più denaro neanche per comperare le “solide e pluripremiate vetture tedesche”. E i dati economici, appunto, non possono che risentirne.

Le stime di crescita sono state tagliate per l’anno in corso, dall’1 allo 0.8%, e prevedono una ripresa dell’1,9 nel 2014. Ma sono stime, appunto. A livello interno Berlino stima uno 0,4% di crescita quest’anno e un rotondo e speranzoso 1,6% per il prossimo. Ancora: sono solo stime. Intanto i dati reali parlano d’altro. Anche in merito al settore delle automobili, ad esempio, lo scorso marzo è avvenuto il sorpasso del Regno Unito proprio ai danni dei tedeschi.

I mercati se ne sono accorti (ieri Francoforte ha chiuso a -2%) ma soprattutto, e questo è indicativo, iniziano a girare voci di un declassamento del rating (oggi Moody’s ha confermato comunque la tripla A). Il che, lo diciamo di passaggio, avrebbe ripercussioni, ovviamente, anche sul differenziale degli altri Paesi tra i quali il nostro.

Ma ancora. La Germania si trova nel bel mezzo di una serie notevole di problematiche politiche, come abbiamo riportato ieri, nei confronti del suo rapporto con le decisioni europee (qui). Oltre al fatto che inizino sempre con maggiore insistenza a farsi avanti mozioni decisamente anti europeiste (qui). E le elezioni interne non sono poi così lontane.

Non solo, dunque, è ora accerchiata da tutti gli altri Paesi europei in forte crisi – crisi che la Germania stessa ha contribuito ad acuire sia con il suo vantaggio sull’Euro (come ha dimostrato definitivamente, tra gli altri, Alberto Bagnai nel suo Il Tramonto dell’Euro) sia con l’imposizione dell’austerità – ma inizia seriamente ad esserne contagiata.

Riportiamo infine alcune riflessioni di Ugo Gaudenzi, in merito alla Germania, che ci sentiamo di condividere e che comunque sono utili a vedere le cose da un altro punto di vista:

1) La Repubblica federale tedesca è “federale” perché così hanno deciso i vincitori della II guerra mondiale.

2) La Rft è una locomotiva economica (atlantica) del continente perché questo è il ruolo a suo tempo affidatole dalle stesse potenze e dagli stessi centri di dominio mondiale. Soprattutto, allora, per mettere all’angolino quella Francia di Charles De Gaulle che si era permessa di contestare l’egemonia atlantica, angloamericana, uscendo dalla Nato e restituendo al mittente che i pezzi di carta verde, stampati a profusione dalla Fed, che avevano invaso il pianeta senza corrispettivi, né in oro, né in produzione.

3) La Rft è, oggi, una locomotiva finanziaria perché così vogliono i soliti centri di dominio planetari. La borsa di “Francoforte” è in realtà una “borsa atlantica”; la “Banca Centrale Europea” piazzata sempre a Francoforte è in realtà un fedele cagnolino della grande finanza internazionale (atlantica) che ne guida da New York e da Londra ogni mossa, anche attraverso la “banca Spectre” del monetarismo imperialista: la Bri, quella dei “regolamenti internazionali”.

4) La Rft non è oggi un “gigante politico”. Resta un gigante economico – drogato – e un “nano politico”. Tal quale il Giappone o, mutatis mutandis, l’Italia. Non a caso le tre nazioni dell’asse a suo tempo sconfitte dagli invasori “alleati”.

http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2013/4/18/germania-laria-di-crisi-si-fa-pesante.html

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NOTIZIA BOMBA / LA FRANCIA AUTORIZZATA DALLA BCE A STAMPARE EURO IN QUANTITA’ ILLIMITATA!

http://www.meteoservice.it/forum/showthread.php/22835-Francia-autorizzata-a-stampare-moneta-e-l-italia?p=210027

NOTIZIA BOMBA / LA FRANCIA AUTORIZZATA DALLA BCE A STAMPARE EURO IN QUANTITA’ ILLIMITATA!

venerdì 19 aprile 2013

La Bce avrebbe concesso alla Francia una licenza per stampare una quantità di denaro illimitata grazie ad uno speciale programma obbligazionario. E’ quanto riporta il giornale online popolare di economia tedesca (euro scettico) Deutsche Wirtschafts Nachrichten, secondo il quale l’obiettivo ultimo di tale concessione sarebbe quello di garantire il salvataggio del sistema bancario francese al riparo dai controlli tedeschi. In pratica, secondo il giornale tedesco, accanto al flusso di liquidità a 3 anni garantito dal LTRO, le banche francesi hanno a disposizione una fonte di finanziamento praticamente inesauribile, il cosiddetto mercato STEP. Si tratta di un mercato non regolamentato, sul quale sono negoziate obbligazioni bancarie e corporate. Il valore dei titoli di debito negoziati è pari a circa 440 miliardi di euro.
In pratica, il settore bancario francese si è ulteriormente sviluppato sul mercato STEP (Short Term European Papers), avendo così la possibilità di ricorrere ad un programma alternativo per la concessione di credito, non molto lontano dall’essere una vera licenza per stampare denaro. (wsi)

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Tra ” italietta” e “franciona” sono le ” bombe” a fare la ” differenza”

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DENARO CREATIVO E SUPER RICCHI

 DI MARTIN HUTCHINSON
asiatimes.com

La forte pressione fiscale non fa che paralizzare il sistema di ricchezza esistente. Le sinistre di tutto il mondo si lagnano per la crescente diseguaglianza sociale, mentre Edward Luce del Financial Times, affermando che “l’era di Obama sarà descritta come l’era della diseguaglianza negli Stati Uniti”, fa sicuramente strozzare il Presidente Barack Obama mentre mangia i suoi cornflakes.

Al contrario del credo della sinistra, l’aumento della diseguaglianza e il volgare comportamento della casta dei super-ricchi non sono causati dall’inadeguata pressione fiscale, bensì da due decenni di politica monetaria volta ad opprimere l’economia mondiale con tassi d’interesse nominali negativi.

Il presidente del Comitato dei Governatori della Federal Reserve, Ben Bernanke, il suo predecessore Alan Greenspan e i loro imitatori all’estero, sono responsabili dell’ascesa di una classe di “nuovi ricchi” che è straordinariamente privilegiata e spesso (ma non sempre!) straordinariamente sgradevole per etica e comportamenti.
Se si confronta il “Forbes 400” del 1982, la lista degli americani più ricchi, con quella del 2012, si noterà un impressionante cambiamento. Mentre un’evidente maggioranza degli appartenenti alla lista del 1982, ben 32 su 50, avevano ereditato il proprio patrimonio, nel 2012 i self-made man sono la stragrande maggioranza, 34 su 50, proveniente da famiglie povere o della middle-class senza significative connessioni con il mondo del business. 

In un arco di tempo così breve (alcuni dei nomi in cima alla lista del 2012 erano già su quella del 1982) è un cambiamento davvero sorprendente. Osservando una lista del 1918, sempre di BC Forbes (anno in cui i registri delle imposte sul reddito erano disponibili per consultazione pubblica), si scopre che anche in quell’epoca di forte diseguaglianza sociale e imposte sul reddito contenute, 17 dei 30 patrimoni in cima a quelle classifiche erano ereditari, di fronte a 13 self-made man. Quindi è il 2012, e non il 1982, ad essere anomalo.

Dal 1982 possiamo osservare un cambiamento altrettanto significativo: i ricchi sono diventati sempre più ricchi; il patrimonio totale della casta del Forbes 400 rappresentava il 2,8% del Pil nel 1982, e l’11,5% nel 2012, in atre parole, la ricchezza media dei membri del Forbes 400 è cresciuta di 4 volte in proporzione all’economia degli USA, di 8 volte in termini reali e di 20 volte in termini monetari.

A livello internazionale il contrasto è addirittura maggiore, dal 1982 la ricchezza media è cresciuta ancor più che negli Stati Uniti ed il passaggio da eredi a self-made man è più marcato. In ogni caso sul piano internazionale abbiamo visto la crescita dei mercati dei paesi emergenti e l’emergere della Russia e dell’ex blocco sovietico, quindi il paragone non è del tutto lecito.

L’economia degli Stati Uniti è tanto capitalista quanto lo era nel 1982 e aveva più o meno la stessa importanza per l’economia mondiale, pertanto il cambiamento deve dipendere da fattori che vanno al di là delle performance politiche ed economiche dell’economia statunitense. Il boom del mercato azionario negli anni tra il 1982 e il 2000 c’entra sicuramente; nel 1997, quindi a metà del periodo esaminato (l’indice azionario S&P 500 era 10 volte superiore rispetto al 1982) i patrimoni erano molto più grandi rispetto al 1982, ma corrispondevano, in termini reali, a meno della metà delle loro attuali dimensioni.

 E’ naturale che il numero dei self-made billionaires cresca negli anni tra il 1982 e il 1997, a causa dell’enorme spinta rialzista delle azioni USA. Così è stato ma solamente per un numero che varia tra 18 e 23 su un totale di 50, una proporzione simile a quella del 1918. Solo a partire dal 1997 si ha il grande avvento dei self-made man ultra ricchi, con un conseguente aumento dei patrimoni che non è giustificabile con l’aumento del valore azionario di questo periodo che, per altro, è relativamente modesto (il valore nominale non è nemmeno raddoppiato mentre quello reale cresce solo del 10-20 %).

L’aumento incredibile dei super ricchi self-made man dal 1997 al 2012, unitamente alla crescita dei patrimoni al netto, dipendono dalla medesima causa: la politica monetaria altamente espansiva messa in atto da Greenspan nel febbraio del 1995 ed esacerbata da Bernanke a partire dal 2006.

Il meccanismo è molto semplice. Tassi d’interesse molto vicini o addirittura inferiori al tasso d’inflazione favoriscono i debitori anziché i creditori, perché mettono i debitori nelle condizioni di raccogliere capitale in prestito a bassissimo costo in termini reali. Da qui le strategie ad alta leva finanziaria, che si basano su prestiti di grandi quantità di denaro ed investimenti in beni con rendimento relativamente basso, generano ricchezza rapidamente dando la possibilità ai nuovi ricchi di superare i vecchi detentori della ricchezza.

Certamente, anche i vecchi ricchi possono servirsi della leva finanziaria, ma il rischio correlato è troppo elevato. Se si verificasse uno scenario, simile a quello del 2008, con operazioni ad alto leveraggio da un lato ed un’acuta regressione dall’altro, la ricchezza potrebbe facilmente distruggersi. Questo sarebbe inaccettabile per i vecchi ricchi ma non per coloro che possiedono patrimoni recenti o non completamente costituiti; per questi ultimi il beneficio di diventare realmente ricchi è superiore al rischio in caso d’insuccesso.

 I risultati di questo modo di fare sono visibili nella lunga carriera di Donald Trump, che ha più volte dichiarato fallimento, direttamente o tramite terze parti appartenenti al suo impero immobiliare e di casinò, ma che nonostante ciò continua a godersi uno stile di vita da multimilionario e al giorno d’oggi, con i prezzi elevati e i tassi d’interesse bassi, tale stile di vita vale certamente diversi miliardi.

Gli ultimi cinque anni di Ben Bernanke, che hanno visto tassi d’interesse a breve termine pari a zero, hanno intensificato la tendenza per cui il nuovo denaro sembra essere meglio del vecchio, anche solo per il fatto che, dalla bastosta del 2008, i nuovi magnati hanno imparato che il fallimento può essere evitato e che il rischio di leverage, almeno per quanto riguarda il creditore, è molto più basso di quanto fosse in precedenza.

 La chiave per la ricchezza, nell’economia moderna, non è più la capacità di costruire un business durevole e solido, ma l’accesso ad un basso leverage. Perciò i nomi che comunemente si trovano nel Forbes top 50 del 2012, sono Ray Dalio (33 anni) e Steve Cohen (40), entrambi a capo di gruppi di gestione di hedge fund (fondi speculativi, n.d.t.), con il SAC GROUP di Cohen già impantanato in una controversia (per essere discreti) che vede molti degli insider del gruppo scambiarsi vecchi rinvii a giudizio. Dalio è oggi il più ricco dei miei compagni della classe del ’73 della Harvard Business School, ha superato Tom Stemberg, fondatore di Staples; entrambi i business sono la quintessenza dell’era del leverage di Bernanke e scommetto che li troveremo ancora sul Forbes nel 2022, senza voler menzionare il 2024.

Anche la tecnologia ha una avuto i suoi effetti; i business prevalentemente virtuali ed essenzialmente effimeri, quali Facebook o Google, possono essere costruiti molto più in fretta rispetto ai business vecchio stile che richiedevano massicci investimenti nel mattone o sistemi di vendita internazionali. E’ anche vero che le fortune virtuali possono svanire in un batter d’occhi. Ted Waitt, uno dei fondatori della Gateway, azienda che si occupa di vendite in campo informatico, business in qualche modo meno virtuale di quello dei due giganti moderni nominati, ne è un esempio; era il quarantunesimo sulla lista del 1997, con un patrimonio netto di 3 miliardi di dollari, ma nel 2009 l’intera società fu venduta alla Acer per soli 710 milioni di dollari, il che portò Waitt sia ad entrare nella top 50 del Forbes che ad uscire dalla top 400, tutto entro i suoi 46 anni.

A livello globale si può notare la stessa tendenza, ma ancor più accentuata. I russi e i cinesi sono particolarmente noti per la loro abilità di ottenere finanziamenti servendosi del leverage. Le grandi oscillazioni monetarie in Russia a partire dalla caduta del comunismo, la prevalenza di bassi tassi di interesse reali e la capacità di coloro che hanno conoscenze politiche di accedere al credito a tassi favorevoli ha fatto sì che alcuni dei nuovi ricchi abbiano preso il controllo di una parte dell’economia russa, fatto senza precedenti nei paesi occidentali. Così in Cina le banche controllate dallo stato sono state un generatore di patrimoni enormi, sconosciuti ai gloriosi giorni della Dinastia Song.

 Possiamo ricavare tre conclusioni. Innanzitutto la prevalenza dei nuovi ricchi è un fenomeno temporaneo dovuto a politiche monetarie malsane in tutto il mondo; quando tali politiche cambieranno, la maggioranza dei patrimoni costruiti grazie al leverage svanirà. Quelli costruiti sulla tecnologia virtuale daranno a loro volta prova di avere vita breve, sebbene potrebbero essere sostituiti da business analoghi, così come il Twist ha sostituito l’hula-hoop.

In secondo luogo, l’adozione di politiche di sinistra con alti tassi d’interesse non fa che paralizzare il sistema di ricchezza attualmente esistente. Costruire nuovi patrimoni sarà impossibile, e non semplice come dovrebbe, e questa condizione favorirà un crescente dominio dei nuovi ricchi sullo scenario economico mondiale. A livello globale, se vogliamo un’economia dominata dagli esponenti senza scrupoli della mafia russa, la strada da intraprendere è quella del socialismo.

Terzo punto, anche l’indicibile volgarità della cultura plutocratica moderna è una fase passeggera. Entro il 2030, i prezzi degli immobili a Londra saranno crollati e coloro che avranno patrimoni stabili possiederanno la maggior parte delle case migliori perché saranno nuovamente in grado di competere sul mercato immobiliare. La casta di Davos, senza patria né radici, che viaggia 12 mesi all’anno, sarà nuovamente costituita da top business man internazionali stipendiati e da burocrati, ovviamente avranno conti eccellenti ma saranno privi di “vera ricchezza”, la quale verrà invece investita in eleganti proprietà immobiliari nelle campagne.

Gli ultra ricchi non dovranno più giostrarsi tra gli imperi del leverage, passando per “affari” internazionali senza senso, ma si abitueranno a costruire dinastie familiari impegnando i loro patrimoni nel lungo termine in modi realmente più gradevoli. Il loro stile di vita sarà sempre meno oggetto di gossip, dove saranno apparentemente rimpiazzati dalle celebrità hollywoodiane, e la qualità delle loro case, arredamenti e proprietà aumenterà incommensurabilmente.

Il risentimento nei super ricchi è solitamente un’emozione negativa, che allontana dalla pienezza della vita e che porta all’insinuazione di governi immorali e improduttivi. Attualmente, per quanto sgradevoli sembrino i plutocrati contemporanei, sarebbe opportuno rimandare direttamente indietro il risentimento alla fonte della ricchezza disonesta: indirizzandolo quindi a Ben Bernanke e ai suoi simpatici colleghi in tutto il mondo.

Il PIL è un’unità di misura generale dell’economia, che tiene conto del valore al consumo di beni e servizi in un dato paese.

Martin Hutchinson è l’autore di Great Conservatives (Academica Press, 2005), si possono trovare ulteriori informazioni sul sito http://www.greatconservatives.com. Con il professor Kevin Dowd ha inoltre scritto Alchemists of Loss (Wiley, 2010). Entrambi sono disponibili su Amazon.com, Great Conservatives è solo in Kindle edition, mentre Alchemists of Loss si trova in edizione kindle e in diverse edizioni stampate.
(Ripubblicato con l’auorizzazione di PrudentBear.com. Copyright 2005-13 David W Tice & Associates.)


Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GECON-01-090413.html
9.04.2013

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CRISTINA REYMONDET FOCHIRA

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Controllare l’inflazione nell’Interesse Pubblico

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICO PER L’ITALIA

http://memmt.info/site/programma/

Poiché il presupposto fondamentale del ritorno dell’Italia alla sovranità monetaria è la Spesa a Deficit Positivo in funzione del pieno impiego, uno sguardo va rivolto all’inflazione. Anche qui una breve premessa: l’inflazione è direttamente correlata ai prezzi pagati dal creatore e monopolista della moneta sovrana, cioè dallo Stato. Per esempio: se lo Stato decide di raddoppiare il salario pubblico per il medesimo lavoro, di fatto dimezza il valore della moneta. Tuttavia, questa azione inflattiva è limitata nel momento in cui il governo cessa di aumentare i salari. Dunque si può dire che la vera inflazione deve essere un processo permanente, e non limitato a singoli aumenti di prezzi, e deve essere non pianificata dal governo. Il governo italiano delle nuove Lire sa però che la Piena Occupazione (il PLG) rappresenta il maggior stabilizzatore dei prezzi di tutta l’economia, per le seguenti ragioni:

A. La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione.

B. La Piena Occupazione attraverso il PLG comporta per il governo un aumento di Spesa a Deficit Positiva quando esiste disoccupazione, e non di per sé. Ciò di nuovo impedisce all’inflazione di apparire. Infatti la Spesa a Deficit Positiva del governo nuovamente sovrano si ferma a fronte di Piena Occupazione con piena produzione nazionale (full capacity), proprio per impedire inflazione.

C. La Piena Occupazione, come già detto, riduce drasticamente la spesa a Deficit Negativa del governo, cioè il denaro sprecato per i costi sociali dei disoccupati, e questo significa meno denaro improduttivo circolante, quindi meno inflazione. È noto infatti che salari pagati a persone che non producono aumentano la domanda (denaro disponibile da spendere) ma non la produzione di beni e servizi, e questo può causare inflazione. Non con il PLG.

D. La temuta iperinflazione è impossibile se il Paese gode di Piena Occupazione. Essa è un fenomeno che si è verificato in contesti storici ben definiti (scenari di devastazione del sistema produttivo ed enormi debiti denominati in oro o in una valuta non controllata dallo Stato debitore).

Inoltre, la Piena Occupazione del nuovo governo sovrano italiano incoraggerà la produzione domestica del maggior numero di beni e servizi possibili, riducendo la dipendenza dell’Italia dall’acquisto estero di talibeni e servizi. Questo diminuisce in parte l’esposizione del Paese a shock dei prezzi (aumenti) causati da eventi esterni che non può controllare. Infine, il nuovo governo sovrano italiano sarà consapevole che l’inflazione non è mai un valore assoluto in economia. L’Italia del 1980 (con moneta sovrana) era uno dei sette Paesi più ricchi del mondo, col più alto risparmio delle famiglie del pianeta (25%) nonostante un’inflazione molto alta (21,2%). Oggi nell’Eurozona l’Italia ha inflazioni virtuose ma è crollata nell’economia al livello dei PIIGS (i ‘maiali’) e ha i redditi fra i più bassi

dell’OCSE. Lo stesso vale per il Giappone, che ristagna da oltre 10 anni nonostante inflazioni vicine allo 0%.

LinK:http://memmt.info/site/controllare-linflazione-nellinteresse-pubblico/

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È giunto il momento di creare occupazione diretta

di L. Randall Wray
Pubblicato la prima volta dalla Tavola Rotonda della New American Foundation: The challenge of Job Creation – 18 Ott 2009

Secondo un rapporto dell’ILO1 pubblicato prima dello scoppio della crisi economica globale, nonostante molte persone stessero lavorando come non mai, il numero dei disoccupati si attestava su una quota elevata, di quasi 200 milioni. Inoltre, “la forte crescita economica degli ultimi cinque anni aveva avuto solo un leggero impatto sulla riduzione del numero dei lavoratori che vivevano con le loro famiglie in condizioni di povertà …”, in parte perché la crescita era alimentata dall’incremento della produttività (in crescita del 26% nella scorsa decade), ma non stava creando nuovi posti di lavoro (solo il 16,6%). Il rapporto concludeva: “ogni regione deve affrontare le grandi sfide del mercato del lavoro” e “i giovani hanno maggiori difficoltà nel mercato del lavoro rispetto agli adulti, le donne non hanno le stesse opportunità degli uomini, la mancanza di un lavoro dignitoso è ancora significativa, e il potenziale che una popolazione ha da offrire non è sempre utilizzato a causa del mancato sviluppo del capitale umano o dello squilibrio tra l’offerta e la domanda nel mercato del lavoro”. Tutte queste affermazioni rispecchiano bene la situazione degli Stati Uniti, nonostante nel 2008 ci trovassimo all’apice del ciclo economico.

Adesso ovviamente il nostro mercato del lavoro è in profonda crisi avendo perso più di sei milioni di posti, con la disoccupazione effettiva quasi al 10%, e con milioni di lavoratori costretti alla riduzione degli orari di lavoro e persino alla riduzione della paga oraria. Secondo una relazione della New America Foundation2 ubblicata nella primavera scorsa, se aggiungiamo quei lavoratori “marginalmente collegati”, cioè quelli costretti a lavorare part-time, e coloro che vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro, il totale della disoccupazione effettiva è di oltre 30 milioni . A questo si aggiungano altri 2 milioni di individui carcerati – molti dei quali avrebbe potuto evitare di commettere un crimine se avessero goduto di migliori opportunità economiche, ed è probabile che una misura più accurata del tasso di disoccupazione sarebbe di circa il 20%. Questi numeri sono simili a quelli che ho ottenuto durante il periodo del boom di Clinton quando ho fatto una stima del numero di potenziali lavoratori rimasti senza lavoro anche quando l’economia era presumibilmente prossima alla piena occupazione.3

Il tasso di partecipazione della forza lavoro, cioè la percentuale di popolazione in età lavorativa che è impiegata o disoccupata, varia notevolmente per livello di istruzione; chi abbandona quella secondaria ha tassi di partecipazione molto bassi, a cui corrispondono tassi di incarcerazione elevati. Ho calcolato che ben 26 milioni di persone avrebbero potuto lavorare se avessero portato i tassi di partecipazione della forza lavoro di tutti gli adulti ai livelli di cui godono i laureati. Questo numero sarebbe maggiore al giorno d’oggi, a causa della scarsa creazione di posti di lavoro negli anni di Bush ed a causa della crisi economica. Quindi, possiamo tranquillamente concludere che a prescindere dal fatto che l’economia degli Stati Uniti sia in piena espansione o in recessione , il Paese registrerebbe una cronica mancanza di posti di lavoro. Confrontando questi numeri con la promessa del presidente Obama, quindi con il fatto che le sue scelte avrebbero creato, o almeno preservato, tre o quattro milioni di posti di lavoro, è chiaro che la politica attuale non è in grado di affrontare i problemi del mercato del lavoro. A dire il vero, non esiste una scelta politica unica in grado di fronteggiare i problemi che affliggono il mercato del lavoro. Abbiamo certamente bisogno di risolvere la crisi finanziaria e di rilanciare la crescita economica, ma come l’esperienza dimostra, anche una robusta crescita non crea automaticamente posti di lavoro. Inoltre, abbiamo gravi problemi strutturali: alcuni settori, come l’industria manifatturiera, creano pochi osti di lavoro rispetto al numero di soggetti che hanno competenze adeguate, mentre altri, come il settore FIRE – finanza e assicurazioni – probabilmente dovrebbero essere ridimensionati, e, altri ancora, come la cura e l’assistenza all’infanzia, andrebbero incrementati, a fronte di una carenza cronica di personale. Infine, si potrebbe sostenere che ci troviamo ad affrontare un altro tipo di problema strutturale individuato mezzo secolo fa da John Kenneth Galbraith: quello di un settore pubblico relativamente impoverito e di un settore profit gonfiato. Pertanto, pur riconoscendo la natura multiforme del nostro problema, credo che la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo sarebbe soltanto l’inizio del cammino verso la risoluzione di quello che è probabilmente il nostro peggior problema, cioè la disoccupazione, anche se si fosse in grado di impiegare la gente a lavorare per fornire i servizi pubblici necessari. Programmi per la creazione diretta di posti di lavoro sono stati molteplici negli Stati Uniti e in tutto il
mondo. Gli americani immediatamente penseranno ai vari programmi del New Deal, come la Works Progress Administration (che impiegò circa 8 milioni di lavoratori), il Civilian Conservation Corps (2,75 milioni di occupati), e l’Amministrazione nazionale della gioventù (oltre 2 milioni di posti di lavoro a tempo parziale per gli studenti). In effetti, ci sono state richieste per il rilancio dei programmi di lavoro, come VISTA e CETA, per assicurare l’occupazione di giovani diplomati e laureati che ora a causa della crisi rischiano di restare disoccupati.4

Ma quello che io sostengo è un piano più ampio e duraturo: un programma universale di creazione di posti di lavoro che prescinda dai capricci del ciclo economico. Il governo federale dovrebbe garantire un’offerta di lavoro a chiunque sia pronto e disposto a lavorare, con un livello retributivo stabilito dal programma che comprenda i salari ed i diritti dei lavoratori. Per rendere le cose semplici, i salari potrebbero essere fissati pari all’attuale salario minimo garantito, e poi adattati periodicamente al variare dello stesso. Gli attuali diritti dei lavoratori, comprese ferie, malattie e contributi previdenziali, resterebbero garantiti.

Si noti che il pacchetto del programma di compensazione stabilirebbe lo standard salariale minimo che altri datori di lavoro (privati e pubblici) dovranno rispettare. In questo modo, la politica potrebbe effettivamente stabilire il salario di base ed i diritti lavorativi a livello nazionale – con prestazioni migliorate, quali la possibilità di fornire aumenti. Non credo che sarà facile determinare il livello di retribuzione; comunque, un dibattito pubblico che metta in discussione le questioni relative allo standard di vita minimo nella nostra nazione sarebbe a tal proposito non solo giusto ma salutare.
Il governo federale non dovrebbe gestire questo programma. Dovrebbe soltanto fornire i fondi per la creazione di posti di lavoro diretti, mentre la maggior parte di essi potrebbero essere creati dalle amministrazioni locali e da organizzazioni senza scopo di lucro. Ci sono diverse ragioni per questo, ma la più importante è che le comunità locali hanno una migliore comprensione delle esigenze. Il New Deal è stato un progetto piuttosto centralizzato, ma molti di quelli portati a termine furono concepiti per creare sviluppo per l’America rurale: elettrificazione, irrigazione, e grandi progetti di costruzione. A dire il vero, abbiamo bisogno di investimenti in infrastrutture oggi, ma gran parte di questo può essere svolto dalle amministrazioni locali. Questo programma dovrebbe fornire almeno una parte della forza lavoro per questi progetti, con i salari e alcuni costi delle materie prime pagati dal governo federale. Ancora più importante, oggi ci troviamo ad affrontare una grave carenza di servizi pubblici che potrebbe essere sostanzialmente risolta attraverso l’occupazione a tutti i livelli di personale statale, più i fornitori no-profit di servizi sociali. Gli esempi includono l’assistenza agli anziani e ai bambini, parchi giochi, vigilanza, bonifiche ambientali, cura per lo spazio pubblico, e miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni per i cittadini a basso reddito. Il decentramento promuove progetti mirati a soddisfare le esigenze della comunità – sia in termini di tipologie di programmi creati, ma anche in termini di nuovi posti di lavoro corrispondenti alle competenze dei disoccupati in quelle comunità. Si noti inoltre che con la creazione di milioni di posti di lavoro decentrati di servizio pubblico, eviteremmo una delle critiche principali che si fanno al pacchetto di stimolo: poiché non ci sono abbastanza progetti infrastrutturali in cantiere, ci vorrà molto tempo per creare posti di lavoro. Invece, dovremmo consentire a ogni organizzazione al servizio della comunità di creare posti di lavoro pagati in modo che essi possano, a loro volta, rapidamente espandere le operazioni in corso. Mentre l’economia comincia a recuperare, il settore privato (così come per il settore pubblico) inizierà ad assumere di nuovo reclutando lavoratori fuori del programma. Questa è una cosa positiva, anzi, uno degli scopi principali di questo programma è quello di creare sacche di lavoratori pronti ad essere occupati una volta che il programma fosse terminato. Inoltre, il programma dovrebbe fare tutto il possibile per migliorare le competenze e la formazione dei partecipanti, fornendo un curriculum per ognuno di essi da utilizzare per ottenere un lavoro migliore e con una retribuzione maggiore. L’esperienza e la formazione on-the-job sono particolarmente importanti per coloro che tendono a rimanere indietro anche nei periodi migliori. Il programma può fornire un percorso alternativo di occupazione per coloro che non proseguono l’istruzione secondaria e che non possono entrare in programmi di apprendistato del settore privato. Ci sono alcuni esempi recenti, nel mondo reale, di programmi che sono simili a quello che stoproponendo. Quando l’Argentina degli ultimi anni si è trovata a fronteggiare una grave crisi finanziaria, economica, e sociale, ha creato il programma “Jefes“, in cui il governo federale ha creato fondi per finanziare il lavoro e una quota dei costi dei materiali, e la maggior parte dei lavori consistevano in servizi per la comunità.5

Il programma è stato destinato alle famiglie povere con bambini, permettendo a ciascuno di scegliere un “capofamiglia” che partecipasse al piano. Il programma è stato messo in piedi nel giro di quattro mesi, la creazione di posti di lavoro che ne è scaturita è stata pari al 14% della forza lavoro – un risultato notevole. Recentemente, l’India ha adottato la National Rural Employment Guarantee, che assicura 100 giorni di lavoro retribuito agli adulti che vivono nelle campagne. Nonostante il programma sia limitato, risulta essere un passo avanti rispetto al programma “Jefes”: l’accesso a un posto di lavoro diventa un diritto umano riconosciuto, ed il governo è responsabile di garantirlo. Infatti, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo include il diritto al lavoro, non solo perché è importante di per sé, ma anche perché molti dei diritti economici e sociali riconosciuti come diritti umani non possono essere assicurati senza il lavoro retribuito. E sia la storia che la teoria indicano fortemente che l’unico modo per garantire un diritto al lavoro è attraverso la creazione di posti di lavoro diretti da parte del governo. Questo non è, e non dovrebbe essere, una responsabilità del settore privato, che impiega i lavoratori solo in previsione di una vendita e di un relativo profitto. Anche se potessimo in qualche modo gestire la politica economica per produrre uno stato permanente di crescita, sappiamo che si lascerebbero comunque decine di milioni di potenziali lavoratori disoccupati o part-time sfruttati dal lavoro sottopagato. Quindi, la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo è un elemento essenziale per qualsiasi strategia che voglia assicurare il conseguimento di molti dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.

1 Global Employment Trends Brief 2007, International Labour Office; risultati riassunti in “Global Unemployment Remains at Historic High Despite Strong Economic Growth”, ILO 25 genaio 2007, Ginevra. Guarda anche The Employer of Last Resort Programme: Could it work for developing countries?, L. Randall Wray, Economic and Labour Market Papers, International Labour Office, Ginevra, agosto 2007, No. 2007/5.

2 Not Out of the Woods: A Report on the Jobless Recovery Underway, New American Contract, New America Foundation, 2009, www.newamericancontract.net.

3 Can a Rising Tide Raise All Boats? Evidence from the Kennedy-Johnson and Clinton-era expansions, L. Randall Wray, in Jonathan M. Harris and Neva R. Goodwin (editors), New Thinking in Macroeconomics: Social, Institutional and Environmental Perspectives, Northampton, Mass: Edward Elgar, pp. 150-181.

4 Guarda Not Out of the Woods, sopra.

5 Guarda “Gender and the job guarantee: The impact of Argentina’s Jefes program on female heads of households”, Pavlina Tcherneva and L. Randall Wray, CFEPS Working Paper No. 50, 2005.

Originale qui.

Traduzione a cura di Marco Pizzolla

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Come spiegare la crisi economica…L’origine in 9 slides

Quando si parla della crisi dell’ Eurozona, come di quella italiana, nei talk show politici raramente viene messo l’accento sulla responsabilità della moneta unica.

Quelle poche volte che accade, immancabilmente gli sventurati che si azzardano a mettere sul tavolo la questione vengono apostrofati come bestemmiatori sacrileghi; oppure come balordi dementi, ignari di ogni rudimento di economia.

Le cose in realtà stanno esattamente al contrario: è la scienza economica che spiega ampiamente le ragioni sistemiche per cui l’unione monetaria europea non può funzionare; e infatti non funziona.
Certo, pretendere di infilare nella testa degli italiani tutti i rudimenti di macroeconomia che spiegano come e perchè l’euro è un progetto senza futuro così, come se niente fosse… è impresa ardua. Soprattutto perchè nei media il tema è bandito peggio della pedopornografia!

Allora è utile cercare di semplificare le cose, per renderle di più immediata percezione e penetrazione; così come abbiamo fatto qui qualche tempo fa. A questo scopo tornano utilissime le rappresentazioni grafiche in slides…

Link: http://lemieconsiderazioniinutili.blogspot.it/2013/04/come-spiegare-la-crisi-economicaorigine.html

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Dopo l’euro…

C’è un timore diffuso che una eventuale uscita dall’euro dell’Italia, con il ritorno ad una valuta nazionale, sarebbe una catastrofe, perché la “nuova lira” si svaluterebbe rispetto all’euro in modo consistente, questo farebbe aumentare i prezzi dei beni importati, in particolare petrolio ed energia, e l’inflazione aumenterebbe in modo vertiginoso, costringendoci a far la spesa con carriole di banconote.
Se si tornasse ad un sistema in cui il prezzo della valuta nazionale viene deciso da domanda e offerta di valuta nazionale contro valuta estera, qual’è davvero la posizione dell’Italia?
La domanda netta di una valuta dipende dalla differenza tra gli incassi del Paese e i pagamenti fatti all’estero, che a loro volta hanno origine da (1) scambi commerciali; (2) trasferimenti, come il pagamento di interessi; (3) operazioni finanziarie come l’acquisto di titoli.

Il saldo commerciale dell’Italia – per le merci – è riportato nel primo grafico, che utilizza dati mensili Istat, cumulati su dodici mesi. Da Agosto 2012 il saldo è tornato positivo, per il crollo delle importazioni dovuto alla crisi, ma anche per la crescita delle esportazioni.

Il secondo grafico mostra l’andamento delle vendite di merci italiane agli altri Paesi dell’Unione europea, e al resto del mondo. Si nota come l’andamento delle vendite verso l’Unione europea, in gran parte ferma per le politiche di austerità, abbia ristagnato, mentre sono aumentate le vendite verso Paesi terzi, con una perdita del peso relativo del mercato europeo come collocazione delle nostre esportazioni.

Il terzo grafico riporta il saldo tra incassi e pagamenti in conto corrente, insieme al saldo commerciale per le merci. I pagamenti totali sono ancora superiori agli incassi, e quindi da qui emerge una domanda netta di valuta estera (che spingerebbe alla svalutazione di una valuta nazionale). Ma qual’è a differenza tra saldo commerciale e bilancia delle partite correnti? Oltre al saldo del commercio di servizi, in sostanziale pareggio, le altre voci riguardano i redditi da lavoro (rimesse degli immigrati) ma soprattutto i redditi da capitale, e cioè gli interessi che gli italiani (governo e settore privato) pagano all’estero in ragione dei prestiti ricevuti, al netto degli interessi incassati.

E’ questa voce, insieme ai trasferimenti netti, a tenere il nostro saldo con l’estero in deficit. Una parte consistente dipende dai tassi di interesse elevati pagati ai creditori esteri (lo spread!), che progressivamente sparirebbero con le modifiche alle regole del gioco che seguirebbero l’uscita dall’euro.

Quindi, se uscendo dall’euro si riducono i trasferimenti netti all’estero e il pagamento di interessi, non c’è alcuna pressione verso la svalutazione dal conto corrente. Tradotto: siamo competitivi. C’è sempre, ovviamente, la possibilità di attacchi speculativi sui mercati finanziari, e ci sono gli strumenti per evitarla.

E, per inciso, se l’Italia è in crisi e abbisogna di riforme strutturali, di precarizzare il lavoro, di ridurre i costi ecc ecc ecc, come mai le nostre imprese (almeno alcune!) vendono all’estero sempre di più? Evidentemente i problemi sono altri.

Ma allora…se non abbiamo necessità di svalutare il cambio, perché uscire dall’euro? Per ottimi motivi: riprendere il controllo dei tassi di interesse, che al momento trasferiscono troppo reddito ai creditori, e per farla finita con l’austerità e tornare a creare lavoro.

http://gennaro.zezza.it/?p=741

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LA FRANCIA STAMPA EURO, PER GLI ALTRI L’AUSTERITY

DI MARIO GRIGOLETTI
capiredavverolacrisi.com

A seguito delle vicende della Grecia, di Malta e di Cipro e a fronte delle crisi economiche, sociali ed umane che hanno investito questi Paesi, siamo arrivati al punto di essere convinti almeno di una cosa: la BCE non si sposta di un millimetro dalla sua missione e non attua politiche di favoritismo per nessuno, mantenendo fede alla suo ruolo super partes e alla sua indipendenza.

Il dubbio ci sale leggendo un articolo del giornale on-line tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che sostiene che la BCE, nella figura del suo Governatore Mario Draghi, abbia concesso alle banche francesi, non alla Francia intesa come Paese, il diritto di stampare moneta; arrivando finalmente a ricoprire lo stesso ruolo della FED negli USA.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del 2011 la BCE, per far fronte alla crisi di liquidità in cui erano finite le banche europee che detenevano molti titoli “tossici” dei Paesi colpiti dalla crisi del debito, ha dato via al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). Secondo questo piano le banche potevano ricevere dei finanziamenti a tassi d’interesse relativamente bassi in cambio di obbligazioni governative, titoli di stato, compresi quelli senza valore, come quelli greci ad esempio. Questa operazione è stata effettuata in due tranche:

  • il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO richiedendo 489,191 miliardi di euro;
  • il 29 febbraio 2012, quando 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Tra queste banche naturalmente c’erano anche banche francesi che hanno beneficiato di questi prestiti. Come sottolinea il quotidiano tedesco: “Da molto tempo le principali banche francesi come Societe Generale, Credit Agricole e BNP Paribas sono al centro dei mercati obbligazionari. Come riporta Bloomberg, solo il Crédit Agricole ha dovuto svendere l’anno scorso beni per 3,5 miliardi di euro”. Oltre a questa fonte di flusso di liquidità, le banche francesi hanno potuto avvalersi di un mercato parallelo, fonte quasi inesauribile di finanziamento, il cosiddetto mercato STEP (Short Term European Paper). Cos’è il mercato STEP?

Si tratta di: “un mercato commerciale praticamente senza regole, dove vengono immesse obbligazioni societarie e bancarie a breve termine. Qui le obbligazioni negoziate hanno un volume di circa 440 miliardi di euro. Dire che il mondo bancario francese si è ulteriormente sviluppato è estremamente creativo e ora si permette, attraverso il mercato STEP, di ricorrere ad un programma completamente nuovo, sia per la creazione di credito a breve termine, sia per una licenza molto specifica di stampare denaro.”

Questo mercato inoltre è molto pericoloso in quanto è fuori dalla Borsa e quindi con nessuna trasparenza, è orientato solo verso il sistema bancario francese e le banche francesi sono ricche di obbligazioni STEP presso la Banque de France, che a sua volta presenta rischi di default legati alle obbligazioni STEP versate come garanzia presso la BCE.

Ma questi soldi che fine faranno? Verranno iniettati nell’economia reale francese garantendo credito alle imprese e alle famiglie? Non si può che essere scettici al riguardo, è più facile pensare che queste iniezioni di denaro abbiano più a che fare con il trattato di Basilea III e l’obbligo delle banche di aumentare la riserva monetaria al 7% al posto del 2% come avveniva fino a ora, e come avverrà fino al 2019 data d’entrata in regime ufficiale.

Questa anomalia ha portato a delle conseguenze che non sono passate inosservate, almeno fuori dal nostro Paese. Il premio nobel Paul Krugman ha recentemente dedicato un’editoriale sul New York Times, notando come i tassi d’interesse sul debito pubblico francese fossero improvvisamente crollati all’1,72%; praticamente gli stessi degli USA. Krugman sottolinea che: “i mercati hanno concluso che la BCE non vuole, non può, lasciare la Francia a corto di denaro, senza la Francia non vi è più alcun euro-zona. Così per la Francia la BCE è inequivocabilmente disposta a giocare da buon prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità. E questo significa che, in termini finanziari, la Francia è entrata nel club dei paesi avanzati che hanno le loro proprie valute e, pertanto, non possono rimanere a corto di soldi – un club i cui membri hanno costi finanziari molto bassi, più o meno indipendenti dai loro debiti e deficit.”

Quindi infine la lezione qual è? La BCE lascia fallire i Paesi periferici e i loro cittadini, condannandoli all’austerità ed ad una preoccupante escalation dal punto di vista sociale, mentre salva le banche dei Paesi “core”, seguendo passo passo le logiche del “too big to fail” che fanno tremare l’economia americana. E l’Italia? In mezzo, nel guado, ignara sul presente e sul suo futuro destino.

Mario Grigoletti
Fonte: http://www.capiredavverolacrisi.com
Link: http://www.capiredavverolacrisi.com/la-francia-stampa-euro-per-gli-altri-lausterity/
20.04.2013

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22 aprile 2013

Fonte: La Francia stampa euro

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A seguito delle vicende della Grecia, di Malta e di Cipro e a fronte delle crisi economiche, sociali ed umane che hanno investito questi Paesi, siamo arrivati al punto di essere convinti almeno di una cosa: la BCE non si sposta di un millimetro dalla sua missione e non attua politiche di favoritismo per nessuno, mantenendo fede alla suo ruolo super partes e alla sua indipendenza.

Siamo davvero sicuri?

Il dubbio ci sale leggendo un articolo del giornale on-line tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten che sostiene che la BCE, nella figura del suo Governatore Mario Draghi, abbia concesso alle banche francesi, non alla Francia intesa come Paese, il diritto di stampare moneta; arrivando finalmente a ricoprire lo stesso ruolo della FED negli USA.

Ma andiamo con ordine.

Verso la fine del 2011 la BCE,  per far fronte alla crisi di liquidità in cui erano finite le banche europee che detenevano molti titoli “tossici” dei Paesi colpiti dalla crisi del debito, ha dato via al piano di rifinanziamento a lungo termine (LTRO). Secondo questo piano le banche potevano ricevere dei finanziamenti a tassi d’interesse relativamente bassi in cambio di obbligazioni governative, titoli di stato, compresi quelli senza valore, come quelli greci ad esempio. Questa operazione è stata effettuata in due tranche:

  •  il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta LTRO richiedendo 489,191 miliardi di euro;
  • il 29 febbraio 2012, quando 800 banche hanno partecipato all’asta LTRO, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Tra queste banche naturalmente c’erano anche banche francesi che hanno beneficiato di questi prestiti. Come sottolinea il quotidiano tedesco: “Da molto tempo le principali banche francesi come Societe Generale, Credit Agricole e BNP Paribas sono al centro dei mercati obbligazionari. Come riporta Bloomberg, solo il Crédit Agricole ha dovuto svendere l’anno scorso beni per 3,5 miliardi di euro”. Oltre a questa fonte di flusso di liquidità, le banche francesi hanno potuto avvalersi di un mercato parallelo, fonte quasi inesauribile di finanziamento, il cosiddetto mercato STEP (Short Term European Paper). Cos’è il mercato STEP?

Si tratta di: “un mercato commerciale praticamente senza regole, dove vengono immesse obbligazioni societarie e bancarie a breve termine. Qui le obbligazioni negoziate hanno un volume di circa 440 miliardi di euro. Dire che il mondo bancario francese si è ulteriormente sviluppato è estremamente creativo e ora si permette, attraverso il mercato STEP, di ricorrere ad un programma completamente nuovo, sia per la creazione di credito a breve termine, sia per una licenza molto specifica di stampare denaro.”

Questo mercato inoltre è molto pericoloso in quanto è fuori dalla Borsa e quindi con nessuna trasparenza, è orientato solo verso il sistema bancario francese e le banche francesi sono ricche di obbligazioni STEP presso la Banque de France, che a sua volta presenta rischi di default legati alle obbligazioni STEP versate come garanzia presso la BCE.

Ma questi soldi che fine faranno? Verranno iniettati nell’economia reale francese garantendo credito alle imprese e alle famiglie? Non si può che essere scettici al riguardo, è più facile  pensare che queste iniezioni di denaro abbiano più a che fare con il trattato di Basilea III e l’obbligo delle banche di aumentare la riserva monetaria al 7% al posto del 2% come avveniva fino a ora, e come avverrà fino al 2019 data d’entrata in regime ufficiale.

Questa anomalia ha portato a delle conseguenze che non sono passate inosservate, almeno fuori dal nostro Paese. Il premio nobel Paul Krugman ha recentemente dedicato un’editoriale sul New York Times, notando come i tassi d’interesse sul debito pubblico francese fossero improvvisamente crollati all’1,72%; praticamente gli stessi degli USA. Krugman sottolinea che:“i mercati hanno concluso che la BCE non vuole, non può, lasciare la Francia a corto di denaro, senza la Francia non vi è più alcun euro-zona. Così per la Francia la BCE è inequivocabilmente disposta a giocare da buon prestatore di ultima istanza, fornendo liquidità. E questo significa che, in termini finanziari, la Francia è entrata nel club dei paesi avanzati che hanno le loro proprie valute e, pertanto, non possono rimanere a corto di soldi – un club i cui membri hanno costi finanziari molto bassi, più o meno indipendenti dai loro debiti e deficit.”

Quindi infine la lezione qual è? La BCE lascia fallire i Paesi periferici e i loro cittadini, condannandoli all’austerità ed ad una preoccupante escalation dal punto di vista sociale, mentre salva le banche dei Paesi “core”, seguendo passo passo le logiche del “too big to fail” che fanno tremare l’economia americana. E l’Italia? In mezzo, nel guado, ignara sul presente e sul suo futuro destino.

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No al M.E.S. : “Ci hanno pignorato l’Italia e non ce lo dicono”

Segnalazione di www.nocensura.com

“Quello che devi sapere sul “MES” e le altre leggi dittatoriali dell’Unione Europea”
http://www.nocensura.com/2012/06/quello-che-devi-sapere-sul-mes-e-le.html

“Perché il “MES” non è un “patto di stabilità” qualsiasi ma una dittatura”
http://www.nocensura.com/2012/03/perche-il-mes-non-e-un-patto-di.html

“Il MES: un organo sovranazionale al di sopra di ogni legge e controllo.”
http://www.nocensura.com/2011/12/il-mes-un-organo-sovranazionale-al-di.html


“Il servizio di Adam Kadmon a “Mistero” sul “MES” Meccanismo Europeo Stabilità“
http://www.nocensura.com/2012/06/il-servizio-di-adam-kadmon-mistero-sul.html

“La censura di governo e media sul “MES” fanno capire lo “stato della democrazia”
http://www.nocensura.com/2011/12/la-censura-di-governo-e-media-sul-mes.html

“Il MES è uno strumento per ingannare i popoli”

http://www.nocensura.com/2012/10/il-mes-e-uno-strumento-per-ingannare-i.html

“Il “Mes” è stato ratificato sia al Senato che alla Camera e Grillo è rimasto MUTO”

http://www.nocensura.com/2012/07/il-mes-e-stato-ratificato-sia-al-senato.html

“Il senato ha ratificato il Trattato del MES e fiscal compact nel solito silenzio generale.”

http://www.nocensura.com/2012/07/il-senato-ha-ratificato-il-trattato-del.html

“MES e austerità. Ecco come cambia la finanza europea”
http://www.nocensura.com/2012/04/mes-e-austerita-ecco-come-cambia-la.html

[Immagine da Contro il MES o ESM per salvare la sovranità nazionale]

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LA GRANDE NAZIONE SPAGNOLA SCENDEREBBE SUBITO DALLA CROCE SE USCISSE DALL’ EURO

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI AMBROSE EVANS- PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

Sembra che abbiamo staccato il cervello. La disoccupazione in Spagna è aumentata di altre 237.000 persone nel primo trimestre ed è arrivata a 6,2 milioni, il 27,2% della popolazione.
Per capirci meglio è come dire 8,3 milioni di disoccupati in Gran Bretagna, o 39 milioni negli Stati Uniti. Il paese sta perdendo 3.581 posti di lavoro al giorno. Ci sono 1,9 milioni di famiglie in cui nessuno ha un lavoro.

Come si può vedere da questa mappa, il tasso ha raggiunto il 36,8% in Andalusia, la regione più popolosa della Spagna.

Free Image Hosting at www.ImageShack.usIl tasso nazionale dei giovani disoccupati è del 57,2% e sale al 70% nelle Canarie.
Tutto questo nonostante l’emigrazione di massa dei giovani spagnoli. El Pais riporta che lo scorso anno 260.000 giovani di età compresa tra 16 e 30 anni hanno lasciato il paese.
Una gran parte è venuta a Londra. Sono tutti intorno a Victoria Station, agli uffici del telegrafo e lavorano da Pret a Manger e da Starbucks, e hanno dei modi deliziosamente ben educati.
Altri sono andati in Germania, o nel Golfo Persico, o più lontano ancora. La diaspora spagnola è arrivata a dei livelli che non si vedevano dal periodo dell’ esodo di massa dopo la guerra civile, o dai tempi della Conquista.

Qualcuno dice che la disoccupazione è alta come quella dell’inizio degli anni ‘90. Ma non è così . Uno studio della Banca di Spagna rivela che il tasso di disoccupazione di oggi sarebbe del 4 o 5% più alto di quello di allora che, secondo i vecchi criteri di calcolo, era più vicino al 32%.

Niente di simile si era mai visto prima in tempi moderni. La crisi di disoccupazione della Spagna nel 1930 era molto più mite, e per una buona ragione. La Spagna non era legata al disastro deflazionistico creato dal Gold Standard tra le due guerre. E la crisi in Spagna andò per conto suo.

Il governo Rajoy oggi ha detto che la crisi è “drammatica”, ma ha ripetuto che il paese sta riacquistando la fiducia dei mercati finanziari ed è finalmente sulla strada della ripresa. Purtroppo questo non è vero. Le obbligazioni vigilantes stanno tranquille solo perché la BCE ha promesso di assorbirsi il mercato del debito spagnolo. La crisi dell’economia reale va sempre peggio. La City lo sa.

Il debito pubblico è passato dal 69% all’ 84% del PIL l lo scorso anno, e solo una parte è stato causato dai salvataggi delle banche. Questo balzo è stato enorme in un solo anno e si sottovaluta l’effettivo debito. David Owen di Jefferies dice che la cifra reale arriverà al 113% una volta che i crediti commerciali e le fatture non pagate verranno conteggiati, e le cifre sono disponibili presso la Banca di Spagna.

Il deficit è passato dal 9,4% al 10,6% l’anno scorso ( il 7 % senza includere le spese bancarie). Il FMI si aspetta che resti fermo al 6,9% nel 2014. Il miglioramento è glaciale, si sentono gli echi di Grecia e Portogallo. Il danno economico causato dai tagli fatti nel rispetto della austerità sta erodendo le entrate fiscali, alimentando una spirale infernale verso il basso.

I consumi delle famiglie stanno crollando come i prezzi delle case, come si può vedere da questo grafico che riporta la cronologia dei prezzi dal 2008 al 2013:

Free Image Hosting at www.ImageShack.us Come al solito, c’è molta angoscia, e le denunce contro l’”ultra-austerità” e contro la Troika UE-FMI ( questo è un problema molto sentito in Spagna). I sindacati parlano di una “emergenza nazionale”. Solita roba. Eppure quasi nessuno nella vita pubblica spagnola è disposto ad ammettere che la causa di tutto questo dolore sia la struttura dell’unione monetaria stessa.

L’euro ha portato in Spagna dei tassi di interesse negativi del 2% all’inizio del decennio e così si è innescato un boom incontrollabile. Il paese ora deve affrontare una rovina incontrollabile. Il problema fondamentale è la perdita del controllo sovrano sul suo tasso di cambio e sulla politica monetaria.

Sono sorpreso che una nazione con una grande storia alle spalle debba sopportare una disoccupazione al 27%, o accettare di essere uno stato vassallo di un regime EMU incompetente e disfunzionale. Ci sarà qualcuno a Madrid che pensa che i funzionari dell’UE a Bruxelles sappiano in realtà cosa stlano facendo? O che quei provinciali che gestiscono il sistema monetario a Francoforte (fatta eccezione di Draghi) siano molto meglio? O che l’Eurogruppo sia un’organizzazione civile, dopo il modo in cui è stata trattata Cipro?
In Spagna il Progetto dell’ Unione Europea è, naturalmente, come una madre, come la torta di mele. E questo concetto si intreccia nel pensiero pubblico con l’arrivo della democrazia, dopo Franco e con il rientro della Spagna nel contesto europeo. Le sovvenzioni di Bruxelles per un quarto di secolo hanno creato una dipendenza culturale e hanno deformato la mente degli spagnoli.

Bene, le menti possono anche non essere deformate.

Ci sono alcune voci solitarie disposte a pronunciare qualche eresia. Io sono un appassionato seguace di “Ilusion Monetaria un blog di Miguel Navascues, ex- economista (e monetarista) della Banca di Spagna. Navascues dice pane al pane. Esorta la Spagna a liberarsi immediatamente dell’ oppressione della UEM.

A sinistra, l’economista catalano David Lizoain dice che è arrivato il momento per i socialdemocratici di chiedere se l’UEM stia facendo più male che bene e, pertanto, se questo sistema dovrà essere smantellato.

Ecco un breve estratto:

In considerazione dell’architettura della zona euro, i paesi della periferia europea non possono impegnarsi in uno stimolo fiscale, uno stimolo monetario, una svalutazione competitiva, o una ristrutturazione finanziaria. Intrappolati come soni nel bel mezzo di spirali recessive-negative, il loro spazio politico è estremamente limitato. Il quadro della zona euro ha generato una depressione economica e una crisi di legittimità democratica. Queste sono condizioni fertili per fallimenti politici ancora maggiori, non certo per raggiungere successi.

Prendiamo il caso spagnolo: Uno stimolo proveniente dal settore pubblico è vietato, in base agli obiettivi di disavanzo controllato e impossibile, a causa dei costi di finanziamento esistenti sui mercati privati. I canali di finanziamento nel settore privato sono bloccati, perché il bilancio del settore finanziario è ancora sopraffatto dalle crescenti sofferenze conseguenti allo scoppio della bolla immobiliare. La mossa ovvia sarebbe quella di impegnarsi in una massiccia ristrutturazione finanziaria (cioè lasciare che le “bad banks” falliscano).

Questo non è possibile perché la BCE non si comporta come un prestatore di ultima istanza. Le banche in periferia non possono fallire senza portarsi dietro i piccoli risparmiatori. Questo per garantire una assicurazione sui depositi, è stato quindi necessario fare un salvataggio del settore privato (e un protocollo d’intesa). Nel giugno scorso i leader di Europed dichiararono: “Noi affermiamo che è indispensabile interrompere il circolo vizioso tra banche e governi.” Gli eventi hanno dimostrato quanto questa sia stata una promessa vana. Il costo del salvataggio delle banche viene ora trasferito sulle casse pubbliche, e le banche che stanno affogando si stanno portando a fondo anche i loro stati sovrani. Ma se questo non bastasse, l’accordo di Cipro dimostra che nemmeno l’assicurazione sui depositi per i piccoli risparmiatori può essere data per garantita.

Il colpo di scena a Cipro rende molto più difficile difendere la tesi che il cambiamento in Europa sia proprio dietro l’angolo, e che questo cambiamento sarà per il meglio. Nessun atteggiamento di ottimismo può poggiare su basi empiriche solide, non ci sono prove di forti maggioranze in Germania favorevoli alle riforme che sarebbero necessarie per porre fine alla crisi e ribilanciare la zona euro.

Se i paesi della periferia avessero ancora un sistema come il “Gold Standard” , sarebbero tutti già stati costretti a uscirne fuori. La depressione euro-indotta è un terreno fertile per il populismo, per l’antipolitica, per l’estremismo e per farsi il sangue amaro, in generale, è un ambiente tossico per i sogni di una “Unione Europea sempre più stretta”.

Il corso degli eventi richiede un lifting del tabù che circonda la dissoluzione della zona euro. Se la solidarietà non può essere raggiunta con una progressiva riforma delle istituzioni economiche europee, allora forse questo è il momento di prendere in considerazione di fermarsi. Forse l’unico modo per salvare l’Unione sarebbe quello di abbandonare l’euro. Ancora c’è speranza.

Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: http://blogs.telegraph.co.uk/
Link: blogs.telegraph.co.uk/finance/ambroseevans-pritchard/100024242/the-great-spanish-nation-can-end-its-crucifixion-at-will-by-leaving-emu/

25.04,.2013

Traduzione per http://www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO

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1 maggio 2013 | Autore

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/2013/05/se-la-francia-stampa-euro-di-maurizio-blondet.html?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=se-la-francia-stampa-euro-di-maurizio-blondet

1 maggio 2013Di 
Nota di Rischio Calcolato: questo post è tratto dalla rivista on-line EffediEffe sito di informazione a cui consigliamo caldamente un abbonamento (50€ spesi benissimo). Come al solito la penna del “Direttore” coglie nel centro il cuore del problema. Buona lettura.

 bank de France euro Se la Francia Stampa Euro. (di Maurizio Blondet) L’eurocrazia ha concesso alla Francia ( e Spagna e Portogallo) due anni di proroga per il rientro dal deficit entro il 3% del Pil, e ha negato lo stesso sollievo all’Italia. Enrico Letta va da Angela Merkel a Berlino ad implorare il favore (il ministro Schauble aveva detto no ancor pochi giorni fa). Ma Berlino ha fatto a Parigi un favore più grande, alla chetichella: in pratica, ha permesso alla sua Banca Centrale di stampare euro.Lo ha scritto l’8 aprile scorso addirittura Paul Krugman sul suo blog presso New York Times, con un titolo più che ironico: «La Francia ha di nuovo la sua divisa» (France Has Its Own Currency Again). Scarne le notizie che Krugman dà. Si limita a notare che gli interessi che la Francia paga per indebitarsi sono crollati. Parigi non è più a corto di soldi, i mercati non sono più preoccupati di un suo fallimento… Un giornale economico online francese, Atlantico, poco dopo ha ipotizzato: i tassi bassi a cui la Francia si indebita sarebbero effetto di una politica «generosa e discreta» da parte della Banque de France (la loro Banca Centrale) di acquisto di attivi discutibili dalle banche francesi. E spiega che se l’Europa ha una moneta unica, non ha un’unica Banca Centrale. Sì, c’è la BCE; ma le banche centrali nazionali esistono ancora «e dispongono di una certa autonomia per aiutare le proprie banche». Possono aiutare le loro banche commerciali, appunto decidendo quali «attivi» accettare come garanzia, ossia quali titoli di credito che le banche vantano, e contro le quali sganciare i fondi liquidi. Crediti andati a male, titoli di Stati in difficoltà eccetera, insomma pretesi «attivi» che il mercato non tocca nemmeno con un dito, che la Banque de France accetta come buoni dalle sue amate banche nazionali. La transazione avverrebbe nel cosiddetto sistema Short Term European Paper (acronimo: STEP): che consente a ciascuna Banca Centrale di rifinanziare le sue banche, ma che è usato soprattutto dalla Francia. Parigi, con quasi 500 miliardi, rappresenta da sola più della metà del mercato europeo STEP, ed è il secondo del mondo dopo quello americano. Inoltre, è in forte aumento: da 300 miliardi di metà 2012, era già a 483 a fine 2012.Ciò significa non solo che la Banque de France ha il tacito permesso di stampare euro secondo le necessità (insaziabili) delle sue banche; ma che le sue banche maggiori (BNP, Société Générale, Crédit Agricole in prima linea) sarebbero sull’orlo del fallimento per la loro eccessiva esposizione ai rischi, e tenute sotto ossigeno dalla stampante della Banque de France mascherata sotto pagamento di «attivi» che sono equivalenti a vecchie biciclette, abiti di seconda mano e stoviglie usate.A tutta prima la mezza rivelazione ha fatto strillare di rabbia grossi giornali germanici come Die Welt e Deutsche Wirtschafts Nachrichten, che hanno accusato Mari Draghi, l’odiato italiano, di lassismo complice. «La BCE ha dato alla Francia la possibilità di stabilizzare le proprie banche, senza che la Germania possa far niente per opporsi (…) Sotto traccia, si gonfia in Francia una gigantesca bolla finanziaria».

Ma dopo queste prime urla, più nulla. Silenzio. Evidentemente, i media sono stati avvertiti discretamente di sorvolare. E ciò, quasi certamente, per il motivo indicato da Krugman: la BCE non può lasciare la Francia al suo destino come una qualunque Grecia (o Spagna), perché senza la Francia «non c’è più euro».

Berlino, che è severissima con noi, con Hollande tace e acconsente, perché ha bisogno della «relazione speciale» con Parigi, secondo pilastro dell’euro e della sua ideologia.

Se l’ipotesi è vera, inutilmente il nostro Letta (e la sinistra italiana) sperano di trovare in Parigi l’alleato e guida dei Paesi mediterranei che dicono basta all’austerità e mettono in minoranza la Merkel: Hollande, la Merkel se l’è comprato col permesso di stampa dissimulata. Il permesso (tedesco) a Francia, Spagna e Portogallo di ritardare di due anni il rientro del deficit, che viene negato a noi, è fatto proprio per spaccare il fronte. L’Italia è isolata. Divide et impera. Anche se Enrico Letta, mettendo all’economia Saccomanni, ossia il servile e strapagato funzionario di Bankitalia, non ha certo dato l’idea di voler andare all’attacco. Bankitalia è nota per la sua subalternità a Francoforte e Berlino.

Questa faccenda, più o meno soppressa, rivela un’altra disfunzione della Babele monetaria che è l’euro (moneta unica con banche centrali «con parziale autonomia», se la prendono), e che i padroni dei nostri destini vanno avanti a forza di pezze, trucchi nascosti, strappi inconfessati alle regole che loro stessi ci hanno imposto, omertà e favoritismi collaterali e severità disumane – come nella Fattoria degli Animali di Orwell, tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Ché poi, chissà che non ci convenga tacere. Dopotutto, ad ogni asta dei nostri Btp, i tassi d’interesse si abbassano, fra gli applausi dei media: «I tassi tornati ai minimi del 2010! I mercati ci ridanno fiducia!». Oddio, i tassi sono ancora alti: 3,94, anche se in calo rispetto agli orribili 4,66 di un mese prima. Lo spread non cala veramente. Ma perché, di grazia, «i mercati» ci danno fiducia? Non abbiamo fatto le riforme, né tagliato l’enorme spesa pubblica parassitaria, né snellito la burocrazia, né reso rapidi e produttivi i magistrati, né reso competitivo il lavoro, né alleviato o almeno semplificato la tassazione sulle imprese; le nostre ditte produttrici sono strangolate dallo Stato e dalle banche , il credito è azzerato, non circola denaro: viviamo il blocco di liquidità tragico che perpetuò la crisi del 1929 fino al ’39. Perché i mercati ci darebbero fiducia, quando noi italiani di fiducia non ne abbiamo nemmeno un po’, e chi ha soldi ne ha mandati 200 miliardi in Svizzera, per paura del prelievo forzoso alla cipriota? Chi è, insomma, che compra i nostri titoli? E a retribuzione calante per giunta?

Certo, si dice, il mondo è inondato di liquidità dalla Federal Reserve e dalla Bank of Japan che hanno intrapreso il più oltraggioso e svergognato quantitative easing; dei colossali fiumi di dollari e yen devono per forza andare in titoli pubblici del mondo; qualche rivolo si «investe» in Italia, dove ottiene ancora quasi il 4% sicuro. Sarà. Ma magari c’è un aiutino anche ai nostri titoli pubblici da parte della BCE, o di Bankitalia col permesso occulto della BCE? Come la Francia, ma pochino pochino? Con la Germania che fa finta di niente, almeno fino alle elezioni di settembre, perché deve tener nascosto ai suoi cittadini l’enormità del problema e la disonestà dei mezzucci usati per rappezzarlo?

Chissà. Facciamo solo notare questo paradosso: c’è una enorme liquidità globale, e le banche strapiene di titoli pubblici; e alle nostre imprese non arriva un euro. Non pagano i fornitori perché non vengono pagate a loro volta; tutto si paralizza perché manca denaro liquido e il credito è prosciugato, ma altrove scorrono Mississippi di liquidità.

Uno studio della KPMG calcola che le banche della zona euro detengono ormai 1670 miliardi di euro di titoli del debito sovrano (chiamiamolo sovrano) degli Stati europei; un enorme montante sottratto all’economia produttiva. Le banche fanno credito illimitato (non coi soldi loro) ai governi, sotto l’ombrello protettore e complice della BCE, lucrando en passant notevoli interessi senza rischio, e contemporaneamente negano credito a famiglie e imprese. Secondo KPMG negli ultimi 4 anni le banche hanno ridotto di 365 miliardi di euro le loro aperture di credito alle imprese: -7,5%. Sono le colpevoli reali e primarie della recessione diventata depressione, dei disoccupati che crescono e dei suicidi di imprenditori.

Per contro, secondo KPMG, i crediti dubbi delle banche europee ammonterebbero a 1500 miliardi (di cui 600 per le sole banche britanniche, spagnole e irlandesi). Anziché ripulire i loro bilanci vendendo i loro portafogli, esse da anni preferiscono nascondere il problema prorogando i loro prestiti più o meno inesigibili. Gli Stati avrebbero dovuto, fin dall’inizio della crisi, intervenire imponendo ad azionisti e creditori di accollarsi la loro parte di perdite; non l’hanno fatto – come opporsi alla lobby bancaria? – fino al giorno in cui l’hanno fatto per banche e correntisti di Cipro. Allora, non si ebbe il coraggio di assumere le conseguenze sistemiche che ciò avrebbe comportato, con la conseguente rivoluzione del sistema bancario europeo, la scomparsa dei vecchi azionisti e dei banchieri nella latrina della storia, e la ristrutturazione (default parziale) dei debiti sovrani.

I poteri forti e i loro caudatari governativi non hanno voluto. Da allora, si sono susseguiti «salvataggi» di banche che avevano in comune il rimandarne la necessità. Si sono chiusi gli occhi davanti alla crisi finanziaria per non vedere di essa che una giustificazione di più all’ideologia ultra-liberista, «anzi profittando dell’occasione per accelerare brutalmente l’applicazione del programma» (Fançois Leclerc).

Ed oggi siamo a questo: che invece di mettere in discussione la strategia seguita e fallimentare (austerità per chi «ha vissuto al disopra dei propri mezzi») si suggerisce solo di ammorbidirne l’applicazione. La Commissione ha concesso alla Spagna di ritardare il rientro del deficit, stavolta di due anni; poi l’ha concesso al Portogallo, poi alla Francia. L’allungamento del calendario è diventato regola? Ma no, si decide caso per caso – per salvare la faccia – e quindi si dice no a Roma, che conta come il due di picche ed ha ministri tanto tanto europeisti, la Bonino che vuole accelerare gli Stati Uniti d’Europa: a noi, si può fare di tutto, e continuiamo a scodinzolare. (Emma Bonino: Stati Uniti d’Europa o non c’è via d’uscita‎)

Del resto, gli alleviamenti concessi agli altri non solo non risolvono nulla. Sono accompagnati ogni volta da ingiunzioni di nuovi rigori di bilancio, che aggravano la recessione e creano di conseguenza (tramite diminuzione del gettito fiscale) le condizioni di un ulteriore, futuro allungamento della data del fatale rientro del deficit sotto il 3%: cifra peraltro del tutto arbitraria.

«Rigore di bilancio e controllo delle spese non spariranno dal vocabolario del partito socialista», ha annunciato Antonio José Seguro, il segretario del PS portoghese, che spera di tornare al potere e chiede, contemporaneamente, una rinegoziazione del costosissimo piano di salvataggio del Portogallo; le stesse cose più o meno dicono i governanti spettrali a Madrid, a Parigi e il nostro Enrico Letta. «Crescita» accompagnata a «rigore», come sempre. Senza spiegare come fare. Senza mai mettere in discussione i paradigmi adottati una volta per tutte, il pensiero unico eurocratico-globalista. Fino al crack sociale e politico?

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L’azionista maggioritario della BCE indovinate chi è ?
La Banque de France direttamente ed il Crédit Agricole indirettamente.
Ricordiamoci che la diavoleria che abbiamo adesso e che chiamiamo EU è il frutto di un accordo Franco-Tedesco dell’immediato dopoguerra.
La EU sono loro, gli altri ?
Semplicemente non contano.

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…veramente è stato DRAGHI in persona che ha dato il permesso con la contrarietà di Berlino.
Ma non importa, tanto quando si deve per forza addossare la colpa al mostro di turno va bene tutto.

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13 luglio 2013

Fonte: http://www.altrainformazione.it/wp/la-fonte-del-potere-2/signoraggio-la-linfa-vitale-dei-poteri-forti/hitler-imito-il-sistema-monetario-di-lincoln/

di Ellen Brown

Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta collegata all’oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti. Ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato“. (Adolf Hitler, citato in Hitler’s Monetary System, www.rense.com, che riprende C.C.Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949). Quello di Guernsey (politico del Minnesota, ndr), non fu dunque l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il Paese era completamente, disperatamente, in rovina.

Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i Paesi belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le proprietà esistenti nella Germania. La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’evento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice, una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello Stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali. O almeno così sembrava.

Hitler e i Nazional-Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo Stato, che venivano chiamate “Greenbacks“. Hitler iniziò il suo programma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di di unità della valuta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo. Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti“. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone.

Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il Paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero, nonostante le banche estere negassero credito e dovesse fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito nè deficit commerciale. L’esperimento economico della Germania lasciò alcuni durevoli monumenti al suo processo, come la famosa Autobahn, la prima rete del mondo di autostrate a larga estensione.

Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario“. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (John Weitz, Hitler’s Banker Warner Books, 1999).

Benchè Hitler sia citato con infamia nei libri di storia, egli fu popolare presso il popolo tedesco. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamente dal governo. Secondo il ricercatore canadeseHenry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato;egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C.G.Rakowsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakowsky, “[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo a lavoro per il bene dello Stato. Se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri Stati, potete ben immaginare le implicazioni controrivoluzionarie” (Henry Makow, “Hitler Did Not Want War”, www.savethemales.com).

L’economista inglese Henry C.K.Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca: “I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rvinosi obblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti“. In Billions for the Bankers, Debts for the People (Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli, 1984), Sheldon Hemry commenta: “Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro nè debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri“.

L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR

Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles.

Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, si lamentava: “Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania. Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote“. Questo era quello che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tarar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la saggezza comune propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca“. Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompava nuova valuta all’economia. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi.

Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a loro volta, a interesse. Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando la possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano. Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò dal processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita dei beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati. (da Webofdebt)

di Ellen Brown